Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[4410] Les dieux sont jaloux, dit Homère (Il. 7.455.), non seulement du succès, mais de l’adresse et du talent. Toute prospérité mortelle fait ombrage à l’orgueil divin. On trouve chez les Grecs mod. un vestige assez curieux de cette anc. idée, que les dieux sont jaloux de tout ce qui est distingué. Ils considèrent la louange comme pouvant attirer les plus grands malh. sur la pers. qui en est l’objet, ou qui est propriétaire de la chose qu’on admire; et ils demand. avec instance au panégyriste indiscret de détourner l’effet de ses éloges par quelque signe de mépris qui désarme le corroux céleste. (Pouqueville, Voy. en Morée). Ib. ch. 6. p. 344-5. testo e note. L’origine di ciò potrebbe però essere anco il timore delle concussioni turche, e la schiavitù. (14. Ott. 1828.)

La morte consideravasi dagli antichi come il maggior de’ mali; le consolazioni degli antichi non erano che nella vita; i loro morti non avevano altro conforto che d’imitar la vita perduta; il soggiorno dell’anime, buone o triste, era un soggiorno di lutto, di malinconia, un esilio; esse richiamavano di continuo la vita con desiderio, ec. ec. Sopra tutte queste cose da me osservate altrove, v. Constant, ib. liv. 7. ch. 9. t. 3. (14. Ott. 1828.)

Gli antichi déi della Grecia ec. erano nell’immaginazione de’ greci, ec. e ne’ loro simulacri, ec. di figura mostruosa e spaventevole; abbellita a poco a poco col progresso della civiltà: segno che l’origine della religione fu il timore ec., come dico altrove. V. ib. ch.5. (14. Ott. 1828.)

[4411] Il y a chez tous les peuples, comme le remarque un érudit célèbre (Wolff (sic), Prolegom., p. 69.), un fait qui constate l’époque à laquelle l’usage de l’écriture devient général; c’est la composition d’ouvrages en prose. Aussi longtemps qu’il n’en existe point, c’est une preuve que l’écriture est encore peu usitée. Dans le dénίment de matériaux pour écrire, les vers sont plus faciles à retenir que la prose, et ils sont aussi plus faciles à graver. La prose naît immédiatement de la possibilité que les hommes se procurent de se confier, pour la durée de leurs compositions, à un autre instrument que leur mémoire. Ib. l. 8. ch. 3. p. 441-2. (15. Ott. 1828.)

Dans la Grammaire comparée des langues de l’Europe latine avec celle des troubadours, page 302, j’ai prouvé que le présent de l’infinitif, précédé de la négation, tenoit parfois lieu de l’impératif; que cette forme se retrouvoit dans l’ancien français ainsi que dans l’italien: mais il faut nécessairement que le verbe soit précédé de la négation, comme le verbe l’est ici, NE t’accompagner MIE À home de malvese vie. Raynouard. - J. des Savans, 1825. p. 184. Mars. (15. Ott. 1828.)

Sopra l’uso di ἀκμὴν (greco mod. ἀκóμν) p. ἔτι, è da vedersi M. Letronne nel Nouvel Examen critique et historique de l’Inscription grecque du roi nubien Silco, articolo 1. alla linea 12. dell’Iscriz., nel J. des Savans, 1825. p. 108. Février. (15. Ott. 1828.)

[4412] Alla p. 4364. Il vero modo di citare questa Memoria di M. Letronne, è: Nouvel Examen critique et historique de l’Inscription grecque du roi nubien Silco. Partie historique. Sect. II. - Journ. des Savans, 1825, Mai (3me article, et dernier.). (15. Ott. 1828.)

Alla p. 4407. Il vero titolo è: Nomadische Streifereien unter den Κalmüken: (cioè Promenades nomades chez les Κalmuks.) Riga 1804. 4. vol. in 8°. op. tradotta da M. Moris in francese: Voyage de Benjamin Bergmann chez les Κalmuks (fatto nel 1802 e 1803); Châtillon-sur-Seine, 1825. I. vol. in 8°. (esso non comprende i 2. ult. vol. dell’op. tedesca, che contengono delle traduzioni dal mongolico ec.) (Journ. des Savans, 1825. p. 363. sqq. Juin.). Utilità della pazienza ec. Una faccenda noiosa o penosa, un viaggio ec., quando è sulla fine, riesce più molesto che mai, le ultime miglia paiono le più lunghe ec., non già perchè l’uomo allora è più stanco, ma perchè l’impazienza si accresce per quella smania di arrivare, che nasce dal vedere il termine da vicino. (17. Ottob. 1828. Firenze.)

Alla p. 4388. Questo es. potrebbe far credere vero che i diascheuasti omerici fossero di poco posteriori a Pisistrato, del che a p. 4355. (17. Ottob. 1828.)

Alla p. 4359. L’epica, non solo per origine, ma totalmente, in quanto essa può esser conforme alla natura, e vera poesia, cioè consistente in [4413] brevi canti, come gli omerici, ossianici ec., ed in inni ec., rientra nella lirica. V. p. 4461.

Alla p. 4372. Infatti la lingua italiana tra le moderne è considerata per aver la più antica letteratura, perchè ha i più antichi libri veramente letterarii, e che abbiano esercitata ed esercitino ancora un’influenza perpetua sulla lingua e letteratura nazionale; mentre quanto all’antichità semplicemente di scrittura, cioè di versi e prose scritte in lingua volgare (anche lunghi poemi, lunghe Cronache ec.), la lingua italiana cede di gran lunga alla francese e spagnuola ec., per non parlare della tedesca ec. (anzi in ciò la lingua italiana è delle più moderne, se non la più.) Nondimeno è sempre vero che la letteratura italiana è la più antica delle viventi, perchè Dante, Petrarca Boccaccio sono i più antichi classici fra’ moderni, i più antichi che si leggano e nominino, non solo fra gli eruditi nazionali, ma fra tutti i colti d’Europa. Quando io dico: la natura ha voluto, non ha voluto, ha avuto intenzione ec., intendo per natura quella qualunque sia intelligenza o forza o necessità o fortuna, che ha conformato l’occhio a vedere, l’orecchio a udire; che ha coordinati gli effetti alle cause finali parziali che nel mondo sono evidenti. (20. Ott. 1828.)

Alla p. 4406. Chi dicesse che i Persiani d’Eschilo sono di un persiano, o composti nel senso e spirito persiano, perchè l’interesse e la compassione quivi è tutta per i Persiani, direbbe bene nel senso de’ moderni, e pure avrebbe torto nel fatto. Essi sono di un greco, nazionale degli autori di quelle disgrazie, ec. (anzi se non erro, Eschilo miliτtò contro i Persiani), e fatti per essere rappresentati [4414] ai greci. I Persiani, considerati in questo aspetto, sono propriamente il pendant dell’Iliade (e il comento), e il rovescio della Mιλήτου ἅλοσις di Frinico. Umbra, ombra - sombra (spagn.), sombre (franc.) Alla p. 4363. marg. Perocchè i grammatici, diascheuasti ec. non sono giunti di gran lunga a render metrici tutti i versi omerici.

Alla p. 4369. Così ad Ossian si attribuirono tutte le poesie caledonie: ad Omero tutte quelle che compongono oggi l’Iliade e l’Odissea; tra le quali, supposta per vera la persona di quest’Omero, è però ben difficile, come appunto nelle ossianiche, il determinare quali sieno sue, quali d’altri; ed anche se ve ne sia alcuna di sue; anzi è veramente impossibile. Taccio poi delle tante altre poesie epiche attribuite ad Omero (e ad Esiodo), compresa la Batracomiomachia, sì manifesta parodia dell’Iliade: e ciò fin dal tempo di Erodoto, che nomina τὰ Κύπρια ἕπεα come opera attribuita ad Omero, a cui egli però la nega (l. II. c. 117. Schweigh.), e gli ᾽Eπίγονοι parimente, de’ quali pure egli dubita se sieno d’Omero (l. 4. c. 32. Schweigh.). (21. Ott.)

Il vedere che Omero (per usare, come dice Constant, questo nome collettivo) parlando della sua poesia, non dice mai di scrivere, ma sempre cantare o dire, è prova assai maggiore che non si crede, che i suoi versi in fatto non furono scritti. Noi, quantunque i nostri versi si scrivano, diciamo di cantarli, perchè la lingua antica, cioè la lingua di Omero, ha usata questa espressione per il poetare. Ma nella lingua di Omero, non vi poteva essere altra ragione [4415] per usarla e per non parlar mai di scrittura, se non, che le poesie in fatti si cantavano senza scriverle. Ho dimostrato altrove che dovunque esiste una lingua poetica formata, questa lingua non è altro che lingua antica. Ma i tempi d’Omero non potevano avere una lingua poetica (se non per lo stile, come i francesi), perchè non avevano antichità di lingua. E in fatti non avevano lingua poetica a parte: e Omero nomina tutti gli usi di que’ tempi, nomina le città, i popoli, i magistrati ec. co’ loro nomi propri e prosaici. Così accade in tutte le poesie primitive, e così Dante è pieno di nomi propri e prosaici, spettanti a geografia (Montereggione ec. ec.), costumi de’ suoi tempi, dignità ec., nomi che ora o sono sbanditi dalla lingua poetica, o non vi sono ammessi se non come usati da Dante. V. p. 4426. Se dunque l’uso del tempo omerico fosse stato che le poesie si scrivessero, Omero avrebbe detto francamente di scriverle. Il veder che nol dice mai, nemmen per perifrasi o metafora (come fa l’autore della Batracomiomachia subito nel bel principio, nell’invocazione; il quale dice il Wolf come cosa provata, essere stato verisimilmente circa i tempi d’Eschilo), [1] è prova quasi parlante che non le scriveva. (21. Ott. 1828. Firenze.)

Perchè il moderno, il nuovo, non è mai, o ben difficilmente romantico; e l’antico, il vecchio, al contrario? Perchè quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza. Che è come dire che stanno nel passato anzi che nel presente. (22. Ottobre. 1828. Firenze.)

[4416] Qu’on jette une poultre entre ces deux tours de Notre-Dame de Paris, d’une grosseur telle qu’il nous la fault à nous promener dessus, il n’y a sagesse philosophique de si grande fermeté qui puisse nous donner courage d’y marcher comme si elle estoit à terre. Montaigne, Essais, livre 2. chap. 12. Pascal (Pensées) si è appropriato questo pensiero. Le plus grand philosophe du monde, sur une planche plus large qu’il ne faut pour marcher à son ordinaire, s’il y avoit au-dessous un précipice, quoique sa raison le convainque de sa sίreté, son imagination prévaudra. I funamboli fanno più ancora; ma ciò non distrugge la convenienza dell’osservazione soprascritta. (Firenze. 23. Ottobre. 1828.)

La grazia in somma per lo più non è altro che il brutto nel bello. Il brutto nel brutto, e il bello puro, sono medesimamente alieni dalla grazia. (Firenze. 25. Ott. 1828.)

Alla p. 4369. Le nom d’Ésope étoit d’ailleurs devenu dans la Grèce une espèce de sceau banal, qu’on attachoit à tous les apologues utiles et ingénieux, comme ceux de Pilpay, de Lockman, de Salomon, dans l’Orient. (Così tutti i Salmi attribuiti a David, ec.). Charles Nodier, Questions de littérature légale, 2.de édit. Paris 1828. §. 8. p. 68-9. C’est le propre de l’érudition populaire de rattacher toutes ses connoissances à quelque nom vulgaire. Il y a peu de grandes actions de mer qu’on n’attribue à Jean Bart, peu d’espiègleries grivoises qu’on ne mette sur le compte de Roquelaure. Il en est [4417] de même, pour la foule, des auteurs à la portée desquels son intelligence peut s’élever. Il y a cent cinquante ans qu’un bon mot ne pouvoit éclore que sous le nom de Bruscambille ou de Tabarin. Ib. note, p. 68-9. (Firenze. 26. Ottob. 1828.)

Ho preso un poco di vino, quanto per dormire ὅσον καϑεύδειν, o πρòς τò καϑεύδειν ec. (3. Nov. 1828.)

Oἶκoς - vicus.

De’ diascheuasti italiani e latini v. Perticari (Scritt. del 300) dove parla della pessima ortografia autografa del Petrarca Tasso ec., e dove prova che i latini del buon secolo, copiando o citando Ennio e gli altri antichi, li riducevano in gran parte alla moderna. (3. Nov. 1828.)

La Divina Commedia non è che una lunga Lirica, dov’è sempre in campo il poeta e i suoi propri affetti. (Firenze. 3. Novembre. 1828.)

῾Ως ἔρχομαι ϕράσων, ὡς ἔρχομαι λέξως, περὶ oὗ ἔρχομαι, λέξως e simili; frasi frequentissime di Erodoto, nel semplicissimo senso del francese comme je vais dire ec. (Firenze. 8. Nov. 1828. Sabato.)

Fratta - ϕράττω, καταϕρακτòς ec. (Recanati. 30. Nov. 1828. Domenica.)

Non saprei come esprimere l’amore che io ho sempre portato a mio fratello Carlo, se non chiamandolo amor di sogno. (30. Nov.)

Memorie della mia vita. - Felicità da me provata nel tempo [4418] del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene; parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle. V. p. 4477. - Piacere, entusiasmo ed emulazione che mi cagionavano nella mia prima gioventù i giuochi e gli spassi ch’io pigliava co’ miei fratelli, dov’entrasse uso e paragone di forze corporali. Quella specie di piccola gloria ecclissava per qualche tempo a’ miei occhi quella di cui io andava continuamente e sì cupidamente in cerca co’ miei abituali studi. (30. Nov.)

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione. (30. Nov. I.a Domenica dell’Avvento.). V. p. 4502.

È cosa notata che il gran dolore (come ogni grande passione) non ha linguaggio esterno. Io aggiungo che non ne ha neppure interno. Vale a dire che l’uomo nel grande dolore non è capace di circoscrivere, di determinare a se stesso nessuna idea, nessun sentimento relativo al suggetto della sua passione, la quale idea o sentimento egli possa esprimere a se medesimo, e intorno ad essa volgere ed esercitare, per dir così, il pensiero nè dolor suo. Egli sente mille sentimenti, vede [4419] mille idee confuse insieme, o piuttosto non sente, non vede, che un sentimento, un’idea vastissima, dove la sua facoltà di sentire e di pensare resta assorta, senza potere, nè abbracciarla tutta, nè dividerla in parti, e determinar qualcuna di queste. Quindi egli allora non ha propriamente pensieri, non sa neppur bene la causa del suo dolore; egli è in una specie di letargo; se piange (e l’ho osservato in me stesso), piange come a caso, e in genere, e senza saper dire a se stesso di che. Quei drammatici, e simili, che in circostanze di grandi passioni introducono de’ soliloqui, fondandosi sulla convenzione che permette a’ suoi personaggi di dire alto quello che essi direbbero tra se medesimi se fossero reali, sappiano che in tali circostanze l’uomo tra se non dice nulla, non parla punto neppur seco stesso. E fra tali drammatici ve n’ha de’ sommi (Shakespeare medesimo), se non son tali tutti. (30. Nov. 1828. Recanati.)

Alla p. 4280. Ho veduto io stesso un canarino domestico e mansuetissimo, appena presentato a uno specchio, stizzirsi colla propria immagine, ed andarle contro colle ali inarcate e col becco alto.

Alla p. 4241. Vedesi l’uomo nato nobile nella critica libera, franca, spregiudicata ed originale, ed anche nella ragionevole e spregiudicata morale teologica del marchese Maffei; nello stile originale, nel modo individuale di pensare e di poetare, nel tuono ardito e sicuro, nella stessa fermezza e forza d’opinion religiosa e superstiziosa del Varano. (1. Dicembre. 1828. Recanati.)

[4420] Memorie della mia vita. - Andato a Roma, la necessità di conviver cogli uomini, di versarmi al di fuori, di agire, di vivere esternamente, mi rese stupido, inetto, morto internamente. Divenni affatto privo e incapace di azione e di vita interna, senza perciò divenir più atto all’esterna. Io era allora incapace di conciliar l’una vita coll’altra; tanto incapace, che io giudicava questa riunione impossibile, e mi credeva che gli altri uomini, i quali io vedeva atti a vivere esternamente, non provassero più vita interna di quella ch’io provava allora, e che i più non l’avessero mai conosciuta. La sola esperienza propria ha potuto poi disingannarmi su questo articolo. Ma quello stato fu forse il più penoso e il più mortificante che io abbia passato nella mia vita; perch’io, divenuto così inetto all’interno come all’esterno, perdetti quasi affatto ogni opinione di me medesimo, ed ogni speranza di riuscita nel mondo e di far frutto alcuno nella mia vita. (1. Dic. 1828.)

Il giovane, per la stessa veemenza del desiderio che ne sente è inabile a figurare nella società. Non diviene abile se non dopo sedato e pressochè spento il desiderio, e il rimovimento di quest’ostacolo ha non piccola parte nell’acquisto di tale abilità. Così la natura delle cose porta che i successi sociali, anche i più frivoli, sieno impossibili ad ottenere quando essi cagionerebbero un piacere ineffabile; non si ottengano se non quando il piacere che danno è scarso o nessuno. Ciò si verifica esattamente: perchè se anco una persona arriva ad ottener de’ successi nella prima gioventù, non vi arriva se non perchè il suo animo percorrendo rapidamente lo stadio della vita, [4421] è giunto assai tosto (come spesso accade) a quello stato nel quale i successi sociali si desiderano leggermente, e poco o niun piacere cagionano. (1. Dic. 1828.)

Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e bellissime immagini la vista dell’interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada per le loro finestre aperte. Le quali stanze nulla mi desterebbero se io le guardassi stando dentro. Non è questa un’immagine della vita umana, de’ suoi stati, de’ beni e diletti suoi? (1. Dicembre. 1828. Recanati.)

La Natura è come un fanciullo: con grandissima cura ella si affatica a produrre, e a condurre il prodotto alla sua perfezione; ma non appena ve l’ha condotto, ch’ella pensa e comincia a distruggerlo, a travagliare alla sua dissoluzione. Così nell’uomo, così negli altri animali, ne’ vegetabili, in ogni genere di cose. E l’uomo la tratta appunto com’egli tratta un fanciullo: i mezzi di preservazione impiegati da lui per prolungar la durata dell’esistenza o di un tale stato, o suo proprio o delle cose che gli servono nella vita, non sono altro che quasi un levar di mano al fanciullo il suo lavoro, tosto ch’ei l’ha compiuto, acciò ch’egli non prenda immantinente a disfarlo. (2. Dic. 1828.)

Memorie della mia vita. - Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventù, in casa, senza vedere alcuno: che gioventù! che maniera di passare cotesti anni! Ed io concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste parole. Credo [4422] però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole. (2. Dicembre. 1828. Recanati.)

La lingua spagnuola pare e parrà sempre ridicola agl’Italiani per la stessa ragione per cui la scimmia riesce un animale ridicolo all’uomo: estrema similitudine con gravi differenze. Ma questo ridere dello spagnuolo, assolutamente parlando, è per lo meno così irragionevole come il ridere della scimmia; e di più, è soggetto a reciprocità; giacchè è naturale che l’italiano riesca, e con altrettanta ragione, altrettanto ridicolo agli Spagnuoli. Lo spagnuolo ci riesce ridicolo nel modo e per la ragione che ci riesce tale un dialetto dell’italiano. Similmente l’italiano dee riuscire ridicolo agli spagnuoli come un dialetto della lingua spagnuola. Egli è dunque un vero pregiudizio negl’Italiani il considerar lo spagnuolo come lingua o pronunzia che abbia qualcosa di ridicolo in se, argomentando dall’effetto che essa fa in noi. (2. Dic. 1828.). Vedi la pag. 4506.

Alla p. 4248. fine. I greci molto ragionevolmente, checchè ne dica Cicerone, che preferisce la voce latina convivio, chiamavano il convito simposio, cioè compotazione, perchè in esso non era veramente comune, e fatto in compagnia, se non solo il bere, cosa ragionevolissima, e non il mangiare, come forse tra’ Romani ec. (V. il luogo di Cic. nel Forcell. in Convivium, o Sympos. o Compotat. ec.). (2. Dic. 1828.)

Guadagnoli recitante in mia presenza all’Accademia de’ Lunatici in Pisa, presso Mad. Mason, le sue Sestine burlesche sopra la propria vita, accompagnando il ridicolo dello stile e del soggetto con quello dei gesti e della recitazione. Sentimento doloroso che io provo in casi simili, vedendo un uomo giovane, ponendo in burla se stesso, la propria gioventù, le [4423] proprie sventure, e dandosi come in ispettacolo e in oggetto di riso, rinunziare ad ogni cara speranza, al pensiero d’ispirar qualche cosa nell’animo delle donne, pensiero sì naturale ai giovani, e abbracciare e quasi scegliere in sua parte la vecchiezza spontaneamente e in sul fiore degli anni: genere di disperazione de’ più tristi a vedersi, e tanto più tristo quanto è congiunto ad un riso sincero, e ad una perfetta gaieté de coeur. (Recanati. 3. Dic. festa di S. Fr. Saverio. 1828.)

Io abito nel bel mezzo d’Italia, nel clima il più temperato del mondo; esco ogni giorno a passeggiare nelle ore più temperate della giornata; scelgo i luoghi più riparati, più acconci ed opportuni; e dopo tutto questo, appena avverrà due o tre volte l’anno, che io possa dire di passeggiare con tutto il mio comodo per rispetto al caldo, al freddo, al vento, all’umido, al tempo e simili cose. E vedete infatti, che la perfetta comodità dell’aria e del tempo è cosa tanto rara, che quando si trova, anche nelle migliori stagioni, tutti, come naturalmente, sono portati a dire: che bel tempo! che buon’aria dolce! che bel passeggiare! quasi esclamando, e maravigliandosi come di una strana eccezione, di quello che, secondo il mio corto vedere, dovrebbe pur esser la regola, se non altro, nei nostri paesi. Gran benignità e provvidenza della natura verso i viventi! (3. Dic. 1828.)

L’esclusione dello straniero e del suddito dai diritti (quantunque naturali e primitivi) del cittadino e della nazion dominante, esclusione caratteristica di tutte le legislazioni antiche, di tutte le legislazioni appartenenti ad una mezza civiltà; esclusione fondata implicitamente in una opinione d’inferiorità di natura delle [4424] altre razze d’uomini alla dominante o cittadina, ed esplicitamente basata sopra questo principio, e ridotta a teoria e dottrina scientifica e filosofica per la prima volta che si sappia (come tante altre opinioni e cognizioni del suo tempo) da Aristotele nella Politica (opera citata spesso da Niebuhr nella Storia Romana come genuina d’Aristotele); questa esclusione, dico, è manifestissima in tutte le legislazioni de’ bassi tempi, nelle quali il favor della legge in difesa delle proprietà o delle persone, ed ogni altro diritto, era quasi esclusivamente per li soli nobili. In Francia un nobile che uccidesse un ignobile, non aveva altra pena che di gettare cinque soldi sulla sepoltura dell’ucciso: tale era la legge. (Courier.) Così di tutti gli altri diritti. Ed è ben noto che le legislazioni moderne non sono ancora ben purgate di questo lor vizio originale di distinguere due razze d’uomini, nobili e ignobili ec. Ora i nobili, com’è osservato da’ giurisconsulti e storici, sono per lo più e quasi totalmente, in quelle semibarbare legislazioni, sinonimo di liberi, d’ingenui, di cittadini, di burghers in Germania, (Niebuhr, Stor. rom. p. 283.) nazionali, appartenenti alla nazion dominante, e per la quale son fatte le leggi; e gl’ignobili non sono in origine che stranieri, sudditi, servi, membri della nazione vinta e conquistata. Tutte le deplorate perversità delle legislazioni de’ bassi tempi e moderne, relative alla nobiltà (sinonimo d’ingenuità, nazionalità) provengono da quel principio di distinzione tra cittadino e straniero relativamente ai diritti dell’uomo, che abbiamo spesso considerata ne’ più antichi popoli. Qua pure appartiene la legislazione turca relativamente ai raja, cioè schiavi, cioè greci, vinti e conquistati, uomini considerati diversi da’ turchi. (4. Dic. 1828.)

[4425] Conservare la purità della lingua è un’immaginazione, un sogno, un’ipotesi astratta, un’idea, non mai riducibile ad atto, se non solamente nel caso di una nazione che, sia riguardo alla letteratura e alle dottrine, sia riguardo alla vita, non abbia ricevuto nulla da alcuna nazione straniera. La greca, per una stranissima combinazione di circostanze, si trovò, dopo la formazione della sua lingua e letteratura, per lunghissimo spazio di tempo, nel detto caso. Essa nazione greca (se non vogliamo associarvi la chinese) è fra le nazioni civili la cui storia sia conosciuta, il solo esempio reale di un caso siffatto, e la lingua greca è altresì la sola lingua colta che abbia per lungo spazio conservata una vera ed effettiva purità. La lingua latina fu impura tosto che divenne colta e letteraria. L’italiana fu impurissima nel suo stesso nascere come lingua scritta, piena di provenzalismi e di francesismi: poi, per la rara circostanza che l’Italia, divenuta maestra e lume e fonte alle altre nazioni, si trovò, come la Grecia, nel caso di non ricever nulla di fuori, essa lingua conservò una certa purità; finchè mutata (anzi ridotta all’opposto) la circostanza, essa divenne nuovamente, e rimane, impurissima. Alle nazioni presenti e future (e all’italiana soprattutto) durando il presente stato reciproco delle nazioni e delle letterature, la purità della lingua, presupposto che di questa lingua le nazioni vogliano far uso, è cosa immaginaria e impossibile. (5. Dic. 1828.)

Novem - (noundinae) nundinae: quasi novendiales, mercati o fiere che si tenevano ogni nono giorno, cioè ogni otto giorni (ch’era l’antica settimana degli Etruschi) una volta. (Niebuhr, Stor. rom.). (11. Dic. 1828.)

[4426] Alla p. 4415. Dante, dal quale egli (il Monti) tolse l’arte di ben fissare la fantasia del lettore sul luogo della scena, verseggiando la Geografia spesse volte assai più maestrevolmente che Dante stesso non faccia; e l’arte più notabile ancora, che in Dante stimava Rousseau, di chiamare le cose coi nomi lor propri. Antolog. di Fir. Ottob. 1828. vol. 32. num. 94. p. 177. (Recanati 13. Dic. 1828.)

Un oggetto qualunque, p. e. un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in se, sarà poetichissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non perchè il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago. (Recanati. 14. Dic. Domenica. 1828.). V. p. seg. e p. 4471.

Iovis - Iuppiter, cioè Iovis pater (Iouppiter). L’etimologia data da qualche antico, juvans pater (v. Forcellini), mostra che già anticamente era poco nota o dimenticata la contrazione dell’ov, o ou, in u, propria dell’antico latino siccome di molte altre lingue. (21. Dic. Domen. festa di S. Tommaso. 1828.)

Il fut reçu (M. Charles le Beau, auteur de l’Hist. du Bas Empire) à l’académie des belles lettres, en 1759 ayant cette même année remporté le prix, dont le sujet étoit cette question importante et vraiment philosophique: Pourquoi la langue grecque s’est-elle conservée si long-temps dans sa pureté, tandis que la langue latine s’est altérée de si bonne heure. Encyclop. méthodique. Histoire: art. Beau (Charles le). (24. Dic. Vigil. di Natale. 1828.)

[4427] Alla p. preced. Il piacere che ci danno un certo stile semplice e naturale (come l’omerico), le immagini fanciullesche, e quindi popolari, circa i fenomeni, la cosmografia ec.; in somma il piacere che ci dà la poesia, dico la poesia antica e d’immagini; tra le sue cagioni, ha per una delle principali, se non la principale assolutamente, la rimembranza confusa della nostra fanciullezza che ci è destata da tal poesia. La qual rimembranza è, fra tutte, la più grata e la più poetica; e ciò, principalmente forse, perchè essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire, perchè è la più lontana e più vaga. (1. del 1829.) L’uso, comune a tante antiche (e moderne) nazioni e religioni, di conservare con grandissima gelosia il fuoco ne’ templi, e con tanta cura che non si spegnesse mai; non avrebb’egli per sua origine (come tante altre pratiche religiose dell’antichità, derivate, quali evidentemente, e quali in modo che oggi la loro origine appena si può indovinare, da bisogni o utilità sociali, da tradizioni scientifiche ec.) la rimembranza e la tradizione della difficoltà provata primitivamente per accender fuoco al bisogno, per conservarlo o rinnovarlo a piacere; e la tema di non perdere il fuoco affatto, cioè non poterlo riavere, se si fosse lasciato spegnere? (1. del 1829.)

Usarono gli antichi latini di aggiungere un d alla fine delle voci per evitare l’iato, o ne’ versi l’elisione ec. Anche nel mezzo delle voci composte; come in prosum: prod- es, pro-d-esse ec. - prodire, prodigere, redire, redigere ec. ec. (V. Forcell. in D littera). Così i nostri, specialmente antichi, od, ned, ad, sed, ched ec., uso certamente non derivato da’ libri di quegli antichi latini. Segno che quest’uso conservossi per via del latino volgare ec. (1. del 1829.)

[4428] La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbono esser chiamati nè creduti misantropi, portano però cordialmente a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi. ec. ec. (Recanati. 2. Gennaio. 1829.). V. pag. 4513.

Quanto male, dal vedere che le radici di certe lingue non hanno somiglianza alcuna con quelle di certe altre, si concluda (come fa il Niebuhr, Stor. rom. p. 44. ediz. ingl.) e contro l’affinità istorica di esse lingue, e contro l’unità di origine dei linguaggi umani; si può raccogliere dal considerare le radici di quelle lingue le cui relazioni ci sono note. Figuriamoci che la lingua latina e la francese ci fossero quasi sconosciute; che si sapesse però che nell’una di quelle il giorno si chiamava dies, nell’altra jour: vi sarebbe egli alcuno che, non dico scoprisse, ma immaginasse, sospettasse solamente, la menoma analogia fra queste due voci? le quali non hanno comune neppure una lettera? E pur la francese deriva immediatamente dalla latina, essendo una semplice corruzione di diurnus o diurnum (sottinteso tempus), che nel latino basso o rustico si usò in vece della voce originale dies. V. p. 4442. E malgrado che il latino e il francese e la derivazione dell’una dall’altra sieno [4429] conosciutissimi, pure è probabile che neppure i dotti avrebbero indovinato l’etimologia della parola jour se non si fosse anche conosciuta la corrispondente e identica parola italiana giorno, che quantunque niente abbia anch’essa di comune con dies, serba però più somiglianza a diurnum (giorno per diorno, come viceversa i toscani diaccio, diacere ec. coi derivati, per ghiaccio, giacere ec.). Dimando io: se del francese e del latino non si conoscessero se non queste due voci (che son pure istoricamente quasi identiche), verrebbe egli in mente ad alcuno che quelle due lingue fossero analoghe? che l’una fosse figlia genuina dell’altra? Non si affermerebbe anzi confidentemente che esse lingue fossero di diversissime famiglie ec.? (3. Gen. 1829.). Ora se questo ci accade in lingue di cui abbiamo cognizione intera, viventi, derivate immediatamente l’una dall’altra, con milioni di mezzi per iscoprire l’etimologia delle loro radici; che ci accadrà in lingue remotissime, quasi ignote, antichissime, non figlie, non sorelle, ma bisnipoti, parenti lontanissime ec. ec.? chi ardirà di dire con sicurezza che una tal voce, perchè non ha somiglianza alcuna con un’altra di altra lingua, non abbia con essa niuna affinità istorica? E notate che la voce jour, dies ec. esprime un’idea quasi delle primitive, e delle più usuali nel discorso ec. V. p. 4485. Così, è provato che equus è la stessa voce che ἵππος (Niebuhr, Stor. rom. p. 65. not. 223. t. 1.), ὕπνος che somnus, ec. ec.

Quanto presto e facilmente arrivi il fanciullo a cavar conclusioni dal confronto de’ particolari, a generalizzare, ad astrarre, e ad acquistar da se stesso la cognizione di principii e di astrazioni che paiono di acquisto difficilissimo (e certo è mirabile il conseguirlo), si può vedere, fra l’altre, da questa considerazione. Io ho notato, e tutti possono notare, bambini di due anni, profferire i verbi irregolari della lingua colle inflessioni che essi [4430] avrebbero dovuto avere se fossero stati regolari: p. e. dire io teno, io veno, io poto, per tengo, vengo, posso. Certamente, da nessuno sentivano essi dire io teno ec.; non dicevano dunque così per imitazione, ma per riflessione, per ragionamento; concludevano essi che se da sentire p. e. si fa io sento, da vedere, io vedo, la prima persona di tenere, potere, doveva essere io teno, io poto; di venire, io veno. E sbagliavano per esattezza di raziocinio e di generalizzazione. Avevano dunque già trovate da se le regole generali delle inflessioni de’ verbi, e formatosi già in mente il tipo, il paradigma, delle loro diverse coniugazioni: ritrovamento che esige tanta infinità di confronti, tanto acume di mente, e che pare uno sforzo dello spirito metafisico de’ primi grammatici: ai quali non è punto inferiore un tal bambino. ec. ec. Quest’osservazione merita grand’attenzione dagli psicologi e ideologi. V. p. 4519. (4. del 1829.) Alla p. 4369. Socrate ancora appartiene a questo discorso. Dico ciò, avendo riguardo, non tanto ai Dialoghi di Platone, o platonici, ed ai Memorabili di Senofonte, quanto alla gran moltitudine di sentenze, similitudini o comparazioni, apoftegmi e detti morali, che sotto nome di Socrate, tratti da diversi autori e compilatori che li riferivano, si leggono nelle collezioni o florilegii di Stobeo, d’Antonio, di Massimo. (4. del 1829.). V. p. 4469. fin.

Al nostro da capo è anche analogo il greco ἄνωϑεν per di nuovo, (quasi da cima, che noi diremmo anche appunto da capo). Socrate, ap. Stobeo, cap. 123. παρηγορικι: ed. Gesner., Tigur. 1559. πεττίᾳ, τινὶ ἔoικεν ὁ βίος∙ καὶ δεῖ ὥσπερ ψῆϕόν τινα τίϑεσϑαι τὸ συμβαῖνον oὺ∙ γάρ ἐστιν ἄνωϑεν βαλεῖν οὐδὲ ἀναϑέσϑαι τὴν ψῆϕον. Aleae ludo similis est vita: et quicquid evenit, veluti quandam tesseram disponere oportet. Non enim denuo jacere licet, neque tesseram aliter ponere (versio Gesneri.) Al [4431] qual luogo Io. Conradus Orellius, Opusc. Graecorum veterum sententiosa et moral. t. 1. p. 455-6. Lips. 1819., fa questa annotazione. ῎Aνωϑεν (βαλεῖν) ἄνωϑen, denuo, iterum, wieder von vorne an. Sic et Paulus Apostolus Gal. IV. 9. oῳς πάλιν (questa voce è forse una glossa) ἄνωϑεν δουλεύειν ὲϑέλετε. et Josephus Antiquitt. Lib. I. Cap. ΧVIII. §.3. ϕιλίαν βαλεῖν ποιεῖται πρòς αὐτóν. quem locum apposite citat Schleusner. in Lex. N. Test. h.v. (5. del 1829.)

Pitagora ap. Jamblich. de vit. Pyth. cap. 18. p. 183. ed. Κiesslingii (editio novissima, la chiama l’Orelli nel 1819): ᾽Aγαϑòν oἱ μóνοι∙ aἱ δὲ ἡδοναὶ ὲκ παντòς τρóπου κακóν. Benissimo: ma che dire di quella o intelligenza o cieca necessità che ha ordinate così le cose? e a che pro le fatiche, se il piacere, che è il solo fine possibile, è sempre male? (6, 1829.)

Alla p. 4406. Giuliano, ep. 22. p. 389. B. Spanhem. ῾O λογοποιòς ὁ Θoύριoς (Erodoto). Strab. l. ΧIV. p. 656. e Diodoro, l. II p. 262 (Fabricius) chiamano Erodoto συγγραϕέα. - Anche nelle lingue moderne, le prime prose scritte, voglio dire, i primi libri in prosa, sono ordinariamente storici, cioè cronache e simili. (6, 1829.). V. p. 4464.

Alla p. 4353. poemata etc. duntaxat decantata voce, perinde ut: apud veteres Germ. ac Getas carmina antiqua, quae Tac. in lib. de morib. etc. et Jornandes cap. 4 et 5 de reb. Geticis, celebrat. Fabric. B. G. I. I. p. 3-4. (6. 1829.)

Digamma. Τhe history of Rome by B. G. Niebuhr, translated by Julius Charles Hare, M. A. and Connop Τhirlwall, M. A. felloςs of Trinity college, Cambridge. the first volume. Cambridge, 1828. sezione intitolata: Ancient Italy; p. 17. not. 33. Micali [4432] with great plausibility explains the Oscan Viteliu on the Samnite denary of the same age (the age of the Marsic war) to be the Sabellian form of Italia. Τ. I. p. 52. Τhe analogy of Latium Samnium, gives Italium, or with the digamma Vitalium, Vitellium; and Vitellio is like Samnio. Vitalia is mentioned by Servius among the various names of the country: on Aen. VIII. 328. - p. 18. In the Tyrrhenian or the ancient Greek (not. 36. In the former, according to Apollodorus Bibl. II. 5. 10.; in the latter, according to Timaeus quoted by Gellius ΧI. 1. Hellanicus of Lesbos cited by Dionysius, I. 35, does not determine the language. Tyrrhenian however here does not mean Etruscan, but Pelasgic, as in the Tyrrhenian glosses in Hesychius.) italos or itulos meant an ox. Τe mythologers connected this with the story of Hercules driving the Geryon’s herd (not. 37. Hellanicus and Apollodorus in the passages just referred to) through the country: Timaeus, in whose days such things were no longer thought satisfactory, saw an allusion to the abundance of cattle in Italy. (not. 38. Gellius ΧI. 1. Piso, in Varro de re r. II. 1, borrowed the explanation from the Greeks.)... In the Oscan name of the country (dell’antica Italia), which, as we have seen, was Vitellium, there is an evident reference to Vitellius, the son of Faunus and of Vitellia, a goddess worshipt in many parts of Italy. (not. 39. Suetonius Vitell. I.) - Altrove l’autore nota che Vitulus, cognome di una famiglia romana, non è che Italus; preso, come tanti altri, dal paese originario della famiglia. (7. 1829.)

[4433] Ib. sezione intitolata Τhe Oenotrians and Pelasgians, p. 38-9. l’autore nota e dimostra that, according to manifold analogy, Sikelus and Italus are the same name (not. 122. as Σελλος and Eλλην. Aristot. Meteorol. I. 14. p. 33. Sylb. (vedi Cellar. t. 1. p. 886.) T and Κ are interchanged as in Latinus and Lakinius); e che però ugualmente Sicilia ed Italia sono un nome solo e medesimo I Siceli, secondo l’autore, furono Pelasghi, di quelli chiamati Tirreni, che dall’Italia, cioè da quella parte della penisola che allora si chiamava propriamente Italia, cacciati dagli Aborigini, emigrarono in Sicilia, così detta d’allora in poi, dal nome di questi emigranti, Siceli, cioè Itali. (9. 1829.)

Ib. p. 40. not.127. Salmasius saw that Maleventum or Maloentum, in the heart of what was afterward Samnium would in pure Greek have been Maloeis or Malus. E l’autore lo dimostra con altri esempi di nomi latini neutri in entum derivati da nomi greci mascolini in ας o oυς, genitivo εντος. Vedi nel Cellar. e nel Forc. le sciocche etimologie di Maleventum date dagli antichi latini, le quali dimostrano la loro ignoranza o inavvertenza circa il digamma. (9. 1829.). Anzi da tale ignoranza sembra nato il nome di Beneventum dato a quel che prima fu Maleventum.

Ib. p. 50-1. We may observe a magical power exercised by the Greek language and national character over foreign races that came in contact with them. Τhe inhabitants of Asia Minor hellenized themselves from the time of the Macedonian conquest, almost without any settlements among them of genuine Greeks: Antioch, though the common people spoke a barbarous language, became altogether a Greek city; and the entire transformation of the Syrians was averted only by their Oriental inflexibility. Even the Albanians, who have settled as colonies in modern [4434] Greece, have adopted the Romaic by the side of their own language, and in several places have forgotten the latter: it was in this way only that the immortal Suli was Greek; and the noble Hydra itself, the destructions of which we shall perhaps have to deplore before the publication of this volume, is an Albanian settlement... Calabria, like Sicily, continued a Grecian land, though Roman colonies were planted in the coasts: the Greek language only began to give way there in the 14th century; and it is not three hundred years since it prevailed (dominava) at Rossano, and no doubt much more extensively; for our knowledge of the fact as to that little town is merely accidental: indeed even at this day there is remaining in the district of Locri a population that speaks Greek. (not. 163. For the assurance of this fact, which is stated in several books of travels in a questionable manner, I am indebted to the Minister Count Zurlo; whose learning precludes the possibility of his having confounded the natives with the Albanian colonies.). (10. 1829.)

Ib. sezione intitolata Τhe Opicans and Ausonians, p. 57. Olsi, as it stands in the Periplus of Scylax (not. 190. ᾽Oλσοὶ. Peripl. 3.), is no errour of the transcriber; it is Volsi dropping the Digamma; hence Volsici was derived, and then contracted into Volsci... I have no doubt that the Elisyci or Helisyci, mentioned by Herodotus (VII. 165.) among the tribes from which the Carthaginians levied their army to attack Sicily in the time of Gelon, are no other people than the Volsci. – . (10. 1829.)

Dispersar spagn. (Quintana).

[4435] Discorso sopra Omero, ec. Ateneo, l. 14. p. 619. E. F. 620. A. ricorda certe canzoni (ᾠδαὶ) popolari lamentevoli, solite cantarsi da’ villani (oἱ ἀπò τῆς χώρας) fra’ Mariandini, popolo dell’Asia, che abitò fra la Bitinia e la Paflagonia, sopra un loro antico; canzoni mentovate anche da Esichio voc. Bῶρμον. - Ib. 620. b. c. parlando dei rapsodi, dice Χαμαιλέων δ᾽ ἐn τῷ περὶ Στησιχóρου καὶ μελῳδηϑῆναι ϕησίν (essere state cantate da’ rapsodi) οὐ μóνον τὰ ῾Oμήρου, ἀλλὰ καὶ τὰ ῾Hσιóδου καὶ ᾽Aρχιλóχου, ἕτι δὲ Miμνέρμου καὶ Φωκυλίδο. - Ib., d. ᾽Iάσων δ᾽ ὲn τρίτῳ περὶ τῶν ‘Aλεξάνδρου ίερῶν (sacrificiis, Dalechamp.), ὲn ᾽Aλεξανδρείᾳ ϕησίν, ἐν τῷ μεγάλῳ ϑεάτρῳ, ὑποκρίνασϑαι ῾Hγησίαν τòν κωmῳδòν τὰ ῾Hροδòτου, ῾Eρμóϕαντον δὲ τὰ ῾Oμήρου. Non so poi il come. Dalech. traduce historiam Herodoti egisse: Fabric. in Erodoto, dice in theatro decantata fuisse, citando semplicemente questo luogo, dove però ὑποκρίνασϑαι è ben più che decantasse. Casaub. qui non ha nulla. (11. 1829. Domenica.)

Orelli, loc. cit. p. 4431. princip. ; p. 519. Aὐτίκα. Exempli gratia, verbi causa, ut saepius. V. Ernesti ad Χenoph. Mem. IV. c. 7, 2. Ruhnken. ad Timaei Lex Plat. p. 56. ed. 2. et Fischer in Indice ad Aeschin. Socr. hac voce. (11. 1829.)

Considerazioni sopra Omero ec. Non solo le poesie omeriche, ma molti altri scritti, e forse tutti quelli della più alta antichità, non solo poesie ma prose ancora, esistenti in oggi o perdute, ebbero probabilmente i loro diascheuasti, che ridussero la loro ortografia e dicitura a forma più moderna e meno rozza ed irregolare: e in tal forma soltanto, cioè diascheuasmenoi più o meno, passarono essi scritti alla posterità. Ed io non posso tenermi dal credere che anche Erodoto, e anche quel che abbiamo di genuino d’Ippocrate, non ci sia pervenuto alterato e riformato da’ diascheuasti (che possiamo tradurre riformatori). [4436] Essi hanno ancora nella sintassi, e nella maniera, molta di quella irregolarità e di quella mancanza d’arte che si può aspettare dal loro tempo, ma non tanta: Senofonte ed altri del buon tempo ne hanno forse non meno: e in genere io trovo la costruzione e la dicitura loro molto più formata ed artifiziale di quel che mi paia verisimile in quell’età. Non vi è abbastanza visibile l’infanzia della prosa, sì manifesta nei nostri, non dico Ricordano o suoi coetanei, ma i Villani ec. (Così negli spagnuoli del 13. sec., ne’ francesi ec.) L’infanzia della prosa si vede bensì manifestissima in alcuni dei frammenti che restano di Democrito, contemporaneo all’incirca di Erodoto (morì di più di 100 anni nell’Ol. 94. Erod. fiorì Ol. 84. 440 anni circa av. G. C. Ippocrate morì circa l’Ol. 100: ne’ suoi scritti è citato Democrito). Veggansi specialmente nella collezione (manchevole però ed imperfetta) datane dietro Enrico Stefano dall’Orelli (loc. cit. p. 4431. princip. ) p. 91-131. i frammenti morali 43. 50. 70. 73. 121. fisici 1. Una stessa cosa si ripete in uno stesso periodo, non vi è quasi sintassi, parole necessarie, ed intere frasi o periodi, si omettono e sottintendono, l’un membro del periodo non ha corrispondenza coll’altro, il discorso procede per via di quelle forme che i greci chiamano anacoluti (o anacolutie), cioè inconseguenti, che è quanto dire senza forme. Tali frammenti, cioè luoghi échappés (come di molti è naturale che accadesse) alla diascheuasi, possono servir di saggio della vera prosa di quell’età; sono similissimi al fare p. e. del nostro Gio. Villani; e paragonati col dir di Erodoto, possono servir di prova della mia opinione. Dico échappés ec. perchè certo, se Erodoto, anche Democrito subì la diascheuasi, e διεσκευασμένος corse fra gli antichi; negli altri suoi frammenti per la più parte, non si trova niente di simile; e Democrito passò fra gli antichi per egregio anche nello stile. (Cic. in Oratore c. 20. (67.) Itaq. video visum esse nonnullis, Platonis et Democriti locutionem, etsi absit a versu, tamen, quod incitatius feratur, [4437] et clarissimis verbor. luminibus utatur, potius poema putandum quam comicorum poetar.; ap. quos, nisi quod versiculi sunt, nihil est aliud quotidiani dissimile sermonis. De Orat. I. 11. (49.) Si ornate locutus est, sicut fertur, et mihi videtur, physicus ille Democr.; materies illa fuit physici, de qua dixit; ornatus vero ipse verbor., oratoris putandus est.) Cicerone lo loda anche di chiarezza. (de Divin. II. 64. (133.) valde Heraclitus obscurus; minime Democritus). I frammenti sopra notati s’intendono solamente per discrezione. È ben vero che questa discrezione tutti l’hanno, e malgrado la forma perplessa e intricata, tutti gl’intendono alla prima. E in verità son chiari. Così i nostri antichi, così quasi tutti i libri di siffatti tempi e stili, primitivi, ingenui, con poca arte, quasi come natura détta: natura parla al lettore, come ha dettato allo scrittore; essa serve d’interprete. Del resto quei costrutti e quella maniera di dire, poichè l’uso dello scrivere in prosa fu divenuto comune, sparirono quasi affatto; non si trovano nè anche nelle scritture greche che si leggono su’ papiri venuti d’Egitto, tutte, benchè oscure, intricate, rozze, senz’arte, pure più logiche, più grammaticali, più regolari e formate, benchè fatte da persone ignoranti e prive dell’arte: come tra noi, anche un ignorante notaio, benchè scriva assai male, schiva le sgrammaticature de’ nostri storici e filosofi del 200, e 300. V. pag. 4466. Nella letteratura (greca) non saprei citarne altri esempi: se non che si trovano in buona parte de’ libri de’ primi Cristiani, sì de’ libri canonici, e sì di quelli detti apocrifi [2] e nei frammenti ercolanesi di Filodemo, monumenti d’ignoranza singolare in tal genere, e di negligenza. V. p. 4470. - Ma in vero non ci son giunti διεσκευασμένοι in qualche modo tutti, si può dire, i libri antichi? non è provato che Cicerone, p. e., non iscrisse [4438] con quella ortografia colla quale i suoi libri sono stampati? nè con quella de’ mss. che ne abbiamo? la quale è anche diversa da quella usata, e introdotta ne’ libri antichi, da’ grammatici latini del 4. secolo? (Niebuhr, Conspectus Orthographiae codicis vaticani Cic. de repub., in fine) V. p. 4480. (12. Gen. 1829. Recanati.)

Cleobulo (un de’ 7. sapienti) ap. Stobeo, c. 3. Περὶ ϕρονήσεως ed. Gesn. Tigur. 1559. Mὴ ἐπιμαίνεσϑαι τῷ σκώπτοντι∙ ἀπεχϑὴς γὰρ ἔσῃ τοῖς σκωπτομένοις: Sed ἐπιμαίνεσϑαι multo est exquisitius: amore alicujus quasi deperire. Vid. Hemsterhus. ad Lucian. Dial. Marin. I. t. 2. p. 346. ed. Bipont. (Orell. loc. sup. cit., p. 529.) (15. Gennaio. 1829.). alios subsannanti ne subrideas, invisus enim fies quibus illuditur. Id. ap. Laert. I. 93. μὴ ἐπιγελᾷν τοῖς σκωπτομένοις∙ ἀπεχϑήσεσϑαι γὰρ ταύτοις. Per il Galateo morale. (14. 1829.)

Alla p. 4346. Παρὰ πóσιν, τοῦ ἀδελϕιδοῦ (fratris filio) αὺτοὐ (Σóλωνoς) μέλος τὶ Σαπϕοῦς ᾄσαντος, ἔσϑη τῷ μέλει (ὁ Σóλων), καὶ προσέταξε τῷ μειρακίῳ διδάξαι αὺτóν (volle che quel ragazzo, cioè il nipote, glielo insegnasse.) Stobeo, c. 29. Περὶ ϕιλοπονίaς. ediz. Gesn. Tigur. 1559. (15. 1829.)

È più penoso il distrarre per forza la mente da un pensiero acerbo o terribile che si presenti, di quello che sia il trattenervisi. (17. 1829.)

Vivere senza se stesso al mondo, goder cosa alcuna senza se stesso, è impossibile. Però chi si trova senza speranza, chi si vede disprezzato da’ conoscenti e da tutti coloro che lo circondano, e quindi necessariamente è privo della stima di se medesimo, non può provar godimento alcuno, non può vivere, [4439] a dir proprio: perchè questo tale veramente manca di se medesimo nella vita. (17. 1829.). V. p. 4488.

N. N. legge di rado libri moderni; perchè, dice, io veggo che gli antichi a fare un libro mettevano dieci, venti, trent’anni; e i moderni, un mese o due. Ma per leggere, tanto tempo ci vuole a quel libro ch’è opera di trent’anni, quanto a quello ch’è opera di trenta giorni. E la vita, da altra parte, è cortissima alla quantità de’ libri che si trovano. Onde ec. (17. 1829.)

I forti, i fortunati, sentono e s’interessano per altrui ἐκ τοὐ περισσοῦ delle loro facoltà e forze: i deboli ed infelici non ne hanno abbastanza per se medesimi. Il sentimento per altrui non è veramente altro che un superfluo, un eccesso delle proprie facoltà misurate coi bisogni e colle occorrenze proprie. (17. 1829.)

In questo secolo sì legislativo, nessuno ha pensato ancora a fare un codice di leggi, civile e criminale, utopico, ma in tutte forme, e tale da servir di tipo di perfezione, al quale si dovessero paragonare tutti gli altri codici, per giudicare della loro bontà, secondo il più o meno che se gli assomigliassero; tale ancora, da potere, con poche modificazioni o aggiunte richieste puramente dalle circostanze di luogo e di tempo, essere adottato da qualunque nazione, almeno sotto una data forma di governo, almeno nel secolo presente, e dalle nazioni civili ec. (17. Gennaio. 1829.)

Tomber, tumbar (spagn.) - tombolare. Tumbo (spagn.) tombolo ec.

[4440] Muggine-mugella.

Machiavellismo di società. Chi si crede un coglione al mondo, lo è, e lo comparisce. - Le leggi ec. contenute in questo trattato, non sono già passeggere ec.; sono eterne, almeno quanto le leggi fisiche ec. (18. 1829.)

Alla p. 4370. Dionysio Halicarnass. (Caecilius) usus est familiarissime. V. Dionys. Hal. in Epist. ad Cn. Pompeium. Toup. ad Longin. sect.1. p. 153. Aequalis et amicus (Caecil.) Dionysio Halicarnasseo. Casaub. ad Athen. VI. 21. init. - Del resto, è falso però quel che crede l’Amati, che un nome greco unito e preposto ad un cognome romano, come sarebbe in questo caso, Dionisio Longino, sia cosa senza esempio. Ella non è sì frequente come un nome greco unito e posposto a un nome romano gentile, p. e. Claudio Tolomeo, Claudio Galeno, Pedanio Dioscoride, Elio Aristide, Cassio Dione ec.; ma nondimeno esempi non ne mancano; e ne abbiamo, fra gli altri, uno famoso, Musonio Rufo, filosofo stoico del tempo di Nerone, del quale v. Reimar. ad Dion. l. 62. c. 27. p. 1023. sq. §. (cioè nota) 143. (18. Gennaio. 1829. Domenica.). E il Lambecio, Commentar. de Biblioth. Vindob. lib. 8., congetturava che la traduzione greca che abbiamo del Breviarium d’Eutropio, e che porta nome di Peanio o Peania, fosse chiamato Peania Capitone: il primo nome greco, e l’altro romano. (19. 1829.). V. p. 4442.

Come in moltissime altre cose, il nostro tempo si riavvicina al primitivo anche in questo: che esso ha in poco pregio la poesia di stile, [3] la poesia virgiliana, oraziana ec., anzi non questa sola, ma anche quella p. e. del Petrarca, ed ogni poesia che ἁπλῶς abbia stile e richiede poesia di cose, d’invenzione, d’immaginazione; non ostante che ad un secolo sì eminentemente civile, questa paia del tutto aliena, quella del tutto propria. (19. 1829.)

[4441] Al discorso della eccellente umanità degli antichi paragonati ai moderni, (del che altrove), appartiene ancora il gius d’asilo che avevano presso loro non pure i templi o altri luoghi pubblici, ma eziandio il focolare d’ogni casa privata; e ch’era tanto più venerato che non è da noi. Orelli, loc. sup. cit., p. 542. ῾Eστίαν τίμα (precetto d’alcuno de’ 7. sapienti ap. Stob. c. 3.). Sensus est: Jus foci sanctum haheas, vel: Supplicem honorato qui foco assidet. (῾Iκέτας ὲλέει supra in Periandro Ald.) De supplicum more assidendi foco vel arulae illi aut larario, quod ad focum excitari solitum erat, ubi jus erat ἀσυλίας, v. Casaub. ad Dionys. Hal. Ant. Rom. l. 8. p. 1504. Reisk. et intpp. ad Τhucyd. l. 1. c. 136. p. 227. ed. Bauer. - Così la misericordia verso i supplichevoli, anche nemici, offensori ec., protetti da Nemesi ec. e v. la nota favola delle Preghiere ec. ap. Omero. - Così l’onore singolare che si aveva ai vecchi ec. - Così il rispetto ai morti, anche nel parlare. Tòν τεϑνηκóτα μηδεὶς κaκῶς ἀγορευέτω. Legge di Solone, ap. Plut. in Solon. p. 89. ed. Francof. - Chi vuol vedere quasi compendiata, e ammirare, l’umanità degli antichi (anche antichissimi), vegga le sentenze e i precetti che correvano sotto nome dei 7. sapienti, (e sono di grande antichità certamente) e che, raccolti già in antico (ap. Stob. si nominano per autori di quelle due collezioni ch’esso riporta, dell’una Demetrio Falereo, dell’altra Sosiade) (19. 1829.) si trovano riportati da Stob. c. 3. περὶ ϕρονήσεως, ed. Gesn. Tigur. 1559. (vedili nell’Orelli l. c., p. 138-156.). (19. Gen. 1829.)

Alonso, spagn. moderno - Al-f-ons, spagn. antico (in una scrittura del 13° sec. ec.). ῞Υλη - sil-v-a. (20. 1829.)

[4442] Cerebrum - cervello.

Alla 4440. Non parlo dei Disticha de moribus assai noti e certamente antichi, che corrono sotto nome di Dionisio Catone; nome che non è fondato in alcuna probabile autorità. (22. Gen. 1829.)

Consulere-consilium ec. Exsul, exsulium-exsilium ec.

Alla p. 4428. fine. Così matutinum (tempus), il mattino, le matin, per mane; matutina (hora), la mattina, la maóana. Vespertinum, serum (le soir), sera (la sera), spagn. la tarde, per vespera. V. il Gloss. E ciò anche presso gli antichi: v. Forc. in queste voci. Così nelle Ore canoniche Matutinum, Prima, Tertia, Sexta, Nona. Hibernum, l’inverno, l’invierno (spagn.), l’hiver, per hiems. Aestivum (spagn. estío), per aestas. V. Gloss. e Forcell. anche in diurnus. Similmente Infernus (locus) negli scrittori Cristiani, e forse anche in Varrone. E tali altri aggettivi sostantivati. (24. 1829.). V. p. 4465.4474.

῎Aορνος - Avernus.

Niebuhr (loc. cit. p. 4431. fine), sezione intitolata Τhe Opicans and Ausonians, p. 55. Apulus and Opicus are according to all appearance the same name, only with different terminations. Τhat in ulus acquired the meaning of a diminutive only in the language of later times; in earlier such a sense must be entirely separated from it; as is evident from Siculus and Romulus, as well as from the words uniting the two terminations (quella in icus e quella in ulus), which is the commoner case, Volsculus (contratto da Volsiculus), Aequiculus, Saticulus; and even Graeculus. - Ib. sez. intit. Iapygia, p. 126. Τhe Poediculians (such was the Italian name of the Peucetians) were etc. (not.419. Τhe simpler [4443] forms, Poedi and Poedici, have not been preserved in books.) - Ib. sez. intit. Various traditions about the Origin of the City p. 174. It was natural for them (the inhabitants of Rome) to call the founder of their nation Romus, or, with the inflexion so usual in their language, Romulus. - Ib. sez. intit. Τhe Beginning of Rome and its Earliest Tribes, p. 251. Romus and Romulus are only two forms of the same name (not. 698. Like Poenus and Poenulus and others mentioned above p. 55); the Greeks on hearing a rumour of the legend about the twins (Romolo e Remo), chose the former (cioè ῾Ρῶμoς) instead of the less sonorous name Remus. [4] - L’uso di questa terminazione in ulus senza alcuna forza diminutiva, uso proprio del latino sì antico, si è conservato perfettamente (e non men frequentemente) nell’italiano; specialmente in Toscana, e specialmente appresso quel volgo, il quale continuamente, per mero vezzo di linguaggio, aggiunge un lo appiè delle voci italiane, dicendo, p. e. ricciolo invece di riccio, [5] e così mille altre, che con tal desinenza non son registrate nel Vocabolario; oltre le tante registrate. E che questo medesimo uso (unita anche sovente, come nell’antico, la terminazione in icus a quella in ulus) si conservasse perpetuamente nel latino volgare, apparisce dai tanti e tanti, non solo nomi, ma verbi, della bassa latinità, o derivati evidentemente da essa, da me notati passim, che la portano, senz’ombra di significazione diminutiva; come pariculus (parecchi, pareil ec.), appariculare (apparecchiare, aparejar ec.), superculus (v. la p. 4514. fin.) ec. ec.; nomi anche aggettivi ec. Non ardirei però di affermare col Niebuhr che questa inflessione in origine non fosse punto diminutiva. Il vederla senza questa significanza, non prova; apparendo da [4444] tanti, quasi infiniti, esempi (sì del greco, sì del latino basso sì dell’antico, sì delle lingue figlie della latina; e in queste, sì in forme venute dal latino, e sì in altre forme diminutive proprie loro e non latine) che sempre fu ed è vezzo di linguaggio, specialmente popolare, il profferire le voci con inflessione diminutiva, quasi per grazia, quantunque il caso sia alieno dal richieder diminuzione, e la significanza diminutiva sia affatto lontana da tal pronunzia. (25. Gennaio. 1829. Domenica quarta.). Del resto ho notato altrove quando l’ul... è semplice desinenenza di voci derivative, come in speculum, iaculum ec. e così ne’ verbi, come fabulor ec. V. p. 4516. Non solo le storie o storielle d’una nazione furono spessissimo, come ho detto altrove in più luoghi, trasportate ed applicate ad un’altra; ma quelle eziandio d’una nazione medesima, cambiati i nomi delle persone, e le circostanze di luogo, tempo, e simili, furono sovente trasportate e applicate da un’epoca della sua storia ad un’altra. Questa cosa è notata negli annali di Roma dal Niebuhr in più e più casi; ed egli ripete tale osservazione in più e più luoghi della sua storia. Fra gli altri, sezione intitolata Τhe War with Porsenna, p. 484 seg., dice: It is a peculiarity of the Roman annals, owing to the barren invention of their authors, to repeat the same incidents on different occasions, and that too more than once. Τhus the history of Porsenna’s war reflects the image of that with Veii in the year (di Roma) 277, which after the misfortune on the Cremera brought Rome to the brink of destruction. In this again the Veientines made themselves masters of the Janiculum; and in a more intelligible manner, after a victory in the field: here again the city was saved by a Horatius (come dal Coclite nella guerra con Porsenna); the consul who arrived [4445] with his army at the critical moment by forced marches from the land of the Volscians: the victors, encamping on the Janiculum, sent out foraging parties across the river and laid waste the country; until some skirmishes, which again took place by the temple of Hope and at the Colline gate, checked their depredations: yet a severe famine arose within the city. (26. Gen. 1829.)

Niebuhr, ib. sez. intit. Τhe Patrician Houses and the Curies, p. 268. Each house (ciascuno dei γένη gentes nei quali era anticamente distribuito il popolo ateniese) bore a peculiar name resembling a patronymic in form; as the Codrids, the Eumolpids, the Butads: which produces an appearance, but a fallacious one, of a family affinity (perchè quelle gentes, come ap. i Romani, erano una mera divisione politica; ciascuna gens o casa era composta di più famiglie senz’alcun riguardo ad affinità scambievole). Τhese names may have been transferred from the most distinguished among the associated families to the rest: it is more probable that they were adopted from the name of a hero, who was their eponymus. Such a house was that of the Homerids in Chios; whose descent from the poet was only an inference drawn from their name, whereas others pronounced that they were no way related io him (not. 747. Harpocration v. ῾Ομηρίδαι. It may be warrantably assumed that a hero named Homer was revered by the Ionians at the time when Chios received its laws. See the Rhenish Museum (Museo Renano) I. 257.) In Greek history what appears to be a family, may probably often have been a house of this kind; and this system of subdivision is not to be confined to the Ionian tribes alone. (27. 1829.)

[4446] Ib. sez. intit. Aeneas and the Trojans in Latium, p. 166-7. These wars Virgil describes, effacing discrepancies and altering and accelerating the succession of events, in the latter half of the Aeneid. Its contents were certainly national; yet it is scarcely credible that even Romans, if impartial, should have received sincere delight from these tales. We feel but too unpleasantly how little the poet succeeded in raising these shadowy names (degli eroi di quelle guerre), for which he was forced to invent a character, into living beings, like the heroes of Homer. Perhaps it is a problem that cannot be solved, to form an epic poem out of an argument which has not lived for centuries in popular songs and tales as common national property, so that the cycle of stories which comprises it, and all the persons who act a part in it, are familiar to every one. V. p. 4475 - Assuredly the problem was not to be solved by Virgil, whose genius was barren for creating, great as was his talent for embellishing. That he felt this himself, and did not disdain to be great in the way adapted to his endowments, is proved by his very practice of imitating and borrowing, by the touches he introduces of his exquisite and extensive erudition, so much admired by the Romans, now so little appreciated. He who puts together elaborately and by piecemeal, is aware of the chinks and crevices, which varnishing and polishing conceal only from the unpractised eye, and from which the work of the master, issuing at once from the mould, is free. Accordingly Virgil, we may be sure, felt a misgiving, that all the foreign ornament with which he was decking his work, though it might enrich the poem, was not his own wealth, and that this would at last be perceived by posterity. That [4447] notwithstanding this fretting consciousness, he strove, in the way which lay open to him, to give to a poem, which he did not write of his own free choice, the highest degree of beauty it could receive from his hands; that he did not, like Lucan, vainly and blindly affect an inspiration which nature had denied to him; that he did not allow himself to be infatuated, when he was idolized by all around him, and when Propertius sang: Yield, Roman poets, bards of Greece, give way,

The Iliad soon shall own a greater lay;

that, when death was releasing him from the fetiers of civil observances, he wished to destroy what in those solemn moments he could not but view with melancholy, as the groundwork of a false reputation; this is what renders him estimable, and makes us indulgent to all the weaknesses of his poem. Τhe merit of a first attempt is not always decisive: yet Virgil’s first youthful poem shews that he cultivated his powers with incredible industry, and that no faculty expired in him through neglect. But how amiable and generous he was, is evident where he speaks from the heart: not only in the Georgics, and in all his pictures of pure still life; in the epigram on Syron’s (così, in vece di Sciron’s) Villa: it is no less visible in his way of introducing those great spirits that beam in Roman story. (29-30. 1829.)

Alla p. 4316. Ben d’altra qualità e d’altro peso è la congettura del Niebuhr fondata in profondissima dottrina, e scienza dell’antichità, that the Teucrians and Dardanians, Troy and Hector, ought perhaps to be considered as Pelasgian:... that they were not Phrygians was clearly [4448] perceived by the Greek philologers, who had even a suspicion that they were no barbarians at all. (loc. cit. p. 4431. fin., sezione intitolata The Oenotrians and Pelasgians, p. 28.) Egli reca i fondamenti di questa sua propria e particolare opinione, ib. Nella sez. intit. Conclusion di quella parte della sua storia che concerne gli antichi popoli d’Italia, p. 148, ripete questa sua congettura: In the very earliest traditions they (the Pelasgians) are standing at the summit of their greatness. The legends that tell of their fortunes, exhibit only their decline and fall: Jupiter had weighed their destiny and that of the Hellens; and the scale of the Pelasgians had risen. The fall of Troy was the symbol of their story. (L’autore riguarda la guerra di Troia come un mito. Sez. intit. Aeneas and the Trojans in Latium, p. 151. Let none treat this inquiry with scorn, because Ilion too was a fable... Mythical the Trojan war certainly is...: yet it has an undeniable historical foundation; and this does not lie hid so far below the surface as in many other poetical legends. That the Atridae were Κings of the Peloponnesus, is not to be questioned.) Altrove (sez. cit. nella parentesi qui sopra, p. 160-61.) egli reca di nuovo i fondamenti di questa opinione, e mette anco innanzi un’altra sua congettura, che la tradizione della venuta d’Enea nel Lazio, dell’avervi egli fondata una colonia donde Roma derivasse, e dell’essere i romani di origine troiana, non fosse altro che un effetto ed un’espressione della national affinity esistente fra i Troiani e i Romani, in quanto questi erano, secondo l’autore, di origine in parte Pelasgica. - I Pelasghi, [4449] secondo il Niebuhr (ed una delle parti più insigni ed eminenti e più originali della sua Storia consiste nelle nuove vedute e nei nuovi lumi ch’ei reca sopra questa misteriosa razza, com’ei la chiama; e nella nuova luce in che egli l’ha posta), furono una nazione distinta, e di origine e di costumi diversa, da quella degli Elleni, che noi co’ Latini chiamiamo Greci; e nel tempo medesimo grandemente affine: e parlarono una lingua peculiar and not Greek, e nondimeno grandemente affine alla greca; più affine della Latina, il cui elemento affine al linguaggio greco, quello elemento which is half Greek sembra, dice il Niebuhr, unquestionable che sia d’origine pelasgica. Tuttavia Pelasghi e Greci non s’intendevano insieme, come non s’intendono italiani e francesi ec. (p. 23, e passim). (31. Gen. 1. Feb. 1829.). V. p. 4519.

A viver tranquilli nella società degli uomini, bisogna astenersi non solo dall’offendere chi non ci offende, cosa ordinaria; ma eziandio, cosa rarissima, dal proccurare (dal cercare) che altri ci offenda. - Desiderio sincero di viver tranquilli nella società degli uomini, rarissimi sono che l’hanno veramente: avendolo, il conseguire l’effetto è cosa molto più facile che non si crede. (1. Feb. 1829.)

Tutti, cominciando dal Pindemonte nella sua Epistola, hanno biasimato l’introduzione di Ettore e delle cose troiane nel Carme dei Sepolcri; e tutti leggono quell’episodio con grande interesse, e segretamente vi provano un vero piacere. Certo, quell’argomento è rancido; ma appunto perch’egli è rancido, perchè la nostra acquaintance con quei personaggi dàta dalla nostra fanciullezza, essi c’interessano sommamente, c’interessano in modo, che non sarebbe possibile, sostituendone degli altri, [4450] produrre altrettanto effetto. (1. Feb. 1829.)

Della lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa (ma più efficace impressione è quella de’ versi), si può, e forse meglio, (anche in questi sì prosaici tempi) dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così dire; e ci accresce la vitalità. Ma rarissimi sono oggi i pezzi di questa sorta. (1. Feb. 1829.). Nessuno del Monti è tale.

ἀκμὴν p. ἕτι. V. Orelli (loc. cit. p. 4431.) tom. 2. Lips. 1821. p. 529-30.

Grus (grue) - spagn. grulla, quasi grucula o gruicula. - Sol - soleil, quasi soliculus. - Legnaiuolo, armaiuolo ec. quasi lignariolus e simili. (2. Feb. 1829.)

Mirado (ammirato) per maravigliato; en la noche callada per tacente. Francisco de Rioja, Cancion (cioè sobre) las ruinas de Itálica, strofa ultima.

Chi non sa circoscrivere, non può produrre. La facoltà della produzione è scarsa o nulla in quell’ingegno dove le altre facoltà sono troppo vaste e soprabbondano. (3. Feb. 1829.). Vedi la pag. 4484.

Niebuhr (loc. cit. p. 4431. fine) sezione intitolata Beginning and Nature of the Earliest History, p. 216. segg. The greater is the antiquity of the legends: (dei miti ec. intorno ai fatti dei re di Roma, e ai primi tempi della città): their origin goes back far beyond the time when the annals (gli annali pontificali di Roma) were restored (furono rinnovati, dopo che gli antichi annali erano periti nell’incendio di Roma al tempo della presa della città fatta dai Galli). That they were transmitted from generation to generation in lays, that their contents cannot be more authentic than those of any other poem on the deeds of ancient times which is preserved by song, is not a new notion. A century and a half will soon have elapsed, since Perizonius (not. 627. In [4451] his Animadversiones Historicae, c. 6.) expressed it, and shewed that among the ancient Romans it had been the custom at banquets to sing the praises of great men to the flute; (not. 628. The leading passage in Tusc. Quaest. IV. 2. Gravissimus auctor in Originibus dixit Cato, morem apud majores hunc epularum fuisse, ut deinceps, qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes. Cicero laments the loss of these songs; Brut. 18. 19. Yet, like the sayings of Appius the blind, they seem to have disappeared only for such as cared not for them. Dionysius knew of songs on Romulus [ὡς ἐν τοῖς πατρίoiς ὕμνοις ὑπò ῾Pωμαίων ἕτι καὶ νῦν ᾄδεται, dice Dionisio 1. 79. della nota favola circa la nascita di Romolo e Remo, e la vendetta da loro presa di Amulio]) a fact Cicero only knew from Cato, who seems to have spoken of it as an usage no longer subsisting. The guests themselves sang in turn; so it was expected that the lays, being the common property of the nation, should be known to every free citizen. According to Varro, who calls them old, they were sung by modest boys, sometimes to the flute, sometimes without music. (not. 629. In Nonius II. 70. stessa voce: (aderant) in conviviis pueri modesti ut cantarent carmina antiqua, in quibus laudes erant majorum, assa voce, ei cum tibicine.) The peculiar function of the Camenae was to sing the praise of the ancients; (not. 630. Fest. Epit. v. Camenae, musae, quod canunt antiquorum laudes.) and among the rest those of the kings. For never did republican Rome strip herself of the recollection of them, any more than she removed their statues from the Capitol: in the best times of liberty their memory was revered and celebrated. (not. 631. Ennius [4452] sang of them, and Lucretius mentions them with the highest honour.).

We are so thoroughly dependent on the age to which we belong, we subsist so much in and through it as parts of a whole, that the same thought is at one time sufficient to give us a measure for the acuteness, depth, and strength of the intellect which conceives it, while at another it suggests itself to all, and nothing but accident leads one to give it utterance before others. Perizonius knew of heroic lays only from books; that he should ever have heard of any then still current, or written down from the mouth of the common people, is not conceivable of his days: he lived long enough to hear, perhaps he heard, but not until a quarter of a century had passed since the appearance of his researches, how Addison (sic) roused the stupefied senses of his literary contemporaries, to join with the common people in recognizing the pure gold of poetry in Chevychase (v. Τhe Speciator’s n. 70.74.) For us the heroic lays of Spain, Scotland, and Scandinavia, had long been a common stock: the lay of the Niebelungen had already returned and taken its place in literature: (l’autore, p. 196. the German national epic poem, the Niebelungen lay.) and now that we listen to the Servian lays, and to those of Greece, (raccolti da Fauriel, che l’autore cita più volte), the swanlike strains of a slaughtered nation; now that every one knows that poetry lives in every people, until metrical forms, foreign models, the various and multiplying interests of every-day life, general dejection or luxury, stifle it so, that of the poetical spirits, still more than of all others, very few find vent: while on the contrary spirits without poetical genius, but with talents so analogous to it that they may serve as a [4453] substitute, frequently usurp the art; now the empty objections that have been raised no longer need any answer. Whoever does not discern such lays in the epical part of Roman story, may continue blind to them: he will be left more and more alone every day: there can be no going backward on this point for generations.

One among the various forms of Roman popular poetry was the nenia, the praise of the deceased, which was sung to the flute at funeral processions, (not. 632. Cicero de legib. II. 24.) as it was related in the funeral orations. We must not think here of the Greek threnes and elegies: in the old times of Rome the fashion was not to be melted into a tender mood, and to bewail the dead; but to pay him honour. We must therefore imagine the nenia to have been a memorial lay, such as was sung at banquets: indeed the latter was perhaps no other than what had been first heard at the funeral. And thus it is possible that, without being aware of it, we may possess some of these lays, which Cicero supposed to be totally lost: for surely a doubt will scarcely be moved against the thought, that the inscriptions in verse (not. 633. On the coffin of L. Barbatus the verses are marked and made apparent by lines to separate them: in the inscription on his son they form an equal number of lines, and may be recognized with as much certainty as in the former from the great difference in the length of them) on the oldest coffins in the sepulcre of the Scipios are nothing else than either the whole nenia, or the beginning of it [4454] (not. 634. The two following inscriptions are of this kind: I transcribe them, because it si probable many of my readers never saw them.

Cornélius Lúcius Scípio Barbátus,

Gnáivo (patre) prognátus, fortis vír sapiénsque,

Quoius fórma vírtuti paríssuma fuit,

Consúl, Censor, Aédilis, qúi fuit apúd vos:

Taurásiam, Cesáunam, Sámnio cépit,

Subicit omnem Lúcánaam, (cioè Lucaniam)

Obsidésque abdúcit.

The second is:

Hunc únum plúrimi conséntiunt Románi

Duonórum optumum fúisse virúm,

Lúcium Scipiónem, fílium Barbáti.

Consúl, Censor, Aédilis, híc fuit apúd vos.

Hic cépit Córsicam, Alériamque úrbem

Dédit tempestátibus aédem mérito.

I have softened the rude spelling, and have even abstained from marking that the final s in prognatus, quoius, and the final m in Taurasiam, Cesaunam, Aleriam, optumum, and omnem, was not pronounced. The short i in Scipio, consentiunt, fuit, fuisse, is suppressed, so that Scipio for instance is a disyllable; a kind of suppression of which we find still more remarkable instances in Plautus. In the inscription of Barbatus, v. 2, patre after Gnaivo is beyond doubt an interpolation: and in that on his son, v. 6, it is to be observed that the last syllable [4455] of Corsicam is not cut off.) These epitaphs present a peculiarity which characterizes all popular poetry, and is strikingly conspicuous above all in that of modern Greece. Whole lines and thoughts become elements of the poetical language, just like single words: they pass from older pieces in general circulation into new compositions; and, even where the poet is not equal to a great subject, give them a poetical colouring and keeping. So Cicero read on the tomb of Calatinus: hunc plurimae consentiunt gentes populi primarium fuisse virum: (not. 635. Cicero de Senectute 17.) we read on that of L. Scipio the son of Barbatus: hunc unum plurimi consentiunt Romani bonorum optumum fuisse virum.

The poems out of which what we call the history of the Roman Κings was resolved into a prose narrative, were different from the nenia in form, and of great extent; consisting partly of lays united into a uniform whole, partly of such as were detached and without any necessary connexion. The history of Romulus is an epopee by itself: on Numa there can only have been short lays. Tullus, the story of the Horatii, and of the destruction of Alba, form an epic whole, like the poem on Romulus: indeed here Livy has preserved a fragment of the poem entire, in the lyrical numbers of the old Roman verse. (not. 636. The verses of the horrendum carmen I. 26.

Duúmviri pérduelliónem júdicent.

Si a duúmviris provocárit,

Provocátióne certáto:

Si víncent, caput óbnúbito:

[4456] Infélici arbore réste suspéndito:

Vérberato íntra vel éxtra pomoérium.

The description of the nature of the old Roman versification, and of the great variety of its lyrical metres, which continued in use down to the middle of the seventh century of the city, and were carried to a high degree of perfection, I reserve, until I shall publish a chapter of an ancient grammarian on the Saturnian Verse, which decides the question.) On the other hand what is related of Ancus has not a touch of poetical colouring. But afterward with L. Tarquinius Priscus begins a great poem, which ends with the battle of Regillus; and this lay of the Tarquins even in its prose shape is still inexpressibly poetical; nor is it less unlike real history. The arrival of Tarquinius the Lucumo at Rome: his deeds and victories; his death; then the marvellous story of Servius; Tullia’s impious nuptials; the murder of the just king; the whole story of the last Tarquinius; the warning presages of his fall; Lucretia; the feint of Brutus; his death; the war of Porsenna; in fine the truly Homeric battle of Regillus; all this forms an epopee, which in depth and brilliance of imagination leaves every thing produced by Romans in later times far behind it. Κnowing nothing of the unity which characterizes the most perfect of Greek poems, it divides itself into sections, answering to the adventures in the lay of the Niebelungen: and should any one ever have the boldness to think of restoring it in a poetical form, he would commit a great mistake in selecting any other than that of this noble work (del poema of the Niebelungen).

[4457] These lays are much older than Ennius, (not. 637.

-Scripsere alii rem

Versibu’ quos olim Fauni vatesque canebant:

Quom neque Musarum scopulos quisquam superarat,

Nec dicti studiosus erat.

Horace’s annosa volumina vatum may have been old poems of this sort: though perhaps they are also to be understood of prophetical books, like those of the Marcii; which, contemptuously as they are glanced at, were extremely poetical. Of this we may judge even from the passages preserved by Livy (ΧΧV. 12.): Horace can no more determine our opinion of them than of Plautus.) who moulded them into hexameters, and found matter in them for three books of his poem; Ennius, who seriously believed himself to be the first poet of Rome, because he shut his eyes against the old native poetry, despised it, and tried successfully to suppress it. Of that poetry and of its destruction I shall speak elsewhere: here only one further remark is needful. Ancient as the original materials of the epic lays unquestionably were, the form in which they were handed down, and a great pary of their contents, seem to have been comparatively recent. If the pontifical annals adulterated history in favour of the patricians, the whole of this poetry is pervaded by a plebeian spirit, by hatred toward the oppressors, and by visible traces that at the time when it was sung there were already great and powerful plebeian houses. The assignments of land by Numa, Tullus, Ancus, and Servius, are [4458] in this spirit: all the favorite Κings befriend freedom: the patricians appear in a horrible and detestable light, as accomplices in the murder of Servius: next to the holy Numa the plebeian Servius is the most excellent Κing: Gaia Cecilia, the Roman wife of the elder Tarquinius, is a plebeian, a Κinswoman of the Metelli: the founder of the republic and Mucius Scaevola are plebeians: among the other party the only noble characters are the Valerii and Horatii; houses friendly to the commons. Hence I should be inclined not to date these poems, in the form under which we know their contents, before the restoration of the city after the Gallic disaster at the earliest. Τηis is also indicated by the consulting the Pythian oracle. The story of the symbolical instruction sent by the last Κing to his son to get rid of the principal men of Gabii, is a Greek tale in Herodotus: so likewise we find the stratagem of Zopyrus repeated (dal figlio di Tarquinio a Gabii): (anche la storia di Muz. Scev. è greca, cosa non notata dall’autore neppure a suo luogo, e da me osservata altrove; e greche sono quelle tante raccolte da Plutarco nel libro da me citato altrove in tal proposito) we must therefore suppose some knowledge of Greek legends, though not necessarily of Herodotus himself. (5-8. Feb. 1829.)

Alla p. 4359. Niebuhr (loc. cit. p. 4431. fin.) sezione intitolata The Beginning of the Republic and the Treaty with Carthage, not.1078. p. 456-7. Τηis play (the Brutus of L. Attius) was a praetextata, the noblest among the three kinds of the Roman national drama; all which assuredly, and not merely the Atellana, might be represented by wellborn Romans without risking their franchise. [4459] The praetextata merely bore an analogy to a tragedy: it exhibited the deeds of Roman Κings and generals (Diomedes III. p. 487. Putsch.); and hence it is self-evident, that at least it wanted the unity of time of the Greek tragedy; that it was a history, like Shakspeare’s. I have referred above (p. 431.) to a dialogue between the Κing (Tarquinio superbo) and his dream-interpreters in the Brutus (dialogo citato da Cic. de Divinat. I. 22.), the scene of which must have lain before Ardea: the establishment of the new government (del governo repubblicano a Roma), which must have been the occasion of the speech, qui recte consulat, consul siet (nel Brutus: parlata citata da Varrone de L. L. IV. 14. p. 24.), occurs at Rome: so that the unity of place is just as little observed. The Destruction of Miletus by Phrynichus and the Persians of Aeschylus were plays that drew forth all the manly feelings of bleeding or exulting hearts, and not tragedies: for the latter the Greeks, before the Alexandrian age, took their plots solely out of mythical story. It was essential that their contents should be known beforehand: the stories of Hamlet and Macbeth were unknown to the spectators: at present parts of them might be moulded into tragedies like the Greek; if a Sophocles were to rise up. (8. Feb. Domenica. 1829.)

Albino, antico autore, ap. Macrob. II. 16. Stultum sese brutumque faciebat. (Bruto l’antico). Si faceva, cioè si fingeva. Vecchissimo italianismo del latino. V. Forcell. ec. (8. Feb. Domenica. 1829.)

Storie o storielle trasportate da una nazione a un’altra. Vedi la pag. precedente, lin.10-17. (8. Feb. Domenica. 1829.)

[4460] Affatto greco è l’uso che noi abbiamo di parecchi aggettivi neutri in significato di sostantivi astratti: lo scarso (τὸ σπάνιον) per la scarsità, il caro per la carestia o la carezza, e simili. Uso tutto italiano, cioè non comune, che io mi ricordi, alle lingue sorelle; nè potuto derivare dal latino, al quale, pel difetto che ha di articoli, sarebbe mal conveniente. (11. Feb. 1829.)

Svariato per vario.

Gnaivus per Gnaeus. Vedi la pag.4454. lin. 4. - Achivus p. Achaeus (ἀχαῖoς) è certamente da un ᾽Aχεῖoς, come Argivus da ᾽Aργεῖoς.

Sinizesi. Dittonghi ec. Elisione dell’m finale in latino. Vedi la pag.4454. lin.17. segg. V. p. 4465.

Gli antichissimi scrivevano fut, fusse per fuit, fuisse. Vedi la pag. 4454. lin.20. Quindi anche fussem ec. per fuissem. E certamente così anco pronunziavano. Or questa antichissima pronunzia si è conservata nell’italiano: fu (fut. Anche in franc. fut) fusti, fuste, fummo (fumus per fuimus: franc. fίtes, fίmes), fussi ec. pronunzia de’ nostri antichi scrittori, ed oggi del popolo di più parti d’Italia, e del toscano costantemente. (15. Febb. Domenica. 1829.)

Alla p. 4356. Dionisio d’Alicarnasso (vedi la p. 4451. lin.9.), chiama inni gli antichi canti epici de’ Romani in lode de’ loro eroi.

Alla stessa pag. lin. ult. Gli antichi poemi epici de’ Romani non consistevano che in pezzi, in canti, di argomenti diversi, benchè coincidenti in un solo fino ad un certo segno. Così il poema epico antico nazionale tedesco, the lay of the Niebelungen. Vedi di sopra il pensiero che comincia p. 4450. capoverso ult. e specialmente le pagg. 4455.4456.

[4461] Alla p. 4413. E vedi, a tal proposito, particolarmente la pag. 4356. capoverso 1. Gli antichi canti nazionali e poemi epici de’ Romani, epici per l’argomento e la forma, erano in metri lirici. Vedi il pensiero citato nella pag. preced. capoverso ult., e specialmente la p. 4455. e la seguente. Anche il poema della guerra punica di Nevio (libri o carmen belli punici) era in versi lirici di diverse misure, come può vedersi ne’ frammenti di esso poema appresso Hermann, Elementa doctrinae metricae, III. 9. 31. p. 629. sqq. (Niebuhr, Stor. rom. p. 162. not. 507. p. 176., not. 535.). (16. Febbraio. 1829.)

Nelle razionali speculazioni circa la natura delle cose, è da aver sempre avanti gli occhi questo assioma importantissimo: che dal vedere che da certe disposizioni poste dalla natura in certi esseri, facilmente e frequentemente (o anche sempre) nascono certe qualità; che certe qualità, pur date dalla natura, facilmente e frequentemente ricevono certe modificazioni; che certe cause facilmente e spesso producono certi effetti; dal vedere, dico, queste cose, non si può dedurre che ciò segua naturalmente; che quelle qualità, quelle modificazioni, quegli effetti sieno voluti dalla natura; che la intenzione della natura sia stata che essi avessero luogo, allorchè ella pose in quegli esseri quelle disposizioni, qualità o cause. Se uno fa una spada e un altro se ne serve a fettare il pane, non segue che l’intenzione del fabbricatore fosse che quello strumento fettasse il pane, benchè quella spada possa servire, e benchè serva attualmente, a quest’uso. Infiniti sono i disordini nel corso delle cose, non solo possibili, ma facilissimi ad accadere; moltissimi tanto facili, [4462] che quasi sono certi ed inevitabili: nondimeno son disordini manifesti, nè si possono attribuire ad intenzione della natura. Per un esempio fra mille: niente è più facile nè più frequente in certe specie di animali, che il veder le madri o i padri mangiarsi i propri figliuoli, bersi le proprie uova o quelle della compagna. Questo disordine orribile, che fa fremere, tende dirittamente e più efficacemente d’ogni altro alla distruzione della specie: è impossibile attribuire ad intenzione della natura, la cui tendenza continua alla conservazione delle specie esistenti, è una delle cose più certe che di lei si possono affermare, e che in lei sembrino manifestarci un’intenzione; attribuirle dico un disordine per cui il produttore stesso distrugge il prodotto, il generante il generato. Se la natura procedesse intenzionalmente in tal modo, già da gran tempo sarebbe finito il mondo. Da queste considerazioni segue, che per quanto il fenomeno dell’incivilimento dell’uomo sia possibile ad accadere; per quanto, considerate le disposizioni e le qualità poste in noi dalla natura e costituenti l’esser nostro, esso fenomeno possa parer facile, inevitabile; per quanto sia comune; noi non abbiamo il diritto di giudicarlo naturale, voluto intenzionalmente dalla natura. Grandissimi e vastissimi avvenimenti, fecondi di conseguenze sommamente moltiplici, importantissime, possono aver luogo a mal grado, per così dire, della natura. (16. Febb. 1829.) V. p. 4467. 4491.

L’autore anonimo della vita d’Isocrate pubblicata dal Mustoxidi nella Συλλογὴ ἑλλενικῶν ἀνεκδóτων, Venez. 1816. τετράδιον (quaderno 3); e ristampata dall’Orelli loc. cit. p. 4431., t. 2. Lips. 1821. - p. 10. del τετράδιον, ed. Mustox.; p. 5. ed. Orell. - λέγομεν δὲ ἡμεῖς ἀπολογούμενοι, ὅτι μάλιστα μὲν οὐδὲν [4463] τοῦτο ποιεῖ (e’ non fa nulla, il ne fait rien) εἰ εἶχε μετά τὴν τελευτὴν τῆς γυναικòς ταύτην παλλακίδα (᾽Iσοκrάτης). ἔπειτα λέγομεν, ὅτι κ. τ. λ. L’Orelli, l.c., p. 525. fa questa nota: ὅτι μάλιστα μὲν οὐδὲν τοῦτο ποιεῖ i.e. hoc nullius fere vel perquam exigui momenti est. ut nos dicimus: es macht nichts pro es hat nichts zu sagen, es hat nicht viel auf sich. (17. Feb. 1829.)

Meride nell’᾽Aττικιστὴς. Γέλοιον, βαρυτóνως, ἀττικῶς. γελοῖoν, περισπωμένως, ἑλληνικῶς. E così sogliono i grammatici antichi, non solo in generale, ma anche ne’ casi particolari, distinguere costantemente dall’attico al greco comune, e riconoscere l’esistenza del secondo. (17. Feb. 1829.)

Rufino nella version latina dell’Enchiridion o Annulus aureus che porta il nome di Sesto o Sisto, num. 372. ed. Orell., loc. cit. p. 4431., t. I. p. 266. Quod fieri necesse est, voluntarie sacrificato. Nè il Forcell. nè il Du Cange non hanno esempio di sacrificare, sacrificium ec. in questo senso metaforico, sì comune nelle lingue figlie, specialmente nel francese. (17. Feb. 1829.)

S. Nilo vesc. e mart. Κεϕάλαια ἣ παραινέσεις Capita seu praeceptiones sententiosae, num. 199., ed. Orell. ib. p. 346. Λύχνῳ πρòς τάς πράξεις τῷ συνειδóτι (conscientia) κέχρησο∙ τοῦτο γὰρ σοι ποίας (p. τινὰς: quali-quali: italianismo) μὲν ὲν βίῳ ἀγαϑὰς (scil. πράξεις), ποίας δὲ πονηρὰς ὑποδείκνυσιν. (17. Feb. 1829.)

Il medesimo ap. Io. Damasc. Parallel. Sacr., Opp. ed. Lequien. t.2. p. 419. et ap. Orell. ib. p. 362. lin.6. σαρκίον per σάρκα, carne, cioè corpo (σωμάτιον, all’uso stoico.). (17. Feb. 1829.)

[4464] Lysis in Epistola ad Hipparchum p. 52. edit. Epistolarum Socratis et Socraticorum, Pythagorae et Pythagoreorum, Io. Conr. Orellii, Lips. 1815. ῞Oσιον κἀμὲ μνᾶσϑαι τοὐ τήνου (Πυϑαγóρου) ϑείων καὶ σεμνῶν παραγγελμάτων, μηδὲ κοιν. ποιῆσϑαι τὰ σοϕίας ἀραϑὰ τοῖς οὐδ᾽ ὄναρ (nemmen per sogno per in niun modo, niente affatto) ρὰν ψυχὰν κεκαϑαρμένοις (Orell. ib. p. 600.). (18. Febbr. 1829.). V. p. 4470.

Alla p. 4165. Così Callimaco, oὕτω καὶ σύ γ᾽ ἰών, nel noto epigramma sopra il tor moglie di condizione pari, verso ult. Vedilo nell’Orelli ib. p. 176. e le note a quel luogo, ib. p. 555., e del Menag. ad Laert. ec., e nelle opp. di Callimaco. Il luogo di Teone citato nel pensiero a cui questo si riferisce, conferma la lezione σύ γ᾽ ἰών per σύ Δίών, ed è qui assai notabile e prezioso. - Così noi diciamo anche andamenti, procedimenti, per azioni, o per modi di operare, di governarsi. ec. (18. Febbr. 1829.)

Gratari - gratulari. Trembler (tremulare). Alla p. 4431. Tucidide, nel proemio, chiama gli storici λογογράϕους. Λογογραϕέω è usato per iscrivere istoria, narrare, raccontare; λογογραϕία per historiae scriptio; ἡ λογογραϕικὴ da Eustazio per prosa, soluta oratio; ed anche λογογράϕος si dice semplicemente per prosatore. Λογοποιòς per istorico da Senofonte. Συγγράϕω pur si dice particolarmente per διεγεῖσϑαι, cioè ne’ significati qui sopra detti di λογογραϕέω. Isocrate nell’epilogo del πρóς Nικoκλέα, distingue espressamente τὰ ποιήματα e τὰ συγγράμματα (τὰ συμβουλεύoντα καὶ τῶν ποιημάτων καὶ τῶν συγγραμμάτων ec.); ed Ammonio de Diff. Vocab. definisce il σύγγραμμα così: ὁ δίχα μέτρου λóγος, ὁ προσαγορευóμενος πεζóς. Appunto come se τὰ ποιήματα non fossero συγγεγραμμένα, cioè scritti; o come se συγγράϕειν non valesse [4465] anche, come vale, semplicemente scrivere, conscribere. Συγγραϕεὺς per istorico passim: συγγραϕεῖς poeti e scrittori, cioè prosatori, passim, e in Laerz. VI. 30. συγγραϕὴ per istoria, narrazione, opera o composizione istorica, ap. Pausan. (μέγα οὐδὲν ὲς συγγραϕὴν παρεχομένη - πóλις -) e specialmente Arriano (Alexand. praef. 5. συγγραϕὴ: I. 12. 7. IV. 10. 2. V. 4. 4. V. 6. 12. VI. 16. 7. VII. 30. 7. Indic. 19. 8. ξυγγραϕὴ). Καταλογάδην prosa oratione, prosaice. Plutar. Καὶ τῶν ὲμμέτρων ποιημάτων, καὶ τῶν καταλογάδην συγγραμμάτων: Isocr. nell’esord. o προοίμιον dell’ad Nicocl.. (Scapula, Tusano, Budeo: i quali non citano Arriano; e il solo Tusano Ammonio, ad altro oggetto, e non riporta le parole.). (19. Febbr. 1829.)

Alla p. 4440. (la quale, del resto, è anch’essa d’imaginazione, come ho detto altrove, ec.). (19. Feb. 1829.)

ϕóρτος-ϕoρτίoν.

Tardivo (ital.) - tardío (spagnuolo.).

Segnalato, señalado, signalé, per degno di essere segnalato, cioè notato; notevole.

Alla p. 4460. In the epitaph of L. Cornelius Scipio Barbatus, Lucanaa - The doubling the vowel belongs to the Oscan and old Latin: in the Julian inscription of Bovillae we find leege. Niebuhr, sezione intitolata The Sabines and Sabellians, not.248. p. 72-3. (24. Feb. 1829.)

Alla p. 4442. Verano spagn. non è altro che vernum: verno per verno tempore o vere è assai frequente anche nel buon latino (Forcell.). Secondo l’Amati, nel Giornale arcad. tom. 39., 3zo del 1828, p. 240. l’appellazione di preivernum o privernum (oggi Piperno, antica città de’ Volsci), tiensi per gli uomini più istruiti di fabbrica latina; da preimum, o primum, e vernum, sottinteso tempus: essendo la posizione del paese, in monti aprici e non molto elevati, [4466] attissima ad anticipata primavera. (24. Feb. 1829.)

Primavera, cioè primum ver o vernum, pel semplice ver. Anche questo è d’antichissimo uso latino. Vedi il pensiero precedente, e il Forcell. in Ver. (24. Feb. 1829.)

Alla p. 4437. Ben sono frequentissimi gli esempi di tal genere, non solo quanto a voci, inflessioni e simili, non proprie della lingua scritta, e solamente volgari, ma quanto a sintassi e dicitura affatto sgrammaticata, anzi strana, nelle iscrizioni di gente popolare, sì greche, e sì massimamente latine; come è fra le mille, quella ritrovata in Ostia, e pubblicata ultimamente dall’Amati. Giorn. arcad. t. 39., 3zo del 1828., p. 234.

Hic iam nunc situs est quondam praestantius ille

Omnibus in terris fama vitaque probatus

Hic fuit ad superos felix quo non felicior alter

Aut fuit aut vixit simplex bonus atque beatus

Nunquam tristis erat laetus gaudebat ubique

Nec senibus similis mortem cupiebat obire

Set timuit mortem nec se mori posse putabat

Hunc coniunx posuit terrae et sua tristia flevit

Volnera quae sic sit caro biduata marito.

Vivo specchio del dir di Democrito, e di quel che, secondo ogni verisimiglianza, furono le prime prose greche. E quell’altra, edita dal med. ib. p. 236-7. Dis manibus Meviae Sophes C. Maenius (sic) Cimber coniugi sanctissimae et conservatrici desiderio spiritus mei quae vixit mecum an. ΧIΧ. menses III. dies ΧIII. quod vixi cum ea sine querella nam nunc queror aput manes eius et flagito Ditem aut et me reddite coniugi meae quae mecum vixit tan concorde [4467] ad fatalem diem. Mevia Sophe impetra si quae sunt manes ni (cioè ne) tam scelestum discidium experiscar diutius. Hospes ita post obitum sit tibe terra levis ut tu hic nihil laeseris aut si quis laeserit nec superis comprobetur nec inferi recipiant et sit ei terra gravis. (24. Feb. 1829.)

Alla p. 4354. Probabilissimamente nella primitiva e vera scrittura, nella quale le vocali oggi dette lunghe, erano veramente doppie, cioè 2 vocali brevi, in tali casi si scriveva omettendo la 2da breve: p. es. in vece d’ἐγὼ ἀρξάμενος si scriveva ἐγo ἀρξάμενος, ovvero ἐγo᾽ ἀρξάμενος, giacchè la scrittura ordinaria di ὲgὼ era ἐγo᾽, di ἤδη ἐέδεε ec. In somma le vocali ora dette lunghe, eran veri dittonghi, due suoni brevi; l’uno de’ quali si poteva elidere ec. (25. Febbr. 1829.). V. p. 4469.

Alla p. 4403. Senofonte nell’Anabasi, al principio dei libri 2. 3. 4. 5. 7., riepiloga brevissimamente tutto il narrato prima, e dice: queste cose ὲν τῷ πρóσϑεν (lib.2 ἕμπρσϑεν) λóγῳ δεδήλωται, cioè, non già nel libro precedente, il quale non contiene tutta quella narrazione ch’egli dice ed epiloga (e la divisione dell’Anabasi in libri forse è più recente di Senofonte), ma nella parte precedente di questa istoria, appunto come è usato λόγος da Erodoto. Il Leunclavio male traduce, lib.2. e 3. superiore libro, men male lib.4. superioribus commentariis, bene lib.5. hactenus hoc commentario, e lib. 7. superiore commentario. Il lib. 6. comincia ex abrupto come il primo, e senza epilogo, nè proemio di sorta. (25. Feb. 1829.)

Alla p. 4462. E già le destinazioni, le cause finali della natura, in molte anco di quelle cose in cui è manifesta la volontà intenzionale di essa natura come loro autrice, o non si possono indovinare, o sono (se pur veramente vi sono) affatto diverse e lontane da quelle che parrebbono dover essere. Per un esempio [4468] a che servono in tante specie d’animali quegli organi che i naturalisti chiamano rudimenti, organi imperfetti, incoati solamente, ed insufficienti all’uso dell’animale; in certe specie di serpenti due, in altri quattro piedicelli, che non servono a camminare, anzi non toccano nè pur terra, benchè sieno accompagnati da tutto l’apparato per camminare, cioè pelvi, scapule, clavicole, e simili cose? in certe specie di uccelli, ale che non servono per volare? e così discorrendo. Il sig. Hauch, professore di storia naturale in Danimarca, in una sua dissertazione “Degli organi imperfetti che si osservano in alcuni animali, della loro destinazione nella natura, e della loro utilità riguardo la storia naturale”, composta in italiano, e pubblicata in Napoli 1827. (Giorn. arcad. t. 38., 2do del 1828. p. 76-81.), crede che siffatti organi servano di nesso tra i diversi ordini di animali (p. e. quei piedicelli, tra i serpenti e le lucerte), di scalino o grado intermedio, per evitare il salto; e che essi sieno quasi abbozzi con cui la natura si provi e si eserciti per poi fare simili organi più sviluppati e perfetti di mano in mano in altri ordini vicini di animali. Non so quanto quest’oggetto, questa causa finale, possa parere utile, e degna della natura e della cosa. V. p. 4472. Ma ricevuta tale ipotesi (ch’è l’argomento e lo scopo di quel libro), vedesi quanto le cause finali della natura sarebbero in tali casi lontane da ogni apparenza, e da tutto il nostro modo di pensare. Giacchè chi di noi non tiene per evidente che i piedi sono fatti per camminare? (come l’occhio per vedere). E pure quei piedicelli con tutto il loro apparato da camminare, non sarebbero fatti per camminare, nè poco nè punto; ma per un tutt’altro fine. E in fatti non camminano; perchè vi sono insufficienti. E quelle ali non volano, benchè per altro perfettamente organizzate (Hauch: il quale nota ancora che in alcuni di quegli uccelli [4469] esse non bastano nè anche nè servono punto a bilanciarli ed aiutare il corso, come si dice di quelle dello struzzo): and so on. (26. Feb. giovedì grasso. 1829.)

Per un Discorso sopra lo stato attuale della letteratura ec. - Togliere dagli studi, togliere dal mondo civile la letteratura amena, è come toglier dall’anno la primavera, dalla vita la gioventù. (6. Marzo. 1829.)

Τῷ Bίωνι (Boristenita, filosofo) δοκεῖ μὴ δυνατòν εἶναι τοῖς πολλαῖς ἀρέσκειν, εἰ μὴ πλακoῦτα γενóμενον ἢ Θἀσιον. Dio Chrys. Orat. 66. de gloria. p. 612. ed. Reisk. Bione diceva: non è possibile piacere ai più, se tu non divieni un pasticcio o un vin dolce. (8. Marzo. Domenica. 1829.). Può servire al Galateo morale, o al Macchiavellismo.

Alla p. 4245. Di questi ἕρανοι discorre (mi pare) di proposito, e può vedersi, il Coray, Notes sur les Caractères de Τhéophraste. (8. Marzo. 1829.)

Sinizesi. V. Forcell. ec. in Suavis e simili voci.

Sperno is - aspernor aris.

Contemtus, despectus, neglectus ec. per contemnendus, contemnibilis ec. E così in italiano francese e spagnuolo. - Scitus, scite, scitulus, scitule ec. saputo, saputello ec. Alla p. 4467. E così i dittonghi. I quali altresì, quando eran fatti brevi, si doveano scrivere senza l’ultima vocale: oὔ τo’ ἀπóβλητ᾽ ἐστὶ, per oὔ τoι, come oggi si scrive. E similmente nel mezzo delle parole, i dittonghi e le vocali dette lunghe, quando eran fatte brevi, doveano scriversi semplici: o per ω, oι ec.; ε per η, ει ec. ec. (8. Marzo. 1829.)

Alla p. 4430. Similmente quei tanti motti che sotto nome di Diogene cinico si trovano nel Laerzio, e nello Stobeo, Antonio e Massimo, ed altri, raccolti dall’Orelli, loc. cit. p. 4431., t. 2. Lips. 1821.; moltissimi de’ quali si trovano attribuiti in altri luoghi ad altri diversissimi personaggi; mostrano che a Diogene si riferivano popolarmente [4470] tutti i detti mordaci, arguti ec. non solo morali o filosofici, ma qualunque. (8. Marzo. 1829.)

Il luogo del Laerz. ap. l’Orelli, loc. cit. nel pensiero preced., p. 84. num. 111. da nessuno inteso, e peggio dal Κuhnio (la cui spiegazione è data per ottima dall’Orelli, ib. p. 585-6. dove chiama questo luogo difficilissimo), secondo il quale (v. l’Orelli p. 586.) avremmo dei galli πίπτοντας ἐπὶ στóμα caduti boccone, cioè sul becco, cosa finora non mai veduta; a me par chiarissimo, e contiene una satira contro i medici (dei quali Esculapio è il dio), che finiscono di ammazzare chi cade malato. Quel πλήκτης non era gallo, ma uomo, un lottatore, non reale, ma figurato, probabilmente in cera, secondo l’uso degli antichi, specialmente poveri, in tali ἀναϑήμασι. V. un luogo analogo, e confermante questa spiegazione, ib. p. 102. n.216.; e la nota, p. 595.: anche questo luogo spetta a Diogene. Il gallo promesso da Socrate ad Esculapio, è venuto in mente al Κuhnio in questo proposito assai male a proposito, e l’ha indotto nell’errore. (9. Marzo. 1829.)

Alla p. 4464. Filone giudeo ha un luogo simile (οὐδ᾽ ὄναρ) ap. Orell. ib. t. 2. p. 116. num. 269. Del resto, v. il Forcell. ec. (9. Marzo. 1829.)

Alla p. 4437. fin. Non per ignoranza nè per negligenza, ma volutamente e a bello studio, si accostò a quel dir perplesso ec. a quella maniera democritea anzi senz’ordine o regola alcuna di frase, e ciò esageratamente e fuor di misura, l’autore di quelle cinque Διαλέξεις (Orell. Dissertationes, Fabric. Disputationes) in dialetto dorico, d’argomento morale, che si trovano appiè di parecchi mss. delle opp. di Sesto Empirico, e che furon pubblicate da E. Stefano, dal Gale, dal Fabricio, e ultimamente da Gio. Corrado Orelli (loc. cit. nella pag. qui dietro, fin.): il quale autore, certo non molto antico, ma che intese di farsi creder tale, volle usare quel modo per contraffare anche in questo l’antichità. (10. Marzo. 1829.). V. p. 4479.

[4471] Se gli scrittori conoscessero personalmente a uno a uno i lor futuri lettori, è credibile che non si prenderebbero troppa pena di proccurarsi la loro stima scrivendo accuratamente, nè forse pure scriverebbero. Il considerarli coll’immaginazione confusamente e tutti insieme, è quello che, presentandoli loro sotto il collettivo e indefinito nome e idea di pubblico, rende desiderabile o valutabile la loro lode o stima ec. (10. Marzo. 1829.)

Alla p. 4426. Notano quelli che hanno molto viaggiato (Vieusseux parlando meco), che per loro una causa di piacere viaggiando, è questa: che, avendo veduto molti luoghi, facilmente quelli per cui si abbattono a passare di mano in mano, ne richiamano loro alla mente degli altri già veduti innanzi, e questa reminiscenza per se e semplicemente li diletta. (E così li diletta poi, per la stessa causa, l’osservare i luoghi, passeggiando ec., dove fissano il loro soggiorno.) Così accade: un luogo ci riesce romantico e sentimentale, non per se, che non ha nulla di ciò, ma perchè ci desta la memoria di un altro luogo da noi conosciuto, nel quale poi se noi ci troveremo attualmente, non ci riescirà (nè mai ci riuscì) punto romantico nè sentimentale. (10. Marzo. 1829.)

Alla p. 4365. Certo, siccome la letteratura e le scienze greche, la filosofia ec., passando in Italia, furono causa che moltissime parole greche, appartenenti a tali rami, acquistassero cittadinanza latina, e di là sien divenute proprietà delle lingue moderne, non solo scritte, ma eziandio parlate; così anche la religione cristiana: e non dico delle voci tecniche della teologia, ma di tante altre voci proprie del cristianesimo traspiantate nel latino, e di là passate nelle lingue moderne (anche non figlie della latina), e in esse volgarissime d’uso, tanto che molte di loro sono sfiguratissime (o di forma o di significato) e appena lasciano scorgere la loro etimologia: come (in italiano) chiesa, clero, chierico, prete, canonico, vescovo, papa, battesimo, battezzare, cresima, eucaristia, catechismo, parroco, parrocchia, epifania, pentecoste, elemosina (limosina, limosinare ec.), accidia ec. (10. Marzo. 1829.), angelo, arcangelo, demonio, diavolo, [4472] patriarca, profeta, profezia, apostolo, martire, martirio, martìre, martoro, martoriare ec., cattolico, eretico, eresia (resia ec.), evangelo (vangelo), monaco, monastico, monasterio, eremo (ermo ec. eremita, romito, romitorio, ec.) anacoreta, mistero (trasportato anche ad ogni sorta di cose ignote, e fuor della religione), ec. Molte anche tradotte, come κατανύσσω, κατάνυξις, compungo, compunctio, prese nel senso morale; πειρασμòς tentatio; ed altre tali infinite, non pur voci, ma frasi e frasario della scrittura (gran fonte di grecismo al basso latino e alle lingue moderne) o de’ padri greci, passate nelle nostre lingue, e coll’andar del tempo applicate anco a sensi ed usi affatto profani. [6] (12. Marzo. 1829.)

Alla p. 4468. Tale osservazione potrà parere soddisfacente come spiegazione del fenomeno, non del fine di esso. (12. Marzo.)

ὲς ἴσον τῷ frammento di Archita, o sotto nome di Archita, ap. Orelli, l. c. p. 4469. fine, p. 248. lin.13. - à l’égal de. La Bruyère, e contemporanei - locuzione avverbiale, in senso di aeque ac. (12. Marzo. 1829.)

Galateo morale. Il y a des ménagements que l’esprit même et l’usage du monde n’apprennent pas, et, sans manquer à la plus parfaite politesse, on blesse souvent le coeur. Corinne, liv. 3. ch. I. 5me éd. Paris 1812. t. I. p. 92. Les Anglais sont les hommes du monde qui ont le plus de discrétion et de ménagement dans tout ce qui tient aux affections véritables. liv. 6. chap. 4. t. I. p. 281. (13. Marzo. 2do Venerdì. 1829.)

Mille piacer non vagliono un tormento. Or come può un piacere valer mille tormenti? e pure così è la vita. (14. Marzo. 1829.). Questo verso racchiude una sentenza capitale contro la vita umana, e contro chi consente a vivere, cioè tutti i viventi.

Monosillabi latini. Nix.

κέραμος-κεράμον. V. Orelli, loc. cit. qui sopra, p. 279. fine, il qual luogo, come si dice nelle note, è copiato da Aristotele.

[4473] εὐϑέως o εὐϑὺς, come luego, per dunque, però, iccirco, conseguentemente, necessariamente V. Orelli ib. p. 312. lin.8-9., e la nota p. 697. Luogo notabile. Così, spesso, colla negazione: p. e., οὐ γὰρ εἰ ec. διὰ τοῦτο εὐϑὺς κaὶ, ovvero omesso il di. τοῦτο. (23. Marzo. 1829.)

μωκάομαι, coi derivati e composti (v. Scapula in μῶκoς, e Orell. ib. p. 752. fin.) - se moquer coi derivati ec. E notisi la forma neutra passiva, ossia reciproca, dell’uno e dell’altro verbo ec. (25. Marzo. 1829.)

σκίμπους oδoς-σκίμπóδιον.

cauneas-cave ne eas.

Tenebrosus-tenebricosus. Nel dialetto popolare di Viterbo (Patrimon. di S. Pietro), menicare e trenicare, frequentativi di menare e tremare. (Orioli nell’Antologia di Firenze.)

ἁρμάτιον per ἅρμα. Procop. Hist. arcan. p. 31. ed.

Alemanni. (I Lessici e Gloss. nulla.)

῎Eπος da εἰπεῖν sembra essere stato considerato, e chiamato così, come un grado, un genere medio tra λóγoς, da λέγειν, orazione, prosa; e μέλος. (27. Marzo. 1829.)

῾Aϕὴ, ὲπαϕὴ, usati in proposito d’istrumenti musici, ap. Orell. ib. p. 292. lin.3., p. 302, lin.13. 18. 23., p. 336. lin.19. - tocco, toccare, toucher ec. nello stesso senso.

In generale la forma diminutiva (o disprezzativa o vezzeggiativa ec.) spagnuola in illo, e ico, ecillo, ecico, cillo, cico, e l’italiana in glio e chio (icchio, ecchio, acchio ec.), e la francese in il, ill; ail, aill; eil, eill ec.; sì de’ nomi, che de’ verbi (ne’ quali suol esser chiamata frequentativa), non è altro (anche nelle voci di origine non latina) che la mera latina in aculus, iculus, culus, iculare, culare, uscul. ec. contratta prima in clus, clum, iclus, clare ec. (27. Marzo. 1829.). V. p. 4486.

Fama rerum. Tac. Vit. Agric. in fine. Frase che desta un’idea [4474] vastissima, o una moltitudine di idee, e nel modo il più indefinito. Di tali frasi, e, in generale, della facoltà di esprimersi in siffatta guisa, abbondano le lingue antiche; la latina specialmente, anche più della greca: e quindi è che la prosa latina, per l’espressione e il linguaggio (non per le idee, e lo stile, come la francese) è sovente più poetica del verso, non pur moderno, ma greco; benchè il latino non abbia lingua poetica a parte. (28. Marzo. 1829.)

Monosillabi lat., opposti alle voci greche corrispondenti. Do-δί-δω-μι, dal disusato δóν.

Sufficiente detto di uomo, sufficienza ec. - ἱκανòς, ἱκανóτης ec.

Alla p. 4442. Eremo sostant. da ἐρημòς agg. sottint. τóπoς. Deserto. V. Forcell. Nulla (res) per nihil. E per via di tali sottintendimenti, infiniti altri aggettivi, non sol di tempo o luogo, ma d’ogni genere, son passati, in ogni lingua, ad essere sostantivi, in vece de’ sostantivi originali loro corrispondenti. Del resto anche il greco abbonda di tali ellissi negli aggettivi di tempo o luogo. (28. Marzo. 1829.)

Error grande, non meno che frequentissimo nella vita, credere gli uomini più astuti e più cattivi, e le azioni e gli andamenti loro più doppi, di quel che sono. Quasi non minore nè meno comune che il suo contrario. (28. Marzo. 1829.)

Tanto, inquit, melius. Fedro. - tant mieux, tant pis. Ce que les intérêts particuliers ont de commun (nella società) est si peu de chose, qu’il ne balancera jamais ce qu’ils ont d’opposé. Rousseau, Pensées, Amsterdam 1786. 1re part. p. 23. (28. Marzo. 1829.)

On n’a de prise sur les passions, que par les passions; c’est par leur empire qu’il faut combattre leur tyrannie, et c’est toujours de la nature elle-même qu’il faut tirer les instrumens propres à la régler. ib. p. 46.

Strascicare e strascinare, sono certamente frequentativi corrotti da trahere.

[4475] Alla p. 4446. Verissima osservazione, siccome l’altra analoga, p. 4459., sopra i drammi. Ma tali memorie, leggende e canti, non possono trovarsi se non in popoli che abbiano attualmente una vita e un interesse nazionale; dico vita e interesse che risieda veramente nel popolo: e però non possono trovarsi se non che in istati democratici, o in istati di monarchie popolari o semipopolari, (come le antiche e del medio evo), o in istati di lotta nazionale con gente forestiera odiata popolarmente (come, al tempo del Cid, degli spagnuoli cogli arabi), o finalmente in istati di tirannie combattute al di dentro (come nella Grecia moderna, e in più provincie ed epoche della Grecia antica e sue colonie). Ma nello stato in cui le nazioni d’Europa sono ridotte dalla fine del 18° secolo, stato di tranquilla monarchia assoluta, i popoli (fuorchè il greco) non hanno potuto nè possono avere di tali tradizioni e poesie. Le nazioni non hanno eroi; se ne avessero, questi non interesserebbero il popolo; e gli antichi che si avevano, sono stati dimenticati da’ popoli, da che questi, divenendo stranieri alla cosa pubblica, sono anche divenuti stranieri alla propria storia. Se però si può chiamare lor propria una storia che non è di popolo ma di principi. In fatti nessuna rimembranza eroica, nessuna affezione, perfetta ignoranza della storia nazionale, sì antica, sì ancora recentissima, ne’ popoli della moderna Europa. In siffatti stati, gli eroi delle leggende popolari non sono altri che Santi o innamorati: argomenti, al più, di novelle, non di poemi o canti eroici, nè di tragedie eroiche.

Quindi apparisce che il poema epico, anzi ancora il dramma nazionale eroico, di qualunque sorta, e sia classico o romantico, è quasi impossibile alle letterature moderne. Il vizio notato da Niebuhr nell’Eneide, è comune alle moderne epopee, al Goffredo particolarmente. Meglio, per questo capo, i Lusiadi; i cui fatti anco, benchè recentissimi, abbondavano di poetico popolare, per la gran lontananza, ch’equivale [4476] all’antichità, massime trattandosi di regioni oscure, e diversisime dalle nostrali. Meglio ancora l’Enriade, il cui protagonista vivea nella memoria del popolo, non veramente come eroe, ma come principe popolare.

Oltracciò quelle tradizioni di cui parla Niebuhr, dubito che possano aver luogo se non in tempi di civiltà men che mezzana (come gli omerici, quei de’ romani sotto i re, de’ bardi, il medio evo); nei quali hanno credito i racconti maravigliosi che corrono dell’antichità, e il moderno diviene antico in poco tempo. Ma in giorni di civiltà provetta, come quei di Virgilio e i nostri, l’antico, per lo contrario, divien come moderno; ed anche tra il popolo non corrono altre leggende che quelle che narransi ai fanciulli, gli uomini non ne hanno più, non pur dell’eroiche, ma di sorta alcuna; e non v’hanno luogo altre poesie fondate in narrative popolari, se non del genere del Malmantile. (29. Mar. 1829.)

Da queste osservazioni risulterebbe che dei 3 generi principali di poesia, il solo che veramente resti ai moderni, fosse il lirico; (e forse il fatto e l’esperienza de’ poeti moderni lo proverebbe); genere, siccome primo di tempo, così eterno ed universale, cioè proprio dell’uomo perpetuamente in ogni tempo ed in ogni luogo, come la poesia; la quale consistè da principio in questo genere solo, e la cui essenza sta sempre principalmente in esso genere, che quasi si confonde con lei, ed è il più veramente poetico di tutte le poesie, le quali non sono poesie se non in quanto son liriche. (29. Marzo 1829.) - Ed anco [4477] in questa circostanza di non aver poesia se non lirica, l’età nostra si riavvicina alla primitiva. - Del resto quel che della poesia epica e drammatica, è anche della storia. Che importerebbe, che impressione, che effetto farebbe al popolo di Milano, di Firenze o di Roma, se oggi un nuovo Erodoto venisse a leggergli la storia d’Italia? (30. Mar.)

Alla p. 4418. Anche qui, come in tante altre cose della nostra vita, i mezzi vagliono più che i fini. (29. Mar. 1829.)

La felicità si può onninamente definire e far consistere nella contentezza del proprio stato: perchè qualunque massimo grado di ben essere, del quale il vivente non fosse soddisfatto, non sarebbe felicità, nè vero ben essere; e viceversa qualunque minimo grado di bene, del quale il vivente fosse pago, sarebbe uno stato perfettamente conveniente alla sua natura, e felice. Ora la contentezza del proprio modo di essere è incompatibile coll’amor proprio, come ho dimostrato; perchè il vivente si desidera sempre per necessità un esser migliore, un maggior grado di bene. Ecco come la felicità è impossibile in natura, e per natura sua. (30. Marzo. 1829.)

Alla p. 4366. Quindi l’aridità, il nessun interesse, la noia delle novelle, narrazioni, poesie allegoriche, come il Mondo morale del Gozzi, la Tavola di Cebete ec. Non parlo delle personificazioni ed enti allegorici introdotti come macchine in poemi, come nell’Enriade: perchè a quelli il poeta mostra di credere veramente, come farebbe ad altri enti favolosi e fittizi, umani o soprumani ec. (30. Marzo. 1829.)

Piombato, plombé (del color del piombo), per plumbeo.

Dépiter, se dépiter.

Vouloir per potere e per dovere. V. Alberti in vouloir fine.

Errori popolari degli antichi. - Parlerò di quegli errori che furono, o si può creder che fossero, propri de’ volgari, e di quella sorta di persone [4478] che in tutte le nazioni vanno considerate come appartenenti al volgo; non già di quegli errori che il popolo ebbe comuni coi saggi; molto meno di quelli che furono proprii de’ saggi; materia che sarebbe infinita. Gli errori de’ saggi, antichi e moderni, sono innumerabili. Il popolo ha pochi errori, perchè poche cognizioni, con poca presunzion di conoscere. Oltre che la natura, voglio dir la ragione semplice, vergine e incolta, giudica spessissime volte più rettamente che la sapienza, cioè la ragione coltivata e addottrinata. E però non è raro che le genti del volgo e i fanciulli abbiano di molte cose opinioni migliori o più ragionevoli che i sapienti; e non è temerario il dire che, generalmente, nelle materie speculative e in tutte le cose il conoscimento delle quali non dipende da osservazione e da esperienza materiale, i filosofi antichi errassero dalla verità, o dalla somiglianza del vero, meno che i filosofi moderni: se non in quanto i moderni, quando scientemente e quando senza avvedersene, sono tornati in queste cose all’antico. (31. Marzo. 1829.)

On ne s’égare point parce qu’on ne sait pas, mais parce qu’on croit savoir. Rousseau, pensées, II. 219. V. p. 4502.

Il dogma dell’invidia degli Dei verso gli uomini, celebrato in Omero, e soprattutto in Erodoto e suoi contemporanei, sembra essere di origine orientale, o divulgato principalmente in oriente. Poichè esso tiene alla dottrina del principio cattivo, ed a quelle idee che rappresentavano le divinità come malefiche e terribili; dottrina e idee aliene dalla religione della Grecia a’ tempi omerici ed erodotei, come ho osservato altrove. Ed esso è l’origine de’ sacrifizi, e delle penitenze, sì comuni in oriente, quasi ignote in Grecia. L’atto di Policrate samio (ap. Erodoto) che getta in mare il suo anello per proccurare a se medesimo una sventura, non è che una penitenza. (31. Marzo. 1829.)

[4479] Scherzava sul poetar suo in questa forma: diceva ch’egli seguia Cristofaro Colombo, suo cittadino; ch’egli volea trovar nuovo mondo, o affogare. Chiabrera, Vita sua. Questo motto pare oggi una smargiassata, e ci fa ridere. Che grande ardire, che gran novità nel poetar del Chiabrera. Un poco d’imitazione di Pindaro, in luogo dell’imitazione del Petrarca seguita allora da tutti i così detti lirici. E pur tant’è: a que’ tempi questa novità pareva somma, arditissima, facea grand’effetto. Oggi par poco, e basta appena a far impressione poetica tutta la novità e l’ardire che è nel Fausto o nel Manfredo. - Può servire a un Discorso sul romanticismo. (1. Aprile. 1829.)

L’imaginazione ha un tal potere sull’uomo (dice Villemain, Cours de littérature française, Paris 1828. nell’Antolog. N.97. p. 125. in proposito del generale entusiasmo destato dai canti ossianici al lor comparire, ed anco al presente), i suoi piaceri gli sono così necessari, che, anche in mezzo allo scetticismo di una società invecchiata, egli è pronto ad abbandonarvisi ogni volta che gli sono offerti con qualche aria di novità. - Verissimo. Il successo delle poesie di Lord Byron, del Werther, del Genio del Cristianesimo, di Paolo e Virginia, Ossian ec., ne sono altri esempi. E quindi si vede che quello che si suol dire, che la poesia non è fatta per questo secolo, è vero piuttosto in quanto agli autori che ai lettori. (1. Aprile. 1829.)

Alla p. 4470. Pur quelle διαλέξεις, così imposture come sono, le quali quantunque non antichissime, pur sono certamente antiche (l’Orelli, al quale però io non consento, nelle note, p. 633, le crede anteriori a Pirrone e agli Scettici; e nella pref. del vol., scritta dopo le note, p. Χ. le stima poco posteriori al filosofo Crisippo, [4480] anzi, p. ΧI. sospetta che sieno più antiche di Crisippo e dello stesso Platone; benchè le riconosca indubitatamente per imposture nelle note, e per opera di un sofista nella pref.: e il Visconti, Mus. Pio-Clem. t.3. p. 97. ed. Mil., nelle note all’imagine di Sesto Cheronese filosofo del tempo degli Antonini, le fa pluribus seculis antiquiores (Orell.), di esso Sesto), possono ben servire a darci un’idea dell’antichissima prosa greca, a noi necessariamente sì poco nota; poichè quell’impostore, per mentir l’antichità, giudicò servirsi di un linguaggio di quella forma. Nei frammenti, sì morali e politici, e sì matematici e fisici, che portano il nome di Archita pitagorico (i quali io non so se sieno di Archita (Orell. pref. p. ΧI.), nè di quale Archita (ib. p. 672.); ma in parecchi di loro credo veder caratteri e segni certi di molta antichità), l’arte dello esprimere i pensieri in prosa, si vede non più bambina; non però adulta; ma quasi ancora fanciulla: un aggirarsi, un confondersi spesso, uno stentare (un sudare in) a darsi ad intendere, a disporre e congiungere insieme gl’incisi e i periodi. (2. Aprile. 1829.)

Stentato, stentatamente ec.

Alla p. 4438. E che altro che una diascheuasi era quella onde o libri interi, o passi e frammenti d’autori greci, dal dialetto in che erano scritti originalmente, venivano ridotti al parlar greco comune, e talora anche a qualche altro dialetto? (Orelli, ib. t.2. p. 720. fin.) cosa frequentissima. Così il moderno editore del libro περὶ τῆς τοὐ παντòς ϕύσεως che porta il nome di Ocello lucano, Rudolph (Rudolphus), crede quel libro e dorica dialecto in communem conversum (Orell. ib. p. 670. fin. p. 671. lin.9.): e in fatti, che che sia dell’autenticità, certo assai sospetta, di quel libro (Orell. ib. Niebuhr Stor. roman. ec.), la quale il Rudolph si sforza di sostenere contro il Meiners (che la combatte in Geschichte der Wissenschaften in Griechenland und Rom), certo è che, mentre il libro si legge ora in lingua comune, se ne trovano ap. Stob. (colla citazione del titolo di esso libro) alcuni passi in dialetto dorico. (Libellus περὶ τῆς τοὐ παντòς ϕύσιος etiamnum exstat integer: quanquam non Dorica dialecto qualis primum scriptus ab Ocello fuerat, ut ex fragmentis a Stob. servatis perspicue apparet: sed a Grammatico aliquo ut facilius a lectoribus intelligeretur, in κoινὴν dialectum transfusus... Loca ex hoc Ocelli libro ap. Stob. Eclog. phys. p. 44.45. (lib. I c. 24., ed. Canter.). Vide et p. 59. - Fabric. B. G. t. 1. p. 510. seq.) (2. Aprile. 1829.). Così nei florilegi di Stobeo, d’Antonio e di Massimo, e in questi ultimi due specialmente, molti frammenti di diversi autori, sono mutati dall’ionico, o da altro de’ dialetti greci, nel dir comune. (Orell. ib. p. 729. [4481] num.6., e t. 1. p. 114. lin. 26., p. 515. lin. 14-16., ec.) (2. Aprile. 1829. Recanati.)

Odio verso i nostri simili. Galateo morale. Umanità degli antichi. - Da che viene quel fenomeno sì incontrastabile, sì universale senza eccezione; che è impossibile essere spettatori di un piacer vivo, provato da altri (non solo uomini, anche animali), massime non partecipandone, senza sperimentare un irresistibile senso di pena, di rabbia, di disgusto, di stomaco? - piaceri sì morali, sì fisici. - piaceri venerei, insoffribili a vedere in altri, sì uomini, sì anche animali: insoffribili anche agli animali, sì in quei della propria specie, sì in altri. - Perchè sì spiacevole in natura la vista del piacer d’altri? - Il Casa nel Galateo prescrive che non si mangi o beva in compagnia o presenza altrui con dimostrazione di troppo gran piacere: Cleobulo ap. Laerz., notato da me altrove, che non si faccia carezze alla moglie in presenza d’altri. V. p. seg. - In fatto di donne generalmente, in fatto di galanteria, la cosa è notissima; insoffribile non solo la vista, ma i discorsi, i vanti, di fortune altrui. Il y a toujours dans les succès d’un homme auprès d’une femme quelque chose qui déplaît, même aux meilleurs [4482] amis de cet homme. Corinne, liv.10. ch. 6., t.2. p. 161. 5me édit. Paris 1812. - Può servire anco al Galateo morale - e al Trattato de’ sentimenti umani (3. Apr. 1829.) - e al pensiero sulla monofagia, massime in proposito de’ servitori ec.

Alla p. preced. (V. Orell. Opusc. graec. moral. t. 1. p. 138, e le note) e ciò è anche oggi di creanza universale, e quasi naturale. (3. Apr. 1829.)

Dal pensiero precedente apparisce (e l’esperienza lo prova) che vera amicizia difficilmente può essere o durare tra giovani, malgrado il candore, l’entusiasmo ec. proprio dell’età. E ve ne sono anche altre ragioni. Più facile assai l’amicizia tra un giovane e un vecchio o un provetto. - L’odio verso i simili, che essendo di ogni vivente verso ogni vivente, è maggiore verso quei della specie, ancor nella specie stessa è tanto maggiore, quanto un ti è più simile. - Hanno gli Ebrei in un loro libro di sentenze e detti varii (che si dice tradotto di lingua arabica, ma verisimilmente è pur di fattura ebraica) (Orell. Opusc. graec. moral. t. 2. Lips. 1821., praef. p. ΧV.), che non so qual sapiente, dicendogli uno: io ti sono amico, rispose: che potria fare che non mi fossi amico? che non sei nè della mia religione, nè vicino mio, nè parente, nè uno che mi mantenga? (sentent. 269. Apophthegm. Ebraeor. et Arabum ed. a Io. Drusio: Franequerae 1651.) - Quodam dicente, Amo te, Cur, inquit, me non amares? Non enim es ejusdem mecum religionis, nec propinquus meus, nec vicinus, nec ex iis, qui me alunt. Orell. ib. p. 506-7. (4. Apr. 1829.)

Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non passarli mai. (4. Apr. 1829.)

Moestus da moereo (moeritus, moesitus, moestus, come torreo - tostus, questus, quaestus ec.) 1. participio in us con senso neutro e presente. 2. participio aggettivato. 3. non più riconosciuto per participio. Vedi Forcell. ec. (4. Apr.). Se non è da maereor.

[4483] Alla p. 4437. (dove la sgrammaticatura continua e il balbettare, viene dall’esser gli autori forestieri, grecizzanti non greci, o dall’affettare il dir non greco, l’imitazione del linguaggio scritturale dei 70 ec.).

L’imperfetto indicativo pel congiuntivo. Se io sapeva (avessi saputo) questo, non andava (non sarei andato) ec. Ch’ogni altra sua voglia Era (sarebbe stata) a me morte, ed a lei infamia rea. Petr. Canz. Vergine bella. Anche il più che perfetto. S’io era ito ec., non mi succedeva ec. E in francese si j’étais (s’io fossi) ec. ec. - Pretto grecismo. (4. Apr. 1829.)

Ebbero anche i greci de’ libri di Mémoires secrets. Tali sono gli Aneddoti o Storia Arcana di Procopio, e gli altri mentovati dal Fabric. a questo proposito. Vedilo, B. Gr. t.6. p. 253. sqq. e specialmente p. 255. not. (n.). (4. Apr. 1829.)

Sinizesi. Dittonghi ec. Deesse dissillabo. Cesare ap. Donat. Vit. Terent.

Alla p. 4415. εἵνεκ. ἀοιδῆς ῝Hν νέoν ὲν δέλτισιν ἐμoῖς ἐπὶ γoύνασι ϑῆκa. gratia carminis Quod nuper in libellis meis (meglio mea, cioè genua) super genua posui. Batracom. v.2. 3. E la Batracomiomachia è pure una parodia omerica. Eschilo fu nel 5to sec. av. G. C., nato circa il 525. (4 Aprile. 1829.). Δέλτοι pugillares qui forma litterae Δ plicabantur: postea quivis liber. Scap.

L’interesse nell’epopea, nel dramma, non nasce dal nazionale, ma dal noto, dal familiare. Se le cose e le persone antiche e straniere ci sono (come sono in fatti) tuttavia più note, più familiari, più ricche di rimembranze che le nazionali e le moderne, anzi se le nazionali non ci sono nè familiari nè cognite; la conseguenza è chiara, quanto alla scelta dei soggetti, volendo cercare il piacere. I nazionali nostri sono i Greci, i Romani, gli Ebrei ec. coi quali siamo convissuti fin da fanciulli. (5. Aprile. Domen. di Passione. 1829.). Volendo poi mirare all’utile, è un altro affare; ma in tal caso non bisogna dimenticare quel detto della Staël (Corinne, liv. 7. ch. 2): Il (Alfieri) a voulu marcher par la littérature à un but politique: ce [4484] but était le plus noble de tous sans doute; mais n’importe, rien ne dénature les ouvrages d’imagination comme d’en avoir un. (5me édit. Paris 1812. t. I. p. 317.).

Errori popolari degli antichi. Parlerò di questi errori leggermente, come storico, senza entrare a filosofare sopra ciascuno di essi e sopra la materia a cui appartengono; cosa che mi menerebbe in infinito, e vorrebbe non un Trattatello, ma un gran Trattato. In questo secolo, stante la filosofia, e stante la liaison che hanno acquistata tutte le cognizioni tra loro, ogni menomo soggetto facilissimamente diviene vastissimo. Tanto più è necessario, volendo pur fare un libro, che uno sappia limitarsi, che attenda diligentemente a circoscrivere il proprio argomento, sì nell’idea de’ lettori, e sì massimamente nella propria intenzione; e che si faccia un dovere di non trapassare i termini stabilitisi. (Chi non sa circoscrivere, non sa fare: il circoscrivere è parte dell’abilità negl’ingegni, e più difficile che non pare. Vedi p. 4450. capoverso 6.) Altrimenti seguirà o che ogni libro sopra ogni tenuissimo argomento divenga un’enciclopedia, o più facilmente e più spesso, che un autore, spaventato e confuso dalla vastità di ogni soggetto che gli si presenti, dalla moltitudine delle idee che gli occorrano sopra ciascuno, si perda d’animo, e non ardisca più mettersi a niuna impresa. Il che tanto più facilmente accadrà, quanto la persona avrà più cognizioni e più ingegno, cioè quanto più sarà atto a far libri. (6. Aprile. 1829.). - Io non presumo con questo libro istruire, solo vorrei dilettare.

[4485] Alla p. 4429. Però io per me, se uno mi chiedesse p. e.: credi tu che ἡμέρα abbia a far nulla con dies? risponderei: non so... Oh come? che nè pure una lettera hanno comune? - Così dies e giorno, replicherei, non han comune una lettera, e pur questa voce nasce da quella. (6. Apr. 1829.)

Sinizesi, Dittonghi ec. Le contrazioni e circonflessioni de’ greci, che altro sono che sinizesi ec. ec.? (6. Apr. 1829.)

Penato per penante. Crus. volg. marchegiano.

ἴλλος - σίλλος, coi derivati ec. V. Scapula ec.

Seccare, seccatore ec. V. Scapula in Σικχóς, coi derivati.

Merlo. merlotto. Scricchiolare, scricchiolata.

Rattenuto per cauto ec. Affermi, mal affermi per fermo, mal fermo. Del Saggio sopra l’origine unica delle cifre e lettere di tutti i popoli, per M. De Paravey, Paris, 1826., Dissertazioni tre del P. Giacomo Bossi. Torino 1828. St. Reale (sic) 8° di p. 103. (11. Apr.)

Chi ha viaggiato, gode questo vantaggio, che le rimembranze che le sue sensazioni gli destano, sono spessissimo di cose lontane, e però tanto più vaghe, suscettibili di fare illusione, e poetiche. Chi non si è mai mosso, avrà rimembranze di cose lontane di tempo, ma non mai di luogo. Quanto al luogo (che monta pur tanto, che è più assai che nel teatro la scena), le sue rimembranze saranno sempre di cose, per così dir, presenti; però tanto men vaghe, men capaci d’illusione, men soggette all’immaginazione e men dilettevoli. (11. Apr. 1829. Recanati.)

La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’univer so, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica [4486] mortale di tutti gl’individui d’ogni genere e specie, ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui gli ha prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, non dà una grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine. (11. Aprile.)

Delle cognizioni enciclopediche degli antichi (massimamente greci), e del loro scrivere sopra ogni ramo dello scibile, del che altrove, possono dare un’idea, e sono un esempio, anche gli scritti di Cicerone (fra superstiti e perduti) imitatore in ciò, come in tante altre cose, de’ greci: il quale a molte delle sue opere (filosofiche, rettoriche ec.) fu mosso, non da alcuna ispirazione ὁρμὴ particolare, da impulso, da affezione verso quegli argomenti, da trovarsi aver pensato con particolarità su di essi, ma dalla sola voglia, dal desiderio (che però la morte o gli affari gl’impedirono di soddisfare) di compire il ciclo (come Niebuhr chiama quello delle opere di Aristotele) de’ suoi scritti sopra ogni dottrina enciclopedica ec. V. la pref. de Officiis. (12. Apr. 1829.)

Alla p. 4473. Così i nostri diminutivi o disprezzativi o frequentativi ec. in accio acciare [7] - uccio, ucciare (succiare - succhiare, per suggere); azzo, azzare - uzzo, uzzare; aglio agliare - uglio ugliare (plebaglia, plebacula, germoglio, germogliare ec.). Tutti dal lat. acu - ucu - lus - a - um - lare; ulus, ulare. Gli spagn. in illo, illar ec. (se non forse pochi) non vengono già dal latino in illus (quantillus, tantillus, pusillus, tigillum, pulvillus, catilla, cioè cagnuola), illare (cantillare ec.), nè ci hanno punto che fare. Anche i greci hanno in ιλλος, η, ον. Anche i franc. in ache, acher (s’amouracher, amoraculari) ec. V. p. 4496. E in âche ec.

Frequentativi o diminutivi italiani, verbi e nomi. [8] V. il pensiero precedente e suoi annessi prima e poi. Coccolone, penzolone ec. ec. (13. Apr.)

[4487] Oscillo as. freq. - Serva ancora per i miei pensieri sui verbi latini comincianti in sus, essendo da cillo e ob, interposta la s. Così oscillum ec. V. anche Forc. in obscenus; e in Obs... Os... Sus... Subs...

Alla p. 4388. E pure veggiamo che da 3 secoli che la presente ortografia italiana fu a un di presso introdotta, la pronunzia de’ parlanti è ancora la stessa: dico in chi parla bene, e la cui pronunzia fu voluta con siffatta ortografia rappresentare. Vale a dir che un Toscano parla oggidì e legge la nostra lingua com’ella sta nelle buone stampe del sec. 16., e come la scrivevano allora i corretti scrittori; eccetto gli h inutili, e non mai pronunziati, ed altre tali particolarità, che non rappresentavano la pronunzia neppur d’allora. Del resto, se quel che dice il Foscolo fosse vero, e d’altronde l’ortografia dovesse sempre star ferma, e lasciare andar la pronunzia, ne seguirebbe che prestissimo la lingua parlata e la scritta sarebbero 2. lingue affatto distinte; e la difficoltà dell’imparare a leggere sarebbe enormissima, come è già grande ai francesi inglesi ec., e maggiore senza comparazione che agl’italiani e spagnuoli. Non so che popolarità saria questa: la popolarità di quando la lingua scritta era latina, e la parlata volgare. Fatto sta che non fu ragione, non fu un principio di conservazione di stabilità, di etimologia, quel che produsse e mantenne la pessima e falsissima ortografia francese inglese ec., ma fu solo l’ignoranza e la mala abilità de’ primi che posero in iscrittura i volgari, i quali scrissero la lingua più, per così dire, in latino che in inglese ec.; e il non essersi rimediato poi a questo errore in Inghilterra in Francia ec., come si è [4488] fatto in Italia Spagna ec., anzi averlo seguitato. Le discrepanze delle nostre prime ortografie che Foscolo cita, non provano che l’inabilità di que’ primi a rappresentar la parola e la pronunzia stessa d’allora. (13. Apr.)

La vera (e naturale) perfezione dell’ortografia è che 1. ogni segno, come si pronunzia nell’alfabeto, così nella lettura sempre; 2. e nell’alfabeto esprima un suono solo. 3. non si scriva mai carattere da non pronunziarsi, nè si ometta lettera da pronunziarsi. (13. Apr.)

Alla p. 4439. Quando io mi sono trovato abitualmente disprezzato e vilipeso dalle persone, sempre che mi si dava occasione di qualche sentimento o slancio di entusiasmo, di fantasia, o di compassione, appena cominciato in me qualche moto, restava spento. Analizzando quel ch’io provava in tali occorrenze, ho trovato, che quel che spegneva in me immancabilmente ogni moto, era un’inevitabile occhiata che io allora, confusamente e senza neppure accorgermene, dava a me stesso. E che, pur confusamente, io diceva: che fa, che importa a me questo (la bella natura, una poesia ch’io leggessi, i mali altrui), che non sono nulla, che non esisto al mondo? V. p. 4492. E ciò terminava tutto, e mi rendeva così orribilmente apatico com’io sono stato per tanto tempo. Quindi si vede chiaramente che il fondamento essenziale e necessario della compassione, anche in apparenza la più pura, la più rimota da ogni relazione al proprio stato, passato o presente, e da ogni confronto con esso, è sempre il se stesso. E certamente senza il sentimento e la coscienza di un suo proprio essere e valere qualche cosa al mondo, è impossibile provar mai compassione; anche escluso affatto ogni pensiero o senso di alcuna propria disgrazia speciale, nel qual caso la cosa è notata, ma è ben distinta da ciò ch’io dico. E al detto [4489] sentimento e coscienza, come a suo fondamento essenziale, la compassione si riferisce dirittamente sempre; quantunque il compassionante non se n’accorga, e sia necessaria un’intima e difficile osservazione per iscoprirlo. Quel che si dice dei deboli, che non sono compassionevoli, cade sotto questa mia osservazione, ma essa è più generale, e spiega la cosa diversamente Ciò che dico del sentimento di se stesso, e della considerazione e stima propria, vale ancora per la speranza: chi nulla spera, non sente, e non compatisce; anch’egli dice: che importa a me la vita? Fate qualche atto di considerazione a chi si trova spregiato, dategli una speranza; una notizia lieta; poi porgetegli un’occasione di sentire, di compatire: ecco ch’egli sentirà e compatirà. Io ho provato, e provo queste alternative, e di cause e di effetti, sempre rispondenti questi a quelle: alternative attuali, o momentanee; ed alternative abituali e di più mesi, come, da città grande passando a stare in questa infelice patria, e viceversa. Il mio carattere, e la mia potenza immaginativa e sensitiva, si cangiano affatto l’uno e l’altra in tali trasmigrazioni. (Recanati. 14. Aprile. Martedì santo. 1829.)

Possibilis da possitum, secondo che ho mostrato altrove della formazione in bilis dai supini: nuova prova del sup. situm di esse. (14. Aprile.)

Lattato per latteo. E simili altri aggettivi di colori.

Lacteolus per lacteus. aggett. V. Forc. in aureolus, argenteolus ec. e negli altri aggettivi di colori.

Che l’antico bito sia un continuativo di vio as? onde viator, viaticus ec.

Vinciglio (vinculum), avvincigliare (avvinculare, altrimenti

avvinchiare, avvinghiare.).

[4490] Romoreggiare. Pavoneggiare. Atteggiare. Veleggiare. Il nostro favorare par dimostrato nel latino da favorabilis, favorabiliter, giusta il detto da me altrove della formazione in bilis dai supini de’ verbi. E così, da simili prove d’ogni genere, note generalmente o non note, altre infinite voci. E certo, che infinite voci volgari, anche radici ec., non superstiti nel latino noto, e che noi non sappiamo donde derivare, e cerchiamo forse nel settentrione ec., sieno pure e prette latine (latino scritto o solamente parlato, voglio dire non letterario), si conferma coll’osservazione d’ogni giorno. Borghesi ha trovato nelle lapidi (e dee stare nella nuova edizione del Forcell.) la voce drudus i, (17. Aprile. Venerdì Santo. 1829.) la cui origine, non che essa medesima, nessuno avrebbe cercato nell’ant. latino (18. Apr.)

Babil, babiller, babillard ec. Gaspiller, gaspillage ec. Gazouiller ec. Plumasserie, plumassier.

Observito as.

Beccare - bezzicare. Piccare - pizzicare. Piovizzicare (marchigiano), e pioviccicare (id.). Piluccare - spilluzzicare. Appiccare - appicciare, appiccicare.

Scioperato, désoeuvré. Homme répandu. (Rousseau, pensées I. 202.). Dissipé.

Erto (erectus), participio aggettivato.

Perdonare, pardonner, perdonar, voce di forma ed apparenza affatto latina e antica: per, omnino, penitus, ad extremum, come in pereo, perdo, perimo, perdomo, perduro, ec. ec. e donare cioè condonare.

I participii in us de’ verbi neutri ec. sono comprovati da quelli di forma e senso corrispondente, che hanno i medesimi verbi in italiano francese spagnuolo. Ci paiono poetichissime, ed amiamo a ripetere, moltissime frasi scritturali, che non sappiamo che significhino, anzi che rapporto abbiano quelle voci tra loro, (come l’abominazione della desolazione, ec. ec.): e ciò per quel vago, e perchè appunto non sappiamo precisare a noi stessi, e non intendiamo se non confusissimamente e in generalissimo, che cosa si voglian dire. (19. Aprile. Pasqua.)

[4491] Amitié, amistà, amistad - amicitas, nell’ignoto latino. V. Forc. Gloss. ec. Così nimistà ec. Altra circostanza che muta alternamente il carattere, è il passare da città grande a piccola, da città forestiera alla patria, e viceversa. In quelle il carattere è più franco, aperto, benevolo; in queste al contrario, per la collisione degl’interessi, invidie de’ conoscenti, amor proprio continuamente punto ec. Esperienza mia propria ec. Quindi, come per tante altre cagioni (v. il mio Discorso sui costumi presenti degl’Italiani) più dabbene generalmente i privati nelle città grandi che ne’ luoghi piccoli ec. ec. Pensiero da molto stendersi e spiegarsi. (19. Apr. Pasqua. 1829.). V. p. 4520.

Alla p. 4462. Neanche per rapporto allo stato sociale sarebbe possibile di credere che tutte le qualità degli uomini sieno destinate dalla natura a svilupparsi. Lascio le cattive (come noi diciamo) e visibilmente dannose alia società (che sono infinite): neppur le buone ed utili. Vedi circa i talenti, Rousseau, Pensées, part. I. p. 197. fin. ep. 198. Amsterd. 1786. (19. Apr. 1829.)

Continuo - continovo, coi derivati e gli altri simili. Manuale - manovale, Mantua - Mantova.

Altro ostacolo alla durata della fama de’ grandi scrittori, sono gl’imitatori, che sembrano favorirla. A forza di sentire le imitazioni, sparisce il concetto, o certo il senso, dell’originalità del modello. Il Petrarca, tanto imitato, di cui non v’è frase che non si sia mille volte sentita, a leggerlo, pare egli stesso un imitatore: que’ suoi tanti pensierini pieni di grazia o d’affetto, quelle tante espressioni racchiudenti un pensiero o un sentimento, bellissime ec. che furono suoi propri e nuovi, ora paiono trivialissimi, perchè sono in fatti comunissimi. Interviene agl’inventori in letteratura e in cose d’immaginazione, come agl’inventori in iscienze e in [4492] filosofia: i loro trovati divengono volgari tanto più facilmente e presto, quanto hanno più merito. (20. Apr. 1829.)

L’on n’est heureux qu’avant d’être heureux. Rousseau, Pensées, I. 204. Cioè per la speranza.

La seule raison n’est point active; elle retient quelquefois, rarement elle excite, et jamais elle n’a rien fait de grand. Ib. 207.

Famulus ec. - familia ec.

Follico as.

Foetus a um, evidente participio senza verbo noto. V. Forc. Da foetus foeto as, evidente continuativo del verbo originale. Effoetus ec.

Fabula, fabulor ec. - favella, favellare: diminutivi ec. Prezzolare.

Il nostro antico fante per parlante, e di qui per uomo, co’ suoi diminutivi, come fanciullo (cioè uomicciuolo) che ancor s’usa, senza conoscerne la forza e l’etimologia, fantoccio ec. ec. non è egli evidentemente l’antico, e negli scritti perduto o disusato, fans, da for; di cui anche infans fa fede, e quasi nello stesso senso? Vedi Forcell. Gloss. ec. e Foscolo sopra l’Odissea di Pindemonte (21. Apr.). I marchegiani (gran conservatori del latino) ancor oggi: un lesto fante ec. in parlar burlesco.

Tympanus - timballo, diminut. V. franc., spagn.

La ricordanza del passato, di uno stato, di un metodo di vita, di un soggiorno qualunque, anche noiosissimo, abbandonato, è dolorosa, quando esso è considerato come passato, finito, che non è, non sarà più, fait. Così o detto altrove del licenziarsi da persone anco indifferenti ec. (21. Apr. 1829.)

Specio-speculor.

Alla p. 4488. Ancora: che ardisco io formar de’ pensieri nobili, che da tutti son tenuto per uom da nulla. Il primo fondamento di qualunque o immaginazione o sentimento nobile, grande, sublime (e tali sono i poetici e sentimentali [4493] di qualunque natura: anche i dolci, teneri, patetici ec.: tutti inalzano l’anima), è il concetto di una propria nobiltà e dignità. Anzi la facoltà e l’efficacia di esse immaginazione e sentimento, sì abitualmente e sì attualmente sono in proporzione sempre del detto concetto, sì abituale, e sì attuale. Ogni sentimento o pensiero poetico qualunque è, in qualche modo, sublime. Poetico non sublime non si dà. Il bello, e il sentimento morale di esso, è sempre sublime. Ora il concetto di una propria nobiltà, sembra ridicolo, è respinto con dolore, come una illusione perduta, quando uno si trova disprezzato, abitualmente o attualmente, da quei che lo circondano. Però in questi casi, il provar quella quasi tentazione a sentire ec., è penoso, perchè vi rinnuova il pensiero della vostra abiezione. Certo, egli è proprietà ed effetto essenziale d’ogni immaginazione e sentimento di natura poetica, l’inalzar l’anima: al che si oppone direttamente quello stato di spregio ec., quel concetto, quel sentimento di se stessa, che la deprime. (22. Aprile. 1829, Recanati.). V. p. 4499. 4515.

Indulgenza nelle città grandi verso le persone mediocri in qualunque genere, e verso i difetti e ridicoli (pur d’ogni genere) di queste e delle insigni (difetti che si perdonano in grazia de’ pregi, ed anche della semplice compagnia che quelle persone fanno) maggiore assai che ne’ luoghi piccoli; appunto al contrario di ciò che in questi si crede. ec. ec. (23. Aprile)

Affumare, affummare - affumicare. Arsiccio, arsicciare, abbruciacchiare ec. Pallare-palleggiare. Che pallare per quassare, venga da πάλλω?

Pigna, dialetto marchegiano - pignatta, pignatto, pignattino ec. V. la p. 4498. Il diminut. pignatta dimostra il suo positivo pigna.

Homme ec. distingué. Arrondi per rond.

Agli uomini paghi in buona fede e pieni di se, gli altri uomini sono quasi tutti amabili; li veggono volentieri, ed amano la lor compagnia. Perocchè si credono stimati, ammirati, μακαρiζομένους generalmente dagli altri; chè senza [4494] ciò non sarebbero nè pieni nè paghi di se. Ora è naturale che chi è creduto ammiratore, sia amabile agli occhi di chi si crede ammirato. Perciò questi tali (che parrebbe dovessero essere sommi egoisti) bene spesso sono benevoli, compagnevoli, servizievoli molto, buoni amici. Talvolta anche modesti, per la piena e tranquilla certezza (la certa e riposata credenza) che hanno del loro merito (o di loro vantaggi qualunque, come nobiltà, ricchezza, potenza e simili.) (Rosini). (26. Aprile.)

Coraggio propriamente detto non si dà in natura, è una qualità immaginaria e di speculazione. Chi nel pericolo non teme, non pensa al pericolo, o abituato a non riflettere, o avvezzo a quei tali casi, o distratto da faccende o da altri pensieri in quel punto. Chi pensa al pericolo, teme; eccetto se la morte, o quel qualunque danno imminente, nell’opinion sua non è male. In tal caso, quel pericolo non è pericolo a’ suoi occhi. Ma creder male una cosa, conoscersi in pericolo d’incorrervi, aver presente al pensiero il pericolo, e non temere; questo è il vero coraggio; e questo è impossibile alla natura. I così detti coraggiosi, rimangono maravigliati quando ne’ pericoli veggono altri che temono; e dimandano perchè. Essi non si erano accorti del rischio, o vi avevano fatto piccolissima attenzione. V. un tratto di Carlo 12 re di Svezia, assediato in Stralsund, ap. Voltaire, liv.8. ed. Londr. 1735. t.2. p. 160- 1. (26. Aprile. 1829.)

[4495] Mακαρίζω, εὐδαμονίζω, μακαρiστέoς ec. Noi non abbiamo che invidiare invidiabile ec. (e così i francesi porter envie, digne d’envie, ec.), voci assai dure e incivili. Più umana, o per dir meglio, più civile in ciò, come in tante altre cose, anche la lingua dei Greci. (26. Apr.). Féliciter franc. si accosta talvolta a μακαρίζειν, per metafora, specialmente nel senso reciproco.

Ventare, sventare - ventolare, sventolare, ventilare (lat. ventilo), venteggiare.

Pargoleggiare ec. Vanare - vaneggiare. Per esser vano v. vaneggiare anche nel Petr. Tr. del Tempo: E vedrai ‘l vaneggiar di questi illustri. (26. Apr.)

Tinea (noi tigna), teigne, intignare ec. - tignuola. V. Forcell.

Gringotter. Parlottare. Cantacchiare. Vezzeggiare. Bamboleggiare. Boursiller.

Acutus da acuo, participio aggettivato, e non più riconosciuto per participio. Argutus, cioè qui arguit.; e participio aggettivato. Desolato per solo (uomo o luogo). V. Crus., Forcell.

Parvulus, parvolo. pargolo. Pluvia, piova - pioggia.

Pargolo è diminutivo. Pur è già antiquato, e nella prosa non si usa più che il sopraddiminutivo pargoletto. Tanta è la tendenza del popolo a diminuire. Così in Toscana oggi non odi più piccolo, ma piccino. (27. Apr.). In lat. pusillus per l’antiquato pusus.

Pina - pinocchio. V. Crus. Innamoracchiare, innamorazzare, amoreggiare.

Gravato per grave. Petr. L’aere gravato e l’importuna nebbia.

Ci piace e par bella una pittura di paese, perchè ci richiama una veduta reale; un paese reale, perchè ci par da dipingerci, perchè ci richiama le pitture. Il simile di tutte le imitazioni (pensiero notabile). Così sempre nel presente ci piace e par bello solamente il lontano, e tutti i piaceri che chiamerò poetici, consistono in percezion di somiglianze e di rapporti, e in rimembranze. (Recanati. 27. Aprile. 1829.)

Life. to live. E simili innumerabili.

[4496] Folâtre, folâtrer. Folleggiare, pazzeggiare ec. V. Crus.

Dives, divitis, divititae ec. - dis, ditis, Dis Ditis, ditare ec.

Recupero - recipero. V. Forc.

Recisamentum par che indichi un recisare. V. Gloss.

Trouble, troubler (turbula, turbulare).

Fustigo, remigo, navigo, laevigo, fatigo, litigo.

Remotus, secretus, occultus, riposto ec. participii aggettivati.

Covaccio - covacciolo (accovacciare ec.). E simili altri in accio-acciolo, acciare - acciolare. Così in acchio acchiolo ec. Vedi la p. 4473. capoverso 9, coi pensieri annessi, anteriori o posteriori al presente. Notisi che la desinenza in ulus a um, ulare ec. già era compresa nella forma in accio, acchio, aglio ec. (come qui in covaccio, che è un cubaculum) acciare ec.; sicchè nella forma in acciolo, acchiolo, acciolare ec. viene ad essere ripetuta.

Alla p. 4486. Anche la forma in as asse (crevasse crevasser ec.) [9] asser (frigo, fricasser) [10] ace acer spesse volte, non è altro che la latina in acul..., la nostra in accio acciare, azzo azzare ec. Così la spagnuola in azo aza azar. Minae, minor, minaccia, minacciare, menace ec., amenaza ec. Così fors’anco in êche, eche, ec. ec. esse, isse, ec. oisse, ousse ec. isser ec.; e in ezo, izo (granizo) ec. izar ec. acho, echo ec. achar ec. Così talvolta la nostra in asso, assare, esso ec. Similmente le nostre in olo, olare, olo (gragnòla) ec. uolo uolare, icciuolo, o a-ucciuolo (filiolus, figliuolo) ec. tutte dal latino ul..., o talvolta ol... V. p. 4498. - Così la francese analoga in eul, euil ec. ec. (linceul). Tutte queste forme vengono, dico, dall’unica latina, o che questa abbia forza diminut. ec., o che sia semplice desinenza, del che vedi la pag. 4442-4. - V. ancora il pensiero qui precedente. (30. Apr.). Anche sovente la spagnuola allo allar - ullo ullar; e forse la francese al [4497] alle, aller - uller. Così forse spesso anche la nostra in allo (timballo per timpano) allare - ullo ullare (culla da cunula, cullare, colla, collare, da chordula, fanciullo (v. la p. 4492. capoverso 7.), maciulla, maciullare). Notandum però che anco i latini hanno la forma diminutiva ec. in ill..., ell... oll... (corolla, v. p. 4505.), ull..., fors’anche all..., sì in verbi sì in nomi. - Mirabil cosa in quante maniere diverse si è corrotta la pronunzia latina, anche dentro una stessa nazione; cosa notabile assai nella scienza delle etimologie. E da ciò in gran parte deriva la tanta superiorità dell’italiano sul latino in abbondanza e varietà di forme frequentative, diminutive ec., superiorità notata da me altrove, parlando de’ frequentativi latini. - Vedi anche la p. 4490. capoverso 5. (1. Mag.). V. p. 4500.

Piovegginare. Piovigginare. Gergo - jargon. Frego - fregacciolo, sfregacciolo, fregacciolare. Impiastrare - impiastricciare. Ram-mentare - di-menticare, s-menticare ec.

Masticare: da un mansitum - mastum (pinsitus - pistus) di mandere, come da mixtum misticare.

Dello stesso secolo è mancare di poesia, e volere nella poesia sopra ogni cosa l’utile, il linguaggio del popolo; bandirne l’eleganza; privarla della maggior parte del bello, ch’è la sua essenza; o, contro la propria natura di essa, subordinare il bello (e quindi il sublime, il grande ec. V. la p. 4492. fin. e sq.) al vero, o al così detto vero. È naturale e conseguente che un secolo impoetico voglia una poesia non poetica, o men poetica ch’ei può; anzi una poesia non poesia. (2. Mag.)

Alla p. 4273. Così gli stranieri, dopo avere snaturata la loro scrittura per voler esprimer con essa piuttosto la pronunzia latina che la volgare, abituati poi a questo snaturamento, anzi dimenticatolo, e pigliando [4498] per naturale e per logico il loro modo di scrivere, vengono a snaturare la pronunzia latina, facendo dal latino scritto al pronunziato quella differenza che sono usati e necessitati a fare dalla pronunzia alla scrittura de’ loro volgari. (2. Mag. 1829. Recanati.). È naturale e conseguente, che chi scrive male la propria lingua, legga male le altre. Massime quelle che non gli sono note se non per iscrittura. (2. Mag.)

Alla p. 4496. Come parvolus per parvulus: e regolarmente dopo vocale, come lacteolus, flammeolus, bracteola, lanceola, Tulliola, filiolus ec., e così ne’ verbi. - Fors’anche la nostra forma in atto attare (attolo attolare), probabilmente da acchio ec. piuttosto che da asso. E quindi anche la diminuzione ec. in etto ettare, otto, utto ec. ec. E quindi anco la francese in et ette etter eter, ot ote (barbote) otte otter oter ec. (becqueter, piquer - picoter.): e la spagnuola in ito ecito ec. oto ec. Certo poi la spagnuola in ico ecico ec. ec. (3. Maggio. 1829.)

Che libertar sia un liberatare o liberitare (meritare - mertare), è provato anche da libertus, participio aggettivato, mera contrazione di liberatus.

L’assenza di ogni special sentimento di male e di bene, ch’è lo stato più ordinario della vita, non è nè indifferente, nè bene, nè piacere, ma dolore e male. Ciò solo, quando d’altronde i mali non fossero più che i beni, nè maggiori di essi, basterebbe a piegare incomparabilmente la bilancia della vita e della sorte umana dal lato della infelicità. Quando l’uomo non ha sentimento di alcun bene o male particolare, sente in generale l’infelicità nativa dell’uomo, e questo è quel sentimento che si chiama noia. (4. Maggio. 1829.)

[4499] Al detto altrove delle bestie e de’ pazzi, che metton fuori tutte le loro forze per ottenere i loro fini, a differenza degli uomini, aggiungi i fanciulli, i quali perciò alle volte vincono di vera e viva forza gli uomini fatti ec. (4. Maggio. 1829. Recanati.)

Alla p. 4493. Nessuna dolce e nobile ed alta e forte illusione può stare senza la grande illusione dell’amor proprio, l’illusione della stima di se stesso e della speranza. Togliete via questa, tutte le altre verranno meno immantinente, e potrete conoscere allora che questa era il fondamento e la nutrice, per non dir la radice e la madre di tutte l’altre. - Supponete uno nella più profonda estasi di sentimento o di entusiasmo: fategli un motto, un gesto solo di spregio, o ch’egli interpreti come tale; o ponete che qualche cosa gli richiami alla mente alcun dispregio sofferto altra volta: tutte le illusioni di quel punto spariscono come un lampo, l’entusiasmo si spegne, la persona resta di ghiaccio. (5. Mag. 1829.)

Scheda. schedola. V. Crus. Forcell. Viola, lat. ital. ec. - violette, franc.

Vos - os, spagn. Pluvia - pluie. Esca - vescor, vescus ec. Vedi Forcell.

Homme outré, soumis. Sommesso. Rimesso. Rassegnato ec.

Talus - talon, tallone. Cipolla, cebolla, forse da cepucula o cepulla (v. la p. 4497. princip. ), diminutivo come tanti altri nomi d’erbe, piante, animali ec. del che altrove. Anche in francese ha forma diminutiva oignon: anche ciboule, ciboulette, cive (cepe), civette. V. Forcell. ec. Ceniza spagn., [11] cinigia (v. Alberti), [12] e noi marchigiani

ciniscia, o ceniscia: forse da ciniscula o cinisculus, come

pulvisculus. (6. Maggio.). V. Forc. ec.

[4500] Alla p. 4497. Fors’anche talvolta le nostre forme in a-u-gio, ggio, cio-are. Corrottamente scio ec. Forse talvolta dal lat. ascul.... - uscul... Cinigia. V. la p. qui dietro, fin. V. p. 4504.

Si la tristesse attendrit l’ame, une profonde affliction l’endurcit. Rousseau, pensées, II. 205.

Le pays des chimeres est en ce monde le seul digne d’être habité, et tel est le néant des choses humaines, que hors l’être existant par lui-même, il n’y a rien de beau que ce qui n’est pas. ib. 206-7.

La stupenda conformità radicale tra i nomi della più parte de’ 10 primi numeri nelle lingue le più disparate, sembra provare unità d’invenzione e d’origine de’ nomi numerali, e conseguentemente della numerazione. (7. Maggio.)

La formazione incoativa de’ verbi, sì bella, e di tanto uso in latino, manca essa pure alla lingua greca. (7. Mag.)

Aisé, agiato, agiatamente ec. per agevole, agibilis. Falcato, quadrato, carré, quadratus ec., e simili altri participii aggettivati o aggettivi di forma participale, senza verbo; come saranno forse altri dei notati da me in tal proposito esprimenti figura.

Uomo ec. ordinato. (7. Mag.). Prolongé.

Bacherozzo-bacherozzolo. E simili infiniti in azzo-uzzo.

Les anciens politiques parloient sans cesse de moeurs et de vertus; les nὀtres ne parlent que de commerce et d’argent. Rousseau, pensées, II.230.

Plus le corps est foible, plus il commande; plus il est fort, plus il obéit. Rousseau, ib. 223.

Il n’y a point de vrai progrès de raison dans l’éspece humaine, parce que tout ce qu’on gagne d’un cὀté, on le perd de l’autre; que tous les esprits partent toujours du même point, et que le temps qu’on [4501] emploie à savoir ce que d’autres ont pensé, étant perdu pour apprendre à penser soi même, on a plus de lumieres acquises, et moins de vigueur d’esprit. Nos esprits sont comme nos bras exercés à tout faire avec des outils, et rien par euxmêmes. ib. 221. V. p. 4507.

Machiavellismo di società. La véritable politesse consiste à marquer de la bienveillance aux hommes. (ib. 222.) Ma con questa non fate che evitare di procurarvi la malvolenza loro. Per affezionarveli bisogna la falsa e finta politezza, che consiste in mostrare a tutti della stima. Un uso ordinario e mediocre di questa politezza vi fa gli altri benevoli, un uso eccellente e più che ordinario ve li fa amanti. Gli uomini si curano assai meno di essere benvoluti che stimati, ed hanno più gratitudine e più amore a chi gli stima, che, non solamente a chi gli ama, ma a chi li benefica. On peut résister à tout hors à la bienveillance, et il n’y a pas de moyen plus sίr d’acquérir l’affection des autres que de leur donner la sienne. (ib. 224.) Questo detto è molto più vero, applicato alle dimostrazioni di stima. La benevolenza, l’affetto, l’amore stesso, non che sieno sempre corrisposti, spessissimo generano noia, nausea, avversione verso l’amante. Gli esempi ne sono frequentissimi, non solo tra’ due sessi, ma tra padri e figliuoli, e tra altri parenti, massime di età e di generazioni diverse: tra’ quali non è raro trovare amore da una parte, vero odio costante, invincibile, dall’altra. Ma non è possibile conservare avversione nè indifferenza, resistere, non riconciliarsi, non voler bene a chi mostra di stimarci; massime se costui (cosa facilisima) ce lo persuade. (8. Maggio.)

[4502] Alla p. 4478. marg. Pour ne rien donner à l’opinion il ne faut rien donner à l’autorité, et la plupart de nos erreurs nous viennent bien moins de nous que des autres. ib. 228.

Machiavellismo sociale. Tout est plein de ces poltrons adroits qui cherchent, comme un dit, à tâter leur homme; c’est-à-dire à découvrir quelq’un qui suit encore plus poltron qu’eux et aux dépens duquel il puissent se faire valoir. ib. 227. (Condulmari. Galamini.) Oggi, e in Italia, che tutti sono poltroni, qui consiste tutta la società, e la vita sociale, e il mio Machiavellismo. (8. Mag.)

Je n’ai jamais vu d’homme ayant de la fierté dans l’ame en montrer dans son maintien. Cette affectation est bien plus propre aux ames viles et vaines. ib. 232.

Manuale di filosofia pratica. Par-tout où l’un substitue l’utile à l’agréable, l’agréable y gagne presque toujours. ib. 231. Serva a que’ miei pensieri ove dico che le occupazioni ec. il cui fine è il solo piacere, non danno mai piacere ec. (9. Mag.)

Alla p. 4418. L’existence des êtres finis est si pauvre et si bornée, que quand nous ne voyons que ce qui est, nous ne sommes jamais émus. Ce sont les chimeres qui ornent les objets réels, et si l’imagination n’ajoute un charme à ce qui nous frappe, le stérile plaisir qu’on y prend se borne à l’organe, et laisse toujours le coeur froid. ib. 242

Guardare per aspettare ec. del che altrove. Aguato, agguato, aguatare, agguatare ec. per insidiare, vagliono propriamente aspettare al passo, e in proprio senso equivalgono all’aguardar spagnuolo.

Navita - nauta; navis - naufragium ec.; e simili.

[4503] Forma diminutiva italiana in astro. Pollastro, vincastro ec. Disprezzativa. Giovinastro, medicastro, poetastro. ec. Fors’anche frequentativa, e in astrare. Così in francese: folâtre, folâtrer ec. (9. Maggio.). Verdastro, verdâtre per verdigno; e simili. Padrastro ec.

Torreo-tostum-tostar, spagn. Elixus, assus, forse participii; e quindi assare, elixare, forse continuativi. Livio VII. 10. linguam exserere, laddove l’antico annalista Quadrigario, ap. Gell. IΧ. 13., al quale allude lo stesso Livio, linguam exsertare: benissimo Quadrigario: e non è frequentativo, ma continuativo, perchè, come ho detto altrove, il frequentativo indica il soler fare (a non certi intervalli e tempi) una cosa, e il non farla continuamente di séguito e ripetutamente in un dato e piccolo spazio di tempo. Così considerati, anche i verbi in ico, e gli altri che si chiamano frequentativi, oltre quelli in ito, si vedranno essere più propriamente continuativi. (10. Maggio. 1829.)

Dal detto altrove sulla poesia di stile, quanta immaginazione richieda ec., apparisce che i veramente poeti di stile, sarebbero stati poeti d’invenzione, o per meglio dire, d’invenzion di cose, in altri tempi; e ch’essi sono i veri poeti de’ loro secoli. ec. (10. Mag.)

Per molto che uno abbia letto, è ben difficile che al concepire un pensiero, lo creda suo, essendo d’altri; lo attribuisca all’intelletto, all’immaginazione propria, non appartenendo che alla memoria. Tali concezioni sono accompagnate da certa sensazione che distingue le originali dalle altre; e quel pensiero che porta seco la sensazio ne, per così dire, dell’originalità, verisimilissimamente non sarà stato mai concepito ugualmente da alcun altro, e sarà proprio e nuovo; dico, non quanto alla sostanza, ma quanto alla forma, che è tutto quel che si può pretendere. Giacchè è noto che la novità della più parte de’ pensieri [4504] degli autori più originali e pensatori, consiste nella forma. (10. Mag.)

Similis - simulare, ec. ec.

Carduus, cardo ital. - chardon franc., cardone ec. Juillet.

Debolezza amabile al più forte (come la forza al debole, il maschio alla femmina). Su ciò è fondata in gran parte la tenerezza naturale de’ genitori verso i figliuoli, la quale negli animali finisce affatto colla debolezza di questi. Anche l’amabilità de’ fanciulli agli uomini, delle femine ai maschi, degli animaletti piccini e teneri, (uccelli ec.), di tutto ciò (anche piante ec.) dove il senso o l’immaginazione percepisce un’idea di tenerezza, debolezza, inferiorità di forze ec. Anche la malattia, il pallore; e poi l’infelicità ec. ec. e tutto quel ch’è oggetto di compassione, si può ridurre a questo capo. La compassione è fonte d’amore ec. ec. V. p. 4519. fine. (11. Mag.)

Nel secolo passato le scienze si collegarono alle lettere; il secolo ebbe una letteratura filosofica (vera letteratura, e veramente propria di esso): nel nostro le hanno ingoiate; letteratura del secolo 19°, a parlar propriamente, non v’è. Non è l’Italia sola che patisca oggi questo difetto di letteratura contemporanea; esso è comune a tutte le nazioni colte. Solo la Grecia, ed altri tali paesi ancor mezzo civili, avranno forse una letteratura del secolo 19°: se l’influenza inevitabile delle nazioni convicine non uccide le lettere ancor presso quelli, e prima che si maturino. (11. Mag.)

Alla p. 4500. Calderugio per calderino, diminutivo di carduelis (chardonneret), del che altrove. - Raperugiolo - raperino. Fors’anco in cco-are. Piluccare, éplucher. Badalucco. Balocco. E simili disprezzativi o frequentativi - E in onzo-are, dal lat. unculus-are (avunculus, homunculus, latrunculus). V. p. 4513. Mediconzo-lo (quasi medicunculus), ballonzare, (ballonzìo, volg. tosc.) ec. E similmente in oncio-are. Baroncio ec. E in agno-ugno are, dal lat. nulus, o ngulus, o unculus, o simili. Verdognolo, (viridunculus), verdigno, rossigno, vecchigno ec. V. Crus. Ugna - ungula. E così in ó... spagnuolo [4505]. E così le forme francesi e spagnuole analoghe a ciascuna di queste italiane. - Senza poi contare le desinenze in cui l’ul... lat. si trasforma nei volgari, e che in questi non hanno nessun valore diminutivo disprezzativo ec. ec. Come (oltre alcune forse delle sunnotate) la nostra in io, iare (unghia, nebbia, bacchio ec. ec.), e in lo, lare (isola, manipolo, accumulare, tumulo ec. ec.) la francese in ... le ...ler (combler, comble, accumuler, île, disciple, ridicule, oncle, ongle, fable ec.); la spagn. in lo, lar (habla, hablar, isla ec. ec.). Dico l’ul... lat., o che questo sia diminutivo o no, o che il diminutivo latino sia noto o no; come piaggia, spiaggia, dall’ignoto plagula per plaga, trembler da un tremulare ec. Del resto, tutte queste desinenze sono notabili per l’osservazione etimologica fatta a p. 4497. lin.5. 7. (11. Mag.). V. p. seg.

Ala, mala, velum, palus - axilla, maxilla, vexillum, paxillus. Di questi forse diminutivi positivati, e loro simili, v. Forcell. in dette voci, e in Χ littera. Similmente paucus - paulus, o paullus-pauxillus.

Alla p. 4497. Contrazione di coronula, come patena - patella, catena - catella, catinum, catinus - catillum, catillus; e come appunto il nostro culla per cunula. Anche paullus o paulus a um, per pauculus-pauclus, se non è contrazione di pauxillus. V. il pensiero precedente.

Audeo ausum - osare, oser ec. Pulso as, detto di porte, strumenti ec., è ancora continuativo, al modo spiegato p. 4503. capoverso 2: pello sarebbe affatto improprio. La facoltà di sentire è ugualmente e indifferentemente disposta a sentir piaceri e dolori. Or le cose che producono le sensazioni del dolore, sono incomparabilmente più che quelle del piacere. Dunque la facoltà di sentire è un male, per lo stato esistente delle cose, quando pur nol fosse per se. E quanto essa è [4506] maggiore, nella specie o nell’individuo, tanto quella o quello è più infelice: e viceversa. Dunque l’uomo è l’ultimo nella scala degli esseri, se i gradi si calcolano dall’infelicità ec. ec.

Becqueter. Picoter. Pulta, lat. polta, ital. - poltiglia. V. Forc. ec. Pungere - punzecchiare, marcheg. puncicare. Sputacchio, sputacchiare.

Alla p. 4505. Fors’anco in co-are, e que quer franc. (claquer ec.). Anche in ico icare, se lungo (perchè nelle nostre pronunzia l’icul... lat. è lungo nell’i); massime contratto in icl... ec., come sarebbe in questi casi se breve, è dal lat. ico as ec. V. p. 4509.

Parole greche possono esser venute in italiano ne’ bassi tempi, pel commercio e le conquiste de’ Veneziani, le Crociate, i Greci del Regno di Napoli e di Sicilia, e simili altri mezzi (esse sono, del resto, anteriori molto alla presa di Costantinopoli); ma non già le frasi, i costrutti, gl’idiotismi, vere proprietà di lingua, comuni all’italiano e al greco, da me spesso notate. (13. Mag.)

Una cosa, fra l’altre, che rende impossibile agli stranieri il gustar la poesia delle lingue sorelle alla loro propria, o affini (come sarebbe l’inglese alle nostre che vengono dal latino), si è che il linguaggio poetico di tali idiomi essendo, come il prosaico, composto di voci e modi che si ritrovano ancora nelle lingue sorelle, moltisime di tali voci e maniere che lo compongono, e che sono poetiche in quel tale idioma, cioè nobili, eleganti, pellegrine, e così discorrendo; nell’idioma dello straniero che legge, sono o basse, o familiari, o triviali, o prosaiche almeno, spesso ridicole e da beffe; hanno significati analoghi ma diversi; richiamano idee alienissime dalla poesia generalmente, o dal soggetto in particolare. Ciò è soprattutto notabile fra italiani e spagnuoli (v. la p. 4422.). (Un qualunque pezzo di poesia spagnuola potria servirmi di esempio chiarissimo). Ed è applicabile anco alla prosa elevata, oratoria, storica e simili. (13. Mag.)

[4507] Alla p. 4501. Non solo della ragione, ma anche del sapere, della dottrina, della erudizione, delle cognizioni umane, si può dubitare se facciano progressi reali. Pel moderno si dimentica e si abbandona l’antico. Non voglio già dir l’archeologia, ma la storia civile e politica, la letteraria, la notizia degli uomini insigni, la bibliologia, la letteratura, le scoperte, le scienze stesse degli antichi. Si apprende, si sa quel che sanno i moderni; quel che seppero gli antichi (che forse equivaleva), si trascura e s’ignora. Nè voglio dir solo i greci o i latini, ma i nostri de’ secoli precedenti, non escluso pure il 18°. Guardate i più dotti ed eruditi moderni: eccetto alcuni pochi mostri di sapere (come qualche Tedesco) che conoscono egualmente l’antico e il moderno, la scienza degli altri enciclopedica, immensa, non si stende, per così dire, che nel presente: del passato hanno una notizia sì superficiale, che non può servire a nulla. In vece di aumentare il nostro sapere, non facciamo che sostituire un sapere a un altro, anco in uno stesso genere (senza che poi uno studio prevale in una età a spese degli altri). Ed è cosa naturalissima; il tempo manca: cresce lo scibile, lo spazio della vita non cresce, ed esso non ammette più che tanto di cognizioni. Anche le scienze materiali non so quanto progrediscano, a ben considerare la cosa. Bastando appena il tempo a conoscere le innumerabili osservazioni che si fanno da’ contemporanei, quanto si può profittare di quelle d’un tempo addietro? I materiali non crescono, si cambiano. E quante cose si scuoprono giornalmente, che i nostri antenati avevano già scoperte! non vi si pensava più. Ripeto che non parlo solo degli antichissimi; anco de’ recenti. Un’occhiata a’ Dizionarii biografici, agli scritti, alle osservazioni, alle scoperte, alle istituzioni di uomini ignoti o [4508] appena noti, e pur vissuti pochi lustri o poche diecine d’anni sono: si avrà il comento e la prova di queste mie considerazioni Gli uomini imparano ogni giorno, ma il genere umano dimentica, e non so se altrettanto. (13. Mag.)

Ciondoli, ciondolare ec., dondolare, cinguettare, linguettare, bredouiller, barbouiller, barboter, imbrodolare ec.

Trebbiare (tribulare. V. Forc. Gloss. ec.) - τρίβειν.

Un mio fratellino, quando la Mamma ricusava di fare a suo modo, diceva: ah, capito, capito; cattiva Mamà. Gli uomini discorrono e giudicano degli altri nella stessa guisa, ma non esprimono il loro discorso così nettamente (ἀπδῶς). (14. Mag.)

Quanto può l’autorità (come in ogni altra passione, p. e. la tristezza, la speranza, il timore, così) nel piacere! Dico ne’ piaceri realistici ec. In galanteria: donne amate da qualcun altro, famose per bellezza, spirito ec., quantunque a voi d’altronde non piacerebbero. In letteratura: se leggete un libro che il pubblico vi dica esser bello, classico ec., ci provate incomparabilmente maggior piacere, che se da voi stesso dovete avvedervi de’ suoi pregi. Il piacer dell’inaspettato, che si può provare in questo secondo caso, non ha nulla di comparabile a quello che nel primo caso ci deriva dall’autorità degli altri. Nè trattasi qui di rimembranze, lontananza, antichità venerabile, voto di secoli ec.; anche un libro nuovo, uscito pur ora ec. Il credito poi dell’autore, benchè vivente, quanto importa al piacere! È classico il detto di La Bruyere: è molto più facile il far passare un libro mediocre al favor di una riputazione già fatta, che acquistarsi una riputazione con un libro eccellente. Ed io ardisco dire che piace veramente più a leggere un libro mediocre (nuovo o antico) d’autor famoso, che un libro eccellente di scrittore non rinomato. (14. Mag.)

[4509] Barbio, barbo (Alberti) - barbeau. Tâtonner, ec., bourdonner. Brontolare ec., βροντή ec. - brontolare.

Alla p. 4506. Nutricare però è da nutrico. Mendicare da mendico as ec. Del resto, anche le forme in chio chiare, co care, cio-zo-are, precedute da consonante (mischiare, bufonchiare, ballonchio anche questi, e simili, dal lat. uncul... ec. ec.). E così dicasi delle altre sunnotate forme italiane, ed anche francesi e spagnuole, ed anche latine: non solamente precedendo vocale. La forma in onzo, di cui sopra, è veramente in onzo (onzare ec.), e non solamente in onzolo (v. la Crusca in Romitonzolo), ed è corrotta da quella in oncio, e però, come questa, racchiude tutta intera la forma lat. in unculus. (Vedi la pag. 4496. capoverso 8. e la p. 4443.) Rapulum (cioè piccola rapa, parvum rapum) - raperonzo, raperonzolo - raiponce. V. spagn. ec. Raponzolo o ramponzolo; volg. marcheg. e Fr. Sacchetti nella Caccia. - E la forma franc. in ce cer, je jer, ye yer (côtoyer, guerroyer antico, ec.), in ie ier ec. ge, ger (bagage-bagaglio), precedendo consonante o vocale. Raiponce. V. qui sopra. (15. Maggio.). Sucer (succiare), della 1a coniug., mentre sugo is è della 3a. E in bro, brare, e simili, cangiata la l lat. in r. Sembrare da simulare o similare. Assembrare (assembler) assimulare, da simul. Così anche in ispagnuolo ec. - E in a-u-io-iare. (16. Mag.). V. p. 4511.

Odio verso i nostri simili. È proprio ancora, ed essenziale a tutti gli animali. Non si può tenerne due d’una stessa specie (se non sono di sesso diverso) in una medesima gabbia ec., che non si azzuffino continuamente insieme, e che il più forte non ammazzi l’altro, o non lo strazi. Uccelli, grilli ec. E v. il detto altrove, degli animali che si specchiano. (15. Mag.)

Ballonzare ballonzolare (Alberti.). Buffoneggiare. Bucacchiare. Bucherare. Fo-sfo-racchiare. Lampeggiare. Torreggiare. Criailler. Rimailler. Rioter.

Aguzzo - auzzo ec., sciaura, reina, reine franc. ec. magister-maestro ec.

Manco-mancino, diminut. aggett. Pisello. Fagiuolo. V. lat. franc. spagn. Asio, lat. - assiuolo.

[4510] Quel che si dice degli stupendi ordini dell’universo, e come tutto è mirabilmente congegnato per conservarsi ec., è come quel che si dice che i semi non si depongono, gli animali non nascono, se non in luogo dove si trovi il nutrimento che lor conviene, in luogo che loro convenga per vivere. Milioni di semi (animali o vegetabili) si posano, milioni di piante o d’animali nascono in luoghi dove non hanno di che nutrirsi, non posson vivere. Ma questi periscono ignorati; gli altri, e non so se sieno i più, giungono a perfezione, sussistono, e vengono a cognizione nostra. Sicchè quel che vi è di vero si è, che i soli animali ec. che si conservino, si maturino, e che noi conosciamo, sono quelli che capitano in luoghi dove possan vivere ec. Ovvero, che gli animali che non capitano, ec. non vivono ec. Questo è il vero, ma questo non vale la pena di esser detto. Or così discorrete del sistema della natura, del mondo ec. ap. a poco secondo le idee di Stratone da Lampsaco. (16. Mag.)

Trève-tregua.

Continuato, continuatamente ec. per continuo ec. V. franc. spagn. lat. ec. Homme, ne cherche plus l’auteur du mal; cet auteur c’est toi-même. Il n’existe point d’autre mal que celui que tu fais ou que tu souffres, et l’un et l’autre te vient de toi. Le mal général ne peut être que dans le désordre, et je vois dans le système du monde un ordre qui ne se dément point. Le mal particulier n’est que dans le sentiment de l’être qui souffre; et ce sentiment, l’homme ne l’a pas reçu de la Nature, il se l’est donné. La douleur a peu de prise sur quiconque, ayant peu réfléchi, n’a ni souvenir ni prévoyance. ôtez nos funestes progrès, ôtez nos [4511] erreurs et nos vices, ôtez l’ouvrage de l’homme, et tout est bien. Rousseau, pensées, II. 200. - Anzi appunto l’ordine che è nel mondo, e il veder che il male è nell’ordine, che esso ordine non potrebbe star senza il male, rende l’esistenza di questo inconcepibile. Animali destinati per nutrimento d’altre specie. Invidia ed odio ingenito de’ viventi verso i loro simili: v. la p. 4509. capoverso 4. Altri mali anche più gravi ed essenziali da me notati altrove nel sistema della natura ec. Noi concepiamo più facilmente de’ mali accidentali, che regolari e ordinarii. Se nel mondo vi fossero disordini, i mali sarebbero straordinarii, accidentali; noi diremmo: l’opera della natura è imperfetta, come son quelle dell’uomo; non diremmo: è cattiva. L’autrice del mondo ci apparirebbe una ragione e una potenza limitata: niente maraviglia; poichè il mondo stesso (dal qual solo, che è l’effetto, noi argomentiamo l’esistenza della causa) è limitato in ogni senso. Ma che epiteto dare a quella ragione e potenza che include il male nell’ordine, che fonda l’ordine nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: esso è vario, mutabile; se oggi v’è del male, domani vi potrà esser del bene, esser tutto bene. Ma che sperare quando il male è ordinario? dico, in un ordine ove il male è essenziale? (17. Mag.)

Amaricare, ital. V. Forc. Amareggiare. Armeggiare. Pareggiare. Corteggiare.

Cumbo is, conservato ne’ suoi composti - cubo as, coi composti ec. Posticipare.

Alla p. 4509. fin. Alla forma in olo, olare ec. aggiungi in giolo, ggiolo, ccolo, colo, e specialmente in ucolo (carrucola ec.). Anche occo ec. di cui sopra, è per lo più dal lat. ucul... (anitrocco, anitroccolo, bernoccolo, bernoccoluto ec.) siccome occhio (ranocchio, ginocchio ec.). V. p. 4513. In franc. cle, cler, gle, gler ec. E in ispagnuolo ec. - Aggiungi pure in giuolo, ggiuolo, zuolo ec. - La forma in ezzo [4512] ezzare può essere non solo da ecci..., ma da eggi... Careggiare carezzare. V. Crus. in amarezzare, marezzare ec. E così l’altre in zo ec. Libycus - libyculus - libeccio (Lebesche franc.); corticula - corteccia, scortecciare ec.; cangiato l’i lat. in e al solito, e come in tante altre diminuzioni (orecchia, pecchia ec., oveja ec. abeille ec. ec.), frequentazioni ec., nominatamente quella in ecchi... (e le corrispondenti franc. e spagn.) sì abbondante. Così, e secondo il detto a p. 4500. princ., la nostra forma frequentativa ec., sì usitata, in eggio eggiare sarebbe pur dalla forma latina. - In tutte tali forme, se esse comprendono intera la forma latina, il lo lare, se vi si trova, è una giunta toscana. - Del resto, per forme ed esempi ec. v. l’indice di questi pensieri in Frequentativi, Diminutivi ec. (17. Magg.)

In una lingua assai ricca, non solo è povera, o limitata, quella di ciascuno scrittore, come dico altrove, ma anche quella del popolo, e generalmente la parlata. P. e. l’italiano parlato, ancora in Toscana, non è punto più ricco del francese, nominatamente in fatto di sinonimi ec. (18. Mag.)

A rivederla: solito saluto de’ Toscani, anche passando, senza punto fermarvi, o da lungi. Assurdità di queste nostre adulazioni dette complimenti. (18. Maggio.)

Troppe cure assidue insistenti, troppe dimostrazioni di sollecitudine, di premura, di affetto, (come sogliono essere quelle di donne), noiosissime e odiose a chi n’è l’oggetto, anche venendo da persone amorosissime. μία νóννα, ἀδ. μαέστρι λὰ ζία ᾽Iσαβέλλα κòν κάρλῳ. - Galateo morale. (18. Mag.)

Pullus - pollone; rejet - rejeton; surgeon (surculus). Poulet. Poitrine. Vagolare, svagolare (v. Alberti). Guerreggiare, gareggiare, serpeggiare, tratteggiare (v. Alberti), pennelleggiare, parteggiare, costeggiare, pompeggiare, pavoneggiare, patteggiare, osteggiare, campeggiare, aspreggiare, mareggiare.

Recondito. Uomo onorato, disonorato; azione disonorata ec.

Verbi in to da nomi femin. in tas. Nobilitas - nobilito. Debilito, mobilito.

Morve - morveau. Spia - espion, spione (la Crus. lo crede accrescitivo: male: e [4513] così d’altri tali, ec. ec.)

Misceo - mixtum - mestare, coi composti ec. Aggiungasi al detto altrove di meschiare ec.

Canto as, nel Forc., potrà somministrare esempi di uso continuativo.

Il detto intorno ai verbali in bilis, dicasi ancora circa quelli in ivus (nativus ec.), e gli altri tali.

Alla p. 4511. marg. - e in occio: figlioccio (filiuculus, non filiolus), moccio (muculus), bamboccio, femminoccia, fantoccio, santoccio, casoccia, ec. - Filleul (filiolus, in altro senso.).

Certe idee, certe immagini di cose supremamente vaghe, fantastiche, chimeriche, impossibili, ci dilettano sommamente, o nella poesia o nel nostro proprio immaginare, perchè ci richiamano le rimembranze più remote, quelle della nostra fanciullezza, nella quale siffatte idee ed immagini e credenze ci erano familiari e ordinarie. E i poeti che più hanno di tali concetti (supremamente poetici) ci sono più cari. V. p. 4515. Analizzate bene le vostre sensazioni ed immaginazioni più poetiche, quelle che più vi sublimano, vi traggono fuor di voi stesso e del mondo reale; troverete che esse, e il piacer che ne nasce, (almen dopo la fanciullezza), consistono totalmente o principalmente in rimembranza. (21. Mag.)

Alla p. 4428. Chi pratica poco cogli uomini, difficilmente è misantropo. I veri misantropi non si trovano nella solitudine, si trovano nel mondo. Lodan quella, sì bene; ma vivono in questo. E se un che sia tale si ritira dal mondo, perde la misantropia nella solitudine. (21. Mag.)

Alla p. 4504. Furunculus, carbunculus (carbonchio, carbunco, carboncolo, carbuncolo, carbunculo: in una sola terminazione d’una sola voce, quanta varietà di pronunzie! escarboucle) ec.: per lo più da voci che abbiano la n, nel nominativo o nel genitivo, se sono nomi. (21. Mag.). - Del [4514] resto, la contrazione di cul... in cl..., deve estendersi a tutte l’altre desinenze in ul..., specialmente in gul... ec. Dico, quanto alla corruzione subìta da tali desinenze nelle forme volgari. (22. Maggio. 1829. Recanati.). - Vannozzo, Vannoccio. Cerviatto, o cerbiatto. - Le voci in cul..., specialmente precedendo consonante, sono contratte da icul..., come tuberculum da tubericulum, laterculus da latericulus, onde lo spagn. ladrillo; mangiata la i come in tanti altri casi. - Che la desinenza acul... particolarmente, nel latino basso, o volgare ec., avesse forza disprezzativa, come accio acciare, as asse asser franc., azo azar spagn., rilevasi non solo dal consenso di queste 3 lingue figlie circa cotal forma e significato, ma anche dai nostri collettivi disprezzativi in aglia (marmaglia, plebaglia, canaglia, ciurmaglia, giovanaglia ec.), e così, mi pare, spagnuoli; e dalle voci francesi pur disprezzative in ail aille ailler (canaille, rimailler, rimailleur ec.). Non a caso queste 2 forme in aglio ed accio (e lor corrispondenti), che d’altronde nei nostri idiomi considerati da se non hanno niente di comune, si abbattono ad essere ugualmente disprezzative: esse derivano da una stessa forma latina la loro origine grammaticale: è naturale che da questo principio comune derivino anche la loro significazione disprezzativa. (23. Mag.). - Vittuaglia ec. Foraggio-are, fourrage-er: v. spagn. Bitorzo (bitorcio, quasi bitorculus), bitorzolo ec. Santocchieria. Foeniculum - (foenuculum) - finocchio - fenouil. - La desinenza in gn... ñ ec. è per lo più da neus ec.; p. e. castanea-castagna. - Aveugle, aveugler - aboculus. Muraglia. Pagliuca (Alberti). Molliccio, molliccico. v. p. 4515.

Minuto, participio aggettivato, coi derivati ec. V. lat. franc. spagn.

Soperchio soperchiare, superculus superculare: dello stesso genere che parecchio apparecchiare, pariculus appariculare, di cui altrove; dove la desinenza in cul... è semplice desinenza e non diminuzione. Puoi vedere la p. 4443. ec.

Ruina-rovina ec.

[4515] Alla p. 4513. Similmente molte immagini, letture ec. ci fanno un’impressione ed un piacer sommo, non per se, ma perchè ci rinnuovano impressioni e piaceri fattici da quelle stesse o da analoghe immagini e letture in altri tempi, e massimamente nella fanciullezza o nella prima gioventù. Questa cosa è frequentissima: ardisco dire che quasi tutte le impressioni poetiche che noi proviamo ora, sono di questo genere, benchè noi non ce ne accorgiamo, perchè non vi riflettiamo, e le prendiamo per impressioni primitive, dirette e non riflesse. Quindi ancora è manifesto che una poesia ec. dee parere ad un tale assai più bella che un’altra, indipendentemente dal merito intrinseco. ec. ec.

Zoppicare. Medeor - medico as.

Alla p. 4493. Com’è notato, una gran parte del piacere che i sentimenti poetici ci danno e ci lasciano, consiste in ciò, ch’essi c’ingrandiscono il concetto, e ci lasciano più soddisfatti, di noi medesimi. Appunto come i sentimenti, come le azioni, nobili, magnanime, pietose; come i sacrifizi ec. (e come la conversazione di chi ha la vera arte di esser amabile). E appunto come questi non cadono se non in chi sia felice, contento di se, in chi si stimi ec., così nè più nè meno i sentimenti poetici. (24. Mag.)

Alla p. 4514. Lucigno-lo. - In uomicci-uolo, omici-atto, omici-attolo, e simili, la solita moltiplicazione della forma latina in ulus. - Coraggio, per cuore (corazon, coraje, courage): v. Crus., quasi coraculum. Incorare-incoraggiare. Visage, envisager, ombrage, ombrager, language, usage, ouvrage ec. ec. Questa forma in age ager, è tutta francese, provenzale ec. Di là la nostra, sì abbondante anch’essa, in aggio, aggia, aggiare; e grandissima parte almeno delle voci che hanno questa desinenza (viaggioare ec. Piaggia non è, come dico altrove, [4516] da plagula, ma da plage; e così spiaggia.) Però in ispagnolo tali nomi finiscono per lo più in e (viaje, mensaje ec. ec.). - V. ancora il pensiero seg. - V. p. 4518.4521.

Alla p. 4444. Vedi nella p. 4473. capoverso penult. e suoi annessi, l’immenso e svariatissimo uso fatto nel latino volgare o de’ bassi tempi, di questa medesima forma in icul... cul... ul... or con forza diminutiva frequentativa ec., or positivata, or come semplice desinenza. (25. Mag.). V. qui al fine della p. uso manifesto per le quasi infinite forme che ne derivarono nei nostri volgari. Dal che si vede che l’uso antichissimo di quella forma, non cessò mai, nè fu men frequente negli ultimi tempi del latino che nei primitivi.

Il detto altrove dell’incontrastabilmente maggior numero di suoni nelle lingue settentrionali che nelle nostre, causa, in parte della lor mala ortografia, per la scarsezza dell’alfabeto latino da loro adottato; è applicabile ai dialetti dell’Italia superiore, perciò difficilissimo ancora a bene scriversi. Mezzofanti diceva che al bolognese bisognerebbe un alfabeto di 40 o 50 o più segni. Non è questa la sola conformità che hanno que’ dialetti colle lingue settentrionali. Del resto, i dialetti generalmente sono più ricchi che l’alfabeto comune. Il toscano parlato ha anch’esso un po’ più suoni che le lettere, ma pochi più. Il marchigiano e il romano quasi nessuno: esse sono veramente (in ciò come in mille altre cose) l’italiano comune e scritto, o il volgare più simile a questo, che sia possibile. (25. Mag.)

Gracchiare (da gra gra: v. Forc. in graculus), scorbacchiare, scornacchiare, spennacchiare. Gorgheggiare.

Al capoverso 1. Anche qui i toscani abbondano più che gli altri, e spesso dove questi usano il positivo (nome o verbo), essi il diminutivo [4517] o frequentativo ec., benchè senza differenza di senso. Noi amiamo p. e. spennare, i toscani spennacchiare ec. ec. (26. Mag.)

La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perchè chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. (27. Mag.)

Bollito per bollente. Patito. Indigesto per non digeribile, e per che non ha digerito. Umanità degli antichi ec. Vecchi. Cosa lacrimevole, infame, pur naturalissimo, il disprezzo de’ vecchi, anche nella società più polita. Un vecchio (oggi, in Italia, almeno) in una compagnia, è lo spasso, il soggetto de’ motteggi di tutta la brigata. Nè solo disprezzo: trascuranza, non assisterli, non prestar loro quegli uffizi, quegli aiuti, il cui commercio è il fine e la causa della società umana, de’ quali i vecchi hanno tanto più necessità che gli altri. I giovani sono serviti, i vecchi conviene che si servan da se. In una medesima stanza, se ad una giovane cadrà di mano il fuso, il ventaglio, sarà pronto chi lo raccolga per lei; se ad una vecchia, a cui il levarsi in piedi, l’incurvarsi, sarà penoso veramente, la vecchia dovrà raccorselo essa. E così ancora in casi di malattie ec. ec. Spesso i vecchi, anco in uguaglianza di condizione, hanno ad [4518] aiutare e servire i giovani. E parlo d’aiuti e di servigi corporali. Ci scandalizziamo di quei Barbari che si fanno servir dalle donne: ma il fatto nostro è lo stesso, se non peggiore. E viene dallo stesso spietato e brutale, ma naturale principio, che il forte sia servito, il debole serva. (27. Mag.)

Alla p. 4516. La forma aiuolo e aiólo in legnaiuolo, erbaiuolo, vignaiuolo, stufaiuolo o stufaiolo, fruttaiuolo o fruttaiolo, calzaiuolo, pesciaiuolo, armaiuolo e simili, è altresì originariamente diminutiva da ariolus (lignariolus ec.). Così in aruolo, arólo (che è di noi marchegiani), eruolo: pizzicaruolo, pizzicarolo, (Alberti), pizzicheruolo. - Inguina - (inguinacula plural.). anguinaglia, anguinaia. V. franc. spagn. Ventraia.

Tombereau. Doucereux. Fiocco - flocon.

Manuale di filosofia pratica. Memorie della mia vita. Come i piaceri non dilettano se non hanno un fine fuori di essi, secondo dico altrove, così neanche la vita, per piena che sia di piaceri, se non ha un fine in totale ec. Bisogna proporre un fine alla propria vita per viver felice. O gloria letteraria, o fortune, o dignità, una carriera in somma. Io non ho potuto mai concepire che cosa possano godere, come possano viver quegli scioperati e spensierati che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza aver mai detto, fissato, tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho saputo immaginare che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che aspettano. Del resto, tali fini vaglion poco in se, ma molto vagliono i mezzi, le occupazioni, la speranza, l’immaginarseli come gran beni a forza di assuefazione, di pensare ad essi e di procurarli. L’uomo può ed ha bisogno di fabbricarsi esso stesso de’ beni in tal modo. (31. Mag.)

[4519] Sfilare - sfilacciare - sfilaccicare (v. Crus. in Spicciare): filaccica (plural.).

Anche i verbi lat. in urio si formano da’ supini.

Alla p. 4449. Per altro, la conformità di costumi, governo, religione, riti, lingua ec. fra troiani e greci, che apparisce nelle poesie omeriche, nelle tradizioni ec. (e che par favorire la congettura del Niebuhr, la quale ha però altri fondamenti), può essa ancora essere ingannevole, e non significare che la poca arte e istruzione di que’ vecchi poeti, come dico altrove. Simili a quei pittori o artefici de’ tempi bassi, e ad alcuni anche de’ buoni secoli, che rappresentavano personaggi antichi e stranieri vestiti all’uso moderno e nazionale. Fra’ moderni, il Pontedera (Julii Pontederae Antiquitatum lat. graecarumque enarrationes atq. emendatt. praecipue ad veteris anni rationem attinentes; Patav. 1740.; praefat. libro che mi pare non conosciuto dal Niebuhr), fondandosi parte in detta conformità, parte in altri argomenti, congetturò Trojanos Graecorum quondam fuisse coloniam. (2. Giugno.)

Pésolo, pesolone. (pensulus per penzolo, pendulo ec.).

Sentito per sensibile, vivo; o per sensato. V. Crus.

Lego is - lego as, coi composti.

Spigolare, ruzzolare. Mugolare, mugghiare.

Alla p. 4430. Di tal genere è anco una grandissima parte degli errori e sgrammaticature (sien d’uso generale o individuale) del parlar plebeo, rustico, de’ dialetti ec.

Monofagia. Convivium, sumpósion, coena (se è vera l’etimologia da κoινή), tutti nomi significativi di comunanza. ec.

Alla p. 4504. marg. Anche il nemico, l’offensore, ridotto all’inferiorità all’impotenza, è, non pur compassionevole, ma amabile, allo stesso offeso. [4520] Par che la natura abbia dato alla debolezza l’amabilità come una sorta di difesa e d’aiuto. (17.Giugno.)

Beatus, participio aggettivato. Trambasciato, trangosciato ec. Trasognato. Moderato ec., smoderato, immoderato ec. Invisus per odioso.

Σχoλὴ ozio chiamavano gli antichi i luoghi, i tempi ec. degli studi, e gli studi medesimi (onde ancora diciamo, senza intendere all’origine, scuola, e scolare per istudente, e gl’inglesi scholar per letterato, che dall’etimologia sonerebbe ozioso) che per gran parte di noi sono il solo o il maggior negozio. (7. Luglio.)

Succhio (succulus) per succo.

Δῖoς, dius-divus.

Ieiunus 1. participio contratto, a quanto pare, da ieiunatus (così fors’anche festinus); 2. in senso di qui ieiunavit o ieiunat. Delirus.

Mordeo, morsum - morsicare, (corrottamente mozzicare, smozzicare), morsecchiare.

Simus costantemente per sumus. Augusto ap. Sveton. in Aug. c. 87.; Messala, Bruto ed Agrippa ap. Mario Vittorino de Orthographia p. 2456. Manibiae per manubiae pur costantemente nelle iscrizioni Ancirane composte pur da Augusto. Contibernali in un antico monumento ap. Achille Stazio ad Sveton. de Cl. Rhetoribus.

Bubulcitare.

Alla p. 4491. In un luogo piccolo vi sono partiti, amicizia non v’è. Vale a dire, che delle persone, per trovarsi ciò convenire ai loro interessi, saranno unite e collegate insieme per certo tempo (per lo più contro altre); ma non mai amiche. Amicizia non può essere che in città grandi, o pur fra persone lontane. (8. Luglio.). V. p. 4523.

[4521] Alla p. 4512. La forma in accio acciare, azzo azzare, e le corrispondenti francesi e spagnuole (e così in eccio, iccio ec.), vengono veramente, almeno per lo più, dalla latina in aceus, iceus ec. Gallinaceus, gallinaccio.

Che fosse proprio del volgare latino il dar questa desinenza ai positivi, nomi o verbi, e ciò senz’alterazione di significato, e che da ciò venga il tanto uso della forma in accio ec. nelle lingue figlie, massime dove essa non altera la significazione (come in minae minacce, minari minacciare), può congetturarsi, fra l’altro, dal riferito da Svetonio (Aug. c.87.) che Augusto soleva scrivere pulleiaceus in vece del positivo pullus. Augusto nelle singolarità delle sue voci ed ortografia riferite da Svetonio (ib. et c.88.), si accostava al dir volgare: il suo baceolus è il nostro baggeo. Quest’osservazione dunque serva particolarmente pel Tratt. del Volg. lat. - La forma in ezzare, onde (e non viceversa) eggiare, e le corrispondenti francesi e spagnuole, sono dalla greca frequentativa in ίζειν, e dalla lat. issare, che di là viene. Il betissare di Augusto ap. Sveton. (87.), da noi si direbbe bietoleggiare. Cambiato, al solito l’i in e. (9. Luglio.) - Se però ezzare è per ecciare, allora apparterrà al detto qui sopra. E viceversa se azzo, izzo ec. è per aggio ec., allora non cadrà sotto il qui sopra detto. (10. Luglio.) - Incumulare - encumbrar - ingomberare.

Molti avverbi e preposizioni delle lingue nostre sono fatte coll’aggiunta di un de affatto pleonastico alle corrispondenti latine. De retro: diretro, dirietro, dreto, dietro (il volgo marchegiano appunto latinamente: de retro); e poi, [4522] raddoppiato ancora il di, di dietro; derrière, detras. De ubi: dove. De unde: donde. De ante: delante, dianzi, dinanzi, davanti, devant. De post: di poi, dopo, da poi, depuis, despues. De mane: dimani ec. demain. (11. Lugl.) Così di sopra, di sotto, da presso, da lungi, da vicino, da o di lontano. Quest’uso par fosse proprio del volgar latino 1° perchè comune a tutte 3 le lingue figlie, 2° perchè si trova già in parte nel latino scritto. Desuper, desubito, derepente; dove il de ridonda: dehinc, deinde; dove il de (come in donde) è ripetuto; perchè già il semplice hinc vale de hic, inde è de in (dein).

Iuvi per iuvavi, ad-iutum ec. per ad-iuvatum.

La prosa in verità, parlando assolutamente, precedette da per tutto il verso, come è naturale; ma il verso conservato precedette quasi da per tutto la prosa conservata. (11. Luglio.)

L’uso degli antichi filosofi greci, di abbracciar col circolo dei loro Trattati tutte le parti dello scibile (uso notato da me altrove), onde esso circolo veniva ad essere un’enciclopedia, fu seguito anche, ne’ bassi tempi, da’ latini: dico da quelli che scrissero, o in più opere separate o in una sola, de 4r o de 7m disciplinis (come Boezio, Cassiodoro, Marziano Capella, Beda, Alcuino) ec.; piccole enciclopedie, dove però si copiavano per lo più tra loro. E dico tra loro: i più antichi o non conoscevano, o non avevano, o non leggevano, o non potevano intendere. (11. Lugl.)

[4523] Alla p. 4520. fin. Chi non è mai uscito da luoghi piccoli, come ha per chimere i grandi vizi, così le vere e solide virtù sociali. E nel particolare dell’amicizia, la crede uno di quei nomi e non cose, di quelle idee proprie della poesia o della storia, che nella vita reale e giornaliera non s’incontrano mai (e certo egli non si aspetta d’incontrarne mai nella sua). E s’inganna. Non dico Piladi e Piritoi, ma amicizia sincera e cordiale si trova effettivamente nel mondo, e non è rara.

Del resto, i servigi che si possono attendere dagli amici, sono, o di parole (che spesso ti sono utilissime), o di fatti qualche volta; ma di roba non mai, e l’uomo avvertito e prudente non ne dee richiedere di sì fatti (di tal fatta). (21. Luglio.)

Insatiatus per insatiabilis. Citus, particip. aggettivato.

Naevus-neo.

Frigus - frio (spagn.). Ragunare - raunare. Nego - nier. Raggi - rai.

Il vescovo Ulfila, se non fu il primo introduttore dell’alfabeto presso la sua nazione (i Goti), gli diede almeno quella forma che noi conosciamo. Castiglioni ap. la B. Ital. Maggio 1829. t. 54 p. 201.

Non solo noi diveniamo insensibili alla lode, e non mai al biasimo, come dico altrove, ma in qualunque tempo, le lodi di mille persone stimabilissime, non ci consolano, non fanno contrappeso al dolore che ci dà il biasimo, un motteggio, un disprezzo di persona disprezzatisima, di un facchino. (29. Lug.)

In un trattenimento, chi si vuol divertire, propongasi di passare il tempo. Chi vi cerca e vi aspetta il divertimento, non vi trova che noia, e passa quel tempo assai male. (29. Lug.)

[4524] Est Dicaearchi liber de interitu hominum, Peripatetici magni et copiosi, qui collectis ceteris causis, eluvionis, pestilentiae, vastitatis, beluarum etiam repentinae multitudinis, quarum impetu docet quaedam hominum genera esse consumta; deinde comparat quanto plures deleti sint homines hominum impetu, id est bellis aut seditionihus, quam omni reliqua calamitate. Cic. de Off. II. 5. (16.). (5. Sett. 1829.)

Luccicare. Albico as.

Rue - ruga (ital. antico).

Despicere - despicari: e simili.

Burrone, burrato, borro, botro - βóϑρος. (12. Aprile. 1830. Lunedì di Pasqua.)

È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito. (Firenze 31. Maggio 1831.)

Eccellente umanità degli antichi. Quid enim est aliud, erranti viam non monstrare, quod Athenis exsecrationibus publicis sancitum est, si hoc non est? etc. Cic. de off. l.3. alquanto innnanzi il mezzo. (Roma 14. Dic. 1831.)

Βρίαχoς l’ubbriaco, appellativo di un Sileno in un vaso antico. Muséum étrusque du prince de Canino, n.1005. (Roma 14. Dic. 1831.)

ὅμως δὲ τοῦτο μὲν ἴτω (vada, cioè eveniat) ὅπῃ τῷ ϑeῷ ϕίλον. Plat. Apolog. Socr. haud procul ab init. ed. Ast. opp. t.8. p. 102. (in marg. 19. A.) nel Critone (init. p. 164. in marg. 43. D.) dice pur Socrate: εἰ τούτῃ τοῖς ϑεοίς, ϕίλον, ταύτῃ ἔsτω.

τούτου πᾶν τοὐναντίον εὑρήσετε (tutto il contrario). ib. 138. (34. A.) e così altrove nella medesima Apologia.

οὐκ ἔσϑ᾽ ὅτι μᾶλλον, ὦ ἄνδρες ᾽Αϑηναῖoi, πρεπει οὕτως ὡς ec. [4525] (in vece di μᾶλλον... ἢ), ib. 144. (36. D.) - nessuna cosa più... quanto ec. idiotismo nostro, usato anche da’ buoni e antichi.

ὄνομα ἕξετε καὶ αἰτιαν ὡν Σωκπάτη ἀπεκτóνατε. ib. 148. (38. C.) avrete nome di avere ucciso Socrate. (Roma 6. Gennaio 1832.)

Uomini originali men rari che non si crede.

Gli uomini verso la vita sono come i mariti in Italia verso le mogli: bisognosi di crederle fedeli benchè sappiano il contrario. Così chi dee vivere in un paese, ha bisogno di crederlo bello e buono; così gli uomini di credere la vita una bella cosa. Ridicoli agli occhi miei, come un marito becco, e tenero della sua moglie. (Firenze 23. Maggio. 1832.)

Cosa rarissima nella società, un uomo veramente sopportabile.

Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte.

Grande studio (ambizione) degli uomini mentre sono immaturi, è di parere uomini fatti, e quando sono uomini fatti, di parere immaturi. (16. Settem. 1832.)

La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessisimo a chi v’è invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce già e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola [4526] generale. (Firenze. 4. Dic. 1832.)

 

Note

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[1] V. p. 4483.

[2] V. p. 4483.

[3] V. p. 4465.

[4] Fauto e Faustolo, il pastore che salvò Romolo e Remo bambini.

[5] Così anco de’ verbi in are, alla qual terminaz. aggiungono un ol. (sfondare- sfondolare, sfondolato). V. la pag. 4496. capoverso 8. e 4509. capoverso 3. e 4512.

[6] Prossimo (ὁ πλησίον, ὁ πέλας), p. simile ec., viene anche dal greco p. mezzo del Cristianes., quantunq. in Forc. abbia qualcosa di simile in qutori pagani.

[7] Pare che i lat., almeno de’ bassi tempi, usassero come disprezzativa la forma in Acul.

[8] I verbi, tutti della Ia.

[9] Crever, se crever, - crevasser.

[10] Intrico as, tricae-tricasserie, tracasser, tracas ec. (tricaculae) coutelas, freddiccio, rossiccio, e simili aggettivi.

[11] V. la p. 4496. capoverso 9.

[12] V. il pensiero seg.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2007