![]()
Edizione di riferimento:
Nuova Antologia di scienze, lettere ed arti, seconda serie, volume ventesimosecondo (della raccolta — volume LII), Roma tipografia Barbèra 1880.
Si disputa, da un po’ in qua, del verismo con tanto calore, come se si trattasse di materia del tutto nuova. Nuova è bensì la parola, ma la cosa è antica quanto ogni arte bella e le letterature in ispecie; che da Omero in qua (per non risalire anche più addietro) vi sono stati sempre scrittori, che han tolto i soggetti e le ispirazioni dalla natura, sia esterna o interna, sia fisica o morale, e scrittori pedissequi, accademici, o comunque vogliamo dirli. Ma non per questo il ragionare che oggi si fa del verismo può dirsi inutile; la critica se ne avvantaggia e progredisce, i concetti su l’arte si definiscono meglio e s’illustrano; in fine, ciò che soprattutto rileva, probabilmente ne guadagnerà l’arte stessa. Non so se gli altri, ma io mi sento sempre tirato ad applicare e riscontrar le dottrine, che si vengono ventilando, nelle opere de’ grandi scrittori; e fra i nostri mi ha fermato singolarmente come poeta verista Giacomo Leopardi. Ma in che consiste il suo verismo? Qui sta il punto; perchè, difatti, la questione dipende in gran parte dal diverso modo d’intender la cosa. Vediamo come la intendeva e praticava il poeta recanatese.
E prima di tutto, il verismo nello spirito umano e nelle opere d’arte esclude forse l’idealità? Considerare delle cose complesse un lato soltanto e voler disgiunto ciò che congiunge natura è proprio di menti anguste e, quanto all’oggetto di cui qui parliamo, si potrebbe anche dire non appieno consapevoli di sè medesime; poiché non v’è, credo, persona che non esperimenti il potere dell’idealità, e non lo subisca ed eserciti, come non v’è persona che non senta il reale. E perchè dunque si dovrebbe interdire la rappresentazione dell’idealità agli scrittori e agli artisti, mentre si vuole appunto che faccian ritratto dalla natura? « Essendo carestia di belle donne, io mi servo di certa idea che mi viene alla mente; » scriveva Raffaello a Baldassar Castiglione quando negli affreschi della Farnesina veniva pennelleggiando la Galateti; e il Leopardi a Carlo Pepoli nell’epistola, che è il XIX de’suoi Canti:
. . . . . . Te punge e move
Studio de’carmi e di ritrar parlando
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che più benigna
Di natura e del ciel fecondamente
A noi la vaga fantasia produce
E il nostro proprio error.
Chiamate cento fotografi (dico, se mi è lecita l’espressione, i fotografi della penna) a ritrarre il colle, sul quale il Leopardi, sedendo e guardando attorno, concepì e dettò il celebre idillio, che ha per titolo L'Infinito; nessuno vi darà neppur l’ombra di quella creazione poetica, dove il profondo sentimento del reale e dell’ideale maravigliosamente cospirano insieme. Della qual felicissima temperanza ci porge in un esempio la genesi e la vicenda il poeta stesso per entro al canto che s’intitola Aspasia, là dove con bellissimi versi tratteggia quell’ideale, di cui non v’è forse persona che non faccia in sè esperienza, l’ideale cioè che l’innamorato suol formarsi della donna sua, e che effettualmente adora in luogo di questa:
Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà. Simile effetto
Fan la bellezza e i musicali accordi,
C’alto mistero d’ignorati Elisi
Pajon sovente rivelar. Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l’amorosa idea,
Che gran parte d’Olimpo in sè racchiude,
Tutta al volto, ai costumi, alla favella
Pari alla donna, che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima.
Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Al fin l’errore e gli scambiati oggetti
Conoscendo, s’adira; e spesso incolpa
La donna a torto.
Secondo l’ingegno, l’educazione, i tempi e i luoghi, entro la mente dell’artista il reale e l’ideale si congiungono ed operano in maniere e proporzioni le più svariate e diverse. Nel Leopardi il sentimento della realtà prevale sempre alla fantasia, e, porgendo ad essa stimolo e alimento perenne, la tiene anche in freno: ond’è che la sua poesia riesce più toccante che splendida. Come poi il reale è oggettivo o soggetivo, così il sentimento muove da questo o da quello principalmente. Il sentimento della realtà soggettiva nel poeta recanatese domina l’altro. Quindi l’eccellenza sua nella lirica; quindi a lui ottimamente si conviene ciò che Dante diceva di sè, poeta verista d’amore, a Bonagiunta da Lucca:
. . . Io mi son un che, quando
Amore spira, noto; ed a quel modo
Che detta dentro, vo significando.
Questa interna spirazione d’affetti, che non erano sempre e solo affetti d’amore, fu nell’uno e nell’altro veramente maravigliosa, come pure l’adegnata corrispondenza dell’espressione, nel che sta tanta parte della hontà dello stile. Fra i canti leopardiani appena due se ne possono additare, in cui la natura esterna sia tratteggiata largamente; gl’idilli intitolati l’uno La quiete dopo la tempesta e l’altro Il sabato del villaggio; ma in questi ancora il rispettivo sentimento della natura intima sopravviene da ultimo e si accampa sovrano. Nei più svariati oggetti, animati o inanimati, il poeta dipinge sempre sè stesso; egli si ritrova in Saffo, in Bruto minore, in Consalvo, nel pastore errante dell’Asia, nel passero solitario. Queste diverse forme e apparenze non sono che vari atteggiamenti ch’egli assume, serbando sempre la sua natura intima; al contrario di Vincenzo Monti, che mobile d’animo come ricco d’imaginazione si va trasmutando col mondo esteriore, e più che sè stesso ritrae la vicenda delle cose che lo circondano e degli avvenimenti, fra il vortice de’ quali stupefatto si avvolge. Nell’uno prevale la fantasia, nell’altro il sentimento.
Questo carattere della realtà, se in tutte le altre poesie, il Leopardi lo ha impresso vivissimamente in quelle d’amore. E per ciò specialmente egli è riuscito originale anche in una materia, che aveva da più secoli nauseato; e per ciò anche su Dante e il Petrarca ha qualche vantaggio. Laura e Beatrice furono le sole donne da essi celebrate nelle poesie, ma non le sole da essi amate. Il poeta moderno, più schietto e intero, ognuno dei noti amori che successivamente gli accesero l’animo fece soggetto a canti immortali. Non pur la donna del primo amore, ma e Silvia e Nerina ed Elvira e Aspasia furono tutte donne reali. Egli le amò realmente, e i versi, ove celebrò questi amori, son pieni di particolarità, rispondenti a ciò che dal Machiavelli chiamavasi verità effettuale, delle quali particolarità io non ho potuto dare che pochi e imperfetti cenni nel breve compendio di una mia scrittura pubblicato dal Fanfulla della domenica 4 aprile 1880. Ma il canto, che s’intitola Alla sua Donna, non è di pura idealità? Quale amore reale si celebra in esso? « La donna, cioè l’innamorata, dell’autore è una di quelle imagini, uno di quei fantasmi di bellezza e virtù celeste e ineffabile, che ci occorrono spesso alla fantasia nel sonno e nella veglia, quando siamo poco più che fanciulli; e poi qualche rara volta nel sonno o in una quasi alienazione di mente, quando siamo giovani. Infine è la donna che non si trova. » Così, sul proposito del soggetto di questo canto, scriveva il Leopardi stesso, alle cui parole io ardirei soggiungere una spiegazione anche più determinativa, affermando ch’egli per la donna, parafrasata in tal forma intende la Felicità, che dagli uomini è sempre desiderata e mai non si ottiene, onde il poeta così chiude il suo canto:
Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’mondi innumerevoli t’accoglie,
E più vaga del sol prossima stella
T’irraggia e più benigno etere spiri;
Di qua, dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.
Or l’amore per tal donna ideale non ha fondamento anch’esso nella vita intima della coscienza? Leggendo questo canto, noi ci sentiamo commossi per ciò principalmente, che il vago desiderio d’una felicità, idoleggiata qui in una tal donna, tutti, come il poeta, lo abbiamo innato nel cuore. Proviamoci a confrontare il canto del Leopardi con qualcuno dei tanti, in cui la fantasia effettivamente domina sola senza lo spiro vitale del sentimento; per esempio con lode di Alessandro Guidi alla Fortuna. Il canto leopardiano ci riempie di una soave commozione, che dopo lettolo continua a serpeggiare tacitamente nel cuore, l’ode del poeta pavese con quella fantasmagoria altisonante ci lascia freddi e storditi, come uno scoppiettare di mortaletti, cui accompagna bagliore e fumo.
L’idealità disgiunta dal sentimento della natura è cosa rimorta; ove poi si rigiri nel convenzionale riesce, anche stucchevole e nauseante. Da questo eccesso siamo oggidì trascorsi ad un altro; a voler cioè nelle opere estetiche rappresentare tutta e sola la natura qualunque essa sia, e specialmente la natura materiale e sensuale. Di questi due eccessi, in riguardo all’effetto che l’arte può produrre, il secondo è assai più pernicioso del primo; poiché i lavori puramente fantastici e accademici presto son lasciati in disparte e cadono nell’obblio; laddove gli altri hanno sempre in sè una certa attraenza, essendo nella rappresentazione della natura reale, massime ove sia fatta secondo le leggi dell’arte, diffuso come un rivolo di quella vita, che è sempre nella natura stessa. Dai veristi siffatti si suol replicare che l’artista non ha per ufficio di predicar la morale. Ciò veramente non è quello che chiedesi all’arte affinchè non manchi ad essa un intento civile; ma se l’artista non deve predicar la morale, nell’ufficio suo è prosciolto forse dalla legge morale, che l’obbliga come uomo? è prosciolto dal debito che ha come uomo e come cittadino di conferire al perfezionamento de’ suoi simili, della patria e della società?
Anche l’opera estetica, benché abbia intrinsecamente norme tutte a sè proprie, in quanto è un atto umano soggiace alla sanzione della legge suddetta; e il violatore di essa è tanto più da riprovare, quanto più estesi e durevoli sono gli effetti dell’atto suo. Non è qui il luogo di esaminare il valore delle opere di Giacomo Leopardi rispettivamente alla letteratura civile; basti notare ch’egli dalla realtà oggettiva e soggettiva non raccolse mai quelle volgarità e turpitudini, di cui alcuni oggidì, senza potere perciò aspirare nemmeno al vanto della novità, si piacciono tanto. Negli stessi canti d’amore chi, dopo Dante e il Petrarca, più dignitoso e puro di lui? Cadutagli anche quell’ultima illusione, rejetto dalle donne, egli delle donne e dell’amore cantò sempre in maniera, che nelle sue poesie erotiche niuna pudica giovinetta troverà un’ imagine, una parola da doverne arrossire. Nè senza una profonda commozione possiamo ripensare com’esso, allorché nel delizioso clima di Napoli cercava indarno ristoro ai malori immedicabili ond’era afflitto, appressandosi alla sera della sua breve giornata, nutrisse pur sempre nel cuore per la virtù un secreto affetto, che effondeva nella patetica apostrofe, con cui si chiude il quinto canto dei Paralipomeni:
Bella virtù, qualor di te s’avvede,
Come per lieto avvenimento esulta
Lo spirto mio.
Negli scritti di Giacomo Leopardi la stessa disperazione, sublime in lui, quanto in certi suoi imitatori affettata e ridicola, riesce a chi legge ispiratrice di un sentimento austero e sdegnoso di ogni bassezza. Discorrendo io un giorno col suo fratello Carlo Leopardi, venni a manifestargli un mio proponimento di pubblicare una scelta, che sin d’allora avevo preparata, delle sue lettere per uso della gioventù studiosa. L’onorando uomo, credendo che io volessi ridurre l’epistolario a quel modo per una cautela, senza aspettare che gliene avessi manifestate le cagioni vere, concitato mi disse: « Dunque le opere di mio fratello non sono tutte morali? »
Il sentimento vivissimo della realtà oggettiva e soggettiva rende il Leopardi sempre nuovo e, rispettivamente all’animo suo, sempre vero. Che se il secondo è più forte e domina l’altro, questo adempie con esso quasi sempre l’ufficio di primo eccitatore, e tenendolo fisso in un punto, serve a renderlo più determinato e più efficace. Pochi han saputo trarre, come il Leopardi, dalla natura esteriore, sia fisica o morale, sia animata o inanimata, ispirazioni così schiette e sincere senza che fossero un riflesso delle ispirazioni di altri. E che sono se non ispirazioni della natura sensibile negli oggetti e negli atti suoi più comuni il canto Alla luna, L’infinito, Il passero solitario, La vita solitaria, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio e finalmente La ginestra? I canti erotici hanno per soggetto, come già s’è accennato, donne amate realmente. I canti all’Italia, sopra il monumento di Dante, ad Angelo Mai per la scoperta dei libri di Cicerone su la repubblica, per le nozze della sorella Paolina, a un vincitore nel pallone, furono a lui o del tutto o principalmente ispirati dalla contemplazione dello stato politico della patria; dalla contemplazione dello stato della società, del genere umano e di sè stesso i canti, dove esponeva le concezioni e dottrine, che s’aveva formate meditando su la natura fisica e morale e su tutto ciò che si spazia nel gran mare dell’essere; infine i Paralipomeni, dove il poeta, secondo il modo di vedere suo proprio, ci rappresenta tanta parte del vivere e del pensare moderno. E ci ha pure alcune poesie, nelle quali egli, raccolto tutto in sè stesso alla contemplazione interna della coscienza, trae da questa il soggetto; come è, per esempio, il canto sublime anche per un non so che di terribile e d’indefinito che spira, intitolato Il pensiero dominante, che in sostanza non è altro che il pensiero dell’amore. In questo e in alcuni altri pochi il suo sentimento, accampato solitario nel profondo dell’animo, di rado e debolmente si effonde negli oggetti esteriori e nell’universo. Il sentimento del Leopardi fa dunque in certo qual modo come l’acqua in quel vaso descritto da Dante :
Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
Movesi l’acqua in un ritondo vaso,
Secondo ch’è percossa fuori o dentro.
E questo sentimento della natura è nel Leopardi sì poderoso, ch’egli, anche quando trae i soggetti e le imagini dall’erudizione e dalle più remote leggende, li avviva sempre con esso e ringiovanisce; come si vede, per esempio, nel canto Alla primavera o Delle favole antiche e nell’Inno ai Patriarchi o Dei principii del genere umano. Egli, insomma, non si distacca mai dalla natura, in mezzo alla quale vive e respira, e di cui sente il misterioso afflato:
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi e il dissueto orecchio
Della materna voce il suono accoglie?
Quindi è che i luoghi, dove tenne soggiorno più lungo, han dato al suo poetare più frequente occasione e più larga materia, e sono più vivamente rappresentati nelle opere sue; e questi luoghi furono Recanati e Napoli.
Al soggiorno, suo in Napoli chi può pensare senza recarsi subito alla mente Virgilio? Che anch’egli dimorò colà lungamente, e in que’ luoghi deliziosi scriveva i suoi poemi immortali :
. . . Virgilium.... me dulcis alebat
Parthenope studiis florentem ignobilis oti.
Ma quanto diversa l’ispirazione dell’uno e dell’altro! Il poeta antico celebrò la potenza romana, che allora toccava il più alto grado, celebrò la grandezza d’Italia nell’agricoltura come nelle armi e nella sapienza :
Terra antiqua, potens armis atque ubere glebae:
e in onore d’Italia dominatrice della terra dettò per quelle piagge ridenti l’inno immortale, dove co’ versi
Ilic ver assiduum atque alienis mensibus aestas,
Bis gravidae pecudes, bis pomis utilis arbos,
par che dipinga segnatamente la felicità del clima e del suolo della Campania suo prediletto soggiorno. Il poeta moderno, languendo già sotto il peso e i tormenti d’incurabil malore, in que’ luoghi stessi cantò la mina della patria, allora serva e divisa, coi Paralipomeni, e il suo disperato dolore con gli ultimi due canti lirici, che gli dettò lo spettacolo del tramonto della luna e lo spettacolo delle malinconiche ginestre, allorché nel 1836, sorretto dalle cure affettuose di Antonio e Paolina Ranieri, si ricreava a quell’aria balsamica in un’amena villetta alle falde del Vesuvio presso Torre dell’Annunziata e Torre del Greco. Nel Tramonto della luna, dove secondo il solito la realtà esteriore non è che un tenue velo alla realtà intima di quell’anima sconsolata, troviamo una viva pittura del clima napoletano al tempo di primavera; il zeffiro, le collinette, le ville, l’infinito seno del mar tirreno dove in notte solinga scende la luna. Non ci par di vedere il poeta in una di quelle notti solinghe affacciato alla finestra della sua villetta? Spettacolo per verità comunissimo; ma chi fin allora avea saputo trarne argomento a sì gentile poesia? E quelle ginestre su la schiena del Vesuvio, è stato primo lui a scoprirle? Eppure mai canto di poeta non le avea celebrate. Fu l’invitto sentimento della natura che gli dettava quelle parole impresse del più sfolgorante verismo :
Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor, nè flore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti.
E non è men pretto verismo il ricordo che gli suscita delle ginestre della campagna romana:
. . . . . . . . . Anco ti vidi
Dei tuoi steli abbellir l'erme contrade,
Che cingon la cittade,
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Ne’ Paralipomeni, se egli ha da rappresentar l’imagine di una strada aperta per entro un monte, ci dipingerà uno dopo l’altro due trafori a lui noti, quello del Furio tra Cagli e Fossombrone nelle Marche e quello di Posilipo presso Napoli, ove sul declivio del monte a sinistra dell’entrata
. . . . . . . . la tomba
Pon di Virgilio un’amorosa fede;
e ove, non lungi da questa, varcato il traforo medesimo, troviamo ora nel paesello di Fuorigrotta davanti alla chiesuola di San Vitale l’umile sepoltura del cantore stesso della ginestra. Quanti, traversando nel pomeriggio su le ali del vapore quel tratto di via ferrata, che va da Foligno a Spoleto, non abbiam veduto torreggiare sopra e attorno a un monte la piccola città di Trevi, ed ammirato il magico effetto che in essa produce co’ suoi raggi il sole volgente all’occaso? Ebbene questo grato spettacolo, che il Leopardi potè tante volte contemplare, e, viaggiandosi allora in carrozza, anche più ad agio che noi, è descritto in due ottave del poema suddetto stupendamente, con quella chiusa pittoresca:
Brillan templi e palagi al chiaro giorno,
E sfavillan finestre intorno intorno.
Nella primavera del 1817 Giacomo Leopardi, disputando egli giovinetto non ancora diciottenne con Pietro Giordani, che lo aveva consigliato a premettere l’esercizio del comporre in prosa a quello della poesia, in data del 30 oprile fra le altre cose gli scriveva da Recanati: « Quando io vedo la natura in questi luoghi, che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente, mi sento così trasportare fuori di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore, e aspettare una ventina d’anni per darmi alla poesia; dopo i quali, primo, non vivrò, secondo, questi pensieri saranno iti, e la mente sarà più fredda o certo meno calda che non è ora. » E il 6 marzo 1820 scriveva al Giordani stesso: « Sto sospirando caldamente la bella primavera come l’unica speranza di medicina, che rimanga allo sfinimento dell’animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbajavano di lontano, mi si svegliarono alcune imagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. » Questo sentimento della natura non era affettato, ma vivo e profondo, e fino agli ultimi giorni della vita gli durò perenne. Ma, poiché, la sua dimora più lunga e dell’età giovanile segnatamente, che è la più poetica, fu nelle Marche e in Recanati, quindi è ch’egli ci apparisce rappresentatore più maraviglioso della realtà e degli svariati fenomeni suoi nella bella regione picena e nella città natale; quindi è che ad intendere appieno certi particolari e sfumature delle sue poesie^è necessaria la conoscenza di questi luoghi.
La poesia intitolata Il primo amore, che insieme a’ frammenti, segnati coi numeri XXXVIII e XXXIX, fra quelle approvate dall’autore, per ordine di tempo è la prima, porta anch’essa molte tracce del verismo, se è lecito dir così, locale. Lasciamo la realtà dell’amore suddetto per Geltrude Cassi, e del tempo in che seguì effettualmente, che è irrepugnabile; ma quel particolare dei cavalli, che attaccati alla carrozza, nella mattina della partenza della bellissima Pesarese da Recanati, scalpitavano nell’atrio del palazzo Leopardi, è anch’esso una pretta realtà. E difatti, avendone io mosso dubbio al conte Carlo, fratello del poeta, allorché lo interrogavo su questo amore, egli francamente mi rispose: Quel particolare è verissimo: la carrozza, con la quale era venuta qua e ne ripartì Geldrude Cassi, apparteneva alla casa Lazzari, dove essa era maritata, e similmente i due cavalli. E questi non erano mica come i cavalli de’ vetturini, che per lo più son carogne, ma pieni di fuoco e sbuffanti, onde niuna maraviglia se appena tirati fuori dalle stalle e attaccati alla carrozza
Battean la zampa sotto il patrio ostello.
Quello scalpitare poi si sentiva benissimo dalle camere dove Giacomo e io dormivamo.
L’amore per Silvia (Teresa Fattorini) cominciò nella primavera (era il maggio odoroso) e finì nell’autunno con la morte della giovinetta, seguita il 30 settembre del 1818:
Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta
Perivi, o tenerella.
Nell’edizione fiorentina dei Canti fatta il 1831, dove comparisce questo per la prima volta, in luogo di combattuta, che è delle edizioni susseguenti, si legge consumata:
Da chiuso morbo consumata e vinta
Perivi, o tenerella.
La correzione posteriore nel rispetto dell’arte è giustissima, perchè il vinta dopo consumata tornava inutile affatto; nel rispetto però del vero storico, la prima lezione, servendo a darci un’idea più precisa del genere della malattia, che dovette essere una tisi, a cui soggiacque la misera giovinetta, risponde meglio alla realtà. Alla realtà poi è tutta conforme nel canto stesso la scena bellissima, in cui ci apparisce dall’una parte nella casa di fronte al palazzo Leopardi la giovinetta percorrente con la mano veloce la faticosa tela, mentre al suo canto risuonano le quiete stanze e le vie dintorno, e dall’altra il poeta, che, lasciando talora gli studi leggiadri e le sudate carte, tende verso lei gli occhi e gli orecchi dai veroni del paterno ostello; e intanto mira
. . . . . . . . il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi e quindi il monte.»
Chi è stato in Recanati sa benissimo che in quest’ultimo verso è dipinto a maraviglia il vero orizzonte di quella città e del palazzo stesso de’ Leopardi, la cui facciata guarda a mezzodì; e difatti quell’orizzonte stendesi dal mare Adriatico alla catena degli Appennini, fra i quali grandeggia il monte, che i Marchigiani chiamano Sanvicino. Del resto la memoria della tessitora recanatese durò sempre in lui così viva, che mentre dimorava gli ultimi giorni della vita nella mentovata villetta a piè del Vesuvio, recandosi spesso a diporto verso le falde superiori del monte (come racconta ne’ Sette anni di sodalizio Antonio Ranieri), «al bordone di un telaio si compiaceva di udire il canto di una giovinetta fidanzata ad un figliuolo del fattore, e che aveva ancor essa il nome di Silvia. »
Quando nelle Ricordanze celebra l’estinta Nerina (Maria Belardinelli), non ci descrive perfino la finestra dov’essa era solita di parlare a lui ?
. . . . . Quella finestra,
Ond’eri usata favellarmi ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
È deserta. »
E quella finestra si vedeva un po' obbliquamente. dalla finestra stessa della camera da letto di Giacomo. Il canto delle Ricordanze, che si chiude con la patetica apostrofe alla Nerina, egli lo scrisse nell’ultima dimora sua in Recanati, tra il novembre del 1828 e il marzo del 1830. Nerina era morta poco innanzi a quest’ultima sua tornata nella città natale, onde il poeta esclama veracemente :
. . . . . . . Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia?
Poco più sotto rammenta il suo recarsi a feste e a radunanze. "V’è forse chi crede questa una mera invenzione fantastica del poeta? È invece la pura verità. A Recanati nel carnevale del 1829 era aperto il teatro con opera in musica, il quale poi per la morte del papa Leone XII fu chiuso alquanti giorni prima che terminasse la stagione. Quel direttore di orchestra, che io giovanetto conobbi già vecchio a Montecosaro, mi raccontava che Giacomo v’interveniva sempre, vestito semplicissimamente, con un soprabito di pelone sotto un mantello a baveretti; che più volte esso direttore era entrato con lui in discorso su quella musica (si rappresentava il Barbiere di Siviglia), e ammirando lo aveva sentito notare nella medesima le bellezze più fine, che all’orecchio delle persone imperite dell’arte non sogliono rivelarsi. Non è dunque che un ricordo di tale frequenza ai pubblici divertimenti d’allora ciò ch’egli scrive, parlando sempre a Nerina:
. . . . . Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
In questo canto delle Ricordanze non solamente sul fine, ma per tutto e sin dal principio trionfa splendidamente il verismo. Affacciamoci alle finestre della camera da letto di Giacomo; ed ecco in su la sera le vaghe stelle dell’Orsa
Sul paterno giardino scintillanti.
L’orizzonte di Recanati è anche qui dipinto nella vista di quel lontano mare, di quei monti azzurri, che si scoprono di qua, cioè dalla parte di mezzogiorno e di ponente. Non sono realtà i viali odorati, il suon dell’ora, che reca il vento dalla torre del borgo; e sotto il patrio tetto le voci alterne e le tranquille opre de’ servi? Reale similmente è la loggia vòlta agli estremi raggi del dì. E qui è da sapere che due giardini sono annessi al palazzo Leopardi, l’uno a levante, a ponente l’altro; giardino veramente il primo (hortus ad orientem), il secondo una specie di boschetto (pomarium ad occasum): e poiché in quest’ultimo v’erano fra altre piante parecchi cipressi (e alcuni ve ne restano anc’oggi), par credibile che ad esso si alluda nel medesimo canto con le parole i cipressi là nella selva. Il detto giardino a ponente trovasi a un livello inferiore alla strada, per uscir su la quale v’è una porta (dirimpetto alla casa, ora demolita, della Nerina), a cui dal medesimo si ascende per un’ampia gradinata. A capo di essa nell’estremità occidentale esterna del giardino v’è un pianerottolo elegante a forma di loggia, che sta proprio di faccia alle finestre della camera da letto di Giacomo; e questa si crede esser la loggia, ch’egli quivi ricorda, Le dipinte mura nella casa Leopardi e nelle logge dei giardini si vedono anc’oggi: quei figurati armenti sono in un quadro, che stava già nella sua camera da letto, e ora, se non erro, si conserva nella galleria della famiglia; similmente è rappresentato, se ben mi ricordo, in un quadro il sol che nasce su romita campagna; in fine le ampie finestre, dove rimbombavano i sollazzi e le festose voci di lui fanciullo, sono appunto quelle della parte del palazzo assegnata agli spassi. La realtà accertata di questi particolari ci agevola anche il riconoscimento di altri; per esempio, della fontana, su la quale il poeta stette lungamente seduto
Pensoso di cessar dentro quell’acque
La speme e il dolor suo »
Quella fontana par che non debba essere altro che la vasca, la quale era ed è situata nel giardino a levante.
Diasi anche uno sguardo al canto Il passero solitario, nel quale, come più sopra abbiamo detto, Giacomo Leopardi figura sè stesso. Credete che il passero solitario sia imaginato a caso o a capriccio? ovvero ch’esso, perchè canta alla campagna, stia in campagna davvero? Quel passero solitario stava su la torre, o campanile di una delle chiese di Recanati, la chiesa di Sant’Agostino. Questa torre, che se non la principale (principale è quella di piazza, detta nelle Ricordanze la torre del borgo), è però lo più antica, si leva su nel lato posteriore del fabbricato, già convento degli Agostiniani, verso il di fuori della città, che propriamente non è cinta di mura, a ponente; domina la Marca occidentale e, più da vicino, la valle sottoposta, maggiormente poi la dominava a’ tempi di Giacomo per l’alto suo cono, che quindi a causa dei fulmini che attirava è stato abbattuto. In cima a quel cono v’era una croce, dove spesso vedevasi posato un passero solitario; e a Recanati vive anc’ oggi chi si ricorda d’avervelo veduto a’ tempi di Giacomo. Uscendo dalla città per la Porta di Monte Morello (la più vicina al palazzo Leopardi) Giacomo, quando faceva la passeggiata a ponente, solea recarsi per un piccolo sentiero al colle detto popolarmente Monte Tabor, che signoreggia anch’ esso la valle sottoposta e tutta la Marca occidentale fino agli Appennini, e donde si scopre benissimo il campanile suddetto. La festa descritta nel canto è quella di San Vito, protettore di Eecanati, la quale ricorre il 15 giugno, cioè a primavera avanzata :
Primavera dintorno
Brilla nell’aria e per li campi esulta.
Il momento, còlto dal poeta, è l’ora vespertina, quando tutta la gente vestita a festa esce a passeggiare, mentre egli, come il passero solitario, non curante degli altri uccelletti che vanno aliando attorno, recatosi fuor della città dalla parte di ponente sul Monte Tabor, di là si ferma a contemplare il sole che tra monti lontani (ecco di nuovo gli Appennini e il Sanvicino)
« Dopo il giorno sereno
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno;
e di là guardando il passero solitario, nel quale gli par di vedere l’imagine sua, così dirizza a lui la parola ispirata nella contemplazione della viva natura:
D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno,
Ed erra l’armonia per questa valle.
Occorrerà ch’io avverta come anche i punti che ho notati in questi due canti delle Ricordanze e del Passero solitario, attenendosi tutti alla realtà esteriore, non sono che una piccola parte, e la più superficiale, del verismo che avviva i canti suddetti? E il medesimo si vuol dire rispetto all’ermo colle, dove il poeta s’ispirò a scrivere L'Infinito; il qual colle è appunto il Monte Tabor, nominato qui sopra, che presentemente è ridotto a passeggio pubblico, ma a’ tempi del poeta, che volentieri vi si recava a diporto fuor della vista della gente, era veramente romito.
Nella canzone per le nozze della sorella Paolina, scritta l’estate del 1821, quando pareva che la giovane dovesse sposare un vedovo per nome Andrea Peroli di Sant’Angelo in Vado, è designato sul bel principio un luogo celebre delle Marche:
« Poiché del patrio nido
I silenzi lasciando e le beate
Larve e l’antico error, celeste dono,
C’abbella agli occhi tuoi quest’ermo lido,
Te nella polve della vita e il suono
Tragge il destin, l’obbrobriosa etate,
Che il duro cielo a noi prescrisse, impara,
Sorella mia.»
Si è detto e ripetuto che il poeta con le parole
. . . . L’antico error, celeste dono,
C’abbella agli occhi suoi quest’ ermo lido »
non volle intendere altro che la religione. Ma è mai credibile ch’egli affermasse che sua sorella, partendo da casa per andare sposa, lasciava la religione? Ben però essa, dovendosi recare tra gli Appennini nel Montefeltro, dove è Sant’Angelo in Vado, lasciava effettivamente que’ luoghi, fra i quali per una pia giovane come la Paolina il santuario della Madonna di Loreto doveva essere della maggiore importanza. E difatti esso abbella, e in singolar modo agli occhi de’ credenti che vi concorrono da ogni parte, l’erma spiaggia dell’Adriatico sottoposta a Recanati, donde si vedono levarsi al cielo le torri della gran basilica loretana. Che se a conferma di questa spiegazione si volesse anche il suggello dell’autorità, ci sembra che possa valer sopra tutte quella del poeta stesso. Il conte Lavini o Spada di Macerata, morto, non ha molto, a Firenze, gentiluomo compitissimo, letterato e scrittore di eleganti versi, per la più parte tuttora inediti, ebbe spesso occasione di conversare con Giacomo Leopardi, suo coetaneo e quasi concittadino. Studiosissimo ed imitatore delle sue poesie, gli domandò un giorno che cosa avesse inteso con quell’antico error, celeste dono, posto nella canzone per le nozze della sorella. Il Leopardi rispose : « La casa della Madonna di Loreto. » La verità del fatto può confermarla anc’oggi il prof. Giuseppe Berti di Camerino, a cui il conte Lavinio Spada raccontò la cosa più volte.
Questo ricordo della Santa Casa di Loreto mi dà opportunità di notare che l’antichità attribuitale nei versi qui sopra riferiti si conforma all’opinione, che circa il tempo della traslazione di essa in quei luoghi aveva Monaldo padre del poeta, contrariamente alla pia credenza o tradizione generalmente accettata; a sostegno della quale opinione lo stesso Monaldo pubblicò più tardi, dopo la morte di Giacomo, nel 1841 a Lugano un libro intitolato Discussioni storiche e critiche su la Santa Casa di Loreto.
Quella fuga precipitosa dei soldati papalini dopo il primo urto dei Francesi nel gennajo del 1797 da Faenza ad Ancona diede già materia di piacevoli racconti al popolo marchigiano, e se ne conserva anc’ oggi memoria. Più volte io fanciullo aveva inteso narrar da mio padre, come tanti altri fatti di quell’età burrascosa, anche questo con molti particolari sul tedesco general Colli; che costui nel combattimento presso Faenza comandava in carrozza l’esercito papalino; che quando vide che i Francesi non scherzavano, fuggì primo dalla zuffa in carrozza, e invitò i suoi a seguirlo gridando loro : Avanti, avanti; e che questo grido ripeteva di tanto in tanto anche per la strada, rivolgendosi a’ soldati, che gli tenevano dietro a piedi, fino a che non giunse insieme con essi in Ancona. Restai poi grandemente maravigliato, allorché leggendo per la prima volta i Paralipomeni, trovai il fatto medesimo descritto dal Leopardi sotto forma di similitudine nella terza ottava con esattezza storica e col guizzo della stessa ironia popolana:
Come l’oste papal, cui l’alemanno
Colli il Franco a ferir guidava in volto,
Da Faenza, onde pria videro il panno
Delle insegne francesi all’aria sciolto,
Mosso il tallon, dopo infinito affanno
Prima il fiato in Ancona ebbe raccolto,
Cui precedeva in fervide volanti
Rote il Colli gridando: Avanti, avanti.
« Il segreto, per cui le cose di Giacomo piacciono tanto, è la malinconia e l’ironia; » diceva un giorno il suo fratello Carlo a Filippo Mariotti. Ed è vero che la malinconia e l’ironia danno alle opere del grande scrittore recanatese tanta attraenza; ma che altro sono esse che un atteggiamento dell’animo suo, una forma di quel realismo intimo, ch’egli a preferenza così nelle poesie come nelle prose andava rappresentando? Nelle sue prose pubblicate per la prima volta in un volume a Milano il 1827, ma già scritte prima del 1826 e consegnate a Pietro Giordani, que’ due sentimenti fanno mostra di sè parimente quasi fin dal principio. Ma quanto alle poesie approvate dall’autore, mentre la malinconia si manifesta vivissima negl’idilli del 1819, l’ironia non comparisce se non in alcune delle poesie posteriori al 1831. Ciò ha fatto credere a torto che il Leopardi ne’ suoi versi accogliesse l’ironia solamente gli ultimi anni della vita, quando avea già bevuto tutto il calice della disperazione. A persuadersi del contrario basta leggere La Dimenticanza, poesiola scritta nel 1812, i cinque Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccajo, che si rapportano al 1817, e anche alcune traduzioni, quella cioè della Guerra dei topi e delle rane fatta fin dal 1815 e quella della Satira di Simonide sopra le donne fatta nel 1823. Egli dunque avanti di esser poeta del dolore, nel che sta la sua massima eccellenza e gloria, aveva accennato a rappresentare l’ironia e la satira. Verso gli ultimi anni della vita, il suo genio satirico mandò prima un lampo nel canto ad Aspasia, rifulse quindi nell’epistola a Gino Capponi, e da ultimo splendidamente nei Paralipomeni. Seguace sempre del verismo, anche in questo genere trasse dalla vivente società, veduta con occhio di pessimista, l’argomento a’ suoi versi. E come nell’effusione del dolore aveva mandato un gemito, che ebbe ed avrà sempre un’eco in ogni cuore umano, così nell’ironia, che è dolore riflesso, atteggiò il labbro al sorriso del disperato, e parve che si facesse beffe della libertà, dei patriotti, del progresso umano, di tutta la civiltà. Uno de’ segni, se vuolsi, puerili, di liberalismo sotto i passati governi dispotici d’Italia, era l’uso delle barbe, donde le persecuzioni, ridicole se non fossero state feroci, contro le medesime dei governi suddetti. Noi, che siamo un po’ avanti negli anni, ricordiamo che dopo il 1849 il governo pontificio mandò fuori una circolare, con la quale a tutti gl’impiegati dello stato s’ingiungeva di non far più pompa di baffi e di moscone; e Giovanni Duprè nel bel libro de’ suoi Bicordi narra come verso il medesimo tempo a Napoli dagli sgherri del ministro di polizia Del Carretto si facesse una caccia spietata alle barbe, ed egli stesso, soggiornandovi tra il 1852 e 1853 alcuni mesi, per causa della sua corresse pericolo di essere carcerato. Quell’uso per altro era più antico e già in voga, quando nel 1833 Giacomo Leopardi scriveva la mentovata epistola a Gino Capponi. Ora è certo che con le barbe non si vendicava in libertà l’Italia, e non pochi v’erano che quando avessero potuto averne una come quella di Domenico d’Ancona, già celebrata tanto dal Berni, credevano di posseder tutti i requisiti di patriottismo; ma pure un tal segno avea qualche valore, specialmente per la paura che incuteva a’ deboli e ringhiosi despoti di que’ tempi. Il Leopardi nella chiusa dell’epistola suddetta volle appunto deridere quella mania. Fors’egli, che non portava in viso neanche un pelo, e perciò, a detto di Antonio Ranieri, non ebbe mai bisogno di rasojo, poteva far di meno a toccare quel punto; la notazione di esso però ci rivela la sua tendenza anche nelle minime cose al verismo.
Ma solo mercè il sentimento della realtà oggettiva e soggettiva, fisica e morale, riuscì Giacomo Leopardi sì gran poeta? Forse tutti coloro, che per giusto dispregio chiamiamo petrarchisti, arcadici e generalmente accademici, han cantato o l’amore, o la patria, o la natura senza che ne avessero un sentimento vivo e sincero? Ciò è così falso, come non è vero che a formare il poeta basti ciò solo. Anzi a parecchi fra essi non mancò pur l’alto ingegno; ma loro nocque o l’ignoranza dell’arte o il vezzo dell’imitazione, a cui sì di leggieri trascorre chi lo studio de’ grandi esemplari fa sua delizia. Dal che però non vuolsi inferire che tale studio non sia necessario a perfezionare gl’ingegni, e tanto meno che sia per sè stesso nocivo. Non v’ha forse scrittore moderno, che negli studi de’ classici siasi tanto profondato, quanto il Leopardi, che vi consumava tutta quella sua, come il Giordani la chiamò, eroica fanciullezza. In sì fatti studi egli si arricchì di erudizione e di sapienza, in essi affinò il sentimento e il gusto del bello; di là uscì balioso a scrivere prose e versi. E quanto fosse curante dell’arte anche nelle minime parti, lo attestano le correzioni, che sempre veniva facendo nelle edizioni posteriori delle opere sue, lo attestano i manoscritti, lo attestava Carlo suo fratello, dal quale abbiamo saputo ch’egli anche la notte, mentre vigilava al bujo sul letto, andava ruminando i periodi e le parole delle cose che aveva scritto il giorno. Pedanterie! rettoricume! tanto volentieri griderebbero qui gli sprezzatori d’ogni arte; ma poiché, trattandosi di Giacomo Leopardi, il dar la baja a lui è dura impresa, si contentano di dissimular ciò ch’egli faceva a fine di toccare da ogni parte la perfezione.
Il vero si è che Giacomo Leopardi anche studiando i classici non si dipartì mai dal sentimento della realtà; e poiché qui sopra ho mentovata la cura grandissima, ch’esso poneva anco nelle parole, mi piace ricordare come negli studi della lingua egli si rivolgesse pure all’osservazione dell’uso del popolo. E difatti nella lettera del 30 maggio 1817 scriveva al Giordani che a perfezionarsi nella poesia, e segnatamente nella prosa, stimava necessario « qualche anno di dimora in paese dove si parli la buona lingua, qualche anno di dimora in Firenze.» Il Giordani, rispondendogli su questo punto, dopo avere ammesso « che la consuetudine de’ buoni parlatori sia giovevolissima, anzi necessaria a scriver bene, » e osservato giustamente che « senza lo studio de’ maestri scrittori di lingua non si potrà mai scriver bene, » finisce col dire che in Toscana, leggendosi ivi solo libri stranieri, chiunque sa leggere non parla italiano: « e questo rimane a quei più poveri e rozzi, che non sanno punto leggere: ma la conversazione di questi nulla potrebbe giovare a chi vuol farsi scrittore. » Falsa massima, accettata allora generalmente dai letterati di maggior grido, donde nessuno di essi va in tutto esente da un po’ di artifizio nell’elocuzione, e, benché scrittore ricco di tanti altri pregi, neppure il Giordani. Ma il giovinetto recanatese, replicandogli, con tutta modestia veniva a dire com’egli ben diversamente giudicasse su l’importanza della lingua parlata, e allo studio della lingua italiana nei libri accoppiasse già quello della medesima nell’uso del popolo della sua città natale, che è uno, ma non il solo, dei paesi delle Marche, dove si parla assai bene. « Poiché ella non crede che gl’idioti fiorentini mi possano insegnar niente di buono, mi acquieto alla sua sentenza. E quanto all’accento, le dirò del mio Recanati cosa che ella dovrà credere a me, perchè della patria potrò, per tropp’odio, dir troppo male (e non so se questo pur possa), ma dir troppo bene, per troppo amore, non posso certo. Ella non può figurarsi quanto la pronunzia di questa città sia bella. E così piana e naturale e lontana da ogni ombra d’affettazione, che i Toscani mi pare, pel pochissimo che ho potuto osservare parlando con alcuni, che favellino molto più affettato, e i Romani senza paragone. Certo i pochi forestieri, che si fermano qui, riconoscono questa cosa, e se ne maravigliano. E questa pronunzia, che non tiene punto nè della leziosaggine toscana, nè della superbia romana, è così propria di Recanati, che basta uscir due passi del suo territorio per accorgersi di una notabile differenza, la quale in più luoghi pochissimo distanti, non che notabile, è somma. Ma quello che mi pare più degno d’osservazione è che la nostra favella comune abbonda di frasi e motti e proverbi pretti toscani sì fattamente, che io mi maraviglio trovando negli scrittori una grandissima quantità di questi modi e idiotismi, che ho imparati da fanciullo. E non mi fa meno stupore il sentire in bocca de’ contadini e della plebe minuta parole, che noi non usiamo nel favellare per fuggire l’affettazione, stimandole proprie dei soli scrittori, come mentovato, ingombro, recare, ragionare ed altre molte, ed alcune anche più singolari, di cui non mi sovviene. Questi modi e queste parole, caro signor mio, con singolare mio diletto le farò osservare se ella adempierà la bella speranza che mi ha data, e sarà questa una delle pochissime o niune cose (mi perdoni questo barbarismo) che le potrò mostrare in Recanati. » Che altro è questa cura della lingua parlata se non un nuovo documento dell’amore del Leopardi al verismo? E tanto più notabile e singolare a que’ tempi, in cui fra i più famosi letterati d’Italia si disputava se si dovesse seguir l’uso degli scrittori trecentisti, come voleva il Cesari, o quello ancora de’ posteriori e de’ moderni, come sostenevano poi il Monti ed il Perticari, ma all’uso del popolo, additato fin d’allora dal giovinetto marchigiano, non si pensava. Quindi è ch’egli con quegl’incredibili studi su i classici serbando vivo il sentimento della realtà seppe farsi scrittore originalissimo, nè solo nelle prose, ma più sfolgoratamente nelle poesie, dove, mercè la somma eccellenza degli esemplari, l’originalità è più difficile e rara. Dopo Dante il più gran poeta verista della nostra letteratura è Giacomo Leopardi, e, bene inteso, anch’egli secondo l’indole sua; che questa appunto è una delle condizioni fondamentali per l’estetica rappresentazione del vero.
Giovanni Mestica.
![]()
|
|
|
© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 02 febbraio 2010 |