Giacomo Leopardi

Canti

VIII. - XIX.

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Giuseppe e Domenico De Robertis, ed. A. Mondadori, serie Oscar studio, Milano 1978. - Il testo è quello costituito da Francesco Moroncini nella sua edizione critica pubblicato da Cappelli, Bologna 1927.

VIII.

INNO AI PATRIARCHI,

O DE’ PRINCIPII DEL GENERE UMANO

Creazione: Composto a Recanati nel luglio 1822 in 17 giorni e pubblicato a Bologna nel 1824, ultima delle canzoni scritte nel 1822

Metro: endecasillabi sciolti

 

E voi de’ figli dolorosi il canto,

Voi dell’umana prole incliti padri,

Lodando ridirà; molto all’eterno

Degli astri agitator più cari, e molto

Di noi men lacrimabili nell’alma                         5

Luce prodotti. Immedicati affanni

Al misero mortal, nascere al pianto,

E dell’etereo lume assai più dolci

Sortir l’opaca tomba e il fato estremo,

Non la pietà, non la diritta impose                     10

Legge del cielo. E se di vostro antico

Error che l’uman seme alla tiranna

Possa de’ morbi e di sciagura offerse,

Grido antico ragiona, altre più dire

Colpe de’ figli, e irrequieto ingegno,                    15

E demenza maggior l’offeso Olimpo

N’armaro incontra, e la negletta mano

Dell’altrice natura; onde la viva

Fiamma n’increbbe, e detestato il parto

Fu del grembo materno, e violento                     20

Emerse il disperato Erebo in terra.

 

Tu primo il giorno, e le purpuree faci

Delle rotanti sfere, e la novella

Prole de’ campi, o duce antico e padre

Dell’umana famiglia, e tu l’errante                     25

Per li giovani prati aura contempli:

Quando le rupi e le deserte valli

Precipite l’alpina onda feria

D`inudito fragor; quando gli ameni

Futuri seggi di lodate genti                                 30

E di cittadi romorose, ignota

Pace regnava; e gl’inarati colli

Solo e muto ascendea l’aprico raggio

Di febo e l`aurea luna. Oh fortunata,

Di colpe ignara e di lugubri eventi,                    35

Erma terrena sede! Oh quanto affanno

Al gener tuo, padre infelice, e quale

D’amarissimi casi ordine immenso

Preparano i destini! Ecco di sangue

Gli avari colti e di fraterno scempio                    40

Furor novello incesta, e le nefande

Ali di morte il divo etere impara.

Trepido, errante il fratricida, e l’ombre

Solitarie fuggendo e la secreta

Nelle profonde selve ira de’ venti,                       45

Primo i civili tetti, albergo e regno

Alle macere cure, innalza; e primo

Il disperato pentimento i ciechi

Mortali egro, anelante, aduna e stringe

Ne’ consorti ricetti: onde negata                         50

L’improba mano al curvo aratro, e vili

Fur gli agresti sudori; ozio le soglie

Scellerate occupò; ne’ corpi inerti

Domo il vigor natio. languide, ignave

Giacquer le menti; e servitù le imbelli                55

Umane vite, ultimo danno, accolse.

 

E tu dall’etra infesto e dal mugghiante

Su i nubiferi gioghi equoreo flutto

Scampi l’iniquo germe, o tu cui prima

Dall’aer cieco e da’ natanti poggi                        60

Segno arrecò d’instaurata spene

La candida colomba, e delle antiche

Nubi l’occiduo Sol naufrago uscendo,

L’atro polo di vaga iri dipinse.

Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi       65

Studi rinnova e le seguaci ambasce

La riparata gente. Agl’inaccessi

Regni del mar vendicatore illude

Profana destra, e la sciagura e il pianto

A novi liti e nove stelle insegna.                          70

 

Or te, padre de’ pii, te giusto e forte,

E di tuo seme i generosi alunni

Medita il petto mio. Dirò siccome

Sedente, oscuro, in sul meriggio all’ombre

Del riposato albergo, appo le molli                     75

Rive del gregge tuo nutrici e sedi,

Te de’ celesti peregrini occulte

Beàr l’eteree menti; e quale, o figlio

Della saggia Rebecca, in su la sera,

Presso al rustico pozzo e nella dolce                   80

Di pastori e di lieti ozi frequente

Aranitica valle, amor ti punse

Della vezzosa Labanide: invitto

Amor, ch’a lunghi esigli e lunghi affanni

E di servaggio all’odiata soma                            85

Volenteroso il prode animo addisse.

 

Fu certo, fu (nè d’error vano e d’ombra

L’aonio canto e della fama il grido

Pasce l’avida plebe) amica un tempo

Al sangue nostro e dilettosa e cara                      90

Questa misera piaggia, ed aurea corse

Nostra caduca età. Non che di latte

Onda rigasse intemerata il fianco

Delle balze materne, o con le greggi

Mista la tigre ai consueti ovili                              95

Nè guidasse per gioco i lupi al fonte

Il pastorel; ma di suo fato ignara

E degli affanni suoi, vota d’affanno

Visse l’umana stirpe; alle secrete

Leggi del cielo e di natura indutto                      100

Valse l’ameno error, le fraudi, il molle

Pristino velo; e di sperar contenta

Nostra placida nave in porto ascese.

 

Tal fra le vaste californie selve

Nasce beata prole, a cui non sugge                    105

Pallida cura il petto, a cui le membra

Fera tabe non doma; e vitto il bosco,

Nidi l’intima rupe, onde ministra

L’irrigua valle, inopinato il giorno

Dell’atra morte incombe. Oh contra il nostro    10

Scelerlato ardimento inermi regni

Della saggia natura! I lidi e gli antri

E le quiete selve apre l’invitto

Nostro furor; le violate genti

Al peregrino affanno, agl’ignorati                      115

Desiri educa; e la fugace, ignuda

Felicità per l’imo sole incalza.

IX.

ULTIMO CANTO DI SAFFO.

Creazione: canzone composta a Recanati in sette giorni fra il 13 e il 19 maggio del 1822 [secondo la ricostruzione del Moroncini], pubblicato in Bologna nel 1824 - il motivo generatore della canzone sembra essere la pagina 718-719 dello Zibaldone:

«L’uomo d’immaginazione di sentimento e di entusiasmo, privo della bellezza del corpo, è verso la natura appresso a poco quello ch’è verso l’amata un amante ardentissimo e sincerissimo, non corrisposto nell’amore. Egli si slancia fervidamente verso la natura, ne sente profondissimamente tutta la forza, tutto l’incanto, tutte le attrattive, tutta la bellezza, l’ama con ogni trasporto, ma quasi che egli non fosse punto corrisposto, sente ch’egli non è partecipe di questo bello che ama ed ammira, si vede fuor della sfera della bellezza, come l’amante [719] escluso dal cuore, dalle tenerezze, dalle compagnie dell’amata. Nella considerazione e nel sentimento della natura e del bello, il ritorno sopra se stesso gli è sempre penoso. Egli sente subito e continuamente che quel bello, quella cosa ch’egli ammira ed ama e sente, non gli appartiene. Egli prova quello stesso dolore che si prova nel considerare o nel vedere l’amata nelle braccia di un altro, o innamorata di un altro, e del tutto noncurante di voi. Egli sente quasi che il bello e la natura non è fatta per lui, ma per altri (e questi, cosa molto più acerba a considerare, meno degni di lui, anzi indegnissimi del godimento del bello e della natura, incapaci di sentirla e di conoscerla ec.): e prova quello stesso disgusto e finissimo dolore di un povero affamato, che vede altri cibarsi dilicatamente, largamente, e saporitamente, senza speranza nessuna di poter mai gustare altrettanto.»

Metro: quattro strofe di diciotto versi ciascuna, con lo schema ABCDEFGHILMNOPQRsS [ossia una sequenza di endecasillabi sciolti chiusa da una coppia di versi a rima baciata settenario+endecasillabo]

 

Placida notte, e verecondo raggio

Della cadente luna; e tu che spunti

Fra la tacita selva in su la rupe,

Nunzio del giorno; oh dilettose e care

Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,                 5

Sembianze agli occhi miei; già non arride

Spettacol molle ai disperati affetti.

Noi l’insueto allor gaudio ravviva

Quando per l’etra liquido si volve

E per li campi trepidanti il flutto                         10

Polveroso de’ Noti, e quando il carro,

Grave carro di Giove a noi sul capo,

Tonando, il tenebroso aere divide.

Noi per le balze e le profonde valli

Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta                15

Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto

Fiume alla dubbia sponda

Il suono e la vittrice ira dell’onda.

 

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella

Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta                       20

Infinita beltà parte nessuna

Alla misera Saffo i numi e l’empia

Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni

Vile, o natura, e grave ospite addetta,

E dispregiata amante, alle vezzose                     25

Tue forme il core e le pupille invano

Supplichevole intendo. A me non ride

L’aprico margo, e dall’eterea porta

Il mattutino albor; me non il canto

De’ colorati augelli, e non de’ faggi                     30

Il murmure saluta: e dove all’ombra

Degl’inchinati salici dispiega

Candido rivo il puro seno, al mio

Lubrico piè le flessuose linfe

Disdegnando sottragge,                                      35

E preme in fuga l’odorate spiagge.

 

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso

Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo

Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?

In che peccai bambina, allor che ignara            40

Di misfatto è la vita, onde poi scemo

Di giovanezza, e disfiorato, al fuso

Dell’indomita Parca si volvesse

Il ferrigno mio stame? Incaute voci

Spande il tuo labbro: i destinati eventi               45

Move arcano consiglio. Arcano è tutto,

Fuor che il nostro dolor. Negletta prole

Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo

De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme

De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,      50

Alle amene sembianze eterno regno

Diè nelle genti; e per virili imprese,

Per dotta lira o canto,

Virtù non luce in disadorno ammanto.

 

Morremo. Il velo indegno a terra sparto,    55

Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,

E il crudo fallo emenderà del cieco

Dispensator de’ casi. E tu cui lungo

Amore indarno, e lunga fede, e vano

D’implacato desio furor mi strinse,                     60

Vivi felice, se felice in terra

Visse nato mortal. Me non asperse

Del soave licor del doglio avaro

Giove, poi che perìr gl’inganni e il sogno

Della mia fanciullezza. Ogni più lieto                65

Giorno di nostra età primo s’invola.

Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra

Della gelida morte. Ecco di tante

Sperate palme e dilettosi errori,

Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno             70

Han la tenaria Diva,

E l’atra notte, e la silente riva.

X.

IL PRIMO AMORE.

 Creazione: canto composto tra il 14 e il 16 dicembre del 1817 a Recanati ed è il primo canto che Leopardi scrisse e accettò intero, ispirato alla situazione descritta nel Diario, cioè all’incontro con la cugina Geltrude Cassi ospite dall’11 al 14 dicembre

Metro: terza rima.

Tornami a mente il dì che la battaglia

D’amor sentii la prima volta, e dissi:

Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!            3

Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,

Io mirava colei ch’a questo core

Primiera il varco ed innocente aprissi.                6

Ahi come mal mi governasti, amore!

Perchè seco dovea sì dolce affetto

Recar tanto desio, tanto dolore?                          9

E non sereno, e non intero e schietto,

Anzi pien di travaglio e di lamento

Al cor mi discendea tanto diletto?                       12

Dimmi, tenero core, or che spavento,

Che angoscia era la tua fra quel pensiero

Presso al qual t’era noia ogni contento?             15

Quel pensier che nel dì, che lusinghiero

Ti si offeriva nella notte, quando

Tutto queto parea nell’emisfero:                          18

Tu inquieto, e felice e miserando,

M’affaticavi in su le piume il fianco,

Ad ogni or fortemente palpitando.                     21

E dove io tristo ed affannato e stanco

Gli occhi al sonno chiudea, come per febre

Rotto e deliro il sonno venia manco.                   24

Oh come viva in mezzo alle tenebre

Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi

La contemplavan sotto alle palpebre!                 27

Oh come soavissimi diffusi

Moti per l’ossa mi serpeano, oh come

Mille nell’alma instabili, confusi                          30

Pensieri si volgean! qual tra le chiome

D’antica selva zefiro scorrendo,

Un lungo, incerto mormorar ne prome.            33

E mentre io taccio, e mentre io non contendo,

Che dicevi o mio cor, che si partia

Quella per che penando ivi e battendo?             36

Il cuocer non più tosto io mi sentia

Della vampa d’amor, che il venticello

Che l’aleggiava, volossene via.                            39

Senza sonno io giacea sul dì novello,

E i destrier che dovean farmi deserto,

Battean la zampa sotto al patrio ostello.            42

Ed io timido e cheto ed inesperto,

Ver lo balcone al buio protendea

L’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,        45

La voce ad ascoltar, se ne dovea

Di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;

La voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.             48

Quante volte plebea voce percosse

Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,

E il core in forse a palpitar si mosse!                   51

E poi che finalmente mi discese

La cara voce al core, e de’ cavai

E delle rote il romorio s’intese;                             54

Orbo rimaso allor, mi rannicchiai

Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,

Strinsi il cor con la mano, e sospirai.                  57

Poscia traendo i tremuli ginocchi

Stupidamente per la muta stanza,

Ch’altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?           60

Amarissima allor la ricordanza

Locommisi nel petto, e mi serrava

Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.             63

E lunga doglia il sen mi ricercava,

Com’è quando a distesa Olimpo piove

Malinconicamente e i campi lava.                      66

Ned io ti conoscea, garzon di nove

E nove Soli, in questo a pianger nato

Quando facevi, amor, le prime prove.                69

Quando in ispregio ogni piacer, nè grato

M’era degli astri il riso, o dell’aurora

Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.        72

Anche di gloria amor taceami allora

Nel petto, cui scaldar tanto solea,

Che di beltade amor vi fea dimora.                    75

Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,

E quelli m’apparian vani per cui

Vano ogni altro desir creduto avea.                    78

Deh come mai da me sì vario fui,

E tanto amor mi tolse un altro amore?

Deh quanto, in verità, vani siam nui!                 81

Solo il mio cor piaceami, e col mio core

In un perenne ragionar sepolto,

Alla guardia seder del mio dolore.                      84

E l’occhio a terra chino o in se raccolto,

Di riscontrarsi fuggitivo e vago

Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:           87

Che la illibata, la candida imago

Turbare egli temea pinta nel seno,

Come all’aure si turba onda di lago.                   90

E quel di non aver goduto appieno

Pentimento, che l’anima ci grava,

E il piacer che passò cangia in veleno,                93

Per li fuggiti dì mi stimolava

Tuttora il sen: che la vergogna il duro

Suo morso in questo cor già non oprava.           96

Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro

Che voglia non m’entrò bassa nel petto,

Ch’arsi di foco intaminato e puro.                      99

Vive quel foco ancor, vive l’affetto,

Spira nel pensier mio la bella imago,

Da cui, se non celeste, altro diletto                      102

Giammai non ebbi, e sol di lei m’appago.

XI.

IL PASSERO SOLITARIO.

 Creazione: pubblicato per la prima volta nel 1835; di data incerta (i critici lo pongono tra il 1828 e il 1835), quasi certamente fra la fine del 1831 e il 1834.

Metro: strofe libere con rime al mezzo

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno                                             5

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,                            10

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri;

Non compagni, non voli,

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi                                            15

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

 

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,                     20

Sospiro acerbo de’ provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,                                                 25

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch’omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tonar di ferree canne,                  30

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.                 35

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica                                            40

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

 

Tu, solingo augellin, venuto a sera              45

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai; che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza                                         50

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all’altrui core,

E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,                       55

Che parrà di tal voglia?

Che di quest’anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

XII.

L’INFINITO.

Creazione: È il primo degli idilli; composto forse nella primavera del 1819 e pubblicato per la prima volta nel «Nuovo Ricoglitore di Milano».

Metro: endecasillabi sciolti.

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani                      5

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce                             10

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.           15

XIII.

LA SERA DEL DÌ DI FESTA.

Creazione: Composto a Recanati probabilmente nella primavera del 1820, pubblicato per la prima volta col titolo La sera del giorno festivo Il contesto è presente in Zibaldone 50.1. - Interessanti le lettere al Giordani del 6 marzo e 24 aprile 1820

Metro: endecasillabi sciolti.

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la luna, e di lontan rivela

Serena ogni montagna. O donna mia,

Già tace ogni sentiero, e pei balconi                   5

Rara traluce la notturna lampa:

Tu dormi, che t’accolse agevol sonno

Nelle tue chete stanze; e non ti morde

Cura nessuna; e già non sai nè pensi

Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.        10

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

Appare in vista, a salutar m’affaccio,

E l’antica natura onnipossente,

Che mi fece all’affanno. A te la speme

Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro           15

Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli

Prendi riposo; e forse ti rimembra

In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,         20

Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

Quanto a viver mi resti, e qui per terra

Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

In così verde etate! Ahi, per la via

Odo non lunge il solitario canto                          25

Dell’artigian, che riede a tarda notte,

Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

E fieramente mi si stringe il core,

A pensar come tutto al mondo passa,

E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito            30

Il dì festivo, ed al festivo il giorno

Volgar succede, e se ne porta il tempo

Ogni umano accidente. Or dov’è il suono

Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido

De’ nostri avi famosi, e il grande impero            35

Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio

Che n’andò per la terra e l’oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

Il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s’aspetta               40

Bramosamente il dì festivo, or poscia

Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

Premea le piume; ed alla tarda notte

Un canto che s’udia per li sentieri

Lontanando morire a poco a poco,                     45

Già similmente mi stringeva il core.

XIV.

ALLA LUNA.

Creazione: Composto a Recanati probabilmente nel 1819 e pubblicato per la prima volta nel numero di gennaio 1826 del «Nuovo Ricoglitore». Qualche anno dopo verrano aggiunti i versi 13-14.

Metro: endecasillabi sciolti.

 

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l’anno, sovra questo colle

Io venia pien d’angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.                   5

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, nè cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova                     10

La ricordanza, e il noverar l’etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,                          15

Ancor che triste, e che l’affanno duri!

XV.

IL SOGNO.

Creazione: Composta a Recanati nel dicembre del 1820 o nei primi del ’21; pubblicato, col titolo Elegia il 13 agosto 1825 nel giornaletto bolognese del Brighenti Notizie teatrali bibliografiche e urbane, ossia il Caffè di Petronio, poi nel «Nuovo Ricoglitore» e a Bologna nel 1826 tra gli Idilli

Metro: endecasillabi sciolti.

 

Era il mattino, e tra le chiuse imposte

Per lo balcone insinuava il sole

Nella mia cieca stanza il primo albore;

Quando in sul tempo che più leve il sonno

E più soave le pupille adombra,                          5

Stettemi allato e riguardommi in viso

Il simulacro di colei che amore

Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.

Morta non mi parea, ma trista, e quale

Degl’infelici è la sembianza. Al capo                  10

Appressommi la destra, e sospirando,

Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna

Serbi di noi? Donde, risposi, e come

Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto

Di te mi dolse e duol: nè mi credea                     15

Che risaper tu lo dovessi; e questo

Facea più sconsolato il dolor mio.

Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?

Io n’ho gran tema. Or dimmi, e che t’avvenne?

Sei tu quella di prima? E che ti strugge             20

Internamente? Obblivione ingombra

I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;

Disse colei. Son morta, e mi vedesti

L’ultima volta, or son più lune. Immensa

Doglia m’oppresse a queste voci il petto.            25

Ella seguì: nel fior degli anni estinta,

Quand’è il viver più dolce, e pria che il core

Certo si renda com’è tutta indarno

L’umana speme. A desiar colei

Che d’ogni affanno il tragge, ha poco andare   30

L’egro mortal; ma sconsolata arriva

La morte ai giovanetti, e duro è il fato

Di quella speme che sotterra è spenta.

Vano è saper quel che natura asconde

Agl’inesperti della vita, e molto                           35

All’immatura sapienza il cieco

Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,

Taci, taci, diss’io, che tu mi schianti

Con questi detti il cor. Dunque sei morta,

O mia diletta, ed io son vivo, ed era                   40

Pur fisso in ciel che quei sudori estremi

Cotesta cara e tenerella salma

Provar dovesse, a me restasse intera

Questa misera spoglia? Oh quante volte

In ripensar che più non vivi, e mai                     45

Non avverrà ch’io ti ritrovi al mondo,

Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa

Che morte s’addimanda? Oggi per prova

Intenderlo potessi, e il capo inerme

Agli atroci del fato odii sottrarre.                        50

Giovane son, ma si consuma e perde

La giovanezza mia come vecchiezza;

La qual pavento, e pur m’è lunge assai.

Ma poco da vecchiezza si discorda

Il fior dell’età mia. Nascemmo al pianto,           55

Disse, ambedue; felicità non rise

Al viver nostro; e dilettossi il cielo

De’ nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,

Soggiunsi, e di pallor velato il viso

Per la tua dipartita, e se d’angoscia                    60

Porto gravido il cor; dimmi: d’amore

Favilla alcuna, o di pietà, giammai

Verso il misero amante il cor t’assalse

Mentre vivesti? Io disperando allora

E sperando traea le notti e i giorni;                     65

Oggi nel vano dubitar si stanca

La mente mia. Che se una volta sola

Dolor ti strinse di mia negra vita,

Non mel celar, ti prego, e mi soccorra

La rimembranza or che il futuro è tolto             70

Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,

O sventurato. Io di pietade avara

Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,

Che fui misera anch’io. Non far querela

Di questa infelicissima fanciulla.                         75

Per le sventure nostre, e per l’amore

Che mi strugge, esclamai; per lo diletto

Nome di giovanezza e la perduta

Speme dei nostri dì, concedi, o cara,

Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto         80

Soave e tristo, la porgeva. Or mentre

Di baci la ricopro, e d’affannosa

Dolcezza palpitando all’anelante

Seno la stringo, di sudore il volto

Ferveva e il petto, nelle fauci stava                     85

La voce, al guardo traballava il giorno.

Quando colei teneramente affissi

Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,

Disse, che di beltà son fatta ignuda?

E tu d’amore, o sfortunato, indarno                   90

Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.

Nostre misere menti e nostre salme

Son disgiunte in eterno. A me non vivi

E mai più non vivrai: già ruppe il fato

La fe che mi giurasti. Allor d’angoscia               95

Gridar volendo, e spasimando, e pregne

Di sconsolato pianto le pupille,

Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi

Pur mi restava, e nell’incerto raggio

Del Sol vederla io mi credeva ancora.                100

XVI.

LA VITA SOLITARIA.

 Creazione: Composto a Recanati forse nell’estate del 1821 (secondo alcuni addirittura ispirato dalla villeggiatura estiva nella campagna di S. Leopardo. Pubblicato per la prima volta nel numero di gennaio del 1826 del «Nuovo Ricoglitore» come ultimo degli idilli.

Metro: endecasillabi sciolti.

 

La mattutina pioggia, allor che l’ale

Battendo esulta nella chiusa stanza

La gallinella, ed al balcon s’affaccia

L’abitator de’ campi, e il Sol che nasce

I suoi tremuli rai fra le cadenti                            5

Stille saetta, alla capanna mia

Dolcemente picchiando, mi risveglia;

E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo

Degli augelli susurro, e l’aura fresca,

E le ridenti piagge benedico:                               10

Poichè voi, cittadine infauste mura,

Vidi e conobbi assai, là dove segue

Odio al dolor compagno; e doloroso

Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna

Benchè scarsa pietà pur mi dimostra                 15

Natura in questi lochi, un giorno oh quanto

Verso me più cortese! E tu pur volgi

Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando

Le sciagure e gli affanni, alla reina

Felicità servi, o natura. In cielo,                           20

In terra amico agl’infelici alcuno

E rifugio non resta altro che il ferro.

 

Talor m’assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d’un lago

Di taciturne piante incoronato.                           25

Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,

La sua tranquilla imago il Sol dipinge,

Ed erba o foglia non si crolla al vento,

E non onda incresparsi, e non cicala

Strider, nè batter penna augello in ramo,          30

Nè farfalla ronzar, nè voce o moto

Da presso nè da lunge odi nè vedi.

Tien quelle rive altissima quiete;

Ond’io quasi me stesso e il mondo obblio

Sedendo immoto; e già mi par che sciolte          35

Giaccian le membra mie, nè spirto o senso

Più le commova, e lor quiete antica

Co’ silenzi del loco si confonda.

 

Amore, amore, assai lungi volasti

Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,           40

Anzi rovente. Con sua fredda mano

Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto

Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo

Che mi scendesti in seno. Era quel dolce

E irrevocabil tempo, allor che s’apre                   45

Al guardo giovanil questa infelice

Scena del mondo, e gli sorride in vista

Di paradiso. Al garzoncello il core

Di vergine speranza e di desio

Balza nel petto; e già s’accinge all’opra              50

Di questa vita come a danza o gioco

Il misero mortal. Ma non sì tosto,

Amor, di te m’accorsi, e il viver mio

Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi

Non altro convenia che il pianger sempre.        55

Pur se talvolta per le piagge apriche,

Su la tacita aurora o quando al sole

Brillano i tetti e i poggi e le campagne,

Scontro di vaga donzelletta il viso;

O qualor nella placida quiete                              60

D’estiva notte, il vagabondo passo

Di rincontro alle ville soffermando,

L’erma terra contemplo, e di fanciulla

Che all’opre di sua man la notte aggiunge

Odo sonar nelle romite stanze                            65

L’arguto canto; a palpitar si move

Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna

Tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano

Ogni moto soave al petto mio.

 

O cara luna, al cui tranquillo raggio           70

Danzan le lepri nelle selve; e duolsi

Alla mattina il cacciator, che trova

L’orme intricate e false, e dai covili

Error vario lo svia; salve, o benigna

Delle notti reina. Infesto scende                          75

Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro

A deserti edifici, in su l’acciaro

Del pallido ladron ch’a teso orecchio

Il fragor delle rote e de’ cavalli

Da lungi osserva o il calpestio de’ piedi              80

Su la tacita via; poscia improvviso

Col suon dell’armi e con la rauca voce

E col funereo ceffo il core agghiaccia

Al passegger, cui semivivo e nudo

Lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre            85

Per le contrade cittadine il bianco

Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi

Va radendo le mura e la secreta

Ombra seguendo, e resta, e si spaura

Delle ardenti lucerne e degli aperti                     90

Balconi. Infesto alle malvage menti,

A me sempre benigno il tuo cospetto

Sarà per queste piagge, ove non altro

Che lieti colli e spaziosi campi

M’apri alla vista. Ed ancor io soleva,                  95

Bench’innocente io fossi, il tuo vezzoso

Raggio accusar negli abitati lochi,

Quand’ei m’offriva al guardo umano, e quando

Scopriva umani aspetti al guardo mio.

Or sempre loderollo, o ch’io ti miri                     100

Veleggiar tra le nubi, o che serena

Dominatrice dell’etereo campo,

Questa flebil riguardi umana sede.

Me spesso rivedrai solingo e muto

Errar pe’ boschi e per le verdi rive,                     105

O seder sovra l’erbe, assai contento

Se core e lena a sospirar m’avanza.

XVII.

CONSALVO.

Creazione: canto composto a Firenze probabilmente fra l’autunno del 1832 e la primavera del ’33: appartiene al gruppo di canti ispirati dall’amore per Fanny Targioni Tozzetti, cioè al cosiddetto «ciclo di Aspasia», pubblicata per la prima volta a Napoli nell’edizione Starita del 1835.

Metro: endecasillabi sciolti.

 

Presso alla fin di sua dimora in terra,

Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo

Del suo destino; or già non più, che a mezzo

Il quinto lustro, gli pendea sul capo

Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,           5

Così giacea nel funeral suo giorno

Dai più diletti amici abbandonato:

Ch’amico in terra al lungo andar nessuno

Resta a colui che della terra è schivo.

Pur gli era al fianco, da pietà condotta              10

A consolare il suo deserto stato,

Quella che sola e sempre eragli a mente,

Per divina beltà famosa Elvira;

Conscia del suo poter, conscia che un guardo

Suo lieto, un detto d’alcun dolce asperso,           15

Ben mille volte ripetuto e mille

Nel costante pensier, sostegno e cibo

Esser solea dell’infelice amante:

Benchè nulla d’amor parola udita

Avess’ella da lui. Sempre in quell’alma              20

Era del gran desio stato più forte

Un sovrano timor. Così l’avea

Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

 

Ma ruppe alfin la morte il nodo antico

Alla sua lingua. Poichè certi i segni                    25

Sentendo di quel dì che l’uom discioglie,

Lei, già mossa a partir, presa per mano,

E quella man bianchissima stringendo,

Disse: tu parti, e l’ora omai ti sforza:

Elvira, addio. Non ti vedrò, ch’io creda,             30

Un’altra volta. Or dunque addio. Ti rendo

Qual maggior grazia mai delle tue cure

Dar possa il labbro mio. Premio daratti

Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.

Impallidia la bella, e il petto anelo                       35

Udendo le si fea: che sempre stringe

All’uomo il cor dogliosamente, ancora

Ch’estranio sia, chi si diparte e dice,

Addio per sempre. E contraddir voleva,

Dissimulando l’appressar del fato,                      40

Al moribondo. Ma il suo dir prevenne

Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,

Come sai, ripregata a me discende,

Non temuta, la morte; e lieto apparmi

Questo feral mio dì. Pesami, è vero,                   45

Che te perdo per sempre. Oimè per sempre

Parto da te. Mi si divide il core

In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,

Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria

Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio              50

Non vorrai tu donarmi? un bacio solo

In tutto il viver mio? Grazia ch’ei chiegga

Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi

Potrò del dono, io semispento, a cui

Straniera man le labbra oggi fra poco               55

Eternamente chiuderà. Ciò detto

Con un sospiro, all’adorata destra

Le fredde labbra supplicando affisse.

 

Stette sospesa e pensierosa in atto

La bellissima donna; e fiso il guardo,                 60

Di mille vezzi sfavillante, in quello

Tenea dell’infelice, ove l’estrema

Lacrima rilucea. Nè dielle il core

Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio

Rinacerbir col niego; anzi la vinse                      65

Misericordia dei ben noti ardori.

E quel volto celeste, e quella bocca,

Già tanto desiata, e per molt’anni

Argomento di sogno e di sospiro,

Dolcemente appressando al volto afflitto           70

E scolorato dal mortale affanno,

Più baci e più, tutta benigna e in vista

D’alta pietà, su le convulse labbra

Del trepido, rapito amante impresse.

 

Che divenisti allor? quali appariro              75

Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,

Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,

Ch’ancor tenea, della diletta Elvira

Postasi al cor, che gli ultimi battea

Palpiti della morte e dell’amore,                         80

Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono

In su la terra ancor; ben quelle labbra

Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!

Ahi vision d’estinto, o sogno, o cosa

Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,               85

Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi

Non ti fu l’amor mio per alcun tempo;

Non a te, non altrui; che non si cela

Vero amore alla terra. Assai palese

Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,               90

Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre

Muto sarebbe l’infinito affetto

Che governa il cor mio, se non l’avesse

Fatto ardito il morir. Morrò contento

Del mio destino omai, nè più mi dolgo              95

Ch’aprii le luci al dì. Non vissi indarno,

Poscia che quella bocca alla mia bocca

Premer fu dato. Anzi felice estimo

La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:

Amore e morte. All’una il ciel mi guida              100

In sul fior dell’età; nell’altro, assai

Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,

Solo una volta il lungo amor quieto

E pago avessi tu, fora la terra

Fatta quindi per sempre un paradiso                 105

Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,

L’abborrita vecchiezza, avrei sofferto

Con riposato cor: che a sostentarla

Bastato sempre il rimembrar sarebbe

D’un solo istante, e il dir: felice io fui                  110

Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto

Esser beato non consente il cielo

A natura terrena. Amar tant’oltre

Non è dato con gioia. E ben per patto

In poter del carnefice ai flagelli,                          115

Alle ruote, alle faci ito volando

Sarei dalle tue braccia; e ben disceso

Nel paventato sempiterno scempio.

 

O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra

Gl’immortali beato, a cui tu schiuda                  120

Il sorriso d’amor! felice appresso

Chi per te sparga con la vita il sangue!

Lice, lice al mortal, non è già sogno

Come stimai gran tempo, ahi lice in terra

Provar felicità. Ciò seppi il giorno                       125

Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte

Questo m’accadde. E non però quel giorno

Con certo cor giammai, fra tante ambasce,

Quel fiero giorno biasimar sostenni.

 

Or tu vivi beata, e il mondo abbella,           130

Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno

Non l’amerà quant’io l’amai. Non nasce

Un altrettale amor. Quanto, deh quanto

Dal misero Consalvo in sì gran tempo

Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!                135

Come al nome d’Elvira, in cor gelando,

Impallidir; come tremar son uso

All’amaro calcar della tua soglia,

A quella voce angelica, all’aspetto

Di quella fronte, io ch’al morir non tremo!         140

Ma la lena e la vita or vengon meno

Agli accenti d’amor. Passato è il tempo,

Nè questo dì rimemorar m’è dato.

Elvira, addio. Con la vital favilla

La tua diletta immagine si parte                         145

Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave

Non ti fu quest’affetto, al mio feretro

Dimani all’annottar manda un sospiro.

 

Tacque: nè molto andò, che a lui col suono

Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo             150

Suo dì felice gli fuggia dal guardo.

XVIII.

ALLA SUA DONNA.

Creazione: canto composto a Recanati in sei giorni nel settembre del 1823; pubblicato per la prima volta a Bologna nel 1824 come ultima nell’edizione delle Canzoni.

Metro: cinque strofe di 11 versi ciascuna, tutte comincianti con un settenario e chiuse da una coppia di endecasillabi a rima baciata.

 

Cara beltà che amore

Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,

Fuor se nel sonno il core

Ombra diva mi scuoti,

O ne’ campi ove splenda                                     5

Più vago il giorno e di natura il riso;

Forse tu l’innocente

Secol beasti che dall’oro ha nome,

Or leve intra la gente

Anima voli? o te la sorte avara                            10

Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

 

Viva mirarti omai

Nulla spene m’avanza;

S’allor non fosse, allor che ignudo e solo

Per novo calle a peregrina stanza                       15

Verrà lo spirto mio. Già sul novello

Aprir di mia giornata incerta e bruna,

Te viatrice in questo arido suolo

Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

Che ti somigli; e s’anco pari alcuna                    20

Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

Saria, così conforme, assai men bella.

 

Fra cotanto dolore

Quanto all’umana età propose il fato,

Se vera e quale il mio pensier ti pinge,               25

Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora

Questo viver beato:

E ben chiaro vegg’io siccome ancora

Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni

L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse          30

Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;

E teco la mortal vita saria

Simile a quella che nel cielo india.

 

Per le valli, ove suona

Del faticoso agricoltore il canto,                          35

Ed io seggo e mi lagno

Del giovanile error che m’abbandona;

E per li poggi, ov’io rimembro e piagno

I perduti desiri, e la perduta

Speme de’ giorni miei; di te pensando,               40

A palpitar mi sveglio. E potess’io,

Nel secol tetro e in questo aer nefando,

L’alta specie serbar; che dell’imago,

Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

 

Se dell’eterne idee                                         45

L’una sei tu, cui di sensibil forma

Sdegni l’eterno senno esser vestita,

E fra caduche spoglie

Provar gli affanni di funerea vita;

O s’altra terra ne’ superni giri                             50

Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,

E più vaga del Sol prossima stella

T’irraggia, e più benigno etere spiri;

Di qua dove son gli anni infausti e brevi,

Questo d’ignoto amante inno ricevi.                   55

XIX.

AL CONTE CARLO PEPOLI.

 Creazione: canto composto a Bologna nel marzo 1826, letto dal Leopardi il lunedì di Pasqua dello stesso anno nel Casino dei Nobili, presso l’Accademia dei Felsinei di cui era vicepresidente appunto Carlo Pepoli, col quale Leopardi aveva stretto amicizia l’anno prima e col quale resterà in corrispondenza fino al 1830.

Metro: endecasillabi sciolti.

 

Questo affannoso e travagliato sonno

Che noi vita nomiam, come sopporti,

Pepoli mio? di che speranze il core

Vai sostentando? in che pensieri, in quanto

O gioconde o moleste opre dispensi                   5

L’ozio che ti lasciàr gli avi remoti,

Grave retaggio e faticoso? È tutta,

In ogni umano stato, ozio la vita,

Se quell’oprar, quel procurar che a degno

Obbietto non intende, o che all’intento              10

Giunger mai non potria, ben si conviene

Ozioso nomar. La schiera industre

Cui franger glebe o curar piante e greggi

Vede l’alba tranquilla e vede il vespro,

Se oziosa dirai, da che sua vita                           15

È per campar la vita, e per se sola

La vita all’uom non ha pregio nessuno,

Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni

Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne

Sudar nelle officine, ozio le vegghie                   20

Son de’ guerrieri e il perigliar nell’armi;

E il mercatante avaro in ozio vive:

Che non a se, non ad altrui, la bella

Felicità, cui solo agogna e cerca

La natura mortal, veruno acquista                     25

Per cura o per sudor, vegghia o periglio.

Pure all’aspro desire onde i mort ali

Già sempre infin dal dì che il mondo nacque

D’esser beati sospiraro indarno,

Di medicina in loco apparecchiate                      30

Nella vita infelice avea natura

Necessità diverse, a cui non senza

Opra e pensier si provvedesse, e pieno,

Poi che lieto non può, corresse il giorno

All’umana famiglia; onde agitato                       35

E confuso il desio, men loco avesse

Al travagliarne il cor. Così de’ bruti

La progenie infinita, a cui pur solo,

Nè men vano che a noi, vive nel petto

Desio d’esser beati; a quello intenta                    40

Che a lor vita è mestier, di noi men tristo

Condur si scopre e men gravoso il tempo,

Nè la lentezza accagionar dell’ore.

Ma noi, che il viver nostro all’altrui mano

Provveder commettiamo, una più grave           45

Necessità, cui provveder non puote

Altri che noi, già senza tedio e pena

Non adempiam: necessitate, io dico,

Di consumar la vita: improba, invitta

Necessità, cui non tesoro accolto,                        50

Non di greggi dovizia, o pingui campi,

Non aula puote e non purpureo manto

Sottrar l’umana prole. Or s’altri, a sdegno

I vóti anni prendendo, e la superna

Luce odiando, l’omicida mano,                           55

I tardi fati a prevenir condotto,

In se stesso non torce; al duro morso

Della brama insanabile che invano

Felicità richiede, esso da tutti

Lati cercando, mille inefficaci                             60

Medicine procaccia, onde quell’una

Cui natura apprestò, mal si compensa.

 

Lui delle vesti e delle chiome il culto

E degli atti e dei passi, e i vani studi

Di cocchi e di cavalli, e le frequenti                     65

Sale, e le piazze romorose, e gli orti,

Lui giochi e cene e invidiate danze

Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro

Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,

Nell’imo petto, grave, salda, immota                 70

Come colonna adamantina, siede

Noia immortale, incontro a cui non puote

Vigor di giovanezza, e non la crolla

Dolce parola di rosato labbro,

E non lo sguardo tenero, tremante,                    75

Di due nere pupille, il caro sguardo,

La più degna del ciel cosa mortale.

 

Altri, quasi a fuggir volto la trista

Umana sorte, in cangiar terre e climi

L’età spendendo, e mari e poggi errando,          80

Tutto l’orbe trascorre, ogni confine

Degli spazi che all’uom negl’infiniti

Campi del tutto la natura aperse,

Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s’asside

Su l’alte prue la negra cura, e sotto                     85

Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno

Felicità, vive tristezza e regna.

 

Havvi chi le crudeli opre di marte

Si elegge a passar l’ore, e nel fraterno

Sangue la man tinge per ozio; ed havvi             90

Chi d’altrui danni si conforta, e pensa

Con far misero altrui far se men tristo,

Sì che nocendo usar procaccia il tempo.

E chi virtute o sapienza ed arti

Perseguitando; e chi la propria gente                 95

Conculcando e l’estrane, o di remoti

Lidi turbando la quiete antica

Col mercatar, con l’armi, e con le frodi,

La destinata sua vita consuma.

 

Te più mite desio, cura più dolce                 100

Regge nel fior di gioventù, nel bello

April degli anni, altrui giocondo e primo

Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto

A chi patria non ha. Te punge e move

Studio de’ carmi e di ritrar parlando                  105

Il bel che raro e scarso e fuggitivo

Appar nel mondo, e quel che più benigna

Di natura e del ciel, fecondamente

A noi la vaga fantasia produce

E il nostro proprio error. Ben mille volte            110

Fortunato colui che la caduca

Virtù del caro immaginar non perde

Per volger d’anni; a cui serbare eterna

La gioventù del cor diedero i fati;

Che nella ferma e nella stanca etade,                 115

Così come solea nell’età verde,

In suo chiuso pensier natura abbella,

Morte, deserto avviva. A te conceda

Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo

La favilla che il petto oggi ti scalda,                   120

Di poesia canuto amante. Io tutti

Della prima stagione i dolci inganni

Mancar già sento, e dileguar dagli occhi

Le dilettose immagini, che tanto

Amai, che sempre infino all’ora estrema            125

Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.

Or quando al tutto irrigidito e freddo

Questo petto sarà, nè degli aprichi

Campi il sereno e solitario riso,

Nè degli augelli mattutini il canto                      130

Di primavera, nè per colli e piagge

Sotto limpido ciel tacita luna

Commoverammi il cor; quando mi fia

Ogni beltate o di natura o d’arte,

Fatta inanime e muta; ogni alto senso,               135

Ogni tenero affetto, ignoto e strano;

Del mio solo conforto allor mendico,

Altri studi men dolci, in ch’io riponga

L’ingrato avanzo della ferrea vita,

Eleggerò. L’acerbo vero, i ciechi                         140

Destini investigar delle mortali

E dell’eterne cose; a che prodotta,

A che d’affanni e di miserie carca

L’umana stirpe; a quale ultimo intento

Lei spinga il fato e la natura; a cui                      145

Tanto nostro dolor diletti o giovi;

Con quali ordini e leggi a che si volva

Questo arcano universo; il qual di lode

Colmano i saggi, io d’ammirar son pago.

 

In questo specolar gli ozi traendo                       150

Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,

Ha suoi diletti il vero. E se del vero

Ragionando talor, fieno alle genti

O mal grati i miei detti o non intesi,

Non mi dorrò, che già del tutto il vago              155

Desio di gloria antico in me fia spento:

Vana Diva non pur, ma di fortuna

E del fato e d’amor, Diva più cieca.

Indice Biblioteca Progetto Leopardi indice dei Canti

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Ultimo aggiornamento: 16 dicembre 2008