Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii nterni

[4150] Satollo diminutivo positivato aggettivo da satur, quasi saturellus, o satullus, formandosi dalla desinenza in ur la diminutiva in ullus, collo stesso andamento con cui da quella in er si forma la diminutiva in ellus (puer-puellus) e forse da quella in ir quella in illus, del che per ora non mi sovvengono esempi. V. Forc. e Gloss. in satullus se hanno nulla. (Bologna. 3. Novembre. 1825.)

᾽Oρϑία ἰσχυρῶς fortemente, cioè molto, erta. Senofonte ᾽Aναβάς 1. 2. 21.

Arrampicare, rampicare, arpicare (forse piuttosto da ἕρπω, come inerpicare ec.) - rampare, ramper ec. Biancicare. Luccicare.

Variato o vaiato, svariato, disvariato, divariato per vario o vaio (Bologna. 4. Nov. 1825.) o svario, agg.

Uva-ugola. Notisi, oltre alla positivazione del diminutivo il cambiamento del v in g. I nostri antichi dissero anche uvola.

Scalprum, scalpro-scarpello coi derivati. V. i francesi e gli spagnuoli.

Rinfocolare. Razzare-Razzolare. Brancolare. Ruzzare ruzzolare. Anche i verbi desiderativi (o comunque li chiamino) si formano dai supini. Edo-esum-esurio, pario-partum-parturio, mingo-mictum-micturio.

Agiato, agiatamente, disagiato ec. aisé, aisément, malaisé ec. per agevole cioè agibilis (che corrisponde a facilis, cioè fattibile), non sono altro che participii in luogo di aggettivi, cioè actus in cambio e in senso di agibilis ec. (Bologna. 6. Nov. 1825.). Inexoratus per inexorabilis.

Burchio-burchiello. Marco, marca-marchio; marcare marchiare.

Sarda-sardella, e noi volgarmente sardone.

Tratteggiare frequentativo. Atteggiare. Tasteggiare. Aleggiare.

Adombrato neutro, per che adombra. V. la Crus. e anche aombrato. Trasognato per che trasogna.

Ghignare, sghignare - ghignazzare, sghignazzare. Svolazzare. Ammalazzato. Strombazzare.

[4151] Germer, germinare lat. e ital. - germogliare quasi germiculare o germuculare, o germinuculare. Così germoglio, quasi germiculus o germuculus, diminutivo positivato di germen, germe. - Spiccare-spicciolare, spicciolato ec. Abbrustolare, abbrustolire ec. Aggrumolare. Aggroppare-aggrovigliare.

Strida, grida, pera, mela plur. V. la Crus. Staia (sextaria).

Scricchio-scricchiolo. Nubes, nube-nuvola, nuvolo, nugolo ec. V. Crus.

Scricchiolare. Suggere-succhiare, succiare ec. Disgocciolare.

Visco, viscoso, vesco, viscus o viscum-vischio, vischioso, veschio. Lens-lenticula; lente-lenticchia, lentille franc. V. gli spagn. Inviscare - invischiare ec. invescare - inveschiare. Prezzolare. Trombettare e strombettare, coi derivati.

Sacrato per sacro, e così sacré e sagrado per sacer. V. Forc. in sacratus.

Tero is tritum-tritare ital. (V. Forcell.) - stritolare.

Al detto altrove di dicere-dicare aggiungansi i composti praedicare, dedicare ec. E notisi che sedare sebbene è della stessa famiglia che sedere, nondimeno non appartiene al nostro discorso più che fugare - fugere. Gli uni (sedare-fugare) sono attivi, gli altri (sedere-fugere) neutri. (Bologna. 13. Nov. 1825. Domenica.). Così placere-placare.

Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare.

καλεῖται δὲ κατπαχὺς μὲν τὸν ῎Aρατον ᾽Hριδανός∙ οὐδεμίαν δὲ ἀπόδειξιν περὶ αὐτοῦ ϕέρει (῎Aρατος) non porta di ciò alcuna prova. Eratostene. Catasterismi cap. 37. (Bologna. 14. Nov. 1825.)

Più tempo per del tempo come più anni per parecchi anni (plures anni) frase di classici. - V. le giunte alle mie osservazioni sui taumasiografi greci, cioè al cap. 1. col. 81. lin. 2. di Flegone; πλείονα  χρόνον ec. (Bologna, 14. Nov. 1825.). Similmente i più, le più ec. - οἱ πλέιους p.  οἱ πλεῖστοι V. le cit. osservaz. ad Antigono, cap. 127.

[4152] Πρώτο μὲν ὦν χρὴ τοῦτο γινώσχει ὅτι  ὑ μὲν ἀγαϑὸς ἀνὴρ οὐκ εὐϑέως  (idcirco, luego, non  statim, come rende il Gesnero) εὐδαίμων ἐξ  ἀναγκας ἐστίν. Archytas Pythagoreus, de viro bono et beato ap.  Stob. serm. 1. ed. Gesner. Basileae 1549. p. 13.

᾽Aγκύριον per ἄγκυρα áncora. Socrate ap.  Stob. loc. cit. p. 21. e c.2. p. 33.

Bozzo volg. - bozzolo; e bozzolo in altri significati, coi derivati. V. Crus.

Una delle maggiori difficoltà ec. consiste nella soppressione delle vocali e nel non essersi scoperta sin ad ora la regola costante per poterle supplire, dice il Ciampi parlando della lingua etrusca in generale nell’Antologia di Firenze N. 58. Ottobre 1825. p. 55. Quali regole sicure abbiamo, non per la lezione letterale ma per la grammaticale? (della scrittura etrusca). È certo che le vocali spesso son tralasciate; ma ciò facevasi egli a capriccio degli scarpellini, o per seguitare la pronunzia, ovvero per qualche regola stenografica od ortografica, come la scrittura massoretica degli Ebrei? Nulla ne sappiamo; e molto meno sappiamo in qual modo si abbiano da supplire. Ib. p. 57. Ciò serva per il mio discorso sopra la cagione della soppression delle vocali nelle scritture più antiche e più rozze e imperfette. (Bologna. 15. Nov. 1825.)

In questo (in questa) in quello (in quella) ec. avverbi di tempo. - grec. ἐν τούτῳ. Καὶ  ἐντούτῳ ἑτέρα γυνὴ προσελϑοῦσα εἶπεν.  Senofonte, Memorab. nella favola dell’Ercole di Prodico. 

Stobeo, sermone 7. περὶ ἀνδρείας de Fortitudine, ed. Gesner. Basilea 1549. p. 91. In margine: Agatarsidae (sic) Samii in 4. rerum Persicarum. Nel testo: Ξέρξης μετὰ πεντακοσίων μυριάδων ᾿Aρτεμισίῳ προσορμίσας [4153] πόλεμον τοῖς ἐρχωρίοις κατήγγειλεν. ᾽Aϑηναῖοι δὲ συγκεχυμένοι, κατάσκοπον, ἔπεμψαν ῾Hγησίλαον (in marg. ᾽Aγησίλαον) τὸν Θεμιστοκλέους ἀδελϕόν∙ καὶ περ Νεοκλέους τοῦ πατρὸς αὐτοῦ κατ᾽ ὄναρ ἑωρακότος ἀμϕοτέρας ἀποβεβηκέναι (in marg. ἀποβεβληκότα) τὰς χεῖρας. παραγενόμενος δὲ ὁ ἀνὴρ εἰς πλῆϑος τῶν βαρβάρων ἐν σχήματι Περσικῷ, Mαρδώνιον ἕνα τῶν σωματοϕυλάκων ἀνεῖλεν, ὑπολαβὼν Ξέρξην ὑπάρχειν. συλληϕϑεὶς δὲ ὑπὸ τῶν δορυϕόρων (Gesn. a satellitibus) πρὸς τὸν βασιλέα δέσμιος ἤχϑη. βουϑυτεῖν δὲ τοῦ προειρημένου μέλλοντος, ἐπὶ τὸν βωμὸν τοῦ ἡλίου τὴν δεξιὰν ἐπέϑηκε χεῖρα, καὶ ἀστένακτος ὑπομείνας ὴν ἀνάγκην τῶν βασάνον, ἐλευϑερώϑη τῶν δεσμῶν εἰπών∙ Tοιοῦτοι πάντες ἐσμὲν ᾿Aϑηναῖοι∙ εἰ δ᾽ ἀπιστεῖς, καὶ τὴν ἀριστερὰν ἐπιϑήσω. ϕοβηϑεὶς δ᾽ ὁ Ξέρξης, ϕρουρεῖσϑαι τὸν ᾽Aγησίλαον προσέταξεν. Il fatto di Regolo è stato condannato per favola; quello di Muzio Scevola potrà esserlo parimente, se non altro, col confronto di questo luogo, forse non osservato finora. (Bologna. 19. Nov. 1825.). V. p. 4193.

Mεγάλα γὰρ πρήγματα μεγάλοϑσι κυνδύνοισιν ἐϑέλει καὶ αἱρέεσϑαι Herodot. l. 7. c. 50. ap.  Stob. serm. 7. περὶ ἀνδρίας. In Erodoto si legge ἐϑέλει καταρέεσϑαι. (Bologna. 9 Nov. 1825.)

Exhaustare ec. V. Forcell. Coltare da colo. Crus.

Inhonorus - inhonoratus. V. Forcell.

Aὐτίκα per verbigrazia ec. Eschine, Dial. 2. cioè περὶ πλούτου, sect.24. bis.

Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso. (Bologna. 21. Nov. 1825.)

Analogo e confermativo [4154] di questo detto è quello di Labruyère, che più facile è far passare un’opera mediocre in grazia di una riputazione dell’autore già ottenuta e stabilita, che l’ottenere o stabilire una riputazione con un’opera eccellente.

Stefano Bizantino in ῎Iτων dice che la città d’Itone fu anche detta Σίτων Sitone.

Eschine, Dialogo 3. Assioco, sezione 8. parlando dei mali della vita nelle diverse età: καὶ τοῖς (rispetto, appetto a) ὕστερον χαλεποῖς ἐϕάνη τὰ πρῶτα παιδικὰ, καὶ νηπίων ὡς ἀληϑῶς ϕόβητρα. Il Wolfio stampò χαλεποῖς παραβαλλόμενα ἐϕάνη, e disse che in vece di παραβαλλόμενα si poteva anche supplire συγκρινόμενα o ἀντεξεταζόμενα. Il Fischer, not. 52. ed. Lips. (Aeschin. Socrat. Diall. tres) 1766. non approva il Wolfio, e dice nam Dativus ille quidni pendere a verbo ἐϕάνη possit? Fatto è che questo è un italianismo, cioè il dativo solo in vece di rispetto o appetto a. V. Forcell. in ad se ha nulla a proposito. (Bologna. 1825. 22. Nov.)

To looκ for. - aspettare (ad-spectare).

Rubacchiare. Scrivacchiare. Sforacchiare. Schiamazzare. Mormoracchiare.

Crocire-crocitare. V. Forcellini. Sorbire-sorsare. V. Crus. e Forc. e Gloss.

Vagina-gUaina, eVaginare-sgUainare ec. Spagn. vayna ec.

Sopracciglia.

Bρυττον-βρύττιον (bevanda d’orzo, birra) diminutivo positivato. Significano ambedue le voci lo stesso. Esichio. (Bologna. 27. Nov. 1825.)

Juxta meam sententiam βρύω et βρύζω idem verbum est, ut βρύω et βρύζω, βύω βύζω, μύω μύζω, ϕλύω ϕλύζω et alia. Ignatius Liebel ad Archilochi fragm.5. p. 70. ed. Vindobon. 1818.

Freno-Frenello. V. Crusca.

Plutarch. de Exil. t. 8. p. 383. ed. Reisκe: ᾽Aρχίλοχος τῆς [4155] Θάσου τὰ καρτοϕόρα καὶ οἰνόπεδα παρορῶν, διὰ τὸ τραχὺ καὶ ἀνώμαλον διέβαλε τὴν νῆσον, εἰπών.

῞Hδε ὡς ὄνου ῥάχις

῞Eστηκενὕλης ἀγρίας  ἀπιστεϕής.

(Taso era nome di un’isola aggiacente alla Tracia.) A questo frammento di Archiloco il Jacobs fa questa osservazione. ῎Oνου ῥάχις. Propter montium iuga poeta sic appellasse videtur insulam. Plurimas partium corporis appellationes ad terrarum situm et conditionem significandam translatas diligenter collegit Eustaτη. ad. Il. p. 233. seqq. quaedam schol. Sophocl. in Oed. Col. 691. conf. Σesseling ad Herod. 1. p. 35. 86. Promontorium Laconiae ὄνου γνάϑον appellatum commemorat Pausanias III. 22. p. 431. edit. Facii. Nec hoc ὄνου ῥάχις tam Archilocho proprium fuisse puto, quam potius montosarum regionum appellationem. Jacobs, Animadverss. in Anτηolog. vol. 1. par. 1. p. 165. seq. ap.  Liebel loc. cit. qui dietro, fragm. 9. p. 79. Or notisi il nostro schiena d’asino o a schiena d’asino, detto di strade ec. (Bologna 27. Nov. 1825. Domenica.)

῞Eστηκεν i. e. ἐστὶν Odyss. r. 439. περὶ κακὰ πάντοϑεν ἔστη. Chariton l. 3 c. 5. p. 52. 10. τότε γὰρ ἔτι χειμιὼν ἑστήκει, ubi vid. Dorvillium, qui ostendit hoc ve saepe pro εἰμὶ cum emphasi adhiberi, ut stare apud Latinos p. 303. Sic Horat l.2. od.9. 5. Nec stat glacies iners Menses per omnes. Cfr. ibi Mitscherlich (interprete ossia commentatore di Orazio) Liebel, loc. cit. qui sopra.

Mercari, it. mercare-mercatare, (spagn. se non fallo, mercatar), onde mercatante particip.  sostantivato, e quindi mercatantare, mercatanzia ec. e mercadante ec.

[4156] Sfallare, sfalsare, sfallire, aggiungansi al mio discorso sopra falsare ec.

Calcagna.

Sorbillo as. V. Forc.

Frega-fregola.

᾽Aλλ᾽ ἄνα per ma su, coraggio. Omero Il. i V. 247. Odyss. s. 13. ῎Aνα (su) δυσδαίμον πεδόϑεν κεϕαλὴν ἐπάειρε. Eurip.  in Troasi, v. 98. (Liebel, l. sup.  cit. p. 105. fragm.32.) - Su, orsu ec.

᾽Eπειδὴ Zεὺς πατὴρ ᾽Oλυμπίων ᾽Eκ μεσημβρίας ἔϑηκε (fece) νυκτ᾽, ἀποκρύψας ϕάς῾ ᾽Hλίου λάμποντος. Archiloch. ap.  Stob. serm. CIΧ. περὶ ἐλπίδος, ap.  Liebel. fragm.31. p. 100., loc. sup.  cit.

Καρδίης πλέως, dice Archiloco (fragm. 34. p. 110. loc. sup.  cit. ap.  Galen. Dion. Schol. Τheocr. ec.) che dev’essere un Generale, e noi diremmo, pien di cuore. Italianismo. V. i Lessici.

Dolore antico. Era frase usitata per esprimere le sventure ec. il dire che il tale giaceva in terra, cioè si voltolava tra la polvere, e Archiloco (ap. Stob., serm. 20. περὶ ὀργῆς, fragm. 32. p. 103. loc. sup.  cit.) dice: καὶ μήτε νικῶν ἀμϕάδην (ϕανερῶς) ἀγάλλεο, Mηδὲ νικηϑεὶς ἐν οἴκῳῳ καταπεσὼν ὀδύρεο. Aristofane, Nub. v. 126. ᾽Aλλ᾽ οὐδ᾽ ἐγὼ μέντοι πεσών γε κείσομαι i.e. ἀϑυμήσω (Liebel, loc. sup.  cit. p. 106. ad fragm. 32.) Archiloco medesimo (fragm. 33. p. 107. ap.  Stob. serm. 103.) volendo dire uomini sventurati e calamitosi, dice: ῎Aνδρας μελαίνῃ κειμένους ἐπὶ χϑonί. Presso Omero (Il. s 26.) Achille udita la morte di Patroclo si gitta in terra, e così Priamo per quella di Ettore; ed Ecuba (nell’Ecuba di Sofocle o di Euripide v. 486.496.) sta prostesa in terra piangendo le sventure sue e dei suoi, e Sisigambe madre di Dario, udita la morte di Alessandro, si gittò in terra. Curt. Χ. 5. p. 4243.

[4157] ῎Aλλ᾽ ἔνι λόγος (ratio docet) καὶ σὺν ταύτοις (con tutto questo, ciò non ostante, con questo) παρίστασϑαι τῷ fίlῳ καὶ πατρίδι συγκινδυνεύειν. Epictet. Enchirid. c.39. Κòn σὺν ταύτοις (e se contuttociò) ἐλϑeῖn κaϑήκῃ, ϕέρε τὰ γινóμενα. Ib. cap. 52. (Bologna 3. Dic. Festa di S. F. Saverio. 1825.)

Roma, la prima e più potente città che sia stata al mondo, è stata anche l’unica destinata e quasi condannata a ubbidire a signori stranieri regolarmente, e non per conquista nè per alcuno accidente straordinario. Ciò negli antichi tempi, sotto gl’Impp.  (Traiano, Massimino ec. ec.), e ciò di nuovo ne’ moderni sotto i Papi (moltissimi dei quali furono non italiani), e l’una e l’altra volta ciò passò in costumanza ed ordine fondamentale dello Stato, cioè che il Principe di Roma potesse essere non romano e non italiano. Così la prima città del mondo, e così l’Italia, prima provincia del mondo, pare per una strana contraddizione e capriccio della fortuna essere stata (nel tempo medesimo del maggior fiorire del suo impero, sì del temporale e sì dello spirituale) condannata a differenza di tutte le altre ad una legittima e pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi conquista. (Bologna 1. Dec. 1825.)

Onestato per onesto. Crus. Curato, curè ec. per che cura, participio sostantivato.

Causado per que causa. Divertido per que divierte.

Laurus-laurel. (spagn.).

Σκύτος o σκύτη ec. - σκυτὶς. κύρτη-κυρτὶς. κιϑάρα κίϑαρις.

[4158] Eustaτηius Odyss. ε t. 3. p. 1542. ed. rom. ubi docet τρὶς in compositis multitudinem πολὺ, πολλάκις, ἄγαν significare, ad quod illustrandum Archilochi hunc locum adfert (Θάσον δὲ τὴν τρισοϊζυρὴν πóλιν), et per λίαν ὀϊζυρὰν explicat. Item t. 1. p. 725. Sic et Virgil. O ter quaterque beati. Et poeta Germanus: O dreymal glücκliches Land! Liebel, loc. sup.  cit. fragm. 92. p. 202. Così τρισιόλβιος, τρισμάκαρ ec. ec. (Bologna, 6. Dic. 1825.). Francesismo.

Perocchè (l’uomo) non era servo se non di Dio, il quale doveva amare con tutto il cuore, senza altro compagno. Cavalca Specchio di croce, capit.4. verso il fine, ediz. di Brescia, 1822. p. 13.

Uomo pesato cioè considerato ec. Crus. e v. la Crus. veron. in posato. Riposato, posato. V. la Crusca. Riserbato ib. Perversato per perverso.

Spiare-spieggiare. Sortire-sorteggiare. Stormeggiare, stormeggiata.

Divenire-diventare (da ventum sup.  di venio). Cupio cupitum-cupitare, covidare, convitare (Crus.), convoiter ec. v. gli spagn. Pervertire-perversare. V. Crus. in perversare e perversato.

FaVola-faola-fola.

Invaghire-invaghicchiare.

Notasi che gli antichi greci diedero spesso il nome di πóλις a regioni e paesi. Πάρος, νῆσος, ἣν καὶ πóλιν ᾽Aρχίλοχος αυτὴν καλεῖ ἐν ἐπῳδοῖς. Steph. Byz. voc. Πάρος. Insulas et regiones etiam πóλεις ab auctoribus dictas esse, observat Strabo l. 8. p. 546. Στησίχορος δὲ καλεῖ πóλιν τὴν χώραν Πίσαν λεγομένην, ὡς ὁ ποιητὴς τὴν Λέσβον Mάκαρος πóλιν. Eυριπίδης ἐν ῎Iωνι∙ Eὔβοι᾽ ᾽Aϑήναις ἐστὶ τις γείτων πóλις. κτλ. quae vid. Cf. ibid. Casaub. not. 2. Sic et insula Cos Il. β, 676. et Lemnus, Od. ϑ [4159] 284. ab  Homero nominatur. Ipse Archilochus fragm. 92. (Θάσον δὲ τὴν τρισοϊζυρὴν πóλιν, ap.  Eustath. Od. e t. 3. p. 1542. ed. Rom.) insulam Τhasum πóλιν dicit. Lysias contra Andocid. ἔπειτα δὲ καὶ διώχληκε πóλεις πολλάς ἐν τῇ ἀποδημίᾳ. Σικελίαν, ᾽Iταλίαν, Πελοπóννησον κ. τ. λ. Aristides de Neptuno t. 1. p. 20. ed. Jebbii Oxon. 1722. καὶ πóλεις δὲ ἐπολίσατο toῖς άνϑρώποις, ἃς καὶ νήσους νυνὶ καλοῦμεν Aeschil. Eὐμεν. 75. insulas περιῥῤύτους πóλεις vocat. Sic Propert. l. 3. el. 9.16. observante Huschκe Miscell. philol. P.  1. p. 24. Praxitelem Paria vindicat urbe lapis. - Liebel loc. sup.  cit. fragm. 76. p. 179-80. Simili cause, simili effetti: tempi simili, costumi simili, e lingua e parole sempre analoghe ai costumi. Questo chiamar città i paesi, probabilmente derivò dal modo in cui vivevano gli uomini prima delle prime città; già bastantemente civili, bastantemente riuniti insieme, ma non però tanto da far città in corpo, bensì borghi, e villette in gran numero, occupanti gran tratto di paese. Tutto questo tratto si dovette da principio chiamar πóλις, onde poi fu trasferita la significazione a città (quando cioè le città vi furono), e non già viceversa. Questi erano i tempi in cui Atene non era altro che quattro (Plutar. in Τhes. Euripid. Heraclid. 81.), o 11. (Steph. Byz. ᾽Aϑῆναι) o 12. (Τheophr. Charact. c.26. fin. in addition. ex ms. Vat.) borgate sparse per l’Attica, poi riunite da Teseo, (v. Meurs. in Τheseo) e chiamate con un solo nome Atene; e Mantinea similmente in Arcadia ec. Ora sappiamo dalla storia che lo stesso modo di abitare a borgate si usò nei bassi tempi; allo stesso modo poi, crescendo la nuova civiltà, le città si formarono (v. Robertson, introduz. alla [4160] Stor. di Carlo V), ed appunto allo stesso modo, troviamo negli antichi fino al 500, ec. le città chiamate generalmente con nome di terre, voce significativa propriamente di paesi, nel qual modo si chiamano anche oggi nello scrivere con eleganza, eziandio le città grandi, in volgar comune e favellato, i castelli, e i così detti paesi. Così in francese anche oggi pays per città, benchè proprio nome di regione. (V. del resto i Diz. franc. e spagn. e ingl. ec. in Terra ec. e nei nomi di città, e così Forcell. Gloss. ec. Da terra per città, terrazzano p.  cittadino. ec.) Cosa che anche conferma la mia opinione sopra il vero primitivo significato di πóλις. (Bologna. 1825. 9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa.)

Tiglio-tilleul.

Selva per albero cioè per lauro. Petr. Sestina 1. stanza 6. E per legno, ib. chiusa. Sentido per que siente, (così risentito ec.), e quindi sostantivato per sentimento, senso. Esclarecido. V. i Diz. spagn.

Pausar spagn.

Sentimenta.

Aerugo o rubigo o robigo-rouille.

᾽Hττημένη τoῖς πρώην ἡ τύχη καϑ᾽ ἕνα τών άγώνων προσϕέρουσα, νῦ τι καινòν ἐτεχνάσατο κaϑ᾽ ἡμῶν. Severus Sophista Alexandrinus in Ethopoeiis editis a Galeo in libello cui tit. Rhetores selecti nempe cum Demetrio περὶ ἑρμηνείας ec. Oxon. 1676., Ethop. 3. pag. 221. Il genitivo per l’accusativo. (Bologna. 16. Dic. 1825.)

Summittere per mandare in alto; o vero submittere. V. Forcell.

Marceo o marcesco, marcitum; marcire, marcito marchitar spagn.

Siccome ad essere vero e grande filosofo si richiedono i naturali doni [4161] di grande immaginativa e gran sensibilità, quindi segue che i grandi filosofi sono di natura la più antifilosofica che dar si possa quanto alla pratica e all’uso della filosofia nella vita loro, e per lo contrario le più goffe o dure, fredde e antifilosofiche teste sono di natura le più disposte all’esercizio pratico della filosofia. Sommo filosofo fu il Tasso pei suoi tempi quanto alla contemplazione. Ma chi meno di lui disposto per natura alla pratica della filosofia? chi più disposto anzi alla pratica delle dottrine più illusorie, di quelle dell’entusiasmo ec.? E infatti chi meno filosofo di lui nella pratica, e nell’effetto che gli accidenti della vita producevano nel suo spirito? Viceversa chi meno filosofo in teoria che certi spensierati e imperturbabili e sempre lieti e tranquilli uomini, che pur nella pratica sono il modello e il tipo del carattere e della vita filosofica? Veramente, siccome la natura trionfa sempre, accade generalmente che i più filosofi per teoria, sono in pratica i meno filosofi, e che i men disposti alla filosofia teorica, sono i più filosofi nell’effetto. E si potrebbe anzi dire che la mira, l’intenzione e la somma della filosofia teorica e de’ suoi precetti ec. non consiste effettivamente in altro che nel proposito di rendere la vita e il carattere di quelli che la posseggono, conforme a quello di coloro che non ne sono capaci per natura. Effetto che ella difficilmente ottiene. (Bologna. 20. Dic. 1825.)

Bebido per que ha bebido. Estar reóidos. Lucido per luciente, spagn.

ProVidens-prUdens.

Niκίaς δ᾽ ὁ ζωγράϕος καὶ τοῦτο εὺϑὺς ἕλεγεν εἶναι τῆς γραϕικῆς [4162] τέχνης οὐ μικρòν μέρος, τῷ λαβóντα ὕλην εὐμεγέϑη γράϕειν. Demetr. de Elocut. sect. 76. ed. Gale p. 53. (Bologna. 22. Dic. 1825). Eὐϑὺς οὖν πρώτη ἐστὶ χάρις ἡ ἐκ συντομίας. Ib. sect. 137. p. 85. (24. Dic. 1825.)

Gradito, aggradito ec. per gradevole, grato. (25. Dic. dì del S. Natale. 1825.)

Favorito per favorevole. V. le Giunte Veron. alla Crus. in Favoritissimo, e la Crus. in Favorato per prospero. Scaltrito da scaltrire per scaltro. Scalterito; scalteritamente o scaltritamente per scaltramente ec.

Degnò mostrar del suo lavoro in terra. Petr. Canz. Gentil mia donna, l’veggio, stanza 2. v. 3. (27. Dic. Festa di S. Giovanni Evangelista. 1825. Bologna.)

Comparatus per par, comparabilis. V. Forc. Crus. ec.

Demetrio περὶ ἑρμηνείας, sect. 240. ed. Gale, Oxon. 1676. p. 134 ϕιλοϕρóνησις γὰρ tiς βούλεται εἶναι (vuol essere, cioè dev’essere) ἡ ἐπιστολὴ σύντομος. Id. sect.2. p. 2. βούλεται (vogliono cioè debbono) μέντοι διάνοιαν άπαρτίζειν τὰ κώλα ταῦτα. (Bologna. 28. Dic. 1825.). V. la per seg. capoverso 8. e qui sotto e p. 4224.

Al detto di ϑέλειν o ἐϑέλειν per potere ha attinenza il nostro malvolentieri per difficilmente (Crus.) e volentieri per facilmente (Giunte Veronesi).

῾Aπλοῦν γὰρ εἶναι βούλεται (vuole cioè dee) καὶ ἀποίητον τὸ πάϑος. Demetr. de elocut. sect. 28. p. 22. (Bologna. 31. Dic. 1825.)

Onde per dove, quo. Petr. Son. Occhi piangete, v.6. (Bologna 1. del 1826.)

Crates, grata, grada-graticcio, graticcia, gradella, graticola, ingraticolato, craticcio (Crus. Veron.) ec. V. Forc. in craticula, i franc. spagn. ec.

Éploré per qui plorat da s’épleurer. Zélé per qui zèle, zelante. Homme réfléchi o irréfléchi.

Così avestu riposti De’ bei vestigi sparsi. Petr. Canz. Se ‘l pensier che mi strugge. Stanz. 5. v.7. 8. Smoccare (Crus. Veron.) - Smoccolare, coi derivati.

Boves, bovi - buoi.

Che cosa è la vita? Il viaggio di un zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate [4163] per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere. (Bologna. 17. Gen. 1826.)

Homme réservé. Riservato. V. gli spagn. Enjoué. Cabalgado per que cabalga o que està a caballo.

Torso-torsolo. Bitorzo-bitorsolo, bitortolato, bitortoluto.

Incrociare-incrocicchiare ec.

Segnalato, señalado, signalé per da segnalarsi o che si segnala o si è segnalato ec. coi derivati. Valido per que vale appresso qualcuno ec. V. i Diz. Desvalido.

Παραϕυλακτέον δὲ (cavendum) καὶ τὸ παραλλήλους τιϑέναι τὰς πτώσεις (pares casus) ἐπὶ διαϕόρων προσώπων∙ άμϕίβολο (anceps, dubium) γὰρ γίνεται τὸ ἐπὶ τίνα ϕέρεσϑai, a chi riferire i detti casi. Τheo sophist. Progymnasm. 2. hoc est de narrat. ed. Basileae 1541. p. 36. L’infinito usato in modo affatto italiano. (Bologna. 24. Gen. 1826.). V. p.  seg. capoverso 3.

Hombre o cosa arriesgada, arrischiato, arrisicato ec. per rischioso o che si arrischia. V. i francesi in hasardé ec. Agiato per pigro, cioè che opera ad agio, che si adagia ec.

Affettato, affecté ec. per che affetta, o che ha affettazione.

Alla p. 4162. capoverso 5. ᾽Eν μὲν τοῖς ἐgκωμίοις καὶ ψóγοις ϕροντιςτέον καὶ ποοιμίων, ἐπὶ δὲ τοῦ τόπου (in loco communi) ἐπίνοια τοιαύτη τὶς εἶναι βούλεται (absolute) ὥστε ἀποκοπὴν εἶναι δοκεῖν, καὶ μέρος λóγου ἑτέρου προειρημένου. In laudando et vituperando, ne exordia quidem negligenda, loci vero huiusmodi quaedam est consideratio, ut amputatum quiddam videatur, atque pars orationis alterius iam habitae. (versio Joachimi Camerarii). Τheo sophista, Progymnasm. 5. de loco communi, ed. Basileae 1541. p. 71. (30. Gen. 1826. Bologna.). V. p. 4212. fin.

Gli spagnuoli dicono mas ridondante o vero per niuno come noi altro. Sin mas oro ni mas seda, cioè senza punto d’oro nè di seta. Augustin de Roxas, Viage entretenido. (Bologna. 1. Feb. 1826.)

Il genitivo per l’accusativo Epitteto cap. 70. ἐπίσπασαι ψυχροῦ ὕδατος, piglia una boccata d’acqua fresca.

[4164] Avenido, estar avenidos ec. per conveniente, concorde, avvenente ec. V. i Diz. Visto spagn. per avveduto ec. Terencio fuè mas visto en los preceptos (poco sotto dice: Porque en esto Terencio fuè mas CAUTO). Lope de Vega, Arte nuevo de hacer comedias. Négligé, Desabrido. ConGiacomo sigliato, sconsigliato, bene o mal consigliato.

Spessissimo noi, come un malato, un convalescente, che si cura, un povero che si procaccia il vitto con gran fatica, usando una infinita pazienza per solo conservarci la vita, non facciamo altro che patire infinitamente per conservarci, per non perdere, la facoltà di patire, ed esercitar la pazienza per preservarci il potere di esercitarla, per continuarla ad esercitare. (Bologna. 4. Feb. 1826.).

Alla p. 4163. capoverso 5. Analogo è questo luogo del medesimo Teone, Exempl. progymnasm. chria 1. p. 116. ἐν taῖς ἀποβολαῖς τών παίδων καὶ τών ἀναγκαιοτάτων, oὗ (ubi) πολλάκις τὸ πάϑος μεῖζον ἢ ϕέρειν V. p. 4190. 4299.

Homme mésuré, misurato, smisurato, mesurado, desmedido ec. V. i Diz.

Affidato, sfidato per che si affida o sconfida ec. Confiado, desconfiado ec. Desasosegado. Resentido.

Coyuntar, descoyuntar da coniunctus, come juntar ec. V. i Diz. Compulser, expulser.

Aὺτῶν δέ γε τῶν ὑποϑήκων (monitorum) τάς μὲν ἐν γράμμασι, τάς δὲ ἀπὸ στόματος οὑτοσὶ (così ridondante, della qual frase, altrove) πρὸς τοὺς συνόντας εἰπὼν, ἐν μνήμῃ κατέλιπε (᾽Iσοκράτης). Τheo sophist. Exempl. progymnasm. chria 3. sub init. ed. Basil. 1541. p. 129-30.

Tίς οὐκ ἂν ϑαυμάσειε πρὸ τῶν ἄλλων εὐϑὺς τὴν άλήϑειαν (primum ante cetera veritatem huius sententiae Isocratis). Τheo, loc. sup.  cit. p. 130.

Tί δὲ ϑαυμαστòν εἰ προσδεῖται πóνων ἐκείνη (ἡ παιδεία), μηδὲ τῶν ἐλαττóνων ἄνευ ταλαιπωρίας ἐϑελóντων περιγίνεσϑαι. Ib. p. 137.

Dilatado per latus, v. p. 4167. come éloigné per lontano: dénué, assuré, rapproché, reculé, varié, prématuré, approfondi, élevé, prolongé, rembruni, azuré, rafiné, arrondi, infecté, participii in luogo di aggettivi.

᾽Eν ἄλλοις τε οὐκ ὀλίγοις, καὶ oὺχ ἥκιστα τοῖς πρώτοις τῆς ᾽Iλιάδος εὐϑὺς. Ib. sentent. 2. p. 151.

Malinteso per male, cioè poco, intendente. V. i franc. ec. Homme etc. recherché. oétvnnvnnvn

῎Hκουε γὰρ ἴσως (õ Χρύσης) τὴν περὶ τῷ γύναιον (τῆς Bρισήϊδος) τοῦ βασιλέως (᾽Aγαμέμνονος) σπουδήν. Τheo loc. sup.  cit. Destruct. p. 152. V. p.  seg. e p. 4166.

Tῶν ἀπολωλóτων, τὸ ἐκείνου μέρoς, che erano periti, per la sua parte, cioè per quanto era in lui. Ib. Assert. 1. p. 158 V. p. 4166.

[4165] Sperimentato, experimentado, expérimenté, inexpérimenté, esperimentato, inesperimentato ec. per che ha o non ha sperimentato. V. anche provato nella Crusca. Circospetto per qui circumspicit. V. Forc. Gloss. i francesi spagnuoli ec.

Risentire-risensare. V. Crusca.

῞Ωστε καὶ eἰκóτως σιγᾷ τὴν πρώτην, καὶ μετὰ τοῦτο ϕϑέγγεται. Τheo, loc. sup.  cit. Assert. 2. p. 164. Alla prima. Tὴν πρώτην per da prima, da principio ec. è usato dallo stesso anche Loc. commun. 1 p. 171. V. p. 4211.4226. (Bologna 16. Feb. 1826.)

Oὕτως ἰὼν (andando, procedendo, cioè governandosi, adoperando) σωϕρóνως (prudentemente, saviamente) ὁ βασιλεὺς, ὑπερεῖδε τῆς ἰκετηρίaς (ὁ ᾽Aγαμέμνων τοῦ Χρύσου). Ib. p. 162. Itaque considerate progressus rex, supplicationem illam despexit. (Versio Camerarii.). V. p. 4464.

Alla p. 4164. capoverso penult. Così anche Loc. commun. 1. p. 172. lin.2.

Sbadato coi derivati per che non bada, non suol badare. Accorto, avveduto, malaccorto, malavveduto, inaccorto ec. disavveduto. Saporito per saporoso.

Mulina plur. V. le Giunte Veronesi alla Crusca. Le fata, le fondamenta, le pera ec. le prestigia. V. Monti Proposta, in questa voce. Le uova.

Κεῖνος ϕέριοστος ὅστις ἀγνοεῖ βροτῶν

῾Ως ἕστι ἐξaμαρτóντα μὴ δοῦναι δίκην:

Χείριστς δ᾽ ὁ μεἀίsτην ἐξουσίσν λαβώνν.

(Nέωντα δ᾽ οὐδεὶς ὅστις οὐ δοκεῖ βροτῶν. Simonid. ap.  Stob.). (18. Feb. 1826.)

Diminutivi positivati. Chiovo-chiovello coi derivati, chiavo-chiavello coi derivati, chiavare-chiavellare ec. Sommeil, soleil, (somniculus, soliculus), e simili.

Spe-cu-lum - spe-gli-o - spe-cchi-o. Ventricolo - ventriglio. Ratto per rapido è il lat. raptus da rapio (v. questi pensieri p. 2789.), e vale qui rapit in senso att. o neutro, ed è un participio aggettivato.

Idolum aliquandiu RETRO (qualche tempo addietro) non erat. Tertull. de Idololat. c. 3. V. Forc. ec. (Bologna 19. Feb. Domenica 2. di Quaresima. 1826.) [4166] Vinco-vinciglio. Avvincere - avvinchiare, avvinghiare, avvincigliare.

Alla p. 4164. capoverso ult. ᾽Eλεεῖσϑαι ἀξιοῖς παρὰ τούτων oἵ, τὸ σòν μέρος, οὐκ εἰσί; (non esistono più, cioè sono periti). V. p. 4211.

῎Aϑλιος vale a un tempo infelice, e malvagio, del che altrove. Non solo noi (Tanto è lungi che ec.) non possiamo sapere nè anche sufficientemente congetturare tutto quello di cui sia capace, aiutata da circostanze favorevoli, la natura umana in universale, ma eziandio di un solo individuo, o passato o presente o futuro, noi non possiamo sapere esattamente nè congetturare quanta estensione, in circostanze appropriate, avessero potuto o pur potranno acquistare le sue facoltà. (Bologna. 21. Feb. 1826.).

Aὐτίκα in principio di periodo ec. del che altrove. Teone Sofista, loc. sup.  cit. Comparat. 2. h. e. Achillis et Diomedis, initio, p. 204. lin.1. (Bologna. 22. Feb. 1826.)

Scempio-scempiato, coi derivati.

Fugio-fugito. V. Forcell.

Diminutivi greci positivati. ἄρνος-ἄρνειον (come in ital. agnello, e agneau ec.).

Alla p. 4164. capoverso penult. Così in Proposito p. 221. lin.4 a fin. e 225. lin.3. τὸ γύναιον per moglie semplicemente.

Ventolare att. e neutro. Sventolare. Bezzicare. Bazzicare.

Altro per alcuno, niuno. V. Crus. in Fare contrappunto.

Conto, sincope di cognitus, per conoscente, ammaestrato ec. V. la Crus. ed anche acconto. Sparuto per sparvente poichè in origine non è che il contrario di parvente, appariscente, vistoso ec.

Fondamenta.

Concordato per concorde, o concordante, coi derivati. Accordato, discordato, scordato per che scorda, scordante. V. Crus. Riguardato per che ha riguardo.

Frettoloso. Freddoloso. Meticulosus. Formidolosus. Fraudulentus. Frauduleux. Turbulentus. Truculentus. Succulentus.

Tigna, tinea-tignuola. Aranea-araneola ec.

Alla p. 4145. lin.1. Ciò è riferito da Luciano adversus indoctum plures libros ementem, dove narra anche di un’altra compera simile, che fa anche più al caso di esser paragonata con quelle che fanno i curiosi inglesi di oggidì.

[4167] Voveo-votum-votare, ital. V. Forcell. spagn. ec. Transire-transitare.

Senza altrimenti (cioè punto, in niun modo) ordinare sua famiglia. Vit. SS. PP.  nelle Giunte Veronesi v. In trasatto.

Cutretta-cutrettola. Costa lat. e ital. costola. Ragnolo, ragnuolo.

Indefessus, indefesso ec. per infaticabile. V. anche Forcell. in indefatigatus, infatigatus ec. (Bologna. 4. Marzo. 1826.). Rilevato, relevé per alto. Inexhaustus ec.

Alla p. 4164. capoverso 9. Così étendu nello stesso senso; disteso, distesamente ec. E v. l’es. di Dante e del Tasso nella Crusca in Dilatato.

Sbevazzare.

Fare con accusativo di tempo, per passare, vedi la Crusca. - Schol. Euripid. ad Hippolyt. v. 35. ἕϑoς γὰρ τοῖς ἐϕ᾽ αἵματι (ob caedem patratam) ϕεύγουσι (exulantibus) ἐνιαυτòν ποιεῖν ἐκτòς τῆς πατρίδος. V. p. 4210. fin. Serpere lat. e ital. - serpeggiare. Pasteggiare cioè far pasti ec.

Riferisce Cicerone de Divinat. un detto di Catone che egli si maravigliava come l’uno aruspice scontrandosi coll’altro si tenesse dal ridere. Applichisi questo detto ai Principi nei loro congressi, e massimamente in quelli degli ultimi tempi. (Bologna. 6. Marzo. 1826.)

Scappare-scapolare.

Curvatus per curvus. Virgil. nella descrizione del turbo giuoco dei fanciulli. V. Forcell.

Molti divengono insensibili alle lodi, e restano però sensibili al biasimo ed al ridicolo, sensibilità che essi perdono assai più tardi o non mai. E ben più difficilmente si perde questa sensibilità che quella. Certamente poi niuno si trova che essendo sensibile alle lodi, sia insensibile ai biasimi, alle censure, alle male voci o calunnie, ai motteggi; bensì viceversa si trovano molti. Tanto, anche nelle cose puramente sociali, la facoltà di provar piacere è nell’uomo più caduca e più limitata che quella di sentir dispiacere. (Bologna. 9. Marzo. 1826.)

[4168] Pece-pegola, impegolare ec.

Maledetto, esecrato, odiato, abbominato, abborrito ec. per degno di maledizione ec., o che suole essere maledetto ec. e v. Forcell. E per contrario amato, desiderato, sospirato ec.

Alla p. 4137. L’uomo tende ad un fine principale e unico. Ogni suo atto volontario o di pensiero o d’opera è indirizzato a questo fine. Questo fine è dunque il suo sommo bene. E questo sommo bene che è? Certamente la felicità. Sin qui tutti i filosofi sono d’accordo, antichi e moderni. Ma che è, ed in che consiste, e di che natura è la felicità conveniente e propria alla natura dell’uomo, desiderata sommamente e supremamente, anzi per verità unicamente, dall’uomo, cercata e procacciata continuamente dall’uomo? Che cosa è per conseguenza il sommo bene dell’uomo, il fine dell’uomo? Qui non v’è setta, non v’è filosofo, nè tra gli antichi nè tra i moderni, che non discordi dagli altri. Sonovi alcuni che si maravigliano di tanta discordia dei filosofi in questo punto, dopo tanta loro concordia nel rimanente. Ma che maraviglia? Come trovare, come determinare, quello che non esiste, che non ha natura nè essenza alcuna, ch’è un ente di ragione? Il fine dell’uomo, il sommo suo bene, la sua felicità, non esistono. Ed egli cerca e cercherà sempre sommamente ed unicamente queste cose, ma le cerca senza sapere di che natura sieno, in che consistano, nè mai lo saprà, perchè infatti queste cose non esistono, benchè per natura dell’uomo sieno il necessario fine dell’uomo. Ecco spiegate le famose controversie intorno al sommo bene. Il sommo bene è voluto, desiderato, cercato di necessità, e ciò sempre e sommamente anzi unicamente, dall’uomo; ma egli nel volerlo, cercarlo, desiderarlo, non ha mai saputo nè mai saprà che cosa esso sia (le dette controversie medesime ne sono prova); e ciò perchè il suo sommo bene non esiste in niun modo. Il fine della natura dell’uomo esisterà forse in natura. Ma bisogna ben distinguerlo dal fine cercato [4169] dalla natura dell’uomo. Questo fine non esiste in natura, e non può esistere per natura. E questo discorso debbe estendersi al sommo bene di tutti gli animali e viventi. (11. Marzo. Vigil. della Domenica di Passione. 1826. Bologna.)

L’uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Nè esso, nè la vita, nè oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. - Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica. L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, nè il bene dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. Gli esistenti esistono perchè si esista, l’individuo esistente nasce ed esiste perchè si continui ad esistere e l’esistenza si conservi in lui e dopo di lui. Tutto ciò è manifesto dal vedere che il vero e solo fine della natura è la conservazione delle specie, e non la conservazione nè la felicità degl’individui; la qual felicità non esiste neppur punto al mondo, nè per gl’individui nè per la specie. Da ciò necessariamente si dee venire in ultimo grado alla generale, sommaria, suprema e terribile conclusione detta di sopra. (Bologna 11. Marzo. 1826.)

Negletto, contemptus (v. Fedro, fab. Calvus et musca), spregiato, dispregiato o disprezzato ec. ec. per dispregevole. Implacato per implacabile. V. Forc. ec. Provvisto per che provvede o ha provveduto, del che altrove. V. Monti Proposta, in provvisto, dove nel 2do esempio trovi anche avvisato in senso simile.

Puretto diminutivo positivato, aggettivo per puro, come pretto. V. Crusca.

[4170] Inconcusso per inconcutibile. V. Forc. ec. Inaccessus, inaccesso ec. per inaccessibile. Rampare; radice di rampicare, di cui altrove. V. Monti Proposta, v. rampare. Fastello, affastellare ec. diminutivi positivati da fascio per peso. Cespo-cespuglio. Vituperato per vituperoso, ec. o degno di vitupero, di esser vituperato, vituperevole ec. V. la Crus. non solo nel §. 2. ma in tutti gli altri esempi.

Poco restò per poco mancò o manca ec. V. Monti Proposta, in Restare.

Πῖλος-πιλίον, σάνδαλον-σανδάλιον, τρίβών-τριβώνιον, ὅρκoς-ὅρκιον.

Corona-corolla, lat. diminut. come da asinus, asellus, ec.

Abbreviato per breve.

Febbricare o febricare per febricitare. V. Crus. in febbricare, febbricante, febricante ec. Sembra esser la radice di febricito. V. Forc. Erpicare per inerpicare o inarpicare. Crus.

Per poco è o fu ec. che non. V. Dante Inf. c. 30.

Rocco-Rocchetto. V. Monti Proposta, v. Rocco. Pelliccia da pellicula per pelle di animali ec. V. i franc. spagn. ec. Benda - bandeau. Floccus-flocon. Linon.

Infamato per infame. Crus. Incolpato per incolpabile o per colpevole ec. V. Crus. e Monti Proposta v. Incolpato, e nella Bibliot. ital. Dial. di Matteo, Taddeo ec. Temuto, formidatus, paventato ec. per formidabile, massime in poesia.

σομάτιον p.  σῶμα. Ateneo l.4. p. 178 E. ed. Commelin. 1598.

Praetexo, praetextum-prétexter. Eximo, exemptum exempter.

Alla p. 4145. lin.4. Quin et factitii canes ad fores collocati; quales illi quos ex auro et argento fabricarat Vulcanus Odyss. 7. 93. Δῶμα ϕυλασσέμεναι μεγαλήτορος ᾽Aλκινóοιο Domum ut custodirent magnanimi Alcinoi. Quod Romanis etiam in more fuisse docet Petronius Arbiter, c. 29. p. 104. ed. Burman. Non longe, inquit, ab ostiarii cella canis ingens catena vinctus in pariete erat pictus, superque quadrata litera scriptum: Cave, Cave Canem. Feithius, Antiquitat. Homericar. lib. 3. c. 11. §. 2. Uso conservato dai moderni. V. p. 4364. (20. Marzo. Lunedì Santo. Bologna. 1826.)

Rinegato, renegado ec. per che ha rinegato. Homme déterminé. Pensées, o idées suivies, per qui se suivent, conséquentes, conseguenti le une dalle altre. [4171] Raisonnement suivi etc.

La civiltà moderna non deve esser considerata come una semplice continuazione dell’antica, come un progresso della medesima. Questo è il punto di vista sotto cui e gli scrittori e gli uomini generalmente la sogliono riguardare; e da ciò segue che si considera la civiltà degli Ateniesi e dei Romani nei loro più floridi tempi, come incompleta, e per ogni sua parte inferiore alla nostra. Ma qualunque sia la filiazione che, istoricamente parlando, abbia la civiltà moderna verso l’antica, e l’influenza esercitata da questa sopra quella, massime nel suo nascimento e nei suoi primi sviluppi; logicamente parlando però, queste due civiltà, avendo essenziali differenze tra loro, sono, e debbono essere considerate come due civiltà diverse, o vogliamo dire due diverse e distinte specie di civiltà, ambedue realmente complete in se stesse. Sotto questo punto di vista, diviene più che mai utile e interessante il parallelo tra l’una e l’altra. E veramente l’uomo e le nazioni sono capaci, come di stato selvaggio, di barbarie, di civiltà, tutti stati ben distinti tra loro per genere, così di diverse specie di civiltà, distinte non solo per semplici nuances, come quelle che distinguono ora la civiltà presso le diverse nazioni colte, ma per caratteri speciali, essenziali, determinati dalle circostanze, e spesso e in gran parte dal caso. Ed è quasi impossibile, come il trovare due fisonomie perfettamente uguali, benchè tutti sieno generati in uno stesso modo, così il trovare in due popoli qualunque, (o in due tempi) che non abbiano avuto grande ed intima relazione scambievole, una civiltà medesima, e non due [4172] distinte di specie. - Intendo per civiltà antica, e per termine di comparazione colla moderna, la civiltà dei Greci e dei Romani, e dei popoli antichi da essi governati e civilizzati, o ridotti ai loro costumi. - Può servir di preliminare ad una Comparazione degli antichi e dei moderni. (Bologna. Martedì Santo. 1826. 21. Marzo.)

Mando, mansum-mansare corrotto in mangiare, manger, manjar. V. Forc. e Gloss. Manducare (che noi dicemmo anche manicare, quasi mandicare) sembra un frequentativo di mandere, come fodicare di fodere ec. Credo però che l’u di manduco sia lungo. Del resto dello scambio dell’u coll’i, ho detto altrove.

Colpire-colpeggiare. En métaphysique, en morale, les anciens ont tout dit. Nous nous rencontrons avec eux, ou nous les répétons. Tous les livres modernes de ce genre ne sont que des redites. Voltaire, Dict. philosoph. art. Emblème. (Bologna. Giovedì Santo. 1826. 23. Marzo.).

Eruca-ruchetta, roquette ec. Falco-faucon, falcone ec. Nepita o nepeta lat. nepitella, nipitella.

Entortiller. Naziller. Bouillir-bouillonner.

Maereo o moereo - moestus o maestus per maerens.

Attorcere - attorcigliare, attortigliare, intorticciato. Squartare- écarteler.

Et qui rit de nos moeurs ne fait que prévenir Ce qu’en doivent penser les siècles à venir. M. de Rulière, Discours en vers sur les Disputes, rapporté par Voltaire Dict. phil. au mot Dispute.

Dieu puissant! permettez que ces tems déplorables Un jour par nos neveux soient mis au rang des fables. Ibidem.

Corata-coratella, curatella, coradella ec.

Grattare-grattugiare. Sciorinare verbo diminut. V. Monti Proposta.

Macinare, macerare, macina-maciullare, maciulla. Spilluzzicare (da spelare).

Sarmata, stando all’etimologia del nome, significa carrettiere da ἅρμα, che in greco vuol dir carro, ed aggiuntavi l’aspirazione sarma. Dal non aver usato que’ popoli (dell’alto ed ultimo settentrione dell’Europa e dell’Asia) abitazioni fisse, per aver avuto case traslocabili come specie di carri, [4173] furono da’ Greci chiamati Sarmati. Ciampi, nell’Antolog. di Firenze. Febbraio 1826. num. 62. p. 28. not. 6. (30. Marzo. 1826. Bologna.)

Piaggia, spiaggia, diminutivi positivati di plaga, da plagula, come nebbia da nebula, ec. ec.

Elevato, sollevato, per alto. V. Crus. in Elevatissimo e Sollevatissimo.

A voler che uno possa esser buon comico o buon satirico, è di tutta necessità che questo tale sia, o sia stato degno di satira e di commedia, e ciò per non poco tempo, e in quelle cose medesime che egli ha da porre in riso. (Bologna. Domenica in Albis. 2. Aprile. 1826.)

Homme emporté per qui s’emporte, che è solito s’emporter. Empressé.

Accuratus, accurato ec. per qui curat, o qui accurat.

Sappiamo da Plinio che chiamavansi pernae dalla lor forma di presciutto alcune conchiglie frequentissime nelle isole Ponticae, o come altri leggono Pontiae. Da esse traevasi la madre perla: e questo nome italiano di perla non viene certamente da altro che da perna o pernula. (Diminutivo positivato.) Amati, Iscrizioni antiche scoperte da non molto tempo, e meritevoli di esser poste a notizia de’ dotti. (Articolo del Giornale arcadico, Roma Dicembre 1825. N. 84. tom. 28.) num. 25. p. 358. (Bologna 7. Aprile. 1826.)

Testis-testiculus, testicolo, testicule ec. Citrus citron. Hirundo-hirondelle.

Magnum videlicet illis (Athenaei) temporibus videbatur, duabus linguis posse loqui: quod in nescio quo habitum loco miraculi refert Galenus: δίγλωττóς τις, inquit, ἐλέγετο πάλαι, καὶ ϑαῦμα τοῦτ᾽ ἦν, ἄνϑρωπος εἷς, ἀκριβῶν διαλέκτους δύο. Bilinguis olim quidam dicebatur: eratque res miraculo mortalibus, homo unus duas exacte linguas tenens. Haec Galenus in secundo de Differentiis pulsuum. Casaub. Animadv. in Athenae. lib. 1. cap. 2. (Bologna 14. Aprile. 1826.)

[4174] Οὐκ ἐϑέλειν per non potere, οὐ πεϕυκέναι, vedilo nel Casaub. loc. sup.  cit. cap. 5. in un verso di Filosseno. (Bologna 17. Aprile. 1826.)

Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.

Questo sistema, benchè urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?

[4175] Si potrebbe esporre e sviluppare questo sistema in qualche frammento che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec.

Cosa certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che compongono l’universo (e quindi è ben difficile il supporre ch’ella non sia un male anche per l’universo intero, e più ancora difficile si è il comporre, come fanno i filosofi, Des malheurs de chaque être un bonheur général. Voltaire, épître sur le désastre de Lisbonne. Non si comprende come dal male di tutti gl’individui senza eccezione, possa risultare il bene dell’universalità; come dalla riunione e dal complesso di molti mali e non d’altro, possa risultare un bene.) Ciò è manifesto dal veder che tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò essendo, come non sì dovrà dire che l’esistere è per se un male?

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176] Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177] sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere. (Bologna. 22. Apr. 1826.)

Avisé per accorto ec. Être osé per oser. Voltaire.

Il piacere delle odi di Anacreonte è tanto fuggitivo, e così ribelle ad ogni analisi, che per gustarlo, bisogna espressamente leggerle con una certa rapidità, e con poca o ben leggera attenzione. Chi le legge posatamente, chi si ferma sulle parti, chi esamina, chi attende, non vede nessuna bellezza, non sente nessun piacere. La bellezza non istà che nel tutto, sì fattamente che ella non è nelle parti per modo alcuno. Il piacere non risulta che dall’insieme, dall’impressione improvvisa e indefinibile dell’intero. (Bologna. 22. Aprile. 1826.)

Poi che s’accorse chiusa dalla spera Dell’amico più bello. Petrar. Son. 79. della I. Parte: In mezzo di duo amanti onesta, altera. Grecismo manifesto. Notisi che il Petrarca non sapeva il greco.

Transgredior, transgressus-transgresser.

Réviser (rivedere): al detto altrove di avvisare ec. Frango is - nau-fragor aris.

Alla p. 4142. Niente infatti nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa infinita. L’infinito è un parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza ad un tempo e della nostra superbia. Noi abbiam veduto delle cose inconcepibilmente maggiori di noi, del nostro mondo ec., delle forze inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi maggiori del nostro ec. Ciò non vuol dire che esse sieno grandi, ma che noi siamo minimi a rispetto loro. Or quelle grandezze (sia d’intelligenza, sia di forza, sia d’estensione ec.) che noi [4178] non possiamo concepire, noi le abbiam credute infinite; quello che era incomparabilmente maggior di noi e delle cose nostre che sono minime, noi l’abbiam creduto infinito; quasi che al di sopra di noi non vi sia che l’infinito, questo solo non possa esser abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo possa essere maggior di noi. Ma l’infinito è un’idea, un sogno, non una realtà: almeno niuna prova abbiamo noi dell’esistenza di esso, neppur per analogia, e possiam dire di essere a un’infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione di tale esistenza: si potrebbe anche disputare non poco se l’infinito sia possibile (cosa che alcuni moderni hanno ben negato), e se questa idea, figlia della nostra immaginazione, non sia contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. Certo secondo le leggi dell’esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalle cose esistenti che noi conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l’infinito cioè una cosa senza limiti, non può esistere, non sarebbe cosa ec. (Bologna 1. Maggio. Festa dei SS. Filippo e Giacomo. 1826.). Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a esserlo stesso che il nulla. Pare soprattutto che l’individualità dell’esistenza importi naturalmente una qualsivoglia circoscrizione, di modo che l’infinito non ammetta individualità e questi due termini sieno contraddittorii; quindi non si possa supporre un ente individuo che non abbia limiti. (2. Maggio 1826.). V. p. 4181. e p. 4274. capoverso ult.

Tetta-teton (come da mamma, mammella ec.).

[4179] Fammi sentir di quell’aura gentile. Petr. Canz. Amor, se vuo’ ch’i’ torni al giogo antico. v. 31. cioè stanza 3. v. 1. Il genitivo per l’accusativo. V. ancora Canz. Quando il soave, stanza 4. v. 4 e Son. S’io fossi, v. ult. (3. Maggio. Festa della S. Croce. Vigilia dell’Ascensione. Bolog. 1826.)

Scorto per accorto, da scorgere per vedere ec. ovvero da scorgere per guidare, avvisare ec. come avisé ec. V. la Crusca.

᾽Aλλ᾽ τὶ καὶ λέσχης (confabulationis) οῳνος (i.e. potatio) ἔχειν ἐϑέlei. Ap.  Athenaeum. Vid. Casaub.

Animadvers. l. 1. cap.  ult. init. Volere per dovere. (Bologna. 6. Maggio. 1826.). Non vogliono per non debbono. V. Rucellai, Api v. 621.

Già è gran tempo che nè i principi nominano, nè ai principi si nomina, sia lodandoli, sia consigliandoli, sia in qualsivoglia discorso, la loro patria. È gran tempo che le città e le nazioni hanno cessato di esser le patrie dei principi. Esse sono i loro stati, o nativi o no che i principi sieno. Ciò è tanto vero che anche in Inghilterra, anche in Francia, dove, ed esiste una patria, ed i principi, vogliano o non vogliano, sono per li sudditi, e non i sudditi pel principe, pure nè essi nè altri parlando o scrivendo ad essi (e di raro anche, di essi), chiamano o l’Inghilterra o la Francia, loro patria. Si crederebbe abbassarli, offenderli, se si pronunziasse loro questo nome che mostra di avere una certa superiorità sopra di essi. I principi già da gran tempo si stimano, e da molti sono stimati essere, la patria essi medesimi. Distinguendoli dalla patria, si crederebbe oltraggiarli. Non così gli antichi. I Neroni e i Domiziani con nome falso, e di più superbo, ma che pur conservava l’idea della patria, s’intitolavano P.  P.  pater patriae (nelle medaglie, iscrizioni ec.). (Bologna 10. Maggio. 1826.).

[4180] Del digamma eolico vedi Casaubon. animadv. in Athenae. lib.2. cap. 16.

Picus-picchio, da un piculus, e non dal picchiare come dice la Crusca e stimasi comunemente. V. i franc. spagn. ec.

Tre stati della gioventù: 1. speranza, forse il più affannoso di tutti: 2. disperazione furibonda e renitente: 3. disperazione rassegnata. (Bologna. 3. Giugno. 1826.)

Che guadagno fa l’uomo perfezionandosi? Incorrere ogni giorno in nuovi patimenti (i bisogni non sono per lo più altro che patimenti) che prima non aveva, e poi trovarvi il rimedio, il quale senza il perfezionamento dell’uomo non saria stato necessario nè utile, perchè quei patimenti non avrebbero avuto luogo. Proccurarsi nuovi piaceri, forse più vivi che i naturali, non però altrettanto 1. comuni, 2. durevoli, 3. facili ad acquistarsi, anzi i più, difficilissimi, perchè, se non altro, esigono una studiatissima educazione, e una lunga formazione dell’animo, e per ciò stesso non possono esser comuni a tutti, anzi ristretti a certe classi solamente, ed alcuni a certi individui. Nel tempo stesso distruggere in se la facoltà di provare, almeno durevolmente, i piaceri naturali. Lo stato naturale dell’uomo ha veramente dei piaceri, facili, comuni a tutti, durevoli, che non sono men veri perciò che noi non li possiamo più sentire, e però non concepiamo come sieno piaceri. Il solo stato di quiete e d’inazione sì frequente e lungo nel selvaggio (insopportabile al civile) è certamente un piacere, non vivo, ma atto e sufficiente a riempiere una grande e forse massima parte della vita del selvaggio. Vedesi ciò anche negli altri animali. Vedesi (tra i domestici, e più a portata della nostra osservazione) nei cani, che se non sono turbati o forzati a muoversi, passano volentierissimo [4181] le ore intiere, sdraiati con gran placidezza e serenità di atti e di viso, sulle loro zampe. (Bologna. 3. Giugno. 1826.). Moltissimi patimenti poi, massime morali, che senza la civilizzazione non avrebbero luogo, quantunque abbiano il loro rimedio, proccurato dalla stessa civilizzazione, p. e. la filosofia pratica, è ben noto che sono senza comparazione più facili, più frequenti, più comuni essi, che l’applicazione effettiva e l’uso efficace di tali rimedi. (Bologna. 3. Giugno. 1826.)

Alla p. 4178. fine. L’ipotesi dell’eternità della materia non sarebbe un’obbiezione a queste proposizioni. L’eternità, il tempo, cose sulle quali tanto disputarono gli antichi, non sono, come hanno osservato i metafisici moderni, non altrimenti che lo spazio, altro che un’espressione di una nostra idea, relativa al modo di essere delle cose, e non già cose nè enti, come parvero stimare gli antichi, anzi i filosofi fino ai nostri giorni. La materia sarebbe eterna, e nulla perciò vi sarebbe d’infinito. Ciò non vorrebbe dire altro, se non che la materia, cosa finita, non avrebbe mai cominciato ad essere, nè mai lascerebbe di essere; che il finito è sempre stato e sempre sarà. Qui non vi avrebbe d’infinito che il tempo, il quale non è cosa alcuna, è nulla, e però la infinità del tempo non proverebbe nè l’esistenza nè la possibilità di enti infiniti, più di quel che lo provi la infinità del nulla, infinità che non esiste nè può esistere se non nella immaginazione o nel linguaggio, ma che è pure una qualità propria ed inseparabile dalla idea o dalla parola nulla, il quale pur non può essere se non nel pensiero o nella lingua, e quanto al pensiero o [4182] alla lingua. (Bologna. 4. Giugno. 1826. Domenica.)

ὑρίσκος - συρίσκος. V. Casaubon. ad Athen. l. 3. c. 4. init.

Litterato per letterario. Petr. Tr. della Fama, cap. 3. v.102. V. Crusca. Tasso opp.  ed. del Mauro, tom.4. p. 304. t. 10. p. 297. t. 9. p. 419.

Oreglia, origliare, origliere, per orecchia, orecchiare, orecchiere.

γραϕεὺς (scriba) - greffier (se non viene da grief.).

Fallir la promessa. Petr. Tr. d. Divinità. v. 4-5.

Senz’altra pompa, per senza niuna. ib. V. 120. V. anche Son. Il successor di Carlo, v. 7. e Canz. Una donna più bella, st. 3. v. 12.

Mantua, Genua, Mantuanus ec. - Mantova, Genova, ec.

Vergheggiare. V. Crus. Vagheggiare.

Burchiellesco. Genere burchiellesco, Frottole, in uso anche tra i greci. Demetr. de elocut., sect. 153. ῎Eστι δέ τις καὶ ἡ παρὰ τὴν προσδοκίαν χὰρις∙ ὡς ἡ τοῦ Κύκλωπος, ὅτι ὕστατον ἕδομαι Oὖτιν. οὐ γὰρ προσεδóκα τοιοῦτο ξένιον oὔτε ᾽Oδυσσεὺς oὔτε ὁ ἀναγινώσκων. καὶ ὁ ᾽Aριστοϕάνες ἐπὶ τοῦ Σωκράτους, Κάμψας, ὀβελίσκον, ϕνσὶν, εἶτα διαβήτην λαβ ν , ᾽Eκ tῆς παλαίστρας ϑoιμάτιον ὑϕείλετο. sect. 154. ῎Hδη μέν τοι ἐκ δύο τóπων ἐνταῦϑα ἐγένετο ἡ χάρις. οὐ γὰρ παρὰ προσδοκίan μóνον ἐπηνέχϑη, ἄλλ᾽ οὐδ᾽ ἠκoλoύϑει τοῖς προέροις. ἡ δὲ τοιαύτη ἀνακoλouϑία καλεῖται γρῖϕος. ὥσπερ ὁ παρὰ Σώϕρονι ῥητορεύων Βουλίας: (οὐδὲν γὰρ ἀκóλοϑoν αὑτῷ λέγει). καὶ παρὰ  Mενάνδρῳ δὲ ὁ πρóλογος tῆς Mεσσηνίας. I versi di Aristofane sono i 53. 54. della scena 2. atto 1. delle Nubi, edit. Aureliae Allobrogum 1608. Gli Scoli antichi però, dànno loro un senso, e gli spiegano come il resto. Simili ai commentatori della frottola del Petrarca. (Bologna. 5. Luglio. 1826.). Dei grifi v. Casaub. ad Athenae. indice delle materie.

[4183] Esempio curioso di costanza spartana mista di bêtise. Lacone dignum est apophthegma illius Spartani, qui in os iniecto per summam rerum imperitiam, echino (pesce) cum omnibus spinis, ὦ ϕάγημα, inquit, μιαρòν, οὔτε μὴ νῦν σε ἀϕέω μαλακισϑεὶς, oὔτὰ αὐϑις ἕτι λάβοιμι. O cibe impure, neque nunc ego te prae mollitie animi dimittam, neque iterum posthac sumam. (sono parole riferite da Ateneo.) Putavit homo durus suae constantiae interesse, ne vinci ab echini aculeis videretur. Casaub. ad Athenae. l. 3. c. 13. (Bologna. 6. Luglio. 1826.).V. p. 4206.

Il mangiar soli, τὸ μονοϕαγεῖν, era infame presso i greci e i latini, e stimato inhumanum, e il titolo di μονοϕάγος si dava ad alcuno per vituperio, come quello di τοιχωρύχoς, cioè di ladro. V. Casaub. ad Athenae. l. 2. c. 8. e gli Addenda a quel luogo. Io avrei meritata quest’infamia presso gli antichi. (Bologna. 6. Luglio. 1826.). Gli antichi però avevano ragione, perchè essi non conversavano insieme a tavola, se non dopo mangiato, e nel tempo del simposio propriamente detto, cioè della comessazione, ossia di una compotazione, usata da loro dopo il mangiare, come oggi dagl’inglesi, e accompagnata al più da uno spilluzzicare di qualche poco di cibo per destar la voglia del bere. Quello è il tempo in cui si avrebbe più allegria, più brio, più spirito, più buon umore, e più voglia di conversare e di ciarlare. [1] Ma nel tempo delle vivande tacevano, o parlavano assai poco. Noi abbiamo dismesso l’uso naturalissimo e allegrissimo della compotazione, e parliamo mangiando. Ora io non posso mettermi nella testa che quell’unica ora [4184] del giorno in cui si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un’altra occupazione (occupazione interessantissima, e la quale importa moltissimo che sia fatta bene, perchè dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo, e la digestione non può esser buona se non e ben cominciata nella bocca, secondo il noto proverbio o aforismo medico), abbia da esser quell’ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacchè molti si trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno, non conversano che a tavola, e sarebbero bien fachés di trovarsi soli e di tacere in quell’ora. Ma io che ho a cuore la buona digestione, non credo di essere inumano se in quell’ora voglio parlare meno che mai, e se però pranzo solo. Tanto più che voglio potere smaltire il mio cibo in bocca secondo il mio bisogno, e non secondo quello degli altri, che spesso divorano e non fanno altro che imboccare e ingoiare. Del che se il loro stomaco si contenta, non segue che il mio se ne debba contentare, come pur bisognerebbe, mangiando in compagnia, per non fare aspettare, e per osservar le bienséances che gli antichi non credo curassero troppo in questo caso; altra ragione per cui essi facevano molto bene a mangiare in compagnia, come io credo fare ottimamente a mangiar da me. (Bologna. 6. Luglio. 1826.). V. p. 4245. 4248. 4275.

[4185] La barbarie suppone un principio di civiltà, una civiltà incoata, imperfetta; anzi l’include. Lo stato selvaggio puro, non è punto barbaro. Le tribù selvagge d’America che si distruggono scambievolmente con guerre micidiali, e si spengono altresì da se medesime a forza di ebrietà, non fanno questo perchè sono selvagge, ma perchè hanno un principio di civiltà, una civiltà imperfettissima e rozzissima; perchè sono incominciate ad incivilire, insomma perchè sono barbare. Lo stato naturale non insegna questo, e non è il loro. I loro mali provengono da un principio di civiltà. Niente di peggio certamente, che una civiltà o incoata, o più che matura, degenerata, corrotta. L’una e l’altra sono stati barbari, ma nè l’una nè l’altra sono stato selvaggio puro e propriamente detto. (Bologna. 7. Luglio. 1826.)

Pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì grandemente l’azione, l’attività, l’abbondanza della vita, e quindi preferire il costume e lo stato antico al moderno, e nel tempo stesso considerare come il più felice o il meno infelice di tutti i modi di vita, quello degli uomini i più stupidi, degli animali meno animali, ossia più poveri di vita, l’inazione e la infingardaggine dei selvaggi; insomma esaltare sopra tutti gli stati quello di somma vita, e quello di tanta morte quanta è compatibile coll’esistenza animale. Ma in vero queste due cose si accordano molto bene insieme, procedono da uno stesso principio, e ne sono conseguenze necessarie non meno l’una [4186] che l’altra. Riconosciuta la impossibilità tanto dell’esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell’anima ad un fine impossibile a conseguirsi; riconosciuto che l’infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro nè deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, consista nel minor possibile sentimento di detta tendenza. Le specie e gl’individui animali meno sensibili, men vivi per natura loro, hanno il minor grado possibile di tal sentimento. Gli stati di animo meno sviluppato, e quindi di minor vita dell’animo, sono i meno sensibili, e quindi i meno infelici degli stati umani. Tale è quello del primitivo o selvaggio. Ecco perchè io preferisco lo stato selvaggio al civile. Ma incominciato ed arrivato fino a un certo segno lo sviluppo dell’animo, è impossibile il farlo tornare indietro, impossibile, tanto negl’individui che nei popoli, l’impedirne il progresso. Gl’individui e le nazioni d’Europa e di una gran parte del mondo, hanno da tempo incalcolabile l’animo sviluppato. Ridurli allo stato primitivo e selvaggio è impossibile. Intanto dallo [4187] sviluppo e dalla vita del loro animo, segue una maggior sensibilità, quindi un maggior sentimento della suddetta tendenza, quindi maggiore infelicità. Resta un solo rimedio: La distrazione. Questa consiste nella maggior somma possibile di attività, di azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo. Per tal modo il sentimento della detta tendenza sarà o interrotto, o quasi oscurato, confuso, coperta e soffocata la sua voce, ecclissato. Il rimedio è ben lungi dall’equivalere allo stato primitivo, ma i suoi effetti sono il meglio che resti, lo stato che esso produce è il miglior possibile, da che l’uomo è incivilito. - Questo delle nazioni. Degl’individui similmente. P. e. il più felice italiano è quello che per natura e per abito è più stupido, meno sensibile, di animo più morto. Ma un italiano che o per natura o per abito abbia l’animo vivo, non può in modo alcuno acquistare o ricuperare la insensibilità. Per tanto io lo consiglio di occupare quanto può più la sua sensibilità. - Da questo discorso segue che il mio sistema, in vece di esser contrario all’attività, allo spirito di energia che ora domina una gran parte di Europa, agli sforzi diretti a far progredire la civilizzazione in modo da render le nazioni e gli uomini sempre più attivi e più occupati, gli è anzi direttamente e fondamentalmente favorevole (quanto al principio, dico, di attività e quanto alla civilizzazione considerata come aumentatrice di occupazione, di movimento, di vita reale, di azione, e somministratrice dei mezzi analoghi), non ostante e nel tempo stesso che esso sistema considera lo stato selvaggio, l’animo il meno sviluppato, il meno sensibile, il meno attivo, come la miglior condizione possibile [4188] per la felicità umana. (Bologna 13. Luglio 1826.)

Tabacco. Sua utilità. Suoi piaceri: più innocenti di tutti gli altri al corpo e all’animo; meno vergognosi a confessarsi, immuni dal lato dell’opinione; più facili a conseguirsi, di poco prezzo e adattati a tutte le fortune; più durevoli, più replicabili. (Bologna 13. Lug. 1826.)

Ser-g-ius - Ser-v-ius.

Smiris - smeriglio.

Lampare-lampeggiare. Volgere-voltare-volteggiare, voltiger.

Avvolticchiare. Smiracchiare. V. Monti Proposta p.  ΧΧΧIV. v. not.

Malastroso, cioè infelice, per ribaldo. V. Monti Proposta t. 6. p.  ΧLIΧ. not.

Caro Eneide l. 4. v. 452. E più non disse, Nè più (nè altra, cioè nè alcuna) risposta attese; anzi dicendo, Uscìo d’umana forma e dileguossi. (Bologna. 15. Luglio. 1826.)

Propterea dicebat Bion μὴ δυνατòν εἶναι τοῖς πολλοῖς ἀνέσκειν, εἰ μὴ πλακoῦντα γενóμενον ἢ Θάσιον: non posse aliquem vulgo omnibus placere, nisi placenta fieret aut vinum Τhasium. Casaub. ad Athenae. l. 3. c. 29. (Bologna. 17. Luglio. 1826.)

῏Hτρον-ἥτριον.

V. πλύνειν e suoi composti usati per biasimare, sparlare ec. ap. Casaub. ad Athenae. l. 3. c. 32. modo analogo al nostro lavare il capo ec. (Bologna. 20 Luglio. 1826.)

Tero-tritum-tritare-stritolare, triturare.

Sclamare-schiamazzare.

E ciò che forse potrebbe sorprendere si è che l’insalubrità dell’aria è quasi sempre sicuro indizio di straordinaria fertilità del suolo. Gioia, [4189] Filosofia della statistica, Milano 1826. tom.1. ap.  l’Antologia di Fir. Giugno 1826. N. 66. p. 84. Narra (il Gioia) dell’Harmattan, vento soffiante sopra una parte della costa d’Affrica fra il capo Verde e il capo Lopez, pestifero a’ vegetabili e saluberrimo agli animali. Quelli che sono travagliati dal flusso di ventre, dalle febbri intermittenti, guariscono al soffio dell’Harmattan. Quelli le cui forze furono esauste da eccessive cavate di sangue, ricuperano le loro forze a dispetto e con grande sorpresa del medico. Questo vento discaccia le epidemie, fa sparire il vaiuolo affatto, e non si riesce a comunicarne il contagio neanche col soccorso dell’arte. Tanto è vero che ciò che nuoce alla vita vegetativa è utilissimo alla vita animale, ed all’opposto. (Journal des voyages t. 19, p. 111.) Ivi, p. 85. Questa opposizione tra due regni così analoghi, così vicini, anzi prossimi, nell’ordine naturale; e così necessarii reciprocamente; così inevitabilmente, per dir così, conviventi; è una nuova prova della somma provvidenza, bontà, benevolenza della Natura verso i suoi parti. (28. Luglio. 1826. Bologna.)

Nominiamo francamente tutto giorno le leggi della natura (anche per rigettare come impossibile questo o quel fatto) quasi che noi conoscessimo della natura altro che fatti, e pochi fatti. Le pretese leggi della natura non sono altro che i fatti che noi conosciamo. - Oggi, con molta ragione, i veri filosofi, all’udir fatti incredibili, sospendono il loro giudizio, senza osar di pronunziare della loro impossibilità. Così accade p. e. nel Mesmerismo, che tempo addietro, ogni filosofo avrebbe rigettato come assurdo, senz’altro esame, come contrario alle leggi della natura. Oggi si sa abbastanza generalmente che le leggi della natura non si sanno. Tanto è vero che il progresso [4190] dello spirito umano consiste, o certo ha consistito finora, non nell’imparare ma nel disimparare principalmente, nel conoscere sempre più di non conoscere, nell’avvedersi di saper sempre meno, nel diminuire il numero delle cognizioni, ristringere l’ampiezza della scienza umana. Questo è veramente lo spirito e la sostanza principale dei nostri progressi dal 1700 in qua, benchè non tutti, anzi non molti, se ne avveggano. (Bologna. 28. Luglio. 1826.)

Insatiatus per insatiabilis. Stazio Τhebaid. l. 6. nel luogo cit. alla nota 7. del mio Inno a Nettuno.

Smerletto, diminutivo positivato di smerlo o forse di merlo. Folgore da S. Geminiano, Corona 1. di Sonetti, Sonetto di Settembre, v. 2. nei Poeti del primo secolo della lingua italiana, Firenze 1816. ap.  il Monti, Proposta, vol. ult. p.  CΧCIΧ. (Bologna 31. Luglio. 1826.)

Concordanza delle antiche filosofie pratiche (anche discordi) nella mia; p. e. della Socratica primitiva, della cirenaica, della stoica, della cinica, oltre l’accademica e la scettica ec. (Bologna 1. Agosto, Giorno del Perdono. 1826.)

Offensus per qui offendit neutro. V. Catullo l. 1. eleg. 3. v. 20.- e Forcell. Similmente inoffensus, come inoffenso pede ec.

Le destina, plur. V. Monti Proposta vol. ult. p.  CCΧIV. col. 2. lin.3.

Alla p. 4164. capoverso 3. Luogo notabile di Fazio degli Uberti presso il Monti loc. cit. qui sopra, p.  CCΧVII. col.2. lin.6. Che mi vendrei se fosse chi comprare, cioè chi mi comperasse. Parla Roma, che riferisce il detto di Giugurta sopra di lei: urbem venalem, et mature perituram si emptorem invenerit. (Bologna 13. Agosto. 1826. Domenica; tornato questa mattina or ora da Ravenna.).

᾽Eν τοσούτῳ intanto. Vetus argument. Ranarum Aristophanis, circa medium, et Argument. Pacis Aristophan.

Πρóτερον per potius, come noi prima, anzi, innanzi ec. Aristophan. Nub. v. 24. (Act. 1. sc. 1.). Dio Chrysost. Orat. 1. de Regno, init., p. 2. A. ed. Lutet. 1604. Morell.

[4191] καὶ τοῦτοn ὑπέρχεται τòν ἀγῶνα ὁ λόγος (Δίωνoς τοῦ χρυσοστóμου, πρὸς Νικομηδεῖς περὶ õμονοίας πρς τοὺς Νικαεῖς), εὐκαίρως διὰ τῆς ἡδονῆς προενηνεγμένς. οᾶλλον γὰρ οὕτω ταῖς ψυχaῖς τὸ πιϑανòν ἐϑέλει διαδύειν. Phot. Biblioth. Cod. 209. ed. gr.-lat. 1611. col. 533. (Bologna. 18. Agosto. 1826.)

Tacheté, Marqueté. Déchiqueter.

Immotus, immoto ec. per immobile.

Altro è che una lingua sia pieghevole, adattabile, duttile; altro ch’ella sia molle come una pasta. Quello è un pregio, questo non può essere senza informità, voglio dire, senza che la lingua manchi di una forma e di un carattere determinato, di compimento, di perfezione. Questa informe mollezza pare che si debba necessariamente attribuire alla presente lingua tedesca, se è vero, come per modo di elogio predicano gli alemanni, che ella possa nelle traduzioni prendere tutte le possibili forme delle lingue e degli autori i più disparati tra se, senza ricevere alcuna violenza. Ciò vuol dire ch’ella è una pasta informe e senza consistenza alcuna; per conseguente, priva di tutte le bellezze e di tutti i pregi che risultano dalla determinata proprietà, e dall’indole e forma compiuta, naturale, nativa, caratteristica di una lingua. La pieghevolezza, la duttilità, la elasticità (per così dire), non escludono nè la forma determinata e compiuta nè la consistenza; ma certo non ammettono i vantati miracoli delle traduzioni tedesche. La lingua italiana possiede questa pieghevolezza in sommo grado fra le moderne colte. La greca non possedeva quella vantata facoltà della tedesca. (Bologna 26. Agosto. 1826.)

Felicità non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si sia, e fosse pur anco il più spregevole. Ora da questa [4192] sola definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci d’altronde di felicità. Un amor di se stesso che non può cessare e che non ha limiti, è incompatibile colla contentezza, colla soddisfazione. Qualunque sia il bene di cui goda un vivente, egli si desidererà sempre un ben maggiore, perchè il suo amor proprio non cesserà, e perchè quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor proprio non può aver limite. Per amabile che sia il vostro stato, voi amerete voi stesso più che esso stato, quindi voi desidererete uno stato migliore. Quindi non sarete mai contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere, di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, (30. Agosto. 1826. Bologna.) nè in questo mondo, nè in un altro.

Il detto del Bayle, che la ragione è piuttosto uno strumento di distruzione che di costruzione, si applica molto bene, anzi ritorna a quello che mi par di avere osservato altrove, che il progresso dello spirito umano dal risorgimento in poi, e massime in questi ultimi tempi, è consistito, e consiste tutto giorno principalmente, non nella scoperta di verità positive, ma negative in sostanza; ossia, in altri termini, nel conoscere la falsità di quello che per lo passato, da più o men tempo addietro, si era tenuto per fermo, ovvero l’ignoranza di quello che si era creduto conoscere: benchè del resto, faute de bien observer ou raisonner, molte di siffatte scoperte negative, si abbiano per positive. E che gli antichi, in metafisica e in morale principalmente, ed anche in politica (uno de’ cui più veri principii è quello di lasciar fare più che si può, libertà più che si può), erano o al pari, o più avanzati di noi, unicamente perchè ed in quanto anteriori alle pretese [4193] scoperte e cognizioni di verità positive, alle quali noi lentamente e a gran fatica, siamo venuti e veniamo di continuo rinunziando, e scoprendone, conoscendone la falsità, e persuadendocene, e promulgando tali nuove scoperte e popolarizzandole. (Bologna 1. Settembre. 1826.)

῞Oτι δὲ αὐτòς (õ Λουκιανòς) τῶν μηδὲν ἦνὅλως δοξαζóντων, καὶ τῷ tῆς βίβλου ἐπίγραμμα δίδωσιν ὑπολαμβάνειν∙: ἕχει γὰρ ᾧδε. ec. Photius, Biblioth. cod. 128. - Dare a vedere, dare a conoscere, ad intendere ec. V. p. 4196. fin.

Alla p. 4153. Questo passo di Agatarchide è un nuovo esempio di quello che la critica osserva o deve osservar nella storia, cioè che spessissimo la storia d’una nazione s’è appropriata i fatti, veri o finti, narrati dagli storici di un’altra. Tale è ancor quello di Suetonio, Octav. Caes. Augustus, cap. 94. Auctor est Julius Maraτηus, ante paucos quam (Augustus) nasceretur menses, prodigium Romae factum publice, quo denuntiabatur regem populo romano naturam parturire; senatum exterritum censuisse ne quis illo anno genitus educaretur; eos qui gravidas uxores haberent, quod ad se quisque spem traheret, curasse ne senatusconsultum ad aerarium referretur (que le décret ne passât et ne fût mis dans les archives. La Harpe). Questa istorietta è visibilmente sorella di quella d’Erode e degl’innocenti, qualunque delle due sia l’ainée. Nè mancano esempi simili nelle più moderne storie, anzi abbondano più che mai. Tra mille, si può citare l’avventura del pomo attribuita dagli storici svizzeri a Guglielmo Tell, benchè già narrata da un Saxo Grammaticus, Danese, morto del 1204, che scrisse in latino una storia della sua nazione, più di un secolo prima della nascita di Tell, e attribuì la detta avventura ad un Danese, ponendola in Danimarca, con altri nomi di persone; e che probabilmente non fu neppur esso l’inventore di tal novella, nè la storia di Danimarca fu la prima ad attribuirsela. [4194] La sua storia danica è stampata. (Des dragons et des serpens monstrueux etc. trattatello di Eusebio Salverte nella Rivista Enciclopedica di Parigi, tom. 30. Maggio e Giugno, 1826. degno di esser veduto al nostro proposito). (Bologna. 1826. 3. Settembre. Domenica.). V. p. 4209. 4264. fin.

La condotta di Tiberio nell’impero, da principio non pur affabile, benigna, moderata, ma eziandio umile; insomma più che civilis (v. Sueton. Tiber. c. 24-33), le sue difficoltà di accettar l’impero ec. paragonate colla seguente condotta tirannica, si attribuiscono a profonda politica, dissimulazione e simulazione. Io non vi so veder niente di finto, nè di artifiziale. Tiberio era certamente, a differenza di Cesare, di natura timida. A differenza poi e di Cesare che fin da giovanetto andò continuamente elevandosi, ed abituando successivamente l’animo e il carattere a grandezze sempre maggiori; e di Augusto che pure fin da giovanetto si vide alla testa degli affari; Tiberio, nato privato, vissuto la gioventù e l’età matura in sospetto di Augusto e de’ costui parenti, ed anche in non piccolo pericolo (otto anni passò ritirato in Rodi per fuggirlo o scemarlo), non aveva l’animo nè il carattere formato al potere, quando la fortuna gliel pose in mano. Però nel principio fu modesto, anzi timido ed umile, anche dopo liberato da ogni timore, come dice espressamente Suetonio (c. 26.); v. p. 4197. capoverso 6. nè qui v’era dissimulazione: io non ci veggo altro che un uomo avvezzo a soggiacere, avvezzo a temere ed evitar di offendere, che ridotto a soprastare, conserva ancora l’abito di tal timore e di tale evitamento. Egli lo perdè col tempo, e coll’esperienza continuata del suo potere, e della soggezione, anzi abbiezione, degli altri. Questo non è smascherarsi; questo è mutar carattere e natura, per mutazione di circostanze. [4195] Tiberio era certamente cattivo, perchè vile, e debole. V. p. 4197. capoverso 7. Questo fu causa che il potere lo rendesse un tiranno, perchè la sua natura era tale che l’influenza del principato doveva farne un cattivo carattere di principe. Ma qui non ci entra simulazione. Io non sono mai stato nè principe nè cattivo. Pur disprezzato e soggetto sempre fino all’età quasi matura; vedutomi poi per le circostanze, uguale a molti e superiore ad alcuni; da principio benignissimo ed umile cogl’inferiori, sono poi divenuto verso loro un poco esigente, un poco intollerante, ϕιλóνεικος, μεμψίμοιρος, ed anche cogli uguali un poco chagrin, e più difficile a perdonare un’ingiuria, una piccola mancanza, più risentito, più facile a concepir qualche seme di avversione, più desideroso, se non altro, di vendettucce, ec. Se la mia natura fosse stata cattiva, io sarei divenuto tanto più insopportabile quanto più tardi sono pervenuto alla superiorità, ed in età men facile ad accostumarmici. Noi siamo tutti inclinati a suppor negli uomini antichi o moderni, assenti o presenti, noti o ignoti, e nelle loro azioni e condotta, una politica, un’arte, una simulazione quasi continua, e qualche fine occulto. Ma credete a me che v’è al mondo assai meno politica, assai meno finzione, assai meno tendenze occulte, meno intrighi, meno maneggi, meno arte, e più di sincerità e di vero che non si crede. 1. Gli uomini di talento (indispensabile fondamento a simil condotta) sono assai più rari che non si stima. 2. Anche gli uomini i più persuasi della necessità o utilità dell’arte nel consorzio umano, e i più disposti ad essa per volontà, non hanno la pazienza di usarla troppo spesso, di fingere, di nascondere e dissimulare troppo a lungo. 3. Condotte calcolate e dirette costantemente a qualche fine, sono più immaginarie che reali, perchè è natura di qualunque uomo d’essere incostante, ne’ suoi gusti, desiderii, opinioni, in tutto; di esser contraddittorio [4196] ed incoerente nelle sue azioni, massime ec.; di operare contro i proprii principii; di operare contro i proprii interessi. ec. 4. Finalmente la natura per combattuta che sia, per quanto la vogliam credere abbattuta, può ancora, ed opera nel mondo, assai più che non si crede. Ora la natura è l’opposto dell’arte: la finzione tende a nasconder la natura, ma questa trapela ad ogni momento, in dispetto d’ogni massima, d’ogni volontà, d’ogni disciplina. (Bologna. 3. Sett. Domenica. 1826.). Del resto le atrocissime crudeltà usate scopertamente in seguito da Tiberio, e gran parte di queste senza nessuna utilità proposta, ma per solo piacere e soddisfazione del gusto e dell’animo suo, mostrano che l’anima di Tiberio era più vile che doppia per sua natura, e col regno era divenuta più malvagia che politica. (Bologna 4. Sett. 1826.)

Dove parlo di repo, repto, inerpicare ec. osservisi che i Latini hanno anche erepo. Sueton. Tiber. cap. 60. V. Forcellini. Irrepo, subrepo, adrepo ec.

Gerere-belligerare, morigerare, famigeratus ec. Laevo as - laevigo.

κέχρηται δὲ (῾Hρóδοτος) μυϑολογίαις καὶ παρεκβάσεσι πολλαῖς, δι᾽ ὧν αὐτῷ ἡ κaτὰ διάνοιαν γλυκύτης διαῤῥεῖ (per quae sensus ipsi atque sententiae dulcedo fluit. Schott.), εἰ καὶ πρὸς τὴν tῆς ιστορίας κατάληψιν καὶ τòν οἰκεῖον αὐtῆς καὶ κατάλληλον (convenientem ita Photius usurpare solitus hanc vocem, et ita reddit Schott.) τύπον ἐνίοτε ταῦτα ἐπισκοτεῖ, οὐκ ἐϑελούσης tῆς άληϑείας μύϑοις αὐτῆς άμαυροῦσϑαι τὴν ἀκρίβειαν, οὐδὲ πλέον τοῦ προσήκοντος ἀποπλανᾶσtaῖς παρεκβάσεσιν (digressionibus). Phot. Biblioth. cod. 60. (Bologna. 5. Sett. 1826.)

Egesta-Segesta. V. Forcellini.

Alla p. 4193. ῎Εσ δὲ ὁ λόγος αὐτῷ (Aἰσχίνῃ τῷ ῥήτορι) ὥσπερ αὐτοϕυὴς καὶ αὐτοσχέδιος, οὐ τοσοῦτον διδοὺς ἀποϑαυμάζειν τὴν τέχνην τοὐ άνδρóς, ὅσον τὴν ϕύσιν. Phot. Biblioth. cod. 61. V. p. 4208.

[4197] Subire Tiberim, remonter le Tibre. Sueton. Claud. cap. 38.

Diminutivi positivati aggettivi. Bimulus, trimulus, quadrimulus. V. Forcell.

Conspiratus per qui conspiravit, o conspirat, Sueton. Galba, c.19. Domitian. c.17.

Rasitare. Sueton. Oτηo, c. ult. i.e. 12.

᾽Eξ ἀρχῆς da capo, per di nuovo ec. Di ciò altrove. Si dice anche αὗϑις ἐξ ὑπαρχῆς. Vedi. per es. Sueton. Vespas. c.23. ᾽Eπάν άποϑάνῃς, αὗϑις ἐξ ἀρχῆς ἕσῃ. Menander ap.  Stob. serm. 104. περὶ τῶν παρ᾽ ἀξίαν εὐτυχoύντων.

Alla p. 4194 - il quale frattanto attribuisce anch’esso a politica e simulazione la sua moderazione nel principio del suo governo (cap. 57.).

Alla p. 4195. Teodoro Gadareno, suo maestro di rettorica in fanciullezza, subinde in obiurgando appellabat eum πηλòν αἵματι περϕυραμένον. Sueton. cap. 57. E Suetonio stesso chiama la sua indole saeva ac lenta natura. (ib. init.)

Che gli uomini abbiano trovate e pongano in opera delle arti per combattere, soggiogare, recare al loro uso e servigio il resto della natura animata o inanimata, non è cosa strana. Ma che abbiano trovato ed usino arti e regole per combattere e vincere gli uomini stessi, che queste arti sieno esposte a tutti gli uomini, e tutti ugualmente le apprendano ed usino, o le possano apprendere e usare, questo ha dell’assurdo; perchè se due uomini sanno ugualmente di scherma, che giova la loro arte a ciascuno de’ due? che superiorità ne riceve l’uno sopra l’altro? non sarebbe per ambedue lo stesso, che ambedue fossero ignoranti della scherma, o che tutti e due combattessero alla naturale? V. p. 4214. Un libro, una scoperta di Tattica o di strategica o di poliorcetica ec. pubblicata ed esposta all’uso comune, a che giova? se l’amico e il nemico l’apprendono del pari, ambedue con più arte e più fatica di prima, si trovano nella stessissima condizione rispettiva di prima. Il coltivare queste tali arti, o scienze che si vogliano dire, il proccurarne l’incremento, [4198] e molto più il diffonderne la coltura e la conoscenza, è la più inutile e strana cosa che si possa fare; è propriamente il metodo di ottener con fatica e spesa quello che si può ottenere senza fatica nè spesa; di eseguire artificialmente e di render necessaria l’arte laddove la natura bastava, e laddove col metodo artificiale non si ottiene il menomo vantaggio sopra il naturale. Insomma è il metodo di moltiplicare e complicar le ruote e le molle di un orologio, e di far con più quel medesimo che si poteva fare e già si faceva con meno. Il simile dico della politica, del macchiavellismo ec. e di tutte le arti inventate per combattere e superchiare i nostri simili. (Bologna. 10. Sett. 1826.)

Se una volta in processo di tempo l’invenzione p. e. dei parafulmini (che ora bisogna convenire esser di molto poca utilità), piglierà più consistenza ed estensione, diverrà di uso più sicuro, più considerabile e più generale; se i palloni aereostatici, e l’aeronautica acquisterà un grado di scienza, e l’uso ne diverrà comune, e la utilità (che ora è nessuna) vi si aggiungerà ec.; se tanti altri trovati moderni, come quei della navigazione a vapore, dei telegrafi ec. riceveranno applicazioni e perfezionamenti tali da cangiare in gran parte la faccia della vita civile, come non è inverisimile; e se in ultimo altri nuovi trovati concorreranno a questo effetto; certamente gli uomini che verranno di qua a mille anni, appena chiameranno civile la età presente, diranno che noi vivevamo in continui ed estremi timori e difficoltà, stenteranno a comprendere come si potesse menare e sopportar la vita essendo di continuo esposti ai pericoli delle tempeste, dei fulmini ec., navigare con tanto rischio di sommergersi, commerciare [4199] e comunicar coi lontani essendo sconosciuta o imperfetta la navigazione aerea, l’uso dei telegrafi ec., considereranno con meraviglia la lentezza dei nostri presenti mezzi di comunicazione, la loro incertezza ec. Eppur noi non sentiamo, non ci accorgiamo di questa tanta impossibilità o difficoltà di vivere che ci verrà attribuita; ci par di fare una vita assai comoda, di comunicare insieme assai facilmente e speditamente, di abbondar di piaceri e di comodità, in fine di essere in un secolo raffinatissimo e lussurioso. Or credete pure a me che altrettanto pensavano quegli uomini che vivevano avanti l’uso del fuoco, della navigazione ec. ec. quegli uomini che noi, specialmente in questo secolo, con magnifiche dicerie rettoriche predichiamo come esposti a continui pericoli, continui ed immensi disagi, bestie feroci, intemperie, fame, sete; come continuamente palpitanti e tremanti dalla paura, e tra perpetui patimenti ec. E credete a me che la considerazione detta di sopra è una perfetta soluzione del ridicolo problema che noi ci facciamo: come potevano mai vivere gli uomini in quello stato; come si poteva mai vivere avanti la tale o la tal altra invenzione. (Bologna. 10. Settembre. Domenica. 1826.)

Paragrandini, parafulmini ec. Fozio, Biblioteca, cod. 72. analizzando Κτησίoυ τὰ ᾽Iνδικά, e parlando di una fonte che Ctesia diceva esser nell’India, senz’altra indicazione di luogo, dice fra l’altre cose: καὶ (λέγει Κτησίας) περὶ τοὐ ἐν τῷ πυϑμένι τῆς κρήνης σιδήρου, ἐξ oὗ καὶ δύo ξίϕη Κτησίας ϕησὶν ἐσχηκέναι, ἕν παρὰ βασιλέως (᾽Aρτξέρξoυ τοῦ Mνήμονος ἐπικληϑέντος), καὶ ἕν παρὰ tῆς τοῦ βασιλέως μετρòς Παρυσάτιδος (ἧς ἰατρòς γέγονεν ὁ Κτησίας). ϕησὶ δὲ περὶ αὐτοῦ, ὅτι πεγνύμενος ἐν τῇ γῇ, νέϕους καὶ χαλάζης καὶ πρηστήρων [4200] ἐστὶν ἀποτρóπαιος. καὶ ἰδεῖν αὐtòν ταῦτα ϕησὶ, βασιλέως δὶς ποιήσαντος. De ferro, quod in huius fontis fundo reperitur; ex quo duos se habuisse aliquando gladios ipse Ctesias commemorat; unum a rege, (in marg. Artaxerxe, τῷ Mnemone), alterum a Parysatide regis ipsius matre sibi donatum. Ferri autem huius eam esse vim, ut in terram depactum nebulas, et grandines, turbinesque avertat. Hoc semel se iterumque vidisse, cum rex ipse eius rei periculum faceret. Versio Andreae Schotti. (Bologna. 1826. 12. Settembre.)

Inesorato ec. per inesorabile.

καὶ τροπαῖς μὲμ κέχρηται (Eὐνάπιος ἐν χρονικῇ ιστορία) παραβóλως, ὅπερr ὁ τῆς ιστορίας οὐ ϑέλει νóμος. Tropos ad haec praeter modum adhibet, quod historiae lex vetat (Schott.) Phot. Bibliot.. Cod. 77.

Il genitivo per l’accusativo. Petr. Sestina 6. Anzi tre dì, v.3. Di state vi sono DE’ papaveri, DELLE pere e DI quante mele si trovano (genitivo pel nominativo). Caro, Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, lib.2. non lungi dal principio, p. 8. ediz. di Pisa 1814. Presentando loro per primizia della vendemmia a ciascuna statua il suo tralcio con DI molti grappoli e con DE’ pampini suvvi. (genitivo per l’ablativo). ib. p. 27. E così assai spesso il medesimo ed altri classici. V. p. 4214.

È stato negli eserciti e provveduto capitano e coraggioso guerriero. ib. p. 41.

Riavere per ricreare, ristorare, fare riavere. Vedi Crus.

§.1. Caro l. c. lib. 2. p. 38. poichè col cibo l’ebbe alquanto confortato, con saporitissimi baci ed altre dolcissime accoglienze tutto lo riebbe. Cioè lo ristorò, non come dice il Monti nella Proposta, lo fece tornare nei sensi, chè Dafni non era punto venuto meno, ma percosso, battuto e malconcio da alcuni giovani. - Similmente dicono i greci ἀνακτᾶsϑαι, per ποιεῖν ἀνακτᾶsϑαι ἑαυτóἀ, come molto elegantemente Fozio Bibliot. cod. 83. parlando delle Antichità Romane di Dionigi d’Alicarnasso: κέχρηται δὲ καὶ παρεκβάσει οὐκ ὀλίγῃ (digressionibus utitur non raro), τòν ἀκροατὴν ἀπò τοῦ περὶ τὴν ἱστορίαν κóρου διαλαμβάνων ταύτῃ, καὶ ἀναπαύων καὶ ἀνακtώμενος (reficiens). V. p. 4217.

[4201] Volere per μέλλειν. Anguillara, Metam. l. 4. st. 105. (Bologna. 16. Sett. 1826.)

Incespitare per incespicare di cui altrove. Caro loc. sup.  cit. lib. 2. p. 48. fin.

Risicato per che si arrischia, che si suole arrischiare. Caro. ib. l. 3. p. 53. 59.

Arreticato (irretitus, preso nella rete). ib. p. 54. Sanicare, sanicato. V. Crus. Affumicare.

Insertare ghirlande. Caro. ib. l.1. p. 25.a ed ult. Con le foglie tessute e consertate in modo che facevano come una grotta. ib. l.3. p. 53. I rami si toccavano e s’inframmettevano insieme insertando le chiome. lib.4. principio. p. 77.

Grufare, grufolare. Caro l.c. lib. 4. p. 80.

Mele appie - Mele appiole, o appiuole. Diminutivo aggettivo. V. Crus. in Mela, Appio, Appiola. Mele appiole, Caro l.c. lib.1. p. 20. mele appiuole, l. 3. fin. p. 74.

Eὐήϑης, εὐήϑεια, ec. bonitas, bonus vir ec. bonhomme, bonhomie ec. dabben uomo, dabbenaggine ec. Parole il cui significato ed uso provano in quanta stima dagli antichi e dai moderni sia stato veramente e popolarmente (giacchè il popolo determina il senso delle parole) tenuta la bontà. E in vero io mi ricordo che quando io imparava il greco, incontrandomi in quell’εὐήϑης ec., mi trovava sempre imbarazzato, parendomi che siffatte parole suonassero lode, e non potendomi entrare in capo ch’elle si prendessero in mala parte, come pur richiedeva il testo. Avverto che io studiava il greco da fanciullo. (Bologna. 18. Sett. 1826.)

᾽Oβελίας-oublie. V. Casaub. ad Athenae. l. 3. c. 25.

Spesse volte in occasioni di miei dispiaceri, anche grandi, io ho dimandato a me stesso: posso io non affliggermi di questa cosa? E l’esperienza avutane già più volte, mi sforzava a risponder di sì, che io poteva. Ma il non affliggersene sarebbe contro ragione: non vedi tu il male come è grave, come è serio e vero? - Lasciamo star che nessun male è vero per se, poichè se uno non lo conosce o non se ne affligge, ei non è più male. Ma l’affliggertene può forse rimediarvi o diminuirlo? - No. - Il non affliggertene può forse nuocerti? - No certo. - E non è meglio assai per te il non pensarne, il non pigliarne dolore, che il pigliarlo? - Meglio assai. - Come dunque sarà contro ragione? Anzi sarà ragionevolissimo. E se egli è ragionevole, se utile, [4202] se tu lo puoi, perchè non lo fai? che ti manca se non il volerlo? - Io vi giuro che queste considerazioni mi giovavano veramente, ed avevano reale effetto, sicchè io ricusando di affliggermi di una mia sventura, per notabile ch’ella fosse, non me ne affliggeva in verità, e ne pativa per conseguenza assai poco. (Bologna 25. Sett. 1826.). V. p. 4225.

La ricchezza della lingua greca, e la decisa differenza di stili che ella ammetteva, differenza così grande, che faceva quasi di ciascuno stile una lingua diversa, si può conoscere anche dal veder che gli antichi ebbero dei lessici voluminosi dedicati a un qualche stile in particolare, come noi potremmo far lessici a parte per la nostra lingua poetica o prosaica (due divisioni che la nostra lingua ammette, ma la greca assai più). Eccovi in Fozio Bibliot. i capi o codici 146. 147. Λεξικòν τῆς καϑαrᾶς ἰδέας (cioè styli simplicis o cosa simile). ᾽Aνεγνώσϑη λεξικòο κατὰ στοιχεῖον καϑαrᾶς ἰδέας. μέgα καὶ πολύστιχον τῷ βι᾽λίον: μᾶλλον δὲ πολύβιβλoς ἡ πραγματεία. καὶ χρήσιμον, εἴπερ τι ἄλλο, τoῖς τòν χαρακτῆρα μεταχειριζμένοις τῆς τοιαύτης ἰδέας. 147. Λεξικòν σεμνῆς ιδέας. ᾽Aνεγνώσϑη λεξικòν σεμνῆς ἰδέας. εἰς μέγεϑoς ἐξετείνετο τῷ τεῦχος, ὡς ἄμεινον εἶναι δυσὶ μᾶλλον τεύχεσιν ἢ τρισὶ τoῖς ἀναγινώσκoυσι τὸ ϕιλοπóνημα (solemnis Photio vox hoc sensu) περιέχεσϑαι. κaτὰ στοιχεῖον δὲ ἡ πραγματεία. καὶ δῆλον ὡς χρησίμη τoῖς εἰς μέγεϑoς καὶ ὄγκoν ἐπαίρρειν τoὺς λóγους Aὺτῶν ἐn τῷ συγγράϕειν ἐϑέλουσιν. 146. Lexicon Purae Ideae. Lexicon legi Ideae purae litterarum ordine. Magnus est hic liber, ut multi potius, quam unus esse videatur. Utilis autem, si quis alius, iis est, qui hanc Ideam tractant. 147. Lexicon Gravis styli. Legi Ideae gravioris Lexicon, quod ipsum quoque in immensum crevit, ut legentibus aptius fore arbitrer, si in duos opus illud, aut tres tomos distribuatur. Digestum item est litterarum ordine, patetque utile esse iis, qui sublimi tumidoque dicendi genere excellere studio habent (Schotti versio.). (Bologna. 22. Settembre. 1826.)

[4203] Ebbero i Greci, come i moderni, anche delle voluminose storie teatrali e drammatiche (come ne ebbero delle filosofiche, geometriche, pittoriche, statuarie, e d’ogni genere di discipline). Fozio nella Bibliot. cod. 161. dando conto dei libri di Ecloghe o Estratti di Sopatro sofista, dice che il quarto suo libro contiene degli estratti, fra gli altri, ἐκ τοῦ ὀγδóoυ λóγου τῆς τοῦ ῾Ρoύϕου δραματικῆς ἱστορίας, oἷς παράδοξά τε καὶ ἀπίθανα ἐστίν εὑρεῖν, καὶ τραγωδῶν καὶ κωμωδῶν πράξεις τε καὶ λóγουσς καὶ ἐριτηδεύματα, καὶ τοιαῦϑ᾽ ἕτερα. E che il quinto libro σύγκειται αὐτῷ ἕκ τε τῆς ῾Ρoύϕου μουσικῆς ἱστορίας πρώτου καὶ δευτέρου καὶ τρίτου βιβλίoυ. ἐν ᾧ τραγικῶν τε καὶ κωμικῶν ποικίλην ἱστορίαn εὑρήσεις. (Tragicor. ac Comicor. Schott.) οὐ μὴν δὲ ἀλλὰ καὶ διϑυραμβοποιῶn τε καὶ αὐλητῶν καὶ κιϑaρωδῶν∙ ἐπιϑαλαμίων τε ᾠδὺν καὶ ὑμεναίων καὶ ὑπορχημάτων ἀϕήγησιν, (epithalamiorumq. carminum et hymenaeorum atq. cantilenarum in chorea enumerationem. Schottus) περί τε ὀρχηστῶν καὶ τῶν ἄλλων τῶν ἐν τoῖς ῾Eλληνικoῖς ϑεάτροις ἀγωνιζομένων∙ ὅϑέn τε καὶ ὅπως oἱ toύτων ἐπὶ μέγα κλέoς παρ᾽ αὐτoῖς ἀναδραμóντες γεγóνασιν, εἴ τε ἄῤῥενες εἴ τε καὶ τὴν ϑήλειαν ϕύσιν διεκληρώσαντο∙ τίνες τε τίνον ἐπιτηδευμάτων ἀρχὴ διεγνώσϑησαν (quinam etiam singulorum auctores ac principes studiorum exstiterint. Schott.), καὶ toύτων δὲ τίνες τυράννον ἢ βασιλέων ἐρασταὶ καὶ ϕίλοι γεγóνασιν. οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ τίνες τε oἱ ὰγῶνες, καὶ ὅϑεν, ἐν oἷς ἕκαστος τὰ tῆς τέχνης ἐπεδείκνυτο. καὶ περὶ ἑορτῶν δὲ ὅσαι πάνδημοι τoῖς ᾽Aϑηναίοις. ταῦτα δὴ πάντα καὶ εἴ τι ὅμοιον, ὁ πέμπτoς (τοῦ Σωπάτρου) ἀναγινώσκοντί σοι παραστήσει λóγoς. ῾O δὲ ἕκτoς αὐτῷ συνελέγη λόγος ἕκ τε τῆς αὐτῆς ῾Ρoύϕoυ μουσικῆς (ἱστορίας) βίβλου πέμπτης καὶ τετάρτης. αὐλητῶν δὴ καὶ αὐλημάτων ἀϕήγησιν ἕχει, ἄνδρες τε ὅσα ηὔλησαν καὶ δὴ καὶ γυναῖκες. καὶ ῞Oμηρος δὲ αὐτῷ καὶ ῾Hσίoδoς καὶ ᾽Aντίμαχoς oἱ ποιεταὶ tῆς διηγήσεως μέρος, (huius narrationis partem [4204] efficiunt. Schott.) καὶ τῶν ἄλλων πλεῖστοι τῶν eἰς τοῦτο τὸ γένος τῶν ποιητῶν άναγoμένων. E segue dicendo di altri libri di altri scrittori dai quali era estratto il sesto libro di Sopatro. E l’undecimo dice essere estratto, fra gli altri, ἐκ τῆς τοῦ ᾽Iώβα (Iubae) τοῦ βασιλέως ϑεατρικῆς ἱστορίας ἑπτακαιδεκάτoυ λóγoυ, della quale opera fa menzione anche Ateneo, lib. 4. (Bologna. 1826. 24. Sett. Domenica.). V. p. 4238.

Contraddizioni innumerabili, evidenti e continue si trovano nella natura considerata non solo metafisicamente e razionalmente, ma anche materialmente. La natura ha dato ai tali animali l’istinto, le arti, le armi da perseguitare e assalire i tali altri, a questi le armi da difendersi, l’istinto di preveder l’attacco, di fuggire, di usar mille diverse astuzie per salvarsi. La natura ha dato agli uni la tendenza a distruggere, agli altri la tendenza a conservarsi. La natura ha dato ad alcuni animali l’istinto e il bisogno di pascersi di certe tali piante, frutta ec., ed ha armato queste tali piante di spine per allontanar gli animali, queste tali frutta di gusci, di bucce, d’inviluppi d’ogni genere, artificiosissimi e diligentissimi, o le ha collocate nell’alto delle piante ec. La natura ha creato le pulci e le cimici perchè ci succino il sangue, ed a noi ha dato l’istinto di cercarle e di farne strage. L’enumerazione di tali ed analoghe contrarietà si estenderebbe in infinito, ed abbraccierebbe ciascun regno, ciascuno elemento, e tutto il sistema della natura. Io avrò torto senza dubbio, ma la vista di tali fenomeni mi fa ridere. Qual è il fine, qual è il voler sincero e l’intenzione vera della natura? Vuol ella che il tal frutto sia mangiato dagli animali o non sia mangiato? Se sì, perchè l’ha difeso con sì dura crosta e con tanta cura? se no, [4205] perchè ha dato ai tali animali l’istinto e l’appetito e forse anche il bisogno di procacciarlo e mangiarselo? I naturalisti ammirano la immensa sagacità ed arte della natura nelle difese somministrate alla tale o tale specie animale o vegetabile o qualunque, contro le offese esteriori di qualunque sia genere. Ma non pensano essi che era in poter della natura il non crear queste tali offese? che essa medesima è l’autrice unica delle difese e delle offese, del male e del rimedio? E qual delle due sia il male e quale il rimedio nel modo di vedere della natura, non si sa. Si sa ben che le offese non sono meno artificiosamente e diligentemente condotte dalla natura che le difese; che il nibbio o il ragno non è meno sagace di quel che la gallina o la mosca sia amorosa o avveduta. Intanto che i naturalisti e gli ascetici esaminando le anatomie de’ corpi organizzati, andranno in estasi di ammirazione verso la provvidenza per la infinita artificiosità ed accortezza delle difese di cui li troverà forniti, io finchè non mi si spieghi meglio la cosa, paragonerò la condotta della natura a quella di un medico, il quale mi trattava con purganti continui, ed intendendo che lo stomaco ne era molto debilitato, mi ordinava l’uso di decozioni di china e di altri attonanti per fortificarlo e minorare l’azione dei purganti, senza però interromper l’uso di questi. Ma, diceva io umilmente, l’azione dei purganti non sarebbe minorata senz’altro, se io ne prendessi de’ meno efficaci o in minor dose, quando pur debba continuare d’usarli? (Bologna. 25. Sett. 1826.). V. p.  seg.

῎Iχνος-ἴχνιον. Phot. Biblioth. cod. 166. col. 360. ὡς Παάπις δοώκων μετ᾽ ἴχνια τoὺς περὶ Δερκυλλίδα, ἐπέsτη αὐtoῖς ἐν τῇ νήsῳ.

[4206] Relativo ai Mori bianchi, dei quali dico altrove, può essere anche quel luogo dell’antico romanziere Antonio Diogene (Fozio lo crede non molto posteriore ad Alessandro), il quale presso Fozio cod. 166. col. 357. introduce la viaggiatrice Dercillide a raccontare ὡς περιπέσοι (αὐtὴ) ἀνϑρώπωn πóλει κατὰ τὴν ᾽Iβηρίαν, oἵ ἑώρων μὲν ἐν νυκτί, τυϕλοὶ δὲ ὑπò ἡμέραν ἑκάστην ἐτύγχανον. (Bolog. 25. Sett. 1826.)

Alla p.  preced. Si ammiri quanto si vuole la provvidenza e la benignità della natura per aver creati gli antidoti, per averli, diciam così, posti allato ai veleni, per aver collocati i rimedi nel paese che produce la malattia. Ma perchè creare i veleni? perchè ordinare le malattie? E se i veleni e i morbi sono necessari o utili all’economia dell’universo, perchè creare gli antidoti? perchè apparecchiare e porre alla mano i rimedi? (Bologna. 1826. 26. Sett.)

Alla p. 4183. Questa novelletta, poichè per tale io la tengo, mi fa ravvisare una nuova somiglianza tra i costumi antichi e i moderni; cioè mi fa credere che i greci antichi inventassero degli esempi di ridicola e bestiale costanza da apporre agli spartani, come noi ne inventiamo di bêtise e di sciocchezza da apporre ai tedeschi e agli svizzeri (addietro tu e muro); come altri ne inventano di scelleraggine vile, feroce, traditrice e coperta, da apporre agl’italiani, ec.: in somma che gli Spartani fossero per gli antichi belli spiriti, ed anche popolarmente nella opinione della Grecia, il soggetto di motteggi e di novelle, al quale si riportassero anche degli esempi veri, ma appartenenti ad altre persone; come noi italiani siamo il tipo della ferocia traditrice per altre nazioni ec. (Bologna. 26. Sett. 1826.). V. p. 4217.

È chiaro e noto che l’idea e la voce spirito non si può in somma e in conclusione definire altrimenti che sostanza che non è materia, giacchè niuna sua qualità positiva possiamo noi nè conoscere, nè nominare, [4207] nè anco pure immaginare. Ora il nome e l’idea di materia, idea e nome anch’essa astratta, cioè ch’esprime collettivamente un’infinità di oggetti, tra se differentissimi in verità (e noi poi non sappiamo se la materia sia omogenea, e quindi una sola sostanza identica, o vero distinta in elementi, e quindi in altrettante sostanze, di natura ed essenza differentissimi, com’ella è distinta in diversissime forme), l’idea dico ed il nome di materia abbraccia tutto quello che cade o può cader sotto i nostri sensi, tutto quello che noi conosciamo, e che noi possiamo conoscere e concepire; ed essa idea ed esso nome non si può veramente definire che in questo modo, o almeno questa è la definizione che più gli conviene, in vece dell’altra dedotta dall’enumerazione di certe sue qualità comuni, come divisibilità, larghezza, lunghezza, profondità e simili. Per tanto il definire lo spirito, sostanza che non è materia, è precisamente lo stesso che definirla sostanza che non è di quelle che noi conosciamo o possiamo conoscere o concepire, e questo è quel solo che noi venghiamo a dire e a pensare ogni volta che diciamo spirito, o che pensiamo a questa idea, la quale non si può, come ho detto, definire altrimenti. Frattanto questo spirito, non essendo altro che quello che abbiam veduto, è stato per lunghissimo spazio di secoli creduto contenere in se tutta la realtà delle cose; e la materia, cioè quanto noi conosciamo e concepiamo, e quanto possiamo conoscere e concepire, è stata creduta non essere altro che apparenza, sogno, vanità appetto allo spirito. È impossibile non deplorar la miseria dell’intelletto umano considerando un così fatto delirio. Ma se pensiamo poi che questo delirio si rinnuova oggi completamente; che nel secolo 19° risorge da tutte le parti e si ristabilisce radicatamente lo spiritualismo, forse anche più spirituale, per dir così, che in addietro; che i filosofi più illuminati della più illuminata nazione moderna, si congratulano di riconoscere per caratteristica di questo secolo, l’essere esso éminemment [4208] religieux, cioè spiritualista; che può fare un savio, altro che disperare compiutamente della illuminazione delle menti umane, e gridare: o Verità, tu sei sparita dalla terra per sempre, nel momento che gli uomini incominciarono a cercarti. Giacchè è manifesto che questa e simili innumerabili follie, dalle quali pare ormai impossibile e disperato il guarire gl’intelletti umani, sono puri parti, non mica dell’ignoranza, ma della scienza. L’idea chimerica dello spirito non è nel capo nè di un bambino nè di un puro selvaggio. Questi non sono spiritualisti, perchè sono pienamente ignoranti. E i bambini, e i selvaggi puri, e i pienamente ignoranti sono per conseguenza a mille doppi più savi de’ più dotti uomini di questo secolo de’ lumi; come gli antichi erano più savi a cento doppi per lo meno, perchè più ignoranti de’ moderni; e tanto più savi quanto più antichi, perchè tanto più ignoranti. (Bologna. 26. Sett. 1826.). V. p. 4219.

Ovidio Metam. l.4. parlando delle anime che sono nell’Eliso: Pars alias artes, antiquae imitamina vitae, Exercent ec. Vedilo. V. p. 4210. capoverso 4.

Alla p. 4196. fin. τὴν δὲ ϑρησκείαν ὁ ἀνὴρ (᾽Iωάννης Λαυρέντιoς ϕιλαδελϕεὺς ὁ Λυδòς) ἕoικε δεισιδαίμων (superstitiosus) εἶναι. σέβεται μὲν τὰ ῾Eλλήνων καὶ ϑειάζει, ϑειάζει δὲ καὶ τὰ ἡμέτερα∙ μὴ διδoὺς τoῖς ἀναγινώσκoυσιν ἐκ τοῦ ῥᾴστου συμβαλεῖν πóτερον oὕτω νομίζων ϑειάζει, ἢ ὡς ἐπὶ σκηνῆς (simulate). Phot. cod. 180. fin. v. qui sotto.

περιεῖχε (Apollodori Bibliotheca) τὰ παλίτατα τῶν ῾Eλλήνων, ὅσα τε περὶ ϑεῶν καὶ ἡρώων ὁ χρóνος αὐτoῖς δοξάζειν (i. e. μυϑολογεῖn etc.) ἕδωκεν. Ib. cod. 186. fin. V. p. 4210.

Conone appresso Fozio, Bibliot. cod. 186. narrat. 10. chiama Oἴϑων (Oἴϑωνα) il re del Chersoneso di Tracia padre di Pallene, il quale da Stefano Biz. v. Παλλήνη è chiamato col sigma iniziale Σίϑων (Σίϑωνα), e così da Partenio, ἐρωτικῶν cap. 6. (Σίϑωνα). (Bolog. 30. Sett. 1826.)

[4209] Plat, sost. e aggettivo, piatto, (ingl. flat.) (v. gli spagn.) - πλάτoς, πλατὺς. Phot. Biblioth. cod. 186. ed. gr. lat. col. 444. πλατεῖ τῷ ξίϕει οὐκ ἐϑέλοντα προιέναι, τύπτων τὰ νὺτα, ἤλαυνεν lo cacciava innanzi per forza, non volendo egli andar oltre, battendogli la schiena colla spada piatta, col piatto della spada, a forza di piattonate, battendolo colla spada di piatto. (Bologna 2. Ott. 1826.). V. p.  seg.

Alla p. 4194. Fozio, Bibliot. cod. 186. dando il sommario delle διηγήσεις o Narrazioni di Conone, ed. grec. lat. col. 449-52. alla narrazione 43. dice così: ῾H μγ.᾽ Oἰ τῆς Aἴτνης τοῦ πυρòς κρατῆρες ἀνέβλυσάν ποτε (effuderunt) ποταμοῦ δίκην, ϕλóγα κaτὰ τῆς χώρας, κaί Καταναίoις (πóλις δ᾽ ῾Eλλὰς ἐν Σικελίa ἡ Κατάνη) ἕδοξε παντελὴς ἕσεσϑαι ϕϑορὰ τῆς πóλεως. καί ἀπὸ ταύτης ϕεύγοντες ώς εἰχoν τάχouς oἱ μὲν χρυσòν, oἱ δὲ ὅ τι ἄν τις βoύλoiτo έπικoύρημα τῆς ϕυγῆς (subsidium in exsilio allatura). ᾽Aναπίας δὲ καί ᾽Aμϕίνoμoς ἀντὶ πάντων τoὺς γονεῖς γεραιοὺς ὅντας ἐπὶ τoὺς ὤμους ἀναϑέμενοι ἕϕευγον. κaί τoὺς μὲν ἄλλouς ἡ ϕλòξ ὲπικαταλαβoῦσα, ἕϕϑειρεν. αὺτoὺς δὲ περιεσχίσϑη τῷ πῦρ, κaί ὥσπερ νῆσoς ὲν τῇ ϕλογὶ πᾶς ó περὶ aὺτoὺς χῶρoς ὲγένετο. διὰ ταῦτα oἱ Σικελιῶται τóν τε χῶρον ὲκεῖνον, εὐσεβῶν χώραν ὲκάλεσαν καὶ λιϑίνας εἰκóνας ὲν αὺtῶ τῶν ἀνδρῶν τῷ μνημείῳ (in monumento), ϑείων τὲ ἅμα καὶ ἀνϑωπωπίνων ἔργων (Schott., suppl. testes), ἀνέϑεσαν (Strabo lib.6. Sicil. in Catana. Seneca de benefic. lib. 3. c. 37. Silius, lib. 14. et auctor Aetnae in Catalect. Virgil.. [2] Nota marginale dello Schotto alle parole Anapias et Amphinomus). Qual è plagio di queste due favole; la presente, o quella di Enea? (Bologna 1826. 2. Ottobre.). Del resto simili plagi, racconti, tradizioni, favole parallele sono frequentissime nelle istorie greche, massime in quel che spetta alle origini o ai fasti delle [4210] diverse città della Grecia o greche. V. p. 4213.4224.4225. fin.

Alla p. 4208. fin. ἕχει γὰρ (parla di un’opera di Tolomeo Efestione) δοῦναι βραχeῖ χρóνῳ συνειλεγμένα εἰδέναι, ἃ σποράδην τὶς τῶν βιβλίων ἀναλέγειν πóνον δεδγμένoς, μακρòν κατατρίψει χρóνον. Brevi enim tempore, collecta simul, cognoscenda suppeditat quae nonnisi longo temporis intervallo quispiam per libros passim dispersa laboriose comportare possit. (Schott.) Ib. cod. 190. init., col. 472. V. p.  seg.

, voce popolare per tieni, prendi. V. Crusca. - Tῆ. Hom. Odyss. 9.347.

Alla p.  qui dietro. Che questo sia il valor della frase πλατεῖ τῷ ξίϕει τύπτειν è manifestissimo dal contesto, nel quale essa viene ad essere opposta ad ἀναιρεῖν τῷξίϕει, ed a πληγὴν (cioè ferita) ἐμβαλεῖν τῷ ξίϕει per fine di ammazzare. Lo Schotto traduce gladii lamina verberans: non so se intese bene il senso, non avendo forse posto mente all’italianismo, francesismo ec. della locuzione di Fozio (o di Conone, che Fozio quivi compendia).

Alla p. 4208. capoverso 1. Nè ciò solo; ma credevano anche che le anime s’innamorassero, e usassero insieme e avessero figliuoli. Tolomeo Efestione nel quarto libro περὶ τῆς εἰς πλυμάϑειαν καινῆς ἱστορίaς (Novae ad variam eruditionem historiae) appresso Fozio, cod. 190. ed. gr. lat. col. 480., dice ὡς ῾Eλένης κai ᾽Aχιλλέως ὲν μακάρων νήσοις παῖς πτερωτòς γεγóνοι (cum alis) ὃν διὰ τῷ tῆς χώρας εὔϕορον (fertilitatem), Eὔϕορίωνα ὠνóμασαν. καὶ ὡς ἐρᾷ τoύτoυ Zευς, καὶ ἀποτυχών, (minime potiens) κεραυνοιῖ ὲν τῇ νήσῳ καταλαβύν διωκóμενον. καὶ τάς νύμϕας, ὅτι ϑάψειαν, αὐτóν, εἰς βατράχouς μετέβαλε. (Bologna. 3. Ott. 1826.)

Juillet.

Alla p. 4167. Aristides, Orat. εἰς βασιλέα (M. Aurel.), ed. Canter., t. I. p. 114-5. ἀπελϑoύσης τῆς Βρισηΐδος par. aὺτοῦ (Aχιλλέως), καὶ χρóνον [4211] τινὰ ποιησάσης παρ᾽ ᾽Aγαμέμνονι (cum Agamem. vixisset. Canter.)

Fare per giovare, servire. Phot. cod.190. fin. col.493. ed. gr. lat. ἐν τoύτῳ (τῷ ἰχϑῦϊ) λίϑoν εὑρισκεσϑαι (ϕεσὶ Πτολεμῖoς ὁ ῾Hϕαιστίων) τòν ἀστερίτην, ὅν εἰς ἥλιον τεϑέτα, ἀνάπτεσϑαι (incendi) ποιεῖν δὲ καὶ πρòς ϕίλτρον (valere etiam ad philtrum. Schottus.) V. p. 4225.

Così, ridondante. Καὶ ἡ μεταϕορὰ αὐτῷ τῶν λέξεων οὐκ εἰς τῷ χάριεν καὶ γεγοητευμένον περιήνϑισται, ἄλλ᾽ oὕτως ἁπλῶς καὶ ἀπεριμερίμνως παραλαμβάνεται. Dove lo Schotto assai male trasporta la voce oὕτως più sotto, per non avere inteso qui il senso di essa, nè quello del periodo seguente, nel quale va letto ὅ δ᾽ ἐγγὺς per ὁ δ᾽ ἐγγὺς, e non come corregge lo Schotto. Phot. Cod. 192. col. 501. ed. graec. lat. V. p. 4224.

Tαῦτα μὲν, εἰ καὶ κaτὰ τῷ μᾶλλον καὶ ἧττον ἀλλήλων διαϕέροντα, ὅμως εἰς τὴς πρακτικὴν χειραγωγεῖ ϕιλοσοϕίαν τὰ ὀκτὼ τῶν λογἱων. Questi otto libricciuoli, o vero sermoncini, (λóγοι ἀσκητικoὶ di un tal Marco Monaco), tutti, sebben colla differenza tra loro del più e del meno, conducono, sono conducenti, all’esercizio della filosofia pratica (intende delle virtù cristiane ed ascetiche). Fozio, cod. 200. verso il fine. col. 522. ed. grec.-lat. Male lo Schotto: Qui quidem octo libri, etsi plus minusve sint inter se diversi; omnes tamen ad operantem sapientiam quasi manu ducunt. (Bologna 4. Ott. Festa di S. Petronio. 1826.). V. p.  seg.

Alla p. 4165. capoverso 5. Similmente da Aristide Orat. εἰς βασιλέα, cioè in lode di M. Aurelio, ed. Canter. t. 1. p. 106. lin. penult.-ult.

Alla p. 4166. Usasi la stessa locuzione, τῷ αὐτοῦ μέρος, nello stesso senso e modo, da Fozio, Cod. 219. col. 564. ed. gr.-lat. V. Plat. ed. Astii, t. 1. p. 192. lin. 11.

Alla p.  qui dietro. Così cod. 240. col. 993. δίδωσιν ἐννοεῖν V. p.  4213.

L’autor greco della Vita di S. Gregorio Papa, detto il Magno, avendo parlato delle opere di questo Santo, e particolarmente de’ suoi Dialoghi, [4212] soggiunge (appresso Fozio. cod. 252. col. 1400. ed. grec. lat. Credo però che questa Vita si trovi stampata intera, e sarà in fronte alle opp.  di S. Gregorio): ᾽Aλλὰ γέρ πέντε καὶ ἑξήκοντα καὶ ἑκατòν ἕτη oἱ τὴν ῥομαίαν ϕωνὴν ἀϕιέντες τῆς ἐκ τῶν põνων αὐτοῦ ὠϕελείας μóνοι ἀπήλαυον. Zαχαρίας δὲ, ὃς τoῦ ἀποστολικoῦ ἀνδρòς ἐξείνου χρóνοις ὕστερον τoῖς εἰρημένοις κατέστη διάδοχoς, τὴν ἐν τῇ ῥωμαϊκῇ μóνῃ συγκλειομένην γνῶσιν καὶ ὠϕέλειαν εἰς τὴν ᾽Eλλάδα γλῶσσαν ἐξαπλώσας, κoiνòν τῷ κὲρδος τῇ oἰκoυμένῃ πάσῃ ϕιλανϑrώπως ὲποιήσατο. οὐ τοὺς διαλóγους δὲ, καλουμένους μóνους, ἀλλὰ καὶ ἄλλους αὐτοῦ ἀξιολóγοuς πóνους ἐξελληνίσαι ἕργον ἕϑετο. Ma per ispazio di 165 anni, solamente quelli che parlano latino godettero della utilità delle sue opere. Poi Zacaria, che in capo al detto spazio di tempo successe a quell’apostolico uomo (nel papato), trasportati in lingua greca i colui scritti, fece cortesemente comune a tutta la terra la notizia e la utilità di quelli, ristretta fino allora ai soli Latini. E non solo i così detti dialoghi, ma prese anche a voltare in greco altri scritti del medesimo degni di considerazione. - Testimonianza insigne della universalità della lingua greca eziandio ai tempi dello scrittore di questa Vita, cioè, credo, nel sesto secolo, se costui fu contemporaneo o poco posteriore al detto Zaccaria papa. (Bologna. 5. Ott. 1826.)

Alla p.  qui dietro. Proclo nella Crestomazia, appresso lo stesso Fozio, cod. 239. init. col. 981., dice ὡς (che) aἱ αὐταί εἰσιν ἀρεταὶ λóγoυ καὶ ποιήματος (della prosa e del verso), παραλλάσσουσι δὲ (differiscono) ἐν τῷ μᾶλλον καὶ ἦττον nel più e nel meno. Lo Schotto: in eo, quod plus, minusve est. (Bologna. 6. Ottobre. 1826.)

Alla p. 4163. Phot. cod. 279. col. 1588. ex Helladii Besantinoi Chrestomathiis, ed. gr.-lat., πᾶσα γὰρ πρóϑεσις βραχυκαταληκτeῖν ϑέλει perocchè ogni preposizione vuole (cioè dee) finire in sillaba breve. V. p. 4226.

[4213] Dell’uso del verbo τιϑέναι per fare, come in ispagnuolo, poner. Elladio Besantinoo ne’ libri delle Crestomazie, appresso Fozio, cod. 279. col. 1588. ed. gr. lat. ὁ παρ᾽ ἄλλοις μισϑοῦ δουλεύων ϑὴς καλεῖταi, ἢ παρὰ τῷ ϑεῖναι, ὃ ὃδηλoῖ τὸ χερσὶν ἐράζεσϑαι καὶ ποιεῖν (καὶ γὰρ τοῖς παλαιοῖς λέγειν ἕϑoς τῷ ἕϑηκεν ἐπὶ τοῦ τὶ δρᾶν, ὡς καὶ δραστικώτατoς ἥρως διὰ τοῦτο κέκληται Θησεύς). ἢ κατὰ μετάϑεσιν κ. τ. λ. Anche Orazio per grecismo: nunc hominem ponere (cioè facere, fabricare, fabrefacere) nunc deum. (Bologna. 8. Ott. Domenica. 1826.)

Πονερος che vale ora laborioso, infelice ec. ed ora malvagio, del che altrove, ha diversa accentazione secondo il diverso significato. Veggansi i Lessici.

῞Oρος-õρίoν, μεϑóριον ec.; ϕῦκoς-ϕυχίoν, ὅρκoς- ὅrκιον.

Alla p. 4210. Il fatto riferito da Agatarchide presso Stobeo, trovasi anche presso Plutarco nel principio del Parallelo dei fatti greci e romani (operetta da consultarsi al nostro proposito), il qual Plutarco lo paragona a quello di Muzio Scevola, e cita Agatarchide Samio ῾εν β′ τῶν περσικῶν. (Bolog. 9. Ott. 1826.)

Diluere-diluviare activ. V. Forcell.

Alla p. 4211. E cod. 224. col. 708. ὲδίδου τοῖς ὁρῶσιν ἐννοεῖν.

Oἱ γὰρ πάλαι ῥήτορες ἱκανòν αὐτoῖς ὲνóμιζον εὐρεῖν τε τὰ ἐνϑυμήματα, καὶ τῇ ϕράσει περιττῶς ἀπαγγεῖλαι (phrasi eximia) ὲσπoύδαζον γὰρ τῷ ὅλον περὶ τε τὴν λέξiν καὶ τòν ταύτης κóσμον∙ πρῶτον μὲν ὅπως εἴη σημαντικὴ καὶ εὐπρεπής (significativa et venusta), εἶτα καὶ ὲναρμóνιoς ἡ τoύτων σύνϑεσις (compositio). ὲν τoύτῳ γὰρ αὐτoῖς καὶ τὴν πρòς τoὺς ἰδιώτας διαϕορὰ ἐπὶ τῷ κρεῖττoν περιγίνεσϑαι (ex hoc enim se praestituros vulgo loquentium). Cecilio rettorico siciliano, parlando di Antifonte, uno dei 10. Oratori Greci, ap.  Phot. cod. 259. col. 1452. ed. graec. lat.

[4214] Alla p. 4197. In inghilterra vi sono da qualche tempo scuole di pugilato (boxing), e vi vanno ad apprender l’arte, non già solo quelli che hanno intenzione di fare il mestier di boxer per guadagno, ma galantuomini d’ogni condizione in gran numero, per servirsene nell’uso della vita, la quale in quel paese offre assai spesso l’occasione di adoperar le pugna; e per difendersi dalle pugna degli altri.

Alla p. 4200. Solevano portar le donne intorno al collo e alle maniche de’ bottoncelli d’ariento indorato. Franc. da Buti ap.  la Crus. in Bottoncello.

I francesi non hanno lingua poetica perchè hanno rigettata la lingua antica, perchè non sopportano l’antico nel verso niente più che nella prosa: e senza l’antico non vi può esser lingua poetica. I Latini che ebbero pochissima antichità di lingua, perchè il progresso della loro letteratura fu rapidissimo, e che rigettarono, ad eccezione di pochissime e piccolissime parti conservate nel verso, quella poca antichità che avevano, non ebbero lingua poetica propriamente, nè avrebbero avuto dicitura e stile poetico se non avessero usato nella poesia costruzioni ardite, e nuovi significati e metafore di parole, che i francesi non sopportano nella loro. Del resto l’avere i latini e i francesi a differenza dei greci e degl’italiani, rigettata ne’ loro buoni e perfetti secoli l’antichità della lingua, venne, fra l’altre cose, dal non aver essi avuto nelle loro lingue antiche scrittori veramente sommi, a differenza dei greci, che ebbero Omero, Esiodo, Archiloco, Ippocrate, Erodoto ec. e degl’italiani, ch’ebbero Dante, Petrarca, Boccaccio, insomma (come i greci) la letteratura già stabilita, fissata e formata prima della lingua e della maturità della civilizzazione. (Bolog. 12. Ott. 1826.)

Istoria naturale. Curioso è l’osservare da quanto piccole, quanto disparate e lontane cause sieno determinate le assuefazioni e le [4215] idee degli uomini le più costanti, e le più universali. La così chiamata istoria naturale è una vera scienza, perocch’ella definisce, distingue in classi, ha principii e risultati. Se la si dovesse chiamare storia perch’ella narra le proprietà degli animali, delle piante ec., il medesimo nome si dovrebbe dare alla chimica, alla fisica, all’astronomia, a tutte le scienze non astratte. Tutte queste scienze narrano, cioè insegnano quello che si apprende dall’osservazione, la quale è il loro soggetto, come altresì della istoria naturale. Solo le arti possono dispensarsi dal narrare, bastando loro il dar precetti. Anche l’ideologia narra, benchè scienza astratta. Oltre che il nome di storia, secondo la sua generale accezione, significa racconto di avvenimenti successivi e susseguenti gli uni agli altri, non di quel che sempre accadde ed accade ad un modo. Questo racconto appartiene alle scienze. Esso è insegnamento. Or tale è il raccontar che fa la storia naturale. Perchè dunque si dà a questa scienza il nome di storia? Perocch’essa fu fondata da Aristotele: il quale la chiamò istoria, perchè questo nome in greco viene da istor (conoscente, intendente dotto), verbale fatto dal verbo isémi (scio) e vale conoscenza, notizia, erudizione, sapere, dottrina, scienza, ϕυσικὴ ἱστορία, notizia della natura. Così la Varia istoria d’Eliano, non è altro che Varia erudizione; così i libri παντοδαπῆς ἱστορίας d’altri scrittori greci, opere filologiche. E istoria equivale in certo modo in greco a filosofia, e spesso si prende per questa, specialmente da’ più antichi, o da’ sofisti-arcaisti. Quindi Aristotele intitolò anche istoria degli animali altra sua opera di zoologia, Teofrasto istoria delle piante opera di fitologia ec. Plinio Istoria naturale opera enciclopedica e non ristretta nei termini della Scienza così nominata. V. p. 4234. Ma noi che annettiamo tutt’altra idea al nome istoria, avremmo dovuto tradurlo [4216], massime trattandosi del nome di una scienza; chè se nelle scienze ogni termine dev’esser preciso e non dar luogo ad equivoco, molto più il nome suo stesso. Nondimeno l’abbiamo adottato tal quale; e per effetto di questa disparatissima causa, il nome di questa scienza, nome che le è stato e sarà sempre e universalmente fisso e inseparabile, produce in tutti un’idea equivoca, che mescola le nozioni di storia a quella di scienza; che fa dare ai cultori e scrittori di questa il nome di storici della natura, il quale niun pensò mai di dare a Lavoisier nè a Volta, nè di chiamar Cassini o Galileo storici degli astri o del cielo. Confusione e imprecisione di idea, da cui niuno si potrà difendere finchè sarà conservato alla detta scienza il detto nome, che non le potrà essere mai tolto presso nazione alcuna sino all’estinzione della presente civiltà, (Bolog. 13. Ott. 1826.) e al sorgimento di un’altra che non derivi da questa.

Rettorica. Citiamo qui un esempio di acutezza e di filosofia de’ rettorici. Demetrio (rettorico de’ più stimati) περὶ ἐρμενείας, della elocuzione, sezione 67. parlando delle figure della dizione (σχήματα τῆς λέξεως opposte a σχήματα τῆς διανοίας sententiarum o sententiae: λέξεως verborum), le quali non sono altro che costrutti e frasi fuor di regola, di ragione, d’uso ec. sgrammaticature, direbbe l’Alfieri. Bisogna servirsi di tali figure non in troppa abbondanza, [3] chè ella è cosa poco elegante, e dà una certa disuguaglianza al discorso, e fa il discorso disuguale. Gli antichi, i quali usano però gran quantità di figure, riescono nel dir loro più familiari e correnti che non fanno i moderni quando sono senza figure. La cagione è che quelli le adoperano con arte (χρῆσϑαι μέμ τοι τoῖς σχήμασι μὴ πυκνoῖς: ἀπειρóκαλον γὰρ καὶ παρεμϕαῖνóν [4217] τινa τοῦ λóγου ἀνωμαλίαν. Oἱ γοῦν ἀρχαῖοι, πολλὰ σχήματα ὲν τoῖς λóγοις τιϑέντες, συνηϑέστεροι τῶν ἀσχηματίστων εἰσί, διὰ τῷ ὲντέχνως τιϑέναι). L’osservazione è verissima in tutte le lingue; la causa, proprio il contrario di quel che dice Demetrio. Gli antichi usavano le figure naturalmente, senz’arte, e per non saper bene le regole generali della grammatica: i moderni le pescano negli antichi, le usano a posta, sono irregolari per arte. Perciò paiono, come sono, artifiziati, affettati, stentati, diversi dal dir corrente. Caro Demetrio, non ogni buon effetto o successo è da attribuirsi all’arte. Concedete qualche coserella alla natura, ed anche all’ignoranza, benchè voi siate un maestro di arte rettorica. V. p. 4222.

Alla p. 4206. Quell’altra storiella nota, dello Spartano: quo fugis, anima bis moritura; sarà parimente inventata ad esaggerazione e derision di goffaggine, e di coraggio materiale e stupido.

Mέδω, μέδομαι, μήδω, μήδαμαι, μηdέν ec. (dei quali verbi dico altrove, parlando di medeor, meditor ec.) debbono originariamente essere stati un verbo solo e medesimo, non pur tra di loro, ma eziandio con μέλω, μελέω, μέλομαι, μελέομαι, distinti solamente per la pronunzia, come δασὺς-λασὺς, λάσιος e come in ispagn. dexar (oggi si scrive dejar coll’iota, che risponde al nostro sci e al franc. ch) da Laxare, lasciare, laisser, lâcher. Δάχruon - lacrima.

Alla p. 4200. Dicono anche i greci nello stesso senso ἀναλαμβάνειν. Ménnone storico, Istoria della città di Eraclea pontica cioè di Ponto, ap.  Foz. cod. 224. col. 724. ed. gr. lat. καὶ ἀπορίας αὐτoὺς καταλαβούσης, ἀνελάμβανον oἱ ἀπò τῆς ῾Hρακλείας, σῖτον εἰς ᾽Aμισòν πέμποντες. Trovandosi in iscarsezza di vittovaglie, quelli di Eraclea li riebbero, mandando del frumento in Amiso. (Bologna 14. Ott. 1826.). Id. [4218] ap.  eund. l.c. col. 732. καὶ παραυτίκa τὰ πρòς τὴν χρείαν χoρηγoὺντες ἀϕϑóνως τoῖς Χιώταις, τoύτoυς ἀνελάμβανον et tunc quidem, large rebus necessariis suppeditatis, reficiunt Chiotas (gli Sciotti). Id. col. 736. Λεύκoλλoς δὲ ἐπὶ τοῦ Σαγγαρίoυ ποταμοῦ  στρατοπεδεύων, καὶ μαϑὼν τῷ p. ϑoς, λóγoις ἀνελάμβανον ἀϑυμήσαντας τoὺς στρατιώτας. Lucullo che era accampato in riva al Sangario fiume, inteso il sinistro della rotta, conforτò con parole i suoi soldati caduti d’animo. Simile frase usa il med. col. 753. dopo il mezzo.

Nuovamente, novellamente, di novello, di nuovo, per di fresco, di poco, poco innanzi, poco fa - ᾽Ως δ᾽ ὅτε Πανδαρέoυ κoύρη χλορηΐς ἀηδὼν Καλòν ἀείδησιν, ἕαρος νέoν ἱσταμένοιo. Odiss. τ. v. 518-9 νεῶτα cioè νεον ἕτος- anno nuovo per prossimo venturo. (Bologn. 14. Ott. 1826.)

Spicio o specio, conspicio ec. - conspicor, auspicor ec. suspicor.

Sperno - aspernor, aris.

Non ha molti anni (1823) che si è udito parlare nelle gazzette, di persone che emettevano scintille dal loro corpo, le cui mani o altre membra ardevano senza abbruciarsi, nè potersi estinguere il fuoco coll’acqua ec. E si ricordò a quel proposito il caso della celebre Bandi. Ora, qualunque fede meritassero ed ottenessero quei racconti, eccone dei paralleli presso gli antichi. Damascio, nella vita d’Isidoro filosofo, appresso Fozio, cod. 242. colonna 1040. ediz. graec. lat. scrive: τούτου (Σεβήρου) τοίνυν ὁ ἵππος, ᾧ τὰ πολλὰ ὲχρῆτo, ψηχóμενος (tractatus), σπινϑῆρας (scintillas) ἀπò τοῦ σώματος πολλούς τε καὶ μεγάἠλoυς ἠϕίει, ἕως αὐτῷ τὸ τέρας εἰς τὴν ὑπατικὴν ἀρχὴν (alla quale esso Severo fu assunto) ὲν ‘Ρώμῃ κατηνύσϑαι. ἀλλὰ καὶ Tιβερίῳ (Imp.) ὄνος, ώς Πλoύταρχoς ὁ Χαιρωνεὺς ϕησίν (nella Vita di Tiberio, perduta) ἕτι μειρακίῳ ὄντι καὶ ὲν ῾Póδῳ ἐπὶ λóγoις ῥητορικoῖς διατρίβοντι, colonna 1041, τὴν βασιλείαν διὰ τοῦ αὐτοῦ μαϑήματος προεμήνυσεν. ἀλλὰ καὶ τòτ (leggo τῶν) περὶ ᾽Aτήλλαν ἕνα ὄντα τòν Βαλέμεριν (Balemerin, unum ex Attilae aulicis. Scott.) ἀπò τοῦ oἰκeίoυ σώματoς ἀποπάλλειν [4219] σπινϑῆρας. ὁ δὲ ἦν, ὁ Βαλίμερις (sic) Θευδερίχoυ πατὴρ, ὃς νῦν τὸ μέγιστον ἕχει κράτoς ᾽Iταλίας ἀπάσης. Λέγει δὲ καὶ περὶ ἑαυτοῦ ὁ συγγραϕεὺς (Damascio) ὡς καὶ ἐμοὶ ὲνδυομέnῳ τε καὶ ἐκδυομένῳ, εἰ καὶ σπάνιον τοῦτο συμβαίνει, συμβαίνει δ’ oὖν σπινϑῆρας ἀποπηδᾶν ὲξαισίouς (ingentes), ἕσϑ᾽ ὅτε καὶ κτύπον παρέχοντας: ἐνίoτε δὲ καὶ ϕλóγας ὅλας (integras) καταλάμπειν τὸ ἱμάτιον (vestem), μὴ μέν τοι καιούσας: καὶ τὸ τέρας ἀγνοεῖν εἰς ὅ τελειτήσει (Il buon Damascio si aspettava forse tra se e se un imperiuccio, o almeno almeno un consolato, sebbene non ardisca dirlo) ἰδεῖν δὲ λέγει καὶ ἄνϑρωπóν τινα ἀπò τῆς κεϕαλῆς ἀϕιέντα σπινϑῆρας, ἀλλὰ καὶ ϕλóγα ἀνάπτοντα, ὅτε βούλοιτο, ἱματίῳ τινὶ τραχεῖ (veste superiore) παρατριβομένης. (nempe τῆς αὑτοῦ κεϕαλῆς). (Bolog. 16. Ott. 1826.)

Alla p. 4208. Damascio nel luogo citato nel pensiero antecedente, colonna 1033. dice del suo maestro ed eroe Isidoro filosofo: ῾Pητορικὴς καὶ ποιητικὴς πολυμαϑίας μικρὰ ἥψατο, εἰς δὲ τὴν ϑειοτέραν ϕιλοσοϕίαν ἐξώρμησε τὴν ᾽Aριστοτέλους. ὁrῶν δὲ tαύτην τῷ ἀναγκαίῳ μᾶλλον ἢ τῷ oἰκείῳ (proprio, privato, individuale) νῷ πιστεύoυσαν, καὶ τεχνικὴν μὲν ἱκανῶς εἶναι σπουδάζουσαν, τὸ δὲ ἔνϑεον ἢ νοερòν oὐ πάνυ προβαλλομένην, ὀλίγου καὶ τaύτης ὁ ᾽Isίδωρος ὲποιήσατο λóγον. ὡς δὲ τῶν Πλάτωνoς ὲγεύσατο νοημάτων, οὐκέti παπταίνεπν ὴξίoυ πóρσιον, ὡς ἕϕη Πίνδαρος (Olimp., od. 1, et od. 3, fine; Phyth., od. 3) ἀλλὰ τέλος ἕχειν ἢλπιζεν εἰ τῆς Πλάτωνoς διανοίας εἴσω τῶν ἀδύτων δυνηϑείη διαβαλεῖν (sic), καὶ πρòς τoύτῳ (in margine corrigitur τoῦτο) ὁ πᾶς αὐτῷ δρóμος ἐτέτατo τῆς σπουδῆς. Rhetoricas, poeticasque artes parum attigit: sed ad sanctiorem Aristotelis philosophiam se convertit, vidensque illam necessariis ratiocinationibus magis quam proprio sensui credere, et ut via ac ratione procedat, divinis autem imaginationibus non adeo uti, parum etiam de hac sollicitus fuit: ubi autem Platonis sententias gustavit, non iam aspicere, ut ait Pindarus, dignatus est ulterius. Sed finem consecuturum speravit (dic, perfectionem, vel quid simile) si in Platonis sententiarum adyta penetrare potuisset, et eo omne suum studium impetumque convertit. Versio Andreae Schotti. Tῶν μὲν [4220] παλαίτατα ϕιλοσοϕησάντων, soggiunge Fozio, Πυϑαγóραν καὶ Πλάτωνa ϑειάζει (cioè Damascio)… τῶν νεοστὶ δὲ Πρϕύριον καὶ ᾽Iάμβλιχoν καὶ Συριανòν καὶ Πρóκλον, καὶ ἄλλους δὲ ἐν μέσῳ τοῦ χρóνoυ πολὺν ϑησαυρòν συλλέξαι λέγει ἐπιστήμης ϑεοπρεποῦς. τoὺς μέν τοι ϑνητὰ καὶ ανϑρώπινα ϕιλοπονουμένους, colonna 1036, ἢ συνιέντας ὀξέως ἢ ϕιλομαϑεῖς εἶναι βουλομένους, οὐδὲν μέγα ἀνύττειν εἰς τὴν ϑεοπρεπῆ καὶ μγάλην σοϕίαν. τῶν γὰρ παλαιῶν ᾽Aριστοτέλη καὶ Χρύσιππoν, εὐϕυεστάτouς γενομένυς, ἀλλὰ καὶ ϕιλομαϑεστάτouς γεγονóτας, ἕτι δὲ καὶ ϕιλοπóνους, οὐκ ἀναβῆναι ὅμως τὴν ὅλην ἀνάβασιν. τῶν νεωτέρων ῾Iεροκλέα τε καὶ εἴ τις ὅμοιος, οὐδὲν μὲν ὲλλείποντας εἰς τὴν ἀνϑρωπίνην παρασκευήν, τῶν δὲ μακαρίων νοημάττων πολλαχῆ πολλὺν ὲνδεεῖς γενομένους ϕεσίν. Θειάζει vuol dire esalta, divinizza, loda a cielo, voce e senso usitato a Fozio. Antiquissimos etc. De recentioribus etc., et alios mediae aetatis, magnum τηesaurum collegisse divinae scientiae dicit. Eos autem qui in caducis, et humanis studiis libenter occupantur, vel qui intelligere acute (cito), ac scire multa volunt, non magnopere conferre ad sublimem ac divinam sapientiam. Antiquorum enim Aristotelem et Chrysippum ingeniosissimos, et discendi cupidissimos, quin etiam laboriosos, nec tamen omnino ad summum ascendisse. Recentium vero Hieroclem, et similes, scientiis humanis nulli quidem fuisse inferiores, sed in divinis notionibus non admodum fuisse versatos tradit. Schott. Più sotto nella stessa colonna 1036. dice Damascio d’Isidoro: εξαίρετον δ᾽ ἦν αὐτῷ παρὰ τοὺς ἄλλους καὶ τοῦτο ϕιλοσόϕους∙ οὐκ ὴβούλετο συλλογισμοῖς ἀναγκάζειν μóνον, οὔτε ἑαυτòν οὔτε τoὺς συνóντας, ἐπακολουϑεῖν τῇ άληϑείᾳ μὴ ὁρωμένην κατὰ μίαν ὁδòν πορεύεσϑαι συνελαυνομένους ὑπò τοὐ λóγου, oἷoν τυϕλοῦ τινòς ὀϕϑὴν ἀγομἑνου (in margine ἀγομἑνους) πορείαν: ἀλλὰ πείϑειν ἐσπoύδαζειν άεὶ, καὶ ὄψιν ἐντιϑέναι τῇ ψυχῇ, μᾶλλον δὲ ὲνοῦσαν διακαϑαίρειν. Luogo corrotto, di cui però s’intende appresso a poco il senso. Hoc etiam a ceteris philosophis distabat Isidorus, quod non sola syllogismorum vi se at suos vellet adhaerere veritati: cumque veritas non una videatur via, nolebat eos ratione, veluti caeca in rectam viam ductrice, impelli. Sed persuadere semper adnisus est, et oculos ad animam referre (dic, visum, speciem intromittere): aut si inessent, [4221] repurgare. - Ridete? Or traducete queste che vi paiono stoltizie, dalla lingua antica filosofica nella moderna, e voi vedrete accadere quello che dice il Dutens, cioè quante verità (qui però si tratterà di errori) si troverebbero negli antichi, credute moderne, se si sapessero tradurre i loro detti nella lingua modernamente adottata per la filosofia. Queste scempiaggini del filosofo mistico Isidoro, comuni in gran parte agli altri mistici di quello e dei vicini secoli, e dominanti in quei tempi di sogni e di creuseries, che altro sono se non, con solo diverse parole, le misticherie di quei moderni, che quando non ci possono provare con ragioni quello che vogliono, quando sono obbligati a confessare che argomenti per provarlo non vi sono, che anzi abbondano gli argomenti in contrario, ricorrono alla gran prova del sentimento, e pretendono che questo debba esser l’unica guida, canone, maestro della verità nelle cose che più importano? E noi che ridiamo di questi passi di Damascio, non ridiamo di queste sentenze moderne, anzi le ripetiamo e magnifichiamo. Questo è proprio il caso del mutato nomine (propriamente il nome e non altro) de te fabula. Che altro è questo sentimento, questa sensibilità, questo entusiasmo, queste ispirazioni, che non tutti hanno da natura, o chi più chi meno, ma che ci si dà per il principal mezzo di conoscere il vero, ed a cui si debba subordinare ogni altro mezzo, compresa la ragione; che altro è, dico, se non quello che Isidoro chiamava εὐμοιρία in quest’altro luogo (che ci fa ridere) di Damascio ap. lo stesso Fozio, colonna 1033. ἀγχίνοιαν καὶ ὀξύτητα ὁ ᾽Iσίδωρος, ϕησίν (Δαμάσκιος), ἕλεγεν οὐ τὴν εὐκίνητον ϕαντασίαν, οὐδὲ τὴν δοξαστικὴν εὐϕυΐαν, οὐδὲ μóνην (ὡς ἄν τις oἰηϑείη) διάνοιαν εὔτροχον καὶ γóνιμον άληϑείας: οὐ γὰρ εἶναι ταύτας αἰτίας, ἀλλὰ τῇ αἰτίᾳ δουλεύειν εἰς νóησιν. Tὴν δὲ εἶναι ϑείαν κaτὰ κωχὴν (in margine corrig. κατοχὴv), ἠρέμα διανοίγουσαν καὶ ὑποκαϑαίρουσαν τὰ τῆς ψυχῆς ὄμματα, καὶ τῷ νοερῷ ϕοτὶ καταλάμπουσαν, εἰς ϑέαν καὶ γνώρισιν τοὐ ἀληϑοῦς καὶ τοὐ ψευδοῦς. εὐμοιρίαν ταύτην ὲκεῖνος ὠνóμαζε. καὶ ὡς οὐδὲν γένοιτ’ ἂν ὄϕελος ἄνευ εὐμοιρίας, ὡς οὐδὲ ὀϕϑαλμῶν ὑγιαινóντων ὄϕελος ἄνευ τοὐ οὐρανίου ϕωτòς, διετείνετο. [4222] Sollertiam et acrimoniam Isidorus dixit esse imaginationem non facile mobilem, neque ingenium facile opiniones comminiscens, neque solam, ut aliquis putarit, intelligentiam volubilem et gignentem veritatem. Neque enim has esse caussas, sed ad intelligendum caussae servire: divinum vero esse instinctum, sedate aperientem et repurgantem animae oculos, et intelligibili lumine illustrantem, ad verum falsumque et videndum et cognoscendum. Bonam constitutionem ipse appellavit, nullumque sine ea esse emolumentum, neque oculorum sanorum commodum sine coelesti lumine asseveravit. - Del resto, ho detto che questi principii erano comuni e dominanti in quei secoli; ma Damascio ha ragion di dire, ὲξαίρετον δ᾽ ἦν αὐτῷ ec. e di fare Isidoro singolare dagli altri, perchè pochi filosofi anteriori o contemporanei (e così posteriori) avevano osato così sfacciatamente ripudiar la ragione, o sottometterla al sentimento, all’entusiasmo, all’ispirazione; disprezzare il senso universale per esaltar l’individuale; deprimere e condannare Aristotele, appunto perchè seguace τοὐ ἀναγκαίου cioè dei metodi esatti di conoscere il vero, di ragionare, di convincere, per principii incontrastabili, conseguenze necessariamente dedotte; ed anteporgli Platone Pitagora ec. perchè non ragionatori, perchè pisteύontaς al libero sentimento e all’immaginario, che Isidoro chiama divino. ec. (Bologna. 17. Ottobre. 1826.)

Alla p. 4217. Lo stesso Demetrio ha nondimeno una bella osservazione sect. 197. ᾽Eναγώνιος (apta contentionibus. Gale.). μὲμ οὖν ἴσως μᾶλλον ἡ διαλελυμένη λέξις (la dicitura senza congiunzioni, σύνδεσμοι): ἡ δ᾽ αὐτὴ καὶ ὑπόκριτικὴ (histrionica. Gale.) καλεῖται. κινεῖ γὰρ ὑπόκρισιν ἡ λύσις∙ γραϕικὴ (idonea scriptonibus. Gale) δὲ λέξις ἡ εὐανάγνωστος∙ (quae facile legi potest.) αὕτη δέ ἐστιν ἡ συνηρτημένη καὶ oἶon ἠσϕαλισμένη (connexa et tanquam munita) τoῖς συνδέσμοις. διά τοῦτο δὲ καὶ Mένανδρον ὑπoκρίνονται (in Menandro actorum opera utentur), λελυμένον ἐν τoῖς πλείστοις. Φιλήμονα δὲ ἀναγινώσκoυσιν.

Veramente ci sono alcuni scrittori, libri, o passi, che leggendoli, massime ad alta voce, pare che chiamino il gesto, e ci vuol tutta la forza dell’assuefazione e delle regole di civiltà francese per astenersene. E questi tali passi sono appunto, almeno [4223] il più delle volte, o forse sempre slegati. Ma però la causa del detto effetto non è mica la slegatura, ma quella che lo stesso Demetrio accenna più sotto, cioè la passione. Perocchè alle riferite parole egli immediatamente soggiunge, sect. 198. ῞Oτι δὲ ὑποκριτικὸν (accommodata actori res) ἡ λύσις, παρδειγμα ὲγκείσϑω τόδε. E qui recato un esempio che fa poco o nulla al caso (ἐδεξάμην, ἕτικτον, ἕκτρέϕω ϕίλε), come sono quasi tutti gli esempi di cui Demetrio si serve (talora ei n’adopra un medesimo per due osservazioni, casi o precetti contrarii), ripiglia: oὶτως γὰρ λελυμένον ἀναγκάσει καὶ τòν μὲν ϑέλοντα, ὑποκρίνεσϑαι (actu adiuvare), διὰ τὴν λύσιν. εἰ δὲ συνδήσας εἴποις, ᾽Eδεξάμην καὶ ἔτικτον καὶ ἐκτρέϕω, πολλὴν ἀπάϑειαν (vacuitatem ab actione) τοῖς συνδέσμοις (insieme colle congiunzioni) συμβαλεῖς. πᾶν δὲ τò ἀπαϑὲς, ἀνυπóκριτον  (remotum ab actione).

Ora, benchè il nostro rettorico abbia appena osservata e accennata di scorcio la vera causa, non si può negare che questa non sia una bella osservazioncella. E questa è forse quanto di buono o di notabile v’ha nel suo libro. (Bolog. 17. Ott. 1826.). V. p. 4224.

Bella proprietà della lingua italiana, massime antica, proprietà in mille casi utilissima al dir breve, anzi all’evitare un lunghissimo circuito di parole, proprietà d’altronde comune anche al francese (nonchalance, nonchaloir, v. Pougens, Archéologie française), all’inglese (nonsense, nonsensical ec.) ec., è quella di certi negativi, sia nomi, sia verbi, avverbi ec. fatti dal positivo, premessavi la non, congiunta o disgiunta da essa voce; come noncuranza, non cale, non calere ec. V. la Crusca in Non... e la Proposta del Monti, se non erro, in Non, o in Non... - Damascio nella Vita d’Isidoro filosofo (Damascio fu molto studioso dell’eleganza della lingua in essa opera e ricercatore di modi antichi e di voci) appresso Fozio, cod. 242. parlando di un certo Asclepiodoto, il quale per moltissimi tentativi che facesse a tal uopo, non potè ritrovare il genere di musica detto enarmonio (τῷ ἐnarmónion gέnoς) l’uso e la conoscenza del quale era perduta, dice, colonna 1054. lin.1. ediz. grec. lat., αἴτιον δὲ τῆς μὴ εὐρέσεως τῷ κ. τ. λ., la causa della non invenzione, cioè del non averlo egli potuto ritrovare, fu ec. (Bologna. 17. Ottobre. 1826.)

[4224] Alla p. 4162. Id. sect.240. p. 134. fin. ϕιλιρóνησiς γὰρ βoύλεται εἶναι ἡ ἐπιστολὴ σύντομος. Expressio enim quaedam amoris debet esse epistola, concisa. Gale.

Tondeo, tonsum-detonsare, tosare ec.

Alla p. 4223. Demetrio, ib. sect. 285. Καϑóλου δὲ tῆς λέξεως τὰ σχήματα καὶ ὑπόκρισιν καὶ ἀγῶνα παρέχει τὸ λέγοντι, μάλιστα τὸ διαλελυένον. Ad summam (generalmente) autem figurae verborum et actionem et contentionem praebent dicenti: in primisque dissolutum. Gale. (Bolog. 20. Ottobre. 1826.)

Alla p. 4211. Arato, Φαινóμενε v. 108. parlando degli uomini della età d’oro: Oὔπω λευγαλέoυ τóτε νείκεoς ἠπίσταντο, Oὐδὲ διακρίσιoς περιμεμϕέoς, oὐδὲ κυδoιμοῦ∙ Aὕτως, (così, come si sia, εἰκῆ) δ᾽ἕζωον. χαλεπὴδ᾽ ἀπέκειτο ϑάλασσα. Καὶ βίον οὔπω νῆες άπόπροϑεν ἠγίνεσκον, κ. τ. λ. E v. 179. Oὐd᾽ἄρα Κϕῆoς μογερòν γένoς ᾽Iασίδαo Aὕτως (ridondante) ἄῤῥητον (taciuto, oscuro, ignoto ec.) κατακείσεται∙ ἀλλ᾽ἄρα καὶ τῶν Oὐρανòν εἰς ὄνομ᾽ ἦλϑεν, ἐπεὶ Διγòς ἐγγύϑεν ἦσαν. E così altrove più volte nello stesso poema usa l’avverbio αὕτως. E così ancora altri poeti; e prima di tutti probabilmente Omero. V. l’indice delle parole omeriche.

Alla p. 4210. lin. 1. Questa inclinazione e quest’uso di applicare a luoghi e persone ben note e prossime i racconti (veri o finti) appartenenti a persone e luoghi lontani, ed anche di rimodernarli, cioè applicar de’ racconti vecchi, e talora vecchissimi, a tempi e persone moderne, ha mille esempi, che si possono notare anche giornalmente: ed io ho udito in città d’Italia, molto tra se distanti, raccontare varie novellette, varie pretese origini di proverbi, varie goffaggini insigni ec. come accadute nominatamente ad una tal persona di quella tal città; e così in ciascuna città; e per tutto la stessa novelletta con nome diverso; e molte di tali novellette io le aveva già sin dalla puerizia sentite raccontare nella mia patria e da’ miei, sotto i nomi di persone della mia città stessa o della provincia: ed alcune ne ho anche trovate negli antichi novellieri italiani, sotto altri nomi, le quali ora si raccontano come di poco tempo addietro, e di persone conosciute dagli stessi che le raccontano, o da quelli da cui essi le hanno udite. (Bolog. 23. Ottob. 1826.). Altra conformità degli antichi coi moderni, poichè anche gli antichi ebbero lo stesso vezzo, come si è veduto.

[4225] Alla p. 4202. Spesse volte in occasioni di gran travaglio e afflizione d’animo, io mi sono consolato così. Ho dimandato a me stesso: Certo questa è una sventura grande: ma posso io non affliggermi di questa cosa? L’esperienza mia propria, di più altre volte, mi obbligava a risponder di sì, che io poteva: ma il non affliggersene sarebbe cosa irragionevole: la sventura è grande e vera. - Lasciamo star che sia vera: ma affliggendomene la posso io dissipare o scemare? - Nulla. - Non affliggendomene, crescerà ella punto, o me ne verrà punto di danno? - Punto. - Dunque come sarà irragionevole il non affliggermene? E se questo è ragionevole, se mi è utilissimo (il che è manifesto), se io lo posso, perchè non lo vorrò? - Vi giuro che questo discorso era efficace; che la mia volontà si determinava secondo esso, ed otteneva il suo effetto; e che io mi consolava e non pativa. (Bologna. Domenica, 29. Ottob. 1826.)

Alla p. 4211. Nicias de Lapidibus, ap.  Stob. serm. 98. περὶ νóσου, dice di una certa pietra della Tracia: ποιεῖ δ᾽ἄριστα πρὀς ἀμβλυωπίας fa benissimo. Callisthenes Sybarita libro 13. rerum Galaticarum, ib. εὑρίσκεται δ᾽ ἐν τῇ κεϕαλῇ αὐτοὐ (di un certo pesce) λίϑoς, χóνδρῳ παρóμοιος ἁλòς (grumo salis), ὃς κάλλιστα ποιεῖ πρòς τεταρταίας νóσους (ad quartanas. Gesner.). Archelaus lib. 1. de fluviis, ib. γεννᾶται δ᾽ ὲν αὐτῷ (in un fiume dell’Etolia) βοτάνη ζάρισα προσαγορευομένη, λóγχῃ παρóμοιος ποιοῦσα πρòς ἀμβλυωπίας ἄριστα. Ctesias Cnidius lib.2. de Montibus, ib. γεννᾶται δ᾽ ἐn αὐτῷ (in un monte della Misia) λίϑoς ἀντιπαϑὴς προσονομαζóμενος, ὃς κάλλιστα ποιεῖ πρòς ἀλϕοὺς (vitiligines) καὶ λέπρας. Clitophon Rhodius lib.1. Indicorum, ib. dice di un’erba dell’India: ποιεῖ δ᾽ ἄριστα πρòς ἰκτέρους (ad morbum regium). (Bologna 30. Ottobre. 1826.)

Alla p. 4210. lin. 1. Timica, donna Pitagorica, fatta tormentare da Dionigi tiranno di Siracusa, perchè rivelasse i secreti o misteri della [4226] sua setta, si tagliò co’ denti la lingua, e la sputò in faccia al tiranno. Giamblico, Vita di Pitagora, cap. 31. Imitazione della storia di Leena amica di Armodio e Aristogitone, come osserva il Menagio, il quale vedi, Hist. Mulier. philosopharum, segm. 94-98. E molte di siffatte narrazioni parallele si debbono interamente agli scrittori imitanti in altra materia le tradizioni e storie antiche ec. (Recanati 16. Nov. 1826.)

Mία χελιδὼν ἕar οὐ ποιεῖ. Fragm. Teletis ex commentario de comparatione divitiarum et paupertatis ap.  Stob. serm. 95. σύγκρισις πενίaς καὶ πλούτoυ, ed. Basil. 1549. p. 522. V. Mannuccii Adagia, Venet. 1609. col. 469. - Una rondine non fa Primavera. V. la Crus. Proverbio greco passato nel volgare e popolare italiano.

Alla p. 4212. fin. Perictyones Pythagoricae ex libro de Mulieris concinnitate, ap.  Stob. serm. 83. Oἰκονομικóς: Σκῆνoς (corpus) γὰρ ὲϑέλε (raquirit) μὴ ῥιγέειν, μηδὲ γυμνòν eἶναι, χάριν εὐπρεπείης: ἄλλου δὲ oὐδεòς χρήζει. Parla biasimando la sontuosità del vestire.

Alla p. 4165. È usato pur da Hierocles, lib. de Amore fraterno ap.  Stob. serm. 82. ὅτι κάλλιστon ἡ ϕιλαδελϕία, p. 475. verso il fine, ed. Basil. 1549. (Recanati. 15. Nov. 1826.)

Bellissima è l’osservazione di Ierocle nel libro de Amore fraterno, ap.  Stobeo serm. ὅτι κάλλιστon ἡ ϕιλαδελϕία etc. 84. Grot. 82. Gesner. che essendo la vita umana come una continua guerra, nella quale siamo combattuti dalle cose di fuori (dalla natura e dalla fortuna), i fratelli, i genitori, i parenti ci son dati come alleati e ausiliari ec. E io, trovandomi lontano dalla mia famiglia, benchè circondato da persone benevole, e benchè senza inimici, pur mi ricordo di esser vissuto in una specie di timore [4227] o timidezza continua, rispetto ai mali indipendenti dagli uomini, e questi, sopravvenendomi, avermi spaventato, ed abbattuto e afflitto l’animo assai più del solito, non per altro se non perchè io mi sentiva essere come solo in mezzo a nemici, cioè in mano alla nemica natura, senza alleati, per la lontananza de’ miei; (Recanati. 16. Nov. 1826.) e per lo contrario, ritornando fra loro, aver provato un vivo e manifesto senso di sicurezza, di coraggio, e di quiete d’animo, al pensiero, all’aspettativa, al sopravvenirmi di avversità, malattie ec. κoγχίon diminutivo positivato per κóγχoς. V. Casaub. ad Athenae. l.4. c.1 6.

Faquin, facchino ec. - ϕάκινος. V. Casaub. ad Athenae. l. 4. c. 16.

Indulgeo indultum-indultar spagn.

Senza porvi altro studio (cioè alcuno). Varchi, Ercolano, Venez. Giunti 1570. p. 94. verso la fine. Io ho veduto delle Commedie più sporche e più disoneste che quelle d’Aristofane; ho veduto de’ Sonetti disonestissimi e sporchissimi; ho veduto delle Stanze che si posson chiamare la sporchezza e disonestà medesima. Id. ib. p. 245. E gran parte della lingua spagnuola ritiene ancora oggi della lingua de’ Mori. Ib. p. 260. (Recanati. 26. Nov. Domenica. 1826.)

I Francesi, per qualificare un uomo che stimino, soglion dire c’est un homme extrêmement aimable, gl’Inglesi he is a very sensible man, gl’Italiani, è un uomo di garbo; segno manifesto, pare a me, di quanto i primi pongano sopra ogni altra cosa i piaceri della conversazione, e la scienza della urbanità; i secondi la ragionevolezza e il buon senso; gli altri la compostezza delle maniere, e l’accortezza di condursi nella vita. Algarotti, Lettere varie, Lettera al Sig. Barone N. N. a Hertzogenbrὶcκ. Berlino 10. Marzo 1752. fine. Opp.  ed. Cremona, Manini 1778-84. tomo 9. 1783. p. 69. (28. Nov. 1826.)

[4228] Molto impropriamente la questione del sommo bene è stata chiamata la questione dei fini. Il fine dell’uomo è noto e certo a ciascuno che interroghi se medesimo: un piacere perfetto, non dico in se, e però non importa se sommo o non sommo, ma perfetto rispetto ad esso uomo; un piacere che lo contenti del tutto. Questo è il nostro fine, notissimo a tutti, benchè poi non si possa conoscere di qual natura sia o possa essere questo piacere perfetto, niuno avendolo sperimentato mai; e per conseguenza che cosa e di qual natura sia o possa essere la felicità umana. Se la virtù, o la voluttà del corpo, o altre cose tali, possano proccurare all’uomo il piacere perfetto; o qual di loro più; o in somma donde possa o debba l’uomo conseguire il piacer perfetto che egli desidera, e che è il suo fine, questo può ben cadere e cade in questione; ma tal questione è dei mezzi, non già dei fini. Il fine è certo, il mezzo s’ignora, e la cagione di questa ignoranza è in pronto. La cagione, dico, si è che il mezzo o i mezzi di ottener questo fine, che niuno ha mai ottenuto, non esistono al mondo; che per conseguenza il sommo bene, che ci possa o debba dare il piacer perfetto che cerchiamo, non si trova, è un’immaginazione, come lo è questo piacer perfetto esso stesso, quanto alla sua natura; e che infine l’uomo sa e saprà ben sempre che cosa desiderare, ma non mai che cosa cercare, cioè che mezzo che cosa possa soddisfare il suo desiderio, dargli il piacer perfetto, cioè che cosa sia il suo sommo bene, dal quale debba nascere la sua felicità. (Recanati. 28. Nov. 1826.)

Ritorta-ritortola. Primulus a um, e primulum per primus e primum avv. Osservisi che son voci dei Comici, cioè del dir volgare.

Anticato per antico. V. Crusca.

Far le corna a uno - κέρατὰ τινι ποιεῖν, detto della moglie. Artemidoro de somniis cap. 12. che lo chiama τῷ λεγóμενον. V. Tassoni Varietà di pensieri, lib. 9. cap. 30. [4229] Datti de’ polli, latte, capretti, giuncate, e delle altre delizie, che tutto l’anno ti serba. Pandolfini Tratt. del governo della famiglia, ed. Milano 1811. p. 81. (Recanati 30. Nov. Festa di S. Andrea. 1826.). Vi si allegheranno degli altri. Caro Apologia, Parma 1558. p. 26. In Esiodo non sono delle voci che non sono in Omero? Ib. p. 26-27. E così spessissimo.

Senza fargli altra risposta, cioè niuna. Sannazz. Arcadia, prosa 11. fine.

Observe the French people, and mind hoς easily and naturally civil their address is, and hoς agreeably they insinuate little civilities in their conversation. Τhey thinκ it so essential, that they call an honest man and a civil man by the same name, of honnête homme; and the Romans called civility humanitas, as thinκing it inseparable from humanity. Chesterfield Letters to his son, lett. 95.

È naturale all’uomo, debole, misero, sottoposto a tanti pericoli, infortunii e timori, il supporre, il figurarsi, il fingere anco gratuitamente un senno, una sagacità e prudenza, un intendimento e discernimento, una perspicacia, una esperienza superiore alla propria, in qualche persona, alla quale poi mirando in ogni suo duro partito, si riconforta o si spaventa secondo che vede quella o lieta o trista, o sgomentata o coraggiosa, e sulla sua autorità si riposa senz’altra ragione; spessissimo eziandio, ne’ più gravi pericoli e ne’ più miseri casi, si consola e fa cuore, solo per la buona speranza e opinione, ancorchè manifestamente falsa o senza niuna apparente ragione, che egli vede o s’immagina essere in quella tal persona; o solo anco per una ciera lieta o ferma che egli vede in quella. Tali sono assai sovente i figliuoli, massime nella età tenera, verso i genitori. Tale sono stato io, anche in età ferma e matura, verso mio padre; che in ogni cattivo caso, o timore, sono stato solito per determinare, se non altro, il grado della mia afflizione o del timor mio proprio, di aspettar di vedere o di congetturare il suo, e l’opinione e il giudizio che [4230] egli portava della cosa; nè più nè meno come s’io fossi incapace di giudicarne; e vedendolo o veramente o nell’apparenza non turbato, mi sono ordinariamente riconfortato d’animo sopra modo, con una assolutamente cieca sommissione alla sua autorità, o fiducia nella sua provvidenza. E trovandomi lontano da lui, ho sperimentato frequentissime volte un sensibile, benchè non riflettuto, desiderio di tal rifugio. Ed è cosa mille volte osservata e veduta per prova come gli uomini di guerra, anche esperimentatissimi e veterani, sogliano pendere nei pericoli, nei frangenti, nelle calamità della guerra, dalle opinioni, dalle parole, dagli atti, dal volto, di qualche lor capitano, eziandio giovane e immaturo, che si abbia guadagnato la lor confidenza; e secondo che veggono, o credono di veder fare a lui, sperare o temere, dolersi o consolarsi, pigliar animo o perdersi di coraggio. Onde suol tanto giovare nel Capitano la fermezza d’animo, e la dissimulazione del dolore o del timore nei casi ov’è sommamente da temere o dolersi. E questa qualità dell’uomo è ancor essa una delle cagioni per cui tanto universalmente e così volentieri si è abbracciata e tenuta, come ancor si tiene, la opinione di un Dio provvidente, cioè di un ente superiore a noi di senno e intelletto, il qual disponga ogni nostro caso, e indirizzi ogni nostro affare, e nella cui provvidenza possiamo riposarci dell’esito delie cose nostre. (9. Dic. Vigilia della Venuta della S. Casa di Loreto. 1826. Recanati.). La credenza di un ente senza misura più savio e più conoscente di noi, il quale dispone e conduce di continuo tutti gli avvenimenti, e tutti a fin di bene, eziandio quelli che hanno maggior sembianza di mali per noi, e che veglia sulla nostra sorte; e tutto ciò con ragioni e modi a noi sconosciuti, e che noi non possiamo in guisa alcuna scoprire nè intendere, di maniera che non dobbiamo darcene pensiero veruno; questa credenza è agli uomini universalmente, e massime ai deboli ed infelici, un conforto maggior d’ogni altro possibile: il qual conforto non da altro procede, nè consiste in altro, che un riposo, uno acquetamento, ed una confidenza [4231] cieca nell’autorità, nel senno, e nel provvedimento altrui. (9. Dic. 1826.)

Dilettare-dileticare, co’ derivati.

Intermittenza morale. Passioni e qualità morali intermittenti. - Aggiungerò che quest’odiosa passione (l’avarizia) provenendo sovente dalla debolezza della nostra costituzione, avviene che le infermità corporali talvolta la sviluppino. Una dama che per sei mesi dell’anno era soggetta ai vapori e alla malinconia, era pur anche durante quel tempo d’una sordida parsimonia; ma come appena le funzioni corporee ripigliavano la loro armonia, ella si faceva adorare per la sua grande generosità. Alibert, Physiologie des passions, nel N. Ricoglitore di Milano, quaderno 23. p. 788. - Questa osservazione si può sommamente estendere. Ciascuno di noi, se bene osserva, troverà in se questa sì fatta intermittenza. Io, inclinato all’egoismo, perchè debole e infermo, sono mille volte più egoista l’inverno che la buona stagione; nella malattia, che nella buona salute, e nella confidenza dell’avvenire; più aperto alla compassione, e facile ad interessarmi per gli altri, e prendere il loro soccorso quando qualche successo mi ha fatto confidente di me medesimo, o lieto, che quando avvilito, o melanconico. - Quante cose poi non si potrebbero dire sopra questa medesima intermittenza, considerata, non nelle qualità, ma nelle facoltà intellettuali e sociali, sia ingenite, sia acquisite! (Recanati. 10. Dic. Festa della Venuta. 1826.)

Assai meglio scrisse (il Boccaccio) quando si lassò guidar solamente dall’ingegno ed instinto suo naturale, senza altro studio o cura di limare i scritti suoi, che quando con diligenza e fatica si sforzò d’esser più culto e castigato. Castiglione prefaz. del Cortegiano. Senza altro (cioè alcuno) impedimento. Ib. lib. 2. ed. Venez. 1541. carta 79. p. 2. principio, ed. Venez. 1565. p. 198. fin. E così il medesimo autore nella citata opera altre più volte. Senz’altro strepito (cioè niuno). Ib. lib. 3. carta 126. principio. - p. 310.

Pare che la fanciullezza e la gioventù abbia ingenita e naturale una inclinazione a distruggere, e la età matura e avanzata, a conservare. Nè voglio io dedur questo dal vedere che i giovani sogliono scialacquare e mandare a [4232] male i patrimoni, dove che i provetti gli accumulano, conservano e accrescono; [4] la qual cosa facilmente si spiega, e nasce perchè i giovani sono confidenti, e poco riflettono, nè pensano all’avvenire, in vece che i vecchi sono timidi, cauti, e sempre solleciti del futuro. Ma vedesi quel che io ho detto, eziandio in cose dove non ha luogo alcuno nè il timore o la fiducia, nè la provvidenza o la improvvidenza dell’avvenire. Un fanciullo e un giovane spessissime volte si piglierà piacere di uccidere una mosca o altro animaletto, cacciandolo anco con fatica, senza altra ragione o altro fine che di prendersi gusto; rarissime volte si compiacerà, o gli verrà pure in capo, di salvar qualche animale, vedendolo in pericolo, e potendolo salvar senza affaticarsi. Un uomo maturo o un vecchio rare volte si piglierà diletto di uccidere, spesso si compiacerà di salvare tali creature, vedendole in qualche pericolo di perdersi, e potendo massimamente soccorrerle senza suo disagio. E ciò faranno gli uni e gli altri, come per instinto, e senza ragionarvi sopra. È manifesto poi come i giovani tendano alla novità, e non solo sieno vogliosi d’innovar propriamente, ma eziandio semplicemente di spegner l’antico, o di vederlo spento; e i provetti, per lo contrario, gelosi della conservazione delle cose che sono. Onde si potrebbe dire che la natura, sempre intenta e studiosa non meno a distruggere che a conservare o produrre, avesse dato stimolo e incarico a quelli che crescono e vengono innanzi nel mondo, di distruggere, quasi per farsi luogo; e a quelli che declinano, e si avviano alla partenza, di conservare e produrre, quasi per lasciar pieno il luogo loro, per lasciar cose che restino in loro scambio, per supplire il posto che essi son per lasciare. (Recanati. 12. Dic. 1826.)

Fare e dire ciò che lor occorre, così, senza pensarvi. Castiglione Cortegiano lib. 2. ed. Ven. 1541. carta 69. ed. Ven. 1565. p. 174.

Reperito as. V. Forcellini.

Cielo detto di camere, di carrozze ec. - Così in greco οὐρανòς, οὐρανίσκoς per volta ec. V. Casaubon. ad Athenae. V c. 6., libro IV c. 5. Aristot. l’usa per palato. Scapula.

[4233] Il tempo non è una cosa. Esso è uno accidente delle cose, e indipendentemente dalla esistenza delle cose è nulla; è uno accidente di questa esistenza; o piuttosto è una nostra idea, una parola. La durazione delle cose che sono, è il tempo: come 7200 battute di un pendolo da oriuolo sono un’ora; la quale ora però è un parto della nostra mente, e non esiste, nè da se medesima, nè nel tempo, come membro di esso, non più di quel che ella esistesse prima dell’invenzione dell’oriuolo. In somma l’esser del tempo non è altro che un modo, un lato, per dir così, del considerar che noi facciamo la esistenza delle cose che sono, o che possono o si suppongono poter essere. Medesimamente dello spazio. Il nulla non impedisce che una cosa che è, sia, stia, dimori. Dove nulla è, quivi niuno impedimento è che una cosa non vi stia o non vi venga. Però il nulla è necessariamente luogo. È dunque una proprietà del nulla l’esser luogo: proprietà negativa, giacchè anche l’esser di luogo è negativo puramente e non altro. Sicchè, come il tempo è un modo o un lato del considerar la esistenza delle cose, così lo spazio non è altro che un modo, un lato, del considerar che noi facciamo il nulla. Dove è nulla quivi è spazio, e il nulla senza spazio non si può dare. Per tanto è manifesto che eziandio fuori degli ultimissimi confini dell’universo esistente, v’è spazio, poichè nulla v’è. E se qualche cosa potesse essere o creata o spinta di là da quegli estremi confini, troverebbe luogo; che è quanto dire non troverebbe nulla che la impedisse di andarvi o di starvi. La conclusione si è che tempo e spazio non sono in sostanza altro che idee, anzi nomi. E quelle innumerabili e immense quistioni agitate dalla origine della metafisica in qua, dai primi metafisici d’ogni secolo, circa il tempo e lo spazio, non sono che logomachie, nate da malintesi, e da poca chiarezza d’idee e poca facoltà di analizzare il nostro intelletto, che è il solo luogo dove il tempo e lo spazio, come tante altre cose astratte, esistano indipendentemente e per se medesimi, e sian qualche cosa. (Recanati. 14. Dic. 1826.)

[4234] ᾽Elέvη cambiata in Σελήνη nei primi secoli della nostra era. V. Maffei Arte magica annichilata, lib. 3. cap. 5. §. 3 opp.  ed. del Rubbi t. 2. p. 205.

Uso di porre il g avanti la n (come in cognosco, agnosco, agnatus, da nosco e natus), del quale in questi pensieri altrove. V. Maffei Appendice all’Arte magica annichilata, opp.  ed. del Rubbi, vol. 2. p. 320.

Quanta fosse fin nel principio del secolo addietro la fama della letteratura italiana, e lo studio che vi mettevano gli stranieri si può conoscere anche da questo fatto, poco noto oggidì, che come nel fine di detto secolo si pubblicò in Ginevra il famoso Giornale della Bibliothèque britannique, espressamente per far conoscere e tenere al corrente l’Europa, dei progressi ec. della letteratura inglese, così nel principio di esso secolo, usciva a Ginevra altresì, un Giornale intitolato Bibliothèque italique, ou histoire littéraire de l’Italie, il quale aveva lo stesso scopo, rispetto all’Italia. Di tanto ancora era stimata degna la nostra letteratura. V. le opp.  del Maffei ed. del Rubbi vol. 4. p. 7. segg. dove questo Giornale è chiamato un’opera che nacque in Francia con sommo credito, perchè composta da sette sapienti, e se ne citano gli estratti della Verona illustrata presi dal tomo 15. 16. e 17. di esso giornale; e il tomo 21. p. 8. dove si cita l’anno 1728. del medesimo Giornale. V. p. 4264. fin.

Alla p. 4216. marg. Così il Maffei intitolò Storia diplomatica, o piuttosto, come voleva egli, Storia de’ Diplomi (v. le sue opp.  ed. del Rubbi, t. 21. p. 7. fin.), la sua opera contenente la scienza o notizia de’ diplomi. La poesia, quanto a’ generi, non ha in sostanza che tre vere e grandi divisioni: lirico, epico e drammatico. Il lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche selvaggia; più nobile e più poetico d’ogni altro; vera e pura poesia in tutta la sua estensione; proprio d’ogni uomo anche incolto, che cerca di ricrearsi o di consolarsi col canto, e colle parole misurate in qualunque modo, e coll’armonia; espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell’uomo. L’epico nacque dopo questo e da questo; non è in certo modo che un’amplificazione del lirico, o vogliam dire il genere lirico che tra gli altri suoi mezzi e subbietti ha assunta [4235] principalmente e scelta la narrazione, poeticamente modificata. Il poema epico si cantava anch’esso sulla lira o con musica, per le vie, al popolo, come i primi poemi lirici. Esso non è che un inno in onor degli eroi o delle nazioni o eserciti; solamente un inno prolungato. Però anch’esso è proprio d’ogni nazione anche incolta e selvaggia, massime se guerriera. E veggonsi i canti di selvaggi in gran parte, e quelli ancora de’ bardi, partecipar tanto dell’epico e del lirico, che non si saprebbe a qual de’ due generi attribuirli. Ma essi son veramente dell’uno e dell’altro insieme; sono inni lunghi e circostanziati, di materia guerriera per lo più; sono poemi epici indicanti il primordio, la prima natività dell’epica dalla lirica, individui del genere epico nascente, e separantesi, ma non separato ancora dal lirico. Il drammatico è ultimo dei tre generi, di tempo e di nobiltà. Esso non è un’ispirazione, ma un’invenzione; figlio della civiltà, non della natura; poesia per convenzione e per volontà degli autori suoi, più che per la essenza sua. La natura insegna, è vero, a contraffar la voce, le parole, i gesti, gli atti di qualche persona; e fa che tale imitazione, ben fatta, rechi piacere: ma essa non insegna a farla in dialogo, molto meno con regola e con misura, anzi n’esclude la misura affatto, n’esclude affatto l’armonia; giacchè il pregio e il diletto di tali imitazioni consiste tutto nella precisa rappresentazion della cosa imitata, di modo ch’ella sia posta sotto i sensi, e paia vederla o udirla. Il che anzi è amico della irregolarità e disarmonia, perchè appunto è amico della verità, che non è armonica. Oltre che la natura propone per lo più a tali imitazioni i soggetti più disusati, fuor di regola, le bizzarrie, i ridicoli, le stravaganze, i difetti. E tali imitazioni naturali poi, non sono mai d’un avvenimento, ma d’un’azione semplicissima, voglio dir d’un atto, senza parti, senza cagioni, mezzo, conseguenze; considerato in se solo, e per suo solo rispetto. Dalle quali cose è manifesto che la imitazion suggerita dalla natura, è per essenza, del tutto differente dalla drammatica. Il dramma non è proprio delle nazioni incolte. Esso è uno spettacolo, un figlio della civiltà e dell’ozio, un trovato [4236] di persone oziose, che vogliono passare il tempo, in somma un trattenimento dell’ozio, inventato, come tanti e tanti altri, nel seno della civiltà, dall’ingegno dell’uomo, non ispirato dalla natura, ma diretto a procacciar sollazzo a se e agli altri, e onor sociale o utilità a se medesimo. Trattenimento liberale bensì e degno; ma non prodotto della natura vergine e pura, come è la lirica, che è sua legittima figlia, e l’epica, che è sua vera nepote. - Gli altri che si chiamano generi di poesia, si possono tutti ridurre a questi tre capi, o non sono generi distinti per poesia, ma per metro o cosa tale estrinseca. L’elegiaco è nome di metro. Ogni suo soggetto usitato appartiene di sua natura alla lirica; come i subbietti lugubri, che furono spessissimo trattati dai greci lirici, massime antichi, in versi lirici, nei componimenti al tutto lirici, detti Ϝρῆνοι, quali furon quelli di Simonide, assai celebrato in tal maniera di componimenti, e quelli di Pindaro: forse anche μομῳδίαι, come quelle che di Saffo ricorda Suida. Il satirico è in parte lirico, se passionato, come l’archilocheo; in parte comico. Il didascalico, per quel che ha di vera poesia, è lirico o epico; dove è semplicemente precettivo, non ha di poesia che il linguaggio, il modo e i gesti per dir così. ec. (Recanati. 15. Dic. 1826.)

Alla p. 3177. Noterò qui, come cosa solamente poco nota oggidì, e curiosa da sapersi che lo stesso argomento della Gerusalemme, nello stesso tempo del Tasso fu trattato in un poema latino di 12 libri, intitolato la Siriade, da un altro Italiano, cioè da Pietro Angelio, o degli Angeli, da Barga (Castello di Toscana 20. miglia lontano da Lucca), nato del 1517. e morto del 1596. a’ 29. Febbraio (non un intero anno dopo il Tasso, morto a’ 25 Aprile 1595.), versificatore e prosatore italiano e latino, certo non indotto, e a’ suoi tempi, ed anche appresso, molto stimato, il quale aveva viaggiato in Levante, per la Grecia e per l’Asia, andato a Costantinopoli in compagnia d’uno inviato del Re di Francia, ed aveva per zelo ed onore della nazione italiana ucciso un francese chè parlavane con disprezzo, onde incorse poi in gravi pericoli. V. Tiraboschi secolo 16° libro 3. capo 4. §. 5° e Dati Prefaz. alle prose fiorent. nella Raccolta di prose a uso delle regie scuole di Torino, Torino 1753. p. 633. Non saprei dire qual de’ due, il Tasso o l’Angelio, fosse primo a concepire questo bell’argomento, o se l’uno senza saputa dell’altro. Ciò solo interesserebbe in questo particolare. (19. Dic. 1826.). Vedi l’oraz. in lode dell’Angelio, recitata [4237] da Francesco Sanleolini fiorentino nell’Accademia della Crusca l’anno 1597. Prose fior. parte 1. vol. 1. oraz. 7. particolarmente verso la fine, ediz. di Venez., Occhi, 1730-1735. p. 105-106. dove l’oratore afferma e vuol provare che il primo a concepire il detto argomento fu il degli Angeli. V. il Tasso Apologia agli Accad. della Crusca, opp.  ed. del Mauro. t. 2. p. 309. e le Lettere poetiche, dove si vede che il Tasso veniva facendo comunicare al Barga i pezzi del suo poema in iscriverlo, per avere il suo parere. (20. Dic. 1826. Vigilia di S. Tommaso apost.).

Dice (aiunt) che un certo poeta greco, per nome Simonide diceva di tenere appresso di se due cassette. A. M. Salvini nelle prose fiorentine, parte 3. vol.1. lettera 99. (lett. al Signore Antonio Montauti) ediz. di Venez., Occhi, 1730-35. tomo 5. parte I. p. 152.

Tenacità dei greci verso la loro lingua, e loro ignoranza delle altre, in ispecie della latina. V. Dati, pref. alle prose fiorentine, nella Raccolta di prose ad uso delle regie scuole di Torino, Torino 1753. p. 620. segg.

Universalità della lingua greca anticamente. V. Dati, loc. citato qui sopra, p. 627. fin. e segg.

Studio e pregio in cui era la lingua italiana presso gli stranieri nel Secolo 17° V. Dati, loc. citato qui sopra, p. 630: e nella medesima Raccolta cit. qui sopra, v. le Orazioni del Lollio e del Buommattei e del Salvini in lode della lingua toscana. (Recanati. 20. Dic. 1826.)

Defectus per qui defecit o deficit. V. Forcellini. Zocco-zoccolo. Fagus-fagulus (v. Forcell. Gloss. ec.) - faggio. Scultare da sculptum, come in franc. sculpter. V. Crusca.

Sminuzzare-sminuzzolare.

Quell’idiotismo nostro e latino del sibi, o mihi ec. e del si, mi, ti, ci ec. ridondante, in vero o in apparenza, notato da me altrove, nell’uso dei verbi, anche attivi, ha molta corrispondenza coll’uso del verbo greco medio, nei quali verbi spessissimo a prima vista non si scorge ombra di azione reciproca, e paiono usati a puro capriccio, in vece dell’attivo; benchè poi, attentamente guardando, sempre o il più delle volte, massime ne’ buoni autori, vi si scuopra la cagion di usarli piuttosto che gli attivi, e un non so che di reciproco nella significazione. (Vigilia di Natale. Domenica. 1826. Recanati.).

[4238] Πάτανον-πατάνιον o βατάνιον, come appunto in latino patina-patella.

Senz’altro fiato (cioè nessuno). Galilei, Saggiatore, opp.  ed. di Padova, t. 2. p. 284. luogo molto insigne e notabile al proposito.

Alla p. 4204. Bellissimo, e da vedersi e leggersi attentamente, è il capo 7. del libro VI. di Casaubono ad Athenaeum, dove parla degli antichi libri intitolati Διδασκαλίαι o περὶ διδασκαλιῶν (che potremmo tradurre delle Esposizioni dei drammi), libri che contenevano le istorie o croniche delle opere drammatiche, in quanto alle circostanze dei tempi, occasioni, modi, in cui furono esposte sulla scena. Intorno a tale argomento si affaticarono i primi letterati, incominciando da Aristotele, e massime i Critici. Erano libri, come bene osserva il Casaubono, utilissimi alla cronologia da una parte, e dall’altra alla storia sì delle vicende politiche e sì dei costumi, tanto generali della Grecia o di Atene (dove si esponevano i drammi), quanto individuali delle persone più cospicue e famose di ciascun tempo. Giacchè mille volte le vicende politiche davano occasione, e argomento intero, a questo o quel dramma, e vi erano figurati i caratteri dei principali personaggi dell’attuale repubblica. Tali erano le istorie teatrali dei greci; libri, dove quasi senz’avvedersene, s’imparava la storia politica, la storia più intima delle opinioni e dei costumi nazionali, civili, individuali della Grecia, anno per anno. Che cosa di comune potrebbero avere con queste le nostre istorie teatrali, le istorie, se ne avessimo, delle nostre esposizioni di arti; e simili libri? Quando presso di noi nè drammi, nè opere d’arte, nè cosa alcuna d’ingegno, suol rappresentare le circostanze dei tempi, nè essere occasionata e figlia legittima del tempo? In fatti quale interesse hanno le nostre istorie teatrali, se non forse per le compagnie degl’istrioni? (Recanati. 29. Dic. 1826.). V. p. 4294.

Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime, mitologie. Gl’inventori delle prime mitologie (individui o popoli) non cercavano l’oscuro per [4239] tutto, eziandio nel chiaro; anzi cercavano il chiaro nell’oscuro; volevano spiegare e non mistificare e scoprire; tendevano a dichiarar colle cose sensibili quelle che non cadono sotto i sensi, a render ragione a lor modo e meglio che potevano, di quelle cose che l’uomo non può comprendere, o che essi non comprendevano ancora. Gl’inventori delle ultime mitologie, i platonici, e massime gli uomini dei primi secoli della nostra era, decisamente cercavano l’oscuro nel chiaro, volevano spiegare le cose sensibili e intelligibili, colle non intelligibili e non sensibili; si compiacevano delle tenebre; rendevano ragione delle cose chiare e manifeste, con dei misteri e dei secreti. Le prime mitologie non avevano misteri, anzi erano trovate per ispiegare, e far chiari a tutti, i misteri della natura; le ultime sono state trovate per farci creder mistero e superiore alla intelligenza nostra anche quello che noi tocchiamo con mano, quello dove, altrimenti, non avremmo sospettato nessuno arcano. Quindi il diverso carattere delle due sorti di mitologie, corrispondente al diverso carattere sì dei tempi in cui nacquero, sì dello spirito e del fine o tendenza con cui furono create. Le une gaie, le altre tetre ec. (Recanati 29. Dic. 1826.)

Vi-g-ore coi derivati - vi-v-ore coi derivati. V. Crusca.

Violato per violaceo, violetto, o appartenente a viole. V. Crusca. Lanatus (v. Forcell.), lanuto per lanosus, lanoso.

Violetto. Diminutivo aggettivo positivato.

Misceo, mixtus, misto-mestare (quasi da mesto per misto, come meschio per mischio, e meschiare, mescolare ec.) rimestare mesticare (noi marchegiani diciamo più alla latina misticare, misticanza ec.); coi derivati.

Per il Manuale di filosofia pratica. Pazienza quanto giovi per mitigare e render più facile, più sopportabile, ed anco veramente più leggero lo stesso dolor corporale; cosa sperimentata e osservata da me in quell’assalto nervoso al petto, sofferto ai 29 di Maggio 1826. in Bologna; dove il dolore si accresceva effettivamente colla impazienza, e colla inquietezza. Consiste in una non resistenza, una rassegnazione [4240] d’animo, una certa quiete dell’animo nel patimento. E potrà essere disprezzata questa virtù quanto si voglia, e chiamata vile: ella è pur necessaria all’uomo, nato e destinato inesorabilmente, inevitabilmente, irrevocabilmente a patire, e patire assai, e con pochi intervalli. Ed ella nasce, e si acquista eziandio non volendo, naturalmente, coll’abitudine del sopportare un travaglio o una noia. La pazienza e la quiete, è in gran parte quella cosa che a lungo andare rende così tollerabile, p. e. a un carcerato, il tedio orrendo della solitudine e del non far nulla; tedio da principio asprissimo a tollerare, per la resistenza che l’uomo fa a quella noia, e l’impazienza e smania ed avidità ed ansietà di esserne fuori, la quale passata, e dolore e noia si rendono assai più facili e più leggeri. E in ciò consiste la pazienza, che è una qualità negativa più che altrimenti. (30. Dic. 1826. Recanati.). V. p. 4267.

Circa la stima che gli antichi facevano della felicità, e il contarla come una delle principali doti dei loro eroi, e come soggetto principalissimo di lode, è curioso vedere come Giorgio Gemisto Pletone, nella sua breve ed elegantissima orazione in morte della imperatrice Elena, poi fatta monaca e detta Ipomone, pubblicata da Mustoxidi e Scinà nella loro συλλογὴ ἑλληνικῶν ἀνεκδότων, τετράδισν, cioè quaderno γ’, imitando nelle altre cose, e molto felicemente, gli antichi, gl’imiti anche in questo, di lodar principalmente quella donna per li favori della fortuna; sentimento alieno da’ suoi tempi. (Recanati. ultimo del 1826.)

Chi scrivendo oggi, cerca o consegue la perfezion dello stile, e procede secondo le sottilissime avvertenze e considerazioni dell’arte antica intorno a questa gran parte, e secondo gli esempi perfettissimi degli antichi, si può dir con tutta verità, che scriva solamente e propriamente ai morti, non meno di chi scrive in latino, o di chi usasse il greco antico. Tanto è oggi (e sarà forse in futuro) cercare con quanto si sia successo, la perfezion dello stile nelle lingue vive, quanto cercarla ed anco trovarla nelle morte, come facevano molti illustri italiani del cinquecento nella latina. (2. 1827.)

[4241] Brancicare. Zoppicare.

Spruzzolare. Avvolticchiare. Svolticchiare. Magalotti Lett. familiari, lett. 8. circa fin. par.1.

Non so s’io m’inganno, ma certo mi par di scorgere nella maniera sì di pensare e sì di scrivere del Galilei un segno e un effetto del suo esser nobile. Quella franchezza e libertà di pensare, placida, tranquilla, sicura, e non forzata, la stessa non disaggradevole, e nel tempo stesso decorosa sprezzatura del suo stile, scuoprono una certa magnanimità, una fiducia ed estimazion lodevole di se stesso, una generosità d’animo, non acquisita col tempo e la riflessione, ma quasi ingenita, perchè avuta fin dal principio della vita, e nata dalla considerazione altrui riscossa fin da’ primi anni ed abituata. Io credo che questa tale magnanimità e di pensare e di scrivere, dico questa tale, e che non sia nè feroce, nè satirica, o mista dell’uno e dell’altro, non si troverà facilmente in iscrittori o uomini non nati nobili o di buon grado; se egli si guarderà bene. Vi si troverà sempre una differenza. Simili considerazioni si potrebbero fare intorno alla ricchezza, che suol dare allo stile un certo splendore, abbondanza, e forse scialacquo. Simili intorno alla potenza, dignità, fortuna. Simili intorno ai contrarii. Vedi Alfieri Vita sua, capo 1. principio. Messala nitidus et candidus, et quodammodo prae se ferens in dicendo nobilitatem suam. Quintiliano 10.1. (6. 1827. Epifania.). Forse Galileo non riusciva, come fece, il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano, o almeno non così libero, se la fortuna non lo facea nascere di famiglia nobile. V. p. 4419.

Dispetto e despetto, cioè disprezzato, per dispregevole.

Egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi son più, e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre che in sua gioventù a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima [4242] cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno. Magalotti, Lettere familiari, parte I. lett. 28. Belmonte 9. Febbraio 1683. (cento e quarantaquattr’anni fa!!). (7. 1827. Recanati.). Se i sostenitori del raffreddamento progressivo ed ancor durante del globo, se il bravo Dott. Paoli (nelle sue belle e dottissime Ricerche sul moto molecolare dei solidi) non avessero avuto o avessero da assegnare altre prove di questa loro opinione, che la testimonianza dei nostri vecchi, i quali affermano la stessissima cosa che quello del Magalotti, allegando la stessa pretesa usanza, e fissandola allo stesso tempo dell’anno; si può veder da questo passo, che non farebbero grand’effetto con questo argomento. Il vecchio, laudator temporis acti se puero, non contento delle cose umane, vuol che anche le naturali fossero migliori nella sua fanciullezza e gioventù, che dipoi. La ragione è chiara, cioè che tali gli parevano allora; che il freddo lo noiava e gli si faceva sentire infinitamente meno, ec. ec. Del resto non ha molt’anni che le nostre gazzette, sulla fede dei nostri vecchi, proposero come nuova nuova ai fisici la questione del perchè le stagioni a’ nostri tempi sieno mutate d’ordine ec. e cresciuto il freddo; e ciò da alcuni fu attribuito al taglio de’ boschi del Sempione ec. ec. Quello che tutti noi sappiamo, e che io mi ricordo bene è, che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d’Italia non aveva anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino più di poche ore. Così dei ghiacci, e insomma del rigore dell’invernata. E non però che io non senta il freddo adesso assai più che da piccolo.

L’amor della vita e il timor della morte non sono innati per se: altrimenti niuno s’ammazzerebbe. Innato è l’amor di se, e quindi del proprio bene, e l’odio del proprio male: e però niun può non amarsi, nè amare il suo creduto male ec. È però naturale che ogni vivente giudichi la vita il suo maggior bene e la morte il maggior male. E infatti così egli giudica infallibilmente, se non è molto allontanato dallo stato di natura. Ecco dunque che la natura ha veramente provveduto alla conservazione, rendendo immancabile questo error di giudizio; benchè non abbia ingenerato [4243] un amor della vita. Esso è un ragionamento, non un sentimento: però non può essere innato. Sentimento è l’amor proprio, di cui l’amor della vita è una naturale, benchè falsa conclusione. Ma di esso altresì è conclusione (bensì non naturale) quella di chi risolve uccidersi da se stesso. (8. 1827.)

Senza più oltre o più avanti o innanzi pensare, e simili, vagliono spesse volte semplicemente senza punto pensare. Così senza pensar più là. Così senza più, o solo, o accompagnato con verbi (senza più pensare) o con nomi, equivale spesso a senza nulla o niuno, appunto come in ispagn. mas per niuno, del che altrove. Senza pensar più oltre. V. Firenzuola Ragionam. ed. Classici ital. p. 229. cioè penult. Bembo Asolani p. 10. col. 1. fin., nelle sue opp. 

Della diffusione della lingua italiana presso gli stranieri nel 500. v. anche Speroni Oraz. in lode del Bembo. Tasso opp.  ed. del Mauro, t. 9. p. 148. lett. 238. Lettere di Principi o a Principi Ven. 1573. carta 226. versa.

Disprezzo e ignoranza dei greci per la letteratura latina. V. Speroni Diall. ed. Ven. 1596. p. 420. - Si potrebbero in ciò i greci assomigliare ai francesi.

Trovasi anco in inglese lo scambio della s coll’aspirazione. Salle franc. - hall ingl.

Altro per niuno o niente. Firenzuola Ragionamenti, ed. dei Classici ital. p. 89. lin.2. p. 230. cioè ult.

Tu profferisti chiunque con due sillabe; la qual parola non mi voglio ricordare che si truovi se non con tre. Firenzuola loc. cit. qui sopra, p. 84. Vuol dire non mi vuol venire alla mente, non mi posso ricordare. Grecismo. Simile alla p. 162. Lucrezia, chè così mi voglio ricordar che fusse il nome della vedova. Cioè così mi vuol dire, così mi dice, la memoria; così mi pare, mi vien fatto, di ricordarmi. (Domenica 14. 1827.)

Mia, tua, sua plurali fiorentini, e antichi.

Alla p. 4156. A noi non pare che così fatti sfoghi, questo gridare, questo pianger forte, strapparsi i capelli, gittarsi in terra, voltolarsi, dar del capo nelle pareti, cose usate nelle sventure dagli antichi, usate dai selvaggi, usate tra noi oggidì dalle genti del volgo, possano essere di niun conforto al dolore; e [4244] veramente a noi non sarebbero, perchè non ci siamo più inclinati e portati dalla natura in niun modo; e quando anche le facessimo, le faremmo forzatamente, sarebbe studio e non natura, e però cosa inutile: tanto è mutata, vinta, cancellata in noi la natura dall’assuefazione. Ma egli è però certo che questi atti, insegnati dalla natura medesima (il che non si può volgere in dubbio), sono a chi li pratica naturalmente, un conforto grandissimo ed un compenso molto opportuno nelle calamità. Quella resistenza che l’animo fa naturalmente alla sciagura e al dolore, è il più penoso che abbiano le disavventure, è il maggior dolore che prova l’uomo. Quando l’animo è domato, ogni calamità, per grave che sia, è tollerabile. Questo domar l’animo, questo ridurlo a cedere alla necessità e conformarsi allo andamento e alla condizion delle cose, lo fa in noi il tempo, il quale però il Voltaire chiama consolatore. Ma lo fa con lunghezza; e quella prima resistenza, oltre al durar di più, ha questo ancora di più doloroso, che ella si rivolge e si esercita contro di noi stessi; ella è dell’animo all’animo. Laddove nei selvaggi e nelle persone volgari, ella si esercita contro le cose esterne, per così dire; e siccome le sue operazioni sono più vive, così ella langue e manca più presto. Ella abbatte il corpo, e però travaglia assai meno l’animo; bensì perchè col corpo anco l’animo è abbattuto, perciò quelle tali persone, dopo quegli atti, si trovano aversi domato l’animo e ridotto, per dir così, alla dedizione, da loro stessi, senza aspettare il tempo; onde quando si risvegliano da quei furori, da quelle smanie, hanno già l’animo accomodato a sopportar la sventura, a poterla guardar fermamente in viso, senza esser però coraggiosi. Ed è già notato e notasi giornalmente che nei plebei il dolore delle grandi sventure dura assai meno che nelle persone colte. Sicchè quegli sfoghi sono veramente una medicina quasi un narcotico preparata dalla [4245] natura medesima, perchè l’uomo potesse sopportare i suoi mali più leggermente. E noi siamo ridotti a non saper nè pure intendere come essi giovino a quelli che naturalmente gli vediamo esercitare. Ed è questo un altro beneficio della filosofia e della civiltà, che pretendendo insegnarci a sopportare le calamità meglio che non fa a noi la natura, e predicandoci il disprezzo del dolore, e facendoci vergognar di mostrarlo, come di cosa indegna di uomini, e da vigliacchi e indotti; ci ha privati di quel soccorso che la natura ci aveva apprestato, molto più efficace di qualsivoglia dei loro. V. p. 4283. (Recanati 15. 1827. S. Paolo, primo eremita.)

Alla p. 4184. Molte cose si trovano presso gli antichi, come sarebbe questa opinione sopraddetta, che appartengono e fanno fede ad una squisita umanità, molto superiore ad ogn’idea moderna. Di tal genere era l’uso di quegli ἕranoi tanto famosi presso i greci, e tanto usitati, fino a nascerne, come di ogni buona e umana istituzione o usanza, abusi che oggi paiono stranissimi. Veggansi nel Casaubono, ad Atenae. libro 7. capo 5. fin. (v. p. 4469.) E veggansi pure nel medesimo, libro 6. capo 19. princip.  l’umanità con cui erano trattati i servi, cioè schiavi, dagli Ateniesi, e gli strani diritti che erano loro dati per le leggi di quella repubblica. V. la p. 4280, capoverso 3. (15. 1827.). V. p. 4286.

Melato, mellitus, per melleus o dulcis. Spedito, espedito, expeditus ec. Spigliato. Sforzato, sforzatamente (esforzado). Crusca.

Strascicare.

Attero, attritum-attritare, contritare. Crusca. V. Forcell. Gloss. ec.

Taranta. Speroni Dial. ed. Ven. 1596. p. 135. - Tarantola. Tarantella. Salvini. V. Diz. dell’Alberti. Tarande-tarantule. Tarantolato. V. gli spagn. ec.

Βάτος-βατὶς. v. i Lessici e Casaub. ad Athenae. Nome di pesce. sκίaina-sκiainὶς. v. Casaub. ib. lib.7. c.10. init. c.20. fin. ἕγχελυς-ἐγχέλιον ib. c. 12. med.

In proposito del Sassetti, primo notificatore della lingua sascrita, come ho detto altrove, osservo che anche qui si verifica quella osservazione, che agl’italiani par destinato il trovare, e il lasciar poi agli altri l’usare e il perfezionare, e il raccoglier la gloria e l’opinione ancora della scoperta. (19. 1827.)

ὗς- gli antichi σῦς, σύαγρος ec. V. Ateneo, e i Lessici, coi composti e derivati ec.

[4246] Superstiziosa imitazione e venerazione del Petrarca nel 16. secolo del che altrove ec. V. nelle opp.  del Tasso le Opposizioni al Sonetto Spirto, leggiadre rime ec. e la Risposta del Tasso. (ed. del Mauro, t. 6.). V. ancora il Guidiccioni nelle Lett. di div. eccellentiss. uom. Ven. Giolito. 1554. p. 43-48.

Sevum, sevo-sego. Rovo-rogo.

Trasognato per trasognante. Straboccato, traboccato per traboccante, o che suol traboccare.

Tοιαύτην γὰρ ἡ ϕιλίa βούλεται (cioè πέϕυκε, debet ec.) ποιεῖν ἑνóτητα καὶ σύμπηξιν (vuole, tende per sua natura a fare) Plutar. περὶ πολυϕιλίας, de amicorum multitudine, p. 95. A. V. Casaubon. ad Athenae. l. 7. C. 16. Volere assolutamente per dovere, vedilo nelle Giunte Veronesi. (Recanati. 25. 1827.)

Preciado spagn. per prezioso, come noi pregiato. Continuato o continovato per continuo, e così continué ec.

Vittuaglia, vittuaria-vittovaglia, vettovaglia, vettuvaglia. Vettuaglia, Ricordano cap. 125. 133. M. Vill. ap.  Crus. in Casale. Capua, Padua, Mantua, coi derivati Capova, Padova, Mantova ec. ec. Balduino e Baldovino. Menovare, cioè menuare. v. Crus.

Auto, riceuto ec. negli antichi, come Ricordano ec. omesso il v, per avuto ec.

Monte Guarchi, in Ricordano spesso, per Montevarchi.

Da mutolo per muto, ammutolare, ammutolire per ammutare, ammutire disusati.

Nutrire per avere (io nutro speranza ec.). V. Crus. franc. spagn. ec. - τρέϕω appunto per ἕχω. Casaub. ad Athenae. l. 7. c. 18. fin.

Disguizzolare. Parlottare. Borbottare.

Digiuna plur. per quattro tempora. Dino Comp.  lib. 3. princip.  La Crus. ha Digiune.

Ragionato per ragionevole, ragionatamente ec. v. Crusca. Minutus, minuto ec. da minuo, per piccolo. Svagato, divagato, distratto, distrait ec. per che suole essere svagato ec. Dissipito cioè non saputo per dissipiente, che non sa, non ha sapore. Dissapito. Dissaporito.

Sfondare-sfondolare, sfondolato. Aratro arato voce antica - aratolo.

Alla p. 4144. Io credo certo ch’Epitteto (il quale viveva in Roma) alluda in questo luogo al costume romano di chiamar le donne dominae, costume che certo ci dovette essere, e passare in consuetudine grandissima poichè nel nostro volgare domina (donna) è restato sinonimo, anzi vicario, di mulier. V. il Ducange in Domina, [4247] § .6. e il Forcell. che dice così chiamate le madri di famiglia e le mogli, e queste, cioè le maritate, sono propriamente in ital. le donne. Questa è però, secondo me, la vera interpretazione del luogo di Epitteto, cioè che le femmine, appena maritate, divengono di nome donne, che val padrone. Del resto noi diciamo similmente le non maritate, donzelle, cioè padroncine. V. Ducange in Domicellus, ed anche vedilo in Domnus. I mariti ancora si chiamavano particolarmente domini. Forcell. (Recanati. 2. Feb. Festa della Purificazione di Maria Vergine Santissima. 1827.)

Magistrato [5] da bene. Magistrato malvagio. Qual è il segno da riconoscerlo? Di tutte le altre cose non ne troverete una, dove stabilito ancora e confessato il fatto, non sieno vari e opposti giudizi, o interpretazioni qual buona qual sinistra. Rigoroso, severo: se tu lo lodi per questo capo, altri per questo medesimo lo chiamerà vendicativo, crudele, ministro della tirannide, esecutore di vendette e risentimenti privati sotto specie di pubblici, nemico dei cittadini, fanatico, persecutore, odiatore dei lumi, della libertà, del progresso della civilizzazione. Clemente: sarà freddo, debole, protettore dei vizi e dei malvagi, complice dei perturbatori della società, fautore delle male opere. Se vi sono partiti, ed egli ne favorisce uno, l’altro o gli altri lo condannano; se nessuno, egli è un insensato, un vile, almeno un furbo. Così dell’ambizione; ec. ec. Ma quanto all’astinenza o all’appetenza dell’altrui o del pubblico, voi non troverete due persone che concordato il fatto, discordino nel lodarlo o nel biasimarlo, o anche nell’interpretarlo. E questo è quasi il solo capo dal quale in verità suol dipendere il nome che uno acquista nei magistrati di uomo da bene, o di tristo. Da bene è sinonimo di disinteressato, malvagio di cupido; integrità di disinteresse ec. Da ciò parrebbe che gli uomini non fossero d’accordo se non nel concetto della roba, e che l’ufficiale pubblico potesse a suo modo dispor della vita, dell’onore, della libertà, di tutti gli altri beni dei cittadini, purchè rispettasse i danari e le possessioni. (4. Feb. Domenica. 1827.)

Cano is, con-cino is ec. - Vati-cinor aris, ec. buccinare ec. V. Forc.

[4248] ἐϑέλειν per δύνασϑαι. V. Casaub. ad Athenae. l. 8. c. 10. sulla fine. Plat. ed Astii t. 4. p. 104. lin. 23. p. 200. lin. 9.

μοχϑηρος ha diverso accento quando si scrive per infelice e quando per malvagio; μóχϑηρoς o μoχϑηρòς; come ho notato altrove di πονηρoς. Puoi vedere Casaub. ad Athenae. l. 8. c. 10. titul. et init.

Del digamma eolico v. Casaub. ad Athenae. l. 8. c. 11. due volte.

Al detto altrove di curtus, cortar, scortare, scorciare, accorciare ec. aggiungi accortare.

Metior iris-metor aris. Ed anche metio (Lattanz. ha metiebantur passiv.) e meto.

Capperi. Origine greca di questa esclamazione. V. Menag. ad Laert. l. 7. segm. 32.

‘Pακεία-racaille. V. Casaub. ad Athenae. l. 9. c. 5.

Sottosopra, sossopra, sozzopra ec. - ἄνω κάτω.

Assegnato per parco ec. V. Crusca, e Caro. Lett. 175. vol. 1.

Certo molte cose nella natura vanno bene, cioè vanno in modo che esse cose si possono conservare e durare, che altrimenti non potrebbero. Ma infinite (e forse in più numero che quelle) vanno male, e sono combinate male, sì morali sì fisiche, con estremo incomodo delle creature; le quali cose di leggieri si sarebbono potute combinar bene. Pure perch’elle non distruggono l’ordine presente delle cose, vanno naturalmente e regolarmente male, e sono mali naturali e regolari. Ma noi da queste non argomentiamo già che la fabbrica dell’universo sia opera di causa non intelligente; benchè da quelle cose che vanno bene crediamo poter con certezza argomentare che l’universo sia fattura di una intelligenza. Noi diciamo che questi mali sono misteri; che paiono mali a noi, ma non sono, benchè non ci cade in mente di dubitare che anche quei beni sieno misteri, e che ci paiano beni e non siano. Queste considerazioni confermano il sistema di Stratone da Lampsaco, spiegato da me in un’operetta a posta. (18. Febbraio. Domenica di Sessagesima. 1827.)

῎Aλλος ridondante. V. Casaub. ad Athenae. l.9. c.10. dopo il mezzo, dove il Casaub. non pare avere atteso a questa proprietà del grecismo, nè compresala bene.

Alla p. 4184. Del resto io posso per la mia inclinazione alla monofagia, esser paragonato all’uccello che i greci chiamavano porfirione, se è vero quel che ne raccontano Ateneo ed Eliano, che quando esso mangia, abbia a male i testimoni. V. Casaub. ad Athenae. 9. c. 10. sotto il principio. V. p. 4422.

 

Note

______________________________

 

[1] Così appunto la pensavano gli antichi. V. Casaub. ib. l. 8. c. 14. init.

[2] V. anche Eliano Var. Ist.

[3] Non bisogna tuttavolta usar le figure a man piena: gosa goffa e che ec.

[4] Inconsideranza e spensieratezza del futuro.

[5] Ministro, funzionario qualunq.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Leopardi indice dell'opera

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 18 gennaio 2007