Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[4249] Giuoco di mano, giuoco di villano, is a very true saying, among the few true sayings of the Italians. Chesterfield Letters to his son, lett. 259.

Il conte di Chesterfield era veramente molto pratico e della lingua, ed anche dei particolari e minuti detti usuali nel nostro parlar familiare. Nè io disapproverei molti de’ suoi giudizi circa la letteratura e le cose nostre, come p. e. quello circa il Petrarca (lett. 217.), simile al parer del Sismondi: Petrarca is, in my mind, a sing-song love-sick Poet; much admired, however, by the Italians: but an Italian, who should think no better of him than I do, would certainly say, that he deserved his Laura better than his lauro (alludendo alla coronazione del Poeta in Roma); and that wretched quibble would be reckoned an excellent piece of Italian wit. Io, con licenza di Milord, non credo che sia vera quest’ultima cosa, nè che fosse vera al tempo suo, ma ben sono della sua opinione in quanto al Petrarca.

V. p. 4263. Il qual giudizio troverà pochi approvatori in Italia fuori di me. Ma quello dei nostri detti e proverbi, è certamente falso ec. (Può servire per un articolo sopra i proverbi). (Recanati 27. Feb. ult. di Carnovale. 1827.)

Ultimatamente per ultimamente, Crusca. L’usa anco il Bembo nelle Lettere.

Il Bembo fu un Cesari del 500, il Cesari è un Bembo dell’800. Simili negli effetti che hanno operati, e nelle circostanze dei tempi quanto alla lingua, e nei mezzi usati e nelle opinioni, cioè nella divozione al 300. ec. Ma similissimi anco nell’esser loro naturale (lasciando l’esser vicini di patria, e d’una provincia stessa). Molta lettura e studio: nessuno ingegno da natura; nessuna sembianza di esso, acquistata per l’arte. Mai niun barlume, niuna scintilla di genio, di felice vena, ne’ loro scritti. Aridità, sterilità, nudità e deserto universalmente. Pochi o niuno de’ nostri autori e libri che hanno avuto fama e che si stampano ancora, furono mai così poveri per questa parte, come il Bembo e gli scritti suoi. (27. Feb. 1827.)

Pel Manuale di filosofia pratica. Desiderio naturale, necessario, e perpetuo [4250] nell’uomo, di un futuro miglior del presente, per buono che il presente possa essere. Importanza quindi dell’avere una prospettiva e una speranza, per esser felice. Importanza del sapersi fare, comporre e propor da se stesso tal prospettiva. Non sempre le circostanze, l’età ec. permettono una prospettiva di miglioramento e di avanzamento nello stato ec. Oltracciò gli avanzamenti e miglioramenti grandi sono di difficile conseguimento, e non conseguendosi, e ingannata la speranza, restiamo turbati. Utilità somma del sapersi proporre di giorno in giorno un futuro facile, o anche certo, ad ottenere; dei beni che avvengono d’ora in ora; godimenti giornalieri, di cui non v’ha condizione che non sia fornita o capace: il tutto sta sapersene pascere, e formarne la propria espettativa, prospettiva e speranza, ora per ora: questo è ufficio di filosofo, ed è pratica incomparabilmente utile al viver felice. (Recanati. 1° dì di Quaresima. 28. Feb. 1827.)

Ho detto altrove che nella primavera l’uomo suole sentirsi più scontento del suo stato, che negli altri tempi. Così ancora nella state più che nel verno. La cagione è che allora l’uomo patisce meno. Però desidera più il godimento e il piacere diretto. Nella primavera poi tanto più sensibile è questo desiderio, quanto è più sensibile la privazione del patimento e dell’incomodità che reca il freddo, la qual cessa allora appunto. La infermità, il timore, il patimento di qualunque sorta volgono l’amor del piacere nell’amor del non patire, o del fuggire il pericolo. l’animo in quello stato, è meno esigente. Il non patire è più possibile ad ottenersi che il godere. Però nell’inverno si sente meno la scontentezza del proprio essere, che nella buona stagione. Nella quale l’animo ripiglia la sua avidità del piacere; e, come è naturale, nol ritrova mai. (Recanati 2. Marzo. 1827. I. Venerdì di Marzo.)

A vóto per frustra. - εἰς κενòν. V. Casaubon. ad Athenae. l. 11. c. 6. sul mezzo.

Parrebbe che tutta quella infinita cura che pose Isocrate circa la collocazione delle parole e la struttura della dizione, non ad altro l’avesse egli posta, [4251] fuorchè a proccurare la più perfetta, la più squisita, la maggior possibile, la più singolare chiarezza. Questa dote non si osserva negli altri autori che l’hanno, se non in quanto nel leggerli non si patisce, vale a dir non si sentono impedimenti e difficoltà. In Isocrate ella si osserva, perchè non solo non si patisce leggendolo, ma per essa si prova un certo piacere. Negli altri ella è qualità negativa, in questo è positiva; ha un certo senso, un sapore proprio. Quel piacere che dà in molti autori una temperata difficoltà che si prova leggendoli, e superando facilmente quella difficoltà ad ogni passo, quel medesimo dà nel leggere Isocrate la somma e straordinaria facilità. Par di sentirvi quel gusto che si prova quando in buona disposizione di corpo, e volontà di far moto, si cammina speditamente per una strada, non pur piana, ma lastricata. Io non credo che si trovi autor così chiaro e facile in alcuna altra lingua, come è Isocrate (e certo senza compagni) nella greca. Esso è facilissimo anche ai principianti in quella lingua, che è pur la più difficile (se non prevale in ciò la tedesca) di tutte le lingue del mondo. Tanto più mirabile in questo, quanto che si sa bene con quanto studio Isocrate cercasse gli altri pregi della dicitura, e soprattutto fuggisse il concorso delle vocali; (il che egli ha fatto effettivamente e conseguito quasi da per tutto ed interamente) difficoltà certo grandissima, ed inceppamento; come ognun vedrebbe provandovisi; il quale però non ha punto impedito quella maravigliosa facilità. (7. Marzo. Mercordì di quattro tempora. 1827.)

Grispignolo. Lappa-lappula. lat., lappola. ital.

Parrebbe che secondo ogni ragione, secondo l’andamento naturale dell’intelletto e del discorso, noi avessimo dovuto dire e tenere per indubitato, la materia può pensare, la materia pensa e sente. Se io non conoscessi alcun corpo elastico, forse io direi: la materia non può, in dispetto della sua gravità, muoversi in tale o tal [4252] direzione ec. Così se io non conoscessi la elettricità, la proprietà dell’aria di essere instrumento del suono; io direi la materia non è capace di tali e tali azioni e fenomeni, l’aria non può fare i tali effetti. Ma perchè io conosco dei corpi elastici, elettrici ec. io dico, e nessuno me lo contrasta; la materia può far questo e questo, è capace di tali e tali fenomeni. Io veggo dei corpi che pensano e che sentono. Dico dei corpi; cioè uomini ed animali; che io non veggo, non sento, non so nè posso sapere che sieno altro che corpi. Dunque dirò: la materia può pensare e sentire; pensa e sente. - Signor no; anzi voi direte: la materia non può, in nessun modo mai, nè pensare nè sentire. - Oh perchè? - Perchè noi non intendiamo come lo faccia. - Bellissima: intendiamo noi come attiri i corpi, come faccia quei mirabili effetti dell’elettricità, come l’aria faccia il suono? anzi intendiamo forse punto che cosa sia la forza di attrazione, di gravità, di elasticità; che cosa sia elettricità; che cosa sia forza della materia? E se non l’intendiamo, nè potremo intenderlo mai, neghiamo noi per questo che la materia non sia capace di queste cose, quando noi vediamo che lo è? - Provatemi che la materia possa pensare e sentire. - Che ho io da provarlo? Il fatto lo prova. Noi veggiamo dei corpi che pensano e sentono; e voi, che siete un corpo, pensate e sentite. Non ho bisogno di altre prove. - Quei corpi non sono essi che pensano. - E che cos’è? - È un’altra sostanza ch’è in loro. - Chi ve lo dice? - Nessuno: ma è necessario supporla, perchè la materia non può pensare. - Provatemi voi prima questo, che la materia non può pensare. - Oh la cosa è evidente, non ha bisogno di prove, è un assioma, si dimostra di se: la cosa si suppone, e si piglia per conceduta senza più.

In fatti noi non possiamo giustificare altrimenti le nostre tante chimeriche opinioni, sistemi, ragionamenti, fabbriche in aria, sopra lo spirito e l’anima, se non riducendoci a questo: che la impossibilità di pensare e sentire nella materia, sia un assioma, un principio innato di ragione, che non ha bisogno di prove. [4253] Noi siamo effettivamente partiti dalla supposizione assoluta e gratuita di questa impossibilità per provare l’esistenza dello spirito. Sarebbe infinito il rilevare tutte le assurdità e i ragionamenti le contraddizioni al nostro medesimo usato metodo e andamento di discorrere che si sono dovuti fare per ragionare sopra questa supposta sostanza, e per arrivare alla conclusione della sua esistenza. Qui davvero che il povero intelletto umano si è portato da fanciullo quanto mai in alcuna cosa. E pur la verità gli era innanzi agli occhi. Il fatto gli diceva: la materia pensa e sente; perchè tu vedi al mondo cose che pensano e sentono, e tu non conosci cose che non sieno materia; non conosci al mondo, anzi per qualunque sforzo non puoi concepire, altro che materia. Ma non conoscendo il come la materia pensasse e sentisse, ha negato alla materia questo potere, e ha spiegato poi chiarissimamente e compreso benissimo il fenomeno, attribuendolo allo spirito: il che è una parola, senza idea possibile; o vogliam dire un’idea meramente negativa e privativa, e però non idea; come non è idea il niente, o un corpo che non sia largo nè profondo nè lungo [1], e simili immaginazioni della lingua piuttosto che del pensiero. Che se noi abbiamo conchiuso non poter la materia pensare e sentire, perchè le altre cose materiali, fuori dell’uomo e delle bestie, non pensano nè sentono (o almeno così crediamo noi); per simil ragione avremmo dovuto dire che gli effetti della elasticità non possono esser della materia, perchè solo i corpi elastici sono atti a farli, e gli altri no; e così discorretela. (9. Marzo. 1827. 2° Venerdì di Marzo.)

Il bambino, quasi appena nato, farà dei moti, per li quali si potrebbe intender benissimo che egli conosce l’esistenza della forza di gravità dei corpi, in conseguenza della qual cognizione egli agisce. Così di moltissime altre cognizioni fisiche che tutti gli uomini hanno, e che il bambino manifesta quasi [4254] subito. Forse che queste cognizioni e idee sono in lui innate? Non già: ma egli sente in se ben tosto, e nelle cose che lo circondano, che i corpi son gravi. Questa esperienza, in un batter d’occhio, gli dà l’idea della gravità, e gliene forma in testa un principio: del quale di là a pochi momenti gli parrebbe assurdo il dubitare, e il quale ei non si ricorda poi punto come gli sia nato nella testa. Il simile accade appunto nei principii e morali e intellettuali. Ma le idee fisiche ognun concede e afferma non essere innate: le morali, signor sì, sono. Buona pasqua alle signorie vostre. (9. Marzo. 1827. Recanati.)

Pregiudicato, spregiudicato. Volgare ital.

Gratito, as, avi, atum. Mutito. Mutuito. V. Forcell.

Ho notato che i continuativi dai verbi della prima coniugazione si fanno in ito, e possono perciò essere insieme o parimente frequentativi, come mussito ec. Similmente i continuativi formati da’ verbi che hanno i supini in itum (usitati o antichi), come domito, agito ec. Ma non so s’io abbia notato che dai verbi della quarta, supini in itum, si fanno i continuativi in ito (non ito), i quali perciò non si possono confondere coi frequentativi, malgrado la desinenza in ito. Come p. e. dormito as.

I know, by my own experience, that the more one works, the more willing one is to work. we are all, more or less, des animaux d’habitude. I remember very well, that when I was in business, I wrote four or five hours together every day, more willingly than I should nowhalf an hour. Chesterfield, Letters to his son, lett. 318. I have so little to do, that I am surprised how I can find time to write to you so often. Do not stare at the seeming paradox; for it is an undoubted truth, that the less one has to do, the less time one finds to do it in. One yawns, one procrastinates; one can do it when one will, and therefore one seldom does it at all; whereas those who have a great deal of business, must (to use a vulgar expression) buckle to it; and then they always [4255] find time enough to do it in. Lett. 320. It is not without some difficulty that I snatch this moment of leisure from my extreme idleness, to inform you of the present lamentable and astonishing state of affairs here. Lett. 321. (12. Marzo. 1827.). V. p. 4281.

Uomo ordinato e assegnato in ogni cosa. Guicciard. ed. Friburgo, t. 4. p. 67.

Brevetti d’invenzione non ignoti alle antiche repubbliche. V. Casaub. ad Athenae. l. 12. cap. 4.

᾽Aριϑμòς, άριϑμειν - ἄμιϑρος, ἀμιϑρεῖν. Casaub. ad Athenae. l. 12. c. 7.

Androcoto e Sandrocoto (nome proprio) appresso i greci. V. Casaub. ibid.

ἐπείγειν, κατεπείγειν, τὰ κατεπείγοντα ec. per δεῖ, τὰ ἀναγκαῖα ec. - urgentissimo per necessarissimo, Guicciard. ed. Friburgo, p. 238. t. 2. V. Crus. in urgenza, urgente ec. che noi usiamo realmente per necessità necessario ec. V. anche Forcell. in urgeo ec. se ha nulla, e i franc. e spagn. V. Toupio ad Longin. sect. 43. fin.

Dei nostri sommi poeti, due sono stati sfortunatissimi, Dante e il Tasso. Di ambedue abbiamo e visitiamo i sepolcri: fuori delle patrie loro ambedue. Ma io, che ho pianto sopra quello del Tasso, non ho sentito alcun moto di tenerezza a quello di Dante: e così credo che avvenga generalmente. E nondimeno non mancava in me, nè manca negli altri, un’altissima stima, anzi ammirazione, verso Dante; maggiore forse (e ragionevolmente) che verso l’altro. Di più, le sventure di quello furono senza dubbio reali e grandi; di questo appena siamo certi che non fossero, almeno in gran parte, immaginarie: tanta è la scarsezza e l’oscurità delle notizie che abbiamo in questo particolare: tanto confuso, e pieno continuamente di contraddizioni, il modo di scriverne del medesimo Tasso. Ma noi veggiamo in Dante un uomo d’animo forte, d’animo bastante a reggere e sostenere la mala fortuna; oltracciò un uomo che contrasta e combatte con essa, colla necessità col fato. Tanto più ammirabile certo, ma tanto meno amabile e commiserabile. Nel Tasso veggiamo uno che è vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato, che ha ceduto all’avversità, che soffre continuamente e patisce oltre modo. Sieno ancora immaginarie [4256] e vane del tutto le sue calamità; la infelicità sua certamente è reale. Anzi senza fallo, se ben sia meno sfortunato di Dante, egli è molto più infelice. (Recanati. 14. Marzo. 1827.). (Si può applicare all’epopea, drammatica ec.).

È molto notabile nella considerazione comparativa delle antiche e delle moderne nazioni civili, che quelle furono tutte quante di situazione meridionali. Dell’Italia non era ben civile che la parte meridionale. Del resto dell’Europa, la Grecia sola. Dell’Asia, solo il mezzodì, sì quello civilizzato dai greci, e sì l’India, la Persia ec. Dell’Affrica non parlo, la quale è meridionale tutta. Or questo doveva necessariamente produrre, e produsse, una grandissima differenza, sì nei costumi, nei modi del vivere, negli esercizi, nelle instituzioni pubbliche e private, sì nei caratteri dei popoli civili e della civiltà antica, dai costumi, dai caratteri, dalla civiltà moderna. Perchè, secondo quella verissima osservazione già fatta da altri, che la civiltà è andata sempre, e va tuttavia progredendo dal sud al nord, ritirandosi da quello; i popoli civili moderni sono tutti settentrionali, o più settentrionali che gli antichi; o certo risedendo, come è manifesto, la maggior civiltà moderna nel settentrione (ciò si vede anche in America), il resto dei popoli più o manco civili, pigliano dai settentrionali il carattere della lor civiltà. E in somma la civiltà antica fu una civiltà meridionale, la nostra è una civiltà settentrionale. Proposizione che siccome a prima vista si riconosce per verissima moralmente, così nè più nè meno è vera letteralmente presa, e geograficamente. Differenza del resto grandissima e sostanzialissima, se non principale, e includente in se tutte le altre. L’antichità medesima e la maggior naturalezza degli antichi, è una specie di meridionalità nel tempo. (14. Marzo. 1827. Recanati.)

Alla p. 4253. Appunto, se noi diciamo un corpo che non sia nè largo nè lungo nè profondo, noi non ci pensiamo punto di avere perciò una menoma idea, nè chiara nè oscura, di tal cosa. Cambiamo la parola; diciamo uno spirito; a noi par di avere un’idea. E pur che altro abbiamo che una parola?

[4257] Formica-formicola. Crusca. Segneri, Incred. senza scusa, par. 1. c. 5. §. 5. V. Forcell.

Caprea-capreolus ec. Caprio cavrio (Segneri, ib. c.13. §. 1.) cavriuolo, capriuolo, capriatto ec.

Inviolato per inviolabile. V. Forcell. Efferatus, efferato, per fiero.

Undatus - undulatus. Ondato - ondeggiato, ondare - ondeggiare, coi derivati ec. ondazione (Segneri ib. c. 16. §. 2.) ondulazione, undulazione (Alberti). Ondoyer, ondoyé. Ondulation.

Osservate in qualunque letteratura, antica o moderna, quali sieno le opere più insigni e più grandi, e troverete sempre che sono quelle che furono fatte in tempo che la nazione non aveva ancora una letteratura; quelle che furono dagli autori immaginate e composte con tutt’altra mira, con tutt’altro spirito (almen principale) che il desiderio di fama letteraria (non ancora in uso, nè desiderata), o pur di altre ricompense letterarie; il desiderio di fare una bella opera di letteratura, di arte di scrivere. (Recanati. 17. Marzo. 1827.)

Sugo is - sugare. Crus. V. Forcell.

Uomo o cosa aggiustata, aggiustatamente, aggiustatezza ec. Falco-faucon, falcone ec. V. spagn. Forcell. ec. Mugir meugler, meuglement; o beugler, beuglement. Flocon. Violette.

Uscia, plurale.

Noi diciamo rondinella (o rondinetta) per vezzo, e in verso e in prosa: così i nostri antichi scrittori: e val quanto rondine nè più nè meno. Non è ancor positivato, cioè non ha perduto il suo sentimento vezzeggiativo: ma può esser esempio di come l’hanno perduto gli altri diminutivi di animali e di piante, a forza di usarsi così semplicemente in cambio del positivo, andato a poco a poco, bene spesso, in disuso. (19. Marzo. Festa di S. Giuseppe. 1827.). Così pecorella ec. ec. i francesi dicono già hirondelle positivo, anticamente aronde.

Lodasi senza fine il gran magisterio della natura, l’ordine incomparabile dell’universo. Non si hanno parole sufficienti a commendarlo. Or che ha egli, perch’ei possa dirsi lodevole? Almen tanti mali, quanti beni; almen tanto di cattivo, quanto di buono; tante cose che vanno male, quante che camminan bene. Dico [4258] così per non offender le orecchie, e non urtar troppo le opinioni: per altro, io son persuaso, e si potrebbe mostrare, che il male v’è di gran lunga più che il bene. Ora un tal magisterio, sarà poi tanto grande? un tal ordine tanto commendevole? Ma il male par male a noi, non è veramente. E il bene, chi ci ha detto che sia bene veramente, e non paia solo a noi? Se noi non possiamo giudicare dei fini, nè aver dati sufficienti per conoscere se le cose dell’universo sien veramente buone o cattive, se quel che ci par bene sia bene, se quel che male sia male; perchè vorremo noi dire che l’universo sia buono, in grazia di quello che ci par buono; e non piuttosto, che sia malo, in vista di quanto ci par malo, ch’è almeno altrettanto? Astenghiamoci dunque dal giudicare, e diciamo che questo è uno universo, che questo è un ordine: ma se buono o cattivo, non lo diciamo. Certo è che per noi, e relativamente a noi, nella più parte è cattivo; e ciascuno di noi per questo conto l’avria saputo far meglio, avendo la materia, l’onnipotenza in mano. Cattivo è ancora per tutte le altre creature, e generi e specie di creature, che noi conosciamo: perchè tutte si distruggono scambievolmente, tutte periscono; e, quel ch’è peggio, tutte deperiscono, tutte patiscono a lor modo. Se di questi mali particolari di tutti, nasca un bene universale, non si sa di chi (o se dal mal essere di tutte le parti, risulti il ben essere del tutto; il qual tutto non esiste altrimenti nè altrove che nelle parti; poichè la sua esistenza, altrimenti presa, è una pura idea o parola); se vi sia qualche creatura, o ente, o specie di enti, a cui quest’ordine sia perfettamente buono; se esso sia buono assolutamente e per se; e che cosa sia, e si trovi, bontà assoluta e per se; queste sono cose che noi non sappiamo, non possiamo sapere; che niuna di quelle che noi sappiamo, ci rende nè pur verisimili, non che ci autorizzi a crederle. Ammiriamo dunque quest’ordine, questo universo: io lo ammiro più degli altri: lo ammiro per la sua pravità e deformità, che a me paiono estreme. Ma per lodarlo, aspettiamo di sapere almeno, con certezza, che egli non sia il pessimo dei possibili. - Quel che ho detto di bontà e di cattività, dicasi eziandio di bellezza e bruttezza di questo ordine ec. (21. Marzo. 1827.) A [4259] veder se sia più il bene o il male nell’universo, guardi ciascuno la propria vita; se più il bello o il brutto, guardi il genere umano, guardi una moltitudine di gente adunata. Ognun sa e dice che i belli son rari, e che raro è il bello.

Graziato, aggraziato, disgraziato ec. per grazioso, mal grazioso ec. Purgato, épuré ec. per puro.

Scappare-scapolare. Saltabellare. Scartabellare.

περιστερά - περιστέριον, περιστερίδιον. V. Casaubon. ad Athenae. l. 14. c. 20. init.

Entro a pochi dì, per fra pochi dì. Bartoli, Missione al gran Mogol, ed. Roma 1714. p. 72. Così diciamo dentro il termine di tanti giorni, e simili.

Pel manuale di filosofia pratica. A voler vivere tranquillo, bisogna essere occupato esteriormente. Error mio nel voler fare una vita, tutta e solamente interna, a fine e con isperanza di esser quieto. Quanto più io era libero da fatiche e da occupazioni estrinseche, da ogni cura di fuori, fino dalla necessità di parlare per chiedere il mio bisognevole (tanto che io passava i giorni senza profferire una sillaba) tanto meno io era quieto nell’animo. Ogni menomo accidente che turbasse il mio modo e metodo ordinario (e n’accadevano ogni giorno, perchè tali minuzie sono inevitabili) mi toglieva la quiete. Continui timori e sollecitudini, per queste ed altre simili baie. Continuo poi il travaglio della immaginazione, le previdenze spiacevoli, le fantasticherie disgustose, i mali immaginarii, i timori panici. Gran differenza è dalla fatica e dalla occupazione, e dalle cure e sollecitudini stesse, alla inquietudine. Gran differenza dalla tranquillità all’ozio. Le persone massimamente di una certa immaginazione, le quali essendo per essa molto travagliati negli affari, nella vita attiva o semplicemente sociale, e molto irresoluti (come nota la Staël nella Corinna a proposito Lord Nelvil); e le quali perciò appunto tendono all’amor del metodo, e alla fuga dell’azione e della società, e alla solitudine; [4260] s’ingannano in ciò grandemente. Esse hanno più che gli altri, per viver quiete, necessità di fuggir se stesse, e quindi bisogno sommo di distrazione e di occupazione esterna. Sia pur con noia. Si annoieranno per esser tranquille. Sia ancora con afflizioni e con angustie. Maggiori sarebbero quelle che senza alcun fondamento reale, fabbricherebbe loro inevitabilmente la propria immaginazione nella vita solitaria, interiore, metodica. Chi tende per natura all’amor del metodo, della solitudine, della quiete, fugga queste cose più che gli altri, o attenda più a temperarle co’ lor contrarii; se vuol potere veramente esser quieto. Al che lo aiuterà poi il giudicare e pensar filosoficamente delle cose e dei casi umani. Ma certo un uom d’affari (senz’ombra di filosofia) ha l’animo più tranquillo nella continua folla e nell’affanno delle cure e delle faccende; e un uom di mondo nel vortice e nel mar tempestoso della società; di quello che l’abbia un filosofo nella solitudine, nella vita uniforme, e nell’ozio estrinseco. (Recanati. 24. Marzo. 1827.)

Quanto più, in questo tal modo, si fuggono le sollecitudini e i dispiaceri, tanto più vi s’incorre: perchè mancandone le cause reali (o vogliamo dir di momento) e che sopravvengono di fuori, noi ce ne fingiamo e facciamo da noi medesimi e, per così dire, del nostro capitale proprio, assai più, ed infinite. E queste sollecitudini e questi dispiaceri così prodotti, non solo sono per noi di ugual momento che sarebbero i reali; ma si sentono, e travagliano molto più, per la mancanza di distrazioni e la monotonia della vita, di quel che fanno i grandissimi e sommi, nella vita agitata e attiva. Che è quanto dir che sono maggiori assai. E si sentono tutti, dove che nella vita attiva, moltissimi non si sentono, e però non sono nè pur dispiaceri. (Recanati 25. Marzo. Domenica. Festa dell’Annunziazione di Maria. 1827.)

Quanto, in quanto, per poichè, perocchè ec. – παρ᾽ ὅσον, ovvero ὅσον ec. V. un [4261] esempio di ὅσον in questo senso, usato da Ateneo, ap. Casaubon. ad Athenae. l. 15. c. 2. verso il fine, e dallo scoliaste di Pindaro, ap. eumd. ib. c. 19. fin.

Dimonia. Demonia. Mulina. plurali.

Tutti siamo naturalmente inclinati a stimar noi medesimi uguali a chi ci è superiore, superiori agli uguali, maggiori di ogni comparazione cogl’inferiori; in somma ad innalzare il merito proprio sopra quel degli altri fuor di modo e ragione. Questo è natura universale, e vien da una sorgente comune a tutti. Ma un’altra sorgente d’orgoglio e di disistima altrui, sconosciuta affatto a noi; divenuta, per l’assuefazione incominciata sin dall’infanzia, naturale e propria; è ai Francesi e agl’Inglesi la stima della propria nazione. Tant’è: il più umano e ben educato e spregiudicato francese o inglese, non può mai far che trovandosi con forestieri, non si creda cordialmente e sinceramente di trovarsi con un inferiore a se (qualunque si sieno le altre circostanze); che non disprezzi più o meno le altre nazioni prese in grosso; e che in qualche modo, più o meno, non dimostri esteriormente questa sua opinione di superiorità. Questa è una molla, una fonte ben distinta di orgoglio, e di stima di se, in pregiudizio o abbassamento d’altrui della quale niun altro fra i popoli civili, se non gli uomini delle dette nazioni, possono avere o formarsi una giusta idea. I Tedeschi che potrebbero con altrettanto diritto aver lo stesso sentimento, ne sono impediti dalla lor divisione, dal non esserci nazion tedesca. I Russi sentono di esser mezzo barbari; gli Svedesi, i Danesi, gli Olandesi, di essere troppo piccoli, e di poter poco. Gli Spagnuoli del tempo di Carlo quinto e di Filippo secondo, ebbero certamente questo sentimento, come veggiamo dalle storie, niente meno che i francesi e gl’inglesi di oggidì, e con diritto uguale; forse, senza diritto alcuno, l’hanno anche oggi; e così i Portoghesi: ma chi pone oggi in conto gli Spagnuoli e i Portoghesi, parlando di popoli civili? Gl’italiani forse l’ebbero (e par veramente di sì) nei secoli 15° e 16° e parte del precedente e del susseguente; per conto della lor civiltà, che essi ben conoscevano, e gli altri riconoscevano, esser superiore a quella di tutto il resto d’Europa. Degl’italiani d’oggi non parlo; non so ben se ve n’abbia.

[4262] Questo sentimento della inferiorità dei forestieri, questo riguardarli e trattarli come d’alto in basso, è ai francesi e agl’inglesi, per l’abitudine, così naturalizzato e immedesimato, come è ad un uomo nato nobile e ricco, il parlare e trattare co’ poveri e co’ plebei, come con gente naturalmente inferiore: che anche l’uomo del più buon cuore del mondo, e il più filosofo, essendo nella detta condizione, li tratterà così, se non attenderà e non si sforzerà di proposito per fare altrimenti: perchè quell’opinione di sua superiorità sopra questi tali, è in lui non dipendente dal raziocinio, nè dalla volontà.

Molto utile può essere ed è senza fallo questa opinione che hanno i francesi e gl’inglesi di se. Sarebbe utile anche a chi l’avesse senza ragione. La stima grande di se stesso è il primo fondamento sì della moralità, sì delle mire ed azioni nobili e onorate. Pure, perchè il conoscere in altri un’opinione della inferiorità propria, e un certo disprezzo di se in qualunque cosa, è sempre dispiacevole; non è dubbio che il veder questo tale orgoglio nazionale nei francesi e inglesi, non riesca assai dispiacevole e odioso ai forestieri. E perchè la civiltà e la creanza comandano, e sopra tutto, che si nasconda il sentimento della superiorità propria, e il disprezzo di quelli con cui trattiamo, per ragionevole e fondato che ei sia; pare che i francesi e gl’inglesi dovrebbero nascondere quel lor sentimento tra forestieri. Gl’inglesi non si piccano di buona creanza; piuttosto di non averla, piuttosto di mala creanza: però di loro non ci maraviglieremo. I francesi non solo se ne piccano, ma vogliono essere, credono essere, e certo sono, la meglio educata gente del mondo. Anzi in questo fondano per gran parte quella loro opinione di superiorità. Perciò pare strano che al più ben creato francese non riesca o non cada in mente di tenersi, parlando o scrivendo a forestieri, dal dar loro ad intendere in qualche modo (ma chiaro), che esso li tiene senza controversia per da meno di se. Molto meno poi negli scritti che pubblicano.

Anco pare strana questa cosa, considerata la gran sensibilità e paura che hanno i francesi del ridicolo. Perchè se quella lor pretensione riesce ridicola a chi la stima giusta, e d’altronde utile e lodevole, come sono io; quanto non dovrà parere a quei che non pensano più che tanto, o che la stimano assolutamente vana, esagerata ec.? Il che dee [4263] naturalmente accadere con molti, ma con gl’inglesi accade di necessità. E già ogni pretension che si dimostra, ancorchè giusta, è soggetta a ridicolo, perchè il mostrar pretensione è ridicolo. E manco strano sarebbe che eglino non si guardassero co’ forestieri da questo ridicolo in casa propria; dove essi sono i più forti, perchè l’opinion comune è per loro, la lor superiorità è ricevuta come assioma, e l’uditorio è tutto dalla lor parte. Ma che non se ne guardino (come non se ne guardano punto) in casa dei medesimi forestieri, viaggiando tra loro, co’ loro medesimi ospiti? Questo veramente è strano assai ne’ francesi; ma molto più strano, che alla fin de’ fatti, essi viaggiano tra noi trionfalmente, dimostrandoci il lor disprezzo, mettendoci in ridicolo in faccia nostra propria e parlando a noi (non che tornati che sono a casa); e che da noi non ricevono il menomo colpo, il più piccolo spruzzo, di ridicolo nè in parole, quando noi trattiamo qui con loro, nè in lettere, nè in istampa. Da che vien questo? da bontà degl’Italiani, o da dabbenaggine, o da paura, o da che altro? (25. Marzo. 1827.)

Pennelleggiare. Tratteggiare.

Alla p. 4249. fin. Il medesimo Chesterfield nota più volte come pregi distintivi e dei principali della letteratura nostra, e come di quelli che principalmente la possono far degna della curiosità degli stranieri, l’aver degli eccellenti storici, e delle eccellenti traduzioni dal latino e dal greco, mostrando poi di aver l’occhio particolarmente a quelle della Collana. Va bene il primo capo. Il secondo non può servire ad altro che a mostrar l’ignoranza grande dei forestieri circa le cose nostre. Perchè se la nostra letteratura è povera in alcuno articolo, lo è certamente in quel delle buone traduzioni dal latino e dal greco. Di quelle specialmente della Collana non ve n’è appena una che si possa leggere, quanto alla lingua e allo stile, e per se; e che non dica poi, almeno per la metà, il rovescio di quel che volle dire e disse l’autor greco e latino. Tutte le letterature (eccetto forse la tedesca da poco in qua) sono povere di traduzioni veramente buone: ma l’italiana in questo, se non si distingue dall’altre come più povera, non si distingue in modo alcuno. Solamente è vero che noi cominciammo ad aver traduzioni dal latino e dal greco classico (non buone, ma traduzioni semplicemente), molto [4264] prima di tutte le altre nazioni. Il che è naturale perchè anche risorse prima in Italia che altrove, la letteratura classica, e lo studio del vero latino, e del greco. E n’avemmo anche in gran copia. E queste furono forse le cagioni che produssero tra gli stranieri superficialmente acquainted with le cose nostre quella opinione, che ebbe tra gli altri il Chesterfield. Nondimeno in quel medesimo tempo, anzi alquanto innanzi, avveniva al Maffei in Baviera, dov’ei si trovava, quel ch’egli scrive nella prefazione [2] de’ suoi Traduttori italiani ossia notizia de’ Volgarizzamenti d’antichi scrittori latini e greci, che sono in luce indirizzata a una colta Signora, da lui frequentata colà. Vostro costume era d’antepor la (lingua) francese alle altre, per l’avvantaggio di goder per essa gli antichi autori latini e greci, della lettura de’ quali sommamente vi compiacete, avendogli traslatati i francesi. Qui io avea bel dire, che questo piacere potea conseguirsi ugualmente con l’italiana, e che già fin dal felice secolo del 1500 la maggior parte de’ più ricercati antichi scrittori era stata in ottima volgar lingua presso di noi recata, che suscitandomisi contra tutti gli astanti, e gl’italiani prima degli altri, restava fermato, che solamente in francese queste traduzioni si avessero.

Ed ecco dagli stranieri negato agl’italiani formalmente, e trasferito alla letteratura francese quel medesimo pregio (e circa il medesimo tempo) che altri stranieri come il Chesterfield attribuivano alla italiana. Nella qual prefazione il Maffei afferma aver gl’italiani tradotto prima, più, e meglio delle altre nazioni. Per provar la qual proposizione, assunse di comporre, e compose quel suo catalogo dei nostri volgarizzatori. E quanto a me concedo e credo vere le due prime parti di essa proposizione, almen relativamente al tempo in cui il Maffei la scriveva. Concederò anche la terza, relativamente allo stesso tempo, purchè quel meglio delle altre, non escluda il male e il pessimamente assoluto. (Recanati. 27. Marzo. 1827.). V. p. 4304. fine.

Alla p. 4234. V. ancora la lettera del Manfredi, nelle Considerazioni sopra la Maniera di ben pensare ec. dell’Orsi, Modena 1735. tom. 1. p. 686. fin. e l’Orazione di Girolamo Gigli in lode della toscana favella, che sta colle sue Lezioni di lingua toscana, Ven. 1744. 3a ediz.

Alla p. 4194. A questo genere appartiene, cred’io, quell’aneddoto della femmina [4265] spagnuola di Buenos- Ayres in America, per nome Maldonata (avrà voluto dir Maldonada) alimentata lungo tempo, e poi casualmente salvata da una leonessa, da lei già beneficata, nel secolo decimosesto. Benchè questa istorietta sia riferita seriamente e con belle riflessioni filosofiche dal Raynal (Leçons de littérature et de morale, cioè Antologia francese, par MM. Noël et Delaplace, 4me édit. Paris 1810. tome 1. p. 16-18.) Ma essa, mutatis mutandis, è la stessissima che quella (ben più antichetta) dello schiavo fuggitivo per nome Androdo, alimentato in Numidia, e poi salvato da morte in Roma, da un leone, da lui beneficato. (Gell. N. Att. l. 5. c. 14. Aelian. hist. animal. l. 7. c. 48.) Nè ardisco già dire che questa sia stata il primo e original tipo di questa favola. (Anzi ella mi ha sembianza di esser d’origine greca. Vedi altre simili storielle, appunto greche, in Plinio, l. 8. c. 16. che sono come primi abbozzi di questa.) Dico poi favola, sì per il sospetto, troppo fondato, d’imitazione; e sì perchè si sa molto bene che in America non sono e non furono mai leoni: e però, s’io non erro, nè anche leonesse; (Recanati. 29. Marzo. 1827.) dico di quelle nate quivi da se, e viventi nelle foreste e nelle caverne, come era quella; non trasportate d’altronde, e mantenute in gabbie e in serragli.

Noi italiani siamo derisi per le nostre cerimonie e i nostri titoli (che noi abbiamo avuti dagli spagnuoli) specialmente dai francesi, che hanno fama d’essere in ciò i più disinvolti. Frattanto noi non abbiamo il costume che hanno i francesi, che il Monsieur sia, per così dire, inseparabile da tutti i nomi di persone; che gli autori lo aggiungano al lor nome proprio nei frontespizi delle loro opere; che esso vi si conservi perpetuamente, o vi sia posto, anche quando gli autori son morti; e simili. (Recanati. 29. Marzo. 1827.)

λοϕνία-λοϕνὶς, λοϕία o λοϕίη-λοϕὶς. V. Casaub. ad Athenae. l. 15. c. 18. ϕρουρὰ-ϕρούριον. ἴχνος-ἴχνιον.

έλάνη-σελάνη. V. ibid.

Se era intenzione della natura, facendo l’uomo così debole e disarmato, che egli provvedendo alla vita ed al ben essere suo coll’ingegno, arrivasse allo stato di civiltà; perchè tante centinaia di nazioni selvagge e barbare dell’America, dell’Africa, dell’Asia dell’Oceanica, non vi sono arrivate ancora, non hanno fatto alcun [4266] passo per arrivarvi, e certo non vi arriveranno mai, nè saranno mai civili in niun modo (o non sarebbero mai state), se noi non ve li ridurremo (o non ve gli avessimo ridotti)? Le quali nazioni sono pure una buona metà, e più, del genere umano in natura. Perchè dato ancora che le popolazioni civili, nella somma loro, vincano di numero d’uomini la somma delle non civili nè state mai civilizzate, questa moltitudine di quelle è posteriore alla civilizzazione, ed effetto di essa: la quale favorisce la moltiplicazion della specie e l’aumento della popolazione. È stata dunque la natura così sciocca, e così mal provvidente, che ella abbia missed il suo intento per più della metà? (Recanati 30. Mar. ult. Venerdì. 1827.)

In qualunque cosa tu non cerchi altro che piacere, tu non lo trovi mai: tu non provi altro che noia, e spesso disgusto. Bisogna, per provar piacere in qualunque azione ovvero occupazione, cercarvi qualche altro fine che il piacere stesso. (Può servire al Manuale di filosofia pratica). (30. Marzo. 1827.). Così accade (fra mille esempi che se ne potrebbero dare) nella lettura. Chi legge un libro (sia il più piacevole e il più bello del mondo) non con altro fine che il diletto, vi si annoia, anzi se ne disgusta, alla seconda pagina. Ma un matematico trova diletto grande a leggere una dimostrazione di geometria, la qual certamente egli non legge per dilettarsi. V. p. 4273. E forse per questa ragione gli spettacoli e i divertimenti pubblici per se stessi, senza altre circostanze, sono le più terribilmente noiose e fastidiose cose del mondo; perchè non hanno altro fine che il piacere; questo solo vi si vuole, questo vi si aspetta; e una cosa da cui si aspetta e si esige piacere (come un debito) non ne dà quasi mai: dà anzi il contrario. Il piacere (si può dir con perfettissima verità) non vien mai se non inaspettato; e colà dove noi non lo cercavamo, non che lo sperassimo. Per questo nel bollore della gioventù, quando l’uomo si precipita col desiderio e colla speranza dietro al piacere, ei non prova che

spaventevole e tormentoso disgusto e noia nelle più dilettevoli cose della vita. E non si comincia a provar qualche piacere nel mondo, se non sedato quell’impeto, e cominciata [4267] la freddezza, e ridotto l’uomo a curarsi poco e a disperare omai del piacere. (30. Marzo. 1827.). Simile è in ciò il piacere alla quiete, la quale quanto più si cerca e si desidera per se e da se sola, tanto si trova e si gode meno, come ho esposto in altro pensiero poco addietro. Il desiderio stesso di lei, è necessariamente esclusivo di essa, ed incompatibile seco lei. Alla p. 4240. La sopraddetta utilità della pazienza, non si ristringe al solo dolore, ma si stende anche ad altre mille occasioni; come se tu hai da aspettare, da fare un’operazione lunga, monotona e fastidiosa; da soffrire una compagnia noiosa, mentre hai altro da fare; ascoltare un discorso lungo di cosa che nulla t’importa, un poeta o scrittore che ti reciti una sua composizione; e così discorrendo: dove l’impazienza, la fretta, l’ansietà di finire, l’inquietudine ti raddoppiano la molestia. In somma si stende a tutte le occasioni e stati dove può aver luogo quello che noi chiamiamo pazienza e impazienza; a tutti i dispiaceri; o sieno dolori o noie. (Recanati. 31. Marzo. 1827.)

Quegli tra gli stranieri che più onorano l’Italia della loro stima, che sono quei che la riguardano come terra classica, non considerano l’Italia presente, cioè noi italiani moderni e viventi, se non come tanti custodi di un museo, di un gabinetto e simili; e ci hanno quella stima che si suole avere a questo genere di persone; quella che noi abbiamo in Roma agli usufruttuarii per così dire, delle diverse antichità, luoghi, ruine, musei ec. (31. Marzo. 1827.)

Τhe ancients (to say the least of them) had as much genius as we; they constantly applied themselves not only to that art, but to that single branch of an art, to which their talent was most powerfully bent; and it was the business of their lives to correct and finish their works for posterity. If we can pretend to have used the same industry, let us expect the same immortality: Though, if we took the same care, we should still lie under a farther misfortune: Τhey writ in languages that became universal and everlasting, while ours are extremely limited both in extent and in duration. A mighty foundation for our pride! when the utmost we can hope, is but to be read in one island, and to be thrown aside at the end of an age. Pope Prefazione generale [4268] alla Collezione delle sue Opere giovanili (Collezione pubblicata nel 1717.) data Nov. 10. 1716. Pope era nato del 1688.

Τhe muses are amicae omnium horarum; and, like our gay acquaintance, the best company in the world, as long as one expects no real service from them. Ibid.

We spend our youth in pursuit of riches or fame, in hopes to enjoy them when we are old; and when we are old, we find it is too late to enjoy any thing. Ibid. (31. Marzo. 1827.)

ϕλύω-ϕλύζω.

Vespa - guêpe, antic. gUespe.

Serpyllum, serpillo, serpollo-sermollino, serpolet. Tubo, tube-tuyau. Benda, bande-bandeau.

È notabile ancora e caratteristico delle antiche nazioni il modo come essi nominavano l’opposto dell’uomo di garbo, cioè il malvagio. Δειλòς timido, codardo, vale anche malvagio presso gli antichissimi (Casaub. ad Athenae. l.15. c.15. poco dopo il mezzo). Viceversa κακòς malvagio è usato continuamente e con proprietà di lingua, per codardo, o da nulla; ignavus. Così ἀγαϑòς ed ἐσϑλòς e simili, per valoroso, utile, prode, strenuus. Similmente bonus e malus presso i latini. Φαῦλος da nulla, da poco, spesso è il medesimo che tristo, cattivo (come vaurien in franc.), tanto di uomo, quanto di cosa. Χρηστòς è utile e buono (similmente χρηστóτης); ἄχρηστoς inutile e cattivo.

È osservazione antica che quanto decrescono nelle repubbliche e negli stati le virtù vere, tanto crescono le vantate, e le adulazioni; e similmente, che a misura che decadono le lettere e i buoni studi, si aumentano di magnificenza i titoli di lode che si danno agli scienziati e a’ letterati, o a quelli che in sì fatti tempi sono tenuti per tali. Il somigliante par che avvenga circa il modo della pubblicazione dei libri. Quanto lo stile peggiora, e divien più vile, più incolto, più εὐτελὴς, di meno spesa; tanto cresce l’eleganza, la nitidezza, lo splendore, la magnificenza, il costo e vero pregio e valore delle edizioni. Guardate le stampe francesi d’oggidì, anche quelle delle semplici brochures e fogli volanti ed efimeri. Direste che non si può dar cosa più perfetta [4269] in tal genere, se le stampe d’Inghilterra, quelle eziandio de’ più passeggeri pamphlets, non vi mostrassero una perfezione molto maggiore. Guardate poi lo stile di tali opere, così stampate; il quale a prima giunta vi parrebbe che dovesse esser cosa di gran valore, di grande squisitezza, condotta con grand’arte e studio. Disgraziatamente l’arte e lo studio son cose oramai ignote e sbandite dalla professione di scriver libri. Lo stile non è più oggetto di pensiero alcuno. Paragonate ora e le stampe dei secoli passati, e gli stili di quei libri così modestamente, così umilmente, e spesso (vilmente, abbiettamente) poveramente impressi; colle stampe e gli stili moderni. Il risultato di questa comparazione sarà che gli stili antichi e le stampe moderne paion fatte per la posterità e per l’eternità; gli stili moderni e le stampe antiche, per il momento, e quasi per il bisogno.

(Anche le stampe italiane d’oggi, benchè non possano sostenere il paragone delle francesi e inglesi, non temono pero quello di tutte l’altre, anzi sono sicure di uscirne vittoriose; e molte stampe italiane che oggi non paiono più che ordinarie, sarebbono parute splendide nel secolo passato, magnifiche e principesche nei precedenti.)

Noi però abbiamo buonissima ragione di non porre più che tanto studio intorno allo stile dei libri, atteso la brevità della vita che essi in ogni modo (non ostante la bontà della stampa) sono per avere. Se mai fu chimerica la speranza dell’immortalità, essa lo è oggi per gli scrittori. Troppa è la copia dei libri o buoni o cattivi o mediocri che escono ogni giorno, e che per necessità fanno dimenticare quelli del giorno innanzi; sian pure eccellenti. Tutti i posti dell’immortalità in questo genere, sono già occupati. Gli antichi classici, voglio dire, conserveranno quella che hanno acquistata, o almeno è credibile che non morranno così tosto. Ma acquistarla ora, accrescere il numero degl’immortali; oh questo io non credo che sia più possibile. [4270] La sorte dei libri oggi, è come quella degl’insetti chiamati efimeri (éphémères): alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre 3 o 4 giorni; ma sempre si tratta di giorni. Noi siamo veramente oggidì passeggeri e pellegrini sulla terra: veramente caduchi: esseri di un giorno: la mattina in fiore, la sera appassiti, o secchi: soggetti anche a sopravvivere alla propria fama, e più longevi che la memoria di noi. Oggi si può dire con verità maggiore che mai: Oἵη περ ϕύλλων γενεὴ, τοιήδε καὶ ἀνδρῶν (Iliad. 6. v.146.) Perchè non ai soli letterati, ma ormai a tutte le professioni è fatta impossibile l’immortalità, in tanta infinita moltitudine di fatti e di vicende umane, dapoi che la civiltà, la vita dell’uomo civile, e la ricordanza della storia ha abbracciato tutta la terra. Io non dubito punto che di qua a dugent’anni non sia per esser più noto il nome di Achille, vincitor di Troia, che quello di Napoleone, vincitore e signore del mondo civile. Questo sarà uno dei molti, si perderà tra la folla; quello sovrasterà, per esser montato in alto assai prima; conserverà il piedestallo, il rialto, che ha già occupato da tanti secoli.

Del resto, come la impossibilità di divenire immortali, giustifica la odierna negligenza dello stile nei libri; così questa negligenza dal canto suo, inabilita, e fa impossibile ai libri, il conseguimento della immortalità. Notabili e vere parole di Buffon (Discours de réception à l’Académie française): Les ouvrages bien écrits seront les seuls qui passeront à la postérité; la quantité des connaissances, la singularité des faits, la nouveauté même des découvertes ne sont pas de sίrs garants de l’immortalité. Si les ouvrages qui les contiennent ne roulent que sur de petits objets, s’ils sont écrits sans goût, sans noblesse et sans génie, ils périront, parceque les connaissances, les faits et les découvertes s’enlèvent aisément, se transportent, et gagnent même à être mis en oeuvre par des mains plus habiles. Ces choses sont hors de l’homme, le style est l’homme même. Le style ne peut donc ni s’enlever, ni [4271] se transporter, ni s’altérer. S’il est élevé, noble, sublime, l’auteur sera également admiré dans tous les temps. Al che aggiungo io, che quando anche le mani qui enlèvent i pensieri, non sieno più habiles in materia di stile, (come certo oggi e in futuro è difficile che sieno), nondimeno il libro perira egualmente; perchè in esso non si troverà nulla di più che nelle sue copie; probabilmente assai meno (dico per il fondo, non per lo stile); e così i libri nuovi faranno dimenticare e sparire il vecchio: appunto, se non altro, perchè essi nuovi, e vecchio quello: del che abbiamo l’esperienza quotidiana per testimonio. (Anche intorno a libri bene scritti; quando si tratta di verità e di scienze; come sono quelli di Galileo, che da quale scienziato sono letti oggidì?).

E con questa osservazione di Buffon chiudo questo discorso non troppo lieto, e piuttosto malinconico che altrimenti. (Recanati 2. Aprile. 1827.)

(Similmente poi, per altra parte, la negligenza universale intorno allo stile, rende inutile la diligenza individuale, se alcuno sapesse e volesse usarne, intorno al medesimo. Perchè, in sì fatti generi, le cose quanto sono più rare, tanto meno si apprezzano. Il pubblico, appunto perchè in ciò negligente, ed assuefatto a trascurar tale studio, non ha nè gusto nè capacità nè per sentire nè per giudicare le bellezze degli stili, nè per esserne dilettato. Perchè certi diletti, e non sono pochi, hanno bisogno di un sensorio formatovi espressamente, e non innato; di una capacità di sentirli acquisita. A chi non l’ha, non sono diletti in niun modo. L’arte più sopraffina non sarebbe conosciuta: l’ottimo stile non sarebbe distinto dal pessimo. Così l’eccellenza medesima dello stile non sarebbe più una via all’immortalità, che senza essa, tuttavia, non si può dai libri conseguire.). (Recanati. 2. Aprile. 1827.)

(Molti libri oggi, anche dei beni accolti, durano meno del tempo che è bisognato a raccorne i materiali, a disporli e comporli, a scriverli. Se poi si volesse aver cura della perfezion dello stile, allora certamente la durata della vita loro non avrebbe neppur proporzione alcuna con quella della lor produzione; allora sarebbero più che mai simili [4272] agli efimeri, che vivono nello stato di larve e di ninfe per ispazio di un anno, alcuni di due anni, altri di tre, sempre affaticandosi per arrivare a quello d’insetti alati, nel quale non durano più di due, di tre, o di quattro giorni, secondo le specie; e alcune non più di una sola notte, tanto che mai non veggono il sole; altre non più di una, di due o di tre ore). (Encyclopéd. art. éphémères). (2. Apr. 1827.)

Pavot non sembra essere che un diminutivo positivato di papaver; contratte, per corrotta e precipitata pronunzia, le due prime sillabe pa, in una sola.

Un uomo disarmato, alle prese con una bestia di corporatura e di forze uguale a lui, p. e. con un grosso cane, difficilmente resterà superiore, verisimilmente sarà vinto. Per vincere, gli bisogna qualche arma, che diagli una forza non naturale, e una decisa superiorità. La ragione è perchè il cane vi adopra e vi mette tutto se stesso, fa ancor più del suo potere; dove che l’uomo riserva sempre una gran parte di se medesimo fuor di fazione, e fa sempre meno di quello che può. Il cane non guarda a pericolo, non considera, non usa prudenza. L’uomo al contrario, se non è disperato affatto, stato al quale egli arriva difficilmente, eziandio che abbia piena ragione di disperarsi. Egli si risparmia sempre, perchè sempre spera; e così risparmiandosi, non ottiene quello che la speranza gli promette, o non fugge quello che egli sperasi di fuggire; quello che, se non lo sperasse, otterrebbe o fuggirebbe. E che questa sia veramente la cagion di ciò, vedetelo in un fanciullo: il quale assai più facilmente che un uomo riuscirà pari o superiore in una zuffa con un animale di forze uguali alle sue; zuffa che egli medesimo talvolta attaccherà volontariamente. Il fanciullo, e più il bambino, adopra tutto se stesso, come una bestia, o poco meno. E per questo lato io non trovo niente d’inverisimile nella favola di Ercole bambino, strozzatore dei due serpenti. E la crederò vera più facilmente che quella del medesimo Ercole adulto, sbranatore del leone nemeo, senza altre armi che le sue braccia, come nell’altra battaglia, cioè in quella de’ serpenti. (3. Aprile. 1827.)

Fouiller probabilmente è da fodere, e quindi fratello di fodicare.

[4273] Metrodoro epicureo ap. Ateneo l.12. p. 546. f. ὁ κaτὰ ϕύσιν βαδίζων λόγος che cammina, procede, secondo natura. Il qual luogo è spiegato dal Casaubono negli Addenda Animadversionibus, al capo 12.

Nella version latina di quel passaggio del Riccio rapito di Pope (Canto 1.) che contiene la descrizione della toilette, fatta dal D. Parnell (versione assai bizzarra, e che parrebbe piuttosto fatta nell’ottavo secolo che nel decimottavo, poichè consiste di versi dei quali ogni mezzo verso rima coll’altro mezzo, p. e. Et nunc dilectum speculum, pro more retectum, Emicat in mensa, quae splendet pyxide densa, che sono i primi), trovo questi due versi, di séguito: Induit arma ergo Veneris pulcherrima virgo: Pulchrior in praesens tempus de tempore crescens, dove, come si vede, ergo fa rima con virgo, e praesens con crescens. Che dicono gl’italiani di questa pronunzia? (Recanati. 5. Aprile. 1827.). V. p. 4497.

Tricae-tracasserie, tracasser, tracassier ec.

Aerugo, o rubigo o robigo, ruggine-rouille, coi derivati.

Alla p. 4266. Io stesso, che pur non ho maggior piacere che il leggere, anzi non ne ho altri, ed in cui il piacer della lettura è tanto più grande, quanto che dalla primissima fanciullezza sono sempre vissuto in questa abitudine (e l’abitudine è quella che fa i piaceri) quando talvolta per ozio, mi son posto a leggere qualche libro per semplice passatempo, ed a fine solo ed espresso di trovar piacere e dilettarmi; non senza maraviglia e rammarico, ho trovato sempre che non solo io non provava diletto alcuno, ma sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine. E però io andava cangiando subito libri, senza però niun frutto; finchè disperato, lasciava la lettura, con timore che ella mi fosse divenuta insipida e dispiacevole per sempre, e di non aver più a trovarci diletto: il quale mi tornava però subito che io la ripigliava per occupazione, e per modo di studio, e con fin d’imparare qualche cosa, o di avanzarmi generalmente nelle cognizioni, senza alcuna mira particolare al diletto. Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che perciò da qualche tempo io non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si chiamano [4274] come per proprio nome, dilettevoli e di passatempo. (6. Aprile. 1827.)

Radiatus per radians ec. V. Forcellini.

Pel manuale di filosofia pratica. A me è avvenuto di conservare per lo più ogni amicizia contratta una volta, eziandio con persone difficilissime, di cui tutti a poco andare si disgustavano, o che si disgustavano con tutti. E la cagion, per quello che io posso trovare, è che io non mi disgusto mai di un amico per sue negligenze, e per nessuna sua azione che mi sia o nocevole o dispiacevole; se non quando io veggo chiaramente, o posso con piena ragione giudicare in lui un animo e una volontà determinata di farmi dispiacere e offesa. Cosa che in verità è rarissima. Ma a vedere il procedere degli altri comunemente nelle amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere di romperle; e che questo è il principal fine a cui mirano nell’amicizia: tanto studiosamente cercano e tanto cupidamente abbracciano le occasioni di rompersi coll’amico, eziandio frivolissime, ed eziandio tali che essi medesimi nel fondo del loro cuore non possono a meno di non discolpar l’amico, e di non conoscere che quella offesa o dispiacere, almen secondo ogni probabilità, non venne da volontà determinata di offenderli. (7. Apr. 1827.)

Perchè l’esistenza dell’universo fosse prova di quella di un essere infinito, creatore di esso, bisognerebbe provare che l’universo fosse infinito, dal che risultasse che solo una potenza infinita l’avesse potuto creare. La quale infinità dell’universo, nessuna cosa ce la può nè provare, nè darcela a congetturare probabilmente. E quando poi l’universo fosse infinito, la infinità sarebbe già nell’universo, non sarebbe più propria esclusivamente del creatore, di quell’essere unico e perfettissimo; allora bisognerebbe provare che l’universo non fosse quello che lo credono i panteisti e gli spinosisti, cioè dio esso medesimo; ovvero, che l’universo essendo infinito di estensione, non potesse anco essere infinito di tempo, cioè eterno, stato sempre, e sempre futuro. Nel qual caso non avremmo più bisogno di un altro ente infinito. Il quale sarebbe sempre ignoto e nascosto: dove che l’universo è palese [4275] e sensibile. (7. Apr. Sabato di Passione. 1827. Recanati.). Chi vi ha poi detto che esser infinito sia una perfezione?

Alla p. 4245. Un’altra cagione per la quale io amo la μονϕαγία è per non avere (come necessariamente avrei se mangiassi in compagnia) dintorno alla mia tavola, assistenti al mio pasto, d’importuns laquais, épiant nos discours, critiquant tout bas nos maintiens, comptant nos morceaux d’un oeil avide, s’amusant à nous faire attendre à boire, et murmurant d’un trop long dîner. (Rousseau, Émile.) Disgraziatamente non mi è mai riuscito di assuefarmi a provar piacere in presenza di persone che, di mia certa scienza, lo condannino, lo deridano, se ne annoino; non ho mai potuto comprendere come gli altri sopportino anzi si compiacciano, di siffatti testimonii, l’occupazione e i pensieri dei quali in quel tempo, tutti sanno essere appunto quelli detti di sopra. Anche gli antichi a tavola si facevano servire, ma da schiavi, cioè da genti che essi stimavano meno che uomini, o certo, meno uomini che essi. Però aveano forse ragione di non curarsi, e di non temere le loro railleries e disapprovazioni. Ma i nostri servitori sono nostri uguali. Ed è bene strano che noi, tanto sensibili sopra ogni menomo ridicolo, ogni menoma parola o pensiero che noi possiamo sapere o sospettare in altrui a nostro disfavore; non ci diamo cura alcuna di quelli dei servitori in quel tempo, i quali, non sospettiamo, ma sappiamo ben certo quali sieno intorno di noi: e che mentre non potremmo senza molestia starcene fermi e oziosi a sedere in un luogo dove fosse presente uno che noi sapessimo che attualmente si trattenesse in dir male di noi ed in ischernirci; possiamo poi, avendo molti dintorno di questa sorte, gustare tranquillamente, e pienamente senza disturbo alcuno, i piaceri della tavola. L’opinione che gli antichi avevano dei loro schiavi, li giustifica anche per un altro verso, cioè del loro non curarsi dell’incomodo, della noia, della rabbia che i loro servi dovevano necessariamente provare nel tempo, e per cagione, di quei loro piaceri; e che ciascun di noi proverebbe se si trovasse nel [4276] luogo dei nostri servi quando assistono alle nostre tavole. In vero l’umanità e la cordialità nostra possono essere un poco accusate, quando elle ci permettono abitualmente di godere in presenza di persone che il nostro godimento fa patire, e il cui patimento ci sta sotto gli occhi; e nondimeno godere senza il menomo disturbo. Non è molto umano il divertirsi in una conversazione mentre il vostro cocchiere sta esposto alla pioggia: ma in fine voi non lo vedete. Non è molto umano lo stornar gli occhi dai patimenti degli altri per non esserne afflitto o turbato, perchè quel pensiero non vi guasti i vostri diletti. Ma il dilettarsi tranquillamente e a tutto suo agio, finchè n’è capace il corpo e lo spirito, avendo, non lontane, ma presenti, non nel pensiero, ma negli occhi, persone uguali a noi, che manifestamente (e con tutta ragione) soffrono, e non per altra causa, ma pel nostro stesso godere, quanto sarà umano? Io confesso che non mi è riuscito mai di provar piacere in cosa che io, non dico vedessi, non sapessi, ma che pur sospettassi che fosse di molestia o di noia ad alcuno: perchè non mi è mai riuscito di potermi in quel tempo cacciar quel pensiero dalla mente. E ciò, quando anche non fosse ragionevole in quella tal persona il darsene quella molestia. Perciò non voglio mangiare in compagnia, per non aver servitori intorno: perchè appunto io voglio alla tavola provar piacere: e mangiando solo, non voglio averne che mi assistano. Tanto più che io per bisogno, e con molta ragione, voglio mangiare a grand’agio, e con lunghezza di tempo (non parendomi anche che il tempo sia male impiegato in questo, come par che stimino molti, che si affrettano d’ingoiare ogni cosa, e di levarsi su, quasi che questo momento fosse il più bello del desinare); la qual lunghezza, con altrettanta ragione, da chi mi servisse, sarebbe trovata estremamente fastidiosa e intollerabile. (7. Apr. 1827.)

To pant inglese - panteler francese.

[4277] Allegano in favore della immortalità dell’animo il consenso degli uomini. A me par di potere allegare questo medesimo consenso in contrario, e con tanto più di ragione, quanto che il sentimento ch’io sono per dire, è un effetto della sola natura, e non di opinioni e di raziocinii o di tradizioni; o vogliamo dire, è un puro sentimento e non è un’opinione. Se l’uomo è immortale, perchè i morti si piangono? Tutti sono spinti dalla natura a piangere la morte dei loro cari, e nel piangerli non hanno riguardo a se stessi, ma al morto; in nessun pianto ha men luogo l’egoismo che in questo. Coloro medesimi che dalla morte di alcuno ricevono qualche grandissimo danno, se non hanno altra cagione che questa di dolersi di quella morte, non piangono; se piangono, non pensano, non si ricordano punto di questo danno, mentre dura il lor pianto. Noi c’inteneriamo veramente sopra gli estinti. Noi naturalmente, e senza ragionare; avanti il ragionamento, e mal grado della ragione; gli stimiamo infelici, gli abbiamo per compassionevoli, tenghiamo per misero il loro caso, e la morte per una sciagura. Così gli antichi; presso i quali si teneva al tutto inumano il dir male dei morti, e l’offendere la memoria loro; e prescrivevano i saggi che i morti e gl’infelici non s’ingiuriassero, congiungendo i miseri e i morti come somiglianti: così i moderni; così tutti gli uomini: così sempre fu e sempre sarà. Ma perchè aver compassione ai morti, perchè stimarli infelici, se gli animi sono immortali? Chi piange un morto non è mosso già dal pensiero che questi si trovi in luogo e in istato di punizione: in tal caso non potrebbe piangerlo: l’odierebbe, perchè lo stimerebbe reo. Almeno quel dolore sarebbe misto di orrore e di avversione: e ciascun sa per esperienza che il dolor che si prova per morti, non è nè misto di orrore o avversione, nè proveniente da tal causa, nè di tal genere in modo alcuno. Da che vien dunque la compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e senza ragionare, che essi abbiano perduto la vita [4278] e l’essere; le quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono naturalmente per un bene; e la qual perdita, per un male? Dunque noi non crediamo naturalmente all’immortalità dell’animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e non vivi; e che colui ch’è morto, non sia più.

Ma se crediamo questo, perchè lo piangiamo? che compassione può cadere sopra uno che non è più? - Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perchè ha cessato di vivere, perchè ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli abbia sofferta quest’ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della vita e dell’essere. Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione e del nostro pianto; Quanto è al presente, noi piangiamo la sua memoria, non lui.

In verità se noi vorremo accuratamente esaminare quello che noi proviamo, quel che passa nell’animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo che il pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli non è più, io non lo vedrò più. E qui ricorriamo colla mente le cose, le azioni, le abitudini, che sono passate tra il morto e noi; e il dir tra noi stessi: queste cose sono passate; non saranno mai più; ci fa piangere. Nel qual pianto e nei quali pensieri, ha luogo ancora e parte non piccola, un ritorno sopra noi medesimi, e un sentimento della nostra caducità (non però egoistico), che ci attrista dolcemente e c’intenerisce. Dal qual sentimento proviene quel ch’io ho notato altrove; che il cuor ci si stringe ogni volta che, anche di cose o persone indifferentissime per noi, noi pensiamo: questa è l’ultima volta: ciò non avrà luogo mai più: io non lo vedrò più mai: o vero: questo è passato per sempre. V. p. 4282. Di modo che nel dolore che si prova per morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla rimembranza e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana. Pensiero veramente non troppo simile nè analogo nè concorde a quello della nostra immortalità. [4279] Alla quale noi siamo così alieni dal pensar punto in cotali occasioni, che se noi dicessimo allora a noi stessi: io rivedrò però questo tale dopo la mia morte: io non sono sicuro che tutto sia finito tra noi, e di non rivederlo mai più: e se noi non potessimo nel nostro pianto, usare e tener fermo quel mai più; noi non piangeremmo mai per morti. Ma venga pure innanzi chi che si voglia e mi dica sinceramente se gli è mai, pur una sola volta, accaduto di sentirsi consolare da siffatto pensiero e dall’aspettativa di rivedere una volta il suo caro defonto: che pur ragionevolmente, poste le opinioni che abbiamo della immortalità dell’uomo, e dello stato suo dopo morte, sarebbe il primo pensiero che in tali casi ci si dovrebbe offrire alla mente. Ma in fatti, come dal fin qui detto apparisce, quali si sieno le nostre opinioni, la natura e il sentimento in simili occasioni ci portano senza nostro consenso o sconsenso a giudicare e tenere per dato, che il morto sia spento e passato del tutto e per sempre.

Concludo che per quanto permette la infinita diversità ed assurdità dei giudizi, dei pregiudizi, delle opinioni, delle congetture, dei dogmi, dei sogni degli uomini intorno alla morte; noi possiamo trovare, massime se interroghiamo la pura e semplice natura, che essi in sostanza, e nel fondo del loro cuore, piuttosto consentono in credere la estinzione totale dell’uomo, che la immortalità dell’animo: senza che, nella detta diversità ed assurdità, io pretenda che tal consentimento sia di gran peso. (Recanati. 9. Apr. Lunedì Santo. 1827.)

Embrasé per ardente. Ses regards embrasés. Barthélemy, Voyage d’Anacharsis, dove parla di Omero. Raffiné spesso per fin semplicemente.

῎Aβαξ-ἀβάκιον, abbaco. V. Forcell. ec.

Congetture sopra una futura civilizzazione dei bruti, e massime di qualche specie, come delle scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare, come si vede che gli uomini civili hanno incivilito molte nazioni o barbare o selvagge, certo non meno feroci, e forse meno ingegnose delle scimmie, specialmente di alcune specie di esse; e che insomma la civilizzazione tende naturalmente a propagarsi, [4280] e a far sempre nuove conquiste, e non può star ferma, nè contenersi dentro alcun termine, massime in quanto all’estensione, e finchè vi sieno creature civilizzabili, e associabili al gran corpo della civilizzazione, alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla natura, e contro alle cose non intelligenti. Può servire per la Lettera a un giovane del 20° secolo.

Il vedersi nello specchio, ed immaginare che v’abbia un’altra creatura simile a se, eccita negli animali un furore, una smania, un dolore estremo. Vedilo di una scimmia nel Racconto di Pougens, intitolato Joco, Nuovo Ricoglitore di Milano, Marzo 1827. p. 215-6. Ciò accade anche nei nostri bambini. V. Roberti Lettera di un bambino di 16 mesi. Amor grande datoci dalla natura verso i nostri simili!! (Recanati. 13. Apr. Venerdì Santo. 1827.). V. p. 4419.

Badare-badigliare, sbadigliare ec.; badaluccare, badalucco ec. V. N. Ricoglitore, loc. cit. qui sopra, p. 162- 3. Rosecchiare, rosicchiare.

Presso gli Spagnuoli, i quali si dicono essere quelli che nelle colonie meglio trattano gli schiavi, i Neri nell’isola di Cuba hanno diritto di forzar per giudizio i loro padroni a venderli ad altri, in caso di mali trattamenti. V. il N. Ricoglitore, loc. cit. qui sopra, p. 175. Così appunto gli schiavi aveano il diritto τοὐ πρᾶσιν αἰτεῖν presso gli Ateniesi, dov’erano meglio trattati che in alcun’altra parte di Grecia. V. Casaubon. ad Athenae. l. 6. c. 19. init. (Recanati. 15. Apr. dì di Pasqua. 1827.)

Dico altrove che la moderna pronunzia francese distrugge ed annulla bene spesso l’imitativo che aveva il suono della parola in latino, e in cui spesso consisteva tutta la ragione di essa parola. Il simile si dee dire di altre voci che la lingua francese ha da altre lingue che la latina, ovvero sue proprie ed originali. Miauler, miaulement parole espressive della voce del gatto, nella lor forma scritta (e però primitiva) hanno una perfettissima imitazione, nella pronunziata che ne rimane? Ognuno che abbia udito una sola volta il verso del gatto, sa che esso è mià e non miò; e dirà imitativo l’italiano miagolare (o sia questo originato dal francese, o viceversa, o l’uno [4281] e l’altro nati indipendentemente dalla natura), e corrotto affatto il franc. miauler, miaulement (noi diciamo miao o gnao, come anche gnaulare, e non già gnolare). Gli spagnuoli maullar o mahullar, maullido, maullamiento, mau. (16. Aprile. Lunedì di Pasqua. 1827.)

Miauler franc. maullar o mahullar spagn. - mia-g-olare.

Upupa lat. e italiano - bubbola. Hamus-hameau.

Alla p. 4255. principio. Vir gente et fama nobilis, dice il Reimar, Praefat. ad Dion. §. 6, di Giovanni Leunclavio, famoso erudito tedesco del secolo 16°, quem merito admiratur Marquardus Freherus in epistola dedicatoria ad Leunclavii Jus Graeco-Romanum quod inter varias peregrinationes, in multis principum aulis, legationibus et negotiis occupatus, tot ac tanta opera summa accuratione ediderit, quot et quanta quis otiosus et huic uni rei operatus vix proferret in lucem. Le soprascritte osservazioni del Chesterfield spiegano questo fenomeno, ripetuto del resto assai spesso; e notato colla stessa ammirazione da molti, in molti e molti altri; e certamente non raro. Esse spiegano il simile e maggior fenomeno di Cicerone tra gli antichi, di Federico di Prussia tra i moderni, e di tanti altri tali. A segno che sarà forse più difficile il trovare un letterato, altronde ozioso e disoccupato, che abbia molto scritto e con accuratezza grande, di quello che un letterato che, occupato d’altronde, abbia prodotto molte e studiate opere. Certo di questi non è difficile a trovarne, e ciò conferma le osservazioni del Chesterfield; secondo le quali, le stesse occupazioni di siffatti uomini, debbono servire a render ragione della moltitudine e dell’accuratezza dei loro lavori, e a scemarne la meraviglia, mostrandole occasionate da un abito di attività prodotto o sostenuto da esse occupazioni; attività tanto maggiore e più viva ed acuta, quanto la copia e la folla e l’assiduità di esse occupazioni era più grande. (Recanati. 17. Aprile. Martedì di Pasqua. 1827.). Esempio mio, [4282] per lo più ozioso, ed inclinato all’inerzia, o per natura o per abito; pure in mezzo a questa inazione profonda, un giorno che io abbia occasione di adoperarmi, e molte cose da fare, non solo trovo tempo da sbrigar tutto, ma me ne avanza, e in quell’avanzo, io provo (e m’è avvenuto più volte) un vero bisogno, una smania, di far qualche cosa, un orrore del non far nulla, che mi pare incomportabile, come se io non fossi avvezzo a passar le ore, e per così dire i mesi, nella mia stanza colle braccia in croce. (Recanati. 17. Apr. Martedì di Pasqua. 1827.)

Uomo, viso, contegno, stile (ec.) sostenuto. Volg. ital. Onde è sostenutezza, usato dal Salvini, e registrato dalla Crusca.

Consummatus per summus. V. Forcellini.

Anche i francesi nel dir familiare usano autre per aucun, o ridondante. Così sans autre examen senz’altro esame, per sans aucun examen, in certi versi del modernissimo Andrieux, appresso MM. Noël e Delaplace, Leçons de littérature et de morale, 4me édit. Paris 1810. tome 2. p. 58. Così ancora autrement per guère, o ridondante, pure nello stil familiare. V. Alberti, e Richelet, Dizz. (Recanati. 18. Apr. 1827.)

Homme, esprit, dissipé. Disapplicato.

᾽Eν τούτῳ (cioè in questa, in questo, in questo mezzo). Dione Cass. ed. Reimar, p. 65. lin. 98. p. 192. lin. 5. (Recanati. 20. Apr. 1827.)

Nae-v-us - Ne-o. V. franc. spagn. ec.

Amouracher, s’amouracher. Flamboyer.

Culter, cultrum-cultellus, coltello, couteau ec. ec. V. Forcell., gli Spagnuoli ec.

Alla p. 4278. Il qual dolore si prova anche lasciando uno stato penoso, e il fine del quale sia stato da noi desideratissimo, e ci sia attualmente oltremodo caro. Il carcerato posto in libertà, piangerà nell’uscir della sua prigione, non per altro che pensando alla fine del suo stato passato: Filottete, partendo per l’assedio di Troia, dà un addio doloroso all’isola disabitata e all’antro de’ suoi patimenti.

L’estate, oltrechè liberandoci dai patimenti, produce in noi il desiderio de’ piaceri, [4283] ci dà anche una confidenza di noi stessi, e un coraggio, che nascono dalla facilità e libertà di agire che noi proviamo allora per la benignità dell’aria. Dalla qual sicurezza d’animo, e fiducia di se, nasce, come sempre, della magnanimità, della inclinazione a compatire, a soccorrere, a beneficare; siccome dalla diffidenza che produce il freddo, nasce l’egoismo, l’indifferenza per gli altri ec.

Alla p. 4245. Aggiungi a queste cose la voluttà (ben conosciuta e notata dagli antichi) del piangere, del gemere, dello stridere, dell’ululare nelle disgrazie; della quale noi siamo privati. (Recanati. Domenica in Albis. 22. Aprile. 1827.)

Il primo fondamento del sacrificarsi o adoperarsi per gli altri, è la stima di se medesimo e l’aversi in pregio; siccome il primo fondamento dell’interessarsi per altrui, è l’aver buona speranza per se medesimo. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)

Anticipare, posticipare, participare ec. da capere.

Summittere o submittere per sursum mittere o de subtus mittere. Subiectare, simile.

Bucherare. Spicciolato.

Fra giorno, cioè di giorno, nel giorno, dentro giorno, dentro il corso del giorno.

Innumerato per innumerabile. Palmieri (scrittore del sec. 15.), Della vita civile. V. Crus. Forcell. ec.

Che la vita nostra, per sentimento di ciascuno, sia composta di più assai dolore che piacere, male che bene, si dimostra per questa esperienza. Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla nè più nè meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. [4284] Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno; e piuttosto che accettarlo, tutti (e così, io a me stesso) mi hanno risposto che avrebbero rinunziato a quel ritorno alla prima età, che per se medesimo, sarebbe pur tanto gradito a tutti gli uomini. Per tornare alla fanciullezza, avrebbero voluto rimettersi ciecamente alla fortuna circa la lor vita da rifarsi, e ignorarne il modo, come s’ignora quel della vita che ci resta da fare. Che vuol dir questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che se noi ci contentiamo, ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)

È ben trista quella età nella quale l’uomo sente di non ispirar più nulla. Il gran desiderio dell’uomo, il gran mobile de’ suoi atti, delle sue parole, de’ suoi sguardi, de’ suoi contegni fino alla vecchiezza, è il desiderio d’inspirare, di communicar qualche cosa di se agli spettatori o uditori. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)

Una delle cause della imperfezione e confusione delle ortografie moderne, si è che esse si sono quasi interamente ristrette all’alfabeto latino, avendo esse molto più suoni, massime vocali, che non ha quell’alfabeto. Ciò si vede specialmente nell’inglese, dove per conseguenza uno stesso segno vocale deve esprimere ora uno ora un altro suono, senza regola fissa, e servire a più suoni. I caratteri dell’alfabeto latino non bastano a molte lingue moderne. E generalmente si vede che le ortografie sono tanto più imperfette, quanto le lingue sono più [4285] distanti per origine e per proprietà dal latino, sulla ortografia del quale tutte, malgrado di ogni repugnanza, furono architettate.

Le contrazioni greche (sì quelle in uso ne’ vari dialetti, e sì quelle attiche, e passate nel greco comune) non sono che modi di pronunziare certi dittonghi o trittonghi ec.: come appunto in francese au, ai ec. che si pronunziano o, e ec.; in inglese ea, ee ec. che si pronunziano i, e ec. ec. Così in greco εα si contrae, cioè si pronunzia η; εο si pronunzia ου, οο, ου, αει, ᾳ, εω, ω ec. ec. Ma non per questo i greci pronunziando (cioè contraendo) η, scrivevano εα ec., benchè questa seconda fosse la pronunzia e la scrittura regolare; ma scrivevano h come pronunziavano. E non solo il greco comune, ma ciascun dialetto con tutte le irregolarità e idiotismi di pronunzia, si scriveva come si pronunziava. Perchè in francese, in inglese ec. (i quali anticamente e regolarmente pronunziarono certo au, ai, ea, ee ec. come ora scrivono) non si scrivono i dittonghi ec. come si pronunziano? (Firenze. 1. luglio. 1827.)

Successus particip. da succedo. V. Cic. Ep. ad. fam. l. 16. ep. 21.

Avvengachè tra gli scrittori che io ho visti, non si trovi in maniera alcuna chi altrimenti (ridondante) costui si fosse. Giambullari, Istoria dell’Europa, lib. 7. principio, Pisa, Capurro. 1822. t. 2. p. 173.

Sull’orlo d’un laghetto, ch’era vicino a certe balze sopra le coste di Agnano, stavano una testuggine, e due altri uccelli pur d’acqua. Firenzuola, Discorsi degli animali. (Firenze. 1. Luglio. 1827.)

L’amore e la stima che un letterato porta alla letteratura, o uno scienziato alla sua scienza, sono il più delle volte in ragione inversa dell’amore e della stima che il letterato o lo scienziato porta a se stesso. (Firenze. 5. Luglio. 1827.)

[4286] Alla p. 4245. Di tal genere è ancora quella tanta ospitalità esercitata dagli antichi con tanto scrupolo, e protetta da tanto severe leggi, opinioni religiose ec. quei diritti d’ospizio ec. affinità d’ospizio ec. Ben diversi in ciò dai moderni. (5. Luglio. 1827.)

Cuna, cunula, culla.

Favonius-Faunus. V. The Monthly Repertory of english literature, Paris, N.51. June 1811. vol.13. p. 331.

Vino. Il piacer del vino è misto di corporale e di spirituale. Non è corporale semplicemente. Anzi consiste principalmente nello spirito ec. ec. (Firenze. 17. Luglio. 1827.)

Uno che costretto dai debiti, aveva venduto per cinquantamila scudi il suo patrimonio, non volendo dire di aver venduto, diceva (e certo con altrettanta verità) di aver comperato cinquantamila scudi. (Firenze. 19. Luglio. 1827.)

Memorie della mia vita. Cangiando spesse volte il luogo della mia dimora, e fermandomi dove più dove meno o mesi o anni, m’avvidi che io non mi trovava mai contento, mai nel mio centro, mai naturalizzato in luogo alcuno, comunque per altro ottimo, finattantochè io non aveva delle rimembranze da attaccare a quel tal luogo, alle stanze dove io dimorava, alle vie, alle case che io frequentava; le quali rimembranze non consistevano in altro che in poter dire: qui fui tanto tempo fa; qui, tanti mesi sono, feci, vidi, udii la tal cosa; cosa che del resto non sarà stata di alcun momento; ma la ricordanza, il potermene ricordare, me la rendeva importante e dolce. Ed è manifesto che questa facoltà e copia di ricordanze annesse ai luoghi abitati da me, io non poteva averla se non con successo di tempo, e col tempo non mi poteva mancare. Però io era sempre tristo in qualunque luogo nei primi mesi, e coll’andar del tempo mi trovava [4287] sempre divenuto contento ed affezionato a qualunque luogo. (Firenze. 23. Luglio. 1827.). Colla rimembranza, egli mi diveniva quasi il luogo natio.

Veramente e perfettamente compassionevoli, non si possono trovare fra gli uomini. I giovani vi sarebbero più atti che gli altri, quando sono nel fior dell’età, quando ride loro ogni cosa, quando non soffrono nulla, perchè se anche hanno materia di sofferire, non la sentono. Ma i giovani non hanno patito nulla, non hanno idea sufficiente delle infelicità umane, le considerano quasi come illusioni, o certo come accidenti d’un altro mondo, perchè essi non hanno negli occhi che felicità. Chi patisce non è atto a compatire. Perfettamente atto non vi potrebbe essere altri che chi avesse patito, non patisse nulla, e fosse pienamente fornito del vigor corporale, e delle facoltà estrinseche. Ma non v’ha che il giovane (il quale non ha patito) che sia così pieno di facoltà, e che non patisca nulla. Se altro non fosse, lo stesso declinar della gioventù, è una sventura per ciascun uomo, la quale tanto più si sente, quanto uno è d’altronde meno sventurato. Passati i venticinque anni, ogni uomo è conscio a se stesso di una sventura amarissima: della decadenza del suo corpo, dell’appassimento del fiore de’ giorni suoi, della fuga e della perdita irrecuperabile della sua cara gioventù. (Firenze. 23. Lugl. 1827.)

Vagheggiare, bellissimo verbo.

Naufragato, naufragé ec. per che ha naufragato. V. Forcell. ec. Scappato si dice volgarmente, anche in Toscana, di un giovane licenzioso ec. Osé.

Rempli per plein. Foncé per profond.

Béqueter. Nutrire, nodrire-nutricare nodricare. V. Forc. Frigere-fricasser.

Fra, infra, tra, intra tanto; entre tanto, per in tanto, en tanto.

Embraser co’ derivati. Aggiungasi al detto altrove, che le lettere br sogliono entrare nella composizione di voci dinotanti arsione ec.

[4288] Come ignotus, o notus per conoscente, così viceversa conoscente spesso per conosciuto; come: il dolor della morte degli amici e de’ conoscenti ec. ec. (Firenze. 17. Sett. 1827.)

La materia pensante si considera come un paradosso. Si parte dalla persuasione della sua impossibilità, e per questo molti grandi spiriti, come Bayle, nella considerazione di questo problema, non hanno saputo determinar la loro mente a quello che si chiama, e che per lo innanzi era lor sempre paruto, un’assurdità enorme. Diversamente andrebbe la cosa, se il filosofo considerasse come un paradosso, che la materia non pensi; se partisse dal principio, che il negare alla materia la facoltà di pensare, è una sottigliezza della filosofia. Or così appunto dovrebbe esser disposto l’animo degli uomini verso questo problema. Che la materia pensi, è un fatto. Un fatto, perchè noi pensiamo; e noi non sappiamo, non conosciamo di essere, non possiamo conoscere, concepire, altro che materia. Un fatto perchè noi veggiamo che le modificazioni del pensiero dipendono totalmente dalle sensazioni, dallo stato del nostro fisico; che l’animo nostro corrisponde in tutto alle varietà ed alle variazioni del nostro corpo. Un fatto, perchè noi sentiamo corporalmente il pensiero: ciascun di noi sente che il pensiero non è nel suo braccio, nella sua gamba; sente che egli pensa con una parte materiale di se, cioè col suo cervello, come egli sente di vedere co’ suoi occhi, di toccare colle sue mani. Se la questione dunque si riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato; cioè che chi nega il pensiero alla materia nega un fatto, contrasta all’evidenza, sostiene per lo meno uno stravagante paradosso; che chi crede la materia pensante, non solo non avanza nulla di strano, di ricercato, di recondito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello che è dettato dalla natura, la proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi in questa materia; forse le conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diverse da quel che sono, e i profondi filosofi [4289] spiritualisti di questo e de’ passati tempi, avrebbero ritrovato e ritroverebbero assai minor difficoltà ed assurdità nel materialismo. (Firenze. 18. Sett. 1827.)

Ci resta ancora molto a ricuperare della civiltà antica, dico di quella de’ greci e de’ romani. Vedesi appunto da quel tanto d’instituzioni e di usi antichi che recentissimamente si son rinnovati: le scuole e l’uso della ginnastica, l’uso dei bagni e simili. Nella educazione fisica della gioventù e puerizia, nella dieta corporale della virilità e d’ogni età dell’uomo, in ogni parte dell’igiene pratica, in tutto il fisico della civiltà, v. p. 4291. gli antichi ci sono ancora d’assai superiori: parte, se io non m’inganno, non piccola e non di poco momento. La tendenza di questi ultimi anni, più decisa che mai, al miglioramento sociale, ha cagionato e cagiona il rinnovamento di moltissime cose antiche, sì fisiche, sì politiche e morali, abbandonate e dimenticate per la barbarie, da cui non siamo ancora del tutto risorti. Il presente progresso della civiltà, è ancora un risorgimento; consiste ancora, in gran parte, in ricuperare il perduto. (18. Sett. 1827.)

Addolcendosi i costumi, diffondendosi le cognizioni e la coltura delle maniere nelle classi inferiori, avanzandosi la civiltà, veggiamo che i grandi delitti o spariscono, o si fanno più rari. Se mancati i grandi delitti e i grandi vizi, potranno aver luogo le grandi virtù, le grandi azioni, questo è un problema, che l’effetto e l’esperienza della civilizzazion presente deciderà per la prima volta. - Parlando con un famoso ed eloquente avvocato napoletano, il Baron Poerio, che ha avuto a trattare un gran numero di cause criminali nella capitale e nelle provincie del Regno di Napoli, ho dovuto ammirare in quel popolo semibarbaro o semicivile piuttosto, una quantità di delitti atroci che vincono l’immaginazione, una quantità di azioni eroiche di virtù (spesso occasionate da quei medesimi delitti), che esaltano l’anima la più fredda (come è la mia). Certo niente o ben poco di simile nelle parti men barbare dell’Italia, e [4290] nel resto d’Europa, nè per l’una nè per l’altra parte. (Firenze. 18. Sett. 1827.)

C’est en conséquence de ces cruelles opinions, que l’on a vu enseigner publiquement, à la honte du Christianisme, que l’on ne devoit pas garder la foi aux hérétiques; sentiment que Clément VIII, qui d’ailleurs étoit assez honnête homme pour un Pape, approuvoit, ainsi que s’en plaint amèrement le Cardinal d’Ossat. L’inhumaine décision du concile de Constance, sur le mépris des saufsconduits, est aussi le fruit de cette pernicieuse doctrine. (Hist. du concile de Constance, préface de Lenfant. P. 47.) Examen critique des Apologistes de la religion chrétienne, par M. Fréret, chap. 10. édit. de 1766. p. 188-9. (Firenze, 19. Sett. 1827.)

Io non credo vero quel che dicono i critici che gli antichi, p. e. Ebrei, Greci, Latini Orientali ec. non avessero nelle loro lingue il suono del v consonante, ma solo l’u vocale. Credo che il vau dell’alfabeto ebraico non sia veramente altro che un uau o u, credo che gli antichi latini non avessero segno nel loro alfabeto per esprimere il v consonante, e che il V non fosse in origine che un u; ma con ciò non si prova altro se non che gli antichi non ebbero il v nel loro alfabeto, il che non prova che non l’avessero nella lingua. Considerato come un’aspirazione (non altrimenti che l’f, il quale ancor manca negli antichi alfabeti, giacchè il fe ebraico fu anticamente pe, e il ϕ greco è una lettera aggiunta all’alfabeto antico, e considerata come doppia o composta, cioè di π e di Η, ossia come un π aspirato), esso v, per l’imperfezione degli antichi alfabeti, mancò di segno proprio, giacchè non si ebbe bastante sottigliezza per separarlo dalle lettere su cui esso cadeva, per avvedersi che esso era un suono per se, un elemento della favella. Perciò da [4291] principio esso non fu scritto in niun modo, come nel lat. amai per amavi; poi scritto come aspirazione, digamma ec. p. e. ama Ϝi ec.; finalmente, sempre privo di segno proprio, esso fu scritto con quel medesimo segno che serviva all’u, ond’è avvenuto che nel latino maiuscolo il V sia ora vocale ora consonante, e così l’u nel latino minuscolo, la qual confusione dura ancora, non ostante che i moderni abbiano fatto di quest’u due caratteri, u e v; giacchè si vede, ciò non ostante, nei dizionari l’u e il v considerarsi come un solo elemento diversamente modificato, ed abbiamo e impariamo fin da fanciulli la irragionevole distinzione tra u vocale e u consonante, distinzione che non ha ragione alcuna naturale, ma solo storica ec. ec. Il simile dirò dell’f ec. ec. (20. Sett. 1827. Firenze.)

Alla p. 4289 - nella civiltà insomma del corpo, per dir così, o vogliamo dire, che spetta al perfezionamento o alla perfezione del corpo, -

Dice la Staël che la lingua tedesca è una scienza, e lo stesso si può, e con più ragione ancora, dir della greca. Quindi è accaduto che siccome le scienze si perfezionano, e i moderni sono in esse superiori agli antichi, per le più numerose e accurate osservazioni, così e per lo stesso mezzo la notizia del greco, dal rinascimento degli studi, si è accresciuta e si accresce tuttavia, e che i moderni sono in essa d’assai superiori a quelli del 5 o del 4 cento, e forse in alcune parti (come in quella delle etimologie, parte così favolosamente trattata da Platone), agli stessi greci antichi; anzi, che gli scolari di greco oggidì, ne sappiano più de’ maestri de’ passati tempi. E come le scienze non hanno limiti conosciuti nè forse arrivabili, e nessuno si può vantare di possederle intere; così appunto accade della lingua greca, la cognizione della quale sempre si estende, nè si può conoscere se e quando arriverà al non plus ultra, nè [4292] basta l’avere spesa tutta la vita in questo studio, per potersi vantare di essere un grecista perfetto. (Firenze. 20. Sett. 1827.)

Il credere l’universo infinito, è un’illusione ottica: almeno tale è il mio parere. Non dico che possa dimostrarsi rigorosamente in metafisica, o che si abbiano prove di fatto, che egli non sia infinito; ma prescindendo dagli argomenti metafisici, io credo che l’analogia materialmente faccia molto verisimile che la infinità dell’universo non sia che illusione naturale della fantasia. Quando io guardo il cielo, mi diceva uno, e penso che al di là di que’ corpi ch’io veggo, ve ne sono altri ed altri, il mio pensiero non trova limiti, e la probabilità mi conduce a credere che sempre vi sieno altri corpi più al di là, ed altri più al di là. Lo stesso, dico io, accade al fanciullo, o all’ignorante, che guarda intorno da un’alta torre o montagna, o che si trova in alto mare. Vede un orizzonte, ma sa che al di là v’è ancor terra o acqua, ed altra più al di là, e poi altra; e conchiude, o conchiuderebbe volentieri, che la terra o il mare fosse infinito. Ma come poi si è trovato per esperienza che il globo terracqueo, il qual pare infinito, e certamente per lungo tempo fu tenuto tale, ha pure i suoi limiti, così, secondo ogni analogia, si dee credere che la mole intera dell’universo, l’assemblage di tutti i globi, il qual ci pare infinito per la stessa causa, cioè perchè non ne vediamo i confini e perchè siam lontanissimi dal vederli; ma la cui vastità del resto non è assoluta ma relativa; abbia in effetto i suoi termini. - Il fanciullo e il selvaggio giurerebbero, i primitivi avriano giurato, che la terra, che il mare non hanno confini; e si sarebbono ingannati: essi credevano ancora, e credono, che le stelle che noi veggiamo non si potessero contare, cioè fossero infinite di numero. (20. Sett. 1827.)

[4293] L’estrema imperfezione dell’ortografia francese è confessata in modo très-éclatant dagli stessi francesi con que’ loro dizionari che contengono la prononciation figurée, cioè rappresentata in modo più conforme all’alfabeto ed alla ragion naturale. Che si dee pensare della scrittura di una nazione, la quale scrittura ha bisogno di essere scritta in un altro modo, di essere rappresentata con un’altra scrittura, e ciò alla stessa nazione, acciò che questa intenda ciò che quella significa? giacchè l’intendere come essa vada pronunziata, non è altro che intendere il suo valore. (Firenze. 21. Sett. 1827.)

Se fosse possibile che io m’innamorassi, ciò potrebbe accadere piuttosto con una straniera che con un’italiana. Quel tanto o di nuovo o d’ignoto che v’ha ne’ costumi, nel modo di pensare, nelle inclinazioni, nei gusti, nelle maniere esteriori, nella lingua di una straniera, è molto a proposito per far nascere o per mantenere in un amante quella immaginazion di mistero, quella opinione di vedere e di conoscere nella persona amata assai meno di quello che essa nasconde in se stessa, di quel ch’ella è, quella idea di profondità, di animo recondito e segreto, ch’è il primo e necessario fondamento dell’amor più che sensuale. Oltre alla grazia che accompagna naturalmente ciò ch’è straniero, come straordinario. (Firenze, 21. Sett. 1827.)

Doucereuχ.

Una voce o un suono lontano, o decrescente e allontanantesi appoco appoco, o eccheggiante con un’apparenza di vastità ec. ec. è piacevole per il vago dell’idea ec. Però è piacevole il tuono, un colpo di cannone, e simili, udito in piena campagna, in una gran valle ec. il canto degli agricoltori, degli uccelli, il muggito de’ buoi ec. nelle medesime circostanze. (21. Sett. 1827.)

[4294] La differenza tra le voci di origine volgare, e quelle di origine puramente letteraria nelle lingue figlie della latina, si può vedere anche in questo, che spesso una stessissima voce latina, pronunziata e scritta in un modo nelle nostre lingue, significa una cosa; in un altro modo, un’altra, tutta differente, e si considera come un altra voce da tutti, salvo solo i pochissimi che s’intendono delle origini della lingua. P. e. causa lat., corrotta di forma e di significato dall’uso volgare, significa res (cosa: v. la pag. 4089.); usata incorrottamente nella letteratura e scrittura, significa, come nel buon latino, cagione. Ed è certo che causa ital. è voce, benchè ora volgarmente intesa, (non però usata dal volgo), di origine letteraria; poichè nel 300 non si trova, o è così rara, che i fanatici puristi de’ passati secoli dicevano ch’ella non è buona voce toscana, ma che dee dirsi cagione, voce pure storpiata di forma e di senso dalla lat. occasio, che pur si usa poi nella sua vera forma e senso, come una tutt’altra (occasione), benchè in origine sia la stessa. Franc. chose - cause, Spagn. cosa - causa ec. (Firenze. 21. Sett. 1827.). Leale, loyal, leal (spagn.) legale, légal, legal.

Diluvium - déluge.

Alla p. 4238. Ebbero i Greci ancora, come i moderni, degl’Itinerari, delle Descrizioni di città e di provincie, anche con dettagli appartenenti a storia, arti, monumenti, costumi, prodotti, statistica insomma (come quella di Pausania, e la Descriz. della Grecia di Dicearco, contemporaneo di Teofrasto, della quale son da vedere i frammenti nei Meletemata del Creuzer); delle Relazioni di Viaggi per mare e per terra (come i Peripli, il Viaggio di Nearco, di Arriano nell’Indica, quello di Megastene all’India, ed altri simili sotto titolo di ᾽Iνδικά, αἰϑιοπικά, περσικά ec.): e in fine non v’è quasi ricchezza letteraria fra’ moderni, di cui non si trovi fornita anche la Bibliografia greca. (Firenze. Domenica 14. Ottob. 1827.)

Persone la cui compagnia e conversazione ci piaccia durevolmente, e si usi volentieri con [4295] frequenza e lunghezza, non sono in sostanza, e non possono essere altre che quelle dalle quali giudichiamo che vaglia la pena di sforzarci e adoperarci d’essere stimate, e stimate ogni giorno più. Perciò la compagnia e conversazione delle donne non può esser durevolmente piacevole, se esse non sono o non si rendono tali da rendere durevolmente pregiabile e desiderabile la loro stima. (Firenze. Domenica 14. Ottobre. 1827.)

Fin qui si stende l'Indice di questo zibaldone di Pensieri cominciato agli 11 Luglio, e finito ai 14

Peut-être que, si l’on examinait avec impartialité les moeurs de toutes les nations de la terre, on trouverait qu’il n’y a point de peuple si grossier qui n’ait quelques règles de politesse, et point de peuple si poli qui ne conserve quelque reste de barbarie. Franklin. Traduit de l’anglais. (Mélanges de Morale, d’Économie et de Politique, extraits des ouvrages de Benjamin Franklin. 2e édition. Paris, chez Jules Renouard. 1826. tom. 2. p. 1-2. Observations sur les Sauvages de l’Amérique du Nord. 1784.). (Firenze. 1827. 25. Ottobre.)

Bisogna guardarsi dal giudicare dell’ingegno, dello spirito, e soprattutto delle cognizioni di un forestiere, da’ discorsi che si udranno da lui ne’ primi abboccamenti. Ogni uomo, per comune e mediocre che sia il suo spirito e il suo intendimento, ha qualche cosa di proprio suo, e per conseguenza di originale, ne’ suoi pensieri, nelle sue maniere, nel modo di discorrere e di trattare. Massime poi uno straniere, voglio dire uno d’altra nazione, [4296] ne’ cui pensieri, nelle parole, nei modi, è impossibile che non si trovi tanta novità che basti per fermar l’attenzione di chi conversa seco le prime volte. Ogni uomo poi di qualche coltura, ha un sufficiente numero di cognizioni per somministrar lauta materia ad uno o due entretiens; ha i suoi discorsi, le sue materie favorite, nelle quali, se non altro per la lunga assuefazione ed esercizio, è atto a figurare, ed anche brillare; ha qualche suo motto, qualche tratto di spirito, qualche osservazione piccante o notabile ec. familiari e consueti. Per poca di abilità che egli abbia nel conversare, per poca di perizia di società, di arte della parola, facilissimamente egli tira e fa cadere il discorso, ne’ suoi primi abboccamenti, sopra quelle materie dove consiste il suo forte, dov’egli ha qualche bella o buona o passabile cosa da dire; e facilissimamente trova modo di metter fuori e di déployer tutta la ricchezza della sua erudizione e della sua dottrina, di qualunque genere ella sia. Ad un letterato di professione massimamente, è difficile che manchi l’arte necessaria per questo effetto. Quindi è che chi lo sente parlare per la prima volta, resta sorpreso dell’abbondanza delle sue cognizioni, de’ suoi motti, delle sue osservazioni; lo piglia per un’arca di scienza e di erudizione, un mostro di spirito, un ingegno vivacissimo, un pensatore consumato, un intelletto, uno spirito originale. Ciò è ben naturale, perchè si crede che quel che egli mette fuori, sia solamente una mostra, un saggio di se e del suo sapere; non sia già il tutto. Così è avvenuto a me più volte: trovandomi con persone nuove, specialmente con letterati, sono rimasto spaventato del gran numero degli aneddoti, delle novelle, delle cognizioni d’ogni sorta, delle osservazioni, dei tratti, ch’esse mettevano fuori. Paragonandomi a loro, io m’avviliva nel mio animo, mi pareva impossibile di arrivarvi, mi credeva un nulla appetto a loro. Ciò avveniva non già perchè la somma del mio sapere e del mio spirito non mi [4297] paresse bastante ad uguagliar quella che tali persone mettevano fuori e spendevano attualmente meco: se io avessi creduto che la loro ricchezza non si stendesse più là, essa mi sarebbe paruta ben piccola cosa, anche a lato alla mia; ma io credeva che quello non fosse che un saggio del capitale, un argent de poche, corrispondente ad una ricchezza proporzionata. Ne’ miei pochi viaggi, spesso ho avuto di tali mortificazioni, specialmente con letterati stranieri. Ma poi qualche volta ha voluto il caso che io m’abbattessi a sentire qualche colloquio di alcuna di tali persone con altre a cui esse erano parimente nuove. Ed ho notato che esse ripetevano puntualmente, o appresso a poco, gli stessi pensieri, motti, aneddoti, novelle, che avevano dette ed usate meco. ec. L’effetto in quegli uditori era lo stesso che era stato in me. Ammirazione, interesse, entusiasmo. Che vastità di sapere, che notizia d’uomini e d’affari, che profondità, che erudizione immensa, che fecondità e vivacità di spirito! Da queste osservazioni si possono cavar parecchie riflessioni utili, ma fra l’altre, due ben diverse, ed utili a due ben diversi generi di persone. La prima: che i viaggiatori, per quanto sieno intendenti e di buona fede, debbono restar facilmente ingannati nel giudicar dello spirito, ingegno, erudizione e dottrina delle persone che vedono. Questa sarà utile per chi legge le Relazioni di Viaggi fatti in Europa, che ora sono tanto alla moda. L’altra: che un viaggiatore, per poco capitale ch’egli abbia di spirito e di sapere, dev’essere ben povero d’arte conversativa, se dovunque egli passa, non si fa passare per un grand’uomo. E questa sarà utile a chi viaggia. Come anche sarà utile per un altro lato a chi viaggia, l’esempio dell’accaduto a me, come ho detto di sopra ec. (Pisa. 13. Novembre. 1827.)

[4298] Cratero (nome di medico, e vuol dire in generale al medico) magnos promittere montes. Persio, Sat. 3. vers. 65. - Prometter mari e monti.

Alla p. 4115. Persio Sat. 1. v. 112-14. Hic, inquis, veto quisquam faxit oletum. Pinge duos angues: pueri, sacer est locus, extra Mejite. Discedo. Traduz. di Monti. Niun qui, dici, a sgravar l’alvo si butti: E tu due serpi vi dipingi, e al piede: Pisciate altrove, è sacro il loco, o putti. Me la batto. Nota del medesimo. Angues. L’antica superstizione aveva consecrato i serpenti come immagine del genio tutelare, e simbolo dell’eternità. Solevano quindi dipingerli al muro ne’ luoghi pubblici che volevansi mondi d’ogni bruttura, onde gli adulti per riverenza, i fanciulli per paura non vi si accostassero a far puzza. - Vedi gli altri commentatori. Paragonisi questa usanza colla nostra di far dipingere, ed anche scolpire in pietra, delle croci ne’ luoghi che si vogliono salvare dalle brutture, e che d’altronde vi sarebbero assai esposti e comodi. Usanza che dà più che mai nell’occhio a Firenze, dove non solo ne’ luoghi tali, ma non v’è canto di edifizio e di strada sì pubblica e frequentata, dove non si veggano, non dico croci, ma lunghe file di croci dipinte nel muro a basso, in modo di siepi. Il che è ben ragionevole in quella sporchissima e fetidissima città, per li cui amabili cittadini ogni luogo, nascosto o patente, è comodo e opportuno per li loro bisogni, e soprattutto ogni cominciamento o entrata di viottolo o di via (due cose poco diverse in Firenze): onde nessun luogo è sicuro da tali profanazioni senza tali ripari ed antemurali, e conviene moltiplicarli senza fine. Non entrerei però garante della validità di siffatti ripari per l’effetto desiderato, nè in Firenze nè altrove. (Pisa. 22. Novembre. 1827.). V. la p. seg. e p. 4300. e p. 4305.

Cader dalla padella nella brace ec. V. Crusca. - Platone nel fine del libro 8. πολιτείας (ed. Astii, t.4. p. ult.) parlando della democrazia cangiata in tirannide, e della eccessiva libertà cangiata in servitù, dice: κaὶ, τὰ λεγóμενον, ὁ δῆμος ϕεύγων ἂν καπνòν δουλείας ὲλευϑέρων (cioè ricusando l’obbedienza de’ magistrati [4299] liberi), εὶς πῦρ δούλων δεσποτείας (della dominazione dei servi, cioè de’ satelliti del tiranno ec.) ἂν ὲμπεπτωκὼς εἴη. (Pisa. 2. Dic. 1827.)

Alla p. qui dietro. Del resto, questo scompisciamento generale di Firenze procede da quell’eccessiva libertà individuale che vi regna, per la quale Firenze potrebbe molto bene paragonarsi ad Atene del tempo il più democratico, ed applicarsi a lei quello che, alludendo ad Atene, dice di una città eccessivamente democratica Platone nell’ottavo della Repubblica, opp. ed. Astii, tom. 4. p. 478. (Pisa. 5. Dic. 1827.)

Alla p. 4164. capoverso 3. Epicuro Epist. ad Herodot., ap. Laert. Χ. segm. 37. ὅπως ἂν τὰ δοξαζóμενα ἥ ζητούmena ἥ ἀπορούμενα ἕχωμεν εἰς ὃ ἀνάγοντες ἐπικρίνειν. Quest’uso dell’infinito, è proprio, del resto, anche della lingua franc. spagn. ec.

D’Alembert nel Discours préliminaire de l’Encyclopédie, avendo parlato delle cure, delle fatiche prese, e delle grandissime difficoltà incontrate dagli enciclopedisti, e particolarmente da Diderot per acquistare intorno alle arti, mestieri e manifatture i lumi e le notizie necessarie a trattarne nella enciclopedia, soggiunge: C’est ainsi que nous nous sommes convaincus de l’ignorance dans laquelle on est sur la plûpart des objets de la vie, et de la difficulté de sortir de cette ignorance. C’est ainsi que nous nous sommes mis en êtat de démontrer que l’homme de Lettres qui sait le plus sa Langue, ne connoît pas la vingtieme partie des mots; que quoique chaque Art ait la sienne, cette langue est encore bien imparfaite; que c’est par l’extrême habitude de converser les uns avec les autres, que les ouvriers s’entendent, et beaucoup plus par le retour des conjonctures que par l’usage des termes. Dans un attelier, c’est le moment qui parle, et non l’Artiste. (Pisa. 17. Dic. 1827.)

[4300] S’andrà schernendo il giovinetto altero Senz’altra (alcuna) pena l’amoroso foco, Chi sarà poi che ‘l tuo schernito impero, Voto d’ogni timor non prenda in gioco? Alamanni, Favola di Narcisso, stanza 17. (30. Dic. 1827. Domenica.).

Altronde per altrove. Angelo di Costanzo, Sonetto 44. Mancheran prima ec.

Avale-aguale.

Tallo-ϑαλλὸς.

Frugare - Frugolare. Malm. racq. 10mo cantare, stanza 44. Spruzzo - Spruzzolo. Menzini, Satira 9. verso 48.

Cosa curiosa, e notabile per chi vuol conoscere la storia, e dalla storia inferire il valore, delle opinioni degli uomini intorno ai diritti e ai doveri, si è che ne’ secoli passati, i Negri erano creduti d’una origine e quindi d’una famiglia stessa co’ bianchi, e pur quei medesimi che li tenevano per tali, sostenevano la ineguaglianza naturale di diritti tra i bianchi e loro, la inferiorità dei Negri, e la giustizia della loro servitù, anzi schiavitù ed oppressione: oggi i Negri sono conosciuti di origine, e però di famiglia, onninamente diversa dai bianchi, e quelli che gli hanno per tali, sostengono la loro uguaglianza sociale rispetto a noi, e la parità de’ loro diritti, e la totale ingiustizia del farli schiavi, o maltrattarli, o dominarli, e l’assurdità dell’opinione antica in tal proposito. (Pisa 14. Gen. 1828.).

Alla p. 4298. Oh gente santa, Che non piscia lì dove vede impresso Segno di croce! Menzini, Sat. 9. vers. 56-8.

Al detto altrove di non pareil per senza pari, grecismo; e di pareil, parejo, apparecchiare ec. diminutivi positivati ec. aggiungi. Chiabrera Canzonette, canzonetta 8va al Sig. Luciano Borzone pittore (principio: Se di bella, che in Pindo alberga, musa) stanza 6 ed ult. versi 50-54 ed ultimi. Ah sciocchezza infinita Di qualunque sia core, E follia NON PARECCHIA! (senza pari) Pianger perchè si more, E non perchè s’invecchia. (Pisa. 15. Gennaio. 1828.).

Altronde per altrove. Giusto de’ Conti, Bella Mano, Canz. 2. st. 5. Capit. 4. v. 8.

[4301] Infamato per infame. Id. ib. Capit.3. v. 88. Dannata (per dannevole) vista, e di mirarsi indegna. Chiabr. Canz. Cosmo, sì lungo stuol, lieto in sembianza. v. 25. stanz. 4. v. 1. Patito. Viso patito. Uomo, cavallo, panno patito ec. Si dice anche in Toscana.

Memorie della mia vita. La privazione di ogni speranza, succeduta al mio primo ingresso nel mondo, appoco appoco fu causa di spegnere in me quasi ogni desiderio. Ora, per le circostanze mutate, risorta la speranza, io mi trovo nella strana situazione di aver molta più speranza che desiderio, e più speranze che desiderii ec. (Pisa. 19. 1828.)

V’è di quelli ostinati, Che per un blittri (della qual voce, derivata dal greco, dico altrove: vuol dire per un nulla) categorematico Lascerian stare la broda e ’l companatico. Magalotti, Sonetto colla coda; che incomincia: Acciò conosca ognun quanto diverso. vers. 27-29. Parla de’ fanatici scolastici e peripatetici del suo tempo. (Pisa. 22. 1828.)

Raperonzo - raperonzolo. Cotogno - cotognolo. V. Crus.

τρίβειν - trebbiare, forse da tribulare, che forse è un frequentativo di un inusitato tribere da trίbein. (Pisa. 28. 1828.)

E disse fra suo core: l’ho mal fatto. Pulci Morg. maggiore, ΧII. 28.

Disse Rinaldo: A te, sanza altre scorte, (nessuna scorta) Venuti siam per l’oscura foresta. Ib. canto 17. st. 35.

E disse fra suo cor: costui fia quello. Ib. c. 22. st. 228.

Sottosopra fu buon sempre l’ardire: Ha la fortuna in odio un uom da poco, Ed è nimica de gli sbigottiti (soliti a sbigottirsi ec.). Berni, Orl. inn. c. 35. st. 3.

Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacchè gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ec. (Pisa. 5. Feb. 1828.)

[4302] Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventù; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: (Pisa. 15. Apr. 1828.) oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui. (Pisa. 15. Feb. ult. Venerdì di Carnevale. 1828.)

Pelo matto, pasta matta ec. - μάτην μάτaιος.

Ciascuna stella negli occhi mi piove Della sua luce e della sua vertute. Dante Rime, lib.2. Ballata 3. Io mi son pargoletta bella e nova. (Pisa. 19. Marzo Festa di S. Giuseppe. 1828.)

Bομβεῖν - bombire. A. di Costanzo, Stor. del R. di Napoli, lib.6. nella traduzione della lettera del Petrarca sopra il terremoto di Napoli. (Pisa. 12. Apr. Sabato in Albis. 1828.). V. Crusca.

Prolato as.

M. Newton avoit donné la solution de ce problême...; e M. Fatio de Duillier venoit d’en publier une solution très embarassée... M. Bernoulli, effrayé des calculs de M. Fatio, se mit à cercher par une autre voie le solide de la moindre résistance, et ne fut pas long-tems à le trouver. Les grands Géometres connoissent certe éspece de paresse qui préfere la peine de découvrir une vérité à la contrainte peu agréable de la suivre dans l’ouvrage d’autrui; en général ils se lisent peu les uns les autres, (Nota. Nous ne disons [4303] point qu’ils ne se lisent pas, mais qu’ils se lisent peu: en ce genre un coup d’oeil jetté sur un ouvrage suffit aux maîtres pour le juger. Il n’en est pas de même en Littérature.) et peut-être perdroient-ils à lire beaucoup: une tête pleine d’idées empruntées n’a plus de place pour les siennes propres, et trop de lecture peut étouffer le génie au lieu de l’aider. Si elle est plus nécessaire dans l’étude des Belles-Lettres que dans celle de la Géométrie, la différence de leurs objets er des qualités qu’elles exigent, en est sans doute la cause. La Géométrie ne veut que découvrir des vérités, souvent difficiles à atteindre, mais faciles à reconnoître dès qu’on les a saisies; et elle ne demande pour cela qu’une justesse et une sagacité qui ne s’acquierent point. Si elle n’arrive pas précisément à son but, elle le manque entièrement; mais tout moyen lui est bon pour y arriver; et chaque esprit a le sien, qu’il est en droit de croire le meilleur: au contraire, le mérite principal de l’éloquence et de la Poësie, consiste à exprimer et à peindre; et les talens naturels absolument nécessaires pour y réussir, ont encore besoin d’être éclairés par l’étude réfléchie des excellens modeles, et, pour ainsi dire, guidés par l’expérience de tous les siècles. Quand on a lu une fois un problême de Newton, on a vu tout, ou l’on n’a rien vu, parce que la vérité s’y montre nue et sans réserve; mais quand on a lu et relu une page de Virgile ou de Bossuet, il y reste encore cent choses à voir. Un bel esprit qui ne lit point, n’a pas moins à craindre de passer pour un écrivain ridicule, qu’un Géometre qui lit trop, de n’être jamais que médiocre. D’Alembert, Éloge de M. Jean Bernoulli. [4304] Non si potrebbe dire della metafisica appresso a poco il medesimo che della Geometria, e così scusare chi in metafisica amasse più di pensare che di leggere; chi pretendesse di essere metafisico senz’aver letto o inteso Κant; chi si contentasse talvolta di conoscere i risultati e le conclusioni delle speculazioni e ragionamenti de’ metafisici celebri, per poi trovarne da se stesso la dimostrazione, o convincersi della loro insussistenza? La metafisica ha colle matematiche non poche altre somiglianze: anche in metafisica una proposizione dipende spesso da una serie di proposizioni per modo ch’è impossibile vederne colla mente la dimostrazione tutta in un punto; e spesso chi è salito per questa serie fino a quell’ultima verità, ne acquista la convinzione, e ne vede allora perfettamente le ragioni, che d’indi a poco non saprebbe più rendere nemmeno a se stesso, benchè la convinzione gli duri. Anche in metafisica, come in affari di calcolo, moltissime proposizioni e verità si credono sulla sola fede di chi ha fatto il lavoro necessario per iscoprirle e renderle certe; lavoro troppo lungo e difficile per essere rinnovato e rifatto, o seguito a passo a passo da altri, anche uomini della professione. (Pisa. 17. Aprile. 1828.) - (Il cui genio (di Laplace) è per me come quei Veri che pochi veggono, ma che son creduti da tutti, perchè uno spirito superiore li vede e li mostra. Daru, Risposta al discours de réception di Royer-Collard all’Accad. Franc. nell’Antologia di Firenze, n. 86. p. 138.).

Alla p. 4264. De toutes les langues cultivées par les gens de lettres, l’italienne est la plus variée, la plus flexible, la plus susceptible des [4305] formes différentes qu’on veut lui donner. Aussi n’est-elle pas moins riche en bonnes traductions, qu’en excellente musique vocale, qui n’est elle-même qu’une éspece de traduction. D’Alembert, Observations sur l’art de traduire, premesse al suo Essai de traduction de quelques morceaux de Tacite.

Les taches qu’on peut faire disparoître en les effaὺant, ne méritent presque pas ce nom; ce ne sont pas les fautes, c’est le froid qui tue les ouvrages; ils sont presque toujours plus défectueux par les choses qui n’y sont pas, que par celles que l’auteur y a mises. Id. ib. (Pisa. 8. Maggio. 1828.)

Alla p. 4298. fine. In Pisa, su un canto della piazza dello Stellino, oltre la croce dipinta, v’è la leggenda: Rispetto alla Croce. V. p. 4307.

Nous n’acquérons guere de connoissances nouvelles que pour nous désabuser de quelque illusion agréable, et nos lumieres sont presque toujours aux dépens de nos plaisirs. D’Alembert, Réflexions sur l’usage et sur l’abus de la philosophie dans les matieres de goût, lues à l’Académie Françoise le 14 mars 1757.

E molte forti a Pluto alme d’eroi Spinse anzi tempo, abbandonando i corpi Preda a sbranarsi a’ cani ed agli augelli. Foscolo. Molte anzi tempo all’Orco Generose travolse alme d’eroi, E di cani e d’augelli orrido pasto Lor salme abbandonò. Monti. E così gli altri. Ma Omero dice le anime (ψυχὰς) ed essi (αὐτoὺς), cioè gli eroi, non i loro corpi. Differenza non piccola, e secondo me, non senza grande importanza a chi vuol conoscere veramente Omero, e i suoi tempi, e il loro modo di pensare. Questa infedeltà, non di stile e di voci solo, ma di sostanza [4306] e di senso, nata dall’applicare alle parole d’Omero le opinioni contemporanee a’ traduttori; questa infedeltà, dico, commessa nel primo principio del poema, anche da’ traduttori più fedeli, dotti ed accurati, e in un caso in cui le parole son chiare e note, mostra quanto sia ancora imperfetta l’esegesi omerica (e in generale degli antichi), e quanto spesso si debba trovare ingannato, quanto spesso insufficientemente informato, chi per conoscere Omero, e gli antichi, e i loro tempi, costumi, opinioni ec. si vale delle traduzioni sole, e fonda su di esse i suoi discorsi ec. come per lo più i più eruditi francesi d’oggidì ec. ec. (Pisa. 10. Maggio. 1828. Sabato.)

Il est sans doute des lecteurs qui ne sont difficiles ni sur le fond ni sur le style de l’histoire; ce sont ceux dont l’ame froide et sans ressort, plus sujette au désoeuvrement qu’à l’ennui, n’a besoin ni d’être remuée, ni d’être instruite, mais seulement d’être assez occupée pour jouir en paix de son existence, ou plutôt, si on peut parler ainsi, pour la dépenser sans s’en appercevoir. D’Alembert, Réflexions sur l’histoire. I più degli oziosi sono piuttosto disoccupati che annoiati. Si dice male che la noia è un mal comune. La noia non è sentita che da quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Agli altri ogni insipida occupazione basta a tenerli contenti; e quando non hanno occupazione alcuna, non sentono la pena della noia. Anche gli uomini sono, la più parte, come le bestie, che a non far nulla non si annoiano; come i cani, i quali ho ammirati e invidiati più volte, vedendoli passar le ore sdraiati, con un occhio sereno e tranquillo, che annunzia l’assenza della noia non meno che dei desiderii. Quindi è, che se voi parlate della noia inevitabile [4307] della vita ec. ec. non siete inteso ec. ec. (Pisa. 15. Maggio. Ascensione. 1828.)

On peut dire en un sens de la Métaphysique que tout le monde la sait ou personne, ou pour parler plus exactement, que tout le monde ignore celle que tout le monde ne peut savoir. Il en est des ouvrages de ce genre comme des pieces de théatre; l’impression est manquée quand elle n’est pas générale. Le vrai en Métaphysique ressemble au vrai en matiere de goût; c’est un vrai dont tous les esprits ont le germe en eux-mêmes, auquel la plûpart ne font point d’attention, mais qu’ils réconnoissent dès qu’on le leur montre. Il semble que tout ce qu’on apprend dans un bon livre de Métaphysique, ne soit qu’une éspece de réminiscence de ce que notre ame a déjà su; l’obscurité, quand il y en a, vient toujours de la faute de l’auteur, parce que la science qu’il se propose d’enseigner n’a point d’autre langue que la langue commune. Aussi peut-on appliquer aux bons auteurs de Métaphysique ce qu’on a dit des bons écrivains, qu’il n’y a personne qui en les lisant, ne croie pouvoir en dire autant qu’eux. D’Alembert, Essai sur les élémens de philosophie, article 6. È facile il vedere che tutti questi periodi sono traduzioni l’uno dell’altro; ma la proposizione ch’essi contengono, è molto vera e notabile. (Pisa. 19. Maggio. 1828.)

Alla p. 4305. Pietro Aretino dice in una delle sue commedie: un cavalier senz’entrata è un muro senza croci, scompisciato da ognuno. [4308] Ginguené, t. 6. p. 229. not. (Pisa. 19. Maggio. 1828.)

Corpusculum per corpus. M. Aurelio in Frontone (ad Marcum Caesarem et invicem, lib.5. ep. 47. 55. ed. Rom. 1823. p. 135-37.). Notisi che M. Aurelio era stoico.

Expergitus per experrectus. Fronto Princip. histor. ed. Rom. p. 319. v.9.

Arcus intenditus per intentus. Ib. De Feriis alsiensibus, ep. 3. p. 208. v.15.

Il codice frontoniano ha dilibutus, e 3 volte dilectus per delibutus e delectus. Così noi dilicato, e di preposiz. per de. Al che spettano que’ verbi latini digredior, diverto, diminuo, distillo, distringo, divello (e simili): tutti i quali nel detto codice si trovano scritti per de.

M. Aurelio nelle lett. a Frontone chiama costantemente Faustina sua moglie, domina mea (la mia donna). V. il luogo di Epitteto di cui altrove.

Leggendo la curiosa lettera di Vero a Frontone (ad Ver. imp. ep. 3. ed. Rom.) in cui lo prega di scrivere la storia delle gesta di esso Vero nella guerra partica, mi par proprio di leggere una lettera di qualche moderno scrittore a un giornalista sopra qualche sua opera. Lo stesso amor proprio, esagerazione, noncuranza del vero ec. E in verità quella lettera (v. anche quella di Cic. a Lucceio) ci mostra quanto dobbiamo fidarci di storie, anche contemporanee. Ma che differenza tra gli antichi e i moderni ancor qui! Questi raccomandano 1. delle operucce, 2. a un giornalista, 3. per un articolo; quelli 1. de’ fatti militari o civili, 2. a uomini famosi, 3. per una storia ec. ec. La lett. di Vero è senza niuna diversità nell’ediz. milanese e meriterebbe di esser citata tradotta. (Firenze. 21. Giugno, anniversario del mio primo arrivo a Firenze. 1828.)

[4309] Tanto è vero che tra gli antichi la prima lode era quella della felicità, che noi vediamo nelle Orazioni funebri, e in simili casi, gli Oratori dovendo lodare, p. e. de’ soldati morti per la patria, cominciar dal mostrare che essi non sono stati infelici, che la loro morte non è stata una sventura. Oggi al contrario: si cercherebbe d’intenerir gli uditori sopra il loro caso: il muover la compassione in tali circostanze era cosa al tutto ignota, era un vero controsenso presso gli antichi. Le loro Oraz. fun. sono tutte consolatorie.

Dionigi D’Alic. nei giudizi sopra gli scrittori antichi biasima Tucidide per aver preso un argomento di storia che conteneva le sventure della sua patria (Atene), e loda al paragone Erodoto per aver preso a tema le vittorie de’ greci sui barbari. Anche nelle storie questi rispetti, e a’ tempi di Dionigi. (Firenze 29. Giugno, dì di S. Pietro, e mio natalizio. 1828.)

Solone appo Erodoto 1. c. 32. parlando a Creso della costui prosperità chiama la divinità invidiosa τὸ ϑεῖον πᾶν ἐòν (cioè ὂν ϕϑoνερóν). (29. Giu. 1828.)

Paul-Louis Courier, Lettre à M. Renouard, libraire, sur une tache faite à un manuscrit de Florence, parlando del Longo di Amyot, da lui corretto nei luoghi dove la traduzione non rispondeva al testo, e supplito colla traduzione nuova del frammento fiorentino: Mais ce n’est pas seulement le grec et le français qui m’ont servi à terminer cette belle copie (la traduzione d’Amyot), après avoir si heureusement [4310] rétabli l’original (cioè completato il testo colla scoperta del supplemento fiorentino); ce sont encore plus les bons auteurs italiens, d’où j’ai tiré (per questo lavoro) plus que des nôtres, et qui sont la vraie source des beautés d’Amyot; car il fallait, pour retoucher et finir le travail d’Amyot, la réunion assez rare des trois langues qu’il possédait et qui ont formé son style. (Fir. 30. Giug. 1828.)

Una donna di 20, 25 o 30 anni ha forse più d’attraits, più d’illecebre, ed è più atta a ispirare, e maggiormente a mantenere, una passione. Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima gioventù: così anche ad altri che se ne intendono (M. Merle). Ma veramente una giovane dai 16 ai 18 anni ha nel suo viso, ne’ suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di divino, che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta; quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell’aria d’innocenza, d’ignoranza completa del male, delle sventure, de’ patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose, anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un’impressione così viva, così profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l’anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un’idea d’angeli, di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto [4311] questo, ripeto, senza innamorarci, cioè senza muoverci desiderio di posseder quell’oggetto. La stessa divinità che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce lo fa riguardar come di una sfera diversa e superiore alla nostra, a cui non possiamo aspirare. Laddove in quelle altre donne troviamo più umanità, più somiglianza con noi; quindi più inclinazione in noi verso loro, e più ardire di desiderare una corrispondenza seco. Del resto se a quel che ho detto, nel vedere e contemplare una giovane di 16 o 18 anni, si aggiunga il pensiero dei patimenti che l’aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e a spegner ben tosto quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze, della indicibile fugacità di quel fiore, di quello stato, di quelle bellezze; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi; e quindi un sentimento di compassione per quell’angelo di felicità, per noi medesimi, per la sorte umana, per la vita, (tutte cose che non possono mancar di venire alla mente), ne segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi. (Fir. 30. Giu. 1828.)

DANSΚE FOLΚEEVENTYR. Contes populaires des Danois; recueillis per M. Winther. 1re part.; Copenhague; 1823. Récemment M. Τhiele a publié 2 volumes de traditions et croyances populaires des Danois. Le recueil de M. Winther est à peu près du même genre. L’auteur a recueilli les contes qui amusent le paysan pendant les longues soirées d’hiver; il est assez remarquable que les Danois se soient appropriés de bonne heure les contes et [4312] fables des anciens, en transportant la scène sur leur territoire; c’est ainsi que le héros du conte d’Apulée, l’Âne d’or, est devenu un bondekard, ou jeune paysan danois, sous le nom de Hans: le principal personnage de la fable d’Amour et Psyché s’est transformé en prince Hvidbjaern (ae) dans lequel les Grecs auraient de la peine à reconnaître leur Amour. Les contes des Fées qui, dans l’ouvrage de Perrault, ont presque tous un caractère français, deviennent également danois sur les bords de la Baltique: Cendrillon est transformée en Κokketoes (oe), etc. D-G. (Depping). Bulletin Universel des sciences et de l’industrie, publié sous la direction de M. le B.on de Férussac. 7me Section. Bulletin des sciences historiques, antiquités, philologie. 1re année; 1824; Avril. tome 1r article 241. p. 209- 10. (Firenze. 23. Luglio. 1828.)

M. Bredsdorff (Om Rune skriften oprindelse. i.e. Sur l’origine des caractères runiques; par Jacq. Hornemann Bredsdorff. In-4. 19 pag. Copenhague 1822.) pense que l’alphabet runique est dérivé de l’alphabet moesogothique (oe), dont on attribue l’invention à l’evêque Ulphilas, qui s’en servit pour écrire sa traduction du Nouveau-Testament, au 4e siècle. Bulletin de Férussac, lieu cité ci-dessus, art. 243. 244. p. 211. (23. Luglio. 1828.). V. p. 4362.

De invidia, diis ab Herodoto et aequalibus attributa, pauca commentatus est P. Möller. 31. p. In-4. Copenhague. Bulletin de Férussac, l. c. art. 279. p. 240. (24. Luglio. 1828.)

Da applicarsi alle mie riflessioni sopra Omero e l’epopea. [4313] Avant de passer aux ouvrages d’Homère, l’auteur (Ideen über Homer, etc. Idées sur Homère et sur son époque; par C. E. Schubarth. In-8° de 364 pag.; Breslau; 1821.) dépeint (p. 108-134.) le caractère et les moeurs des deux nations qui combattent devant Troie. Il résulte de ce parallèle que les Grecs ont tous les vices des peuples sauvages; ils cédent a toutes les impulsions; la violence, l’indiscipline, les terreurs superstitieuses règnent dans leur camp. Ce n’est pas parmi eux, c’est chez les Troyens, que l’on trouve l’ordre, l’union, l’amour de la patrie, et ces sentimens généreux, qui font croire à une civilisation naissante, ou même déjà avancée. C’est sous ce point de vue, qui est conforme à ce que nous lisons dans Homère, que M. Schubarth envisage l’Odyssée et l’Iliade. Dans l’Iliade, Homère a chanté une guerre qui doit se terminer par la destruction de Troie, mais dont l’auteur laisse à peine entrevoir l’issue funeste placée avec art dans une perspective vague et lointaine. L’Odyssée retrace les suites malheureuses de cetre lutte. Les Troyens sont pour le lecteur l’objet d’une tendre pitié et de ce sentiment d’admiration, que font naître les actions nobles et généreuses, le patriotisme et le dévouement; toutefois ils doivent succomber après dix ans d’une défense héroïque, car ils sont inférieurs en nombre, et le Destin leur est contraire. Par opposition à certe peinture, Homère nous montre les Grecs animés d’un esprit de vengeance, vains, présomptueux, en proie à la discorde, toujours prêts à abuser de leur force. Le sort veut la ruine de Troie, et les Troyens supportent avec résignation ce malheur, [4314] qu’ils n’ont pas mérité, mais que les dieux leur envoient; tandis que les Grecs ne doivent qu’à eux-mêmes, à leur propres fautes, aux vices grossiers auxquels ils s’abandonnent, les justes punitions que ces mêmes dieux leur infligent.

C’est par des inductions semblable que M. Schubarth (p. 139-238.), s’ecartant de l’opinion reçue, essaie de démontrer que l’auteur des deux épopées grecques est né sur le sol de Troie (cioè dov’era stata Troia). Il faut convenir, en effet, que le poëte (car M. Schubarth n’admet pas avec Wolf que l’Iliade et l’Odyssée soient des productions dues à plusieurs rhapsodes), s’il eίt été Ionien, aurait choisi pour la première de ses épopées un sujet bien étrange, bien peu propre à flatter les Grecs, auxquels il n’accorde d’autres avantages que ceux qui naissent de la supériorité des forces physiques. Tant que dure la guerre, la discorde les divise, et ils ne déploient d’autre vertu que leur courage; mais ce courage est sauvage et vindicatif. Sortis enfin victorieux de la lutte, c’est par de nouveaux désordres et de sanglantes querelles qu’ils signalent ce retour à la paix.

Il est très-remarquable que le poëte ait interrompu son chant au moment même où il n’aurait pu éviter de parler de la prise de la ville, et de tracer le tableau de sa destruction. Est-il vraisemblable qu’il se fίt arrêté si brusquement, et eίt négligé de célébrer un événement favorable aux Grecs, s’il s’avait eu à coeur de faire [4315] oublier aux Troyens, ses compatriotes, l’instant malheureux de leur chute? [3] On voit partout, dans l’Odyssée comme dans l’Iliade, que le poëte porte de l’affection aux Troyens. Énée, roi futur de Troie, ce héros favorisé des dieux, est sauvé par Neptune, le plus puissant dieu des Grecs. Leur plus dangereux ennemi, Hector, est peint sous des couleurs toujours favorables. Hector a le sentiment de la justice de sa cause; il n’est pas même soutenu par l’espoir du succès; mais il est pénétré de ses devoirs envers la patrie; il s’arrache aux affections les plus tendres, et s’immole sans hésiter. Sa mort est une expiation volontaire d’un seul instant d’oubli, d’une faute qui n’est pas la sienne. Mais les dieux, qui l’ont mal récompensé pendant sa vie, viennent eux-mêmes assister à ses funérailles, tandis qu’Achille vainqueur est tourmenté du pressentiment et des angoisses d’une mort prochaine.

Les bornes de ce journal ne nous permettent pas de donner plus d’étendue à cette analyse. Nous ne pouvons qu’engager nos lecteurs à lire dans l’ouvrage même ce que dit M. Schubarth pour appuyer une hypothèse qui nous paraît admissible, et qu’il développe avec un talent remarquable. (Cavato e tradotto dall’Jena. allg. Lit. Zeit. Gazzetta letteraria di Iena, Settemb. 1823.). Bulletin de Férussac, ec. loc. sup. cit. Juillet. tome 2. art. 54. p. 45-47. Dalle mie riflessioni sopra Omero ec. si vede quanto male dai costumi [4316] fieri e selvaggi, dallo spirito di vendetta, dai vantaggi puramente fisici attribuiti da Omero ai Greci, e dalla compassione attaccata alla sorte dei Troiani, si arguisca che l’Iliade e l’Odissea furono composti in ispirito troiano e non greco, e quindi apparentemente per li Troiani, o nati sul suolo troiano, e non per li Greci di Jonia. Anzi si vede che appunto da queste cose medesime si dee concludere il contrario. (24 6. Lug. 1828.). V. p. 4447.

Da applicarsi pure alle mie riflessioni sopra Omero e l’epopea. Homerische Vorschule, etc. Introduction à l’étude de l’Iliade et de l’Odyssée; par W. Müller. 192. p. in 8. Leipzig; 1824. Élève du philologue Wolf, M. Müller annonce dans la préface qu’il est intimement persuadé de la vérité et de la solidité des opinions développées par son maître dans ses fameux Prolégomènes de l’Iliade, et qu’ayant médité sur ce sujet après avoir suivi les cours de Wolf, il croit devoir présenter une suite de considérations que cette matière lui a suggérées. Il avertit, en passant, le public de se mettre en garde contre les hypothèses trop hasardées que quelques savans cherchent à faire accréditer; il rappelle notamment les opinions de Payne Κnight, savant anglais, mort récemment, et de Bernard Τhiersch, qui n’est pas l’auteur de la Grammaire grecque publiée par M. Τhiersch à Munich. M. Müller s’étonne que la nouvelle société littéraire de Londres ait couronné récemment un mémoire dans lequel on fait d’Homère le copiste de Moïse. (Dissertation on the age of Homer, his ςritings and bis genius. Londres; 1823.).

[4317] Pour bien comprendre la manière dont l’Iliade et l’Odyssée ont été composées, il faut se pénétrer de l’esprit et des moeurs du peuple ionien. Ces colons grecs, amis des arts et de la poésie, avaient l’esprit vif et mobile, et s’interessaient avec la candeur de l’enfance aux événemens. Un poëte était chez eux le compagnon constant de tous les plaisirs. Partout où l’on se rassemblait, dans les banquets comme dans les assemblées publiques, la lyre du poëte faisait partie des réjouissances. Le poëte, ainsi que le ménestrel au moyen âge, exerçait un état généralement honoré, et était accueilli avec hospitalité partout où il faisait résonner sa lyre. Il ne chantait sans doute que ses inspirations particulières, qui souvent étaient des improvisations. (I menestrelli cantavano ben cose d’altri, e non solo d’altri, ma scritte espressamente dai dotti del tempo, in versi, per esser cantati o recitati da quelli. V. l’articolo del Perticari sopra il poemetto della Passione di Cristo attribuito al Boccaccio.) Ces morceaux n’étaient probablement pas très-longs, car dans les usages anciens nous ne voyons jamais les chants du poëte que comme des intermèdes. (Quando il poeta o il cantore cantava nelle piazze ec. in mezzo al popolo, come s’usa anche oggi, come a Napoli un del volgo legge alla plebe il Furioso o il Ricciardetto ec. e lo spiega in napoletano; allora i canti non erano intermezzi, erano come furon poi gli spettacoli ed acroamata.) [4] La guerre de Troie, qui, sous tous les rapports, était un sujet propre à la poésie, était à peine finie, que dans les villes d’Ionie la lyre accompagnait déjà les vers composés sur cet événement [4318] national. Homère se distinguait parmi eux; mais il est évident qu’avant ce poëte l’usage des chants lyriques sur les événements publiques existait, et qu’il n’a point été le premier chantre national. (Femio, Demodoco ec.) Le rhythme de sa poésie prouve que ses vers étaient chantés et accompagnés de la lyre, peut-être aussi de la danse, du moins de mouvemens rhythmiques. (Il nome di ἔπη, di epico, di epopea, di ἐποποιòς applicato con particolarità ai versi, poemi, e poeti narrativi, prova, secondo me, sì per la sua etimologia, o senso primitivo, di parola (ἕπoς), dire (ἕπω, εἴπω) ec., sì per la distinzione da μέλη, μελικòς, μελοποιòς ec. che le poesie narrative non avevano alcuna melodia, non erano cantate ma recitate, o al più cantate a recitativo, come poi i versi non lirici de’ drammi, e come si canterebbero i nostri endecasillabi sciolti. Il verso epico (quasi parlativo) era la prosa di que’ tempi, ne’ quali non si componeva se non in versi. Omero, dice assai bene il Courier, nella pref. al Saggio di traduz. di Erodoto, fu uno storico, a que’ tempi che le storie non si solevano nè sapevano ancora narrare in prosa. Non credo dunque ben dette liriche le sue poesie, sebben forse accompagnate da qualche strumento, come i recitativi de’ drammi. V. p. 4328. capoverso 1. e p. 4390. fin.).

Il est ridicule de chercher dans les poësies homériques de savantes allégories et un sens profond: les poëtes ioniens rendaient naturellement les impressions faites sur leur imagination par les actions des héros, et ne se livraient point à des combinaisons étudiées; c’est la vie publique et particulière de leur temps qu’ils nous retracent et rien de plus. Ils n’écrivaient point, ils chantaient, et leurs inspirations [4319] se transmettaient par la tradition comme chez des peuples modernes à moitié barbares. (Le conseiller aulique Τhiersch a lu ensuite (à la séance publique de la classe de philologie et d’histoire, de l’Académie des sciences de Munich, le 14 août, 1824.) un mémoire sur les poésies épiques transmises de bouche en bouche par le peuple. Ce qui a donné lieu à ce mémoire, c’est un écrit du professeur Vater à Halle, sur les longues poésies héroïques serviennes récemment publiées, et comparées à celles d’Homère et d’Ossian. Bull. de Férussac etc. Novemb. 1824. t. 2. art. 302. p. 321.) (V. p. 4336. fine.)

On a voulu voir un art savant dans les divers dialectes qui se trouvent dans Homère. Ce prétendu mélange des dialectes n’est point l’ouvrage du chantre: de son temps les Ioniens parlaient ainsi, et ce n’est que plus tard que la langue grecque se modifia, et que diverses provinces telles que l’Éolie, l’Ionie et la Doride conservèrent des restes de l’ancien idiome, restes qui alors furent considérés comme autant de dialectes divers.

Il paraît qu’ Homère a vécu au 2e siècle après la destruction de Troie. L’éclat de son génie a fait oublier les noms des autres poëtes qui chantaient comme lui les hautsfaits des Grecs. Mais sans doute il a chanté comme eux des chants lyriques détachés, et il n’a probablement jamais songé à composer un poëme épique, et encore moins à en écrire un. De là ce qu’on dit de sa cécité et de son indigence, il aura passé dans la suite pour aveugle parce qu’il n’avait rien écrit; il aura passé pour indigent parce qu’il allait d’une ville a l’autre. Après sa mort, la réputation de ses chants alla toujours en [4320] croissant; les poëtes, perdant d’ailleurs le génie inventif, chantèrent les poésies d’Homère; il y eut alors des homérides. Pour flatter la vanité des villes dans lesquelles ils chantaient, ils intercalaient dans ces vers de leur prédécesseur, des éloges de villes et de peuples. On prétend que Lycurgue fut le premier qui fit rassembler et rédiger les poésies d’Homère. Mais ce législateur qui ne fit pas écrire ses propres lois, comment se serait-il occupé à faire écrire des vers dans Sparte ville pauvre et grossière? Solon régla l’ordre dans lequel les chantres dans les fêtes publiques (in queste, tali poésie non erano, apparemment, intermezzi, tanto più se si cantavano in ordine) devaient chanter les diverses poésies homériques, et Pisistrate les fit diviser ensuite en deux grands poëmes, l’Iliade et l’Odyssée. Aristarque les subdivisa en 24 livres d’après le nombre des lettres de l’alphabet grec. Alors se présenta une classe d’hommes, les diaskeuastes, espèce de censeurs ou de critiques qui cherchèrent à mettre de l’harmonie et de l’accord dans ces chants ainsi réunis et coordonnés; ils lièrent des parties détachées, levèrent des contradictions, supprimèrent des vers, des passages interpolés, etc. Mais ce travail ne fut pas fait avec assez d’art pour qu’on ne découvre des traces de leurs soudures; et leur jugement ne fut pas toujours assez sain pour qu’ils sussent distinguer ce qui appartenait à Homère d’avec les interpolations de ses successeurs. À l’exemple de Wolf, M. Müller signale plusieurs passages qui paraissent prouver que l’Iliade et l’Odyssée [4321] n’avaient point cette unité que ces poëmes presentent aujourd’hui, et qu’ils n’étaient dans l’origine que des chants lyriques détachés. Cependant Aristote ne les considéra que sous la forme qu’on leur avait donnée à Athènes, et célébra Homère comme poëte épique. Depuis, on ne vit plus dans l’Iliade et l’Odyssée que deux poëmes épiques. Assurément il règne une sorte d’unité dans chacun de ces deux poëmes; mais c’est la même qu’on trouve, par exemple, dans les romances espagnoles sur le Cid, lorsqu’on les lit de suite. Dans l’Odyssée on pourrait enlever les 4 premiers chants et la moitié du 15e sans nullement faire tort à la marche de l’action; c’est que le poëte ne les vivait jamais reunis et n’avait jamais pensé faire un grand poëme. D’un autre côté l’Iliade et l’Odyssée ont des lacunes que les diaskeuastes n’ont pas été capables de cacher. Dans l’Iliade le 1er et le 5e chants commencent par les mêmes récits: dans le 5e les événemens sont racontés comme si le poëte n’en avait jamais parlé. Les débuts des deux poëmes paraissent avoir été ajoutés par les diaskeuastes. Suivant l’usage de l’ancien temps, les homérides faisaient précéder leurs chants d’une invocation religieuse. Ce sont-là les prétendus hymnes homériques qui n’ont de commun avec le grand poëte que d’avoir été chantés pour le début de ses morceaux liriques. D. G. (Depping.) Bulletin de Férussac, loc. cit. alla p. 4312. Octobre, 1824. tome 2. art. 239. p. 231-234.

In questa ipotesi, che è quasi una transazione coll’opinion comune, poichè riconosce l’esistenza di Omero, ed ammette in qualche modo [4322] l’unità di autore dell’Iliade e dell’Odissea, a differenza di Wolf che attribuisce quei poemi a vari autori, e di B. Constant, che li attribuisce a due; io ammetto assai volentieri che Omero, non avendo nessuna idea di quello che fu poi chiamato poema epico, nè anche avesse alcun piano o intenzione di comporne uno, cioè di fare una lunga poesia che avesse un principio, mezzo e fine corrispondenti, che formasse un tutto rispondente ad un certo disegno, che avesse una qualunque circoscritta e determinata unità. Credo che incominciasse le sue narrazioni dove ben gli parve, le continuasse indefinitamente senza proporsi una meta, le terminasse quando fu sazio di cantare, senza immaginarsi di esser giunto a uno scopo, senza intender di dare una conclusione al suo canto, nè di aver esaurita la materia o de’ fatti, o del suo piano, che nessuno egli n’ebbe.

Aggiungo che credo ancora che i suoi versi fossero ritmici, non metrici, fatti cioè ad un certo suono, non ad una regolata e costante misura; alla quale (mediante però l’ammissione di quelle loro infinite irregolarità ed anomalie, che furono chiamate e si chiamano eccezioni, licenze, ed ancora regole) fossero ridotti in séguito dai diascheuasti ec. Così è probabile che originalmente e nell’intenzione dell’autore fossero ritmici i versi di Dante, ridotti poi per lo più metrici nello stesso secolo, 14°. E così, come ha provato un loro dotto editore, il Dott. Nott, che mi ha eruditamente parlato di questa materia, furono puramente ritmici i versi dell’inglese Chaucer. Lo furono ancora certamente quelli de’ più antichi verseggiatori nostri, provenzali, spagnuoli, francesi. V. p. 4334.4362.

[4323] Ma quello in cui la mia ragione non può trovare una probabilità, non solo nel caso di Omero, ma nè anche in quelli di Ossian e di qualunque altro si possa addurre in proposito, è che dei canti, certo in ogni modo assai lunghi, improvvisati p. e. a un convito o ad una festa pubblica, in mezzo a gente ubbriaca o dal vino o dalla gioia ec., da un poeta, forse ancor esso οὐ νήϕοντoς in quel momento, e ciò in un secolo privo di stenografi e di tachigrafi; dei canti che, secondo ogni verisimiglianza, dovevano esser dimenticati dal poeta stesso un momento dopo, anzi di mano in mano che li proferiva; si sieno, non solo quanto al soggetto, ma quanto alle parole, conservati nella memoria semplice degli ascoltanti in maniera, che trasmessi poi fedelmente di bocca in bocca per più secoli, distinti ben bene ne’ loro versi (ritmici o metrici poco vale), ora dopo 30 secoli si leggano begli e stampati in milioni d’esemplari, che li conserveranno ai futuri secoli in perpetuo. Apparentemente il Müller, che pone Omero nel secondo secolo dalla guerra troiana, (v. p. 4330. capoverso 3.) non riconosce nelle cose e nelle parole dell’Iliade e dell’Odissea, quei segni di avanzatissima civiltà e letteratura ionica o greca, che a tanti altri (come ultimamente a G. Capponi) sono sembrati così evidentissimi, certissimi ed innumerabili. Altrimenti come si potrebbe credere che quei poemi, da Omero o da altri, non fossero scritti subito? che l’uso della scrittura fosse ignoto o sì scarso in una letteratura e civiltà innoltratissima? come supporre sopra tutto una fiorente letteratura non scritta?

Ma se il Müller vuol persuadermi che i poemi d’Omero non [4324] fossero scritti (al che non farò resistenza, tanto più che è conforme alla tradizione ricevuta fra gli antichi stessi, a quel che si dice di Licurgo ec.), mi trovi qualche altro mezzo probabile di trasmissione e conservazione fuori della scrittura non mi parli d’inspirazioni e d’improvvisazioni; mi dica almeno che Omero prima di cantare i suoi versi, li componeva; che li cantava poi più e più volte (a diversi uditorii, o in varie occasioni), colle stesse parole, e quali gli aveva composti e cantati; che gl’insegnava ad altre persone, fossero del volgo, o fossero cantori e genti del mestiere, che solessero impararne da altri, non sapendo farne del loro, e col cantarli si guadagnassero il vitto. Allora, considerata anche la superiorità della memoria avanti l’uso della scrittura, superiorità affermata da Platone (Teeteto e Fedro) e confermata dall’esperienza e dal raziocinio, troverò verisimile la conservazione di canti non scritti, sieno d’Omero o de’ Bardi ec.

Ma posto che Omero componesse veramente e meditatamente i suoi canti, in modo da ricordarsene esso poi sempre, e da insegnarli altrui, allora, esclusa anche ogn’idea di piano, non sarà poi fuor di luogo il supporre tra questi canti una certa tal qual relazione; il pensare che Omero nel compor gli uni, si ricordasse degli altri che aveva composti, e intendesse di continuarli, o vogliamo dire, di continuare la narrazione, senza (torno a dire) tendere perciò ad una meta. Anzi questa supposizione è più che naturale, trattandosi di canti che hanno un argomento comune: è certo che Omero nel compor gli uni di mano in mano, si ricordava de’ precedenti. E non è egli verisimile che li cantasse sovente tutti ad uno [4325] stesso uditorio, oggi un canto, domani un altro? che l’uditorio s’invogliasse di ascoltar domani la continuazione della storia d’oggi? (ricordiamoci che allora non v’erano altre storie che in versi) che Omero nel cantare i suoi diversi componimenti seguisse un ordine, quello de’ fatti? (sia il medesimo o altro da quello che si trova oggi ne’ suoi poemi) che seguisse anche quest’ordine nel comporli, cioè, che dopo aver cominciato dove il caso volle, andasse avanti immaginando e narrando, soggiungendo oggi al racconto di ieri, senza (ripeto ancora) mirar mai ad altro, che a tirare innanzi la narrazione?

Così sarà spiegata plausibilmente quella tal quale unità, quanto si voglia larga, ma sempre unità, che si trova ne’ suoi poemi, e massime nell’Odissea, nella quale bisogna pur convenire che è ben difficile il non riconoscere un legame qualunque tra le parti, una continuità nel racconto, un insieme, ed anche un principio e fine, nelle avventure romanzesche di quell’eroe. Ed osservo di più, che nell’uno e nell’altro poema, ma più nell’Iliade, moltissimi sono quei tratti di considerabile lunghezza, ai quali non si potrebbe mai dare un titolo a parte, che non fosse frivolo; staccati dal rimanente, non hanno nessuna ragionevole importanza, e riuscirebbero noiosissimi; essi non possono interessare che dipendentemente dalla relazione e connessione che hanno col resto del racconto, come accade ne’ poemi scritti con piano determinato; e in se stessi non offrono un argomento che potesse mai parer degno d’esser cantato isolatamente. Questi tratti sono troppo numerosi, troppo lunghi, e formano troppo gran parte [4326] de’ due poemi, perchè si possano credere interpolati appostatamente da’ diascheuasti per mettere de la liaison tra i canti di Omero.

Le ripetizioni, le cose inutili, le contraddizioni, oltre che a niuno potrebbero far meraviglia in poemi fatti, com’io dico, senza intenzione e senza piano, non annunziano che l’infanzia dell’arte, e non possono parere obbiezioni valevoli, anzi appena obbiezioni, a chi ha pratica e familiarità cogli scrittori antichi; dico assai meno antichi, assai più artifiziosi e dotti che non fu Omero; dico non solo poeti, ma prosatori. Quanto, e come spesso, debbono sudar gli eruditi commentatori per conciliare e por d’accordo seco stesso p. e. qualche antico storico, la cui opera fu certamente scritta, e con piano, e con materiali di fatti scritti da altri, o conservati da tradizione! V. p. 4330.

L’infanzia dell’arte in Omero, è annunziata ancora p. e. dalla sterile soprabbondanza degli epiteti, usati fuor di luogo, senza causa o proposito, e spessissimo, com’è noto, a sproposito. Lo stesso per l’appunto fanno i fanciulli quando scrivono i loro esercizi di rettorica: essi non sono mai semplici, anzi più lontani che alcun altro dalla semplicità. Così la maniera di Omero ha una certa naturalezza, ma non semplicità. Quella era effetto del tempo, non dell’autore: i fanciulli non l’hanno, perchè hanno letto, hanno che imitare, ed imitano. Ma la semplicità, come ho detto e sviluppato altrove, è sempre effetto dell’arte; sempre opera dell’autore e non del tempo. Chi scrive senz’arte, non è semplice. Omero anzi cercava tutt’altro che il semplice, cercava l’ornato, e quella sua naturalezza che noi sentiamo, fu contro sua voglia. I poeti greci posteriori hanno abbondanza di epiteti per imitazione di Omero: i più antichi però ne hanno meno, e più a proposito. V. p. 4328. capoverso 2., e la pag.4350. fin.

[4327] Questa mia ipotesi, come si vede, sarebbe una nuova transazione fra l’opinione di Wolf e di Müller, e la comune. Secondo ambe le ipotesi, la mia e quella de’ due tedeschi, Omero sarebbe stato poeta epico senza volerlo; e sarebbe interessante e curioso il notare il modo della nascita del genere epico, nascita che verrebbe ad essere immaginaria, e pur questa semplice immaginazione avrebbe dato luogo ai lavori epici in che hanno speso la vita eccellentissimi ingegni, come Virgilio e il Tasso: non sarebbe questo il solo caso ridicolo che sarebbe stato originato dalla inclinazione dell’uomo a imitare, ed a sottomettere a regole e a forme il proprio genio. Del resto, ammessa la mia ipotesi, riman sempre luogo a qualche degna lode dell’arte di Omero per l’effetto dell’insieme dell’Iliade, benchè composta senza piano preliminare; l’effetto, dico, osservato nelle mie riflessioni sul poema epico. Ammessa però, in vece, l’ipotesi di Wolf o di Müller, tutta la lode sarà dovuta al solo caso, e risulterà dalle predette mie riflessioni che il caso è molto meglio riuscito nel formare e ordinare un corpo di poema epico, che l’arte de’ successori. E al caso si attribuiranno quelle lodi che io ho date all’arte di Omero per l’insieme del suo poema. Altra circostanza umiliante per lo spirito umano. (Firenze. 26 31. Luglio. 1828.). V. p. 4354. fine.

C’est par Aristote que commencent les écrivains qui emploient ce qu’on appelle le dialecte commun (διάλεκτoς κoινή), et Démosthène lui-même n’est plus aussi pur (così puro scrittore attico) que Χénophon et Platon. Bull. de Féruss. loco cit. alla p. 4312. Juillet, 1824. t. 2. art. 13. p. 12. [4328] Sui pretesi dialetti d’Omero, v. la p. 4319. capoverso 1. (Fir. 31. Lugl. 1828.)

Alla p. 4318. Infatti Femio e Demodoco nell’Odissea cantano i loro versi narrativi accompagnandosi colla lira. Del resto queste mie osservazioni tendono a rivendicar come antica la differenza ora e da gran tempo riconosciuta fra le poesie lodative, passionate ec. dette liriche, meliche ec. e le narrative, dette epiche. (31. Lug. 1828.)

Alla p. 4326. La mancanza dell’arte necessaria per ottenere il semplice, fu una delle cause che ritardarono nella letteratura greca, già ricca di versi, la produzione di buone prose. Chi non voleva scriver plebeo, chi non era affatto ignorante, sapeva scrivere ornatamente (come sta bene in poesia), ma non (come vuolsi alla prosa) pianamente. La lingua de’ numi, dice il Courier (pref. al Sag. dell’Erodoto), era benissimo posseduta, mentre la lingua degli uomini non si sapeva ancora usare. I primi saggi di prosa greca, come quelli di Ecateo Milesio e di Ferecide, peccano principalmente, come osserva esso Courier, per il poetico che hanno, anche nella dizione. Lo stile riusciva gonfio, non se ne sapevano guardare: in poesia si trovavan più a loro agio, perchè quivi non era gonfiezza quel che lo era nella prosa. Anche Erodoto, a ben guardarlo, ha del poetico e del gonfio in mezzo alla naturalezza propria del tempo. Così noi avevamo Dante, e nessuna prosa di conto fino al Boccaccio. Le migliori erano le più plebee, scritte da’ più ignoranti, senza pretensione, senza neppure intenzione (per dir così), di scrivere. Ma i prosatori che volevano scrivere, riuscivano stranamente gonfi (in mezzo alla naturalezza effetto del tempo e della pochissima lettura), come Dino Compagni, similissimi per la meschina gonfiezza e declamazione, ai fanciulli di rettorica. (31. Lug. 1828.)

[4329] Se un buon libro non fa fortuna, il vero mezzo è di dire che l’ha fatta; parlarne come di un libro famoso, noto all’Italia ec. Queste cose diventano vere a forza di affermarle. Molti che l’affermino e lo ripetano, lo rendono vero senz’alcun dubbio. Se, per qualunque ragione, questo mezzo non si può usare, il miglior partito è di tacere, dissimulare, e aspettare se il tempo facesse qualche cosa. Ma niente di peggio che de se fâcher avec le public, gridare all’ingiustizia, al cattivo gusto de’ contemporanei, perchè non fanno caso del libro. Siano giustissime queste querele, sia classico il libro; dal momento che il suo cattivo esito è confessato e pubblicato, la miglior sorte che gli possa toccare è di essere riguardato come quei pretendenti che, privi di baionette, non hanno per se che i diritti e la legittimità. (Firenze. 10. Agosto. 1828. S. Lorenzo.)

Alfabeti. Ortografia. Difficoltà ed imperfezioni della scrittura de’ dialetti p. es. italiani, abbondanti di suoni mancanti all’alfabeto nazionale scritto ec. Arbitrario dell’applicazione dei segni di questo alfabeto ai detti suoni: due persone che si ponessero a scrivere uno stesso dialetto senza saper l’uno dell’altro, nè seguire un metodo già ricevuto, si può scommettere che non iscriverebbero una parola sola nello stesso modo. La più parte dei nostri dialetti hanno un alfabeto di suoni più ricco assai del comune. (Fir. 10. Agos. 1828.)

In letteratura, tutto quello che porta scritto in fronte bellezza, è bellezza falsa, è bruttezza. Verità fecondissima, e ricchissima di applicazioni, che occorrono ad ogni ora. (Fir. 10. Agos. 1828.)

[4330] Alla p. 4326. e il cui soggetto fu il vero, e non in gran parte il finto, come in Omero e ne’ poeti. (10. Agos. 1828.)

Dalle mie osservazioni su quel passo di Agatarchide comparato alla storiella di Muzio Scevola, si può dedurre che una delle principali fonti del favoloso trovato, massimamente dal Niebuhr, nella storia romana de’ primi tempi, sia l’avere i primi storici romani (seguiti poi dagli altri) copiato nella narrazione delle origini e de’ tempi oscuri di Roma, le storie o le favole de’ Greci, mutando i nomi. Così hanno fatto i primi storici di quasi tutte le nazioni, anche più recentemente, e ne’ bassi tempi ec. fra’ quali è insigne esempio quel Saxo nella Historia Danica. (10. Agos.)

Alla p. 4323. La presa di Troia, secondo i marmi di Paro, la cui cronologia è ora la più, anzi la generalmente seguìta, si pone nell’anno 108 avanti l’era Cristiana. Bull. de Féruss. ec. loc. cit. alla p. 4312. tom.3. art.235. p. 275. fin. (10. Agos. 1828.). V. p. 4378.

Tutti dicono che la buona gente è rara assai. Questo in generale. Ma quando si viene al particolare, niente di più comune che il sentirsi dire di una famiglia: è buona gente, di un individuo: è un buon uomo, un buonissim’uomo. Rare volte il contrario: non sarà appena come uno a dieci. E nella pratica, io ho trovato buona gente da per tutto, anche per convivere: tanto che ora, di niente sono meno in pena che di trovar buona gente quella con cui debbo o dovrò avere a fare. Io credo che la bontà negli uomini sia men [4331] rara assai che non si crede: anzi, che abitualmente quasi tutti sieno buona gente. E credo che per trovar buona gente da per tutto, e senz’altri esami, non bisogni altro che esser buon uomo esso, ed aver buone maniere. (10. Agos. 1828. dì di S. Lorenzo. Firenze.). V. p. 4333.

Esse erano ancora in età ben giovanile, ma l’amore era scancellato dal loro volto; si vedeva che la gioventù n’era sparita per sempre. (M.lles Busdraghi). (10. Agos. 1828.)

Sur l’idiome moldave; extrait d’un manuscrit de M. le C.te d’Hauterive (Wilkinson, Tableau de la Moldavie et de la Valachie; traduit par M. de La Roquette, 2e édit., appendix, n. 9.) Cette langue, rude et grossière, est évidemment d’origine romaine; mais à ce sujet l’auteur établit une hypothèse particulière. Il suppose qu’il existait d’abord à Rome une langue populaire qui avait des articles, des verbes auxiliaires et toutes les formes embarrassantes qui, selon l’auteur, annoncent l’enfance de la civilisation. Pendant que les orateurs et les écrivains créèrent la langue classique, remarquable par sa précision et son élégance, la langue du peuple se propagea dans les provinces de l’empire et s’y modifia dans la suite d’après le génie, ou les relations des habitans. Ainsi, selon le comte d’Hauterive, le français, l’italien, l’espagnol, le moldave, ne sont pas dérivés de la langue de Cicéron et d’Auguste: ces idiomes ont une origine plus ancienne; ils viennent d’une langue antérieure, celle des premiers habitans de Rome. Le moldave surtout lui paraît être un reste de ce langage grossier. À l’appui de cette hypothèse l’auteur donne 6 tableaux, [4332] dont les deux premiers font connaître les temps des verbes auxiliaires être et avoir, en français et en moldave. On y voit que le moldave a des temps composés comme le français. Le troisième tableau comprend le verbe moldave iou laud, je loue. Le quatrième tableau tend à prouver que les 4 langues romaines vivantes, c’est-à dire le français, l’italien, l’espagnol et le moldave ont plus de rapport l’une avec l’autre qu’avec le latin. Il semble pourtant que ces exemples ne sont pas tous bien choisis; par exemple, le mot moldave zoon est aussi éloigné du mot français jour que du latin, et le mot moldave pugn ressemble encore plus au latin pugnus qu’au français poing. Dans le cinquième tableau l’auteur a rassemblé des mots communs aux quatre langues modernes, et qui, bien que romains, ne s’accordent pas avec le latin classique: par exemple ignis, se rend dans les quatre langues par feu, fuoco, fuego et fuoc; ensis par sabre (il fallait dire epée), sciabla, espada, sabbia; humerus par épaule, spale (sic), espala (sic), espal. Ces exemples ne prouvent pourtant pas que les 4 langues aient puisé dans un idiome plus ancien que le latin classique, car les mots cités par l’auteur peuvent tout aussi bien dater du temps de la décadence de l’empire et de la langue latine; ainsi feu, fuoco, fuego et fuoc sont du temps de la basse latinité, lorsque les mots anciens étaient déjà détournés en partie de leur véritable acception, et lorsque le mot de foyer (focus), qui désignait d’abord le lieu du feu, fut employé par les barbares pour exprimer le feu même. Enfin, dans le dernier tableau, l’auteur a voulu rassembler des mots [4333] communs au latin et moldave, et manquant aux trois autres langues, afin de prouver que le moldave ne dérive pas des langues modernes. Parmi ces exemples se trouvent verbum, verbe; magis, moi (sic). Cependant verbe et mais (autrefois dans le sens de magis) sont aussi français. Ces exemples ne peuvent donc servir de preuve. DG. (Depping.) Bull. de Féruss. loc. cit. alla p. 4312. Févr. 1825. t. 3. art. 152. p. 118-9. (10-11. Agos. 1828.)

Alla p. 4331. E credo che i cattivi sieno assai più rari che i buoni uomini, purchè non si chiamino cattivi (come si fa sempre) quelli che trattano male noi perchè noi trattiamo male o indiscretamente loro; perchè non vogliamo, o non sappiamo (cosa frequentissima), trattarli bene.

La salute è considerata generalmente dalla società come il minimo de’ beni umani, se pur ne è fatto conto in modo veruno. Fra le mille prove (e non parlo qui d’individui, ma di corporazioni), osservate che non troverete mai un luogo, una città che sia cominciata ad abitarsi, che cresca giornalmente di popolazione, per rispetto della salubrità del sito, e neanche della clemenza dell’aria. Opportunità di commercio, vicinanza di mare, centralità, presenza della corte, mille cose fanno e che si scelga a principio un luogo per popolarlo, per fondarvi una città, e che una città cresca via via d’abitanti: ma la salubrità non mai. Non v’è città che debba la sua nascita a questa causa, nessuna che le debba il suo accrescimento. Troverete spesso un [4334] sito saluberrimo, con aria comodissima, affatto deserto, in vicinanza d’una o di più città, pessimamente situate e popolatissime. Tra Livorno e Firenze (di scellerata situazione) vedete un sito che par quasi miracolosamente favorito dalla natura; ci trovate anche una città, che è Pisa; una città che fu anche popolatissima. Livorno pel suo mare, Firenze per cento altri vantaggi, si accrescono ogni giorno prodigiosamente di popolo; e sulle loro porte, Pisa, da che ha perduto la sua potenza, il commercio, i vantaggi estranei alla salubrità, si spopola, divien sensibilmente deserta ogni giorno più. (Firenze. 11. Agos. 1828.)

Alla p. 4322. fin. Io per me sono persuaso che questo sia il vero e solo modo di render ragione delle irregolarità di misura che malgrado tutte le regole e sopraregole ed eccezioni arbitrariamente stabilite dagli antichi e dai moderni grammatici, malgrado tutti i sistemi, come quello del digamma eolico ec., si trovano sempre ne’ versi omerici. - Richard Bentley est le premier qui, s’étant aperçu de quelques irrégularités dans la mesure des vers d’Homère, supposa que ces irrégularités ne provenaient que de ce qu’on avait négligé le Digamma, dont sans doute la prononciation était tombée en désuétude quand on copia pour la première fois l’Iliade et l’Odyssée. Du Digamma dans les Poésies homériques. (Extrait d’un Nouveau Commentaire sur Homère); par M. Dugas-Montbel. Bull. de Féruss. loc. cit. Janv. 1825. art.7. p. 9. - Le fait est que, malgré l’adoption du Digamma, on ne résout pas toutes les difficultés, et que M. Κnight lui-même (Payne Κnight, il quale nel 1820 pubblicò in Inghilterra un’edizione intera [4335] dell’Iliade e dell’Odissea col digamma, et avec une orthographe particulière qu’il suppose avoir été dans le principe celle d’Homère; dopo che Upton e Salter avevano dato degli specimen di edizioni d’Omero col digamma, e che Heyne già nel suo Omero del 1802, au bas de son texte, où il suit l’orthographe ordinaire, aveva placé les mots avec le Digamma, in cui favore egli si è dichiarato) a laissé subsister des passages qui blessent son système (cioè, come si spiega in una nota, de’ passi dove una sillaba che dovrebb’esser breve, diventa lunga pel digamma; κρήγῠŏν Ϝεῑπᾱς ec.), tant il est difficile de rétablir la véritable orthographe sur de simples conjectures, et dans la privation absolue de tout monument écrit. Certainement quelque système qu’on adopte, il n’en est point qui ne présente des objections, parce que dans ces premiers âges de la poésie, où les lois de la prononciation n’étaient point encore soumises au frein de l’écriture qui les rend plus invariables, il devait y avoir une foule d’anomalies qu’on ne pouvait expliquer que par l’usage, plus fort que le raisonnement, et même que les règles de l’analogie; parce qu’enfin sous Pisistrate, quand on transcrivit pour la première fois les vers d’Homère, la prononciation avait déjà subi des altérations notables qu’il est impossible de déterminer précisément aujourd’hui. Ibidem, p. 13. - Ora con una pronunzia varia, incerta, e non ancora fissata, come supporre, come trovar possibile una misura di versi esatta e costante? - Payne Κnight era morto già prima del 1824, o in quell’anno. (12. Agos. 1828.)

[4336] Sopra il digamma eolico, si trovano delle curiose e non inutili notizie nella breve Memoria di Dugas- Montbel citata nel pensiero precedente. Egli crede che le Digamma devait tenir de la prononciation du V consonne et de l’U voyelle des latins que nous prononὺons ou... Si l’on observe que dans le midi de la France il n’est pas rare qu’on prononce le monosyllabe oui en faisant

légèrement sentir le son du V (voui), peut-être aurait-on quelque chose d’analogue à la prononciation du Digamma. (Viceversa in Toscana spessissimo si sopprime il v, o si cambia in un’aspirazione: pióe o piohe per piove, doe per dove, ec. ec., e questo lo trovo anche scritto ne’ rusticali ec. V. p. 4365.) M. Dawes (gran partigiano del digamma ap. Omero; erudito inglese) veut que le Digamma se prononce et s’écrive comme le W anglais (Dawesii Miscellan. §. 4. p. 190. et seqq. édit. de 1817.) Je ne crois pas que certe forme ait jamais été connue de l’antiquité, cette lettre est toute du nord. Quant à la prononciation elle rentre à peu près dans celle que j’ai indiquée. p. 13- 14. (12. Agos.)

Altra difficoltà enorme dell’invenzione della scrittura alfabetica: l’infinita varietà ed incertezza della pronunzia orale di qualunque lingua e parola: infinita sempre, ma più che mai avanti l’invenzione della scrittura alfabetica. La pronunzia non riceve qualche fissità se non dalla scrittura alfabetica, e viceversa l’invenzione di questa non par possibile senza una pronunzia già fissata. V. la p. qui dietro. (12. Agos.)

Alla p. 4319. Chants populaires des peuples grecs. À l’occasion de l’annonce des chants populaires de la Grèce moderne, par M. Fauriel, les Annales littéraires de Vienne, t. 26, font observer que ce recueil [4337] peut faire suite à un recueil semblable de chants serviens, publié récemment par Wuk Stephanowitsch; mais qu’il reste encore à recueillir les chants populaires de trois peuples, pour que l’on possède toute la poésie populaire de la nation grecque. Ces trois peuples sont: les Albanais, les Valaques et les Bulgares. Les Albanais, qui paraissent descendre des anciens Illyriens, doivent avoir beaucoup de chants. Il doit en être de même des Valaques de Macédoine. Quant aux Bulgares, Wuk assure positivement qu’ils ne cédent aux Serviens ni en poésies lyriques, ni en chants épiques. D’après le même auteur la langue bulgare forme une sorte de langue romane parmi les langues des 5 peuples grecs: ce que le latin a été pour les peuples d’Italie et de France, le Slave l’est encore pour les Bulgares. D-G. (Depping.) Bull. de Féruss. l. c. Janvier 1825. t. 3. art. II. p. 16-17. - Κleine serbische Grammatik. Petite grammaire servienne par Wuk Stephanowitsch, trad. en allem. avec une préface de J. Grimm, et des observations sur les chants héroïques des Serviens; par J. S. Varer (allora professore a Halla, morto a Halla 1826, linguista tedesco, famoso per aver continuato il Mithridates di Adelung, oltre ad altre opp.) Berlin; 1824. La langue servienne, trop prodigue de consonnes, est parlée par environ 4 millions d’individus, en Servie, en Croatie, en Esclavonie et en Monténégro. Elle a une quantité de poésies intéressantes dont il sera question dans un autre article. Cette langue mérite donc l’attention des savans. Wuk, auteur de la petite grammaire qui vient de paraître, a, de plus, fair imprimer à Vienne, en 1817-18, un dictionnaire [4338] servien, 36. f. in 4°. L’auteur, nè dans le pays, était d’abord inspecteur des douanes serviennes, et, sous la domination de Czerni Georges, il occupait le poste de secrétaire du Sénat de son pays. Aucun Servien n’a peutêtre étudié davantage son idiome national. On doit imprimer à Pétersbourg une trad. qu’il a fait en servien du N. Testament. Ib. Juin 1825. t. 3. art. 548. p. 439-40. - Narodne srpske pjesme skupio, ii na swiiet izdao, etc. Chansons nationales serviennes, recueillies et publiées par Wuk Stephanowitsch Κaradshitch. 3 vol. Leipzig; 1824. Les serviens ont une foule de chansons nationales qui n’avaient jamais été recueillies, et dont un grand nombre n’avait peut-être jamais été mis par écrit, lorsque le savant servien Wuk eut l’heureuse idée d’en faire un recueil, qu’il a porté en Allemagne, et qui y a été publié. C’est une nouveauté intéressante, qui nous fait connaître la poésie d’un peuple dont la littérature, à la vérité peu riche, existait à l’insu de l’Europe. La première partie du recueil contient une centaine de petites pièces de vers, que l’auteur appelle chansons féminines, parce que les femmes en composent et chantent beaucoup dans leur ménage. Ces pièces sont faites sans art, la plupart en vers blancs, et peut-ètre improvisées; elles sont généralement médiocres sous le rapport de la poésie. Il y en a sur toutes sortes de sujets, sur l’amour, sur la moisson, sur les fêtes du pays; on y trouve même des chansons magiques pour obtenir de la pluie, que chantent les jeunes filles en parcourant les villages. Par-ci, par-là on trouve des pensées d’un naturel agréable ou des comparaisons originales ou singulières. Les deux autres [4339] parties contiennent les chansons héroïques qui abondent chez ce peuple belliqueux. Ce sont des vers monotones, où les mêmes épithètes et les mêmes formules reviennent sans cesse. Quelquefois les aventures qu’elles chantent ont de l’intérêt. Le héros favori des Serviens, Marko, fils d’un roi, y joue un grand rὀle. Les batailles y sont peintes avec une sorte de prédilection, surtout celle de 1389 qui ὀta l’indépendance à la Servie. D-G. Ib. Juillet 1825. t. 4. art. 22. p. 17.

Faeroeiscke quaeder om Sigurd Fofnersbane og hans aet. Chansons des îles Foeroeer (oe, oe) sur Sigurd Fofnersbane, et sur sa race; recueillies et traduites en danois par H. C. Lyngbye, avec une introduction du prof. P. E. Müller; 592 pag. in-8°. 1822. Dans les îles Foeroeer (oe, oe) s’est conservé un dialecte particulier de l’ancien scandinave, et dans ce dialecte le peuple conserve plus de 150 chansons qui se chantent pour la plupart sur des airs de danse, et servent en effet à accompagner celles des paysans. M. Lyngbye a recueilli onze de ces chansons; elles ont un caractère épique, et chantent Sigurd, héros célèbre dans tout le nord, et dans les romans allemands du moyen âge. Les insulaires des îles Foeroeer (ae, oe) chantent ces poésies dans leurs réunions, et se les transmettent oralement de père en fils; il est probable qu’elles sont fort anciennes. Quoique le sujet ressemble à celui de divers passages de l’Edda, il ne paraît pourtant pas qu’elles soient imitées de l’islandais; du moins l’Edda n’a point cette forme de chanson sous laquelle le roman de Sigurd est presenté dans les chants foeroεὐriens; en Islande, en Norvège et en Danemark, [4340] on n’a pas d’ailleurs la coutume d’accompagner la danse de vieilles chansons en petits vers tels que ceux de Foeroeer (oe, oe). Le style de ces poésies est simple et naïf; les images y sont moins hardies que dans les poésie islandaises; quelquefois on y trouve des comparaisons relatives à la nature locale de cet archipel; des yeux bleus y sont comparés avec le plumage des pigeons sauvages, qui sont de cette couleur aux Foeroeer (ae, oe). M. Lyngbye a fait de ces poésies épiques une traduction en vers, et il a expliqué dans les notes les termes qui pourraient être difficiles pour les Danois. Dans le supplément l’éditeur a inséré d’autres chansons qui n’ont pas de rapport à Sigurd, et un vieil air noté de ces îles. Il resterait maintenant à publier les autres chansons des Foeroeer (ae, oe), et peut-être aussi le vocabulaire foeroeérien (oe, oe) faisant partie d’une description de cet archipel, composée vers 1782 par M. Svaloe, et conservée en 7. vol. in-4°. parmi les manuscrits de la bibliothèque royale de Copenhague. Ib. art. 21. p. 16-17. (12-13. Agos. 1828.). V. p. 4352.4361.

Wertheidigung des Wilhelm Tell. Defense de Guillaume Teli, par Χ. Zuraggen; nouv. édit. in-8°. Fluelen, dans le canton d’Uri; 1824. La vérité de l’histoire de Guill. Tell ayant souvent été mise en doute, et notamment dans une brochure qui a paru en 1760, intitulée, Guillaume Tell, conte danois; l’auteur cherche à venger la mémoire du héros, et à démontrer son existence par des documens authéntiques. (Journ. gén. de la littérat. étrang., septembre 1824, p. 264.) Bull. de Féruss. Mai, 1825. l. c. t. 3. art. 526. p. 422-3. (13. Agos.). V. p. 4362.

[4341] On attribue l’invention de l’alphabet mongol à Bogdo-Κhotokhtou-Tchoidja-Bandida, appelé du Τhibet en Mongolie par le Κhan Κhoubilaï-Tsétsèn-Κhan, petitfils de Gengisκhan; et sa correction au lama Tchoïdja-Ostyr, qui vivait du temps de Κhaïssyn-Κouloug-Κhan, mort au commencement du 14 siècle, et sous le règne duquel cet alphabet fut introduit parmi les peuples mongols. Selon les écrivains mongols on n’employa jusqu’au temps de Κhaïssyn-Κouloug-Κhan, à la cour des souverains de ce pays, que les lettres thibétaines, alors appelées Oïgoures (étrangères). Les Chinois prétendent dans l’histoire que, jusques à l’introduction d’un alphabet particulier, les Mongols s’étaient servis des caractères chinois ou ouvouitsk.

(Così moltissimi libri giapponesi sono scritti in caratteri cinesi, e questi sono anco della letteratura giapponese, i più noti, anzi quasi i soli noti agli Europei. Bulletin ec. t. 4. art. 197. Al qual proposito il Bull. di Féruss. ib. p. 175, osserva: L’emploi d’une écriture syllabique (la scrittura propria giapponese, composta di 47 sillabe primitive) dérivée de l’écriture figurative des Chinois, et l’usage qu’on fait de cette dernière en l’appliquant à une langue pour laquelle elle n’avait pas été formée (alla lingua giapponese), sont deux phénomènes capables d’intéresser les hommes qui font de l’étude des langues, un sujet de méditations philosophiques.)

Les Mongols écrivent de gauche à droite comme nous, mais perpendiculairement du haut en bas, comme on pourra le voir par l’alphabet comparé Mongol et Κalmouk. Malgré les traits qui changent [4342] souvent la forme des lettres, il est impossible de ne pas remarquer qu’elles viennent presque toutes des caractères grecs et syriaques, et par conséquent elles sont peut-être un des monumens les plus anciens qui servent à prouver la liaison des peuples qui les ont adoptées avec les peuples de l’Occident. Outre l’alphabet élète ou Κalmouk, celui des Mongols a encore donné naissance aux lettres mantchouriennes qui n’en diffèrent que par quelques légers changemens. Les Mongols avaient encore un autre alphabet inventé du temps de Κhaïssyn-Κouloug-Κhan par un certain Lama-Pakba, dont les lettres ont été nommées carrées en raison de leur forme; mais on n’a rien pu découvrir d’écrit en ce genre. Au contraire nombre d’anciens livres mongols sont écrits en lettres de Tchoïdja-Bandida. Bull. de Féruss. ec. l.c. t. 4. art. 238. p. 242-3. septembre 1825. (13. Agos. 1828.)

Quibus actus uterque Europae atque Asiae fatis concurrerit orbis. Virg. Aen. 7. 223. Il pieno senso di questo luogo e di quell’uterque non credo sia stato mai bene inteso nè si possa intendere senza ricordarsi dell’antica divisione del mondo in due sole parti, Europa ed Asia; divisione di cui è da vedersi una dotta nota di Letronne al v. 3. dell’Iscrizione greca metrica scoperta nell’isola di Philae da Hamilton (nel Bull. de Féruss. l.c. t. 3. p. 403-2. art. 499. intitolato: Explication d’une inscription grecque en vers, découverte dans l’île de Philae par M. Hamilton. Extraite de la suite des Recherches pour servir à l'histoire de l’Égypte pendant la domination des Grecs et des Romains; par M. Letronne, de l’Institut.): il qual Letronne dice ch’ella tiene [4343] evidentemente alla geografia omerica, e mostra come fosse propria della geografia poetica greca e latina. Fu anche seguita da vari scrittori dell’una e dell’altra lingua, in prosa; e fino da Procopio, il quale comprende l’Affrica nell’Asia, laddove gli antichi la mettevano nell’Europa. V. anche Berkel. ad Steph. Byz. p. 383., ed Uckert, Geograph. der Griechen und Roemer, t. 1, parte 2. p. 280. richiamati in nota dal Letronne. (Fir. 13. Agos. 1828.)

Dalle bellissime ed acutissime osservazioni del Wolf (Prolegom. ad Homer. §. 17. Halis Saxonum 1795, vol. I. p. LΧΧ-LΧΧIII.) dalle quali risulta che, secondo ogni verisimiglianza, il principio della cultura della prosa e le prime opere di prosatori appresso i greci, furono contemporanee all’epoca in cui la scrittura appresso i medesimi divenne di comune uso, e tale da poterne far de’ volumi; anzi che scripturam tentare et communi usui aptare plane idem videtur fuisse, atque prosam tentare et in ea excolenda se ponere (p. LΧΧII.), il che accadde sul principio del 6. sec. av. G. C. (p. LΧΧ.); da queste osservazioni, dico, si raccoglie la vera causa del fenomeno, in apparenza singolare, che presso tutte le nazioni, nel loro primo ingresso alla civiltà, la letteratura poetica ha preceduto la prosaica: fenomeno osservato da moltissimi, da nessuno, nè prima nè dopo Wolf, bene spiegato, e tuttavia naturalissimo, ovvio e semplicissimo. Chi potea mai pensare a comporre in prosa prima dell’uso (facile, comune, in carta o simili materie portabili, non in bronzo o marmo o legno) della scrittura? come conservare tali composizioni? Parlare in prosa, anche a lungo, si poteva, e parlavasi, raccontavasi in [4344] prosa, arringavasi, e simili, ancora in pubblico; ma nè i parlatori nè gli altri pensavano a desiderare non che a proccurar durazione a tali prose, stantechè nessuno neppur sospettava la possibilità che tali prose si conservassero, perchè la memoria non le potea ritenere. Da altra parte, gli uomini inclinati naturalmente alla poesia ed al canto, come apparisce dal vedere che quasi tutte le nazioni selvagge hanno delle poesie, poetavano e componevano in versi: da prima senza speranza nè disegno che questi si conservassero, non più che i discorsi in prosa; poi, visto che la memoria potea ritenerli, si pensò, si provvide alla loro conservazione: quando il conservarli e l’impararli fu divenuto cosa comune, quando vi furono degli uomini che ne fecero un mestiere (i rapsodi appo i greci), allora naturalmente anche la composizione de’ versi divenne una specie d’arte; fu più accurata, più colta; infine v’ebbe una letteratura poetica; e ciò senza scrittura, e mentre che la prosa, non ancora coltivata in niun modo perchè non conservabile, era affatto lontana dal poter far parte di letteratura. Quindi è naturale che quando la scrittura fu divenuta comune e però si potè comporre in prosa, questa fosse infante, mancasse l’arte, mentre la poesia era già molto avanzata; e la lingua poetica fosse già formata da più secc. mentre la prosaica era anco informe. Vedi la p. 4238. capoverso 2. V’ebbe una letteratura assai prima della scrittura, cioè del comune uso di essa ma tal letteratura non fu e non poteva essere che poetica. V. p. 4354.

Tutto ciò accadde naturalmente e non già per disegno. Ridicolo è l’attribuire a popoli bambini nella civiltà, l’acutezza di conoscere, e il desiderio di provvedere che la cognizion delle cose si trasmettesse alla posterità pel solo mezzo che allora ci aveva; versi consegnati alla memoria; e di compor versi apposta per questo fine. V. p. 4351. princip.

[4345] In quella letteratura antiscritturale, il solo modo di pubblicare i propri componimenti, era il cantarli esso, o insegnarli ad altri che li cantassero. Fuitque diu haec (ars rhapsodorum) unica via publice prodendi ingenii (Wolf §.23. p. ΧCVIII) Queste furono per più secoli le edizioni de’ greci. Tanto che anche dopo reso comune l’uso della scrittura, etiam Χenophanem poëmata sua ipsum ῥαψῳδῆσαι legamus, osserva il Wolf (ib.) citando il Laerzio, IΧ. 18. male inteso da altri. E forse ancora di qui venne che Erodoto, un de’ primi scrittori di prosa, anche la sua prosa (se è vero quel che si racconta; e forse questa osservazione potrebbe farlo più probabile) volle recitare in pubblico. (V. p. 4375.) Stante l’uso delle passate età, e l’assuefazione, non pareva pubblicato, edito, quello che non fosse comunicato veramente e di viva voce al popolo. Lascio che per lungo tempo dopo il detto uso della scrittura, si continuò appresso i greci la recitazione pubblica o canto de’ versi d’Omero e degli altri poeti antichi. Ac primo quidem tempore et paene ad Periclis usq. aetatem Graecia Homerum et ceteros ἀoιδoὺς suos adhuc auditione magis quam lectione cognoscebat. Paucorum etiam tum erat cura scribendi, lectio operosa et difficilis; itaque rhapsodis maxime operam dabant captique mira dulcedine cantus ab illorum ore pendebant. In clarissimis huius saeculi (secolo di Pericle) rhapsodis memoratur circa Olymp. 69. Cynaethus, Pindaro aequalis, qui Chio commigravit Syracusas, vel ibi maxime artem factitavit. (Wolf §. 36. p. CIΧ.) Noti sono i rapsodi del tempo di Socrate, di Platone, (ib. p. CLΧI. not. 22.) e di Senofonte, §. 23. p. ΧCVI. e l’autore [4346] dell’Ipparco, dialogo che va tra le opere di quest’ultimo, dice che anche al suo tempo si recitavano da’ rapsodi alle feste de’ Panatenei quinquennali, i versi di Omero, con quell’ordine che, secondo lui, da Ipparco figlio di Pisistrato era stato ingiunto ai rapsodi da osservarsi nel recitarli. E durò fino agli ultimi tempi della Grecia l’uso di recitare a memoria ne’ conviti e nelle conversazioni colte, degli squarci di poesia, or d’uno or d’altro autore; il che si chiamava ῥῆσιν εἰρεῖν e simili; v. p. 4438. e vedine il Comento del Coray a’ Caratteri di Teofr. e del Casaubono ad Ateneo. Possono considerarsi come una continuazione dell’ antica usanza rapsodica quei tanti componimenti di genere letterario ed epidittico che i sofisti e retori a’ tempi romani, e massime nel 2° secolo, andavano declamando pubblicamente per le città della Grecia, dell’Asia, della Gallia, ora in lode di esse città, ora degl’imperatori ora degli Dei o eroi ec. del paese, or sopra argomenti di morale, di filologia nazionale ec. V. p. 4351.

Noi ridiamo di quell’antico modo di pubblicazione; forse quegli antichi riderebbero assai del nostro. Certo non potremo negare che quella non fosse e naturale (anzi la sola naturale), e vera pubblicazione. Noi diciamo aver pubblicato un componimento quando ne abbiam fatto tirare qualche centinaio di copie, che andranno al più in qualche centinaio di mani; come se quelle centinaia di lettori fossero la nazione: e la nazione veramente, il vero pubblico, il popolo, non ne sa assolutamente nulla. Pubblicare allora, era dare ed esporre al popolo, che oggi è straniero alle nostre edizioni. Come già Plato (Phaedr. p. 274. E) atque alii veteres philosophi iudicaverunt inventas litteras profuisse disciplinis, sed obfuisse discentibus, adeo ut quae inventio medicamen memoriae dicta esset, eadem non [4347] immerito noxa ejus et pernicies diceretur (Wolf, §. 24. p. CI-CII), così non sarebbe men paradosso e forse più vero il dire che la scrittura, celebrata per aver popolarizzata l’istruzione, è stata al contrario per una parte la causa di depopolarizzar la letteratura, la quale una volta non poteva vivere che presso il popolo, e di separar dal popolo i letterati, i quali già ne fecero necessariamente parte. La scrittura sola ha reso possibile una letteratura più colta, polita e perfetta, la quale di sua natura non può essere, e non sarà mai, popolare. (Oggi siamo a un punto, che per farla tale, bisogna sperfezionarla, tornarla a una specie d’infanzia, a una rozzezza, sacrificando il bello all’utile.) V. p. 4367. Nè solo la prosa, e le scritture dottrinali, ma la poesia, che da prima, come si è veduto, ebbe per suoi propri uditori il popolo; che costituì tutta la letteratura quando la letteratura fu popolare; che anche oggi si grida, e per tutti i secoli antichi e moderni, si è gridato, dover esser popolare, esserlo già essa di sua natura; la poesia ancora è stata perduta dal popolo per colpa della scrittura; anzi esso è il genere più lontano dal popolare, e il più difficile ad esser tornato tale; anzi impossibile, se non quando la poesia di qualunque nazione e letteratura moderna, non si riformi, ma si sbandisca affatto, e se ne crei una in tutto e per tutto nuova. V. p. 4352.

Componendo senza scrivere, non fidando i propri componimenti che alla memoria (ex eo Musarum, memorum dearum, diligens et in Iliade enixe repetita invocatio: Wolf. §. 20. p. LΧΧΧIΧ.), Omero e i poeti di que’ tempi erano ben lungi dall’ aspirare all’immortalità. Quid? quod ne nominis quidem immortalitas tum quenquam impellere potuit ut ei duraturis monumentis prospiceret; idque de Hom. credere, optare est, non fidem [4348] facere. Nam ubi is tali studio se teneri significat? ubi professionem eiusmodi, ceteris poëtis tam frequentem, edit, aut callide dissimulat? (§. 22. p. ΧCIV.) Non si era ancora concepita l’idea dell’immortalità, molto meno il desiderio. Ben desideravasi la gloria, cioè l’onore e la lode de’ contemporanei, cioè de’ conoscenti e de’ cittadini o compatrioti, in vita e ne’ primi dì dopo la morte: stimolo ben sufficiente alle più grandi azioni. Omnino autem satis habuit illa aetas, quasi sub nutrice ludendo et divini ingenii impetum sequendo, res pulcherrimas experiri et ad aliorum oblectationem prodere: mercedem si quam petiit, plausus fuit et laus aequalium auditorum, dice il Wolf (§. 22. p. ΧCIV-V. e cita Oraz. Ep. II. I. 93.). E quel ch’ei dice de’ poeti di que’ tempi dee dirsi parimente de’ guerrieri, magistrati, uomini forti, giusti, virtuosi. V. p. 4352. Altro vantaggio anche questo de’ tempi Omerici, ignorare l’immortalità del nome: 1° non erano tormentati da un desiderio sì difficile ad adempire, 2° molto più filosoficamente e ragionevolmente di noi (come sono sempre più filosofi di noi i primitivi) limitavano i lor desiderii a quel che è sensibile, e naturale a desiderarsi, la lode dei presenti; non estendevano le loro viste al di là di quel che è concesso all’individuo, al di là dello spazio assegnatogli dalla natura, cioè della vita; in fine non si curavano di quello che nulla ci può veramente nè giovare nè nuocere, nè piacere, nè dispiacere, di quel che si penserà di noi dopo la nostra morte.

E qui è curioso e filosofico, egualmente che tristo, il riflettere che Omero senza desiderare nè aspirare all’immortalità, l’ha ottenuta; e noi che la desideriamo, noi per effetto appunto della scrittura che ci ha ispirato tal desiderio, [4349] non l’otterremo. I versi e gli eroi di Omero, fidati alla sola memoria, han varcati quasi 30 secoli, e dureranno quanto, per dir così, la presente stirpe umana, quanto la presente cronologia; i nostri componimenti ed i nostri eroi, fidati alla scrittura, che avrebbe oramai de’ milioni di componimenti e di eroi da conservare, non giungeranno appena alla generazione futura. Altro paradosso verissimo: la scrittura che sola o principalmente ha prodotto l’idea e ‘l desiderio della immortalità, la scrittura considerata come istrumento di essa immortalità, la medesima moltiplicando a dismisura gli oggetti consegnati alla tradizione, sola o principalmente, ha reso a quest’ora impossibile il conseguirla. Anche i sommi uomini, scrittori e fatti si pérdono ora necessariamente nella folla: consegnati alla sola memoria, non si confondevano in gran moltitudine, e quell’istrumento in apparenza sì debole, dico la memoria semplice, sapeva ben conservarli a perpetuità. Il che non può più la scrittura. Essa nuoce alla fama, di cui è creduta il fonte e l’organo principalissimo e necessario. V. p. 4354.

Quanto alle letterature moderne in cui la poesia precedè la prosa, come l’italiana e l’inglese, la ragione di ciò è d’un altro genere. E prima bisogna distinguere. Se si tratta di versi e di prose qualunque, il fatto non è vero. Noi abbiamo prose, anche di quelle destinate e fatte perchè durassero, e che compongono una qualunque letteratura; abbiamo croniche (Ricordano, Dino ec.), leggende ec., tanto antiche quanto i nostri più antichi versi; o sarà ben difficile il provare ne’ versi un’anteriorità. Se si tratta di classici, certo Dante p. e. precedette ogni nostro classico prosatore. La ragione è che le lingue moderne in principio [4350] furono credute inette alla letteratura. E ciò è naturale: prima ch’esse fossero colte, la letteratura era considerata risiedere nella lingua colta, in quella lingua semimorta e semiviva, in cui sola si avevano buoni libri e dottrine. V. p. 4372. Quindi i prosatori che aspiravano ad esser colti, scrivevano nella lingua colta, benchè diversa da quella ch’essi parlavano. Ma il poeta ha bisogno di esprimere i suoi sentimenti nella lingua nella quale egli pensa, e trova ogni altra lingua incapace di renderli. Si dice che Dante per compor la D. Commedia tentasse prima il latino, ma dovè poi naturalmente ridursi al volgare. Del Petrarca è noto. Ma essendo allora comune l’uso della scrittura, la prosa colta non poteva star troppo a tener dietro alla colta poesia. Il Boccaccio fu pochi anni dopo Dante, e solo più giovane del Petrarca; dove che le prime prose culte che si vedessero in Grecia, non si videro che 400 anni dopo l’epoca omerica. Nè questa era stata forse la prima che producesse alla Grecia delle poesie culte. Anzi tutto persuade il contrario. Quum Homerica dictio longe longeque reducta sit ab eo sono, quem in infantia gentium horror troporum et imaginum inflat, atq. in verbis et locutionib. castigata admodum, aequabili verecundoque tenore suo quasi praenunciet pedestrem dictionem proxime secuturam, quam tamen amplius tria saecula a nemine tentatam reperimus (il Wolf pone Om. 950 an. av. G. C. V. p. 4352. capoverso 2.); ita mea fert opinio, ut non cultum ingeniorum, sed alia quaedam maximeq. difficultatem scribendi arbitrer in mora fuisse, quo minus poëticam prosa eloquentia tam celeri, quam natura ferret gradu sequeretur (Wolf, §.17. p. LΧΧΧIII.). (21-22. Agos. 1828.). V. p. 4352. princ.

[4351] Alla p. 4344. fin. Quanto pensasse Omero alla conservazione della memoria de’ fatti, e a far le veci di storico, come lo chiama il Courier (v. la pag. 4318.), vedesi dalle favole di divinità, che egli senza necessità alcuna di superstizione, ma per bellezza, e manifestamente di sua invenzione, mescola a’ suoi racconti, sino a comporli di favole per buona parte. V. p. 4367.

Alla p. 4346. Sempre, o certo maggiormente e più a lungo d’ogni altra, la letteratura e i letterati greci ricercarono il popolo, lo ebbero in vista nel comporre, mirarono al suo utile e piacere, e si nutrirono all’aura del suo favore; a differenza soprattutto di quel che fece, anche nel suo più bel fiore, la letteratura di una nazione il cui stato politico pur non fu niente men popolare che quel della Grecia. Dico la letteratura romana, la quale in punto di perfezione d’arte superò la stessa greca, e forse supera tutte le letterature conosciute; ma del resto non divenne ma fu sempre essenzialmente impopolarissima. Effetto della sua stessa arte e perfezione e dell’esser essa non nata nel Lazio, ma importata. Siccome per lo contrario non è dubbio che la perpetua popolarità della letteratura greca non derivasse in gran parte da una quasi memoria della sua origine, da un’influenza esercitata da questa continuamente, dall’impulso primitivo, dallo spirito originario e non mai spento, dall’andatura presa in principio. V. p. 4354. La letteratura greca, dice il Courier (préf. du Prospectus d’une nouv. traduct. d’Hérodote) è la sola che sia nata da se nel proprio terreno, dagl’ingegni stessi de’ nazionali, non da altra letteratura. Il che non è vero parlando in universale, perchè molti altri popoli ebbero o hanno letterature autoctone, e queste appunto, come la primitiva greca, consistenti in sole poesie, e poesie non mai scritte, o scritte più secoli dopo composte [4352] (v. la p. 4319 e le ivi richiamate.). È vero però il detto del Courier rispetto alle letterature a noi più note, cioè la latina e le più colte delle moderne.

Alla p. 4350. fin. Vedi la p. 4326, capoverso 2. - Quanto ad altre nazioni, come quelle accennate nella fine della p. qui dietro, di esse non è esatto il dire che la poesia ha preceduto la prosa, ma che non hanno altra letteratura che poetica. (22. Agos. 1828.)

Alla medesima margine. Primam aetatem (Carminum Homeric.) ponimus ab origine ipsorum, h.e. tempore cultioris poësis Ionum, (circiter ante Chr. 950.) ad Pisistratum, etc. Wolf. §. 7. p. ΧΧII. (22. Agos. 1828.)

Alla p. 4348. Nè credo io ancora che Milziade a Maratona, nè che i 300 alle Termopoli, aspirassero alla immortalità del nome, come poi, divulgato l’uso delle storie e de’ libri, vi aspirarono Filippo ed Alessandro.

Alla p. 4347. Quegli antichi potrebbero dire con gran ragione, che i loro versi, semplicemente cantati, erano pubblicati, e che i nostri libri, stampati, sono sempre inediti. V. la p. 4317, e la p. 4388. capoverso ultimo.

Alla p. 4340. Atqui tales fere ordines hominum (per totam vitam huic uni arti vacantium, ut vel pangerent Carmina, quae mox canendo divulgarent, vel divulgata ab aliis discerent) in aliis quoque populis reperimus (oltre i greci), apud Hebraeos scholas, quas dicunt, Prophetarum, tum cognatiores nobis Bardos, Scaldros (sic), Druidas. De his quidem postremis Caesar et Mela referunt (Ille B. G. VI, 14. hic III, 2. - not.), propriam eorum fuisse disciplinam, in qua nonnulli ad vicenos annos permanserint, ut magnum numerum versuum ediscerent, litteris non mandatorum. (Simile quiddam et alias saepe et nuperrime de natione Ossiani narratum est a G. Τhorntono in Transactt. of the Americ. philos.

[4353] Society at Philadelphia vol.III. p. 314. sqq. In illa natione etiam nunc senes esse qui tantam copiam antiquorum Carminum memoria custodirent, ut velocissimum scribam per plures menses dictando fatigaturi essent. - not.) Quam vellem tantillum nobis Graeci tradidissent de vatibus et rhapsodis suis! Nam et horum propriam quandam disciplinam et singulare studium artis fuisse, pro comperto habendum arbitror. (Frid. Aug. Wolf. loc. cit. alla p. 4343. §. 24. p. CII-CIII.) - Haec quum ita sint, sub imperio Pisistratidarum Graecia primum vetera Carmina vatum mansuris monumentis consignari vidit. Talemque aetatem sub incunabula litterarum et maioris cultus civilis apud se viderunt plures nationes, quarum comparatio accurate instituta iis, quae hic disputamus, multum lucis afferre possit. Nam, ut duas obiter tangam, et inter se et Graecis omni parte dissimillimas, constat inter doctos, in Germania nostra, quae domestica bella et principum ducumque suorum gesta iam ante Tacitum Carminibus celebraverat [5], has primitias rudis ingenii a Carolo M. tandem collectas esse et libris mandatas; itemque Arabes non ante VII. saec. inconditam poësin priorum aetatum memoria propagatam collectionibus (Divanis) comprehendere coepisse, ipsumque Coranum diversitate primorum textuum similem Homero fortunam fateri. Praeter hos et alios populos comparandi erunt Hebraei, apud quos litterarum et scribendorum librorum usus mihi quidem haud paullo recentior videtur, quam vulgo putatur, et minus adeo genuinum corpus scriptorum, praesertim antiquiorum. Sed de his et Arabicis illis collectionibus viderint homines eruditi litteris Orientis. (§. 35. p. CLVI.)

[4354] Alla p. 4351. Per quanto le cose col progresso si alterino, corrompano, sformino e travisino, sempre conservano qualche segno della loro origine, e qualche poco dello spirito e stato loro primitivo. In Roma dove la letteratura fu impopolare in origine, anche le orazioni al popolo, che certo si pronunziavano in istile e lingua popolare, erano scritte (a differenza delle attiche) in maniera impopolarissima, perchè quando si scrivevano, entravano nel dominio della letteratura, e si scrivevano non pel popolo ma pei letterati. (23. Agos.)

Sinizesi. Dittonghi. - Dittonghi greci e vocali lunghe, avanti a vocali brevi, spesso divengono brevi perchè si suppone elisa la 2a vocale del dittongo, e l’una delle due vocali componenti la lunga. Così presso Virg. Te, Corydon, O Alexi. Pelio Ossam. Ilio alto. Ne’ quali due ultimi esempi l’o non resta eliso interamente in forza della sua duplicità, come vocale lunga. Dugas-Montbel, loc. cit. alla p. 4334. in nota. V. p. 4467.

Alla p. 4344. Divulgato l’uso della scrittura, è ben naturale che si pensasse a comporre e a scrivere nel modo il più naturale, cioè in prosa. Forse però non subito, perchè è anche naturale che le cose e i modi più semplici ed ovvi non si trovino al più presto: massime essendo inveterata, come nel nostro caso, un’usanza diversa. Del resto, riman fermo che le prime composizioni del mondo, e per gran tempo le sole, furono in versi, non per altro, se non perchè si compose assai prima che si scrivesse. V. p. 4390.

Alla p. 4349. Oggi più che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima de’ contemporanei, o per dir meglio, de’ conoscenti; e i libri, della vita di pochi anni al più. (Oggi veramente ciascuno scrive solo pe’ suoi conoscenti.)

Alla p. 4327. Sarebbe questo il caso del Gialiso di Protogene (o di Apelle), dove l’azzardo fece meglio, anzi fece quello, che l’arte non aveva [4355] potuto. Del resto, o che Pisistrato, o che alcun altro per suo ordine, o che il suo figlio Ipparco, o che parecchi letterati di quel tempo, amici e aiutatori di questi due o dell’un d’essi (Wolf. p. CLIII-V.), fossero quei che raccolsero i versi omerici, li disposero in quell’ordine che ora hanno, e li dividessero ne’ due corpi dell’Iliade e dell’Odissea, ad essi forse si apparterrebbe tutta la lode dell’effetto che risulta dall’insieme di questi due corpi, e la creazione del poema epico, se non fosse manifesto che anch’essi crearono il poema epico senza saperlo, e non ebbero altra intenzione che di porre quei canti in ordine, di classarli e dividerli secondo i loro argomenti. I διασκευασταὶ d’Omero furono politori e limatori, che emendarono probabilmente il metro e la dizione in assai luoghi, aggiunsero, tolsero, mutarono quello che parve lor necessario, per dare unità, insieme, liaison scambievole, e continuità a quei canti. Diversi dai Critici, il cui officio fu cercare quel che il poeta avesse scritto in fatti, non quello che stesse meglio; emendare i testi, non limarli. (Wolf. CLI-II.) Onde è diversa cosa διασκευὴ e recensio, sì in queste e sì nelle altre opere antiche. (p. CCLVI. not.) Il Wolf crede (p. CLII.) che i diaskeuastaὶ, ch’egli interpreta exactores seu politores, travagliassero alla riduzione de’ canti omerici una cum Pisistrato vel paulo post. Non ne ha però alcuna prova; non si trovano menzionati che negli scoliasti; io li credo molto più recenti (perchè così mi par naturale), benchè molto anteriori, com’ei pur dice, ai critici alessandrini. Ad essi un poco più propriamente si dee dunque parte dell’effetto dell’insieme di que’ due corpi, atteso ch’in essi v’ebbe l’intenzione. V. p. 4388.

[4356] In somma il poema epico nelle nostre letterature, non è nato che da un falso presupposto. Omero, e i poeti greci di quello e de’ seguenti secoli non conobbero in tal genere che degl’inni. Quippe vocabulum ὕμνος latius patet, et saepe omne genus ἐπῶn complectitur. Unde illud in fine trium Hymnorum (homericor.), manifestum istius moris vestigium: Σεῦ δ᾽ἑγὼ ἀρξάμενος μεταβήσομαι ἄλλον ὲς ὕμνον (Wolf. §.25. p. CVII. not.) Cioè passerò a qualcuno de’ canti omerici, a cui gl’inni sacri servivano di proemii, perciò dagli antichi sovente chiamati προοίμια, προοίμιον Διóς,  προοίμιον ᾽Aπóλλωνος etc. I rapsodi componevano o cantavano or l’uno or l’altro di tali proemii secondo il luogo e l’occasione del recitare gli squarci omerici, il nume protettor del paese, la solennità ec. Vedi le mie osservazioni sui 3. generi di poesia, lirico, epico, drammatico; le quali riceveranno luce altresì dalle presenti. V. p. 4460. E in fatti il poema epico è contro la natura della poesia. 1° Domanda un piano concepito e ordinato con tutta freddezza: 2° Che può aver a fare colla poesia un lavoro che domanda più e più anni d’esecuzione? la poesia sta essenzialmente in un impeto. È anche contro natura assolutamente impossibile che l’immaginazione, la vena, gli spiriti poetici, durino, bastino, non vengano meno in sì lungo lavoro sopra un medesimo argomento V. p. 4372. È famosa, non meno che manifesta, la stanchezza e lo sforzo di Virgilio negli ultimi 6. libri dell’Eneide scritti veramente per proposito, e non per impulso dell’animo, nè con voglia. V. p. 4460. - Il Furioso è una successione di argomenti diversi, e quasi di diverse poesie; non è fatto sopra un piano concepito e coordinato in principio; il poeta si sentiva libero di terminare quando voleva; continuava di spontanea volontà, e con una elezione, impulso, ὁρμὴ primitiva ad ogni canto; e certo in principio non ebbe punto d’intenzione a quella lunghezza. - I lavori di poesia vogliono per natura esser corti. E tali furono e sono tutte le poesie primitive (cioè le più poetiche e vere), di qualunque genere, [4357] presso tutti i popoli.

Si obbietterà la drammatica. Direi che la drammatica spetta alla poesia meno ancora che l’epica. Essa è cosa prosaica: i versi vi sono di forma, non di essenza, nè le danno natura poetica. Il poeta è spinto a poetare dall’intimo sentimento suo proprio, non dagli altrui. Il fingere di avere una passione, un carattere ch’ei non ha (cosa necessaria al drammatico) è cosa alienissima dal poeta; non meno che l’osservazione esatta e paziente de’ caratteri e passioni altrui. Il sentimento che l’anima al presente, ecco la sola musa ispiratrice del vero poeta, il solo che egli provi inclinazione ad esprimere. Quanto più un uomo è di genio, quanto più è poeta, tanto più avrà de’ sentimenti suoi propri da esporre, tanto più sdegnerà di vestire un altro personaggio, di parlare in persona altrui, d’imitare, tanto più dipingerà se stesso e ne avrà il bisogno, tanto più sarà lirico, tanto meno drammatico. In fatti i maggiori geni e poeti che hanno coltivata la drammatica, (coltivata perchè l’hanno creduta poesia, ingannati dal verso, come Virgilio fece un poema epico perchè credè che Omero ne avesse fatto), peccano sempre in questo, di dar se stessi più che altrui. V. p. 4367. L’estro del drammatico è finto, perch’ei dee fingere: un che si sente mosso a poetare, non si sente mosso che dal bisogno d’esprimere de’ sentimenti ch’egli prova veramente V. p. 4398. Noi ridiamo delle Esercitazioni de’ sofisti: che avrà detto Medea ec. che direbbe uno il quale ec. Così delle Orazioni di finta occasione, come tante nostre del 500, cominciando dal Casa. Or che altro è la drammatica? meno ridicola perchè in versi? Anzi l’imitazione è cosa prosaica: in prosa, come ne’ romanzi, è più ragionevole: così nella nostra commedia, dramma in prosa, ec.

[4358] L’imitazione tien sempre molto del servile. Falsissima idea considerare e definir la poesia per arte imitativa, metterla colla pittura ec. Il poeta immagina: l’immaginazione vede il mondo come non è, si fabbrica un mondo che non è, finge, inventa, non imita, non imita (dico) di proposito suo: creatore, inventore, non imitatore; ecco il carattere essenziale del poeta. Quum philosophus ille (Plato), primus, ut nobis videtur, ex aliquot generibus, MAΧIME SCENICO, poëticae arti naturam affingeret μίμησιν etc. Primariam illius sententiam de arte poëtica suscepit Aristoteles in celebratiss. libello, correctam quidem passim a se, verum ne sic quidem explicatam, ut cuique generi Carminum satis conveniret; adeo didascalicum genus ab eo prorsus excluditur. Neque post Aristot. quisquam philosophor. veram vim illius artis aut historicam interpretationem recte assecutus videtur. (Wolf. 36. p. CLΧIV-V.). Questa definizione di Platone, definizione di quel genere dialettico, esercitativo, anzi ludicro, secondo cui egli metteva p. e. la rettorica colla μαγειριχή ec. (v. il Gorgia, e il Sofista, specialmente in fine.), è la sola origine di questa sì inveterata opinione che la poesia sia un’arte imitativa. V. p. 4372. fine.

Ma, lasciando questo discorso ad altra occasione, basta ora rispondere che in origine e presso i greci (come tutte le cose in origine sono più ragionevoli), i drammi furono assai più brevi componimenti che ora, e quasi senza piano, cioè con intreccio semplicissimo. Omnino vero utilissimum esset, undecumque collecta unum in locum habere, quae in libris veterum vel praecepta de arte poëtica, vel iudicia de poëtis suis sparsim leguntur. [4359] Docerent ea, ni fallor, cum optimis, quae exstant, Carminibus comparata, quam sero Graeci in poeti didicerint TOTUM PONERE, ac ne Horatium quidem, qui illud praecipit, eius praecepti eosdem fines ac nostros philosophos constituisse. Erunt ei praecipue haec disquirenda, qui dramata Graecorum ad antiquae artis leges exigere volet. Quodsi in his saepius ab historica ratione deflexit Aristoteles, tanto magis admiranda est viri perspicacitas, qua saeculum suum praecucurrit. V. p. 4458. (Wolf §. 29. p. CΧΧV. not.)

Del resto, vedesi insomma che l’epica, da cui apparentemente derivò la drammaticam [6] (anzi piuttosto da’ canti, non ancora epici, ma lirici, de’ rapsodi: Wolf.), si riduce per origine alla lirica, solo primitivo e solo vero genere di poesia: solo, ma tanto vario, quanto è varia la natura dei sentimenti che il poeta e l’uomo può provare, e desiderar di esprimere. (29. Agos. 1828.). V. p. 4412. fine.

Quanti errori, assurdi, contraddizioni per aver voluto giudicare Omero secondo i costumi, le opinioni, le instituzioni moderne o più note, ed applicarle a’ suoi poemi! Si è supposta in lui una mostruosa mescolanza di dialetti, perchè il dialetto o lingua ch’egli usò, si divise poi in più dialetti diversi. V. p. 4405. Si è creduto ch’egli fosse esattissimo pittore de’ costumi eroici, greci e troiani, quando in fatti egli non ha dipinto che i costumi de’ suoi propri tempi, ed ai troiani ha dato nomi e costumi greci. V. p. 4408. fin. (Necesse haberem longam disputationem ingredi de omni ratione qua Homerus in descriptione heroicae vitae versari solet. Non enim apud illum nisi bis terve hoc genus reperio eruditae artis, quod poëtae [4360] cultiorum aetatum affectant, quum superiorum fabulosa gesta scenae reddentes cavent sedulo, ne priscam sinceritatem novis moribus infucent, quo facilius lectorib. vel spectator., propter antiquitatis peritiam incredulis, imponant, eosque rebus ac personis, quibus cummaxime volunt, interesse et tota mente quasi cum illis vivere cogant. Wolf. loc. cit. alla p. 4343. §. 1. p. ΧCII. arte non posseduta neanche dai drammatici greci. Scilicet, ut nihil dicam de more Tragicorum (graec.), novas consuetudines in heroicum aevum transferendi, ec. §. 19. p. LΧΧΧIII. not.): e poi nel tempo stesso, come se Omero avesse avuto e descritto opinioni caratteri e costumi moderni, egli è stato ripreso per le assurdità, le inumanità ec. che a giudicare i suoi poemi secondo queste opinioni e costumi, vi si ritrovano. (V. le mie osservazioni sopra il dritto delle genti a que’ tempi, la compassione, il patriotismo ec. ec.) Altro di questi errori vedilo p. 4383-4. Finalmente gli si è attribuita un’intenzione e un’arte di poema epico, ch’egli non ha mai avuta, e che gli è d’assai posteriore; e poi egli è stato straziato, deriso ec. perchè i suoi poemi in mille cose si son trovati lontanissimi dal rispondere alle regole di quest’arte, che noi dicevamo aver cavate da essi; a quel piano, che noi abbiamo formato ed attribuito loro; a quell’unità che noi abbiam fatto l’onore di prestar loro ec. (31. Agos. 1828.). Ma ben in cose più gravi di queste, ad errori ed assurdi ben più dannosi, ci ha tratti e trae di continuo la nostra frenesia di volere accomodare ogni cosa al nostro modo di vedere, e spiegare ogni cosa secondo le nostre idee. (30. Agosto. 1828.)

M. Bilderdijk, poeta il più riputato degli Olandesi viventi, ed anche famoso erudito e scienziato (viveva 1826.), in una memoria van het Letterschrift [4361] (sur les caractères d’écriture), in-8°. Rotterdam 1820., adhère à l’opinion que les anciens alphabets ne contenaient que des consonnes. (Bull. de Féruss. loc. cit. alla p. 4312. t. 6. 1826. art. 152. p. 183.) Questo però per ragioni e spiegazioni diverse da quelle da me addotte altrove. (31. Agosto 1828.)

Alla p. 4340. Il a paru cette année (1824.) à Leipzig un livre qui doit attirer l’attent. des amat. de la littér. slavonne. C’est un recueil de chansons serviennes en 3. vol. publié par Vouk Stéphanovitch littérateur servien très connu et auteur d’une grammaire et d’un lexique servien. Voici le compte qu’en a rendu le journal des savans de Goettingue (1823. n. 177. et 178.) «Ces chants serviens n’ont point été émpruntés aux vieilles chroniques; ils ont été recueillis de la bouche même du peuple. Comme ils ne furent jamais écrits, jamais non plus ils n’ont ni vieilli ni ne sauraient vieillir». Ib. t. 5. Janv. 1826. art. 24. p. 26. (31. Agos. 1828.). V. p. 4372.

Vouk Stéphanovitch et quelques autres littérateurs serviens modernes ont cru bien faire d’introduire de nouvelles lettres ainsi qu’une orthographe étrangère tout-à-fait barbare chez les Slaves. Pourquoi ne pas s’en tenir à l’ancien alphabet cyrillien? (V. il pensiero precedente e quelli a cui si riferisce). Ib. extrait du Fils de la patrie (Giorn. russo), n. 26, p. 241, 1824. (31. Agos. 1828.)

Commentatio historico-critica de Rhapsodis. in 4°. de 22 pag. Vienne 1824. Cet opuscule contient, en premier lieu, l’étymologie du mot ῥάψῳδòς. ἀπò τοὐ ῥάπτειν τὴν ᾠδὴν, oυ ἀπò τοὐ ἐπὶ ῥάβδῳ ᾄδειν. L’Auteur [4362] expose ensuite les raisons qui lui font adopter cette étymologie. ῾Ράπτειν ᾠδὴν est expliqué d’après Wolf (§.23. p. ΧCVI. not. dei Prolegom. ec.): Carmina modo et ordine publicae recitationi apto connectere. V. p. 4366. ῾Oμηρισταὶ et ῾Oμηρίδαι sont désignés comme synonymes dans le sens de ῥάψῳδoὶ. Viennent ensuite des obss. historiques sur l’art des rhapsodes grecs, divisées en 4 périodes. La 1. va jusqu’à Homère; la 2. comprend l’âge d’or des rhapsodes, jusqu’à Pisistrate; la 3, l’âge d’argent, jusqu’à Socrate; la 4, l’âge d’airain, s’occupe de la dégradation de l’art des rhapsodes. L’énumération des rhapsodes distingués termine cet opuscule. Ib. Mars, art.231. p. 170. (Agos. 1828.)

Alla p. 4312. Plusieurs peuplades de l’Afrique, de l’Amérique ou de la Polynésie, chez lesquelles une écriture tout-à-fait étrangère s’est introduite avec la prédication du christianisme, lorsque leur langage avait été élaboré, dans l’absence de toute écriture, pendant une longue suite de siècles, pouvaient etc. Ib. 1826. t. 5. p. 338-9. art. 485.

Alla p. 4340 fin. Dissertatio, histor. inaug. de Guilielmo Tellio, libertatis Helveticae vindice, quam examini submittet J.-J. Hisely. In 8° VIII et 69. pag. Groningen, 1824. (Bek’s Allg. Repertor., 1825., 1r vol., p. 213.)... Dans le chap. 2. l’aut. examine les faits historiques attaqués par Freudenberger. Il résulte de cet examen que G. Tell est injustement accusé d’homicide. Ib. 1826. t. 6. art. 138. p. 162. V. p. 4372.

Alla p. 4322. fin -. M. Granville Penn donne lecture (à la séance du 21 juin 1826, de la Société royale de Littérature de Londres) d’une notice intéressante sur le mètre du premier vers de l’Iliade. Des éditeurs et commentat. modernes se sont efforcés de démontrer que ce vers pouvait être [4363] rendu métrique (chi ne dubita, alterandolo a piacere?); cependant une grande autorité classique (Plutarque, de Profect. virtut. sentiend. c. 9,) le déclare non-métrique ἄμετρον). (E così chiamano gli antichi molti altri de’ versi d’Omero. V. p. 4414.) Pour le rendre métrique, dans leur sens, suivant la construction ordinaire du vers, ils ont contracté δεϊω, du mot πηλήίαδεϊω, (sic) en δω. Dans un autre passage Plutarque, expliquant dans quel sens il appelle ce vers non-métrique, avance que le 1.r. vers de l’Il. contient le même nombre de syllabes que le 1.r. vers de l’Odyssée, et qu’il en est de même du dernier vers de Il. à l’égard du dernier vers de l’Od. (Sympos., l. 9., c. 3.) Or, le 1r vers de l’Odys. se compose de 17 syllabes; savoir de 5 dactyles et d’un spondée, nombre exact contenu dans le vers, Mῆ-νιν ἄ-ει-δε, Θε-ὰ, Πη-λη-ί-α-δε-ω A-χι-λῆ-oς. C’est pourquoi M. Penn pense que le poëte, en articulant le vers, fit une pause au pentamètre, qui se termine par Θεὰ, et renouvela l’arsis sur la syllabe suivante: Mηνιν ἄ-eide, Θε |ὰ, Πλην - ιαδε | ϊω Aχι | ληoς. L’auteur soutient qu’il y a, malgré la transgression des lois du mètre, dans la réplétion et la volubilité du vers exordial, une magnificence d’images semblable à la première irruption des eaux d’une rivière, au moment où l’on ouvre l’écluse qui les retient, et avant que ces eaux, reprenant leur pente naturelle, coulent d’un cours uniforme et régulier; ce qui paraît beaucoup plus analogue au début de ce poëme majestueux, que le mètre rigoureusement mesuré qu’on lui a imposé. Bull. etc. 1826. t. 6. art.207. p. 239. Il principio [4364] dell’Iliade, secondo Müller (v. la p. 4321. lin.16.) non è di Omero, ma aggiunto da’ διασκευασταὶ. Se ciò è vero, che dir de’ versi dell’eta omerici, se si trovano ametri anche quelli di tempi posteriori a Pisistrato?

Alla p. 4170. fin. La casa delle pitture, c’est ainsi qu’on nomme une maison découverte à Pompéi à cause des fresques quelle offre, les plus belles et les mieux conservées de toutes celles qu’on a trouvées jusqu’en ce moment. Le 12 février 1825, on commenὺa à débarrasser l’entrée de cette maison. On trouva sous la porte un fragment de mosaïque d’un travail médiocre. Il représente un grand chien, la chaîne au cou, dans la position de défendre l’entrée de la maison. Au bas se trouvent les mots suivans: CAVE CANEM. Bull. de Féruss. loc. cit. alla p. 4312. janv. 1826. t. 5. art. 4°. p. 45. (2. Sett. 1828.)

M. Letronne (Nouvel examen de l’inscription grecque déposée dans le temple de Talmis en Nubie par le roi nubien Silco. (iscrizione illustrata già innanzi da Niebuhr Inscription. Nubiens. Romae 1820.) Journal des Savans, 1825.) examine ensuite pourquoi la langue grecque est employée dans l’inscription; ce qu’il explique par l’introduction (parmi les Nubiens) des livres saints et des liturgies écrites en cette langue. En effet, le style même de l’inscription, ces tournures bibliques, byzantines et d’une moderne grécité, prouvent assez clairement que l’usage de la lang. gr. n’a eu lieu dans ces contrées qu’après, ou plutôt à cause de l’introduct. de la rel. chrétienne. ... De toutes les inscriptions grecques païennes examinées [4365] par M. Letronne, il ne s’en est trouvé aucune au delà des limites de l’empire romain; une fois cette ligne franchie, tout ce qui est écrit en grec exprime des idées chrétiennes. Ainsi M. Letronne, après avoir prouvé (contro l’opin. di Niebuhr) par une foule de rapprochemens philologiques sur le style de l’inscript., qu’elle appartenait à un roi chrétien, prouve ensuite que... ce n’est qu’au christianisme qu’on doit la connaissance de la lang. grecq. dans ces contrées. Bull. de Féruss. l.c. alla p. 4312. janv. 1826. t. 5. art. 36. p. 40-41. Altro mezzo di universalità per la lingua greca a quei tempi. L’iscrizione secondo Letronne non è più antica della metà circa del 6°. sec. Niebuhr, che la fa pagana, la mette alla fine del sec. 3°. (2. Sett. 1828.). V. p. 4471.

Alla p. 4336. marg. Trovo anche ne’ Rusticali caallo, portaa per portava, e infiniti simili, sempre. Di qui viene ancora l’imperf. dicea, sentia ec. per diceva ec. adottato nella lingua scritta, ma che non si ode mai se non in Toscana. Va’hia per vai via, cioè va via (imperativo,): volgo toscano. (2. Sett. 1828.)

Chi suppone allegorie in un poema, romanzo ec.; come sì è tanto fatto anticamente e modernamente nell’Iliade e Odissea; come fece il Tasso medesimo nella sua Gerusalemme; come ora il Rossetti nel comento alla Divina Commedia che si stampa in Londra, la vuol tutta allegorica, allegorico il personaggio di Francesca da Rimini, allegorico Ugolino ec.; distrugge tutto l’interesse del poema ec. Noi possiamo interessarci per una persona che sappiamo interamente finta dal poeta, drammatico, novelliere ec.; non possiamo per una che supponghiamo allegorica. Perchè allora la falsità è, e si [4366] vede da noi, nell’intenzione stessa dello scrittore. (2. Sett. 1828.). V. p. 4477.

Togliendo dagli studi tutto il bello (come si fa ora), spegnendo lo stile e la letteratura, e il senso de’ pregi e de’ piaceri di essi ec. ec., non si torrà dagli studi ogni diletto, perchè anche le semplici cognizioni, il semplice vero, i discorsi qualunque intorno alle cose, sono dilettevoli. Ma certo si torrà agli studi una parte grandissima, forse massima, del diletto che hanno; si scemerà di moltissimo la facoltà di dilettare che ha questo bellissimo trattenimento della vita: quindi si farà un vero disservizio, un danno reale (e non mediocre per Dio) al genere umano, alla società civile.

Alla p. 4362. Alterum errorem iam sublatum puto (cioè già riconosciuto generalmente dagli eruditi), quo ex falsa notatione nominis ῥαψῳδοῦ collegerunt quidam, versatam esse operam eorum in versib. passim excerpendis et consarcinandis ad modum Centonum, quales ex Hom. a sanctis animis facti extant ridiculae ineptiae in summa gravitate rerum. Wolf. §. 23. p. ΧCVI-II. Tolto questo errore (che per altro è ancora comune nel volgo degli studiosi), il solo nome di rapsodi e di rapsodie sarebbe dovuto bastare ad avvertirci che le poesie omeriche non furono che canti staccati; siccome la tradizione costante dell’antichità che da Pisistrato, o per suo ordine, fossero primieramente raccolti e ordinati come ora sono i versi d’Omero, (Wolf. §. 33.), doveva bastare a mostrarci sì la suddetta cosa, e sì che Omero e gli altri non lasciarono scritte quelle poesie. Pure per iscoprir queste verità ci è voluto acume grande, per avanzarle ardire, e fino a Wolf è avvenuto in questa ciò che avviene ancora in mille altre cose, e talune più gravi assai, che gli uomini non hanno alcuna difficoltà di conciliare, o piuttosto di congiungere ciecamente insieme credenze e nozioni [4367] incompatibili. Alla p. 4347. È cosa dimostrata che il piacer fino, intimo e squisito delle arti, o vogliamo dire il piacere delle arti perfezionate (e fra le arti comprendo la letteratura e la poesia), non può esser sentito se non dagl’intendenti, perch’esso è uno di que’ tanti di cui la natura non ci dà il sensorio; ce lo dà l’assuefazione, che qui consiste in istudio ed esercizio. Perchè il popolo, che non potrà mai aver tale studio ed esercizio, gusti il piacer delle lettere, bisogna che queste sieno meno perfette. Tal piacere sarà sempre minore assai di quello che gl’intendenti riceverebbero dalle lettere perfezionate (altrimenti non sarebbe in verità un perfezionamento quello che le mette a portata de’ soli intendenti); e quindi ci sarà perdita reale; ma a fine che la moltitudine riacquisti il piacere perduto, e del qual solo ella è capace. V. p. 4388.

Alla p. 4357. Il romanzo, la novella ec. sono all’uomo di genio assai meno alieni che il dramma, il quale gli è il più alieno di tutti i generi di letteratura, perchè è quello che esige la maggior prossimità d’imitazione, la maggior trasformazione dell’autore in altri individui, la più intera rinunzia e il più intero spoglio della propria individualità, alla quale l’uomo di genio tiene più fortemente che alcun altro.

Alla p. 4351. È anche insufficiente il dire che la lingua dell’immaginazione precede sempre quella della ragione. Nel nostro caso, cioè nella Grecia a’ tempi di Solone, ed anche a’ tempi stessi d’Omero, già molto colti, (e similmente in tutti i casi dove trattasi di poesia e di prosa colta e letteraria), l’immaginazione avea già dato alla ragione tutto il luogo [4368] che bisognava perchè questa potesse avere una sua lingua. (5. Sett. 1828.)

Col perfezionamento della società, col progresso dell’incivilimento, le masse guadagnano, ma l’individualità perde: perde di forza, di valore, di perfezione, e quindi di felicità: e questo è il caso de’ moderni considerati rispetto agli antichi. Tale è il parere di tutti i veri e profondi savi moderni, anche i più partigiani della civiltà. Or dunque il perfezionamento dell’uomo è quello de’ cappuccini, la via della penitenza. (5. Sett. 1828.)

I detti, risposte ec. che Machiavelli attribuisce a Castruccio Castracani (nella Vita di questo), sono tutti o quasi tutti gli stessissimi che il Laerzio ec. riferiscono di filosofi antichi, mutati solo i nomi, i luoghi ec. Machiavelli del resto non sapeva il greco, poco o nulla il latino, ed era poco letterato. Non sarebbe maraviglia ch’egli avesse seguito una tradizione popolare che avesse conservati que’ motti mutando i nomi, e attribuendoli al personaggio nazionale di Castruccio, noto per singolare acutezza e prontezza d’ingegno. Il popolo fiorentino racconta ancora di Dante e dello stesso Machiavello vari tratti che si leggono negli antichi greci e latini, come quello di Esopo che diede un asse a chi gli tirò una sassata ec., il qual tratto (con modificazioni accidentali e non di sostanza) si racconta dal volgo in Firenze di Machiavelli. (Tengo queste cose da Forti e da Capei). Così non solo le nazioni, ma le città, tirano alla storia ed a’ personaggi propri, e in somma alle cose ed alle persone a se più cognite, i fatti delle storie altrui, noti al volgo per antiche tradizioni orali. A Napoli resta ancora in proverbio la sapienza e dottrina di Abelardo: [4369] ne sa più di Pietro Abailardo (Capei). In ogni modo quel libro di Machiavelli farebbe sempre al mio proposito molto bene. V. p. 4430.

Ed allo stesso proposito spetta quell’uso antichissimo e continuato perpetuamente, di attribuire agli autori più celebri le opere di autori anonimi, o sconosciuti, o di nome poco famoso; le opere, dico, appartenenti a quel tal genere in cui quegli autori hanno primeggiato; e ciò specialmente quando quegli autori sono i modelli e i capi d’opera nel genere loro. Quindi i tanti poemi attribuiti falsamente ad Omero, dialoghi morali ec. a Platone, opere filosofiche ad Aristotele, orazioni a Demostene, omelie, comenti scritturali ec. a S. Crisostomo S. Agostino ec. V. p. 4414. 4416. Quanto un autore è più celebre e primo nel suo genere, tanto è più copiosa la lista de’ suoi libri apocrifi. Raro fra gli antichi o ne’ bassi tempi quell’autore celebre, o riconosciuto per primo nel suo genere o nel suo secolo, che non abbia oppure spurie apocrife, esistenti o perdute. I detti Padri ne hanno quasi altrettante quante sono le genuine. Così Platone ec. Di molte di queste la critica non può scoprire i veri autori; altre si trovano o citate, o anche in alcuni loro esemplari, coi veri nomi, e nondimeno comunemente vanno sotto i nomi falsi, perchè i veri son di persone poco note.

- Dans le ms. de Paris, qui, suivant les critiques, est le plus ancien et le meilleur, l’ouvrage a pour titre Διονυσίου Λογγίνου περὶ ὕψους; mais dans l’index, qui est écrit de la même main, comme le reste du ms. (qui contient en outre les problèmes d’Aristote), on le qualifie de Διονυσίου ἥ Λογγίνου περὶ ὕψους. Le cod. vaticanus que Amati appelle praestantissimus, donne dans cette dernière forme le nom de l’auteur; et dans le ms. de la bibl. laurentiane, l’inscript. porte [4370] ᾽Aνωνύμου περὶ ὕψους. Bull. de Férus. l.c. alla p. 4312. tom. 8. p. 11. art. 12. 1827. juill. - Essendo incerto ἀνώνυμος l’autore di quel trattato, fu detto: egli è di Dionisio d’Alicarnasso o di Longino: non per altro se non perchè nella media grecità questi furono i retori tecnici più conosciuti, i capi del genere rettorico. Esempio insigne del modo con cui si procedeva in simili attribuzioni: di Dionisio o di Longino: quasi vi fosse alcuna analogia fra lo scrivere di Dionisio, autore del 1. secolo, e quel di Longino ch’è del 3. Intanto la Critica riconosce manifestamente e senza molta fatica che quel trattato non può essere nè dell’uno nè dell’altro. (Bull. ec. ibidem.) - Weiske e l’autore di un libro pubblicato a Londra 1826. intitolato Remarks on the supposed Dionysius Longinus, riportano quel trattato al secolo d’Augusto. Amati l’attribuisce veramente a Dionisio d’Alicarnasso, non avendo osservata (come non l’ha nessun altro) la vera ragione per cui i mss. parig. e vatic. hanno il nome di Dionisio; e che, oltre la totale differenza dello stile, quel trattato è contro Cecilio Calattino, il quale fu amico di Dionisio Alicarnasseo, cosa parimente non osservata da altri. V. p. 4440.

Les amours de Cydippe et d’Acontius nous sont connues, surtout par les lettres qu’Ovide leur attribue dans ses Héroïdes. Callimaque fut la source où puisa Ovide: M. Buttmann (Ueber, die Fabel der Κydippe. Sur la fable de Cydippe, par Philippe Buttmann. Mémoir. de l’Acad. de Munich; to. 9. ann. 1823-1824., partie philologiq., p. 199-216.) rassemble et discute les fragmens de ce dernier [4371] poëte, où il est question de Cydippe. Cette fable, si nous en croyons le savant professeur, est identique avec l’histoire de Ctesylla (sic) et d’Hermochares, rapportée par Antoninus Liberalis et Nicander Bull. etc. juill. 1827. t.8. art.34. p. 35. - E quante altre favole, o racconti appartenenti a tempi mitici o eroici, si trovano ripetuti con diversi nomi e luoghi in diversi scrittori, non solo greci e latini, ma anche greci solamente! - Codro, Eretteo ec. I Deci ec.

Le combat de trente Bretons contre trente Anglais, publié d’après les manuscrits de la Bibliothèque du roi, par M. Crapelet, imprimeur. Paris, 1827. Long-temps l’authenticité de ce combat fut contestée, et on n’avait pu produire jusqu’ici qu’un seul ms. de 1470, conservé dans la bibl. de Rennes. L’heureuse découverte du récit en vers du Combat des Trente, faite dans un recueil de pièces mss. de la Bibl. du Roi, par le chev. de Fréminville, donna lieu, en 1819, à une première publication d’un nouveau document; mais il était important que le texte fût reproduit avec la plus scrupuleuse exactitude. M. Crapelet a complété tout ce que laissait désirer à cet égard la 1. édit. Il a fait suivre cette publication d’une traduct. littérale du poëme et d’une autre relation du combat, extraite des chroniques de Froissart. L’ouvrage est orné d’une planche représentant le monument élevé en mémoire de ce combat, et les armoiries des 30 chevv. bretons, dessinées d’après les armoriaux de la Bibl. du Roi, et d’autres armoriaux particuliers et inédits. (Ib. t. 8. p. 389-90. art. 407. octob. 1827.) - V. nel Guicciardini [4372] ec. il famoso combattimento dei 10 italiani e 10 francesi all’assedio di Barletta sotto il Gran Capitano; e quello di un Bavaro e di un italiano nel Giambullari, riferito nella mia Crestomazia, p. 23. - Orazi e Curiazi ec. (9. Sett. 1828.)

Hordeum - fordeum. V. Forcellini.

Alla p. 4350. marg. I sonetti, canzoni ec. ed anche lunghi poemi in istile e forma puerile, di cui abbondavano prima di Dante le lingue volgari, non solo italiana ma francese spagnuola ec., non costituivano e non erano considerati costituire una letteratura. V. p. 4413.

Alla p. 4356. L’entusiasmo l’ispirazione, essenziali alla poesia, non sono cose durevoli. Nè si possono troppo a lungo mantenere in chi legge.

Alla p. 4361. Di queste poesie serviane sono state fatte, dopo la pubblicazione di Wuk, delle traduzioni ed imitazioni in tedesco. Ib. févr. 1827. art.156. p. 124. t.7. V. p. 4399.

Alla p. 4362. Guillaume-Tell et la Révolution de 1303; ou Histoire des 3 premiers cantons jusqu’au traité de Brunnen, 1315, et réfutation de la fameuse brochure Guillaume-Tell, fable danoise (répétée dans cet ouvrage); par J.-J. Hisely, D.r en philosophie et belles-lettres. In 8° Delft 1826. (Ib. févr. 1827. t. 7. art. 210. p. 182.)

Alla p. 4358. Il poeta non imita la natura: ben è vero che la natura parla dentro di lui e per la sua bocca. I’ mi son un che quando Natura parla, ec. vera definizione del poeta. Così il poeta non è imitatore se [4373] non di se stesso. (10. Sett. 1828.). Quando colla imitazione egli esce veramente da se medesimo, quella propriamente non è più poesia, facoltà divina; quella è un’arte umana; è prosa, malgrado il verso e il linguaggio. Come prosa misurata, e come arte umana, può stare; ed io non intendo di condannarla. (10. Sett. 1828.)

L’auteur (M. Faber. Synglosse, oder Grundsaetze der Sprachforschung. Synglose, ou Principes des recherches sur les langues, par Junius Faber. 213. p. in-12°. Carlsruhe, 1826.) a été amené par tous ces rapprochemens à conclure qu’il n’y a qu’une seule langue, et que ce que l’on nomme ordinairement langues, ne sont que les dialectes de cet idiome unique, dans lequel la forme, et non pas le fond ou l’essence des mots s’est modifiée; enfin, que cette essence des mots est contenue dans les racines qui ont existé dès le commencement, et dont on peut prouver l’origine par des raisonnemens physiologiques. Depping. Bull. etc. l. cit. alla p. 4312. Mars, 1827. t. 7. art. 231. p. 202.

- M. Κärcher ne doute pas que les langues connues ne proviennent toutes d’une langue primitive; il se propose etc. encouragé par le suffrage de M. Goulianof, qui se propose, dit-il, de démontrer la certitude de cette dérivation universelle des idiomes d’un seul qui fut la souche de tous. Il se pourrait que des critiques d’une autorité au moins égale à celle de M. Goulianof, fussent d’un avis tout opposé. Quoi qu’il en soit, et M. Κärcher est bien le maître [4374] de préférer son opinion à celle des autres, etc. Champollion-Figeac. Ib. Décem. 1827. t. 8. art.430. p. 410. (10. Sett. 1828.)

M. Lindemann (Novus thesaurus latinae linguae prosodiacus. in 8° Zittaviae et Lipsiae, 1827.) s’est aussi attaché à la vieille prosodie (latine), à celle qui précéda Ennius, et qui est bien différente de celle que l’on nous enseigne aujourd’hui, ainsi que l’ont démontré des critiques modernes, et surtout M. Hermann. Bull. de Féruss. l. cit. alla p. 4312. mars, 1827. t. 7. art.253. p. 221. È dunque ragionevole quel ch’io dico altrove della mutata pronunzia prosodiaca greca a’ tempi romani, de’ sofisti ec. e della sua influenza sulla struttura de’ periodi ec. (11. Sett. 1828.)

Observations sur le meilleur système d’orthographe portugaise; par Rodr. Ferreira da Costa. (Memor. da Acad. real das scienc. de Lisboa, tom.8, part.1, p. 102.) En 1820 l’Académie de Lisbonne résolut de rédiger un vocabulaire orthographique pour son usage. À ce sujet un de ses membres a cru devoir poser les principes d’après lesquels il faudrait procéder. Il rappelle d’abord les divers systèmes auxquels on a ordinairement recours; les uns veulent écrire comme on prononce, d’autres veulent qu’on reste fidèle à l’étymologie, d’autres encore préfèrent l’usage général, d’autres encore combinent ces 3. systèmes, ce qui en fait un 4e L’auteur en examine les avantages et les inconvéniens: ec. Ib. septem. 1827. t. 8. art. 216. p. 217. Risulta dalle sue osservazioni che l’ortografia portoghese [4375] non è ancora fissata. (11. Sett. 1828.)

Alla p. 4345. Quaestiones Herodoteae; par le docteur C.-G.-L. Heyse. Part.1. De vitâ et itineribus Herodoti; in 8° de 141. p. ; Berlin, 1827. - sect.2. De recitatione, quam Olympiae habuisse fertur Herodotus ol. 81. sect. 3. Vitae decursus usque ad ol. 84, de recitatione Athenis habitâ, deque ec. Bull. etc. Déc. 1827. t. 8. art. 425. p. 408. (11. Sett. 1828.). V. p. 4400.

Lingua universalis communi omnium nationum usui accommodata; per A. Rethy. In 8°. de 144. pag. Vienne, 1821. (Leipzig. Liter. Zeitung; avr. 1827, p. 758.) Bien que ce projet, de créer une langue universelle, contienne plusieurs bonnes idées, il n’offre cependant qu’une nouvelle preuve en faveur de l’opinion que la solution de ce grand problème restera inexécutable, tant que les sciences philosophiques ne seront point portées à un plus haut degré de perfection. L’auteur s’étant attaché à reporter la construction de sa langue à celle de la langue qu’il affirme primitive, a fait violence à l’histoire des langues afin d’appuyer son système. D’après lui, la langue primitive n’a été composée que de mots monosyllabiques, destinés à désigner les idées les plus générales, et qui, au moyen de leurs diverses combinaisons, suffisaient, dit-il, pour faire entendre toutes les idées combinées. D’après la nature de cet aperçu fondamental, on peut se dispenser de suivre l’auteur dans ses applications. Ib. juillet, [4376] 1827. t. 8. art. 2. p. 3. (11. Sett. 1828.)

Alphabet phonométrique; découverte de huit lettres nouvelles; par Virard. In 8°. Grenoble, 1827. M. Virard s’occupe, depuis plus de 20 ans, de tout ce qui se rapporte à la grammaire. Par une heureuse combinaison dégageant la langue de toutes les lettres qui tiennent dans les mots une place oisive, arbitraire, et tout-à-fait inutile à la prononciation, il a atteint plus qu’aucun autre le moyen d’écrire comme on parle. Les lettres et leur assemblage, dont il fait usage, ne répresentent que le son de la voix, et par les exemples qu’il donne, il ajoute à la démonstration de sa méthode qu’il ne croit point encore perfectionnée, appelant, sur ce sujet, les méditations des grammairiens les plus érudits. Lorsque la prononciation sera notée d’une manière sίre et invariable, ce sera le moyen d’en conserver la pureté, de détruire le mauvais accent des provinces, de faire entendre à l’étranger le véritable son du mot et de transmettre en tout temps, d’âge en âge, un accent pur, inaltérable, et de perpétuer l’harmonie du discours, quand la langue sera devenue morte. A. Métral. ib. févr. 1828. t. 9. p. 131-2. art. 109. Le 8 nuove lettere saranno per i suoni francesi che non corrispondono veramente a nessun de’ segni dell’alfabeto latino. Credo che lo scopo di M. Virard non sia d’introdurre nell’uso una nuova ortografia, [4377] ma solo di perfezionare il metodo rappresentativo usato p. e. in quei dizionari che hanno la prononciation figurée. Sicchè la lingua francese (e simili) avrebbe bisogno di due scritture ec. (13. Sett.)

- Journal grammatical et didactique de la langue française. rédigé par M. Marle. In 8., n.11 à 22. Paris, 1827 et 1828... L’esprit d’innovation gagne aussi la Société grammaticale (i compilatori di quel Giornale). Voilà qu’on veut réformer l’orthographe de la langue française pour la soumettre plus directement à l’influence de la prononciation. Nous répéterons ici ce que nous avons dit ailleurs, que l’orthog. et la prononc. sont réciproquement représentatives l’une de l’autre, mais à droits inégaux, c. à d. que l’orth. a des titres primitifs inviolables, qui sa compagne doit d’abord respecter, et devenir ensuite belle et euphonique, si elle le peut, tout en rendant hommage aus droits de son aînée. Ces droits primitifs de l’orth. procèdent de l’origine même des mots, ou de l’étymologie: corrompre l’orth. de ces mots aux dépens de l’étymologie et au bénéfice d’une manière d’écrire plus commode, pour l’ignorance surtout, c’est introduire la barbarie dans la langue, lui ouvrir une voie sans fin de corruption (l’es. dell’italiano dimostra il contrario), et faire de tous les mots de la langue ce qu’une femme célèbre disait d’un peuple qui reniait ses notabilités historiques, une famille d’enfans trouvés. La Société grammaticale doit renoncer à une [4378] entreprise que rien ne peut justifier. (Voir le n. 21. du journal)... Champollion - Figeac. Ib. Mars, 1828. t. 9 p. 231 art. 206. (14. Sett. Domenica. 1828. Firenze.)

Alla p. 4330. La 2e partie du travail de M. Petit-Radel (Examen analytique et tableau comparatif des synchronismes de l’histoire des temps héroïques de la Grèce, par L. C. F. Petit-Radel, de l’Institut royal de France. 1 vol.

in-4° de 296 pages. Paris 1827.) est précédée d’une note de M. Saint-Martin, dans laquelle ce savant académicien fournit un extrait des raisons qui ont engagé son confrère à adopter, pour époque de la prise de Troie, l’an 1199 avant J. C., et à faire partir de cette base tous les calculs ascendans des dates portées sur le tableau. Ib. Avril. 1828. t. 9. art. 301. p. 329. (16. Sett. 1828.)

I SS. Cirillo e Metodio, fratelli, monaci greci, chiamati Apostoli degli Schiavoni, nel nono secolo, introducendo nella Moravia e nella Pannonia la liturgia schiavona, (la lithurgie slavonne), cioè gli uffici divini in lingua schiavona (le service divin en langue slavonne), inventarono per iscriverla l’alfabeto schiavone (l’alphabet slavon), che è ancora in uso comune, e che porta il nome di alfabeto cirilliano. Bull. de Féruss. ec. passim, e specialmente février, 1828. t.. p. 163-7. art. 141. (17. Sett. 1828.)

῞Eλλα (cioè καϑέδρα. Hesych.) - sella. ἕζω, ἕδω ec. - sedeo. ἕδρα, ἕδος ec. - sedes. (17. Sett. 1828.)

Foscolo, Discorso sul testo e su le opinioni diverse prevalenti intorno alla storia e alla emendazione critica della Commedia di Dante. - Prospetto (cioè sommario) del Discorso. L’abuso delle minime [4379] date d’anni, (cioè de’ minimi indizi di tempo ne’ libri antichi), rannuvola più che non illustra la storia letteraria; e il rigettarle tutte, o fondare sistemi sopra le incerte, ha diviso novellamente i tre critici maggiori della età nostra, in Epicurei, Pirronisti, e Stoici. Payne Κnight, critico stoico. - Discorso, §. 15. Un verso del libro sesto dell’Iliade basta a Wolfio, non solo a dare corpo, forza ed armi alla ipotesi del Vico, che Omero non abbia scritto poemi, ma inoltre a desumere in che epoca della civiltà del genere umano fosse incominciata la Iliade, e in quanti secoli, e per quali accidenti fosse continuata e finita, forse per confederazione del caso e degli atomi d’Epicuro. (apparentemente Foscolo non avea letto Wolfio). Heyne disponendo fatti, tempi e argomenti a cozzar fra di loro, forse per investire la filologia del diritto di asserire e negare ogni cosa, indusse il pirronismo nell’arte critica; e chi lo consulta,

mussat rex ipse Latinus

Quos generos vocet aut quae sese ad foedera flectat.

(Vuol dir che Heyne intorno alle questioni sopra Omero, non si decide, e tiene il metodo dell’Accademia, in utramque partem disputandi.) Al caso e agli atomi di Wolfio e al pirronismo di Heyne si aggiunse con alleanza stranissima lo stoicismo affermativo di Payne Κnight illustratore recente di Omero; e incomincia: Octogesimo post Trojam captam anno, Mycenarum regnum tenente Tisameno Orestis filio jam sene, magna et infausta mutatio rerum toti Graeciae oborta est ex irruptione Dorum (Carmina Homerica a Rhapsodorum interpolationibus [4380] repurgata et in pristinam formam, quatenus recuperanda esset, tam e veterum monumentorum fide et auctoritate, quam ex antiqui sermonis indole ac ratione, redacta. Nota. È il titolo dell’Om. di Κnight col digamma, Lond. 1820.) - e dalla irruzione de’ Doriesi, i quali costrinsero molto popolo Greco a rifuggirsi nell’Asia minore, la storia critica della lingua e della poesia omerica, e l’epoca e l’indole e la fortuna finor ignotissime del poeta, sono dedotte con arte e dottrina e perseveranza, e affermate con la dignità d’uomo che sente di avere trovato il vero. Onde taluni che non possono persuadersi mai della probabilità di que’ fatti, si sentono convinti alle volte dagli argomenti, e ascoltano con riverenza lo storico (sic) al quale non possono prestar fede. (questo è il sistema esposto e seguito da Capponi, Lez. 2.a sulla lingua, Antologia, maggio 1828.) §. 16. Questo Payne Κnight era uomo di forte intelletto; di non vaste letture, ma che parevano immedesimate ne’ suoi pensieri e raccolte non tanto per nudrire i suoi studi, quanto per essere nudrite dalla sua mente. Era nuovo e luminosissimo in molte idee; e quantunque ei potesse dimostrarne alcune e ridurle a principj sicuri, intendeva che tutte fossero assiomi ai quali non occorrono prove; e dalle conseguenze ch’ei ne traeva escludeva inflessibile qualunque eccezione, ond’erano inapplicabili, e sembravano assurde: ma quantunque ei parlasse energicamente ad esporle, non pareva o non voleva essere eloquente a difenderle; e quando s’accorse d’avere errato, lo confessò. (Ob multos errores in libro de hac re Anglice scripto piacularem esse profiteor. Prolegom. in Homerum, sect. CLI. Nota.) Aveva [4381] signorili costumi, e animo libero e sdegnoso d’applausi; nè fra molti avversarj gli mancarono nobili lodatori: ed Heyne non lo cita che non lo esalti. E certo se molti seppero notomizzare la poesia e la lingua Greca meglio di lui, pochi hanno potuto conoscerne l’indole al pari di lui; e nessuno lo ha mai preceduto, e pochi potranno seguirlo a investigarle nelle loro remotissime fonti. Studiando le reliquie dell’antichità ad illustrare i tempi omerici ne radunò molte a grandissimo prezzo, e sono da vedersi nel Museo Britannico ov’ei per amore di letteratura e di patria, e con giusta ambizione di nome le lasciò per legato. Venne, pochi mesi addietro, a visitarmi; e discorrendo egli intorno agli eroi più o meno giovani dell’Iliade, io notai che stando a’ suoi computi, Achille sarebbe stato guerriero imberbe. Risposemi, ch’ei non si dava per vinto; ma ch’ei cominciava a sentire la vanità della vita, e non gl’importava oggimai di vittorie. Nè la poesia nè la realtà delle cose giovavano più a liberarlo dal tedio che addormentava in lui tutti i sentimenti dell’anima; e dopo non molti giorni, morì: ed io ne parlo perchè i suoi concittadini ne tacciono. §. 17. Or quando scrittori di tanta mente per via di date congetturali prestano forme e certezza a nozioni vaghe e oscurissime, e le fanno risplendere come vere, ei costringono l’uomo, o alla credulità ed al silenzio, o a meschine fatiche e al pericolo di controversie, e per cose di poco momento al più de’ lettori. (Firenze. 19. Sett. 1828.)

[4382] Ivi, §. 150. Senza ritoccare la questione (e ne discorro altrove (forse nell’articolo sull’Odissea di Pindemonte), e la tengo oggimai definita) se i due poemi sgorgavano da un solo ingegno nella medesima età, (Payne Κnight, Carmina Homerica, Prolegomena, sect. LVIII. - e il volumetto, “A History of the text of the Iliad.” Nota.) chi non vede che sono dissimili in tutto fra loro, e che tendevano a mire diverse? Perciò nell’Iliade la realtà sta sempre immedesimata alla grandezza ideale, sì che l’una può raramente scevrarsi dall’altra, nè sai ben discernere quale delle due vi predomini; e chi volesse disgiungerle, le annienterebbe. Bensì nell’Odissea la natura reale fu ritratta dalla vita domestica e giornaliera degli uomini, e la descrizione piace per l’esattezza; mentre gli incanti di Circe, e i buoi del Sole, e i Ciclopi,

Cetera quae vacuas tenuissent carmine mentes,

compiacciono all’amore delle meraviglie: ma l’incredibile vi sta da sè; e il vero da sè. (19. Sett. 1828.)

Ivi, §. 201. Ma quale si fosse il tenore della lingua e della verseggiatura di Dante, non è da trovarlo in codice veruno; e in ciò la Volgata con la dottrina e la pratica dell’Accademia predomina sempre in qualunque edizione ed emendazione. Avvedendosi “Che per difetto comune di quell’età” - e chi mai non se ne avvedrebbe quand’è più o meno difetto delle altre? - “l’ortografia era dura, manchevole, soverchia, confusa, varia, incostante, e finalmente senza molta ragione” (Salviati, Avvertim. vol. 1. lib. 3. cap. 4. Nota) - anzi [4383]vedendola migliore di poco nel miracoloso fra’ testi del Decamerone ricopiato dal Mannelli (Discorso sul Testo del Decam. p. ΧI. seg. pag. CVI. Nota) - parve agli Accademici di recare tutte le regole in una, ed è: - “che la scrittura segua la pronunzia, e che da essa non s’allontani un minimo che”. (Prefazione al Vocabolario, sez. VIII. Nota). Guardando ora agli avanzi della Volgata Omerica di Aristarco, parrebbe che gli Accademici de’ Tolomei fossero di poco più savj, o meno boriosi de’ nostri. La prosodia d’Omero, per l’amore di tutte le lingue primitive alla melodia, gode di protrarre le modulazioni delle vocali. L’orecchio Ateniese, come avviene ne’ progressi d’ogni poesia, faceva più conto dell’armonia, e la congegnava nelle articolazioni delle consonanti; e tanto era il fastidio delle troppe modulazioni, chiamate iati dagli intendenti, che ne vennero intarsiate fra parole e parole le particelle che hanno suoni senza pensiero. Quindi gli Alessandrini alle strette fra Omero e gli Attici, e non s’attentando di svilupparsene, emendarono l’Iliade così che ne nasceva lingua e verseggiatura la quale non è di poesia nè primitiva, nè raffinata. I Greci ad ogni modo s’ajutavano tanto quanto come i Francesi e gl’Inglesi; ed elidendo uno o più segni alfabetici nel pronunziare, non li sottraevano dalla scrittura; così le apparenze rimanevano quasi le stesse. Ma che non pronunziassero come scrivevano, n’è prova evidentissima che ogni metro ne’ poeti più tardi, e peggio negli Ateniesi, ridonderebbe; nè sarebbero versi, a chi recitandoli dividesse le vocali quanto il [4384] metro desidera ne’ libri Omerici: e l’esametro dell’Iliade s’accorcerebbe di più d’uno de’ suoi tempi musicali, se avesse da leggersi al modo de’ Bisantini, snaturando vocali, o costringendole a far da dittonghi. Però i Greci d’oggi a’ quali la pronunzia letteraria venne da Costantinopoli, e serbasi nel canto della loro Chiesa, porgono le consonanti armoniosissime; ma non versi, poichè secondano accenti semplici e circonflessi, e spiriti aspri, e soavi - come che non ne aspirino mai veruno - ed apostrofi ed espedienti parecchi moltiplicatisi da que’ semidigammi ideati in Alessandria, talor utili in quanto provvedono alla etimologia e alle altre faccende della grammatica. Non però è da tenerne conto in poesia, dove la guida vera alla prosodia deriva dal metro; e il metro dipendeva egli fuorchè dalla pronunzia nell’età de’ poeti? Ad ogni modo i grammatici Greci sottosopra lasciarono stare i vocaboli come ve gli avevano trovati, sì che ogni lettore li proferisse o peggio o meglio a sua posta. Ma i Fiorentini non ricordevoli di passati o di posteri, uscirono fuor delle strette medesime con la regola universale - Che la scrittura non s’allontani dalla pronunzia un minimo che; e non trapelando lume, nè cenno di pronunzia certa dalle scritture, pigliarono quella che udivano. Però mozzando vocali, e raddoppiando consonanti, e ajutandosi d’accenti e d’apostrofi, stabilirono un’ortografia, la quale facesse suonare all’orecchio non Io, nè lo Imperio, o lo Inferno; ma I’, lo ‘Mpero, lo ‘Nferno: e con mille altre delle sconciature [4385] del dialetto Fiorentino de’ loro giorni, acconciarono versi scritti tre secoli addietro.

§. 202. Queste loro squisitezze erano favorite dalla dottrina, che la lingua letteraria d’Italia fioriva tutta quanta nella loro città. Lasciamo che ove fosse vera s’oppone di tanto alle dottrine di Dante, che non sarebbe mai da applicarla ad alcuna delle opere sue. Ma avrebb’essa potuto applicarsi se non da critici ch’avessero udito recitare i versi di Dante a’ suoi giorni? L’occhio umano, paziente, fedelissimo organo, è agente più libero e più intelligente degli altri, perchè vive più aderente alla memoria; ma non per tanto non può fare che passino cent’anni e che le penne tutte quante non si divezzino dalle forme correnti dell’alfabeto. Così ogni età n’usa di distinte e sue proprie; onde per chiunque ne faccia pratica bastano ad accertarlo del secolo d’ogni scrittura. Ma sono divarj permanenti nelle carte; arrivano a’ posteri; e si lasciano raffrontare dall’occhio. Non così l’orecchio; capricciosissimo, perchè raccoglie involontario, istantaneo e di necessità tutti i suoni; e gli organi della voce gli sono connessi, cooperanti passivi, e meccanici imitatori; e però niun uomo cresce muto se non perchè nasce sordissimo. Di quanto dunque più preste e più varie e più impercettibili che la scrittura non saranno le alterazioni della pronunzia? Ma si rimutano senza che mai lascino, non pure le forme delineate, come ne’ vocaboli scritti, ma nè una lontana reminiscenza. Or chi mai fra’ posteri potrà rintracciarle se non con l’orecchio? e dove le troverà egli? [4386] Ridomandandole all’aria, che se le porta? o al tempo che torna a ingombrare l’orecchio di nuovi suoni? ALLAGHERI, com’ei scrivevalo, e poscia ALIGIERI, ALLEGHIERI, ALLIGHIERI, era lungo o breve nella penultima? or è ALIGHIERI; ma in Verona s’è fatto sdrucciolo, ALIGERI. Certo se gli arcavoli risuscitassero in qualunque città penerebbero ad intendere i loro nepoti.

§. 203. ed ult. Ma perciò che i Fiorentini di padre in figlio continuarono a ingoiare vocali o rincalzarle raddoppiando consonanti, l’Accademia ideò che quel vezzo fosse nato a un parto co’ loro vocaboli. (Avvertim. della Lingua, Vol. 2. p. 129-160. ed. Mil. de’ Classici. Nota.) Pur è sempre accidente più tardo; anzi comune ed inevitabile a ogni lingua parlata: e tutti i popoli con l’andare degli anni per affrettare e battere la pronunzia scemano modulazioni, perchè sono molli e più lunghe; e le articolazioni riescono vibrate insieme e spedite. De’ Greci è detto; e più numero tuttavia di vocali scrivono gli Inglesi, e pare che parlino quasi non avessero che alfabeto di consonanti: ma chi ne’ loro poeti antichi leggesse all’uso moderno, non troverebbe versi nè rime. Nè credo che altri possa additare poesia di gente veruna ove i fondatori della lingua scritta non si siano dilettati di melodia; e che non vi dominassero le vocali; e che poi non si diminuissero digradando. Anche nella prosodia latina, che era meno primitiva e tolta di pianta da’ Greci, e in idioma più forte di consonanti finali, regge l’osservazione; ed anche nelle reliquie di Ennio pochissime, pur le battute de’ ventiquattro tempi dell’esametro [4387] su le vocali per via d’iato sono moltissime; e spesse in Lucilio; e parecchie in Lucrezio; non rare in Catullo; non più di sette, che io me ne ricordi, in Virgilio; e una sola in Orazio, nè forse una in Ovidio. Or quante, se pur taluna è da trovarne in Lucano e gli altri tutti congegnatori intemperanti di consonanze, fino allo strepitosissimo Claudiano? Ben diresti che la divina commedia sia stata verseggiata studiosamente a vocali. Ma che le modulazioni non prevalessero alle articolazioni de’ versi, avveniva più presto in Italia che altrove; perchè il Petrarca aveva temprato l’orecchio alla prosodia Provenzale sonora di finali tronche più che la Siciliana che a Dante veniva fluida di melodia. La lingua nondimeno per que’ suoi fondatori fu scritta, nè mai parlata; e quindi i libri non avendo compiaciuto alle successive pronunzie, gli organi della voce hanno da stare obbedientissimi all’occhio. Il danno della parola dissonante dalla scrittura nelle lingue popolari e letterarie ad un tempo (cioè la francese l’inglese ec.), è minore della sciagura che toccò alla Italiana, destinata anzi all’arte degli scrittori, che alla mente della nazione (vuol dire, scritta e non parlata, nè scritta pel popolo). A questo i tempi, quando mai la facciano parlata da un popolo, provvederanno. Per ora il potersi scrivere così che ogni segno alfabetico sia elemento essenziale del senso e del suono in ogni vocabolo, rimane pur quasi vantaggio su le altre sino da’ giorni di Dante. Onde mi proverò di rapprossimarla alla prosodia di tutte le poesie primitive, e alla ortografia che dove le lingue vivono scritte, ma non parlate, [4388] si rimane letteraria, permanente nelle apparenze, e svincolata de’ suoni accidentali e mutabili d’età in età nelle lingue popolari (francese inglese ec.), e ne’ dialetti municipali. Forse così la lezione della divina commedia, perdendo i vezzi di Fiorentina ritornerà schietta e Italiana. Fine del discorso. (Firenze. Domenica. 21. Sett. 1828.). V. p. 4487.

Nel principio, e nel risorgimento degli studi, si credeva impossibile un’ortografia volgare, un’ortografia che non fosse latina, nel modo stesso che una letteratura volgare e non latina; e le lingue moderne si credevano incapaci di ortografia propria, così appunto come di letteratura. (21. Sett. Domenica. 1828.)

Alla p. 4367. Ci sarebbe ancora un altro partito, e ragionevolissimo. Avere due poesie e letterature, l’una per gl’intendenti, l’altra pel popolo. Così quelli non perderebbero, mentre questo ricupererebbe; non isparirebbero dal mondo i piaceri squisiti e divini (per chi gli può gustare) delle leterature perfezionate; ci potrebbe ancora essere chi provasse de’ trasporti di piacere leggendo Virgilio, come ci sono e saranno intendenti che ne provino mirando un quadro di Raffaello ec. ec. (21. Sett. 1828.)

Alla p. 4355. Sorte simile ad Omero ebbe anche in ciò il nostro Dante, il quale fino nello stesso sec. 14. ebbe forse tanti diascheuasti, cioè limatori del suo poema, più o meno arditi, quanti copiatori: onde quelle enormi e continue discrepanze de’ suoi codici e stampe anteriori alla edizione della Crusca. V. p. 4412.

Alla p. 4317. marg. Si legge così a Napoli anche l’Orlando innamorato del Berni e soprattutto la Gerusalemme del Tasso, e il popolo prende partito chi per l’uno di quegli eroi, chi per l’altro, e con tanto ardore, che dopo la [4389] lettura, discorrendo tra loro sopra quei racconti, e quistionando, talora vengono alle mani, e fino si uccidono. Una notte al tardi, due del volgo di Napoli che disputavano caldamente fra loro, andarono a svegliare il famoso Genovesi per saper da lui chi avesse ragione, se Rinaldo o Gernando (Gerusalemme del Tasso). Tengo tutto ciò dall’Imbriani padre, il quale mi dice che il popolo napoletano non ha bisogno che il lettore gli traduca quei poemi, ma che gl’intende da se. In questo modo quei poemi si possono dir veramente pubblicati. (22. Sett. 1828.). V. p. 4408.

Si dice con ragione che quasi tutta la letteratura greca fu Ateniese. Ma non so se alcuno abbia osservato che questo non si può già dire della poesia; anzi, che io mi ricordi, nessun poeta greco di nome (eccetto i drammatici, che io non considero come propriamente poeti, ma come, al più, intermedii fra’ poeti e’ prosatori) fu Ateniese. Tanto la civiltà squisita è impoetica. (22. Sett. 1828.). Però, chi dice che la letteratura greca fiorì principalmente in Atene, dee distinguere, se vuol parlar vero, ed aggiungere che la poesia al contrario. ec. (22. Sett. 1828.)

Chi presentandomi o raccomandandomi o parlando di me a qualcuno, uomo o donna, ha detto: mio grandissimo amico, grande ingegno, dotto ec. ec., non ha fatto nulla. Ci mancava la gran parola. Chi ha detto: uomo celebre, mi ha proccurato accoglienze e distinzioni e ricerche. Fama ci vuole, e non merito. Anche qui si verifica quello che ho detto altrove, la sola fortuna fa fortuna. Celebre equivale [4390] a ricco, nobile, potente, dignitario, ed altre fortune simili. (22. 7.bre 1828.)

L’eroismo ci strascina non solo all’ammirazione, all’amore. Ci accade verso gli eroi, come alle donne verso gli uomini. Ci sentiamo più deboli di loro, perciò gli amiamo. Quella virilità maggior della nostra, c’innamora. I soldati di Napoleone erano innamorati di lui, l’amavano con amor di passione, anche dopo la sua caduta: e ciò malgrado quello che aveano dovuto soffrire per lui, e gli agi di cui taluni godevano dopo il suo fato. Così gli strapazzi che gli fa l’amato, infiammano l’amante. E similmente tutta la Francia era innamorata di Napoleone. Così Achille c’innamora per la virilità superiore, malgrado i suoi difetti e bestialità, anzi in ragione ancora di queste. (22. Sett. 1828.)

Alla p. 4354. marg. Potrebbe anco essere che i primi libri fossero in prosa, la prima applicazione della scrittura alla letteratura fosse alla prosa, continuando forse intanto a comporsi in versi senza scriverli, e consegnandoli solamente alla memoria, sì per l’inveterata abitudine, e sì per considerarsi la scrittura come non necessaria, anzi inutile, alla conservazione dei versi, e solo utile e necessaria a quella della prosa. In tal modo potrebbe esser passato molto tempo dopo che si scriveva in prosa, prima che si avessero versi scritti, nel qual tempo non si sarebbero avuti libri che in prosa. In tal caso, che mi par naturale, la prosa à son tour avria preceduto la poesia, come scritta, come opera di letteratura consegnata in libri. (22. Sett. 1828.). V. p. seg.

Alla p. 4318. marg. Ciclo epico, che comprendeva in varie poesie, [4391] incluse quelle d’Omero, la storia tutta del mondo, dalle Origini delle cose, cioè dalla teogonia ec. fino ad Ulisse; ciclo raccolto, secondo un critico tedesco, forse vivente (Bull. de Féruss. ec.) che ha fatto sopra di esso ciclo una dissertazione particolare, poco dopo il tempo de’ Pisistratidi. Le poesie comprese in questo ciclo, e i loro argomenti, non erano certamente epici nel senso che noi diamo a questa parola: nondimeno il ciclo si chiamava epico, cioè storico o narrativo. La poesia epica fu distinta dalla lirica, benchè anche τὰ ἔπη si cantassero sulla lira. ec. (23. Sett. 1828.)

Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (23. Sett. 1828.)

Alla p. qui dietro. Tutto ciò in quanto a possibilità o verisimiglianza. Ma in quanto a tradizione, par ch’ella provi che i libri in prosa o non precedettero, o solo di poco tempo, quegli in versi; poichè essa tradizione mette le prime prose greche nel principio del [4392] sec. 6. av. G. C., tempo di Pisistrato che raccolse i versi Omerici, e tempo abbondante di altri poeti, i quali non pare al Wolf che potessero mancar di scrittura. Certo che di essi la tradizione non porta, come di Omero, che i loro versi fossero raccolti e scritti posteriormente. Nondimeno, benchè la tradizione non porti ciò neppur di Esiodo (V. p. 4397) (onde il Vico, lib.3. p. 400. Talchè Esiodo, che lasciò opere di sè scritte, poichè non abbiamo autorità che da’ Rapsodi fusse stato, com’Omero, conservato a memoria, si dee porre dopo de’ Pisistratidi), pure il Wolf pone anche Esiodo fra que’ poeti che non iscrissero, e le poesie esiodee (che egli reputa di vari autori) fra quelle che furono conservate lungamente per sola memoria. - Certior quidem historia adhuc saeculo VI. et V. ante Chr. Simonidi Ceo atque Epicharmo Siculo, antiquae Comoediae principi, satis insignes partes tribuit in litteris complendis et inveniendis novis, quas deinde cum prioribus in aptam seriem collectas a Callistrato quodam, ante alios Jonica Samos publice usurpavisse fertur. Atq. hoc Jonicum alphabetum 24 litterarum a populo Atheniensi tandem Euclide archonte, Olymp. 94, 2. ante Chr. 403 receptum, nec ibi ante hoc tempus usum duarum longar. vocalium publicatum tradunt plures et ex probatis auctoribus. Adeo sero litteratura Graecorum absoluta est et redacta in ordinem, primum, ut multis de causis coniicio, in iis civitatibus quae Sicil. et Magn. Graeciam tenebant, tum in illa posthac litterarum conficientissima urbe, Athenis. Sed cavendum est rursus ne tam serum usum scribendi credamus, aut in omni Graecia eodem tempore institutum. Jones quidem quum tot aliis rebus [4393] Europae cognatae exemplum nitidioris cultus darent et humani et civilis, matureque variis artibus et commerciis florerent, vel tacente historia verisimile esset, eos huius quoque praeclarae rei utilitatem primos animadvertisse et ad eam studium et ingenium contulisse suum. Quippe illis expectandus non fuit Callistratus Samius, ut aliquid scripto consignare tentarent: iam ante hunc papyro usi sunt; immo ante Simonidem et Epicharmum fuerunt lyrici poëtae, et Ionici et Aeolici, qui illo adminiculo faciendorum carminum carere vix possent. Deniq. in ea civitate (Athen.) quae antiq. alphabetum diutissime retinuit, Olymp. 39. minor numerus litterarum suffecit Draconis legibus ponendis. Quidni idem numerus suffecerit maximis voluminibus, si modo ea tum usitata fuerunt, sive ex pellibus, sive ex papyro Aegyptia? Wolf. §. 16. p. LΧII-V. Certe Atticorum scriptorum non ante Persica tempora mentio fit aut signicatio cui non fidem deroget illius aevi et rei publicae facies et gravissimor. auctorum silentium. Sed non persequar quod tenere sine longis ambagibus non possum; ultro etiam concesserim, aliquanto ante Solonem Athenis hanc artem paullatim privato studio (del pubblico, in bronzo, marmo ec., non si dubita) usurpari coeptam: neque adeo dubito, quin id saeculis 8. et 7. in ceteris civitatibus, nominatim Joniae et Magnae Greciae, fecerint sollertiores quidam homines eorumq. exemplum vel secuti vel ipsi rem auspicati sint poëtae nonnulli, si non Asius, Eumelus, Arctinus, alii, sub primis Olympp. clari [4394] epicis Carminibus, at certe Archilochus, Alcman, Pisander, Arion et horum aequales: tamen si de universa Graecia et paullo tritiore usu artis institutoque conscribendorum librorum quaeris, iliud removendum non esse a Τhaletis, Solonis, Pisistrati et eorum, qui Sapientes appellantur, aetate, i.e. ea qua oratio metro solvi coepit, ita significat nobis historia artium Graecarum omnium, ut infantiam suam obliti populi testimonium minime desiderandum videatur. De cultura prosae orationis ineunte saeculo ante Chr. VI. a pluribus et ipso Solone inchoata, deque causis novi incepti nihil hic habeo dicere: et quae ex veterum locis hauriri possunt, dicta sunt omnia. etc. Wolf. §. 17. p. LΧIΧ-LΧΧI. - De cultura prosae, cioè della prosa colta in qualche modo e letteraria. Ma di una prosa rozza e mal culta, e simile a quella de’ nostri ducentisti, niente impedisce di credere ch’ella fosse scritta in libri e privatamente (poichè in monumenti pubblici non è dubbio) innanzi che si scrivessero versi: anzi la verisimiglianza mi pare che vi conduca, ed io sono di questa opinione, a differenza di ciò che sembra credere il Wolf. Però se per letteratura s’intendano libri scritti, io stimo, contro quello che si crede generalmente, che la letteratura prosaica precedesse in Grecia la poetica, cioè la scrittura della poesia. (25. Sett. 1828.)

Il Wolf conosce e cita per averlo preceduto nell’opinione che le poesie omeriche non fossero scritte, se non dopo, oltre Giuseppe ebreo, il Wood (inglese), il Rousseau e il Mairan; per l’opinione [4395] che esse da principio non costituissero poemi epici, ma non fossero che canti separati, raccolti poi da altri e ridotti nella presente forma, conosce e cita il Casaubono, il Bentley e l’abate Hedelin d’Aubignac, il cui libro, Conjectures académiques ou Dissertation sur l’Iliade, Paris 1715. 8°. egli disprezza altamente. Ma non nomina punto mai il nostro Vico, il quale de’ cinque libri de’ suoi Principj di Scienza nuova, 3a ediz. Napoli 1744. ne ha uno, cioè il 3° intitolato Della discoverta del vero Omero, tutto dedicato alle quistioni Wolfiane. Nel qual libro, con minore abbondanza e sviluppamento di prove che il Wolf, ma pure con buone e forti ragioni, alcune delle quali non toccate da esso Wolf, asserisce e dimostra che Omero non lasciò scritto niuno de’ suoi poemi (p. 399.), poichè infin’a’ tempi di esso Omero, ed alquanto dopo di lui non si era ritrovata ancora la Scrittura Volgare (p. 394.); “che perciò i popoli greci cotanto contesero della di lui patria, e ‘l vollero quasi tutti lor cittadino, perchè essi popoli greci furono quest’Omero (p. 404.);” “che perciò varjno cotanto l’oppenioni d’intorno alla di lui età, perchè un tal’Omero veramente egli visse per le bocche e nella memoria di essi popoli greci dalla Guerra Trojana fin’a’ tempi di Numa, che fanno lo spazio di quattrocentosessant’anni (p. 404.)” (cioè che gli autori de’ versi omerici vivessero e componessero successivamente dalla guerra troiana fino a Numa) che “la cecità, e la povertà d’Omero furono de’ Rapsodi; i quali essendo ciechi, onde ogniun di loro si disse Omero (ὅμηρος in lingua [4396] ionica), prevalevano nella memoria; ed essendo poveri, ne sostentavano la vita con andar cantando i poemi d’Omero per le città della Grecia; de’ quali essi eran’Autori; perch’erano parte di que’ popoli, che vi avevano composte le loro Istorie;” (p. 404.) “che quest’Omero sia egli stato un’Idea, ovvero un Carattere Eroico d’uomini greci, in quanto essi narravano cantando le loro storie;” (p. 403.) “l’Omero Autor dell’Iliade avere di molt’età preceduto l’Omero Autore dell’Odissea;” (p. 405.) “che quello fu dell’Oriente di Grecia verso Settentrione, che cantò la Guerra Trojana fatta nel suo paese: e che questo fu dell’Occidente di Grecia verso mezzodì, che canta Ulisse, ch’aveva in quella parte il suo Regno;” (p. 405.) e, dicendo l’autor περὶ ὕπσυς che Omero compose giovane l’Iliade e vecchio l’Odissea, che “Omero compose giovine l’Iliade, quando era giovinetta la Grecia; e ’n conseguenza ardente di sublimi passioni, come d’orgoglio, di collera, di vendetta; le quali passioni non soffrono dissimulazione ed amano generosità; onde ammirò Achille Eroe della Forza: ma vecchio compose poi l’Odissea, quando la Grecia aveva alquanto raffreddato gli animi con la riflessione: la qual’è madre dell’accortezza; onde ammirò Ulisse Eroe della Sapienza. Talchè a’ tempi d’Omero giovine a’ popoli della Grecia piacquero la crudezza, la villania, la ferocia, la fierezza, l’atrocità: a’ tempi d’Omero vecchio già gli dilettavano i lussi d’Alcinoo, le delizie di Calipso, i piaceri di Circe, i canti delle Sirene, i passatempi de’ Proci, e di, nonchè tentare, assediar’e combattere le caste Penelopi [4397] i quali costumi tutti ad un tempo sopra ci sembrarono incompossibili” (p. 404-5.) Finalmente “che i Pisistratidi Tiranni d’Atene eglino divisero, e disposero, o fecero dividere, e disponere i Poemi d’Omero nell’Iliade, e nell’Odissea: onde s’intenda quanto, innanzi, dovevan’essere stati una confusa congerie di cose; quando è infinita la differenza che si può osservar degli stili dell’uno, e dell’altro Poema Omerico.” (p. 399.) (26. Sett. 1828.)

Ecco l’Eroe (Achille), che Omero con l’aggiunto perpetuo d’irreprensibile canta a’ Greci popoli in esempio dell’Eroica Virtù! il qual’aggiunto, acciocchè Omero faccia profitto con l’insegnar dilettando, lo che debbon far’i Poeti, non si può altrimente intendere, che per un’huomo orgoglioso, il qual’or direbbesi che non si faccia passare la mosca per innanzi alla punta del naso; e sì predica la Virtù puntigliosa; nella quale a’ tempi barbari ritornati tutta la loro Morale riponevano i Duellisti: dalla quale uscirono le leggi superbe, gli ufizj altieri, e le soddisfazioni vendicative de’ cavalieri erranti, che cantano i Romanzieri. Ib. lib.2. p. 322-3. dopo avet descritto l’eroismo dell’Achille omerico, quanto sia lontano dalle idee nostre, ed anche antiche civili, circa il carattere eroico. (26. Sett. 1828.)

Alla p. 4392. marg. Dice per altro il Wolf p. ΧCVII-III. §.23: Neque enim unius Homeri, sed et Hesiodi et aliorum Carmina, omneque epicum genus, mox lyricum quoque et iambicum, complexa est ars rhapsodorum. E in nota, p. ΧCVIII: Vide Plat. de Legg. [4398] II. p. 658. D., in Jone p. 530. B. (ed. Steph.) Athen. ΧIV. p. 620. C. Quanto ad Esiodo, ecco le sue parole. Sed Hesiodum quum dico, omne illud tempus intelligo, in quod Hesiodeorum quae nunc feruntur operum confectio incidit. Non uni enim illa tribuenda esse patet; et multo plura nomine eius ferebantur apud veteres. In ῎Eργοις loci sunt multi πίνῳ venerandae vetustatis signati. Τheogonia autem et Scutum Herc. et maxima pars eorum, quorum brevia fragmenta supersunt, Homerum toto certe saeculo subsequuntur. Huius rei argumento est, quod in iis plures notiones novae exstant et imitationes locorum Homericorum, in primis terrarum et populorum auctior et explicatior notitia. §. 12. not. p. ΧLII-III.

Alla p. 4357. L’imitazione drammatica non può essere spontanea e veramente secondo natura, se non in quanto a un solo personaggio, o 2 al più, e solo in alcune scene, cioè in quelle che corrispondano alla situazione attuale dell’animo del poeta. Ma qui è sempre il poeta egli stesso che si dipinge, o piuttosto parla, sotto altro nome; e quella non è veramente imitazione, ma quasi un travestimento. In tutti gli altri personaggi ed altre scene, la poesia è necessariamente sofistica. Del resto, tali scene, dove il poeta esprimesse i suoi sentimenti, passioni ec. attuali sotto nome di qualche personaggio storico, se si componessero staccate, potrebbero esser buona poesia: il poeta può aver buone ragioni per nascondersi sotto nome altrui; può trovarvisi, se non altro, più a suo agio; ed è anche poetico in qualche modo quel rapporto trovato ed espresso fra la propria situazione [4399] attuale, e quella d’alcun personaggio storico ec. (28. Sett. 1828.)

Alla p. 4372. Servian Popular Poetry. Poésies populaires des Serviens, traduites en vers anglais par M. Boςring. Londr. 1827. in- 12. Ces poésies, dont il doit paroître bientôt une traduction française, sont extraites d’un recueil publié à Vienne en 1824 par Stephanovich Vuk, auteur d’une grammaire servienne. Journ. des savans, 1827. p. 445. Juillet. (29. Sett. 1828.)

La Civilisation considérée sous le rapport du feu et relativement à la supériorité de l’homme sur le reste des animaux. Paris, Baudouin frères, in 8° de 63 pages. Prix 1. fr. 50 cent. Ib. p. 445. 1826. Juillet, Livres nouveaux. (2. Ottob. 1828.)

Il reconnoît (M. Poirson, autore di un compendio di storia romana stampato a Parigi, 1825 e segg., e difensore per altro della verità della storia de’ primi secoli di Roma) qu’il y a de fortes présomptions contre la vérité des aventures d’Horatius Coclès, de Mucius Scaevola et de Clélie. Ib. 1826, août, p. 466. (3. Ott. 1828.)

Les Κirkis (nazione nomade, al Nord dell’Asia centrale) ont aussi des chants historiques (non scritti) qui rappellent les hauts faits de leurs héros; mais ceux-là ne sont récités que par des chanteurs de profession, et M. de Meyendorff (barone, viaggiatore russo, autore d’un Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en 1820. Paris 1826; dal quale sono estratte queste notizie) eut le regret de ne pouvoir en entendre un seul. Ib. septemb. p. 518. Plusieurs d’entre eux (d’entre les Κirkis), dice M. de Meyendorff, ib., [4400] passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins. (3. Ottobre. 1828.)

Grammatica Daco-romana, sive Valachica, latinitate donata et in hunc ordinem redacta a J. Alexi. Vindobonae 1826. in- 8° Ib. Septemb. 1826. p. 573.

Alla p. 4375. Il Wesselingio nella Pref. all’Erodoto, in quella parte che riguarda la vita e gli scritti di questo, riportata dallo Schweighaeuser, con sue noterelle, appiè della propria sua pref. all’Erodoto, Argentorati 1816, t. 1., dice, a pag. ΧΧII-III. di questa edizione: Tum patriam reliquit, inque Graeciam tetendit. Huc pertinent Luciani ista (In Herodoto cap. 1. p. 832. [Τ. IV. ed. Bipont. p. 116.]), difficilia quibusdam intellectu visa, πλεύσας γὰρ oἴκoϑεν Herodotus ὲκ τῆς Καρίας εὐϑὺ ῾Eλλάδς, ἐσκοπεῖτο, videlicet, qua tandem ratione et minimo labore insignis ac celebris evaderet. Instabat per illi conmodum, Olympiorum tempus sollemne: properavit ad illud certamen, atque in magno Graecorum consessu recitavit Historias suas. Namque ea non docent, absolvisse Herodotum historiarum libros Halicarnassi, sed compositos in Samo insula, quod ex Suida adsciscendum, ex Caria ad Olympicum conventum secum portasse, et Graecis, ut illis innotesceret, praelegisse. Eligunt ad eam recitationem Olympiadem LΧΧΧI. viri docti, quippe aetati Herodoti egregie congruam: neque mihi refragari animus est, eoque [4401] minus, quod pueriles Τhucydidis anni Elidensem hanc Olympiadem sibi postulent. Aderat Τηucydides una cum patre Oloro admodum adolescens (Suidas in Θουκυδίδης), ἔπι παῖς ὤν, in summo Graecorum plausu recitanti, illacrymavitque, aemulatione quadam iam tum ad consimile laudis studium accensus; quo Herodotus animadverso, ad Olorum (Marcellinus, Vit. Τhucydid. p. 9.), ὀργᾷ ἡ ϕύσις τοὐ υἱoῦ σοῦ πρòς τὰ μαϑήματα, optime de puero ΧV. annorum, et gloriae desiderio lacrymante. Atque hic non obliviscor secundae recitationis, Athenis Olymp. LΧΧΧIII. anno tertio institutae; quam Τhucydidem auscultare potuisse, certum quidem est, sed iam virili aetate, non puerum. Erudite hoc H. Dodwellus exsecutus (Apparat. ad Annales Τhucydid. p. 23.), adprobavit Ed. Corsino (Fast. Attic. Τ. III. p. 203. et p. 213.), sihi tamen non constanti, et eandem praelectionem in Olymp. LΧΧΧIV. coniicienti. ... Certius habetur, Athenis suos eum libros legisse in consilio, uti Hieronymus scribit, et honoratum fuisse, idque festo Panathenaeorum die anni tertii Olympiadis LΧΧΧIII., quae elegans ill. Scaligeri (Ad Eusebii Chronic. p. 104.) doctrina. Lo Schweighaeuser non ha a tutto questo passo alcuna sua nota. - Questa tradizione intorno ad Erodoto sembra provare almeno l’usanza che le prime prose fossero lette al popolo, e così edite, al modo de’ versi; o, se non altro, dee derivare dall’antico [4402] uso di recitare o cantare in pubblico i componimenti poetici. (7. Ottob. 1828.)

Il Wesselingio l. c. p. ΧΧVI. In more ipsi (Herodoto) fuit (vid. lib. 5, 36, l. 7. 93. et 213, l. 1. 75.) τòν πρὺτον λóγον, τοὺς πρώτους λóγους primores libros, et sequentes τοὺς ὄπισϑe λóγους, τοὺς ὀπίσω λóγους... adpellare. - Lo Schweighaeuser ivi in nota. Nec vero in hisce locis, aut horum similibus, vocabulum λόγος ita intelligi debet, quasi singulos e novem Historiarum suarum libris singulos λóγους diceret: sed λόγος in huiusmodi locis nihil aliud nisi narrationem, vel historiam, ut nos vulgo vocamus, significat: qua ratione etiam Hecataeus, ut hoc utar, λογοποιòς Nostro dicitur, II. 143. v.36. et 125. id est, Historiarum scriptor; de eodemque Hecataeo loquens idem Noster VI. 137. ait, ῾Eκαταῖoς ἐν τοῖσι lóγοισι, Hecataeus in suis Historiis; denique VII. 152. ubi πάντα τòν λóγον ait, universam suam Historiam intelligit. Itaque, ubi se ait, de re quadam ἐν ἄλλῳ λóγῳ esse dicturum, non semper alium ex novem Historiarum suarum Libris intelligit, verum subinde etiam aliam eiusdem Libri partem; veluti, quae Lib. VI. c. 39. profitetur se ἐν ἄλλῳ λóγῳ expositurum, ea cap. 103. eiusdem sexti Libri exposita leguntur. Eodem modo Pausanias lib. III. cap. 2. quum ait ᾽Hρóδοτος ἐν τῷ λógῳ τῷ ἐς Κροῖσον, non hoc dicit, Herodotus in Libro de Croeso, sed [4403] Herodotus in ea narratione (sive, in ea Historiarum suarum parte) quae ad Croesum spectat. Similiterque idem Pausanias, lib. V. cap. 26. p. 447. ait, ᾽Hρóδοτος ἐν τoῖς λóγοις, Herodotus in suis Historiis. Sed de hoc usu vocabuli λόγος vide mox ipsum Wesselingium verissime monentem. - Ciò è p. ΧΧIΧ. Possum adfirmare veterum neminem Λóγους Herodoti Λιβυκoὺς (citati da lui medesimo. II. 161., e da alcuni creduti diversi dalle Istorie) ad testimonium excitasse, contra ex libro quarto (delle Istor.) res Afras depromsisse plures: immo solere illum partem libri λóγoν et λóγους adpellare: de nece Cimonis, patris Miltiadae, τòν μέν ἐγύ ἐν ἄλλῳ λóγῳ σημανέω (lib. VI. 39.): dixit autem eiusdem Musae, cap. 103. Geminum illi Libri primi cap. 75. - Scilicet (nota lo Schweigh. ib.), quam rem lib. I. cap. 75. ait se ἐν τoῖσι òπίσο λóγοισι declaraturum, eam non in sequentium librorum aliquo, sed in eodem lib. I. cap. 124. declaratam videmus. - V. p. 4467. Propriamente però λόγος in tali casi non vuol dir narrazione storia, ma prosa, a differenza di ἕπη o μέλη (carmina-oratio); καταλογάδην in prosa; λογοποιòς prosatore, a differenza di ἐποποιòς ec. Ma o perchè le prime prose scritte fra’ greci fossero istorie, o perchè la più parte di esse fossero istoriche a que’ primi tempi, o finalmente perchè il genere storico non [4404] avesse alcun nome particolare a principio, e forse (com’e naturalissimo) non esistesse veramente distinto dagli altri generi, cioè non si avessero opere di pura storia, o narrative, ma materie e qualità miste e confuse ec. (11. Ottob. 1828.). fu appropriato alle storie il nome generale di prosa λóγoς, ed Erodoto chiamò λóγοποιòn prosatore lo storico Ecateo. E quando poi le opere in prosa furono cominciate a dividere in libri, questi libri ancora furono chiamati prose λóγοι, prosa 1., prosa 2. ec. prose 9 (᾽Hρóδοτου λóγοι ἐννέα è appunto il tit. dell’ediz. Aldina di Erod., I.a ediz. greca, Venez. 1502.): quasi per confermare che la confezion di libri, secondo l’opinione del Wolf, ebbe origine dai prosatori. E per luminosa conferma dell’opinione del medesimo che da principio scrittura e prosa fossero la cosa medesima, troviamo (cosa da lui nè da altri a questo proposito non osservata) συγγραϕεὺς esser sinonimo di storico. V. Scapula etc. in σύγγραμμα, συγγραϕὴ, λογοποιòς. V. p. 4406.

Dialetti greci. Nec vero putandum est, cunctis eis in locis, ubi etiam nunc formae verborum communes praeeuntibus libris omnibus supersunt (nell’Erodoto), quum alibi in eisdem verbis formâ jonibus propriâ usum esse videamus Scriptorem, per librariorum aut temeritatem aut socordiam esse illas invectas. Licitum fuit ionico scriptori communibus verborum formis promiscue atq. illis uti quae Jonibus propriae erant: et haud dubiis document. intellexisse mihi videor, ut olim Homerum, sic etiam Herodotum, si quis alius, hanc sibi veniam [4405] sumsisse et ... variationem consulto esse secutum. Quo minus caussae esse equid. iudicavi, cur perspicua in hanc partem Hermogenis verba (de formis orationis l.2. p. 513. coll. p. 406.), non pura sed mixta dialecto scripsisse Herod. docentis, cum doctis. Wesselingio nostro (Diss. Herodotea, p. 147. seq.) aliam in partem interpretaremur. Schweighaeuser, praef. ad Herodot. p. VIII-IΧ. E ib. p. IΧ. in nota: Schaeferum, virum de Script. nostro praeclare merit., postquam in edendis Musis coepisset, expulsis ubiq. formis verbor. communib., jonic. substituere formas, mox meliora edoctum abiecisse novimus istud consilium. (11. Ott. 1828.)

Alla p. 4359. Il luogo riportato nel pensiero qui anteced., mostra che tale opinione (oggi però rigettata comunemente dagli eruditi) fu tenuta fino nel 1816. (epoca dell’ed. Argentoraten. d’Erodoto) da un uomo come lo Schweighaeuser. (11. Ott. 1828.)

Enfin, l’objet de notre sympathie la plus habituelle (dans l’Iliade), c’est Hector: et si d’un côté nous sommes entraînés par le talent du poète à désirer la prise de Troie, nous éprouvons de l’autre une sensation constamment pénible, en voyant dans le défenseur de cette cité malheureuse, le seul caractère auquel tous nos sentimens délicats et généreux se puissent allier sans mélange. Ce défaut, car c’en serait un, si le poète avait eu pour but de former un tout consacré seulement à célébrer la gloire d’Achille; ce défaut, disons-nous, [4406] a tellement frappé des critiques, qu’ils ont attribué à Homère l’intention d’élever les Troyens fort au-dessus des Grecs; et la pitié qu’il cherche à exciter pour le malheur des premiers leur a paru confirmer cette opinion. B. Constant, de la Religion, liv. 8. ch. 1. t. 3. Paris 1827. p. 430-1. Notisi che anche il Constant (il quale assolve del resto la Iliade da questo difetto, sostenendo ch’essa non è in origine un poema unico), riconosce però in questo passo che l’eccitare la compassione ec. per Ettore ec. e le lodi che sembrano darsi ai Troiani ec., sieno tali anche nel senso del poeta, e sarebbero state contrarie all’unità dell’interesse per Achille ec.: benchè in quel medesimo lib. e nel precedente egli osservi e dimostri la differenza grande dai costumi e dalle idee de’ tempi civili a quelle de’ tempi dell’Iliade. (12. Ottob. 1828.). V. p. 4413.

Alla p. 4404. Ecco dunque storico, prosatore, e scrittore o compositore in iscritto (συγγραϕεὺς); storia, prosa, libro, e scrittura o composizione in iscritto (σύγγραμμα, συγγραϕὴ: v. l’indice greco dell’Anabasi di Arriano, in συγγραϕὴ), usati spesso in un medesimo senso. Qual maggior conferma dell’osservazione acutissima del Wolf? (12. Ottob.). V. p. 4431.

Les Sagas, ou traditions des Scandinaves, qui, de père en fils, avaient conservé dans leur mémoire des récits assez étendus pour qu’on en ait rempli des bibliothèques lorsque l’art d’écrire est devenu commun en Scandinavie, servent à nous faire concevoir la possibilité d’une conservation orale des poèmes homériques. L’histoire [4407] entière du Nord, dit Botin (Histoire de Suède, ch. 8.), était rédigée en poèmes non écrits. (Il y a encore de nos jours, dans la Finlande, des paysans dont la mémoire égale celle des rhapsodes grecs. Ces paysans composent presque tous des vers, et quelques-uns récitent de très-longs poèmes, qu’ils conservent dans leur souvenir, en les corrigeant, sans jamais les écrire. (Ruhs, Finnland und seine Bewohner). (Ed è ben naturale che de’ rozzi paesani per cui la scrittura non è ancora in uso o in possesso, coincidano co’ Greci di que’ tempi in cui la scrittura non era usata neppure dalle classi più colte). Bergmann (Streifereyen unter den Calmucken, II, 213. V. p. 4412.), parle d’un poème Calmouk, de 360 chants, à ce qu’on assure, et qui se conserve depuis des siècles dans la mémoire de ce peuple. Les rhapsodes, qu’on nomme Dschangarti, savent quelquefois vingt de ces chants par coeur, c’est-à-dire un poème à peu près aussi étendu que l’Odyssée; car par la traduction que Bergmann nous donne d’un de ces chants, nous voyons qu’il n’est guère moins long qu’une rhapsodie homérique. [Ora sarebbe egli credibile che tutto questo poema fosse stato composto da un solo, quando anche i Calmucchi lo affermino per tradizione?]) Notre vie sociale, observe M. de Bonstetten (Voy. en Ital. p. 12.), disperse tellement nos facultés, que nous n’avons aucune idée juste de la mémoire de ces hommes demi-sauvages, [4408] qui, n’étant distraits par rien, mettaient leur gloire à réciter en vers les exploits de leurs ancêtres. B. Constant, de la Relig. liv.8. consacrato a provare che l’Iliade e l’Odissea sono d’autori e d’epoche differenti, e che questa è posteriore a quella, chap. 3. t. 3. Paris 1827. p. 443-4. (12. Ottobre. 1828.).

Alla p. 4389. Simile entusiasmo, del resto, producevano nel popolo greco, anche a’ tempi colti e dopo l’uso della scrittura, e quindi in condizione similissima a quella del popolo napoletano, le poesie recitate da’ rapsodi. V. il dialogo platonico Ione. (13. Ott.)

A. W. Schlegel pense que l’Iliade est composée de 3 poèmes, dont le 1r finit avec le 9e livre, le second avec le dix-huitième, et dont le 3e comprend la mort de Patrocle, celle d’Hector. Il regarde comme des composit. à part la Dolonéide et le 24e livre. Les derniers chants, dit-il, sauf les 30. vers qui terminent le tout, se rapprochent déjà de la pompe et de la majesté préméditée de la tragédie. Constant, l.c. ci-dessus, p. 462. not. (13. Ott. 1828.)

On ne peut lire les chants d’Ossian sans être frappé de leur uniformité, et néanmoins Ossian n’a certainement pas été un seul et même barde. Ib. 457-8. (13. Ott.)

Alla p. 4359. Mais toutes ces différences entre les deux races (dorienne et ionienne) sont bien postérieures aux âges homériques: ceux même qui les ont le mieux observées ont reconnu cette vérité. Les Grecs d’Homère, remarque M. Heeren, se ressemblent [4409] tous, quelle que soit leur origine. Il n’y a nulle distinction à faire entre les Béotiens, les Athéniens, les Doriens, les Achéens que nous rencontrons dans ses poèmes. Les héros de ces diverses peuplades n’ont rien de local. Les contrastes qui les séparent, proviennent de leur caractère individuel et de leurs qualités personnelles. (Heeren, Ideen. Grecs, (sic) pag.117.). Il en est de même des dieux. Bien que Junon soit la divinité spéciale de l’Argolide, Jupiter de l’Arcadie, de la Messénie et de l’Élide, Neptune de la Béotie et de l’Égialée, Minerve de l’Attique, toutes ces spécialités disparaissent dans la mythologie homérique. Ib. l. 7. ch. 3. p. 286-7. Questa mancanza di località ne’ caratteri ec. de’ Greci omerici, non verrebbe ella da difetto d’arte nel poeta, piuttosto che da reale uniformità di tutti i Greci di quel tempo (uniformità affatto inverisimile, trattandosi di tanti popoli, divisi di governo, e formanti in certa maniera tante diverse nazioni), come l’hanno creduto questi scrittori? (14. Ott. 1828.). In tal caso però i poemi omerici sarebbero o di un solo autore, o di autori tutti d’un medesimo paese, cosa non improbabile. Infatti essi non erano appena conosciuti nel Peloponneso al tempo di Licurgo, che li portò a Sparta, cioè portò seco rapsodi che li cantavano, dalla Ionia. (14. Ott. 1828.)

 

Note

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[1] V. p. 4256. fin.

[2] Scriveva il Chester. quelle cose circa il 1750: il Tradutt. ital. del Maff. furon pubblicati del 1720.

[3] (M. Schubarth n’a donc par remarqué qu’Homère ne chante qua la colère d’Achille et non la guerre entière de Troie? N. du R.)

[4] V. p. 4388.

[5] V. p. 4431.

[6] V. la pag. 4408. capoverso 2.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 17 gennaio 2007