Giacomo Leopardi

Canti

XXIX. - XLI.

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Giuseppe e Domenico De Robertis, ed. A. Mondadori, serie Oscar studio, Milano 1978. - Il testo è quello costituito da Francesco Moroncini nella sua edizione critica pubblicato da Cappelli, Bologna 1927.

XXIX.

ASPASIA.

Creazione: canzone composta a Napoli nella primavera del 1834 o del 1835 e pubblicata per la prima vola nell'edizione Starita; non se ne conserva alcun autografo; Aspasia è il nome dell'etera amata da Pericle e questo nome assume per Leopardi Fanny Targioni Tozzetti: l'identificazione è testimoniata da Antonio Ranieri in una lettera alla stessa Fanny.

Metro: endecasillabi sciolti.

 

Torna dinanzi al mio pensier talora

Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo

Per abitati lochi a me lampeggia

In altri volti; o per deserti campi,

Al dì sereno, alle tacenti stelle,                             5

Da soave armonia quasi ridesta,

Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina

Quella superba vision risorge.

Quanto adorata, o numi, e quale un giorno

Mia delizia ed erinni! E mai non sento               10

Mover profumo di fiorita piaggia,

Nè di fiori olezzar vie cittadine,

Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno

Che ne' vezzosi appartamenti accolta,

Tutti odorati de' novelli fiori                                15

Di primavera, del color vestita

Della bruna viola, a me si offerse

L'angelica tua forma, inchino il fianco

Sovra nitide pelli, e circonfusa

D'arcana voluttà; quando tu, dotta                    20

Allettatrice, fervidi sonanti

Baci scoccavi nelle curve labbra

De' tuoi bambini, il niveo collo intanto

Porgendo, e lor di tue cagioni ignari

Con la man leggiadrissima stringevi                  25

Al seno ascoso e desiato. Apparve

Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio

Divino al pensier mio. Così nel fianco

Non punto inerme a viva forza impresse

Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto                 30

Ululando portai finch'a quel giorno

Si fu due volte ricondotto il sole.

 

Raggio divino al mio pensiero apparve,

Donna, la tua beltà. Simile effetto

Fan la bellezza e i musicali accordi,                   35

Ch'alto mistero d'ignorati Elisi

Paion sovente rivelar. Vagheggia

Il piagato mortal quindi la figlia

Della sua mente, l'amorosa idea,

Che gran parte d'Olimpo in se racchiude,         40

Tutta al volto ai costumi alla favella

Pari alla donna che il rapito amante

Vagheggiare ed amar confuso estima.

Or questa egli non già, ma quella, ancora

Nei corporali amplessi, inchina ed ama.            45

Alfin l'errore e gli scambiati oggetti

Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa

La donna a torto. A quella eccelsa imago

Sorge di rado il femminile ingegno;

E ciò che inspira ai generosi amanti                   50

La sua stessa beltà, donna non pensa,

Nè comprender potria. Non cape in quelle

Anguste fronti ugual concetto. E male

Al vivo sfolgorar di quegli sguardi

Spera l'uomo ingannato, e mal richiede             55

Sensi profondi, sconosciuti, e molto

Più che virili, in chi dell'uomo al tutto

Da natura è minor. Che se più molli

E più tenui le membra, essa la mente

Men capace e men forte anco riceve.                  60

 

Nè tu finor giammai quel che tu stessa

Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,

Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai

Che smisurato amor, che affanni intensi,

Che indicibili moti e che deliri                             65

Movesti in me; nè verrà tempo alcuno

Che tu l'intenda. In simil guisa ignora

Esecutor di musici concenti

Quel ch'ei con mano o con la voce adopra

In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta           70

Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto

Della mia vita un dì: se non se quanto,

Pur come cara larva, ad ora ad ora

Tornar costuma e disparir. Tu vivi,

Bella non solo ancor, ma bella tanto,                  75

Al parer mio, che tutte l'altre avanzi.

Pur quell'ardor che da te nacque è spento:

Perch'io te non amai, ma quella Diva

Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.

Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque        80

Sua celeste beltà, ch'io, per insino

Già dal principio conoscente e chiaro

Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi,

Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,

Cupido ti seguii finch'ella visse,                          85

Ingannato non già, ma dal piacere

Di quella dolce somiglianza un lungo

Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

 

Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola

Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni                 90

L'altero capo, a cui spontaneo porsi

L'indomito mio cor. Narra che prima,

E spero ultima certo, il ciglio mio

Supplichevol vedesti, a te dinanzi

Me timido, tremante (ardo in ridirlo                  95

Di sdegno e di rossor), me di me privo,

Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto

Spiar sommessamente, a' tuoi superbi

Fastidi impallidir, brillare in volto

Ad un segno cortese, ad ogni sguardo               100

Mutar forma e color. Cadde l'incanto,

E spezzato con esso, a terra sparso

Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni

Di tedio, alfin dopo il servire e dopo

Un lungo vaneggiar, contento abbraccio          105

Senno con libertà. Che se d'affetti

Orba la vita, e di gentili errori,

È notte senza stelle a mezzo il verno,

Già del fato mortale a me bastante

E conforto e vendetta è che su l'erba                  110

Qui neghittoso immobile giacendo,

Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

XXX.

SOPRA UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE,

DOVE UNA GIOVANE MORTA È RAPPRESENTATA

IN ATTO DI PARTIRE, ACCOMMIATANDOSI DAI SUOI.

Creazione: canzone composta probabilmente a Napoli nell'inverno 1834-1835 e pubblicata per la prima volta nell'edizione Starita del 1835. Secondo A. Giuliani (G.L., Carlotta Lenzoni, Pietro Tenerani, articolo pubblicato in «Paragone» alle pp. 87-94 del 1966) il bossorilievo è quello scolpito da Pietro Tenerani nel 1825 per la tomba di Clelia Severini, scultura che Leopardi avrebbe visto a Roma nell'ottobre 1831. Da rilevare che il tema del canto si ricollega alle ultime pagine del Dialogo di Plotino e di Porfirio.

Metro: Strofe libere con rime al mezzo - Il verso finale di ciascuna strofa è sempre in rima baciata nelle strofe 1-2-3-5.

Dove vai? chi ti chiama

Lunge dai cari tuoi,

Bellissima donzella?

Sola, peregrinando, il patrio tetto

Sì per tempo abbandoni? a queste soglie           5

Tornerai tu? farai tu lieti un giorno

Questi ch'oggi ti son piangendo intorno?

 

Asciutto il ciglio ed animosa in atto,

Ma pur mesta sei tu. Grata la via

O dispiacevol sia, tristo il ricetto                         10

A cui movi o giocondo,

Da quel tuo grave aspetto

Mal s'indovina. Ahi ahi, nè già potria

Fermare io stesso in me, nè forse al mondo

S'intese ancor, se in disfavore al cielo                 15

Se cara esser nomata,

Se misera tu debbi o fortunata.

 

Morte ti chiama; al cominciar del giorno

L'ultimo istante. Al nido onde ti parti,

Non tornerai. L'aspetto                                        20

De' tuoi dolci parenti

Lasci per sempre. Il loco

A cui movi, è sotterra:

Ivi fia d'ogni tempo il tuo soggiorno.

Forse beata sei; ma pur chi mira,                        25

Seco pensando, al tuo destin, sospira.

 

Mai non veder la luce

Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo

Che reina bellezza si dispiega

Nelle membra e nel volto,                                   30

Ed incomincia il mondo

Verso lei di lontano ad atterrarsi;

In sul fiorir d'ogni speranza, e molto

Prima che incontro alla festosa fronte

I lúgubri suoi lampi il ver baleni;                        35

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all'orizzonte,

Dileguarsi così quasi non sorta,

E cangiar con gli oscuri

Silenzi della tomba i dì futuri,                             40

Questo se all'intelletto

Appar felice, invade

D'alta pietade ai più costanti il petto.

 

Madre temuta e pianta

Dal nascer già dell'animal famiglia,                   45

Natura, illaudabil maraviglia,

Che per uccider partorisci e nutri,

Se danno è del mortale

Immaturo perir, come il consenti

In quei capi innocenti?                                         50

Se ben, perchè funesta,

Perchè sovra ogni male,

A chi si parte, a chi rimane in vita,

Inconsolabil fai tal dipartita?

 

Misera ovunque miri,                                   55

Misera onde si volga, ove ricorra,

Questa sensibil prole!

Piacqueti che delusa

Fosse ancor dalla vita

La speme giovanil; piena d'affanni                     60

L'onda degli anni; ai mali unico schermo

La morte; e questa inevitabil segno,

Questa, immutata legge

Ponesti all'uman corso. Ahi perchè dopo

Le travagliose strade, almen la meta                  65

Non ci prescriver lieta? anzi colei

Che per certo futura

Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,

Colei che i nostri danni

Ebber solo conforto,                                             70

Velar di neri panni,

Cinger d'ombra sì trista,

E spaventoso in vista

Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?

 

Già se sventura è questo                               75

Morir che tu destini

A tutti noi che senza colpa, ignari,

Nè volontari al vivere abbandoni,

Certo ha chi more invidiabil sorte

A colui che la morte                                             80

Sente de' cari suoi. Che se nel vero,

Com'io per fermo estimo,

Il vivere è sventura,

Grazia il morir, chi però mai potrebbe,

Quel che pur si dovrebbe,                                   85

Desiar de' suoi cari il giorno estremo,

Per dover egli scemo

Rimaner di se stesso,

Veder d'in su la soglia levar via

La diletta persona                                                90

Con chi passato avrà molt'anni insieme,

E dire a quella addio senz'altra speme

Di riscontrarla ancora

Per la mondana via;

Poi solitario abbandonato in terra,                     95

Guardando attorno, all'ore ai lochi usati

Rimemorar la scorsa compagnia?

Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre

Di strappar dalle braccia

All'amico l'amico,                                                 100

Al fratello il fratello,

La prole al genitore,

All'amante l'amore: e l'uno estinto,

L'altro in vita serbar? Come potesti

Far necessario in noi                                            105

Tanto dolor, che sopravviva amando

Al mortale il mortal? Ma da natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben si cura.

XXXI.

SOPRA IL RITRATTO DI UNA BELLA DONNA

SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA.

Creazione: canzone composta probabilmente a Napoli nell'inverno 1834-1835 e pubblicata per la prima volta nell'edizione Starita del 1835. Strettamente legata alla precedente per l'argomento svolge il tema della caducità della vita e del distacco. Secondo A. Giuliani (G.L., Carlotta Lenzoni, Pietro Tenerani, articolo pubblicato in «Paragone» alle pp. 87-94 del 1966), Leopardi probabilmente trasse ispirazione da alcuni bozzetti del Tenerani per il monumento a Margherita Canton che forse era già avviato nel 1831 e che fu teminato nel 1833.

Metro: strofe libere con rime al mezzo

Tal fosti: or qui sotterra

Polve e scheletro sei. Su l'ossa e il fango

Immobilmente collocato invano,

Muto, mirando dell'etadi il volo,

Sta, di memoria solo                                            5

E di dolor custode, il simulacro

Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,

Che tremar fe, se, come or sembra, immoto

In altrui s'affisò; quel labbro, ond'alto

Par, come d'urna piena,                                      10

Traboccare il piacer; quel collo, cinto

Già di desio; quell'amorosa mano,

Che spesso, ove fu porta,

Sentì gelida far la man che strinse;

E il seno, onde la gente                                        15

Visibilmente di pallor si tinse,

Furo alcun tempo: or fango

Ed ossa sei: la vista

Vituperosa e trista un sasso asconde.

 

Così riduce il fato                                          20

Qual sembianza fra noi parve più viva

Immagine del ciel. Misterio eterno

Dell'esser nostro. Oggi d'eccelsi, immensi

Pensieri e sensi inenarrabil fonte,

Beltà grandeggia, e pare,                                    25

Quale splendor vibrato

Da natura immortal su queste arene,

Di sovrumani fati,

Di fortunati regni e d'aurei mondi

Segno e sicura spene                                            30

Dare al mortale stato:

Diman, per lieve forza,

Sozzo a vedere, abominoso, abbietto

Divien quel che fu dianzi

Quasi angelico aspetto,                                        35

E dalle menti insieme

Quel che da lui moveva

Ammirabil concetto, si dilegua.

 

Desiderii infiniti

E visioni altere                                                      40

Crea nel vago pensiere,

Per natural virtù, dotto concento;

Onde per mar delizioso, arcano

Erra lo spirto umano,

Quasi come a diporto                                          45

Ardito notator per l'Oceano:

Ma se un discorde accento

Fere l'orecchio, in nulla

Torna quel paradiso in un momento.

 

Natura umana, or come,                             50

Se frale in tutto e vile,

Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?

Se in parte anco gentile,

Come i più degni tuoi moti e pensieri

Son così di leggeri                                                55

Da sì basse cagioni e desti e spenti?

XXXII.

PALINODIA AL MARCHESE GINO CAPPONI.

Creazione: canzone composta a Napoli nel 1835 e pubblicate nell'edizione Starita dello stesso anno (sulla quale furono apportate ulteriori correzioni a mano dallo stesso Leopardi e dal Ranieri

Metro: endecasillabi sciolti.

Il sempre sospirar nulla rileva.

Petrarca

Errai, candido Gino; assai gran tempo,

E di gran lunga errai. Misera e vana

Stimai la vita, e sovra l'altre insulsa

La stagion ch'or si volge. Intolleranda

Parve, e fu, la mia lingua alla beata                   5

Prole mortal, se dir si dee mortale

L'uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno,

Dall'Eden odorato in cui soggiorna,

Rise l'alta progenie, e me negletto

Disse, o mal venturoso, e di piaceri                     10

O incapace o inesperto, il proprio fato

Creder comune, e del mio mal consorte

L'umana specie. Alfin per entro il fumo

De' sígari onorato, al romorio

De' crepitanti pasticcini, al grido                        15

Militar, di gelati e di bevande

Ordinator, fra le percosse tazze

E i branditi cucchiai, viva rifulse

Agli occhi miei la giornaliera luce

Delle gazzette. Riconobbi e vidi                          20

La pubblica letizia, e le dolcezze

Del destino mortal. Vidi l'eccelso

Stato e il valor delle terrene cose,

E tutto fiori il corso umano, e vidi

Come nulla quaggiù dispiace e dura.                 25

Nè men conobbi ancor gli studi e l'opre

Stupende, e il senno, e le virtudi, e l'alto

Saver del secol mio. Nè vidi meno

Da Marrocco al Catai, dall'Orse al Nilo,

E da Boston a Goa, correr dell'alma                   30

Felicità su l'orme a gara ansando

Regni, imperi e ducati; e già tenerla

O per le chiome fluttuanti, o certo

Per l'estremo del boa. Così vedendo,

E meditando sovra i larghi fogli                         35

Profondamente, del mio grave, antico

Errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

 

Aureo secolo omai volgono, o Gino,

I fusi delle Parche. Ogni giornale,

Gener vario di lingue e di colonne,                     40

Da tutti i lidi lo promette al mondo

Concordemente. Universale amore,

Ferrate vie, moltiplici commerci,

Vapor, tipi e choléra i più divisi

Popoli e climi stringeranno insieme:                   45

Nè maraviglia fia se pino o quercia

Suderà latte e mele, o s'anco al suono

D'un walser danzerà. Tanto la possa

Infin qui de' lambicchi e delle storte,

E le macchine al cielo emulatrici                         50

Crebbero, e tanto cresceranno al tempo

Che seguirà; poichè di meglio in meglio

Senza fin vola e volerà mai sempre

Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

 

Ghiande non ciberà certo la terra                       55

Però, se fame non la sforza: il duro

Ferro non deporrà. Ben molte volte

Argento ed or disprezzerà, contenta

A polizze di cambio. E già dal caro

Sangue de' suoi non asterrà la mano                  60

La generosa stirpe: anzi coverte

Fien di stragi l'Europa e l'altra riva

Dell'atlantico mar, fresca nutrice

Di pura civiltà, sempre che spinga

Contrarie in campo le fraterne schiere               65

Di pepe o di cannella o d'altro aroma

Fatal cagione, o di melate canne,

O cagion qual si sia ch'ad auro torni.

Valor vero e virtù, modestia e fede

E di giustizia amor, sempre in qualunque         70

Pubblico stato, alieni in tutto e lungi

Da' comuni negozi, ovvero in tutto

Sfortunati saranno, afflitti e vinti;

Perchè diè lor natura, in ogni tempo

Starsene in fondo. Ardir protervo e frode,          75

Con mediocrità, regneran sempre,

A galleggiar sortiti. Imperio e forze,

Quanto più vogli o cumulate o sparse,

Abuserà chiunque avralle, e sotto

Qualunque nome. Questa legge in pria             80

Scrisser natura e il fato in adamante;

E co' fulmini suoi Volta nè Davy

Lei non cancellerà, non Anglia tutta

Con le macchine sue, nè con un Gange

Di politici scritti il secol novo.                              85

Sempre il buono in tristezza, il vile in festa

Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse

In arme tutti congiurati i mondi

Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci

Calunnia, odio e livor: cibo de' forti                    90

Il debole, cultor de' ricchi e servo

Il digiuno mendico, in ogni forma

Di comun reggimento, o presso o lungi

Sien l'eclittica o i poli, eternamente

Sarà, se al gener nostro il proprio albergo         95

E la face del dì non vengon meno.

 

Queste lievi reliquie e questi segni

Delle passate età, forza è che impressi

Porti quella che sorge età dell'oro:

Perchè mille discordi e repugnanti                     100

L'umana compagnia principii e parti

Ha per natura; e por quegli odii in pace

Non valser gl'intelletti e le possanze

Degli uomini giammai, dal dì che nacque

L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque       105

Saggio sia nè possente, al secol nostro

Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose

Più gravi, intera, e non veduta innanzi,

Fia la mortal felicità. Più molli

Di giorno in giorno diverran le vesti                   110

O di lana o di seta. I rozzi panni

Lasciando a prova agricoltori e fabbri,

Chiuderanno in coton la scabra pelle,

E di castoro copriran le schiene.

Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri              115

Certamente a veder, tappeti e coltri,

Seggiole, canapè, sgabelli e mense,

Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno

Di lor menstrua beltà gli appartamenti;

E nove forme di paiuoli, e nove                           120

Pentole ammirerà l'arsa cucina.

Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,

Da Londra a Liverpool, rapido tanto

Sarà, quant'altri immaginar non osa,

Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie             125

Vie del Tamigi fia dischiuso il varco,

Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso

Dovea, già son molt'anni. Illuminate

Meglio ch'or son, benchè sicure al pari,

Nottetempo saran le vie men trite                      130

Delle città sovrane, e talor forse

Di suddita città le vie maggiori.

Tali dolcezze e sì beata sorte

Alla prole vegnente il ciel destina.

 

Fortunati color che mentre io scrivo                   135

Miagolanti in su le braccia accoglie

La levatrice! a cui veder s'aspetta

Quei sospirati dì, quando per lunghi

Studi fia noto, e imprenderà col latte

Dalla cara nutrice ogni fanciullo,                        140

Quanto peso di sal, quanto di carni,

E quante moggia di farina inghiotta

Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti

In ciascun anno partoriti e morti

Scriva il vecchio prior: quando, per opra           145

Di possente vapore, a milioni

Impresse in un secondo, il piano e il poggio,

E credo anco del mar gl'immensi tratti,

Come d'aeree gru stuol che repente

Alle late campagne il giorno involi,                    150

Copriran le gazzette, anima e vita

Dell'universo, e di savere a questa

Ed alle età venture unica fonte!

 

Quale un fanciullo, con assidua cura,

Di fogliolini e di fuscelli, in forma                       155

O di tempio o di torre o di palazzo,

Un edificio innalza; e come prima

Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,

Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli

Per novo lavorio son di mestieri;                         160

Così natura ogni opra sua, quantunque

D'alto artificio a contemplar, non prima

Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,

Le parti sciolte dispensando altrove.

E indarno a preservar se stesso ed altro              165

Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa

Eternamente, il mortal seme accorre

Mille virtudi oprando in mille guise

Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta,

La natura crudel, fanciullo invitto,                     170

Il suo capriccio adempie, e senza posa

Distruggendo e formando si trastulla.

Indi varia, infinita una famiglia

Di mali immedicabili e di pene

Preme il fragil mortale, a perir fatto                   175

Irreparabilmente: indi una forza

Ostil, distruggitrice, e dentro il fere

E di fuor da ogni lato, assidua, intenta

Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,

Essa indefatigata; insin ch'ei giace                      180

Alfin dall'empia madre oppresso e spento.

Queste, o spirto gentil, miserie estreme

Dello stato mortal; vecchiezza e morte,

Ch'han principio d'allor che il labbro infante

Preme il tenero sen che vita instilla;                    185

Emendar, mi cred'io, non può la lieta

Nonadecima età più che potesse

La decima o la nona, e non potranno

Più di questa giammai l'età future.

Però, se nominar lice talvolta                              190

Con proprio nome il ver, non altro in somma

Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,

E non pur ne' civili ordini e modi,

Ma della vita in tutte l'altre parti,

Per essenza insanabile, e per legge                     195

Universal, che terra e cielo abbraccia,

Ogni nato sarà. Ma novo e quasi

Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi

Spirti del secol mio: che, non potendo

Felice in terra far persona alcuna,                       200

L'uomo obbliando, a ricercar si diero

Una comun felicitade; e quella

Trovata agevolmente, essi di molti

Tristi e miseri tutti, un popol fanno

Lieto e felice: e tal portento, ancora                    205

Da pamphlets, da riviste e da gazzette

Non dichiarato, il civil gregge ammira.

 

Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume

Dell'età ch'or si volge! E che sicuro

Filosofar, che sapienza, o Gino,                          210

In più sublimi ancora e più riposti

Subbietti insegna ai secoli futuri

Il mio secolo e tuo! Con che costanza

Quel che ieri schernì, prosteso adora

Oggi, e domani abbatterà, per girne                  215

Raccozzando i rottami, e per riporlo

Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!

Quanto estimar si dee, che fede inspira

Del secol che si volge, anzi dell'anno,

Il concorde sentir! con quanta cura                    220

Convienci a quel dell'anno, al qual difforme

Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro

Comparando, fuggir che mai d'un punto

Non sien diversi! E di che tratto innanzi,

Se al moderno si opponga il tempo antico,        225

Filosofando il saper nostro è scorso!

 

Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco

Di poetar maestro, anzi di tutte

Scienze ed arti e facoltadi umane,

E menti che fur mai, sono e saranno,                 230

Dottore, emendator, lascia, mi disse,

I propri affetti tuoi. Di lor non cura

Questa virile età, volta ai severi

Economici studi, e intenta il ciglio

Nelle pubbliche cose. Il proprio petto                 235

Esplorar che ti val? Materia al canto

Non cercar dentro te. Canta i bisogni

Del secol nostro, e la matura speme.

Memorande sentenze! ond'io solenni

Le risa alzai quando sonava il nome                  240

Della speranza al mio profano orecchio

Quasi comica voce, o come un suono

Di lingua che dal latte si scompagni.

Or torno addietro, ed al passato un corso

Contrario imprendo, per non dubbi esempi      245

Chiaro oggimai ch'al secol proprio vuolsi,

Non contraddir, non repugnar, se lode

Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente

Adulando ubbidir: così per breve

Ed agiato cammin vassi alle stelle.                     250

Ond'io, degli astri desioso, al canto

Del secolo i bisogni omai non penso

Materia far; che a quelli, ognor crescendo,

Provveggono i mercati e le officine

Già largamente; ma la speme io certo                255

Dirò, la speme, onde visibil pegno

Già concedon gli Dei; già, della nova

Felicità principio, ostenta il labbro

De' giovani, e la guancia, enorme il pelo.

 

O salve, o segno salutare, o prima              260

Luce della famosa età che sorge.

Mira dinanzi a te come s'allegra

La terra e il ciel, come sfavilla il guardo

Delle donzelle, e per conviti e feste

Qual de' barbati eroi fama già vola.                   265

Cresci, cresci alla patria, o maschia certo

Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli

Italia crescerà, crescerà tutta

Dalle foci del Tago all'Ellesponto

Europa, e il mondo poserà sicuro.                      270

E tu comincia a salutar col riso

Gl'ispidi genitori, o prole infante,

Eletta agli aurei dì: nè ti spauri

L'innocuo nereggiar de' cari aspetti.

Ridi, o tenera prole: a te serbato                          275

È di cotanto favellare il frutto;

Veder gioia regnar, cittadi e ville,

Vecchiezza e gioventù del par contente,

E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.

XXXIII.

IL TRAMONTO DELLA LUNA.

Creazione: Composta dopo La ginestra a Villa Ferrigni (in Torre del Greco) nella primavera del 1836, pubblicata per la prima volta da Ranieri nell'edizione del 1845

Metro: Strofe libere con rime al mezzo.

Quale in notte solinga,

Sovra campagne inargentate ed acque,

Là 've zefiro aleggia,

E mille vaghi aspetti

E ingannevoli obbietti                                          5

Fingon l'ombre lontane

Infra l'onde tranquille

E rami e siepi e collinette e ville;

Giunta al confin del cielo,

Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno             10

Nell'infinito seno

Scende la luna; e si scolora il mondo;

Spariscon l'ombre, ed una

Oscurità la valle e il monte imbruna;

Orba la notte resta,                                              15

E cantando, con mesta melodia,

L'estremo albor della fuggente luce,

Che dianzi gli fu duce,

Saluta il carrettier dalla sua via;

 

Tal si dilegua, e tale                                      20

Lascia l'età mortale

La giovinezza. In fuga

Van l'ombre e le sembianze

Dei dilettosi inganni; e vengon meno

Le lontane speranze,                                            25

Ove s'appoggia la mortal natura.

Abbandonata, oscura

Resta la vita. In lei porgendo il guardo,

Cerca il confuso viatore invano

Del cammin lungo che avanzar si sente             30

Meta o ragione; e vede

Che a se l'umana sede,

Esso a lei veramente è fatto estrano.

 

Troppo felice e lieta

Nostra misera sorte                                              35

Parve lassù, se il giovanile stato,

Dove ogni ben di mille pene è frutto,

Durasse tutto della vita il corso.

Troppo mite decreto

Quel che sentenzia ogni animale a morte,         40

S'anco mezza la via

Lor non si desse in pria

Della terribil morte assai più dura.

D'intelletti immortali

Degno trovato, estremo                                       45

Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni

La vecchiezza, ove fosse

Incolume il desio, la speme estinta,

Secche le fonti del piacer, le pene

Maggiori sempre, e non più dato il bene.          50

 

Voi, collinette e piagge,

Caduto lo splendor che all'occidente

Inargentava della notte il velo,

Orfane ancor gran tempo

Non resterete; che dall'altra parte                       55

Tosto vedrete il cielo

Imbiancar novamente, e sorger l'alba:

Alla qual poscia seguitando il sole,

E folgorando intorno

Con sue fiamme possenti,                                    60

Di lucidi torrenti

Inonderà con voi gli eterei campi.

Ma la vita mortal, poi che la bella

Giovinezza sparì, non si colora

D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.            65

Vedova è insino al fine; ed alla notte

Che l'altre etadi oscura,

Segno poser gli Dei la sepoltura.

XXXIV.

LA GINESTRA,

O IL FIORE DEL DESERTO.

 Creazione: Canto composto nella villa Ferrigni, presso Torre del Greco, alle falde del Vesuvio, nel 1836, conservato in tre copie non identiche, verosimilmente rispecchianti diverse fasi redazionali, scritte da Antonio Ranieri, che la pubblicò nell'edizione fiorentina del 1845.

Metro: strofe libere con rime al mezzo.

Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι

μᾶλλον τὸ σχότος ἢ τό ϕῶς.

E gli uomini vollero piuttosto

le tenebre che la luce.

Giovanni, III,19.

Qui su l'arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null'altro allegra arbor nè fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,                        5

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti. Anco ti vidi

De' tuoi steli abbellir l'erme contrade

Che cingon la cittade

La qual fu donna de' mortali un tempo,            10

E del perduto impero

Par che col grave e taciturno aspetto

Faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi

Lochi e dal mondo abbandonati amante,          15

E d'afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi

Di ceneri infeconde, e ricoperti

Dell'impietrata lava,

Che sotto i passi al peregrin risona;                    20

Dove s'annida e si contorce al sole

La serpe, e dove al noto

Cavernoso covil torna il coniglio;

Fur liete ville e colti,

E biondeggiàr di spiche, e risonaro                    25

Di muggito d'armenti;

Fur giardini e palagi,

Agli ozi de' potenti

Gradito ospizio; e fur città famose

Che coi torrenti suoi l'altero monte                     30

Dall'ignea bocca fulminando oppresse

Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

Una ruina involve,

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

I danni altrui commiserando, al cielo                 35

Di dolcissimo odor mandi un profumo,

Che il deserto consola. A queste piagge

Venga colui che d'esaltar con lode

Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

È il gener nostro in cura                                      40

All'amante natura. E la possanza

Qui con giusta misura

Anco estimar potrà dell'uman seme,

Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,

Con lieve moto in un momento annulla             45

In parte, e può con moti

Poco men lievi ancor subitamente

Annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive

Son dell'umana gente                                          50

Le magnifiche sorti e progressive.

 

Qui mira e qui ti specchia,

Secol superbo e sciocco,

Che il calle insino allora

Dal risorto pensier segnato innanti                     55

Abbandonasti, e volti addietro i passi,

Del ritornar ti vanti,

E procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,

Di cui lor sorte rea padre ti fece                          60

Vanno adulando, ancora

Ch'a ludibrio talora

T'abbian fra se. Non io

Con tal vergogna scenderò sotterra;

Ma il disprezzo piuttosto che si serra                 65

Di te nel petto mio,

Mostrato avrò quanto si possa aperto:

Ben ch'io sappia che obblio

Preme chi troppo all'età propria increbbe.

Di questo mal, che teco                                       70

Mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

Vuoi di novo il pensiero,

Sol per cui risorgemmo

Della barbarie in parte, e per cui solo                 75

Si cresce in civiltà, che sola in meglio

Guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero

Dell'aspra sorte e del depresso loco

Che natura ci diè. Per questo il tergo                 80

Vigliaccamente rivolgesti al lume

Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli

Vil chi lui segue, e solo

Magnanimo colui

Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,        85

Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

 

Uom di povero stato e membra inferme

Che sia dell'alma generoso ed alto,

Non chiama se nè stima

Ricco d'or nè gagliardo,                                       90

E di splendida vita o di valente

Persona infra la gente

Non fa risibil mostra;

Ma se di forza e di tesor mendico

Lascia parer senza vergogna, e noma                95

Parlando, apertamente, e di sue cose

Fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale

Non credo io già, ma stolto,

Quel che nato a perir, nutrito in pene,               100

Dice, a goder son fatto,

E di fetido orgoglio

Empie le carte, eccelsi fati e nove

Felicità, quali il ciel tutto ignora,

Non pur quest'orbe, promettendo in terra         105

A popoli che un'onda

Di mar commosso, un fiato

D'aura maligna, un sotterraneo crollo

Distrugge sì che avanza

A gran pena di lor la rimembranza.                   110

Nobil natura è quella

Che a sollevar s'ardisce

Gli occhi mortali incontra

Al comun fato, e che con franca lingua,

Nulla al ver detraendo,                                        115

Confessa il mal che ci fu dato in sorte,

E il basso stato e frale;

Quella che grande e forte

Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire

Fraterne, ancor più gravi                                     120

D'ogni altro danno, accresce

Alle miserie sue, l'uomo incolpando

Del suo dolor, ma dà la colpa a quella

Che veramente è rea, che de' mortali

Madre è di parto e di voler matrigna.                125

Costei chiama inimica; e incontro a questa

Congiunta esser pensando,

Siccome è il vero, ed ordinata in pria

L'umana compagnia,

Tutti fra se confederati estima                             130

Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo

Valida e pronta ed aspettando aita

Negli alterni perigli e nelle angosce

Della guerra comune. Ed alle offese                   135

Dell'uomo armar la destra, e laccio porre

Al vicino ed inciampo,

Stolto crede così qual fora in campo

Cinto d'oste contraria, in sul più vivo

Incalzar degli assalti,                                           140

Gl'inimici obbliando, acerbe gare

Imprender con gli amici,

E sparger fuga e fulminar col brando

Infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri                                                 145

Quando fien, come fur, palesi al volgo,

E quell'orror che primo

Contra l'empia natura

Strinse i mortali in social catena,

Fia ricondotto in parte                                         150

Da verace saper, l'onesto e il retto

Conversar cittadino,

E giustizia e pietade, altra radice

Avranno allor che non superbe fole,

Ove fondata probità del volgo                            155

Così star suole in piede

Quale star può quel ch'ha in error la sede.

 

Sovente in queste rive,

Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,         160

Seggo la notte; e su la mesta landa

In purissimo azzurro

Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,

Cui di lontan fa specchio

Il mare, e tutto di scintille in giro                          165

Per lo vóto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

Ch'a lor sembrano un punto,

E sono immense, in guisa

Che un punto a petto a lor son terra e mare        170

Veracemente; a cui

L'uomo non pur, ma questo

Globo ove l'uomo è nulla,

Sconosciuto è del tutto; e quando miro

Quegli ancor più senz'alcun fin remoti                175

Nodi quasi di stelle,

Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo

E non la terra sol, ma tutte in uno,

Del numero infinite e della mole,

Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle                 180

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra, un punto

Di luce nebulosa; al pensier mio

Che sembri allora, o prole

Dell'uomo? E rimembrando                                 185

Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,

Che te signora e fine

Credi tu data al Tutto, e quante volte

Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro              190

Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

Per tua cagion, dell'universe cose

Scender gli autori, e conversar sovente

Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi

Sogni rinnovellando, ai saggi insulta                  195

Fin la presente età, che in conoscenza

Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar; qual moto allora,

Mortal prole infelice, o qual pensiero

Verso te finalmente il cor m'assale?                     200

Non so se il riso o la pietà prevale.

 

Come d'arbor cadendo un picciol pomo,

Cui là nel tardo autunno

Maturità senz'altra forza atterra,

D'un popol di formiche i dolci alberghi,              205

Cavati in molle gleba

Con gran lavoro, e l'opre

E le ricchezze che adunate a prova

Con lungo affaticar l'assidua gente

Avea provvidamente al tempo estivo,                 210

Schiaccia, diserta e copre

In un punto; così d'alto piombando,

Dall'utero tonante

Scagliata al ciel profondo,

Di ceneri e di pomici e di sassi                             215

Notte e ruina, infusa

Di bollenti ruscelli,

O pel montano fianco

Furiosa tra l'erba

Di liquefatti massi                                                220

E di metalli e d'infocata arena

Scendendo immensa piena,

Le cittadi che il mar là su l'estremo

Lido aspergea, confuse

E infranse e ricoperse                                          225

In pochi istanti: onde su quelle or pasce

La capra, e città nove

Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello

Son le sepolte, e le prostrate mura

L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.           230

Non ha natura al seme

Dell'uom più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

Che nell'altra è la strage,

Non avvien ciò d'altronde                                  235

Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

 

Ben mille ed ottocento

Anni varcàr poi che spariro, oppressi

Dall'ignea forza, i popolati seggi,

E il villanello intento                                            240

Ai vigneti, che a stento in questi campi

Nutre la morta zolla e incenerita,

Ancor leva lo sguardo

Sospettoso alla vetta

Fatal, che nulla mai fatta più mite                      245

Ancor siede tremenda, ancor minaccia

A lui strage ed ai figli ed agli averi

Lor poverelli. E spesso

Il meschino in sul tetto

Dell'ostel villereccio, alla vagante                        250

Aura giacendo tutta notte insonne,

E balzando più volte, esplora il corso

Del temuto bollor, che si riversa

Dall'inesausto grembo

Su l'arenoso dorso, a cui riluce                            255

Di Capri la marina

E di Napoli il porto e Mergellina.

E se appressar lo vede, o se nel cupo

Del domestico pozzo ode mai l'acqua

Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,                 260

Desta la moglie in fretta, e via, con quanto

Di lor cose rapir posson, fuggendo,

Vede lontan l'usato

Suo nido, e il picciol campo,

Che gli fu dalla fame unico schermo,                 265

Preda al flutto rovente,

Che crepitando giunge, e inesorato

Durabilmente sovra quei si spiega.

Torna al celeste raggio

Dopo l'antica obblivion l'estinta                          270

Pompei, come sepolto

Scheletro, cui di terra

Avarizia o pietà rende all'aperto;

E dal deserto foro

Diritto infra le file                                                 275

Dei mozzi colonnati il peregrino

Lunge contempla il bipartito giogo

E la cresta fumante,

Che alla sparsa ruina ancor minaccia.

E nell'orror della secreta notte                             280

Per li vacui teatri,

Per li templi deformi e per le rotte

Case, ove i parti il pipistrello asconde,

Come sinistra face

Che per vóti palagi atra s'aggiri,                         285

Corre il baglior della funerea lava,

Che di lontan per l'ombre

Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Così, dell'uomo ignara e dell'etadi

Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno     290

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede:              295

E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

 

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza                 300

Soccomberai del sotterraneo foco,

Che ritornando al loco

Già noto, stenderà l'avaro lembo

Su tue molli foreste. E piegherai

Sotto il fascio mortal non renitente                     305

Il tuo capo innocente:

Ma non piegato insino allora indarno

Codardamente supplicando innanzi

Al futuro oppressor; ma non eretto

Con forsennato orgoglio inver le stelle,              310

Nè sul deserto, dove

E la sede e i natali

Non per voler ma per fortuna avesti;

Ma più saggia, ma tanto

Meno inferma dell'uom, quanto le frali              315

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.

XXXV.

IMITAZIONE.

Creazione: La poesia è stata pubblicata per la prima volta nell'edizione Starita del 1835 e si presume scritta negli anni fra il 1828 e 1835; qualche studioso (fra cui Carducci) l'ha datata al 1818 perché in quell'anno fu pubblicata anonima e senza titolo la favola La feuille di Antoine-Vincent Arnault, sullo Spettatore straniero (vol. XI, n. 12, p. 55) in epigrafe ad un articolo intitolato La malinconia: (che riportiamo per comodità, anche se non è pubblicata nell'edizione che abbiamo preso come riferimento)

La feuille

[ De ta tige détachée,

Pauvre feuille desséchée,

Où vas-tu? - Je n'en sais rien.

L'orage a brisé le chêne

Qui seul était mon soutien.

De son inconstante haleine,

Le zéphir ou l'aquilon

Depuis ce jour me promène

De la forêt à la plaine,

De la montagne au vallon;

Je vais où le vent me mène

Sans me plaindre ou m'effrayer;

Je vais où va toute chose,

Où va la feuille de rose

Et la feuille de laurier. ]

Lungi dal propio ramo,

Povera foglia frale,

Dove vai tu? Dal faggio

Là dov'io nacqui, mi divise il vento.

Esso, tornando, a volo                                          5

Dal bosco alla campagna,

Dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,                                      10

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa,

E la foglia d'alloro.

XXXVI.

SCHERZO.

Creazione: Composto a Pisa, come risulta dall'autografo, conservato fra le carte napoletane, il 15 febbraio 1828, due mesi prima del Risorgimento e di A Silvia; pubblicato nell'edizione napoletana del 1835.

Metro: strofa libera, con frequenti rime, spesso baciate.

Quando fanciullo io venni

A pormi con le Muse in disciplina,

L'una di quelle mi pigliò per mano;

E poi tutto quel giorno

La mi condusse intorno                                       5

A veder l'officina.

Mostrommi a parte a parte

Gli strumenti dell'arte,

E i servigi diversi

A che ciascun di loro                                            10

S'adopra nel lavoro

Delle prose e de' versi.

Io mirava, e chiedea:

Musa, la lima ov'è? Disse la Dea:

La lima è consumata; or facciam senza.            15

Ed io, ma di rifarla

Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca?

Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.

FRAMMENTI.

* * * * *

XXXVII.

 Creazione: composto a Recanati forse nel 1819, pubblicato nel Nuovo ricoglitore col titolo Lo spavento notturno, troverà una definitiva collocazione tra i frammenti.

Metro: endecasillabi sciolti

ALCETA.

Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno

Di questa notte, che mi torna a mente

In riveder la luna. Io me ne stava

Alla finestra che risponde al prato,

Guardando in alto: ed ecco all'improvviso         5

Distaccasi la luna; e mi parea

Che quanto nel cader s'approssimava,

Tanto crescesse al guardo; infin che venne

A dar di colpo in mezzo al prato; ed era

Grande quanto una secchia, e di scintille           19

Vomitava una nebbia, che stridea

Sì forte come quando un carbon vivo

Nell'acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo

La luna, come ho detto, in mezzo al prato

Si spegneva annerando a poco a poco,              15

E ne fumavan l'erbe intorno intorno.

Allor mirando in ciel, vidi rimaso

Come un barlume, o un'orma, anzi una nicchia,

Ond'ella fosse svelta; in cotal guisa,

Ch'io n'agghiacciava; e ancor non m'assicuro.  20

 

MELISSO.

E ben hai che temer, che agevol cosa

Fora cader la luna in sul tuo campo.

 

ALCETA.

Chi sa? non veggiam noi spesso di state

Cader le stelle?

 

MELISSO.

Egli ci ha tante stelle,

Che picciol danno è cader l'una o l'altra             25

Di loro, e mille rimaner. Ma sola

Ha questa luna in ciel, che da nessuno

Cader fu vista mai se non in sogno.

XXXVIII.

 Creazione: frammento pubblicato col n. XXXVI nell'edizione Starita, tolto dall'Elegia II composta verso la fine del 1818 per un nuovo incontro, seguito da una nuova partenza, con l'ispiratrice dell'Elegia I, che fu Il primo amore, cioè Geltrude Cassi Lazzari.

Metro: terzine

 

Io qui vagando al limitare intorno,

Invan la pioggia invoco e la tempesta,

Acciò che la ritenga al mio soggiorno.               3

 Pure il vento muggia nella foresta,

E muggia tra le nubi il tuono errante,

Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.                  6

 O care nubi, o cielo, o terra, o piante,

Parte la donna mia: pietà, se trova

Pietà nel mondo un infelice amante.                  9

 O turbine, or ti sveglia, or fate prova

Di sommergermi o nembi, insino a tanto

Che il sole ad altre terre il dì rinnova.                 12

 S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto

Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia

Le luci il crudo Sol pregne di pianto.                  15

XXXIX.

Creazione: Composto tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1816 a Recanati col titolo Appressamento della morte, apparve ampiamente ritoccato nell'edizione napoletana del 1835; rispetto alla stesura originaria sostituì alla prima la terza persona, immaginando una fanciulla come protagonista del racconto.

Metro: terzine

 

 Spento il diurno raggio in occidente,

E queto il fumo delle ville, e queta

De' cani era la voce e della gente;                       3

 Quand'ella, volta all'amorosa meta,

Si ritrovò nel mezzo ad una landa

Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.                6

 Spandeva il suo chiaror per ogni banda

La sorella del sole, e fea d'argento

Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.            9

 I ramuscelli ivan cantando al vento,

E in un con l'usignol che sempre piagne

Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.             12

 Limpido il mar da lungi, e le campagne

E le foreste, e tutte ad una ad una

Le cime si scoprian delle montagne.                   15

 In queta ombra giacea la valle bruna,

E i collicelli intorno rivestia

Del suo candor la rugiadosa luna.                      18

 Sola tenea la taciturna via

La donna, e il vento che gli odori spande,

Molle passar sul volto si sentia.                           21

 Se lieta fosse, è van che tu dimande:

Piacer prendea di quella vista, e il bene

Che il cor le prometteva era più grande.            24

 Come fuggiste, o belle ore serene!

Dilettevol quaggiù null'altro dura,

Nè si ferma giammai, se non la spene.               27

 Ecco turbar la notte, e farsi oscura

La sembianza del ciel, ch'era sì bella,

E il piacere in colei farsi paura.                           30

 Un nugol torbo, padre di procella,

Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,

Che più non si scopria luna nè stella.                 33

 Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,

E salir su per l'aria a poco a poco,

E far sovra il suo capo a quella ammanto.         36

 Veniva il poco lume ognor più fioco;

E intanto al bosco si destava il vento,

Al bosco là del dilettoso loco.                               39

 E si fea più gagliardo ogni momento,

Tal che a forza era desto e svolazzava

Tra le frondi ogni augel per lo spavento.            42

 E la nube, crescendo, in giù calava

Ver la marina sì, che l'un suo lembo

Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.            45

 Già tutto a cieca oscuritade in grembo,

S'incominciava udir fremer la pioggia,

E il suon cresceva all'appressar del nembo.       48

 Dentro le nubi in paurosa foggia

Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;

E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.                 51

 Discior sentia la misera i ginocchi;

E già muggiva il tuon simile al metro

Di torrente che d'alto in giù trabocchi.               54

 Talvolta ella ristava, e l'aer tetro

Guardava sbigottita, e poi correa,

Sì che i panni e le chiome ivano addietro.          57

 E il duro vento col petto rompea,

Che gocce fredde giù per l'aria nera

In sul volto soffiando le spingea.                         60

 E il tuon veniale incontro come fera,

Rugghiando orribilmente e senza posa;

E cresceva la pioggia e la bufera.                        63

 E d'ogn'intorno era terribil cosa

Il volar polve e frondi e rami e sassi,

E il suon che immaginar l'alma non osa.           66

 Ella dal lampo affaticati e lassi

Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,

Gia pur tra il nembo accelerando i passi.           69

 Ma nella vista ancor l'era il baleno

Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento

Fermò l'andare, e il cor le venne meno.              72

 E si rivolse indietro. E in quel momento

Si spense il lampo, e tornò buio l'etra,

Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.               75

 Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

XL.

DAL GRECO DI SIMONIDE.

 Creazione: composto a Recanati tra il 1823 e il 1824, è una libera traduzione di un frammento di Simonide di Amorgo, poeta giambico vissuto nel VII secolo a.C. fu pubblicato per la prima volta nell'edizione Starita

Metro: strofa libera con molte rime

Ogni mondano evento

È di Giove in poter, di Giove, o figlio,

Che giusta suo talento

Ogni cosa dispone.

Ma di lunga stagione                                           5

Nostro cieco pensier s'affanna e cura,

Benchè l'umana etate,

Come destina il ciel nostra ventura,

Di giorno in giorno dura.

La bella speme tutti ci nutrica                             10

Di sembianze beate,

Onde ciascuno indarno s'affatica:

Altri l'aurora amica,

Altri l'etade aspetta;

E nullo in terra vive                                              15

Cui nell'anno avvenir facili e pii

Con Pluto gli altri iddii

La mente non prometta.

Ecco pria che la speme in porto arrive,

Qual da vecchiezza è giunto                               20

E qual da morbi al bruno Lete addutto;

Questo il rigido Marte, e quello il flutto

Del pelago rapisce; altri consunto

Da negre cure, o tristo nodo al collo

Circondando, sotterra si rifugge.                        25

Così di mille mali

I miseri mortali

Volgo fiero e diverso agita e strugge.

Ma per sentenza mia,

Uom saggio e sciolto dal comune errore            30

Patir non sosterria,

Nè porrebbe al dolore

Ed al mal proprio suo cotanto amore.

XLI.

DELLO STESSO.

 Creazione: composto, come il precedente, a Recanati tra il 1823 e il 1824, è una libera traduzione di un frammento di Simonide di Amorgo, poeta giambico vissuto nel VII secolo a.C. fu pubblicato per la prima volta nell'edizione Starita

Metro: strofa libera (endecasillabi e settenari variamente rimati; solo il v. 3 non risulta rimato)

 

Umana cosa picciol tempo dura,

E certissimo detto

Disse il veglio di Chio,

Conforme ebber natura

Le foglie e l'uman seme.                                      5

Ma questa voce in petto

Raccolgon pochi. All'inquieta speme,

Figlia di giovin core,

Tutti prestiam ricetto.

Mentre è vermiglio il fiore                                   10

Di nostra etade acerba,

L'alma vota e superba

Cento dolci pensieri educa invano,

Nè morte aspetta nè vecchiezza; e nulla

Cura di morbi ha l'uom gagliardo e sano.         15

Ma stolto è chi non vede

La giovanezza come ha ratte l'ale,

E siccome alla culla

Poco il rogo è lontano.

Tu presso a porre il piede                                     20

In sul varco fatale

Della plutonia sede,

Ai presenti diletti

La breve età commetti.

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Ultimo aggiornamento: 16 dicembre 2008