Bernhard Knab

Il sogno nei Canti di Leopardi

Lavoro di seminario

per gentile concessione dell'autore

UNIVERSITÄT BASEL, Davidsbodenstrasse 15a Cattedra di letteratura italiana, 4056 Basel Seminario I canti di Leopardi, tel./fax: 061/321'16'35 anno accademico 1996-1997 Prof. Dott. M.A. Terzoli, giugno 2001.1

 

 

Indice

1 Introduzione

2 Tipologia dei sogni nei Canti

3 La costruzione poetologica

3.1 L'abbozzo Del fingere poetando un sogno

4 I motivi dei sogni nei Canti

4.1 Il sogno fanciullesco

4.2 Il sogno come desiderio

4.3 Il sogno come critica sociale

5 Il frammento XXXVII Odi Melisso: Io vo' contarti un sogno

6 Il piccolo idillio XV Il sogno a confronto del Canzoniere di Petrarca

7 Conclusione: I sogni nei Canti ...........

8 Appendice

8.1 Bibliografia

8.1.1 Testi

8.1.2 Saggi e strumenti

8.2 Cronologia delle poesie nei Canti

8.3 Tavole delle edizioni dei Canti

8.4 L'abbozzo Del fingere poetando un sogno

8.5 Concordanze

8.5.1 Canti

8.5.2 Zibaldone di pensieri

8.5.3 Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

8.5.4 Poesie varie

8.6 Autocertificazione

1.

Introduzione

I Canti di Giacomo Leopardi formano un ciclo poetico di 41 poesie - inclusi i frammenti - scritte tra la fine del 1816 e la primavera 1836. [1]

Nel lavoro presente mi propongo di analizzare il termine, i motivi e la costruzione poetologica del sogno in queste poesie. Per poter analizzare le poesie dei Canti in modo puntuale serve una concordanza che aiuti a denominare i significati del termine «sogno». [2] Nella prima parte del lavoro tento di stabilire quali significati Leopardi attribuisca ai sogni che si trovano nelle poesie.

Leopardi elabora i Canti ricorrendo alle poesie di Petrarca, Dante, Mosco e Virgilio. Nel capitolo successivo mi interessa - in un'analisi die preliminari poetologici e filosofici -perché Leopardi ricorra ai poeti antichi per poter costruire il sogno. Servono i testi dello Zibaldone di pensieri e del Discorso sulla poesia romantica. [3] Nell'abbozzo in prosa Del fingere poetando un sogno Leopardi descrive la sua teoria della costruzione dei sogni nella poesia. [4] L'abbozzo sta in rapporto alla poesia Il sogno. Analizzerò l'abbozzo sotto l'aspetto tematico del lavoro e lo metterò in relazione con questa poesia.

Nei capitoli che seguono, chiarirò i motivi dei sogni in tre prospettive: il motivo

1) del sogno come immaginazione fanciullesca,

2) del sogno come desiderio e

3) del sogno come critica sociale.

Aggiungo l'analisi tematica del frammento XXXVII Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno all'indagine dei motivi.

L'analisi muove da queste osservazioni e conduce all'indagine del sogno nel piccolo idillio XV Il sogno. Nel capitolo successivo analizzerò questa poesia in rapporto alla tradizione letteraria di Petrarca nel Canzoniere (Rerum Vulgarum Fragmenta). Mi interessano soprattutto i confronti con le rime CCXIV al CCCLXVI, In morte di Laura.[5]

2.

Tipologia dei sogni nei Canti

Il termine «sogno» si trova tredici volte, «sogni» sette volte e «sognando» una volta nei Canti. Inizio con l'analisi della tipologia dei sogni nelle poesie intesi come fenomeno onirico [6] per poi procedere con quelli che significano "immaginazioni fanciullesche" e dove sono compresi come "desideri della speranza nell'amore" o "l'auspicio per una civiltà migliore".

Nel frammento XXXVII Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno, Alceta racconta il suo sogno a Melisso. Questo sogno onirico, in cui Alceta racconta come vedeva cadere la luna, trova la sua origine nel motivo biografico di Leopardi: negli Argomenti di idilli racconta che sognava cadere la luna dal cielo. [7]

Anche a livello poetico il sogno trova il suo pendant nell'Idillio IV di Mosco: «Orrendo caso / Che in mente a niun verria nemmeno in sogno». [8]

Il rinvio riflette la replica ironica di Melisso al racconto del sogno onirico di Alceta.

Anche il sogno nella poesia Il sogno è di tipo onirico. Questo sogno non viene raccontato, ma si svolge nella dormiveglia, in una specie di sonno: «Quando in sul tempo che più leve il sonno / E più soave le pupille adombra» (Sogno, vv. 4-5). Il poeta dialoga con la donna amata. La donna dice all'io lirico che il suo obbligo - di credere di dover sapere tutto della defunta amata - «adombrebbe» la sua mente con il sonno: «Obblivione ingombra / I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonn(Sogno, vv. 21-22). Il sonno nel sogno dunque ostacola di percepire la situazione disperata della donna.

Il sonno assume due funzioni:

1) come dormiveglia dell'io lirico forma la cornice in cui si svolge il sogno e

2) come sonno tematizzato nel sogno stesso ostacola la percezione della situazione disperata della donna.

Quest'ultima funzione del sonno nel sogno si riflette nella tradizione di Petrarca, dove il sonno fa sparire l'immagine della donna. [9]

Nella poesia La sera del dì di festa l'io lirico, mentre guarda in cielo, alla luna e alle montagne, pensa alla «donna sua» che dorme. Il poeta s'immagina il sogno onirico della donna in cui - secondo lui - si ricorda come a quanti piaque nella festa precedente. L'io lirico sa che la donna non sognerà di lui, ma nonostante ciò lo spera.

In Le nozze della sorella Paolina, la fanciulla Virginia, prima di essersi sposata, si trovava nell'età «dei dolci sogni» (v. 81). Questi sogni rinviano a quelli nella poesia Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica: «Nascevi ai dolci sogni [...] e il primo / Sole splendeati in vista» (vv. 106-107). Sono delle immaginazioni fanciullesce del poeta che s'immagina la donna bella e giovane.

Il sogno nella poesia Ultimo canto di Saffo è quello del fanciullo: «il sogno / Della mia fanciullezza» (vv. 64-65) ed è anche espressione del desiderio di ricorrere al ricordo fanciullesco. L'esistenza felice nel ricordo fanciullesco - a contrasto degli adulti che "ingannano" (Saffo, v. 64) - sta nel «doglio avaro», cioè degli avoli, dei padri antichi. L'io lirico indirizza a loro il suo desiderio connotato all'immaginazione fanciullesca. [10]

Il poeta vede il sogno nella poesia Il pensiero dominante come immaginazione degli dei: «Tali son, credo i sogni Degl'immmortali. Ahi finalmente un sogno» (vv. 107-108). Il sogno è l'immaginazione del poeta e il «dolce pensiero» (v. 110) che riconosce come «error» (v. 111), come un'illusione. Il poeta mette l'illusione in relazione con questo sogno immaginativo, dominato del desiderio della donna e vi lega una dimensione divina: «Ma di natura, [...] Divina sei» (Pensiero, vv. 111 e 113).

Nell'immaginazione appare la «finta imago» - dal significato latino, cioé "costruita immagine" - della donna amata (v. 132) che si rivela come sembianza incorporea. La donna appare bella nel sogno e perciò, per metonimia, l'immaginazione è bella e fa piacere. Il verso 147 riecheggia il titolo stesso: «Altro più dolce aver che il tuo pensiero» e forma un perpetuum mobile. [11]

Il poeta rivive il pensiero in continuazione e perciò diventa «dominante».

Il pensiero del sogno come immaginazione fanciullesca conduce anche alla poesia Le ricordanze. Qui la vita della donna sfugge all'io lirico come in sogno: «e come un sogno / fu la tua vita» (Ricordanze, v. 152). L'io lirico, dopo aver sognato la donna, si ricorda di lei e gli sfuggono le immagini della donna amata. In questa immaginazione l'io lirico affettuosamente esprime il suo sospiro di brama insaziata. Qui il poeta lega l'immaginazione fanciullesca al desiderio doloroso per la donna: «Ahi tu passasti, eterno / Sospiro mio» (Ricordanze, vv. 169-170).

Anche a confronto con la poesia Consalvo, dove la donna bella è «argomento di sogno e di sospiro» (Consalvo v. 69), si constata che il sogno è il desiderio della donna.

Nella poesia Ad Angelo Mai il sogno diventa desiderio del poeta disilluso dall'epoca in cui non vede alcuna prospettiva nel futuro: «Oh tempi, oh tempi avvolti / In sonno eterno! / Allora anco immatura / La ruina d'Italia» (Mai, vv. 56-58). Il sogno è fortemente legato al desiderio della speranza poetica nei poeti antichi nei versi 33-34: «A voi forse il futuro / Conoscer non si toglie». Il poeta si rivolge nella sua speranza all'Italia antica, perchè nell'epoca dell'Italia in cui vive «plebe successe» (Mai, v. 40). Il ricorso ai poeti antichi si riflette nei versi 37-38: «È tal che sogno e fola / Fa parer la speranza» rinviano poetica-mente all'opera Trionfo amoris di Petrarca: «Sogno d'infermi e fola di romanzi». [12]

Queste «fola», le favole, il raccontare poetico nell'immaginazione fanciullesca evidenziano la speranza del poeta per la sua epoca. [13]

Nella Ginestra, il fiore solitario nel deserto, attornato di una civiltà ostile, esprime il suo desiderio nel sogno della libertà: «Libertà vai sognando» (Ginestra, v. 72). Il verso rinvia al verso 71 del Purgatorio: «Libertà vai cercando» [14], ma è espresso in modo più vago e indeterminato. Il sogno diventa desiderio della libertà in una civiltà migliore. Così sono anche da capire i versi, dove il fiore «rinovella» i sogni degli «autori», cioè degli dei che scendono dal cielo (Ginestra v. 195). Questi sogni che la ginestra rinnova e che insultano i «saggi», filosofi e poeti ignoranti della civiltà, costituiscono i suoi desideri della libertà, che si riflettono nei desideri degli dei per una civiltà migliore. [15]

3.

La costruzione poetologica

Il sonno in Leopardi è una «specie di morte» che compone la giornata «in gran parte quasi del suo contrario» e interrompe la vita regolarmente: «Gran magistero della natura fu quello d'interrompere, per modo di dire, la vita col sonno». [16] L'interruzione della vita con il sonno viene legata alla «rinnovazione», il risvegliarsi dal sonno a una specie di «rinascimento». [17] Il sonno non rappresenta soltanto una ricreazione fisica, ma giunge a livello metafisico a essere una forza ricreatrice, come si può ricavare dallo Zibaldone:

più volte mi addormento con alcuni versi o parole in bocca che avrò ripetute spesso dentro la giornata. Dormo pensando o sognando e mi risveglio ripetendo fra di me gli stessi versi o parole, o colla stess'aria nella fantasia. [18]

Parlando del sogno, Leopardi constata che «noi sognando andiamo a cercare la perfezione di ciò che vediamo, fuori dell'esistenza» che non sarebbe «perfezione in verun altro caso possibile». [19] Nel confronto con l'articolo nell'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert si possono constatare dei parallelismi interessanti. [20] Il sogno nell'Encyclopédie rappresenta «des choses qui nous ont frappé durant le jours» che appaiono «à nôtre âme lorsqu'elle est en repos» che è un «délire pour voire [sic] plusieurs choses hors de nous voulant ou ne voulant pas».

Il sogno, poeticamente vissuto nel sonno, serve alla ricerca di ciò che sta fuori dell'umana esistenza del poeta. Il sogno non dovrebbe esistere soltanto per sé, ma in armonia con la natura universale. Secondo Leopardi, gli uomini colti dell'epoca, ricercando la perfezione umana nel sogno, non starebbero più in armonia con la natura. Non conoscerebbero più l'armonia tra l'anima e l'intelletto. Quindi la ricerca della perfezione umana deve essere sempre di nuovo «rifabbricata», perché proviene da premesse prestabilite. [21]

A questo punto Leopardi attribuisce al sogno una dimensione programmatica, perché si allarga a una prospettiva sociale in cui gli uomini dovrebbero raggiungere la loro perfezione e riuscire così a staccarsi del sistema filosofico e sociale prestabilito. Il più «vero stato di perfezione» è perciò quello «primitivo», non stabilito e naturale come c'era ai tempi degli antichi. [22]

In questo senso il sogno come parte della natura umana deve essere poeticamente elaborato senza giudizi razionali e sentimentalistici. Il poeta deve elaborare il sogno in modo naturale come fecero i poeti antichi - come Petrarca, Dante, Mosco e Virgilio - perché loro - come dichiara Leopardi - «vissero la gioventù», piena di «immaginazioni e sogni», senza «pregiudizi». [23]

I «moderni» invece si concentrerebbero sulla «vecchiezza», perché opererebbero preferibilmente con la ragione o con sentimenti «feroci»:

Ora non metterò a confronto la delicatezza la tenerezza la soavità del sentimentale antico e nostro, colla ferocia colle barbarie colla bestialità di quello dei romantici propri. Certamente la morte di una donna amata è un soggetto patetico in guisa ch'io stimo che se un poeta, colto da questa sciagura, e cantandola, non fa piangere, gli convenga disperare di poter mai commuovere i cuori. [24]

Secondo Leopardi i poeti romantici si concentrano in modo abusivo sul sentimento e rischiano di non commuovere più i lettori:

Ma perché l'amore dev'essere incestuoso? perché la donna trucidata? perché l'amante una cima di scellerato, e per ogni parte mostruosissimo? [...] se volessi chiedere al mondo come abbia potuto nascere in questi tempi chi dimenticasse quella verità originaria e fondamentale. [25]

La voluta «perfettibilità» dell'uomo nel tempo «moderno», determinata sia del razionalismo sia del sentimentalismo, sarebbe un'illusione falsa e «ignorante». [26]

3.1

L'abbozzo Del fingere poetando un sogno

Per illuminare la costruzione poetologica del sogno, è opportuno ricorrere al testo abbozzato Del fingere poetando un sogno, datato 3 dicembre 1820, che Leopardi scrisse nello stesso periodo della poesia Il sogno. [27] In questo abbozzo, che può essere considerato come testo poetologicamente teoretico, Leopardi si rivolge ai poeti che vogliono comporre un sogno in una poesia (Fingere, l. 1).

Nel sogno i poeti devono elaborare tre elementi che esprimono in fin dei conti una situazione sublime: la sventura dell'io lirico e della donna amata a causa della morte, il dolore davanti alla morte dei due amanti e la grazia che nasce nella compassione dei due amanti.

Soltanto nel sogno è possibile di riunire questi elementi e dare la possibilità all'io lirico di percepire la defunta. Lei, «l'oggetto amato» nella poesia, deve parere viva in «uno stato violento», oppressa dalla «somma sventura» che è la morte (Fingere, ll. 5 e 7). L'io lirico deve «accordare la sua morte con la sua presenza» e parlare piangendo a causa del suo dolore (l. 8). In questa situazione dolorosa il poeta esprime la «vivacità» [28] della defunta. Il poeta realizza questo dialogo nella poesia Il sogno, dove l'io lirico dialoga con la donna in una tale situazione. [29]

Nella poesia il sognante deve sforzarsi di rivelare alla donna morta il «dolore» che ha provato «per la sua disgrazia». Però non può mostrarglielo, perchè si trova in sogno. Ricordandosi di quando non era in sogno, l'io lirico deve «temere» di non «averglielo mostrato abbastanza in vita» (Fingere, ll. 2-4).

L'io lirico comincia - in uno stato di dormiveglia - a sognare pensando e si tormenta a comunicare il suo dolore alla donna amata e morta: «Così accade vegliando» (Fingere, l. 3). Nel confronto con i primi versi dell poesia Il sogno, dove l'io lirico si trova anche in uno stato di dormiveglia, si dimostra l'applicazione della teoria del sogno. E come nel Sogno, la confusione dell'io lirico trova la sua origine nella percezione della donna che gli appare viva, benché sia morta. L'io lirico non sa «accordare la sua morte con la sua presenza» (Fingere, l. 8), ma la considera «degna dell'ultima compassione» nel sogno: «Così accade sognando» (Fingere, l. 5). Tramite il sogno si può quindi esprimere l'evocazione di sentimenti veri in una situazione sublime e vaga.

Il colloquio dell'io lirico con la donna nel sogno deve «intenerire» e «impietosire» tutti e due nella poesia e far nascere così la compassione sia dalla parte dei due personaggi nella poesia, sia da quella del lettore (Fingere, ll. 6 e 9). La compassione nasce nel momento in cui i due amanti si trovano l'uno di fronte all'altro, come Leopardi espone nello Zibaldone:

la compassione spesso è fonte di amore [...] [I racconti] sieno ben vivi e efficaci per commuoverci momentaneamente, laddove poche parole bastano per farci compatire una giovane e bella, [...] al semplice racconto della sua disgrazia.[30]

La situazione del colloquio è determinata da un lato dall'«oggetto amato» a cui si rivolge il sognante per dialogare, dall'altro lato dal sognante stesso che cerca di comunicare invano i suoi sentimenti di compassione, che perciò sono dolorosi (Fingere, ll. 6-7). Nel confronto con Il sogno questo dolore si ritrova nei versi 15-17 e 25.

L'amore «veramente sentimentale» nasce di fronte alla donna, perché così è direttamente percepibile:

del resto l'amore veram. sentimentale, quello di un giovane o una giovane inesperta e principante, non considera, non si riferisce, non trova indispensabile ec. che la bellezza (benché relativa) del volto.[31]

Il volto, il viso e lo sguardo della donna amata sono i segni e le espressioni del gusto e del carattere della donna che inteneriscono l'io lirico (Fingere, ll. 8 e 9). Nello Zibaldone diventa palese che queste espressioni assumono la funzione di segni poetici:

quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei [32].

L'osservazione di questi sublimi segni espressivi della donna amata significano la salvezza per il poeta. [33]

In questa costellazione nasce la «grazia», arricchimento sentimentale per tutti e due gli amanti:

Le sventure, le passioni, la malinconia, i sacrifizi generosi [...] piacciono pure in ambo i sessi e danno grazia ec. in parte per la compassione, ma in parte anche per lo straordinario. [34]

Questa grazia viene elaborata poeticamente nei versi 85-89 nel Sogno, dove gli amanti, in un contatto intenso, iniziato dall'io lirico, possono mostrarsi la loro compassione. Si constata che la compassione che si avvera nel sogno è determinata della relazione fra donna e uomo in cui l'uomo domina, come Leopardi già espone nello Zibaldone: «L'uomo, essendo più forte delle donne per compassione ama le medesime». [35]

4.

I motivi dei sogni nei Canti

4.1 Il sogno fanciullesco

Il sogno fanciullesco è importante per Leopardi, che ricorre ai suoi ricordi puerili nella sua poesia. Egli dichiara nello Zibaldone che attraverso l'immaginazione fanciullesca e osservatrice le «inanimate cose» del mondo dell'infanzia diventano vive:

Quanto sia commune e trita usanza delle immaginative puerili di vivificare oggetti insensati [...] insomma i fanciulli non attribuiscono alle cosa [sic] inanimate altri affetti altri pensieri altri sensi altra vita che umana [...] Ed io mi ricordo ch'essendo piccino [...] e guardare e mostrare altrui per maniera come se vivessero. [36]

L'immaginazione fanciullesca per Leopardi è «naturale», perché non proviene da nessuna premessa prestabilita. L'immaginazione è legata al ricordo dell'ideale antico che si rispecchia nei sentimenti del poeta:

la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca: una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica.[37]

Si vedrà che nella poesia l'elaborazione di questa immaginazione, in quanto elemento della costruzione di un sogno, si svolge in modo «naturale» e «antico». Questa elaborazione diventa possibile tramite il ricordo della propria fanciullezza, che è l'età dei «dolci sogni», come egli espone in Ad Angelo Mai (v. 106). Il ricordo è legato biograficamente allo studio di poeti come Dante e Petrarca, che per Leopardi sono dei poeti antichi.

Nella poesia Le ricordanze l'immaginazione fanciullesca trova la sua espressione nel verso 20-21: «Che dolci sogni mi spirò la vista / Di quel lontano mar, quei monti azzurri». In questo sogno, determinato dal ricordo della fanciullezza, subentrano gli elementi della natura come il mare, i colli e i monti. L'ispirazione del poeta Leopardi si basa su questi elementi naturali che conosce dal suo paese a Recanati. Gli elementi del ricordo alla natura diventano simboli poetici collettivi, provenienti dall'anima del poeta.

Nel ricordo della sua fanciullezza, Leopardi contempla il «tempo giovanil» che passa davanti ai suoi occhi: «e intanto vola / Il caro tempo giovanil» (Ricordanze, vv. 43-44). Il tempo della fanciullezza si perde nel nulla, perché può soltanto essere vissuto nel ricordo poetico. Il ricordo della fanciullezza, espresso nel sogno, è in sostanza una costruzione poetologica di un irraggiungibile voler vivere nei mondi arcani. La costruzione serve per determinare il legame poetico con il mondo antico, e perciò è una finzione: «arcani mondi, arcana / Felicità fingendo al viver mio!» (Ricordanze, vv. 23-24).

Alla fine delle Ricordanze il poeta rinvia al titolo e all'inizio del canto. Il lettore riconosce che la poesia rappresenta un perpetuum mobile: «Moti del cor, la rimembranza acerba», oppure «Tornare ancor per uso a contemplarvi» (Ricordanze, vv. 173 e 2). Anche il verso 147 della poesia Il pensiero dominante riecheggia il titolo stesso: «Altro più dolce avere che il tuo pensiero». Il poeta forma anche qui un perpetuum mobile che evidenzia l'importanza del «pensiero dominante», cioè il ricorrere alle immaginazioni fanciullesche.

Il confronto con lo Zibaldone evidenzia l'importanza del rivivere poeticamente la fanciullezza. Il poeta solitario e ormai adulto vede passare la sua gioventù rivivendola nella poesia che elabora di continuo:

forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza. [38]

Il ricordo è «acerbo». Nelle Ricordanze e in Ultimo canto di Saffo il poeta elabora il ricordo fanciullesco che è amaro e doloroso. Viene in aiuto la biografia del poeta, la cui fanciullezza non era soltanto connotata positivamente: «Del soave licor del doglio amaro / Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno / Della mia fanciullezza» (Ultimo canto di Saffo, vv. 63-65).

Il sogno diventa vago e indeterminato:

Se giovinezza, ahi giovinezza, è spenta?

O Nerina! [...]

Ma rapida passasti; e come un sogno

Fu la tua vita [...]

Quel confidente immaginar, quel lume

Di gioventù,

(Ricordanze, vv. 135-136 e 152-156).

In questo complesso poetico l'io lirico non descrive la vita della donna, ma volutamente la percepisce attraverso il sogno, s'immagina e si finge la donna che è l'oggetto del suo desiderio e ricorre ai suoi sentimenti puerili. La donna bella è «finta imago» come nel verso 132 del Pensiero dominante, cioè costruzione di immagine poetica nel sogno bello.

Ma l'amore verso la donna resta insoddisfatto nel sogno, perché si svolge nel ricordo che diventa uno stato di contemplazione disperata: «Intanto io chieggio / Quanto a viver tu mi resti, qui per terra / Mi getto, e grido, e fremo» (La sera del dì di festa, vv. 21-23). Qui Leopardi ricorre al «dolore antico» come espone nello Zibaldone: «Mi diedi tutto alla gioia barbara e fremebonda della disperazione». [39]

4.2

Il sogno come desiderio

Il poeta sogna pensando alla donna che nasce dall'immaginazione poetica dominata dei ricordi della fanciullezza. Le espressioni dell'anima del poeta diventano idilliche e formano una specie di locus amoenus interno. In questo contesto il desiderio dell'amore e della morte, che è espresso nel sogno, è un elemento fondamentale e costruttore della poesia:

Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa

Incredibil mi par. Deh quanto Elvira,

Quanto debbo alla morte!

[...]

Due cose belle ha il mondo:

Amore e morte [...]

Lice, lice al mortal, non è già sogno,

(Consalvo, vv. 144-145, 84-86 e 99-100).

La visione del passato si svolge in una situazione di sonno che «non è già sogno», in uno stato d'amino tra la morte e la vita. Il momento dell'addormentarsi, quando il poeta non sogna ancora, è dilettevole perché rappresenta sul piano metaforico la nascita delle immaginazioni poetiche dell'amore per la donna.

Il poeta si trova in uno stato di dormiveglia prima del sogno che gli permette di immaginare pensando. Questa ideazione poetica si trova nel Sogno: «Stettemi allato e riguardommi in viso» (Sogno, v. 6). In questa situazione appare la donna d'improvviso, senza annuncio preliminare. Il poeta soffre, perché riconosce la sua amante che credeva morta e che desidera tanto: «quanto / Di te mi dolse e duol: né mi credea / Che risaper tu lo dovessi; e questo / Facea più sconsolato il dolor mio» (Sogno, vv. 15-17). Il desiderio non può mai essere soddisfatto e perciò è penoso, come Leopardi espone nello Zibaldone:

La forza del desiderio ch'ei concepisce in quel punto, l'atterrisce per cio ch'ei si rappresenta subito tutte in un tratto, benché confusamente, al pensiero le pene che p. questo desiderio dovrà soffrire; perocché il desiderio è pena [...] e il desiderio perpetuo e non mai soddisfatto è pena perpetua. [40]

Solo l'anima bella è necessaria per «la comparazione alle sventure» dei due amanti. [41] La protagonista dell'Ultimo canto di Saffo, che ha il corpo brutto, è cantata poeticamente per «il suo grandissimo spirito, ingegno, sensibilità, fama, anzi gloria immortale, e per le sue note disavventure», che la «debbano fare amabile e graziosa, ancorchè non bella». [42]

Con questa topica immagine della Saffo, Leopardi compone la sua teoria poetica: il poeta possiede un'anima bella e perciò non deve essere bello fisicamente. La natura non dispone soltanto di bellezza, ma anche di bruttezza che è «la madre seconda della natura». [43]

In Ultimo canto di Saffo, come in La Ginestra o il fiore del deserto, il poeta si rappresenta nelle vesti di un personaggio - come Saffo, o di fiore, come la ginestra - per esprimere le sue sventure nella civiltà. Il fiore della ginestra - solitario in circostanze ostili - fa dei sogni liberatori dalle barbarie dell'epoca:

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

Vuoi di novo il pensiero,

Sol per cui risorgemmo

Della barbarie in parte, e per cui solo

Si cresce in civiltà, che sola in meglio

Guida i pubblici fati,

(La Ginestra o il fiore del deserto, vv. 72-77).

La ginestra del deserto è «ancorata e affrontata alla stessa realtà e situazione attuale dell'uomo» [44], «in cui la natura l'ha posto di sua propria mano e non quello in cui egli [...] si debba porre da sè». [45]

Il fiore diventa simbolo dell'ordo naturalis. La ginestra non sogna soltanto la libertà, ma rinnova anche i «derisi sogni» degli dei che scendono dal cielo:

Scender gli autori [a te fiore nella sabbia], e conversar sovente

Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi

Sogni rinovellando, ai saggi insulta

Fin la presente età, che in conoscenza

Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar

(La Ginestra o il fiore del deserto, vv.195-198).

Il poeta attribuisce a questi sogni una dimensione divina. I sogni come desideri per una civiltà ispirata del mondo poetico antico vengono ispirati dal fiore. Il fiore è simbolo del poeta solitario, che si trova in una civiltà ostile, dominata dai «saggi», filosofi, politici e poeti che ignorano la sapienza degli antichi.

4.3.

Il sogno come critica sociale

A livello biografico, il progettato matrimonio della sorella Paolina fu per Leopardi un'esperienza negativa. Il matrimonio - secondo lui - è un elemento di istituzione familiare che nega i desideri dell'anima della sorella giovane nel tempo dei «dolci sogni». La sorella si trasfigura nel personaggio poetico costituito dalla fanciulla romana che ricorre nella memoria del poeta, come constata De Robertis nell'introduzione alla poesia dei Canti:

La sorella Paolina insomma qui ha offerto l'occasione [a Leopardi] per licenziare tanta ragionata e fosca eloquenza, perché ne ristultasse in tutto immune l'immagine della fanciulla romana. [46]

La fanciulla romana nella poesia Nelle nozze della sorella Paolina si chiama Virginia:

Virginia [...]

Eri pur vaga, ed eri

Nella stagion ch'ai dolci sogni invita,

Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe

Il bianchissimo petto,

E all'Erebo scendesti

Volonterosa,

(Nelle nozze della sorella Paolina, vv. 80-85).

Il verso 82-83: «ti ruppe / Il bianchissimo petto» è un forte richiamo dei versi 432-433 dell'Eneide: «talia dicta dabat; sed viribus ensis adactus / transabiit costas et candida pectora rumpit». [47]

La fanciulla perde precocemente la sua bellezza - sognata dal poeta - a causa delle sue progettate nozze. La perde perché il padre desidera sposarla a un benestante signore romano. Il poeta, cantando la perdita, critica il padre. In questo passo importante il ricorso all'Eneide indica il significato metonimico del padre. Nell'Eneide il feroce antieroe Volcano uccide il fedele compagno di Niso, Euryalo. Da una parte questo passo indica Virgilio stesso come antico poeta modello e dall'altra parte rinvia al personaggio di Volcano, il guerriero guidato da sentimenti forti e feroci. Il padre diventa metonimico personaggio per i poeti e filosofi del tempo. Questi sono «i romantici moderni». Essi ignorano gli antichi modelli poetici, come Leopardi dichiara più volte nello Zibaldone. [48]

La scoperta di scritti antichi da parte del filologo Mai costituì un altro impulso per Leopardi alla critica dell'epoca dei poeti e filosofi «moderni». Per Leopardi la parola poetica avrebbe perso il suo valore in una civilità dominata di poeti e filosofi ignoranti. In questo complesso di critica sociale, nel dolore provato, il sogno rimane come unica speranza per il poeta:

Io son distrutto

Nè schermo alcun ho dal dolor, che scuro

M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno

È tal che sogno e fola

Fa parer la speranza

[...]

Anime prodi

Ai tetti vostri inonorata, immonda

Plebe successe; al vostro sangue è scherno

E d'opera e di parola

Ogni valor,

(Ad Angelo Mai, vv. 34-38 e 38-42).

Questa situazione deludente forma la cornice in cui Leopardi esprime il suo «pensiero dominante»: La necessità di ricorrere alle immaginazioni, ispirate dagli antichi che rappresentano l'eterna forza ispiratrice della poesia vera:

E tutto quanto il ver pongo in obblio!

Tali son, credo, i sogni

Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno

In molta parte onde s'abbella il vero

Sei tu, dolce pensiero;

Sogno e palese error. Ma di natura

Infra i leggiadri errori,

(Il pensiero dominante, vv. 106-113).

Il pensiero nella poesia si lega all'illusione dell'immaginazione. Il poeta ricorre agli scritti degli avoli antichi, li imita, li elabora e s'impegna così per una civiltà migliore che rispetta la sapienza degli antichi, ma non gli è concesso di poter vivere in una civiltà in cui dominano questi avoli antichi. La civiltà dell'epoca si è ormai sviluppata in modo ignorante a livello politico e letterario. L'illusione stessa di poter cambiare queste circostanze è ideata dalla natura come «leggiadro errore» che fa parte dell'ideale poetico e vero, e forma una conditio sine qua non della vita poetica che Leopardi dichiara piacevole e dilettoso.

5.

Il frammento XXXVII Odi Melisso: Io vo' contarti un sogno

Il frammento porta, al tempo della sua composizione a Recanati nel 1819, il titolo Lo spavento notturno, che Leopardi corresse già nei manoscritti di Recanati in Il sogno. La poesia però uscì nel giornale letterario il "Nuovo Ricoglitore" nel gennaio 1826 (NR26) e in B 26 sotto il titolo attuale. Esclusa da F31, Leopardi fece ricomparire la poesia in N35, dove figura tra i Frammenti. [49]

La prima concezione della poesia nei manoscritti nel 1819 fa constatare che Leopardi decise di sostituire il titolo descrittivo dello Spavento notturno con il titolo generico Il sogno. Visto che la poesia Il sogno uscì anche in NR26, si constata che la poesia rappresenta la parte poetica elaborata e finalizzata. Il suo pendant Odi, Melisso invece è volutamente tenuto formalmente frammentario. Leopardi elaborò dunque minuziosamente le sue edizioni. Si vede nell'edizione N35 con postille autografe. Fece delle annotazioni e anche un'introduzione «A chi legge» in B26. [50]

Negli Argomenti di idilli sembra che Leopardi abbia fatto un sogno in cui cade la luna dal cielo:

Ombra delle tettoie. Pioggia mattutina del disegno di mio padre. Iride alla levata del sole. Luna caduta secondo il mio sogno. Luna che secondo i villani fa nere le carni, onde io sentii una donna che consigliava per riso alla campagna sedente alla luna di porsi le braccia sotto il zendale.[51]

Elabora il suo sogno nel poema in modo da far dialogare due persone in una situazione pastorale. Si serve dei nomi pastorali di Alceta e Melisso, provenienti dal dramma pastorale Filli di Sciro di Guidubaldo Bonarelli (1607). [52]

I pastorelli dialogano in un linguaggio volutamente arcaico e antico, in una situazione idillica. L'idillio trova la sua fonte nell'imitazione della natura, e nasce dell'imitazione mimetica del linguaggio arcaico. [53]

Alceta guarda alle stelle nel cielo e la luce della luna le fa sparire. Il poeta descrive questo fatto con l'immaginazione dello spettatore a cui il numero delle stelle pare minore, benchè sappia che ci sono ancora stelle. La luce della luna è un pars pro toto e diventa così una sineddoche per le stelle. Allo spettatore pare inoltre che la luna sia un secchio ardente. Il secchio che arde diventa così metafora della luna e della sua luce. Si constata che la «secchia» del verso 10 rimanda direttamente a un verso del Paradiso della Divina Commedia di Dante: «La luna, quasi a mezza notte tarda, / facea le stelle a noi parer più rade, / fatta com'un secchion che tutto arda». [54]

L'osservazione della natura si svolge cioè in modo interpretativo, fantastico e immaginativo.

Ricorriamo a un passo nello Zibaldone dove Leopardi parla di Dante:

Dante [...] spontaneamente concepisce quell'immagine e aggiunge quello che manca ai tratti del poeta che son tali a richiamar quasi necessariamente l'idea del tutto. E così presso gli antichi in ogni genere d'imitazione della natura. [55]

Si vede che Leopardi segue un modello nell'osservazione sublime della natura che è integralmente concepito sia dal lato della natura universale sia da quella del poeta. [56] La poesia Odi, Melisso conclude con la replica di Melisso che rimanda al primo verso. La replica con il sogno crea una specie di perpetuum mobile. Leopardi si serve del sogno per creare questo perpetuum mobile. Nella discussione dell'imitazione degli poeti antecedenti la poesia può essere vista come espressione poetologica del concetto dell'imitazione degli antichi che non trova mai la sua conclusione. Il cadere perpetuo della luna nel sogno diventa una possibile metonimia per l'impossibilità del poeta-sisifo di liberarsi dai poeti antecedenti. In questo contesto la caduta viene legata alla produzione poetica che inventa imitando la poesia antica.

In questo complesso si constata che la caduta della luna diventa sintomatica per il cadere delle illusioni su questo mondo. [57] Nel confronto di un passo nello Zibaldone con la poesia Il risorgimento si scopre che Leopardi - deluso da questo mondo - ricorre alla luna e alle stelle spente che stanno per le immagini antiche non più ritrovabili nella società:

Piansi spogliata, esamine

Fatta per me la vita

La terra inardita,

Chiusa in eterno gel;

Deserto il dì; la tacita

Notte più sola e bruna;

Spenta per me la luna,

Spente le stelle in ciel.

Pur di quel pianto origine

Era l'antico affetto

[...]

Chiedea l'usate imagini

La stanca fantasia

(Risorgimento, vv. 17-26 e 29-30).

Questa delusione di Leopardi è anche espressa nella poesia Il tramonto della luna:

Scende la luna; e si scolora il mondo

[...]

Orba la notte resta

[...]

In lei [la natura] porgendo il guardo,

Cerca il confuso viatore invano

Del cammin lungo che avanzar si sente

Meta o ragione; e vede

Che a se l'umana sede,

Esso a lei vermanete è fatto estrano

(Il tramonto della luna, vv. 12 e 15 e 28-33).

Lo straordinario nel sogno onirico in Odi, Melisso viene inoltrato nel poetico e filosofico concetto dell'imitazione in un fantasticare medio tra l'irreale e il reale.

6.

Il piccolo idillio XV Il sogno a confronto del Canzoniere di Petrarca

La poesia, in cento endecasillabi sciolti, è composta a Recanati tra la fine del 1820 e l'inizio del 1821. [58]

Anche nel Sogno l'oggetto della contemplazione è una donna. L'impulso di scrivere questo poemetto deriva dall'amore provato di Leopardi per la Teresa Brini. [59]

Sono individuabili varie riprese dal Giorno di Parini e dal Canzoniere (Rerum Vulgarum Fragmenta) di Petrarca. [60] I primi tre versi del poemetto contengono un eco dei versi 1 e 74-75 del Mattino nel Giorno. Il sogno di tutti i due poemetti si svolge al mattino, più precisamente all'alba, tempo che sta alla soglia tra la notte e il giorno:

Era il mattino, e tra le chiuse imposte

Per lo balcone insinuava il sole

Nella mia cieca stanza il primo albore

(Sogno, vv. 1-3).

Il tempo è comparabile a quello nel Giorno:

Sorge il mattino in compagnia dell'alba

Dinanzi al sol che di poi grande appare

[...] Che con tua pena non osasse Febo

Entrar diretto a saettare i lumi

(Giorno, vv. 1-2 e 74-75).

L'eco dei versi del Giorno nel Sogno evidenzia che a un primo livello poetico il sogno si svolge in uno stato di dormiveglia e in un secondo livello poetologico la ripresa dei versi rinvia a un omaggio al poeta Parini. Egli diventa un poeta modello anche a causa del suo impegno poetico e politico, come espone Leopardi nelle Operette morali. [61]

Petrarca - come già accennato nel capitolo 3 La costruzione poetologica, p. 6 - è un altro poeta modello per Leopardi. Esamino ora i rinvii del Sogno al Canzoniere per elaborare la loro relazione nella prospettiva tematica del lavoro.

I rinvii alla poesia di Petrarca riguardano soprattutto le canzoni da CCLXIV fino a CCCLXVI, In morte di Laura. La questione ora è in quale modo Leopardi elabora il concetto del sogno in rapporto a Petrarca. Nel Sogno la donna amata appare davanti agli occhi del poeta:

Quanto, deh quanto

Di te mi dolse e duol: né mi credea

Che risaper tu lo dovessi; e questo

Facea più sconsolato il dolor mio

(Sogno, vv. 14-16).

Nel Canzoniere invece, la donna non appare all'io lirico: «Ché ’n guisa d’uom che sogna, / aver la morte inanzi gli occhi parme» (Canzoniere, CCLXIV, v. 88). L'io lirico si rivolge alla donna nei suoi pensieri nel sogno:

I' vo pensando, e nel penser m'assale

pietà si forte di me stesso

che mi conduce spesso

ad altro lagrimar ch'i' non soleva

(Canzoniere, CCLXIV, vv. 1-4).

In Leopardi il sogno è sempre presente, sin dall'inizio. L'io lirico non pensa sognando, ma sogna pensando alla donna morta. E mentre nel Canzoniere l'io lirico pensa alla donna nel monologo, i due amanti nel Sogno dialogano: «Stettemi allato e riguardommi in viso [...] / Facea più sconsolato il dolor mio. / Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?» (Sogno, vv. 6 e 16-17). In questo dilogo l'io lirico piange la donna amata: «che amore / Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto» (Sogno, vv. 7-8). Parla con lei come se fosse ancora viva e come se fosse una persona reale, benché sia una finzione: «Il simulacro di colei» (Sogno, v. 7). Il discorso si svolge in una situazione di dormiveglia nella situazione mattutina tra la notte e il giorno, in uno stato vago tra la morte e la vita.

In Leopardi l'io lirico piange l'infelicità della vita perché non può sperare di vedere la donna ancora un'altra volta:

Dolor mi strinse di mia negra vita,

Non mel celar la rimembranza or che il futuro è tolto

Ai nostri giorni

(Sogno, vv. 70-71).

In Petrarca invece l'io lirico piange la disperazione dell'amata:

ponsi del letto in su la sponda manca,

con quel suo dolce ragionare accorto,

tutto di pièta e di paura smorto,

dico: - Onde vien tu ora, o felice alma?

(Canzoniere, CCCLIX, vv. 3-6).

Nel Sogno gli amanti, mentre si parlano, vivono un periodo in cui loro è concesso di vedersi ancora una volta. In questo momento esiste perfino la possibilità del contatto fisico che si intensifica finché giunge ad essere erotico:

esclamai: per lo diletto

Nome di giovanezza e la perduta

Speme dei nostri dì, concedi, o cara,

Che la tua destra io tocchi [...] all'anelante

Seno la stringo, di sudore il volto

Ferveva il petto, nelle fauci

stava / la voce, al guardo traballava il giorno

(Sogno, vv. 77-80 e 83-86).

Questa azione si svolge nel sogno. L'io lirico fa il sogno in uno stato di dormiveglia che forma - a livello formale - la cornice per il sogno. Il sonno nel sogno stesso invece ha tutt'altra funzione. L'io lirico e la donna discutono il sonno nel sogno: «Obblivione ingombra / I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno; / Disse colei» (Sogno, vv. 22-23). Il sonno dell'io lirico ostacola la sua percezione della situazione disperata in cui si trova la donna. Si trovano dei parallelismi nel Canzoniere, dove il sonno dell'io lirico fa scomparire le ultime immagini della donna:

I’ piango; et ella il vúlto

co le sue man m’asciuga; e poi sospira

dolcemente; e s’adira

con parole che i sassi romper ponno:

e dopo questo, si parte ella, e ’l sonno

(Canzoniere, CCCLIX, vv. 57-61).

L'io lirico di Leopardi dunque sta vivendo il sogno e quando si sveglia piangendo ancora vede l'immagine della sua donna davanti agli occhi:

Di sconsolato pianto le pupille,

Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi

Pur mi restava, e nell'incerto raggio

Del Sol vederla io mi credeva ancora

(Sogno, vv. 98-100). [62]

Questi versi formano la fine del Sogno e rinviano all'inizio della poesia. Il sogno in Leopardi può essere sempre riletto: rileggere la poesia offre la possibilità di rivivere il ricordo doloroso alla donna amata. Petrarca non elabora tale costruzione poetica.

Si constata che Leopardi non solo rimanda lessicalmente e tematicamente al Canzoniere come poesia antica, ma lo converte poetologicamente, rovesciando le prospettive dell'io lirico. Ciò conduce alla costatazione che Il sogno s'inserisce nella tradizione classica.

7.

Conclusione: I sogni nei Canti

Nello Zibaldone Leopardi constata che il sonno, legato al «rinnovamento», è una specie di morte che interrompe la vita regolarmente. Nel sogno l'uomo ricerca la perfezione di ciò che vede, «fuori dell'esistenza umana». Con questa constatazione si inserisce nella discussione teoretica dell'epoca che si riflette nell'Encyclopédie. La perfezione deve essere ricercata in armonia tra l'intelletto e l'anima dell'uomo e tra quella dell'uomo e la natura universale e non deve soltanto essere ricercata in modo particolarmente sentimentale o razionale.

L'uomo che si trova in un sistema filosofico e sociale prestabilito non può raggiungere questa perfezione. La ricerca vera della perfezione è quella guidata dagli antichi come Petrarca, Dante, Virgilio e Mosco.

I poeti modelli di Leopardi dell'epoca sono il poeta Parini e il filologo Mai: si rilevano dei rinvii al Giorno di Parini all'inizio del Sogno e al cognome di Mai nella poesia Ad Angelo Mai. Nel Sogno si trovano inoltre vari rinvii al Canzoniere. Tutti questi rinvii sono da un lato dei veri omaggi a questi letterati, dall'altro lato servono a Leopardi per esprimere poeticamente la sua critica sociale.

L'ideale del poeta è rivivere la fanciullezza piena di «immaginazioni» - i sogni - e non guidata dai pregiudizi dei sistemi prestabiliti. Il poeta è però consapevole dell'«errore», dell'illusione che sta nell'immaginazione fanciullesca, dominata del ricordo del fanciullo.

L'immaginazione si esprime nella speranza desiderosa alla «ripercussione» dell'immagine antica e rende possibile l'armonia, ma solo in modo frammentario e perciò richiede una ricerca permanente. Leopardi espone questa teoria a livello poetologico nello Zibaldone, nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica e nelle Lettere ai Compilatori della Biblioteca Italiana. L'elabora a livello poetico nelle Annotazioni a B24 e nel testo Del fingere poetando un sogno. Leopardi l'applica nei Canti a livello poetologico e poetico; specialmente il testo Fingere trova la sua applicazione nel Sogno. La differenza dei sogni onirici in Odi, Melisso, Il sogno e La sera del dì di festa sta nella prospettiva del sognante.

Nella poesia La sera del dì di festa l'io lirico, mentre guarda in cielo, alla luna e alle montagne, pensa alla «donna sua» che dorme. L'io lirico parla monologando di un sogno che s'immagina fatto dalla donna amata. Benché l'io lirico non creda che la donna lo sogni, spera di essere il soggetto del sogno di lei. Il sogno onirico, raccontato di Alceto, in Odi, Melisso rappresenta formalmente un perpetuum mobile di cui il sogno è l'elemento costruttivo. La poesia diventa così poetologicamente l'espressione concettuale dell'imitazione degli antichi che si rileva soprattutto nei rinvii all'Idillio IV di Mosco e al Paradiso di Dante. Visto che la poesia, il cui linguaggio imita quello arcano, forma anche un frammento a livello di costruzione formale, si constata che il poeta tematizza l'imitazione come processo poetico permanente. È discutibile la questione se la poesia diventi segno metonimico dell'impossibilità del poeta «sisifo», per cui è impossibile distaccarsi dei poeti antichi. Per Leopardi l'esigenza poetica di ricorrere agli antichi è la prospettiva futura per la civiltà italiana, che egli vede politicamente, poeticamente e moralmente in declino. La luna cadente nel sogno sta metonimicamente per la delusione, espressa anche in Il tramonto della luna, nei riguardi dell'epoca.

Nel Sogno l'io lirico dialoga con l'amante e non ha un monologo. Il poeta rovescia qui il concetto del sogno di Petrarca. Leopardi lega a questa poesia il testo teorico Del fingere poetando un sogno. Il poeta espone quali motivi del sogno si dovrebbero elaborare nella poesia: la sventura degli amanti a causa della morte, il dolore dei due amanti e la grazia che nasce della compassione degli amanti. Il poeta crea un locus amoenus interno di cui gli elementi fondamentali sono il desiderio della morte e del dolore.

Già nei primi versi del Sogno viene applicata la teoria esposta nell'abozzo. Il sonno nella poesia assume due funzioni: la prima funzione del sonno consiste nel suo rendere possibile - come una specie di cornice poetica - il sogno onirico. Il poeta tematizza il sonno che diventa una parte del sogno e che assume la seconda funzione di ostacolare la percezione dell'io lirico della situazione sventurata della donna amata. La prima funzione viene confermata con dei rinvii ai primi due versi del Giorno. La seconda funzione viene confermata nel rinvio al Canzoniere, dove l'immagine della donna sfugge al poeta che si addormenta.

Leopardi si rivolge in questo abbozzo sia al poeta come artista, sia al pubblico come destinatario delle opere letterarie. Nel Sogno, dove Leopardi elabora i motivi del Canzoniere e del Giorno, s'indirizza praticamente ai poeti e ai lettori. L'applicazione dell'abbozzo, il cui carattere è didascalico, fa constatare che Il sogno diventa esempio poetico. Nelle poesie Il pensiero dominante, Nelle nozze della sorella Paolina, Ultimo canto di Saffo, Ad Angelo Mai e Le ricordanze, si trovano dei sogni compresi come immaginazioni fanciullesche. In Il pensiero dominante, Nelle nozze della sorella Paolina, Ultimo canto di Saffo e Ad Angelo Mai, queste immaginazioni vengono legate ai desideri del poeta per una civiltà che s'ispira al mondo arcano.

Nella Ginestra il desiderio si rivolge in particolare alla libertà in una civiltà dominata da filosofi e poeti che non si fanno guidare da sistemi sociali e poetici prestabiliti. Nel Pensiero dominante questi sogni sono connotati dal desiderio della donna amata, mentre in Le ricordanze e Consalvo, i desideri si rivolgono particolarmente alla donna.

Si trovano vari motivi in questi tipi di sogno. Nelle Ricordanze le immaginazioni fanciullesche sono dominate dal ricordo biografico del poeta della donna amata e della natura. A livello poetologico Leopardi elabora il ricordo della donna nell'immaginazione con la costruzione di un perpetuum mobile che dimostra sia l'esigenza del poeta di rivivere la fanciullezza sia il desiderio della donna nel ricordo.

La donna è desiderio anche in Consalvo, e diventa qui come «argomento di sogno e di sospiro» la causa dell'immaginazione stessa.

Nel Pensiero dominante il poeta da alla poesia la forma di un perpetuum mobile che evidenzia la «dominanza» di questo pensiero del permanente ricorso alle immaginazioni che diventa conditio sine qua non. Il poeta allarga il concetto dell'immaginazione con la dimensione dell'illusione: dover ricorrere alla fanciullezza nell'immaginazione, sostenuto ricorso dal desiderio e dall'esigenza di ricorrere alla poesia dell'antichità, significa un «pa-lese error» che si ispira alla natura divina.

Nelle Nozze della sorella Paolina il poeta rinvia all'Eneide. Il padre di Virginia diventa metafora per i poeti e filosofi del tempo che agiscono particolarmente secondo i loro sentimenti e le esigenze di una cultura che ignora le sapienze del mondo arcano come le «fole» antiche del Petrarca che sono la speranza del poeta, espressa nell'immaginazione fanciullesca nella poesia Ad Angelo Mai.

In Ultimo canto di Saffo Leopardi esprime il suo ideale del poeta - ispirato dell'antichità - che non deve provedere di un corpo fisico bello, ma di un'anima bella. L'ideale, che nasce dal desiderio del ricorso alle immaginazioni fanciullesche, viene elaborato nel sogno come immaginazione che sta al confronto degli inganni dei filosofi e poeti dell'epoca. Questo desiderio si riflette in modo più diretto nella Ginestra. La ginestra è simbolo per l'ordo naturalis degli uomini - ispirato dagli dei - trovandosi di fronte alla realtà nella situazione dell'epoca, in cui la natura gli ha posti e in cui devono svilupparsi senza sistemi sociali e politici prestabiliti.

8 Appendice

8.1 Bibliografia

8.1.1 Testi

Dante Alighieri, La Divina Commedia, a cura di N. Sapegno, Firenze, La Nuova Italia, 1992.

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Giacomo Leopardi, Canti, a cura di, l. Felici, Roma, Compton, 1974.

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Giacomo Leopardi, Crestomazia italiana poetica cioè scelta di luoghi in verso italiano insigni o per sentimento o per locuzione, raccolti, e distribuiti secondo i tempi degli autori, dal conte Giacomo Leopardi, a cura di G. Savoca, Torino, Einaudi, 1968.

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Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di F. Flora, voll. 3, Milano, Mondadori, 1970 5 .

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Virgilio, Eneide, a cura di F. Della Corte, Milano, Garzanti, 1990, libro IX.

8.1.2 Saggi e strumenti

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W. Binni, La battaglia romantica in Italia, in Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze, La Nuova Italia, 1969 5 .

N. Borsellino, A. Marinari, Leopardi. Introduzione all'opera e antologia della critica, Roma, Bulzoni, 1973.

A. Cottignoli, L'età romantica, in Guida allo studio della letteratura italiana, a cura di

G. C. D'Adamo, Giacomo Leopardi. Introduzione e guida allo studio dell'opera leopardiana. Storia e Antologia della critica, Firenze, Le Monnier, 1970.

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C. Dionisotti, Appunti sui moderni. Foscolo, Leopardi, Manzoni e altri, Bologna, Mulino, 1988.

U. Eco, Come si fa una testi di laurea, Milano, Bompiani, 1977.

A. Negri, Interminati spazi ed eterno ritorno. Nietzsche e Leopardi, Firenze, Le Lettere, 1994.

F. Nietzsche, Intorno a Leopardi. Friedrich Nietzsche, Walter F. Otto, a cura di C. Galimberti e di G. Scalia, Genova, Melangolo, 1992.

E. Pasquini, Mulino, Bologna, 2000, pp. 353-359 e 365-369.

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G. Tellini, Giacomo Leopardi, in Storia della letteratura italiana, diretta da E. Malato, Roma, Salerno, 1998, vol. VII, pp. 758-763, 772-778, 797-802 e 811-814.

M.A. Terzoli, Letteratura italiana. Norme redazionali (lavori di proseminario, seminario e licenza), Basilea, Università di Basilea, Cattedra di letteratura italiana, 2000.

R. Tessari, Il Risorgimento e la crisi di metà secolo, in Letteratura italiana, diretta da G. Ferroni, Torino, Einaudi, 1991, vol. II.

S. Timpanaro, La filologia di Giacomo Leopardi, Roma, Laterza, 1977.

8.2 Cronologia delle poesie nei Canti

le poesie in ordine cronologico

luogo e data di composizione [63]

num.

Frammento: «Spento il diurno raggio...»

Recanati, nov.-dic. 1816

XXXIX

Il primo amore

Recanati, 1817-1818

X

All'Italia

Recanati, settembre 1818

I

Sopra il monumento di Dante che si preparava a Firenze

Recanati, sett.-ott. 1818

II

Frammento: «Io qui vagando...»

Recanati, fine 1818

XXXVIII

L'infinito

Recanati, primavera-autunno 1819

XII

Alla luna

Recanati, 1819

XIV

Frammento: «Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno»

Recanati, 1819

XXXVII

Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica

Recanati, gennaio 1820

III

La sera del dì di festa

Recanati, primav. o esta.-aut. 1820

XIII

Il sogno

Recanati, dic. 1820 o ottobre 1821

XV

La vita solitaria

Recanati, estate-autunno 1821

XVI

Nelle nozze della sorella Paolina

Recanati, ottobre-novembre 1821

IV

A un vincitore di pallone

Recanati, terminato il 30 nov. 1821

V

Bruto minore

Recanati, dicembre 1821

VI

Alla primavera o delle favole antiche

Recanati, gennaio 1822

VII

Ultimo canto di Saffo

Recanati, 13-19 maggio 1822

IX

Inno ai Partiarchi o de' princìpii del genere umano

Recanati, luglio 1822

VIII

Alla sua donna

Recanati, settembre 1823

XVIII

Frammento: (Ogni mondano evento), Dal greco di Simonide

Recanati, 1823-24

XL

Frammento: (Umana cosa), Dello stesso

Recanati, 1823-24

XLI

Al Conte Carlo Pepoli

Bologna, marzo 1826

XIX

Imitazione

Recanati, primav. 1827 o 1828-1830

XXXV

Scherzo

Pisa, 15 febbraio 1828

XXXVI

Il risorgimento

Pisa, 7-13 aprile 1828

XX

A Silvia

Pisa, 19-20 aprile 1828

XXI

Il passero solitario

Recanati, 1829

XI

Le ricordanze

Recanati, 26 ag. - 12 sett. 1829

XXII

La ricordanze dopo la tempesta

Recanati, 17-20 settembre 1829

 XXIV

Il sabato del villaggio

Recanati, 29 settembre 1829

XXV

Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Recanati, 22 ott. 1829 - 9 apr. 1830

XXIII

Il pensiero dominante

Firenze, tarda primavera 1831

XXVI

Amore e morte

Firenze, estate 1832

XXVII

Consalvo

Firenze, autunno 1832

XVII

A se stesso

Firenze, estate 1833

XXVIII

Aspasia

Napoli, prinavera-estate 1834

XXIX

Sopra un basso rilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accommiatandosi dai suoi Firenze

aprile 1831 o Napoli settembre o inverno 1835

XXX

Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima

Firenze aprile 1831 - Napoli settembre o inverno 1835

XXXI

Palinodia al Marchese Gino Capponi

Napoli, fine 1834 e inizio 1835

XXXII

La ginestra o il fiore del deserto

Torre del Greco, Villa Ferrigni, primavera 1836

XXXIV

Il tramonto della luna Torre del Greco

Villa Ferrigni, primavera 1836

XXXIII

8.3 Tavola delle edizioni dei Canti [64]

sigla

titolo / rivista

luogo

data

editore / direzione

R18

Canzoni

Roma

1818

Francesco Bourlié

B20

Canzone ad Angelo Mai

Bologna

1820

Jacopo Marsigli

B24

Canzoni

Bologna

1824

Nobili

NR25(AN)

"Nuovo Ricoglitore" nn. 9-12

Milano

1825

 

CP25

Elegia. Il sogno,in "Notizie teatrali bibliografiche e urbane, ossia il Caffè di Petronio", n. 33

Bologna

13-8-1825

Brighenti

NR26

 "Nuovo Ricoglitore"1° gennaio

Milano

1826

 

B26

Versi

Bologna

1826

 Stamperia delle Muse

F31

Canti

Firenze

1831

Guglielmo Piatti

N35(c)

Canti

Napoli

1835

Starita, edizione con postille autografe

F45

Opere a cura di Antonio Ranieri

Firenze

1845

Felice Le Monnier

8.4 L'abbozzo Del fingere poetando un sogno

Se tu devi poetando fingere un sogno, dove tu o altri veda un defunto amato massime poco dopo la sua morte, fa che il sognante si sforzi di mostrargli il dolore che ha provato per la sua disgrazia. Così accade vegliando, che ci tormenta il desiderio di far conoscere all'oggetto amato il nostro dolore; la disperazione di non poterlo; e lo spasimo di non averglielo mostrato abbastanza in vita. Così accade sognando, che quell'oggetto ci par vivo bensì, ma come in uno stato violento; e noi lo consideriamo come sventuratissimo, degno dell'ultima compassione, e oppresso da una somma sventura, cioè la morte; ma noi non lo comprendiamo bene allora, perché non sappiamo accordare la sua morte con la sua presenza. Ma gli parliamo piangendo, con dolore, e la sua vista e il suo colloquio c'intenerisce, e impietosisce, come di persona che soffra, e non sappiamo, se non confusamente, che cosa. (3 dicembre 1820) [65]

8.5 Concordanze

8.5.1 Canti

sogno

1 «[...] e tutto quanto io scerno tal che sogno e fola », Ad Angelo Mai, v. 37.

2 «[...] Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno [...]», Ultimo canto di Saffo, v. 64.

3 «[...] Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi [...]», La sera del dì di festa, v. 19.

4 «[...] Il sogno / Era il mattino, e tra le [...]», Il sogno, titolo.

5 «[...] Argomento di sogno e di sospiro, [...]», Consalvo, v. 69.

6 «[...] Ahi vision d'estinto, o sogno , o cosa / Incredibil mi par. [...]», Consalvo, v. 84.

7 «[...] Lice, lice al mortal, non è già sogno / Come stimai gran tempo, [...]», Consalvo, v. 123.

8 «[...] Ma rapida passasti; e come un sogno / Fu la tua vita. [...]», Le ricordanze, v. 152.

9 «[...] Ahi finalmente un sogno / In molta [...]», Il pensiero dominante, v. 108.

10 «[...] Sei tu, dolce pensiero; / Sogno e palese error[...]», Il pensiero dominante, v. 111.

11 «[...] Quante volte mancò? / Bella qual sogno [...]», Il pensiero dominante, v. 141.

12 «[...] Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno / Di questa notte [...]», Odi, Melisso..., v. 1.

13 «[...] Cader fu vista mai se non in sogno [...]», Odi, Melisso..., v.28.

sogni

1 «[...] Nostri sogni leggiadri ove son giti [...]», Ad Angelo Mai, v. 91.

2 «[...] Nascevi ai dolci sogni intanto [...]», Ad Angelo Mai, v. 106.

3 «[...] Nella stagion ch'ai dolci sogni [...]», Nelle nozze della sorella Paolina, v. 81.

4 «[...] Che dolci sogni mi spirò la vista [...]», Le ricordanze, v. 21

5 «[...] Tali son, credo, i sogni / Degl'immortali [...]», Il pensiero dominante, v. 107.

6 «[...] Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei [...]», Il pensiero dominante, v. 139.

7 «[...] Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi Sogni rinnovellando [...]», La ginestra, v. 195.

sonno

1 «[...] Oh tempi, oh tempi avvolti In sonno eterno! [...]», Ad Angelo Mai, v. 57.

2 «[...] e del notturno / Occulto sonno del maggior pianeta? [...]», Ad Angelo Mai, v. 96.

3 «[...] Gli occhi al sonno chiudea [...]», Il primo amore, v. 23.

4 «[...] Rotto e deliro il sonno venia manco. [...]», Il primo amore, v. 24.

5 «[...] Senza sonno io giacea sul dì [...]», Il primo amore, v. 40.

6 «[...] Tu dormi, che t'accolse agevol sonno [...]», La sera del dì di festa, v. 7.

7 «[...] Quando in sul tempo che più leve il sonno / E più soave le pupille [...]», Il sogno, v. 4.

8 «[...] I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,/ Disse colei. [...]», Il sogno, v. 22.

9 «[...] Di sconsolato pianto le pupille, / Dal sonno mi disciolsi. [...]», Il sogno, v. 98.

10 «[...] Fuor se nel sonno il core / Ombra diva [...]», Alla sua donna, v. 3.

11 «[...] Questo affannoso e travagliato sonno [...]», Al Conte Carlo Pepoli, v. 1.

sognando

1 «[...] Libertà vai sognando, e servo a un tempo [...]», La ginestra, v. 72.

8.5.2 Zibaldone di pensieri

sogno

1 «[...] felicità che agli antichi non pareva un sogno, [...]», tra dic.1818 e 8 gen.1820, p. 77.

2 «[...] che l'idea della convenienza. Era un sogno di Platone [...]», 6 lug.182, p. 154..32

3 «[...] Ma noi che abbiamo rigettato il sogno di Platone [...]», 6 lug.182, p. 155.

4 «[...] ancora potrà esser considerata come un sogno. [...]», 14 ago.182, p. 209.

5 «[...] profferita nettamente e letteralmente in sogno l'altro ieri [...]», 14 sett.182, p. 245.

6 «[...] alla chimera del potersi realizzare un sogno e un utopia, [...]», 27 nov. 182, p. 358.

7 «[...] esistono in alcun vivente, e sono un sogno [...]», tra 19 e 22 dic.1820, p. 442.

8 «[...] una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace [...]», 16 gen.1821, p. 514. [66]

9 «[...] affatto l'amor di patria, e sottentrato il sogno [...]», 30 mar.-4 apr.1821, p. 885.

10 «[...] qual cagione l'amore universale sia un sogno [...]», 30 mar.-4 apr.1821, p. 892.

11 «[...] e si verificherebbe il sogno di una lingua [...]», 8 mag.1821, p. 1023.

12 «[...] Del sogno d'istituire [...]», 10 mag.1821, p. 1028.

13 «[...] considerare come un frivolo sogno [...]», 2-5 lug.1821, p. 1272.

14 «[...] L'aseità insomma è un sogno [...]», 2 sett.1821, p. 1615.

15 «[...] della natura, e torneremo per forza al sogno di Platone [...]», 3 sett.1821, p. 1622.

16 «[...] e nessuna ne ebbe infatti, essendo un sogno la legge [...]», 5-7 sett.1821, p. 1641.

17 «[...] sentenza di Cicerone circa la gloria, nel sogno di Scipione [...]», 15 sett.1821, p. 1708.

18 «[...] tre principali potenze dell'anima, è un sogno [...]», 19 sett.1821, p. 1737.

19 «[...] Che è? questo periculor è un sogno? [...]», 4 gen.1822, p. 2325.

20 «[...] che vorrà essere questo sogno? [...]», 8-9 lug.1823, p. 2921.

21 «[...] digressioni ec. e di quel progetto o sogno [...]», 5-11 ago.1823, p. 3129.

22 «[...] del suono materiale ec. questo è un sogno [...]», 9 dic.1823, p. 3966.

24 «[...] una donna d'Asia così chiamata., v. il sogno d'Europa [...]», 20 mar.1824, p. 4048.

25 «[...] Ma l'infinito è un'idea, un sogno [...]», 1-2 mag.1826, p.4178.8.

26 «[...] creduta non essere altro che apparenza, sogno, vanità [...]», 26 sett.1826, p. 4207.

27 «[...] Carlo, se non chiamandolo amor di sogno [...]», 30 nov. 1828, p. 4417.

28 «[...] della lingua è un'immaginazione, un sogno, un'ipotesi [...]», 5 dic.1828, p. 4425.

29 «[...] Orellii, Lips. 1815. [...] (nemmen per sogno [...]», 18 feb.1829, p. 4464.

sogni

1 «[...] che non è lecito spregiarle come sogni [...]», tra dic.1818 e 8 gen.1820, p. 51.

2 «[...] e delle stesse romanzesche idee sono i sogni [...]», tra dic.1818 e 8 gen.1820, p. 57.

3 «[...] facoltà conoscitrice, e perciò avesse i sogni [...]», tra 12 e 23 lug.1820, p. 168.

4 «[...] tagliato dalla radice fiorisca e fruttifichi. Sogni e visioni. [...]», 18-20 ago.182, p. 216.

5 «[...] la politica si presta davantaggio ai sogni alle chimere [...]», 9 nov. 1821, p. 312.

6 «[...] ripensare a quei racconti, favole, letture, sogni ec. nel risentire [...]», 16 gen.1821, p. 516. [67]

7 «[...] E osservate che anche i sogni piacevoli [...]», 16 gen.1821, p. 516.

8 «[...] timor delle larve, sogni, cadaveri, [...]», 20 gen.1821, p. 531.

9 «[...] quante messe in pratica! quanti sogni, [...]», 22-29 gen.1821, p. 562.

10 «[...] a questi geni privilegiati ec. ec. Tutti sogni. [...]», tra 18 e 20 giu.1821, p. 1189.

11 «[...] non sono etimologie stiracchiate, nè sogni, [...]», 2-5 lug.1821, p. 128

12 «[...] e smentiscono in questo i sogni di alcuni. [...]», 16 lug.1821, p. 1331.

13 «[...] le astrazioni, le qualità occulte, ed altri sogni [...]», 7 ago.1821, p. 1465.

14 «[...] alle speranze le più dolci, ai sogni [...]», 8 sett. 1821, p. 1652.

15 «[...] in modo da far considerare come sogni le opinioni [...]», 17 sett.1821, p. 1721.

16 «[...] favole e sogni. [...]», 5-6 ott.1821, p. 1857.

17 «[...] sono ascoltate, ma considerate come sogni [...]», 23 ott.1821, p. 1975.

18 «[...] frivola, inesatta, volgarissima, o piena di sogni e di congetture [...]», 7 gen.1822, p. 2335.

19 «[...] nell'atto del maggior piacere, anche nei sogni [...]», 30 giu.1823, p. 2861. [68]

20 «[...] produce naturalmente le illusioni e i bei sogni e i castelli in aria [...]», 13 ott.1823, p. 3679.

21 «[...] e dominanti in quei tempi di sogni e di creuseries, [...]», 17 ott.1826, p. 4221.

22 «[...] delle congetture, dei dogmi, dei sogni degli uomini [...]», 9 apr.1827, p. 4279.

sognare

1 «[...] di felicità che un principe si può sognare, [...]», dic.1818 o 8 gen.1820, p. 58.

2 «[...] Perciò essa li fa travedere e sognare. [...]», 5-6 ott.1821, p. 1853.

sognata

1 «[...] finalmente peccarono appunto per aver sognata [...]», 9-15 dic.182, p. 397.

2 «[...] dunque che cosa è la sognata perfettibilità [...]», 24 ago.1821, p. 155.

3 «[...] Quanto più egli s'avanza verso la sognata perfezione [...]», 25 ago.1821, p. 1562.

4 «[...] devesi pur dire di una sognata lingua [...]», 25 ago.1823, p. 3262.

sognava

1 «[...] scriveva innanzi ad ogni regola, non si sognava certo [...]», 7 o 8 nov. 1820, p. 307.

2 «[...] non era più riconoscibile, e nessuno sognava d'imitare [...]», 29 apr.1821, p. 997.

3 «[...] luce di civiltà e di letteratura, non sognava [...]», 20 lug.1821, p. 1352.

sognò

1 «[...] Frontone non sognò neppure la [...]», 8-14 mar.1821, p. 756.

sognato

1 «[...] Molto più poi è stravagante l'amore sognato [...]», 30 mar.-4 apr.1821, p. 895.

2 «[...] a cui si suole attribuire: cioè ad un sognato [...]», tra 18 e 20 giu.1821, p. 1189.

3 «[...] e non già da un sognato stino, [...]», 21 lug.1823, p. 3003.

4 «[...] medesima cagione abbiano immaginato, sognato, delirato [...]», 19 sett.1823, p. 3469.

sognarla

1 «[...] ma non è avvezzo neanche a sognarla, [...]», 4 feb.1821, p. 607.

sognarsi

1 «[...] sapevano ed eseguivano senza sognarsi [...]», 7 nov. 182, p. 305.

sognano

1 «[...] non diventa mica civilissimo, come sognano [...]», tra ago. 1817 e dic. 1818, p. 22.

2 «[...] Allora le cose si travisano, i rapporti si sognano [...]», 16 apr.1821, p. 948 .

3 «[...] nè si arrogano, nè sognano, nè pensano [...]», 29 mar.1822, p. 2399.

sognando

1 «[...] dormire pensando o sognando tutt'altro, [...]», 24 lug.182, p. 184.

2 «[...] e non è riposto in nessun luogo. Noi sognando andiamo a [...]», 13 ott.1821, p. 1908.

3 «[...] ma non sanno essere originali se non sognando [...]», 30 ago.1822, p. 2617.

sognante

1 «[...] della più fervida e più delirante e sognante [...]», 29-30 ago. 1823, p. 3309.

sognatore

1 «[...] che si richiede al filosofo per non esser sognatore, [...]», 30 ago.1822, p. 2617.

sonno

1 «[...] nè raffinamento del trecento, ma un sonno [...]», tra ago.1817 e dic.1818, p. 2.

2 «[...] per la dimenticanza dei mali avuta nel sonno [...]», 4 lug.1820, p. 151.

3 «[...] pienamente; un intervallo come il sonno [...]», tra 12 e 23 lug.1820, p. 172.

4 «[...] o dentro qualche ora prima del sonno [...]», 24 lug.1820, p. 184.

5 «[...] lingue fra me, non ostante che nel sonno [...]», 24 lug.182, p. 185.

6 «[...] per modo di dire, la vita col sonno [...]»,[29...31 lug.1820], p. 193. [69]

7 «[...] per quanto voglia proccurarlo. Ora il sonno [...]», tra 20 e 21 ott.1820, p. 290. [70]

8 «[...] i quali precedono immediatamente il sonno [...]», tra 20 e 21 ott.1820, p. 290.

9 «[...] Questo quando anche la cagione del sonno [...]», tra 20 e 21 ott.1820, p. 290.

10 «[...] e però i momenti più lontani dal sonno [...]», tra 20 e 21 ott.1820, p. 290.

11 «[...] morte dev'essere più grato di quello del sonno [...]», tra 20 e 21 ott. 1820, p. 291

12 «[...] a molto maggior travaglio. Il qual sonno [...]», tra 20 e 21 ott.1820, p. 291.

13 «[...] Se la morte e il sonno siano un punto [...]», 21 ott.1820, p. 292.

14 «[...] E le lettere italiane risorsero dal sonno [...]», 8 dic.1820, p. 392.

15 «[...] novità, quel tal quale riposo o quiete o sonno [...]», 6 feb.1821, p. 620.

16 «[...] ecchiare, come da morso, roso, sonno, morsecchiare [...]», 29 giu.1821, p. 1241.

17 «[...] come spesso accade, (e basta il sonno della notte [...]», 16 sett.1821, p. 1714.

18 «[...] cagionato talvolta dall'avvicinamento del sonno [...]», 24 sett.1821, p. 1779. [71]

19 «[...] del sonno, è piacevolissimo. Il sonno stesso [...]», 24 sett.1821, p. 1779.

20 «[...] o sospende le facoltà umane, come il sonno, l'oppio [...]», 26 ott.1821, p. 1989.

21 «[...] Macerazioni, perdite di sonno, digiuni [...]», 2 feb.1822, p. 2381.

22 «[...] sono non solamente intorpiditi come nel sonno o nell'asfissia [...]», 16 lug.1822, p. 2566.

23 «[...] della gravezza, p.e. del sonno, ch'è minore [...]», 16 lug.1822, p. 2566.

24 «[...] Di tutto è sazietà, della cetra, del sonno ec. [...]», 7 ago.1822, p. 2600.

25 «[...] ei non la sente, non soffre; come nel sonno, nel letargo ec. [...]», 29 sett.1823, p. 3551. [72]

26 «[...] certe ebbrietà, nell'accesso e recesso del sonno, e in simili [...]», 6 nov. 1823, p. 3842.

27 «[...] penosa, ec. negl'istanti che precedono il sonno o il risvegliarsi [...]», 7 nov. 1823, p. 3848.

28 «[...] sente in niun modo la vita, cioè nel sonno, letargo [...]», 7 nov. 1823, p. 3848.

29 «[...] Il sonno e tutto quello che induce il sonno, ec. [...]», 20 nov. 1823, p. 3895. [73]

30 «[...] (come in tempo di sonno o letargo [...]», 27 nov. 1823, p. 3925.

31 «[...] e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte [...]», 20 apr.1824, p. 4074.

32 «[...] sperando di avervi a riposare e prender sonno, finchè [...]», 25 giu.1824, p. 4104.

33 «[...] quando la vita non si sente, come nel sonno ec. [...]», 18 ott.1825, p. 4145.

8.5.3 Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

sogna

1 «[...] e quasi la sforza a confessare ch'ella sogna, l'esperienza che l'assedia [...]», Discorso 73, r. 11.

sogni

1 «[...] Ma se nebbie e sogni e fantasmi [...]», Discorso 7, r. 18.

2 «[...] un'infinità di forze soprannaturali e di sogni e di larve [...]», Discorso 22, r. 16.

3 «[...] oscure, che simulacri vivi e spiranti che sogni beati che vaneggiamenti [...]», Discorso 65, r. 23.

4 «[...] voglia delle cose ch'io potrei dire; sieno sogni di fantasie disprezzatrici [...]», Discorso 83, r. 26

sonno

1 «[...] Tutto noia si fa, l'amore e il sonno // E i dolci canti e i graziosi balli [...]», Discorso 125, r. 20.

2 «[...] Lungo infinito ineccitabil sonno // Dormiam, dov'altri mai [...]», Discorso 269, r. 24.

8.5.4 Poesie varie

sogno

1 «[...] Ch'egli sia sogno e ch'i' non sia ben desto [...]», Elegia II, v. 10.

sogni

1 «[...] Che veduto non hai sogni né larve [...]», Appressamento, canto IV, v. 203.

sogna

1 «[...] Un altro, come quei che sogna e dice [...]», I nuovi credenti, v. 67.

sognò

1 «[...] Né il bel sognò giammai, né [...]», I nuovi credenti, v. 99.

sonno

1 «[...] Immoto in guisa d'uom cui sonno copra [...]», Appressamento, canto 4, v. 5.

2 «[...] Temea la mamma udir chiamarlo al sonno, / Scherzavagli [...]», Le rimembranze, v. 10.

3 «[...] Signori eran sepolti / Nel dolce sonno del mattin [...]», Le rimembranze, v. 64.

 

Autocertificazione

Dichiaro, sotto la mia propria responsabilità, che il tema trattato non coincide né in toto né in parte con quello di un altro lavoro già svolto, né per altri docenti né presso altre università e non verrà usato per nessun altro lavoro seminariale.

L'autore: Bernard Knab

 

Note

_____________________________

 

[1] Giacomo Leopardi, Canti, a cura di G. e D. De Robertis, Milano, Mondadori, 1978. Cfr. la cronologia dei Canti nel capitolo 8.2 Cronologia delle poesie nei Canti, p. 28.

[2] Cfr. il capitolo 8.5 Concordanze, p. 31.

[3] Giacomo Leopardi, Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, A cura di O. Besomi, Bellinzona, Casagrande, 1988. In seguito citerò i paragrafi e le linee tra parentesi come appaiono in questa edizione critica. Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, a cura di G. Pacella, voll. 3, Milano, Garzanti, 1991. In seguito citerò secondo il numero della pagina di Leopardi e la data.

[4] Giacomo Leopardi, Del fingere poetando un sogno, in Dagli argomenti ed abbozzi, in Tutte le opere, a cura di Walter Binni, Milano, Sansoni, 1969, pp. 349-350. Il testo si trova nel capitolo 8.4 L'abbozzo Del fingere poetando un sogno p. 30.

[5] Cfr. Giacomo Leopardi, Canti, a cura di G. e D. De Robertis, Milano, Mondadori, 1978, pp. 184-196 e 496-501 e Francesco Petrarca, Canzoniere, a cura di M. Santagata, Milano, Mondadori, 1996.

[6] D'ora in poi li chiamerò "sogni onirici".

[7] Cfr. Argomenti di idilli, in Opere, a cura di F. Flora, Milano, Mondadori, 1970 5 , vol. I, p. 377.

[8] Cfr. l'edizione commentata: Die griechischen Bukoliker. Theokrit, Moschos, Bion, a cura di H. Beckby, Meisenheim, Hain, 1975, p. 419.

[9] Cfr. Canzoniere, CCCLIX, vv. 57-61: «e s’adira / con parole che i sassi romper ponno: / e dopo questo, si parte ella, e ’l sonno».

[10] Cfr. le annotazioni a B24 di Leopardi: Annotazioni, in Canti, a cura di De Robertis, op.cit., p. 554.

[11] Dal significato latino "quello che si muove sempre". La teoria formulata nei secoli XV e XVI originariamente si riferisce a una macchina termodinamica che - non conforme alle leggi fisicali - lavora e funziona perpetuamente senza consumo di energia. Nella musica descrive un'opera strumentale che è composta di note di piccola misura dall'inizio fino alla fine e a tempi veloci. La definizione letteraria si lega a quella musicale. Si definisce con questo termine nella poesia un'opera che non sembra finire perché i suoi versi finali rinviano tematicamente a quelli iniziali. Cfr. AA.VV., Brockhaus Enzyklopädie, Mannheim, Brockhaus, 1991.

[12] Francesco Petrarca, Trionfo amoris, in Trionfi. Rime estravaganti. Codice degli abbozzi, a cura di V. Pacca, Milano, Mondadori, 1996, vol. IV, v. 66.

[13] Cfr. Alla Primavera o delle favole antiche vv. 90-91: «e la favilla antica / Rendi allo spirto mio» e Discorso, P 280, II. 5-6 e 8: «Imperocchè quello che fuorono gli antichi, siamo noi tutti, [...] dico fanciulli e partecipi [...] di quella sterminata operazione della fantasia [...], le immagini fanciullesche e la fantasia che dicevamo, sono appunto [quelli] degli antichi».

[14] Dante Alighieri, Purgatorio, in La Divina Commedia, a cura di N. Sapegno, Firenze, La Nuova Italia, 1992, canto I, v. 71.

[15] Cfr. La Storia del genere umano, in Opere, a cura di W. Binni, op. cit., vol. I, p. 823.

[16] Zibaldone pp. 193-194, 31 luglio 1830.

[17] Cfr. Zibaldone pp. 193-194, 31 luglio 1830.

[18] Zibaldone pp. 193-194, 31 luglio 1830. Cfr. anche Zibaldone p. 184, 24 luglio 1820.

[19] Zibaldone p. 1908, 13 ottobre 1821.

[20] Cfr. l'articolo di «rève», in Encyclopédie ou dictionnaire raisonnè des sciences, des arts et des métiers. Par une société de gens de lettres, a cura di D'Alembert e Diderot, Lausanne e Berne, Pellet, 1753, vol. 29, pp. 63-64.

[21] Cfr. Zibaldone p. 1562, 25 agosto 1821.

[22] Cfr. ibidem.

[23] Il legame del poeta Leopardi specialmente alla tradizione petrarchesca diventa riconoscibile nelle dichiarazioni fatte da Leopardi nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica: «E per esempio di quella celeste naturalezza colla quale ho detto che gli antichi esprimevano il patetico, può veramente bastare il solo Petrarca ch'io metto qui fra gli antichi [...] Non parlo del quanto è da stimare che accresceremo il diletto della poesia, togliendole tanta parte di quella varietà senza la quale, si può dir tutte le cose di questo mondo, non che la poesia, vengono in fastidio così per poco. [...] Dunque Virgilio non fu poeta fuorchè nel quarto dell'Eneide? [...] Dunque il Petrarca dove non parlò d'amore non fu poeta?» Discorso pp. 268, ll. 12-15 e pp. 282-283, ll. 6-12. Cfr. anche Zibaldone pp. 1841, 1821, 3144 e 1823.

[24] Discorso pp. 276-278, ll. 6-11.

[25] Discorso PP. 278 e 288, ll. 11-13.

[26] Zibaldone p. 1556, 24 agosto 1821.

[27] Leopardi non pubblicò il testo. Giacomo Leopardi, Del fingere poetando un sogno, in Opere, a cura di Walter Binni, op. cit., pp. 349-350. In seguito citerò tra parentesi la linea del testo in riferimento al capitolo 8.4 L'abbozzo Del fingere poetando un sogno p. 30.

[28] Cfr. Zibaldone pp. 4310-4311, 30 giugno 1828: «quell'aria [...] delle sventure [...] fanno in voi un'impres-sione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso [...] ne segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi».

[29] I versi 1-12 e 95-100 formano la cornice del sogno in cui si svolge il dialogo: il poeta descrive prima la situazione della dormiveglia e alla fine quella del svegliarsi.

[30] Zibaldone p. 221, 8 dicembre 1820.

[31] Zibaldone p. 1882, 9 ottobe 1821.

[32] Zibaldone pp. 4310-4311, 30 giugno 1828.

[33] Cfr. Zibaldone p. 1652, 9 ottobre 1821: «Basta una parola, uno sguardo, un gesto di buona grazia [...] per riconciliarlo».

[34] Zibaldone p. 1658, 9 settembre 1821. Cfr. anche Zibaldone p. 1886, 10 ottobre 1821.

[35] Zibaldone p. 1658, 9 settembre 1821.

[36] Zibaldone p. 514-515, 16 gennaio 1821. Leopardi espone in un altro passo anche l'inevitabilità dell'imma-ginazione fanciullesca per le sensazioni indefinite: «In maniera che se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano».

[37] Zibaldone pp. 514-515, 16 gennaio 1821.

[38] ibidem.

[39] Zibaldone p. 107, tra marzo e aprile 1820.

[40] Zibaldone p. 3445, 16 settembre 1823.

[41] Zibaldone pp. 220, 21 agosto 1820 e 1691, 13 settembre 1821.

[42] Ultimo canto di Saffo, dall'edizione AN, in Tutte le opere, a cura di Walter Binni, op. cit., vol. I, p. 447.

[43] Cfr. Zibaldone p. 4174, 19 aprile 1826.

[44] Canti, a cura di De Robertis, op. cit., p. 454.

[45] Zibaldone, p. 378, 3 o 7 dicembre, 1820.

[46] Canti, a cura di De Robertis, op. cit., p. 61.

[47] Virgilio, Eneide, a cura di F. Della Corte, Milano, Garzanti, 1990, libro IX, vv. 432-433.

[48] Cfr. Zibaldone p. 1562, 25 agosto 1821 e Discorso PP. 276-278, ll. 6-11.

[49] La poesia è composta in endecasillabi sciolti. Cfr. Canti, a cura di De Robertis, op. cit, pp. 496 e 497 e cfr. anche il capitolo 8.2 Cronologia delle poesie nei Canti, p. 28.

[50] Canti, a cura di De Robertis, op. cit., p. 560.

[51] Argomenti di idilli, in Opere, a cura di F. Flora, op. cit., vol. I, p. 377.

[52] Guidubaldo Bonarelli, I Filli di Sciro, a cura di G. Gambarini, Bari, Laterza, 1941.

[53] Cfr. Canti, a cura di De Robertis, op. cit., p. 497. Leopardi dichiara inoltre nello Zibaldone p. 16, tra dicembre 1818 e 8 gennaio 1820: «Ora che faceano gli antichi? dipingevano così semplicissimamente al natura [...] e li sapevano dipingere e imitare in maniera che noi li vediamo questi stessi oggetti [della natura] nei versi loro [...] semplicissimanente, come pastorelli, descriveano quel che vedevano».

[54] Dante Alighieri, Paradiso, in La Divina Commedia, a cura di N. Sapegno, op. cit., canto XVIII, v. 78.

[55] Zibaldone p. 57, tra dicembre 1818 e 8 gennaio 1820.

[56] Il nome di Melisso conduce metatestualmente al filosofo atomistico di Samo. La sua lezione si può circoscrivere nella frase seguente: L'ennità dell'essere non sia limitata, ma illimitata entelechia e se esistessero molte cose dovrebbero avere le caratteristiche dell'uno eleatico. Cfr. AA. VV., Der Griechenland Brock-haus, Wiesbaden, Brockhaus, 1983, pp. 17 e 159. L'imitazione poetica degli antichi conduce infine alla «nullità» nella produzione letteraria. Si legge nelle Lettere ai Compilatori della Biblioteca Italiana: «Ricordiamoci [...] che il più grande di tutti i poeti è il più antico, il quale non ha avuto modelli [...] perché essi quando volevano descrivere il cielo, il mare, le campagne si metteano ad osservarle, e noi pigliamo in mano un poeta, e quando voleano ritrarre una passione s'immaginavano di sentirla [...] ed ecco perché c'inonda una piena d'idee e di frasi communi, ed secco perché il nostro terreno è fatto sterile e non produce più nulla di nuovo» (Opere, a cura di F. Flora, op. cit., vol. II, pp. 601-602).

[57] Con una breve notizia nello Zibaldone Leopardi si associa alle idee critico-sociali nel Jacopo Ortis di Foscolo nella lettera del 19 e 20 febbraio da Ventimiglia: «Per un'Ode lamentevole sull'Italia può servire quel pensiero di Foscolo nell'Ortis». Cfr. Zibaldone p. 57, tra il dicembre 1818 e 8 gennaio 1820 e Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di G. Bezzola, Milano, Rizzoli, 1986 7 , pp. 157-164. Si noti che in un passo nelle lettere leopardiane la caduta della terra significa l'ignoranza dell'epoca e il declino della società: «si cominciò a sospettare che la terra insieme con tutto il mondo andasse cointinuamente cadendo e precipitasse velocissimamente giù per le vie interminabili dello spazio, senza che gli uomini potessero avvedersi in modo alcuno della caduta del mondo [...] non rimanendo l'ordine delle cose» cfr. G. De Robertis, Saggio sul Leopardi, Firenze, Vallecchi, 1973, p. 25.

[58] Apparve col titolo Elegia nel giornale bolognese "Il Caffè di Petronio" il 13 agosto 1825 e fu poi ristam-pato col titolo presente insieme con gli altri idilli nel giornale letterario il "Nuovo Ricoglitore" nel gennaio 1826 insieme a Odi, Melisso. È escluso dall'edizione fiorentina del 1831, ma trovò posto tra i frammenti, però senza titolo, nell'edizione napoletana del 1835. Cfr. Canti, a cura di De Robertis, op. cit., p. 185 e cfr. anche per le edizioni delle poesie il capitolo 8.3 Tavole delle edizioni dei Canti, p. 29.

[59] Cfr. Giacomo Leopardi, Ricordi d'infanzia e di adolescenza, in Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di F. Flora, vol. 1, Milano, Mondadori, 1970 5 , pp. 684-685: «e io baciarla senza ardire di toccarla con tale diletto ch'io allora solo in sogno per la primissima volta provai che cosa sia questa sorta di consolazioni». D'Adamo menziona le due donne che erano vicine di casa a Recanati: la Teresa Fattorini e la Brini. Cfr. Canti, a cura di De Robertis, op.cit., p. 184. e G. C. D'Adamo, Giacomo Leopardi. Introduzione e guida allo studio dell'opera leopardiana. Storia e antologia della critica, Firenze, Le Monnier, 1970, p. 148.

[60] Giuseppe Parini, Il Mattino, in Il Giorno, a cura di G. Ficara, Milano, Mondadori, 1986, pp. 33 e 35. Francesco Petrarca, Canzoniere, a cura di M. Santagata, Milano, Mondadori, 1996. In seguito citerò il numero della canzone e i versi tra parentesi.

[61] Parini è il poeta modello per Leopardi a causa dei suoi «studi delle buone dottrine e delle buone lettere» di opere antiche - soprattutto di De officiis e De oratore di Cicerone. Cfr. Giacomo Leopardi, Il Parini, ovvero della gloria, in Operette morali, a cura di G. Ficara, Milano, Mondadori, 1988, pp. 123-153.

[62] Cfr. anche Zibaldone pp. 193-194, 31 luglio 1830.

[63] Le date di composizione, e ciò che puo significare, naturalmente sono oggetto di discussione fra gli studiosi; l'ordine cronologico in alcuni punti resta quindi ipotetico. Le date precise con l'indicazione dei giorni sono quelle indicate da Leopardi stesso. Per l'ordine cronologico cfr. Giacomo Leopardi, Canti, a cura di De Robertis, op. cit., pp. I-XXV e Memo rie, a cura di G. Ficara, op. cit., pp. XIX-XXXIX.

[64] Cfr. Canti, a cura di De Robertis, op. cit., pp. 521-569.

[65] Giacomo Leopardi, Del fingere poetando un sogno, in Dagli argomenti ed abbozzi, in Opere, a cura di W. Binni, op. cit., pp. 349-350.

[66] Elencato nell'indice leopardiano. Cfr. Indice del mio Zibaldone di pensieri, in Zibaldone a cura di G. Pacella, op. cit, vol. III, p. 1202.

[67] ibidem.

[68] Elencato nel'indice leopardiano. Cfr Indice analitico, in Zibaldone a cura di G. Pacella, op. cit, vol. III, p. 1469.

[69] Elencato nell'indice leopardiano e nell'indice analitico. Cfr. Indice del mio Zibaldone di pensieri, in Zibaldone, a cura di G. Pacella, op. cit., p. 1202 e Indice analitico, in Zibaldone, a cura di G. Pacella, op. cit., vol. III, p. 1469.

[70] ibidem.

[71] ibidem.

[72] ibidem.

[73] Elencato nell'indice leopardiano. Cfr. Indice del mio Ziabldone di pensieri, in Zibaldone, a cura di G. Pacella, op. cit., vol. III, p. 1202.

 

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Ultimo aggiornamento: 06 novembre 2006