Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[4031] Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello che porterebbe il rispettivo loro clima e l’altre circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i principali caratteri o costumi nazionali, anche quando paiono non aver niente a fare col clima, o ne derivano, o quando anche non ne derivino, e vengano da cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d’esso clima o dell’altre condizioni naturali d’essa nazione o popolo o cittadinanza ec. Per es. io non dirò che il modo della vita sociale rispetto alla conversazione e all’altre infinite cose che da questa dipendono o sono influite, proceda assolutamente e sia determinato nelle varie nazioni d’Europa dal loro clima, ma certo ne’ vari modi tenuti da ciascuna, e propri di ciascuna quasi fin da quando furono ridotte a precisa civiltà e distinta forma nazionale, ovvero da più o men tempo, si scopre una curiosissima conformità generale col rispettivo clima in generale considerato. Il clima d’Italia e di Spagna è clima da passeggiate e massime nelle lor parti più meridionali. Ora queste nazioni non hanno conversazione affatto, nè se ne dilettano: e quel poco che ve n’è in Italia, è nella sua parte più settentrionale, in Lombardia, dove certo si conversa assai più che in Toscana, a Napoli, nel Marchegiano, in Romagna, dove si villeggia [4032] e si fanno tuttodì partite di piacere, ma non di conversazione, e si chiacchiera assai, e si donneggia assaissimo, ma non si conversa; in Roma ec. Il clima d’Inghilterra e di Germania chiude gli uomini in casa propria, quindi è loro nazionale e caratteristica la vita domestica, con tutte l’altre infinite qualità di carattere e di costume e di opinione, che nascono o sono modificate da tale abitudine. Pur vi si conversa più assai che in Italia e Spagna (che son l’eccesso contrario alla conversazione) perchè il clima è per tale sua natura meno nemico alla conversazione, poichè obbligandoli a vivere il più del tempo sotto tetto e privandoli de’ piaceri della natura, ispira loro il desiderio di stare insieme, per supplire a quelli, e riparare al vôto del tempo ec. Il clima della Francia ch’è il centro della conversazione, e la cui vita e carattere e costumi e opinioni è tutto conversazione, tiene appunto il mezzo tra quelli d’Italia e Spagna, Inghilterra e Germania, non vietando il sortire, e il trasferirsi da luogo a luogo, e rendendo aggradevole il soggiornare al coperto: siccome la vita d’Inghilterra e Germania tiene appunto il mezzo, massime in quest’ultimi tempi, per rispetto alla conversazione, tra la vita d’Italia e Spagna e quella di Francia, e così il carattere ec. che ne dipende. E già in mille altre cose la Francia, siccome il suo clima, tiene il mezzo fra’ meridionali e settentrionali, del che altrove in più luoghi. Non parlo delle meno estrinseche e più spirituali influenze del clima sulla complessione e abitudine del corpo e dello spirito, anche fin dalla nascita, che pur grandissimamente [4033] contribuiscono a cagionare e determinare la varietà che si vede nella vita delle nazioni, popolazioni, individui tutti partecipi (come son oggi) di una stessa sorta di civiltà, circa il genio e l’uso della conversazione. (15. Feb. 1824.)

Oὐδὲν ξένον εἰ πάνυ ἐσπουδακὼς ἐπὶ τοῖς ἀρίστοις ὑπὸ σοῦ γνωρίζεσϑαι ἐκ τῆς ἄγαν ἐπιϑυμίας εἰς τοὐναντίον, διαταραχϑείς, ἐνέπεσον. Lucian. pro lapsu inter salutandum. opp.  t. 1. 502. Amstel. 1687. (16. Feb. 1824.)

Appartiene al detto altrove sopra lo spagn. luego ec. la frase εὐϑὺς ἀρχόμενος, e la corrispondente lat. statim ab initio o a principio ec. e quella di Luciano, loc. sup.  cit. p. 498. εὐϑὺς ἐν τῇ ἀρχῇ e πρῶτον εὐϑὺς, e simili che puoi cercare nel Forcell. Scap.  ec. (16. Feb. 1824.)

Fiorito, fleuri ec. per fiorente, come età fiorita cioè che fiorisce, floret. (16. Feb. 1824.)

Giuntare per truffare ec. viene da iungo-iunctum come juntar spagn. in altro senso, poichè anche giungere si usa per giuntare che in questo senso, tutto italiano, n’è un continuativo. Pur da iungere viene aggiuntare per giuntare (Machiav. Mandrag. at. 3. sc. 9. la Crus. ha il verbale aggiuntatore), come il nostro volgare aggiuntare e lo spagn. ayuntar ec. in altro senso. E v. il Gloss. Giunto per giunteria. Crus. (17. Feb. 1824.)

[4034] Imprenta, imprentare ec. impronta, improntare ec. quasi imprimita, imprimitare da imprimitum, supino regolare inusitato, per impressum. (17. Feb. 1824.)

᾽Eϑέλω per δύναμαι o piuttosto per μέλλω, del che altrove. V. Plat. de Rep.  4. opp.  ed. Ast. t.4. p. 200. B. (18. Febbraio. 1824.)

Diminutivi positivati. Compagnon. (20. Feb. 1824.)

Bequeter (beccare) frequentativo o diminutivo. Gresset Ver-vert, Chant premier. (20. Feb. 1824.). Feuilleter.

Diminutivi positivati. Avorton, menton mentonnière ec. (20. Feb. 1824.). Flacon-fiasco.

Kαὶ ὅλως ἁπάντων ὁ πολυψηϕότατος ἐν παιδείᾳ σύ γε, καὶ μάλιστα ὅσῳ τὴν λευκὴν ἁεὶ καὶ σώζουσαν ϕέρεις (Lucian. in Harmonide ad. fin.) E massime in quanto, o in quanto che. Grecismo dell’italiano in questa e molte simili nostre frasi. (21. Feb. 1824.). V. franc. e spagn. ec.

Alla p. 4029. Il numero o suono del periodo de’ trecentisti è un tale proprio loro, e ben diverso generalmente da quello de’ Cinquecentisti; e così non solo tutte le lingue, ma ciascun secolo di esse, anche quelli in cui non si coltiva il numero, hanno un periodo loro proprio quanto al suono, e diverso da quello degli altri secoli, anzi tanto più proprio loro e più diverso dagli altri, quanto il numero v’è meno studiato, perchè l’arte, sempre la stessa, induce conformità, onde due secoli studiosi del numero, ancorchè distanti, possono facilmente rassomigliarsi insieme, più che gli altri: quando infatti veggiamo anche tra diverse lingue tal somiglianza, come tra greco e latino e tra latino e italiano negli scrittori che sono studiosi [4035] del numero. (21. Feb. 1824.)

Diminutivi positivati. Vallon, coteau, costola ec. (21. Feb. 1824.). Rayon, pavot.

Genitivo plurale in vece dell’accusativo col pronome alcuni o alcuno del che altrove. Luciano in Scytha, opp.  1687. t. I. p. 598. init. δεῖξαι τῶν λόγων ὑμῖν cioè ex meis orationibus o doctrinis, il qual luogo è bene interpretato dal Grevio nella fine del tomo, il quale è da vedere. (22. Feb. Domenica. 1824.)

Grecismo dell’italiano. Se non quanto o in quanto o quanto che, o in quanto che παρ‘ ὅσον V. Luciano loc. cit. qui sopra, ad fin. p. 599. e lo Scapula ec. e i franc. e spagn. ec. (22. Feb. 1824. Domenica.)

Σίλλος, σίλλοι o σίλλοὶ si fa derivare da ἴλλος occhio παρὰ τὸ διασείειν τοὺς ἴλλους. V. Scap.  e Menag. ad Laert. in Timon. IX. 111. Consento che venga da ἴλλος, ma non che ci abbia a fare il σείειν, formazione d’altronde molto inverisimile. Io credo che σίλλος sia lo stesso affatto che ἴλλος in origine, aggiuntoci il sigma in luogo dello spirito, benchè lene, all’uso latino circa lo spirito denso e al modo che gli Eoli usavano il digamma, ossia il v latino (e quindi i latini il v) in vece anche dello spirito lene, nel principio delle parole. Veggasi il detto altrove di σῦκον ch’io credo essere venuto da un ὗκον o οὗκον. Da σίλλος occhio la metafora trasportò il significato a derisione ec. quasi dicesse, come diciamo noi, occhiolino ec. onde σιλλαίνειν sarebbe quasi far l’occhiolino, in senso però di deridere ec. La metafora è naturale, perchè il riso generalmente, ma in ispezieltà la derisione risiede e si esprime cogli occhi principalmente e molte volte con essi unicamente. (22. Febbraio 1824. Domenica di Sessagesima.)

῎Eξω τῶν ὤτων fuorchè l’orecchie. Luciano opp.  1687. p. 580. ad fin. t. 1. Di quest’uso del greco ἔξω conforme all’italiano fuori, fuorchè, infuori ec. e al francese hors, hormis ec. e allo spagn. fuera, fuera de que (oltre di che) ec. (anche in greco s’usa, mi pare, ἔξω  o simil voce per oltre. V. lo Scap.  e il Forcell. ec.) dico altrove, se ben mi ricordo. (22. Feb. Domenica di Sessagesima. 1824.) [4036] Accortare, scortare. Al detto altrove di curto as. (23. Feb. 1824.). Accorciare, scorciare ec. co’ derivati ec. non sono che corruzioni, e vengono pur da curtare. (23. Feb. 1824.)

Capter, Cattare ec. Al detto altrove di captare. (25. Feb. 1824.). Riscattare, rescatar ec. catar, di cui altrove, è forse da captare?

Faventini, del che altrove. Guicc. t. 2. p. 34-36. (25. Feb. 1824.)

Rilevato per che rileva, cioè pesa, cioè importa. Nardi spesso nella Vita del Giacomini. (25. Feb. 1824.).

Al detto altrove di suppeditare aggiungi che nel D. Quij. par. 2. cap.  18. fine, io trovo supeditar per calpestare. (28. Feb. 1824.)

L’uso della sinizesi da me altrove in moltissimi luoghi distesamente notato ne’ latini e dimostrata volgare fra loro e familiare ec. osservisi essere un’altra delle conformità del volgar latino colle nostre lingue, in cui essa sinizesi non è pur volgare, ma regolare ec. ec. (28. Feb. 1824.)

Diminutivi positivati. Struzzo-struzzolo. (28. Feb. 1824.)

Verbi frequentativi o diminutivi ital. Balzare balzellare. (28. Feb. 1824.)

Pelle per donna ec. nostro modo osceno. V. il Forc. in Scortum e in Pellex ec. e la Crus. se ha nulla. (28. Feb. 1824.)

῎Aλλο per οὐδὲν ridondante come in italiano, del qual modo italiano corrispondente anche ad un altro analogo modo greco, ho detto altrove in più luoghi. Luciano nel fine del libretto περὶ ἀσρτρολογίας (se però è suo): ῾Υπὸ δὲ τῇ δινῃ τῶν ἀστέρων μηδὲν ἄλλο γιγνεσϑαι. E questo luogo dimostra l’origine di questa frase ed uso del pronome ἄλλος  altri o ἄλλο altro, sì quanto al greco, sì quanto all’italiano. Perocchè viene propriamente a dire: μηδὲν ἄλλο ἢ αὐτο τοῦτο τὸ δινέεσϑαι; così senz’altro val propriamente senz’altro fuor della cosa medesima o delle cose di cui si parla. Vedi il detto da me lungamente circa la frase οὐδὲν πλέον sulla fine del Fedone, nelle mie note sopra Platone. E vedi anche il contesto del cit. luogo di Luciano. (28. Feb. 1824.). V. la p.  seg.

[4037] Eὐϑὺς ἐν αρχῇτῶν λόγων. Luciano opp.  1687. t. 1. p. 861: del che altrove. (28. Febbraio. 1824.)

Alla p.  preced. Qua spetta quel luogo del Guicc. lib. 6. t. 2. ed. Friburgo p. 74. Ai Veneziani non pareva piccola grazia se non fossero molestati dagli altri. Cioè semplicemente non fossero molestati. Quel dagli altri ha relazione ai Veneziani medesimi, e vale insomma da nessuno, cioè infine ridonda affatto. Questo modo è ordinarissimo massime nel dir familiare. [1] E così credo che sia anche in greco e in latino [2] ed altresì in francese e spagnuolo le quali due lingue si osservino ancora circa gli altri modi notati di sopra ed altrove a questo proposito ec. (29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)

Halo ai avi atum - halitans, alitare (verbo e sostantivo ossia infinito sostantivato), haleter. V. gli Spagn. e il Gloss. ec. (29. Feb. 1824.)

Lino linis, livi, et lini, et levi, litum per linitum. Osservisi questo verbo quanto alla sua coniugazione che mi par faccia a proposito d’altri miei pensieri. Ed osservisi ancora insieme con esso il suo compagno linio is ivi linitum, coi composti ec. dell’uno e dell’altro. (29. Feb. 1824.). Alo alis alui alitum altum alere.

Osado o ossado per che osa, ardito per che ardisce (aggettivati), hardi ec. atrevido per quien se atreve presente, anch’esso aggettivato: e simili. (29. Feb. Domenica di Quinquagesima. 1824.)

Parrebbe che gli uomini sciolti, franchi nel conversare, e massime gli sprezzanti avessero più amor proprio degli altri e più stima di se, e i timidi meno. Tutto al contrario. I timidi per eccesso di amor proprio e per il troppo conto che fanno di se, temendo sempre di sfigurare e perdere la stima altrui o desiderando soverchiamente di acquistarla e di figurare, hanno sempre innanzi agli occhi il rischio del proprio onore, del proprio concetto, del proprio amore, e occupati e legati da questo pensiero, sono senza coraggio, e non si ardiscono mai. I franchi e gli sprezzanti fanno al contrario [4038] per la contraria cagione, cioè per aver poca cura e poco concetto di se, o desiderio della stima degli altri (che viene a essere il medesimo), sia che essi sieno tali per natura, o per abito acquisito. Così che essi offendono spesse volte e facilmente, o rischiano di offendere l’amor proprio degli altri, e n’hanno poca cura, per poco amor di se stessi. E i timidi lo risparmiano sempre con mille scrupoli e riguardi, e non impetrano mai da se stessi non che di lederlo menomamente, ma di porsene a rischio benchè leggero e lontano, e ciò per soverchio amor proprio, il quale parrebbe che dovesse principalmente offendere e muoverli ad offendere quello degli altri. E così per soverchia stima di se stessi, si guardano di mostrar dispregio degli altri, e infatti non gli spregiano, anzi gli stimano eccessivamente non per altro che per lo smisurato desiderio e conto che fanno della loro stima, anche conoscendoli di niun valore, o almeno per la gran tema che hanno di perderla, eziandio vedendo che la sarebbe piccola perdita per rispetto al merito di coloro. Tali sono ordinariamente i fanciulli e i giovani ancora inesperti e inesercitati nel commercio umano e nelle palestre dell’amor proprio, dov’esso riporta tanti colpi, che alla fine incallisce; e tali sono più o manco, per più o men lungo tempo, ed alcune per tutta la vita, le persone sensibili e immaginose, le quali restano sovente fanciulle anche in età matura, e vecchia, sì quanto a molte altre cose, sì quanto a questa della timidità nel consorzio umano, che in esse è sempre difficile a vincere più assai che negli altri, e in alcune è assolutamente invincibile, come fu in Rousseau. La cagione si è l’eccesso dell’amor proprio, inseparabile dalla soprabbondanza della vita e forza dell’animo; ed insieme la vivacità della immaginazione, la quale non mai veramente spenta in loro, nè anche quando pare affatto agghiacciata, e quando effettivamente ha cessato affatto di partorire alcun piacere all’individuo medesimo, continuamente, [4039] secondo la sua natura, va fingendo ad esso amor proprio che è per se vivissimo, mille falsi pericoli e difficoltà, o smisuratamente accrescendo e moltiplicando i veri. Sì, Rousseau e gli altri tali uomini sensibili e virtuosi e magnanimi, occupati sempre e legati da un’invincibile e irrepugnabile timidità, anzi mauvaise honte ed erubescenza, non furono e non son tali se non per eccesso di amor proprio e d’immaginazione. Altro danno e infelicità somma della soprabbondanza della vita interna dell’anima (oltre i tanti da me altrove notati), della sensibilità, della squisitezza dell’ingegno, della natura riflessiva, immaginosa ec. Poichè in essa l’amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell’amor proprio, ed anche della immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati nella società, delle ἀσχημοσύναι, che anche bene spesso non son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall’immaginazione, e non esistono se non nell’idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè possibili ad ottenere ec. ec. (1. Marzo. penultimo dì di Carnevale. 1824.) Ciò che ho detto dell’immaginazione, dico [4040] dell’amor proprio, il quale in questi tali, anche quando sembra rotto e fiaccato dall’uso de’ mali, dispiaceri, punture ec. anzi minore assai che non è negli altri, e quasi al tutto agghiacciato, addormentato e spento, è sempre in verità vivissimo assai più che negli altri anche giovani e principianti, caldissimo, e ancora in istato da esser chiamato tenerezza di se stesso (come suol essere nella gioventù) benchè sia in loro più negativo che positivo, più atto a impedire che a cagionare, piuttosto causa di passione che d’azione ec. quale egli è proporzionatamente anche ne’ primi anni di questi tali. (3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)

Infundo infusus-infuser. (3. Marzo. 1824.).

Diminutivi positivati. Lucerta-lucertola, lucertolone. (3. Marzo. 1824.). Lacerta-lacertola.

Φάω, ϕαείνω, ϕαείνομαι. Alterazione di desinenza collo stesso significato, del che altrove. (3. Marzo. Mercoledì delle S. Ceneri. 1824.)

Diminutivi positivati. Fou-follet. V. i Diz. franc. in questa voce, e nóta che questo è un aggettivo. Noi pure folletto benchè per lo più sostantivato per la soppressione del nome spirito. E questa nostra voce (come fors’anche folle) par che venga dal francese o dal provenzale. Del resto v. la Crus. in folletto esem.2. e §. 2. e gli spagnuoli. (3. Marzo. dì delle S. Ceneri. 1824.)

Spiare-spieggiare. (3. Marzo, dì delle S. Ceneri. 1824.). Scoppiare, scoppiata sustantivo - scoppiettare, scoppiettata, scoppiettio. (4. Marzo. 1824.). Incrociare-incrocicchiare, croce-crocicchio ec.

Al detto altrove di ὀλιγου o μικροῦ δεῖν ec. aggiungi. Si dice anche assolutamente ὀλιγου (fors’anche μικροῦ) sottintendendosi il δεῖν o δέον, in senso di σχεδὸν ec. come appunto in italiano per poco. Plat. in Phaedro ec. (4. Marzo 1824.)

Inadvertido, inavveduto, desconocido per sconoscente, malaccorto e [4041] simili si aggiungano al detto altrove circa i participii avveduto ec. aggettivati ec. Condolido per condolente, participio vero e non in senso d’aggettivo. D. Quij. par.2 cap. 21. avanti il mezzo. (4. Marzo 1824.)

Senz’altro patto per senza niun patto. Guicc. l.7. ed. Friburgo t. 2. p. 124. principio. ed aggiunge assolutamente ch’è l’interpretazione espressa dell’anzidette parole. (5. Marzo 1824.)

L’ulus de’ lat. si cambia ordinariamente dagl’italiani in io (così l’ulum, e in ia l’ula), raddoppiando la consonante che lo precede, se ella in latino è pura, come oculus-occhio, nebula-nebbia ec.; se impura non si raddoppia, come masculus-maschio ec. (5. Marzo 1824.)

Vischio, succhio sost. e molti simili, sembrano esser tutti diminutivi positivati, fatti nel modo detto nel pensiero precedente, e però venuti certo dal latino e probabilmente stati usati nel volgar latino in luogo de’ loro positivi succus, viscum o viscus ec. ec. (5. Marzo 1824.). Così ho detto altrove de’ nostri verbi in iare ec.

Tomber-tombolare, tombolata ec. (5. Marzo 1824.). Di tali verbi italiani, oltre diminutivi frequentativi vezzeggiativi ec. alcuni, anzi forse, almeno in molti casi, non pochi, sono disprezzativi. (6. Marzo 1824.)

Al detto altrove di apparecchiare, aparejar ec. aggiungi sparecchiare e simili composti ec. ital. spagn. e franc. (6. Marzo. 1824.)

Diminutivi greci positivati. diminutivo ἴχνος-ἴχνιον assolutamente positivato, e proprio, a quel che sembra, di Omero, (sopra il che altrove) benchè si trovi anche in Senof. nel Cineg. dove bisogna però vedere se è veramente positivato, o se essendo, non è preso da Omero. (6. Marzo. 1824.)

Gli uomini sarebbono felici se non avessero cercato e non cercassero di esserlo. Così molte nazioni o paesi sarebbero ricchi e felici (di felicità nazionale) se il governo, anche con ottima e sincera intenzione, non cercasse [4042] di farli tali, usando a questo effetto dei mezzi (qualunque) in cose dove l’unico mezzo che convenga si è non usarne alcuno, lasciar far la natura, come p. e. nel commercio ch’è più prospero quanto è più libero, e men se ne impaccia il governo. Similmente dicasi de’ filosofi ec. Del resto la vita umana è come il commercio; tanto più prospera quanto men gli uomini, i filosofi ec. se ne impacciano, men proccurano la sua felicità, lasciano più far la natura. (7. Marzo. prima Domenica di Quaresima. 1824.)

Altro per nessuno o ridondante. Guicc. t.2. ed. Friburgo p. 144. lin. penult. (7. Marzo. I. Domenica di Quaresima. 1824.)

Eὐϑὺς γενόμενος ec. Questa forma è propria del greco, ed usasi eziandio con molti altri avverbi o significanti il med. che εὐϑὺς, o d’altro significato, come ἅμα, μεταζὺ (i quali ricevono anche il participio presente, secondo la natura del loro significato, ed altri participii, oltre i passati) ec. ed è chiamata, se non erro, propria degli attici (benchè si trova anche in autori anteriori, per dir così, all’atticismo, come in Anacr. od. 33. εὐϑὺς ὺτραϕέντες  od. 55 εὐϑὺς ἰδών ec.) - subito nato, dopo nato, appena nato ec. né à peine (vix natus) ec. despues de nacido ec. V.  i Diz. franc. e spagn. e il Forcell. negli avv. corrispondenti a subito, dopo ec. simul ec. (8. Marzo. 1824.)

Indigesto per indigeribile o difficile a digerire. - Indigesto per che non ha digerito o che non digerisce. (8. Marzo. 1824.)

Mινύϑω-minuo, forse l’uno e l’altro da μινύο, alterato nel greco colla interposizione del ϑ, (cosa usata), conservato purissimo in latino, eziandio ne’ composti: della qual conservazione dell’antichità appo i latini più che appo i greci, dico diffusamente altrove. (8. Marzo 1824.)

[4043] ᾽Arργεῖος-argi-v-us. Orazio e Ovidio alla greca comune, argeus, l’uno in un luogo, e l’altro in un altro. Così da ἀχαιὸς, oltre achaeus, achivus che forse è più proprio latino e più volgare, e achaeus sarà solamente letterario, come anche argeus senza fallo; e forse altri simili. (8. Marzo. 1824.)

Nè la occupazione nè il divertimento qualunque, non danno veramente agli uomini piacere alcuno. Nondimeno è certo che l’uomo occupato o divertito comunque, è manco infelice del disoccupato, e di quello che vive vita uniforme senza distrazione alcuna. Perchè? se nè questi nè quelli sono punto superiori gli uni agli altri nel godimento e nel piacere, ch’è l’unico bene dell’uomo? Ciò vuol dire che la vita è per se stessa un male. Occupata o divertita, ella si sente e si conosce meno, e passa, in apparenza più presto, e perciò solo, gli uomini occupati o divertiti, non avendo alcun bene nè piacere più degli altri, sono però manco infelici: e gli uomini disoccupati e non divertiti, sono più infelici, non perchè abbiano minori beni, ma per maggioranza di male, cioè maggior sentimento, conoscimento, e diuturnità (apparente) della vita, benchè questa sia senza alcun altro male particolare. Il sentir meno la vita, e l’abbreviarne l’apparenza è il sommo bene, o vogliam dire la somma minorazione di male e d’infelicità, che l’uomo possa conseguire. La noia è manifestamente un male, e l’annoiarsi una infelicità. Or che cosa è la noia? Niun male nè dolore particolare, (anzi l’idea e la natura della noia esclude la presenza di qualsivoglia particolar male o dolore), ma la semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all’individuo, ed occupantelo. Dunque la vita è semplicemente un male: e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per intensione è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per se ed assolutamente alla vita ec. (8. Marzo. 1824.). V. p. 4074.

[4044] Forse diminutivo positivato: σπήλαιον (spelaeum). V. i Less. (9. Marzo. 1824.)

Alla p. 4025. Vedilo pure tom.2. lib.7. p. 18. l.8. p. 219. analoghi a’ quali v’ha diversi altri luoghi nello stesso autore. (9. Marzo. 1824.). V. qui sotto.

Menare, portare, tirare ec. pel naso - τῆς ῥινὸς ἕλκειν nello stesso senso. Lucian. Dial. Deor., Iov. et Iunon. t.1. opp.  1687. p. 196. V. i Less. e la Crus. e il Forcell. e i francesi e gli spagnuoli (9. Marzo. 1824.). Nóta che Luciano lo usa come proverbio o modo di dire vulgato, colla voce ϕασὶ.

Λαιὸς - lae-v-us. (9. Marzo 1824.). σκαιὸς - scae-v-us.

Al detto altrove dei verbali in bilis in ilis ec. ec. si aggiungano quelli formati da essi in ilitas, bilitas, e altri generi, siano del buono o del barbaro latino o delle lingue moderne, sia che i verbali da cui essi sono formati sieno individualmente noti o ignoti ec. ec., sia pure che tali nomi sostantivi verbali, derivino immediatamente dai verbi, e in tal caso bisogna vedere da che voce dei verbi e in che modo, secondo i rispettivi generi d’essi verbali. (10. Marzo. 1824.)

Al capoverso 2. di questa pagina. Anche nella lega di Cambrai contro i Veneziani fu presa per pretesto, o maggior coonestazione, secondo l’uso di quelli e de’ passati tempi, il voler far guerra contro i Turchi. V. il Guicc. t. 2. p. 180. e quivi le note, e p. 186. sulla fine. Ed è notabile in questo caso tanto più questo pretesto, quanto per distruggere i Veneziani allegavano la necessità di farlo a volere opprimere i Turchi, de’ quali i Veneziani erano i maggiori nemici, e quelli che avevano avuti seco maggiori guerre (come pur n’ebbero appresso), e fatti loro e riportatine maggiori danni. (10. Marzo. 1824.). V. p. 4073.

Non ne fece altro per non ne fece nulla; non se ne fece altro; non se ne farà, se ne fa altro; modi consueti del nostro favellare. Non volle farne altro cioè nulla: nelle note al Guicciard. t. 2. p. 183.191.363. (10. Marzo. 1824.)

In tutta l’Europa (massime in Italia, dove tutti gli assurdi e gl’inconvenienti sociali sono maggiori che altrove) non reca infamia l’essere [4045] o essere stato vizioso, nè l’aver commesso delitti (massime trattandosi di alcuni tali vizi e delitti, certi dei quali, anche atroci, fanno piuttosto onore, stima, e rispetto, che altro); ma bensì l’essere o l’essere stato punito di qualsivoglia vizio o misfatto, anzi pure della virtù o di azioni virtuose e degne di lode e di premio. [3] Negli Stati Uniti d’America l’opinione pubblica non attacca veruna infamia alla punizione, e il colpevole che è stato punito e rientra nella società, v’è tanto più esente da obbrobrio che l’impunito che in essa si aggira, quanto che 1. si considera ch’egli ha espiato colla pena subita il suo fallo, e riparato e data soddisfazione del torto fatto alla società, e pagato il debito contratto seco lei: 2. si giudica, come in fatti ordinariamente succede, che la pena, la quale colà si considera e si chiama penitenza  (le prigioni si chiamano case di penitenza), e le cure che nel tempo di essa espressamente si usano per curare con rimedi sì fisici che morali il morale del colpevole, abbiano corretto e riformato il suo carattere, i suoi costumi, le sue inclinazioni, i suoi principii, e ridottolo alla buona strada, con che e di diritto e di fatto e di opinione egli torna intieramente a paro e a livello degli altri cittadini o forestieri. Vedi il racconto sulle prigioni di Nuova York nell’Antologia di Firenze num. 37. Gen. 1824. e in particolare la pag. 54. (11. Marzo. 1824.)

᾽Eϑέλω ἐγρηγορέω-ϑέλω possono essere esempi o di accrescimenti o di troncamenti fatti da’ greci ai loro temi senz’alterazione di significato. Così λω p.  ἐϑέλω, o quella sia la radice, o un troncamento, del che altrove. (12. Marzo 1824.)

[4046] Acertado per que acierta o que suele acertar, tanto di persona, quanto di cosa. D. Quij. par.2. cap. 25. verso il fine, cap. 26. un poco sotto il principio. ec. (12. Marzo. 1824.)

᾽Eϑέλω per δύναμαι ec. del che altrove. V. Luciano opp.  1687. tom. 1. p. 222. linea 10. in Dearum iudicio, e Plat. Phaedon. opp.  ed. Astii, t. 1. p. 478. B. (12. Marzo. 1824.)

Il nostro pronome si, massime nel dir toscano, spessissimo ridonda per grazia e proprietà di lingua e per idiotismo, contro le leggi grammaticali delle favelle. Così fra’ latini il pronome sibi (a cui risponde il nostro si, che ne’ detti casi non so se tutti, è dativo, come in se n’andò e simili), massime appo gli antichi, e questi, comici, onde siffatto uso dovette esser proprio del dir volgare o familiare. V. il Forcell. in Sui. (13. Marzo. 1824.). V. qui sotto.

Essere in se (être en soi ec. V. i Diz. franc. e spagn.). ἐν ἑαυτῷ εἶναι - V. Luciano nel Dial. di Nettuno e Polifemo, opp. 1687. t.1. p. 241. fine. Così esso ed altri sovente. Il Forcellini non ha nulla in proposito, nè in Sui, nè in Sum. (13. Marzo. 1824.)

Carra plur. di carro. (14. Marzo. 2.a Domenica di Quaresima. 1824.)

Necessitado per que necessita, cioè ha menester, e si unisce anche col genitivo, come il suo verbo. D. Quij. in più luoghi. Quanto ad errado, di cui altrove, notisi che in ispagnuolo si dice anche errarse. D. Quij. par.2. cap. 27. se havia errado (avea sbagliato). (14. Marzo. 1824.)

Al capoverso 3. di questa pag. Dubito che anche in franc. e in ispagn. anche più vi sieno usi simili. V. per esempio il fine del pensiero preced. (14. Marzo. 1824.)

I nostri nomi diminutivi o disprezzativi ec. in acchio ecchio ec. e i verbi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in acchiare ecchiare ec. sono di una forma espressamente originata dal latino, cioè dalla forma diminutiva o frequentativa [4047] ec. in culus e culare. Lo stesso dico de’ nomi e verbi francesi diminutivi o frequentativi o disprezzativi ec. in ail aille ailler iller eiller (sommeiller) ec. de’ quali altrove. E credo che anche lo spagn. in illo o illar ec. venga da essa forma latina (come periglio péril ec. da periculum, del che in più luoghi) più tosto che da quella in illus illare ec. (15. Marzo. 1824.)

Alle altre barbarie umane da me altrove notate si aggiunga la pederastia, snaturatezza infame che fu pure ed è comunissima in Oriente (per non dir altro) e non fu solo propria de’ barbari ma di tutta una nazione così civile come la greca, e per tanto tempo (lasciando i romani), e sì propria che sempre che i greci scrivono d’amore in verso o in prosa, intendono (eccetto ben rade volte) di parlar di questo siffatto, voluto fino ridurre in sentimentale da Platone massimamente, nel Convivio e più nel Fedro, e altrove, e da Senofonte poi nel Convivio. E Saffo con tanta tenerezza canta la sua innamorata. Quanto noccia questo infame vizio alla società ed alla moltiplicazione del genere umano, è manifesto ec. ec. Aggiungansi similmente gli spettacoli de’ gladiatori, e l’altre barbarie romane ec. ec. (15. Marzo. 1824.)

Diminutivi greci positivati. Luciano nel Dialogo di Doride e di Teti dice prima ἐς κιβώτιον e poi indifferentemente parlando della medesima arca τὸ κιβώτιον, e poi di nuovo τὴν κιβωτὸν ed ἡ κιβωτὸς, e così anche nel Dial. di un Tritone e delle Nereidi ἐν τῇ κιβωτῷ parlando della stessa arca. V. i Lessici ec. Ciò mostra che il significato di questo diminutivo e di questo positivo era conforme, o che anche in greco si usava elegantemente il diminutivo pel positivo o a piacere, o come catacresi o enallage ec., o comunque. Luciano non usa qui il diminutivo se non per variare o per grazia ed eleganza semplicemente senz’altra cagione, e senz’alcuna diversità di significato dal positivo che insieme adopera. (15. Marzo. 1824.)

[4048] Duplicazioni greche. ἄγω-ἤγαγεν, ἄγεχα, ἀγήοχα, ἀγαγεῖν ec. Si chiamano modi attici, ma sono anche (con certe mutazioni, salvo però il raddoppiamento) anche degli Joni, dei Dori ec. V. lo Schrevel. e lo Scap.  nell’indice delle voci de’ verbi anomali a’ piè del Lessico, ec. (15. Marzo 1824.) Prolato as in senso di differire ec. da profero che ha pur questo senso. V. Forcell. in Prolato, Prolatatio, Prolatatus. (16. Marzo 1824.)

Luciano nel Dialogo di Menippo Amfiloco e Trofonio. M. τί δὲ (lego δὴ ut contextus expetit) ὁ ἥρως ἐστίν; ἀγνοῶ γὰρ. T. ἐξ ἀνϑρώπου τι καὶ ϑεοῦ σύνϑετον. M. ὃ μήτε ἄνϑρωπός ἐστιν, ὡς ϕῄς, μήτε ϑεός, καὶ συναμϕότερόν ἐστι. Rechisi al detto altrove sopra l’opinione degli antichi circa i semidei, segno dell’alto concetto che avevano della natura umana. (16. Marzo 1824.)

Diminutivi greci positivati. ῥάκος-ῥάκιον, se questo non è disprezzativo più di quello. (20. Marzo 1824.)

Alterazioni de’ temi greci, senza mutazione di significato. στρέϕω-στροϕάω, στρωϕάω (coi composti), i quali verbi originariamente (come anche poi in parte) dovettero significare ed essere onninamente gli stessi che στρέϕω. V. i Lessici. E così si potrà di molti altri tali verbi alterati, che ora di senso differiscono alquanto dal primo tema, o hanno una significazione più determinata, o due ec. mentre quello ne ha di più, o viceversa, ec. ec. ma che in origine forse valsero nè più nè meno altrettanto che esso. (20. Marzo. 1824.)

Una nuova prova dell’antica tradizione, di cui altrove, che la popolazione del mondo, o certo quella d’Europa, venisse dall’Asia, si deduce dalla favola (o storia) che l’Europa pigliasse il nome da una donna d’Asia così chiamata. V. il sogno d’Europa nel 2do idillio di Mosco ec. (20. Marzo. 1824.). V. ancora i mitologi e critici ec.

[4049] Στλεγγὶς forse da principio fu un diminut. di positivo ora ignoto. (20. Marzo. 1824.)

Troia per scrofa, del che altrove. In franc. truye o truie. Mi ricordo ancora aver trovato nella seconda parte del D. Quij. la voce troya, che mi parve dovere aver questo o simile significato, benchè usata, in tal supposizione, metaforicamente. (20. Marzo. 1824.)

Fante per uomo adulto con tutti i suoi derivati e diminutivi ec. (tra’ quali è fancello per fanciullo che n’è forse una corruzione, onde fanciullo sarebbe propriamente piccolo uomo, seppur non è corruzione d’infanticello, che non credo; e così dicasi degli altri diminutivi di fante) opposto d’infante, è proprio non solo de’ nostri antichi, (v. la Crus.) ma eziandio del volgare e familiar moderno, in cui resta ancora per proverbio lesto fante (il che si trova anche nell’Alberti.). Or questa voce e questo suo significato è certamente affatto latino, poichè fante non è che il partic. fans di for faris, verbo che non si trova nelle lingue moderne, e non dovette neppure esser proprio de’ bassi tempi. Oltre ch’egli è l’opposto d’infans cioè non parlante (νήπιος), e significa parlante, e perciò solo ha forza e ragione di significare uomo. E nondimeno essa voce non si trova in tal senso negli scrittori latini, se non solamente in senso molto analogo, in un luogo di Plauto, il quale può anche servire a dimostrar l’antichità di questa voce in siffatto senso e come opposta d’infante. Anche in tutti gli altri suoi sensi essa non è che metafora, o ec. di quel di uomo; p. e. fante per soldato pedone val propriamente uomo (così si dice mille uomini, mille bommes ec. per mille soldati; uomini d’arme, cioè soldati grevi a cavallo ec. ec. gente o genti per esercito; gente a piè, d’arme ec. gendarmes ec. ec.). I francesi fantassin, dall’italiano fantaccino ch’è un diminutivo o disprezzativo positivato. Infanterie non sembra che una corruzione di fanteria. V. gli spagn. Così dico del significato di servo o serva, divenuto pur proprio di fante, nel qual senso ne deriva fantesca ec. V. ancor qui gli spagnuoli ec. V. pure il Gloss. e l’articolo di Foscolo sopra l’Odissea [4050] di Pindemonte negli Annali di Scienze e Lettere di Milano 1810. (21. Marzo. Domenica. 1824.)

Diminutivi positivati. Taurus-taureau. Fante-fantaccino (forse anche disprezzativo in origine) onde fantassin, cioè fante. V. il pensiero precedente. (21. Marzo. 1824.)

Dell’antiche opinioni circa i semidei e gli eroi, delle quali altrove, vedi ancora il Dialogo di Diogene ed Ercole ne’ Dial. de’ morti di Luciano. (21. Marzo. 1824.)

Oὐκ ἔστι μαϑεῖν τοῦτο ῥᾴδιον, συνϑέτους δύ᾽ ὄντας ῾Ηρακλέας, ἐκτὸς εἰ μὴ ὥσπερ ἱπποκενταυρός τις ἦτε. Lucian. in Dial. mort. Dial. Diog. et Herculis. Di questo italianismo del greco dico altrove. (21. Marzo. 1824.). V. p. 4054. Vedilo ancora in Reviviscent. opp.  1687. t.1. p. 393.

Θανέω o ϑάνω-τνήσκω. Qui l’alterazione non solo è nella desinenza, ma eziandio nella omissione dell’α, onde τνήσκω per τανήσκω dal fut. τανήσω donde si fanno questi verbi in σκω, secondo il Weller. (21. Marzo. 1824.)

Delle cause della universalità della lingua francese, vedi Voltaire delle Lingue, nelle sue opere scelte Londra (Venezia) a spese del Milocco, tomi 3. in italiano, 1760. tom. 3° p. 136-9. (21. Marzo. 1824.)

Come anticamente i francesi pronunziassero conforme scrivevano e in parte scrivono, vedi il cit. luogo del Voltaire p. 139-140. (21. Marzo. 1824.)

Povertà di parole nella lingua francese appetto all’italiana. V. il cit. tomo di Voltaire p. 207. nella nota, numero 3. (21 Marzo. 1824.)

Della superiorità della lingua latina sulla greca per certe parti e qualità, del che ho detto in proposito dei continuativi di cui i greci mancano, cioè non ne hanno un genere determinato, si può dire lo stesso [4051] rispetto agl’incoativi, di cui i greci non hanno un genere e forma così determinata e assegnata come i latini, sebbene si servono molto spesso, a significar l’incoazione, di verbi in ίζω fatti da quelli che significano l’azione o passione positiva, o aggiungono a’ temi in αω, έω ec. il ζ facendone άζω, έζω ec. Ma queste forme non sono così precisamente determinate alla significazione incoativa, perchè infiniti verbi così formati ne hanno tutt’altra, infiniti significano lo stesso che il primo tema (del che altrove, sebben forse in origine potranno avere avuto diverso senso), infiniti non hanno altro tema, almen noto, e non significano cosa incoativa ec. sia che questi e i sopraddetti abbiano perduta col tempo siffatta significazione, e confusala ec. sia che mai non l’abbiano avuta, il che, di moltissimi almeno, è certo, perchè molte volte la desinenza in ίζω o ζω è frequentativa. Anche de’ frequentativi determinati ec. mancano i greci, mentre gli hanno non solo i latini ma gl’italiani (e moltissimi generi, come pure in latino ve n’è più d’uno), i francesi ec. Mancano ancora de’ verbi disprezzativi, vezzeggiativi ec. ec. che i latini e gl’italiani ec. hanno, e più d’un genere. (21. Marzo. 1824.)

Molti di quelli che io chiamo diminutivi positivati, si potranno chiamare in vece disprezzativi o vezzeggiativi o frequentativi ec. positivati, sì verbi che nomi, sì sostantivi che aggettivi ec. Ma chiamarli generalmente diminutivi non è da potersi riprendere, perchè tali sono propriamente tutti, e la diminuzione è il mezzo con cui essi significano disprezzo, vezzeggiamento ec. secondo che ella è applicata ed intesa. (21. Marzo 1824.)

Imperfezione dell’ortografia italiana ne’ passati secoli. È noto che [4052] i manoscritti originali anche de’ più dotti uomini de’ migliori secoli, e in particolare e nominatamente quelli dell’Ariosto e del Tasso, che son pur tanto ripieni di correzioni, presentano una stortissima e scorrettissima ortografia, con errori tali che oggi non commetterebbe il più imperito scrivano o fanciullo principiante, e una stessa voce v’è scritta ora con una ora con altra ora con altra ortografia. (21. Marzo. Domenica terza di Quaresima. 1824.)

La ricchezza e varietà e potenza e fecondità della lingua italiana non solo s’ha a considerare nella copia de’ suoi vocaboli e modi e nella gran facoltà di formarne, ma eziandio nella gran moltitudine e varietà di tipi per così dire o coni che ella ha per poter formare voci e modi di uno stesso genere di significazione. (formati già moltissimi, e da potersene formar con giudizio, sempre che si voglia e bisogni). Servano di esempio le tante desinenze frequentative o diminutive o disprezzative ec. de’ verbi, da me annoverate altrove. Le tante diminutive de’ nomi ec. ec. Nella quale abbondanza di coni la lingua nostra vince d’assai, non che le lingue sorelle, ma la latina e la greca, e forse qualunque lingua del mondo antica o moderna. Nè questa abbondanza produce confusione nè indeterminazione, perchè detti coni sebbene sommamente moltiplici in ciascun genere, sono però di qualità e di valore ben determinato ed applicato e appropriato al suo genere di significazione. (21. Marzo. 1824.)

Kύμβον, κύμβη - κυμβίον, κυμβαῖον, κυμβεῖον, diminutivi positivati in certe significazioni. V. lo Scapula. (22. Marzo. 1824.)

Diminutivi positivati. Limon, limoneux-limus. (23. Marzo. 1824.). V. la p.  seg. capoverso 1. Lixi-v-ia, lixi-v-ium - lexia o legia spagn. (23. Marzo. 1824.)

Tomber, tumbar spagn. co’ derivati e composti ec. - tombolare coi medesimi. (23. Marzo. 1824.)

[4053] Tomba da τύμβος, del che altrove. Spagn. tumba, franc. tombeau, ch’è originariamente lo stesso, cioè ne è un diminutivo positivato come tanti altri. (23. Marzo. 1824.). I francesi hanno anche tombe ant. e poet. ed ora con un significato alquanto diverso. V. i Diz. V. p. 4076.

Venire per essere a modo di verbo ausiliare, congiunto co’ participii passivi degli altri verbi, s’usa non solo in italiano, anche antico, del che mi pare aver detto altrove, ma anche in ispagn., forse a imitazione dell’italiano. Vedi D. Quij. par.2. (la qual parte è straordinariamente sparsa di manifestissimi italianismi, più assai che la prima ec.) cap. 32. ed. Madrid 1765. tomo 3. p. 370. (23. Marzo. 1824.)

La galanteria degli antichi italiani può esser dimostrata dall’etimologia del nome generico di donna, etimologia che in nessun’altra lingua cred’io, nè moderna nè antica si troverà nel corrispondente nome. (24. Marzo. Vigilia della SS. Annunziata. 1824.). V. p. 4067.

Al detto altrove di sencillo diminutivo positivato, aggiungi sencillamente, e considerinsi siffatti avverbi anche negli altri nomi ec. (24. Marzo. 1824.)

Origliare, origliere da auricula. Nuova prova del cangiarsi spesso il cul de’ latini in gli italiano benchè per auricula noi diciamo orecchia, non oreglia, come i francesi. (25. Marzo. dì della SS. Annunziata 1824.). Diciamo anche, ed oggi meglio, orecchiare.

Speculum-speglio antico e poetico. (26. Marzo. 1824.)

Discursos entretenidos per entretenientes, cioè di trattenimento, di passatempo. D. Quij. (26. Marzo. ultimo Venerdì. 1824.)

Continuo per continuamente. D. Quij. Nome aggettivo in luogo d’avverbio, del che altrove. (26. Marzo. 1824.)

Participii in us di verbi neutri. Licitus, licitum est o fuit dall’impersonale licet, come gavisus e gavisus sum dal personale gaudeo. Vedi il Forc. in Licitus, licet ebat, liceor, liceo, licito avverbio fatto da questo participio, ec. (27. Marzo. 1824.)

[4054] Alla p. 4050. Noi diciamo eccetto se non, se pure non, se però non, fuorchè se o se non, quando non, salvo se non ec. E queste frasi e la greca rispondono alla latina nisi o nisi si. Il non sì nel greco che nell’italiano vi sta fuor di ragione e per comun proprietà d’ambe le lingue. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.) Ri-v-us, ri-u-o - ri-g-agnolo ec. - rio ital. e spagn. (28. Marzo. 1824.)

Diminutivi positivati Rivus - ruisseau e ruscello che sono in parte e sovente positivati. Ascia lat. ascia e asce ital. hâche franc. ec. - accetta quasi ascetta, spesso positivato ec. perchè s’usa promiscuamente ascia e accetta, l’uno in cambio dell’altro, benchè forse abbiano differenza di significato proprio, che non ebbero però in origine, eccetto quanto alla diminuzione. (28. Marzo. 1824.)

Dormido per dormiente (fors’anche durmido). Voz algo dormida. D. Quij. E in altre maniere. Se però dormir non è anche neut. pass. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

Diminutivi greci positivati. τειχίον. Luciano in Reviviscent. t. 1. opp.  1687. p. 418. Notisi in proposito di questo e altri diminutivi positivati di Luciano, da me altrove segnati, che Luciano usa il linguaggio in gran parte familiare. Nel detto luogo si parla del muro dell’acropoli o cittadella di Atene. In due di Omero (Odiss. p V. 165.343) τειχίον si unisce con μέγα. Parrebbe ridicolo l’interpretarlo parvus murus, come fa lo Scapula, e sembrerebbe che non si potesse trovar luogo dove fosse più evidente la positivazione di voci diminutive greche. Nondimeno (oltre che v’ha varietà di lezione, o dubbio degli eruditi sulla voce τειχίον, almeno nel primo di questi luoghi, come rilevo dall’Indice delle voci omeriche), si potrà forse dire che τειχίον è detto da Omero a differenza dei muri di città, e simili, detti [4055] τείχη, poichè egli quivi parla dei muri di un cortile, e che μέγα si riferisca alla grandezza di que’ muri in quanto muri di cortile. Non per tanto il luogo di Luciano e altri di Tucidide appo lo Scap.  mostrano che τειχίον si diceva anche de’ muri di città fortezza ec. (moenia), e possono servire a illustrare quelli d’Omero, confermar la lezione, (massime il luogo di Luciano che è evidente), e provando che quivi τειχίον sta semplicemente per τεῖχος, benchè unito con μέγα, aggiungere una insigne prova alla mia opinione circa la positivazione di molti diminutivi greci, in particolare nel dir poetico, o piuttosto antico o ionico ec. (28. Marzo. Domenica quarta di Quaresima. 1824.)

Tῆς ῥινὸς ἕλκειν menar pel naso proverbio greco conforme all’italiano, del che altrove, con un luogo di Luciano, ove vi si aggiunge il ϕασὶ. Aggiungi lo stesso Luciano in Reviviscentibus opp.  1687. t. 1. p. 396. V. il Forcell. i Lessici e gli scrittori di adagi e proverbi ec. (29. Marzo. 1824.). Lucian. ib. 556. 560.

Plurali in a. Martella. Crusca in Asce. (29. Marzo. 1824.)

Diminutivi positivati. Lens-lenticula (lente, lenticchia ec.). (31. Marzo. 1824.)

Dita plur. di dito. Nota che il corrispondente nome latino non è neutro ma mascolino. (1. Aprile. 1824.). Nocca, Uova.

Come in italiano l’uomo per on franc., per si ec., del che altrove, così anche in ispagn. el hombre nel modo stesso. D. Quij. par.2. cap. 40. ed. Madrid. 1765. tomo 3. p. 446. (1. Apr. 1824.)

La lingua spagnuola è già conformissima all’italiana per indole (oltre all’estrinseco) quanto possa esser lingua a lingua. Ma più conforme sarebbe, se ella fosse stata egualmente coltivata, formata e perfezionata, cioè avesse avuto ugual numero e varietà e capacità di [4056] scrittori che ebbe l’italiana. Dalla piega che ella prese effettivamente si raccoglie che quando avesse progredito, la forma e l’indole che avrebbe avuta in uno stato di perfezione non sarebbe stata punto diversa dall’italiana, alla quale per conseguenza la lingua spagnuola sarebbe stata tanta più conforme che ora per la maggior conformità di grado e di perfezione, perchè ora la maggiore, anzi forse unica differenza che passi tra il genio o piuttosto la forma intrinseca di queste due lingue, si è che l’una è molto meno formata e perfezionata dell’altra, e anche men ricca, il che con la copia degli scrittori e delle materie non sarebbe stato. (1. Aprile. 1824.)

Moveo - moto, motito. (1. Aprile. 1824.)

Cessatus partic. di cesso verbo neutro. V. Forc. in Cessatus e in particolare il secondo es. paragonandolo col secondo §. di Cesso. (3. Aprile 1824.)

Al detto di acquistare in proposito di quisto, quaesitus ec. aggiungi lo spagn. aquistar. D. Quij. V. i Dizionari. (4. Aprile. Domenica di Passione. Nevica. 1824.)

Grandissima, e forse la maggior prova e segno del progresso che ha fatto negli ultimi tempi lo spirito e il sapere umano in generale e le scienze fisiche in particolare, è che per ispazio di quasi un secolo e mezzo, quanto ha dalla pubblicazione de’ Principii matematici di filosofia naturale a’ dì nostri (1687), non è sorto sistema alcuno di fisica che sia prevaluto a quello di Newton, o quasi niun altro sistema di fisica assolutamente, almeno che abbia pur bilanciato nella opinione per un momento quello di Newton, benchè questo sia tutt’altro che certo [4057] e perfetto, anzi riconosciuto ben difettoso in molte parti, oltre alla insufficienza generale de’ suoi principii per ispiegare veramente a fondo i fenomeni naturali. Nondimeno i fisici e filosofi moderni, anche spento il primo calor della fama e della scuola e partito di Newton, si sono contentati e contentansi di questo sistema, servendosene in quanto ipotesi opportuna e comoda nelle parti e occasioni de’ loro studi che hanno bisogno, o alle quali è utile una ipotesi. Ciò nasce e dimostra che gli spiriti e nella fisica e nell’altre scienze e in ogni ricerca del vero e in ogni andamento dell’intelletto si sono volti all’esame fondato dei particolari (senza cui è impossibile generalizzare con verità e profitto) e alla pratica ed esperienza e alle cose certe, rinunziando all’immaginazione, all’incerto, allo splendido, ai generali arbitrarii, tanto del gusto de’ secoli antecedenti e padri di tanti sistemi a quei tempi, che rapidamente brillavano e si spegnevano, e succedevansi e distruggeansi l’un l’altro. (4. Aprile 1824. Domenica di Passione. Nevica.)

Altro per alcuno o ridondante, del che altrove. Aggiungasi quell’uso dell’avv. altrimenti o altramente ec., uso frequentissimo appresso i nostri, massime de’ buoni secoli, e non raro neanche oggidì, nel qual uso quell’avverbio sembra un assoluto pleonasmo, quando cioè egli è congiunto alla negazione, p. e. così: non v’andò altrimenti, cioè non v’andò. (In altro modo egli può esser congiunto alla negazione con significati diversi, come quando si dice non altrimenti per parimente, non altrimenti che per come.) Par ch’esso avv. in tali casi equivalga al punto, al guari e simili italiani e francesii ec. aggiunti sì spesso alla negazione senz’alcuna maggior forza. In fatti spesso, o il più [4058] delle volte esso avverbio in questo caso non importa nulla, ma originariamente e veramente, e forse talvolta effettivamente massime presso gli antichi, vale in alcun modo. Gli altri l’usarono e l’usano senza certo aver mai neppure immaginato o sospettato quel che ei significhi in tali casi. Nei quali egli ha alcun chè a fare con quell’uso dell’avverbio ἄλλος, di cui altrove. (5. Aprile. 1824.)

È un grand’errore di quelli che hanno a congetturare o indovinare le risoluzioni o gli andamenti d’altri, sia nelle cose private sia nelle pubbliche, e queste o politiche o militari, e sia con dati o senza dati, il considerare con ogni sorta di acutezza e di prudenza quello che sia più utile a quei tali di risolvere o di fare, più conveniente, più secondo lo stato loro e delle cose, più giusto, più savio, e trovatolo, risolversi che essi faranno o determineranno, ovvero fanno e determinano appunto questa o queste cose o l’una di queste in ogni modo. Diamo uno sguardo all’intorno alla vita, alle azioni e risoluzioni degli uomini, e vedremo che per dieci ben fatte, convenienti ed utili a quei che le fanno, ve n’ha mille malissimo fatte, sconvenientissime, inutilissime, dannosissime a essi medesimi, più o meno, contrarie alla prudenza, a quello che avrebbe risoluto o fatto un uomo savio e perfetto, trovandosi nel caso loro. Vedremo che gli uomini il più delle volte non deliberano maturamente quando v’ha bisogno di maturità, non conoscono l’importanza delle cose che hanno a risolvere o a fare, non sospettano nemmeno che sia loro utile o necessario di consultare intorno ad esse, e non entrano affatto in alcuna consulta. Parlo egualmente de’ grandi e de’ piccoli, [4059] delle cose pubbliche e delle private, piccole relativamente e grandi. È certissimo che gli affari degli uomini qualunque, che vanno male, non vanno così (se non di rado) senza loro colpa o insufficienza; or come dunque dovrà essere regola per indovinare le opere o risoluzioni loro, il cercare quello che lor sia più utile e conveniente? Il numero o degli sciocchi assolutamente, o degl’inetti ai carichi e alle cose che hanno a maneggiare, benchè valorosi nel resto, o di quelli che anche al loro carico sono adattati, ma non perfetti, o insomma delle risoluzioni e delle azioni mal prese e mal fatte, inutili o dannose a chi le ha fatte o prese, sconvenienti al caso, o finalmente tali che nelle date circostanze non erano le migliori; il numero dico di tali azioni, risoluzioni ed uomini soverchia ed ha sempre soverchiato di grandissima lunga quello delle azioni, risoluzioni ed uomini loro contrarii, come apparisce da tutte le antiche e moderne storie sì civili sì militari sì private, e dall’osservazione della vita e avvenimenti giornalieri privati o pubblici. Onde quella regola in vece di condurre alla probabilità dell’indovinare, conduce chi la segue ad avere cento probabilità per una, contro quella o quelle cose che egli sceglie e quel giudizio o congettura che ei forma. Di più, assolutamente parlando, è falsissimo e malissimo considerato il persuadersi che gli uomini nel caso proprio veggano quel medesimo che in esso caso veggono gli altri posti fuori di esso, e pensino e sentano e sieno disposti allo stesso modo. Onde ancorchè pognamo in due persone perfetta parità di prudenza, di esperienza, insomma di attitudine a risolvere e fare in un dato caso quello che si conviene, è certissimo che se di queste due persone l’una [4060] si troverà nel caso e l’altra fuori considerandolo senza comunicare con quella, il più delle volte la risoluzione o il modo dell’azione dell’una sarà diversissima più o meno da quello che all’altra parrà si fosse convenuto. Aggiungasi la diversità dei principii, delle abitudini e di mille altre cose anche minime che diversificando gli spiriti (giacchè non si dà spirito perfettamente uguale ad un altro, più che si dieno due fisonomie al tutto conformi), diversificano altresì con mille modi le risoluzioni ed azioni di uno da quelle di un altro, anche supponendo in ambedue ugual capacità, e parità di caso, anzi diversificano le risoluzioni e azioni di una persona stessa in casi uguali o simiglianti. Senza poi parlare delle passioni e delle occasioni e circostanze del momento, spesso minime, che così minime modificano sovente e sovente cagionano al tutto e determinano le risoluzioni ed azioni di uno, mentre che l’altro che vuole indovinarle non è affetto da tali circostanze, sia fisiche, sia morali, sia qualunque. La vera regola per isbagliare il meno possibile, e la vera politica in tali casi, è conoscere quanto si può il carattere, le abitudini, le qualità della data persona, applicarle al caso di cui si tratta, e rinunziando a ogni prudenza propria, mettendosi ne’ piedi di quella, piuttosto come poeta, che come ragionatore, congetturar quello ch’egli è per fare o risolvere, anzi risolvere, per così dire, in vece sua, come il drammatico congettura quello che un dato uomo di un dato carattere in un dato caso sarebbe per dire, e congetturatolo parla in persona di esso. (5. Aprile. 1824.). V. il Guicc. ed. Friburgo. t. 4. p. 106.

L’uomo (per l’amor della vita) ama naturalmente e desidera e abbisogna di sentire, o gradevolmente, o comunque purchè sia vivamente (la qual vivezza qualunque, non può essere senza positivo diletto, nè sensazione indifferente [4061] veramente). Sì il sentire dispiacevolmente come il non sentire sono cose assolutamente penose per lui. E talora è men penosa, anzi più grata una sensazione con alquanto di dispiacevole, che la privazion di sensazioni.

Se l’uomo potesse sentire infinitamente, di qualunque genere si fosse tal sensazione, purchè non dispiacevole, esso in quel momento sarebbe felice, perchè la sensazione è così viva, il vivo (non dispiacevole in se) è piacevole all’uomo per se stesso e qualunque ei sia. Dunque l’uomo proverebbe in quel momento un piacere infinito, e quella sensazione, benchè d’altronde indifferente, sarebbe un piacere infinito, quindi perfetto, quindi l’uomo ne saria pago, quindi felice.

Segue dal sopraddetto che universalmente non si dà sensazione indifferente. Questo pensiero si sviluppi. (5. Aprile 1824.). Una sensazione (interna o esterna) è necessariamente per se e in quanto sensazione, o piacevole o dispiacevole, e in quanto sensazione senz’altro, è necessariamente e insitamente ed essenzialmente piacere. (5. Aprile 1824.)

Diminutivi positivati. Ghiotto-glouton co’ derivati, e anche noi ghiottoneria ec. forse dal francese se viceversa glouton non è da ghiottone che noi pur diciamo per ghiotto e potrebbe anche ghiottone venir dal francese. V. gli spagnuoli ec. [4] Nota che questo diminut. positivato (se è tale) è aggettivo. (6. Aprile. 1824.)

In tanto, gr. ἐν τοσούτῳ, del che altrove. Aggiungi intantochè, fra tanto, tra tanto (Guicc.) infra tanto, in quel tanto ec. E lo spagn. en tanto que (Don Quij.), entre tanto ec. v. i Diz. spagn. V. pur la Crus. e i Diz. franc. (7. Aprile. 1824.). V. p.  seg. En este entretanto. D. Quij. Madrid 1765. t. 4. p. 244.

Moggia plur. Lat. modius masc. (7. Aprile. 1824.)

Al detto di moisson, diminutivo positivato di messis, aggiungi i derivati ec. come moissonner, e così ad altri simili diminutivi positivati. (7. Aprile. 1824.)

[4062] Chiunque gode molta fama e la merita, è stimato più dagli altri che da se stesso. E così tutti quei che già furono, e lasciarono degnamente agli uomini la lor gloria, sono più stimati che essi non si stimarono. (7. Apr. 1824.)

Alla p.  preced. Finattanto, finattantochè, fin tanto, infinoattantochè ec. - ἐς τοσοῦτον ἄχρις ἂν. Lucian. opp. 1687. t. 1. p. 505. V. Forcell. Crus. franc. spagn. Gloss. ec. (7. Apr. 1824.)

῎Eξω per praeter, del che altrove. Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 566. τὰ ἄλλα ἔξω τῶν λόγων. (7. Aprile. 1824.)

Il costume latino di servirsi de’ participii in us de’ verbi neutri e anche attivi in significato neutro o attivo, aggettivato, e ridotto anche a dinotar consuetudine e qualità abituale nel soggetto, come tacitus per qui tacet, cautus, qui solet cavere ec. ec., è se non altro una prova che il corrispondente costume tanto proprio della lingua spagnuola e frequente ancora nell’italiana, e non improprio forse della francese, ha esempio nella latina scritta, e quindi probabilmente viene affatto dal latino parlato e volgare, e di lui fu proprio e familiare. (8. Aprile 1824.)

La vita degli orientali e di coloro che vivono ne’ paesi assai caldi è più breve di quella dei popoli che abitano ne’ paesi freddi o temperati. Ma ciò non impedisce che la somma della vita di quelli non sia, non che uguale, ma superiore alla somma della vita di questi. Anzi non per altro è più breve la vita degli orientali se non perchè ella è molto più intensa, tanto che in pari spazio di tempo è maggiore la somma della vita che provano gli orientali che non è quella che provano [4063] gli altri popoli. Ora generalmente parlando, si scuopre nella natura quest’ordine che la durata della vita (sì negli animali sì nelle piante) sia in ragione inversa della sua intensità ed attività. La testuggine, l’elefante e altri animali tardissimi hanno lunghissima vita. I più veloci ed attivi, ancorchè più forti degli altri (come è per es. il cavallo rispetto all’uomo) hanno vita più corta. Ed è ben naturale, perchè quell’attività e intensità di vita importa maggiore rapidità di sviluppo della medesima, e quindi di decadenza. Infatti lo sviluppo sì degli uomini, sì degli animali, sì delle piante ne’ paesi assai caldi è molto più rapido che negli altri. Or dunque considerando queste condizioni fisiche della vita per rapporto al morale, si può ragionevolmente affermare che la sorte di quelli che vivono ne’ paesi assai caldi è preferibile quanto alla felicità a quella degli altri popoli. Primieramente la somma della loro vitalità, quantunque minore nella durata, è però assolutamente maggiore di quella degli altri, presa l’una e l’altra nel totale. Secondariamente, posto ancora che ella fosse uguale, a me par molto preferibile il consumare p. e. in 40 anni una data quantità di vita che il consumarla in 80. Ella riempie i 40, e lascia negli ottanta mille intervalli, gran vuoto, gran freddezza, gran languore. La vita assolutamente non ha nulla di desiderabile sicchè la più lunga sia da preferirsi. Da preferirsi è la meno infelice, e la meno infelice è la più viva. Or la vita degli orientali, pognamola di 40 anni, è molto più viva che quella degli altri, pognamola di 80, quando bene la somma della vivacità dell’una vita e dell’altra sia la stessa. Or questo paragone di [4064] climi io lo applico ai tempi, e mettendo gli antichi in luogo de’ popoli di clima caldo e i moderni in cambio de’ popoli di clima freddo, dico che sebben la vita degli antichi era forse generalmente più breve che quella dei moderni, per le turbolenze sociali e i continui pericoli dello stato antico, nondimeno perchè molto più intensa, ella è da preferirsi, contenendo nella sua minore durata maggior somma di vitalità, o quando anche in minore spazio contenesse ugual somma che la moderna in ispazio maggiore. Del che, senza il surriferito esempio, ho discorso particolarmente in altro pensiero. (8. Aprile 1824.). V. p. 4092. e v. la pag. 4069.

Ciascuno, e massimamente gli spiriti più delicati, sensibili e suscettibili, pervenuto a una certa età ha fatto esperienza in se stesso di più e più caratteri. Le circostanze fisiche, morali e intellettuali, cambiandosi continuamente nello spazio della vita di un uomo, e nelle sue diverse età, cambiandosi, dico, per rispetto a lui, cambiano continuamente il suo carattere, di modo che di tempo in tempo egli è uomo veramente nuovo di spirito, come dicono i fisici che di sette in sette anni (se non erro) egli è rinnovato di corpo. Gli uomini sensibili in particolare non solo cambiano carattere e più rapidamente degli altri, ma facilmente e ordinariamente acquistano caratteri contrari tra se, e massime a quel primo carattere che si sviluppò in essi, a quello più conforme alla loro natura, a quello che il primo potè in loro esser chiamato carattere. La coltura dell’intelletto fra l’altre cose cagiona in una persona stessa a proporzione de’ suoi progressi, e coll’andar del tempo, una [4065] variazione singolarmente rapida e singolarmente grande. Chi non sa quanto i principii, le opinioni e le persuasioni influiscano e determinino i caratteri degli uomini? Ora ciascuno individuo quando nasce è precisamente, quanto all’intelletto nello stato medesimo in cui fu il primo uomo. Quegl’individui che coll’andar del tempo si sono posti a livello delle cognizioni del nostro tempo, sono necessariamente passati per tutti quegli stati per cui lo spirito umano è passato dal principio del mondo fino al dì d’oggi (almeno per quei gradi per cui egli è passato progredendo e avanzando), e ha sperimentato in se tutti gli avvenimenti dell’intelletto che il genere umano ha sperimentato in tanti secoli quanti sono corsi dalla sua origine insino a ora. La storia del suo intelletto è quella appunto di tutti questi secoli ristretta e compresa in venti o trent’anni di tempo. Laonde da tutti i cambiamenti che il suo intelletto ha provati, cambiamenti che più volte l’hanno portato a persuasioni e stati contrarissimi ai passati, e in ultimo a un sistema di persuasioni ed a uno stato contrarissimo al suo primitivo; da tutti questi cambiamenti, dico, deggiono di necessità essere risultate in lui tante diversità e successivi cambiamenti di carattere, quanti ne sono stati prodotti nelle nazioni e nel genere umano in generale dai diversi principii e opinioni e dal diverso progresso e stato di cognizioni in tutto il tempo che ci è bisognato per portarlo dal suo primitivo stato al presente. (8. Aprile. 1824.). Onde questo tale individuo rinchiude e compendia in se, non solo la storia dello spirito umano, ma quella eziandio de’ caratteri successivi delle nazioni, in quanto essi ebbero origine e dipendenza dalle opinioni e conoscenze, che certo è grandissima e forse la massima parte. (8. Aprile. 1824.)

[4066] La maniera familiare che come più volte ho detto, fu necessariamente scelta da’ nostri classici antichi, o necessariamente v’incorsero senz’avvedersene ed anche fuggendola, può ora in parte o in tutto sfuggire massimamente alle persone di naso poco acuto, e a quelle non molto esercitate e profonde nella cognizione, nel sentimento e nel gusto dell’antica e buona lingua e stile italiano, che è quanto dire a quasi tutti i presenti italiani. Ciò viene, fra l’altre cose, perchè quello che allora fu familiare nella lingua, or non lo è più, anzi è antico ed elegante, ovvero è arcaismo. Non per tanto è men vero quel che io altrove ho detto. Anzi è tanto vero, che anche dopo che la lingua aveva acquistato la materia e i mezzi e la capacità della eleganza e del parlar distinto da quello del volgo e dall’usuale, si è pur seguitato sì nel 500 e 600 sì nel presente secolo da molti cultori e amatori dello scriver classico, a usare una maniera familiare, sovente non avvedendosene o non intendendo bene la proprietà e qualità della maniera che sceglievano e usavano, e sovente anche intendendo, credendo di usare una maniera elegante. E ciò si è fatto in due modi. O adoperando le stesse forme antiche, le quali oggi non sono più familiari, anzi eleganti, onde n’è risultata opinione di eleganza a tali stili ed opere modellate sull’antico, ma veramente esse hanno del familiare, perchè il totale dello stile antico da essi imitato necessariamente ne aveva anche indipendentemente dalle forme, bensì per cagion loro e per conformarsi e corrispondere ad esse forme che allora erano necessariamente familiari. Ovvero adoperando le forme familiari moderne a esempio e imitazione degli antichi, e della familiarità che nelle forme e nello stile loro si scorgeva, benchè non bene intendendola, e sovente confondendo sì la familiarità imitata sì quella [4067] che adoperavano ad imitarla, colla eleganza, dignità e nobiltà e col dir separato dall’usuale, perciò appunto che la familiarità in genere non era e non è più usuale, e l’uso della medesima è proprio degli antichi. Il terzo modo, che sarebbe quello di usar l’antico e il moderno e tutte le risorse della lingua, in vista e con intenzione di fare uno stile e una maniera nè familiare nè antica, ma elegante in generale, nobile, maestosa, distinta affatto dal dir comune, e proprio di una lingua che è già atta allo stile perfetto, quale è appunto quello di Cicerone nella prosa e di Virgilio nella poesia (stile usato quando la lingua latina era appunto in quelle circostanze e quello stato di capacità in cui è ora la lingua nostra); questo terzo modo non è stato non che usato, ma concepito nè inteso da quasi niuno, comechè egli è forse il solo conveniente, il solo perfetto, e convenevole a una lingua e letteratura già perfetta. (8. Aprile. 1824.)

Bien o mal mirado per que bien o mal mira. Anche noi diciamo in simil senso riguardato, mal riguardato, poco riguardato, ec. e così pur gli spagnuoli altri tali participii in simil senso, notati altrove. Così i latini circumspectus in senso att. o neut. da circumspicio, e cautus da caveo att. ec. (9. Aprile. 1824.)

Eὐϑὺς ἐν ἀρχῇ. Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 515. (9. Aprile, Venerdì di Passione. Festa di Maria SS. Addolorata. 1824.)

Alla p. 4053. Vedi però i Diz. spagn. buoni, alla voce dueña che mi pare in un luogo del D. Quij. significhi donna, e il Gloss. lat. in domina o domna, e il Forcell. e l’antico francese se hanno nulla in proposito. Del resto non solo etimologicamente ma anche presentemente donna significa pur signora in italiano, e donno, signore, padrone. (10. Aprile. 1824. Sabato di Passione.) [4068] Divertido cuento ec. per que divierte. (13. Apr. 1824.)

Al detto di quisto, chiesto ec. aggiungi requête, ant. requeste. (13. Apr. 1824.)

Couper-κόπτειν, aor. 2. κοπτεῖν, co’ derivati, ne’ più de’ quali si omette il t. (13. Apr. 1824.)

Conforme per conformemente, avv. e preposiz. spagn. e italiano, forse di origine spagnuola. Al detto degli aggettivi usati avverbialmente. (13. Apr. 1824.)

Honrado per onorevole, come in ital. onorato, del che altrove. (13. Apr. 1824.)

Diminutivi positivati. Laurel-laurus. Laurel non è diminutivo in spagnuolo per la forma, ma lo è in lat. V. il Forc. se ha Laurellus. Abortus-avorton franc. (14. Aprile. Mercordì Santo. 1824.)

Al detto altrove d’ignotus (per innotus) aggiungi ignotitia p. innotitia, di cui v. il Forcell. Vedilo anche in innotus. (15. Aprile. Giovedì Santo. 1824.)

A un giovane sventatello che per iscusarsi di molti errori e cattive riuscite e vergogne e male figure fatte nella società e nel mondo, diceva e ripeteva sovente che la vita è una commedia, replicò un giorno N.N., anche nella commedia è meglio essere applaudito che fischiato, e un commediante che non sappia fare il suo mestiere (professione), all’ultimo si muor di fame. (17. Aprile 1824.)

Le persone avvezze a versarsi sempre al di fuori, esclamano naturalmente anche quando sono solissime, se una mosca le punge, o si versa loro un vaso o si spezza; quelle assuefatte a convivere con se medesime, e ritenersi tutte al di dentro, anche in grande [4069] compagnia, se si sentono cogliere da un accidente non aprono bocca per lamentarsi o chiedere aiuto. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

Comidos y hebidos, como suele decirse. D. Quij. par.2. ed. Madrid. 1765. tom. 4. p. 169. cioè que han comido y bebido. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

Non molto addietro ho notato in questi pensieri p. 4062. segg. la maggior disposizione naturale alla felicità che hanno i popoli di clima assai caldo e gli orientali, rispetto agli altri. Notisi ora che in verità questi erano i climi destinati dalla natura alla specie umana, come si dimostra quanto all’oriente, dalle antiche tradizioni che provano l’origine del genere umano essere stata in quei paesi, secondo il detto da me altrove in più luoghi, e quanto ai climi assai caldi in generale, dall’essere essi i soli in cui l’uomo possa viver nudo, come la natura lo ha posto, e senza altri soccorsi contro gli elementi, di cui la natura l’ha lasciato sfornitissimo, e che in altri paesi gli sono di prima necessità e non pochi nè facili a procacciare, nè insegnati dalla natura, ma bisognosi di molte esperienze, casi ec. La costruzione ec. degli altri animali qualunque, e delle piante, ci fa conoscere chiaramente la natura de’ paesi, de’ luoghi, dell’elemento ec. in cui la natura lo ha destinato a vivere, perchè se in diverso clima, luogo, ec. quella costruzione, quella parte, membro ec. e la forma di esso ec. non gli serve, gli è incomoda ec. non si dubita punto che esso naturalmente non è destinato a vivervi, anzi è destinato a non vivervi. Ora perchè simili argomenti saranno invalidi [4070] nell’uomo solo? quasi ei non fosse un figlio della natura, come ogni altra cosa creata, ma di se stesso, come Dio. (17. Aprile. Sabato Santo. 1824.)

Gli uomini governati in pubblico o in privato da altri, e tanto più quanto il governo è più stretto, (i fanciulli, i giovani ec.) accusano sempre, o tendono naturalmente ad accusare de’ loro mali o della mancanza de’ beni, delle noie e scontentezze loro, quelli che li governano, anche in quelle cose nelle quali è evidentissima l’innocenza di questi, e la impossibilità o d’impedire o rimediare a quei mali o di proccurar quei beni, e la totale indipendenza e irrelazione di queste cose con loro. La cagione è che l’uomo essendo sempre infelice, naturalmente tende ad incolparne altresì sempre non la natura delle cose e degli uomini, molto meno ad astenersi dall’incolpare alcuno, ma ad incolpar sempre qualche persona o cosa particolare in cui possa sfogar l’amarezza che gli cagionano i suoi mali, e che egli possa per cagione di questi fare oggetto e di odio e di querele, le quali sarebbero assai men dolci di quello che sono a chi soffre se non cadessero contro alcuno riputato in colpa del suo soffrire. Questa naturale tendenza opera poi che il misero si persuade anche effettivamente di quello che egli immagina, e quasi desidera che sia vero. Da ciò è nato che egli ha immaginato i nomi e le persone di fortuna, di fato, incolpati sì lungamente dei mali umani, e sì sinceramente odiati dagli antichi infelici, e contro i quali anche oggi, in mancanza d’altri [4071] oggetti, rivolgiamo seriamente l’odio e le querele delle nostre sventure. Ma molto più dolce fu agli antichi ed è a’ moderni l’incolpare qualche cosa sensibile, e massime qualche altro uomo, non solo per la maggior verisimiglianza, e quindi facilità di persuaderci della sua colpa, che è quello che ci bisogna, ma più ancora perchè l’odio e le querele sono più dolci quando si rivolgono sopra cose presenti che ne possano essere testimoni, e sottoposte alla vendetta che noi con esso odio vano e con esse vane querele intendiamo fare di loro. Massimamente poi è dolce l’odio e il lamento quando è rivolto sui nostri simili, sì per altre cagioni, sì perchè la colpa non può veramente appartenere se non a esseri intelligenti. Quelli che ci governano sono da noi facilmente scelti a far questa persona di rei de’ nostri mali, che non hanno altro reo manifesto o accusabile, e a servir di soggetto e scopo della vana vendetta che ci è dolce fare de’ medesimi mali. Essi sono in fatti in tali casi i più adattati, e quelli di cui ci possiamo dolere esteriormente e interiormente con più di verisimilitudine. Quindi è che chi governa in pubblico o in privato è sempre oggetto d’odio e di querele de’ governati. Gli uomini sono sempre scontenti perchè sono sempre infelici. Perciò sono scontenti del loro stato, perciò medesimo di chi li governa. (Essi sentono e sanno bene di essere infelici, di patire, di non godere, e in ciò non s’ingannano. Essi pensano aver diritto di esser felici, di godere, di non patire, e in ciò ancora non avrebbero il torto, se non fosse che in fatto questo che essi pretendono è, non che altro, impossibile.) [4072] E come non si può fare che gli uomini sieno mai felici, e però nè anche che sieno contenti, così niun governante nè pubblico nè privato, qualunque amore abbia a’ soggetti, qualunque cura del loro bene, qualunque sollecitudine di scamparli o sollevarli dai mali, qualunque merito insomma verso di loro, non può mai ragionevolmente sperare che essi non l’odino e non lo querelino, anche i più savi, perchè è natura nell’uomo il lagnarsi di qualcuno, quasi altrettanto che l’essere infelice, e questo qualcuno è per l’ordinario e molto naturalmente quello che li governa. Però circa il governare non v’ha pur troppo che due partiti veramente savi, o astenersi dal governo, sia pubblico sia privato, o amministrarlo totalmente a vantaggio proprio e non de’ governati. (17. Aprile. 1824. Sabato Santo.)

Diminutivi positivati. Piscis-poisson. Notisi che de’ diminutivi positivati delle lingue moderne altri hanno la diminuzione latina e questa o sonante diminuzione anche nelle lingue moderne o no, altre la diminuzione moderna affatto e non latina (18. Aprile. Pasqua. 1824.) e questa talora è diminuzione in quella tal lingua, talora in essa no, ma in altre moderne o in altra, sia sorella sia straniera, e sia che quella tal parola si trovi veramente in quest’altra lingua o non vi si trovi più, almeno con quella diminuzione. P. e. potrebb’essere che alcune voci francesi in in ine ec. in cui questa desinenza è additizia, perchè esse parole si trovano senza tal desinenza in latino o in italiano ec. sieno originariamente diminutivi positivati presi dall’italiano, quando [4073] bene in questo non si trovino più, almeno colla diminuzione, nè positivata nè veramente diminutiva. (19. Aprile 1824.). Così dicasi de’ verbi, ec.

Alla p. 4044. Ferdinando il Cattolico non solamente al tempo della lega di Cambrai, ma anche più anni dopo, e sciolta già la lega, seguitò sempre a spacciare di volere andar contro gl’infedeli, non pur Mori d’Affrica, come diceva altresì, ma eziandio contro i turchi a Gerusalemme. Vedi Guicc. t. 3. p. 109. (19. Aprile. Lunedì di Pasqua. 1824.). Del resto v. ancora ivi p. 128. fine. V. p. 4081.

Senza per oltre (vedi i franc. e gli spagn. i quali dicono anche nel senso stesso a men de, oltre di, e viene a essere il medesimo). V. p. 4081. - Così i greci ἄνευ. V. Lucian. Ver. Hist. l. 1. opp.  1687. p. 647. t. 1 e lo Scap.  in ἄνευ e ne’ suoi sinonimi e il Forcell. in absque che si usa per eccetto, ma ciò non è precisamente il medesimo. (19. Aprile 1824. Lunedì di Pasqua.)

Diminutivi positivati. ῥάϕανος, ῥαϕανὶς ίδο co’ suoi composti e derivati, i quali vedi nello Scap.  che dice ῥαϕανὶς per ῥάϕανος essere attico. In tal caso la positivazione de’ diminutivi sarebbe anche propria dell’attico in particolare. I latini dicono rhaphanus. Che ῥαϕανὶς sia veramente positivato, v. Luciano Ver. Hist. l. 1 opp.  1687. t. 1. p. 649. ῥαϕανὶδας ὑπερμεγέϑεις. E notabile che noi che abbiamo preso dal latino rafano, e più volgarmente benchè corrottamente ravano, l’abbiamo anche come gli attici diminuito e positivato, facendone ravanello, che vale in tutto lo stesso che le due voci suddette, ed è molto più comune di ambedue loro, anzi ormai il solo in uso, almeno nel dir familiare e parlato. V. gli spagnuoli e i francesi. (19. Apr. 1824.)

[4074] Alla p. 4043. Qualunque poesia o scrittura, o qualunque parte di esse esprime o collo stile o co’ sentimenti, il piacere e la voluttà, esprime ancora o collo stile o co’ sentimenti formali o con ambedue un abbandono una noncuranza una negligenza una specie di dimenticanza d’ogni cosa. E generalmente non v’ha altro mezzo che questo ad esprimere la voluttà! Tant’è, il piacere non è che un abbandono e un oblio della vita, e una specie di sonno e di morte. Il piacere è piuttosto una privazione o una depressione di sentimento che un sentimento, e molto meno un sentimento vivo. Egli è quasi un’imitazione della insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita ed alla privazione di essa, perchè la vita per sua natura è dolore. Onde è piacevole l’esserne privato in quanta parte si può, senza dolore e senz’altro patimento che nasca o sia annesso a questa privazione. Quindi il piacere non è veramente piacere, non ha qualità positiva, non essendo che privazione, anzi diminuzione semplice del dispiacere che è il suo contrario. Tali almeno sono i maggiori e più veraci piaceri. I piaceri vivi sono anche manco piaceri. Sempre portano seco qualche pena, qualche sensazione incomoda, qualche turbamento, e ciò annesso cagionato e dipendente essenzialmente da loro. (19. Aprile Lunedì di Pasqua 1824.). Dunque la vita è un male e un dispiacere per se, poichè la privazione di essa in quanto si può è naturalmente piacere. Infatti la vita è naturalmente uno stato violento, poichè naturalmente priva del suo sommo e naturale [4075] bisogno, desiderio, fine, e perfezione che è la felicità. E non cessando mai questa violenza, non v’è un solo momento di vita sentita che sia senza positiva infelicità e positiva pena e dispiacere. (20. Aprile. Martedì di Pasqua. 1824.). Massimamente poi quando da una parte colla civilizzazione è accresciuta la vita interna, la finezza delle facoltà dell’anima e del sentimento, e quindi l’amor proprio e il desiderio della felicità, da altra parte moltiplicata l’impossibilità di conseguirla, i mali fisici e morali, e finalmente diminuita l’occupazione, l’azione fisica, la distrazione viva e continua. (20. Apr. 1824.)

Percussare da percutio. Crusca. V. il Gloss. (20. Apr. 1824.)

Quelli che non hanno bisogni sono ordinariamente molto più bisognosi di coloro che ne hanno. Uno de’ grandissimi e principalissimi bisogni dell’uomo è quello di occupare la vita. Questo è altrettanto reale quanto qualunque di quelli a’ quali occupandola si provvede; anzi è più reale, e maggiore eziandio assai, perchè il soddisfare a questo bisogno è l’unico o il principal mezzo di far la vita meno infelice che sia possibile, laddove il soddisfare a qualsivoglia di quegli altri per se, non è che un mezzo di mantenere la vita, la qual per se stessa nulla importa. Importa sibbene la felicità, o posta la vita, il menarla meno infelicemente che si possa. Ora al detto massimo bisogno, che è continuo ed inseparabile dalla vita umana, quelli che non hanno bisogni, o che per dir meglio non sono necessitati di provvedere essi medesimi a’ bisogni che hanno, gli suppliscono molto più difficilmente, [4076] e più di rado, e per lo più per molto minore spazio della loro vita, e in generale molto più incompletamente di quelli che hanno a provvedere da se a’ propri bisogni naturali e della vita. (20. Aprile. Martedì di Pasqua. 1824.)

Cuerpo mal sustentado y peor COMIDO. D. Quij. ed. Madrid 1765. t. 4. p. 220. Muger parida cioè que ha parido. ib. p. 226. (21. Apr. 1824.)

Alla p. 4053. Nel Secolo di Luigi 14. di Voltaire ed. della Haye 1752. tome 2. fine del cap. 33. du jansénisme, p. 254. trovo tombeau e subito dopo tombe due volte, collo stessissimo senso di tombeau. (21. Apr. 1824.)

A proposito del detto altrove circa i semidei dimostranti l’alta opinione che gli antichi avevano della natura umana, osservisi con quanta facilità si divinizzavano appresso i romani gl’imperatori o altri della loro famiglia, o loro liberti e favoriti, o vivi ancora, o morti al tempo e sotto gli occhi di quelli che li divinizzavano, anzi allora allora. [5] Non dirò già io che nè quelli che li divinizzavano, nè le altre persone intelligenti, nè forse anche la più ignorante feccia del popolo e la più superstiziosa, massime in quei tempi già illuminati e disingannati in tante cose (sebbene anche a quei tempi v’aveano persone, eziandio tra’ nobili e senatori, di maravigliosa superstizione, come e più che non fu Senofonte, spirito sì colto e istruito, fra’ greci in tempi simili) credessero veramente alla divinità di quei tali imperatori o parenti o favoriti di essi, vivi o morti. Ma quest’uso solo di divinizzare delle persone [4077] contemporanee, cosa che poichè era tanto ricercata da un canto dall’ambizione, dall’altro dall’adulazione, non doveva essere al tutto senza qualche effetto di persuasione in qualche parte del popolo, dimostra quanto poca distanza e diversità di natura ponessero gli antichi fra il divino e l’umano, senza di che non sarebbe stato possibile che una tale assurdità fosse pur venuta loro nella mente. Certo nè anche a’ più barbari, ignoranti e superstiziosi tempi del Cristianesimo, niuno pensò nè avrebbe potuto pensare o di far credere ad alcuno o solamente di dire per adulazione o per altro qualunque motivo che una persona non solo contemporanea, non solo viva, ma morta ed antica e famosa pure per santità e per qualsivoglia virtù o dignità, potenza ed opere vere o credute, fosse stato trasformato o dovesse trasformarsi, non dirò nella natura divina, ma neanche nell’angelica. E qual Cristiano avrebbe osato fare sopra qualsivoglia Principe Cristiano o no, fosse stato anche molto più grande e formidabile e più despotico di Augusto, ed esso molto più adulatore e più vile di tutti gli uomini di quel secolo, un distico simile a quello attribuito a Virgilio: Nocte pluit tota ec.? Qual Principe Cristiano sarebbesi fatto rappresentare cogli attributi non dirò dell’Eterno Padre o del Figliuolo, ma d’un Angelo o di un Apostolo, come gl’Imperatori, i loro parenti, i loro favoriti, si facevano scolpire, dipingere ec. o erano dipinti e scolpiti per adulazione, non pur dopo morte, ma in vita, cogli attributi e sotto la forma di Ercole, (anche una donna è nel Museo Vaticano rappresentata in istatua sotto questa forma, cioè con clava, pelle di leone ec.) di Venere, di Mercurio e simili. Lascio i templi, gl’idoli ed altari eretti a’ viventi appo i Romani, con culto sacrifizi e onori regolari e giornalieri al tutto divini, con flamine apposta [4078] destinato al particolar culto di quella divinità ancor vivente (flamen augustalis ec.), le pene decretate ed eseguite contro i bestemmiatori o violatori qualunque d’esse divinità morte o vive, come rei di religione, non di politica, le accuse e giudizi contro gl’incolpati di tali delitti ec. ec. Anche Alessandro si fece passare per figlio di Giove Ammone, e pare che da qualche parte del popolaccio fosse creduto, non solo de’ barbari, ma de’ greci e macedoni, ed è ben verisimile, o certo egli usò questa finzione come un mezzo politico per farsi rispettare e temere ec. e tenere in dovere ec. onde mostra che egli giudicò dovergli essere creduto, e ciò dai greci principalmente e dai macedoni, poichè i barbari non riconosceano gli stessi déi. Vedi in Luciano tra i Diall. de’ Morti, quello di Alessandro e Diogene, Alessandro e Filippo, Alessandro, Annibale, Scipione e Minosse. (21. Aprile. 1824.). E certo la Grecia allora non era una sciocca nè meno illuminata che fosse Roma al tempo degl’Imperatori. (21. Apr. 1824.)

Diminutivi positivati. Non solo in franc. pistolet per pistola, ma anche in ispagn. pistolete, forse dal franc. poichè in ispagn. ete non è diminuzione. (22. Aprile. 1824.). Si dice anche in ispagn. pistola. D. Quij. ed. Madrid 1765. t. 4. p. 237-238. dove poco avanti, p. 235. trovi pistolete. (23. Aprile 1824.)

Alla p. 3106. Niuna cosa è forse più atta di questa a mostrare la differenza del pensar moderno e del pensare antico (massime molto antico, al qual tempo appartiene Frinico e più che mai Omero) intorno a questi punti di cui qui discorriamo, differenza che tiene strettamente alla diversità generale dello stato dello spirito umano a’ tempi antichi e a’ moderni. Quando negli ultimi anni, dopo [4079] il ritorno de’ Borboni, fu rappresentata a Parigi la Tragedia del Vespro Siciliano, tragedia che ebbe un successo distinto, qual mai o francese o straniero, pensò ad accusare il poeta di poco amor nazionale o di mancamento alcuno verso la patria, per aver commosso o cercato di commuovere sopra una sventura de’ suoi nazionali seguìta per opera di stranieri? Anzi chi non riputò e questo proposito e la scelta del soggetto nazionalissima e degnissima quanto qualunque altra di un buon cittadino? perocchè il poeta non volle far piangere sopra i nemici della Francia, ma sopra i Francesi sventurati. Or questo appunto fece Frinico, il quale non commosse le lagrime sopra i barbari nè per li barbari, ma sopra i greci e per li greci. E per questo medesimo fu condannato, e sarebbe stato applaudito per lo contrario, e stimato buon cittadino, se avesse fatto piangere e rivolta la compassione e pietà degli uditori sopra i nemici della nazione, come fece Eschilo ne’ Persiani tragedia che ha per soggetto e per materia unica di pietà e di terrore i mali de’ nemici della Grecia, nè però fu condannata da alcuno, nè stimata altro che nazionalissima. Tale appunto nè più nè meno si è il caso della Iliade, che fa piangere quasi unicamente o certo principalmente sopra e per li troiani nemici de’ suoi. (23. Aprile. 1824.)

Nel Dialogo della Natura e dell’Anima ho considerato come la ragione e l’immaginazione e in somma le facoltà mentali eccellenti nell’uomo sopra quelle di ciascun altro vivente, gli sieno causa di non poter mai o quasi mai, e in ogni modo difficilmente, far uso di tutte le sue forze naturali, come fanno tutto dì e [4080] senza difficultà veruna tutti gli altri animali. Aggiungi. Si dice che i pazzi hanno una forza straordinaria, a cui non si può resistere, massime da solo a solo. Si crede che la loro malattia dia questa forza per se stessa, al contrario di tutte l’altre infermità. Non è egli chiaro che ciò procede dal non aver essi in se medesimi niuno impedimento a usare tutte le loro forze naturali? che i pazzi hanno più forza degli altri, solo perchè usano tutte quelle che hanno, o maggior parte che gli altri non usano? appunto come fa un animale nè più nè meno. Dal che deduco: quanti animali che si dicono fisicamente essere più forti dell’uomo, in verità non lo sono! quante forze debbe avere perdute l’uomo per i progressi del suo spirito, non solo radicalmente, ma anche per essere impedito a usare quelle che gli rimangono! quanto è più forte l’uomo, anche corrotto e indebolito, di quel che egli si crede. I pazzi lo dimostrano, che sovente superano di forze fisiche persone molto più robuste di loro, ed animali creduti ordinariamente più forti dell’uomo a corpo a corpo. L’ubbriachezza accresce le forze non solo radicalmente, ma eziandio negativamente per l’uso, che ella impedisce o turba, della ragione. Senza un’assoluta mancanza o sospensione di quest’uso, niuno uomo nè anche irriflessivo, nè anche fanciullo, nè anche selvaggio, nè anche disperato (i quali però tutti si vede per esperienza che hanno o piuttosto mostrano di avere a proporzione molta più forza de’ loro contrari), non usa, nè anche ne’ maggiori bisogni, ne’ maggiori pericoli, tutte le forze precisamente che egli ha in tutte le loro specie e in tutta la loro estensione. Non così gli animali: o certo essi risparmiano infinitamente minor parte delle loro [4081] forze, anche ne’ menomi pericoli, bisogni, desiderii, propositi, che non risparmia l’uomo, anche il più disperato ec., ne’ maggiori. (23. Apr. 1824.). Il detto de’ pazzi dicasi proporzionatamente de’ disperati. V. p. 4090.

Alla p. 4073. capoverso 2. Così i franc. à moins que... ne, che vale eccetto se... non ec. V. i Diz. 24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.)

Alla p. 4073. capoverso 1. È noto che per lunghissimo tempo, almeno sino alla fine del 400 e ai principii del 500, si continuò in Ispagna, in Germania, e credo in tutta la Cristianità (che allora era o tutta o quasi tutta Cattolica) a fare questue annue per le crociate da farsi quando che fosse, le quali questue si chiamavano anche crociate, e montavano a grossissime somme (considerata specialmente la maggiore rarità della moneta a quei tempi), che i Pontefici, a cui disposizione pare che esse rimanessero, concedevano talvolta, ma con grandissime difficultà (e non di rado lo negavano) ai rispettivi Re di potere usare ne’ loro bisogni, massime quando erano loro collegati aperti od occulti, favoriti, per qualche impresa che premeva al Pontefice ec. [6] Così il Guicc. più volte, e fra l’altre t. 3. p. 143. (24. Aprile. Sabato in Albis. 1824.). Io non so però bene se fossero questue o taglie determinate, e forzose, con obblighi di coscienza, o altro. V. gli Storici. (24. Aprile. 1824.). V. p. 4083. A proposito dei verbi in are fatti da quelli della 3., del che altrove, v. il Meurs. t. 5. opp.  p. 419. dove però erra deducendo da vellicare che v’abbia a essere stato un vellare, mentre quello è frequentativo di vellere (o diminutivo ec.) ed è della prima, perchè tutti i frequentativi o diminutivi di questo genere, da qualunque congiugazione di verbi sieno fatti, sono della 1ma . (24. Apr. Sabato in Albis. 1824.)

[4082] Diminutivi positivati. Perpétuel, perpétuellement. Continuel, continuellement. Si dice anche continuement o continûment, e continu. V. i Diz. Nota che questi sono diminutivi aggettivi. Struzzo-struzzolo. Struffo strufolo. (25. Apr. 1824. Domenica in Albis.)

Apprendre plusieurs langues médiocrement, c’est le fruit du travail de quelques années; parler purement et éloquemment la sienne c’est le travail de toute la vie. Così dice Voltaire, la cui lingua pur non era che la francese, riputata la più facile delle lingue antiche e moderne. Histoire du Siècle de Louis XIV. chap. 36. Écrivains, art. de Longueruë. (à la Haye 1752-3. t. 3. dans les additions. p. 195-196.). (26. Aprile. 1824.)

᾽Eν τοσούτῳ per intanto, del che altrove. Luciano opp.  t. 1 p. 686. verso il fine. Simile è la frase ἐν ὅσῳ δὲ ταῦτα ἐλογιζόμετα, ib. p. 692. ed. Amst. 1687. (26. Apr. 1824.). En tanto que. D. Quij. Madrid 1765. t. 4. p. 281.

Anche i latini nominavano be ce ec. non bi ci, come confessa il Corticelli nel principio della Gramm. Toscana, il qual vedi, e v. anche il Buommattei e gli altri grammatici latini italiani francesi spagnuoli ec. (26. Apr. 1824.)

Ser-v-ente - ser-g-ente. V. la Crus. Ser-v-ant - ser-g-ent. V. i Diz. franc. (26. Apr. 1824.)

᾽Eκτὸς εἰ μὴ, della qual frase (simile all’italiana) altrove Luciano, opp.  1687. t. 1. p. 700. mezzo circa. (27. Aprile. 1824.). p. 701. princ.

Compagnon, di cui altrove è anche antico italiano e spagnuolo (D. Quij.) per compagno, forse l’uno e l’altro dal francese. (28. Aprile 1824.)

[4083] Exhaustare. Forc. in Exhaustant. (28. Apr. 1824.)

Mεταξὺ per nondimeno, con tutto ciò, al contrario, vedilo in Luciano nel Tirannicida, poco sotto il principio, opp.  1687. t. 1. p. 694. fine. Questo significato è ignoto allo Scapula. L’interprete lo traduce interim, che è il suo proprio, ma qui non ha che fare. Interim Interea non hanno mai questo senso nel Forcell. Puoi vedere il Gloss. Certo è che in franc. cependant cioè μεταξὺ si adopra appunto nel senso ancora di nondimeno. Onde corrottamente gl’italiani moderni dicono e scrivono intanto, frattanto per nondimeno. V. gli Spagnuoli. (29. Apr. 1824.)

Alla p. 4081. V. pure il Guicc. 3. 216. e che cosa fosse la decima di cui quivi parla, vedilo ib. p. 96. 209. 254. (30. Aprile 1824.). V. pure il Guicc. 3. 248-53. 395. 397./ 4. 154. 172-4.

᾽Eξj ἀρχῆς εὐϑὺς. Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 728. (30. Apr. 1824.) Al detto altrove circa il nostro uso italiano di adoperare pleonasticamente e per idiotismo e grazia di lingua il pronome si, mi, ti, dativo, uso che abbiamo pur trovato nell’antico e familiare latino, aggiungi che noi italiani adoperiamo detto pronome in molti verbi neutri, o attivi, che quando sono congiunti con esso, mal si chiamano da’ grammatici e vocabolaristi, neutri passivi, come dimenticare che anche si dice dimenticarsi col genitivo o accusativo o col che ec., immaginare che anche si dice immaginarsi coll’accusat. o col che ec. Questi verbi col si che sono moltissimi, non sono punto neutri passivi, [4084] perchè il si in essi non è accusativo, e però non indica passione nè transizione dell’azione nel suggetto stesso che la fa, ma è dativo e assolutamente ridondante per grazia di lingua, come in lat. il sibi, onde essi verbi col si, restano quali sono senza di esso, neutri assoluti o attivi, e non sono neutri passivi più di quello che sia neutro passivo andarsi o andarsene, starsi o starsene e simili. E però quando i detti verbi sieno attivi, accoppiati col si, non debbono, p. e. nel più che perfetto, fare io me l’era immaginato, come è regola de’ neutri e de’ neutri passivi, ma io me lo aveva immaginato, io me lo aveva dimenticato, perchè quivi il verbo è tanto attivo quanto se senza il pronome si, mi, ti, che nulla altera e nulla vale in questi casi, si dicesse io l’aveva dimenticato ec. E così in fatti scrivono i buoni scrittori, cioè io me lo aveva immaginato ec. e così si dee scrivere, nè più nè meno che in quei verbi attivi in cui il pronome si, ti, mi ha vero significato, come p. e. io mi avea fabbricata una casa, cioè avea fabbricata una casa a me. Ma moltissime e forse le più volte sbagliano in questo anche gl’intendenti, scrivendo io me l’era immaginato. E non è maraviglia, perchè similmente sogliono per lo più scrivere io m’era fabbricata una casa, come se fabbricarsi fosse qui neutro passivo, quando è manifesto e fuori di controversia, che è assolutissimo attivo come fabbricare, essendo il mi dativo non accusativo, e lo stesso che si dicesse io gli avea fabbricata una casa, [4085] che certo niuno direbbe nè dice, nemmeno i più idioti, io gli era fabbricata. Del resto la detta ridondanza del si, mi, ti, dativo, credo sia anche comune in genere ai francesi e agli spagnoli. (30. Aprile 1824.). V. p. 4098.

Come la fisonomia degli uomini, e animali sia determinata dagli occhi, secondo il detto altrove, osserva che se tu disegni un volto umano o animalesco e non vi poni gli occhi, tu non vedi punto che fisonomia abbia quel volto, e appena senti (se ben conosci) che sia un volto. Così i ritratti levati dall’ombra in profilo non paiono ritratti finchè non vi si aggiunga convenientemente quello che dall’ombra non si può ricavare, dico l’occhio. Al contrario se ponendovi gli occhi, lasci qualche altro membro, tu senti benissimo che quello è un volto e ne comprendi la fisonomia; solamente ti parrà mostruosa, ma sempre ti riuscirà un volto e una fisonomia. E così dico a proporzione, del disegnare o accennar gli occhi più o meno imperfettamente, paragonando l’effetto di questa imperfezione in ordine al determinar la fisonomia, coll’effetto di una simile imperfezione in altra qualunque parte del volto. (30. Aprile 1824.).

Παρ᾽ ὀλίγον, fere Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 718. V. i Less. per poco nel senso stesso. (1. Maggio. 1824.)

Ignominia per innominia. Come ignotus per innotus ec. del che altrove. (2. Maggio. 1824. Domenica.)

Nascere per accadere del che altrove. 3 Guicc. 3. 255. (2. Maggio. 1824. Domenica.)

[4086] Implicito as. Vedi Forc. (2. Mag. 1824.)

Che da’ partic. pass. della prima si facciano i continuativi o frequentativi in itare piuttosto che in atare, non dee parer maraviglia quando si consideri l’uso lat. di scambiare per regola l’a in i breve, in tante altre cose, come ne’ composti (facio jacio - conficio, conijcio ec.) ec. Oltre che anche nella prima v’ha molti supini e participii passati in itus, de’ quali altrove, come domitus ec.

(2. Mag. Domenica. 1824.). Anche l’ae in i. Ae-quus in-iquus. En tanto que. D. Quijote ed. Madrid 1765. t. 4. p. 325. 334. più volte. (4. Maggio. 1824.)

Il verbo stare, che ha tanta relazione al verbo esse per l’uso, pel significato, alcune volte sinonimo ec. che in italiano supplisce col suo participio al difetto del verbo essere, e spesso si usa altresì, come anche più nello spagnuolo, in luogo di questo verbo, ec. non ha tuttavia nessunissima relazione grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare da un antico participio o supino di sum. Similmente in greco ἵστημι, στάω, ec. che in se, e ne’ loro composti e derivati, e nel lat. sisto che ne deriva, e suoi composti, come exsisto, subsisto, exsistentia ec. e nella voce ὑπόστασις (substantia, subsistentia ec.), ha tanta relazione col verbo essere, non ha alcuna attinenza grammaticale con lui, senza la mia osservazione che lo fa derivare dal lat. sto, derivato da sum. Anche i composti e derivati di sto (come exsto, exstantia, substantia, substantivus, substo ec. ec.) manifestano nel significato ec. grandissima relazione col verbo essere. (4. Maggio. 1824.)

[4087] Comire-Vomire. Crus.

(6. Maggio. 1824.). Golpe co’ derivati, composti ec.

Gomita plur. di Gomito. (6. Maggio. 1824.)

Fello-fellico as, fellito as. (7. Maggio. 1824.)

En tanto que. D. Quij. Madrid. 1765. t.4. p. 315. titolo. (9. Maggio. Domenica. 1824.). ᾽Eν  τοσούτῳ. Lucian. opp.  1687. 1.777. fin.

Enquérir, s’enquérir (inquirere, enquirir, inchiedere) - enquêter, s’enquêter (quasi inquisitare, inchiestare), enquête (inchiesta, come requête richiesta), enquêteur (inquisitor, inchieditore), enquérant, enquis participio. Riferiscasi al detto altrove in proposito di quaeritare, quaesitus, quisto ec. (10. Maggio. 1824.)

Non è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto i piaceri. E da altra parte la vita non è fatta che per il piacere, poichè non è fatta se non per la felicità, la quale consiste nel piacere, e senza di esso è imperfetta la vita, perchè manca del suo fine, ed è una continua pena, perch’ella è naturalmente e necessariamente un continuo e non mai interrotto desiderio e bisogno di felicità cioè di piacere. Chi mi sa spiegare questa contraddizione in natura? (11. Maggio. 1824.)

L’infinito in luogo dell’imperativo, del che ho detto altrove, si usa in greco massimamente colla negazione, il che è al tutto conforme all’uso italiano. Vedi per es. alcuni pseudoracoli in versi nel Pseudomantis di Luciano, opp.  1687. t. 1 pag. 765. lin. 14. 28. 778. fin. in due de’ quali luoghi notisi il nominativo coll’infinito, come in italiano. (12. Maggio. 1824.)

[4088] Bien razonado, cioè que razona bien. Cervantes Novelas exemplares. Milan. p. 2. (13. Maggio. 1824.)

Malheureux per scellerato e peggio ancora, cioè aggiuntovi il disprezzo. Aggiungasi al detto altrove in questo proposito. (14. Maggio. 1824.)

Affidé cioè fidato per fido, fedele. Aggiungasi al detto altrove sui participii aggettivati o sostantivati, come anche affidé talora è sostantivo. (14. Maggio. 1824.)

Ai frequentatativi in esso altrove notati, aggiungi petesso o petisso da peto, del quale v. Forcell. aggiungendo a’ suoi esempi due che si trovano nel lungo frammento di Cicerone de suo Consulatu, che sta nel primo de Divinat., i quali esempi dimostrano pur la forza frequentativa di petesso. (15. Maggio. 1824.)

Nei frammenti delle poesie di Cicerone massime in quelli delle sue traduzioni di Arato, che si trovano principalmente citati da lui, come nei libri de Divinat. ec., sono abbondantissimi i composti, e in particolare quelli fatti di più nomi, alla greca (come mollipes), gran parte de’ quali, se non la massima, non debbono avere esempio anteriore, e mostrano essere coniati da lui ad esempio del greco, e forse per corrispondere a quelli appunto che traduceva. (15. Maggio. 1824.)

Eὐϑὺς ἐν ἀρχῇ τοῦ λόγου. Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 887. (15. Maggio. 1824.)

Diminutivi positivati. Ranunculus (onde ranocchio, grénouille ec. di cui altrove). Vedine la definizione nel Forcell. (15. Maggio. 1824.)

[4089] Ai composti di jugare notati altrove, aggiungi seiugare, cioè seiungere. (17. Maggio. 1824.)

Clepo is psi ptum - κλέπτω, quasi clepto as da cleptum di clepo. Il caso è al tutto simile a quel di apo-aptum-apto- ἅπτω, di cui lungamente altrove, eccetto che clepto lat. non si conosce (è però ben verisimile), e viceversa clepo è più noto e certo di apo benchè parimente antiquato. Avvi anche clepso is, se è vero. Vedi Forcell. (17. Maggio. 1824.). V. pag.4115.

Il diminuimento spagnuolo in ico ica dee venire dal lat. iculus, icula, iculum, come ho detto altrove di altre diminuzioni spagnuole italiane francesi. (17. Maggio. 1824.)

Cosa cioè causa per res. Uso proprio di tutte tre le lingue figlie. V. Forc. in Causa se ha nulla; il Gloss. ec. Anche causa si dice in italiano e in francese ec. spessissime volte per res, come la causa pubblica, in causa propria, giovava alla sua causa (rei suae o rebus suis), e nel Guicciardini è frequente questo parlare. (17. Magg. 1824.). Vedi la pag. 4294.

Premo-pressum-presser, pressare co’ derivati. Aggiungilo al detto altrove de’ composti oppressare, soppressare ec. e v. gli spagnuoli. (17. Magg. 1824.)

Marceo, ant. marcitum; marcire marcito; marchito spag. - marchitarse, marchitable. (18. maggio. 1824.)

Aὐτίκα nel modo e senso dello spagnuolo luego, del che altrove. Luciano opp.  1687. t. 1. p. 897. ἐν ἀρχῇ μὲν ἐυϑὺ τοῦ βίου. (18. Maggio. 1824.)

[4090] Altro per niuno, del che altrove. Senz’altro mezzo. Speroni Dialoghi, Ven. 1596. p. 275. verso il fine. (20. Maggio. 1824.). Nel Petrarca Canz. Una donna più bella ec. strofe 3. Altro volere o disvoler m’è tolto; altro sta per alcuna cosa, nulla, quidquam. (20. Maggio 1824.)

Si riprende l’uomo che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la sua natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente felici, il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente del loro stato, e l’uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra creatura, perch’egli è altrettanto contentabile. (20. Maggio. 1824.)

Rodo-rosum-rosicchiare, rosecchiare, rosicare (volg.). Frequentativo o diminutivo. (20. Maggio. 1824.)

Alla p. 4081. L’uomo sarebbe onnipotente se potesse esser disperato tutta la sua vita, o almeno per lungo tempo, cioè se la disperazione fosse uno stato che potesse durare. (21. Maggio. 1824.)

S’è veduto altrove come la irregolarità e i vizi palpabili delle ortografie straniere vengano in gran parte dall’aver voluto accomodare le loro scritture alla latina. Ora egli è pur curioso che gli stranieri vogliano poi pronunziare la scrittura latina nel modo in cui pronunziano la propria. Questa non corrisponde alla parola pronunziata perchè l’hanno voluta scrivere alla latina, e le parole latine le vogliono poi pronunziare [4091] colla stessa differenza dalla scrittura, che usano nel pronunziar le loro parole, perchè sono male scritte. Ma se esse sono male scritte, le latine sono scritte bene; però s’hanno a pronunziar come sono scritte e non altrimenti; e gli stranieri mostrano di non ricordarsi che essi non pronunziano diversamente da quel che scrivono, se non perchè vollero scrivere alla latina, e che l’origine di questa differenza tra il loro scritto e il parlato, e della loro scrittura falsa, fu l’aver voluto scrivere alla latina mentre parlavano in altro modo, e l’aver voluto seguitare materialmente la scrittura latina, non falsa ma vera. Ora avendola malamente voluta prendere per modello, e con ciò falsificata la loro scrittura, pretendono poi per questa cagione medesima che quella sia falsa come la loro, e perchè la loro è falsa perciocchè segue quella; il che è ben lepido. (21. Maggio. 1824.). Quelli poi che non hanno tolta l’ortografia loro da’ latini (sebben tutti in parte l’han tolta o immediatamente o mediatamente), e quelli che l’han tolta, in quelle cose in cui la loro non deriva da quella, ma è pur viziosa manifestamente perchè ripugna al lor proprio alfabeto, tralascia lettere e sillabe che s’hanno a profferire, ne scrive che non s’hanno a pronunziare; come mai, dico, questi tali hanno da credere che l’ortografia latina sia e viziosa perchè la loro lo è, e macchiata di quei vizi appunto che ha la loro, diversissimi poi in ciascuna, di modo che ciascuna nazione straniera pronunzia il latino diversamente? (21. Mag. 1824.)

[4092] Alla p. 4064. Da questo ragionamento segue che la maggior parte degli altri animali (poichè la vita naturale dell’uomo è delle più lunghe, e il suo sviluppo corporale è de’ più tardi) [7] sono anche per questa parte naturalmente più felici di noi, tanto più quanto il loro sviluppo è più rapido, al che corrisponde in ragion diretta la brevità della vita, perchè il Buffon osserva ch’ella è tanto più breve quanto più rapida è la vegetazione dell’animale (s’intende del genere, e spesso anche degl’individui rispetto al genere) l’accrescimento del suo corpo e facoltà, le sue funzioni animali per conseguenza, e il giungere allo stato di perfezione e maturità; e viceversa. Questo si osserva per lo meno in quasi tutti i generi anche vegetali. (Buffon, nel capitolo, se non erro, della Vecchiezza). Ond’è che p. e. i cavalli e poi di mano in mano gli altri di sviluppo più rapido, sino a quegl’insetti che non vivono più d’un giorno (v. il mio Dial. d’un Fisico e di un Metafisico) sieno tutti di mano in mano più e più disposti naturalmente alla felicità che non è l’uomo, nonostante che la brevità della vita loro sia nella stessa proporzione; la qual brevità o lunghezza non aggiunge e non toglie nè cangia un apice nella felicità d’alcun genere di animali (nè anche negl’individui), come ho dimostrato nel Dial. succitato e nel pensiero a cui questo si riferisce. (21. Maggio. 1824.)

[4093] Le mulina. Crus. e Guicc. t. 3. p. 361. bis. (23. Maggio. Domenica. 1824.)

Diminutivi positivati. Sciurus-écureuil (ant. escureuil da sciuriculus o altro simile), schiratto (Pozzi nel Bertoldo; noi volgarmente schiriatto) diminutivo o disprezzativo, scoiatto (Pulci nella Crus.), scoiattolo sopraddiminutivo, o sopraddisprezzativo. Gli spagnuoli harda, hardilla. (23. Maggio. Domenica. 1824.)

En tanto in ispagnuolo (del che altrove) o spesso o sempre vuol dire infino a tanto, come nelle Novelas exemplares di Cervantes p. 79. ediz. citata alcuni pensieri più sopra. (23. Maggio. Domenica. 1824.). Così noi mentre per finchè.

Retinere per ricordarsi, come in ital. ec. ritenere. Così anche il suo continuativo retentare sta espressamente per ricordarsi in un luogo di Cic. de Divinat. l. 2. c.29. tradotto da Omero, il quale vedi, Il. 2  v. 301. (23. Maggio. 1824. Domenica.)

Inconsideratus per non considerans, qui considerare non solet. Vedi Forcell. e Cic. de Divinat. 2. c. 27. Così consideratus nel senso contrario. V. Forcellini. (23. Maggio. Domenica. 1824.)

Cieo cies civi citum (diverso da cio iis ivi itum) [8] co’ suoi composti, aggiungasi ai verbi della seconda che hanno il perfetto in vi, e il supino in itum breve, de’ quali altrove. E v. il Forcell. in cieo fine. (27. Maggio. Festa dell’Ascensione. 1824.)

[4094] Periurus sembra esser contrazione di periuratus o peieratus che pur si trovano, benchè in altro senso (per peiero si disse anche periero e periuro). Così iuratus, coniuratus ec. in sensi analoghi. Exanimus e inanimus debbono esser contrazioni di exanimatus e inanimatus, che pur si trovano. Similmente semianimus di un semianimatus dal semplice animatus. Innumerus debb’esser contrazione di un innumeratus dal semplice numeratus, con significato d’innumerabilis, come invictus per invincibilis e tanti altri simili, di cui altrove, e v. il Forc. in illaudatus. Queste contrazioni aggiungansi al detto d’inopinus necopinus ec. dove si prova che anche in latino vi fu il costume di contrarre il participio della prima colla detrazione delle lettere at, costume frequentatissimo nell’italiano anche in voci per niente latine di origine. (27.-28. Maggio. 1824.)

Non solo gli antichi avevano tanto alta idea della natura umana che la stimavano poco inferiore alla divina, come ho detto altrove parlando de’ semidei, ma credevano ancora le anime nostre parenti, emanazioni, parti della divinità, divine esse stesse, e quasi dee (τὸ ἐν ἡμῖν ϑεῖον). Della quale opinione non già volgare, anzi propria de’ filosofi, e questi molti e diversi, vedi fra i mille luoghi degli antichi, Cic. de Divin. l. 1. c. 30. 49. l. 2. c. 11. 58. Virg. Georg. l. 4. v. 219. sqq. e quivi Servio ec. (28. Maggio. 1824.). Cic. de nat. deor. l. 1. c. 11. 12. Vedilo anche ib. 2. c. 53. fin. 62. principio.

[4095] Diminutivi greci positivati. κυψέλη-κυψέλιον, κυψέλὶς ίδος. V. Scap.  e Luciano in Lexiphane p. 2. (29. Maggio. 1824.)

Il tale rassomigliava i piaceri umani a un carcioffo, dicendo che conveniva roderne prima e inghiottirne tutte le foglie per arrivare a dar di morso alla castagna. E che anche di questi carcioffi era grandissima carestia, e la più parte di loro senza castagna. E soggiungeva che esso non volendosi accomodare a roder le foglie si era contentato e contentavasi di non gustarne alcuna castagna. (30. Maggio. Domenica. 1824.)

Rassomigliava qualunque (Comparava ogni) piacere umano a un carcioffo dicendo che ne bisogna rodere e trangugiare tutte le foglie volendo arrivare a dar di morso nella castagna, e che di questi carcioffi è carestia grandissima, ed anche la maggior parte di loro è sole foglie senza castagna. E soggiungeva che esso non si potendo accomodare a ingoiarsi le foglie ec. (31. Maggio. 1824.)

῎Eτι γὰρ τοῦτό μοι τὸ λοιπὸν ἦν ci mancherebbe questo. Idiotismo comune al greco e italiano. Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 787. init. V. Crus. e Forcell. in supersum se hanno nulla. – παρ‘ ὅσον in quanto che. V. Lucian. ib. 786. e lo Scap.  ec. modo pur comune, e del quale o cosa simile ho detto anche altrove. (31. Maggio. 1824.)

Diminutivi positivati. Vedi Creuzer Meletemata e Disciplina antiquitatis Lips. 1817. sqq. par. 3. p. 112. lin. 28. p. 130. lin. 23-24. dove però s’inganna quanto al supporlo necessario, perchè non sempre [4096] questi tali sono diminutivi, come ho provato altrove coll’esempio di iaculum, speculum ec. (1. Giugno. 1824.)

Sisto in vece di venire dal greco ἱστάω, come si crede e ho detto altrove, ben potrebbe venire da sto per duplicazione, non ignota neppure ai latini (come usitatissimo fra i greci), massime antichi, come ho mostrato altrove coll’es. di titillo da τίλλω, e dei perf. cecidi ec. ec. E la mutazione della coniugazione dalla prima nella terza, sarebbe appunto come nei composti di do (del che pure altrove) anch’esso monosillabo come sto. E quanto al significato e all’uso ec. chi non vede l’analogia fra sto e sisto? (1. Giugno. 1824.)

Il tale diceva non esser ben detto quel che si afferma comunemente che basta l’apparenza p. e. a un letterato per essere stimato, benchè manchi della sostanza. Ora l’apparenza non solo basta, ma è la sola cosa che basti, ed è necessaria e la sola necessaria. Perocchè la sostanza senza l’apparenza non fa effetto alcuno e nulla ottiene, e l’apparenza colla sostanza non fa nè ottiene niente di più che senza essa: onde si vede la sostanza essere inutile, e il tutto stare nella sola apparenza. (1. Giugno. 1824.)

Chi vuol vedere la differenza che passa tra l’antica filosofia e la moderna, e quel che di questa ci possiamo promettere, le consideri ambedue sul trono, cioè ξουσίαν [4097] λαβούσας, la quale non hanno i filosofi privati. Ora se egli è vero che la qualità d’ogni cosa non d’altronde si conosca meglio e più veramente che dagli effetti, da quelli de’ principi filosofi si dovrà giudicare delle due filosofie meglio che da’ privati, i quali hanno per necessità più parole che effetti, o effetti più deboli, e più desiderii e progetti che esecuzioni, perchè quel che vogliono, massime in cose grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico, ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in opere, e corrispondenti ne’ loro fatti alle loro massime. E si troverà quello in un secolo inclinante alla barbarie essere stato il padre de’ suoi popoli ed esempio di virtù morali d’ogni genere anche a’ privati ed a tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile essere stato il maggior despota possibile, il più freddo egoista verso i suoi popoli, il più indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad antepor questo a quello, il maggior disprezzatore dico ne’ fatti e in parte eziandio ne’ detti, della morale in quanto morale, della virtù in quanto virtù, e del giusto come giusto; in somma, se non il più vizioso (chè egli non l’era per calcolo), certo il men virtuoso principe del suo tempo, e forse di tutti i tempi, perchè non avendo niuna delle virtù che vengono, o vogliamo dir venivano dalla forza della mente, mancava anche di quelle che nascono dalla debolezza (come n’erano in Luigi XV.). Fu anche disaffezionato stranamente alla sua patria, come gli è stato [4098] agramente rimproverato dai Tedeschi e fra gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito d’antepor gli stranieri ai suoi nell’affetto, nella inclinazione e nei fatti. (1. Giugno. 1824.)

Alla p. 4085. Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome pleonastico nelle frasi indeterminate, coll’ottativo, come, che che egli si voglia, comunque ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno che me le sia servitore Caro, lettera a nome del Guidiccioni lett. 35. o neutri o attivi che sieno i verbi. Ne’ quali casi il pronome è sempre dativo ed accidentale al verbo, e s’inganna a partito chi sopra alcuno esempio sì fatto, battezza quel tal verbo per neutro passivo, come par che voglia fare il Rabbi o il Bandiera ne’ Sinonimi v. Affermare, dove allegando il Bocc. Nov. 19. quantunque tu te l’affermi (cioè per quanto tu te lo affermi, maniera indeterminata) e chiamandolo modo toscano, ne cava il verbo affermarselo, verbo nullo, perchè in tale e simili frasi indeterminate tutti o quasi tutti i verbi attivi o neutri passivi possono ricevere questa forma e ricevonla elegantemente (sia ciò proprietà toscana o altrimenti), ma fuor di tali casi in niun modo si direbbe affermarselo o affermarsi, come io mi affermo che tu ec. o egli se lo afferma asseverantemente, (1. Giugno. 1824.); e il luogo del Boccaccio non prova che ciò si possa dire. Chi che si fosse, qual o qualche se ne fosse la cagione, qual si sia o qualsisia, non so chi si fosse che ec. non so [4099] che o quello che si faccia o si voglia ec. (2. Giugno. 1824.). V. p. 4103.

Pesado per pesante, que pesa, tanto nel proprio come nel figurato. (2. Giugno. 1824.)

Non si può meglio spiegare l’orribile mistero delle cose e della esistenza universale (v. il mio Dialogo della Natura e di un Islandese, massime in fine) che dicendo essere insufficienti ed anche falsi, non solo la estensione, la portata e le forze, ma i principii stessi fondamentali della nostra ragione. Per esempio quel principio, estirpato il quale cade ogni nostro discorso e ragionamento ed ogni nostra proposizione, e la facoltà istessa di poterne fare e concepire dei veri, dico quel principio. Non può una cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono in natura. L’essere effettivamente, e il non potere in alcun modo esser felice, e ciò per impotenza innata e inseparabile dall’esistenza, anzi pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe intorno all’uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri principii e la nostra esperienza. Or l’essere, unito all’infelicità, ed unitovi necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a se stessa, alla perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a se stesso e suo proprio inimico. Dunque l’essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se [4100] medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell’esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessità di essere infelice, e compresa in lei); cioè nell’essere, ed essere per necessità imperfettamente, cioè con esistenza non vera e propria. Di più che una tale essenza comprenda in se una necessaria cagione e principio di essere malamente, come può stare, se il male per sua natura è contrario all’essenza rispettiva delle cose e perciò solo è male? Se l’essere infelicemente non è essere malamente, l’infelicità non sarà dunque un male a chi la soffre nè contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sarà un bene poichè tutto quello che si contiene nella propria essenza e natura di un ente dev’essere un bene per quell’ente. Chi può comprendere queste mostruosità? Intanto l’infelicità necessaria de’ viventi è certa. E però secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai viventi il non essere che l’essere. Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla e ciò che non è, sia meglio di qualche cosa? L’amor proprio è incompatibile colla felicità, causa della infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senz’amor proprio, come ho provato altrove, e l’idea di quella suppone l’idea e l’esistenza di questo. Del resto e in generale è certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualità, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l’esattezza la più geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo è la verità della proposizione Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione. (2. Giugno. 1824.). - Vedi un’altra evidente contraddizione della natura, e si può dire, in cose fisiche, [4101] notata alla p. 4087. e anche nel citato dialogo. (3. Giugno. 1824.)

Kαϑ‘ ὅσον in senso simile all’italiano in quanto o in quanto che, del che, e simili altre frasi, ho detto altrove. Luciano opp.  1687. t. 1. p. 800. (3. Giugno. 1824.)

Eὐϑὺς per primum. Luciano ib. p. 805. (3. Giugno 1824.)

Diminutivi positivati. Radium-rayon. (4. Giugno. 1824.)

Oficio descansado, cioè donde el hombre descansa. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p. 192. (4. Giugno 1824.)

A proposito di quel che ho scritto altrove sopra un luogo di Donato ad Terent. relativo al digamma, dove si parla di Davus, anticamente DaϜus ec. notisi che i Greci dicevano infatti Δάος, o Δᾷος o Δᾶος o Δαὸς, e v. Lucian. opp.  1687. t. 1. p. 797. e not. e p. 996. (4. Giugno. 1824.)

En el entretanto que. Cervantes loc. cit. qui sopra, p. 195. (5. Giugno. 1824.)

Divido-diviser. (7. Giugno. 1824.)

In quanto per poichè alla greca, del che altrove in più luoghi. Vedi Bembo opp.  t. 3. p. 129. col. 2. fine e Rabbi Sinonimi v. poichè, e Crusca se ha nulla. (9. Giugno. 1824.)

Altro per nulla ec. V. Caro Lettera a nome del Guidiccioni, lett. 15. fine. finchè non ho altro in contrario (modo comunissimo: avere o non avere altro in contrario, coll’interrogazione o positivo ec.), lett. 7. fine. senza darne altra (niuna) notizia al Padrone. (10. Giugno. 1824.)

Rilevato per rilevante, e così relevado in Cervantes Novelas [4102] exemplares. Milan 1615. p. 252. (11. Giugno. 1824.)

Hasta tanto come in ital. fino a tanto ec. di cui altrove. Cervantes loc. cit. qui sopra, p. 263. (11. Giugno. 1824.)

Illustratus per illustris, il participio per l’aggettivo. V. l’index latinitatis a Cic. de rep.  e il Forcell. (12. Giugno. 1824.)

Il tale negava che si potesse amare senza rivale. E domandato del perchè, rispondeva: perchè sempre l’amato o l’amata è rivale ardentissimo dell’amante (del proprio amante). (13. Giugno. Domenica della SS. Trinità. 1824.)

᾽Eχτὸς εἰ μὴ. Lucian. op.  1687. t. 2. p. 28. verso il fine. p. 31. princip.  (14. Giugno. Vigilia di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

Al detto altrove della somma facoltà e fecondità della lingua greca, non ancora esaurita nè spenta, aggiungi che oggidì chi vuol sostituire al suo proprio qualche nome finto espressivo di qualche cosa, o dar nome significativo a qualche personaggio immaginario, come Moliere nel Malato immaginario, nei nomi de’ medici, o nominar qualche nuovo essere allegorico, o nuovamente nominare i già consueti ec. ec. non ricorre ordinariamente ad altra lingua (qualunque sia la sua propria, in tutta l’Europa e America civile) che alla greca. (15. Giugno. Festa di S. Vito Protettore di Recanati. 1824.)

Tὸ μὲν γὰρ πρῶτον εὐϑὺς. Luciano opp.  1687. t. 1. p. 41-42. (16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini. 1824.)

῞Oσον ἐν τῷ πλῷ quanto, per ciò che spetta alla navigazione. Luciano loc. cit. qui sopra. p. 34. (16. Giugno. Vigilia della Festa del Corpus-Domini. 1824.)

[4103] Tutto quanto, tutti quanti - πᾶν ὅσον, πάντες ὅσοι, μικρὸν ὅσον, μύριοι ὅσοι, ὀλίγοι ὅσοι, πλεῖστον ὅσον ec. ec. V. lo Scapula ec. ec. (20. Giugno. Domenica. 1824.)

Alla p. 4099. Qua spetta il nostro idiotismo sempre comune tra noi, massime nello scritto, dal 300 a oggi, di aggiungere il si (dativo) al verbo essere. Questo si è, questa si fu la cagione ec. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

Ficulneus - ficulnus appo Orazio, e nóta che l’usvi è breve. (21. Giugno. Festa di S. Luigi Gonzaga. 1824.)

Experimentado per esperto, come noi sperimentato ed esperimentato, del che altrove. Cervantes Novelas exemplares. p. 354. Milan 1615. 432. (22. Giug. 1824.)

Altro per nulla, cosa alcuna. Guicc. t.4. p. 50. ediz. di Friburgo: innanzi tentasse altro: e non aveva ancora tentato niente. (23. Giugno. Vigilia di S. Giovanni Battista. 1824.)

Il est aisé de voir la prodigieuse révolution que cette époque (celle du Christianisme) dut produire dans les moeurs. Les femmes, presque toutes d’une imagination vive et d’une ame ardente, se livrèrent à des vertus qui les flattoient d’autant plus, qu’ elles étoient pénibles. Il est presqu’égal pour le bonheur de satisfaire de grandes passions, ou de les vaincre. L’ame est heureuse par ses efforts; et pourvu qu’elle s’exerce, peu lui importe d’exercer son activité contre elle-même. Thomas Essai sur les Femmes. Oeuvres, Amsterdam 1774. tome 4. p. 340. (24. Giugno. Festa di S. Giovanni Battista. 1824.)

[4104] Agnomen, cognomen, coi derivati ec. aggiungansi al detto altrove circa il g premesso a varie voci latine, come nosco agnosco ec. Anche nomen viene da nosco. (25. Giug. 1824.)

Il tale diceva che noi venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi star male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento volte da ogni parte, e proccura in vari modi di appianare, ammollire ec. il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prender sonno, finchè senz’aver dormito nè riposato vien l’ora di alzarsi. Tale e da simil cagione è la nostra inquietudine nella vita, naturale e giusta scontentezza d’ogni stato; cure, studi ec. di mille generi per accomodarci e mitigare un poco questo letto; speranza di felicità o almen di riposo, e morte che previen l’effetto della speranza. (25. Giugno. 1824.)

᾽Eν τοσούτῳ - intanto, del che altrove. Luciano opp. 1687. t. 2. p. 48. principio, 51. dopo il mezzo. 64. (25. Giugno. 1824.)

Plus le lien général s’étend, plus tous les liens particuliers se relâchent. On paroît tenir à tout le monde, et l’on ne tient à personne. Ainsi la fausseté s’augmente. Moins on sent, plus il faut paroître sentir. Thomas, loc. cit. qui dietro, p. 448. Questo ch’ei dice dei legami di società sostituiti a quei di famiglia, di ristrette amicizie ec. ben puossi applicare all’amore universale sostituito al patrio al domestico ec. (27. Giugno. Domenica. 1824.)

Callado per tacente, come tacitus da taceo-itum, del [4105] che altrove. Cervantes Novelas exemplares, Milan 1615. p. 431. (27. Giugno. 1824.)

Dilettare-dileticare coi derivati ec. frequentativo o diminutivo alla latina, e può anche aggiungersi agli esempi delle forme frequentative italiane di verbi, da me altrove raccolte. [9] Avvertasi però che ha un significato diverso da dilettare, e forse è corruzione di solleticare, e così diletico, che altrimenti sarà un diminutivo o frequentativo di diletto. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.)

L’infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che lusinghino l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita ogn’immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, nè altro produce in lui la natura stessa ed il tempo, che un abito di tener continuamente represso e prostrato l’amor proprio, perchè l’infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un’indifferenza e insensibilità verso se stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell’animo e delle sue facoltà. L’uomo che non s’interessa a se stesso, non e capace d’interessarsi a nulla, perchè nulla può interessar l’uomo se non in relazione a se stesso, più o men vicina e palese, e di qualunque sorte ella sia. Le bellezze della [4106] natura, la musica, le poesie più belle, gli avvenimenti del mondo, felici o tragici, le sventure o le fortune altrui, anche dei suoi più stretti, non fanno in lui nessuna impressione viva, non lo risvegliano, non lo riscaldano, non gli destano immagine, sentimento, interesse alcuno, non gli danno nè piacere nè dolore, se bene pochi anni avanti lo empievano di entusiasmo e lo eccitavano a mille creazioni. Egli stupisce stupidamente della sua sterilità e della sua immobilità e freddezza. Egli è divenuto incapace di tutto, inutile a se e agli altri, di capacissimo ch’egli era. La vita è finita quando l’amor proprio ha perduto il suo ressort. Ogni potenza dell’anima si estingue colla speranza. Voglio dire colla disperazione placida, perchè la furiosa è pienissima di speranza, o almeno di desiderio, ed anela smaniosamente alla felicità nell’atto stesso che impugna il ferro o il veleno contro se medesimo. Ma il desiderio è più spento che sia possibile in un’anima avvezza a vederli sempre contrariati, e ridotta o per riflessione o per abito o per ambedue a sopirli e premerli. L’uomo che non desidera per se stesso e non ama se stesso non è buono agli altri. Tutti i piaceri, i dolori, i sentimenti e le azioni che gl’inspiravano le cose dette di sopra, cioè la natura e il resto, si riferivano in un modo o nell’altro a se stesso, e la loro vivezza consisteva in un ritorno vivo sopra se medesimo. Sacrificandosi ancora agli altri, non d’altronde egli ne aveva la forza se non da questo ritorno e rivolgimento sopra di se. Ora [4107] senz’alcuna ferocia, nè misantropia nè rancore nè risentimento, senza neppure egoismo, quell’anima già poco prima sì tenera è insensibile alle lagrime, inaccessibile alla compassione. Si moverà anche a soccorrere, ma non a compatire. Beneficherà o sovverrà, ma per una fredda idea di dovere o piuttosto di costume, senza un sentimento che ve lo sproni, un piacere che gliene venga. La noncuranza vera e pacifica di se stesso è noncuranza di tutto, e quindi incapacità di tutto, ed annichilamento dell’anima la più grande e fertile per natura.

Questo medesimo effetto che produce la infelicità, lo produce, come ho detto, l’abito di non provare o non vedersi d’innanzi alcuna apparenza di felicità, alcun dolce futuro, alcun piacere grande o piccolo, alcuna fortuna della giornata o durevole, alcuna carezza e lusinga degli uomini o delle cose. L’amor proprio non mai lusingato, si distacca inevitabilmente dalle cose e dagli uomini (fosse pur sommamente filantropo e tenero), e l’uomo abituandosi a non veder nella vita e nel mondo nulla per se, si abitua a non interessarvisi, e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri, infecondi, secchi ed inetti. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. giorno mio natalizio. 1824.). Il che sempre più privandolo d’ogni illusione e successo dell’amor proprio, sempre più conferma in lui l’abito di noncuranza, e d’inettitudine e spiacevolezza. Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato (che certo [4108] non è strettamente proprio se non di lui), quanto da principio il suo amor proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono. (29. Giugno. Festa di S. Pietro. dì mio natalizio. 1824.). V. p. 4109.

Φρύσσω o ϕρύττω-frissonner. Notinsi in questo verbo due cose. La derivazione manifesta dal greco, e la forma diminutiva o frequentativa. (30. Giugno. 1824. Anniversario del mio Battesimo.)

Della lingua universale, o piuttosto scrittura universale progettata da alcuni filosofi, vedi Thomas Éloge de Descartes, Oeuvres, Amsterdam 1774, t. 4. p. 72. (2. Luglio, Festa della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.)

Come tutte le facoltà dell’uomo siano acquisite per mezzo dell’assuefazione, e nessuna innata, fin quella di far uso de’ sensi, da’ quali ci vengono tutte le facoltà; insomma, come l’uomo impari a vedere, e nascendo non abbia questa facoltà, benchè egli non si accorga mai d’impararla, e naturalmente creda che ella sia nata con lui, vedi fra gli altri il Thomas loc. cit. qui sopra, p. 59-60. (2. Luglio. dì della S. Visitazione di Maria. 1824.) C’est ainsi que les grands Hommes découvrent, comme par inspiration, des vérités que les hommes ordinaires n’entendent quelquefois qu’au bout de cent ans de pratique et d’étude; et celui qui démontre ces vérités après eux, acquiert encore une gloire immortelle. Thomas [4109] loc. cit. qui dietro, p. 37. Sa géometrie étoit si fort au dessus de son siècle qu’il n’y avoit réellement que très peu d’hommes en état de l’entendre. C’est ce qui arriva depuis à Newton; c’est ce qui arrive à presque tous les grands hommes. Il faut que leur siècle coure après eux pour les atteindre. Id. ib. not. 22. p. 143. (2. Luglio. Festa della Visitazione di Maria Santissima. 1824.)

Alla p. 2811. marg. E così anche δείδω potrà esser fatto da un preterito di δέω o δέομαι, da δέδια ec. (2. Luglio. Festa della Visitazione della Beatissima Vergine Maria. 1824.)

Alla p. 4008. fine. Così il bul in bbi, (nebula, nebbia), ec. Insomma generalmente l’ul in i, con duplicazione della consonante precedente, se la sillaba in latino è pura come in ne-BU-la, e non impura, come in misculare (mi-SCUlare), onde si fa mi-SCHI-are, e non mis-CCHI-are. (3. Luglio. 1824.)

Alla p. 4108. Come l’uomo non è capace d’imprender nulla che non abbia in qualunque modo per fine se stesso, così i cattivi successi continui in quanto a se stesso, o la continua mancanza di successi qualunque dell’amor proprio, scoraggisce naturalmente l’uomo dall’intraprender più nulla, nè anche il sacrifizio di se stesso, e lo rende incapace e inabile a tutto per la mancanza di coraggio. Lo scoraggimento è proprio e facile sopra tutto agli animi dilicati e grandi. (3. Luglio. 1824.). V. p.  seg.

Anche tra i greci fu in uso in certi luoghi lo spettacolo di combattenti mercenarii. V. Luciano sulla fine del Toxaris sive de Amicitia, opp.  1687. t. 2. p. 72. Furono poi introdotti a’ tempi romani in alcune città greche (d’Asia o d’Europa) i circhi e i ludi gladiatorii [4110] usati in Roma. E forse di questi tempi intende Luciano di parlare, anzi certo, poichè dal resto del Dialogo apparisce che egli finge il Dialogo a’ tempi romani. Del rimanente, v. Fusconi Dissertat. de Monomachia Rom. 1821. p. 9. not. 43. (4. Luglio. Domenica. 1824. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima.). V. anche Luciano 2. 111. Calcagna (4. Luglio. 1824.)

Alla pag. antecedente. Un tal uomo ha tanto coraggio a operare o a risolversi di operare quanto chi è certo o quasi certo di non conseguire il fine di una operazione particolare. (4. Luglio. Domenica infraottava della Visitazione. 1824.)

Il titolo di divino (divinamente ec.) solito darsi in greco, in latino e nelle lingue moderne per una conseguenza dell’uso di quelle, agli uomini e alle cose singolari, eccellenti ec. ancorchè in niente sacre nè appartenenti alla Divinità, non avrebbe certamente avuto mai principio nè luogo nel Cristianesimo. Esso uso è un residuo dell’antica opinione che innalzava gli uomini poco più sotto degli Dei ec., del che altrove in più luoghi. (6. Luglio. 1824.)

Al detto altrove circa l’uso latino conforme all’italiano di usare pleonasticamente il pronome dativo sibi, v. anche il Forcell. in mihi, tibi, nobis e simili altri dativi di pronomi personali. (7. Luglio. infraottava della Visitazione di Maria Vergine Santissima. 1824.)

Diminutivi positivati. Sommolo. V. la Crusca. (7. Luglio. 1824.)

[4111] Expérimenté (instruit par l’expérience) inexpérimenté (qui n’a point d’expérience). (11. Luglio. Domenica. 1824.)

Diminutivi positivati. Myrtus, - mortella (se è però la stessa pianta). V. franc. spagn. ec. ec. (11. Luglio. Domenica. 1824.)

Quando noi diciamo che l’anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un’affermazione. Il che è quanto dire che spirito è una parola senza idea, come tante altre. Ma perocchè noi abbiamo trovato questa parola grammaticalmente positiva, crediamo, come accade, avere anche un’idea positiva della natura dell’anima che con quella voce si esprime. Nel metterci però a definire questo spirito, potremo bene accumulare mille negazioni o visibili o nascoste, tratte dalle idee e proprietà della materia, che si negano nello spirito, ma non potremo aggiungervi niuna vera affermazione, niuna qualità positiva, se non tratta dagli effetti sensibili, e quindi in certa guisa materiali, (il pensiero, il senso ec.) che noi gratis ascriviamo esclusivamente a esso spirito. E quel che dico dell’anima dico degli altri enti immateriali, compreso il Supremo. (11. Luglio. Domenica. 1824.). - Tanto è dire spirituale, quanto immateriale; questa, voce affatto negativa grammaticalmente, quella ideologicamente. (11. Luglio. Domenica. 1824.)

Diminutivi greci positivati. στύπε o στύππε-στύππεῖον o στύπεῖον V. Scapula e Luciano opp.  Amsterdam 1687. t. 2. p. 98.99. più volte. (12. Luglio. 1824.)

[4112] Sensato per sentito o per sensibile (come invitto per invincibile ec. del che altrove) quasi da un senso as continuativo di sentio sensum, vedilo nella Crusca. Vedi ancora Forcell. Gloss. ec. (14. Luglio. 1824.)

Al detto altrove che i derivativi latini si formano dagli obbliqui e non dal retto dei nomi originali, aggiungi una prova evidente più che mai Jovialis e simili da Juppiter Jovis. (Vi saranno ancora altri simili esempi da simili nomi). Così in greco Διιὸς da Zεὺς Διὸς. (Plat. in Phaedro ec.) (14. Luglio. 1824.). Anche in greco i derivativi sono sempre, se non erro, dal genitivo (o noto o ignoto, o di un dialetto o comune ec.) ϕυσικὸς non è da ϕύσι-ς (gen. ϕύσεως) ma o da ϕύσι-ος(genit.), o piuttosto è come μουσ-ικὸς da μοῦσα ec. ec. (15. Luglio. 1824.)

Diminutivi positivati. γόνυ-γονάτιον. (V. Lucian. opp.  1687. 2. 83.) γουνὶς ίδος. Così ginocchio è diminutivo positivato di genu. (14. Luglio. 1824.)

Descansado, che ha riposato, detto di persona. Cervantes, Novelas exemplares, Milan. p. 580. (15. Luglio. 1824.)

Adultus o venga da adolesco o da adoleo è originariamente participio neutro passato, di un verbo neutro. (15. Luglio. 1824.)

Diminutivi positivati. Muscus-muschio. Desatentado. Cervantes loc. cit. qui sopra p. 605. (16. Luglio. 1824.)

[4113] Entreabrir, entre oscuro (Cervantes loc. cit. qui dietro, p. 588.) e simili (v. il Diz. spagnuolo in entre...) aggiungasi al detto altrove dell’antico uso d’inter per fere ec., conservato ne volgari moderni. Così in franc. entrevoir ec. ec. (16. Luglio. 1824.)

Apercebido, di cui altrove, notisi che non è participio di verbo neutro, ma attivo, ed è participio passivo. (17. Lugl. 1824.)

Del bello esterno come sia relativo vedi un luogo insigne di Cicerone De Natura Deorum 1. 27-29. (19. Luglio. 1824.)

Diminutivi greci positivati. σάκχαρ-σακχάριον. (20. Luglio 1824.)

Frequentativo. Tâter - tâtonner coi derivati. (20. Lugl. 1824.) Diminutivi positivati. Capella, capretta coi derivati, metafore ec. Così oveja (ovicula) per ovis. Così ouaille ec. Così vitello per vitulus. Così agnello, agneau per agnus. Così mulet per mulus. Così asellus per asinus. Così femelle per femina di bestie. (v. Forc. in Femella). Così catellus per catulus. Così uccello, augello ec. oiseau, per avis. Così poulet per pullus. Così noi muletto, muletta. (V. la Crusca.) Così usignuolo, rosignuolo ec. rossignol franc. (v. gli spagnuoli e Forcellini in Lusciniola) per luscinia. Così cardellino, cardelletto, calderugio, caderino, calderello (v. gli spagnuoli e i francesi) per carduelis. Così poisson per piscis. Così taureau per taurus. (v. la Crus. in torello se ha niente a proposito). ec. ec. (22. Luglio. 1824.). Così chiocciola ec. Così allodola, lodola ec. (v. spagnuoli e francesi) per alauda. Così ποίμνιον, προβάτιον ec. Così hirondelle, pecchia, abeille ec. struzzolo, passereau, passerculus, στρουϜιον ec. [4114] Così forse anche nei nomi di piante, come bietola ec., e d’altri generi di cose naturali, usuali ec. (22. Luglio. 1824.). V. p. 4115.

Diminutivi greci positivati. κάλως-καλωδιον. V. Scap.  (22. Luglio 1824.)

Al detto altrove delle porpore ec. in proposito di vermiglio, aggiungi κάλχη che è quel donde si fa il colore, come vermis, e κάλχιον diminutivo che è quel che si tinge, come vermiglio. V. lo Scapula. (22. Luglio. 1824.)

Coltare, coltato da colo-cultum. V. la Crusca, e il Gloss. Forcellini, Dizionari franc. e spagn. (23. Luglio. 1824.)

Immensus, smisurato ec. per immensurabile. (24. Lugl. 1824.)

Amaricare frequentativo alla latina, come fodicare ec. V. Crus. Forcell. ec. ec. (24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apost.)

Diminutivi greci positivati. Kὼς o κῶας o κῶος-κωΐδιον o κῴδιον  o κωδάριον. V. i Lessici, e Luciano opp.  1687. init. Galli, t.2. p. 158. fine. (24. Luglio. 1824. Vigilia di S. Giacomo Apostolo, mio omonimo.)

᾽Eν ἀρχῇ εϑὺς τοῦ ec. Luciano ib. p. 165. (24. Luglio. 1824. Vigilia di San Giacomo Apostolo.)

Absortar da absorbeo. Cervantes Novelas exemplares. Milan 1615 p. 733. (27. Lugl. 1824.)

Verbo diminutivo. Rado-rasum-raschiare. (27. Luglio. 1824.)

Diminutivi positivati. Chorea, carola, caroletta, quasi choreola. V. il Forc. e gli etimologisti, e nóta che carola è propriamente ballo tondo, com’era quello dei cori, onde χορεία, χορεύειν, e chorea ec. (27. Luglio. 1824.)

[4115] Un notabile esempio di verbo continuativo usato in senso affatto continuativo ec. vedilo in Cic. de Nat. Deor. 2. 49. fine, ut in pastu circumspectent. (29. Luglio. 1824.)

Alla p. 4114. principio. Così cornacchia, corneille ec. per cornix; araneola, araneolus (v. gli spagnuoli) per aranea, araneus; ἀράχνιον; ranocchio, grénouille ec. per rana. (29. Luglio. 1824.)

Tοσοῦτον ἄρα ἐδέησάν με - ἀπαλλάξαι, ὥστε καὶ - ἐνέβαλον. Lucian. opp.  1687. t.2. p. 189. fine. (29. Luglio. 1824.)

Inauditus per qui non audit. V. Forc. Odorus, inodorus per qui odoratur ec. (odorus ec. è lo stesso che odoratus ec.) in senso abituale. V. Forcellini. (2. Agosto, secondo dì del Perdono. 1824.)

Θαρρῶ τι ποιεῖν - mi rincuoro, mi assicuro, ec. di fare una cosa, cioè confido di poterla fare. V. Lucian. opp.  1687. 2. 226. lo Scap.  ec. Un altro italianismo vedilo ib. p. 884. fin. dove ἐπὶ κεϕαλαίῳ τῶν πονων credo ben che sia la vera lezione ma falsissima la interpretazione del Grevio, e tengo che significhi al cabo de los trabajos, come noi pur diciamo in capo a o di, cioè in termine, alla fine di. (5. Agos. 1824.)

Percussare. Crusca. (6. Agosto. 1824.)

Alla p. 4089. Clepo-cleptum onde clepso is, ben potrebbe esser esso l’origine del gr. κλέπτω in vece che viceversa, come apo di ἅπτω ec. O se ciò in clepo non si ammette, neppure in apo, sebbene di questo veggiamo anche in latino il continuativo apto, laddove clepto, onde κλέπτω, non sarebbe stato conservato dai latini. [4116] Del resto clepso is potrebb’essere un continuativo anomalo di clepo da clepsum per cleptum, come vexo da vexum per vectum ec. del che altrove. (10. Agos. 1824.)

Dell’amor dei vecchi alla vita v. il capo 118. di Stobeo (ed. Gesn.) Laus vitae, e massime il luogo di Licofrone. (10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire. 1824.)

Kαὶ τὸ δῆγμα λαϑραῖον, ὅσῳ (in quanto che, cioè poichè ἐπει) καὶ γελῶν ἅμα ἔδακνε. Lucian. opp.  1687. t.2. p. 236. (10. Agos. Festa di San Lorenzo Martire. 1824.)

Vinciturus. Forc. in Vinco fin. (12. Agosto. 1824.)

Dissimulatus in senso attivo. Forcell. (12. Agos. 1824.)

Reconocido per riconoscente. Omisso per que omite, trascurato. Nota che il participio di omitir, se vi ha questo verbo in ispagnuolo, è omitido. Idea de un Principe politico Christiano representada en cien empresas por Don Diego de Saavedra Faxardo. Amstelodami. Apud Joh.

Janssonium iuniorem 1659. p. 115. lin.23. Trascurato, straccurato ec. per che suol trascurare, negligente ec. (13. Agosto. 1824.)

Πωγώνιον diminutivo positivato per πώγων. Lucian. opp.  1687. p. 263. t.2. Anzi è aggiunto all’aggettivo μακρὸν. Forse però è disprezzativo, e così, o come un diminutivo positivato di ϑώραξ, intendo nella per antecedente verso il fine la parola ϑοράιον, piuttosto che nel senso distinto che lo Scap.  le attribuisce, il quale non debbe esser proprio se non degli Scrittori militari, se pur nello Scap. lorica sta per arma di uomo, e non per riparo murale ec. Vedilo. Πωγώνιον non è dello Scapula, nè del Tusano, Budeo, Schrevelio. (13. Agosto. 1824.). Σωμάτιο. V. lo Scap. , Longino sect. 9. p. 24. e quivi il Toup.  p. 174. ec. (14. Agos. Vigilia dell’Assunta. 1824.)

[4117] ᾽Oμηρος γάρ μοι δοκεῖ... τοὺς μὲν ἐπὶ τῶν ᾽Iλιακῶν ἀνϑρώπους, ὅσον ἐπὶ τῇ δυνάμει, ϑεοὺς πεποιηκέναι, τοὺς ϑεοὺς δὲ ἀνϑρώπους. Longin. sect. 9. ed. Toup.  Oxon. 1778. p. 21. (14. Agos. Vigilia dell’Assunzione di Maria Santiss. 1824.)

S’enquérir (inquirere). Al detto di quaerito. (17. Agos. 1824.)

Vermiglione, vermillon. Al detto di vermiglio.

Verbo diminutivo o frequentativo. Trembloter. (17. Agos. 1824.)

Kαταρχὰς εὐϑὺς. Lucian. init. lib. De Gymnas. (17. Agos. 1824.). εὐϑὺς ἐν ἀρχῇ. t. 2. p. 536.

Scappare-scapolare.

Uomo ben considerato, per savio, prudente ec. Tacit. Davanz. Stor. l.3. c.3. (18. Agos. 1824.)

᾽Eξαρχῆς εὐϑὺς. Lucian. opp.  1687. t. 2. p. 280.

Della pretesa αὐτοχϑονί degli ateniesi ed attici, v. Luciano l.c. e quivi la nota. (19. Agosto. 1824.)

Retinere per ricordarsi, del che altrove, è anche dei francesi, e vedi gli spagnuoli. (24. Agos. Vigilia di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.)

Delle idee concomitanti annesse a certe parole, del che dico altrove, v. Thomas, Essai sur les Éloges, chap. 7. fin. p. 78. oeuvres t. 1. Amst. 1774. Dell’influenza della letteratura e filosofia sulla lingua, e della formazione della lingua latina ib. p. 112-6. chap. 10.

(25. Agosto. Festa di S. Bartolomeo Apostolo. 1824.). e p. 214-215.

[4118] Resabido, spagnuolo, saputo, saputello ec. per saccente, cioè sapiente, che sa, ec. V. la Crus. ec. (25. Agos. 1824.)

Compassione nata dalla bellezza anche verso chi per molti capi non la merita, perpetuata anche nella posterità che si stima esser sempre un giudice giusto. Vedi Thomas loc. cit. qui dietro, chapitre 26. p. 46-47. (26. Agos. 1824.)

Delle vicende della lingua francese, v. Thomas l.c. chap. 28. p. 85-97. (26. Agosto. 1824.)

᾽Eκτὸς εἰ μὴ. Lucian. opp.  1687. t. 2. p. 306. principio. (28. Agosto. 1824.) p. 516.

Πλὴν ὅσον se non quanto per se non che ec. V. un luogo di Eliodoro nelle Var. Lez. del Mureto l. 9. c. 4. Il luogo è delle Etiopiche lib. 3. (28 Agos. 1824.)

Eὐϑὺς ἐξ ἀρχῆς. Senofonte ἀπομνμονευμάτων l.1. cap. 2. §.39. (29. Agosto. Domenica. 1824.). Luciano 2. p. 545.

Pendo-penso as, pesare, pesar, peser.

Declamitare. (31. Agosto. 1824.).

᾽Eν τούῳ in questo, in questa (avverbio), en esto. Senof. loc. sup.  cit. l. 2. c. 1. §. 27. init. Lucian. t. 2. p. 638. 652. (1. Sett. 1824.)

Eὐϑὺς per luego, ib. c. 6. §. 32. luogo notabile, non inteso dal Leunclavio.

(1. Sett. 1824.) Perpétuel, éternel ec. non sono diminutivi positivati, come dico altrove, ma vengono da perpetualis, aeternalis ec. (2. Sett. 1824.)

᾽Eϑέλειν per δύνασϑαι ec. V. Senofonte ἀπομνμονευμάτων l.3. cap. 12. §.8. fin. del capo. (3. Settembre. 1824.)

Dispettare, rispettare, respecter ec. da despicio despectum ec. (3. Settembre. 1824.)

Osservato per osservante. V. la Crusca. (5. Sett. 1824. Domenica.)

[4119] Observito as. Forcellini. (5. Sett. Domenica. 1824.)

῾Ως γὰρ συνελόντι εἰπεῖν, οὐδὲν άξιόλογον ἄνευ πυρὸς οἰ ἄνϑωποι τῶν πρὸς τὸν βίον χρησίμων κατακευάζονται. Socrates ap. Xenoph. ἀπομν. IV. 3.7. (7. Sett. Vigilia della Natività di Maria Vergine SS. 1824.)

Aὐτίκα per primum o verbigratia, luogo notabile. Senof. .pomn. IV. 7. 2 (7. Sett. Vigilia della Natività di Maria Vergine Santissima. 1824.)

A quello che ho detto altrove sul proposito che tra gli antichi felicità e bontà si stimavano per lo più o sempre congiunte, e per lo contrario infelicità e malvagità, v. fra l’altre cose Senofonte nel fine dei Memorabili e dell’Apologia dove prova che Socrate fu fortunato nella morte, mostrando che il provare la sua felicità anche a’ suoi tempi era parte e forma di apologia e di lode. E mille altri esempi se ne trovano negli antichi, chi ha pratica di loro ed osserva bene. (7. Sett. 1824.)

Cura spagn. per curato. V. un es. simile di Ovid. e altri nel Forcell. in Cura fine. (11. Sett. 1824.)

Curato, curé per qui curat, curator. (11. Sett. 1824.)

᾽Oλίγου δεῖν ec. - la lunghezza di lei di poco non aggiugne a cento miglia. Porzio Congiura de’ Baroni ec. Lucca 1816. lib.1. p. 35.

᾽Eκτὸς εἰ μὴ Luciano opp.  1687, t. 2. p. 338. mezzo. (15. Sett. 1824.)

Della stolta opinione che negli animali la natura sia stata più larga di bellezza a’ maschi che alle femmine, come è ragione, ma negli uomini per lo contrario, il che è assurdo, e nasce questa opinione dalla idea del bello assoluto, e dal credere che assolutamente sia bellezza maggiore quella che a noi per cagioni relative par tale, onde il donnesco è chiamato il bel sesso, laddove se le sole donne giudicassero, o chi non fosse donna nè uomo, chiamerebbe senza dubbio bello il sesso degli uomini maschi, come negli altri animali, vedi il Tasso Dial. del Padre di famiglia, opp.  Venezia 1735. ec. vol.7. p. 379. che è prima del mezzo del Dialogo. (15. Sett. 1824.)

῾Eλκόμενοι τῆς ῥινός. Luciano opp.  1687. t.2. p. 342. (16. Sett. 1824.)

Diminutivi greci positivati. ᾽Oϑόνη - ὀϑόνιον. V. ib.

350. e notisi che Luciano è solito usare tali positivazioni. (16. Sett. 1824.)

[4120] Aὐτίκα per primum. Luciano ib. 363. fine (19. Sett. Festa di Maria Vergine Santissima Addolorata. 1824.) 666. 669. Plato Lugd. 1590. p. 745. B. 744. G.

Sentimenta. (20. Sett. 1824.). Vizia, moggia.

Sedeo es, sido is - sedo as. (21. Sett. 1824.)

Necessitado per bisognoso, que necessita. (22. Sett. 1824.)

Verberito as. (22. Sett. 1824.)

Lucian. 2. 385. παρ ὅσον - se non quanto, eccetto che. Male l’interprete. Bene p. 559. παρ ὅσον nisi quod. Diciamo volgarmente quanto per solo, come un po’ d’acqua quanto per estinguere la sete ec. Così in greco ὅσον , e οὐχ ὅσον  non solo. (25. Sett. 1824.)

Tῆς ῥινός ἕλκεσϑαι. Luciano 2. 389.

Πάντα ἐν βραχεῖ - in breve, brevemente, (cioè in una parola, uno verbo, e non brevi temporis spatio, come l’interprete) ogni cosa. Luciano 2. 390. 361. 567. e ivi not. Di tal frase greco-italiana, altrove. (25. Sett. 1824.)

Turbo-tourbillon, diminutivo positivato. (29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo. 1824.) Simulato, dissimulato, disimulado ec. per che simula ec. V. Forcell. e i Diz. spagnuoli e francesi. (30. Sett. 1824.)

For, fatum-fator fataris. (1. Ott. 1824.)

Πλὴνπαρ᾽ ὅσον se non quanto, eccetto che. Lucian. 2.455. fine.

Baστάζω - bastasiare, bastaggiator oris. Voci latinobarbare usitate negli annali antichi e carte antiche pubbliche di Recanati, per facchino ec. Basto sost. viene dalla stessa fonte. V. Forc. Gloss. Crus. ec. (3. Ott. Festa di Maria Vergine Santissima del Rosario. Domenica. 1824.)

Eὐϑὺς ἐν τῇ πρώτῃ ἐπιβάσχι. Lucian. 2. 496. (4. Ott. 1824. Festa di San Francesco di Assisi.). Eὐϑὺς τὸ πρώτον. ib. 500. fine.

Παρ᾽ ὅσον, ἐς ὅσον - in quanto, poichè. Lucian. 2.510.512.

᾽Eν τοσούτῳ - intanto. Luciano 2. 507. (6. Ottobre. 1824.). 536.557.640.

Storno-stornello, étourneau - (sturnus). V. gli spagnuoli. (8. Ottobre. 1824.)

῾Ρυτὶς ίδος probabilmente diminutivo positivato - ride (franc.). (10. Ott. 1824.)

Non solo, come ho detto altrove, nessun secolo barbaro si credette esser tale, ma ogni secolo si credette e si crede essere il non plus ultra dei progressi dello spirito umano, e che le sue cognizioni, scoperte ec. e massime la sua civilizzazione difficilmente o in niun modo possano essere superate dai posteri, certo non dai passati. (10. Ott. Domenica. 1824.). V. la p. 4124. Così non v’è nazione nè popoletto così barbaro e selvaggio che [4121] non si creda la prima delle nazioni, e il suo stato, il più perfetto, civile, felice, e quel delle altre tanto peggiore quanto più diverso dal proprio. V. Robertson Stor. d’America, Venez. 1794. t.2. p. 116. 232-33. Così le nazioni mezzo civili, o imperfette, anche in Europa ec. E così sempre fu. (15. Ottobre. Festa di Santa Teresa di Gesù. 1824.)

Sfidato per diffidente. Crusca. (22. Ottobre. 1824.). Provveduto per provvido, provvidente. Pandolfini, Mil. 1811. p. 114. 169. e altrove, sebbene non così formalmente o evidentemente. V. la Crusca. (22. Ott. 1824.). Biasimato per biasimevole. Pandolfini p. 194. (24. Ottobre. Domenica. 1824.)

Tρίβων-τριβώνιον. (25. Ott. 1824.). Mηλέαμηλὶς ί.

Tὸ μὲν πρῶτον εὐϑὺς ἐλϑοῦσαν. Luciano, o di chiunque è il Dialogo, in Fugitivis, t.2. opp.  p. 595. (26. Ott. 1824.)

Oὐτωσὶ ridondante, nel significato e modo che noi pur diciamo, massime toscanamente così, del che mi pare aver detto anche altrove; vedi Luciano, o chiunque è l’autore, nei Fuggitivi, t.2. opp.  p. 598.

Presumido per presuntuoso. (28. Ott. 1824.)

Della pretesa αὐτοχτονία degli Ateniesi vedi Goguet Origine ec. ed. di Lucca 1761. p. 52. not. a. tom.1. (7. Novembre. Domenica. 1824.)

Della invenzione dell’uso del fuoco, della quale ho parlato altrove, quanto fosse difficile e tarda ec. v. Goguet loc. cit. qui sopra, p. 58-60. (7. Nov. Domenica. 1824.)

Diminutivi positivati. Succus, succo-succhio. (10. Nov. 1824.)

Risentito, sentito in senso neutro. V. la Crus.

Kαὶ μάλιστα ὅσῳ ec. - massime in quanto o in quanto che ec. Luciano 2. 634. (12. Nov. 1824.)

Issuto, essuto, antichi participii italiani per stato del verbo essere. Aggiungansi al detto altrove di suto, sido ec. (14. Nov. Festa della B. Vergine del Patrocinio. 1824. Domenica.)

Diminutivi positivati. Rastrum-rastello ec. (14. Nov. Festa del Patrocinio di Maria Santissima. 1824. Domenica.)

Scossare da scuotere. Poliziano Orfeo atto I, ed. dell’Affò, verso 14.

Esoso in senso attivo. Guicciard. 4. p. 373. V. Forc. ec. (17. Nov. 1824.)

[4122] Altro per niuno. Guicciard. 4. 378. 389. Casa Galateo capo 1. fine. opp.  Ven. 1752. t. 3. p. 239. Deficere-difettare. (19. Nov. 1824.)

᾽Eϕόδιον-fodero, usato, in senso di provvisione di città o piazza per assedio, anche dal Botta nella Storia d’Italia libro 7. Ital. 1824. tom.1. p. 514. (19. Nov. 1824.)

Abundado, voce antica spagnuola per abbondante. Saavedra Faxardo, Idea de un principe politico Christiano, Amsterdam 1659. in 16mo p. 655. 663. bis. (20. Nov. 1824.)

Implicitus, implicatus.

Implicito as. (24. Nov. Festa di San Flaviano Protettore di Recanati. 1824.)

Diminutivi positivati. Nepeta lat. - nepitella ec. ital., aratrum-aratolo.

Altro per nessuno o ridondante. Guicc. 4.398. Di quella altra (cioè niuna) dichiarazione v. la pag. preced. di esso Guicc.

Privus per privatus, participio. V. Forc. in privus fine. (30. Nov. Festa di S. Andrea. 1824.)

Vilipeso per disprezzabile. Crusca. Contemtus nello stesso senso. V. Forcell. Liceor-licitor. (5. Dic. Domenica. 1824.). Solito as.

Dell’italianismo ἐκτὸς εἰ μὴ, πλὴν εἰ μὴ ec. dove il μὴ ridonda, vedi Luciano, Soloeicist. opp.  1687. t.2. p. 748. nota 1. del Grevio. (6. Dic. 1824. ottava dell’anniversario della morte di mia nonna.)

Gli occhi infra ‘l mare sospinse (stando sul lido), cioè nel mare. Bocc. Novella di Mad. Beritola e dei cavriuoli. 30. nov. scelte, Ven. 1770. p. 68. Andava disposto di fargli vituperosamente morire. Bocc. loc. cit. p. 76.

Trasandato per negligente, che trasanda. (8. Dic. Concezione di Maria V. Santiss. 1824.)

Mηρὸς-μηρίον, diminutivo positivato, (9. Dic. Vigilia della Venuta della S. Casa di Loreto. 1824.), poetico. ῎Iχνος-ἴχνιον. (10. Dic. Festa della Venuta. 1824.)

Pseudo-Luciano nella fine del Philopatris. ἐδυσχέραινον γὰρ τί τοῖς τέκνοις καταλιπεῖν p.  καταλίποιμι. Italianismo. (13. Dic. 1824.). V. la p. 4163. capoverso 5.

Altro per alcuna cosa o per nulla in senso di aliquid. V. la Crus. in Altro §.1. e Bocc. 30. nov. scelte Ven. 1770. p. 173. principio. (18. Dic. 1824.)

Diminutivi positivati. Germen-germoglio, germogliare ec. V. gli spagnuoli e il Gloss. ec. Rejet-rejeton ec. (23. Dic. Antivigilia di Natale. 1824.)

[4123] Kλείω-κλεΐζω, κληΐζω, κληζω.

Diminutivi positivati. Bωμίον per βωμὸς in Luciano, Tragopodagr. p. 812. lin.14. se non è sbaglio di βωμίοις per βωμοῖς, come pare in fatti che voglia il metro, (25. Dic. dì di Natale. 1824.), poichè non credo che ivi Bωμίοῖς sia aggettivo ed ἐμπύροις sostantivo.

Sfondare-sfondolare coi derivati ec. (30. Dic. 1824.) Conviso is.

Soverchiare, soperchiare, quasi superculare, da supero as che vale lo stesso. V. il Glossario ec. (2. Gen. 1825.)

Pesado per pesante. E v. la Crus. in pesato. (3. Gen. 1825.)

Honoratus, honorate per onorevole, onorevolmente, come in italiano.

Honorus per honoratus in senso di honorabilis honorificus. (10. Gen. 1825.)

Che gli uomini siano più inclinati al timore che alla speranza, o provino almeno assai più spesso quello che questa, si può anche dedurre dal considerar la grande abbondanza di parole che hanno le lingue (almeno quelle che io conosco, e in particolare il greco, il latino lo spagnuolo l’italiano e l’inglese) per esprimere il timore, il temere, lo intimorire, lo spaventoso, il timoroso, ec. e i suoi diversi gradi qualità ec. laddove esse lingue non hanno che una parola o al più due per esprimere la speranza, lo sperare ec. e queste stesse voci sono originariamente di significato comune anche al timore, perchè significano solo l’aspettazione del futuro, e però anche del male, in latino in greco, in italiano in ispagnuolo (anche nello spagnuolo moderno) e credo anche in francese e forse pure in inglese antico, del che ho detto altrove. (21. Gennaio. 1825.)

Corpusculum per corpus, come σωμάτιον per σῶμα. V. l’indice dei Papiri diplomatici del Marini. (22. Gennaio. 1825.). V. anche Longin. sect. 9. e ivi il Toup. 

Diminutivi positivati. Caudillo. Eὐϑὺς ἐν τῇ εἰσβολῇ τῶν νόμων. Longin. sect. 9. 38. (3. Feb. 1825.)

Digiuna (ieiunia), cioè le 4 tempora (v. Crus. in Digiune). Dino Compagni Cron. [4124] ed. Pisa. 1818. p. 98. (6. Feb. Domenica penultima di Carnevale. 1825.)

῎Eζω per eccetto. Longino sect. 34. (8. Feb. 1825.). ἐκτὸς. Plat. Gorg. p. 328. D. opp.  ed. Astii.

Aὐτίκα per luego ec. Procopio Gazeo Proem. scholior. in 1. Reg. in Meurs. opp.  t.8. (11. Feb. 1825.). Platone Gorg. p. 322. D. 354. D. opp.  ed. Astii.

Corpusculum per corpus, sebbene con qualche significanza diminutiva o dispregiativa. S. Girolamo ap.  Menag. ad Laert. VI. 38. (13. Feb. ultima Domenica di Carnevale. 1825.)

A proposito di quello che altrove ho detto (p. 4120-1.) della opinione avuta da tutti i secoli (e così dalle nazioni) anche i più barbari, di essere superiori in civiltà, in perfezione, anche in letteratura (benchè ignorantissimi), a tutti i secoli precedenti, e a ciascun d’essi, anche civilissimo e letteratissimo, vedi un bel luogo del Petrarca, citato e tradotto elegantemente da Perticari nel Trattato degli Scrittori del 300, lib.1. capit.16. p. 92.93. (14. Feb. 1825.)

᾽Eξ ἀρχῆς per rursus, appunto come noi da capo (che altrimenti si disse πάλιν ἐξ ἀρχῆς). V. Flegone de Mirabil. c. 1. ap.  Meurs. opp.  t. 7. col. 81. lin. 32-3. 62. Dissero i nostri antichi anche di ricapo. V. anche Arrian. Alexand. l. 5. c. 27. §. 14. Dissero ancora αὗϑις ἐξ ἀρχῆς, come ha lo stesso Arriano l. 5. c. 26. §. 6. ovvero ἐξαρχῆς unito, come in Demost. αὗϑις ἐξαρχῆς. Tusano. (15. Feb. ultima di Carnevale. 1825.). V. le mie Observationes a Flegone loc. cit.

Altro ridondante. Ricordano Malespini Cronica o Storia Fiorentina ed. Fir. 1816. di Vincenzio Follini, p. 219. nota 2. al capitolo 12. Ora incomincieremo a dire delle divisioni grandi le quali vennono in Roma tra il popolo minuto e gli ALTRI maggiori (cioè i grandi, i potenti, gli ottimati, i reggenti) di Roma. Appunto alla greca. (17. Feb. primo Giovedì di Quaresima 1825.)

Σωμάτιον per σῶμα. Apollon. Dyscol. Histor. commentit. c. 3. due volte, dove anche 2 volte σῶμα indifferentemente e col senso stesso. (17. Feb. 1825.)

Anche i greci dissero (almeno in tempi alquanto bassi) ὠτάριον auricula per οὖς auris. V. Apollon. Dysc. l.c. c. 28. ex Aristot. V. anche lo Scap.  in ὠτάριον e ὠτίον. Vedi pure il Gloss. se ha nulla. (17. Feb. 1825.)

Le prime sillabe di chri-stianisme e di cry-pte si pronunziano al modo stessissimo. Perchè dunque sì diversamente scrivonsi? Ciò non accade certo in italiano (dove, eccetto alcuni pochissimi casi in cui si scrive diversamente per distinzione, come ho, - o, quel che è diversamente scritto, diversamente sempre si pronunzia, e viceversa) e non è da credersi che accadesse nè in latino nè in greco. Questo è un altro dei principali difetti [4125] che può avere un’ortografia, che le parole o sillabe ugualmente pronunziate, diversamente si scrivano; e viceversa che le ugualmente scritte si pronunzino diversamente. Il che per ambe le parti accade spessissimo in francese in inglese ec. e anche in ispagnuolo. (18. Feb. 1. Venerdì di Quaresima 1825.)

Trovasi nella storia commentizia d’Apollonio Discolo cap. 24. un tratto il quale fa credere che anche gli antichi conoscessero quella razza d’uomini detti mori bianchi, della quale v. Voltaire opere scelte, Londra (Venezia) 1760. in 3. tomi, tom. 1, p. 113. [10] e Robertson Stor. d’Amer. Ven. 1794. tom. 2. p. 125. seg. e che questa razza si trovasse anche in Europa. Vi si cita Eudosso rodio. V. anche Plin. Buffon ec. se hanno cosa in proposito. (18. Feb. 1825.)

Σμηνίον diminutivo per σμῆνος Scap.  Così in Apollon. loc. sup.  cit. c. 44. σμηνίῶνος, dove forse s’ha a leggere σμηνίωνος da σμηνίων diminutivo V. i grammatici i Lessici e Aristotele nel luogo quivi cit. dall’aut. e dal Meurs.

Verbi attivi richiedenti l’accusativo, usati col genitivo al modo italiano, francese ec. (come mangiar del pane, prendere della tersa). V. Antigono Caristio. Hist. mirabil. c. 40.41.44.56.fine.

Nel detto Antigono c. 56. pare che si trovi καινὸν usato avverbialmente per di nuovo. Il luogo è corrotto e bisogna vederlo nelle ult. edizioni. (20. Feb. Domenica. 1825)

Diminutivi positivati ἤρυγγον-ἠρύγγιον. V. Meurs. ad Antig. Caryst. Mirabil. cap. 115. Kώρυκος-κωρυκὶ. Scap.  Πετρίδιον. V. Scap.  et Antigon. l.c. cap. 174.

Tιϑέναι per efficere, reddere, come in ispagnuolo poner, del che altrove, v. Plat. Gorgia, opp.  ed. Astii, tom. 1. p. 360. lin. 24. (27. Feb. 1825.)

Mille-mila plur. da millia: e così miglio-miglia. Gerere - belli-gerare, fami-gerare ec.

Altro ridondante. Ricordano Malispini Stor. Fior. Firenze 1816. c. 96. fine. Il Villani nel luogo parallelo lib. 5. c. 33. omette altri. (3. Marzo. 1825.)

᾽Eμβαλοῦσα εἰς κύλικα τοῦ ϕαρμάκου, il genitivo per l’accusativo. Herodian. Histor. lib.1. ed. Lugd. 1611. p. 50. (5. Marzo. 1825.)

Diminutivi positivati. ᾽Aτμὸς-ὰτμὶς ίδος. Scap.  ed Erodiano l.c. p. 13. fin. ὅρος-ὅριον.

Σωμάτιον per σῶμα (come dice poco dopo). Erodiano Histor. l.2. init.

[4126] Xωρις, ἄνευ per oltre, praeter, come il nostro senza, e il franc. sans, e à moins e lo spagn. sin e a men (o amen) de ec. V. Forcell. se ha nulla ec. (8. Mar. 1825.)

Ferramenta, vasellamenta, e simili, da’ nomi in ento. Comandamenta.

Dalla mia teoria del piacere séguita che l’uomo e il vivente anche nel momento del maggior piacere della sua vita, desidera non solo di più, ma infinitamente di più che egli non ha, cioè maggior piacere in infinito, e un infinitamente maggior piacere, perocchè egli sempre desidera una felicità e quindi un piacere infinito. E che l’uomo in ciascuno istante della sua vita pensante e sentita desidera infinitamente di più o di meglio di ciò ch’egli ha. (12. Marzo. 1825.)

Discordato per discordante, discorde.

Cinta plurale di cinto. Ricordano Malespini c. 162.

Circa l’origine, se non della religione (cioè dell’opinione della divinità), almeno del culto, dal timore v. nell’Abrégé de l’origine de tous les cultes, par Dupuis. Parigi 1821. chap. 4. p. 86-93. come quasi tutti i popoli avendo ammesso due principii, due generi di divinità, le une buone e benefiche, le altre cattive e malefiche, i più selvaggi riducevano o riducono del tutto o principalmente il loro culto alle seconde, ed alcuni anche le stimavano più potenti delle prime, laddove i più civilizzati, (come i Greci nella favola dei Giganti) hanno supposto il principio cattivo vinto e sottomesso dal buono. (19. Marzo. 1825. Festa di S. Giuseppe.)

Improvviso per qui non providit, o non providet, sprovvisto (e questo ancora è piuttosto per chi non ha provvisto che per chi non si è o non è provvisto, e così sprovveduto). Ricordano Malespini. Fir. 1816. c. 49. p. 44. fine. c. 168. p. 134. non provveduto nello stesso senso. Ricordano c. 198. G. Vill. l. 7. c. 24. V. Forc. Crusca ec. (21. Marzo. 1825.)

Gioia-gioiello, jewel (ingl.). Vedi Franc. Spagn. ec. Bush (ingl.) - buisson. V. i Diz. franc.

Porfiado per que porfia. Profuso per che profonde. V. Crus. Forc. spagn. franc. ingl.

Obliviscor da un perduto verbo oblivio-obbliare per obbliviare, mangiato il v al solito, e congiunti i due i in uno, come obblio da oblivium. V. Forc. ec.

Sporgere - sportare. (23. Marzo. 1825.). Che porto as venga da [4127] porrigo, contratto il suo porrectus in portus (v. Forcell. ec.) come appresso di noi (porgere - pórto, sporgere - spórto), e come perrectus è contratto in pertus nel despierto e despertar spagn. da espergiscor, del che abbiamo detto altrove? (24. Marzo. Vigilia dell’Annunziazione di Maria SS. 1825.)

Bollito per bollente. Fiorito per fiorente: florido spagn. fleuri.

Particolare, particulier ec. (come chose particulière ec.) si dice spesso per singolare, straordinario, non comune ec. V. questo medesimo uso del greco àdiow nelle mie osservazioncelle sugli autori greci de mirabilibus meursiani, p. 9. linea 6. di esse osservazioni e la giunta fattavi in un polizzino. (27. Marzo 1825. Domenica delle Palme.)

Detenido per que se detiene, cunctator (otro detenido Fabio), e così ritenuto ec.

Reprimo is - repressar spagn.

Ciascun vizio per se senza altra cagione (cioè senza estrinseca cagione, senza cagione alcuna di fuori di lui). Casa Galat. c. 28. opp.  Ven. 1752. t. 3. p. 298. (29. Marzo. Martedì Santo. 1825.)

Diminutivi positivati. Vallon franc.

Senza altro pane o biada per senza punto di pane o biada. G. Villani l. 7. c. 7.

Arrojado hombre, Uomo avventato. (2. Apr. Sab. Santo. 1825.)

D. Le plaisir est-il l’objet principal et immédiat de notre existence, comme l’ont dit quelques philosophes? R. Non: il ne l’est pas plus que la douleur; le plaisir est un encouragement à vivre, comme la douleur est un repoussement à mourir. D. Comment prouvez-vous cette assertion? R. Par deux faits palpables: l’un, que le plaisir, s’il est pris au-delà du besoin, conduit à la destruction: par exemple, un homme qui abuse du plaisir de manger ou de boire, attaque sa santé, et nuit à sa vie. L’autre, [4128] que la douleur conduit quelquefois à la conservation: par exemple un homme qui se fait couper un membre gangrené, souffre de la douleur, et c’est afin de ne pas périr tout entier. Volney, La loi naturelle, ou Catéchisme du citoyen français, chap. 3. à la suite des Ruines (Les Ruines) ou Méditation sur les Révolutions des Empires, par le même auteur, 4me édition. Paris 1808. p. 359-360. Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quello della umana, il fine dell’esistenza universale, e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo, e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non è nè può essere altro che la felicità, e quindi il piacere, suo proprio; e questo è anche il fine unico del vivente in quanto a tutta la somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e in somma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità nè il piacere dei viventi, non solo perchè questa felicità è impossibile (Teoria del piacere), ma anche perchè sebbene la natura nella modificazione di ciascuno animale e delle altre cose per rapporto a loro, ha provveduto e forse avuto la mira ad alcuni piaceri di essi animali, queste cose sono un nulla rispetto a quelle nelle quali il modo di essere di ciascun vivente, e delle altre cose rispetto a loro, risultano necessariamente e costantemente in loro dispiacere; sicchè e la somma e la intensità del dispiacere nella vita intera di ogni animale, passa senza comparazione [4129] la somma e intensità del suo piacere. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere nè la felicità degli animali; piuttosto al contrario; ma ciò non toglie che ogni animale abbia di sua natura per necessario, perpetuo e solo suo fine il suo piacere, e la sua felicità, e così ciascuna specie presa insieme, e così la università dei viventi. Contraddizione evidente e innegabile nell’ordine delle cose e nel modo della esistenza, contraddizione spaventevole; ma non perciò men vera: misterio grande, da non potersi mai spiegare, se non negando (giusta il mio sistema) ogni verità o falsità assoluta, e rinunziando in certo modo anche al principio di cognizione, non potest idem simul esse et non esse. Un’altra contraddizione, o in altro modo considerata, in questo essere gli animali necessariamente e regolarmente e per natura loro e per natura universale, infelici (essere - infelicità, cose contraddittorie), si è da me dichiarata altrove.

Del resto l’argomento di Volney vale egualmente contro quello che egli dice essere le but immédiat et direct de la nature (intenderà, credo, la natura dell’uomo), cioè la conservation de soimême, (negando espressamente che le bonheur sia le but immédiat et direct de la nature, bensì un objet de luxe, surajouté à l’objet NÉCESSAIRE ET FONDAMENTAL de la conservation). Poichè, dato ancora, che è falsissimo, che la propria conservazione sia l’oggetto immediato e necessario della natura dell’animale, certo essa non lo è della natura universale, nè di quella degli altri animali rispetto a ciascuno di loro (il che dee servire anche per il detto [4130] di sopra). Anzi il fine della natura universale è la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di ogni animale entra nel fine della detta natura almen tanto quanto la conservazione di esso, ma anche assai più che la conservazione, in quanto si vede che sono più assai quelle cose che cospirano alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la sua conservazione; in quanto naturalmente nella vita dell’animale occupa maggiore spazio la declinazione e consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell’uomo anche prima dei trent’anni) che tutte le altre età insieme (v. Dial. della natura e di un Islandese, e Cantico del Gallo silvestre), e ciò anche in esso animale medesimo indipendentemente dall’azione delle cose di fuori; in quanto finalmente lo spazio della conservazione cioè durata di un animale è un nulla rispetto all’eternità del suo non essere cioè della conseguenza e quasi durata della sua distruzione. Similmente mille cose e mille animali che non hanno in niun modo per fine la conservazione di un tale animale, hanno bensì una tendenza assoluta a distruggerlo, o per la conservazione propria o per altro. E ciò s’intenda di individui e di specie. E il numero di tali individui o specie animali o no, tendenti naturalmente alla distruzione di una qualsisia specie o individuo di animale (siccome di quelle tendenti al suo dispiacere) è maggiore di quello tendente alla sua conservazione (siccome al suo piacere).

Del resto che il fine naturale dell’animale non sia la propria conservazione direttamente e immediatamente cioè per causa di se medesima, [4131] si è dimostrato nel Dial. di un Fisico e un Metafisico. L’uomo ama naturalmente e immediatamente solo il suo bene, e il suo maggior bene, e fugge naturalmente e immediatamente solo il suo male e il suo maggior male: cioè quello che per tale egli giudica. Se gli uomini preferiscono la vita a ogni cosa, e fuggono la morte sopra ogni cosa, ciò avviene solo perchè ed in quanto essi giudicano la vita essere il loro maggior bene (o in se, o in quanto senza la vita niun bene si può godere), e la morte essere il loro maggior male. Così l’amor della vita, lo studio della propria conservazione, l’odio e la fuga della morte, il timore di essa e dei pericoli d’incontrarla, non è nell’uomo l’effetto di una tendenza immediata della natura, ma di un raziocinio, di un giudizio formato da essi preliminarmente, sul quale si fondano questo amore e questa fuga; e quindi l’una e l’altra non hanno altro principio naturale e innato, se non l’amore del proprio bene il che viene a dire della propria felicità, e quindi del piacere, principio dal quale derivano similmente tutti gli altri affetti ed atti dell’uomo. (E quel che dico dell’uomo intendasi di tutti i viventi). Questo principio non è un’idea, esso è una tendenza, esso è innato. Quel giudizio è un’idea, per tanto non può essere innato. Bensì egli è universale, e gli uomini e gli animali lo fanno naturalmente, nel qual senso egli si può chiamar naturale. Ma ciò non prova che egli sia nè innato nè vero. P. e. l’uomo crede e giudica naturalmente che il sole vada da oriente a occidente, e che la terra non si muova: tutti i fanciulli, tutti gli uomini che veggano da prima il fenomeno del [4132] giorno e che vi pongano mente, (se non sono già preoccupati dalla istruzione) concepiscono questa idea, formano questo giudizio, ciò immantinente, ciò immancabilmente, ciò con loro piena certezza: questo giudizio è dunque naturale e universale, e pure non è nè innato (perocchè è posteriore alla esperienza dei sensi, e da essa deriva), nè vero, perocchè in fatti la cosa è al contrario. Così di mille altri errori e illusioni, mille falsi giudizi, in cose fisiche, e più in cose morali, naturali, universali, immancabilmente concepiti da tutti, e ciò con piena certezza di persuasione, e la cui naturalità e universalità non per tanto non prova per niente la loro verità nè il loro essere innati. Conchiudo che l’amore e studio della propria conservazione non è nell’uomo una qualità ec. immediata, ma derivante dall’amore della propria felicità (che è veramente immediato), e derivantene per mezzo di un’idea, di un giudizio (e questo falso), il quale mancando o cangiandosi, l’uomo manca dell’amore della propria conservazione, lo converte in odio della medesima, fugge la vita, segue la morte; il che egli non fa nè può fare mai, nè pure un momento, verso la sua propria felicità, ossia piacere, da un lato, e la sua propria infelicità dall’altro; nè anche quando egli sia pazzo e furioso; nel quale stato bene egli talvolta volontariamente si uccide, ma non lascia mai di amare sopra ogni cosa e proccurare altresì quello che egli giudica essere sua felicità, e sua maggiore felicità. (5-6. Aprile. 1825.)

Sa-v-ona. Molti antichi, come G. Villani (per es. l. 7. c. 23.) Sa-ona, come Faenza anche oggi per Faventia, dicendosi però dal Guicc. e altri antichi Faventino per Faentino, del che altrove. (6. Aprile. 1825.)

[4133] Diminutivi positivati. Νόννα-νονὶς. V. Du Cange Gloss. graec. e Fabric. B. G. ed. vet. t. 7. p. 682. not. a. Probabilmente corrotto da Domna (siccome il Nonne dei Francesi), come stima il Du Cange, Gloss. lat. in Nonnus, e non venuto dall’egiziano, come dice il Fabricio, se pure anche in Egitto non si usò questa medesima corruzione, o se ella non fu fatta originariamente in Egitto, cioè nella lingua copta, ma sempre però dalla voce latina Domnus e Domna. (6. Aprile. 1825.). I francesi hanno anche Nonnette, ma Nonne e Nonnette sono ambedue burleschi e disprezzativi al presente, sicchè tra l’uno e l’altro vi ha poca o niuna differenza di significato. (6. Apr. 1825.). - Σχοῖνος-σχοινίον. V. l’indice graecitatis di Dione Cassio. (8. Apr. 1825.)

Tutta la natura è insensibile, fuorchè solamente gli animali. E questi soli sono infelici, ed è meglio per essi il non essere che l’essere, o vogliamo dire il non vivere che il vivere. Infelici però tanto meno quanto meno sono sensibili (ciò dico delle specie e degli individui) e viceversa. La natura tutta, e l’ordine eterno delle cose non è in alcun modo diretto alla felicità degli esseri sensibili o degli animali. Esso vi è anzi contrario. Non vi è neppur diretta la natura loro propria e l’ordine eterno del loro essere. Gli enti sensibili sono per natura enti souffrants, una parte essenzialmente souffrante dello universo. Poichè essi esistono e le loro specie si perpetuano, convien dire che essi siano un anello necessario alla gran catena degli esseri, e all’ordine e alla esistenza di questo tale universo, al quale sia utile il loro danno, poichè la loro esistenza è un danno per loro, essendo essenzialmente una souffrance. Quindi questa loro necessità è un’imperfezione della natura, e dell’ordine universale, imperfezione essenziale ed eterna, non accidentale. Se però la souffrance d’una menoma parte della [4134] natura, qual è tutto il genere animale preso insieme, merita di esser chiamata un’imperfezione. Almeno ella è piccolissima e quasi un menomo neo nella natura universale nell’ordine ed esistenza del gran tutto. Menomo perchè gli animali rispetto alla somma di tutti gli altri esseri, e alla immensità del gran tutto sono un nulla. E se noi li consideriamo come la parte principale delle cose, gli esseri più considerabili, e perciò come una parte non minima, anzi massima, perchè grande per valore se minima per estensione; questo nostro giudizio viene dal nostro modo di considerar le cose, di pesarne i rapporti, di valutarle comparativamente, di estimare e riguardare il gran sistema del tutto; modo e giudizio naturale a noi che facciamo parte noi stessi del genere animale e sensibile, ma non vero, nè fondato sopra basi indipendenti e assolute, nè conveniente colla realtà delle cose, nè conforme al giudizio e modo (diciamo così) di pensare della natura universale, nè corrispondente all’andamento del mondo, nè al vedere che tutta la natura, fuor di questa sua menoma parte, è insensibile, e che gli esseri sensibili sono per necessità souffrants, e tanto più sempre, quanto più sensibili. Onde anzi si dovrebbe conchiudere, che essi stessi, o la sensibilità astrattamente, sono una imperfezione della natura, o vero gli ultimi, cioè infimi di grado e di nobiltà e dignità nella serie degli esseri e delle proprietà delle cose. (9. Aprile. Sabato in Albis. 1825.). V. p. 4137.

Sentido de la perdita per que siente (senziente, che si duole) la perdida. Penato per penante. Crus. in penato e in penare es. ult. Halo as-halitans. (10. Apr. Domenica in Albis. 1825.). Alitare.

Σανὶς ίδος, forse in origine diminutivo, poscia positivato.

Più tempo per del tempo, frase frequente presso i nostri (p. e. Ricordano, [4135] cap. 178. Villani l. 6. c. 88. principio) sì del 300, sì del 500. - πλείονα χρόνον nello stesso senso. V. le mie osservazioni a Flegonte de mirabil. c. 1. col. 81. lin. 2. (14. Aprile. 1825.)

Calza-calzetta, calzino. Bruzzo-bruzzolo.

Filo-fila. Uova.

Senza altra (cioè niuna) considerazione avere dei suoi meriti. Casa Galateo c. 14. opp.  Ven. 1752. t. 3. p. 261. fine.

Φησὶ, ϕήσει, sottinteso τις, per ϕασὶ, ϕήσουσι. V. Toup.  ad Longinum sect. 2. init. sect. 9. init. sect. 29. fin. 44. p. 234. fin. dove non approvo le sue emendazioni.

La società contiene ora più che mai facesse, semi di distruzione e qualità incompatibili colla sua conservazione ed esistenza, e di ciò è debitrice principalmente alla cognizione del vero e alla filosofia. Questa veramente non ha fatto quasi altro, massime nella moltitudine, che insegnare e stabilire verità negative e non positive, cioè distruggere pregiudizi, insomma torre e non dare. Con che ella ha purificato gli animi, e ridottigli quanto alle cognizioni in uno stato simile al naturale, nel quale niuno o ben pochi esistevano dei pregiudizi che ella ha distrutto. Come dunque può ella aver nociuto alla società? La verità, vale a dire l’assenza di questo o di quell’errore, come può nuocere? Sia nociva la cognizione di qualche verità che la natura ha nascosto, ma come sarà nocivo l’esser purificato da un errore che gli uomini per natura non avevano, e che il bambino non ha? Rispondo: l’uomo in natura non ha nemmeno società stretta. Quegli errori che non sono necessari all’uomo nello stato naturale, possono ben essergli necessari nello stato sociale; egli non gli aveva per natura; ciò non prova nulla; mille altre cose egli non aveva in natura, che gli sono necessarie per conservar lo stato sociale. Ritornare gli uomini alla condizione naturale [4136] in alcune cose, lasciandolo nel tempo stesso nella società, può non esser buono, può esser dannosissimo, perchè quella parte della condizione naturale può essere ripugnante allo stato di stretta società, il quale altresì non è in natura. Non sono naturali molte medicine, ma come non sono in natura quei morbi a cui elle rimediano, può ben essere ch’elle sieno convenienti all’uomo, posti quei morbi. La distruzione delle illusioni, quantunque non naturali, ha distrutto l’amor di patria, di gloria, di virtù ec. Quindi è nato, anzi rinato, uno universale egoismo. L’egoismo è naturale, proprio dell’uomo: tutti i fanciulli, tutti i veri selvaggi sono pretti egoisti. Ma l’egoismo è incompatibile colla società. Questo effettivo ritorno allo stato naturale per questa parte, è distruttivo dello stato sociale. Così dicasi della religione, così di mille altre cose. Conchiudo che la filosofia la quale sgombra dalla vita umana mille errori non naturali che la società aveva fatti nascere (e ciò naturalmente), la filosofia la quale riduce gl’intelletti della moltitudine alla purità naturale, e l’uomo alla maniera naturale di pensare e di agire in molte cose, può essere, ed effettivamente è, dannosa e distruttiva della società, perchè quegli errori possono essere, ed effettivamente sono, necessari alla sussistenza e conservazione della società, la quale per l’addietro gli ha sempre avuti in un modo o nell’altro, e presso tutti i popoli; e perchè quella purità e quello stato naturale, ottimi in se, possono esser pessimi all’uomo, posta la società; e questa può non poter sussistere in compagnia loro, o sussisterne in pessimo modo, come avviene in fatti al presente. (18. Aprile 1825.)

Aὐτικα per luego. V. Toup.  ad Longin. sect. 23. init.

Σακκία ἁδρά. V. ib. p. 229. fine. Diminutivo positivato. (27. Apr. 1825.)

[4137] Alla p. 4134. Siccome la felicità non pare possa sussistere se non in esseri senzienti se medesimi, cioè viventi; e il sentimento di se medesimo non si può concepire senza amor proprio; e l’amor proprio necessariamente desidera un bene infinito; e questo non pare possa essere al mondo, resta che non solo gli uomini e gli animali, ma niun essere vi sia, che possa essere nè sia felice, che la felicità (la quale di natura sua non potrebb’essere altro che un bene ossia un piacere infinito) sia di sua natura impossibile, e che l’universo sia di propria natura incapace della felicità, la quale viene a essere un ente di ragione e una pura immaginazione degli uomini. E siccome d’altronde l’assenza della felicità negli esseri amanti se medesimi importa infelicità, segue che la vita, ossia il sentimento di questa esistenza divisa fra tutti gli esseri dell’universo, sia di natura sua, e per virtù dell’ordine eterno e del modo di essere delle cose, inseparabile e quasi tutt’uno colla infelicità e importante infelicità, onde vivente e infelice sieno quasi sinonimi. (3. Maggio. Festa della Invenzione della Santa Croce. 1825.). V. p. 4168.

Una corona d’oro, che, secondo una tradizione degli Ungheri era discesa dal cielo, e che conferiva a chi la portava un diritto incontrastabile al trono. Robertson Stor. del regno dell’Imp.  Carlo V. lib.10. traduz. ital. dal franc. Colonia 1788. t. 5. p. 440. Ecco pur finalmente il vero fondamento dei diritti al trono e della legittimità di tutti i Sovrani antichi e moderni. Esso consiste nella corona che portano. E chiunque la toglie loro e se la può mettere in capo, sottentra ipso facto nella pienezza dei loro diritti e legittimità. (3. Mag. 1825.)

[4138] Pauso as forse da un antico pauo o pavo (παύω, παύομαι), pausum. (7. Mag. 1825.)

 Quanto più l’uomo cresce (massime di esperienza e di senno, perchè molti sono sempre bambini), e crescendo si fa più incapace di felicità, tanto egli si fa più proclive e domestico al riso, e più straniero al pianto. Molti in una certa età (dove le sventure sono pur tanto maggiori che nella fanciullezza) hanno quasi assolutamente perduta la facoltà di piangere. Le più terribili disgrazie gli affliggeranno, ma non gli potranno trarre una lagrima. Questa è cosa molto ordinaria. Tanta occasione ha l’uomo di farsi familiare il dolore. (12. Maggio 1825.)

Ad ogni filosofo, ma più di tutto al metafisico è bisogno la solitudine. L’uomo speculativo e riflessivo, vivendo attualmente, o anche solendo vivere nel mondo, si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli, e sopra se stesso nei suoi rapporti cogli uomini. Questo è il soggetto che lo interessa sopra ogni altro, e dal quale non sa staccare le sue riflessioni. Così egli viene naturalmente ad avere un campo molto ristretto, e viste in sostanza molto limitate, perchè alla fine che cosa è tutto il genere umano (considerato solo nei suoi rapporti con se stesso) appetto alla natura, e nella università delle cose? Quegli al contrario che ha l’abito della solitudine, pochissimo s’interessa, pochissimo è mosso a curiosità dai rapporti degli uomini tra loro, e di se cogli uomini; ciò gli pare naturalmente un soggetto e piccolo e frivolo. Al contrario moltissimo l’interessano i suoi rapporti col resto della natura, i quali tengono per lui il primo luogo, come per chi vive nel mondo i più interessanti e quasi soli interessanti rapporti sono quelli cogli uomini; l’interessa la speculazione e cognizion di se stesso come se stesso; degli uomini come parte dell’universo; della [4139] natura, del mondo, dell’esistenza, cose per lui (ed effettivamente) ben più gravi che i più profondi soggetti relativi alla società. E in somma si può dire che il filosofo e l’uomo riflessivo coll’abito della vita sociale non può quasi a meno di non essere un filosofo di società (o psicologo, o politico ec.) coll’abito della solitudine riesce necessariamente un metafisico. E se da prima egli era filosofo di società, da poi, contratto l’abito della solitudine, a lungo andare egli si volge insensibilmente alla metafisica e finalmente ne fa il principale oggetto dei suoi pensieri e il più favorito e grato. (12. Maggio. Festa dell’Ascensione. 1825.)

Tetta, tettare ec. - τιτὴ ec.

Diminutivi positivati. Brachium - βραχίων quasi da un βράχιον o βράχιος o βράχιὸς ec. perduto. (21. Maggio Vigilia della Pentecoste. 1825.)

Παρ᾽ ὀλίγον διαϕϑαρείην. Joseph. de vita sua §. 59. (27. Mag. 1825.). §. 68. ϑάνατον αὐτοῦ παρ᾽ ολιγας ψήϕους κατέγνωσαν c. Apion. 2. 37. p. 493. lin. 7.

Kατὰ νώτον δ᾽ αὐτὸν λαμβάνουσιν οἱ ἐκ τῆς ἐνέδρας. Italianismo. Lo prendono (cioè lo colgono, lo soprapprendono) alle spalle. Joseph. de vita sua §. 72.

Senz’altro (niun) fine. Casa Istruz. al Card. Caraffa. opp.  t. 2. p. 4. lin. 19. ed. Ven. 1752.

Aὐτίκα per primum, luego ec. Pseudo-Joseph. de Maccabeis §. 1. fin. §. 3. p. 499. lin. 4. ante fin. (31. Maggio 1825.)

Grado-gradino. Pisum-pisello. Struffo-strufolo ec. V. Crus.

Monosillabi latini. Flo.

Arrischiato (Baldi Vita di Federigo di Montefeltro, Roma 1824. tom. 1. p. 89. princ.), arrisicato (Crus.) per che suole arrischiarsi, che si arrischia.

Disonorato, Inonorato, Inhonoratus ec. per disonorevole.

Honorus, inhonorus per honoratus, inhonoratus.

῎Eξω per praeter. Isocr. Paneg. ed. Cantabrig. 1729. p. 175. lin. 1.

[4140] Stella quasi astella o astellum da ἀστὴρ o da ἄστρον. (12. Luglio. dì di S. Gio. Gualberto. 1825.)

Tanto è necessaria l’arte nel viver con gli uomini che anche la sincerità e la schiettezza conviene usarla seco loro con artificio. (Milano. 22. Sett. 1825.)

Spasimato per spasimante. Crus. Entendu per intendente. Innamorato per che innamora. Petr. Son. Ma poi che ‘l dolce riso. v. penult. e Canz. Poi che per mio destino, stanza 5. v. 9.

Sì ch’io vo già della speranza altiero. Petr. Son. Quando fra l’altre dame. V. anche Sestina A qualunque animale, v. penult. e Canz. Sì è debile il filo, stanza 6. v. 2 e

Canz. Lasso me, st. 4. v. 9.

Gaio, gai franc. ec. - γαίων.

Miglio, milium ec. - millet, diminutivo positivato. Entrailles - ἔντερον, interiora ec. Ladrillo spagn. Laterculus ec. - later. Scalino - scala, scaglione ec.

Tra via, per in via. Petr. Son. A piè de’ colli. e altrove spessissimo fra via, e tra via, esso Petrarca, ed altri, prosatori e poeti.

Poi per εἶτα, cioè nondimeno ec. del che altrove. Petr. Son. Perch’io t’abbia guardato.

Eὐτὺ πρῶτον. Eupolis Comicus ap. Stob. λόγ. β’. p. 32. ed. princeps Gesneri, Tiguri 1543.

῾Hσσημέρον δὲ ἀνδρον οὐκ ἐϑέλουσιν αἱ γνῶμαι πρὸς τοὺς αὐτοὺς κινδύνους ὅμοιαι εἶναι.  Thucydid. ap.  Stob. serm. 6. περὶ δειλίας. (Milano. 22. Sett. 1825.) lib.2. in concione Phormionis. V. Plat. ed. Astii. t. 4. p. 228. lin. 12. p. 236. lin. 30. p. 358. lin. 20.23.

Se Dio facesse altro di me, vale, facesse alcuna cosa, nulla. Così, Machiavelli, Commedia in prosa senza titolo, opp.  Italia 1819. vol. e 6° at. 2. sc. 1. p. 328. Io guarderei molto ben chi egli fusse, prima ch’io facessi altro, cioè nulla, cioè cosa alcuna. Senza pensare altro, io mi avvierò là. ib. 2. 7. 337-8. E del vecchio eramo come certissimi che prestatomi indubitata fede, ne dovesse andar la senza pensare altro. Cioè nulla. 3. 1. 340. La padrona subito si spoglia, e senza pensare ad altro (a nulla) nel letto si corica. ib. 341. (Milano.).

[4141] AGGRESSER, v. a. (verbe actif). Attaquer, être aggresseur. Jean Molinet, Dicts et faits notables, p. 125. Articolo dell’Archéologie française par Charles Pougens, appendice à la suite de la lettre a. Paris 1821-25. tom. I. p. 48. (Bologna. 6. Ottobre. 1825.)

Dissimulato, Simulato, Dissimulé ec. per dissimulatore ec. V. Forcellini.

Nel corso del sesto lustro l’uomo prova tra gli altri un cangiamento sensibile e doloroso nella sua vita, il quale è che laddove egli per lo passato era solito a trattare per lo più con uomini di età o maggiore o almeno uguale alla sua, e di rado con uomini più giovani di se, perchè i più giovani di lui non erano che fanciulli, allora spessissimo si trova a trattare con uomini più giovani, perchè egli ha già molti inferiori di età, che non sono però fanciulli, di modo che egli si trova quasi cangiato il mondo dattorno, e non senza sorpresa, se egli vi pensa, si avvede di essere riguardato da una gran parte dei suoi compagni come più provetto di loro, cosa tanto contraria alla sua abitudine che spesso accade che per un certo tempo egli non si avveda ancora di questa cosa, e séguiti a stimarsi generalmente o più giovane o coetaneo dei suoi compagni, come egli soleva, e con verità, per l’addietro. (Bologna. 8. Ottobre. 1825.)

Chi di noi sarebbe atto a immaginare, non che ad eseguire, il piano dell’universo, l’ordine, la concatenazione, l’artifizio, l’esattezza mirabile delle sue parti ec. ec.? Segno certo che l’universo è [4142] opera di un intelletto infinito. - Ma sapete voi che dalla estensione e forza dell’intelletto dell’uomo, a un’estensione e forza infinita ci corre uno spazio infinito? L’intelletto umano non è atto a immaginare un piano come quello dell’universo. Ma un intelletto mille volte più forte ed esteso dell’umano, potrà pure immaginarlo. Non vi pare che possa? Dite dunque un intelletto maggiore dell’umano un millone di volte, un bilione, un trilione, un trilione di trilioni. Non arriverete mai ad un intelletto infinito, e però mai ad un intelletto grande, se non relativamente (giacchè un intelletto anche un trilion di volte maggior del nostro, non sarebbe già un intelletto grande per se, ma solo relativamente al nostro, e sarebbe infinitamente minore di un intelletto infinito), e però mai ad un intelletto divino. Lo stesso dico della potenza. L’uomo non può fare il mondo. Non però il farlo richiede una potenza infinita, ma solo maggiore assai dell’umana. Deducendo dalla esistenza del mondo la infinità e quindi la divinità del suo creatore, voi mostrate supporre che il mondo sia infinito, e d’infinita perfezione, e che manifesti un’arte infinita, il che è falso, e se ciò è falso, niente d’infinito si dee attribuire all’autore della natura. V. p. 4177. Lascio anche stare le innumerabili imperfezioni che si ravvisano, non pur fisicamente, ma metafisicamente e logicamente parlando, nell’universo. Del resto quello che nella struttura ec. del mondo e delle sue parti, p. e. di un animale, a noi pare ammirabile, e di estrema difficoltà ad essere immaginato, non fu infatti niente difficile. Le cose [4143] sono come sono perchè così debbono essere, stante la natura loro assoluta, o quella delle forze e dei principii (qualunque essi sieno) che le hanno prodotte. Se questa natura fosse stata diversa, se le cose dovessero essere altrimenti, altrimenti sarebbero, nè però sarebbero men buone e men bene andrebbero (o vogliamo dir più cattive e camminerebbero peggio) di quel che fanno ora che sono così come noi le veggiamo. Anzi allora questo che noi chiamiamo ordine e che ci pare artifizio mirabile, sarebbe (e se noi lo potessimo concepire, ci parrebbe) disordine e inartifizio totale ed estremo. Niuno artifizio insomma è nella natura, perchè la natura stessa è cagione che le cose vadan bene essendo ordinate in un tal modo piuttosto che in un altro, e questo modo non è necessario assolutamente all’andar bene, ma solo relativamente al tale e non altrimenti essere della natura, la quale se altrimenti fosse, le cose non andrebbero bene, non potrebbero conservarsi ec., se non con altro modo ec. (Bologna. 8. Ottobre. 1825.)

Eὐϑὺς per primum. Epictet. Enchirid. Cap. 5.

Kτῆσαι οὖν (para, acquire, compara tibi), ϕησὶν, ἵνα καὶ ἡμεῖς ἔχωμεν. Epictet. Enchirid. cap. 31.

Κᾂν σὺν τοὺτοις ἐλεῖν καϑήκῃ, ϕέρε τὰ γινόμενα. E se con queste cose, cioè con tutto questo, ti conviene andare, porta in pace quel che ti accadrà, che te ne accade. Così il Bartoli nel Mogol, con essere, per con tutto l’essere, non ostante l’essere. Italianismo di Epitteto, Enchiridio, cap. 52. (Bologna. 9. Ott. Domenica. 1825.). La stessa frase col senso medesimo si trova anche cap. 39. fin.

[4144] Tῷ μὲν σωματίῳ ( p.  σώματι) πάντα ἀδιάϕορα. M. Antonin. VI. 2. Del resto amant stoici extenuandarum rerum causa, deminutiva (Simpson not. in Epictet. c. 12.): e in Arriano et Epicteto diminutiva significant extenuationem et vilitatem ipsius rei, non autem parvitatem (id. ad c. 24.). V. p. 4145.

Museau - muso. Goupil o golpil, e per la femmina goupille, quasi vulpilla, cangiato al solito il v in g; antica voce francese per renard, appresso Pougens, Archéologie française, art. Goupil, con parecchi derivati, cioè goupiller verbo neutro, goupillage e goupilleur, dei quali pur si hanno esempi loc. cit. t.1. (Bologna. 10. Ott. 1825.)

Si sa quanto poco fossero considerate le donne presso i Greci e i Romani, e come il servirle e trattarle quasi superiori agli uomini, come si fa oggi, non avesse origine, secondo il Thomas (Essai sur les femmes), se non nei tempi cavallereschi dai costumi dei settentrionali conquistatori di Europa, i quali avevano un’antica loro superstizione che riguardava le donne come tante deità. Nondimeno pare che a tempo degl’Imperatori romani la condizione delle donne fosse già molto simile alla presente. Lascio le odi di Orazio e i libri di Ovidio, Tibullo, Properzio ec. Epitteto Enchirid. cap. 62. Aἱ γυναῖκες εὐϑὺς ἀπὸ τεσσαρεσκαίδεκα ἐτῶν ὑπὸ τῶν ἀνδρῶν κυρίαι καλοῦνται. τοιγαροῦν ὁρῶσαι ὅτι ἄλλο μὲν οὐδὲν αὐταῖς πρόσεστι, μόνον δὲ συγκοιμᾶσϑαι τοῖς ἀνδράσιν ἄρχονται καλλωπίζεσϑαι καὶ ἐν τούτῳ πάσας ἔχειν ἐλπίδασ. ad. Virg. En. 6.397. Suet. in Claud. c. 39. (Bologna. 1825. 10. Ottobre.). V. p. 4246.

Somiglianza di costumi antichi e moderni, ovvero antichità di costumi che si credono moderni. - La lucerna di terra cotta (fittile) [4145] di cui si era servito Epitteto, fu venduta per 3000 dramme. V. p. 4166. fin. I ricchi Ateniesi per lusso usavano di tener servi negri. Teofrasto Caratteri cap. 21. Terenz. Eunuch. 1. 2. 85. Auctor ad Herenn. IV. 50. Visconti Museo Pio Clem. t. 3. fig. 35. rappresentante la statua di un Negro servente al bagno. Negli spettacoli antichi si gridava da capo (αὖϑις) come da noi. V. le mie noterelle latine sul Simposio di Senofonte. Similmente di tenere in casa una scimmia o più d’una ancora. Ib. c. 5. V. p. 4170.4298.

Alla p. 4144. capoverso 1. In questo senso bisogna intendere quel luogo di Epitteto Enchirid. c. 24. τούτων ἐμοὶ οὐδὲν ἐπισεμαίνεται, ἀλλ᾽ ἢ τῷ κτησιδίῳ μου ἢ τῷ δοξαρίῳ ἢ τοῖς τέκνοις ἢ τῇ γυναικί.

E comandolle che senza altro (nulla) dire, per sua propria l’allevasse. Caro Gli Amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista, ragionamento primo, p. 6. ediz. di Crisopoli (Pisa) 1814. nel volume 2do della Collezione degli Erotici greci tradotti in volgare.

MORDILLER. Mordre légèrement et frequemment; faire un grand nombre de petites morsures. Pougens Archéologie française art. mordiller, Paris 1821-5. tom. 2. p. 29. Antica voce francese, adoperata anche da Scarron e dalla Sévigné, e inserita anche nel Dizionario dell’Accademia francese nell’ediz. del 1798.

Ella è cosa forse o poco o nulla o non abbastanza osservata che la speranza è una passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l’amor di se stesso, e il desiderio del proprio bene. Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo, eccetto quando la vita non si sente, come nel sonno ec. Disperazione, rigorosamente parlando, non si dà, ed è così impossibile a ogni [4146] vivente, come l’odio vero di se medesimo. Chi si uccide da se, non è veramente senza speranza, non più che egli odii veramente se stesso, o che egli sia senz’amor di se stesso. Noi speriamo sempre e in ciascun momento della nostra vita. Ogni momento è un pensiero, e così ogni momento è in certo modo un atto di desiderio, e altresì un atto di speranza, atto che benchè si possa sempre distinguere logicamente, nondimeno in pratica è ordinariamente un tuttuno, quasi, coll’atto di desiderio, e la speranza una quasi stessa, o certo inseparabil, cosa col desiderio. (Bologna. 18. Ottobre. 1825.).

Voleter per volitare. Gill. Durant antico poeta francese, ap.  Pougens Archéolog. franç. art. oiselet, tom. 2. p. 63. ed. Ét. Pasquier ap. lo stesso, t. 2. p. 162. art. Pucette. (Bologna. 19. Ott. 1825.)

Diminutivi greci positivati. Tεῦτλον-τεύτλιον, τευτλὶς ίδος; o vero σεῦτλον-σευτλίον, σευτλὶς ίδος.

Il genitivo per l’accusativo. Teofrasto Caratteri, cap. 16. περὶ δεισιδαιμονίας: δάϕνης εἰς τὸ στόμα λαβών, preso del lauro in bocca.

Faux-faucille. Clientolo. Truogo-truogolo-trogolo. Grillon. V. i Diz. francesi.

PILLOTER, verbe actif et neutre. Exercer de petits pillages multipliés; piller de côté et d’autre par petites portions. Antico verbo francese, col suo derivato pilloterie, ap.  Pougens, Archéologie française, art. pilloter, tom. 2. p. 119- 120. (21. Ottobre. 1825. Bologna.)

Contemptus, contemptior ec. per contemptibilis ec. Infamato per infame. V. Crus.

Profusus per che profonde. (Sallust. Catil. 5. alieni appetens, sui profusus). V. Forcell. Ital. profuso. Spagn. profuso. Franc. antico profus, ap.  Pougens, Archéologie française tom. 2. p. 152. art. profus. Inglese, profuse. Tutti nello stesso senso attivo. (Bologna. 23. Ott. Domenica. 1825.)

Vivuola-vivola viola: strumento musico, e fiore. Spagn. viHuela. V. la giunta L. nella Crus. Veron. all’articolo H. e la Crus. V. vivuola e gargagliare.

Kηλὶς ίδος, probabilmente diminutivo positivato.

[4147] Réviser, raviser franc. da aggiungersi al detto da me sopra divisare avvisare ec.

Rétentive per faculté de retenir, mémoire, substantif fém. antica voce francese presso Pougens Archéol. franç. tom. 2. p. 203. Appendice à la suite de la lettre R. art. Rétenteur. Retentiva spagn. e retentive ingl. col senso stesso. Da aggiungersi al detto altrove di retinere ec.

῎Aγνωστος per che non conosce, attivo, come in lat. ignotus, del che altrove. Teofrasto, Caratt. cap. 23. mezzo, dove male il Coray cogli altri interpreti lo spiega passivamente, inconnu. La Bruyere des gens qu’il ne connoît point et dont il n’est pas mieux connu. (Bologna. 26. Ottobre. 1825.) Trafelato per che trafela, trafelante. Scialacquato v. Crus. §. 1. e 2.

Moscolo, muschio-muscus, musco. Lucerta-lucertola, lucertolone ec.

Posidippe, rival de Ménandre, reproche aux Athéniens comme une grande incivilité leur affectation de considérer l’accent et le langage d’Athènes comme le seul qu’il soit permis d’avoir et de parler, et de reprendre ou de tourner en ridicule les étrangers qui y manquoient. L’atticisme, dit-il à cette occasion, dans un fragment cité par ce Dicéarque, ami de Théophraste, dont j’ai parlé plus haut (credo, nei Geografi greci minori si trova il pezzo di Dicearco), [11] est le langage d’une des villes de la Grèce; l’hellénisme celui des autres. I. G. Schweighaeuser, note 24. sur le Discours de La Bruyere sur Théophraste. Les Caractères de Théophraste, traduits par La Bruyere, avec des additions et des notes nouvelles par I. G. Schweighaeuser. Paris Renouard. 1856. tome 3e des oeuvres de La Bruyere, p.  LIII-IV. (Bologna. 26. Ottob. 1825.).

[4148] Verba plur. Autore del poema La Passione di Cristo N. S. attribuito al Boccaccio, presso il Perticari, opp.  Lugo 1823. vol. 3. p. 453. - Calcagna. Lineamenta. Sacca.

Ogli si disse anticamente per occhi (come periglio da periculum) (e quindi forse anche oglio per occhio), benchè manchi ne’ Vocabolari, e ciò con tre esempi provò il Perticari in una sua lettera, opp.  Lugo 1823. vol. 3. p. 577. nota. (Bologna. 1825. 27. Ott.)

Ronzino, ronzone, probabilmente diminutivi positivati. Così sillon, sillonner ec.

TROTTINER, trotter à petits pas. Antico verbo francese, portato anche nel Diz. di Richelet e in quello di Trévoux, e usato anche da Piron. Pougens, Archéol. franç. art. trottiner, t. 2. p. 249. - Sautiller.

Tance-tançon. Parole sinonime, francesi antiche, significanti action de tancer, de réprimander; gronderie, dispute, querelle. Id. ib. Appendice à la suite de la lett. T. art. Tanceur, t. 2. p. 251. (Bologna. 1825. 28. Ott.)

Pouvoir - francese antico pooir, sostantivo, come si vede ib. art. Triplication, t. 2. p. 248. Gengia gengiva.

Rado, rasum-raser francese, raschiare frequentativo-diminutivo quasi rasculare, raschiatura ec.

Adulater, antico verbo franc. per adulare, usato da Brantôme, Dam. gal., t. 1. p. 322. ap.  Pougens, Archéol. franç. Additions et corrections du tome premier, page 8. art. Aduler, tom.2. p. 274. (Bologna. 1825. 29. Ottob.).

Tournoyer frequentativo ec. come flamboyer ec. Numéroter.

Voglioloso, vogliolosamente. Freddoloso.

Nonpareil, o non pareil (v. i Diz. franc.) - Teofr. Caratt. cap. 28. ῾H δὲ πονηρία οὐδὲν ὅμοιον (il man. Vaticano ha οὐ ὅμοιον). La sua spilorceria, miseria (così va qui spiegato πονηρία) è cosa senza uguale, senza pari.

Enfantiller. Faire des enfantillages, jouer d’une manière enfantine. Antico verbo franc. ap.  Pougens Archéol. franç. Appendice à la suite de la lettre E, art. [4149] Enfantiller tom. 1. p. 194. - Fendiller (se). Se gercer, s’entr’ouvrir par de petites fentes ou crevasses. Antico verbo franc. ap.  le même, même ouvrage, art. Fendiller p. 202. tom. 1. et dans les Additions et corrections du tome premier, page 202. ligne 16. tom. 2. p. 300. (Bologna. 1825. 30. Ott.).

Strascinare - strascicare, strascico ec. Biasciare biascicare. Nota il Coray (Notes sur les Caractères de Théophraste, ch. 26. note 9. à Paris 1799. p. 314.) che παχὺς GROS signifie au figuré RICHE, citando appiè di pagina Schol. Aristoph. Vesp.  287 e però nel 26. capo dei Caratteri di Teofrasto, rende par PAUVRE le mot λεπτὸς qui signifie au propre MINCE ou MAGRE, in quelle parole cioè di Teofrasto sopra il partisan de l’oligarchie (περὶ ὀλιγαρχίας), καὶ ὡς αἰσχύνεται ἐν τῇ ῇἐκκλεσίᾳ (dice ὁ ὀλίγαρχος di se medesimo) ὅτ᾽ ἄν τις παρακάϑηται αὐτῷ λεπτὸς καὶ αὐχμῶν (pauvre, mal mis et sale. Coray). V. i Lessici in παχὺς. Similmente appunto noi diciamo grosso mercante, possidente grosso, famiglia grossa e simili, per ricca. (Bologna. 31. Ottobre. 1825.). V. i francesi e spagnuoli.

Soletto diminutivo positivato aggettivo, e così nell’antico francese, seulet. Timon, cest insigne et beau haysseur d’homme, qui, tant envieusement, mangea son pain seulet. Noël Dufail. Cont. d’Eutrapel (gros débat entre Lupold etc.) fol. 154. V. ap.  Pougens Archéol. franç. Additions et correct. tom.2. p. 302. à la page 243, ligne 6. du tome 1r. Coccola. Rastro-rastrello ec. Fraga-fragola. Cocuzzolo o cucuzzolo. Razzare-razzolare. Curata o corata coratella o curatella o coradella ec. V. la Crusca. Fiasco-flacon. Pila-pilon. V. i Diz. franc. Radium rayon. Io sono, si perdoni la metafora, un sepolcro ambulante, che porto dentro di me un uomo morto, un cuore già sensibilissimo che più non sente ec. (Bologna. 3. Nov. 1825.)

 

Note

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[1] Così diciamo l’amicizia altrui, la conoscenza altrui, le offese altrui e simili frasi dove l’altrui ha relazione a colui solo di cui si parla, sia persona o cosa, cioè in somma ridonda. E così mill’altre frasi.

[2] V. per es. Lucrez. l. 2. v. 9.

[3] Certo la puniz. porta seco più infamia che la colpa.

[4] Spagn. gloton, glotoneria, glotonear ec.

[5] Anche Cesare Dittat. fu divinizzato, con flamine ec. ec., dopo la morte almeno. V. gli storici e Sveton. in fine della sua vita.

[6] V. Saavedra Idea de un Principe politico Christiano, Amst. ap. Iansson Iuniorem. empresa 25. p. 225-6.

[7] Similm. discorrasi delle donne, in proporzione ec.

[8] Neo nes nevi netum.

[9] Farneticare.

[10] V. Hist. de l’Acad. des Sciences, an. 1734. p. 20-23. t. 1. ed. d’Amsterdam in 12.°

[11] V. Creuzer, Meletemata, dov’è il framm. di Dicearco.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 18 gennaio 2007