Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

 

[3902] Andare per essere del che altrove. Petr. Sestina 1 verso penult. E ‘l giorno andrà (sarà) pien di minute stelle Prima ch’ec. (24. Nov. dì di San Flaviano. 1823.)

A proposito del diminutivo positivato ποίμνιον, di cui altrove, si può notare che anche in francese il vocabolo che significa gregge, e particolarmente gregge di pecore (come ποίμνιον e ποίμνη) o di montoni, è originariamente diminutivo, cioè troupeau per troupe, la quale seconda voce equivarrebbe a grex che forse propriamente è generica come troupe, e significa moltitudine, adunanza ec. secondo che in latino e in italiano tuttogiorno s’adopera. (24. Nov. 1823.)

Monosillabi latini. Lac: idea primitiva ec. Gr. γάλα γάλακτος, dalla qual voce gli etimologi derivano la latina. (24. Nov. 1823.)

Dico altrove che la lingua ebraica non ha voci composte. Si eccettuino molti nomi propri, come Ab-raham, Beniamin, Mi-cha-el, Ierusalem (non è dell’antico ebraico) ec. e forse anche alcuni nomi, non propri, ma appellativi o cosa simile. (24. Nov. 1823.)

L’uomo che ha molta capacità e quindi facilità, prontezza e moltiplicità di assuefazione, per questa medesima causa ha altrettanta capacità, facilità ec. di dissuefazione. Viceversa nel caso contrario. E sempre proporzionatamente, anzi sempre ugualmente, alla misura dell’una capacità risponde quella dell’altra. L’una [3903] e l’altra o sono la cosa stessa diversamente considerata, o due effetti gemelli d’una stessa causa, che non può produr l’uno senza produr l’altro nel medesimo grado. Dalle medesime cagioni fisiche, morali ec. che producono l’assuefabilità di un uomo o dell’uomo ec. nasce altrettanta sua dissuefabilità. E dall’una si può argomentare all’altra. L’uomo è assuefabile; dunque egli è dissuefabile; o viceversa. Il tale individuo ha tanta capacità di assuefazione; dunque tanta di dissuefazione nè più nè meno.

Questo principio, il quale risulta ed è dimostrato e sviluppato dalle osservazioni da me fatte altrove, si dee notare diligentemente, perchè nel corso delle nostre teorie sarà forse suscettibile di molte applicazioni. (24. Nov. 1823.)

A ciò che ho detto altrove in proposito di pintar e dell’antico participio latino di pingo e de’ verbi simili, aggiungasi dipinto (non dipitto) sostantivo e aggettivo o participio, dipintura ec. peint, e quindi peintre, peinture ec. dépeint ec. Pitto per pinto, non è che degli scrittori. Abbiamo però pittura, pittore ec. Ma anche pintore, pintura. Gli spagnuoli pintor ec. Fitto per finto (universale tra noi) non so se mai fosse del volgo e della lingua parlata. Da finto, e non da fictus o fitto, finzione, fintamente ec. infinto. fractus franto infranto, enfreint ec. Abbiamo però anche fizione ec. I franc. feint ec. Gli spagnuoli fingido (fingitus primitiva forma) ec. Vinto, non vitto (victus) se non poeticamente, ed or neanche ben si direbbe in poesia. Gli spagnuoli vencido, i francesi vaincu, che rispondono al [3904] primitivo vincitus di vinco, secondo il detto altrove della mutazione dell’itus latino in u, nella desinenza di molti participii francesi ec. (24. Nov. 1823.)

Alla p. 3900. Incesso is ivi, (frequentativum ab INCEDO, dice il Forcell.). Quanto al suo preterito incessi (onde l’incesserint nell’esempio di Tacito hist. 3.77.), vedi il Forcell. in Incedo ne’ due ult. paragrafi, e confrontisi ciò ch’egli dice del perf. facessi in Facesso. (24. Nov. 1823.)

Incessare da incedere. V. il Forcell. in Incesso is, fine, e il pensiero antecedente, se vuoi. (24. Nov. 1823.)

Alla p. 3826. Il barbaro incapabilis (v. Forcell. e Gloss. ec.) o è voce falsa, o affatto barbara di formazione e fuor d’ogni regola, (come centomila simili delle latino-barbare, o delle moderne, anche in bilis), o dimostra un capo as atum, se non si dee leggere incapibilis da capitum (primitivo per captum), come io dubiterei. (24. Nov. 1823.)

Dice per dicono, aiunt, del che altrove. V. la Crusca in Fitto §. 3. esempio ult. e cercalo nel suo autore. (24. Nov. 1823.). Sta Orl. Innam. c. 37. st. 1, e non ha che far col proposito. (24. Nov. 1823.)

Ho detto che tutte le lingue nascendo dai volgari, le nostre sono nate dal latino volgare e parlato e non dal latino scritto. Da questo principio segue, fra gli altri molti, questo corollario che tutte le voci, frasi, significazioni ec. italiane, francesi spagnuole, e tutte le proprietà di queste tre lingue, o di qualunque di [3905] esse, che si trovano ancora, in qualsivoglia modo, nel latino scritto di qualunque età, e che nelle dette lingue non sono state introdotte dagli scrittori, dalla letteratura, da’ letterati, dalla favella de’ dotti o colti ec. nè passati dall’una di esse lingue nell’altra per qualunque mezzo, dopo essere in quella stati introdotti dagli scrittori o dal parlar letterato ec., ma che vengono originariamente dal semplice uso del favellare ec.; furono tutte proprie del latino volgare e parlato, non meno che dello scritto; e quindi chi cerca l’antico volgar latino, ha diritto di considerarle come sue parti e qualità ec. (24. Nov. 1823.)

Alla p. 3835. È da notare però che l’ubbriachezza ec. anche quando esalta le forze, e cagiona una non ordinaria vivacità ed attività ed azione esteriore o interiore, o l’uno e l’altro, sempre però o quasi sempre cagiona eziandio nel tempo stesso una specie di letargo, d’irriflessione, d’ἀναισϜεσία, ancorchè l’uomo per altra parte sia allora straordinariamente sensibile, e riflessivo e profondo sopra ogni cosa. [1] Ella infatti per sua proprietà trae l’uomo più o meno, ed in uno o in altro modo, fuor di se stesso, e in certa maniera, quando più quando meno, lo accieca, lo trasporta, lega le sue facoltà, ne sospende l’uso libero ec. Perciò appunto ella è ordinariamente piacevole, perocchè sospendendo o scemando in certo modo il sentimento della vita nel tempo stesso ch’ella accresce la forza, l’energia, l’intensità, il grado, la somma, la vitalità d’essa vita, sospende o scema o rende insensibile o men sensibile l’azione, l’effetto, l’efficacia, [3906] le funzioni, l’attualità dell’amor proprio, e quindi il desiderio vano della felicità ec., secondo il detto nella mia teoria del piacere sopra l’essenziale piacevolezza di qualunque assopimento, in quanto sospensivo del sentimento della vita, e quindi del sentimento, anzi dell’attuale esistenza dell’amor proprio, e del desiderio della felicità. L’ubbriachezza e tutto ciò che le si assomiglia o le appartiene ec. è piacevole per sua natura, principalmente in quanto ell’è (per sua natura) assopimento. [2] Massime che questo nasce allora dall’eccesso medesimo della vita e del sentimento di lei, il qual eccesso è nella ubbriachezza quello che scema e mortifica più o meno esso sentimento (secondo che il troppo è padre del nulla, come altrove) e quasi estingue l’animo. (V. Victor. Commentar. in Aristot. Polit. Flor. 1576. pag. ult. lin. 5. 6.).Ond’è sommamente piacevole per se stesso, astraendo dalle circostanze che possono produrre in qualche parte il contrario, e dall’altre qualità, ed effetti, anche essenziali, dell’ubbriachezza ec. ec. fra tutti gli assopimenti quello prodotto dall’ubbriachezza e simili cause, perch’esso solo include, suppone e porta seco ed ha per madre l’abbondanza relativa della vita e del sentimento di lei, la qual vita e sentimento è per natura e necessità supremamente piacevole al vivente, come altrove in più luoghi, se non che negli altri casi la maggior vita e il maggior sentimento di essa è proporzionatamente maggiore amor proprio, e quindi desiderio di felicità, e questo vano, e quindi maggiore infelicità ec. (24. Nov. Festa di S. Flaviano 1823.)

Alla lista de’ verbi frequentativo-diminutivi, disprezzativi, vezzeggiativi ec., frequentativi o diminutivi semplicemente ec. italiani, data da me altrove, aggiungi: in ettare, come da balbo, balbettare. (25. Nov. 1823.)

[3907] Alla p. 2924. Personale: ταῦτα μὲν οὕτως ἕχει, οὕτως ἐχέτω ec. ec. Impersonale εἵπερ τὸν τρόπον τοῦτον (se così è). Aristot. Polit. Flor. 1576. p. 557. fin. ἐν αἰγύπτῳ τε γὰρ ἕχει τὸν τρόπον τοῦτον p. 590 fin. ὅπου μὴ τοῦτον  ἕχει τὸν τρόπον τοῦτον p. 595.3 In italiano non credo che avere per essere sia mai veramente impersonale. Ci ha molti è il singolare pel plurale, come in greco co’ nomi neutri, e in italiano, massimo antico o volgare, assai spesso. Dunque in questa frase v’è la persona, cioè molti. Ebbevi di quelli che ec. Si sottintende alcuni. Pur questa frase (e simili) per se stessa è impersonale, e può chiamarsi così, giacchè in origine in tutte le frasi impersonali qualche cosa si sottintende, come nelle soprascritte greche τὰ πρὰγματα e simile. (26. Nov. 1823.)

Diminutivi positivati. Cultellus (coltello, couteau ec. V. i Diz. in coutre. Trovo in 2. lett. di Feder. II. coutelet, per coltellino.) cultellare, cultellatus ec. V. Forcell. (26. Nov. 1823.)

Alla p. 3819. I nomi latini neutri della 3. che hanno l’accusativo come il nominativo, e ben diverso dall’ablativo, si vede che nelle nostre lingue non hanno a far niente (in generale) cogli ablativi latini, ma ben co’ nominativi e accusativi Come tempus-tempore, tempo, temps ec.; semen-semine, seme ec., ec. (26. Nov. 1823.)

Bisogna notare che i diminutivi positivati (verbi o nomi ec.) da me raccolti non sieno di senso neanche frequentativo, nè disprezzativo, nè vezzeggiativo, nè simile, eccetto se tale non fosse anche quello del positivo, al quale esso deve insomma essere totalmente conforme. Misculare (a proposito di cui ho preso a discorrere de’ diminutivi [3908] positivati) a principio ebbe forse un senso frequentativo, che poi perdè, restandogli quello del positivo. E così gli altri, ciascuno de’ quali (nomi o verbi) in origine dovettero in qualunque modo differire nel senso dai positivi. Del resto i verbi in ulare ec. propriamente sono diminutivi e perciò spettano al mio discorso. Hanno però talora un senso simile al frequentativo (come tanti verbi italiani altrove da me notati), ma non perciò si possono men giustamente porre fra’ diminutivi, giacchè solo dalla diminuzione ricevono quel tal potere di significar la frequenza ec. il qual significato è come una specie de’ significati diminutivi ec. (26. Nov. 1823.). v. 1823

Alla p. 3520. E bene spesso l’irriflessione de’ fanciulli, degl’ignoranti, degl’inesperti ec. fa quello stesso, e così perfettamente, o assai meglio ancora, che può fare e fa la riflessione, la prudenza, la provvidenza, l’accorgimento, l’abilità, la prontezza ec. e la presenza di spirito acquistata a forza di pratica ec. trova gli stessi partiti che potrebbe abbracciare dopo maturissima considerazione l’uomo il più riflessivo, e dov’è bisogno di prontezza, con altrettanta e maggior prontezza li trova e li eseguisce, che possa fare l’abito della riflessione ec. (26. Nov. 1823.)

Causare per accusare, accagionare, del che altrove in proposito dell’antico lat. cuso. Machiavelli Vita di Castruccio Castracani, non molto avanti il mezzo, tutte le Opere, 1550, parte 2.a p. 73. principio. Occorse in questi tempi che il popolo di Roma cominciò a tumultuare per il vivere caro, causandone l’assenza del Pontifice che si trovava in Avignone, et biasimavono i governi Tedeschi. (26. Nov. 1823.)

[3909] Alla p. 3753. E forse del resto, puellus è contrazione di puerulus, che pur si dice; e allo stesso modo nigellus di un nigerulus, e fratello è per fraterulus, culter cultri-cultellus, e tutti i simili similmente. (26. Nov. 1823.)

Alla p. 3310. Quanto influisca sempre l’immaginazione, l’opinione, la prevenzione ec. sull’amore anche corporale, sui sentimenti che un uomo prova in particolare verso una donna, o una donna verso un uomo, è cosa notissima. E in particolare ha forza sull’amore, non solo platonico o sentimentale, ma eziandio corporale verso gl’individui particolari, tutto ciò che ha del misterioso, e che serve a rendere poco noto all’amante l’oggetto del suo amore, e quindi a dar campo alla sua immaginazione di fabbricare, per dir così, intorno ad esso oggetto. Perciò moltissimo contribuisce all’amore e al desiderio anche corporale, tutto ciò che ha relazione ai pregi o alle qualità comunque amabili dell’animo nell’oggetto amabile, e in particolare un certo carattere profondo, malinconico, sentimentale, o un mostrar di rinchiudere in se più che non apparisce di fuori. Perocchè l’animo e le sue qualità, e massimamente queste che ho specificate, son cose occulte, ed ignote all’altre persone, e dan luogo in queste all’immaginare, ai concetti vaghi e indeterminati; i quali concetti e le quali immaginazioni congiungendosi al natural desiderio che porta l’individuo dell’un sesso verso quello dell’altro, danno un infinito risalto a questo desiderio, accrescono strabocchevolmente [3910] il piacere che si prova nel soddisfarlo; le idee misteriose e naturalmente indeterminate, che hanno relazione all’animo dell’oggetto amato, che nascono dalle qualità e parti apparenti del suo spirito, e massime se da qualità che abbiano del profondo e del nascosto e dell’incerto, e che promettano o dimostrino altre lor parti o altre qualità occulte ed amabili ec., queste idee dico, congiungendosi alle idee chiare e determinate che hanno relazione al materiale dell’oggetto amato, e comunicando loro del misterioso e del vago, le rendono infinitamente più belle, e il corpo della persona amata o amabile, infinitamente più amabile, pregiato, desiderabile; e caro quando si ottenga. Generalmente una delle grandi cagioni che hanno prodotto il sentimentale, l’amore spirituale ec., oltre quella notata nel pensiero a cui questo si riferisce, si è che gli uomini civilizzandosi di più in più, e sempre colla stessa proporzione acquistandone ed aumentandosene di consistenza, di efficacia, di valore, d’importanza, di estensione, di attività, d’influenza, forza, e potere, di facoltà, la parte spirituale ed interna dell’uomo, si è venuto primieramente a riconoscere e supporre nell’uomo una parte nascosta e invisibile che i primitivi o non supponevano affatto o molto leggieramente, e poco distintamente dalla parte visibile e sensibile; poscia a considerarla altrettanto quanto la parte esteriore; poi più di questa, e di mano in mano tanto più, che oggimai nell’uomo e in ciascuno individuo umano, se la natura non ripugnasse (la quale all’ultimo [3911] non può mai totalmente essere nè spenta nè superata) non altro quasi si considererebbe che l’interiore, e per uomo non s’intenderebbe in nessun caso altro che il suo spirito. Ora in proporzione di questa spiritualizzazione delle cose, e della idea dell’uomo, e dell’uomo stesso, è cominciata e cresciuta quella spiritualizzazione dell’amore, la quale lo rende il campo e la fonte di più idee vaghe, e di sentimenti più indefiniti forse che non ne desta alcun’altra passione, non ostante ch’esso e in origine, e anche oggidì quanto al suo fine, sia forse nel tempo stesso e la più materiale e la più determinata delle passioni, comune, quanto alla sua natura, alle bestie, ed agli uomini i più bestiali e stupidi ec. e che meno partecipano dello spirito. Fino a tanto che giunta in questi ultimi tempi al colmo la spiritualizzazione delle cose umane, è, si può dir, nato a nostra memoria, o certamente in questi ultimi anni si è reso per la prima volta comune quell’amore che con nuovo nome, siccome nuova cosa, si è chiamato sentimentale; quell’amore di cui gli antichi non ebbero appena idea, o che sotto il nome di platonico, apparendo talora in qualche raro spirito, o disputandosene tra’ filosofi e gli scolastici, è stato finora riputato o una favola e un ente di ragione e chimerico, o un miracolo, e cosa ripugnante alla universal natura, o un impossibile, o una cosa straordinarissima, o una parola vuota di senso, e un’idea confusa; e veramente ella è stata, si può dir, tale finora, cioè confusissima e da’ filosofi piuttosto nominata che concepita, e da’ più savi, come tale, derisa e stimata incapace di mai divenir [3912] chiara. Questa eccessiva moderna spiritualizzazione dell’amore, la quale con proprio vocabolo chiamiamo amore sentimentale, risponde alla suprema spiritualizzazione delle cose umane, che in questi ultimi tempi ebbe ed ha luogo.

E come dalla spiritualizzazion delle cose umane sia nata e dovuta nascere, e seco sempre in esatta proporzione crescere, e finalmente venire al colmo la spiritualizzazione dell’amore, e quindi il vago e l’indefinito che ora è proprio di questa passione e de’ sentimenti dell’un sesso verso l’altro, è manifesto e facile a spiegare colle cose predette. L’uomo da principio, siccome in se stesso e negli altri uomini, così naturalmente anche nella donna, e viceversa la donna nell’uomo, non consideravano che l’esteriore. Ma col principiar della civilizzazione, nascendo l’idea dello spirito, a causa della forza ed azione che la parte interna incominciava ad acquistare e sviluppare, e di mano in mano, come questa parte all’esterna, così l’idea dello spirito a quella del corpo, prima agguagliandosi, e poi appoco a poco strabocchevolmente prevalendo, l’individuo dell’un sesso in quello dell’altro dovette necessariamente prima incominciare a considerare anche lo spirito, e poi seguendo, considerarlo quanto il corpo, e finalmente più del corpo medesimo, almeno in un certo senso e modo. Sicchè l’oggetto amabile dell’un sesso fu all’individuo dell’altro, non più un oggetto semplicemente materiale, come in principio, ma un oggetto composto di spirito e di corpo, di parte occulta e di parte manifesta, e poscia di mano in mano un oggetto più spirituale che [3913] materiale, più occulto e immaginabile che manifesto e sensibile, più interiore che esteriore. E come le idee che hanno relazione alla parte interna ed occulta dell’uomo, sono naturalmente vaghe ed incerte, quindi l’idea dell’oggetto amabile, considerato nel detto modo, cominciò necessariamente ad avere del misterioso, congiungendosi in essa idea la considerazion dello spirito a quella del corpo; e acquistando di mano in mano la prima considerazione sopra la seconda, sempre più misteriosa ne dovea divenire l’idea dell’oggetto amato, sino ad aver finalmente più del mistico, dell’incerto e del vago, che del chiaro e determinato. Così i sentimenti e le idee che appartengono alla passion dell’amore, pigliarono sempre più dell’indefinito a proporzion della civilizzazione (e quindi essa passione divenne, non v’ha dubbio, incomparabilmente più dilettosa); tanto che, quantunque il principio dell’amore sia quel medesimo necessariamente oggi che fu ne’ primitivi, che è ne’ selvaggi, che è e fu sempre ne’ bruti, ed altrettanto materiale e animale, nondimeno essa passione adunando in se lo spirituale col materiale, è divenuta così diversa da quelle, che certo l’amor propriamente sentimentale non sembra aver nulla che fare nè coll’amore de’ selvaggi, nè con quello dei bruti, ma essere di natura e di principio e di origine affatto diverso e distinto. Ed oggidì anche l’amore il meno platonico e il più sensuale pur tiene necessariamente nelle sue idee e ne’ suoi sentimenti assaissimo dello spirituale, e quindi dell’immaginoso, e quindi del vago e dell’indefinito; e nell’oggetto amato [3914] o goduto o amabile anche la persona più brutale sempre considera alquanto e in qualche modo una parte occulta di esso oggetto che accompagna ed anima e strettamente appartiene, abbraccia ed è congiunta a quella parte e a quelle membra che egli desidera, o ch’ei si gode, o ch’ei riguarda come amabili e desiderabili; perchè in fatti quella parte vi è, ed ha grandissima parte nell’essere di quell’oggetto, e l’interno è una grandissima porzione di questo, per brutale o insensato che anch’esso si sia; e l’amante il vede assai bene tuttodì. Parlo di oggetti amati e di amanti che quantunque brutali, o incolti, e poco esistenti per lo spirito, pur sieno de’ civili.

Del resto, tornando al primo proposito, come l’immaginazione e il mistero particolare ec. influisce sommamente e modifica ec. l’amore anche il più corporale verso gl’individui particolari d’altro sesso (o anche del medesimo sesso, secondo l’uso de’ greci), così l’immaginazione e il mistero generale derivante dall’uso delle vesti, influì nel modo che si è detto nel pensiero a cui questo si riferisce, e sempre e del continuo influisce generalmente sopra l’amore e i sentimenti (anche i più materiali per principio, per iscopo ec.) dell’un sesso verso l’altro, considerato tutto insieme. E come la considerazione dello spirito che è cosa occulta, influisce su quella del corpo, e rende misteriosi e vaghi i sentimenti e le idee che da questo naturalmente e principalmente hanno origine, ed a questo propriamente, benchè or più or meno apertamente e immediatamente e principalmente si riferiscono; così la considerazione del corpo divenuto anch’esso cosa, per la maggior sua parte, occulta e sottoposta all’immaginazione altrui più ch’ai sensi, rende misteriosi ec. e spiritualizza nel modo il più naturale i sentimenti e le idee ec.: e da una causa tutta materialissima nasce [3915] un effetto che ha dello spiritualissimo, del semplicemente spirituale, del più spirituale ch’alcuno altro ec.

Quanto poi l’immaginazione, l’opinione, la preoccupazione e cento cause affatto e per lor natura e principio aliene ed estrinseche ai soggetti medesimi, influiscano e possano sull’amore e sui sentimenti dell’un sesso verso l’altro ne’ casi particolari, mi basti considerarne fra gl’infiniti, un esempio. Suppongansi un fratello e una sorella, ambo giovanissimi, bellissimi, sensibilissimi, e per ogni parte dispostissimi, ed espertissimi eziandio, dell’amore verso gl’individui d’altro sesso. Supponghiamo che dopo lunga assenza, si riveggano l’un l’altro, e ponghiamo che ciò sia in tempi o in circostanze che il lor cuore, la loro sensibilità, la loro facoltà di passione non sieno state per niun modo blasées, usées, istupidite, indebolite ec. o dal commercio del mondo o da checchè sia. Certo è ch’essi proveranno l’un verso l’altro de’ sentimenti vivissimi, tenerissimi, amorosissimi, piangeranno di affetto ec. Ma in questa passione o momentanea o durevole che proveranno l’uno verso l’altro, benchè certamente v’avrà molto di corporale, perchè gli ho supposti bellissimi e giovanissimi, oltre sensibilissimi, non v’avrà però nulla di sensuale, e quel corporale prenderà forma della più spiritual cosa del mondo; e non per tanto la detta passione, come dall’amor sensuale di qualsivoglia specie, così sarà di genere e di natura sensibilissimamente diverso da qualunque di quegli amori verso un altro sesso, che si chiamano sentimentali, incominciando [3916] dal più imperfetto, fino al più puro, spirituale, platonico, ed apparentemente più casto ed angelico, insomma il più veramente e semplicemente sentimentale che si possa trovare o pensare. Ed essi medesimi o espressamente o implicitamente si accorgeranno di questa differenza in modo che non sarà loro possibile di confondere neanche per un momento quella passione che allor proveranno con nessuna di quelle altre, le quali pur saranno capacissimi di provare, come ho supposto, e quindi ben le concepiranno, e di più le avranno effettivamente provate, come ho anche supposto. Anzi voglio anche supporre che ambedue si trovino attualmente in una di queste altre passioni, e che sia delle vivissime dall’un lato, e dall’altro delle più pure e sentimentali possibili. Nè questa nocerà a quella, nè essi lasceranno di sentire, in modo da non poter dubitarne, una decisa ed intera differenza di specie dall’una all’altra. Certo è che tutte queste supposizioni non sono chimeriche, e che generalmente parlando, si son date e si danno effettivamente nelle nazioni civili delle passioni di amore vivissime, tenerissime, purissime costantissime, tra fratello e sorella, belli e giovani; di un padre verso una figlia bellissima, di una madre ec. e così discorrendo; e che queste passioni possono essere e furono e sono distintissime da qualunque altra di quelle che si provano o possono provare verso gl’individui d’altro sesso. Certo è insomma che si dà un amor fraterno, un amor paterno ec. più o men vivo, ma anche vivissimo e tenerissimo [3917] tra persone diverse di sesso, il quale è sensibilissimamente e totalmente distinto da qualunque altro di quegli amori più propriamente detti, che si provano verso gl’individui d’altro sesso verso i quali essi non sono vietati da certe leggi, pretese naturali, cioè dall’opinione ec. Si dà, dico, il detto amore nelle persone civili, o semicivili ec. cioè in quegli uomini in cui possono le leggi e quindi le opinioni relative ec. E si dà or più or meno durevole; più frequentemente però poco durevole (nel suo stato di così vivo e tenero, e di così distinto nel tempo stesso da quegli altri amori): ma basta al nostro argomento ch’esso sia e possibile e sovente (e foss’anche stato una sola volta) reale, eziandio per un solo istante. (Del resto, tutto ciò non toglie che non si dieno e si sien dati forse anche più spesso amori o sensuali o sentimentali, ma d’altro genere, tra fratelli e sorelle, padri e figlie, madri e figli ec. eziandio civilissimi.)

Or da queste osservazioni si deduce 1° parlando dell’amore tra l’un sesso e l’altro generalmente, come esso dipenda e sia modificato, senza alcuna influenza della natura propria, dall’immaginazione e dall’opinione. Poichè quel fratello che alla vista di quella tal persona, se non fosse stata sua sorella, anzi pur solamente s’esso non lo avesse saputo, avrebbe certo provata tutt’altra specie di amore, o se non altro, si sarebbe sentito spinto o capace di tutt’altra specie di sentimenti verso lei; solo per sapere e pensare quella essere sua sorella, prova un amore e una sorta di sentimenti di diversissima e distintissima specie. Giacchè che questa differenza e il provar questi sentimenti e il non provar quelli, sia effetto dell’opinione e prevenzione ec., e non di un secreto istinto [3918] naturale, come dicono, per modo che quel fratello, anche non sapendo quella essere sua sorella, dovesse provare affetto (ancorchè menomo) verso lei, e questo fraterno, e non provare affetto d’altra sorta, e così un padre verso una figlia ignota, o verso un figlio del medesimo sesso, e cose simili, sono tutte stoltezze, e dimostrate per falsissime, oltre dalla ragione, da mille esperimenti.

2. Le dette osservazioni servono d’altro esempio confermante la prima mia proposizione, cioè quante passioni sentimenti ec. anche tenerissimi ec. che paiono assolutamente naturali, anzi pure quante specie di passioni assolutamente e per origine e principio sieno puri effetti di circostanze, opinioni ec. e di accidenti che in natura non avrebbero avuto luogo. Infatti questo amor fraterno o paterno ec. verso individui d’altro sesso, così vivo per una parte, e per l’altra così distinto dagli altri amori verso il sesso differente, anche da’ più puri, sembra bensì la più natural cosa del mondo, eppure è mero effetto delle circostanze, delle opinioni, delle leggi, le quali sono le vere madri di questa sorta di amore, che non par poter essere altro che opera e figlia della natura, e questa averla messa negli animi di propria mano, laddove senza le opinioni, costumi e leggi essa sorta di amore non avrebbe esistito, almeno in quel tal grado ec., e il genere umano ne sarebbe al tutto inesperto, e non saprebbe che cosa ella si fosse. Siccome accade veramente ne’ selvaggi ec. che non abbiano leggi o costumi relativi ec. i quali non faranno mai difficoltà di usare colle sorelle, e amandole vivamente ciò non [3919] sarà in altra guisa che carnalmente (poichè essi non sono capaci nemmeno degli altri amori sentimentali), altrimenti non le ameranno, o solo leggermente e senza trasporto, e come e in quanto compagne abituate fin dalla nascita a convivere seco loro, come accade anche agli altri animali verso i loro abituali compagni, senza alcuna relazione alla conformità del sangue, e senza che questa abbia alcuna parte nel produrre quell’affezione, eccetto in quanto ella può esser causa di somiglianza ec. che serve all’amicizia, e in quanto ad altre circostanze estrinseche, e in somma diverse dalla semplice e propria consanguineità per se stessa, benchè sieno anche suoi effetti. E tale non calda amicizia avrà luogo, come tra gli animali, così tra’ selvaggi (ed anche tra noi), più tra’ compagni abituati a vivere insieme, che tra’ fratelli, o tra padri e figli, posto il caso che questi non abbiano avuto o non abbiano tale abitudine, ed altri ed alieni sì. Perocchè essa amicizia è tra loro in quanto compagni abituati (accidente, e cosa i cui effetti appartengono all’assuefazione), non in quanto consanguinei, o in quanto simili di naturale, di carattere, inclinazioni, età ec., non in quanto consanguinei ec. ec. Del resto quel che ho detto dell’amor fraterno o paterno ec. tra individui di sesso diverso si stenda ancora a quello tra fratello e fratello, padre e figlio ec., chè anch’esso in grandissima parte è opera ed assoluta creatura, o delle leggi, costumi, opinioni ec. o dell’assuefazioni, del convitto, della somiglianza, e di cose diverse insomma dalla consanguineità per se stessa. Massime un amor vivo, sentimentale, tenero, fervido ec. Il quale parimente non suol [3920] aver luogo che ne’ civili ec. Tra’ selvaggi, come tra gli animali, l’amore, o almeno l’amor vivo tra’ genitori e’ figliuoli, anzi de’ genitori verso i figliuoli, non dura se non quanto è bisogno alla conservazione di questi ec. [3] In quel tempo egli è veramente naturale e d’istinto ec. Ma i selvaggi per barbarie non lasciano di avere talora anche in costume di abbandonare i figli appena nati, o poco appresso ec. di esporli ec. ec., come anche usavano molti antichi civili, e come pur troppo s’usa anche oggi tra noi in mille casi ec. ec.; e Rousseau espose o tutti o non pochi de’ figli che ricevette dalla sua Teresa Levasseur ec., cose tutte ignote in qualunqu’altra specie di animali, e contro natura se altra mai, e di cui non è capace se non l’uomo ridotto comunque in società, cioè corrotto, e perniciose di lor natura alla specie ec. ec. Puoi vedere Aristot. Polit. Florent. 1576. lib.7. p. 638-40. dove si dà per legge conveniente e necessaria alle repubbliche l’esposizione dei figli, non solo imperfetti, come in Lacedemone, ma eziandio generati dopo una certa età ec., e di più dove l’esposizione per legge non sia permessa, si consiglia e prescrive da quel filosofo l’ᾄμβλοσις artificiale e volontaria, ec. E vedi anche i commentari del Vettori ai detti luoghi. (26. Nov. 1823.)

Ortografia italiana peccante per latinismo. Machiavelli in una dell’edizioni della testina (che sono le originali, e dove l’ortografia non è rimodernata, come poi, per altre mani) scrive mille voci difformemente per latinismo, benchè certo al suo tempo non si pronunziassero così, ma come oggi ec., per esempio Pontifice (par. 2. p. 73. principio e in tutta la storia, ec.) e simili. (26. Nov. 1823.)

[3921] Dico altrove in più luoghi che gli uomini e i viventi più forti o per età o per complessione o per clima o per qualunque causa, abitualmente o attualmente o comunque, avendo più vita ec. hanno anche più amor proprio ec. e quindi sono più infelici. Ciò è vero per una parte. Ma essi sono anche tanto più capaci e di azion viva ed esterna, e di piaceri forti e vivi. Quindi tanto più capaci di viva distrazione ed occupazione, e di poter fortemente divertire l’operazione interna dell’amor proprio e del desiderio di felicità sopra loro stessi e sul loro animo. La qual potenza ridotta in atto è uno de’ principalissimi mezzi, anzi forse il principal mezzo di felicità o di minore infelicità conceduto ai viventi. (Io considero quelli che si chiamano piaceri come utili e conducenti alla felicità, solo in quanto distrazioni forti, e vivi divertimenti dell’amor proprio, (chè infatti essi non sono utili in altro modo) e tanto più forti distrazioni, quanto più vivi e forti sono essi piaceri, così chiamati, e maggiore il loro essere di piacere, e la sensazion loro più viva. I deboli sono incapaci di piaceri forti, o solo di rado e poco frequenti, e men forti sempre che non ne provano i vigorosi, perchè la lor natura non ha la facoltà o di sentire più che tanto vivamente, o di sentire piacevolmente quando le sensazioni sieno più che tanto vive.) Se l’uomo forte in qualunque modo, è privo, per qualunque cagione, di piaceri, o di piaceri abbastanza forti, e di sensazioni vive, e di poter mettere in opera la sua facoltà di azione, o di metterla in opera più che il debole, egli è veramente più infelice che il debole, e soffre [3922] di più. Perciò, fra le altre cose, nel presente stato delle nazioni e quanto alla sua natura, i giovani sono generalmente più infelici dei vecchi, e questo stato è più conveniente e buono alla vecchiezza che alla giovanezza. L’uomo forte è meno infelice del debole in uguali dispiaceri e dolori; più infelice s’egli è privo di piaceri, o di piaceri più vivi e frequenti che non son quelli del debole. Egli è più atto a soffrire, e meno atto a non godere; o vogliamo dire men disadatto all’uno, e più di sadatto all’altro.

Ma oltre di tutto ciò, bisogna accuratamente distinguere la forza dell’animo dalla forza del corpo. L’amor proprio risiede nell’animo. L’uomo è tanto più infelice generalmente, quanto è più forte e viva in lui quella parte che si chiama animo. Che la parte detta corporale sia più forte, ciò per se medesimo non fa ch’egli sia più infelice, nè accresce il suo amor proprio, se non in quanto il maggiore o minor vigore del corpo è per certe parti e rispetti, e in certi modi, legato e corrispondente e proporzionato a quello della parte chiamata animo. Ma nel totale e sotto il più de’ rispetti, tanto è lungi che la maggior forza del corpo sia cagione di maggiore amor proprio e infelicità, che anzi questa e quello sono naturalmente in ragione inversa della forza propriamente corporale, sia abituale sia passeggera. L’amor proprio e quindi l’infelicità sono in proporzione diretta del sentimento della vita. Ora accade, generalmente e naturalmente parlando, che ne’ più forti di corpo la vita sia bensì maggiore, ma il sentimento della vita minore, e tanto minore quanto maggiore si è e la somma della vita e la forza. Ne’ più deboli di corpo viceversa. O volendoci esprimere in altro modo, e forse più chiaramente, ne’ più forti [3923] di corpo la vita esterna è maggiore, ma l’interna è minore; e al contrario ne’ più deboli di corpo. Infatti è cosa osservata che generalmente, naturalmente, e in parità di altre circostanze, le nazioni e gl’individui più deboli di corpo sono più disposti e meno impediti a pensare, riflettere, ragionare, immaginare, che non sono i più forti; e un individuo medesimo lo è più in uno stato e tempo di debolezza corporale o di minor forza, che in istato di forza corporale, o di forza maggiore. Gli uomini sensibili, di cuore, di fantasia; insomma di animo mobile, suscettibile, e più vivo in una parola che gli altri, sono delicati e deboli di complessione, e ciò così ordinariamente, che il contrario, cioè molta e straordinaria sensibilità ec. in un corpo forte, sarebbe un fenomeno. [4] La vita è il sentimento dell’esistenza. Questo è tutto in quella parte dell’uomo, che noi chiamiamo spirituale. Dunque la maggiore o minor vita, e quindi amor proprio e infelicità, si dee misurare dalla maggior forza non del corpo ma dello spirito. E la maggior forza dello spirito consiste nella maggior delicatezza, finezza ec. degli organi che servono alle funzioni spirituali. Delicatezza d’organi difficilmente si trova in una complessione non delicata; e viceversa ec. La delicatezza del fisico interno corrisponde naturalmente ed è accompagnata da quella dell’esterno. Di più la forza del corpo rende l’uomo più materiale, e quindi propriamente parlando, men vivo, perchè la vita, cioè il sentimento dell’esistenza, è nello spirito e dello spirito. Così le passioni ed azioni, le sensazioni e piaceri ec. materiali, tanto più quanto sono più forti; (rispettivamente alla capacità ed agli abiti fisici e morali, ec. dell’individuo); le attuali attualmente, le abituali abitualmente. Le sensazioni materiali in un corpo forte, o in un individuo che per esercizio o per altra [3924] cagione ha acquistato maggior forza corporale ch’ei non aveva per natura, o in un corpo debole che si trovi in passeggero stato di straordinaria forza, sono più forti, ma non perciò veramente più vive, anzi meno perchè più tengono del materiale, e la materia (cioè quella parte delle cose e dell’uomo che noi più peculiarmente chiamiamo materia) non vive, e il materiale non può esser vivo, e non ha che far colla vita, ma solo colla esistenza, la quale considerata senza vita, non è capace nè di amor proprio nè d’infelicità. Così la materia non è capace di vita, e una cosa, un’azione, una sensazione ec. quanto è più materiale, tanto è men viva. Insomma ciascuna specie di viventi rispetto all’altre, ciascuno individuo rispetto a’ suoi simili, ciascuna nazione rispetto all’altre, ciascuno stato dell’individuo sia naturale, sia abituale, sia attuale e passeggero, rispetto agli altri suoi stati, quanto ha più del materiale, e meno dello spirituale, tanto è, propriamente parlando, men vivo, tanto meno partecipa della vita e per quantità e per intensità e grado, tanto ha minor somma e forza di amor proprio, e tanto è meno infelice. Quindi tra’ viventi le specie meno organizzate, avendo un’esistenza più materiale, e meno di vita propriamente detta, sono meno infelici. Tra le nazioni umane le settentrionali, più forti di corpo, men vive di spirito, sono meno infelici delle meridionali. Tra gl’individui umani i più forti di corpo, men delicati di spirito, sono meno infelici. Tra’ vari stati degl’individui, quello p.e. di ebbrietà, benchè più vivo quanto al corpo, essendo però men vivo quanto [3925] allo spirito (che in quel tempo è obruto dalla materia, e le sensazioni spirituali dalle materiali, e le azioni stesse dello spirito, benchè più forti ec., hanno allora più del materiale che all’ordinario), e quindi la vita essendo allora più materiale, e quindi propriamente men vita (come in tempo di sonno o letargo, benchè questo sia inerte, e l’ebbrietà più svegliata ancora e più attiva talvolta che lo stato sobrio), è meno infelice.

Del resto egli è ben vero, come ho detto, che la forza del corpo rende il vivente più materiale, e gl’impedisce o indebolisce l’azione e la passione interna, e quindi scema, propriamente parlando, la vita. Ond’è che, generalmente parlando, quanto nel vivente è maggiore la forza e l’operazione e passione e sensazione del corpo particolarmente detto (sia per natura, o per abito, o per atto), tanto è minore la vita, l’azione e la passione dello spirito, cioè la vita propriamente detta. Ma questo si deve intendere, posta una parità di circostanze nel rimanente. Voglio dire, se il leone ha più forza di corpo che il polipo, non per questo egli è men vivo del polipo. Perocchè egli è nel tempo stesso assai più organizzato del polipo, e quindi ha molto più vita. Onde tanto sarebbe falso il conchiudere dalla sua maggior forza corporale che egli abbia più vita, e quindi sia più infelice, del polipo, quanto il conchiuderne ch’ei sia più infelice dell’uomo, come si dovrebbe conchiudere se la vita si avesse a misurare dalla forza comunque, o dalla forza estrinseca (nel che il leone passa l’uomo d’assai) e non dalla organizzazione [3926] ec. in cui l’uomo è molto superiore al leone. Se la donna è di corpo più debole dell’uomo, e la femina del maschio, non ne segue che generalmente e naturalmente la donna e la femmina abbia più vita, e sia più infelice del maschio. Converrebbe prima affermare che di spirito la femmina sia o più o altrettanto forte, cioè viva ec., che il maschio; ed accertarsi o mostrare in qualunque modo, che al minor grado della sua forza corporale rispetto al maschio non risponda generalmente nel suo spirito una certa qualità di organizzazione un certo minor grado di delicatezza ec. ec. da cui risulti che generalmente e naturalmente lo spirito della femmina sia minore, men vivo, che la femmina abbia men vita interna, e quindi propriamente men vita, del maschio, con un certo e proporzionato ragguaglio al minor grado di forza corporale che ha la femmina rispetto al maschio. Io credo onninamente che sia così e che il maschio in somma viva propriamente (per natura e in generale) più che la femmina, ed è ben ragione ec. [5] Similmente discorrasi delle nazioni, degl’individui, e de’ vari stati di un medesimo individuo, avendo riguardo alle lor varie nature, caratteri ed abiti sì quanto al corpo sì quanto allo spirito, [6] le quali disparità, e quelle de’ loro gradi, e le diverse combinazioni di questi e di quelle producono in questo nostro proposito, come, si può dire, in ogni altra cosa, (e in tutta la natura e in tutte le parti di lei similmente accade), infinite e grandissime diversità di risultati. Tutti i quali però, benchè impossibile sia lo specificarli e spiegarli a uno a uno, e benchè, stante la moltiplicità e sfuggevolezza delle cause che contribuiscono a modificarli in questa e questa e questa forma (una delle quali che mancasse, o non fosse appunto tale e tale, o in quel tal grado, o in quella proporzione coll’altre, o [3927] così combinata ec., il risultato non sarebbe quello) sieno anche bene spesso difficilissimi a spiegarsi, e a rivocarsi ai principii, ed a conoscerne il rapporto e somiglianza cogli altri risultati, chi non sia abilissimo, acutissimo e industriosissimo nel considerarli; nondimeno in sostanza corrispondono ai principii da me esposti, e non se gli debbono riputare contrarii, come non dubito che potranno parere mille di loro e in mille casi, alla prima vista, ed anche dopo un accurato, ma non idoneo nè giusto nè sufficiente esame. Bisogna aver molta pratica ed abilità ed abitudine di applicare i principii generali agli effetti anche più particolari e lontani, e di scoprire e conoscere e d’investigare i rapporti anche più astrusi e riposti e più remoti. Questa protesta intendo di fare generalmente per tutti gli altri principii e parti del mio sistema sulla natura. V. p. 3936. 3977.

L’esistenza può esser maggiore senza che lo sia la vita. L’esistenza del leone può dirsi maggiore di quella dell’uomo. La vita al contrario. L’esistenza insieme e la vita del leone è maggiore rispetto all’ostrica, alla testuggine, alla lumaca, al giumento, al polipo. La vita del leone è maggiore che non è quella delle piante anche più grandi, de’ globi celesti ec. L’esistenza al contrario. Vedi al proposito di questo pensiero le pagg. 3905-6. (27. Nov. 1823.) e la p. 3929. lin.11.12. Al detto nella teoria de’ continuativi sul principio, circa sectari, seguitare ec. aggiungi il nostro conseguitare, lo stesso che conseguire [3928] ne’ suoi vari sensi. V. la Crusca. (27. Nov. 1823.)

Participii in us di senso neutro ec. Al detto altrove di defectus da deficio, aggiungi il suo composto indefectus, di cui v. Forcell., onde il moderno indefettibile (indéfectible ec.) in senso non passivo ma neutro, siccome anche indefectivus, defectivus, defettibile ec. [7] V. Forcell. Gloss. Crus. Diz. franc. e spagn. (27. Nov. 1823.)

Al detto altrove in più luoghi in proposito di avvisare, aggiungi ravvisare di cui v. Crusca, e se raviser, e v. gli spagnuoli.

Nóta ancora che avvedere-avvisare spettano anch’essi a quella categoria della quale è scorgere-scortare, assalireassaltare ec. da me distinta altrove. (27. Nov. 1823.)

Alla p. 3826. E il non esser essa del buon latino, e l’esserlo al contrario, e costantemente, quell’altra sopraddetta, cioè facibilis e non factibilis (se i latini antichi avessero fatto questa sorta di verbale da facio, come da doceo fecero docibilis e non doctibilis; ora factum e doctum sono la stessa forma), e simili, [8] dimostra che la propria forma de’ supini fu quale noi la diciamo, e non la più moderna ec. (27. Nov. 1823.)

Alla p. 3784. La guerra e qualsivoglia volontario omicidio è contrario e ripugna essenzialmente alla natura non men particolare degli uomini, che generale degli animali, e universale delle cose e della esistenza, per gli stessi principii per cui le ripugna essenzialmente il suicidio. Perocchè, come ciascun individuo, così ciascuna specie presa insieme è incaricata dalla natura [3929] di proccurare in tutti i modi possibili la sua conservazione, e tende naturalmente sopra ogni cosa alla sua conservazione e felicità: quanto più di non proccurare ed operare essa stessa per quanto, si può dire, è in lei, la sua distruzione. E questa legge è necessaria e consentanea per se stessa, e implicherebbe contraddizione ch’ella non fosse, ec. come altrove circa l’amor proprio ec. degl’individui. L’individuo p.e. l’uomo, in quanto individuo, odia gli altri membri della sua specie; in quanto uomo, gli ama, ed ama la specie umana. Quindi quella tendenza verso i suoi simili più che verso alcun’altra creatura sotto certi rispetti, e nel tempo stesso quell’odio verso i suoi simili, maggiore sotto certi rispetti che verso alcun’altra creatura, i quali non men l’uno che l’altra, e ambedue insieme in tanti modi, con sì vari effetti, e in sì diverse sembianze si manifestano ne’ viventi, e massime nell’uomo, che di tutti è il più vivente (p. 3921-7.). E come il secondo, ch’è non men necessario e naturale della prima, nuoce per sua natura e alla conservazione e alla felicità della specie, e d’altra parte questo è direttamente contrario alla natura particolare e universale, e la specie presa insieme dee tendere e servir sempre (regolarmente) alla sua conservazione e felicità, non restava alla natura altro modo che il porre i viventi verso i loro simili in tale stato che la inclinazione degli uni verso gli altri operasse e fosse, l’odio verso i medesimi non operasse, non si sviluppasse, non avesse effetto, non venisse a nascere, e propriamente, quanto all’atto non fosse, ma solo in potenza, come tanti altri mali, che essendo sempre, o secondo natura, solamente in potenza, la natura non ne ha colpa nessuna. Questo stato non poteva esser altro che quello o di niuna società, o di società non [3930] stretta. E meno stretta in quelle specie in cui l’odio degl’individui, come individui, verso i lor simili, era per natura della specie, maggiore in potenza, e riducendosi in atto, ed avendo effetto, avrebbe più nociuto alla conservazione e felicità della specie: nel che fra tutti i viventi l’odio degl’individui umani verso i lor simili occupa, per natura loro e dell’altre specie, il supremo grado. In questa forma adunque la natura regolò infatti proporzionatamente le relazioni scambievoli e la società degl’individui delle varie specie, e tra queste dell’umana; e dispose che così dovessero stare, e lo proccurò, e mise ostacoli perchè non succedesse altrimenti. Sicchè la società stretta, massime fra gl’individui umani, si trova, anche per questa via d’argomentazione, essere per sua essenza e per essenza e ragion delle cose, direttamente contraria alla natura e ragione, non pur particolare, ma universale ed eterna, secondo cui le specie tutte debbono tendere e servire quanto è in loro alla propria conservazione e felicità, dovechè la specie umana in istato di società stretta necessariamente (e il prova sì la ragione sì ‘l fatto di tutti i secoli sociali) non pur non serve ma nuoce alla propria conservazione e felicità, e serve quasi quanto è in lei alla propria distruzione e infelicità essa medesima: cosa di cui non vi può essere la più contraddittoria in se stessa, e la più ripugnante alla ragione, ordine, principii, natura, non men particolare della specie umana e di ciascuna specie di esseri, che universale e complessiva di tutte le cose, e della esistenza medesima, non che della vita. (27. Nov. 1823.)

[3931] Al detto altrove sopra i dialetti d’Omero, e quello d’Empedocle, che benchè Dorico usò il dialetto Jonico, aggiungi che nello stesso caso è Ippocrate, e vedi Fabric. B. G. edit. vet. in Hippocr. §. 1. t. 1. p.844. lin. 4-6. e nott. i. k. (27. Nov. 1823.).

Alla p.3906. marg. L’ebbro ancorchè vivente, operante e pensante e parlante, non riflette sopra se stesso, nè sulla sua vita, azioni, pensieri e parole, o men del suo solito e più rapidamente e correndo via. - Infatti il timido suol divenir franco, sciolto ec. in quel punto. Segno ch’egli acquista allora una facoltà d’irriflessione, necessaria e madre della franchezza (anche de’ migliori spiriti, e in chicchessia), e la cui mancanza e il cui contrario, è talor la sola talora la principal cagione della timidità. Nondimeno egli è nel tempo stesso più spiritoso, pronto, ingegnoso, ed anche profondo ec. dell’ordinario suo: il che sembra mostrare per lo contrario una maggior facoltà ed atto di riflessione. Ma questa è una riflessione non riflettuta e quasi organica, e un’azione quasi meccanica del suo cervello e della sua lingua, leggermente influita e guidata appena appena dall’animo e dalla ragione, e un effetto quasi materiale e spontaneo ed αὐτόματος delle abitudini contratte ed esercitate e possedute fuori di quello stato, le quali agiscono allora con pochissimo intervento della volontà e dello stesso intelletto, a cui pure, gran parte di loro, totalmente appartengono, e da cui vengono o in cui si operano quelle tali azioni, pensieri, parole ec. (27. Nov. 1823.)

Alla p. 3899. L’homme est fait pour agir, non pour philosopher. Frédéric II. Épître I. à d’Argens, Sur la faiblesse de l’esprit humain. Oeuvres complettes 1790. tome 15. p. 9. (28. Nov. 1823.)

[3932] Verdaderamente yo tengo que ay muchos tiempos y años que ay gentes en estas Indias (la America meridional), segun lo demuestran sus antiguedades y tierras tan anchas y grandes como han poblado; y aunque todos ellos son morenos lampiños, y se parecen en tantas cosas unos a otros: ay tanta multitud de lenguas entre ellos que casi a cada legua y en cada parte ay nuevas lenguas. Chronica del Peru, parte primera (della quale opera vedi la pag. 3795-6.) hoja 272. capitulo 116 principio. (28. Nov. 1823.)

Alla p. 3926. - età, condizioni, malattie, climi, circostanze qualunque morali o fisiche, sì proprie sì esteriori, nazionali, locali, comuni al secolo, alla nazione, o particolari e individuali, comuni all’età, o non comuni, naturali, o acquisite, accidentali, abituali o attuali, durevoli o passeggere ec. ec. (28. Nov. 1823.)

Alla p. 3802. fine. Sebben però quanto all’animo, alla cognizione della verità, alla spiritualizzazione dell’uomo (p. 3910. segg.) che son tutte cose parte necessarie alla civilizzazione, parte suoi naturali effetti, parte sostanza e quasi sinonimi di essa, lo stato dell’uomo civile è indubitatamente di gran lunga inferiore a quello delle più selvagge e brutali società, e più lontano incomparabilmente dalla natura, e sotto questo rispetto non meno che per se medesimo infinitamente più infelice. L’individuo nella società civile nuoce meno agli altri, ma molto più a se stesso. Ed anche quanto agli altri, ei nuoce meno al lor fisico ma al morale molto più, ei li danneggia fisicamente meno, ma moralmente in mille guise e sotto mille rispetti, molto davantaggio. Ora il morale nell’uomo civile, lo spirito ec. è per natura dell’uomo in tale stato la parte principale e τὸ κυριώτατον dell’uomo, anzi quasi tutto l’uomo, non altrimenti e niente manco [3933] che nell’uomo primitivo o di società salvatica, la parte principale e quasi il tutto, sia il corpo. Dunque nella società civile, nuocendo gl’individui a’ lor simili moralmente assai più che nella selvaggia, e contribuendo alla infelicità dello spirito gli uni degli altri, essi non si nocciono scambievolmente meno, nè si cagionano l’un l’altro minore infelicità, nè di questa ne son manco cagione essi, di quel che avvenga nella società barbara, dove il nocumento scambievole, e l’infelicità che risulta dalla società stessa è più fisica che morale, perchè i lor subbietti cioè quegli uomini sono altresì più materia che spirito nella stessa proporzione. Anzi quanto e maggiore l’infelicità dello spirito che quella del corpo, tanto è maggiore il danno morale, o influente principalmente sul morale, e affliggente il morale, che gli uomini civili si recano scambievolmente (anche quando offendono in cose e con mezzi fisici); e quindi tanto maggiore è l’infelicità che gli uni agli altri in tal società si proccurano, di quella che nelle società barbare, o semibarbare, o semicivili, a proporzione. E quanto a se stessi, niuno nella società selvaggia nuoce a se moralmente, come inevitabilmente accade nella civile. Fisicamente già non può nuocersi il selvaggio se non per accidente. Il civile arriva fino al suicidio. Insomma si conchiude che tutto compensato, la società civile per sua natura è cagione all’uomo, benchè di minore infelicità fisica ed appariscente (o piuttosto di minori sciagure fisiche, perchè com’ella noccia generalmente al fisico, e particolarmente colle malattie, che a lei quasi tutte si debbono ec. si è mostrato in più luoghi), pur di maggiori sciagure morali, e tutto insieme [3934] di molto maggiore infelicità, che non è la società selvaggia o mal civile, altresì per sua natura. E similmente, compensato il tutto insieme, è molto più lontana dalla natura, benchè le snaturatezze della società selvaggia diano molto più nell’occhio, non per altro che perchè sono più materiali e fisiche, siccome gli uomini che compongono tali società, e siccome le sciagure e la infelicità generale che ne risulta. Non v’è cosa più contro natura, di quella spiritualizzazione delle cose umane e dell’uomo, ch’è essenzial compagna, effetto, sostanza della civiltà. Come le snaturatezze, le calamità, e la infelicità delle società selvagge, per esser naturalmente più fisiche, anzi tutte fisiche e materiali, sono più evidenti e tali che ognuno le può riconoscere per quel che sono, non v’è uomo il quale non convenisse che se la società umana non potesse esser altra che la selvaggia, la società nel gener nostro sarebbe cosa contro natura, e l’uomo non esser fatto per la società, ed in questa esser necessariamente imperfettissimo e infelicissimo. Ma perchè i danni e le snaturatezze della società civile sono più morali e spirituali, il che è ben consentaneo, perchè tale si è altresì l’uomo civile, ed e’ non può esser altrimenti, perciò, quantunque tali danni sieno molto più gravi veramente e contro natura, e tali snaturatezze molto maggiori, niuno però conviene che la società civile sia contro natura, e l’uomo non esser fatto per lei, e ch’ella sia necessariamente infelice, e molto meno ch’ella per propria essenza sia più contraria alla natura, e complessivamente più infelice che la società selvaggia. Questo veramente non è un ragionare da uomini civili, cioè spiritualizzati, ma appunto da primitivi o selvaggi, cioè materiali, non avendo riguardo che alle [3935] snaturatezze e infelicità materiali e sensibili, e che si riconoscono senza ragionamento, o stimandole sempre assai minori di quelle che il ragionamento dimostra essere molto maggiori, o negando affatto di riconoscere quelle che in verità sono molto maggiori, e negandolo perchè solo il ragionamento può mostrarle per tali e per infelicità e snaturatezze. Gli uomini anche i più civili e filosofi, così facendo (come quasi tutti, anche i sommi, fanno), somministrano nello stesso eccesso della lor civiltà e spiritualizzazione, una forte conferma di questa nostra proposizione che non vi sia cosa più contraria alla natura che la spiritualizzazione dell’uomo e di qualsivoglia cosa, e che tutto insomma per natura è materiale, e che la materia sempre vince, e che quindi essi così civili e spiritualizzati sono corrottissimi, perchè nello stesso loro ragionamento con cui vogliono difendere questo loro stato, e che loro è inspirato da questo, dànno la preferenza alla materia e non vogliono ragionare che materialmente.

Tout homme qui pense est un animal dépravé. Dunque l’uomo e la società civile lo è più che mai, e tanto più quanto più civile, non essendo quasi altro che spirito, ed éssere pensante, o adunanza di tali esseri.

Tutto questo discorso conviene colle osservazioni e prove che in mille di questi miei pensieri si sono fatte sopra la snaturatezza e infelicità vera dell’uomo corrispondente in proporzione alla sua maggior civiltà. Del che vedi in particolare il pensiero seguente, e quello a cui esso si riporta, come per natura sua, la civiltà sia supremamente contraria alla natura sì dell’uomo sì universale, e causa d’infelicità somma più che non è lo stato selvaggio, per una conseguenza della teoria e delle leggi universali di tutte le cose, [3936] e dell’esistenza. (28. Nov. 1823.)

Alla p. 3927. Non è difficile il concepire le per altro grandissime e moltiplici conseguenze che scaturiscono da’ suesposti principii, in ordine al dimostrare che la civiltà la quale per sua natura rende l’uomo, per così dire, tutto spirito (p. 3910. segg.), ed accresce per conseguenza infinitamente la vita propriamente detta, e l’amor proprio, accresce anche sommamente per sua natura l’infelicità dell’uomo e della società. E similmente in mille modi trasportando l’azione dalla materia allo spirito, l’attività, l’energia, ec. e, mettendo mille ostacoli all’attuale ed effettiva attività corporale (i governi, i costumi, la mancanza di bisogni, lo scemamento di forze, il gusto dello studio, ec. ec.), e scemando il grado e la forza e la frequenza delle sensazioni, passioni, azioni, e piaceri materiali, e la capacità di essi ec.; riconcentra orribilmente l’amor proprio, lo rivolge tutto sopra se stesso e in se stesso, per conseguenza l’aumenta sopra ogni credere, lo spoglia o impoverisce di distrazione ed occupazione ec. ec. Il selvaggio e per natura del suo corpo e de’ suoi costumi e della sua società, essendo men vivo di spirito, cioè propriamente men vivo, è meno infelice del civile, senza paragone alcuno. Così il villano, l’ignorante, l’irriflessivo, l’uom duro, stupido, è o per natura o per abito, inerte di mente, d’immaginazione di cuore ec. ec. a paragone dell’uomo ec. La civiltà aumenta a dismisura nell’uomo la somma della vita (s’intende l’interna) scemando a proporzione l’esistenza (s’intende la vita esterna). La natura non è vita, ma esistenza, e a questa tende, non a quella. Perocchè ella è materia, non spirito, o la materia in essa prevale e dee prevalere allo spirito (e così accade infatti costantemente in tutte l’altre sue parti sì animate che inanimate, e [3937] vedesi che tale è la sua intenzione, e che le cose sono ordinate a questo risultato universalmente e particolarmente, secondo le loro specie e lor differenze e proporzioni scambievoli, ma nel tutto il risultato è quello che ho detto), al contrario di ciò che accade nell’individuo e nel genere umano civilizzato, per propria natura della civiltà - ec. ec. - Vedi il pensiero precedente. (28. Nov. 1823.). - Segue ancora da questi principii che la vita attiva, come più materiale, e abbondante più di esistenza che di vita propria, la vita ricca di sensazioni ec. è naturalmente, e secondo la natura sì propria sì universale, più felice che la contemplativa ec. la qual è il contrario. V. p. seg. Al detto altrove di possente, puissant, pujanza ec. aggiungi sobrepujar. (29. Nov. anniversario della morte di mia Nonna. 1823.)

Ho posto altrove tremolare, trembler, temblar ec. fra’ diminutivi positivati (o fossero frequentativi, o cose simili, in origine). Se però questi verbi son fatti da tremulus, e’ non sono diminutivi, perchè tremulus è da tremere come speculum da specere, e nè l’uno nè l’altro è diminutivo, e tremulare non sarebbe più diminutivo che speculare, jaculari e simili, del che vedi la pag. 3875. (29. Nov. 1823.)

Ho detto altrove in più luoghi che la francese per l’estrinseco e per l’intrinseco è di tutte le lingue sorelle la più lontana dalla madre. Molto più vicina le fu ne’ passati secoli (come nel 500 ec.) per l’intrinseco, siccome per l’estrinseco ancora, cioè per la pronunzia della loro scrittura (ch’è tanto più simile al latino che la loro favella) erano più vicini al latino non solo nel 300 ec. come ho detto altrove, e ne’ principii della lingua, ma nel 500 ancora e nel 600 di mano in mano ec. (29. Nov. 1823.)

[3938] Alla p. antecedente, marg. Or da ogni parte si vede che la natura avea destinato sì l’uomo, sì gli animali, nel modo stesso che ha evidentemente ordinato tutte le cose, all’azione esterna e materiale, e alla vita attiva. ec. E i detti principii cospirano ottimamente con tutto il corso de’ nostri pensieri che da per tutto preferiscono l’attivo al contemplativo in mille modi ec. (29. Nov. 1823.)

Alla p. 3926. Similmente si ragioni de’ vecchi rispetto ai giovani. Quelli hanno men vigore assai di corpo, ma anche assai men vigore di spirito, sì che la condizione dell’uno è temperata e compensata con quella dell’altro, sono men forti di corpo, ma eziandio assai men vivi di spirito, per ragioni fisiche, cioè decadenza fisica e logoramento della loro organizzazione e facoltà interne, corrispondente a quello dell’esterno ec. (29. Nov. 1823.)

Circa l’usarsi in latino frequentissimamente i participii sì passivi sì ancora attivi in forma aggettiva, del che altrove in più luoghi, vedi la mia annotazione alla Canzone VI (Bruto minore) strofe 3. verso 1. e le osservazioncelle marginali e postille volanti sopra la medesima annotazione. (29. Nov. anniversario della morte di mia Nonna. 1823.)

Monosillabi latini. Lux, idea primitiva. Gr. ϕάος, ϕῶς. (30. Nov. 1823.). Falx.

Al detto altrove di fictus, fixus ec. aggiungi confitto da configgere o configere (non da conficcare, come dice la Crusca). Non si dice confisso. Per lo contrario affisso e non affitto participio. V. però la Crus. in affitto aggett., se quello non è un luogo male scritto, come pare ec. (1 Dec. 1823.)

[3939] Al detto altrove circa intentatus da intento, e in senso di non tentatus, aggiungi inauratus da inauro e in senso di non auratus. (1 Dec. 1823.)

Scambio del v col g, di cui altrove. V. Forc. in erivo. Rigo, irrigo ec. e per rivo, irrivo, irrivus (per irriguus), come de-rivo ec. E v. il Forc. in tutte queste voci ec. (4. Dec. 1823.)

Andare per essere, del che altrove. V. Virg. Aen. 1. 50. e il Forc. in incedo. (5. Dec. 1823.)

Non solamente i verbali in ibilis o in bilis, come altrove s’è detto, ma anche altri generi di verbali, come quelli in ilis breve (docilis, facilis, missilis, fissilis, fictilis, coctilis, versatilis, aquatilis ec.) o lungo (mictilis ed altri molti), in alis (genitalis ec.), in ivus (defectivus ec.), in itius o icius (emptitius ec.), in bundus (errabundus, ludibundus, pudibundus ec.), tutti fatti da’ supini regolari o irregolari, noti o ignoti ec. possono e debbono servire al discorso de’ supini e a confermare le nostre osservazioni su di questi, sì ne’ casi particolari, sì nel generale, osservando la più frequente, comune, antica, regolare, intera, e propria forma di ciascuno di tali generi di verbali collettivamente considerato ec. (5. Decembre. 1823.). V. p. 3984.

Al detto altrove sul vero supino di pingo, fingo ec. aggiungi mingo che fa minctum onde minctio ec. e pure si trova mictus us ec. corruzioni, come quella accaduta nello stesso supino di fingo, pingo ec. dove il supino corrotto ha scacciato affatto il regolare ec. (5. Dec. 1823.). Commingo inxi ictum inctum, commictus a um, commictilis. E v. gli altri composti. V. p. 3986.

[3940] A proposito dell’antico fuo di cui altrove, osservisi ch’egli è originariamente lo stesso di fio da ϕύω, mutato l’u in i, come in silva, laddove in fuo è mutato in u. E questa osservazione di fuo e fio si applichi al detto da me in più luoghi sì circa lo scambio reciproco delle vocali u ed i, sì circa la pronunzia latina del greco u, la quale forse, anche antichissimamente, come poi (a’ tempi di Cicerone di Marziano ec.) quella dell’y, fu tra l’i e l’u (cioè pronunzia di u gallico), come si può congetturare sì dal veder l’u greco ora cambiato in u ora in i, sì dal vederlo talora in una stessa parola cambiato nell’uno e nell’altro, come in ϕύω - fuo-fio, che antichissimamente dovettero esser un sol verbo e per significato e per tutto, sì dallo stesso scambio reciproco dell’u e dell’i sì frequente in latino, come appunto tra fuo e fio, e in mille altre voci. ec. ec. (5. Dec. 1823.)

Che titillo, come altrove dico, [9] sia duplicazione (nata nel Lazio, o fatta p.e. dagli Eoli o da altro greco dialetto, o propria dell’antica lingua madre del latino e del greco, o dell’antico greco comune ec. ec.) del greco τίλλω, fatta all’uso greco, lo conferma l’osservare che la vocale di tal duplicazione cioè l’i è quella appunto che il greco usa in tali duplicazioni, come in τρώσκω ec. V. p. 3979. Laddove nell’altre duplicazioni latine, come in dedi, cecidi ec. la vocale della duplicazione è la e. E questo ancora è all’uso greco, che nella duplicazione de’ perfetti usa la ε. E notisi che come questa, così quella e è breve, fuorchè in cecidi che molti scrivono caecidi, dove forse non sarà breve per distinguerlo da cecidi. Del resto [3941] tal uso affatto conforme al greco ha luogo in molti verbi latini che non hanno a far niente con alcuna voce greca nota, ed è un uso antichissimo nel latino, e non introdottovi da’ letterati. Il che conferma l’antica conformità dell’origine, e fratellanza tra il greco e latino. Dalla quale origine dovette venir quest’uso nell’una e nell’altra lingua, in quella più conservato e steso, in questa meno, e sì può dire, perduto, se non in certe voci determinate, di cui si conservò sempre la forma antica, senza però mai applicar tal forma ad altri verbi, o a’ verbi di mano in mano introducentisi da quegli antichissimi tempi in poi. ec. Tal uso trovasi ancora nella lingua sascrita, come negli Annali di Scienze e lettere di Milano, altrove citati in proposito d’essa lingua ec. (5. Dec. 1823.)

Anche τιτρώσκω, come altrove ho detto di ὀϕλισκάνω, è doppia alterazione, cioè da τράω, τιτράω (che ancor si trova, v. Scap. in τιτράω) e poi τιτρώσκω (così lo Schrevel.), ovvero da un τρώω, τιτρώω e poi τιτρώσκω. Così da τράω e τιτράω, τιτραίνω, è doppia alterazione: sempre però collo stesso senso del primitivo. Così altri non pochi. (5. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati. Pretto (puretto) per puro. (6. Dec. 1823.) La facoltà d’imitazione non è che facoltà di assuefazione; perocchè chi facilmente si avvezza, vedendo o sentendo o con qualunque senso apprendendo, o finalmente leggendo, facilmente, ed anche in poco tempo, riducesi ad abito quelle tali sensazioni [3942] o apprensioni, di modo che presto, e ancor dopo una volta sola, e più o manco perfettamente, gli divengono come proprie; il che fa ch’egli possa benissimo e facilmente rappresentarle ed al naturale, esprimendole piuttosto che imitandole, poichè il buono imitatore deve aver come raccolto e immedesimato in se stesso quello che imita, sicchè la vera imitazione non sia propriamente imitazione, facendosi d’appresso se medesimo, ma espressione. Giacchè l’espressione de’ propri affetti o pensieri o sentimenti o immaginazioni ec. comunque fatta, io non la chiamo imitazione, ma espressione. Or come la facoltà d’imitare sia qualità e parte principalissima e forse il tutto de’ grandi ingegni, e così degli altri talenti in proporzione, è cosa da molti osservata e spiegata. Dunque riconfermasi che l’ingegno è facoltà di assuefazione. (6. Dec. 1823.). V. p. 3950.

Scambio del g e del v. Nivis-neige-ningit o ninguit (onde il nostro negnere) e nivit, onde il nostro nevicare, quasi nivicare, come da vello vellico ec. frequentativi, di cui vedi la p.2996. marg.: e vedi il Gloss. se vuoi. (6. Dec. 1823.)

Alla p. 3275. marg. Anzi molti di questi amano più di aver de’ nemici che degli amici, son più contenti di essere odiati che amati, e si attaccano volentieri con chicchessia, non per sensibilità, neanche per misantropia, per l’odio naturale verso gli altri ec., ma perchè il loro stato naturale è lo stato di guerra, ed amano più di combattere che di stare in pace e posarsi, e più la vita inquieta che la tranquilla. E ciò semplicissimamente, senza malignità, senza carattere nè passioni nere e odiose. Infatti essi sono apertissimi, sincerissimi, compassionevolissimi, e beneficano più degli altri, ma le stesse persone che essi compatiscono o beneficano, amerebbero più [3943] di averle a combattere e di esserne odiati. E similmente cogli altri uomini i quali hanno più caro di averli contrarii che affezionati o indifferenti, e però tuttogiorno, senza passione alcuna, o ben leggera, e sopra menomissime bagattelle gli stuzzicano e provocano ed offendono o con parole o con fatti, per avere il piacer di combatterli e di stare in guerra. E come ciascuno s’immagina ordinariamente quello che più desidera, così essi ordinariamente si compiacciono in pensare che gli altri vogliano loro male, e in torcere ogni menoma azione e parola altrui verso loro a cattiva intenzione ed ostile, e pigliano occasione da tutto di entrare in lizza con chicchessia, anche coi più familiari, intrinseci, compagni ed amici. Torno a dire che tutto ciò è con grandissima semplicità ed anche nobiltà, o certo non doppiezza e non viltà, di carattere; senza umor tetro e malinconico (anzi questi tali sono per l’ordinario allegrissimi o tirano all’allegria) senza carattere atrabilare, nè quella che si chiama δυσκολία e morositas, carattere acre ec. indole e costume puntiglioso, [10] anzi tutte queste cose son proprie degli uomini deboli e sfortunati (e quindi con verità si attribuiscono pariticolarmente a’ vecchi, massime donne), senza incontentabilità, malumore, scontentezza, senza umore soverchiamente collerico ed accensibile. La forza del corpo e dell’età e la prosperità delle circostanze, dà a questi tali tanta confidenza in se stessi, che non che cerchino o curino il favor degli altri, sono più soddisfatti di averli contrarii, e godono di riguardar gli altri piuttosto come nemici che come amici o indifferenti, ed anche di averli veramente nemici più o meno, secondo la qualità delle occasioni [3944] e la forza fisica di questi tali. La loro conversazione e compagnia e convitto, massime a lungo andare, è veramente molto difficile e dispiacevole, benchè essi sieno incapaci di tradimento, e servizievoli e benefici e compassionevoli e generosi. Essi sono, malgrado questo, poco capaci di amare, e poco fatti per essere amici, ma essi sono altresì più capaci e desiderosi di aver de’ nemici, che atti ad esserlo, perchè son più buoni all’ira che all’odio, a combattere che a odiare, a vendicarsi che a perseguitare. Anzi costoro son quasi incapaci di odiare, e l’ira eziandio propriamente presa in essi è molto blanda e breve, forse perchè frequentissima. (6. Dec. 1823.)

La memoria, l’immaginazione e oltre di queste, anche l’altre facoltà dell’animo e dell’ingegno s’indeboliscono e talora si estinguono coll’età, anche indipendentemente dalle circostanze estrinseche della vita, dall’esperienza, e dalle altre cose che influiscono sul carattere, spirito, ingegno, e lo modificano ec. Il rimbambimento de’ vecchi è cosa molte volte reale, molte volte anche prematuro per malattie, che rendono radoteurs a 50 anni e poco prima o poco poi. Questi tali sono facilissimi a piangere come i fanciulli. Ciò può accadere anche nel fiore e vigor dell’età per debilitamento passeggero o durevole delle forze fisiche, e con esse delle facoltà mentali. Io n’ho veduto gli esempi. Tutto ciò si applichi al mio discorso fatto per provare che v’ha differenze naturali ed ingenite fra’ talenti, al qual proposito veggasi ancora la [3945] p. 3891, e 3806-10. e il pensiero seguente. (6. Dec. 1823.) Alla p. 3923. marg. Similmente i gran talenti di rado si trovano in corpi forti. In parità di circostanze e d’altro, i più deboli son più furbi de’ più forti, anche per naturale disposizion fisica, non considerando le abitudini ec. di cui altrove in proposito delle donne. Difficilmente si troverà gran furberia in uomo pingue (se la pinguedine non gli è malattia ed accidente ec.) ancorchè esercitato in tutto quello che più favorisce e più richiede furberia. Neanche gran talento nè fino in un corpo grosso, e meno in corpo pingue ec. ec. Le diversità de’ talenti si conoscono in gran parte e sogliono corrispondere, non solo alle varie conformazioni e disposizioni del cranio ec. interiori o esteriori ec. ma eziandio del resto della persona in genere, e di parecchie sue parti in particolare. Queste osservazioni si applichino alla materia del pensiero precedente. (6. Dec. 1823.)

Alla p. 3898. Museau. Niffolo, v. la Crus. in Niffo. Questa voce è anche del Rucellai, Api, v. 990, il quale scrive nifolo, da nifo, ch’è pur della Crusca. - Bisogna notare, quando il positivo non si trovi nella lingua a cui spettano i diminutivi che paiono positivati, se forse anticamente quel positivo vi si trovò, proprio di essa lingua, o venuto di dove che sia, e trovandovisi non ebbe lo stesso senso che ha oggi quel diminutivo. E ciò quando anche in altre lingue si trovi quel positivo col medesimissimo senso di quel tale diminutivo. P.e. in italiano [3946] si trova muso e vuol dir lo stessissimo che museau, che certo viene da una voce simile; ma chi sa che in francese una volta non si trovasse muse in senso diverso? (v. gli spagnuoli). E veggasi a questo proposito il detto a pag. 3152. sulla voce fourreau. (6. Dec. 1823.).

Alla stessa pag. margine. Alcune di queste voci potrebbero anche venire dal latino o ignoto, o volgare, o barbaro ec. e se ne vegga il Gloss. ed anche il Forcell. ec. (6. Dec. 1823.)

La lingua greca appartiene veramente e propriamente alla nostra famiglia di lingue (latina, italiana, francese, spagnuola, e portoghese), non solo perch’ella non può appartenere ad alcun’altra, e farebbe famiglia da se o solo colla greca moderna; non solamente neppure per esser sorella o, come gli altri dicono, madre della latina (nel primo de’ quali casi ella dovrebbe esser messa almeno colla latina, e nel secondo è chiaro ch’ella va posta nella nostra famiglia), ma specialmente e principalmente perchè la sua letteratura è veramente madre della latina, la qual è madre delle nostre, e quindi la letteratura greca è veramente l’origine delle nostre, le quali in grandissima parte non sarebbero onninamente quelle che sono e quali sono (se non se per un incontro affatto fortuito) s’elle non fossero venute di là. E come la letteratura è quella che dà forma e determina la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la stessa cosa, o certo [3947] cose non separabili, e di qualità compagne e corrispondenti; e come per conseguenza la letteratura greca (oltre le tante voci e modi particolari) fu quella che diede veramente e principalmente forma alla lingua latina, e ne determinò la maniera di essere, il carattere e lo spirito, di modo che la lingua e letteratura latina, quando anche fossero nate, formate e cresciute senza la greca, non sarebbero certamente state quelle che furono, ma altre veramente, e in grandissima parte diverse per natura e per indole e forma, e per qualità generali e particolari, e sì nel tutto, sì nelle parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico, tutto questo, la letteratura greca (oltre lo studio immediato fattone da’ formatori delle nostre lingue, come da quelli della latina) viene a esser veramente la madre e l’origine prima delle nostre lingue, come la latina n’è la madre immediata; le quali lingue (anche la francese che insieme colla sua letteratura è la più allontanata dalla sua origine, e dalla forma latina, e dall’indole della latina, e quindi eziandio della greca) non sarebbero assolutamente tali quali sono, ma altre e in grandissima parte diverse sì nello spirito, sì in cento e mille cose particolari, se non traessero primitivamente origine in grandissima parte dal greco per mezzo del latino. E veramente la lingua greca mediante la sua letteratura è prima (quanto si stende la nostra memoria dell’antichità) e vera ed efficacissima causa dell’esser sì la lingua e letteratura latina, sì le nostre lingue e letterature, anche la francese, tali quali elle sono, [3948] e non altre; chè per natura elle ben potrebbero essere diversissime in molte e molte cose, anche essenziali ed appartenenti allo spirito ed all’indole ec. e alquanto diverse più o meno in altre molte cose più o meno essenziali o non essenziali. E forse non mancano esempi di altre letterature e lingue antiche o moderne, anche meridionali ec., che non essendo venute dal greco, sono diversissime, anche per indole ec. e nel generale ec. non meno o poco meno che ne’ particolari, dalla latina e dalle nostrali. E ne può esser prova il vedere quanto la francese si è allontanata, anche di spirito, dalla latina e dalla greca alle quali era pur conformissima nel 500 ec. (vedi la p. 3937.), senz’aver mutato clima ec. Certo i tempi nostri son diversissimi da quelli de’ greci e de’ latini, quando anche il clima sia conforme, diversissime sono state e sono le nostre nazioni, loro governi, opinioni, costumi, avvenimenti e condizioni qualunque, sì tra loro, sì ciascuna di esse da se medesima in diversi tempi, sì dalla greca, e dalla latina eziandio. Nondimeno le loro lingue e letterature sono state conformi, massime fino agli ultimi secoli, e tra loro, e tra’ vari lor tempi, e colla greca e latina ec. Sicchè tal conformità non si deve attribuire nè solamente nè principalmente al clima, nè ad altre circostanze naturali o accidentali, ma all’accidente di esser derivate effettivamente dal greco e latino, chè ben potevano non derivar da nessuno, o derivare d’altronde ec. ec. Lascio che, come ho detto altrove, le lingue e letterature italiana e spagnuola, massime antiche, e più quanto più si considerano nel loro antico ed anche informe stato, e la francese antica ec., somigliano per l’indole ec. al greco forse più [3949] che il latino, e quasi senza forse più che al latino, e tengono del greco ec. (6. Decembre. 1823.)

Disserto as da dissero ertum. (7. Dec. Vigilia dell’Immacolata Concezione della SS. Vergine Maria) Alla p.3885. Allora l’italiano era principalmente noto e considerato dagli stranieri come lingua del Metastasio, [11] e per li drammi del Metastasio, insomma come lingua dell’Opera. Peggio sarebbe se Federico avesse pigliato idea dell’italiano, com’è pur verisimile, da quello del suo Algarotti ec. (7. Dec. 1823.)

Participii aggettivati ec. di che altrove in più luoghi. Da molti participii si son fatti de’ vocaboli che non son che aggettivi, perchè non hanno alcun verbo di cui poter essere participj, come innocens, invictus, intentatus (che non hanno innoceo, invinco ec.) e cento mila altri. E vedi a proposito d’invictus e simili, il luogo citato a p. 3938. Nondimeno questi tali vocaboli conservano ancora un senso di participio, eccetto alcuni alcune volte (come illaudatus per illaudabilis, vedi il Forcell.), che oltre al non essere più participii perchè non hanno verbo, hanno anche ricevuto un secondo cangiamento cioè nella significazione. (7. Dec. Vigilia della Concezione. 1823.)

Participii passivi in senso attivo o neutro ec. Dañado da dañar per dañante, cioè nocente, dannoso. S’usa in forma aggettiva, come si deve anche intendere d’altri moltissimi di tali participii, o latini o moderni, sempre così usati, o per lo più, o talvolta, dico, in forma aggettiva. (7. Dec. 1823.)

[3950] Alla p. 3942. Anzi l’uomo, e lo spirito umano massimamente e i suoi progressi, e quelli dell’individuo, e delle sue facoltà, manuali o intellettuali ec. e lo sviluppo delle sue disposizioni, del suo spirito, talento, immaginazione ec. tutto è, si può dire, imitazione - Viceversa di quel che si è detto l’assuefazione è una specie d’imitazione; come la memoria è un’assuefazione, e viceversa ogni assuefazione una specie di memoria e ricordanza, secondo che ho detto altrove. (7. Dec. Vigilia dell’Immacolata Concezione. 1823.)

Non si dà ricordanza senza previa attenzione, ec. come altrove. Questa è una delle principali cagioni per cui i fanciulli, in principio massimamente, stentano molto a mandare a memoria, e più degli uomini maturi, o giovani. Perocchè essi sono distratti e poco riflessivi ed attenti, per la stessa moltiplicità di cose a cui attendono, e facilità, rapidità e forza con cui la loro attenzione è rapita continuamente da un oggetto all’altro. Gli uomini distratti, poco riflessivi ec. non imparano mai nulla. Ciò non prova la lor poca memoria, come si crede, ma la lor poca o facoltà o abitudine di attendere, o la moltiplicità delle loro attenzioni, il che si chiama distrazione. Perocchè la stessa troppa facilità di attendere a che che sia, o per natura o per abitudine, la stessa suscettibilità della mente di esser vivamente affetta e rapita da ogni sensazione, da ogni pensiero; moltiplicando le attenzioni, e rendendole tutte deboli, sì per la moltitudine, e confusione, sì per la necessaria brevità di ciascuna, [3951] da cui ogni piccola cosa distoglie l’animo, applicandolo a un altro, e per la forza stessa con cui questa seconda attenzione succede alla prima, cancellando la forza di questa, rende nulla o scarsissima la memoria, deboli e poche le reminiscenze. E così la stessa facilità e forza eccessiva di attendere produce o include l’incapacità di attendere, e così suol essere chiamata, benchè abbia veramente origine dal suo contrario, cioè dalla troppa capacità di attendere (come sempre il troppo dà origine o equivale e coesiste al nulla o alla sua qualità o cosa contraria); e l’eccesso della facoltà di attendere si riduce alla mancanza o alla scarsezza di questa facoltà, secondo che detto eccesso è maggiore o minore. Ciò ha luogo principalmente, per regola e ordine di natura, ne’ fanciulli. - Laddove una sensazione ec. una sola volta ricevuta ed attesa, basta sovente alla reminiscenza anche più viva, salda, chiara, piena e durevole, essa medesima mille volte ripetuta e non mai attesa non basta alla menoma reminiscenza, o solo a una reminiscenza debole, oscura, confusa, scarsa, manchevole, breve e passeggera. Perciò venti ripetizioni non bastano a chi non attende per fargli imparare una cosa, che da chi attende è imparata talora dopo una sola volta, o con pochissime ripetizioni estrinseche ec. (7. Dec. Vigilia della Concezione. 1823.)

[3952] Dal detto altrove circa le idee concomitanti annesse alla significazione o anche al suono stesso e ad altre qualità delle parole, le quali idee hanno tanta parte nell’effetto, massimamente poetico ovvero oratorio ec., delle scritture, ne risulta che necessariamente l’effetto d’una stessa poesia, orazione, verso, frase, espressione, parte qualunque, maggiore o minore, di scrittura, è, massime quanto al poetico, infinitamente vario, secondo gli uditori o lettori, e secondo le occasioni e circostanze anche passeggere e mutabili in cui ciascuno di questi si trova. Perocchè quelle idee concomitanti, indipendentemente ancora affatto dalla parola o frase per se, sono differentissime per mille rispetti, secondo le dette differenze appartenenti alle persone. Siccome anche gli effetti poetici ec. di mille altre cose, anzi forse di tutte le cose, variano infinitamente secondo la varietà e delle persone e delle circostanze loro, abituali o passeggere o qualunque. Per es. una medesima scena della natura diversissime sorte d’impressioni può produrre e produce negli spettatori secondo le dette differenze; come dire se quel luogo è natio, e quella scena collegata colle reminiscenze dell’infanzia ec. ec. se lo spettatore si trova in istato di tale o tal passione, ec. ec. E molte volte non produce impressione alcuna in un tale, al tempo stesso che in un altro la fa grandissima. Così discorrasi delle parole e dello stile che n’è composto e ne risulta, e sue qualità e differenze ec. e questa similitudine è molto a proposito.

[3953] Queste osservazioni si applichino al detto da me altrove sopra quanto debba naturalmente esser diverso il giudizio degli uomini circa il pregio ec. delle scritture, siccome è naturalmente diversissimo l’effetto loro (anche lasciando affatto da parte l’invidia l’ignoranza e cose tali che variano o falsificano i giudizi per colpa umana, sebbene anch’esse inevitabili e naturali); e quanto la fama degli scritti, scrittori, stili ec. dipenda dalle circostanze, e da infinite e diversississime circostanze, e combinazioni di circostanze. L’arte dello scrittore si riduce e deve ridurre a osservar qual effetto quali idee, appresso a poco ed in grosso e confusamente parlando, producano o sogliano produrre tali o tali parole e combinazioni e usi loro nel più degli uomini o de’ nazionali generalmente considerati, nel più delle circostanze di ciascheduno e nelle più ordinarie, per natura o per gli abiti più invalsi ec. ec. E gli scritti, scrittori e stili che sono in maggior fama e pregio, son quelli che meglio e più felicemente hanno osservato le dette cose e regolatisi secondo le dette osservazioni e saputo trarne vantaggio ed applicarle all’uso e conformarvi i loro modi di scrivere; non quelli che a tutti, neanche a’ nazionali, in ogni tempo e circostanza loro, piacciono e producono lo stesso effetto, e nello stesso grado, o pur solamente producono effetto qualunque, o una stessa sorte di effetto; chè tutto questo è impossibile ad uomo nato e di niuno o poeta o scrittore ec. libro, stile ec. si verifica, nè è per verificarsi mai, [3954] nè mai si verificò.

Si applichino eziandio le dette osservazioni alla difficoltà o impossibilità di ben tradurre, a ciò che perde un libro nelle traduzioni le meglio fatte, all’assoluta impossibilità, e contradizione ne’ termini, dell’esistenza di una traduzione perfetta, massime in riguardo ai libri il cui principal pregio, o tutto il pregio o buona parte spetti allo stile, all’estrinseco, alle parole ec. o col cui effetto queste sieno particolarmente ed essenzialmente legate ec., come debbono esser necessariamente più o meno tutti i libri di vera poesia in verso o in prosa ec. ec. (7. Dec. 1823.). - Si estendano ancora le dette osservazioni alla diversità delle idee concomitanti di una stessa parola ec. e quindi dell’effetto di una stessa scrittura ec. secondo i tempi, e le nazioni, i forestieri o nazionali, posteri più o meno remoti, o contemporanei ec. E quindi alla poca durevolezza ed estensione possibile della fama e stima di una scrittura per ottima ch’ella sia, almeno dello stesso grado e qualità di fama e stima, e del giudizio di essa ec., massime essendo impossibili le traduzioni perfette, o dall’antico nel moderno, o d’uno in altro moderno ec., come di sopra. E le differenze occasionate ne’ lettori da quelle de’ tempi, costumi, climi, luoghi ec. ec. ec. (7. Dec. 1823.)

Quoi qu’on en dise, il vaut mieux être heureux par l’erreur que malheureux par la vérité. Lettres du Roi de [3955] Prusse et de M. d’Alembert. Lettre 101. du Roi, fin. Parla del vantaggio delle illusioni. (8. Dec. Festa della Concezione Immacolata di Maria Vergine Santissima. 1823.)

Grazia dal contrasto. Parolacce in bocca di donne o di forme e maniere maschili, o gentili e delicate ec. Parole, discorsi, modi, atti, pensieri ec. tiranti al maschile, assennati, dotti ec. in donne di forme ec. maschili o all’opposto ec. S’intende di donne avvenenti ec. e che la maschilità non passi i termini del grazioso nello sconveniente ec. V. p. 3961. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.)

Da chaudron (caldaio), diminutivo di chaudière (calderone), chaudronnier in senso positivo cioè calderaio. Infiniti sono e in latino e massime nel latino basso e nelle lingue figlie i derivati e di questo e d’altri molti generi, e sorte di significati ec. V. p.4006. ec. che avendo un senso positivo, e corrispondente a quello del positivo da cui hanno origine, sono però fatti da un diminutivo (usitato o no, ed anche semplicemente supposto) di esso positivo, sia ch’esso diminutivo abbia un uso positivato, o no, ec. e che tali voci derivino dal latino, o no, ec. [12] Forse la ragione di tali derivativi che in senso positivo sono formati da’ diminutivi, si è che essi e fors’anche i diminutivi da cui derivano, hanno un senso frequentativo o cosa simile. [13] Infatti la diminuzione in senso di frequentazione assolutamente e unicamente, ovvero in compagnia di questo senso, è comunissima nel latino nell’italiano ec. come altrove in più luoghi. E molti assoluti frequentativi (verbi o nomi ec.) non sono che per la forma diminutiva che hanno, e questa si è la sola che in essi indica la frequenza ec. sia che i positivi di senso o di forma o d’ambedue ec. si trovino ed usino, o no, neanche vi possano essere, come spesso accade in italiano, ec. p.e. balbettare non ha nè potrebbe [3956] avere balbare, al quale però equivarrebbe ec. (8. Dec. Festa dell’immacolata Concezione di Maria. 1823.)

Dico altrove che i verbali in us us derivano da’ supini, ec. Osservisi il supino in u. Questo non sembra esser altro che l’ablativo del verbale in us us. Di modo che io credo che il supino in um altresì originariamente non sia altro che l’accusativo singolare del verbale rispettivo in us us, usitato o inusitato che sia, poichè il supino in u non è altro che l’ablativo di quello in um, e che il supino in u sembra evidentemente appartenere a un nome della quarta. ec. (8. Dec. 1823. Festa della Concezione.

Italianismi nello Spagnuolo, del che altrove. Quizà (cioè forse) voce che fino ne’ Vocabolari del 600 si dà per antica (bench’io la trovo in uso, anche frequente, presso i moderni eziandio). Pretto e manifesto italianismo, sì per la forma (in ispagnuolo si direbbe quien sabe?), sì pel significato, poichè anche noi, massime nel linguaggio parlato, e questo familiare, usiamo non di rado chi sa? chi sa che non, chi sa se ec. per forse o in sensi simili. (8. Dec. Festa della immacolata Concezione di Maria. 1823.)

Si dice con ragione, massime delle cose umane, e terrene, che tutto è piccolo. Ma con altrettanta ragione si potrebbe dire, anche delle menome cose, che tutto è grande, parlando cioè relativamente, come ancor parlano quelli che chiamano tutto piccolo, perchè nè piccola nè grande non è cosa niuna assolutamente. Sicchè non è per vero dire nè più ragionevole nè più filosofico il considerare qualsivoglia cosa umana o qualunque, come piccola, che il considerare essa medesima cosa come grande, e grandissima ancora, se così piace. E ben vi sono quasi altrettanti aspetti e riguardi, tutti egualmente [3957] degni di filosofo, altrettanti, dico, per la seconda affermazione che per la prima. Ed anche il mondo intero e universo e tutta la università delle cose o esistenti o possibili o immaginabili, a paragone di cui chiamiamo piccole e menome le cose umane, terrene, sensibili, a noi note, e simili, può nello stesso modo esser considerata come piccola e menoma cosa, e d’altro lato come grande e grandissima. Niente manco che mentre delle cose umane si chiamano piccole verbigrazia quelle degli oscuri privati a paragone di quelle de’ vastissimi e potentissimi regni, e nondimeno queste ancora, grandissime a paragon di quelle, si chiamano da’ filosofi piccolissime e nulle sotto altro rispetto, è ben ragionevole che sotto diversi rispetti, quelle eziandio de’ privati ed oscurissimi individui, sieno chiamate, anche da’ filosofi, grandi e grandissime, di grandezza niente men vera o niente più falsa che quella delle cose de’ massimi imperii. (8. Dec. 1823.)

In tutta l’America, abitata certo e frequentata da tempi remotissimi, poichè non s’ha notizia nè memoria alcuna del quando incominciasse, non si è trovato alcuna sorta di alfabeto nè orma alcuna di alfabeto, nè cosa che alla natura di esso si avvicinasse. Non ostante la molta e maravigliosa coltura, le arti, manifatture, fabbriche ammirabili, politica squisita e legislazione, ed altre grandi e numerose parti di civiltà che si trovarono nel paese soggetto al regno degl’Incas, [14] cominciato da tre secoli prima della scoperta e conquista d’esso paese (cioè nel sec.13.); e più ancora nel Messico, la cui civilizzazione credo che sia ancora più antica. Dico [3958] dell’ultima e più nota civiltà, poichè s’hanno molti indizi, e di tradizioni patrie, e d’avanzi d’edifizi e monumenti di gusto e maniera diversa da quelli dell’ultima epoca di civiltà, e d’altre cose, che dimostrano esservi state altre epoche in cui questa o quella parte dell’America (in particolare il Perù) fu, non si sa fino a qual segno, civile o dirozzata. Massime che l’America fu soggetta a rivoluzioni frequentissime e totali ne’ paesi ov’elle accadevano, trasmigrazioni e totali estinzioni d’interi popoli e città, e devastazioni e assolamenti d’intere provincie, per la ferocia e frequenza e quasi continuità delle guerre, come ho detto altrove in più luoghi (v. la pag.3932. fra l’altre, con quelle ivi citate, e il pensiero a cui quest’ultime appartengono). La scrittura del regno degl’incas si faceva con certi nodi (Algarotti Saggio sugl’Incas. opp. Cremona t.4. p.170-1); quella del Messico consisteva in pitture. Queste osservazioni si applichino al detto altrove 1. sopra l’unicità dell’invenzione dell’alfabeto, 2. sopra la difficoltà di questa invenzione tanto necessaria alla civiltà, e quindi tanto principal cagione dello snaturamento dell’uomo ec., 3. sopra le differenze essenziali tra lo stato de’ popoli anche civili, che non abbiano avuto relazioni tra loro, 4. sopra l’unicità di tutte o quasi tutte le invenzioni più difficili, e più contribuenti alla civiltà, dimostrata dall’esser esse, benchè necessarissime, state sempre ignote ai popoli, anche fino a un certo segno civili, che non hanno avuto che fare cogli europei ec. dopo esse invenzioni, o viceversa agli europei ec. benchè civilissimi, quelle degli altri popoli, ancorchè molto addietro in coltura, e ciò per lunghissimi secoli, fino al cominciamento delle relazioni scambievoli degli europei ec. e di tali popoli. (8. Dec. Festa della Concezione. 1823.)

[3959] Quanta fosse la difficoltà e dell’invenzione dell’alfabeto, e della sua applicazione alla scrittura, e alle diverse lingue antiche successivamente, e quanta dovesse essere l’irregolarità e falsità delle prime scritture alfabetiche e delle prime ortografie (difetti che si veggono ancora notabilissimi nelle più antiche scritture, cioè nell’orientali, come ho detto altrove, p.e. nell’ebraica, ch’è senza vocali, come molte altre orientali ec., difetti perpetuati poi in esse scritture, fino anche a’ nostri tempi, in quelle che sono ancora in uso ec.), si può congetturare dalle cose dette da me altrove in più luoghi circa la difficoltà dell’applicare primieramente la scrittura alle lingue moderne, e regolarne l’ortografia, e farla corrispondere al vero suono ec. delle parole, e circa l’irregolarità e falsità delle ortografie moderne ne’ loro principii, anzi pur fino all’ultimo secolo in Italia, ed altrove, massime in Francia, sino al dì d’oggi; non ostante e che si avessero modelli chiarissimi, completissimi e perfettissimi di scrittura e ortografia nel latino e nel greco; e che l’uso dello scrivere fosse da tanti secoli fino a quel tempo inclusivamente, così comune; e che gli uomini fossero tanto men rozzi e più sperti in ogni cosa che non al tempo della prima invenzione ed uso dell’alfabeto e sua successiva applicazione alle varie lingue; e queste benchè bambine, pure certamente più formate, e meno incerte, arbitrarie, istabili, informi che al detto tempo, in cui l’uomo non aveva ancora mai usato nè conosciuto nè avuto esempio alcuno di lingua non che perfetta, ma degna del nome di lingua, al contrario di allora che si conoscevano e s’erano [3960] parlate, scritte ec. ec. sì generalmente per tanti secoli le lingue greca e latina sì perfette, oltre tante altre colte; e finalmente non ostante la somma civiltà e il punto di perfezione a cui sono arrivate e in cui si trovano le cognizioni ec. dello spirito umano in questi tempi, e la tanta esattezza divenuta sua propria in ogni cosa, e caratteristica di questi secoli, e la facoltà d’invenzione e di applicazione ec. e gusto e frequenza di riforme e di perfezionamenti ec. ec. Si giudichi dunque con queste proporzioni della difficoltà, irregolarità ec. delle scritture antiche ec. come sopra. (8. Dec. 1823. Festa della immacolata Concezione di Maria Vergine Santissima.)

Disperser da dispergo-dispersum. (8. Dec. 1823. Festa della immacolata Concezione di Maria Vergine Santissima.). Il v non è che un’aspirazione ec. Tovaglia it. - toalla, che anche si scrive toballa (Cervantes, D. Quijote), e toaja spagn. (9. Dec. Vigilia della Venuta della S. Casa. 1823.)

Participii passivi in senso attivo o neutro ec. Atentado cioè prudente accorto cauto ec. da atentar cioè tastare. Corrisponde appunto al lat. cautus, voce che originariamente è participio, e che spetta a questa medesima categoria, come altrove. Similmente l’ital. avvisato e simili, di cui altrove. V. ancora i Diz. spagn. in recatado, recatar ec. (9. Dec. 1823.)

Che mentar, rammentare, ammentare ec., o se non altro il primo, non venga da mente, [15] ma dal sup. mentum dell’inusitato meno di cui non sussiste in latino che il perf. memini, e del quale altrove? (9. Dec. Vigilia della Venuta della S. Casa. 1823.). V. p. 3985

[3961] Che recatar ec. sia quasi recautare da recautum di un recaveo? V. i Diz. spagn. e il Gloss. ec. (9. Dec. 1823.). V. p. 3964

Altrove ho notato non so qual verbo composto con preposizione latina inusitata nelle lingue moderne, ch’è usitato nelle lingue moderne e non si trova nel latino. Di questi tali sì verbi sì vocaboli qualunque, ve ne sono moltissimi nelle lingue nostre, e l’argomento da me fatto intorno al suddetto verbo si deve stendere a tutti questi altri. (9. Dec. 1823.). V. p. 3969.

Alla p. 3955. marg. Ovvero che la sua straordinarietà sia di quelle che producono un bello straordinario (e quindi grazioso, anzi tale che si chiama piuttosto grazia che bellezza) cioè un accozzamento di parti ec. che non sogliono riunirsi insieme a produrre e formare il bello, ma tra cui non v’ha sconvenienza veruna, del qual genere di bellezza, e di grazia, che può però essere di molte specie, ho detto altrove, non so se estensivamente a tutte le specie di cui tal genere è capace. (9. Dec. 1823.). V. p.3971.

Ippocrate nel libro de aere, aquis et locis (p. 29. class.1 dell’ediz. del Mercuriale. Venet. 1588. fol. ap. Iuntas, in due tomi, ciascuno diviso in due classi) parla di una nazione che chiama de’ Macrocefali, presso i quali stimandosi gennaiñtatoi quelli ch’avessero la testa più lunga, era legge che a’ bambini ancor teneri, quanto più presto colle mani si riducesse la figura della testa in modo che fosse lunga e così si facesse crescere obbligandola con fasce e altre stretture. Aggiunge ch’al tempo suo questa legge e questo costume non s’osservavano più, ma che i bambini naturalmente nascevano colla testa così figurata, perchè prodotti da genitori che tale l’avevano. Che però negli ultimi tempi già non nascevano e non erano più tutti [3962] nè tanti, come prima, di lunga testa, per lo disuso della legge.

Or vedi la par.1. della Cronica del Peru di Pietro de Cieça (della quale op. v. la p. 3795-6.), capitulo 26. car. 66. p. 2-67. p. 1. e cap. 50. car. 136. p. 2. ed altrove, circa la stessa costumanza di figurar le teste de’ bambini a lor modo, propria di molte popolazioni selvagge dell’America meridionale. Or che relazione ebbero mai questi coi Macrocefali? E questo costume è forse cosa che la natura l’insegna, e in cui gli uomini facilmente, benchè per solo caso, debbano concorrere? Si applichi questa osservazione a quelle sopra l’unicità dell’origine del genere umano; l’antica e ignota divisione di popoli già õmñfuloi, poi, fino da quando comincia la memoria delle storie, lontanissimi e separatissimi e diversissimi; l’unicità delle invenzioni e scoperte, dell’origine di moltissimi usi o abusi ec. ec. molti de’ quali si danno oggi per naturali solo per esser comuni, e son comuni solo per esser nati prima della divisione del genere umano, o dello allontanamento delle sue parti, e sua dilatazione ec. [16] E a questo medesimo proposito si applichi il luogo greco da me citato a pag. 2799. dove si narra un costume simile o conforme a quello di tanti e tanti altri selvaggi antichi, moderni, presenti, che nulla hanno avuto a far mai (in tempi che si sappiano) nè cogli Sciti di cui quivi si parla, nè tra loro. V. p. 3967. E quanti altri sono i costumi, credenze ec. affatto conformi tra selvaggi i quali non si può vedere come abbiano mai potuto aver, non ch’altro, notizia, gli uni degli altri; isolani, remotissimi. Eppur le dette conformità sono sovente tali e tante, ed anche così diffuse, e per altra parte così lontane, contrarie ec. alla natura, che [3963] per una parte sarebbe stolto l’attribuirle al caso, per l’altra non se [ne] può trovare cagione alcuna probabile, se non se ec. - Uso delle settimane ec. ec. (9. Dec. Vigilia della Venuta della S. Casa. 1823.)

Situla-sitella, tabula-tabella. V. la pag. 3844. (9. Dec. 1823.)

Il Forc. dice che sportella è diminutivo di sportula,

benchè pur si trova sporta, di cui sportula è diminutivo. Forse si troverà che tutti i diminutivi in ellus ella ellum sono fatti da nomi (o verbi ec.) in ulus, noti o ignoti, diminutivi o no, positivati o assoluti ec. [17] In tal caso sportella sarebbe un sopraddiminutivo di sporta, giusta l’uso sì frequente in italiano de’ doppi e tripli diminutivi, e come ho detto altrove di anellus da anulus, se non che anulus è in significato diverso o per natura o per estensione dal suo positivo ec. Catena-catella. Catus-catulus catellus catellulus (v. il Forc. in tutte queste voci). Vitulus vitellus. (v. il Forc. in Catellus). Vitellus è positivato, almeno nelle nostre lingue, ec. Catinus catillus, catinum-catillum, catillo as, catillo onis, ec. Patina o patena-patella (positivato; v. il Forc.). Pare che da patina sarebbe piuttosto patilla che patella. Patellarius ec. vedi la pag. 3955. Se fosse vero che i diminutivi in ellus non fossero che da’ vocaboli in ulus (e i verbi in ellare diminutivo, da quelli in ulare, e così gli avverbi ec.), catillus e gli altri simili, o sarebbero contrazioni di catinulus (e allora non deriverebbero, ma sarebbero tutt’uno col nome in ulus) o vero di catinellus fatto da un catinulus (che pur si trova). (9. Dec. 1823.). Cistela sarebbe diminutivo di cistula e non di cista ec. (9. Dec. Vigilia della Venuta della Santa Casa. 1823.). V. p.3968.

[3964] Alla p. 3961. principio. Catus per cautus, v. Forcell. Recatar per recautar sarebbe un grandissimo arcaismo (quanto alla soppressione dell’u) conservato in una lingua moderna ec. (9. Dec. 1823.). V. p.3980.

Dico altrove che bisogna esattamente distinguere tra’ vocaboli e modi latini conservati nelle lingue moderne, o ricuperati per mezzo della letteratura, scienze, diplomatica, politica, canoni, giurisprudenza, cose ecclesiastiche, liturgie ec. (o conservati ancora per questi mezzi, ma non per l’uso della favella ordinaria ec.). La stessa distinzione bisogna fare circa le forme delle parole ec. atteso massimamente che le ortografie moderne sono state da principio ed anche in seguito lungo tempo modellate sul latino, peccarono assai e lungamente per latinismo che nella rispettiva lingua parlata non si trovava, furono inesattissime ec. di tutte le quali cose ho detto in più luoghi. (9. Dec. Vigilia della Venuta. 1823.)

Parlo altrove de’ dialetti d’Omero. Posto che il dialetto Ionico non fosse il comune o il più comune, e perciò prescelto, l’avere Omero scritto in un dialetto piuttosto che nella lingua comune, non prova altro se non che questa a’ suoi tempi non v’era; e il non esservi prova che non vera ancora letteratura greca formata, perchè nè questa poteva esservi senza quella, e la mancanza di lingua comune è segno certo ed effetto non d’altro che della mancanza di letteratura nazionale o della sua infanzia, poca diffusione ec. Similmente dico di Democrito ec. Ctesia è più moderno, ma forse anteriore al pieno della letteratura ateniese, [di] Erodoto [18] e degli altri che ne’ più antichi tempi scrissero ne’ dialetti loro nativi e non in lingua comune. Del resto se Omero usò e mescolò anche gli altri dialetti più di quello che poi fosse fatto dagli altri scrittori greci, anche poeti, prevalendo però in lui l’ionico, il simile fece Dante, che [3965] usò e mescolò i dialetti d’Italia molto più che poi gli altri, anche poeti, e a lui vicini, non fecero, e che oggi niuno farebbe, perchè v’è lingua comune, e questa certa e formata e determinata, e tutto ciò principalmente a causa della letteratura. Se poi alcuni, come Empedocle e Ippocrate, non essendo ioni ec., scrissero nell’ionico, [19] ciò fu perchè Omero l’aveva usato e fatto famoso e atto alla scrittura, e creduto solo o principalmente capace di essere scritto, nel modo stesso che poi l’abbondanza degli scrittori ateniesi, maggiore che quella degli altri, rese comune, e per sempre, il dialetto attico, o una lingua partecipante massimamente dell’attico, e lo ridusse ad essere il greco propriamente detto sì nell’uso dello scrivere, sì in quello del parlare, massime delle persone colte; [20] e nel modo stesso che in Italia per simil cagione è avvenuto rispetto al toscano, mentre prima, come in Grecia l’ionico invece dell’attico, così in Italia si era fatto comune ec. non il toscano, ma il siculo ec. per la coltura di quella corte e poeti ec. e loro abbondanza preponderante ec. Onde molto s’ingannano, secondo me, quelli sì antichi (vedi i luoghi cit. alla pagina 3931.) sì moderni (che sono, io credo, non pochi) i quali riconoscono l’uso o preponderanza del dialetto ionico in Omero, in Ippocrate ec. e nelle scritture dell’antica Grecia da questo, che il dialetto ionico, secondo loro, o almen quello di detti scrittori quale egli si è ec. era l’antico dialetto attico, e usato dagli ateniesi. Il che, se non hanno altri argomenti per provarlo, certamente non è provato dall’uso di quegli scrittori, poichè che diritto e che mezzo aveva allora il dialetto ateniese per esser preferito agli altri nelle scritture? Essi cadono nel solito errore, [3966] sì comune per sì lungo tempo (e fin oggi) in Italia, anche fra’ più dotti e imparziali, circa il dialetto toscano, cioè di credere che l’attico prevalesse agli altri dialetti per se (mentre niun dialetto prevale per se, giacchè quanto all’ordine, forma ec. esso non l’ha prima della letteratura, quanto alla bellezza del suono materiale ec. questo è un sogno, perchè a tutti i popoli e parti di essi è più bello degli altri suoni quello che gli è dettato dalla natura, e quindi quello del dialetto nativo, e imparato nella fanciullezza ec.), e non per causa della preponderante letteratura e scrittori attici, la qual causa a’ tempi d’Omero ec. non esisteva, anzi Atene non aveva, che si sappia, scrittore alcuno, non che n’abbondasse particolarmente ec. Neanche era potente, nè commerciante, nè che si sappia, assai culta, o più culta degli altri, seppure aveva coltura alcuna notabile. Bensì lo erano gl’ioni ec. e questo appunto produsse o fece possibile un Omero ec. Se poi hanno altre prove della detta proposizione, certo ragionano a rovescio pigliando per effetto la causa, e per causa l’effetto. Poichè se quello fu allora il dialetto attico, ciò venne appunto perch’esso aveva avuto scrittori e letteratura, e così fattosi comune ec., ovvero a causa del commercio e potenza e della coltura degl’ioni, alla qual coltura non avrà poco contribuito la stessa letteratura che n’aveva avuto origine ec. Del resto gli attici erano molto facili ad adottare le voci e modi greci stranieri, e anche i barbari, almeno ne’ tempi susseguenti; e lo dice Senofonte in un luogo da me citato e discusso altrove. (9. Dec. 1823. Vigilia della Venuta della Santa Casa di Loreto.)

[3967] L’infinito per l’imperativo, del che altrove. Hippocrates in fine libri de aere aquis et locis. ᾽Απὸ δὲ τουτέων τεκμαιρόμενος, τὰ λοιπὰ ἐνϑυμέεσϑαι, καὶ οὐχ ἁμαρτήση. Sono le ultime parole del libro. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa. 1823.). Questo modo è frequentissimo in Ippocrate da per tutto, come precettista ch’egli è.

Diminutivi positivati. Taureau. Molti de’ diminutivi ch’io chiamo positivati potranno ben trovarsi usati alle volte, più o men sovente, o da’ più antichi o da’ più moderni ec. ed usarsi ancora, in senso veramente diminutivo, o pur frequentativo ec. ec. E sia anche il più delle volte. A me basta che talora abbiano o abbiano avuto ec. senso positivo, conforme al positivo ec. (10. Dec.1823.)

Alla p. 3962. È noto che Alboino re de’ Longobardi fece del teschio di Comundo (re de’ Zepidi, suo nemico) una tazza, con la quale in memoria di quella vittoria (sopra i Zepidi) bevea (Machiav. Istorie fiorent. lib. 1. opp. 1550. p. 9.), e come da questo ebbe origine la sua uccisione ordinata da Rosmunda sua moglie e figlia di Comundo, per mano di Almachilde (id. ib.). Da ciò si vede che questo costume dovette anche esser proprio de’ Longobardi (giacchè io non convengo col Machiavelli che attribuisce questo fatto in particolare all’efferata natura di Alboino), popolo settentrionale e forse non estremamente lontano dagli Sciti, benchè d’altra razza e d’altro genere di lingua a quello ch’io credo. Poichè gli Sciti spettano alla razza slava. I Longobardi, cred’io, alla tedesca. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.)

[3968] Alla p. 3963. fine. Se i diminutivi in ellus ec. fossero fatti sempre da voci in ulus, lo stesso si dovrebbe dire di quelli in illus, illare ec. Quindi p.e. conscribillo sarebbe da un conscribulo. - Al detto di patella, aggiungi l’ital. padella, positivato (restando patena pel vaso sacro ec.), benchè forse quello che oggi si chiama padella non sia precisamente conforme a quello o quei vasi che si chiamavano in lat. patinae o patenae o patellae, e quindi il significato di tal diminutivo positivato padella non sia forse precisamente il medesimo del suo positivo latino, cosa inevitabile quasi in quelle voci che appartengono a oggetti di usi ec. sempre variabilissimi più d’ogni altra cosa. Ma in tal caso la significazion del diminutivo padella non sarebbe neppur la medesima del diminutivo patella, ch’è pur certamente positivato, e con cui padella è materialmente una stessa voce. Insomma padella è certamente un diminutivo positivato. V. i francesi e gli spagnuoli e il Gloss. ec. (10. Dec. dì della Venuta. 1823.). V. p.3971.

Al detto altrove del diminutivo o vezzeggiativo ec. positivato figliuolo, aggiungi i suoi derivativi ec. pur positivati, come figliolanza. (10. Dec. Festa della Venuta. 1823.)

Ho detto, non mi ricordo il dove, di un diminutivo, mi pare, italiano che la sua inflessione in ol (sia verbo o sia nome ec. che non mi sovviene) dimostrava lui essere originariamente latino. Ma si osservi che la diminuzione in olo, olare ec. è non men propria dell’italiano moderno di quel che sia del latino quella in ulus, ulare, olus (come in filiolus) ec. Ben è vero ch’essa deriva onninamente da [3969] questa latina, anzi è la medesima con lei. Del resto l’aggiunta dell’u in questa nostra inflessione (come in figliuolo ec.). 1. è una gentilezza della scrittura e ortografia, un toscanesimo, non è proprio della favella, seppur non lo è della toscana, e in tal caso, che non credo neanche in Toscana sia troppo frequente e’ sarebbe un accidente della pronunzia. 2. non si trova nelle più antiche scritture, nè in moltissime delle meno antiche, benchè esatte, anzi fuorchè nelle moderne, forse nel più delle scritture ella manca, e credo ancora che manchi regolarmente anche oggidì, almeno secondo l’ortografia della Crusca, in molte parole dove l’olo è pur lungo. 3. ella svanisce regolarmente (per la regola de’ dittonghi mobili) sempre che l’accento non è sull’o: quindi da figliuolo figliolanza ec. 4. essa è veramente una proprietà italiana onde anche da sono, bonus e tali altri o semplici, facciamo uo, come suono, buono ec. siccome gli spagnuoli ue, che pur si risolve, o ritorna, in o sempre che l’accento non è sull’e, come da volvo buelvo e poi bolver ec. V. p. 4008. E anche quando la desinenza ec. in olus o ulus ec. non è diminutiva, noi ne facciamo sovente uolo ec. come da phaseolus, fagiuolo ec. 5. Essa manca sempre in moltissime parole italiane, come in tanti verbi diminutivi o frequentativi ec. in olare de’ quali ho detto altrove, che sarebbe sproposito scrivere in uolare. Insomma essa giunta non è propria di questa tale italiana inflessione diminutiva derivante dal latino, ma è un accidente di pronunzia o di ortografia italiana o toscana, che ha luogo anche in infiniti altri casi alienissimi da questa inflessione, e che in questa medesima non ha sempre luogo ec. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.). V. p. 3984. 3992. 3993.

Alla p. 3961. Così discorrasi ancora di cento altri generi di formazioni ec. latine e non proprie delle lingue moderne, che si trovano in mille parole moderne [3970] ignote nel latino, o solo note nel latino barbaro, mentre quelle formazioni ec. non sono proprie di questo e furono assolutamente proprie del buon latino, o speciali del latino antico ec. ec. (10. Dec. dì della Venuta della S. Casa di Loreto. 1823.).

V. p.  seguente, e 3985. Ho detto altrove che male nelle nostre lingue spesso si usa per non, per particella privativa, ec. Questo è proprio particolarmente dell’antico delle nostre lingue, e fors’anche più in particolare, dell’antico francese. I francesi ora dicono mal- ora mé-, ch’è lo stesso (médire, dir male), e così il nostro mis (misdire, misfare). Le quali particelle corrotte da mal e destinate alla composizione, ora significano veramente male, ora sono assolutamente negative o privative, come in mépriser, mépris, miscredente, misleale ec. Questa particella mis (o simile) collo stesso uso è anche comune agl’inglesi, il che conferma il sopraddetto, cioè ch’ella e così mal ec. ond’ella è corrotta, fosse specialmente propria dell’antico delle nostre lingue, e particolarmente dell’antico francese. V. gli spagnuoli i quali se ne mancassero, sarebbero nuova prova di ciò, perchè lo spagnuolo non ha forse tanto tolto dal provenzale ec. quanto il nostro antico linguaggio, massimamente scritto ec. ec. Salvo sia sempre che mis ec. non si trovi essere di origine settentrionale, e di là venuta nell’inglese e nel francese ec. (10. Dec. Festa della Venuta. 1823.)

Participii passivi in senso neutro. - Aggettivazione de’ participii. Tacitus da taceo per tacens. Similmente in ispagnuolo callado per callante, zitto (à todo havia estado suspenso y callado. Cervant. D. Quijote). Bisogna però osservare intorno a questo e simili participii di verbi neutri delle lingue moderne, usati nel senso del participio di forma attiva, se quel tal verbo non è o non [3971] fu neutro passivo, fatto poi assoluto per ellissi del pronome o sempre o talvolta. Cosa ch’è avvenuta ed avviene infinite volte nelle nostre lingue. P. e. callar forse si disse ancora o solamente callarse, come in fr. se taire, e spesso anche in ital. tacersi, si tacque ec. benchè qui il pronome piuttosto ridonda, per proprietà di nostra lingua, come in altri assai casi, la qual proprietà non appartiene a questo discorso, e bisogna notare che un neutro assoluto non si pigli per neutro passivo a causa di essa, che sarebbe falso, onde tra noi il trovare un neutro col pronome, o presso gli antichi o presso i moderni non sempre è segno che quello sia neutro passivo, o lo sia stato ec. e poi soppresso il pronome, callar o sempre o per lo più. In tal caso callado nel senso suddetto, non sarebbe che in senso passivo, e non apparterrebbe al nostro discorso. (11. Dec. 1823.)

Alla p. 3968. Se i diminutivi in ellus ec. o illus ec. son fatti dalle voci in ulus ec. o sempre, o talvolta (ch’è fuor di controversia il talvolta), essi sono contrazioni di ulellus ec. ulillus ec. (11. Dec. 1823.). V. p. 3987.

Alla p.  anteced. S’intende che tali composti, derivati ec. non sieno stati formati ec. dagli scrittori ec. ma propri della favella volgare, e tali che si possano credere conservati; come infatti ve ne sono, anche propri esclusivamente del solo dir familiare o parlato ec. o de’ più antichi e rozzi scrittori, e quindi certo delle favelle volgari di allora ec., in assai buon numero. (11. Dec. 1823.)

Alla p. 3961. Spettano a detta categoria la grazia e l’effetto spesse volte singolare delle bellezze forestiere o che hanno del forestiero, sia che questo bello spetti alla fisonomia, al personale ec. ovvero alle maniere ec., ovvero che le maniere sien forestiere e non il fisico, o viceversa ec. ec. ec. (11. Dec.1823.)

[3972] Risulta da quello che in più luoghi si è detto circa la natura di una lingua atta (massime ne’ nostri tempi) veramente alla universalità, che ella non solo non può esser più delle altre lingue capace di traduzioni, di assumer l’abito dell’altre lingue, o tutte o in maggior numero o meglio che ciascun’altra, di piegarvisi più d’ogni altra, di rappresentare in qualunque modo le altre lingue; ma anzi ella dev’essere per sua natura l’estremo contrario, cioè sommamente unica d’indole, di modo ec. e sommamente incapace d’ogni altra che di se stessa, ed in se stessa minimamente varia, e da se medesima in ogni caso il men che si possa diversa. E una lingua che tenga l’estremo contrario è di sua natura, massime a’ tempi nostri, estremamente incapace dell’universalità. Non bisogna dunque figurarsi che una lingua universale nè debba nè possa portare questa utilità di supplire alla cognizione di tutte le altre lingue, di esser come lo specchio di tutte l’altre, di raccoglierle, per così dir, tutte in se stessa, col poterne assumer l’indole ec.; ma solo di servire in vece di tutte le altre lingue, e di esser loro sostituita. Anzi ella non può veramente altro ch’esser sostituita all’uso dell’altre e di ciascuna altra, e non supplire ad esse ec. Ben grande sarebbe quella utilità, ma essa è contraria direttamente alla natura di una lingua universale. Tale si è infatti la francese. Nè i francesi dunque nè gli stranieri si lusinghino di avere in quella lingua tutto ciò che potrebbero avere nell’altre, ma una lingua diversissima per sua natura dall’altre, il cui uso a quello di tutte l’altre possono facilmente sostituire. Nè stimino che volendo conoscer [3973] l’altre lingue, autori ec. il possederla francese, li dispensi più che alcun’altra lingua dallo studio di tutte l’altre, anzi per questo effetto la francese non serve a nulla, ed i francesi per parlare come nativa una lingua sommamente disposta alla universalità, si debbono contentare di avere una lingua incapacissima di traduzioni, inettissima a servir loro di specchio e di esempio, e fin anche di mezzo, per conoscere qualunque altra lingua, autore ec. Il fatto della lingua francese dimostra queste asserzioni. Sebbene i francesi coll’estrema trascuranza che hanno dell’altre lingue mostrano essere persuasi del contrario. La natura della greca era appunto l’opposto. Ella infatti perciò, anche nel tempo antico, non potè essere universale che debolissimamente e incomparabilmente alla possibile universalità di una lingua, ed anche all’effettiva presente universalità della francese, malgrado le molte qualità, e massimamente le infinite circostanze estrinseche (potenza, commercio, letteratura e civiltà unica della nazione che la parlava) che favorirono, (e per lunghissimo tempo), e quasi necessitarono la sua universalità, molto più che le circostanze estrinseche della francese ec. (11. Dec. 1823.)

Non è dubbio che la civiltà, i progressi dello spirito umano ec. hanno accresciuto mirabilmente e in numero e in grandezza e in estensione le facoltà umane, e generalmente le forze dell’uomo, il quale essendo ora, al contrario che da principio, più spirito che corpo, come dico altrove, può veramente, anche nelle cose materiali, infinitamente più che da principio. Ma bisogna vedere se queste nuove facoltà, questo accrescimento di forze ec. corrisponde ed era destinato dalla natura [3974] sì generale sì della specie umana in particolare, e giova o nuoce alla felicità d’essa specie, chè nocendo, è certo che non corrisponde alla natura ec. Di quante incredibili abilità vediamo noi col fatto che moltissimi animali (fino ai pulci addestrati da non so chi a tirare un cocchietto d’oro) sono capaci, e lo videro gli antichi che ne raccontano maraviglie, corrispondenti alle moderne, benchè alcune maggiori, per la maggiore industria degli antichi, in questa come in tante altre cose, manifatture, lavori d’arte ec. Chi non le avesse udite da testimonii irrecusabili, o vedute cogli occhi propri o ascoltate co’ propri orecchi, neppur le avrebbe immaginate, nè figuratasene la possibilità, la capacità, l’attitudine fisica in quella specie di animali, come p. e. elefanti, cani, orsi, gatti, topi (cosa vera) ec. ec., anche ferocissime, e apparentemente le più incapaci di disciplina e di mutar costumi ec. e di mansuefarsi e obbedire agli uomini ec. Or chi dirà che tali abilità le quali accrescono le facoltà di quelli animali ec. fossero per ciò destinate dalla natura o generale, o loro particolare ec. giovino alla loro felicità ec. e che le loro rispettive specie sarebbero più perfette o meno imperfette, se tali abilità fossero in esse più comuni, o universali ec.? E senz’andar troppo lontano, quante proprietà abilità ec. lontanissime dalla sua primitiva condizione, non acquistano tuttodì sotto i nostri occhi, e tuttodì esercitano, i cavalli da tiro, da maneggio ec. proprietà ed abilità che non ci fanno più meraviglia alcuna, a causa dell’abitudine e frequenza, e che l’arte d’insegnar loro siffatte cose è comunissima e presentemente e da lungo tempo, facile; ma nè questa nè quelle sono perciò men degne di maraviglia. [3975] Or con tutto questo, e con tutto che il numero degl’individui così ammaestrati sia tanto, e così continuo e successivo ec. chi dirà che ec. come sopra? se non chi stima che tutto il mondo, e in questo la specie de’ cavalli, sia fatta di natura sua per servizio dell’uomo, e tenda a questo come a suo fine, e non abbia la sua perfezione fuor di questo, onde sia destinata e disposta naturalmente all’acquisto di quelle facoltà e qualità che si richiedono o convengono e giovano a tal servizio, di modo che un cavallo non sia perfettamente cavallo se e fino ch’ei non sa portare un uomo sul suo dosso, e obbedire a’ suoi segni e prevenirli e indovinarli ec. ec. e far tutto questo perfettamente. (11. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati. Corbeau, corbin da corvus. (11. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati greci. ϑηρίον, βιβλίον, σιτίον co’ loro derivati. Altri che forse pur sono, almen talvolta, positivati, vedili nella Gramm. del Weller, Lips. 1756. p. 82., co’ lor derivati o composti ec. (12. Dec. 1823.)

In Omero tutto è vago, tutto è supremamente poetico nella maggior verità e proprietà e nella maggior forza ed estensione del termine; incominciando dalla persona e storia sua, ch’è tutta involta e seppellita nel mistero, oltre alla somma antichità e lontananza e diversità de’ suoi tempi da’ posteriori e da’ nostri massimamente e sempre maggiore di mano in mano (essendo esso il più antico, non solo scrittore che ci rimanga, ma monumento dell’antichità profana; la più antica parte dell’antichità superstite), che tanto contribuisce per se stessa a favorire l’immaginazione. Omero stesso è un’idea vaga e conseguentemente poetica. Tanto che si è anche dubitato e si dubita ch’ei non sia stato mai altro veramente che un’idea. (12. Dec. 1823.). Il qual dubbio, [3976] stoltissimo benchè d’uomini gravissimi, non lo ricordo se non per un segno di questo ch’iodico. (12. Dec. 1823.)

Non è propria de’ tempi nostri altra poesia che la malinconica, nè altro tuono di poesia che questo, sopra qualunque subbietto ella possa essere. Se v’ha oggi qualche vero poeta, se questo sente mai veramente qualche ispirazione di poesia, e va poetando seco stesso, o prende a scrivere sopra qualunque soggetto, da qualunque causa nasca detta ispirazione, essa è certamente malinconica, e il tuono che il poeta piglia naturalmente o seco stesso o con gli altri nel seguir questa inspirazione (e senza inspirazione non v’è poesia degna di questo nome) è il malinconico. Qualunque sia l’abito, la natura, le circostanze ec. del poeta, pur ch’ei sia di nazione civile, così gli accade, e come a lui così a un altro che non avrà di comune con lui se non questo solo. ec. Fra gli antichi avveniva tutto il contrario. Il tuono naturale che rendeva la loro cetra era quello della gioia o della forza della solennità ec. La poesia loro era tutta vestita a festa, anche, in certo modo, quando il subbietto l’obbligava ad esser trista. Che vuol dir ciò? O che gli antichi avevano meno sventure reali di noi, (e questo non è forse vero), o che meno le sentivano e meno le conoscevano, il che viene a esser lo stesso, e a dare il medesimo risultato, cioè che gli antichi erano dunque meno infelici de’ moderni. E tra gli antichi metto anche, proporzionatamente, l’Ariosto ec. (12. Dec. 1823.)

[3977] Alla p. 3927. Questa moltiplicità incalcolabile di cause e di effetti ec. nel mondo morale non deve nè parere assurda o difficile ad ammettersi nè far meraviglia a chi consideri com’ella si trova evidentemente, e del pari infinita e incalcolabile nel mondo fisico. Nè la medicina, nè la fisiologia, nè la fisica, nè la chimica, nè veruna anche più esatta e più materiale scienza che tratti delle più sensibili e meno astruse parti ed effetti della natura, [21] non possono mai specificare nè calcolare nemmeno per approssimazione, se non in modo larghissimo, nè il numero nè il grado e il più e il meno, nè tutti i rapporti ec. delle infinite diversità di effetti che secondo le infinite combinazioni e rapporti scambievoli ec. e influenze e passioni scambievoli ec. che possono avere ed hanno effettivamente luogo, risultano dalle cause anche più semplici più poche e limitate, che dette scienze assegnano; nè le infinite modificazioni di cui dette cause, secondo esse combinazioni, sono suscettibili, ed a cui sono effettivamente soggette. E non per tanto, almeno in grandissima parte, esse cause non si possono volgere in dubbio, e nessuno dalla detta impossibilità di specificare e calcolare esattamente e pienamente, risolve ch’esse cause non sieno le vere, e moltissime sono evidenti e sotto gli occhi, e così il loro modo di agire, le loro relazioni cogli effetti ec., i quali tuttavia non sono più calcolabili nè numerabili. Basti solamente osservare le cause e gli effetti che agiscono ed hanno luogo nel corpo umano, e le infinite diversità ed anche contrarietà che per differenze, sovente impercettibili, di combinazioni, hanno luogo negli accidenti e passioni d’esso corpo anche in individui conformissimi, [22] in un tempo medesimo, in circostanze che possono parere conformissime, [3978] in un medesimo individuo ec. Nè per tanto si può dubitare di quelle cause, purchè d’altronde ec. nè se ne dubita, nè si condannano quei sistemi e quei metodi ec. de’ quali in quanto a questo particolare niuno uomo potrebbe pensarne o usarne un migliore. (12. Dec. 1823.)

Alla p. antecedente. - niuna parte, niun sistema di esse scienze, anche il più dimostrato, niun ordine, niun metodo di trattarle, per efficace, accurato, minutissimo, ordinatissimo, solertissimo che possa essere; se esse scienze o sistemi non si fingono e suppongono, determinano, conformano e circoscrivono i subbietti e lor qualità vere o immaginarie a modo loro, come fanno le matematiche e, p. e. la meccanica nella considerazione delle forze fisiche e de’ loro effetti.

Le scienze e i sistemi non possono andare che per via di paradigmi e di esempi, supponendo tali e tali subbietti, di tali e tali qualità in tali e tali circostanze ec. ovvero generalizzando, sia col salire da questi particolari esempi alla università de’ subbietti in qualche modo diversi, e delle combinazioni diverse, sì nelle cause sì negli effetti; sia in qualunque altra guisa. E tutte sono obbligate di fare più o meno come le matematiche, che per considerare gli effetti delle forze, suppongono i corpi perfettamente duri, e perfettamente levigati, e l’assenza del mezzo, ossia il vóto, ec.; e così il punto indivisibile ec. (12. Dec. 1823.). V. Thomas Éloge de Descartes, Oeuvres, Amsterdam 1774. t. 4. p. 47. seg.

Diminutivi positivati. Grappo-grappolo. Franc. grappe. (13. Dec. 1823.) Fusa e fusi plur. lat. sostantivi di cui altrove. Così locus-loci e loca. Il che è segno di un ant. locum. Così fusa di un fusum. [3979] Così, credo, altri nomi vi sono che hanno diversi generi o in ambo i numeri o in un solo, senza diversa significazione. Così caelus onde caeli, e caelum che oggi non ha plurale siccome il singolare di caelus è antiquato. (14. Dec. 1823.)

Come la lingua e letteratura italiana si stimassero nel 500 da molti anche dotti e gravi uomini non dovere nè potere uscire de’ termini in che le posero i 3. famosi trecentisti, anzi solamente il Petrarca e il Boccaccio, nè delle lor parole e modi e artifizi e stili, e dell’abito ch’essi avevan dato all’una e all’altra ec. del che altrove, vedi il Dial. della Rettorica dello Speroni, Diall. Ven. 1596. p. 147-150. p. 157. fine. - 158. principio, p. 162. verso il fine. (14. Dec. 1823.)

Alla p. 3940. Non sempre però usa l’i. Alle volte usa la vocale stessa ch’è la prima della parola raddoppiata, come in κάρχαρος da χαράσσω (dove anche è aggiunto l’ρ, χαρ), e credo in molti altri casi. Fors’anche usa altre vocali, e altri modi di duplicazione. Ma uno di tali modi è certo il sopraddetto, cioè la prima consonante della voce raddoppiata, e un i, e questo è regolare, e forse il più frequente e regolare e uniforme ec. (14. Dec. 1823.). E chi sa anche se quel κάρχαρος ha veramente l’etimologia che gli attribuiscono ec. E la forma della voce raddoppiata, cioè κάρος è molto irregolare quanto alla sua derivazione da χαράσσω, se questa è vera ec. Laddove le forme delle voci raddoppiate coll’i (come τιτρώσκω) sono regolari ec. (14. Dec. 1823.). V. p. 3989. 3994. 4009. capoverso 8.

Quanto alla particella negativa o privativa ne o nec per non, del che altrove, dà un’occhiata nel Forcellini a tutte le voci [3980] comincianti massimamente per ne, e così nello Scapula alle voci comincianti massimamente per nh e ne. (14. Dec. 1823.)

Genou sembra esser da genu, come altrove. Ma agenouiller è da un genouille diminutivo. [23] Vedi la pag.3955. Trovo nel D. Quijote finojo per ginocchio, voce che mi par quivi affettatamente antiquata, come molte altre, per contraffare il linguaggio degli antichi libri di Cavalleria, ed è posta in bocca di Sancho. In ogni modo mostra che anche l’antico spagnuolo (se già non prese questa voce dall’italiano) usava il diminutivo di genu nel senso positivo e in vece del positivo latino. Sta la detta voce nella Parte I. del D. Quijote, lib.4. cap. 31. p. 343. ediz. d’Amberes 1697. t.1. (14. Dec. 1823.). V. p. 3983.

Alla p. 3964. principio. Catar da cui è recatar (riguardare), se già non è da captare, che non credo, sarà da calus, il quale da caveo, e quindi quasi caular, e continuativo di caveo. Cata (gare, guardati) equivale propriamente a cave. (14. Dec. 1823.)

Participii aggettivati. Catus, cautus. V. Forcell. (14. Dec. 1823.)

L’ortografia francese fu da principio ed anche per lungo tempo proporzionatamente molto più simile alla scrittura latina che non è oggi, anzi sempre più se ne va scostando per accostarsi alla pronunzia. Fu, dico, molto più simile, sì perchè anche la pronunzia lo era, e sì per l’inesattezza e latinismo comuni a tutte le ortografie moderne, come altrove in più luoghi. Ora, se cambiandosi la pronunzia e correggendosi il barbaro latinismo dell’ortografia, la scrittura francese si è mutata [3981] non poco, perchè non si dovrà mutarla affatto sin tanto ch’ella si conformi onninamente alla pronunzia e francese e presente, qual ella è in fatti, e rinunzi del tutto alla forma latina delle parole scritte in quanto ell’è diversa da quella di esse parole pronunziate, ed all’aver riguardo in qualunque modo al latino? Se ciò non si è ancor fatto, e se non si farà, vuol dire che l’ortografia francese non è ancora o non sarà mai perfetta, nè interamente rettificata, anzi è imperfettissima e scorrettissima. Il contrario è avvenuto ed avviene ancor tuttavia (conformandosi sempre al nuovo modo di pronunziare, o conformandosi alla pronunzia dove l’antica ortografia non vi si conformava; come p. e. oggi tutti scrivono ispirare e simili, laddove tutti gli antichi inspirare, sia che così pronunziassero, sia che latinizzassero in questa scrittura) nell’ortografia spagnuola e massimamente nell’italiano che perciò sono perfette, o quasi, e certo assai più della francese vicine alla perfezione. Non così nell’inglese, nella tedesca ec. perciò imperfette come la francese, ma forse meno, perch’esse da principio non ebbero occasione nè modo di guardare al latino, con cui non hanno che fare le loro lingue, massime il tedesco, o certo di guardarvi meno, e quindi minor cagione d’allontanarsi dalla pronunzia e dalla forma reale delle voci propria della loro lingua, e d’uscire dei termini e vera proprietà di questa ec. (14. Dec. 1823.)

[3982] Alla p. 3964. Anacreonte ionico scrisse nell’ionico, mescolato però, secondo il comun modo di dire degli eruditi, e temperato cogli altri dialetti, (massime il Dorico), al modo di Omero. V. il Fabric. e la pref. ad Anacr. del De Rogati ec. (14. Dec. 1823.). V. p.  seg.

Alla p. 3965. I posteriori poi (com’Abideno, Arriano nell’Indica, Teocrito ec.), benchè già nato e stabilito e formato il dialetto comune e la letteratura nazionale, e prevaluto eziandio l’Attico, scrissero negli altri dialetti particolari nativi loro o alieni, perchè nobilitati da autori di grido che gli avevano usati quando ancor non v’era dialetto comune, o non ben formato nè fermamente applicato e aggiustato adequatamente alla letteratura. Il qual mal vezzo non ha avuto luogo in Italia, se non se in qualche scrittorello non mai divenuto (come Teocrito ec.) nazionale, e di poco giudizio; perchè buoni scrittori non si son dati a scrivere in altra lingua che nella comune, e ciò a causa che i dialetti particolari non avevano avuta la sorte di esser nobilitati da veruno insigne scrittore (benchè molti scrittori avessero) prima della formazione ec. del linguaggio comune e della letteratura. (Del resto non pare che opere gravi scritte in dialetti particolari, fuorchè nell’Attico, dopo la esistenza ec. del comune, avessero gran fortuna nè fama nè pure in Grecia, nè che veramente grandi o insigni ne fossero mai gli autori. Luciano de scribenda historia si burla di uno suo contemporaneo che avea scritto in dialetto ionico, come anche dell’affettato Atticismo di altri. Dionigi d’Alicarnasso compatriota d’Erodoto scrisse sì la storia sì il resto nell’attico o comune). [3983] Bensì quanto al toscano considerato come dialetto particolare, l’Italia si rassomiglia alla Grecia ed al suo attico proprio, per l’uso che gli autori anche insigni ne fecero, sì toscani nativi o attici nativi, sì forestieri, adoprandolo esclusivamente o principalmente ec. Però anche in Grecia come in Italia questo usare un dialetto, ancorchè nobilitato da molti scrittori ec. e prevalente ec., invece del comune, e massime l’abuso di esso e le smorfie, e massime nei non nativi, fu deriso dai più savi ec. benchè più ragionevole ciò fosse in Grecia che in Italia per molte cagioni, e fra l’altre che il dialetto attico propriamente detto era stato usato, e fu usato di mano in mano da autori veramente insigni e sommi, come Platone ec. Non così, strettamente parlando, il toscano proprio ec. che non è veramente la lingua neppur de’ sommi italiani scrittori, nativi toscani, Dante, Petrarca e Boccaccio, nè d’altri sommi toscani ec. (14. Dec. 1823.)

Alla p. 3980. Genouil antico, si trova. Vedi i Diz. e vedi i diversi suoi derivati, che sono parecchi, oltre agenouiller, incomincianti per genouill-. (14. Dec. 1823.)

Alla p.  anteced. principio. Certo è però che Anacreonte si accosta assai più di Omero, e forse più di qualunque altro poeta greco al dialetto comune, anzi pochissimo se ne scosta nè per accostarsi all’ionico (se già le sue odi in questa parte de’ dialetti e massime nell’ortografia ad essi spettante non sono alterate) nè ad altro veruno. Segno che al suo tempo benchè molto antico, il dialetto comune esisteva già, per mezzo della letteratura ec. o piuttosto che il dialetto [3984] ionico (il quale probabilmente fu quello che poi divenne il comune, e produsse l’attico ec. come pare a molti eruditi) era allora per la maggior vicinanza de’ tempi (rispetto a quelli d’Omero) quasi uguale (eccetto nello scioglier de’ dittonghi, che in Anacreonte però di rado si sciogliono, e quando si sciolgono, è manifestamente per la necessità o comodità del metro, nel qual caso è ben naturale e in altre cose tali, che si posson chiamar di pronunzia, e in queste ancora Anacreonte è molto parco, se non dove l’uso del verso l’esige, di modo ch’egli usa il dialetto suo, e si scosta dal comune piuttosto come poeta che come scrittore, e come linguaggio e licenze poetiche, non come dialetto) a quello che poi fu il comune, come si vede in Ippocrate ec. ec. (15. Dec. 1823.)

Commeto as da commeo per commeato. V. Forc. e il detto altrove sopra hieto ec. (15. Dec. 1823.)

Bello non assoluto. Diversissime usanze, opinioni, gusti ec. circa le chiome, sì sopra l’acconciamento loro, come sopra il portarle o no, raderle, lasciare crescerle fino a terra, fino agli omeri, fino al collo, tagliarle all’intorno della testa ec. ec. presso gli antichi e i moderni e le varie nazioni, selvagge, barbare, civili ec. ec. ec. in vari tempi ec. anche egualmente colti e di buon gusto ec. ec. (15. Dec. 1823.) Alla p. 3939. Così anche i verbali sostantivi formati da’ supini come quelli in us us. Così gli avverbi e tutte le (non poche) voci e sorte di voci che si fanno regolarmente da’ supini regolari o irregolari, usitati o inusitati, de’ verbi. (15. Dec. 1823.)

Alla p. 3969. fin. Anche la nostra diminuzione in ello ellare ec. viene dal latino, ed è latina, e così la spagnuola in illo, illar (lat. cantillare ec.) ec. (15. Dec. 1823.). Così la francese in el, eler, o eller (femin. elle) ec. (15. Dec. 1823.). V. p. 3991. e il pens. seg.

Dico altrove che tutti i nostri verbi diminutivi frequentativi disprezzativi ec. sono [3985] della 1. coniugazione come i più di tali generi in latino. Così gli spagn. e i franc. [24] V. il pens. preced. ec. (15. Dec. 1823.). e la pag. 3991. capoverso 1.

Alla p. 3970. principio. Si trovano ancora nelle nostre lingue parecchi semplici di cui in latino noto, non si hanno che i composti (e questi sono, più o meno, evidentemente tali, cioè composti e non semplici, e più o meno evidentemente formati da un semplice qual è il nostro ec.), e parecchie voci che nel latino noto non si hanno, ma se ne hanno le derivative ec. (più o meno evidentemente derivate, formate ec. da voci quali sono le nostre ec.). L’argomento in questi casi, massime ne’ primi (perchè il composto suppone necessariamente il semplice) è più forte che mai. (15. Dec. 1823.)

Alla p. 3960. fine. Tali verbi possono essere o da meno (o da remeno o remino-rementum: v. la pag. seg. ec.) ovvero da miniscor, reminiscor ec. i quali verbi avranno tolto facilmente in prestito il supino o participio di meno ec. secondo l’uso de’ verbi incoativi del quale altrove lungamente. Stimo dunque che rammentare sia quasi rementare da rementus sum di reminiscor (il qual verbo oggi non ha participio ossia perfetto deponente ma rammentare può dimostrarcelo) appunto al modo che commento as e commentor aris è da commentus sum di comminiscor (ovvero da commentum di ant. commeno, o da mentum di meno, aggiuntaci la prep.  cum ec.). Veggasi il Gloss. Ammentare è da mentare (spagn.), usitato forse un tempo in italiano come in ispagnuolo aggiuntaci l’a per vezzo di nostra lingua (v. Monti Proposta in ascendere); ovvero da un Adminiscor ec. [3986] V. il Gloss. Mentar da meno o da miniscor. V. il Gloss.

Il qual miniscor è notato da Festo. Nuova prova del verbo meno da me congetturato altrove. Mostrerebbe però che si dicesse mino non meno. Ma forse Festo dedusse miniscor per sola congettura da reminiscor (v. Forc.), dove l’e deve esser cambiato in i per la composizione, e così in comminiscor ec. Se vi fu un incoativo semplice da meno, questo crederei che dovesse essere un meniscor non miniscor. (15. Dec. 1823.). Vero è però ch’io non ho forse ragione alcuna per dire meno piuttosto che mino. Memini può esser da meno (come cecidi da caedo ec.) e da mino ugualmente. Ma pur commentus (che ben può esser da commino, ma da un commino fatto da meno, che ripiglia nel participio la sua vocale, come contineo contentum da teneo non tineo ec.) e memento ec. par che dimostrino un meno. Memento ec. par che dimostri un memeno per reduplicazione del che p. 3940-1. e altrove. O forse è fatto anomalamente da memini dopo la perdita degli altri tempi ec. e l’uso presente di questo perfetto venuto a divenir prima voce e tema del verbo; ovvero anche prima. (15. Dec. 1823.)

Bito is, di cui altrove. V. Forcell. in Combitere. (15. Dec. 1823.)

Alla p. 3939. fine. Il supino è dal perfetto come provo altrove. Ma pingo, fingo, mingo ec. fanno pinxi ec. (e non altrimenti); dunque il lor vero supino è pinctum ec. Mingo ha veramente mictum. [25] Così almeno lo segna il Forcell. V. però quivi la varia lezione all’esempio di Caio Tizio, e i composti di mingo, e i derivati [3987] dal suo supino come minctio ec. Così i composti di pingo fingo ec. e lor derivati ec. (15. Dec. 1823.)

Alla p. 3971. Ma che pagella p. e., e catella e simili sieno contrazioni di catenulella, paginulella (benchè catenula e paginula pur si trovino) e simili, non mi par credibile; bensì di paginella, catenella ec. o anche di paginula, catenula ec. E poi che ragione v’ha per dire che il diminutivo in ellus ec. non si possa fare che dalle voci in ulus ec.? Forse che essa diminuzione in ellus ec. non può esser altro che sopraddiminutiva? Ma da tabula, fabula ec. che non sono diminutivi, benchè in ul, si fa tabella, fabella ec. che non sono sopraddiminutivi ma diminutivi semplici. O forse vorremmo che tabella ec. sia contrazione di tabululella ec.? Al contrario spesso si dice ellulus come asellulus, catellulus ec. Or queste sarebbero elleno contrazioni di asinulellulus, catululellulus, cioè ripetizioni dell’ul, e diminutivi tripli? Tenellulus. Vedi la pag. 3753. 3901. 3992. 3994. Agellulus. Impossibile: bensì di tabulella, come pagella di paginella ec. (15. Dec. 1823.)

Alla p. 3235. Metior o metio (avverti che questo è verbo della quarta e non della 3.) - metor aris e meto as, castrametari ec. (16. Dec. 1823.)

Sella che ho contato altrove fra’ diminutivi positivati, non lo è propriamente, se vien da sedes, perchè ha un senso molto più speciale di questo, benchè anch’esso molto esteso e vario. (16. Dec. 1823.)

A proposito dello spirito denso dei greci mutato in s ec. si può notare lo spagn. sombra (coi derivati) cioè ombra da umbra. E forse qua spetta anche il franc. sombre. V. il Gloss. ec. ec. (16. Dec. 1823.)

[3988] Bello non assoluto. I greci e i romani (erano nazioni di buon gusto?) pregiavano, almeno nelle donne, la fronte bassa, e l’alta stimavano difettosa, per modo che le donne se la coprivano ec. V. le note del De Rogati alla sua traduzione di Anacr. od.29. sopra Batillo. Sul coprire o mostrar la fronte il che e la quale ha tanta parte nel differenziare le fisonomie, nè gli antichi nè i moderni, nè la moda oggidì è mai d’accordo con se stessa. Non è dubbio che quella nazione di cui parla Ippocrate (v. la p. 3961.), avvezza a non vedere che teste lunghe, benchè tali essi ed esse a dispetto della natura, pur contuttociò naturalmente avrebbe e avrà sentita una mostruosità e bruttezza notabilissima e, secondo lei, incontrastabile ogni volta che avrà veduto teste, non dico piatte, ma discrete ec. Così dite degli altri barbari di cui p. 3962. E così di cento mila altri usi contro natura, selvaggi o civili, antichi (greci, romani ec.) o moderni ec. spettanti alla conformazione o reale o apparente (come quella de’ guardinfanti ec.) del corpo umano. (16. Dec. 1823.)

Il v non è che aspirazione ec. Del Digamma eolico v. la Gramm. del Weller, Lips. 1756. p. 65.- È uso della lingua italiana l’omettere o l’aggiungere il v nei nomi, massime aggettivi in ìo. [26] Nel dire io o ivo spessissimo varia sì la lingua scritta da se stessa (natio-nativo), sì il volgare dalla scritta (stantio, volg. stantivo, e viceversa in altri casi) e da se stesso, sì l’italiano scritto o parlato o entrambo dall’altre lingue, sì dalla latina o dall’originaria della rispettiva parola (joli giulivo per giulìo, che [3989] anche si disse anticamente, oggi è perduto affatto) sì da altri (rétif-rétiverestio), e viceversa queste dalla nostra, e tra loro, e in se stesse ec. (16. Dec. 1823.)

Si dans un pays on pouvait découvrir tous les talens que la nature se plait à distribuer au hasard, et qu’on pût employer chacun dans son genre, ce pays deviendrait bientôt le premier de l’Europe. Mais que de sagacité, de soins infinis et de patience faudrait-il pour de telles découvertes? Le Fatum s’est réservé la direction de nos destinées. À bien examiner la chose, nous y avons moins de part que notre orgueil ne nous en attribue. Lettres du Roi de Prusse et de M. d’Alembert. Lettre 188. du Roi. (16. Dec. 1823.)

Sculpter da sculpto-ptum. (16. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati. Ungula (onde unghia, ongle, e non da unguis): vedi però il Forcell. in Unguis. Quanto a unghia è certo ch’egli è positivato. Di ongle ancora è certo ch’equivale al positivo lat. unguis; non credo però ad ungula che si dice in franc. corne. [27] (17. Dec. 1823.)

Alla p. 3979. fine. I verbi poi (come τεϑνήκω ec.) o nomi (come κεκρύϕαλος ec.) o altre voci fatte da’ perfetti, hanno per lo più e regolarmente nella duplicazione la e e non la i, secondo la forma de’ perfetti onde son fatti. (17. Dec. 1823.)

[3990] Alla p. 3977. Basti solamente notare le infinite circostanze, qualità ec. ec. della persona, sì nel fisico sì nel morale, del clima, dell’anno, della stagione, degli avvenimenti ec. ec. che i buoni e veri medici e in particolare Ippocrate prescrive in molti luoghi di osservare in ciascuna malattia e in ciascun malato, per poterne fare retto giudizio, e applicare il rimedio, il cui effetto ognuna delle dette circostanze, ancorchè menoma, male osservata, ec. potrebbe impedire o render dannoso ec. e altresì falsificare affatto il giudizio della malattia il prognostico de’ suoi effetti e successi ec. ec. (17. Dec. 1823.)

Tutto è follia in questo mondo fuorchè il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorchè il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorchè le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze. (17. Dec. 1823.)

Teschio non è certamente altro che un testulum o testulus da testa per capo, mutato al solito l’ul in i, e il t in ch per proprietà della nostra lingua, massime antica e toscana che dice p. e. schiantare e stiantare, schiacciare e stiacciare, e mastio per maschio (mutando per lo contrario il ch in t) ec. ec. Come da vetulus, vecchio, del che altrove, [28] così da testulum teschio; e se vecchio è da un veculus o contrazione di vetusculus ec. (e così viejo, vieil) nello stesso modo da testa potrà essersi fatto tesculum (come da veTus veCulus) o teschio esser contrazione di testiculum ec. Testula si trova da testa femmin. Or avvi anche testum e [3991] testu neutro. V. Forc. E pel latino testa noi diciamo testo masch. V. il Gloss. i franc. spagn. ec. La parola teschio par che mostri che la voce testa nel volg. lat. si usava particolarmente per denotare il cranio ec. e ciò rende tanto più verisimile la metafora da testa (coccia) a testa (capo) e l’analogia ec. Siccome viceversa le cose da me dette intorno a testa ec. confermano le presenti. Da teschio ben si può argomentare a testa e viceversa, essendosi già dimostrato con tanti esempi l’uso de’ diminutivi in vece e nel senso appunto de’ positivi in latino e nelle lingue moderne. Teschio o testulum dovette forse essere in principio un mero diminutivo positivato cioè significare il medesimo che testa preso o per capo o per cranio particolarmente ec. Del resto circa questa voce v. il Gloss. i francesi e spagnuoli ec. (17. Dec. 1823.)

Alla p. 3984. fine. I francesi hanno anche de’ diminutivi o frequentativi in il ille iller ec. (come grappiller pétiller ec. ec.) come gli spagnuoli e come i lat. catillus, pusillus, pocillum, conscribillo, sorbillo, cantillo ec. ec. (17. Dec. 1823.) Alla p. 3965. marg. È da notare che molto più antichi di Empedocle, Ippocrate ec. furono Saffo ed altri, massime poeti, famosi, i quali scrissero ne’ dialetti natii diversi dall’ionico. Mostra dunque che non Omero, ma la preponderante civiltà, coltura (della quale ne dan chiaro segno e le cose e lo stile e lingua delle odi di Anacreonte, molto, se non altro, più giovane di Saffo), commercio, ricchezza, lusso, mollezza ec. e quindi arti, mestieri, scienze, belle arti, v. p. 3995. letteratura ec. degli Ioni rendesse comune il loro dialetto, e ciò molto dopo Omero, ed essendo [3992] già sparsa la letteratura per la Grecia, e varia di dialetti, ed altri dialetti applicati propriamente e per se stessi (non confusamente cogli altri, come in Omero) alla letteratura, almeno alla poesia. Erodoto fu circa contemporaneo d’Ippocrate. (18. Dec. 1823.). Simonide contemporaneo all’incirca di Anacreonte, dice il Fabric. che scrisse in dorico. Si veggano i suoi frammenti, e più vi si troverà dell’ionico che del dorico; in particolare poi i suoi giambi ed alcuni altri frammenti sono al tutto o ionici o comuni, cioè attici: parte l’uno, parte l’altro. Come però Simonide scrivea per mercede in lode di questo o di quello (v. il Fabr.), è naturale che in tali casi seguisse i dialetti di chi pagava. Quindi i suoi epigrammi, fatti pure per mercede o per casi particolari e luoghi ec., erano forse e si trovano in dorico, e così altri frammenti. V. p. 3997.

Alla p. 3969. La nostra diminuzione in olo olare ec., uolo ec. e la lat. in olui ec. (filiolus, vinolentus, vinolentia ec. ec. per filiulus, vinulentus ec. v. la p. 3955.) sono la stessa che quella in ulus ulare ec. Solito scambio dell’u ed o (come volgus-vulgus ec.) di cui ho detto in mille luoghi. (18. Dec. 1823.)

Lusito da ludo-lusum. (19. Dec. 1823.)

Alla p. 3901. Contrazioni, voglio dire, da lapidillus e simili. Vetulus potrebb’essere per veterulus, (quanto a questa voce puoi vedere la p. 3990. ec.). Puellus (agellus ec.) fors’è contrazione di puerulus, che pur si trova, fatto dal genitivo come gli altri nomi o voci che vengono da’ nomi della seconda. Nigellus potrebb’essere per nigerulus da nigeri genitivo non da niger. Tenellus (misellus ec.) per tenerulus da teneri genitivo non da tener ec. ec. Vedi le pp. 3963. 3968. 3971. 3987. (19. Dec. 1823.). V. p. 3994.

Diminutivi positivati. Mulet da mulus. Nel femminino mule. (19. Dec. 1823.)

Participio passato in senso neutro o attivo. Avvertito per avvisato, accorto, avvertente da avvertire in senso di por mente. Così advertido in ispagnuolo dove credo che advertir abbia pure questo senso come tra noi. [29] Credo ancora che avvertito nel detto senso sia preso dallo spagnuolo al quale è più che mai proprio l’usare questi cotali participii passati in cotali sensi attivi o neutri ec. Trovo advertido così preso nel D. Quijote. Avisé. V. i Diz. Saputo, Saputello ec. V. la Crus. e gli spagn. [3993] (19. Dec. 1823.)

Il me semble que l’homme est plutôt fait pour agir que pour connaître. Lettres du Roi de Prusse et de M. d’Alembert. Lettre CCXXXVII. du Roi. (19. Dec. 1823.)

Al detto altrove sopra i diminutivi positivati di acus, aggiungi aiguillon che grammaticalmente è un sopraddiminutivo, e corrisponde ad aculeus diminutivo semplice. L’uno e l’altro però differiscono dal positivo nel significato. Del resto aiguille originariamente e materialmente è lo stesso che aculeus. (19. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati. Poisson da piscis per poisse. (20. Dec. 1823.)

Alla p. 3636. Notate che v’hanno in francese molti diminutivi di questa sorta, positivati ec. non solo in eau, o in el elle, o in et ette (noisette ec. ec.) [o] in in ine (médecin), V. la pag.3995. capoverso 1. princip.  e quivi il marg. ec. ec. ec. ma in on, [30] ot ote, otte ec. P. e. oignon dev’essere originariamente un diminutivo. (20 Dec. 1823.). V. la fine del pens. seg.

Alla p. 3969. fine. La diminuzione però in olo breve, nei nomi, non par propria dell’italiano. Pur se ne trovano assai esempi di voci che non possono esser latine, o non v’è ragione per credere che lo siano. Zufolo, cicciolo, sdrucciolo, gomitolo, ec. ec. Ne’ verbi poi essa diminuzione è assolutamente italiana. (Dico diminuzione, che ora è in senso diminutivo ora frequentativo ec.). Sventolare che fa io svéntolo, tu svéntoli ec. Anzi tutti i nostri diminutivi o frequentativi ec. in olare, mi par che sieno in ol breve. Del resto mi pare che anche in francese la desinenza in ol [3994] ole, oler ec. sia non di rado diminutiva o frequentativa o disprezzativa ec. Prestolet (pretazzuolo) da prestre. Babiole ec. (20. Dec. 1823.). V. qui sotto.

Alla p. 3992. Nigellus (e così tutti gli altri simili) è da nigri per nigrellus, come flabellum, flagellum, lucellum da flabrum, flagrum, lucrum. Labrum-labellum, monstrummostellum, tenebrae-tenebellae (Claud. Mamert.). Bensì può esser che nigri sia contrazione di nigeri, e quindi per questo rispetto fors’anche nigellus di nigerellus, e simili. Tenellus è certamente per tenerellus, puer per puerellus e simili, soppressa la r come in flabellum ec. (20. Dec. 1823.)

Alla p. 3979. fine. La duplicazione del genere di quella di κάρκαρος (eccetto che qui v’è un ρ di più) è comunissima in greco e si fa col raddoppiare la prima sillaba della voce, cioè la prima consonante e la prima vocale qual è, e fors’anche un’altra consonante prima o dopo essa vocale, se la prima sillaba della voce ha più consonanti ec. Se la consonante è aspirata, se le sostituisce nella sillaba che si aggiunge la corrispondente non aspirata. Se la voce comincia per vocale, anche pura, si ripete la prima vocale e la prima consonante, ancorchè questa spetti a un’altra sillaba. V. lo Scap.  in ἀλαλή. Oppure la e o a si cambia in h, l’o in v ec. ec. ec. (20. Dec. 1823.)

Al pensiero ult. della pag. preced. Massimamente poi è proprio dell’italiano la desinenza in olo ec. breve, quando questa è frequentativa o frequentativo-diminutiva come in trottola ec. In tali casi non ha luogo la desinenza in ólo nè in uólo ec. [3995] (20. Dec. 1823.). V. p. 4000. fine.

Diminutivi positivati. Comignolo quasi culminulus. V. il Gloss. ec. Colmigno o è corruzione di culmine (che pure abbiamo, ma è voce della scrittura), o di culminulus, o apocope di colmignolo, che fu poi corrotto in comignolo ec. (20. Dec. 1823.). Capitulum, capitulo, capitolo, chapitre, per articolo di scrittura ec., s’anche da principio non fu così, oggi valgono lo stesso che caput, capo nel medesimo senso, nel quale in francese e in ispagnuolo non sussiste più il positivo (veggansi però i Dizionarii). 20. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati. Médecin francese.[31] Fiaccola quasi facula da fax. V. il Gloss. in facula ec. e la Crus. in facella. Faccellina vuol dir quasi lo stesso che fascina. Falcola e falcolotto (che il Monti nella Proposta condanna come voci inaudite, ma che sono frequentissime nella Marca, come debbono essere in Toscana, perchè la Crus. le porta senza esempio, ed hanno anche un senso proprio che non si può totalmente confondere con quello di candela) sono corruzioni di facula, ma non hanno precisamente il senso del positivo, ma più ristretto, ed anche indicano cosa piccola a rispetto delle faci di legno, come di pino ec. (v. Forc. in fax) giacchè falcola è solo di cera. (21. Dec. 1823.)

Alla p. 3991. marg. fine. Si osservano dagl’interpreti anche in Anacreonte le espressioni o indicazioni ec. di usanze ec. che dimostrano l’alto grado in cui si trovava al suo tempo il lusso, l’opulenza, la mollezza, le arti belle ec. appo gl’Ioni. (21. Dec. 1823.)

[3996] Diminutivi positivati. Menton, mentonnière da mentum. Puoi ved. p. 3993. capoverso 4. (21. Dec. 1823.)

Al detto altrove di vermiglio ec. aggiungi il franc. vermillon in quanto significa rosso (propriamente e originariamente rossetto). Vedi ancora vermiller che forse è da vermis, vermiculus. (21. Dec. 1823.)

Al detto altrove in più luoghi di falsus aggiungi. Falso per menzognero, finto, ingannatore, insomma per qui fallit, laddove falsus suonerebbe passivamente qui fallitur, detto di persona, è del latino, dell’italiano, dello spagnuolo (D. Quijote). V. i francesi. E anche generalmente nel suo significato aggettivo ordinario, cioè detto di cosa ec. sì falsus, sì falso ec. ha senso attivo e viene a dire ingannante, laddove parrebbe a causa della sua forma grammaticale passiva, ch’ei non potesse valer altro che ingannato. (22. Dec. 1823.)

Circa potus a um aggiungi. Si dice anche potus sum, in forma deponente come gavisus sum da gaudeo. V. Forc. in poto ec. Vedilo anche in prandeo fin. e in pransus, e simili. (22. Dec. 1823.)

Circa appariculus, apparecchio ec. di cui altrove, si osservi che non v’è alcuna necessità di crederlo diminutivo originariamente, malgrado la sua desinenza in ulus, come pure altrove ec. (22. Dec. 1823.)

Diminutivi positivati. Chardon da carduus o da cardus. Noi cardo. Cardone nella Crus. è dell’Alamanni, forse suo francesismo al suo solito, ovvero è un accrescitivo indicante la salvaticità della pianta, positivato ec. come altri molti. Ma in francese al contrario è diminutivo. V. lo spagnuolo. È da [3997] notare in proposito de’ diminutivi positivati, che anche il contrario de’ diminutivi cioè gli accrescitivi si positivano sovente nell’uso latino italiano spagnuolo francese greco ec. Così anche i dispregiativi e altri tali generi e modificazioni di nomi, verbi ec. peggiorativi ec. ec. (22. Dec. 1823.)

Al detto altrove intorno all’uso dell’avv. spagn. luego aggiungi un es. d’Ippocr. nel princ. del libello de flatibus. Αὐτικα γὰρ λιμὸς νοῦσος ἐστίν Verbigrazia [32] la fame si è un’infermità. Scioccamente la versione emendata dal Mercuriale: Quare statim ubi fames molestat, morbus fit. E più scioccamente quanto quel quare non può ragionevolmente aver relazione a niuna delle cose precedenti. (22. Dec. 1823.)

Diminutivi greci positivati. Χρυσίον, ἀργύριον, che alle volte hanno un senso più circoscritto e particolare ec. che i positivi, alle volte lo stesso. V. Scapula. (22. Dec. 1823.)

Alla p. 3992. marg. Questo medesimo vale per gli altri poeti di quelli o de’ più antichi o più moderni tempi, i più de’ quali scrivevano o sempre o spessissimo per mercede, e commissione. Non si può dunque troppo ragionevolmente argomentare dello stato della lingua e letteratura greca di que’ tempi in ordine ai dialetti, dal dialetto che tali poeti, massime lirici, epigrammatici, elegiaci o trenici seguono in tali composizioni; ma bensì da quelle che si veggono essere state fatte per iscelta e genio ec. dell’autore. Tali sembrano esser quelle di Simonide i cui frammenti sono affatto o quasi affatto (quanto può il linguaggio greco poetico stringersi a un dialetto ec. ec.) ionici. E per contrario quelli che son dorici spettano evidentemente all’altro genere sopraddetto ec. (23. Dec. 1823.)

[3998] Alla p. 3636. - o che derivando dal latino, non hanno lo stesso significato, uso ec. che in latino ma diverso affatto come p. e. cintola diminutivo positivato da cinta, nome. V’è però in lat. cinctus us, e cinctum i, onde pur noi cinto e il diminutivo (alla latina) positivato cintolo, con cintolino ec. Forse però cinta per cinto non è che una corruzione di questo ec. E vedi il Gloss. in cincta ec. se ha nulla, cioè se fosse latino barbara essa medesima voce. (24. Dec. Vigilia di Natale. 1823.)

Diminutivi greci positivati. Μόριον. V. il Lessico con tutti i suoi composti, derivati ec. (e così i composti, derivati ec. degli altri diminutivi greci positivati, altrove notati da me). Μορὶς ίδος, μερὶς μερὶδος. ᾽Αγγεῖον. Se questo è veramente diminutivo come dice la Gramm. di Padova, non solo è positivato, ma se ne fa un sopraddiminutivo, cioè ἀγγείδιον, e notisi anche in greco l’uso de’ sopraddiminutivi ec. benchè qui una sola delle due diminuzioni avrebbe vigore ec. Si può credere che moltissime voci greche in ιον, in ὶς ίδος, o in alcuna delle tante forme diminutive usitate in questa lingua (v. il Weller), sieno diminutivi positivati, benchè non si abbiano i positivi, o questi non si usino ora che in senso ben diverso, e per tali e simili e qualunque cagioni quei nomi non sieno considerati dai Gramm. per originariamente diminutivi (p. e. ἰσχίον, κοράλλιον o κουράλιον, βαλάντιον, σίλϕιον; il derivato σιλϕῶδες mostra un posit. di σίλϕιον, perchè da questo sarebbe σιλϕιῶδες). V. p. 4018. ec.). Così accade nel latino nelle lingue moderne ec. E quel che dico de’ nomi si può stendere all’altre voci ec. (24. Dec. Vigilia del S. Natale. 1823.)

Al detto altrove di gozar, aggiungi gozoso, cioè gaudiosus, quasi gavisosus. (24. Dec. Vigil. del Santo Natale. 1823.)

Participii passivi in senso attivo o neutro ec. Agradecido [3999] per agradeciente, e lo trovo anche, nel D. Quijote, per piacevole, urbano, gentile, cortese. [33] Del resto questo participio è aggettivato e così tutti o quasi tutti gli altri tali participii così usati ec., come mi pare aver detto altrove, ma ciò non toglie ec. ec. (24. Dec. 1823. Vigilia del Santo Natale)

Che amarillo, voce evidentemente diminutiva, venga da un amaro (diverso da amargo) e questo da ἀμαυρός? Del resto l’esser voce diminutiva non dee far maraviglia, o che si consideri come voce significante colore (così rossetto ec. ec. nel qual caso ella sarebbe positivata, perchè non suona pallidetto ma pallido, che dovea pur essere il significato di amaro), o come significante mal essere, stato, colore ed aspetto infermiccio ec. (nel qual caso non sarebbe positivata ec.). Del resto sì il proprio sì il metaforico di ἀμαυρός, da qualunque de’ due sensi si voglia derivare amarillo, e qualunque sia il proprio e primitivo di questa voce, le conviene e corrisponde a maraviglia. Or la Spagna donde avrebbe avuta mai questa voce greca? Certo, ch’io sappia, ella non ebbe mai nè colonie greche, nè commercio co’ greci ec. e la sua posizione geografica la rese sempre per così dire ritirata, anche anticamente, fino alla venuta de’ Romani ec. ec. (24. Dec. 1823. Vigilia del S. Natale. 1823.)

Empujar cioè impellere, ma viene da un impulsare. V. i suoi derivati. Pousser, (pellere) da pulsare, co’ suoi derivati. Pujar e certi suoi derivati, sobrepujar parimente, o son fatti da pousser. V. i Diz. spagn. e correggi certe cose che ne ho dette parlando di [4000] pujanza in proposito di potens. La qual voce pujanza ha tutt’altra origine, cred’io, nè viene, come parrebbe a tutti, da pujar, nel modo che puissance, puissant ec. non ha che far niente con pousser e suoi derivati. (24. Dec. Vig. di Nat. 1823.)

A proposito della ridondanza del pronome altro nell’italiano e nel greco, notata altrove, osservivi che altro presso noi spesso vale semplicemente alcuna cosa, massime nella negazione, onde senz’altro vale sovente senz’alcuna cosa, cioè senza nulla, e altri quando si usa al modo del franc. on (e dell’ital. l’uomo, uno, la persona, si ec.) vale alcuno, che pur molte volte si dice ne’ casi stessi. V’ha un luogo nel Petrarca Canz. Una donna più bella, stanza 3. v.12. dove altro, ben considerando il luogo, mi pare (e non credo che niuno fin qui l’abbia inteso) che non significhi se non alcuna cosa, cioè, poichè sta colla negazione virtualmente presa, nulla. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

Diminutivi positivati. Gomitolo, aggomitolare ec. da glomus o glomer. V. la Crus. e il Forcell. col Gloss. ec. e osserva se glomus ec. vale lo stesso. (24. Dec. 1823.)

Verbi frequentativi o diminutivi ec. italiani. Penzolare e spenzolare coi derivati. Paiono però fatti da penzolo, e questo da pendulus che non è diminutivo. Rotolare, rotolone ec.

(24. Dec. 1823.). Penzigliare, penzigliante. V. il pens. seg. Alla p. 3995. princ. Coccolone, o coccoloni da coccare, penzolone o penzoloni (v. il pens. precedente), rotolone ec. Tutte forme frequentative. E questa forma è usitatissima in cotali avverbi in one o oni propri della nostra lingua, che equivalgono a’ gerundi [4001] de’ rispettivi verbi (sieno frequentativi o diminutivi ec. in olare o comunque, o non lo sieno punto) da cui sono formati (se sono formati da verbo). Dunque la forma in ol breve, è ben propria della nostra lingua, e vi è frequentativa, diminutiva ec. come in latino ec. Ruotolo o rotolo. Coccola, coccolina. Concola (i romani concolina sempre, per quello che noi diciamo catino da lavar le mani e il viso) da conca. V. il Forc. e i Less. gr. dove κογχύλιον è diminutivo. E vedi alla pag. 3636. marg. fromba diminuito in frombola, voci l’una e l’altra, che non hanno a far col latino. [34] V. il Gloss. Goccia e gocciola, gocciolare e gocciare, sgocciolare ec. da gutta, del che altrove. [35] Snocciolare da nócciolo [36] ec.; v. la Crusca: nócciolo par che sia da nucleus che non è diminutivo: quindi neanche snocciolare cioè enucleare. (24. Dec. 1823.). V. p. 4003.

A proposito delle divinità benefiche, che altrove ho detto essere ed essere state venerate, inventate ec. dalle nazioni civili, e più quanto più civili, si aggiunga che non solo benefiche, ma graziose, amabili ec. ancorchè non benefiche, o indifferenti ec. come tante divinità, allegorici personaggi, personificazioni di qualità o soggetti ec. naturali, umani ec. nella mitologia greca ec. ec. (24. Dec. Vigilia del S. Natale. 1823.)

Delle colonie greche in Italia, Sicilia ec. e antico commercio ec. greco in Italia, avanti il dominio de’ romani, la diffusione o formazione di quella lingua latina, che noi conosciamo, cioè romana ec. e del grecismo che per tali cagioni può esser rimasto nel volgare latino in quelle parti, e quindi ne’ volgari moderni, in quelle parti, e quindi nel comune italiano eziandio, massime che la formazione e letteratura di questo ebbe principio in Sicilia e nel [4002] regno, come mostra il Perticari nell’Apologia, ec. ec., discorrasene proporzionatamente nel modo che altrove s’è discorso delle Colonie greco-galliche, di Marsiglia ec. in rispetto ai grecismi della lingua francese non comuni al latino noto ec. (24. Dec. 1823. Vigil. del S. Natale.)

Kρεῖττονἑλσϑαι ψεῦδος ἢ ἀληϑὲς κακόν. Menander ap.  S. Maxim. Capit. Theolog. serm. 35. fin. (24. Dec. 1823. Vigilia del S. Natale.)

Diminutivi greci positivati. Prob.tion. V. lo Scap.  Il luogo d’Ippocrrate quivi cit. è nel principio del lib. de morbo sacro: οὐ γὰρ ἐστιν αὐτοῖς ἄλλο προβάτιον οὐδὲν ἢ αἶες καὶ βόες. ῾Ιμάτιον  da εἷμα ατος o da un ἷμα ατος (come da ἀπόσπασμα ατος, ἀπόσπασμάτιον diminutivo e simili), diminutivo positivato, eccetto che εἷμα. (poetico, cioè a dire antico) è forse un po’ più generico. Così forse dicasi di ϕόρτος e ϕορτίον. V. lo Scapula. (25. Dec. dì del Santo Natale. 1823.)

Dico altrove del nostro cangiar talora il cul latino in gli, coll’es. di periglio ec. Aggiungi spiraglio da spiraculum che anche si dice spiracolo, come pure pericolo. (25. Dec. dì del S. Natale. 1823.)

Volere per potere, idiotismo greco e italiano, di cui altrove. Ippocrate o chiunque sia l’autore del libro de morbo sacro a lui attribuito, ediz. del Mercuriale Ven. 1588. opp.  d’Ippocr. classe 3. p. 347. D. terza pag. del detto libello. Oὐ μέτοι ἔγωγε ἀξιῶ ὑπὸ ϑεοῦ ἀνϑρώπου σῶμα μιαίνεσϑαι, τὸ ὑποκηρότατον ὑπὸ τοῦ ἁγοτάτου, ἀλλὰ κ‘ ἢν τυγχάῃ ὑπὸ [4003] ἑτέρου μεμιασμένον ἢ τὶ πεπονϑός, ἐϑέλοι (posset) ἂν ὑπὸ τοῦ ϑεοῦ καϑαίρεσϑαι καὶ ἁγνίζεσϑαι μᾶλλον ἢ μιαίνεσϑαι. Cioè purgaretur et purificaretur magis quam inquinaretur, ovvero posset purgari ec. L’ἐϑέλοι si potrebbe facilmente ommettere risolvendo nell’ottativo colla particella ἂν i verbi infiniti che da lui pendono, e il luogo avrebbe quasi lo stesso valore. Ma la locuzione è elegantissima. (25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.)

Alla p. 4001. Nótisi che la desinenza in olare, dove l’ol è breve ec., sia diminutiva, sia frequentativa ec. si dà presso noi a moltissime voci che non hanno nè poterono avere a far col latino. Si unisce eziandio ad altre desinenze e forme affatto italiane e per nulla latine, come da ballonzare, formazione italiana (o toscana) da ballare, si fa ballonzolare (anche la forma in olare sembra essere propriamente o più particolarmente toscana che altro). Così da pallotta pallottola, e simili. Collottola, frottola. Viottolo, viottola (questa è veramente una diminuzione in ottolo tutta italiana tanto è vero che l’olo breve è italiano ec.) diminutivi di via, e molti simili ec. L’uolo poi accoppiasi in mille modi ec. non mi par però che possa esser sopraddiminutivo (al contrario mi par dell’olo), bensì riceverlo ec. (25. Dec. 1823.). V. qui sotto.

Vedi il pensiero precedente, e osserva che la formazione in olare è anche oggi, fra l’altre, al discreto arbitrio dello scrittore, o parlatore ec. e di questo arbitrio se ne prevalgono anche i volgari, specialmente in Toscana ec. che non conoscono il latino ec. (25. Dec. 1823. dì del S. Natale.)

Frequentativi italiani ec. Vedi nell’anteced. pensiero un verbo sopraffrequentativo o sopraddiminutivo ec., come anche altri ve ne sono, o ne possiamo formare a piacere e giudizio dello scrittore parlatore ec. (25. Dec. 1823.). V. la p.  seg.

[4004] Diminutivi greci positivati. Xορίον V. Scap.  (25. Dec. 1823.)

Alla p.  preced. - In icare, come verzicare o verdicare (inverzicare attivo a quel che pare) per verdeggiare ed altri molti (qua spetta dimenticare). Questa forma di frequentativi è affatto latina. V. la p. 2996. marg., ec. Ed altri molti esempi ve n’hanno, oltre i quivi citati. [37] Particolarmente poi s’usa nel latino appunto in fatto di colori, come quivi altresì puoi conoscere. V. appunto nel Forc. viridicans e viridicatus. Male dice il Forc. che viridicans è per viridans, questo attivo e quello neutro ed equivalente affatto al nostro verzicante o verdicante (Crus.), oltre che se viridans fosse anche neutro, non sarebbe però, come quello, frequentativo ec. V. il Gloss. ec. (25. Dec. Festa del S. Natale. 1823.). Così da nivo is e da nevare (ital.) nevicare (volgarmente nevigare, e v. il Gloss.) frequentativo alla latina, delle quali voci mi pare aver detto altrove. Morsicare; ma non ha più il senso frequentativo ec. anzi ha quello stessissimo del positivo mordere, sebben la Crusca lo definisce morsecchiare. Vedila, e in morsicatura ec. Masticare. V. Forc. e il Gloss. Vedi la p. 4008. capoverso 4. fine. Mordicare co’ deriv. Rampicare arrampicare arpicare da rampare-rampante, o da rampa o da rampo. Inerpicare, inarpicare. Luccicare, sbarbicare - lucere, sbarbare. Vedi la pag.4019. capoverso 1. Zoppicare, impetricato, nutrico as e nutricor di cui altrove.

Tetta tettare - τιτϑὸς o τιτϑὴ o τιτϑη (che vale anche nutrice ed ava: ora in questi sensi si dice anche τηϑὴ) coi derivati. V. p. 4007. Eὐϑὺ, εὐϑὺς ec. per subito ec. - a dirittura, dirittamente ec. per subito. (26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)

Usi familiari del lat. recte conformissimi a quelli del nostro bene, franc. bien ec. (che secondo il più comune significato di recte, vagliono lo stesso, cioè probe ec.), veggansi nel Forc. in recte ne’ due ultimi paragrafi della seconda colonna di detto articolo. (26. Dec. Festa di S. Stefano. 1823.)

Setola per il lat. seta, setoloso setoluto per setosus, e v. gli altri derivati di setola, e il Forc. in setula. (26. Dec. 1823. Festa di S. Stefano.) Nivitari pass. da nivo is. Gloss. Cang. (27. Dec. 1823. Festa di S. Giovanni Evangelista.) [4005] Diminutivi greci positivati. Eἰρίον, ἔριον, da εἶρος (27. Dec. 1823.)

Verbi diminutivi positivati. Ringhiare cioè ringulare da ringere. V. i franc. e spagn. (27. Dec. 1823.). Avvinchiare, avvinghiare, succhiare, succiare (sugo is, suggere, sucer ec.). e molti altri simili verbi italiani in ghiare e chiare, iare ec. sono assoluti diminutivi (quasi tutti e per lo più o tutti e sempre positivati), e diminutivi non in italiano ma in latino donde mostrano assolutamente esser venuti, cioè da de’ rispettivi verbi in ulare, noti o ignoti. Così molti verbi spagn. in jar, franc. in iller, ec. Così anche nomi e altre voci ec. [38] (27. Dec. 1823.). - Possono però tali verbi ec. esser fatti anche da nomi o latini o italiani ec. noti o ignoti, come p. e. ringhiare da ringhio (nome usato), il quale quando anche fosse da un ringulus, questo non sarebbe diminutivo, o da nomi che essendo diminutivi in latino, in ulus, non lo sieno in italiano ec. (27. Dec. 1823. Festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista.). Tali sono i verbi rugghiare e mugghiare, mugliare, [39] mugolare, mugiolare, muggiolare coi derivati ec. di questi e di mugghiare, rugghiare ec. del quale però mi ricordo aver parlato altrove e veggasi il detto quivi. (28. Dec. giorno degl’Innocenti. 1823.). Veggasi la pag. 4008. capoversi 4. e ultimo. Diminutivi positivati. Vasello. V. la Crusca, co’ suoi derivati, e in Vagello co’ derivati. (28. Dec. 1823.)

Plurali italiani in a. Vasella plur. di vasello. (28. Dec. 1823.). Vasa plur. di vaso. Crus. e Arios. Sat.3.

Participii passivi in senso att. o neut. ec. Apercibido per fatto inteso, che sta sull’avviso ec. (D. Quijote). Inteso per informato, intendente, ec. (entendido, entendu. V. spagn. e franc.: se però in questo senso appartenesse al neut. pass. intendersi, entenderse ec. non spetterebbe [4006] al nostro proposito.). Discreto it. spagn. (di cui par che, almeno principalmente sia proprio) e franc. per discernente ec. [40] V. il Gloss. ec. (29. Dec. 1823.)

Alla p. 3955. marg. - di questo però particolarmente. - Coltellinaio ec. ec. (29. Dec. 1823.)

Avvisato, avisado ec. nel senso di accorto ec. molto s’ingannerebbe chi lo credesse un significato passivo dall’attivo di avvisare cioè avvertire ec. (29. Dec. 1823.)

Participii passati in senso attivo o neutro, aggettivato. V. Forc. in consultus dove non approvo il modo in ch’egli spiega l’origine del significato attivo o neutro di questa voce, per non aver considerato i tanti altri es. che v’hanno di tali participii così usati, aggettivamente o no, ne’ quali non ha punto luogo una simile spiegazione. In particolare poi v’hanno esempi in significati simili a quello di consultus, sì nel latino sì nelle lingue moderne, come cautus, avvisato, avvertito ec. da me sparsamente notati altrove, e consideratus attivamente nel latino e nell’italiano ec. di cui v. il Forc. la Crus. gli spagnuoli e francesi. V. ancora i composti ec. di consultus in tal senso, come jurisconsultus ec. e di consideratus, come inconsideratus ec. e così degli altri tali participii. (29. Dec. 1823.)

Appellito as, apellidar ec. (30. Dec. 1823.)

Diminutivi greci positivati. τιτϑὸς ec. τιτϑίον, (come in lat. mamma e mammilla nello stesso senso, del che altrove), τιτϑὴ ec. e τιτϑὶς ίδος, quasi nutricula ec. (30. Dec. 1823.). Vedi la pag. seg. capoverso 1.

Diminutivi positivati. Sencillo da sincerus. Così pretto da purus del che altrove, nel medesimo senso, e ambo diminutivi aggettivi il che è raro ec. Tenellus, tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus ec. ec. miserello ec. ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. [4007] Seggiola, seggiolo (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi, come seggiolone, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un senso disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per sedia, seggia, seggio, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il detto altrove del lat. sella, e la Crusca ec. (1. Gen. 1824.)

Alla p. 4004. Dicesi anche tettola, che la Crus. chiama espressamente diminutivo di tetta, come in lat. mamma e mammilla nel senso stesso, e come appunto in greco τιτϑη ec. e ίον, collo stesso significato. Vedi la pag. anteced. fine. e 4001. (2. Gen. 1824.)

Diminutivi positivati. Porcello ec. V. Crus. e nota che questa positivazione è massimamente propria de’ nostri antichi e trecentisti più che del moderno linguaggio. Forc. ec. (2. Gen. 1824.). V. Forc. in Puera, esemp. 1.

Sopraddiminutivi latini. Agellulus. Asellulus ec. (2. Gen. 1824.). Tenellulus. Vedi la p. 3987.

Alle varie alterazioni de’ verbi greci quanto alla forma (sia nel tema, sia altrove ec.) senz’alterar punto il significato, delle quali altrove, aggiungi in ννύω o ννυμι, come κεράω, κεραννύω, κεράννυμι; χρώω, χρωννύω, χρώννυμι; che valgono tutti tre lo stesso, e sono un sol verbo. Lascio poi l’alterazione sì comune in mi, ch’è pur di tante forme, e sì di regola e proprietà dell’uso greco ec. ec. e che parimente non muta punto il significato, che moltissime volte ha fatto dimenticare, disusare, o anche ignorare affatto il vero tema in v, che in molti verbi si congettura o si dee congetturare, benchè espressamente non si trovi, essere stata usata ec. (2. Gen. 1824.)

Participii passati in senso attivo o neutro ec. Trascurato, tracutato, tracotato, straccurato ec. V. la Crus. in Tracotare, sebbene quell’etimologia è falsissima perchè tracotare è da cuite o cuyte, cuyter ec. provenz. ec. cuita, cuitar ec. spagn. ant. cuidado cuidar ec. spagn. mod. (4. Gen. 1824.)

Diminutivi greci positivati. ϕρούριον. V. Scap.  (4. Gen. Domenica. 1824.)

[4008] Alla p. 3969. Appunto hanno anche gli spagnuoli il diminutivo in uelo, che come il nostro uolo vale olo e viene dal latino in olus o ulus. (5. Gen. Vigilia della Santa Epifania. 1824.)

Diminutivi greci positivati: ἀκόντιον che ha cacciato l’uso del posit. V. Scap.  πεδίον. V. Scap.  (5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.)

Participi italiani in ito ed uto, del che altrove. Apparito e apparuto (Machiav. Istor. l.7. opp. 1550. par. 1. p. 268. mezzo). Questo secondo però, oltre a non avere, ch’io sappia, altra autorità che di uno scrittore molto poco diligente nella lingua, in particolare nella Storia, dov’anche potrebb’esser fallo di stampa, può essere da apparere (laddove il primo da apparire), onde anche apparso, come da parere, paruto e parso. Comparere non si trova, almeno nella Crus., bensì però comparso, oggi assai più frequente di comparito ch’è di comparire, da cui però non viene comparso, il quale forse è moderno e fatto solo per analogia di apparso e parso, che sono oggi i più usitati. (5. Gen. Vigilia della S. Epifania. 1824.)

Verbi frequentativi ec. italiani. Sputacchiare, stiracchiare da sputare, stirare. Questa forma in acchiare, e in occhiare, icchiare, ecchiare, ucchiare e in ghiare ec. (v. il pens. ult. di questa pag.) e simili, han tutte origine dal buon latino (essendo equivalenti al lat. culare) nel quale ancora, questa forma è diminutiva o disprezzativa o frequentativa ec., e immediatamente poi hanno forse origine dal latino barbaro, almeno molte di tali voci, p. e. sputacchiare da sputaculare ec. Vedi la pag. 4005. capoverso 2. - Al detto altrove di crepolare, aggiungi screpolare ec. - Sghignazzare, ghignazzare da sghignare, ghignare. (6. Gen. Festa della S. Epifania. 1824.). Ammontare - ammonticare (vedi la pag. 4004. capoverso 2), ammonticchiare, ammonticellare. Raggruzzare - raggruzzolare.

Al detto altrove d’inopinus, necopinus ec. aggiungi odorus, il quale non mi sembra altro che contrazione di odoratus, e in fatti è voce propria de’ poeti come le sopraddette ec. V. Forcell. (6. Gen. 1824.)

Quel che altrove si è detto in più luoghi, cangiarsi nell’italiano regolarmente il cul de’ latini in chi, dicasi pur del gul in ghi ec. V. la pag. 4005. capoverso 2. (6. Gen. 1824. dì della S. Epifania.). V. p. 4109. [4009] Diminutivi positivati. Fragola da fraga. V. Crus. Forc. Gloss. e franc. spagn. ec. Ugola e uvola per uva. (7. Gen. 1824.)

Scambio del v e del g. V. il pensiero precedente. (7. Gen. 1824.)

Diminutivi greci positivati. οἰκίον per οἶκος ed οἰκία. Notisi ch’egli è antichissimo, perchè proprio di Omero. O forse degl’ioni, massime antichi. Arriano imitatore di questi l’usa nell’Indica 29.16, 30.9. Lo Scap.  non cita che Omero. È positivato anche presso Arriano. (7. Gen. 1824.). Lo stesso discorso o dell’antichità o del dialetto ionico, massime antico, si può fare intorno al diminutivo positivato προβάτιον, ch’è d’Ippocrate, o di chi altro è l’autore del libro ec., e di cui altrove. La quale osservazione unita con questa della voce οἰκίον, e coll’altre che si potranno fare, può dar luogo a buone conghietture circa l’uso de’ diminutivi positivati nell’antico greco o ionico ec. (7. Gen. 1824.). πλημμυρὶς ίδος. ϕυκίον. (7. Gen. 1824.)

Verbi frequentativi o diminutivi ec. ital. Morsecchiare, morseggiare (coi derivati ec.) che la Crusca chiama quello diminutivo e questo frequentativo di mordere. Aggrumolare da aggrumare che non è della Crus., bensì aggrumato, digrumare ec. (8. Gen. 1824.)

V aspirazione. Tardivo ital. tardío spagn. (Cervantes D. Quij. par.1. cap. 47. principio, ed. di Madrid ch’io ho.). (8. Gen. 1824.)

Al detto altrove sopra la frase ὀλίγου o πολλοῦ δεῖν ec. aggiungi Arriano Ind. 43. 6. τοσού του δεῖ τά γε ἐπέκεια ταύτης τῆς χώρης οἰκεόμενα εἶναι; e altre simili frasi dello stesso genere τοσού του ἔδει ἐδέησεν, δέον (Luc. Nigrin. opp. 1.35.) ποσου δεῖ ec. ec. (8. Gen. 1824.)

Al detto altrove di juntar aggiungi ayuntar (aggiuntare) co’ derivati ec. e fors’anche coyuntar (v. i Dizionari) e simili composti, se ve n’ha. Vedi pur la Crus. in giuntare co’ derivati ec. (8. Gen. 1824.)

Alla p. 3979. Al detto di κάρχαρος, aggiungi i suoi derivati, e il composto καρχαρόδους ec. (8. Gen. 1824.)

Grecismo. Per parte mia, per la mia parte ec. ec. V. la seconda annot. del Gronov. al Nigrino di Luciano, opp.  Luc. Amst. 1687. t.1. p. 1005. init. (8. Gen. 1824.)

[4010] Participii passati in senso attivo o neutro ec. Entendido per intendente. Cervantes D. Quij. cap. 47. o 48. par.1. V. i Diz. Mirado per mirante: mal mirado ec. V. i Diz. (10. Gen. 1824.)

Male per non ec. di cui altrove. V. il pensiero precedente e gli spagnuoli ec. (10. Gen. 1824.)

Avvi due sorte di coraggio ben contrarie fra loro. L’una che dirittamente e propriamente nasce dalla riflessione, l’altra dall’irriflessione. Quello è sempre e malgrado qualunque sforzo, debole, incerto, breve e da farci poco fondamento sì dagli altri, sì da quello in cui esso si trova ec. (10. Gen. 1824.)

Diminutivi greci positivati. κράνίον, in senso di capo per κράνον o κάρηνον, (da cui è fatto κράνον per metatesi) o ec. V. Scap.  - τεύτλιον e τευτλὶς per τεῦτλον. Appo Ateneo trovo anche σεύτλιον nello stesso senso per σεῦτλον. V. Scap.  E appunto noi abbiamo bietola (onde bietolone) da beta, diminutivo positivato, in cui luogo poeticamente si dice anche bieta, come osserva la Crusca ec. V. il Gloss. ec. in betula, se v’è, ec. (10. Gen. 1824.)

Al detto altrove circa la ridondanza del pronome ἄλλος e altro appo i greci e gl’italiani in molte dizioni, e circa il significato di nulla o nessuno ec. assoluto o virtuale ec. che ha molte fiate nel nostro parlare il detto pronome, aggiungi le frasi non ne fece altro, non ne fate altro e simili, dove altro sta per niente, ed aggiungi eziandio che anche siffatto uso di questo pronome, oltre all’essere analogo alla predetta sua ridondanza usitata e nel greco e nell’italiano, è anche analogo a un uso particolare della voce plur. ἄλλα che i greci adoprano talora per cose frivole, vane, da nulla, cioè insomma nulla, come in un luogo di Fenice Colofonio, poeta, appresso Ateneo l.12. p. 530. F. [4011] οὐ γὰρ ἄλλα κηρύσσω, che il Dalechampio traduce frivola non denuntio: bene, ma propriamente sarebbe non enim nihil (cioè rem o res nihili) denuntio. E certamente qua spetta quel che dice lo Scapula che appresso Euripide ἄλλα  si spiega per rationi non consentanea. E qua eziandio l’uso dell’avverbio ἄλλως  per incassum, frustra, temere ec.; (del qual uso v. lo Scapula e l’indice greco a Dione Cassio coi luoghi quivi indicati, ad uno de’ quali v’è una nota, dove si dice che tal uso è stato illustrato, dimostrato ec. dal Perizonio ad Ælian. ec.) [41] e in parte ancora l’uso del medesimo avverbio ne’ significati da me notati e illustrati nelle Annotazioni all’Eusebio del Mai, e nelle postille al Fedone di Platone sul fine ec. (10. Gen. 1824.). Presso Euripide il Tusano spiega ἄλλα  per οὐκ ἐοικότα aberrantia a proposito. Ben può essere che questo sia il proprio senso, e l’origine di tal uso della voce ἄλλα sì presso Euripide sì presso Fenice. Con tutto ciò non credo tal uso alieno dal nostro proposito e dall’analogia col sopraddetto uso italiano ec. (10. Gen. 1824.)

Diminutivi positivati. Scintilla e suoi deriv. ec. V. l’etimolog. di scintilla nel Forcell. e nelle note al Timone di Luciano principio, opp.  ed. Amstel. 1687. t. 1. p. 55. not. 7. (11. Gen. Domenica. 1824.)

Al detto altrove dell’antico meno (tema di memini) e del nostro rammentare ec. che forse ne deriva ec. aggiungi mentio, verbale dimostrativo del supino mentum, onde noi ec. menzionare ec. - Mentovare ec. (11. Gen. Domenica. 1824.). V. p. 4016.

Ayrarse o airarse, airado ec. airarsi, adirarsi ec. da aggiungersi [4012] al detto altrove in proposito dell’antico lat. iror aris. E v. il Gloss. in adirari, irari ec. se ha nulla. (11. Gen. Domenica. 1824.)

Non mi ricordo a qual proposito, ho detto altrove che noi siam soliti di usare gli aggettivi singolari mascolini in forma di avverbi. Così anche gli spagnuoli, p. e. demasiado per demasiadamente (che credo si dica altresì), infinito (D. Quijote par. 1. c. 49.) per infinitamente (che pur credo si dica) ec. Massime l’antico, cioè il buono e vero, spagnuolo, come pur s’ha a dire circa l’italiano in cui quest’uso è proprio più particolarmente dell’antico, e quindi, anche oggi, familiare singolarmente ai poeti ec. Così i francesi fort per fortement, in senso di molto (come anche noi forte ec.). Pare però che quest’uso sia molto più frequente nell’italiano, massime antico, buono, poetico, elegante ec. che nello spagnuolo qualunque, e massime nel francese. (12. Gen. 1824.)

Uso di porre i genitivi plurali, in vece de’ nominativi, col pronome alcuni, ovvero di questo pronome co’ detti genitivi, nel qual caso quest’uso verrebbe a essere ellittico. Proprissimo de’ francesi, proprio ancor sommamente degli italiani, non solo moderni e francesizzati, come si crede, ma antichi, di tutti i tempi, ed ottimi e purissimi. Credo ancora degli spagnuoli. Mi pare aver detto altrove come quest’uso è un pretto grecismo. Aggiungici ora l’esempio di Luciano, Nigrin. opp.  Amstel. 1687. t. 1. p. 34. lin. 15-6. e vedi i grammatici greci dove parlano della Sintassi, che certo denno aver qualche cosa sopra questo genere di frasi ec. (12. Gen. 1824.). Nel cit. esempio τῶν ϕιλοσοϕεῖν προσποιουμένων si sopprime evidentemente il τινὰς al nostro modo e de’ francesi. (12. Gen. 1824.) [42]

Diminutivi greci positivati. ὀχεῖον da ὄχος εος, come ἀγγεῖον da ἄγγος εος. (12. Gen. 1824.)

[4013] A proposito del detto altrove circa il vario modo di significare la probità e bontà degli uomini usato nelle varie nazioni e lingue e tempi, secondo le differenze de’ costumi, opinioni, caratteri, istituti e vita e costituzione loro, osserva che come i romani dissero fringi, così i greci oltre καλὸς κ᾽ ἀγαϑός anche χρηστὸς che propriamente vale utile (e s’usa anche in questo senso ec. v. i Lessici), e per lo contrario ἄχρηστος che propriamente è inutile e così per l’ordinario usato, fu anche detto per cattivo ec. (V. i Lessici, e quivi anche gli altri composti e i derivati di χρηστὸς). Ed è ben ragione, perchè l’utilità delle persone doveva esser valutata anche dai greci sommamente, costituiti, come romani, in istato franco ec. secondo che ho detto circa la parola frugi al suo luogo. (12. Gennaio 1824.)

Che i perfetti in ui sien fatti da quelli in avi o evi o ivi ancorchè ignoti, come ho detto altrove, e ciò anche nella terza coniugazione, in cui tal desinenza (come pur quella in ivi, o qualunqu’altra in vi), è sempre anomala, vedi Forcell. in pono is fin. circa l’antico posivi, apposivi ec. per posui, apposui ec. (13. Gen. 1824.)

Al detto altrove di mescolare ec. aggiungi rimescolare ec. e composti e derivati dell’uno e dell’altro ec. (13. Gen. 1824.)

Digamma eolico. Levis o laevis da λεῖος, come si osserva nelle note a Luciano opp.  t. 1. p. 113. not. 9. (14. Gen. 1824.)

Verbi italiani frequentativi o diminutivi ec. Abbrostire abbrostolire, abbrustolare, abbrustiare. (14. Gen. 1824.). Bezzicare.

Diminut. greci positivati. ῞Oριον, οὕρια, μεϑόριον, μεσούριον, μεσούριον da ὅρος. (14. Gen. 1824.).

[4014] Tacendo Un gran piacer (cioè, s’egli è taciuto), non è piacer intero. Machiavelli Asino d’oro, Capitolo 4. verso 86-7. (14. Gen. 1824.)

Senz’altro puntello per senz’alcun puntello. Machiav. Asino d’oro, cap. 5. v. penult. Di tal modo di dire, altrove. (14. Gen. 1824.)

Senz’altra (senz’alcuna) disciplina. ibid. capitolo 8. verso 4. (15. Gen. 1824.)

Digamma eolico. Viscum (raro Viscus) da ἰξὸς colla metatesi delle lettere κσ incluse nel ξ. Nóta che lo spirito è lene, e il genere (almeno in viscum) mutato, come in οἶνος-vinum ec. Vivo da βιῶ (βιτῶ). Forcell. e not. a Lucian. opp. 1687. t. 1. p. 143. not. 3. (15. Gen. 1824.)

A quel che ho detto altrove, che talora il cul latino si cangia in gli italiano (come periculum-periglio ec.) in il francese ec. j spagnuolo ec., dicasi ancora del gul. Vedi, se vuoi la pag. 4005. capoverso 2., nel marg. al numero 1. (15. Gen. 1824.)

Alla p. 2779. lin.1. Da βόρος o βοὸς ec. vorax ec. V. lo Scapula e il Forcell. Da βιῶ vivo. V. il capoverso 3. in questa presente pag. Nelle note quivi citate si fa anche venire vis da βιὰ, che altrove parlando del digamma eolico, ho fatto venire, e così credo meglio, da ἲς ἰνὸς. V. Forcell. ec. (15. Gen. 1824.)

Intorno al verbo italiano rotolare frequentativo o diminutivo ec. di rotare, (rotolone ec.) del quale mi pare aver detto altrove, osservisi il francese rouler. Se questo verbo co’ suoi molti derivati (o anche voci originarie e anteriori ad esso) di cui v. il Diz. e colla voce rôle e derivati (ruotolo o rotolo) non vengono originariamente dall’italiano, come poi noi dal franc. ruolo, arruolare ec. ne segue che la diminuzione latina in ol o ul dovesse anche esser propria in certo modo del francese, non solo dell’italiano come s’è dimostrato altrove, giacchè non pare che queste voci francesi vengano immediatamente dal latino. V. però Forcell. il Gloss. ec. Esse sono certo originariamente diminutive o frequentative ec. Rouler è frequent. anch’oggi in certo modo ec. (15. Gen. 1824.)

[4015] Come la preposizione sub nella composizione spesso dinoti sursum, o sia di sotto in su, del che ho detto altrove in proposito di sustollo ec. vedi nel Forcell. la definizione e gli esempi di subduco, la prova che risulta dal quale non può esser più chiara nè piena. (16. Gen. 1824.)

Errato per errante, come andar errato ec. V. la Crusca. E in ispagn. ir errado (Cervantes), pensamiento errado, (ib.) ec. Fra noi però errare è per lo più neutro, (benchè si dice errar la strada ec.) e così credo in ispagnuolo. Il Forcell. lo chiama attivo. V. Erratus per qui erravit appo il medesimo in erro fin. e vedilo pure esso Forcell. in Certatus a um. (16. Gen. 1824.). Impransus, incoenatus ec. V. il Forc. Si aggiungano al detto altrove di pransus, coenatus ec. e così gli altri loro composti, se ve n’ha. (16. Gen. 1824.)

Ridondanza del pronome altro, ed ἄλλος, usitata nell’italiano e nel greco, come altrove. Così otro nello spagnuolo. Cervant. D. Quij. par. 1. capit. 51. Cerca de aqui tengo mi majada, y en ella tengo fresca leche, y muy sabrosissimo queso, con OTRAS varias y sazonadas frutas, no menos à la vista que al gusto agradables. (16. Gen. 1824.). Son le ult. parole del capitolo. Al detto altrove di avvedere-avvisare ec. aggiungi divisar spagn. (D. Quij. par. 1. cap. 51. e v. i Dizionari) e nóta che noi ec. abbiamo anche divedere. E che il participio visus da cui è avvisare, divisare ec. (se non sono da viso sost. o da guisa-visa ec. come altrove) e così avisar, aviser ec. è proprio solo del latino e non dell’italiano nè dello spagnuolo [43] nè del francese. Abbiamo bensì anche avvistare da visto, nostro participio, o da avvisto pur nostro, se non è da vista sostantivo. (16. Gen. 1824.).

Avvistato (ch’è però in altro senso da avvistare nella Crus.) par certo venire da vista, come svistare (uso ital.) da esso vista o da svista ec. (16. Gen. 1824.)

[4016] Alla p. 4011. Rammentare, ammentare ec. di cui altrove, si paragonino co’ verbi latini commentari e s’altri tali ve n’ha, da meno poi memini, o da miniscor o da’ composti di questo o quello ec. (16. Gen. 1824.)

Nascere per avvenire, grecismo proprio anche dell’antico latino, come in quello o fortunatam natam cioè genom¡nhn. V. Forcell. ec. È proprissimo dell’italiano. Fra i mille esempi, hassi nel Guicciardini lib. 1. t. 1. p. 111. ediz. di Friburgo, 1775-6. nata la perdita di S. Germano, cioè accaduta semplicemente [44]. E in molti altri modi e casi si usa da noi il verbo nascere come il greco γίγνεσϑαι, p. e. nella frase di qui o da ciò o quindi nasce che ec. il, la ec. ἐκ τούτου γίγνεται o γίνεται. V. i franc. e gli spagn. e il Gloss. e i Less. greci. (16. Gen. 1824.). V. per seg.

Non solo in italiano e in latino, come altrove in più luoghi è detto, ma in ispagnuolo altresì ed in francese adopransi spessissimo i participii, non solo aggettivamente, ma in significazione non propria loro, e propria di aggettivi a loro propinqui o simili, per catacresi o abusione (ch’è l’abuti verbis propinquis, come dice Cic. ap.  Forcell. in Abusio, o l’abuti verbo simili et propinquo pro certo et proprio, come dice l’Autore ad Herenn. ibid. p. e. l’aedificare equum di Virgilio Aen. 2. aedificare classem di Cesare, οἰκοδομεῖν πυργίον di Luciano in Timone, opp.  Amst. 1687. t. 1. p. 135. dove vedi la nota 6.) come honrado per onorevole, uomo d’onore (D. Quij.), (in it. ancora onorato, e v. i latt. e il Gloss. ec.), simile all’invictus, invitto, invicto o invito spagn. (v. i Diz. spagn.) per invincibile, che però non è participio, voglio dire invitto, benchè fatto da participio. [45] ec. ec. (16. Gen. 1824.)

Bisavolo ec. aggiungasi al detto altrove di avolo, ayeul, abuelo ec. e v. ancora i francesi e gli spagnuoli. Trisavolo, terzavolo e terzavo, quintavolo ec. (16. Gen. 1824.)

[4017] Grecismo dell’italiano. Lucian. Timon. opp. 1687. t. 1. p. 77-79 καὶ αὖϑις μὲν σκέψομαι, ἐπειδὰν τὸν κεραυνὸν ἐπισκευὰσω∙ ἐν τοσούτῳ καὶ αὕτοῖς, cioè in questo mezzo. Noi appunto in tanto, fra tanto, in quel tanto, in questo tanto ec. Vedi gli spagn. e i francesi. Qui ἐν τοσούτῳ viene a essere ἐν ὅσῳ (χρόνῳ) ὁ κεραυνὸς ἐπεσκευασμένος ἔσταί μοι. E di questo genere è ancora la propria significazione del nostro intanto, secondo i casi, e tale si è l’origine di questo modo di dire preso nel senso d’interea, interim. (17. Gen. 1824.). Esempi simili al riferito di Luciano non mancano. V. p. 4022.

Alla p.  anteced. capoverso 2. La frase o fortunatam natam, sembra essere una vera imitazione del modo greco, e così alcune di quelle dove nasci sta per initium ducere ec. ap.  il Forcell. Non così certo le nostre frasi sopraddette. E re nata, pro re nata, queste son frasi ben e propriamente latine, (cioè non de’ soli letterati, a quel che pare), e spettano al presente proposito. (17. Gen. 1824.)

Alla p. 3176. marg. fin. Vedi la Storia del Guicciardini, ediz. di Friburgo, lib. 1. tom. 1. p. 23. 27-28. 49. 55. 56. 64-5. 105-6. l. 2. p. 138-9. 142. l. 5. p. 422. 430. 431. da’ quali luoghi si rileva che Carlo ottavo di Francia ebbe inutilmente, come Filippo contro i Persiani, il disegno di passare contro i turchi, e far la grande impresa dell’Asia e Grecia ec. Principe non comparabile per altro a Filippo nè di valore nè di fortuna, la qual ebbe infelicissima all’Italia, anzi indegno di pure esser proposto a tal paragone. (17. Gen. 1824.). V. p. 4025.

Esperimentato per che ha fatto esperienza, perito. Guicciard. t. 1. p. 128. mezzo circa, ediz. di Friburgo, t. 2. p. 240. principio. e altrove spessissimo e vedi la Crus. Esperimentato nelle guerre, nel governo, a ec. Sperimentato ib. p. 131. mezzo circa ec. (17. Gen. 1824.)

Sopraddiminutivi greci. πόλις - πολίχνη - πολίχνιον. (18. Gen. Domenica. 1824.)

[4018] Spagn. tragar - τρώγω aor. 2 ἔτραγον, onde τράγημα ec. e fors’anche τράγος. (18. Gen. 1824. Domenica.)

I participii passivi di verbi transitivi usati in forma attiva, sì in lat. sì quelli massime delle lingue moderne, s’usano per lo più (e nelle lingue moderne forse tutti) assolutamente, o almeno senz’accusativo, insomma intransitivamente, sia che s’usino in forma aggettiva o di participio o comunque. (18. Gen. 1824. Domenica.)

Altro per nessuno o alcuno o ridondante, del che altrove. Non sì ch’io speri averne altra corona. Macchiavelli, Capitolo della ingratitudine v.7. cioè averne corona, o averne nessuna o alcuna corona. (18. Gen. 1824.)

Nascere per avvenire, del che altrove non molto addietro. Dunque se spesso qualche cosa è vista Nascere impetuosa ed importuna Che ‘l petto di ciascun turba e contrista, Non ne pigliare ammiration alcuna. (qualche tristo avvenimento). Macchiavelli Capitolo dell’Ambitione, v. 172- 5. (18. Gen. 1824. Domenica.)

Latinismi dell’ortografia italiana nel 500. del che altrove. Macchiavelli opp.  1550. par. 5. p. 47. fin. adverso; p. 49. fin. admiration, e cento simili scritture. (18. Gen. Domenica. 1824.)

Plurali in a. Urla, strida. (18. Gen. Domenica. 1824.)

Alla p. 3998. marg. fine. τρύβλιον o τρυβλίον catillus (sebben l’interpretano catinus), patella, trulla, ollula (v. Scap.) tutte voci diminutive. E forse questa voce greca è veramente diminutivo anche per significato, ma la sua voce positiva contuttociò non si trova, il che serve a confermare il nostro sospetto circa gli altri simili vocaboli, che sono però di senso positivo, cioè positivati, secondo noi. Lo stesso dico di ϑρυαλλὶς diminutivo forse e di origine e di significato, ma che non trovandosene il positivo, non si ha per tale, nè quanto alla prima nè quanto al secondo. Luciano [4019] 1. 88. ha ϑρυαλλὶδιον (come 1. 55. ϑρυαλλὶδα) dove puoi veder le note. ᾽Iσχίον, forse è diminutivo positivato di ἵσχις, o che questo volesse anche dir coscia, ec. o ἰσχίον originariamente volesse dir lombo o anche lombo. Certo àsxiw, è voce poco nota, e che si ha, credo io, solamente da Esichio, onde ben potrebbe avere avuto uno o più de’ significati d’ἰσχίον, senza che noi lo sappiamo. (19. Gen. 1824.)

Diminutivi positivati. Bouillon da bulla, bolla. (19. Gen. 1824.). Bouillonnement, bouillonner. Bulicare è corruzione di bollicare, dal quale abbiamo infatti bollicamento, e così bulicame è per bollicame che non si trova, sia che queste voci vengano a dirittura da bolla come le suddette francesi, sia da bollire (che vien da bolla), come par voglia la Crusca, che spiega bollicamento per leggier bollimento (sarebbe dunque diminutivo), e bulicare per bollire, di cui sarebbe frequentativo o diminutivo o frequentativo-diminutivo. Bulicame però non ha che far con bollire, bensì con bolla. Eccetto pigliando bollire, per far bolle senza fervore: v. Bollire §. 4. e il Forcell. Pare però che bulicame si dica propriamente delle acque bollenti benchè senza fuoco. ec. (19. Gen. 1824.). Vedi la pag. 4004. capoverso 2. Moisson diminutivo positivato di messis. (19. Gen. 1824.)

Sufrido per sofferente. (20. Gen. 1824.)

Diminutivi positivati. Gragnuola. V. Crus. franc. spagn. Gloss. Forc. ec. (20. Gen. 1824.).

Passava un pescivendolo, con un paniere di pesci sul capo, vicino a un filare d’alberi che costeggiava la sua strada, e da un ramo d’olmo che sporgeva in fuori, fugli infilzato un pesce. Piscium et summa genus haesit ulmo. Ecco rinovato questo prodigio, o dimostrato possibile questo impossibile, di cui vedi Archiloco appo Stobeo nel capitolo della speranza. (20. Gen. 1824.)

[4020] Al detto altrove di metari aggiungi immetatus. (21. Gen. 1824.)

Della differenza naturale e artificiale del gusto e del bello presso le varie nazioni e tempi, nelle arti, letterature, fattezze del corpo ec. ec. vedi il primo capitolo del Saggio sull’epica poesia del Voltaire ne’ suoi opuscoli tradotti e stampati in Venezia appresso il Milocco colla data di Londra nel 1760 (volumi 3), volume 2° principio. (21. Gen. 1824.)

Grecismo. Soplandole, le ponìa (cioè le hazia, lo rendeva) redondo como una pelota, Cervantes, Prologo al Letor de la segunda parte del Don Quijote, p. 3. Frase familiare agli spagnuoli e tutta greca. Nel latino ponere per efformare non è col doppio accusativo, cioè sostantivo o pronome ec. e aggettivo, e non equivale a rendere, far divenire, benchè spetti a questo genere di significazione ed uso del greco τίϑημι, e del resto è una frase tolta a dirittura dal greco e imitata, laddove la spagnuola è volgare e non è certo imitata dal greco. (21. Gen. 1824.)

Diminutivi positivati greci. μηρίον per μηρός. Nóta ch’è proprio di Omero e di Esiodo (antichissimo cioè, o ionico, come altrove) da’ quali, al suo solito, lo piglia Luciano nel Prometheus sive Caucasus, opp.  1687. Amstelodami, t. 1. p. 183. e de Sacrificiis p. 363. (21. Gen. 1824.)

Diminutivi positivati. V. Forcell. in Spatha, spatula, spathalium, lo Scap.  in σπάϑη, σπαϑίον, σπαϑὶς ec. la Crus. in spatola, spazzola ec. il Gloss. i franc. gli spagn. (21. Gen. 1824.)

A proposito di fusa lat. ho notato altrove il plur. loci e loca e simili. Da μηρός in plur. μηροὶ et μηρὰ apud poetas per metaplasmum, dice lo Scapula. E così altri plurali assai, greci, o doppi (sia neutri e masc. sia fem. e masc. ec.) o diversi dal genere del sing. ec. de’ quali v. i grammatici. (21. Gen. 1824.). Loca in lat. dal sing. locus, è anche de’ prosatori.

[4021] Kακοδαίμων per che ha gli déi nemici, del che altrove. Luciano de Sacrificiis. t.1. p. 362. init. (21. Gen. 1824.)

Figliuolo per figlio, diminutivo o vezzeggiativo positivato, di cui altrove. Credo anche in greco si dica talora τεκνίον senza intenzione nè di diminuire nè di vezzeggiare. (21. Gen. 1824.)

Desapercebido per isprovvisto, imprudens. Cervant. D. Quij. par. 2. cap. 1. p. 4. ed. di Madrid. V. il detto altrove di apercebido. E simili altri participii s’intenda che hanno tali significazioni anche coll’aggiunta del des ec. privativo in ispagnuolo, dell’in ec. in italiano ec. ec. (22. Gen. 1824.)

Rinnovellare, innovellare, renouveler, renovello, lat. (v. gli spagn.) ec. diminutivi positivati; si aggiungano al detto altrove di novellus ec. (22. Gen. 1824.)

Quanto allo stile e al bene scrivere, immensa fatica è bisogno per saper fare, ed ottenuto questo, non meno grande si richiede sempre per fare. E tanto è lungi che il saper fare tolga la fatica del fare, che anzi quanto quello è maggiore, con maggior fatica si compone, perchè tanto meglio si vuol fare e si fa, il che costa tanto di più a proporzione. Così nelle arti belle e in altre faccende d’ingegno ec. (23. Gen. 1824.). Non così riguardo all’invenzione sì nello scrivere sì nelle arti. ec. ec.

Fora plurale di foro (foramen). (23. Gen. 1824.)

Piacere della vita. Una statua, una pittura ec. con un gesto, un portamento, un moto vivo, spiccato ed ardito, ancorchè non bello questo, nè bene eseguita quella, ci rapisce subito gli occhi a se, ancorchè in una galleria d’altre mille, e ci diletta, almeno a prima vista, più che tutte queste altre, s’elle sono di atto riposato ec., sieno pure perfettissime. E in parità di perfezione, quella, anche in seguito, ci diletta più di queste. [4022] Così non la pensa la Staël nella Corinna dove pretende che sia debito e proprio della pittura e scultura il riposo delle figure, ma s’inganna, testimonio l’esperienza. ec. ec. (24. Gen. 1824.)

Alla p. 4017. ῾O δὲ μάγος ἐν τοσούτῳ (intanto) δᾷδα καιομένην ἔχων ec. Luciano in Necyomantia. t. 1. p. 331. (25. Gen. Domenica. 1824.)

Composti spagnuoli. Cariredondo (facciatonda). D. Quij. par.2. cap. 3. principio. (25. Gen. Domenica. 1824.)

Bobo spagn. co’ derivati aggiungasi, se v’ha punto che fare, al detto altrove di baubari ec. (26. Gen. 1824.)

I participii passivi di verbi attivi o neutri usati nelle lingue moderne in senso att. o neutro, sono quelli per lo più o tutti e questi molte volte nell’italiano, e massime nello spagn. ec. di senso non passato, ma presente o significante abitudine di quella tal cosa che è significata dal verbo. Così bien hablado (D. Quij. par.2. cap. 7. principio) per buen hablador ec. Così errato, errado per errante, di cui altrove. Sudato per sudante ec. Così pesado per pesante. Così tanti altri participii neutri, massime spagnuoli, che per questa qualità di significazione presente o indicante abitudine ec. meritano di esser considerati, giacchè i participii passivi di verbi neutri in significazione passata, come caduto, morto ec. sono regolari e ordinarissimi e infiniti sì nello spagnuolo che nell’italiano e  francese ec. (26. Gen. 1824.), come dico altrove.

Al detto altrove di excito, suscito ec. in più luoghi, aggiungi nel Forc. Procitant e Procitare. (26. Gen. 1824.)

Sopraddiminut. franc. Feuilleton (fogliettino). (27. Gen. 1824.)

Verbi frequentativi o diminutivi o frequentativi-diminutivi o diminutivi positivati, italiani. Rinfocolare, rinfocolamento, da rinfocare ec. (27. Gen. 1824.)

[4023] Diceva il tale che da giovanetto quando da principio entrò nel mondo aveva proposto di non mai adulare, ma che presto se n’era rimosso, perchè essendo stato più tempo senza lodar mai nessuna persona e nessuna cosa, e vedendo che non troverebbe nulla a lodare se voleva durare nel suo proposito, temette disimparare per difetto d’esercizio quella parte della rettorica che tratta dell’encomiastica, la qual cosa, come fresco ch’egli era allora di studi, gli era a cuore che non succedesse, premendogli di conservarsi coll’esercizio le cose che aveva recentemente imparate. (27. Gen. 1824.)

Alla osservazione del Mai sopra il modo in cui ne’ codici è scritto il gn indicante esser più vera la pronunzia spagnuola, tedesca ec. cioè g-n, che l’italiana, osservisi, oltre il detto altrove, che molte voci latine o dal latino venute che hanno in latino il gn, in ispagnuolo si scrivono ñ, cioè pronunziansi gn all’italiana, come parmi aver detto altrove coll’esempio di cuñado (cognatus), a cui si può aggiungere leña (ligna) femin. eccetto se tali voci non son prese in ispagnuolo dall’italiano o dal francese piuttosto che dal latino a dirittura da cui hanno la prima origine. Infatti p. e. noi appunto diciamo legna femmin. nel senso spagnuolo, ed è voce propria nostra (lignum si dice in ispagnuolo altrimenti, cioè madera ec. come in francese bois ec.) e cuñado sta nel senso italiano per fratello o sorella della moglie o del marito ec. Ed è a notare che la maggior parte forse delle voci spagnuole derivanti dal latino e che in latino hanno il gn, si scrivono in ispagn. gn, pronunziando g-n, come digno, ignorante, magnifico (però tamaño e quamaño ec.) ec. ovvero n semplice per ellissi della n, che indica l’antica pronunzia spagnuola in quelle voci essere stata g-n e non all’italiana. [4024] (28. Gen. 1824.). Señal co’ derivati ec. è dal latino o dall’italiano?

Frequentativo o diminut. positivato ec. Modulor da modus, se già questo e gli altri simili, come nidulor di cui altrove, non sono di formazione in ul non diminutiva, come iaculus, speculum ec. da cui iaculor, speculor ec. ma modulor sarebbe a dirittura da modus, del che non so altro esempio, se modulor è non diminutivo, e così nidulor ec., e se sono da un modulus, nidulus ec. (v. Forcell.) in tal caso sono diminutivi positivati, o frequentativi piuttosto. (29. Gen. 1824.)

I nostri viaggiatori hanno raccolto un dizionario delle loro parole (degli esquimesi popolo verso la Groenlandia, il meno stupido di tutti i selvaggi del Nord), che son più di 500. Quanto ai numeri le loro cognizioni sono molto limitate. Notizia del secondo viaggio (1821-3.) e ritorno del Cap.  Parry, estratta dalla gazzetta letteraria di Londra del 25. Ott. e dell’1. Nov. 1824. nell’Antologia di Firenze. num. 36. p. 120. (29. Gen. 1824.)

Dice per dicono, ovvero per un dice (on cioè un dit), l’uom dice, alcun dice (come hanno buoni autori nello stesso senso), altri dice, la persona dice (Passavanti usa la persona in questo senso), la gente dice (buoni autori) si dice; [46] nel qual caso ella sarebbe un’ellissi, come anche in greco ϕησὶ ec. per ϕασὶ, sarebbe ellissi di ϕησὶ τὶς ec. del che altrove. Cervantes nel D. Quijote par. 1. cap. 50. ed. d’Amberes o Anversa 1697. p. 584. tom. 1. lin. 4. avanti il fine, dove si legge dizen, la mia edizione di Madrid ha dice. (30. Gen. 1824.). V. p. 4026.

Al detto altrove di despertar aggiungi che gli spagnuoli hanno anche l’agg. despierto cioè experrectus. (31. Gen. 1824.)

Gli uomini di natura, costume, o circostanza ed occasione, allegri, sono generalmente disposti a far servigio o beneficio, e compatire, [4025] e i malinconici in contrario, o certo meno. Di ciò equivalentemente ho detto altrove molto a lungo. (31. Gen. 1824.)

Qual cosa più snaturata che il non allattare le madri i propri figliuoli? Ma egli è certo per mille esperienze che le donne civilmente nutrite di radissimo possono sostenere senza gran detrimento della salute loro, e pericolo eziandio della vita, il travaglio dell’allattare. Il che è lo stesso quanto a loro che se fossero impotenti a generare. E questo costume è antichissimo (a quel che credo), sin da quando incominciarono le donne nobili o benestanti a far vita sedentaria e non faticata. Raccolgasene se lo stato civile convenga all’uomo. (1. Feb. 1824.)

Abbraciare, bragia, brage, brace ec. co’ derivati (e v. i franc. spagn. Forc. Gloss.) aggiungansi al detto altrove in proposito delle lettere br usitate nelle nostre lingue nelle voci significanti arsione ec. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.)

Alla p. 4017. V. pure il Guicc. l.3. p. 271. sopra Massimiliano Imp.  in cui quel voler fare l’impresa degl’Infedeli pare fosse un semplice pretesto, e mostra che questo pretesto o discorso qualunque era allora e in simili tempi uno degli spedienti della politica, o diplomatica, un luogo comune, usitato e valevole con tutte le corti o potentati cristiani e con tutti i popoli cristiani. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.). V. p. 4044.

Altro per niuno ec. come altrove. Guicc. 1. 274. ed. di Friburgo lib. 3. senza cercare altra risposta per senza più cercare la risposta. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria SS. 1824.)

Divisato per déguisé, del che altrove. V. la Crusca in dissimigliato, esempio primo. (2. Feb. Festa della Purificazione di Maria Santissima. 1824.). Divisar per vedere, discernere, scorgere cogli occhi. D. Quij.

[4026] Alla p. 4024. Del resto anche ϕασὶ, aiunt, dicen, dicono, narrano, vogliono, credono ec. ec. è un’assoluta ellissi degli stessi nomi o pronomi sopraddetti, o d’altri simili, o diversi, fatti plurali. (3. Feb. 1824.)

Aὐτίκαiν modo simile allo spagn. luego, del che altrove. V. Plat. in Phaedro, opp.  ed. Astii t.1. p. 144. E. (4. Feb. 1824.)

Diminutivi positivati. Gergo-jargon. V. gli spagn. ec. (7. Feb. 1824.)

Nascere per γενέσϑαι, di che altrove. V. Guicciardini, ed. Friburgo t.1. p. 339. lin. 5. a fine. (7. Feb. 1824.)

Altro per niuno, del che altrove. V. il med. ib. p. 340. lin. 13. (7. Feb. 1824.). E notisi il nostro uso del pronome altri sing. nel significato di cui v. la pag. 4024. capoverso 3., significato che spetta a questo proposito, e talora è anche de’ francesi, i quali dicono per es. (credo in linguaggio familiare o burlesco) comme dit l’autre, parlando, v.g., d’un proverbio ec., cioè comme on dit. V. i Diz. franc. e spagn. (9. Feb. 1824.)

La eccessiva potenza di attenzione è al tempo stesso e per se medesima, potenza di distrazione, perchè ogni oggetto vi rapisce facilmente e potentemente la attenzione distogliendola dagli altri, e l’attenzione si divide; sicchè è anche, per se medesima, impotenza o difficoltà di attenzione, e facilità di attenzione, cose contrarie dirittamente a lei, onde sembra impossibile ch’ella sia insieme l’uno e l’altro, ma il troppo è sempre padre del nulla o volge al suo contrario, come altrove. Quindi principalmente nasce la incapacità di attenzione ne’ fanciulli ec. ec. (9. Feb. 1824.)

Dico altrove [47] che la mutata pronunzia della lingua greca, dovette di necessità ne’ secoli inferiori, alterandone l’armonia, alterarne la costruzione l’ordine e l’indole ec. perchè da un medesimo periodo o costrutto diversamente [4027] pronunziato, non risultava più o niuna, o certo non la stessa armonia di prima. Aggiungi che anche indipendentemente da questo, gli scrittori, ed anche i poeti greci de’ secoli inferiori (come pure i latini, gl’italiani, e tutti gli altri ne’ tempi di corrotto gusto e letteratura) amavano e volevano un’armonia diversa per se ed assolutamente e in quanto armonia da quella degli antichi, cioè sonante, alta, sfacciata, uniforme, cadenziosa ec. Questa dagli esperti si ravvisa a prima vista in tutti o quasi tutti i prosatori e poeti greci di detti secoli, anche de’ migliori, ed anch’essi atticisti, formati sugli antichi, imitatori, ec. Tanto che questo numero, diverso dall’antico e della qualità predetta, che quasi in tutti, più o meno, e più o men frequente, vi si ravvisa, è un certo e de’ principali e più appariscenti segni, almeno a un vero intendente, per discernere gl’imitatori e più recenti, che spesso sono del resto curiosissimamente conformi agli antichi, da’ classici originali e de’ buoni tempi della greca letteratura. Ora il diverso gusto nell’armonia e numero di prosa e verso (nel quale aggiungi i nuovi metri, occasionati da tal gusto e dalla mutata pronunzia della lingua) contribuì non poco ad alterare, anche negli scrittori diligenti ed archeomani i costrutti e l’ordine della lingua, come era necessario, e come si vede, guardandovi sottilmente, per es. in Longino, perchè vi trovi non di rado in parole antiche un costrutto non antico, e si conosce ch’è fatto per il numero che ne risulta, e altrimenti non sarebbe risultato, e il quale altresì non è antico. (Così dicasi dell’alterazione cagionata ne’ costrutti ec. dalla mutata pronunzia). Questa causa di corruzione è da porsi fra quelle che produssero e producono universalmente l’alterazione e corruttela di tutte le lingue, nelle quali tutte (o quasi tutte) i secoli di gusto falso e declinato pigliarono un numero conforme al descritto di sopra e diverso da quello de’ loro antichi. Si [4028] conosce a prima vista, e indubbiamente, (almen da un intendente ed esercitato) per la differenza e per la detta qualità del numero, un secentista da un cinquecentista, ancorchè quello sia de’ migliori, ed anche conforme in tutto il resto agli antichi. Il Pallavicini, ottimo per se in quasi tutto il restante, pecca moltissimo nella sfacciataggine e uniformità (vera o apparente, come dico altrove) del numero, alla quale subito si riconosce il suo stile, diverso principalmente per questo (quanto all’estrinseco, cioè astraendo dalle antitesi e concettuzzi che spettano piuttosto alle sentenze e ai concetti, come appunto si chiamano) da’ nostri antichi, da lui tanto studiati, e tanto e così bene espressi e seguiti. Che dirò del numero di Apuleio, Petronio ec. rispetto a quello di Cicerone e di Livio? non che di Cesare, e de’ più antichi e semplici, che Cicerone nell’Oratore dice mancar tutti del numero, s’intende del colto, perchè senza un numero non possono essere. V. p.  seg. Che dirò di Lucano, dell’autore del Moretum, Stazio ec. rispetto a Virgilio? Marziale a Catullo ec.? Or questa mutazione e depravazione del numero dovette necessariamente essere una delle maggiori cagioni dell’alterazione della lingua sì greca, sì latina e italiana, sì ec., massime quanto ai costrutti e l’ordine, e quindi alla frase e frasi, e quindi all’indole, insomma al principale. Anche si dovettero depravar le semplici parole per servire al numero, e grattar l’orecchio avido di nuovi e spiccati suoni, o sformando le vecchie, o inducendone delle nuove e strane, o componendone, come in greco, o troncandole come tra noi (l’uso de’ troncamenti è singolarmente proprio del Pallavicini, e de’ secentisti e de’ più moderni da loro in poi), avendo riguardo sì al suono della parola in se, sì al suo effetto nella composizione e nel periodo. (9. Feb. 1824.). Veggasi il detto altrove su d’alcuni sforzati costrutti d’Isocrate per evitare il concorso (conflitto) delle vocali ec. ec. (9. Feb. 1824.). (Riferiscasi ancora a questo proposito per quanto gli può toccare, il detto altrove sul vario gusto de’ greci, lat. e ital. in diversi tempi, circa il concorso, l’abbondanza ec. delle vocali). Ora se questo accadeva a Isocrate ottimo giudice, ed esposto [a] [4029] migliaia d’altri tali, e scrivente per piacere a essi, nel centro della lingua pel tempo e pel luogo, fiorente la lingua e la letteratura, nel suo gran colmo ec. ec. che cosa doveva accadere ne’ secoli bassi ne’ quali ec. fra gl’imitatori ec. la più parte, com’era allora non greci di patria, ma dell’Asia, e questa anche alta, non la minore ec. ec. molti ancora non greci neppur di genitori, come Gioseffo, Porfirio e tanti altri ec. ec.? (10. Feb. 1824.)

Alla p.  preced. marg. In verità ed essi, e i greci ripresi da Cicerone ibid. di mancar di numero, che sono molti e classici, e i nostri trecentisti, e i cinquecentisti, (la più parte non numerosi, e tutti, [salvo lo Speroni, in ciò affettato e falso, ma diversamente da’ posteri,] poco solleciti del numero) hanno pure un numero benchè incolto più o meno, e casuale, pur proprio e certo e riconoscibile, o loro, o della lingua ec. e da questo è diverso quello degl’inferiori corrotti ec. ec. (10. Feb. 1824.). V. p. 4034.

Grecismo. Colla – κόλλα e κόλλη coi derivati e composti della voce ital. e della greca. E vedi Forc. Gloss. i franc. gli spagn. Potrebbe però essere stata tolta questa voce a dirittura dal greco, anche ne’ bassi tempi, se si considera come assolutamente tecnica, ma ella è in verità, almeno oggi, di volgarissimo uso, come ciò che ella significa. (11. Feb. 1824.)

Plurali in a. Mantella plur. di mantello. (11. Feb. 1824.).

Peccata. Uscia. (Machiavelli par.5. p. 151.). Sbarbare-sbarbicare, abbarbicare o abbarbicarsi. Al detto altrove sopra i nostri verbi in icare, fatti da verbi originali usati o no, o pur da nomi ec.  (11. Feb. 1824.). Barbare- barbicare.

Diminutivi greci positivati. Vedi σωμάτιον per σωμα senza niuna causa di diminuzione, in Apollon. Dysc. Mirabil. c.3. ed appresso altri, e v. lo Scapula. (11. Feb. 1824.)

[4030] Claquer-claqueter che l’Alberti chiama frequentativo di quello. Crier-criailler, della qual sorta di verbi dico altrove. (12. Feb. 1824.)

Diminutivi positivati. Clientolo. Maillet-mail, maglio, malleus. Che la et in francese ne’ verbi e ne’ nomi sia per se diminutivo o frequentativo ec. come la ett in italiano vedesi per lo pensiero precedente e per mille altri esempi ec. (13. Feb. 1824.)

Nascere per accadere. ec. Se altro di meglio non nasce. Machiav. Clitia At.5. sc. 2. fine. (13. Feb. 1824.)

Altro per nulla o alcuna cosa ec. V. il pens. preced. e le molte nostre frasi simili. (13. Feb. 1824.)

Faventia-Faenza. (14. Feb. 1824.). Faentini (Guicc. 1. 418. 419. ec. Faventini, come in lat.). Fayence per Faenza e per una città di Francia, lat. Faventia. Immutatus, immixtus affermativi e negativi. Al detto altrove in proposito d’intentatus. (14. Feb. 1824.)

Raddoppiamenti greci, del che altrove. ἐληλαμένος, ἐληλεμένος, ὀρωρυγμένος, ἀληλειμμένος, ἀλήλειμμαι ec. ἄραρε ec. (14. Feb. 1824.)

Cangiamento del cul lat. in chi ital. Bernoccolo (voce affatto italiana, v. però il Gloss. e i vari dizionari) co’ suoi derivati bernocchio che vale lo stesso. (15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)

Diminutivi greci positivati. Συγγραμμάτιον. V. Luciano in principio dell’Erodoto, dove pare che sia positivato, e lo Scapula ec. se v’ha nulla a proposito. (15. Feb. Domenica di Settuagesima. 1824.)

Neanche ad Erodoto par che fosse nativo il dialetto ionico (a proposito del detto altrove), a quanto osservo nella nota del Palmerio al principio dell’Herodotus sive Aetion di Luciano. (15. Febbraio. 1824.)

 

Note

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[1] Veggasi la pag. 3921-27.

[2] L’ubbriachezza accrescendo la vita e il sentimento di essa, fa nel med. tempo che l’individuo non rifletta (naturalmente), non consideri questa vita e questo sentimento, che il suo spirito consideri e s’interessi a questo sentimento accresciuto, assai meno ancora ch’ei non suole al sentimento ordinario e minore, e tanto meno quanto egli è più cresciuto. V. p. 3931.

[3] Puoi vedere a questo proposito le pagg. 3797-802. e sopra alcune anche più orribili barbarie, uno o due de’ luoghi del Cieça citati a p. 3796.

[4] V. p. 3945.

[5] V. p. 3938.

[6] V. p. 3932.

[7] V. Forc. fisus, confisus, diffisus, ec.

[8] Impercettibile ec. (da perceptum) - concepibile ec. da concepitum.

[9] Puoi vedere la p. 3986.

[10] Chi sia accorto, facilmente distingue e nella speculazione e nella pratica, e in ciascuna persona e caso particolare, e nel generale, il carattere e costume puntiglioso, e i fatti puntigliosi, dal carattere ec. ch’io qui descrivo (il quale non è neppur lo stesso che quello del Burbero benefico di Goldoni) che certo in realtà sono cose molto diverse e distinte.

[11] Puoi ved. La lett. 101 del Re di Pruss. a d’Alembert, onde apparisce che il Metastasio s’avea fuor d’Italia pel principale ingegno italiano di que’ tempi.

[12] Vedi la pag. 3963. lin. 18. 3980. lin 3.4.

[13] Purulentus, purulentia ec.; esculentus, virulentus, vinolentus v. la pag. 3968-9. 3992. temulentus ec. nidulor, se non è freq. o frequen-dimin.

[14] V. il Saggio di Algarotti sugl’Incas.

[15] V. il Gloss. ec. Ramentevoir franc. Antico.

[16] Puoi ved. la p. 3988. Si può applicare al discorso sopra le barbarie della società umana ec. (p.  3797-802.).

[17] Capsula, parva capse; capsella, parva capsula. Forc. Pare che, se non altro, il Forc. creda che il diminut. in ellus ec. dinoti maggior diminuz. che quello in ulus ec., quando anche ei non lo creda sempre o non mai un sopraddiminutivo. Oculus-ocellus (oculus, come dico altrove, non è diminut. come altrove io aveva detto, o è positivato ec. sicchè ocellus non è sopraddiminutivo ec.).

[18] V. p. 3982.

[19] V. p. 3982.

[20] Del resto l’uso dell’ionico fatto anticam. dagli non ionici prova con certezza che il ionico o era il greco comune, o il più comune, o il solo o il più applicato e quindi atto alla letteratura e al dir colto ec. o il più famoso ec. V. p.  3991.

[21] V. p. seg.

[22] V. p. 3990.

[23] Diminutivo non in franc. Ma fatto da una forma non diminut. lat.a Vedi però la p. 3991. capoverso 1. e 3985. princip.

[24] P. e molti verbi in ailler, come ferrailler, tirailler, rimailler, grappiller, folâtrer ec. (puoi ved. la p. 3980. capoverso 1.) babiller.

[25] mungo, pungo, iungo ec. -nctum.

[26] Così in latino: p.e. v. Forcell. in Dium. E certo da Δῖος dev’essere divus; e v. Forc. in Divus.

[27] V. ancora i derivati ec. di ungula, unghia, ongle.

[28] Puoi ved. la p. 3992. capoverso 3. e la p. 3753. marg.

[29] Così è infatti: advertid que ec. D. Quijote.

[30] V. il pens. precedente e p. 3996. capoverso 1. 2. e ult. ec. questa desin. in on è comune cioè tanto masc. che fem. o l’uno e l’altro insieme ec. Se il nome in on, essendo aggettivo ha il femm. in one o onne, non è diminut. anzi dubito che un aggett. in on sia mai de’ diminut. - Compagnon (fem. compagne) sostantivo.

[31] Dubito però che in franc. la desinenza in in ine ec. nè abbia ora, nè abbia mai avuto la forza diminutiva in nessun modo. V. la pag. 3993. capoverso 4. marg.

[32] In simil senso di verbigrazia ec. o analogo a questo, mi par che si usi eziandio lo spagn. luego.

[33] Altra volta ve lo trovo per benigno, favorevole (fue mas agradecida y liberal la natura que la fortuna). Desagradecido p. ingrato. D. Quij Leido p. che ha letto, alletterato (ib. leido en cosas de Caballeria andantesca, cioè, che ha letto romanzi di Cavalleria, come quivi si vede).

[34] Così grappo e grappolo, di cui altrove; e v. il Gloss.

[35] Seggia, seggio e seggiolo, co’ derivati ec. del che altrove. Cuccio e cucciolo, ciotto e ciottolo coi derivati, composti ec. Ciccia e cicciolo o sicciolo. Chiappole, bruscoli, pappolate, ec. Frotta e frottola. Tetta e tettola: v. la pag. 4007.

[36] Così scrive l’Alberti, nócciolo. Così da cochlea, chiócciola: noi marchegiani cuccióla.

[37] Voltolare, rivoltolare, avvoltolatamente. Vagellare (Crus.), vagolare e avagolare (Alberti), da vagari.

[38] Morchia (noi marchigiani morca) - amurca.

[39] Veggasi la p. 4014. capoverso 4.

[40] Conocido, desconocido, p. conoscente, cioè grato, e sconoscente, come diciamo noi l’uno e l’altro, come anche disconoscente. V. la Crusca in disconosciuto esempio 2. dove vale che non conosce, ch’è privo di conoscimento, e nota ch’è di Guittone, cioè antichissimo.

[41] ἄλλως  p. falso, frusta in luogo di Alessi Comico ap. Ateneo l. 13. p. 562. D. fin. male inteso dal Dalechampio.

[42] V. Ancora lo stesso Luc. l. 178. lin. 25.26. dove pur sottintendesi τὶ o τινὰ.

[43] Desaguisar, desaguisado, aguisado ec.

[44] Nascere per procedere, provenire ec. Né nacque un ec. questa cosa nasce, nacque da ec. ne nascerà ec. per alcune difficoltà nate nella consegnazione delle Fortezze, non era ancora partito. Guicc. 1. 280.

[45] Pregiato p. prezioso o pregevole, immensus p. immetibilis.

[46] Veggasi la p. 4026. capoverso 5.

[47] P. 3827.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 18 gennaio 2007