Giacomo Leopardi

Canti

I. - VII.

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Canti, a cura di Giuseppe e Domenico De Robertis, ed. A. Mondadori, serie Oscar studio, Milano 1978. - Il testo è quello costituito da Francesco Moroncini nella sua edizione critica pubblicato da Cappelli, Bologna 1927.

I.

ALL'ITALIA.

Creazione: La canzone è stata composta a Recanati nel settembre del 1818 e pubblicata a Roma l'anno stesso insieme con la canzone Sopra il monumento di Dante e con una lettera dedicatoria a Vincenzo Monti, posta in testa alle dieci Canzoni nell'edizione del 1824.

Metro: sette strofe di 20 versi ciascuna: schema delle strofe dispari: ABcdABCeFGeFHGhlMiM (quarto e quart'ultimo verso liberi), schema delle strofe pari: AbCDaBDEFgEfHgIHLMiM (terzo e quart'ultimo verso liberi)

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi        5

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo              10

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,                    15

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

Le genti a vincer nata

E nella fausta sorte e nella ria.                             20

 

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

Mai non potrebbe il pianto

Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

Che fosti donna, or sei povera ancella.

Chi di te parla o scrive,                                        25

Che, rimembrando il tuo passato vanto,

Non dica: già fu grande, or non è quella?

Perchè, perchè? dov'è la forza antica,

Dove l'armi e il valore e la costanza?

Chi ti discinse il brando?                                     30

Chi ti tradì? qual arte o qual fatica

O qual tanta possanza

Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?

Come cadesti o quando

Da tanta altezza in così basso loco?                    35

Nessun pugna per te? non ti difende

Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io.

Dammi, o ciel, che sia foco

Agl'italici petti il sangue mio.                              40

 

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi

E di carri e di voci e di timballi:

In estranie contrade

Pugnano i tuoi figliuoli.

Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,        45

Un fluttuar di fanti e di cavalli,

E fumo e polve, e luccicar di spade

Come tra nebbia lampi.

Nè ti conforti? e i tremebondi lumi

Piegar non soffri al dubitoso evento?                 50

A che pugna in quei campi

L'itala gioventude? O numi, o numi:

Pugnan per altra terra itali acciari.

Oh misero colui che in guerra è spento,

Non per li patrii lidi e per la pia                          55

Consorte e i figli cari,

Ma da nemici altrui

Per altra gente, e non può dir morendo:

Alma terra natia,

La vita che mi desti ecco ti rendo.                       60

 

Oh venturose e care e benedette

L'antiche età, che a morte

Per la patria correan le genti a squadre;

E voi sempre onorate e gloriose,

O tessaliche strette,                                              65

Dove la Persia e il fato assai men forte

Fu di poch'alme franche e generose!

Io credo che le piante e i sassi e l'onda

E le montagne vostre al passeggere

Con indistinta voce                                              70

Narrin siccome tutta quella sponda

Coprìr le invitte schiere

De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.

Allor, vile e feroce,

Serse per l'Ellesponto si fuggia,                           75

Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;

E sul colle d'Antela, ove morendo

Si sottrasse da morte il santo stuolo,

Simonide salia,

Guardando l'etra e la marina e il suolo.             80

 

E di lacrime sparso ambe le guance,

E il petto ansante, e vacillante il piede,

Toglieasi in man la lira:

Beatissimi voi,

Ch'offriste il petto alle nemiche lance                 85

Per amor di costei ch'al Sol vi diede;

Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.

Nell'armi e ne' perigli

Qual tanto amor le giovanette menti,

Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?                 90

Come sì lieta, o figli,

L'ora estrema vi parve, onde ridenti

Correste al passo lacrimoso e duro?

Parea ch'a danza e non a morte andasse

Ciascun de' vostri, o a splendido convito:           95

Ma v'attendea lo scuro

Tartaro, e l'onda morta;

Nè le spose vi foro o i figli accanto

Quando su l'aspro lito

Senza baci moriste e senza pianto.                     100

 

Ma non senza de' Persi orrida pena

Ed immortale angoscia.

Come lion di tori entro una mandra

Or salta a quello in tergo e sì gli scava

Con le zanne la schiena,                                      105

Or questo fianco addenta or quella coscia;

Tal fra le Perse torme infuriava

L'ira de' greci petti e la virtute.

Ve' cavalli supini e cavalieri;

Vedi intralciare ai vinti                                        110

La fuga i carri e le tende cadute,

E correr fra' primieri

Pallido e scapigliato esso tiranno;

Ve' come infusi e tinti

Del barbarico sangue i greci eroi,                       115

Cagione ai Persi d'infinito affanno,

A poco a poco vinti dalle piaghe,

L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:

Beatissimi voi

Mentre nel mondo si favelli o scriva.                  120

 

Prima divelte, in mar precipitando,

Spente nell'imo strideran le stelle,

Che la memoria e il vostro

Amor trascorra o scemi.

La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando      125

Verran le madri ai parvoli le belle

Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,

O benedetti, al suolo,

E bacio questi sassi e queste zolle,

Che fien lodate e chiare eternamente                 130

Dall'uno all'altro polo.

Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle

Fosse del sangue mio quest'alma terra.

Che se il fato è diverso, e non consente

Ch'io per la Grecia i moribondi lumi                  135

Chiuda prostrato in guerra,

Così la vereconda

Fama del vostro vate appo i futuri

Possa, volendo i numi,

Tanto durar quanto la vostra duri.                     140

II.

SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE

CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE.

Creazione: canzone composta a Recanati tra il settembre e l'ottobre del 1818 [in «10 o 12 giorni»], pubblicata in Roma l'anno stesso.

Metro: dodici strofe, le prime undici di 17 versi ciascuna, l'ultima di 13 versi.

- schema delle strofe dispari: aBcADBeFDGEFGHIhI

- schema delle strofe pari: ABcADbEfDGEfGHIhI

- schema ultima strofa: AbACbDEDeFGfG

Perchè le nostre genti

Pace sotto le bianche ali raccolga,

Non fien da' lacci sciolte

Dell'antico sopor l'itale menti

S'ai patrii esempi della prisca etade                    5

Questa terra fatal non si rivolga.

O Italia, a cor ti stia

Far ai passati onor; che d'altrettali

Oggi vedove son le tue contrade,

Nè v'è chi d'onorar ti si convegna.                      10

Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,

Quella schiera infinita d'immortali,

E piangi e di te stessa ti disdegna;

Che senza sdegno omai la doglia è stolta:

Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,                        15

E ti punga una volta

Pensier degli avi nostri e de' nepoti.

D'aria e d'ingegno e di parlar diverso

Per lo toscano suol cercando gia

L'ospite desioso                                                     20

Dove giaccia colui per lo cui verso

Il meonio cantor non è più solo.

Ed, oh vergogna! udia

Che non che il cener freddo e l'ossa nude

Giaccian esuli ancora                                           25

Dopo il funereo dì sott'altro suolo,

Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,

Firenze, a quello per la cui virtude

Tutto il mondo t'onora.

Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso                   30

Obbrobrio laverà nostro paese!

Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende,

Schiera prode e cortese,

Qualunque petto amor d'Italia accende.

Amor d'Italia, o cari,                                     35

Amor di questa misera vi sproni,

Ver cui pietade è morta

In ogni petto omai, perciò che amari

Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo.

Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni               40

Misericordia, o figli,

E duolo e sdegno di cotanto affanno

Onde bagna costei le guance e il velo.

Ma voi di quale ornar parola o canto

Si debbe, a cui non pur cure o consigli,              45

Ma dell'ingegno e della man daranno

I sensi e le virtudi eterno vanto

Oprate e mostre nella dolce impresa?

Quali a voi note invio, sì che nel core,

Sì che nell'alma accesa                                         50

Nova favilla indurre abbian valore?

Voi spirerà l'altissimo subbietto,

Ed acri punte premeravvi al seno.

Chi dirà l'onda e il turbo

Del furor vostro e dell'immenso affetto?             55

Chi pingerà l'attonito sembiante?

Chi degli occhi il baleno?

Qual può voce mortal celeste cosa

Agguagliar figurando?

Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante       60

Lacrime al nobil sasso Italia serba!

Come cadrà? come dal tempo rosa

Fia vostra gloria o quando?

Voi, di ch'il nostro mal si disacerba,

Sempre vivete, o care arti divine,                        65

Conforto a nostra sventurata gente,

Fra l'itale ruine

Gl'itali pregi a celebrare intente.

Ecco voglioso anch'io

Ad onorar nostra dolente madre                         70

Porto quel che mi lice,

E mesco all'opra vostra il canto mio,

Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.

O dell'etrusco metro inclito padre,

Se di cosa terrena,                                                75

Se di costei che tanto alto locasti

Qualche novella ai vostri lidi arriva,

Io so ben che per te gioia non senti,

Che saldi men che cera e men ch'arena,

Verso la fama che di te lasciasti,                         80

Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti

Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,

Cresca, se crescer può, nostra sciaura,

E in sempiterni guai

Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.         85

Ma non per te; per questa ti rallegri

Povera patria tua, s'unqua l'esempio

Degli avi e de' parenti

Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri

Tanto valor che un tratto alzino il viso.              90

Ahi, da che lungo scempio

Vedi afflitta costei, che sì meschina

Te salutava allora

Che di novo salisti al paradiso!

Oggi ridotta sì che a quel che vedi,                    95

Fu fortunata allor donna e reina.

Tal miseria l'accora

Qual tu forse mirando a te non credi.

Taccio gli altri nemici e l'altre doglie;

Ma non la più recente e la più fera,                    100

Per cui presso alle soglie

Vide la patria tua l'ultima sera.

Beato te che il fato

A viver non dannò fra tanto orrore;

Che non vedesti in braccio                                  105

L'itala moglie a barbaro soldato;

Non predar, non guastar cittadi e colti

L'asta inimica e il peregrin furore;

Non degl'itali ingegni

Tratte l'opre divine a miseranda                         110

Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti

Carri impedita la dolente via;

Non gli aspri cenni ed i superbi regni;

Non udisti gli oltraggi e la nefanda

Voce di libertà che ne schernia                            115

Tra il suon delle catene e de' flagelli.

Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto

Che lasciaron quei felli?

Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

Perchè venimmo a sì perversi tempi?         120

Perchè il nascer ne desti o perchè prima

Non ne desti il morire,

Acerbo fato? onde a stranieri ed empi

Nostra patria vedendo ancella e schiava,

E da mordace lima                                               125

Roder la sua virtù, di null'aita

E di nullo conforto

Lo spietato dolor che la stracciava

Ammollir ne fu dato in parte alcuna.

Ahi non il sangue nostro e non la vita                130

Avesti, o cara; e morto

Io non son per la tua cruda fortuna.

Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda:

Pugnò, cadde gran parte anche di noi:

Ma per la moribonda                                           135

Italia no; per li tiranni suoi.

Padre, se non ti sdegni,

Mutato sei da quel che fosti in terra.

Morian per le rutene

Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,         140

Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo

E gli uomini e le belve immensa guerra.

Cadeano a squadre a squadre

Semivestiti, maceri e cruenti,

Ed era letto agli egri corpi il gelo.                       145

Allor, quando traean l'ultime pene,

Membrando questa desiata madre,

Diceano: oh non le nubi e non i venti,

Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,

O patria nostra. Ecco da te rimoti,                     150

Quando più bella a noi l'età sorride,

A tutto il mondo ignoti,

Moriam per quella gente che t'uccide.

Di lor querela il boreal deserto

E conscie fur le sibilanti selve.                             155

Così vennero al passo,

E i negletti cadaveri all'aperto

Su per quello di neve orrido mare

Dilaceràr le belve;

E sarà il nome degli egregi e forti                       160

Pari mai sempre ed uno

Con quel de' tardi e vili. Anime care,

Bench'infinita sia vostra sciagura,

Datevi pace; e questo vi conforti

Che conforto nessuno                                          165

Avrete in questa o nell'età futura.

In seno al vostro smisurato affanno

Posate, o di costei veraci figli,

Al cui supremo danno

Il vostro solo è tal che s'assomigli.                       170

Di voi già non si lagna

La patria vostra, ma di chi vi spinse

A pugnar contra lei,

Sì ch'ella sempre amaramente piagna

E il suo col vostro lacrimar confonda.                175

Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse

Pietà nascesse in core

A tal de' suoi ch'affaticata e lenta

Di sì buia vorago e sì profonda

La ritraesse! O glorioso spirto,                            180

Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?

Dì: quella fiamma che t'accese, è spenta?

Dì: nè più mai rinverdirà quel mirto

Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male?

Nostre corone al suol fien tutte sparte?              185

Nè sorgerà mai tale

Che ti rassembri in qualsivoglia parte?

In eterno perimmo? e il nostro scorno

Non ha verun confine?

Io mentre viva andrò sclamando intorno,          190

Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;

Mira queste ruine

E le carte e le tele e i marmi e i templi;

Pensa qual terra premi; e se destarti

Non può la luce di cotanti esempli,                    195

Che stai? levati e parti.

Non si conviene a sì corrotta usanza

Questa d'animi eccelsi altrice e scola:

Se di codardi è stanza,

Meglio l'è rimaner vedova e sola.                        200

III.

AD ANGELO MAI,

QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE

DELLA REPUBBLICA.

Creazione: canzone composta a Recanati nel gennaio 1820, pronta per la stampa il 4 febbraio, pubblicata a Bologna nel mese di Luglio con lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino.

Metro: dodici strofe di 15 versi ciascuna con lo schema: AbCBCDeFGDeFGHH

Italo ardito, a che giammai non posi

Di svegliar dalle tombe

I nostri padri? ed a parlar gli meni

A questo secol morto, al quale incombe

Tanta nebbia di tedio? E come or vieni              5

Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,

Voce antica de' nostri,

Muta sì lunga etade? e perchè tanti

Risorgimenti? In un balen feconde

Venner le carte; alla stagion presente                 10

I polverosi chiostri

Serbaro occulti i generosi e santi

Detti degli avi. E che valor t'infonde,

Italo egregio, il fato? O con l'umano

Valor forse contrasta il fato invano?                   15

Certo senza de' numi alto consiglio

Non è ch'ove più lento

E grave è il nostro disperato obblio,

A percoter ne rieda ogni momento

Novo grido de' padri. Ancora è pio                    20

Dunque all'Italia il cielo; anco si cura

Di noi qualche immortale:

Ch'essendo questa o nessun'altra poi

L'ora da ripor mano alla virtude

Rugginosa dell'itala natura,                                25

Veggiam che tanto e tale

È il clamor de' sepolti, e che gli eroi

Dimenticati il suol quasi dischiude,

A ricercar s'a questa età sì tarda

Anco ti giovi, o patria, esser codarda.                 30

 

Di noi serbate, o gloriosi, ancora

Qualche speranza? in tutto

Non siam periti? A voi forse il futuro

Conoscer non si toglie. Io son distrutto

Nè schermo alcuno ho dal dolor, che scuro       35

M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno

È tal che sogno e fola

Fa parer la speranza. Anime prodi,

Ai tetti vostri inonorata, immonda

Plebe successe; al vostro sangue è scherno         40

E d'opra e di parola

Ogni valor; di vostre eterne lodi

Nè rossor più nè invidia; ozio circonda

I monumenti vostri; e di viltade

Siam fatti esempio alla futura etade.                  45

 

Bennato ingegno, or quando altrui non cale

De' nostri alti parenti,

A te ne caglia, a te cui fato aspira

Benigno sì che per tua man presenti

Paion que' giorni allor che dalla dira                  50

Obblivione antica ergean la chioma,

Con gli studi sepolti,

I vetusti divini, a cui natura

Parlò senza svelarsi, onde i riposi

Magnanimi allegràr d'Atene e Roma.                55

Oh tempi, oh tempi avvolti

In sonno eterno! Allora anco immatura

La ruina d'Italia, anco sdegnosi

Eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo

Più faville rapia da questo suolo.                        60

 

Eran calde le tue ceneri sante,

Non domito nemico

Della fortuna, al cui sdegno e dolore

Fu più l'averno che la terra amico.

L'averno: e qual non è parte migliore                 65

Di questa nostra? E le tue dolci corde

Susurravano ancora

Dal tocco di tua destra, o sfortunato

Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce

L'italo canto. E pur men grava e morde            70

Il mal che n'addolora

Del tedio che n'affoga. Oh te beato,

A cui fu vita il pianto! A noi le fasce

Cinse il fastidio; a noi presso la culla

Immoto siede, e su la tomba, il nulla.                 75

 

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,

Ligure ardita prole,

Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti

Cui strider l'onde all'attuffar del sole

Parve udir su la sera, agl'infiniti                         80

Flutti commesso, ritrovasti il raggio

Del Sol caduto, e il giorno

Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo;

E rotto di natura ogni contrasto,

Ignota immensa terra al tuo viaggio                  85

Fu gloria, e del ritorno

Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo

Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto

L'etra sonante e l'alma terra e il mare

Al fanciullin, che non al saggio, appare.            90

 

Nostri sogni leggiadri ove son giti

Dell'ignoto ricetto

D'ignoti abitatori, o del diurno

Degli astri albergo, e del rimoto letto

Della giovane Aurora, e del notturno                 95

Occulto sonno del maggior pianeta?

Ecco svaniro a un punto,

E figurato è il mondo in breve carta;

Ecco tutto è simile, e discoprendo,

Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta                   100

Il vero appena è giunto,

O caro immaginar; da te s'apparta

Nostra mente in eterno; allo stupendo

Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;

E il conforto perì de' nostri affanni.                    105

 

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo

Sole splendeati in vista,

Cantor vago dell'arme e degli amori,

Che in età della nostra assai men trista

Empièr la vita di felici errori:                               110

Nova speme d'Italia. O torri, o celle,

O donne, o cavalieri,

O giardini, o palagi! a voi pensando,

In mille vane amenità si perde

La mente mia. Di vanità, di belle                        115

Fole e strani pensieri

Si componea l'umana vita: in bando

Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde

È spogliato alle cose? Il certo e solo

Veder che tutto è vano altro che il duolo.           120

 

 O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa

Tua mente allora, il pianto

A te, non altro, preparava il cielo.

Oh misero Torquato! il dolce canto

Non valse a consolarti o a sciorre il gelo             125

Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda,

Cinta l'odio e l'immondo

Livor privato e de' tiranni. Amore,

Amor, di nostra vita ultimo inganno,

T'abbandonava. Ombra reale e salda                130

Ti parve il nulla, e il mondo

Inabitata piaggia. Al tardo onore

Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,

L'ora estrema ti fu. Morte domanda

Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.         135

 

Torna torna fra noi, sorgi dal muto

E sconsolato avello,

Se d'angoscia sei vago, o miserando

Esemplo di sciagura. Assai da quello

Che ti parve sì mesto e sì nefando,                      140

È peggiorato il viver nostro. O caro,

Chi ti compiangeria,

Se, fuor che di se stesso, altri non cura?

Chi stolto non direbbe il tuo mortale

Affanno anche oggidì, se il grande e il raro       145

Ha nome di follia;

Nè livor più, ma ben di lui più dura

La noncuranza avviene ai sommi? o quale,

Se più de' carmi, il computar s'ascolta,

Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?             150

 

Da te fino a quest'ora uom non è sorto,

O sventurato ingegno,

Pari all'italo nome, altro ch'un solo,

Solo di sua codarda etate indegno

Allobrogo feroce, a cui dal polo                          155

Maschia virtù, non già da questa mia

Stanca ed arida terra,

Venne nel petto; onde privato, inerme,

(Memorando ardimento) in su la scena

Mosse guerra a' tiranni: almen si dia                  160

Questa misera guerra

E questo vano campo all'ire inferme

Del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena

Scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto

Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.        165

 

Disdegnando e fremendo, immacolata

Trasse la vita intera,

E morte lo scampò dal veder peggio.

Vittorio mio, questa per te non era

Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio               170

Conviene agli alti ingegni. Or di riposo

Paghi viviamo, e scorti

Da mediocrità: sceso il sapiente

E salita è la turba a un sol confine,

Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,   175

Segui; risveglia i morti,

Poi che dormono i vivi; arma le spente

Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine

Questo secol di fango o vita agogni

E sorga ad atti illustri, o si vergogni.                  180

IV.

NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA.

Creazione: canzone composta a Recanati tra l'ottobre e il novembre 1821 in occasione delle progettate nozze, poi sfumate, della sorella Paolina con un benestante di Sant'Angelo in Vado; pubblicata per la prima volta in Bologna nel 1824

Metro: sette strofe di 15 versi ciascuna, con lo schema aBCACBDefGFEghH (il settimo verso libero) eccettuata la quarta che per i primi sei versi ha la variante aBCBAC.

 

Poi che del patrio nido

I silenzi lasciando, e le beate

Larve e l'antico error, celeste dono,

Ch'abbella agli occhi tuoi quest'ermo lido,

Te nella polve della vita e il suono                       5

Tragge il destin; l'obbrobriosa etate

Che il duro cielo a noi prescrisse impara,

Sorella mia, che in gravi

E luttuosi tempi

L'infelice famiglia all'infelice                               10

Italia accrescerai. Di forti esempi

Al tuo sangue provvedi. Aure soavi

L'empio fato interdice

All'umana virtude,

Nè pura in gracil petto alma si chiude.              15

 

O miseri o codardi

Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso

Tra fortuna e valor dissidio pose

Il corrotto costume. Ahi troppo tardi,

E nella sera dell'umane cose,                               20

Acquista oggi chi nasce il moto e il senso.

Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda

Questa sovr'ogni cura,

Che di fortuna amici

Non crescano i tuoi figli, e non di vile                25

Timor gioco o di speme: onde felici

Sarete detti nell'età futura:

Poichè (nefando stile,

Di schiatta ignava e finta)

Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta.               30

 

Donne, da voi non poco

La patria aspetta; e non in danno e scorno

Dell'umana progenie al dolce raggio

Delle pupille vostre il ferro e il foco

Domar fu dato. A senno vostro il saggio            35

E il forte adopra e pensa; e quanto il giorno

Col divo carro accerchia, a voi s'inchina.

Ragion di nostra etate

Io chieggo a voi. La santa

Fiamma di gioventù dunque si spegne              40

Per vostra mano? attenuata e franta

Da voi nostra natura? e le assonnate

Menti, e le voglie indegne,

E di nervi e di polpe

Scemo il valor natio, son vostre colpe?               45

 

Ad atti egregi è sprone

Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto

Maestra è la beltà. D'amor digiuna

Siede l'alma di quello a cui nel petto

Non si rallegra il cor quando a tenzone             50

Scendono i venti, e quando nembi aduna

L'olimpo, e fiede le montagne il rombo

Della procella. O spose,

O verginette, a voi

Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno       55

È della patria e che sue brame e suoi

Volgari affetti in basso loco pose,

Odio mova e disdegno;

Se nel femmineo core

D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.           60

 

Madri d'imbelle prole

V'incresca esser nomate. I danni e il pianto

Della virtude a tollerar s'avvezzi

La stirpe vostra, e quel che pregia e cole

La vergognosa età, condanni e sprezzi;             65

Cresca alla patria, e gli alti gesti, e quanto

Agli avi suoi deggia la terra impari.

Qual de' vetusti eroi

Tra le memorie e il grido

Crescean di Sparta i figli al greco nome;            70

Finchè la sposa giovanetta il fido

Brando cingeva al caro lato, e poi

Spandea le negre chiome

Sul corpo esangue e nudo

Quando e' reddia nel conservato scudo.             75

 

Virginia, a te la molle

Gota molcea con le celesti dita

Beltade onnipossente, e degli alteri

Disdegni tuoi si sconsolava il folle

Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri                  80

Nella stagion ch'ai dolci sogni invita,

Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe

Il bianchissimo petto,

E all'Erebo scendesti

Volonterosa. A me disfiori e scioglia                   85

Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti,

Dicea, la tomba, anzi che l'empio letto

Del tiranno m'accoglia.

E se pur vita e lena

Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena.        90

 

O generosa, ancora

Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole

Ch'oggi non fa, pur consolata e paga

È quella tomba cui di pianto onora

L'alma terra nativa. Ecco alla vaga                    95

Tua spoglia intorno la romulea prole

Di nova ira sfavilla. Ecco di polve

Lorda il tiranno i crini;

E libertade avvampa

Gli obbliviosi petti; e nella doma                         100

Terra il marte latino arduo s'accampa

Dal buio polo ai torridi confini.

Così l'eterna Roma

In duri ozi sepolta

Femmineo fato avviva un'altra volta.                 105

V.

A UN VINCITORE NEL PALLONE.

Creazione: Canzone composta a Recanati nel novembre 1821, anno in cui si comincia a costruire a Macerata un grande sferisterio; pubblicata in Bologna nel 1824

Metro: cinque strofe di 13 versi ciascuna con lo schema AbCBACDEFDGgG

 

Di gloria il viso e la gioconda voce,

Garzon bennato, apprendi,

E quanto al femminile ozio sovrasti

La sudata virtude. Attendi attendi,

Magnanimo campion (s'alla veloce                    5

Piena degli anni il tuo valor contrasti

La spoglia di tuo nome), attendi e il core

Movi ad alto desio. Te l'echeggiante

Arena e il circo, e te fremendo appella

Ai fatti illustri il popolar favore;                          10

Te rigoglioso dell'età novella

Oggi la patria cara

Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

 

Del barbarico sangue in Maratona

Non colorò la destra                                             15

Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,

Che stupido mirò l'ardua palestra,

Nè la palma beata e la corona

D'emula brama il punse. E nell'Alfeo

Forse le chiome polverose e i fianchi                   20

Delle cavalle vincitrici asterse

Tal che le greche insegne e il greco acciaro

Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi

Nelle pallide torme; onde sonaro

Di sconsolato grido                                              25

L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.

 

Vano dirai quel che disserra e scote

Della virtù nativa

Le riposte faville? e che del fioco

Spirto vital negli egri petti avviva                       30

Il caduco fervor? Le meste rote

Da poi che Febo instiga, altro che gioco

Son l'opre de' mortali? ed è men vano

Della menzogna il vero? A noi di lieti

Inganni e di felici ombre soccorse                       35

Natura stessa: e là dove l'insano

Costume ai forti errori esca non porse,

Negli ozi oscuri e nudi

Mutò la gente i gloriosi studi.

 

Tempo forse verrà ch'alle ruine                   40

Delle italiche moli

Insultino gli armenti, e che l'aratro

Sentano i sette colli; e pochi Soli

Forse fien volti, e le città latine

Abiterà la cauta volpe, e l'atro                             45

Bosco mormorerà fra le alte mura;

Se la funesta delle patrie cose

Obblivion dalle perverse menti

Non isgombrano i fati, e la matura

Clade non torce dalle abbiette genti                   50

Il ciel fatto cortese

Dal rimembrar delle passate imprese.

 

Alla patria infelice, o buon garzone,

Sopravviver ti doglia.

Chiaro per lei stato saresti allora                         55

Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,

Nostra colpa e fatal. Passò stagione;

Che nullo di tal madre oggi s'onora:

Ma per te stesso al polo ergi la mente.

Nostra vita a che val? solo a spregiarla:             60

Beata allor che ne' perigli avvolta,

Se stessa obblia, nè delle putri e lente

Ore il danno misura e il flutto ascolta;

Beata allor che il piede

Spinto al varco leteo, più grata riede.                 65

VI.

BRUTO MINORE.

Creazione: canto composto a Recanati nel dicembre 1821 («opera di 20 giorni»), pubblicato in Bologna nel 1824, preceduta dalla Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e Teofrasto vicini a morte [del marzo 1822, che sarà destinata a trovar posto fra le prose]

Metro: otto strofe di 15 versi ciascuna, con lo schema AbCDCEfGhILHmnN (solo 6 versi rimati a due a due e 9 versi sciolti)

 

Poi che divelta, nella tracia polve

Giacque ruina immensa

L'italica virtute, onde alle valli

D'Esperia verde, e al tiberino lido,

Il calpestio de' barbari cavalli                              5

Prepara il fato, e dalle selve ignude

Cui l'Orsa algida preme,

A spezzar le romane inclite mura

Chiama i gotici brandi;

Sudato, e molle di fraterno sangue,                    10

Bruto per l'atra notte in erma sede,

Fermo già di morir, gl'inesorandi

Numi e l'averno accusa,

E di feroci note

Invan la sonnolenta aura percote.                       15

 

Stolta virtù, le cave nebbie, i campi

Dell'inquiete larve

Son le tue scole, e ti si volge a tergo

Il pentimento. A voi, marmorei numi,

(Se numi avete in Flegetonte albergo                 20

O su le nubi) a voi ludibrio e scherno

È la prole infelice

A cui templi chiedeste, e frodolenta

Legge al mortale insulta.

Dunque tanto i celesti odii commove                 25

La terrena pietà? dunque degli empi

Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta

Per l'aere il nembo, e quando

Il tuon rapido spingi,

Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?             30

 

Preme il destino invitto e la ferrata

Necessità gl'infermi

Schiavi di morte: e se a cessar non vale

Gli oltraggi lor, de' necessarii danni

Si consola il plebeo. Men duro è il male             35

Che riparo non ha? dolor non sente

Chi di speranza è nudo?

Guerra mortale, eterna, o fato indegno,

Teco il prode guerreggia,

Di cedere inesperto; e la tiranna                          40

Tua destra, allor che vincitrice il grava,

Indomito scrollando si pompeggia,

Quando nell'alto lato

L'amaro ferro intride,

E maligno alle nere ombre sorride.                     45

 

Spiace agli Dei chi violento irrompe

Nel Tartaro. Non fora

Tanto valor ne' molli eterni petti.

Forse i travagli nostri, e forse il cielo

I casi acerbi e gl'infelici affetti                             50

Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?

Non fra sciagure e colpe,

Ma libera ne' boschi e pura etade

Natura a noi prescrisse,

Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra          55

Sparse i regni beati empio costume,

E il viver macro ad altre leggi addisse;

Quando gl'infausti giorni

Virile alma ricusa,

Riede natura, e il non suo dardo accusa?           60

 

Di colpa ignare e de' lor proprii danni

Le fortunate belve

Serena adduce al non previsto passo

La tarda età. Ma se spezzar la fronte

Ne' rudi tronchi, o da montano sasso                 65

Dare al vento precipiti le membra,

Lor suadesse affanno;

Al misero desio nulla contesa

Legge arcana farebbe

O tenebroso ingegno. A voi, fra quante             70

Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,

Figli di Prometeo, la vita increbbe;

A voi le morte ripe,

Se il fato ignavo pende,

Soli, o miseri, a voi Giove contende.                   75

 

E tu dal mar cui nostro sangue irriga,

Candida luna, sorgi,

E l'inquieta notte e la funesta

All'ausonio valor campagna esplori.

Cognati petti il vincitor calpesta,                        80

Fremono i poggi, dalle somme vette

Roma antica ruina;

Tu sì placida sei? Tu la nascente

Lavinia prole, e gli anni

Lieti vedesti, e i memorandi allori;                      85

E tu su l'alpe l'immutato raggio

Tacita verserai quando ne' danni

Del servo italo nome,

Sotto barbaro piede

Rintronerà quella solinga sede.                           90

 

Ecco tra nudi sassi o in verde ramo

E la fera e l'augello,

Del consueto obblio gravido il petto,

L'alta ruina ignora e le mutate

Sorti del mondo: e come prima il tetto               95

Rosseggerà del villanello industre,

Al mattutino canto

Quel desterà le valli, e per le balze

Quella l'inferma plebe

Agiterà delle minori belve.                                  100

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte

Siam delle cose; e non le tinte glebe,

Non gli ululati spechi

Turbò nostra sciagura,

Nè scolorò le stelle umana cura.                         105

 

Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi

Regi, o la terra indegna,

E non la notte moribondo appello;

Non te, dell'atra morte ultimo raggio,

Conscia futura età. Sdegnoso avello                   110

Placàr singulti, ornàr parole e doni

Di vil caterva? In peggio

Precipitano i tempi; e mal s'affida

A putridi nepoti

L'onor d'egregie menti e la suprema                  115

De' miseri vendetta. A me dintorno

Le penne il bruno augello avido roti;

Prema la fera, e il nembo

Tratti l'ignota spoglia;

E l'aura il nome e la memoria accoglia.             120

VII.

ALLA PRIMAVERA,

O DELLE FAVOLE ANTICHE.

Creazione: Composta a Recanati nel gennaio 1822 («opera in 12 giorni») pubblicata per la prima volta in Bologna nel 1822. Il primo spunto per questa canzone sembra fornito da uno spunto per lo Zibaldone del 1819 (pp. 63-64)

Metro: cinque strofe di 19 versi ciascuna, con lo schema aBCDbEFGHGiKlMNoMPP ( solo 8 versi rimati due a due, e 11 versi sciolti)

 

Perchè i celesti danni

Ristori il sole, e perchè l'aure inferme

Zefiro avvivi, onde fugata e sparta

Delle nubi la grave ombra s'avvalla;

Credano il petto inerme                                       5

Gli augelli al vento, e la diurna luce

Novo d'amor desio, nova speranza

Ne' penetrati boschi e fra le sciolte

Pruine induca alle commosse belve;

Forse alle stanche e nel dolor sepolte                  10

Umane menti riede

La bella età, cui la sciagura e l'atra

Face del ver consunse

Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti

Di febo i raggi al misero non sono                      15

In sempiterno? ed anco,

Primavera odorata, inspiri e tenti

Questo gelido cor, questo ch'amara

Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?

 

Vivi tu, vivi, o santa                                      20

Natura? vivi e il dissueto orecchio

Della materna voce il suono accoglie?

Già di candide ninfe i rivi albergo,

Placido albergo e specchio

Furo i liquidi fonti. Arcane danze                       25

D'immortal piede i ruinosi gioghi

Scossero e l'ardue selve (oggi romito

Nido de' venti): e il pastorel ch'all'ombre

Meridiane incerte ed al fiorito

Margo adducea de' fiumi                                    30

Le sitibonde agnelle, arguto carme

Sonar d'agresti Pani

Udì lungo le ripe; e tremar l'onda

Vide, e stupì, che non palese al guardo

La faretrata Diva                                                  35

Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda

Polve tergea della sanguigna caccia

Il niveo lato e le verginee braccia.

 

Vissero i fiori e l'erbe,

Vissero i boschi un dì. Conscie le molli               40

Aure, le nubi e la titania lampa

Fur dell'umana gente, allor che ignuda

Te per le piagge e i colli,

Ciprigna luce, alla deserta notte

Con gli occhi intenti il viator seguendo,             45

Te compagna alla via, te de' mortali

Pensosa immaginò. Che se gl'impuri

Cittadini consorzi e le fatali

Ire fuggendo e l'onte,

Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime                 50

Selve remoto accolse,

Viva fiamma agitar l'esangui vene,

Spirar le foglie, e palpitar segreta

Nel doloroso amplesso

Dafne o la mesta Filli, o di Climene                    55

Pianger credè la sconsolata prole

Quel che sommerse in Eridano il sole.

 

Nè dell'umano affanno,

Rigide balze, i luttuosi accenti

Voi negletti ferìr mentre le vostre                        60

Paurose latebre Eco solinga,

Non vano error de' venti,

Ma di ninfa abitò misero spirto,

Cui grave amor, cui duro fato escluse

Delle tenere membra. Ella per grotte,                65

Per nudi scogli e desolati alberghi,

Le non ignote ambasce e l'alte e rotte

Nostre querele al curvo

Etra insegnava. E te d'umani eventi

Disse la fama esperto,                                          70

Musico augel che tra chiomato bosco

Or vieni il rinascente anno cantando,

E lamentar nell'alto

Ozio de' campi, all'aer muto e fosco,

Antichi danni e scellerato scorno,                       75

E d'ira e di pietà pallido il giorno.

 

Ma non cognato al nostro

Il gener tuo; quelle tue varie note

>Dolor non forma, e te di colpa ignudo,

Men caro assai la bruna valle asconde.              80

Ahi ahi, poscia che vote

Son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono

Per l'atre nubi e le montagne errando,

Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro

In freddo orror dissolve; e poi ch'estrano            85

Il suol nativo, e di sua prole ignaro

Le meste anime educa;

Tu le cure infelici e i fati indegni

Tu de' mortali ascolta,

Vaga natura, e la favilla antica                           90

Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,

E se de' nostri affanni

Cosa veruna in ciel, se nell'aprica

Terra s'alberga o nell'equoreo seno,

Pietosa no, ma spettatrice almeno.                     95

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Ultimo aggiornamento: 16 dicembre 2008