GIUSEPPE FERRARO

L’amore leopardiano

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, 1798-1998, Viaggio nella memoria, a cura di Fabiana Cacciapuoti, Electa, Milano 1999, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana ed il Patrocinio del Miniustero dei Beni Culturali e Ambientali; catalogo del Centro di Studi Leopardiani (Recanati) in collaborazione con Casa Leopardi

L’amore leopardiano è il primo amore: l’amore giovane. L’intimità rubata. Immaginata. Fatta d’attesa e ricordo. «Una grandissima pazienza impazienza». Un sogno senza sonno, un sogno insonne, il pensiero che più domina ...

poi viene la ricordanza. Essa è più del ricordo, perché è una condizione. Non un atto, ma uno stato. Tutto è “sembiante” intorno. Intoccabile. L’amore leopardiano non conosce e non è conosciuto, sa e resiste al suo sapere. È come ciò che è andato via. Non è perduto o lasciato. È nello stato di cosa che è stata. Un’immagine d’immagine che non trova l’originale. Una duplicazione che non è una copia, perché l’originale è l’immagine stessa della duplicazione. L’amore leopardiano è il desiderio infinito. S’incarica dell’illusione, ne è l’incavo. È uno stato di resistenza dell’impossibile contro il «certo e vano», che la ragione desume dall’indifferenza della natura per l’uomo. E tuttavia quest’amore è anche lo stato in cui s’annida e germina più intensamente la Natura nella sua contrarietà, pronta a corrodere e far perdere tutto quanto non è mai stato dato. È così la delusione: solo l’amore può provarla. E dopo, quando l’illusione se ne è andata, resta il ricordo di ciò che non si è avuto. La delusione e poi il rimpianto sembrano prendere stanza nell’animo come di fronte ad un giocattolo rotto. Eppure non è così. Non c’è né delusione né rimpianto, per quanto se ne tocchino le pareti. E questo sarà un tratto decisivo per comprendere la portata e la funzione dell’illusione leopardiana, che la Natura suggerisce all’uomo e l’uomo ripete alla Natura. L’illusione è dell’amore il frutto più dolce e più amaro in tutte le sue espressioni dell’amor proprio, dell’amore patrio e dell’amore per chi ci fa amare. L’illusione è come la forma transitiva della ricordanza. Il rimpianto certo è il contrario della ricordanza, quanto la delusione lo è dell’illusione. E illusione e ricordanza, delusione e rimpianto sono come due coppie che si escludono, due tonalità affettive del tempo che viene e del tempo già venuto, ma portano un segno differente, Leopardi non cade nella delusione e nemmeno nel rimpianto, resta nell’oscillazione dell’illusione e della ricordanza: l’una è lo stato dell’attesa come del sogno ad occhi aperti, l’altro è lo stato di chi resta svanito davanti allo svanire d’ogni cosa. Entrambe sono uno stato del tempo presente. L’umore leopardiano non è sconfitto, è il pensiero dominante, una passione che allo svanire della sua illusione si muta nell’amore cosmico della compassione.

Non è la caducità che tormenta quest’amore, ma l’impossibile, per cui ogni essere nasce come incrinato, «essendo come non doveva essere». Ed in questa incrinatura l’amore leopardiano oscilla e domina.

Come sospeso

La tradizione letteraria, che va da Dante a Petrarca e giunge fin al romanticismo, è ripresa e sconvolta. Sarà per i versi d’amore che Leopardi più attingerà da Petrarca, ma distaccandosene, perché ne muta del tutto la prospettiva e l’impiego. È da queste distanze che potremmo nominare il senso più riposto di quel che possiamo chiamare, come un modo d’amare, l’“amore leopardiano”. Ciò che lo distingue è la diversa funzione dell’immagine che vi si accompagna e il particolare uso dei nomi e quindi la differente portata letteraria.

Se lo si confronta con l’amore di Dante e Petrarca, che rientrano nella dinamica dell’amore platonico, si affaccia subito la considerazione che l’amore leopardiano è senza compenso, non concilia e non solleva, non forma più di quanto non resista: è un amore senza al di là. La funzione ideale è a suo sfavore, pronta a nutrire, invece del mondo divino, quella paradossale materialità dello spirituale che fa resistenza alla “solidità del nulla”.

Non c’è un al di là. Nell’amore leopardiano cambia la funzione immaginativa e l’uso del nome proprio, diverso sarà il suo punto di applicazione e di riserva. Non c’è simbolismo, non c’è allegoria, I volti amati e nominati non s’incaricano di alcuna luminiscenza d’eternità, non promettono ripari ultraterreni, nemmeno promettono la gloria che viene dall’esercizio del sentimento nel suono di rime sparse. È un amore che non educa al sovrasensibile, ma è piuttosto un vizio, in cui si cade, o in cui ci nasconde come in una postazione per resistere all’esistere, per non cadere, per sospendere tutto quanto è vano L’amore leopardiano non è sacrificale, è naturale, viene, persiste, insiste, resiste.

Il nome

Beatrice indica colei che rende beato, chi conduce ad un sentire senza più tempo, “trasumanato”. Il nome Laura riporta al senso di un umanesimo che inclina il piano dell’allegoria sul versante terreno, è un esercizio di parola: è il lauro del poeta e Laura, che avvolge la figura della gloria di un’eternità temporale.

L’amore leopardiano è l’amore sospeso. Non conosce eternità temporali o sovratemporali, resta sul piano d’immanenza della ricordanza. Quindi non vi è alcun trascendimento, è interiore, La ricordanza è come un al di là di qua. L’immagine, il volto ed il fantasma dell’amata restano come può solo restare ciò e chi, non essendoci più, non c’è mai stato La ricordanza è questo stato. Non supplice, non sacrificale. Non è il ricordo per cui, sopraggiungendo l’immagine, con essa si apre il transito verso un altrove. La ricordanza era già prima, perché già prima l’immagine è la duplicazione del presente come di ciò che non c’è. Come vedere le cose che essendo state non sono, o che manchino di quel che sono. È dunque quel che c’è che ci manca. E della ricordanza è questo il tono essenziale. La perdita dell’amata, la morte della fanciulla, non è perciò sacrificale, non è la via d’accesso all’invisibile.

È ciò che c’è che manca. Ed è questo mancare e farsi vano, l’invisibile che ogni cosa e ognuno lasciano vedere sul proprio volto e nel nome proprio. Non sarà allora Beatrice e nemmeno Laura, perché l’invisibile non è oltre, ma qui. Si chiamerà Silvia e Nerina, perché l’invisibile si tiene nel nulla essenziale di quel che c’è. Il nome proprio di Silvia e di Nerina non è allegorico, sono piuttosto nomi comuni ed è questa la loro allegoria, nomi di fanciulle come di una qualsiasi giovane. Ed è questo comune nel proprio il rivolgimento essenziale che espone l’amore leopardiano in un sentimento che resta e si dispiega fino all’amore cosmico umano. Ed è importante che l’amore per la sua donna sia, nel modo, lo stesso amore per la giovane perduta e l’amore che muove verso la comunanza degli uomini, lo stesso amore, l’amore giovane.

Nessuna simbologia religiosa e umanistica o anche idealistico-romantica, nessun simbolismo politico. Sono nomi propri comuni, talora tratti da un giornale di cronaca, talora letti su di un bassorilievo sepolcrale, Silvia, Nerina e poi Aspasia, per dire che quell’amore fu un raggiro retorico, e Saffo per rovesciare un mito troppo addomesticato, e leggere un contrasto dove si esaltava un’armonia. Non deve sorprendere l’uso di questi nomi messi insieme. Nomi comuni e nomi letterari, di quel tempo dell’infanzia della poesia che ancora non si è arreso alla storia, nomi della Grecia classica. Eppure su questi due versanti di nomi trova sponda l’amore leopardiano. Ciò che è popolare e ciò che è letterario, verrebbe quasi a dire di una tradizione orale e una scritta, per alimentare l’una dall’altra, per una prora, che non sia astrazione, di un amore sospeso ed esteso all’umano nella sua progressiva resistenza al danno della Natura.

Silvia e Nerina sono nomi “inventati”, meglio e dire, trovati. Una vicinanza della letteratura al senso popolare che rivela l’oscillazione più propria del canto di Leopardi, un’oscillazione che è la ricerca di un impiego e un impegno della letteratura. Tutti i suoi risvolti politici e ideali stanno connessi qui, mancare questo rapporto sarà mancare il senso più riposto dell’amore, dell’illusione e della ricordanza. Mancheremo propriamente il senso del canto come risonanza ed aria di un tempo sfiorato dal rimpianto, sottratto alla delusione, rimesso all’illusione della solidarietà di un amore cosmico: sarà così il nome “comune” della ginestra, sarà quel resistere e flettersi del suo essere lenis, lenta. L’amore leopardiano è lento come la ginestra,

Silvia e Nerina non esistono. Sono nomi inventati, e tutto il canto che si leva per loro si svolge in questo rimando essenziale tra l’inesistenza e l’invenzione dell’esistenza. La letteratura conosce questo legame e lo pratica. Silvia e Nerina sono nomi “inesistenti” – letterari – di chi, “prima del tempo”, ha interrotto la sua vita. Prima che nomi di donne amate e immaginati, sono i nomi della morte giovane. E se l’amore leopardiano è l’amore giovane, lo è ancor di più per questa morte che lo preserva, che lo fende e lo rifugia, lo incontamina. L’amore leopardiano non sopravvive a chi ama.

Bellissima fanciulla e dono

perché la morte viene, non la si sceglie, seppure la si procura o si precorre. Viene, per quante volte la si possa anticipare. Silvia e Nerina muoiono giovani. «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e morte ingenerò la sorte, / Cose quaggiù sì / belle altre il mondo non ha, non han le stelle. / Nasce dall’uno il bene, / nasce il piacer maggiore / che per lo mar dell’essere si trova: / l’altra ogni dolore, / ogni gran male annulla, / Bellissima fanciulla, / dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente...».

C’è tutto in questi versi. C’è quella sospensione e quella resistenza, quel coraggio d’amare e il suo naturale affiorare, c’è Bruto, Leopardi, c’è questo legame d’amore e morte, che ancora ci riporta a Dante e a Petrarca fino al romanticismo, per dire non di una vita nova, perché altra, ma “nova” perché giovane, «cara compagna dell’età mia nova»

La morte giovane

La prossimità è a Rilke. Basterebbe riandare in quelle «chiese di Napoli e di Roma» della prima Elegia duinese o sostare davanti alla «lapide in Santa Maria Formosa» e leggere quelle iscrizioni di morti giovani e ripetere: «Che cosa vogliono da me? mesto devo io assolvere l’apparir / dell’ingiusto, che talvolta un poco / ostacola il movimento puro del loro spirito». E poi ritrovare i versi che Leopardi riportò da Roma Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi o Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale del medesimo. La vicinanza si ferma là davanti: i pensieri di Rilke e Leopardi prendono un altro verso, ma il punto d’osservazione è lo stesso: l’amore e la morte giovane stanno insieme come qualcosa d’incompiuto e interrotto. La perfezione del canto sa di questa interruzione e ne è la prova.

L’amore non può finire, l’amore non può esaurirsi o morire consunto, per questo la morte giovane lo preserva, lo lascia nel suo slancio, come l’arco teso secondo l’immagine di Rilke, o come è la ragazza nel fiore dei suoi anni rappresentata nello Zibaldone, come allegra e malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta; quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, dei patimenti: quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile...». È l’esperienza stessa del divino, ma come di qua, com’è nel volto di una giovane «nel fior degli anni estinta quand’è il viver più dolce, e pria che il core certo si renda com’è tutta indarno l’umana speme».

Rilke ha tradotto L’infinito di Leopardi, ma è su questo punto che la poetica dell’uno si separa da quella dell’altro. Un tratto quasi impercettibile, che si racchiude in quella traduzione dove i “sovrumani silenzi” leopardiani diventano per Rilke menschliches Schweigen, un “umano silenzio”. Ed è un diverso senso dell’umano che li separa, perché, se con Rilke la morte non è l’interruzione della vita, ma è di essa la parte che non si vede, come egli scriveva a Witold von Hulewicz, per Leopardi quell’entusiasmo dell’invisibile non c’è, ovvero prende un’altra via, non quella della continuità della vita, seppure concepita da Rilke fuori dall’immagine di un al di là cristiano. La morte è, nei versi di Leopardi, quasi un rifugio dove la vita si cela e rifiuta, nel momento in cui è più splendida, di rassegnare la forza del suo splendore alla vana consunzione della natura. La fanciulla ritratta sul bassorilievo non si rattrista del suo congedo, non perché è vita ancora la morte: la sua vita finisce dove non avrebbe dovuto mai finire, ma resta intatta per questo. L’al di là che può raggiungere è la bellezza e la giovinezza che ha vissuto.

Ed è questo il verso più difficile dell’amore leopardiano. Insieme tornano il Diario del primo amore e Le Ricordanze. La passione e il tempo si contendono la sua immagine. Il loro rapporto è già all’opera nelle annotazioni del Diario, quasi espressione di una fisica dell’esperienza d’amore, una sorta di osservazione naturalistica. Il giovane Leopardi segue i tratti della contesa del tempo e della passione, che ha, nel sogno e nell’insonnia dell’immagine della persona amata, il piano d’un avvicendamento per cui il tempo alla fine prende «vantaggio sulla mia passione e «la ricordanza ch’è il fondamento della mia malinconia» fa trascorrere il primo amore verso il ricordo di ciò che non è stato.

Il ricordo impossibile

«Silvia rimembri ancor quel tempo...»: ma come può mai ricordare Silvia? O cosa è mai per lei, che non c’è più, il ricordo? Lo stesso accade con Nerina, quando nelle Ricordanze si è già svolto il rito della duplicazione e sovrapposizione del tempo trascorso e del tempo che trascorre. Quasi un voltarsi indietro o un raggirarsi della ricordanza, un passaggio che interrompe il canto o lo rinvia, quando Leopardi chiede là di Nerina «e di te forse / non odo questi luoghi parlar? caduta forse / dal mio pensier sei tu?...» Infine nel canto Il sogno,l’amata ricorda al poeta, che non lo ricordava, che non lei c’è più, che non è più in vita. Dunque si può non ricordare ricordando? O, se Silvia può ricordare, quando non è più in vita, la ricordanza stessa è di là del suo ricordo, separata. Dunque la ricordanza è quello stato per cui si può dire di un al di là di qua. L’amore leopardiano è capace di questo passo al di qua. E l’amore che duplica le cose in quell’immagine che attraversa il tempo e lo vince di passione, mostrando l’invisibile come ritorno. L’amore leopardiano è l’amore capace del ritorno. Un riandare, come del fantasma, in cui trapassa ogni immagine e che mostra l’invisibile delle cose che le parole cercano di afferrare, come avviene con le erworbene Worte rilkiane, quelle “parole estratte” e che estraggono l’invisibile delle cose, ma qui quelle parole sono nomi comuni di persone e di cose. La loro proprietà è che passano, ed è questo che rende quei nomi comuni. Ma si tratta di un passaggio che dice dell’invisibile, ed è un passaggio di qua, non oltre, un passare che ritorna, un ripassare.

La ricordanza assomiglia alla morte o la rivela come rifugio più prossimo al suo esercizio di tenere in serbo l’amore. Se della ricordanza è il verso «io non credea / tornar... e ragionar con voi dalle finestre» o quello star «tacito, seduto in verde zolla / ... mirando ed ascoltando / ... pensieri immensi ... dolci sogni ... quel lontano mar, quei monti azzurri», anche la morte può esser questo stato, può dire di una ricordanza pura. Perché la lontananza e l’azzurro è già della ricordanza, non del mare e dei monti. C’è come un rovesciamento, per cui è la ricordanza a dar conto, verso e colore alle cose, non a restituirlo. Di Nerina resta la finestra ancora. Resta il «mio pensier», «sola di te la ricordanza / trovo». La morte è come la ricordanza sola, la ricordanza pura, senza più le cose, nemmeno più un ricordo, ma uno stato, un ritorno lasciato puro, della stessa purezza che Leopardi attribuisce al sentimento della noia, ma senza quel nulla che la culla. La ricordanza è pura del nulla medesimo, perché per essa le cose non sono vane, perché il ritorno che procura è al limite dell’esistente, al confine stesso dell’esistenza, dove c’è una finestra e una siepe da dove appare quel che non si vede e le cose sono come dovrebbero essere, dentro, raccolte come rifugiate. La ricordanza è ancora «la casa passatoia», un luogo di sosta. La morte sarà questa ricordanza pura? Certo è ciò che più le assomiglia, ancor più se si segue quello scambio che Leopardi procura ogni volta al ritorno del pensiero di Nerina e di Silvia, come per mettersi al posto loro e «mirare» tutt’intorno. Anticipando la morte o educandola ad essere rifugio dell’amore giovane, educandola ad essere ricordo puro senza più cose, senza più la vanità del passare. La morte sarà allora come un passato che è tale perché continua a passare come l’ultima volta e lo si raccoglie così, semplicemente, nei nomi propri comuni di Silvia e di Nerina.

morire per
illudersi per
sempre
amare

La proprietà del ritornare è delle illusioni, esse sono ritornanti, riaffiorano anche dopo le più cocenti smentite e per quanto siano illanguidite, tuttavia restano ancora nel mondo e compongono la massima parte della nostra vita». La ricordanza non è più di uno stato e di un esercizio di confine, tra la vita com’è e come non è. Un esercizio letterario in funzione attiva. Sono straordinarie le pagine di quegli esercizi, d’una attualità incontestabile. Sono le pagine d’annotazioni, quelle che si sviluppano quasi per associazione, con una punteggiatura minima, perché non si separino: «Canto dopo le feste, Agnelli sul cielo della stanza. Suono delle navi. Gentiloni (otium est pater ec.). Spezioli (chierico), dettomi da mio padre ch’io doveva essere un Dottore. Paure disciplinazione notturna dei missionari. Compassione per tutti quelli ch’io vedeva non avrebbero avuto fama. Pianto e malinconia per essere uomo, tenuto e proposto da mia madre per matto, compassione destata in Pietruccio sulle mie ginocchia, desiderio concepito studiando la geografia di viaggiare. Sogni amorosi ed efficacia singolare de’ sogni teneri notata, amore per la balia, per la Millesi, per Ercole. Scena dopo il pranzo affacciandomi alla finestra...».

È come se le cose scorressero davanti al nostro sguardo senza di noi e si cercasse un rapporto impossibile tra le cose e le annotazioni, perché si trattengano con noi. Un impossibile starsi accanto, sospeso ad una barra, perché non scivolino via o colte di qua dalla siepe, dalla finestra come da questa linea dello scritto, e noi tra loro cose tra cose, ma diversamente come nell’inesistenza. Non sarà più il nulla, o sarà come il nulla svuotato della sua nullità,

C’è sempre una finestra, un balcone, una siepe, cosí come il bassorilievo e il ritratto, che rappresentano, prima di un’immagine, il confine per cui ciò che vedo mi fa vedere l’invisibile. E l’invisibile è quanto c’è di più comune: il passare. L’amore leopardiano è l’amore che ritorna, perché è l’amore che resiste al suo inganno e alla sua perdita: l’amore leopardiano è l’amore che passa. Non è come quel che resta, ma come quel che insiste ed immane come Il pensiero dominante.

C’è un’immagine che raccoglie tutto questo pensiero e ne svela il gioco del visibile e dell’invisibile. È la bellezza, Leopardi dirà prima di Rilke del bello «spaventevole», perché solo ciò che è bello passa e resta, si trattiene in una duplicazione che ne restituisce i contorni, come nel ritorno di un fantasma, perché la bellezza è l’immagine e il suo fantasma, la bellezza è la fonte del desiderio ed è terribile per questo. Essa ispira amore «lungo... o nascondendo il viso», perché ciò che è bello è come lontano e nell’approssimarsi si nasconde, perché la bellezza si scopre ed è d’essa il passaggio dal visibile all’invisibile nel visibile. L’amore leopardiano è l’amore che duplica ciò che c’è, facendolo più ricco di se medesimo, colmandosi.

E la bellezza è la donna leopardiana; la bellezza è anche il mondo leopardiano, la sua illusione e la sua ricordanza, come ciò che essendo stato una volta in un primitivo naturale sfuggito alla Natura, è ancora adesso come la letteratura e il suo compito. La bellezza sola sarà dunque il tramite della sede in cui si espande l’amore, da quello personale, all’amor proprio, all’amore per la donna, all’amore che si fa compassione o amor patrio, raccogliendosi in una teoria dell’amore, per cui l’amore per l’amata e l’amore “politico” per la comunità degli uomini, sono lo stesso amore, perché solo ciò ch’è bello è ideale e comune.

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Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2008