[Monaldo Leopardi]

Dialoghetti

SULLE MATERIE CORRENTI

nell'anno 1831.

Edizione di riferimento:

Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, (senza altri riferimenti di data, di luogo di editore)

La verità tutta, o niente.

DIALOGO PRIMO.

PARTE PRIMA.

L'EUROPA, LA GIUSTIZIA E L' ITALIA.

L’Europa – Manco male che anche questa è passata. Corpo dell'orizzonte! Dopo ventisei anni di strepito e di trambusto era tempo di pigliare un poco di fiato. La rivoluzione è domata; la republica ha finito colla tirannia come era da aspettarsi; e quel bricconcello di Corso che mangiava i miei regni uno dopo l'altro, come confetti, ha dovuto metterli fuori, e se ne è andato a digerire la scomunica, e a trastullarsi con le ostriche, e coi gabbiani. Adesso il riposo della terra dovrebbe essere assicurato, ma tuttavia non odo grandi allegrie per il mondo. Voglio informarmi un poco, e domanderò al primo che passi. Oh, ecco là la Giustizia che si diverte con uno scacciamosche. Signora Giustizia, sentite una parola.

La Giustizia – Cosa desiderate, madonna Europa?

L'Europa – Vorrei sapere come vanno le bisogne del mondo, e cosa si fa per rimettere le ossa al suo posto. Voi, che siete di gabinetto, sarete informata di tutto.

La Giustizia – V'ingannate, madonna Europa, io non sono di gabinetto, e perciò, mentre gli altri consigliano, io vado scacciando le mosche.

L'Europa – Cosa mi dite mai! E chi presiede al consiglio in vece vostra?

La Giustizia – Già si sa; la Politica.

L'Europa – Ma, secondo tutte le regole, la Politica non deve mai scompagnarsi dalla giustizia e dalla religione, e una volta si praticava così.

La Giustizia – Parlandoci sinceramente non so se negli affari grandi si sia mai praticato; ma comunque fosse una volta, adesso non è così. Noi per verità siamo bene accolte ed accarezzate nel cuore dei principi., ma dicono che i principi nei gabinetti contano poco, e quando gli affari si portano al gabinetto, la Politica fa tutto, e la giustizia e la religione restano di fuori a prendere il fresco.

L'Europa – Questa cosa mi dispiace, perchè della Politica mi fido poco. Quella saccente pretende di saper tutto, ma in sostanza quando va sola cammina come un'asina zoppa, e altre volte mi ha fatto rompere il collo. Come potrebbe farsi per avere informazione di qualche cosa?

La Giustizia – Ecco l’Italia che ha sbrigato le sue faccende, essa potrà darvi qualche notizia. Madamigella Italia, vi chiama vostra madre.

L'Italia – Mammina Europa, cosa bramate da me?

L'Europa – Raccontatemi un poco come si vanno accomodando le cose di questa terra.

L'Italia – Mammina mia, già sapete che al mondo io conto poco, e perciò delle cose degli altri sono poco informata. Quanto a me non ci è stato male, e poteva andar peggio.

L'Europa – Dunque un poco di male ci è stato?

L'Italia – Piccole cose; parvità di materia.

L'Europa – Forse non sono tornate in piedi le republiche di Venezia e di Genova?

L'Italia – Eh, di questo non mi lamento. Questi stati non avevano padroni, o piuttosto ne avevano troppi, e forse per i popoli sarà meglio avere un padrone solo. Inoltre, mammina mia, la riunione della Venezia e della Liguria ad altri regni potenti era necessaria per il vostro equilibrio, e i vostri figliuoli hanno gran cura di mettervi i contrappesi, acciocchè non dobbiate camminare sciancata.

L'Europa – Sono obbligata alla carità dei miei figli, ma non vorrei che per tenermi in equilibrio mandassero sciancata la Giustizia. Tuttavia passiamola per Genova e Venezia, e ragioniamo del resto. Il Papa ha riavuto il suo stato?

L'Italia – Sì, lo ha riavuto.

L'Europa – Tutto?

L' Italia – Sì, tutto, meno un Campetto di là dal Po.

L'Europa – Via, per un Campetto….

L'Italia – Un Campetto con trentamila abitanti.

L'Europa – Canchero! Questo è un principato, non è un Campetto. E perchè glielo hanno levato?

L'Italia – Per attondare i dominii.

L'Europa – Cosa ci entra il tondo o il quadro sul mio e sul tuo? Sta a vedere che da oggi in poi la giustizia e il diritto di proprietà dipenderanno dalla squadra, dal torno e dal compasso. E Avignone lo ha riavuto?

L'Italia – Di questo, mammina mia, non si parla, Avignone con tutte le sue dipendenze non torna più.

L'Europa – E lo dite con questa disinvoltura? Un dominio della Santa Sede in cui sono ottanta terre o città, e due o trecento mila abitanti non torna più? Per qual motivo non le viene restituito?

L'Italia – Per usare una galanteria e una buona grazia alla Francia.

L'Europa – Oh questa è bella davvero! Non basta che il diritto di proprietà venga sottomesso alla ragione del tondo, e si devono perdere gli stati ancora per complimento? E poi questi miei figliuoli, i quali dispongono delle mie membra hanno forse molte obbligazioni alla Francia per farle un regaluccio di provincie come si dona ad una bella ragazza un mazzetto di gelsomini? Cosa ne dite, madonna Giustizia?

La Giustizia – Sapete bene che io non m'intendo troppo di cerimonie, di equilibrio e di rotondità. Poche parole e chiare. Unicuique suum.

L'Europa – E al duca di Parma gli hanno restituito il suo ducato?

L'Italia – Lo riavrà di qui a settantanni.

L'Europa – Buono; quando non potrà vederlo, perchè i sorci gli avranno mangiato gli occhi. Anche questo sarà per cerimonia?

L' Italia – Appunto così, mammina mia; giacchè i vostri ragazzi sono bene educati, e sanno come si ha da trattare con le signore.

L'Europa – E dei beni ecclesiastici cosa si è fatto?

L'Italia – Chi ha avuto ha avuto, e carte a monte.

L'Europa – Spiegatevi un poco meglio, perchè non v'intendo bene.

L'Italia – Chi li ha presi se li gode, e felicissima notte.

L'Europa – Ma la scomunica in bulla coenae?

L' Italia – Già si sa; chi bolla sbolla. Volevate forse che andassero tutti all'inferno?

L'Europa – Dio mi guardi da questo desiderio infernale; ma non ci è assoluzione dal peccato se non si restituisce il rubato.

L'Italia – Questa volta però il Papa ha dovuto fare di più; ha dovuto assolvere dal peccato, e lasciare che ognuno si goda il rubato.

L'Europa – E perchè tanta indulgenza coi scomunicati e coi ladri?

L’Italia – Per non far peggio mammina: per non lasciare troppe persone scontente; riunire gli animi, e consolidare la pace del mondo. Eh, voi non v'intendete di certe cose, ma per la pace si è fatto altro che questo. Tutti i ribelli hanno avuto le loro pensioni, e si sono cercati con la lanterna per fare a ciascheduno un regalo. Di più essi hanno i migliori impieghi nei governi, comandano nelle armate, e insomma non ci è nessuna distinzione di ineriti e di persone, con che tutti gli uomini formeranno una sola famiglia e vivranno da veri fratelli.

L'Europa – Questo, figliuola mia, mi pare un pensare da forsennati. Con tali modi si disgustano i buoni, si dà coraggio ai malvagi, si confondono le idee del giusto e dell'ingiusto, e così il mondo non diverrà una famiglia di buoni fratelli, ma una spelonca di assassini, ovvero una tana di lupi.

L'Italia – La Politica non dice così, e quella è una gran donna. La sa lunga, e vede da lontano.

L'Europa – Già da quella sgualdrina mi aspettavo qualche gran precipizio.

L'Italia – Ma che; volevate che si facesse tutto un sanguinaccio?

La Giustizia – Ragazzaccia stordita. Noi non vogliamo sanguinacci, ma per bene di tua madre e di tutto il mondo vorremmo che si facessero le debite distinzioni, che l'onestà e la cattiveria tornassero a chiamarsi col proprio nome, e che i birbanti contenti di conservare la testa sul collo, restassero almeno mortificati, e non potessero tornare a sculacciarti come hanno fatto finora. Ma va pur là che starai fresca, e la Politica ti ha accomodato per le feste.

L'Europa – Almeno il Papa avrà ricuperato i beni della Chiesa che non erano venduti?

L'Italia – Ha ricuperato certi scarti, ma il meglio è restato all'Appannaggio del vicerè d'Italia.

L' Europa – Come ci entra l'Appannaggio del vicerè, quando non ci è più il vicerè? Quando uno perde l'impiego non può conservare il salario.

IJ Italia – In questo non ci ho veduto chiaro, ma si è fatta una certa capriola., e i beni del vicereame sono passati al principe Bellabriglia.

L'Europa – Dunque il figliastro del Corso s'impappa una minestra di quattro o cinque milioni di scudi?

L'Italia – Come si aveva da fare? anche in questo ci entrava la civiltà, e se non si voleva pensare a lui, bisognava almeno pensare alla moglie. Povera donna; si aveva da lasciare in camicia?

L'Europa – Chi lo avesse detto a san Pietro che il suo mantello dovesse servire per fare i sottanini alle signore?

L'Italia – Io non so più di questo, e penso di andare per le mie faccende. Volete altro da me?

L'Europa – Ascoltate un'altra parola. Cos'è quella sporcizia che tenete attaccata al petto?

L'Italia – Questo è l'ordine della Corona di ferro instituito da Napoleone il grande per decorare i suoi benemeriti.

L'Europa – E bene; adesso l'avere meritato i favori di quel furbaccio deve piuttosto umiliare che insuperbire, e quell'ordine si porterà per castigo, come i Giudei portano uno straccio giallo sopra il cappello. Perchè dunque siete condannata a disonorarvi lo stomaco con quella insegna?

L'Italia – Mammina mia, voi non siete informata di niente. L'ordine della Corona di ferro è diventato un ordine regio italiano; la sua decorazione si porta con tutta la convenienza, e si accorda ancora ai benemeriti del Governo presente.

L'Europa – Bravissimi. Dunque l'insegna di un ladro, bandito e scomunicato è stata aggregata tra le Croci di Cristo, fra le medaglie dei Santi, e le decorazioni dei re?

L'Italia – Politica mammina, massime liberali, è vero modo di accomodare il mondo.

L'Europa – Piuttosto vero modo di finire a guastare le teste, e di sfasciare ogni cosa peggio di prima. E si trovano galantuomini che non si vergognano di insozzirsi con quella immondezza?

L'Italia – Voi, mamma mia, credete di trovarvi ai tempi di Carlo Magno, e non avete le idee del secolo presente. Studiate un quinternetto di filosofia, fate un viaggetto nei gabinetti dei vostri regni, consultate la Politica, e imparerete a vivere nel secolo decimonono. Intanto io vado per i fatti miei. Mammina Europa, vi raccomando l'equilibrio. Madonna Giustizia, divertitevi con lo scaccia mosche.

PARTE SECONDA.

L'EUROPA, LA GIUSTIZIA, LA FRANCIA, E LA RISTAURAZIONE.

L'Europa – Cosa ne dite madonna Giustizia di questi accomodamenti del mondo? Mi pare che la vostra convenienza non vi stia troppo bene.

La Giustizia – Quanto a me, madonna Europa mia, è poco da maravigliarsi, perchè ci sono accostumata da una sessantina di secoli. Tutti mi vogliono, tutti mi chiamano, ma quando sono arrivata, ognuno desidera che alberghi in casa degli altri, e nessuno vuole alloggiarmi in casa propria neppure nei soffitti. Piuttosto mi sorprende che questi vostri figliuoli non pensino a se stessi, e dopo una lezioncella di venticinque anni accompagnata da non poche sferzate, ancora non abbiano appreso che quando si cammina senza di me tutte le strade conducono al precipizio. Eppure mi sembrano figliuoli bene inclinati.

L'Europa – Sì in verità, madonna Giustizia; una figliuolanza buona come questa non la ho avuta mai più. Sono ragazzi di garbo, modesti e timorati di Dio, ma si lasciano mal consigliare dai cattivi compagni. Chi sa però se è vero tutto ciò che ha detto l'Italia. Quella non è pratica delle cose del mondo, non fa altro che zufolare e cantare, e tutti ci prendono spasso. Bisognerà informarsi per altra parte.

La Giustizia – Zitto; ecco quella sventata della Francia che se ne viene facendo pirolè. Parleremo con essa, purchè ci riesca di tenerla ferma cinque minuti. Madamigella Francia, madama vostra madre desidera di favellare con voi.

La Francia – Buon giorno madama Giustizia, bacio la mano a mammà, e sono agli ordini vostri.

L'Europa – Venite qua figliuola, e raccontateci un poco come vanno le cose del mondo.

La Francia – Ottimamente madama; tutto è accomodato tre volte bene.

L'Europa – Sia ringraziata la providenza del cielo. Dite su dunque, e dichiarateci quali sono questi accomodamenti.

La Francia – Mammà tre volte cara, sapete che io non amo l'applicazione, ed è per questo che non sono stata attenta gran fatto. Ma ho veduto tanto che basta, e credete all'onor mio si è fatto assai bene. Niente di cerimonie, niente di scrupoli, niente di pregiudizio Mitre di vescovi, pastorali di abbadesse e di abbati, berrette degli elettori, corona di Carlo Magno, bolle, diplomi, rescritti, tutto, tutto un falò che era la più bella cosa del mondo. E poi una trentina o forse una cinquantina di principini restati in camigiola e mandati a casa con due bajocchi: vederli sgambettare così in farsetto è stato un morire di ridere.

L'Europa – Ma tutto questo non mi pare che vada tre volte bene.

La Francia – Oh sì mammà, credete sulla mia fede non si poteva far meglio. E poi tutto si è fatto per voi, e per conservarvi nell' equilibrio. La Politica diceva così, e la Politica non falla; credetelo sul mio onore.

L'Europa, – Colei a forza di mettermi in equilibrio finirà di stroppiarmi affatto. Voi dunque non sapete di più?

La Francia – Nient'altro madama mammà, niente del tutto. Io non posso applicare un minuto di seguito, e dopo due parole devo fare una dozzena di pirolè, altrimenti mi assaltano i vapori e muojo strozzata dalle convulsioni.

L'Europa – Almeno sarete informata bene di quello che riguarda voi stessa?

La Francia – Oh diavolo madama! Voi vi prendete beffa di me. Io so benissimo che mi hanno accomodata a maraviglia, e a dirvela in due parole, i Francesi hanno ottenuta la carta.

L'Europa – La carta?

La Francia – Sì, mammà, sul mio onore la carta.

L'Europa – E cos' è questa carta che vi rende tanto contenta?

La Francia – La carta è una cosa tre volte buona, tre volte ammirabile, tre volte necessaria al riposo del mondo. Un popolo senza la carta è un popolo tre volte stupido, tre volte infelice, tre volte schiavo, e senza la carta sarebbero accaduti disordini fastidiosi tre volte, pericolosi tre volte, orribili tre volte, e non saebbe mai restata tranquilla la Nazione grande una volta. Ma vi prego mia buona mammà non mi fate ragionar lungamente.

L'Europa – Capisco bene figliuola mia che voi non siete fatta per ragionare; ma vedo che avete una compagna, si potrebbe parlare con quella?

La Francia – Come vi piace mammà, ma quella mia compagna è zoppa, e impedita di lingua; ha le mani legate, non ha un vestito da mettersi addosso, non può guardare nè addietro, nè avanti, insomma viene con me per esser il balocco dei Francesi.

L'Europa – Come si chiama questa sventurata?

La Francia – La Ristaurazione.

L'Europa – Ristaurare vuol dire accomodare le cose guastate, e perciò la Ristaurazione dovrebbe essere una persona di garbo. Cosa ne dite madama Giustizia?

La Giustizia – Le cose guastate indoverosamente non si possono accomodare senza di me, e perciò la Ristaurazione dovrebbe essere figlia mia. Ma io non ne so nulla, e non comprendo come possa nascere una figliuola senza che lo sappia la madre. Nulladimeno interroghiamola un poco.

L'Europa – Madama Ristaurazione compiacetevi di darci qualche ragguaglio.

La Ristaurazione – La Francia vi ha già descritto il mio stato, e da quello potete comprendere il resto.

L'Europa – Chi vi ha ridotto in una condizione così miserabile?

La Ristaurazione – La carta.

L'Europa – Cos'è mai questa carta che fa tanto romore?

La Ristaurazione – Si pretende che, sia un contratto tra il popolo e il re.

L'Europa – Un contratto fra il popolo e il re? Per il Carro di Boote, si può sentir di peggio? Forse la Francia è una bottega d'affitto; ovvero il re di Francia è un cocchiere che si prende al servizio a un tanto per mese?

La Francia – Buona mammà, come potrebbero regnare i re senza patti?

L'Europa – Come hanno fatto sempre prima che si pensasse a queste sciocchezze di carte. Figliuola mia l'autorità dei re non viene dai popoli, ma viene a dirittura da Dio, il quale avendo fatto gli uomini per vivere in società ha reso necessario un capo che li governi, e con ciò ha comandato che i popoli ubbidiscano ai re. Il re deve procurare tutto il bene del popolo; il popolo deve ubbidire a tutti i comandi del re, e questa è la gran carta scritta con la mano di Dio, e stampata col torchio della natura.

La Francia – Mammà tre volte cara; e se il re volesse il male del popolo, come si farebbe senza la carta?

L'Europa – Ragazza mia, i re non vogliono mai, e non possono volere il male del popolo, perchè il popolo è la famiglia e il patrimonio del re, e nessuno vuole il danno della propria famiglia e la rovina del suo patrimonio. Anche il re può sbagliare, perchè anch'esso è un uomo, ma può sbagliare anche il popolo, e dovendosi vivere esposti all'errore è meglio essere esposti all'errore di un solo, che agli errori di tutti.

La Francia – No, no, mammà. Il popolo riunito non può sbagliare, ed è tutto affatto impossibile che in una nazione non si trovino uomini onesti e saggi.

L'Europa – Ma, storditella mia, chi vi assicura che quelli onesti e saggi vogliano esporsi al tumulto delle adunanze del popolo? Chi vi dice che saranno i più, e chi vi promette che le poche voci della saviezza e della onestà verranno ascoltate e seguite nel battibuglio di un'assemblea nazionale? Non avete sperimentato fin'ora cosa è il comando e il potere del popolo? Venticinque anni di orrori e di pazzie, il mondo messo sottosopra, gli altari rovesciati, il credito perduto, i beni immensi della vostra Chiesa e della vostra nazione divorati, e quattro o sei milioni di Francesi scannati dovrebbero bastare ad aprirvi gli occhi. Se vi resta un'oncia di giudizio e mezza ottava di coscienza, ditemi per la verità qual errore e quale cattiveria di un re assoluto avrebbero fatto la metà del male che ha prodotto la sovranità immaginaria del popolo? Dite su, ragazza, parlate.

La Francia – Mammà, ricordatevi dei miei vapori.

L'Europa – Sì, sì, mi ricordo che voi non siete fatta per ragionare, e perciò divertitevi coi pirolè. Madama Ristaurazione, quella carta, o sia quel contratto che vi ha contraffatta e massacrata in così brutto modo, si è stipulato veramente per accordo delle parti, e perchè esse hanno voluto così?

La Ristaurazione – Neppure in sogno, signora. Le parti contraenti non ci hanno avuta nessuna parte. Di trenta milioni di Francesi, ventinove milioni e mezzo non ci pensavano affatto, e farebbero della carta quell'uso che ne fanno tutte le nazioni del mondo. Gli altri avevano di caro e grazia di salvare la pelle, non sapevano quello che volevano, e non ardivano di alzare la testa.

L'Europa – Forse il re Luigi decimottavo ha voluto darla spontaneamente?

La Ristaurazione – Potete immaginarvi se quel povero galantuomo sia contento di ritornare a casa sua con i lacci ai piedi e alle mani, e coi calzoni calati, sicchè ognuno può divertirsi a dargli le sculacciate. Glie l'anno messa in gola, e ha dovuto inghiottirla per forza. O carta, o niente.

L'Europa – Qual motivo dunque ha indotto i miei buoni figliuoli a commettere questo sgarrone? Non hanno considerato che la causa di un re è la causa di tutti i re, e che lasciando crescere le unghie di un popolo, crescono ancora quelle di tutti gli altri?

La Ristaurazione – Così dicevano appunto l'esperienza e la saviezza, ma la Politica non ha permesso che si ascoltassero.

L'Europa – E quali ragioni allegava quella sputa sentenze?

La Ristaurazione – Che fa d' uopo ammansare le fiere, non irritarle, e che la Francia non si può soggiogare con la forza.

L'Europa – Bellissima davvero! Ci hanno combattuto venticinque anni, e adesso che le tengono sul corpo un milione di baionette tedesche e russe, ed hanno la strada aperta per condurvene tre volte tante, diffidanod'imporle con la forza?

La Francia – Diavolo mammà; la forza con la Francia?

L'Europa – Signora sì, la forza. Ai pazzi e agli scapestrati si mette giudizio con altro che col bastone?

La Francia – In tutte le quattro parti del mondo non ci era forza bastante per tenere assoggettata la gran nazione.

L'Europa – E bene, si faceva diventare una piccola nazione, e tutto era accomodato.

La Francia – Come! un dismembramento?

L'Europa – Sicuro, un dismembramento. Ditemi un poco; la vostra republica e il vostro imperatore si erano dimostrati pietosi con gli altri Stati, oppure li avevano dismembrati e divorati senza discrezione e senza misericordia? E bene, una buona tosata ai confini; una fetta di Francia all'Inghilterra, un'altra alla Spagna, una per ciascheduna all'Austria, alla Prussia, alla Olanda, alla Baviera e al Piemonte, con alcuni baratti per mantenere la bilancia e soddisfare la Russia e la Svezia, tutto era accomodato; voi bella signorina sareste stata buona come l'orso in mano del montanaro, e la gran nazione ridotta nazione più piccola non avrebbe turbata per due o tre secoli la tranquillità del mondo.

La Francia – Ah mammà, voi siete ben crudele!

La Ristaurazione – Perdonate madama Europa, ma spezzare il trono di san Luigi e disperdere il retaggio dei Borboni....

L'Europa – Madama mia, quando i figliuoli di san Luigi vivono come i figliuoli degli scellerati, bisogna castigarli come Iddio castigò gli Angioli prevaricatori; e quanto ai vostri buoni e degni Borboni sarebbero contenti di regnare tranquilli sopra una Francia piccola piuttostocbè finire decapitati e scannati in una Francia grande. Io poi dico che doveva farsi così se non si trovava altro modo; del resto avrei voluto che il trono dei Borboni si rialzasse in tutto lo splendore di prima, ma senza l'avvilimento di un contratto, e senza quella porcheria della carta.

La Ristaurazione – Ah quella carta, quella carta....

L'Europa – Mamma ditemi il vero. Credete voi che l'abbiano dettata solamente il timore e la generosità?

La Ristaurazione – I vostri figliuoli incoronati hanno creduto così in buona fede, ma la Politica aveva ancora qualche altra idea per la testa. Diceva sottovoce nel gabinetto che la Francia ridata tutta intiera ai Borboni avrebbe riacquistato ben presto una potenza smoderata, che bisognava ricordarsi Luigi XIV. e che perciò conveniva farle il regalo di Pandora; e darle quell'intrigo della carta con cui avrebbe avuto tanti fastidii in casa sua da non pensare a mettere il naso in casa degli altri.

L'Europa – Ah! ah! Adesso riconosco quella furbaccia. Mi pareva impossibile che ne avesse fatta una per titolo di carità. Contuttociò, madama, io non sono persuasa. Soffrire venticinque anni, come hanno fatto i miei figli, insulti, rubamenti, esilii e ferite; combattere in tutto questo tempo, spiantarsi e farsi scannare a milioni; vincere alla fine, avere tutto nel pugno, e poi rinunziare a tutto e tornare a guastare il mondo con quel pezzaccio di carta, questo è uno sproposito di cui non sarebbero stati capaci nemmeno quei figliuoli che studiano il Donato. La Politica è una femmina scellerata, senza onore, senza coscienza e senza pietà, ma pure ha gli occhi nella testa, e senza il proprio interesse non si lascia condurre in questi errori. Chi mai può averla sedotta?

La Ristaurazione – Nel gabinetto non ho veduto nessun altro, fuorchè una maschera che non ho potuto conoscere.

L'Europa – Una maschera?

La Ristaurazione – Sì, una maschera tutta imbacuccata, la quale aveva grandissima attenzione di non farsi conoscere. Veniva quando non ci erano i principi, diceva qualche parola all'orecchio di alcuni subalterni, e poi subito via. Una volta sola mi accorsi che le usciva di sotto un lembetto di veste a tre colori.

L'Europa – Ho capito, e basta così. Colei è la rivoluzione, che astuta e sottile come una serpe, ha potuto introdursi nel gabinetto, e siamo tutti da capo. La carta si è dettata da lei, e i patti della carta sono le morse lasciate per congiungere la rivoluzione passata con le rivoluzioni future. Povere speranze del mondo deluse! poveri trionfi de' miei figli perduti! povero sangue dell' Europa versato inutilmente! Pazzarella di Francia va a riposarti sopra un bragiere acceso; buoni e sventurati Borboni tenete pronta la vostra valigia; e voi madama Ristaurazione, preparatevi a retrocedere quanto prima per questa medesima strada.

DIALOGO SECONDO.

IL GIUDIZIO, LA LIBERTÀ, IL TURCO E LA POLITICA.

La Libertà – Oh poveretta me? Avete udito?

Il Giudizio – Che cosa?

La Libertà – Quell' inferno di cannonate dalla parte di Levante? Quello è stato il segnale dell'ultimo mio sterminio.

Il Giudizio – Cosa avete da spartire coi Levantini? Forse anche i Turchi si sono impazziti per la libertà?

La Libertà – Non si tratta dei Turchi, ma dei Greci. Io avevo piantata la mia bandiera nella Grecia, in quella terra classica madre delle scienze e delle arti, e sono venuti là pure a perseguitarmi e distruggermi.

Il Giudizio – Era da dirsi, e ve la potevate aspettare. Figliuola mia, voi avete un bel nome e ancora un volto grazioso, ma da poco in qua vi si è guastata la testa, e con le vostre pazzie siete entrata nelle tasche a tutti i discendenti di Adamo.

La Libertà – Questa volta però nessuno poteva condannarmi, giacchè l'avevo presa solamente coi Turchi, e non si poteva aspettare che anche i Turchi trovassero protettori contro di me.

Il Giudizio – I Turchi, pazzarella mia, sono padroni in casa loro come ognuno è padrone in casa sua, e perciò la sovranità dei Turchi deve essere rispettata come quella degli altri principi.

La Libertà – Oibò, oibò. Il Gran – Turco è un tiranno, e i Greci avevano ogni ragione di scuotere il giogo della tirannia. Voi che siete il Giudizio dovete comprenderlo meglio di ogni altro.

Il Giudizio – Appunto perchè sono il Giudizio comprendo affatto diversamente. Il Turco ha cattivo nome, e chi non è stato in Turchia crede che in quel paese non si faccia altro che impalare e strozzare senza sapersi il perchè. In sostanza però anche là ci sono ordini e leggi, e chi attende ai fatti suoi forse vive più tranquillo in mezzo ai Turchi, che in qualche altra nazione del mondo troppo complimentosa e civilizzata. Quanto poi ai vostri Greci erano trattati benissimo, e lungi dal vivere in servitù, potevano quasi considerarsi come i padroni della Turchia.

La Libertà – Sia pure come volete del trattamento dei Greci; sempre è vero che il Turco è un usurpatore, e che il suo governo è un governo illegittimo.

Il Giudizio – Voi mettete in campo la legittimità? Ragazza mia, siete veramente buffona. È vero che il Turco s'impossessò della Grecia colle armi, ma se quella fu usurpazione, tale usurpazione è antica, e dopo il corso di lungo tempo si deve rispettare la sovranità attuale come legittima, e non ci è più nè il modo, nè il diritto di esaminarne l'origine.

La Libertà – E chi ha potuto togliere al popolo questo diritto?

Il Giudizio – La necessità, nella quale bisogna riconoscere il volere di Dio; e glielo ha tolto per il bene del popolo istesso, e per la tranquillità del mondo. Se le origini delle Sovranità potessero sottoporsi all'esame quale sarebbe il giudice fra i popoli e i sovrani? E se il tempo non bastasse per rendere legittima la sovranità attuale, qual popolo non si lusingarebbe di trovare negli archivj, ovvero nelle istorie qualche ragione o pretesto per sottrarsi alla ubbidienza del proprio principe? Se poi tutti i principi vedessero soggetti a discussione i loro diritti, e tutti i popoli fossero incerti sull'obbligo della ubbidienza, qual ordine, qual sicurezza? Quale tranquillità potrebbero sperarsi in questo povero mondo?

La Libertà – Dunque, messer Giudizio, secondo il vostro parere un popolo appena conquistato deve baciare la mano all'usurpatore, e venerarlo come suo sovrano legittimo?

Il Giudizio – No, pazzarella, non dico questo. Un popolo può resistere all'usurpatore nell'atto della usurpazione, e ancora successivamente per un certo tempo, ora più lungo, ora più breve secondo le circostanze. Ma dopo passate due, tre, o quattro generazioni, quando il nuovo principato è già stabilito pacificamente, e quando il popolo lo ha riconosciuto espressamente con un atto di sommissione, ovvero tacitamente col fatto di una lunga ubbidienza, allora quel principato è dichiarato legittimo dal tempo, e i sudditi non possono ricusargli ubbidienza senza mettersi in ribellione.

La Libertà – Bellissima dottrina, e veramente da Turchi! Dunque se un ladro tiene stretto il suo furto per cento, ovvero cento venti anni, diventa il padrone legittimo della cosa rubata?

Il Giudizio – Si vede bene che parlate senza giudizio. Il ladro non sopravvive mai cento venti anni, e così il possesso della cosa rubata non si rende mai legittimo nella vita del ladro. Quando però una famiglia privata ha posseduto una proprietà per cent'anni, e in tutto questo tempo nessuno l'ha turbata, nessuno le ha mosso lite, e nessuno ha reclamato, il ladro è sempre ladro, e penserà a punirlo la giustizia di Dio; ma quella, famiglia dovrà considerarsi come padrona legittima della sua proprietà, e se non si ammette questo principio, bisogna sovvertire tutto l'ordine sociale. Lo stesso accade nella usurpazione degli Stati, con questa differenza di più, che qualche volta i diritti de' privati anche dopo alcuni secoli si possono discutere avanti ai giudice con la voce e con le scritture, ma i diritti dei principi non soggiacciono a tribunali, e si possono discutere solamente con le spade e coi cannoni; per lo che la discussione dei diritti dei principi è inseparabile dalla strage della umanità.

La Libertà – Dunque dopo cento anni chi ha avuto ha avuto, e per i principi non si trova più la giustizia.

Il Giudizio – Figliuola, la giustizia di Dio arriva i principi dopo cento anni e dopo mille anni ancora; ma al mondo la prima legge è la pace del mondo. Senza parlare delle altre sovranità che voi dichiarereste usurpatrici e tiranniche, la Francia che è tanto innamorata di voi, e l'Inghilterra dove dicono che siete stata allattata, non si sono forse ingigantite con le armi e con le usurpazioni? E se tante provincie e colonie volessero adesso mettere in dubbio la sovranità della vostra prediletta Francia, e della vostra balia l'Inghilterra, cosa direste signorina mia? E fra queste libertà che farebbero a capelli una con l'altra, a quale dareste ragione?

La Libertà – Non avrei creduto mai che il Giudizio si mettesse a fare l'avvocato de' Turchi. Ma dite pure quello che vi piace; i Greci avevano sempre ragione di sollevarsi, almeno per causa della religione, giacche è insoffribile che un popolo cristiano debba vedersi schiavo di una canaglia di maomettani.

Il Giudizio – Questa scappata in bocca vostra è più bella di tutte. Dopo la divozione che mostraste al tempo della republica francese, e dopo gli atti di pietà che si vedono, dovunque mettete il naso, vi sta bene di fare la bigotta e parlare di religione. Comunque sia, il Cristianesimo comanda la fedeltà e l'ubbidienza, condannando sempre la rivolta, e l'Evangelo de' Cristiani vuole che si renda a Cesare quello che è di Cesare. Il Cesare dei Greci è il Gran – Turco, e coloro ribellandosi al proprio principe hanno trasgredita la Legge Cristiana,

La Libertà – Non dubitate no, che la pagano cara, e la povera Crecia è ridotta una bottega di macellaro. Adesso poi che tutti gli danno addosso....

Il Giudizio – Cosa sapete di questo?

La Libertà – Io stessa ho veduto le flotte inglesi, russe e francesi che correvano a quella volta con le banchere spiegate, e queste cannonate che abbiamo udito or ora, senza meno, hanno mandato sott'acqua i miei poveri Greci, come si fa delle anitre nei pantani.

Il Turco – Ajuto, misericordia. Soccorrete un povero assassinato.

Il Giudizio – Cosa è accaduto, e chi siete?

Il Turco – Non conoscete che sono il Turco?

Il Giudizio – Come? così disarmato, senza baffi e senza turbante? Chi vi ha ridotto in questo misero stato?

Il Turco – Gli Inglesi, i Russi, e i Francesi. Mi hanno carpito tutti i peli, mi hanno stracciato la mussolina, e mi hanno ridotto come un vero babbuino.

Il Giudizio – E quando vi è sopraggiunta questa rovina?

Il Turco – Sono pochi momenti; quanto che abbia fatto la strada. Avete udito quel precipizio di cannonate che ha fatto restare di stucco tutto l'universo mondo? Or bene, con quei colpi inaspettati e crudeli la flotta ottomana è subissata, i seguaci del Profeta sono arrostiti, ovvero tagliati a fette come cocomeri, e la povera mezza luna è rimasta senza le corna.

La Libertà – Dite da vero, o burlate?

Il Turco – Se non credete alle mie parole, andate a Navarino, e vedrete la sublime Porta levata dai gangheri, e i suoi brani galleggianti in quelle acque.

La Libertà – Cosa ne dite?

Il Giudizio – Che ve ne pare?

La Libertà – Voi sapete che io sono accostumata alle facezie di tal natura; ma pure questo povero diavolo quasi mi fa compassione.

Il Giudizio – Ed io che sono il Giudizio, oramai perdo affatto il giudizio. In somma: eravate forse in guerra con le Potenze alleate?

Il Turco – Dio guardi. Io ero in pace con tutti, e nessuno ignora che da un secolo in qua io sono il più buono di tutti.

Il Giudizio – Dunque per qual motivo sono venute a visitarvi con tanta buona grazia?

Il Turco – Per soccorrere quei ribelli e ingannatori di Greci.

La Libertà – Poverini, facevano pietà a tutto il mondo, e voi eravate troppo crudele con essi.

Il Turco – Signorina mia, le gazzette e i giornali dei Franchi e dei Greci si leggono in tutto il mondo, e i Turchi parlano poco e non mettono fuori gazzette e giornali. Per questo si parla della crudeltà dei Turchi, e non si parla di quelle dei Greci. Comunque sia noi siamo padroni in casa nostra, vogliamo castigare i nostri ribelli come ci pare, e nessuno ha diritto di venirci a dettare la legge.

Il Giudizio – Sentite signor Turco mio, ognuno è padrone in casa sua, ma quando due pazzi vogliono scannarsi un galantuomo che ha buon cuore e buon senno deve intromettersi per impedire la strage.

Il Turco – Sì; un galantuomo deve impedire il sangue tenendo le mani alla parte che ha torto, ma non già dando sulla testa a quello che ha ragione.

Il Giudizio – Si può cercare qualche via di concordia....

Il Turco – Sibbene; ed io mi sono prestato a tutto. Ho offerto di perdonare ai ribelli, di accordar loro nuovi privilegi, e di stabilire nella Grecia un reggimento mansueto e benigno, ma non si è trattato di domande e di patti discreti. Si vuole che io rinunzi per sempre alla sovranità della Grecia, e come si suol dire che mi carpisca i baffi da me medesimo. Un uomo che non abbia perduto qualsivoglia sentimento di dignità prima di assoggettarsi a questa prepotenza si lascia piuttosto impalare.

Il Giudizio – In fondo la ragione sta dalla parte vostra, ma signor Turco mio caro, al mondo non basta la ragione, vi vuole ancora la prudenza. Voi non avevate forza bastante per misurarvi con quelle tre potenze riunite.

Il Turco – È vero, ma stavo in buona amicizia con esse, e sapevo che i loro sovrani sono giusti, moderati e fedeli. Chi avrebbe mai creduto che tre principi battezzati venissero senza motivo e senza giustizia ad assassinare un povero circonciso che non dava loro fastidio, e stava in pace e in amicizia con loro?

Il Giudizio – Direste bene se fossero sempre i principi quelli che comandano nei loro stati, ma il gabinetto.... la Politica....

Il Turco – Anche a questo ho pensato, e non crediate che sotto ai turbanti dei turchi ci siano tante zucche spagnuole. Ma ditemi in coscienza vostra avreste immaginato mai che le legittimità della Europa accorressero in soccorso della rivoluzione, la quale minaccia di subbissarle tutte?

La Libertà – La rivoluzione della Grecia è una cosa tutta diversa dalle altre.

Il Turco – Tacete sgualdrina sfacciata e bugiarda. La rivoluzione della Grecia è dell'istessissimo parentato delle altre, e se non fosse così, non avrebbe ottenuto tanto applauso, e tanta benevolenza dai vostri pazzi Francesi, e da quanti bricconi si trovano sotto il mantello del sole.

Il Giudizio – Via, via, questo non si può mettere in dubbio, e ci si vede chiaramente l'opera del partito. Da che ci è il mondo, popoli innumerabili hanno sofferto oppressioni e calamità senza che la filantropia dei zerbini e delle madame siasi mossa a sovvenirli con un sospiro, e i Greci dimenticati e spregiati da tutti non avrebbero acceso la febbre fìloellenica nei cervelli contaminati e sventati, se la causa dei Greci non fosse quella di tutti i congiurati, e di tutte le sette.

Il Turco – Il signor Giudizio dice benissimo, e perciò stimavo che nessuno prenderebbe le parti del boja che minaccia di strozzarlo. Di fatti la Francia ha fatto la rivoluzione, e si è corso giustamente a spiantare gli alberi della Libertà senza risparmio di spese e di sangue. La Spagna ha fatto la rivoluzione, e il re di Spagna è stato ricondotto in trionfo sul trono, e le lapide della costituzione si sono messe in pezzi. Il regno di Napoli, e quello del Piemonte hanno tentato la rivolta, e i pochi disperati che promovevano quella peste sono stati compressi. Insomma dovunque quella belva ha alzato un poco la testa si è corso subito a romperle i denti, e con ciò si è operato saggiamente, giacchè l'incendio di una camera se non si estingue a tempo si comunica a tutta la casa. Chi dunque poteva credere che ripudiati in un momento la giustizia, il buon senso e fino il proprio interesse si corresse ad attizzare quel fuoco che si era procurato di estinguere con trentacinque anni di sudori e di sangue? Chi poteva immaginare che i coronati dell'Europa si renderebbero essi medesimi i manutengoli dei sansculottes? Signor Giudizio mio ditelo voi; ci è stato un'oncia di giudizio in questo fatto di sostenere la rivoluzione dei Greci?

Il Giudizio – Per verità rimango stordito, e non so cosa pensare. Sarei curioso di sapere cosa ne dice la Politica, la quale senza meno è stata la consigliera di questa impresa.

La Libertà – Se volete parlare con la Politica, ecco appunto che arriva.

Il Giudizio – Dov'è?

La Libertà – Ecco là che scende da un battello e viene da Navarino.

Il Turco – Guardate come è mortificata. Cammina quatta quatta con la testa bassa e la coda fra le gambe, e sembra un novizio dei cappuccini quando ha sotto il piattello.

Il Giudizio – Può essere che io sbagli, ma quella povera vecchia si è accorta di aver fatto una frittata.

Il Turco – Signora Politica dite su. Perchè siete venuta a romperci il turbante?

Il Giudizio – Dichiarateci un poco la vostra condotta, giacchè ci pare che siate in contraddizione con voi medesima.

La Libertà – Io mi trovo favorita dalle vostre grazie, ma a dire la verità pare anche a me che vi siate regolata da matta.

La Politica – Lasciatemi pigliare il fiato, e vi renderò informati di tutto. La Russia....

Il Turco – Perchè vi fate rossa?

La Libertà – Perchè vi trema la voce?

Il Giudizio – Perchè vi mancano le parole?

La Politica – La Russia è stata quella che ha voluto risolutamente la libertà della Grecia.

La Libertà – Ah!

Il Turco – Ih!

Il Giudizio – Oh!

La Libertà – Quella potenza che ha da perdere più di tutte?

Il Turco – Quella potenza che ha mostrato più fermezza di tutte?

Il Giudizio – Quella potenza che si conduce con tanta nobiltà e dimostra tanto giudizio?

La Politica – Ebbene; appunto quella potenza ha voluto sostenere la rivolta dei Greci, e non ci è stato modo di levarle questo proposito dalla testa.

Il Giudizio – E quale è stato il motivo di tale inconcepibile proponimento?

La Politica – Non ci vuole gran talento a comprenderlo. Col pretesto di liberare la Grecia voleva pigliarsela, oppure ciò che è lo stesso, voleva proteggerla per forza come fa l'Inghilterra con la così detta Republica delle Isole Joniche.

Il Turco – Non dite male, e il vostro pensiero non è senza giudizio.

La Libertà – Volevo ben dire che il Russo si fosse innamorato sinceramente di me.

Il Giudizio – Signori miei abbiate pazienza; ma questa cosa non mi persuade del tutto. È un pezzo che la Russia si diverte a merendare a spese del Turco; sicchè oramai lo ha sfogliato come un torso di cavolo; ma se le cresce l'appetito può inghiottirlo tutto in un boccone senza pretesti, e non ha bisogno di travestirsi e figurare al mondo come la cameriera della Libertà. Credete a me figliuoli, l'interesse non è stato il vero consigliere di questa impresa, e là dentro ci ha messa la coda un altro satanasso.

La Politica – Chi credete dunque che l'abbia consigliata?

Il Giudizio – Lo spirito della rivoluzione.

La Politica – Vogliamo dire che quella meretrice abbia debosciato ancora il gabinetto di Pietroburgo?

Il Giudizio – Sapete che io vivo ritirato, e in particolare non conosco nessuno; ma assicuratevi che la cosa è così, e la brava e generosa Russia è stata anch'essa tradita.

Il Turco – Io però sono stato sbudellato ancora dagli Inglesi e dai Francesi, e non posso saperne il motivo.

La Politica – Quanto a questo io vi dirò il perchè. L'Inghilterra si è ingelosita della Russia non potendo tollerare che le crescessero le unghie fuori di misura, e molto meno che piantasse un piede fermo nella Grecia da dove poteva stendere l'altro sopra le Isole Joniche. Perciò a forza di complimenti ha voluto accompagnarla di filo, e in sostanza è andata insieme con essa per tenerle le mani.

Il Turco – E la Francia?

Il Giudizio – Sopra quella poi ci ò poco da strologare. Le grida dei liberali hanno assordato la nazione, il gabinetto non ha potuto, ovvero con ha voluto resistere alla corrente, e sulla banchera dei Borboni i Fiordalisi sono diventati rossi e turchini.

Il Turco – E voi, signora Politica, come vi siete regolata in queste faccende?

La Politica – Ho fatto, ho detto e ho messo a lambicco il cervello, ma parlandovi sinceramente ormai non trovo più la strada da camminare.

Il Turco – Stiamo freschi davvero. Dopo la morte di quella povera donna della Giustizia, se anche la Politica perde la testa, il mondo vorrà diventare una bella cosa. Cosa ve ne pare, signor Giudizio?

Il Giudizio – Io dico che questa volta il Demonio è più brutto di quanto sembra, e che oramai è venuto davvero il tempo di piangere. Guai per il gregge se il pastore smarrisce la strada, e guai per la povera Europa adesso che i suoi condottieri si sono messi in un cammino fallace. La Francia sarà tutta – incendiata da quelle vampe che i suoi reggenti non hanno il coraggio, l'abilità, oppure il volere di spegnere; l'Inghilterra, che da più secoli va bamboleggiando con la Libertà, si accorgerà alla fine che non si scherza impunemente col ferro arroventato; e la Russia se per essere ancora nella infanzia della filosofia avrà la forza di resistere al contagio della rivoluzione, nulladimeno imparerà a sue spese qualmente ciò che non si vuole in casa propria non bisogna farlo in casa degli altri. In ultimo il mondo ritornerà nell'ordine, giacchè è fatto per l'ordine, ma prima di arrivare a quella meta dovrà passare per un mare di pianto e di sangue.

DIALOGO TERZO.

IL DEMONIO, NAPOLEONE E GRAN QUANTITÀ DI FRANCESI.

Il Demonio – Piano, piano, un pochi per volta. Per bacco, venite giù a migliaia! Ma non dubitate che ci è luogo per tutti. Avete il passaporto?

Un Francese – Abbiamo una lettera di accompagno, perchè non ci è stato tempo di fare le carte in regola.

Il Demonio – Poco male; qui non si è tanto scrupolosi sulle regole, e chi vuol favorire è padrone. Da dove venite?

Un Francese – Dalla Francia.

Il Demonio – Bravissimi; quel paese è nostro alleato antico. Si chiama il regno cristianissimo, ma se tutti i cristiani fossero così, il cristianesimo ci farebbe poca paura. Datemi quella lettera.

Un Francese – Prendete. Ahi, ahi...

Il Demonio – Cosa è stato?

Un Francese – Mi avete abbruciato le dita.

Il Demonio – Non è niente, mi suda un poco la mano. Questi ragazzi credevano che il curato li avesse burlati, ma sentiranno cosa si fa nell'Inferno. Chi ha scritto questa lettera?

Un Francese – La Libertà.

Il Demonio – Tanto meglio. Questa è la più cara e fedele amica che abbia il Demonio. Una volta per le nostre reclute ci servivamo dell'avarizia, della lussuria e degli altri peccati mortali, ma adesso non ci è più bisogno di tenere la corrispondenza con tanti ministri. La Libertà fa per tutti, e quella brava figliuola s'intende un poco di tutto. Cara, carissima Libertà; che tu sia benedetta da tutta casa del Diavolo. Leggete un poco voi, perchè non trovo gli occhiali.

Un Francese – « Carissimo monsù Demonio. Finalmente il mio capestro è spezzato, la ristaurazione è andata in fumo, e la linea dei Borboni bigotta ha messo nella valigia la sua legittimità, e va a campare di limosina fra le genti straniere. Io comando nella Francia, e di là, secondo il solito, diffonderò la mia peste in tutte le quattro parti del mondo. In breve udirete novità grandi, e non potrete lamentarvi di me. Frattanto v'invio alcune migliaia di Francesi in caparra della mia futura generosità. Trattateli bene, e abbrustoliteli meglio degli altri, perchè sono i primi frutti del mio nuovo germoglio, e gli eroi delle tre gloriose giornate. Addio, mio caro padre ed amante.

Il Demonio – Non dubitate che avrò per voi tutta la premura, e vi tratterò secondo il vostro merito. Capperi! Si tratta dei miei cari Francesi. Ma cosa è poi tutto questo guazzabuglio, e cosa sono le gloriose giornate?

Il Francese – Che, non sapete niente?

Il Demonio – Vi dirò, amici miei; ho udito un bisbiglio orrendo su nella Francia, e sapendo già come vanno a finire le cose vostre sono andato subito a preparare gli appartamenti, e non mi sono curato di altre informazioni.

Il Francese – Abbiamo detronizzato Carlo X., e lo abbiamo sbandito con tutta la sua famiglia.

Il Demonio – Ci ho gusto. Coloro non erano dei nostri, e avete fatto bene a levarveli d'attorno. Veramente vi era un modo più bello.

Il Francese – E quale?

Il Demonio – Ammazzarli. Il coltello dei Francesi fu sempre insanguinato col sangue dei loro re.

Il Francese – Si è creduto di salvare certe apparenze.

Il Demonio – Via, via; poco male. Se non avete ammazzato Carlo, ammazzerete qualchedun altro. E adesso chi fa da re lassù nella Francia?

Il Francese – Luigi Filippo d'Orleans.

Il Demonio – Il figliuolo di quel birbante di Egalitè?

Il Francese – Monsù Demonio, parlate con rispetto del re dei Francesi.

Il Demonio – Non vi faccia specie, ragazzi; è effetto di benevolenza. La sua famiglia è aggregata alla nostra cittadinanza da un pezzo in qua, e Luigi Filippo il vecchio si trova qui con noi fino da trentasette anni. Per questo ci abbiamo tutta la confidenza. Ma vedete come vanno le cose del mondo! Il povero Egalitè fece tanto per essere re di Francia senza poterci arrivare, e adesso che egli sta all'inferno, il figliuolo ha ottenuto quel regno. Già, saranno state le orazioni del padre.

Il Francese – Quando fu che il duca d'Orleans pensava ad essere re di Francia?

Il Demonio – Al tempo della republica. Voi altri siete giovanotti, e non potete ricordarvi quei carnevali, ma quelli erano tempi allegri davvero, e speriamo che tornino se la Libertà non c'inganna. Allora questo mattaccio di Egalitè fece tutto il possibile per salire sul trono, e arrivò a bagnarsi le mani nel sangue del suo sovrano; ma il poveruomo essendo tanto poltrone quanto scellerato, non ebbe il coraggio corrispondente all'impresa, e in vece del regno buscò la guillottina.

Il Francese – Di Luigi Filippo il giovane cosa si diceva in quel tempo?

Il Demonio – Allora andava dritto dritto sulle tacche del padre; ebbe l'inverecondia di pigliare anch'esso il nome di Egalitè, e sebbene fosse un piscioso, siate certo che fino da quel tempo pensava a salire sul trono. Adesso poi non so cosa sia, da un pezzo in qua non ne ho avuto più informazione, e non voglio aggravarmi la coscienza parlandone male.

Il Francese – Basta, i Francesi gli hanno detto chiaro che se non cammina dritto sarà peggio per lui.

Il Demonio – Quanto a questo non ne dubito punto. Sua maestà Egalitè, del quondam cittadino Egalitè, sperimenterà anch'essa la cordialità dei Francesi, e verrà a pigliare il fresco con noi. Anzi potrà giuocare all'ombre col suo signor padre, e con Sua Maestà l'Imperatore e Re.

Il Francese – A proposito, noi vogliamo fare i nostri complimenti con l'imperatore Napoleone.

Il Demonio – Non dubitate che sarà qui a momenti, imperciocchè corre subito appena sente l'odore di un arrosto Francese. Eccolo appunto.

Il Francese – Maestà.

Napoleone – Buon giorno. Cosa si fa nella Francia?

Il Francese – Abbiamo fatto un' altra rivoluzione. Carlo X è andato a basso, e regna Luigi Filippo.

Napoleone – Balordi! Quando dovevate avere un re, il vostro era il migliore di tutti per voi.

Il Francese – Carlo X ha violato la carta.

Napoleone – Non ci credo, e poi il re è padrone della carta e di tutto.

Il Francese – Queste sono le parole del dispotismo.

Napoleone – No, sono le parole della necessità, la quale è la regina di tutti i re e di tutti i regni. Il dovere del chirurgo è di guarire il suo infermo, e perciò quando occorre gli taglia le braccia e le gambe. Così il dovere del re è quello di governare bene il suo popolo. E in faccia a questo dovere tutte le carte sono polvere e fumo.

Il Francese – Dunque la fede nelle promesse....

Napoleone – Deve essere reciproca o niente. I popoli mancano ad ogni momento di fedeltà, congiurano contro i re, attentano alla loro vita, e poi si vuole tenere i re legati perpetuamente con un pezzo di carta? Pazzie.

Il Francese – Nessuno è in libertà di rompere il suo contratto, e la carta era un contratto che i Borboni dovevano mantenere alla Francia.

Napoleone – Non è vero. La carta era un dono, e non era un contratto. Dov'è che la Francia si sia riunita per venire a patti col suo re? E il popolo francese cosa ha conceduto al re in correspettività della carta?

Il Francese – L'ubbidienza e la fedeltà.

Napoleone – Non è vero. I Francesi dovevano la fedeltà e l'ubbidienza ai Borboni ancora senza la carta, e perciò la carta non è un contratto, ma un dono di Luigi XVIII.

Il Francese – In ogni modo nessuno può ripigliare il suo dono.

Napoleone – Si può ripigliarlo quando è corrisposto dalla sconoscenza, e quando il dono risulta in danno di tutti. All'uomo che impazzisce si devono levare le armi che gli vennero donate.

Il Francese – Carlo Decimo giurò di osservare la carta.

Napoleone – Canaglia; voi non sapete in nome di chi si giura, e invocate la santità del giuramento? Il giuramento non obbliga all'iniquità, e sarebbe stato un fatto iniquo, lasciare che la Francia andasse in fiamme per secondare il genio maligno de' pochi.

Il Francese, – Credevamo che foste l'inimico dei Borboni, e troviamo che siete il loro avvocato.

Napoleone – Pazzi: io amavo me stesso, e non odiavo i Borboni. Ne uccisi uno per politica, e li avrei uccisi tutti, come avrei scannato tutti i monarchi dell'universo se il mio interesse avesse domandato la loro morte, ma non li odiavo. Il mio cuore non conosceva nè amore, nò odio, e il mio respiro erano solamente l'orgoglio e l'ambizione. Per questa ho sterminata l'Europa, e ho fatto vedove quasi tutte le donne francesi. Io sono stato il tiranno della Francia, non Carlo X. erede legittimo di sessantanove legittimi re, e me, non quegli, dovevate sbalzare dal trono, se foste stati prodi come siete pazzi e sleali.

Il Francese – Maestà: non crediamo che siate morto sul letto di Luigi il grande.

Napoleone – Codardi! L'ira di Dio e le armi degli Alleati mi hanno discacciato dalla Francia, non già l'ardire e la vendetta de' Francesi. Io mi sono servito di voi per flagellare il mondo, come Sansone si servì della mascella di un asino per battere i Filistei; ho desolato le vostre contrade, ho dissipato le vostre sostanze, ho profuso il vostro sangue, ho vilipeso i vostri diritti ho deriso il vostro pianto, e voi avete baciato la polvere de' miei piedi, avete tremato al mio sguardo, e tuttora impallidite e tremate al mio nome. Adesso vi mostrate vigorosi e zelanti delle vostre carte contro un vecchio mansueto che vi governava da padre, e non aveva altro nel cuore fuorchè la giustizia, la pace e la felicità dei Francesi; ma se la maledizione dell'Eterno facesse sorgere un altro Napoleone, la Francia sarebbe di bel nuovo una mandria di pecorame, e i Francesi tornerebbero ad essere moneta plateale, e carne da cannone.

Il Francese – Sire: quando vi piaceva d'essere l'imperatore dei Francesi non tenevate questo amaro linguaggio.

Napoleone – Vigliacchi! io vi ho spregiato sempre senza degnarmi di occultarvelo, e quando vi mettevo sotto i piedi potevate vedere sulle mie labbra il riso dello scherno se aveste avuto il coraggio di fissare lo sguardo sul mio volto. Ma lo schiavo non ardisce di mirare in faccia il padrone, e la Francia è fiera e inesorabile soltanto con gli errori dei suoi legittimi re.

Il Francese – A voi, che l'avevate coperta di gloria, ha potuto accordare qualche licenza, ma non ha voluto soffrire che un vecchio imbelle violasse la costituzione e calpestasse impunemente i suoi diritti.

Napoleone – Mentite. Carlo X non ha violato la costituzione della Francia.

Il Francese – Voi stesso avete parlato di errori.

Napoleone – L'errore è il retaggio della umanità, ma non bisogna confonderlo col tradimento e con lo spergiuro. Non so se la Politica del vostro re abbia messo talora il piede in fallo, ma vi convincerò che Carlo X non ha violato la costituzione di Luigi XVIII.

Il Francese – Maestà: voi siete stato in vita spregiatore di ogni legge e di ogni giustizia, ed ora chi vi ha dato la sapienza per giudicare sulle ragioni dei popoli?

Napoleone – La morte. Sopra la terra, dall'oriente all'occidente, e dal settentrione al mezzo giorno io vidi sempre solamente me stesso, ma quando non si è più sulla terra in qualunque luogo si stia si vede la verità. Datemi quella pazza carta che da queste bolgie infernali fu spedita lassù nel mondo per prolungare la desolazione della umanità, e ditemi qual' è l'articolo violato dal vostro re.

Il Francese – Contro l'articolo ottavo Carlo X tentò di abolire la libertà della stampa.

Napoleone – Mentite. Quell' articolo accordava ai Francesi l'arbitrio di pubblicare le loro pazzie e le loro empietà, conformandosi però alle leggi repressive degli abusi di quella libertà sconsigliata e funesta. L'editto di Carlo X non aboliva la libertà della stampa, ma procurava di moderarne la licenza, e di mettere qualche argine a una fiumana di veleno e di bitume ardente che coorreva ad appestare e incendiare tutta la terra.

Il Francese – Inoltre volle farsi tiranno e distruggere la rappresentanza nazionale, disciogliendo la camera dei deputati.

Napoleone – L'articolo 50 della carta gli lasciava questo potere.

Il Francese – Ne aveva disciolta un' altra tre mesi prima.

Napoleone – La carta non toglieva al re l'arbitrio di scioglierne quante voleva.

Il Francese – – Ma Carlo disciolse questa camera avanti alla sua prima sessione.

Napoleone – Mostratemi un articolo della carta in cui gli fosse vietato di farlo.

Il Francese – Questo divieto non si legge espresso, ma il buon senso lo sottintende, e se la carta avesse accordato al re il potere di sciogliere le camere una dopo l'altra senza lasciarle parlare, avrebbe favorito il dispotismo del re, non già i diritti del popolo, e la costituzione avrebbe distrutto se stessa.

Napoleone – Dite piuttosto che la costituzione lasciando al re questo arbitrio, gli lasciò il modo legittimo di respingere una camera sproporzionata al buon regime dello stato, e composta di deputati insolenti e ribelli – Quasi tutti i deputati dell'ultima camera erano già conosciuti e sperimentati contraddittori faziosi del re, il quale per liberarsi dalla loro cattiveria avea disciolta la camera precedente. Mandarglieli di nuovo in faccia fu l'opera dell'intrigo e l'eccesso della sfrontatezza. Inoltre la elezione, dei congedati era contraria allo spirito della costituzione, giacchè la carta accordava al re il potere di sciogliere la camera perchè se ne facesse un'altra non perchè gli tornasse avanti, quella medesima fatta più orgogliosa e contumaci; di prima. Se il buon senso ha da essere l'interprete di un articolo, deve esserlo ancora di tutti.

Il Francese – Carlo doveva osservare la carta secondo le parole di essa, e non aveva il diritto d'interpretarla.

Napoleone – E in pari modo la doveva osservare la Francia, la quale non aveva diritto d'insorgere contro il potere riservato al re di sciogliere le camere a suo talento.

Il Francese – Ognun vede che in questa parte la carta lasciava un vuoto, e aveva bisogno di essere perfezionata.

Napoleone – Sia pure così, ma l'aggiungere alla carta spettava al re che l'aveva donata, e frattanto la Francia doveva tenerla come l'aveva ricevuta dalla generosità spontanea del re.

Il Francese – Anche il re poteva tenersi la camera come gliel'aveva data la Francia.

Napoleone – Non era obbligato a farlo, e non poteva farlo senza scossa del trono, e quindi senza pericolo della Francia. Coloro intendevano di soggiogare il re esigendo sfacciatamente il congedo del ministero perchè attaccato alla causa del re, e se il re non piegava in faccia alla prepotenza della camera, avrebbero negata l'approvazione a tutte le imposte.

Il Francese – L'articolo 47 della carta garantiva alla camera il diritto di approvarle e di escluderle.

Napoleone – È vero, ma un governo senza tesoro e senza finanze non può reggere un giorno, e tanto era che la carta accordasse alla camera il diritto di ricusare tutte le imposte quanto era che le accordasse il potere di demolire il trono e distruggere la monarchia. Perciò quell'articolo 47 aveva bisogno di riforma, e senza la riforma di questo articolo non si poteva riformare il diritto illimitato del re di sciogliere la camera quando e come volesse.

Il Francese – E bene, sia come vi piace dello scioglimento della camera; ma il terzo editto del re fu una violazione aperta della carta, perchè distrusse tirannicamente la legge sulla elezione dei deputati, sostituendone un'altra dettata dal dispotismo.

Napoleone – Non è vero che l'editto del re distruggesse la legge sulle elezioni: la modificava soltanto con ordinanze proporzionate alla quiete e alla sicurezza dello Stato senza ledere neppure una di quelle condizioni prescritte dalla carta. L'articolo 14 gli accordava questo potere, e il re ne aveva usato altre volte senza querela della Francia.

Il Francese – Il re abusava di quell'articolo, e perciò nella nuova carta è stato riformato e ristretto.

Napoleone – Sì, e con questo solo avete messo la vostra rivoluzione dalla parte del torto. Se la carta di Luigi XVIII non avesse accordato al re quel potere, non ci era necessità di levarglielo con la carta di Luigi Filippo, ed anzi bisognava lasciare così quell'articolo a testimoniare in perpetuo la violazione di Carlo X.

Il Francese – Quell'articolo si è riformato per allontanarne qualunque ambiguità, e acciocchè non ci fosse più nessun arbitrio d'interpretarlo.

Napoleone – Dunque per lo meno era dubbioso ed oscuro, e voi lo avete dichiarato per tale a tutta la posterità con quella sconsiderata riforma. La carta era un dono del re. Gli articoli della carta, o non ammettevano interpretazione, o potevano interpretarsi solamente dal re, e il re ha interpretato le oscurità della carta proporzionatamente alla sicurezza e alla tranquillità della Francia. Voi avete discacciato il re, e avete condannato i ministri a titolo di spergiuro e di violazione manifesta della carta, e poi avete distrutto il preteso delitto del ministero e del re, dichiarando in faccia a tutto il mondo che la carta era oscura e dava luogo ad essere interpretata. Ecco la concordanza della vostra rivoluzione, e il buon senso delle vostre gloriose giornate.

Il Francese – Maestà.

Napoleone – Tacete uomini senza cervello, e contentatevi di essere felloni senza pretendere il vanto di ragionevoli.

Il Francese – Voi sarete in ogni luogo lo stesso Napoleone, sempre conculcatore dei diritti dei popoli, e sempre desideroso della tirannide.

Napoleone – E voi Francesi con l'abuso perpetuo della libertà, e con le mani lordate nel sangue dei vostri re sarete sempre la giustificazione la più evidente del dispotismo.

Il Demonio – Bravi, bravi ragazzi; così mi piace. Chi non ha saputo vivere un momento in pace sopra la terra non deve aspettarsi di trovare la pace a casa del Diavolo. Intanto entrate nei vostri appartamenti, e incominciate una villeggiatura che vuol essere un poco lunga. Voi, monsù Napoleone, andate a godere il premio della vostra tirannia, e voi, eroi della libertà, andate a raccogliere il frutto delle vostre gloriose giornate.

DIALOGO QUARTO.

IL MONDO, LA GUERRA, LA MODERAZIONE, E LA LEGITTIMITÀ.

Il Mondo – Sono più mesi che batto, e costei ancora non ode. E pure per il solito il più piccolo fiato basta a destarla. Guerra, Guerra, alzatevi, che non ci è tempo da perdere.

La Guerra – Andate e lasciatemi in pace. Per bacco ci vuole un poco di discrezione. Fatico i secoli intieri senza pigliare respiro; adesso che le cose del Mondo sono accomodate si può lasciarmi riposare un momento.

Il Mondo – Signora no, non si può. Dopo il giorno del giudizio riposerete con tutto il vostro comodo, ma per ora venite fuori e non perdete tempo.

La Guerra – Eccomi dunque. Chi è che mi domanda?

Il Mondo – Vi domando io che sono il Mondo, e ho bisogno grandissimo di voi.

La Guerra – Oh questa è bella davvero! Si dice sempre che la Guerra è la rovina del Mondo, e adesso il Mondo viene a domandar ajuto alla Guerra.

Il Mondo – Cosa volete farci? Un povero ammalato bisogna che per guarire ricorra ancora al veleno.

La Guerra – Vi sentite poco bene?

Il Mondo – Altro che poco bene. Sono rovinato, sgangherato e sbudellato peggio di prima.

La Guerra – Chi vi ha precipitato così in un momento?

Il Mondo – La Rivoluzione.

La Guerra – Canchero! Colei è capace di tutto e fa più essa in un giorno, che la Guerra in dieci anni. Dite un poco; dove si è mostrata quella carogna?

Il Mondo – Prima in Francia secondo il solito, e di là ha corso come un fulmine per quasi tutta l'Europa. Il Belgio si è rivoltato; la Polonia si è rivoltata; la Svizzera, la Sassonia, e così tanti principati della Germania. Figuratevi; anche quei bardassi d'Italia si sono inviperiti. Modena ha fatto la rivoluzione, Parma ha fatto la rivoluzione, e fino i biricchini di Bologna hanno fatto la rivoluzione.

La Guerra – Cosa mi dite mai? Quando è così conosco che fra poco dovrò mettermi in moto.

Il Mondo – Fra poco! Anzi subito e senza perdere neppure un momento. Le rivoluzioni sono come le fiamme alle quali non si deve accordare il tempo di dilatarsi. Se date tempo al fuoco è finita, e va in cenere tutta la casa. Adesso i francesi ribelli sono ancora incerti e sbalorditi dal loro stesso delitto, e i francesi buoni e fedeli al loro legittimo re sono apparecchiati a sostenerne i diritti; le armate, i governi e le amministrazioni sono per la maggiore parte in mano dei partitane di Carlo, e in fine tutta la Francia è sdegnata contro la prepotenza di pochi scellerati o pazzi che si arrogano il diritto di disporre di lei e fanno di tutto per subissarla di nuovo nel precipizio. Se però non si accorre presto al rimedio il governo rivoluzionario prenderà consistenza, gl'impieghi militari e civili passeranno tutti in mano dei ribelli, i partigiani del re legittimo saranno scoraggiti o corrotti, la Francia per amore o per forza si anderà accomodando col nuovo ordine di cose, e la rivoluzione, che si può soffocare con poco adesso che è bambina, acquisterà vigore, e non si potrà soggiogarla mai più, ovvero si potrà solo con un altro mare di sangue.

La Guerra – Dite bene.

Il Mondo – Inoltre sapete bene che non si può fare la guerra nè sostenere il governo senza quattrini, e la Francia in questi primi momenti deve essere necessariamente spiantata. La Rivoluzione mette paura a chiunque ha denaro, e gli uomini di tutti i partiti si accordano tacitamente a nasconderlo e metterlo in sicuro. Con questo si arena il commercio, decade il credito, svanisce la fiducia, e oggi la Francia non troverebbe il prestito di uno scudo neppure se dasse in pegno la banchera di tre colori. L'altra rivoluzione si sostenne a forza di carte chiamate assegnati, i quali, bene o male, ebbero un fondo nella massa smisurata dei beni nazionali che vennero tutti venduti. Oggi i beni nazionali non ci sono più, e la moneta di carta servirebbe solamente per incartare il caviale. Bisogna dunque dare addosso alla Francia finchè è povera e screditata, e non lasciarle tempo di rimettersi in gambe.

La Guerra – Dite bene.

Il Mondo – In fine la Rivoluzione assomiglia al peccato, il quale al primo aspetto viene abborrito da tutti per la sua naturale deformità, ma se in luogo di combatterlo si comincia a prenderne confidenza, si finisce coll'essere peccatori. La prima rivoluzione della Francia quando incomincò non aveva un partigiano in tutta la mia giurisdizione; i francesi erano detestati da tutti, e per impaurire i fanciulli si nominavano i francesi in vece dell'Orco e della Befana. Bel bello s'incominciarono a guastare le teste, lo spirito della rivoluzione mi entrò in tutti i buchi, e voi sapete quanto avete avuto da fare per accomodarmi le ossa. Anche adesso la più grande e la miglior parte di quelli che mi passeggiano sulla groppa è indispettita contro questo nuovo attentato, desidera con tutto il cuore che venga subito represso; ma se si perde il tempo, i francesi soffieranno la peste della libertà in tutti gli angoli della terra, sedurranno con la licenza, con le promesse e con le menzogne una gran parte degli uomini, e in fine una metà del mondo dovrà combattere contro l'altra metà del mondo.

La Guerra – Dite benissimo, e non ci è tempo da perdere. Vado a mettermi gli stivali e sono subito con voi.

La Moderazione – Fermatevi, e non vi movete.

Il Mondo – Cosa volete?

La Guerra – Chi siete?

La Moderazione  – Io sono la Moderazione.

La Guerra – Ed io che sono la Guerra non ho avuto mai che fare con voi. Addio.

La Moderazione – Fermatevi, vi dico, perchè sono spedita dalle autorità superiori.

Il Mondo – Da chi siete spedita?

La Moderazione – Dalle potenze alleate.

La Guerra – Ho capito; vi hanno mandato a sollecitarmi. So tutto, e vengo immediatamente a servirle.

La Moderazione – Tutto al contrario vi dico, e voi non dovete muovervi, perchè non ci è più la guerra.

La Guerra – No!

Il Mondo – Come no?

La Moderazione – Sì signore, non ci è più guerra, e voi signora Guerra siete fuori di servizio.

La Guerra – Forse la Rivoluzione ha dato addietro?

La Moderazione – Oibò.

Il Mondo – Carlo X è tornato sul trono?

La Moderazione – Neppure.

Il Mondo – Il re di Olanda ha ricuperato il Belgio?

La Guerra – La Polonia si è sottomessa?

Il Mondo – La causa di tutti i principi è assicurata?

La Guerra – Le cose del Mondo sono accomodate?

La Moderazione – Niente affatto di tutto questo. La Rivoluzione è più temeraria di prima, i ribelli trionfano in tutte le parti, la causa dei re sta in bilico minacciata sempre di precipizio, e le cose del Mondo camminano a rotta di collo. Con tutto ciò i sovrani non possono fare la guerra.

Il Mondo – E perchè non la possono fare?

La Moderazione – Perchè glielo ha proibito il non intervento.

La Guerra – Chi è questo coglioncello che pretende di legare la mani ai re, e di tenere sottosopra il mondo?

La Moderazione – Parlate con rispetto, perchè è un personaggio di riguardo.

Il Mondo – Ma insomma chi è?

La Moderazione – È il figliuolo della rivoluzione di Francia.

Il Mondo – Spiegatevi un poco meglio, perchè io non v'intendo.

La Moderazione – La Francia ha dichiarato che ognuno è padrone di rivoltarsi, e che nessuno deve soccorrere i principi legittimi contro i loro sudditi rivoltosi. Questo e non altro è il principio di non intervento.

La Guerra – Una bagattella da niente. E i principi hanno riconosciuto e approvato questo principio?

La Moderazione – Sentite; un'approvazion propriamente espressa e sottoscritta credo che non ci sia, ma intanto la Francia parla alto, proclama il suo principio, minaccia chi volesse toccarlo, e i principi quando sentono nominare il non intervento, si cavano la berretta.

La Guerra – Questa è veramente da ridere. Se un ladro mi sfascia la casa ed io chiamo ajuto dalla finestra, il vicino non può venire a soccorrermi? Se un servo traditore minaccia di scannarmi, i parenti e gli amici hanno da lasciare che mi scanni e non possono accorrere a liberarmi?

La Moderazione – Tant' è. Ognuno si ajuti da sè medesimo meglio che può, ma l'intervento non ci è più.

Il Mondo – Ditemi un poco. I principi credono o non credono di essere sovrani legittimi dei loro popoli per diritto accordato loro dalla grazia e dal volere di Dio?

La Moderazione – Levato Luigi Filippo, tutti gli altri lo credono.

Il Mondo – Sanno o non sanno che nella società degli uomini si può, anzi si deve soccorrersi a vicenda, che il debole ha diritto di domandare l'ajuto del forte e il forte è obbligato per legge di natura di sovvenire alla oppressione ingiusta del debole?

La Moderazione – Sì, lo sanno.

Il Mondo – Conoscono o non conoscono che la causa di un re è quella di tutti i re, e che qualunque cosa si dica, la rivoluzione di Francia tenta di penetrare in tutti i regni, e minaccia di subissare tutti i troni?

La Moderazione – Sì, lo conoscono.

Il Mondo – Dunque come mai si adattano ad un principio che toglie ai re la sovranità per trasferirla nei popoli, che distrugge il legame sociale impedendo il soccorso vicendevole degli uomini comandato dalla giustizia e dalla carità, e che minaccia tutti i monarchi di mandarli in pellegrinaggio insieme con Carlo X?

La Moderazione – Tutto questo è verissimo, ma il non intervento comanda e nessuno si muove.

La Guerra – La rivoluzione sta ferma anch'essa?

La Moderazione – Quella poi no, anzi cammina a marce forzate. La Francia si sfiata per soffiargli chetro e la propaganda francese non si arresta per nessuna considerazione.

Il Mondo – Questa è una cosa che mi fa restare stordito. Vogliamo dire che i principi abbiano paura della Francia?

La Moderazione – Oibò. Dopo di averla vinta quando aveva alla testa Napoleone, e andava tutta superba per venticinque anni di trionfi, volete che la temano al tempo di Luigi Filippo, e mentre nelle strade di Parigi si vedono tuttora le pedate dei soldati russi e tedeschi? Al contrario la Francia teme essa stessa, ed i francesi fanno i bravacci, ma quando sentono nominare i Cosacchi, si pisciano dentro i calzoni.

La Guerra – Sarà dunque per risparmiare le spese.

La Moderazione – Neppure. Tutte le potenze stanno sul piede di guerra, e questo stato di diffidenza armata costa assai più di quanto costerebbe una buona guerra guerreggiata davvero.

La Guerra – Forse hanno temuto che i loro popoli non volessero secondarli, e che mettendo il mondo a rumore si ribellassero anch'essi?

La Moderazione –Non dovrebb' essere nemmeno questo, vedendosi che i principi confidano nei loro popoli, giacchè accrescono smisuratamente il numero dei soldati che alla fine sono popolo anch'essi. E poi se si teme che lo spirito della libertà possa corrompere i popoli, più si lasciera soffiare alla Francia e più ci sarà da temere per la seduzione dei popoli.

Il Mondo – Ma dunque perchè i principi non provedono alla mia quiete e alla loro sicurezza, e non fanno la guerra?

La Moderazione – Io non so cosa dirvi; so solamente che la guerra non c'è più, e che adesso al mondo tutto ha da essere moderazione.

Il Mondo – Figliuola mia, parliamoci chiaro. Negli affari grandi voi siete stata sempre poco rispettata anche quando avreste potuto giovare, e crederete che si pensi a voi davvero quando la troppa moderazione può produrre la rovina del mondo? No no, qui sotto ci sta qualche mistero.

La Moderazione – Anch'io ho immaginato alcuna volta di essere un burattino mosso da qualche mano invisibile, ma intanto le cose vanno così, e tutto all'improvviso la moderazione è diventata la padrona del mondo.

La Guerra – Dunque io non mi posso più muovere?

La Moderazione – Neppur per sogno.

Il Mondo – Dunque se si abbrucia una casa non si può correre ad estinguere il fuoco?

La Moderazione – Dio guardi. L'intervento è scomunicato per sempre.

Il Mondo – Benissimo. Così anderò sottosopra, e questo sarà per effetto della Moderazione. Almeno sarà contento il povero Turco.

La Moderazione – Perchè?

Il Mondo – Perchè le potenze alleate non potranno intervenire più nella Grecia, ed egli con due staffilate metterà la testa a partito a quei ribelli.

La Moderazione – V'ingannate. Le potenze assistono la Grecia, e il Turco non può muovere un dito.

La Guerra – Come va questo col principio del non intervento?

La Moderazione – Non so dirvelo precisamente, ma credo che nel libro del non intervento ci sia una parentesi per la Grecia.

La Guerra – Povero diavolo di Turco. Ci mancava la parentesi per finire di assassinarlo.

Il Mondo – Per il Belgio però non ci sono parentesi, e il re di Olanda lo ha quasi ripreso tutto.

La Moderazione – Che, non sapete niente?

Il Mondo – Ci è qualche cosa di nuovo?

La Moderazione – Sono usciti fuori cinquantamila Francesi in ajuto del Belgio, e il povero Guglielmo ha dovuto battere la ritirata.

Il Mondo – I Francesi come ci entravano?

La Moderazione – Hanno detto di sostenere i protocolli della conferenza di Londra.

Il Mondo – Cos'è la conferenza di Londra, e cosa sono i suoi protocolli?

La Moderazione – La conferenza è una conversazione che si tiene a Londra da un pezzo in qua tra i ministri delle cinque maggiori potenze di Europa, i quali per divertirsi mettono fuori di quando in quando certi indovinelli che adesso si chiamano protocolli. Questi protocolli dicono ora di sì, ora di no, e chi arriva a capirli è un grand'uomo; ma tuttavia quando è venuto fuori un protocollo, bisogna fare a modo suo finchè non ne venga un altro che dica il contrario.

La Guerra – E cosa hanno da fare la conversazione e gli indovinelli di Londra con le cose dell'Olanda e del Belgio?

La Moderazione – Vedo bene che siete ignoranti, e ci è bisogno di farvi la scuola. Quando Brusselles facendo la scimmia a Parigi operò la sua rivolta, i Francesi subito s'ingolosirono di fare un dejuné col Belgio, e molti di quei buoni fiamminghi accecati dalla rabbia si contentarono che il loro paese fosse piuttosto il valletto della Francia, che il fratello maggiore della Olanda. Alle potenze alleate non andava a genio quel dejuné, ma con la forza non arrivavano a tempo d'impedirlo, perchè la Francia era la più vicina. Giacchè dunque la Francia istessa aveva già messo fuori il non intervento per le cose sue, le potenze lo misero fuori per le cose del Belgio, e la Francia non trovandosi all'ordine per fare la guerra con tutti, dovè simulare di rispettarlo.

La Guerra – Fin quì va bene, e giusto appunto perchè ci è il non intervento l'Olanda e il Belgio possono pettinarsi fra di loro liberamente.

La Moderazione – Signor no che non possono, perchè ci è la conferenza di Londra.

Il Mondo – E siamo da capo con la conferenza di Londra. Cosa vuole la signora conferenza?

La Moderazione – Ha deciso che il Belcio sia per sempre diviso dall'Olanda, che il re Guglielmo non debba sperare di riaverlo mai più, e che resti fermo e piantato come uno stivale, senza azzardarsi di toccare il Belgio nè punto, nè poco.

Il Mondo – Ma se ci è il non intervento, come intervengono tutte le potenze in corpo nelle cose dell' Olanda e del Belgio?

La Moderazione – Questo non si chiama intervento.

Il Mondo – E cosa diavolo si chiama, scimunita e insensata che siete? Oibò, oibò, le cose non sono così. Voi vi prendete spasso di me, e il re di Olanda riprenderà il suo Belgio armata mano con tutta la vostra conferenza di Londra.

La Moderazione – Appunto perchè lo ha tentato, cinquantamila Francesi l'hanno costretto a battere la ritirata.

Il Mondo – Dunque la Francia ha rotto il non intervento.

La Moderazione – E appunto perchè i Francesi sono entrati nel Belgio la conferenza di Londra ha fatto un subisso per causa del non intervento, e li cinquantamila sono tornati subito a casa.

Il Mondo – Dunque la conferenza di Londra vuole che l'Olanda e il Belgio si strighino fra di loro senza che nessuno ci metta le mani.

La Moderazione – Signor no che non vuole, e se il re di Olanda si muoverà gli aneleranno contro tutte le potenze della conferenza di Londra.

Il Mondo – Dunque tutte le potenze alleate si accordano a rompere il non intervento?

La Moderazione – Signor no: il re d'Olanda non si ha da muovere, e questo non si chiama rompere il non intervento.

Il Mondo – Adesso adesso vi batto in testa il Vesuvio, pazzarella temeraria e sfacciata. Andate di là dal mare coi vostri protocolli e indovinelli di Londra. Chi vi insegna di venirvi a beffare di tutto il mondo?

La Moderazione – Andate pure in collera quanto volete; io vi dico solamente la verità.

La Guerra – Vogliamo dire che la conferenza di Londra si senta poco bene e sia andata ad alloggiare al Bedlam?

La Moderazione – Di questo non so niente nè pro, nè contra, e vi parlo solamente di quello che ho veduto.

La Guerra – Dalle cose d'Italia sarete bene informata?

La Moderazione – Anche nell'Italia ci entra il non intervento.

Il Mondo – Vedete che siete una bugiarda? Io stesso ho veduto con gli occhi miei i soldati tedeschi dell' Austria quando sono andati in Italia a mettere il cervello a partito ai ribelli di Parma, di Modena e dello Stato del Papa.

La Moderazione – Tutto questo è vero, e quanto a Modena e Parma, siccome sono Stati che dipendono dagli Austriaci, si è trovata strada per accomodarla col non intervento, ma quanto allo Stato del Papa è andata diversamente.

Il Mondo – Vi dico che li ho veduti io medesimo.

La Moderazione – Signor sì, ci sono entrati, ma il non intervento ha incominciato a gridare come un'aquila, e i Tedeschi hanno dovuto raccomandarsi alle gambe.

La Guerra – Dite davvero o burlate?

La Moderazione – Altro che burlare. Se aveste veduto come sgambettavano. Pareva che avessero dietro gli sbirri.

La Guerra – E il Papa come è restato?

La Moderazione – È restato come don Falcuccio. A Bologna comandano i biricchini e gli fanno le fiche in faccia. A Roma si stampano ordini e contr'ordini, e non si sa dove battere la testa. La Marca poi secondo il solito fa il mestiere dell'asino, e porta tutta la soma.

La Guerra – E l'Imperatore d'Austria non si muove a pietà del povero sommo Pontefice?

La Moderazione – L'Imperatore ha buon cuore e lo ha dimostrato altre volte, ma non si può muovere per causa del non intervento.

Il Mondo – E un principe il quale è padrone di comandare a quattrocento mila soldati, ed è alleato con altri principi che ne hanno in piedi un milione, si lascia imporre da questa buffonata? Questa è una cosa che sbalordisce il mondo.

La Moderazione – Sbalorditevi quanto volete, ma lì fermi, e non si muova nessuno. Il non intervento comanda così.

Il Mondo – Qui ci è sotto qualche gran cosa, e bisognerebbe informarsi. Vedo una donna che viene dalla parte di Francia. Chi sa che non possa darci qualche notizia.

La Guerra – Quella è la Legittimità; la conosco perchè ho combattuto molti anni per lei. Guardate come è pallida e disfatta. Pare che non abbia più fiato.

Il Mondo – Dimandatele qualche cosa.

La Guerra – Amica, da dove venite?

La Legittimità – Dalla Francia.

La Guerra – Sapete niente del non intervento?

La Legittimità – Lo so pur troppo, e per questo ho abbandonato quel regno. Quando i ribelli mi discacciarono dal trono mi rifuggii nel cuore dei Francesi buoni, e fedeli, che non sono tanto pochi quanto si crede, e stavo aspettando che gli alleati fedeli alle loro promesse venissero a ristabilirmi nei miei diritti. Quando però ho conosciuto che le potenze di Europa hauuo apostatate dalla religione della legittimità per seguire l'eresia del non intervento, ho pensato di fare il fagotto, e me ne sono andata.

La Guerra – Abbandonate la Francia per sempre?

La Legittimità – Per sempre veramente non credo. Forse Iddio si muoverà a pietà della Francia, la quale non troverà mai riposo senza di me; ma chi su quando arriverà il giorno della misericordia del Signore!

La Guerra – E intanto Carlo X?

La Legittimità – Va pellegrino e ramingo, avviso ai re e documento novello della slealtà dei Francesi; i quali per colmo d'insulto si vantano pubblicamente di umanità per non averlo ammazzato.

La Guerra – Ma dite un poco. I principi non avevano promesso di difendersi uno coll'altro?

La Legittimità – Lo avevano promesso.

La Guerra – Carlo X non era compreso nella santa alleanza?

La Legittimità – Ci era compreso.

La Guerra – Dunque la parola giurata di tanti re non sarà mai violata, e vedrete che da un momento all'altro tutti si muoveranno per rimettere Carlo X sopra il suo trono.

La Legittimità – Questo non possono più farlo, perchè hanno già riconosciuto Luigi Filippo come re dei Francesi.

La Guerra – Burlate o dite davvero?

La Legittimità – Tant'è; Luigi Filippo è riconosciuto da tutti; i suoi ambasciatori stanno alle corti dei principi e quelli dei principi sono presso Luigi Filippo; la rivoluzione di Francia è stata aggregata fra le potenze legittime, e Carlo X con tutta la sacra alleanza e con tutti i suoi dieci secoli di legittimità domanda l'elemosina, e non pesa più neppure mezz'oncia nella bilancia dell'Europa.

Il Mondo – Ma dite un poco. Chi ha discacciato Carlo X dal suo trono?

La Legittimità – Il popolo, anzi una parte piccolissima e forsennata del popolo.

Il Mondo – Chi ha fatto re di Francia il figliuolo di Egalitè?

La Legittimità – Il popolo, anzi una parte piccolissima e forsennata del popolo.

Il Mondo – Dunque se i monarchi d'Europa hanno ripudiato Carlo X discacciato dal popolo, ed hanno riconosciuto Luigi Filippo messo sul trono dal popolo, si sono data la zappa su i piedi, ed hanno fatto la frittata di riconoscere che il popolo ha il diritto di creare e di deporre i re.

La Moderazione – Cosa volevate che facessero? Se non si riconosceva Luigi Filippo, bisognava accendere la guerra in tutta l'Europa.

Il Mondo – È meglio arrischiare che perdere, e la burrasca è meno male del naufragio. La causa della sovranità ha perduto più con questo passo falso di quanto avrebbe perduto con checi sconfitte, e in qualunque evento della guerra si sarebbe salvato almeno l'onore.

La Legittimità – Dite di più. Se non si voleva venire subito alle mani, si poteva dire alla Francia: noi non vogliamo nè riconoscere il vostro re, nè combatterlo; badate ai fatti vostri che noi vogliamo badare ai nostri, e la Francia con tutta la sua furia francese avrebbe pensato assai, prima di mettersi a scherzare con due milioni di bajonette. Così si potevano aspettare gli avvenimenti, e non si sarebbero sovvertite in tutto l'universo le idee della giustizia. Al contrario stravolgere il raziocinio di tutti i popoli, imparentarsi con quella prostituta della Rivoluzione, e dare un calcio diplomatico alla legittimità, è stato un fallo che ha fatto piangere il cielo e la terra, ed ha spalancato un abisso nella cui profondità non arriva nessuno sguardo.

La Guerra – Dunque voi ve ne andate?

La Legittimità – Signora sì, me ne vado.

La Guerra – E dove pensate di stabilirvi?

La Legittimità – Per ora mi restano molti domicilii, ma tutti provvisorii, e mi toccherà di stare come l'uccello sull'albero. Se a pochi birbaccioni viene il pensiero d'imitare li duecento ventuno, addio; ecco un altro Luigi Filippo, ed eccomi obbligata nuovamente a sloggiare.

La Guerra – Credete che i principi di Europa non si sosterranno, uno coll'altro?

La Legittimità – Non sapete che non possono per motivo del non intervento?

Il Mondo – A proposito. Chi è questo mascalzone che manda sottosopra tutte le cose del mondo?

La Legittimità – Non sapete chi è?

Il Mondo – Non lo conosco, e in tutti i miei cinquantanove secoli non si era mai nominato.

La Legittimità – E bene, vi dirò io che cos'è. È il tradimento travestito sotto la maschera della moderazione. Con questo la Francia acquista il tempo per consolidare la sua rivolta, deride tutti i monarchi, e rende inefficace l'ottimo loro volere, e col mezzo della sua propaganda diffonde la contaminazione rivoluzionaria in tutti gli Stati. Inoltre questa eresia politica del non intervento perverte i giudizii degli uomini, scoraggisce i buoni, rende aldanzosi i malvagi, accostuma i popoli a guardare con disprezzo la condotta dei loro governi, e prepara il trionfo completo della rivoluzione, e il totale sovvertimento degli ordini sociali, religiosi e civili.

La Guerra – Queste verità sembrano patenti e visibili come la luna di quindici giorni; ma come mai non si vedono dai principi dell'Europa!

La Legittimità – Uditemi, amici miei; la cecità è la pena del peccato. I potentati attuali sono cereamente buoni e retti, ma i flagelli non vengono sopra le nazioni per le sole colpe attuali dei principi. Non so se il peccato dell'Europa fosse nel congresso di Vienna, e se il Dio degli eserciti, che guidò alla vittoria le schiere confederate, venisse allora ringraziato col cantico della giustizia, ma so che la cecità ha colpito le potenze d'Europa. Prive di lume, misero il piede io fallo quando s'incamminarono verso la Grecia, e da allora in poi sono andate sempre e vanno tutt'ora fuori di strada. Ghisa quando la misericordia di Dio leverà ad esse la benda dagli occhi, e come potranno retrocedere dal laberinto in cui si trovano inviluppate? Ma intanto io mi preparo ad errare raminga, conculcata e proscritta: voi, Guerra, preparatevi a servire la causa dell'ingiustizia, e voi, povero Mondo, appettatevi di avere il volto tutto coperto di orrori e di sangue.

IL VIAGGIO DI PULCINELLA.

TRATTENIMENTO SCENICO

Recitato al mondo di oggi per far ridere il mondo di domani.

SCENA PRIMA.

Il Dottore e Pulcinella.

Il Dottore. Ho risolino, Pulcinella, e non voglio più cousigli....

Pulcinella. Anch' io, signor Dottore, sono risoluto, e vengo con voi.

Il Dottore. Eppure il distacco dalla patria è doloroso.

Pulcinella. A me pure mi viene da piangere pensando di lasciare Napoli mio.

Il Dottore. Ma come si può vivere in un paese dove non ci è la costituzione?

Pulcinella. Sicuro; senza la costipazione è un vivere da cani. Ditemi un poco; prima non si trovava la costipazione?

Il Dottore. In qualche luogo ce ne era qualche segno, ma.... capite bene...

Pulcinella. Ho capito. Piccole cose; costipazioncelle da niente. Ci vuole una costipazione gagliarda per vivere in buona salute. Ditemi un'altra cosa. A Napoli non si trova per niente la costipazione?

Il Dottore. Oibò. Il re di Napoli è un re affatto assoluto.

Pulcinella. Ho capito. E i re hanno da essere senza assoluzione e scomunicati in vita; Ditemi un'altra cosetta. Cosa vuol dire un re assoluto?

Il Dottore. Vuol dire un re che comanda secondo il proprio talento, e non dipende da nessuno.

Pulcinella. Vedete che cagnara! Ma dite un'altra cosa. Il calzolaro comanda nella sua bottega, l'oste comanda nella sua taverna, il capo di casa comanda nella sua famiglia, e il re perchè non ha da comandare nel suo regno?

Il Dottore. Ha da comandare, ma secondo le leggi.

Pulcinella. Adesso va bene; e questa mi capacita. Buona giustizia a tutti, e non si ha da dire a chi sì, a chi no. Ma ditemi, signor dottore, il re di Napoli non governa appunto così? Fa le leggi e comanda secondo quelle leggi. Quando non sono più buone, fa altre leggi, e comanda secondo quelle altre.

Il Dottore. E questo è quello che non va bene.

Pulcinella. No eh? Perchè non va bene?

Il Dottore. Perchè il re non ha da fare le leggi.

Pulcinella. E perchè non le ha da fare?

Il Dottore. Perchè non è il sovrano.

Pulcinella. Oh diavolo! E chi è sovrano se non è sovrano il re?

Il Dottore. Il popolo.

Pulcinella. Questa è più bella di tutte. E il popolo non lo sapeva?

Il Dottore. Si viveva nell'ignoranza.

Pulcinella. Guardate quanto ne sanno quei Bolognesi che sono venuti a farci la scuola! Come hanno fatto quei biricchinelli a impararne tanto?

Il Dottore. Bologna è una città studiosa. Si tratta che ci è la Università: e poi si è detto sempre: Bononia docet.

Pulcinella. Ma discorriamola un poco. Se il popolo è il sovrano, toccava a lui a fare le leggi.

Il Dottore. Sì, certamente.

Pulcinella. Non ci è pericolo che riesca una Babilonia? Si suol dire che quando sono tanti galli a cantare, non si fa mai giorno. E poi cosa ne sa il popolo del governare e fare le leggi?

Il Dottore. Il popolo sa tutto, e non falla mai.

Pulcinella. Ho capito. E i re possono sbagliare, perchè chi sa dove vanno alla scuola? Ma il popolo che fa li suoi studii nelle bettole e nei bordelli sa tutto, e non falla mai. E questo va bene. Discorriamo però di un'altra cosa. Se il popolo è quello che comanda, a chi toccherà di ubbidire?

Il Dottore. A tutti.

Pulcinella. Oh malora! Tutti hanno da comandare, e tutti hanno da ubbidire? E se avrò da ubbidire, cosa servirà che io sia sovrano?

Il Dottore. Sarai sovrano come popolo, e ubbidirai come Pulcinella.

Pulcinella. Quando è così, ho paura che comanderò poco.

Il Dottore. E perchè?

Pulcinella. Perchè d'esser popolo non me ne accorgo mai, e d'essere Pulcinella me ne accorgo sempre. Signor dottore, vi ricordate quando certi altri filosofi ci insegnavano a cavare il lapis philosophorum, o sia la maniera di fare l'oro a bizzeffe? Soffia, soffia, ci siamo sfiatati sopra quelli lambicchi, e in ultimo siamo rimasti spiantati e con le mani piene di mosche. Non vorrei che anche la sovranità del popolo finisse con una uscita di fiato.

Il Dottore. Il lapis philosophorum si aveva da trovare, e la sovranità del popolo si è già trovata.

Pulcinella. Manco male; e di questo ci ho gusto. Ma dove sta poi la sovranità del popolo?

Il Dottore. La abbiamo tutti in noi stessi.

Pulcinella. Eppure ho cercato tosto nelle saccocce, e non mi è riuscito di trovarcene neppure un pezzetto.

Il Dottore. La portiamo con noi dalla nascita.

Pulcinella. Ma io ho veduto a nascere tanti piccinini; erano tutti nudi come un verme, e la sovranità non si vedeva in nessun luogo. Se non era che stesse nascosta in qualche buco...

Il Dottore. Pulcinella mio, noi non siamo informati bene; ma la sovranità del popolo ci ha da essere di certo. Lo hanno detto li Bolognesi.

Pulcinella. Sarà poi da fidarsi di quelle teste sventate?

Il Dottore. Ti pare! Hanno studiato alla Università.

Pulcinella. Va bene; ma pure ho udito dire che ultimamente hanno fatte certe sconcordanze, le quali sarebbero vergognose anche per quelli figliuoli che studiano il Donato.

Il Dottore. Se poi fanno le sconcordanze peggio per loro, e quando arriverà il pedagogo la pagheranno con le staffilate. In ogni modo bisogna mettersi in viaggio, perchè in questo paese non ci si può più vivere.

Pulcinella. Questo poi è vero davvero, avete ragione da vendere. Diavolo! che razza di paese? Quì chi non fatica non mangia, chi ha debiti bisogna che li paghi, se si dice una parola storta subito ci è il castigo, se uno allunga un pochetto le mani, presto la prigione e qualche cosa di peggio; insomma è un vivere da disperati.

Il Dottore. E poi quì non si conosce la sovranità del popolo.

Pulcinella. Sicuro; ancora nessuno l'ha cavata dal buco.

Il Dottore. E il re comanda con potere assoluto.

Pulcinella. Verissimo; il re fa sempre da re, e Pulcinella fa sempre da Pulcinella.

Il Dottore. Dunque andiamo.

Pulcinella. Sì partiamo.

Il Dottore. Coraggio.

Pulcinella. Risoluzione.

Il Dottore. Addio, terra della schiavitù; andiamo nei paesi della libertà.

Pulcinella. Addio, Napoli mio, con tutti li tuoi maccheroni. Andiamo a empirci la panza con la costipazione.

SCENA SECONDA.

Il Dottore, Pulcinella, e la Guardia del confine.

Il Dottore. Eccoci finalmente nella terra beata della libertà.

Pulcinella. Manco male; ci ha voluto però un bel viaggetto.

Il Dottore. Cosa ti pare di questa bella Francia? Non è vero che qui anche il respiro sembra più libero?

Pulcinella. Sì certo: qui si respira benissimo da tutte le parti senza nessuna soggezione.

Il Dottore. Altro che quella miseria di Napoli...

Pulcinella. Sicuramente. A Napoli fa un caldo che affoga, e quì ci è un freschetto proprio da costipazione.

Il Dottore. Non mi par vero di essere uscito da un paese dove regna il potere assoluto.

Pulcinella. Non vedevo l'ora di arrivare in una terra veramente scomunicata.

Il Dottore. Ecco la guardia del confine. Si può entrare nel regno della libertà?

Pulcinella. Si può toccare con la punta dei piedi la terra della costipazione?

La Guardia. Da dove venite?

Il Dottore. Da Napoli.

La Guardia. Sarete fuggiti per la causa della libertà?

Il Dottore. Appunto. Siamo partiti dalla patria per non vivere sotto un re assoluto.

La Guardia. Dunque entrate pure, e fate di ogni erba un fascio. La Francia è la patria di tutti gli uomini liberi.

Il Dottore. Quando è così ci sarà gran concorso.

La Guardia. Potete immaginarlo. Spagnuoli, Polacchi, Tedeschi, Piemontesi, Bolognesi; tutti li scapestrati e pazzi del mondo, tutta la canaglia che non può vivere nel suo paese viene a godere l'ospitalità della Francia.

Il Dottore. E come fa a mantenersi tutta questa gente?

La Guardia. Finchè ha un bajocco lo spende. Quando poi sono ridotti veramente in camicia, la gran nazione li provede da capo a piedi. Si tratta che gli passa trentadue quattrini al giorno.

Pulcinella. Una bagattella da niente! E chi è che non voglia lasciare la patria, la moglie, i figliuoli, gli amici e quattro stracci di robba per venire a scialare in Francia con trentadue quattrini?

Il Dottore. Sarà un gran dispendio per la Francia?

La Guardia. La Francia è generosa, e per la sacra causa non guarda a spese.

Pulcinella. Una volta però li Francesi studiavano la economia. E quando sono venuti in Italia hanno pigliato tutto, e non ci hanno lasciato neppure le teste dei chiodi.

La Guardia. Qualche volta la gran nazione sentendosi appetito ha dato qualche morsicotto. Adesso però compensa largamente l'Italia, e il fiore degl'Italiani si trova in Francia a ricevere li trentadue quattrini.

Il Dottore. Cosa vuol fare poi la Francia di tutta questa gente?

La Guardia. Quel che si fa coi sassi; tirarli contro i cani. La Francia con le sue dottrine spiritose, e con la gloriosa rivoluzione ha dato un pochino sul naso a tutto il genere umano, e conosce bene che tutte le Potenze desiderano di metterle la testa a partito; Perciò volendo distrarle da questo cattivo pensiero procura di accendere il fuoco in casa di esse, e questi rifugiati sono pronti per servire di zolfanelli.

Il Dottore. Questo si chiama un pensare veramente saggio e pieno di carità. Per altro uno stato di guerra con tutti non può durare lungamente, e presto o tardi ci sarà un modo di accomodare le cose. Allora cosa farà la Francia di questi liberali?

La Guardia. Quello che si fa dei lunarii vecchi; non so se m'intendete.

Pulcinella. Intendiamo benissimo, e quel destino è propriamente adattato per il fiore dell'Italia.

Il Dottore. Frattanto però i poveri rifugiati si annojeranno di vivere nell'ozio.

Pulcinella. Anche a questo ha pensato la gran nazione, e appunto perchè quei buoni galantuomini non soffrano di malinconia li manda provvisoriamente a fare una partita coi Turchi. Anzi, con certi liberali più distinti è stata ancora più generosa, e li ha messi in capponara per fargli risparmiare la dozzina.

Il Dottore. Non si può negare che la Francia sia piena di civiltà, e quella degli sbanditi è una vita veramente deliziosa e onorata, e proprio da persone di giudizio.

Pulcinella. Dite un poco, monsù, anche per noi ci saranno li trentadue quattrini?

La Guardia. Avete congiurato contro il vostro re, scannato a tradimento qualche ministro, ovvero messo sottosopra in qualunque modo il vostro paese?

Il Dottore. Non signore, non ci abbiamo pensato.

Pulcinella. Diciamola come sta: il re di Napoli è un giovanotto che scherza volentieri, e perchè ultimamente certi ragazzi di Palermo volevano spassarsi un poco con la rivoluzione, il re si è trastullato a farne fucilare una quindicina. Noi siamo persone assennate e non ci convengono certe burle.

La Guardia. Dunque siete poltroni, e li trentadue quattrini non sono per voi.

Il Dottore. Come faremo a vivere?

Pulcinella. Chi penserà a farci le spese?

La Guardia. Faticate e guadagnatevi il pane.

Pulcinella. Un Pulcinella sovrano avrà da fare il facchino per campare?

Il Dottore. Un Dottore che fugge dal potere assoluto dovrà morire di fame nella terra della libertà?

Pulcinella. Quando era così potevamo restare a Napoli.

La Guardia. Andate, state, tornate, non ce ne importa un fico. La Francia protegge i birbanti, e non sa cosa farsi dei poltroni. Addio, balordi.

Pulcinella. Signor Dottore!

Il Dottore. Pulcinella!

Pulcinella. Io rimango di stucco.

Il Dottore. Mi cascano gli occhiali dal naso.

Pulcinella. Il principio non è troppo allegro.

Il Dottore. Facciamoci coraggio e andiamo avanti. Li trentadue quattrini sono perduti, ma alla fine la Francia non aveva obbligazione di darceli. Nel paese della libertà troveremo maggiori vantaggi.

Pulcinella. Ebbene; vediamo dove va a finire la costipazione.

SCENA TERZA.

Il Dottore, Pulcinella, e la Finanza.

La Finanza. Alto là, fermatevi.

Il Dottore. Non ci moviamo.

Pulcinella. Siamo fermi come due pilastri.

La Finanza. Io sono la Finanza, e devo visitare tutto ciò che entra nel regno. Abbasso i vostri fagotti. Che cos'è questo involto?

Il Dottore. È un poco di tabacco del mio paese.

La Finanza. Il tabacco estero è contrabbando, e voi lo avete perduto. E quest'altro involto cosa contiene?

Pulcinella. Ci è un pezzo di oascio cavallo che ho portato per far il memento di Napoli.

La Finanza. Pagate dieci soldi per il dazio d'introduzione.

Pulcinella. Ma io son un pover' uomo e non tengo denari.

La Finanza. Dunque anche questo è perduto.

Il Dottore. Nel regno della libertà non si è liberi di pigliare il tabacco a suo modo;'

Pulcinella. Il popolo sovrano non è padrone di portare un pezzetto di cascio dove gli pare?

La Finanza. Se volete introdurre il formaggio pagate il dazio d'introduzione, e se volete prendere il tabaeco andate a comprarlo alla privativa nazionale.

Pulcinella. Anche qua si trovano queste porcherie delle gabelle, e delle privative?

La Finanza. Credete forse che il governo di un paese libero possa mantenersi senza denaro?

Il Dottore. S'intende bene che ogni governo ha bisogno di avere una rendita, ma credevamo che nei paesi della libertà, gli aggravii del popolo fossero appena sensibili.

La Finanza. Quanto a questo, vivete in grande inganno, perchè gli aggravii sono più forti adesso di prima.

Il Dottore. Più forti adesso che al tempo di Carlo X?

La Finanza – Indubitatamente; al tempo di Carlo X il popolo era un povero suddito, e pagava da suddito, adesso è sovrano, e paga da sovrano.

Pulcinella. Dunque nel tesoro ci sarà una montagna di Luigi Filippi?

La Finanza. Tutto al contrario; il tesoro è pulito come il rovescio della scodella.

Il Dottore. Come può accadere questa faccenda?

La Finanza. Io non so dirvi il perchè, ma questo è il miracolo di tutte le rivoluzioni. Appena un paese si rivolta, gli aggravii crescono, i privati cadono in miseria, e la cassa della nazione è sempre vuota.

Pulcinella. Si è detto sempre che l'oro è il ministro di tutte le iniquità. Per questo quel birbante si accorda con li re assoluti, e non può vedere li popoli liberi.

Il Dottore. In Inghilterra peraltro non accade così. Quello è il paese della libertà e dell'oro.

La Finanza. Finora la libertà dell'Inghilterra non è stata di quella buona, e il re ne lasciava il fantoccio al popolo per trastullarlo, come si danno i giuocarini ai ragazzi. Se però quel regno diventerà libero alla francese, anche Londra, come speriamo, farà le sue gloriose giornate; siate sicuri che l'oro fuggirà dall'Inghilterra come è fuggito dalla gran nazione, e la superba Albione restata in guarnello verrà a ballare un padedù con la Francia.

Pulcinella. Frattanto se la gran nazione si trova senza denaro, bisognerà che faccia debito per campare.

La Finanza. Neppur questo può farsi perchè non trova credito.

Il Dottore. Oh diavolo! questo è un torto manifesto, e il popolo sovrano se lo avrà a male.

La Finanza. Tant'è; dei re assoluti si fidano tutti, e dei popoli sovrani, non si vuol fidare nessuno.

Il Dottore. Da cosa nasce questa dilfidenza?

La Finanza. Il mondo è vecchio, e sapete che i vecchi sono sospettosi e ostinati, e non vogliono lasciare i loro pregiudizii. Questo vecchio matto sostiene che da sessanta secoli in qua i re hanno comandato sempre, e che per quanto si è fatto, le cose senza i re non sono andate mai bene; dice che la libertà, la costituzione, e la sovranità del popolo sono ragazzate e cose da matti; e assicura che presto o tardi tutti se ne accorgeranno, e che i re torneranno a comandare liberamente, perchè la natura ha fatto gli uomini in certo modo che non possono vivere insieme senza essere comandati e governati dai re.

Pulcinella. Queste cose che dice il mondo son ben dette?

La Finanza. Oibò, dice malissimo. Le cose senza i re vanno a maraviglia, e basta vederlo in Francia e in tutti i paesi dove si fanno le gloriose giornate; la costituzione e la sovranità del popolo sono necessarie come il pane, e tutte le nazioni che hanno vissuto fin qua senza queste ricette ognuno sa come sono andate; e in fine i re non torneranno mai più, perchè la natura vuole lo scompiglio, non vuole l'ordine, ed è chiaro come la luce che devono comandare i piedi e non la testa.

Il Dottore. E con tutto ciò....?

La Finanza. Con tutto ciò la parola di un vecchiaccio di sessanta secoli viene creduta, e appena una nazione discaccia il re e acquista la sua libertà, non trova più credito neppure fra gli Ebrei.

Il Dottore. Almeno i liberali....

La Finanza. I liberali sono larghi a parole, ma quando veniamo ai fatti pensano a provvedere se stessi, e si mostrano liberali per prendere, ma non per dare. In sostanza quanto all' interesse, in Francia un Carlino vale più di un Filippo.

Il Dottore. Se la Francia paga più adesso di prima e con tuttociò si trova screditata e spiantata; cosa ha guadagnato con fare la rivoluzione?

Pulcinella. Se il popolo sotto la costipazione è più miserabile che sotto il governo assoluto dei re, cosa conclude la sovranità del popolo?

La Finanza. Di queste cose non me ne intendo, so che la rivoluzione mi fa venire la lupa, e divoro tutto quello che trovo.

Pulcinella. Così il popolo sovrano resterà in camicia.

La Finanza. E allora sarà veramente un popolo libero. Addio.

Pulcinella. Signor Dottore!

Il Dottore. Signor Pulcinella!

Pulcinella. Le cose nostre hanno incominciato male e prosieguono peggio.

Il Dottore. Forse sarà così a prima vista. ma dopo prenderanno migliore aspetto. Questi poveri Francesi bisogna compatirli, e già si sa che per sfasciare una casa ci vuole qualche spesa.

Pulcinella. Non si poteva fare a meno di questa sfasciatura?

Il Dottore. Oibò, la rivoluzione era necessaria.

Pulcinella. Capisco bene. Se il mondo dopo sessanta secoli non si fosse voltato un poco, si sarebbe tutto indolito.

Il Dottore. Zitto, si avvicinano certe altre persone.

Pulcinella. La fisonomia non è troppo gustosa.

SCENA QUARTA.

Pulcinella, il Dottore e la Coscrizione.

Il Dottore. Cosa vuole questa gente, che ci guarda con tanta attenzione?

La Coscrizione. Uno è piccolo e vecchio, un altro è gobbo e deforme; ci vuol pazienza, costoro non fanno per noi.

Il Dottore. Se è lecita la domanda, chi siete?

La Coscrizione. Io sono la Coscrizione; ma voi non siete buoni per servire all' armata,

Il Dottore. La coscrizione!

Pulcinella. L'armata!

La Coscrizione. Sicuramente, la gran nazione deve mantenersi in un aspetto imponente, e deve fare che sia rispettata la sua indipendenza.

Il Dottore. Ma noi non vogliamo sapere niente, e non ce la sentiamo di andare alla guerra.

La Coscrizione. Ringraziate la vostra deformità, altrimenti vi avremmo condotti per forza e legati come due pecoroni.

Il Dottore. Legati nel regno della libertà?

Pulcinella. Presi e ammazzati per forza nel paese della costipazione?

La Coscrizione. Appunto; la coscrizione è figlia della libertà, e il mondo deve questo gran benefizio alla rivoluzione di Francia. Prima di quel tempo non si sapeva come fare per adunare un esercito. Bisognava comprare i soldati con l'ingaggio, cavarli dalle prigioni, impazzirsi qualche volta a cercarli fra i vagabondi e gli oziosi, ed era una miseria trovare chi volesse lasciarsi ammazzare. Adesso la cosa è resa sommamente economica e facile. Ogni stato sa quanti giovanotti ha di entrata all' anno, e quanti può farne ammazzare senza pregiudizio delle arti di prima necessità. Quando bisogna, la camera fa una legge, si pigliano i coscritti e l'esercito è bello e fatto, senza impazzimenti e senza un bajocco di spesa.

Il Dottore. Come si accomoda questo modo con la libertà e la sovranità del popolo?

La Coscrizione. La legge di coscrizione viene passata nella camera dei rappresentanti.

Il Dottore. Alla camera, quando fa queste leggi, non duole la testa, perchè essa non va alla guerra, ma i giovani che vengono pigliati per forza non hanno inteso mai di autorizzarla a decretare il proprio sterminio.

La Coscrizione. I giovani non hanno voce nei comizii elettorali, e poi l'interesse dei privati deve cedere alla sicurezza della nazione.

Il Dottore. Non era meglio il metodo antico, di completare gli eserciti con l'arruolamento volontario? Così almeno nessuno poteva lagnarsi, e la libertà dell'uomo era più rispettata. I re, quantunque ognuno sappia che sono tiranni e assassini dei popoli, prima della rivoluzione di Francia tenevano questo metodo più mansueto e discreto, non riscuotevano ogni anno un tributo di sangue e di pianto coll'ordine infernale della coscrizione.

La Coscrizione. I re avevano il vezzo di volersi mostrare padri dei popoli, e perciò attendevano a queste smorfie, ma un governo liberale va più per le corte e non ha bisogno di queste cantilene. E poi per le guerre dei re bastava qualche centinajo, o al più qualche migliajo di soldati, ma per la rivoluzione ci vuol altro; si tratta di milioni.

Pulcinella. Ditemi un poco; tutti questi milioni di liberali o coscritti che sono morti, ci hanno guadagnato assai con la rivoluzione e con la sovranità del popolo?

La Coscrizione. Il sovrano è il popolo vivo, e al popolo morto non ci si pensa più.

Il Dottore. Buon per noi che non siamo adattati all'armata.

La Coscrizione. Pur troppo, ma servirete nella guardia nazionale.

Il Dottore. Come!

La Coscrizione. Certissimo; dalla guardia nazionale non è dispensato nessuno.

Pulcinella. Immagino che sarà un'apparenza...

La Coscrizione. Andate un poco là, e lo vedrete.

Il Dottore. Chi ha inventato quest'altro tormento del genere umano?

La Coscrizione. Anche questo è un benefizio della rivoluzione di Francia. Prima il mondo era un vero poltrone; nessuno si muoveva, e quattro sbirri bastavano per la quiete di una città, ma la rivoluzione è stata una scossa elettrica che ha messo tutti i popoli in allegria. Tumulti da una parte, iucendj e saccheggi dall'altra; non ci è un paese, che non abbia fatto susurro, e non abbia insanguinato un poco le sue strade.

Il Dottore. E la guardia nazionale?

La Coscrizione. La guardia nazionale sta sempre in moto. Benestanti, avvocati, sartori, calzolari, tutti col fucile vicino al banchetto, e apparecchiati a marciare di giorno e di notte al primo suono di tamburo.

Il Dottore. Ma con chi devono combattere?

La Coscrizione. Col popolo, con la truppa, ora a favore del governo, ora contro; insomma secondo il bisogno.

Pulcinella. S'intende che delle guarche nazionali non muore mai nessuno.

La Coscrizione. Al contrario, non ci è tumulto in cui la guardia nazionale non abbia morti e feriti, ma per questo ci è già il rimedio. Gli storpiati ottengono la decorazione, e il nome dei morti si scrive sulle colonne.

Pulcinella. Quando è così non si possono lamentare.

Il Dottore. Ditemi un poco; se il popolo è sovrano, la plebe, gli operaj, i governanti, i soldati sono tutti del popolo, e perciò sono tutti liberi e sovrani ancor essi. Perchè dunque vogliono soggiogarsi a vicenda, e una sovranità combatte contro l'altra?

La Coscrizione. Non sapete che questo è il vizio dei principi? I re non conoscono nessuno sopra di loro, e quando non si accordano bisogna che ricorrano alle armi. Lo stesso accade del popolo. Quando il sovrano era il re, l'autorità reale teneva tutti in freno e manteneva la pace, ma adesso che tutti sono sovrani, ognuno la vuole a suo modo, e per ogni piccola cosa le sovranità popolari vengono a pugni.

Il Dottore. Non era meglio vivere in pace con un re solo, che far sempre a cazzotti con tanti milioni di re?

La Coscrizione. Oibò; il potere assoluto è contrario ai diritti dell'uomo.

Pulcinella. Per voi altri, che siete un popolo illuminato, questa regola sarà buona, ma a noi torna più conto che il diritto dell'uomo sia di vivere in pace e conservare la pelle.

Il Dottore. E quanto dureranno questa musica della guardia nazionale e questo parapiglia nel reguo della costituzione?

La Coscrizione. Queste cose dureranno sempre.

Il Dottore. Sempre?

La Coscrizione. Sicuro. Il popolo è sempre giovane, e i giovani sono sempre scapestrati e privi di esperienza. Ogni giorno sorgono nuovi giovanotti che sentono il vigore della propria sovranità, e non sono ammaestrati dalle vicende passate, e perciò nel regno della costituzione si starà sempre allegramente, e non mancherà mai chi voglia fare le gloriose giornate.

Il Dottore. Ma quanto a noi....

La Coscrizione. Tant'è. Se volete avere la costituzione ed essere un popolo sovrano, non dovete pensare al riposo, e non ci vuole risparmio di carne umana. Se no, andate in Turchia dove si vive più in pace che nella Francia. Addio.

Pulcinella. Signor Dottore mio, le cose nostre vanno di male in peggio.

Il Dottore. Certo, la libertà è bella e buona, ma perdere un braccio, ovvero una gamba per guadagnare la decorazione....

Pulcinella. Morire per essere scritti sulle colonne....

Il Dottore. Vivere sempre in tumulti....

Pulcinella. Pensare che queste baruffe non possono finire mai più...

Il Dottore. Cosa ne dici, Pulcinella?

Pulcinella. Sentitemi, signor Dottore; facciamola da uomini saggi senza precipitare la nostra risoluzione. Andiamo a ristorarci alla bettola, e poi discorreremo.

Il Dottore. Sì, il tuo consiglio mi piace: andiamo a bere un boccale, e dopo risolveremo.

SCENA QUINTA.

Pulcinella, il Dottore, l'Arte, il Commercio e la Proprietà.

Pulcinella. Finchè l'oste ci prepara da pranzo, ragioniamo un poco delle faccenduole nostre. Cosa ne dite, signor Dottore? Vogliamo stabilirci nella terra della libertà, oppure bisognerà rassegnarsi e tornare a vivere alla meglio in un regno assoluto?

Il Dottore. Pulcinella mio, questo di dare addietro è un passo troppo duro. Dopo che abbiamo sparlato tanto dei re e abbiamo fatto tante pazzie per ottenere la costituzione, chi ci vedrà tornare con le trombe nel sacco ci farà dietro le fischiate.

Pulcinella. Dite bene, ma ci vorrà pazienza, e li lascieremo fischiare. Per un rispetto umano non torna conto arrischiare la pelle, e perdere per sempre la nostra pace.

Il Dottore. Eppure il rispetto umano è una gran cosa. Scommetterei che nove decimi dei liberali rifugiati in Francia conoscono di avere pigliato un granchio, ma tuttavia si contentano di vivere nell'esilio e nella miseria piuttosto che confessare di avere errato.

Pulcinella. Dunque per la paura di un fischio vorremo vivere e morire da disperati?

Il Dottore. Non ci è bisogno di questo, ci applicheremo ad un mestiere, e vivremo onoratamente senza dar fastidio a nessuno.

L'Arte. Scusate buona gente, se metto la bocca nei fatti vostri; ma non pensate mai di vivere colle arti al tempo della rivoluzione.

Pulcinella. E perchè?

L'Arte. Le arti vogliono la quiete e la ricchezza dello Stato, ma la rivoluzione mette tutto sossopra, e in tempo di tumulti non ci è la tranquillità necessaria per lavorare, e non si trova chi metta fuori un baiocco per acquistare i lavori. Prima delle tre maledette giornate la Francia era tranquilla e ricca, e il prosperamento delle sue arti faceva invidia a tutta l'Europa, ma dopo quei giorni fatali la prosperità delle arti è fuggita con la prosperità della Francia. Una parte degli artieri sedotta dagli errori del tempo abbandona i lavori per correre a mischiarsi nelle novità; un'altra parte vedendo mancarsi il travaglio non lo ricerca come un dono della Providenza, ma lo pretende come un tributo che si deve alla propria decantata sovranità; tutti fanno sedizioni e tumulti, e tutti vivono nel delitto e nella miseria.

Il Dottore. Si dice però che la nazione si occupa grandemente per somministrare lavoro agli operaj.

L'Arte. Questo è peggio di tutto, e quando vedete le arti non essere più ricercate, e il governo affaccendarsi per dare lavoro agli artisti, dite pure che le arti sono andate, e che il governo è debole e disperato. Il corpo sociale è come il corpo umano, il quale finchè sta sano e robusto, sente gli appetiti naturali e vi provede da se medesimo, ma quando gli altri lo costringono a cibarsi per forza, è segno che si trova ammalato. La merce più screditata di tutte è quella che nessuno vuole, se non è violentato a comprarla.

Il Dottore. Cosa mi dite mai! Avrei creduto piuttosto che i lavori del governo mettessero le arti in più credito.

L'Arte. I lavori ordinati liberamente dal governo, quando esso si trova nell'abbondanza e nel vigore, servono certamente, come tutti gli altri lavori, all'incremento delle arti; ma non accade così quando è palese ad ognuno che il governo è povero, e che con tutto ciò il timore del popolo lo condanna ai lavori forzati. Allora tali lavori si fanno malamente e trascuratamente, gli operaj diventano baldanzosi, presumendo che il pubblico abbia la obbligazione di provederli, gli imprenditori privati perdono il coraggio di impegnarsi con una classe inviziata e corrotta, e con ciò lo sforzo fatto dal governo per sostegno delle arti la spinge a maggiore rovina.

Pulcinella. E bene: lasciamo stare li mestieri che in ogni modo alli liberali la fatica piace poco. Piuttosto apriremo una botteghella di mercanzie, e verremo campando.

Il Commercio. Non pensate mai a questo sproposito, perchè vi rovinereste del tutto.

Pulcinella. Manco la mercanzia va bene nel paese della costipazione?

Il Commercio. La mercatura è rovinata affatto; ed io che sono il Commercio, so quello che dico. Il commercio si esercita col trasportare e barattare le mercanzie, ed è fondato sulla buona fede per la sicurezza de' pagamenti. Quando in uno Stato si fa la rivoluzione, e ogni giorno ci è un nuovo susurro, le condotte sono sempre in pericolo, la ricchezza e la vita dei mercanti dipendono da un filo, la tranquillità è perduta, la fiducia non si trova più, e il povero Commercio è fallito. Al tempo di Luigi XVIII e di Carlo X io in Francia ero divenuto un gigante, ma dopo il temporale delle tre gloriose giornate sono rimasto un pollastrello senza le penne.

Il Dottore. Ho capito; qui non ci è da pensare a guadagni, e bisogna mantenersi col suo. E bene, investiremo il nostro poco danaro, compreremo una casuccia, e vivremo tranquillamente.

La Proprietà. Se volete restare in camicia, questa è la strada più corta di tutte.

Il Dottore. Come! Neppure con le proprie entrate si può vivere tranquilli nella Francia?

La Proprietà. Io mi chiamo la Proprietà, e vi basti di vedere le mie vesti per considerare come sono ridotta.

Pulcinella. Povera donna! Siete tutta stracciata.

La Proprietà. Quest' è l'opera della rivoluzione. Quando le cose stanno al loro posto, il ricco sta un poco meglio del povero, e chi può accumulare qualche capitaluccio assicura la sua sussistenza. Quando però lo spirito della rivoluzione imbriaca le menti degli uomini, ogni meno si rivolta contro il suo più, la povertà dichiara la guerra alla ricchezza, e il possedere qualche cosa diventa un delitto.

Il Dottore. Il governo però pensa esso a garantire le proprietà dei privati.

La Proprietà. In tempo di rivoluzione il governo si tiene a un filo, e bisogna che aduli la moltitudine da cui teme di essere subbissato dall'uno all'altro momento. Per questo il popolo, quando gli viene la voglia, devasta i campi de' proprietarii, saccheggia e incendia le loro case e palazzi, e il governo o finge di non vederlo, o si trova impotente a recarci rimedio. Ma ancora senza di ciò ognuno sa che l'acqua da qualunque luogo si cavi, si cava sempre a conto della fontana, e così girate, rigirate quanto volete, tutto l'immenso dispendio della rivoluzione va a finire a carico della proprietà. Per questo sono ridotta in camicia, e la classe dei proprietarii è più infelice di tutto.

Pulcinella. Venga il canchero alla rivoluzione, e a tutti quelli che le soffiano dietro. Quando è così, in un paese rivoluzionato non ci è più la maniera di vivere.

Il Dottore. Lasciate dire, Signor Pulcinella, le cose non possono essere in questo modo, e costoro senza meno sono Carlisti, e procurano di seminare il malcontento nel popolo.

La Proprietà. Così va detto. La rivoluzione discaccia i re dai loro troni, semina l'empietà, la licenza e il furore, e quando raccoglie il disordine, la strage e la miseria, Butta la colpa sopra i partigiani dei re. Questo linguaggio sfacciato che tengono i liberali contro la evidenza dei fatti e contro la loro coscienza, mostra quanto sia sacra la causa dei tre colori.

Il Dottore. Via, via, in questi discorsi ci si vede la parzialità, e noi prima di risolverci vogliamo considerare le cose senza passione. Facciamo così, signor Pulcinella, andiamo a consultare un filosofo, il quale ci dirà la verità, e ci consiglierà imparzialmente.

Pulcinella. Andiamo pure a trovare la Fisolofia, ma ho paura che non faremo niente, e il meglio nostro sarà tornare a Napoli con la coda fra le gambe.

SCENA SESTA.

Pulcinella, il Dottore e la Stampa.

La Stampa. Giovinotti, mi ha detto l'Arte che cercate di impiegarvi per guadagnare il pane. Se volete, vi prenderò per garzoni, e con me si fatica molto, ma si guadagna assai.

Il Dottore. Verremo volontieri a servirvi. Chi siete voi, signora?

La Stampa. Io sono la Stampa.

Pulcinella. Quando è così, non facciamo niente. Noi appena sappiamo leggere, e non possiamo fare da stampatori.

La Stampa. Non importa, non importa: la stampa ha bisogno di gran gente, e nella mia Bottega ci è pane per tutti. Si lavora giorno e notte, e con tutto ciò non si arriva a tempo.

Il Dottore. Come mai trovate tanti lavori?

La Stampa. Per effetto della libertà della stampa.

Pulcinella. Cosa vuol dire la libertà della stampa!

La Stampa. Vuol dire che ognuno è padrone di pubblicare con le stampe tutto quello che gli piace.

Il Dottore. S'intenderà sempre di cose lecite e oneste.

La Stampa. Tutto vi dico, tutto, senza nessuna eccezione. Oscenità e porcherie di ogni sorte, scritti incendiarii e inviti a ribellarsi contro il governo, dottrine infami, pazze e scandalose, bestemmie contro Iddio e contro i Santi, tutto è permesso dalla libertà della stampa.

Il Dottore. Questa non si chiama libertà, ma licenza e sfacelo generale del buon costume e della pace del mondo.

La Stampa. Tant'è; nei regni costituzionali non si può stare senza la libertà della stampa.

Il Dottore. E perchè nei paesi della costituzione ci ha da essere questo sfrenamento detestato dalla morale, dalla pietà, e dal buon senso?

La Stampa. Perchè il popolo è sovrano, e vuol essere libero di parlare a suo modo. Cosa sarebbe la libertà di una nazione se il popolo non fosse padrone nemmeno della sua voce?

Il Dottore. La voce ha da essere libera per tutti, ma si ha da trovare un modo di moderare gli abusi. Se un pazzo e scellerato andasse urlando e bestemmiando per le strade, e salito sui palchi invitasse la plebe ad abbruciare la città, sarebbe contro la sovranità e la libertà del popolo farlo tacere e metterlo in prigione.

La Stampa. Non so dirvi di questo, ma so che la libertà della stampa è una prerogativa essenziale della sovranità del popolo, e toccare ai Francesi questo privilegio sarebbe peggio che di galli farli diventare capponi.

Il Dottore. In ogni modo ci sarà qualche legge che freni gli eccessi della licenza.

La Stampa. Ci sono alcune leggi di cerimonia, le quali stabiliscono qualche pena per la stampa di certi errori che farebbero spalancare la terra, e di cui arrossirebbe il demonio, ma prima si stampano e poi, se bisogna, si procede a punirli.

Il Dottore. Che regola pazza è questa di scatenare una fiera e poi correre a riprenderla quando ha già diffuso la strage? Non sarebbe più naturale che le cose da stamparsi si esaminassero prima?

La Stampa. Dio guardi; qualunque ombra di censura è contraria alla sovranità del popolo.

Il Dottore. Almeno i delitti di stampa verranno condannati e puniti severamente?

La Stampa. I giudici di Francia sono molto benigni con la libertà, e vuole essere un gran caso se un processo per abuso di stampa finisce con due quattrini di multa.

Il Dottore. Ma il governo non ha nessun modo di porvi qualche riparo?

La Stampa. Il governo non deve ingerirsene ne bene, nè male, e Carlo X, che si azzardò di toccare la stampa con la punta delle dita, tutti sanno come è andato a finire. I popoli costituzionali sono gelosissimi sopra questo punto.

Il Dottore. Ditemi in verità; un popolo, il quale voglia la libertà di portar armi da fuoco e da taglio, e di scannarsi e ammazzarsi a forza di archibugiate, sarà un popolo libero e sovrano, ovvero sarà un popolo pazzo e degno di essere incatenato?

La Stampa. Voi nati e cresciuti nella servitù non potete conoscere i gusti e i bisogni dei popoli liberi, ma la libertà della stampa è la custodia della libertà e della sovranità del popolo. Con la stampa si tiene in dovere il governo, e con quella si suona la campana all'armi ad ogni tentativo del dispotismo.

Il Dottore. In qualunque governo su gli abusi del potere sono veri e importanti, tutti se ne accorgono senza bisogno della stampa, ed è un pensiero da mentecatti lasciare a tutti il modo d'inventare a capriccio accuse contro il sovrano, e di spargere falsi allarmi nella nazione. Cosa direste di una città in cui per timore del fuoco si tenessero le campane sempre accessibili a tutti, e ognuno fosse padrone di andarle a suonare a martello?

La Stampa. Sarà come volete, che la libertà della stampa soggiaccia a qualche difetto, ma intanto dobbiamo a lei la nostra sovranità, e senza la stampa non ci sarebbero state le gloriose giornate.

Il Dottore. Adesso che le avete fatte, potreste sottoporre la stampa a qualche moderazione.

La Stampa. Oibò, oibò: la rivoluzione ha bisogno di movimento, e senza la stampa morirebbe d'inedia e finirebbe da se medesima. Con la stampa in mano, si trotta a speroni battuti, e se ci lasciano stampare speriamo di portare le gloriose giornate in tutte le nazioni del mondo. Orsù, se volete venire con me, andiamo perchè non ho tempo da perdere.

Il Dottore. Signora no; non vogliamo prestare le nostre braccia per mettere sottosopra la terra.

Pulcinella. Se la stampa è, come dite voi, è meglio essere ruffiani in un lupanare che giovani di stamperia.

La Stampa. Dunque restate con le vostre malinconie, ed io saprò senza di voi finire la grand'opera della rigenerazione del mondo.

Il Dottore. Pulcinella mio, se la filosofia non ci ajuta, noi andiamo a rotta di collo.

SCENA SETTIMA.

Pulcinella, il Dottore, e il Beccamorti.

Il Dottore. Signore, abbiate la bontà d'indicarci qualche professore di filosofia.

Il Beccamorti. Io faccio il beccamorti, e non m'intendo di queste cose.

Pulcinella. Il beccamorti! Alla larga.

Il Beccamorti. Di che cosa avete paura? Credete che unbeccamorti di Francia abbia bisogno di perdere il tempo con voi? Una volta anche noi certamente ci lamentavamo talora dell'Ozio, ma basta un tantino di rivoluzione per metterci tutti in moto, e una gloriosa giornata vale più che un anno di epidemia. Tutti li mestieri si dolgono della rivoluzione, ma quanto a noi, sia pure benedetta: da che i suoi corni spuntarono in questa cara Francia, la nostra professione è diventata la prima professione del mondo.

Il Dottore. Se è lecita la domanda, oggi pure ci è stata la gloriosa giornata?

Il Beccamorti. Può essere che ci sia stata in qualche altro luogo, perchè le gloriose giornate vanno girando ora qua, ora là, e ogni città vuol fare le sue; ma in Parigi non ci è stata. Oggi al cimiterio si è recitata l'opera buffa.

Pulcinella. Li Francesi fanno le buffonate ancora nel cimiterio?

Il Beccamorti. A dispetto del Parroco, hanno voluto seppellire nella sepoltura dei cattolici un prete scattolicato.

Il Dottore. Se si era scattolicato in vita, cosa gli giovava incattolicarlo dopo la morte?

Il Beccamorti. Tant'è; costoro vivono come quegli animaletti che gli Ebrei non mangiano nè cotti, nè crudi, e poi vogliono essere seppelliti come i Cristiani.

Il Dottore. Da che cosa può nascere questa contraddizione?

Il Beccamorti. A dirla schietta, io credo che per quanto facciano, non riesca loro di levarsi dal cuore tutti i segni del battesimo, e tutte le ricordanze del Credo, e perciò abbiano un poco di paura di morire scomunicati, e di andare all'altro mondo col canto della Marsigliese.

Il Dottore. Quelli però che restano, non pensano a queste cose.

Il Beccamorti. Potete immaginarlo, ma lo vogliono per fare dispetto ai cattolici.

Il Dottore. Come può essere, se la religione cattolica è la religione dominante nella Francia?

Il Beccamorti. Una volta era dominante, ma con la famosa carta del 1814 le fu levato il dominio, fu messa a livello delle altre – e fu resa semplice cittadina dichiarandola religione dello stato.

Il Dottore. E la carta del 1830?

Il Beccamorti. Ha detto che è la religione della maggior parte dei Francesi: e ha detto la verità, contandoli dal battesimo di Clodoveo.

Il Dottore. Comunque sia, il governo protegge tutte le religioni, e non permetterà che si faccia violenza alle chiese cattoliche.

Il Beccamorti. Dovrebbe essere così, ma in sostanza nei paesi della libertà, gli Ebrei, i Turchi e gli Eretici di ogni sorte sono accarezzati e protetti, e i soli cattolici oppressi, perseguitati e scherniti. Basta mostrarsi cattolico davvero per diventare il peripsema di tutti.

Dottore. E perchè questo accanimento contro la religione professata dalla grande pluralità dei Francesi?

Il Beccamorti. Dicono che la religione cattolica è contraria alla rivoluzione; non vuole tumulti, comanda che si ubbidisca al re, proibisce le gloriose giornate, e poi mette il naso in certe cose secrete, e sopra tutto vuol che le cose mascoline e le cose femminine si guardino, e non si tocchino. Se fosse veramente così, la vita di un cattolico sarebbe una gran seccatura.

Il Dottore. Già si sa: bisogna viver bene in questo mondo, se si vuole aver bene nell'altro.

Il Beccamorti. Eh signori miei, per essere liberali non ci vogliono tante paure d'inferno. Se avete questi scrupoli potete fare a meno di pensare alla libertà.

Il Dottore. Io non voglio essere scrupoloso, ma se dopo la morte ci ha da essere un'altra vita...

Il Beccamorti. Chi sa?

Il Dottore. E se in quell'altra vita ci è l'inferno....

Il Beccamorti. Chi sa?

Il Dottore. Chi sa, chi sa? E un uomo di giudizio avrà d'arrischiare la sorte eterna sopra un chi sa?

Il Beccamorti. Sentite, amici miei. I veri liberali si lusingano di essere come i porci, per i quali tutto è finito quando sono ridotti in salami. Se ottengono questa grazia, evviva pure la mandra sovrana; ma se ci è veramente una casa del Diavolo, la strada maestra per andarvi è quella della rivoluzione. Addio, che non ho più tempo da perdere.

Il Dottore. Pulcinella.

Pulcinella. Dottore.

Il Dottore. Le cose si fanno sempre più brutte. Andiamo a consultare il filosofo, e poi risolveremo.

SCENA OTTAVA.

Pulcinella, il Dottore, e un Professore della Università.

Il Dottore. È questo il portone della Università?

Il Professore. Sì, è questo; cosa desiderate?

Il Dottore. Desideriamo di parlare con un filosofo per essere ammaestrati nelle cose della rivoluzione.

Il Professore. Se non volete altro, ogni professore è al caso di compiacervi, e posso farlo io medesimo.

Il Dottore. Forse nella università non s'insegna altra scienza che questa?

Il Professore. Al contrario, s'insegnano tante scienze che oramai sono più i professori degli scolari, ma la scienza della rivoluzione s'insegna da tutti. Senza di noi la rivoluzione non si sarebbe mai fatta.

Pulcinella. Forse i principi vi pagavano a posta perchè insegnaste ai loro sudditi la rivolta?

Il Professore. Lasciamo questo discorso, e domandate quello che volete sapere.

Il Dottore. Ditemi di grazia, cosa si guadagna con la rivoluzione?

Il Professore. Oh bella! Si guadagna il tesoro inestimabile della indipendenza e della libertà.

Il Dottore. E in cosa consiste là libertà?

Il Professore. Consiste in questo, che ognuno è libero di fare tutto quello che gli piace, senza venire costretto da nessuno.

Pulcinella. Ammazzare, rubare, barattarsi un poco le mogli...?

Il Professore. Questo no, e s'intende che ognuno può fare liberamente tutto quello che non è proibito dalla legge.

Il Dottore. Dunque anche nel regno della libertà ci sono questi impicci delle leggi e delle proibizioni?

Il Professore. Come potrebbe sussistere una nazione senza leggi?

Il Dottore. Questo va bene, ma quando ha da essere così, è lo stesso che vivere sotto il comando dei re. Anche nei governi assoluti ognuno è libero di fare tutto quello che le leggi permettono.

Pulcinella. Anche i Turchi, quando si sentono il palo fra le natiche, sono liberissimi di fare quello che vogliono purchè ubbidiscano alle leggi e ricevano quel serviziale.

Il Professore. Nei governi assoluti il sovrano è il re, e le leggi si fanno dal re, laddove nei governi costituzionali il sovrano è il popolo, e le leggi si fanno dal popolo.

Il Dottore. Ditemi un poco, nei governi costituzionali ciascheduno del popolo siede sul trono e detta le leggi?

Il Professore. Vedete bene che questo non può essere. Nei governi costituzionali per certe apparenti formalità si mette sul trono un Luigi Filippo di carta, il quale non conta niente e riceve un tanto all'anno per fare la figura di re. Le leggi però si fanno dai rappresentanti della nazione, e in sostanza la sovranità si esercita da quelli.

Il Dottore. Dunque anche nei governi costituzionali quelli che comandano sono pochi, e a tutti gli altri resta solo ubbidire?

Il Professore. Ma i rappresentanti vengono eletti da tutto il popolo, il quale commette ad essi di esercitare la sovranità in suo nome.

Il Dottore. Tutti, tutti del popolo sono elettori dei rappresentanti? Uomini, donne, facchini, pescivendoli, ruffiani....?

Il Professore. Oibò, oibò. Sono stabilite certe classi più distinte, alle quali soltanto appartiene il diritto delle elezioni.

Il Dottore. Dunque tutti quelli che non sono compresi in queste classi non sono popolo sovrano nè poco, nè assai, e anche nel regno della costituzione non hanno altra parte fuorchè quella della ubbidienza. Questa cosa non è un poco contraria ai diritti dell'uomo?

Il Professore. Non già, perchè la natura istessa dell'uomo rende indispensabile che le classi escluse rinunzino a qualunque esercizio della sovranità e si contentino di stare al fatto degli altri per il buon ordine del mondo e per il vantaggio della società.

Il Dottore. Questa cosa la intendo bene: ma ditemi, signor professore, se per il buon ordine del mondo e per il vantaggio della società, la maggior parte del popolo deve rinunziare tutta la sua sovranità vivendo sempre nell'ubbidienza e questo non è contrario ai diritti dell'uomo; perchè sarebbe contrario a tali diritti che anche i pochi elettori dovessero rinunziare le loro porzioni di sovranità per maggior quiete del mondo e per un vantaggio sociale tanto più grande, come sarebbe quello di tenersi un re in santa pace e non avere nè la rivoluzione, con tutti i suoi subbissi, nè la carta, nè la camera di deputati, nè tumulti, nè miseria, nè stragi, nè sangue, nè gloriose giornate?

Il Professore. Questa è una difficoltà alla quale non avevamo pensato prima di fare la rivoluzione.

Il Dottore. Poco male; ci penserete dopo. Frattanto facciamo un piccolo conto. In Francia sono trenta milioni di abitanti, e fra questi gli elettori saranno appena un mezzo milione. Dunque di sessanta parti del popolo, cinquantanove parti sono popolo suddito come in tutto il resto del mondo e non assaggiano mai neppure un fragmento di sovranità.

Il Professore Si intende....

Il Dottore. Di grazia; lasciatemi finire il conto. Quando viene il caso delle elezioni, un terzo almeno degli elettori è ammalato, ovvero impedito in qualche altro modo, sicchè in realtà le elezioni si fanno al più al più dalla centesima parte della nazione. Queste elezioni poi si fanno ogni cinque o sei anni una volta, e perciò un uomo potrà esercitare l'uffizio di elettore cinque o sei volte in vita e non più. Dunque novantanove centesimi del popolo francese non sono sovrani mai, e i francesi del centesimo elettorale esercitano la sovranità per cinque o sei minuti nel corso di tutta la vita con mettere una fava dentro il bussolotto delle elezioni. Vi pare che questa sia una vera sovranità, oppure una buffonata che farebbe smascellare di risa Bertoldo con tutti li Bertoldini?

Il Professore. E la camera dei deputati, in cui risiede sostanzialmente l'esercizio della sovranità, non è tutta composta di popolo?

Il Dottore. Verissimo; ma facciamo ancora un altro conto. Li quattrocento deputati della camera corrispondono a un deputato per ogni settantacinque mila francesi, e perciò di tutta quanta la Francia settantaquattro mila novecento novantanove parti sono suddite, ubbidiscono e stanno al fatto altrui come in tutto il resto del mondo, e una sola particella insensibile a fronte del tutto, è quella che gode qualche esercizio di sovranità. Ditemi dunque in coscienza vostra, che male ci sarebbe se anche questa particella insensibile fosse suddita come tutti gli altri francesi, e se la Francia intiera si lasciasse governare in pace da un re sovrano, piuttostochè farsi governare tumultuosamente da una camera sovrana che fa tutto il giorno a capelli e scandalizza il cielo e la terra!

Il Professore. Così si tornerebbe al potere assoluto; il popolo non sarebbe più sovrano, e le leggi non si farebbero dal popolo, ma dal re.

Il Dottore. Forse, il re è qualche bestia feroce la quale abbia bisogno di satollarsi con lo sbranamento dei sudditi? Al contrario il re è il padre e il padrone del popolo. Se anche non sentisse l'amore di padre, sentirà sempre quell'interesse che sente ognuno per tutto ciò che è suo, e le leggi del re saranno sempre dirette al bene del popolo, perchè il popolo è suo, e nessuno può volere il danno di quello che gli appartiene.

Il Professore. Ma il re può ingannarsi, e può venire ingannato.

Il Dottore. E i deputati della camera possono ingannarsi molto di più, perchè nel cuore del re parla una passione sola, la quale è difficilmente contraria agli interessi del popolo, ma nel cuore dei deputati parlano tutte la passioni private, le quali molto spesso contrastano con gl'interessi del pubblico. Anzi, osserva di grazia. Nella camera nessuna legge passa con la unanimità dei voti; ma chi la vuole, chi non la vuole, e dei due partiti, uno deve certamente ingannarsi e stare dalla parte del torto. Se dunque anche molti deputati della camera s'ingannano sempre, chi assicura la nazione che l'inganno sia nella minorità che soccombe, e non sia nella maggiorità che prevale?

Il Professore. Questa sicurezza al mondo non ci può essere, e nelle cose umane ci è sempre il pericolo di qualche errore.

Il Dottore. Anche questo va bene; ma se per destino dell'umanità le nazioni devono contentarsi di essere esposte agli errori dei deputati, perchè non dovranno contentarsi di essere esposti agli errori meno facili e meno pericolosi dei re?

Pulcinella. Signor professore, perchè vi andate torcendo? Forse quando insegnate la rivoluzione, siete soliti di ragionare coi piedi, e vi travaglia lo stomaco se udite ragionare con la testa?

Il Dottore. In conclusione, in un regno costituzionale si gode la libertà, ma non si può fare niente fuori di quello che è permesso dalla legge; il popolo è sovrano, ma di 75 mila parti del popolo 74999 parti ubbidiscono sempre e non esercitano mai nessuna sovranità; i deputati della nazione fanno le leggi coi voti, e non si sa se dica bene la pluralità che le approva, ovvero la minorità che le rigetta. Signor professore, dite la verità, nel regno della costituzione ci sono altri vantaggi?

Il Professore. Che sappia io non ci è altro.

Il Dottore. Quando è così, scusate l'incomodo, e non ci bisognano altre lezioni. La rivoluzione sarà bella e buona per li professori dell'università, ma tutto il resto del mondo sta peggio dopo che prima. Signor Pulcinella, andiamo per la nostra strada.

Pulcinella. Signor maestro, vi riverisco. Continuate a predicare la rivolta, e così sarete un uomo veramente onorato, e vi mostrerete fedele al re che vi paga per ammaestrare la gioventù.

SCENA ULTIMA.

Pulcinella, il Dottore, e la Esperienza.

Il Dottore. Tant'è, Pulcinella mio, la rivoluzione non è altro che una rivoluzione, e quelli ragazzacci di Bologna ci hanno burlato. Bisognerà tornare a Napoli, e avere pazienza con le fischiate.

Pulcinella. Le fischiate sarebbero poco male, ma non vorrei qualche cosa di peggio.

Il Dottore. Di che cosa temete?

Pulcinella. Cosa so io? È vero che li re sono buoni e perdonano tutto, anzi da poco in qua è lor venuta la diarrea delli perdoni, e non si fa più giustizia, ma il giuoco va troppo in lungo, e una volta o l'altra impareranno che con la rivoluzione ci è poco da burlare. Non vorrei che imparassero sopra di noi.

Il Dottore. Certamente, una volta o l'altra apriranno gli occhi, e conosceranno che se non deve lasciarsi impunito chi rompe il muso a un galantuomo, e chi ruba un ducato, molto meno deve lasciarsi impunito chi promuove lo sterminio e il disordine di tutta la società. Noi però non dobbiamo temere, perchè non siamo ribelli e non abbiamo fatto male a nessuno. A forza di ascoltare tanti spropositi, ci si era guastata un poco la testa, ma il re ci perdonerà, e i nostri amici ci compatiranno, perchè nei tempi presenti questa è disgrazia che può succedere a tutti.

Pulcinella. Sarà come voi dite, ma tuttavia si potrebbe prendere un' altra risoluzione.

Il Dottore. Cosa vorreste fare?

Pulcinella. Io so di certo che vicino vicino a Napoli ci è un paese dove si trova la vera cuccagna dei liberali. In quel paese appena uno si è mostrato ribelle, subito un impieguccio, ovvero una pensioncella, e tutte le carezze del governo. Possono aver fatto qualunque danno, possono venire segnati a dito da tutti, non fa niente; si lasciano strillare la giustizia e la prudenza, e si pelano i sudditi fedeli per provvedere i sudditi ribelli. Signor Dottore, andiamo in quel caro paese e viviamo ancor noi a spalle dei gonzi.

Il Dottore. Pulcinella mio, non ci vengo, perchè queste cose non le posso soffrire. O suddito fedele o ribelle da vero, ma queste vipere mascherate sono l'obbrobrio della natura e lo sterco della società. Un galantuomo, piuttosto che avere una faccia oggi e un'altra domani, si contenterebbe di morire impiccato.

Pulcinella. Voi parlate da quel Dottore che siete, ma pure tanti signori.... tante persone di riguardo....

Il Dottore. Zitto.... Chi è questa vecchia che viene verso di noi?

L'Esperienza. Se è lecito, signori, verso dove viaggiate?

Il Dottore. Noi fuggiamo dal regno della costituzione, e ritorniamo alli paesi dove comandano li re assoluti.

L' Esperienza. Giusto cercavo un' occasione sicura per quelle parti.

Il Dottore. Come vi chiamate, buona vecchia, e cosa avete da spartire coi re?

L'Esperienza. Io sono l'Esperienza, e ho voluto sempre bene ai re assoluti e legittimi, perchè ho veduto che senza di loro si vive male, e queste porcherie di carte Costituzionali servono solamente per accendere il fuoco e per imbrattare le case. Appunto però, perchè voglio bene ai re, scrivo loro quattro parole, giacchè a dirvela in confidenza sono un poco fuori di strada, e se non ascolteranno le lezioni dell'esperienza, anderanno a fare compagnia a Carlo X. Portate dunque questa lettera.

Il Dottore. L'abbiamo da portare a tutti ire dell'Europa?

L'Esperienza. Può essere che due o tre non ne abbiano bisogno, ma datela pure a tutti, perchè non farà male a nessuno.

Il Dottore. Sentite, buona vecchia, noi vi vogliamo servire, ma coi re non bisogna prendersi troppa confidenza. Voi siete una donna risoluta, e chi sa cosa avete scritto. Non vorrei che i messi ci andassero di mezzo.

L'Esperienza. Non temete di nessuna indiscrezione, ma tuttavia per assicurarvi meglio, leggete pure la mia lettera, che ne sono contenta.

Il Dottore. Quando è così leggiamo, e poi vi serviremo volentieri.

L'Esperienza ai Re della terra.

« Principi miei, cosa fate? Il mondo va tutto in precipizio, il fuoco arde sotto il sedile dei vostri troni, la cancrena corrompe tutta la massa sociale, e voi vi battete le mani sull'anca, applicate qualche cerottello inconcludente sulle piaghe sterminate della società, e non adottate provvedimenti rigorosi e capaci? Scuotetevi da questo letargo mortale, pensate che i liberali non burlano e intendono di scassarvi affatto dall'almanacco, e ricordatevi che alla causa vostra è congiunta quella dei vostri popoli, i quali per decreto della Providenza devono essere guidati, difesi, e salvati dai re. Armatevi di coraggio, e non temete gli azzardi, perchè Iddio salva chi combatte per la giustizia. Consultate la verità e seguite gl'impulsi del vostre cuore, e non vi lasciate sedurre dalle smorfie proditorie di quella meretrice della Politica. In fine leggete i codici della esperienza, e per ricondurre a poco a poco sul retto cammino la generazione traviata, adoperate i rimedj che la esperienza v' insegna.

Pulcinella. Fin qui non ci è niente da dire, e i re non possono averselo a male.

L'Esperienza. Come mai vi passava per la mente che io volessi offendere i re? Parlo ad essi con confidenza perchè sono la loro maestra, e perchè quando si sta a quattr'occhi, anch'essi gradiscono un linguaggio cordiale e sincero; ma nel resto l'esperienza insegua a rispettare quelli che Dio ha stabiliti al capo delle nazioni, perchè dove finisce il rispetto per il re, incomincia la mina del popolo. Seguitate a leggere la lettera.

Il Dottore.

Quando si vedono azioni mal fatte, la prima cosa è alzare la voce e gridare contro i malfattori. Perciò alzate la voce dai vostri troni, ammonite, riprendete, minacciate, e non vi contentate di un edittuccio di quando in quando tutto pieno di parole melate, ma il vostro parlare sia parlare di re che ha il diritto di comandare e sa farsi ubbidire. Inoltre incoraggite i buoni, e fate che parlino anch'essi ed alzino la voce contro i cattivi. Il mondo è pieno di libretti, giornali, e cartacce che diffondono la pestilenza; e voi fatelo empire di scritti sani, i quali siano un antidoto alla corruzione delle menti. Adoperate le armi dei vostri nemici: se i ribelli fanno ridere a spese della fedeltà, i buoni facciano ridere a spese della rivoluzione, e se dalla propaganda della cabala il veleno si vende a buon mercato, il denaro della sovranità faccia somministrare il diffondere il contravveleno gratuitamente. Oggi il genere umano vuole il pascolo della lettura, e un foglio di carta scritto con giudizio ha più forza che un battaglione di granatieri. Non mancano gli uomini d'ingegno e di cuore capaci di assistervi in questa guerra, ma bisogna cercarli, incoraggirli e qualche volta premiarli. Chi è di voi che abbia speso per le penne difenditrici dei troni il quarto di quanto ha pagato ai maestri delle università colla certezza che coloro inculcavano alla gioventù l'abbattimento dei troni? Credete a me, principi miei; parlate e fate parlare, e siate certi che ogni voce troverà la strada di un cuore.

Pulcinella. Sapete che dite bene? Questi signori liberali sfasciano a modo loro le nostre teste perchè parlano quasi soli, ma se alla povera gente si facesse vedere la camicia della liberalità con tutte le sue sozzure, il cervello degli uomini non sarebbe il trastullo dei fabbricatori di gloriose giornate. Se noi avessimo letto prima il foglio di Modena, intitolato la VOCE DELLA VERITÀ, non ci saremmo annojati del nostro re, e non saremmo venuti a cercare questa pazzia della sovranità del popolo.

L'Esperienza. Figliuoli miei, il Duca di Modena, quantunque sia una parvità di materia sulla carta geografica, ha fatto un'opera grande con la promozione di quel giornale. Ha mostrato di avere un petto veramente da re, e si è reso benemerito di tutta la società, e siate certi che il foglio Modenese ha operato a quest'ora non poche conversioni. Ma tirate avanti a leggere la mia lettera.

Il Dottore.

Quando coi cattivi non basta alzare la voce, bisogna alzare le mani e punirli, ma i castighi devono essere certi e severi. Coloro che meditavano la sovversione del mondo hanno preso le loro misure da lontano, e hanno preparata la impunità per se stessi e per i loro seguaci predicando l'umanità e la moderazione nelle pene. Voi da un pezzo in qua vi siete lasciati sedurre da queste cantilene, e per essere mansueti e clementi non siete stati più giusti. Con questo si è aperta la piena di tutte le iniquità; la certezza del perdono ha rotto il freno del timore, e per un fellone assoluto, cento sudditi fedeli sono diventati felloni. Tornate sull'antica strada, e se volete che la vostra giustizia condanni pochi, fate che condanni inesorabilmente. La prova della tolleranza si è fatta, e non ha portato altro che male; venite alla prova del sangue, e vedrete che il dichiararsi ribelle non sarà più la moda del giorno, e il gergo del buon tuono. Incominciate dai piccoli delitti, i quali guidano alle colpe maggiori, e le punizioni della vostra giustizia siano severe e terribili. Le anime degli scellerati sono feroci e spietate, e non si lasciano atterrire dalle punizioni infantili dettate dalle smorfie della filosofia. Iddio, che è il padre della misericordia, ha creato per punire le colpe un inferno, e la creazione dell'inferno serve mirabilimente alla popolazione del cielo. Risparmiate il sangue degl'innocenti pensando che il principe più pietoso è quello che tiene per primo ministro il carnefice. Il codice penale è dettato dalla voce della natura e da quella della Divinità: mano per mano, occhio per occhio, vita per vita. Tenete in vigore questo codice, e vedrete che le strade del vostro regno saranno sicure come la caserma dei soldati, che l'erario del vostro stato non dovrà mantenere nelle prigioni una popolazione di rei, e che lo scuotere il vostro trono non sarà più il pensiero di tutti gli scapestrati.»

Mi pare, vecchiarella mia, che in questo siate un poco troppo rigorosa.

Pulcinella. A me al contrario par che dica bene, e di queste cose i lazzaroni ne sanno più dei dottori. Quando usavano la corda e la forca, si tremava al nome della giustizia, e si procurava di tenersi le mani per non andare in prigione; ma adesso i procesi fanno venire da ridere, perchè si sa di certo che tutto finisce in bagattelle. Per li delitti grandi la grazia è quasi sicura, e per le colpe minori non ci è altro che un poco di carcere, oppure un poco di lavori forzati. Nessuno teme queste pene, perchè noi povera gente stiamo meglio in prigione che a casa nostra, e un condannato ai lavori guadagna il doppio di un operaio, e fatica la metà di meno.

L'Esperienza. Figliuoli miei, credete alle parole della Esperienza, e assicuratevi che il mondo si è fatto più cattivo dopo che non sono più puniti severamente i cattivi. Se i re non volessero prestarvi fede, impegnateli a consultare i registri dei crimini, e confrontando quelli dei tempi chiamati feroci con quelli dei tempi presenti, potranno ravvisare se alla pubblica moralità giovano meglio la umanità filosofica, ovvero la corda e la forca. Intanto proseguite nella lettura.

Il Dottore.

« Il buon padre deve allontanare dai figliuoli i cattivi compagni acciocchè non li guastino coi loro cattivi discorsi, e così il principe saggio deve impedire che i sudditi fedeli vengano contaminati, e i già corrotti si rendano peggiori con la lettura di scritti sediziosi e malvagi. So che ormai avete conosciuto le stragi prodotte dalla stampa, ma tuttatavia non si vede che ci mettiate ancora un riparo fermo e bastante. Si vogliono curare gli avvelenali, e frattanto si lascia libero il corso al veleno. Mettete d'accordo la politica con la religione, e l'una e e l'altra veglino di giorno e di notte, e siano inesorabili contro la peste stampata che si propaga travestita sono tutte le forme. Sopra ogni cosa, guardatevi dalla peste minuta che scorre per |e mani di tutti, e almeno per un certo tempo sbandite dai vostri stati quasi tutti i giornali, e le gazzette straniere. Quasi tutti questi fogli sono venduti al partito della rivolta, e se non altro, lo adulano per ottenere più spaccio; e non ci è un numero di tali gazzette che non introduca qualche oncia di tossico in fiuto di rivoluzione anche i semplici racconti sono pericolosi, qualora non siano moderati dalla prudenza. Gli spiriti soggiacciono alle contagioni al paro dei corpi, e la storia degli scandali è sempre velenosa. Deviate lo sguardo dei vostri sudditi da certe scene pericolose, e persuadetevi che nessuno s'invoglia d'imitare quello che ignora.

Pulcinella. Cosa farebbero gli sfaccendati se non avessero più le gazzette?

L'Esperienza. Cosa facevano cento cinquanta anni addietro quando le gazzette non si trovavano?

Il Dottore. Mi pare, Madonna mia, che anche in questo siate, troppo severa. Come mai pensate di levarci i fogli e condannarci a vivere nella ignoranza delle cose del mondo?

L'Esperienza. Amici miei quando i figliuoli sono ammalati, bisogna tenerli in dieta, ed è meglio lasciarli piangere che farli morire di indigestione. Finchè dura il Cholera della rivolta, la dieta delle stampe deve essere rigorosissima, e non si devono permettere assolutamente altri fogli che quelli, i quali servono apertamente al partito della giustizia. Bensì in ogni stato ci dovrebbero essere una buona gazzetta nazionale, e un buon giornale letterario, nei quali con la dovuta prudenza si publicassero le notizie degli esteri e si rendesse ragione della loro letteratura.

Il Dottore. Così vorreste ridurre anche i fogli a privativa regia.

L'Esperienza. Se per servizio della finanza ci sono le privative del sale e del tabacco, molto più ci dovrebbe essere la privativa delle stampe per servizio della Religione, della politica e della buona morale. Proseguite a leggere la mia lettera.

Il Dottore.

« Inoltre chi vuol tenere tranquilli i figliuoli deve lasciargli i loro trastulli, con che resteranno buoni nelle loro camere e non anderanno a mettere sottosopra tutta la casa. Così bisogna lasciare che i popoli abbiano occupazione e sollievo nelle loro faccende municipali e domestiche, acciocchè trovandosi oziosi nella patria non escano a turbare le cose della nazione. In questo, principi miei, avete commesso un errore gravissimo, e ancora nessuno dei vostri uomini di stato si accorge che il soqquadro del mondo proviene in gran parte da questo fallo. Voi per zelo mal inteso della sovranità avete levato alle comuni tutti i loro privilegi, tutti i loro diritti, tutte le loro franchigie e libertà, e avete concentrato nel governo ogni filo di potere, ogni moto e ogni spiro di vita. Con questo avete reso gli uomini stranieri nella propria terra, abitatori e non più cittadini delle loro città; e dalla abolizione dello spirito patrio è insorto lo spirito nazionale, il quale ha ingigantito gli orgogli e i progetti dei popoli. Distrutti gli interessi privati di tutti i municipii, avete formato di tutte le volontà una massa sola, la quale deve muoversi tutta con una sola tendenza, ed ora vi trovate insufficienti a reprimere il moto di quella mole terribile e smisurata. Divide et impera. Voi vi siete scordati di questa massima scolpita sul fondamento dei troni, avete preteso di reggere tutto il treno del mondo con una redine sola, e questa redine vi si è spezzata nelle mani. Divide et impera. Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città, lasciando ad ognuna i suoi interessi, i suoi statuti, i suoi privilegii, i suoi diritti e le sue franchigie. Fate che i cittadini si persuadano di essere qualche cosa in casa loro, permettete che il popolo si diverta coi trastulli innocenti dei maneggi, delle ambizioni, e delle gare municipali, fate risorgere lo spirito patrio con la emancipazione delle comuni; e il fantasma dello spirito nazionale non sarà più il demonio imbriacatore di tutte le menti. Ascoltatemi, miei cari principi. Se vedeste che all'improvviso tutti i cavalli ricusassero di sostenere la soma e di portare il carro, e tutti i bovi non volessero più tollerare il giogo e solcare la terra, vi ostinereste forse a credere pervertita la natura di quelle bestie, o piuttosto cerchereste le cause di quella ricalcitranza nel disordine degli arnesi e nella imperizia dei conduttori? E oggi che i popoli si ribellano tutti al freno dei re, perchè vorrete ostinarvi a supporre cambiata la natura degli uomini e non vorrete ravvisare qualche difetto nei modi di governarli? Ponderate bene queste parole; volgete l'occhio ai modi e ai tempi trascorsi, e se volete che le generazioni presenti siano docili come le antiche, reggetele come i vostri padri reggevano le antiche. »

Pulcinella. Tutto questo sarà ben detto; ma io non capisco niente.

L'Esperienza. Io so bene che certi parlari non sono intesi dal volgo, e pur troppo ogni classe ha il suo volgo. La mia lettera però non è diretta alla plebe, ma ai re. Tirate avanti e non perdete tempo.

Il Dottore.

« Un'altra causa principale dello sconquasssamento del mondo è la troppa diffusione delle letture e quel pizzicore di letteratura che è entrato ancora nelle ossa dei pescivendoli e degli stallieri. Al mondo ci vogliono senza meno i dotti e i letterati, ma ci vogliono ancora i calzolari, i sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorta, e ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri senza pretendere di guidarlo coi lumi proprii. Per tutta questa gente la lettura è dannosa, perchè solletica quegli intelletti che la natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promuove dubbi che la mediocrità delle sue cognizioni non è poi sufficiente a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono insopportabili il travaglio monotono e nojoso del corpo, risveglia desiderii sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere il popolo scontento della sua sorte, lo dispone ai tentativi di conseguire una sorte diversa. Perciò invece di favorire smisuratamente l'istruzione e la civiltà, dovete con prudenza imporle qualche confine; e considerate che se si trovasse un maestro, il quale con una sola lezione potesse rendere tutti gli uomini dotti come Aristotele, e civili come il maggiordomo del re di Francia, questo maestro bisognerebbe ammazzarlo subito per non vedere distrutta la società. Lasciate i libri e gli studii alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario che si fa strada a traverso dell'oscurità del suo grado, ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile senza andarsi a guastare il cuore e la testa alla scuola dell'alfabeto. Per la mal intesa e sproporzionata diffusione della coltura la società è disturbata da una progenie innumerevole di bifolchi e facchini che a dispetto della natura vogliono aggregarsi alle classi elevate, e voi siete costretti di togliere la pelle alla metà del vostro popolo, per fare i calzoni a quell'altra metà, la quale nata per guadagnarsi il pane con vanga e la scure, domanda impieghi e pensioni, e pretende di vivere e di scialare con qualche tratto di penna. Tutti questi sapientelli senza fondamento di studio e di giudizio, e tutti questi signoretti senza patrimonio bastante a far bollire la pentola, portano naturalmente nel cuore la scontentezza e l'invidia, e sono materie sempre preparate ad accendersi al soffio della rivoluzione. L'improvida propagazione delle lettere ha radunata questa massa pericolosa di combustibile, e voi dovete con la cauta e discreta moderazione della coltura abbassare le vampe della sedicente filosofia e allontanare la mina da' vostri troni. »

Pulcinella. Io sono un povero lazzarone, ma capisco bene che dite bene. Se madonna Pulcinellessa mia madre non avesse fatto la pulcinellata di mandarmi alla scuola, sarei un asino poco più, poco meno come sono adesso, ma avrei appreso un mestiere, mi troverei contento di essere Pulcinella, e potrei campare onoratamente. Appunto perchè mi hanno insegnato a leggere ho imparato un mondo di porcherie, non sono più contento del paliaccio e della polenta, e sono venuto a cercare fortuna nel paese della costipazione.

L'Esperienza. Amici miei, non tutto è fatto per tutti, e se tutti gli animali fossero elefanti, non si troverebbero più i somari e le galline. Le armi in mano dei soldati servono alla sicurezza e alla difesa dello stato, ma date in mano alla plebe producono soltanto risse, susurri, e ammazzamenti. Continuate a leggere la lettera.

Pulcinella. Ancora non è finita?

L'Esperienza. Ci mancano poche parole.

Pulcinella. Povera vecchiarella, vi sarete stancata a scrivere tanta roba.

L'Esperienza. La dettatura è mia, ma mi sono servita di uno scrivano.

Pulcinella. Come si chiama questo scrivanello?

L'Esperienza. Si chiama 1150.

Pulcinella. Noi non lo conosciamo.

L'Esp. Lo conoscerete dopo, ovvero non lo conoscerete mai, che questo importa poco. Terminate questa lettera.

Il Dottore.

« Sopra tutto se volete assicurare il riposo dei popoli consolidare i vostri troni, e accomodare le cose del mondo, richiamate il rispetto della Religione, la quale ormai si vede schernita e discacciata da tutti e non trova più un asilo sicuro nemmeno nei tempii. i Ministri dell'altare sono diventati il peripsema della plebe, e le azioni pazze e degne di scherno si chiamano volgarmente fratate. I sacramenti, le pratiche di pietà e l'osservanza dei precetti ecclesiastici sono la parte degli spiriti deboli; il segno della Croce non ha più coraggio di comparire intiero e scoperto sulla fronte del Cristiano; le Chiese sono rese il passeggio della indifferenza e dello scandalo, e la civiltà, imposto silenzio allo zelo della fede, rende comune la società e la mensa agli uomini battezzati, i quali dicono di adorare il Cristo, e agli uomini circoncisi, i quali si vantano di bestemmiarlo. Questo abbonimento e questo dispregio della religione sono l'opera della rivoluzione alleata con l'empietà, e voi sapete che i colpi dati all'Altare hanno scosso il vostro trono, e lo tengono in pericolo di rovina. Ma intanto cosa avete fatto per ristabilire nel cuore dei popoli questa difenditrice dei troni, e dov' è che lo zelo dei re si mostri acceso per la causa di Dio? Voi, principi miei, siete religiosi e buoni, ma la religione e la bontà dei re sono forse quelle che governano sempre gli stati? Non accade forse giammai che la religione comandi nel cuore dei re, e serva alla politica e agli interessi nei gabinetti? Mettetevi una mano sul cuore, date un'occhiata agli annali dei vostri imperi, e rispondetemi sinceramente. Qual è quello dei vostri regni in cui non si possa raccogliere un volume di editti e di ordinanze reali pubblicate in contraddizione ai canoni della Chiesa? Qual è quella delle vostre reggie in cui non sia qualche sala addobbata coi drappi del Santuario? Qual è quella dei vostri governi, il quale non abbia fatto versare qualche lagrima al Pastore del Vaticano? E finchè la religione apparirà bersagliata e tremebonda sui troni dei re, come potrà ripigliare il dominio sul cuore dei popoli? E finchè i popoli non rispetteranno il freno della religione, come potranno sottomettersi all'impero dei re? Principi miei, intendete, ponderate e sperate. Alleatevi di buona fede al Sacerdozio, e senza mettervi sotto i suoi piedi, cedetegli la mano perchè voi siete i primogeniti della Chiesa, ma siete i figliuoli della Chiesa. D'accordo con questa Madre saggia, discreta e pietosa, adoprate la voce, l'esempio, la sagacità, la clemenza e il rigore, e medicate le piaghe della religione. Ristabilite le pietre dell'Altare, e la solidità dell'Altare sarà la fermezza dei vostri Troni.

Pulcinella. La lettera è un poco lunghetta, ma non ci è male.

Il Dottore. È scritta con molta libertà....

L'Esperienza. Amici miei: la verità tutta, o niente. Se si vuole che i popoli accolgano di buona voglia la riprensione, bisogna persuaderli che la verità non guarda in faccia a nessuno, e parla chiaro ancora coi re. Altrimenti credono che si scriva con la penna venduta, e le parole della verità non fanno nessuna impressione.

Il Dottore. Come faremo per presentare questa lettera a tutti i re dell'Europa?

L'Esper. Se volete risparmiare il viaggio, fatela stampare.

Il Dottore. Capperi! Chi darà il permesso di pubblicarla?

Pulcinella. E perchè no? Si trovano torchj sozzi e vili per pubblicare ogni sorte d'iniquità, e non si troverà un torchio nobile e generoso per pubblicale la parola della Esperienza e della Verità, scritte col solo fine di sostenere la causa dei re, e ajutare l'aggiustamento delle cose del mondo?

L'Esperienza. Se non vi riesce di stamparla in palese, fatela stampare alla macchia.

Il Dottore. Sarà poi ben fatto di pubblicare uno scritto senza licenza dei Superiori?

L'Esperienza. Dite benissimo, e questo non sarebbe procedere da galantuomini, ma mostratelo a quattr'occhi a un Superiore illuminato e saggio. Vedrete che per prudenti riguardi non ci metterà l'imprimatur, ma si contenterà che la facciate stampare alla macchia.

Il Dottore. E bene, anderemo, e faremo come voi dite.

Pulcin. E se in ogni modo la lettera non si potesse stampare?

L'Esperienza. Ci vorrà pazienza: e chi l'ha scritta, non perderà il merito della sua buona intenzione. In questo caso il mondo resterà come adesso con la testa in terra e le gambe per aria. La Fedeltà, la Verità e l'Esperienza avranno parlato in vano, e sarà sprecato il viaggio di Pulcinella.

– 17 decembre 1831.

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Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2008