Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[3541] Ho discorso altrove del verbo periclitor mostrando ch’egli è continuativo di un antico periculor, fatto dal participio di questo, cioè da periculatus contratto in periclatus come periculum in periclum, e mutata l’a in i secondo la solita regola, come in mussito da mussatus. Ora vedi appunto tal participio periculatus nel Forcellini in essa voce. E nóta ch’ei dimostra il detto verbo periculor, perocchè dice periculatus sum, tempo perfetto di periculor come periclitatus sum di periclitor. (27. Sett. 1823.)

Altrove ho notato e raccolto parecchie metafore delle voci caput, capo ec. Aggiungi Aristot. Polit. lib. 2. ediz. Flor. 1576. p. 159. fine κατὰ κεϕαλὴν per testa, a testa, cioè per uno, per ciascuno, ciascuno, singuli. E v. la Crusca in Testa. ec. (27. Sett. 1823.)

Monosillabi latini. Pes, spes, [1] dies, nox, fax, nix, res. Nótisi che questi e tutti gli altri monosillabi da me raccolti, sono radici (anche rex, lex ec. come ho mostrato). E che i nomi greci corrispondenti, bene spesso, oltre al non essere monosillabi, non sono radici: come ἥλιος (lat. sol monosillabo) si deriva da ἅλς [3542] ec. ec. e πρᾶγμα (res) viene da pr.ssv indubitabilmente. Ed essendo verisimile che i nomi delle cose più necessarie e frequenti a nominarsi, più materiali ec., delle cose che sembrano dover essere state le prime nominate ec. (come sono, almeno in gran parte, quelle significate ne’ monosillabi latini da me raccolti ec.) fossero radici, non meno che monosillabi; par che ne segua che in greco, ove tali nomi non sono radici, essi non siano i nomi primitivi greci delle dette cose, e che questi sieno perduti, e che il latino all’incontro gli abbia conservati; e così si confermi la maggior conservazione dell’antichità nel latino che nel greco. E probabilmente i detti nomi latini saranno stati una volta anche greci, e saranno venuti da quella lingua onde il greco e il latino scaturirono, ma il latino gli avrà sempre conservati, sino a trasmettergli alle lingue oggi viventi, e nel greco si saranno poi perduti o disusati ec. ec. (27. Sett. 1823.)

Verbi in uare. Perpetuo as da perpetuus. (28. Sett. Domenica. 1823.). Continuo as, Obliquo as. V. p. 3571. Continuativo o frequentativo. Perpetuito as da perpetuo asperpetuatus. Vedi Forcell. in Perpetuitassint. [3543] Se già questa voce non fosse fatta (che nol credo) da perpetuitas, come forse necessitare ital. ec. da necessitas, di che ho detto altrove. (28. Sett. 1823.)

Tonsito as da tondeo-tonsus, frequentativo. Il continuativo l’abbiamo noi; tosare (quasi tonsare). V. il Gloss. ec. (28. Sett. Domenica. 1823.)

Nella Bibbia bisogna considerare l’immaginazione orientale e l’immaginazione antichissima, (anzi di un popolo quasi primitivo affatto ne’ costumi ec. e certo la più antica immaginazione che si conosca oggidì). Ben attese e pesate e valutate quanto si deve queste due qualità che nella Scrittura si congiungono, [2] niuno più si farà maraviglia della straordinaria forza ch’apparisce ne’ Salmi, ne’ cantici, nel Cantico, ne’ Profeti, nelle parti e nell’espressioni poetiche della Bibbia, alla qual forza basterebbe forse una sola di dette qualità. E veggansi le poesie orientali anche non antichissime, le sascrite antichissime ma de’ tempi civili dell’India. (28. Sett. 1823. Domenica.)

Intorno allo spagn. pintar ho detto altrove che il primitivo e regolare participio di pingo, tingo e simili, fu pingitus, tingitus ec.? Poi pinctus, tinctus ec., poi pinctus, (e quindi pintar, quasi pinctare); [3544] e in questo 3° stato molti di tali participii rimasero, come tinctus, cinctus ec. Molti altri passarono a un quarto stato, ove si fermarono, come pictus, fictus ec. Ma noi li conserviamo per lo più nel 3° stato: pinto, finto. franc. peint, feint. Abbiamo anche pitto, fitto, ma antichi o poetici ec. Lo spagnuolo (regolarissimo ne’ participii passivi sopra ogni altra sorella, e sopra la stessa latina ec. nel modo che altrove ho detto) [3] conserva il primitivo fingitus in fingido. (28. Sett. 1823.)

Alla p. 3341. Vedi a questo proposito Fabric. B. Lat. ed Ven. t. 1. p. 76. princip. l. I c. 6. de Corn. Nep. §. 3. fine. E nótisi che Catullo, come di stil familiare, inclina ai modernismi nella sua latinità. (28. Sett. 1823.). V. p. 3584.

Alla p. 3496. Platone nel cit. luogo non par che supponga i démoni un composto d’uomo e Dio, bensì un genere intermedio tra questo e quello, che serviva, com’egli espressam. dice, di gradazione, e a riempiere il vôto che sarebbe stato nella serie degli ésseri, tra il divino e l’umano genere. Pareva dunque agli antichi anche filosofi profondi che tra questi due generi, tra l’uomo e il Dio, avesse luogo ottimamente la gradazione, niente manco che tra [3545] specie e specie d’animali, tra il regno animale il vegetabile ec. Ed erano così lontani dal credere, come oggi si fa, che la distanza fra l’umano e ‘l divino fosse infinita, e infiniti, o molto numerosi, i gradi intermedi; che anzi egli stimavano che un solo anello s’intrapponesse nella catena fra’ sopraddetti due, e bastasse a congiungerli o continuarli, e che dall’uomo al Dio un solo grado passasse, due soli gradi s’avesse a montare, e la serie nonpertanto fosse continua. Aggiungi gli amori degli Dei verso le mortali e delle Dee verso i mortali (tanto gli antichi stimavano la bellezza umana), e il congiungersi di quelli o di queste con quelle o con questi (come se il divino e l’umano non fossero pur due specie assai prossime, ma appresso a poco una stessa, così diversa, come in molte specie d’animali vi sono delle sottospecie, altre più forti, belle, maggiori ec. altre meno), e il generarsi o partorirsi figliuoli mortali dagli Dei e dalle Dee, mortali affatto, o semidei, come Bacco. ec. (28. Sett. 1823.)

Il più deciso effetto, e quasi la somma degli effetti che produce in un uomo di raro ed elevato spirito la cognizione e l’esperienza degli uomini, si è il renderlo indulgentissimo verso qualunque maggiore e più eccessiva debolezza, piccolezza, sciocchezza, ignoranza, stoltezza, malvagità, vizio e difetto altrui, naturale o acquisito; laddove egli era verso queste cose severissimo prima di tal cognizione; e il renderlo facilissimo ad apprezzare e lodare le menome virtù e i piccolissimi pregi, che innanzi alla detta esperienza ei soleva dispregiare, non curare, stimare indegni di lode, e quasi confondere o non distinguere dalle [3546] imperfezioni; insomma il renderlo facilissimo e solito a stimare, e difficilissimo, insolito, anzi quasi dimentico del dispregiare e del non curare, tutto all’opposto di quel ch’egli era per lo innanzi. Tanto poco vagliono gli uomini. E da ciò si può dedurre e far esatto giudizio quanto sia il valor vero e la virtù vera degli uomini. (28. Sett. 1823.). V. p. 3720.

In una città piccola, massime dove sia poca conversazione, non essendo determinato il tuono della società, (neppur un tuono proprio particolarmente d’essa città, qual sempre sarebbe in una città piccola, quando veggiamo che anche le grandi hanno sempre notabilissime nuances di tuono lor proprio, e differenze da quello dell’altre, anche dentro una stessa nazione) ciascun fa tuono da se, e la maniera di ciascuno, qual ch’ella sia, è tollerata e giudicata per buona e conveniente. Così a proporzione in una nazione, dove non v’abbia se non pochissima società, come in Italia. Il tuono sociale di questa nazione non esiste: ciascuno ha il suo. Infatti non v’è tuono di società che possa dirsi italiano. Ciascuno italiano ha la sua maniera di conversare, o naturale, o imparata dagli stranieri, o comunque acquistata. Laddove in una nazione socievole, e così a proporzione in una città grande, non è, non solo stimato, ma neppur tollerato, chi non si [3547] conforma alla maniera comune di trattare, e chi non ha il tuono degli altri, perchè questa maniera comune esiste, e il tuono di società è determinato, più o meno strettamente, e non è lecito uscirne senza esser messo, nella società ec., fuor della legge, e considerato come da men degli altri, perchè dagli altri diverso, diverso dai più. (28. Sett. 1823.)

Circa la radice monosillaba di jungo da me notata altrove in con-iux o con-iunx ec. aggiungi bi-iux o bi-iunx, il quale io credo che sia il vero nominativo del genitivo biiugis, e non, come scrive il Forcell., biiugis biiuge. Ben credo che il detto nominativo non si trovi, ma neanche, io credo, questo secondo, e quello mi par più conforme all’analogia di coniux ec. Dicesi ancora biiugus a um. (29. Sett. Festa di S. Michele Arcangelo. 1823.)

Radice monosillaba di capio, come altrove ec. For-ceps. Di facio For-fex. (29. Sett. 1823.)

Scambio del g e del v di cui altrove. [3548] Parvolo, parvulo, parvulino (vera pronunzia, da parvulus, e nondimeno disusata). - Pargolo (antico), pargoletto, pargoleggiare ec. (moderni ed usati). (29. Sett. 1823.)

Insetare (che noi volgarmente ma più correttamente diciamo insitare, e forse così tutti fuor di Toscana, come anche diciamo insito per innesto) è continuativo di inseroinsevi-insitus (diverso da insero erui ertum); e ben s’ingannerebbe chi lo facesse tutt’uno coll’altro insetare (da seta) come par che faccia la Crusca. Il franc. enter forse ha la stessa origine, se non è fatto dal nome ente. Gli spagnuoli hanno in questo significato il verbo originale enxerir (insero, insitum o ertum), come ancor noi l’abbiamo oltre al sopraddetto, ma tra noi è tutto poetico, cioè introdotto da’ poeti, e da loro usato; benchè da essi pigliandolo, anche in prosa ben l’useremmo. (29. Sett. 1823.)

Il fine del poeta epico (e simili, e in quanto gli altri gli son simili), non dev’esser già di narrare, ma di descrivere, di commuovere, di destare [3549] immagini e affetti, di elevar l’animo, di riscaldarlo, di correggere i costumi, d’infiammare alla virtù, alla gloria, all’amor della patria, di lodare, di riprendere, di accender l’emulazione, di esaltare i pregi della propria nazione, de’ propri avi, degli eroi domestici ec. Tutti questi o parte di questi hanno da essere i veri e proprii fini del poeta epico, non il narrare; ma il poeta epico dee però fare in modo che apparisca il suo vero e proprio, o certo principal fine, non esser altro che il narrare. Appena merita il nome di poesia un poema il quale in verità non faccia altro che raccontare, cioè non produca altro effetto che di stuzzicare e pascere la semplice curiosità del lettore, ossia coll’intreccio bene intrigato e avviluppato, ossia con qualunque mezzo. Queste sono piuttosto novelle che poesie, per quanto l’azione raccontata potesse esser nobile sublime interessante ec. (Di questa specie sono l’Orlando innamorato, il Ricciardetto e simili). E possono ben essere di questa natura anche i poemi tessuti o sparsi d’invenzioni capricciose e di favole ec. come i veri poemi. Anche favoleggiando [3550] sempre o quasi sempre, un poema può non far veramente altro che raccontare. Questi tali non sono poemi perchè il poeta ha veramente e principalmente per fine quel ch’ei non dee senon far vista di avere, cioè il narrare. Ma per lo contrario i poemi pieni di lunghe descrizioni, di dissertazioni e declamazioni morali, politiche ec., di sentenze, di elogi, di biasimi, di esortazioni, di dissuasioni ec. in persona del poeta ec. e di simili cose, non sono poemi epici ec. perchè il poeta mostra veramente di avere per principali fini, quei ch’e’ non deve se non avere senza mostrarlo. (29 Sett. 1823.). V. p. 3552.

Alla p. 2861. fine. Questa proposizione corrisponde a quell’altra da me in più luoghi esposta, che il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente, e che quindi non v’ha momento alcuno di piacer vero, benchè possa parere. Così non v’ha nè vi può aver momento alcuno senza vero patimento, benchè possa parer che ve n’abbia (perocchè il patimento venendo a essere perpetuo, il vivente ci si avvezza per modo insin da’ primi istanti del vivere, che pargli di non sentirlo, e di non avvedersene). [3551] Anzi questa seconda proposizione è necessaria conseguenza della prima, e quasi la medesima diversamente enunziata. Perocchè dove non v’ha piacere, quivi ha patimento, perchè v’ha desiderio non soddisfatto di piacere, e il desiderio non soddisfatto è pena. Nè v’ha stato intermedio, come si crede, tra il soffrire e il godere; perchè il vivente desiderando sempre per necessità di natura il piacere, e desiderandolo perciò appunto ch’ei vive, quando e’ non gode, ei soffre. E non godendo mai, nè mai potendo veramente godere, resta ch’ei sempre soffra, mentre ch’ei vive, in quanto ei sente la vita: chè quando ei non la sente, non soffre; come nel sonno, nel letargo ec. Ma in questi casi ei non soffre perchè la vita non gli è sensibile, e perchè in certo modo ei non vive. Nè altrimenti ei può cessare o intermettere di soffrire, che o cessando veramente di vivere, o non sentendo la vita, ch’è quasi come intermetterla, e lasciare per un certo intervallo di esser vivente. In questi soli casi il vivente può non soffrire. Vivendo e sentendo di vivere, ei nol può mai; e ciò per propria essenza sua e della vita, e [3552] perciò appunto ch’egli è vivente, ed in quanto egli è tale, come nella mia teoria del piacere ec.? (29. Sett. Festa di San Michele Arcangelo. 1823.)

Alla p. 3550. Il narrare non dev’essere al poeta epico che un pretesto, la persona di narratore non dev’essere a lui che una maschera, come al didascalico la persona d’insegnatore. Ma questo pretesto, questa maschera ei deve sempre perfettamente conservarlo, ed esattamente (quanto all’apparenza e come al di fuori) rappresentarla, in modo ch’ei sembri sempre essere narratore e non altro. E così fecero tutti i grandi, incluso Dante che non è epico, ma il cui soggetto è narrativo, sebben ei dà forse troppo talvolta in dissertazioni e declamazioni ma torno a dire, il suo poema non è epico, ed è misto di narrativo e di dottrinale, morale ec. (29. Sett. dì di S. Mich. Arcang. 1823.)

Alla p. 3388. Il vino (ed anche il tabacco e simili cose) e tutto ciò che produce uno straordinario vigore o del corpo tutto o della testa, non pur giova all’immaginazione, ma eziandio all’intelletto, ed all’ingegno generalmente, alla facoltà di ragionare, di pensare, e di trovar delle verità ragionando (come ho provato più volte per esperienza), all’inventiva ec. Alle volte per lo contrario giova sì all’immaginazione, sì all’intelletto, alla mobilità del pensiero e della mente, alla fecondità, alla copia, alla facilità e prontezza dello spirito, del parlare, del ritrovare, del raziocinare, del comporre, alla prontezza della memoria, alla facilità di tirare le conseguenze, di conoscere i rapporti ec. ec. una certa debolezza di corpo, di nervi ec. [3553] una rilasciatezza non ordinaria ec. come ho pure osservato in me stesso più volte. Altre volte all’opposto.

Le passioni che son cose indipendenti dalle idee, giovano pure assai volte, non solo all’immaginazione, ma eziandio all’ingegno in genere, alla ragione ec. perocchè negli accessi di passione si scuoprono non di rado, anche da’ piccoli o non esercitati o non riflessivi ingegni, delle verità così grandi come solide, secondo che ho detto altrove biasimando l’uso della nuda ragione o facoltà dialettica e ragionatrice nella filosofia, proprio de’ tedeschi ec. E per lo contrario le passioni mille volte nocciono, impediscono, offuscano, indeboliscono ec. ec. sì l’immaginazione, sì la facoltà ragionatrice, sì l’ingegno in genere, la memoria ec. come ognun sa ec. Così ancora il vino e le cose dette di sopra. ec. (29. Sett. dì di S. Michele Arcangelo. 1823.).

Ho notato altrove che la debolezza per se stessa è cosa amabile, quando non ripugni alla natura del subbietto in ch’ella si trova, o piuttosto al modo in che noi siamo soliti di vedere e considerare la rispettiva specie di subbietti; o ripugnando, non distrugga però la sostanza d’essa natura, e non ripugni più che tanto: [3554] insomma quando o convenga al subbietto, secondo l’idea che noi della perfezione di questo ci formiamo, e concordi colle altre qualità d’esso subbietto, secondo la stessa idea (come ne’ fanciulli e nelle donne); o non convenendo, nè concordando, non distrugga però l’aspetto della convenienza nella nostra idea, ma resti dentro i termini di quella sconvenienza che si chiama grazia (secondo la mia teoria della grazia), come può esser negli uomini, o nelle donne in caso ch’ecceda la proporzione ordinaria, ec. La debolezza ordinariamente piace ed è amabile e bella nel bello. Nondimeno può piacere ed esser bella ed amabile anche nel brutto, non in quanto nel brutto, ma in quanto debolezza, (e talor lo è) purch’essa medesima non sia la cagione della bruttezza nè in tutto nè in parte. Ora l’esser la debolezza per se stessa, e s’altro fuor di lei non si oppone, naturalmente amabile, è una squisita provvidenza della natura, la quale avendo posto in ciascuna creatura l’amor proprio in cima d’ogni altra disposizione, ed essendo, come altrove ho mostrato, una necessaria e propria conseguenza dell’amor proprio in ciascuna creatura l’odio delle altre, ne seguirebbe che le creature deboli fossero troppo sovente la vittima delle forti. Ma la debolezza essendo naturalmente amabile e dilettevole altrui per se stessa, fa che altri ami il subbietto in ch’ella si trova, e l’ami per amor proprio, cioè perchè da esso riceve diletto. Senza ciò i fanciulli, [3555] massime dove non vi fossero leggi sociali che tenessero a freno il naturale egoismo degl’individui, sarebbero tuttogiorno écrasés dagli adulti, le donne dagli uomini, e così discorrendo. Laddove anche il selvaggio mirando un fanciullo prova un certo piacere, e quindi un certo amore; e così l’uomo civile non ha bisogno delle leggi per contenersi di por le mani addosso a un fanciullo, benchè i fanciulli sieno per natura esigenti ed incomodi, ed in quanto sono (altresì per natura) apertissimamente egoisti, offendano l’egoismo degli altri più che non fanno gli adulti, e quindi siano per questa parte naturalmente odiosissimi (sì a coetanei, sì agli altri). Ma il fanciullo è difeso per se stesso dall’aspetto della sua debolezza, che reca un certo piacere a mirarla, e quindi ispira naturalmente (parlando in genere) un certo amore verso di lui, perchè l’amor proprio degli altri trova in lui del piacere. E ciò, non ostante che la stessa sua debolezza, rendendolo assai bisognoso degli altri, sia cagione essa medesima di noia e di pena agli altri, che debbono provvedere in qualche modo a’ suoi bisogni, e lo renda per natura molto esigente ec. Similmente discorrasi [3556] delle donne, nelle quali indipendentemente dall’altre qualità, la stessa debolezza è amabile perchè reca piacere ec. Così di certi animaletti o animali (come la pecora, i cagnuolini, gli agnelli, gli uccellini ec. ec.) in cui l’aspetto della lor debolezza rispettivamente a noi, in luogo d’invitarci ad opprimerli, ci porta a risparmiarli, a curarli, ad amarli, perchè ci riesce piacevole ec. E si può osservare che tale ella riesce anche ad altri animali di specie diversa, che perciò gli risparmiano e mostrano talora di compiacersene e di amarli ec. Così i piccoli degli animali non deboli quando son maturi, sono risparmiati ec. dagli animali maturi della stessa specie (ancorchè non sieno lor genitori), ed eziandio d’altre specie (eccetto se non ci hanno qualche nimicizia naturale, o se per natura non sono portati a farsene cibo ec.); ed apparisce in essi animali una certa o amorevolezza o compiacenza verso questi piccoli. Similmente negli uomini verso i piccoll degli animali che cresciuti non son deboli. E di questa compiacenza non n’è solamente cagione la piccolezza per se (ch’è sorgente di grazia, come ho detto altrove), nè la sola sveltezza che in questi piccoli suole apparire (siccome ancora nelle specie piccole di animali) e che è cagion di piacere per la vitalità che manifesta e la vivacità ec. secondo il detto altrove da me sull’amor della vita, onde segue quello del vivo ec. ma v’ha la [3557] sua parte eziandio la debolezza. (29-30. Sett. 1823.). v. p. 3765.

Untare, untar (spagn.) da ungo-unctus. Unctito dal medesimo. Urtare, heurter (franc.) da un urtus partic. di urgeo, oda un ursus mutato in urtus, come falsus in faltus ec. vedi la p.3488. e quella a che essa si riferisce. (30. Sett. 1823.)

Alla p. 2984. Anche il nostro vieto è il positivo vetus. E la doppia terminazione francese vieil vieux forse non ha altra origine che l’esser questi originalmente due nomi diversi, l’uno positivo, l’altro diminutivo. Ai diminutivi latini usati positivamente nello stesso fior della latinità, aggiungi oculus, e vedi quello che altrove ne ho detto in proposito della voce russa oco, citando l’Hager. (30. Sett. 1823.). Noi ancora diciamo veglio, vegliardo ec. voci antiche, ora poetiche, o da vieil, e d’origine provenzale ec. o da veculus dirittamente, come periglio da periculum del che vedi la pag. 3515 fine e marg.

Alla p. 3341. princ. Dire p.e. livre deux, chapitre dix e simili, sembra veramente esser uso de’ francesi più familiare che letterario. Trovo così scritto a lettere in libri modernissimi, ma di niun’autorità. In libri alquanto più antichi ma ben autorevoli, trovo p.e. chapitre dixième ec. (30. Sett. 1823.). V. p. 3560.

[3558] Alla p. 3003. mezzo. Su-spicio, il quale materialmente non si può dire se sia formato da sub, o da sursum (quando s’ammettesse questa seconda sorta di formazione), vale certamente guardare di sotto in su, perchè guardare in alto non è nè si può fare altrimenti che guardando di sotto in su. Or così dite degli altri tali composti pretesi di sursum. Fra’ quali i grammatici ripongono certamente ancor questo, e ciò perchè sursum significa in alto, in su. Ora osservino i suoi derivati suspicor, suspicio onis, ec. anzi pur lo stesso suspicere e suspectare quando significano sospettare, e mi dicano se possono esser composti della voce sursum. E mi neghino che non sieno composti della prep. sub, come nè più nè meno il greco corrispondente ὑποπτεύω ec. da ωπτεύω (inusit.) specio, inspicio, inspecto ec. êpñptomai suspicor. (30. Sett. 1823.). I quali vocaboli esprimono il guardar sott’occhio ec. che fa chi sospetta, il guardare con diffidenza ec. e tutta la forza e proprietà della metafora, e la ragione per cui spicio in questi composti significa il sospettare, e la proprietà di tali voci ec. sta nella prepos. sub. (30. Sett. 1823.)

Dalle cose altrove dette (nel principio della [3559] teoria de’ continuativi) intorno al verbo aspettare si può dedurre con verisimiglianza che nel volgare latino aspecto as avesse il significato che ha oggi in italiano, come l’ebbe in lat. expecto; massime considerando il corrispondente greco προς-δοκάω che letteralmente si renderebbe appunto ad-spectare, e lo spagnolo a-guardar ec. Attendere attendre per aspettare, è traslazione fatta appunto nello stesso modo, cioè dalla significazione di osservare a quella di aspettare (e notate anche in attendere la preposizione ad in conferma della sopraddetta congettura); siccome all’incontro può vedersi nel Forcell. un esempio di Tacito, dove aspectare è preso per attendo is (il che potrebbe anche in certo modo confermare la stessa congettura). I quali dati possono farci ancora congetturare che attendere nel significato d’aspettare ch’egli ha nelle due lingue figlie italiano e francese abbia la sua origine nel volgare latino ec. V. il Gloss. in aspectare, attendere ec. se ha nulla. (30. Sett. 1823.) Alla p. 3401. La lingua francese quanto all’origine (non quanto all’indole, veggasi la p.2989. e altre) forma una famiglia colla greca, latina italiana spagnuola [3560] ma la letteratura francese appartiene ad un’altra famiglia, e le quattro letterature suddette formano una famiglia da se (aggiunta la portoghese ch’io comprendo ed intendo sotto la spagnuola). E questo non è contraddizione, come sarebbe, secondo i nostri principii, se la lingua francese appartenesse alla famiglia dell’altre quattro anche quanto all’indole. Laddove quanto all’indole, anche la lingua de’ moderni francesi appartiene a una famiglia diversa (ch’ella forma, si può dir, da se sola se non quanto ella, come la sua letteratura, ha corrotte e va corrompendo parecchie altre lingue, e letterature, e ad alcune che ancor non hanno carattere, come la russa, la svedese, olandese ec. ha impresso o imprime il suo, più o meno durevolmente ec.), e l’altre quattro suddette, formano una famiglia a parte. (30. Sett. 1823.)

Alla p. 3557. fine. Del resto l’uso de’ nomi ordinali de’ numeri in vece de’ cardinali è anche comune in parte agl’italiani, sì nel discorso familiare (come l’anno mille, il reggimento quattro ec. ec.) sì nella scrittura anche elegante. V. fra gli altri lo Speroni nel Discorso o lettera del tempo del partorire delle Donne, che tiene il terzo luogo tra’ suoi Dialoghi, Ven. 1596. p. 49. lin. 16. paragonata colle superiori, p.50. lin. 23. 24. p. 51. lin. 24. p. 52. lin. 1.7.9.10. 18.22. p. 56. lin. 3. e altrove. (30. Sett. 1823.)

Francesismo ed italianismo (fors’anche spagnolismo) [3561] del genitivo plurale invece dell’accusativo del medesimo numero, appresso Aristot. Polit. l. 3. ed. Flor. ap. Iunt. 1576. p. 209. mezzo, e veggasi quivi il commento di Pier Vettori. (30. Sett. 1823.). Noi ed i francesi usiamo il genit. plur. anche in vece del nominativo plurale. Anche in caso terzo ec. a di molti, con di molti, à des femmes ec.

Alla p. 3413. Infatti la scrittura dello Speroni è tutta sparsa e talor quasi tessuta, non pur di vocaboli, o d’usi metaforici ec. di parole, tutti propri di Dante e di Petrarca, ma di frasi intere e d’interi emistichi di questi poeti, dall’autore dissimulatamente appropriatisi e convertiti all’uso della sua prosa. Nè tali voci, frasi ec. riescono in lui punto poetiche, ma convenientissimamente prosaiche. Altrettanto fanno più o meno molti altri autori del cinquecento, massime i più eleganti, ma lo Speroni singolarmente. Or andate e ditemi che altrettanto potessero fare, non pur i prosatori greci con Omero, o altro lor poeta, ma i latini con Virgilio ec. benchè il latino non abbia linguaggio poetico distinto. Che vuol dir ciò dunque, se non che il linguaggio di Dante e Petrarca era poco o nulla distinto da quel della prosa? Onde i prosatori potevano farne lor pro, anche a sazietà, senza dar nel poetico. Le voci e frasi e significati più poetici ed eleganti di Petrarca Dante ec. tengono come un luogo di mezzo tra il prosaico e il poetico, onde in una prosa alta, com’è quella dello Speroni, ci stanno naturalissimamente. P.e. talento in quel significato Che la ragion sommettono al talento. Non si sa ben dire se sia più del verso che della prosa. Vedilo benissimo usato dallo Speroni ne’ Diall. Ven. 1596. p. 69. fine. Altri, e non pochi, prosatori del 500, siccome nel 300 il Boccaccio, davano nel poetico sconveniente [3562] alla prosa, adoperando a ribocco e senza giudizio le voci, le significazioni, le metafore, le frasi, gli ornamenti, l’epitetare ec. sì di Dante e Petrarca sì de’ poeti del 500. stesso. E ciò per la medesima ragione per cui i detti poeti adoperavano le frasi e voci ec. della prosa, come a pagg. 3414. segg. Ciò era perchè i termini fra il linguaggio della poesia e della prosa non erano ancora ben stabiliti nella nostra lingua. Onde come noi non avevamo ancora un linguaggio propriamente poetico bene stabilito e determinato, (p. 3414.3416.), così nè anche un linguaggio prosaico. Nella stessa guisa (ma però molto meno) che i francesi non hanno quasi altra prosa che poetica, perchè appunto non hanno lingua propriamente poetica, distinta e determinata, e assegnata senza controversia alla poesia (veggansi le p. 3404-5.3420-1. 3429. e il pensiero seguente). Nessun buon autore del seicento, del sette e dell’ottocento dà nel poetico come molti buoni e classici del 500 (non ostante nel 600 la gran peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l’immaginoso, l’ingegnoso; e consistente in queste qualità ec. peste [3563] che nel 500 ancor non regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto non mai nelle buone e classiche prose del 600: segno che quel vizio nel 500. veniva da altra cagione, e ciò era quella che si è detta). Nessuno oggi (nè nei due ultimi secoli) per poco che abbia, non pur di giudizio, ma sol di pratica nelle buone lettere sarebbe capace di peccare, scrivendo in prosa, per poeticità di stile e linguaggio, altrettanto quanto nell’ottimo ed aureo secolo del 500. (mentre il nostro è ferreo) peccavano gli ottimi ingegni nelle classiche prose, sì nel linguaggio, sì nello stile, che quello si tira dietro (p. 3429. fine). E come ho detto a pagg. 3417-9. che il linguaggio propriamente poetico in Italia non fu pienamente determinato, stabilito, e distinto e separato dal prosaico, se non dopo il cinquecento, e massime in questo e nella fine dell’ultimo secolo; così si deve dire del linguaggio prosaico, quanto all’essere così esattamente determinato ch’ei non possa mai confondersi col poetico, nè dar nel poetico senza biasimo ec. Il che non ha potuto perfettamente essere finchè i termini fra questi due linguaggi non sono stati fermamente posti, e chiaramente precisamente [3564] incontrovertibilmente segnati, tirati, descritti. Onde il linguaggio perfettamente proprio e particolare della prosa, e il perfettamente proprio e particolare della poesia sono dovuti venire in essere a un medesimo tempo, e non prima l’uno che l’altro (o non prima esser perfetto ec. ec. l’uno che l’altro, e crescer del pari quanto alla loro prosaicità e poeticità); perchè ciascun de’ due è rispettivo all’altro ec. ec. (30. Sett. 1823.)

Alla p. 2911. marg. La lingua ebraica è poetica ancor nella prosa, per quella sua estrema povertà, della quale altrove ho ragionato, mostrando come in ciascuna sua parola cento significati si debbano accozzare e si accozzino, conforme accadde a principio in ciascheduna lingua, finchè col variare o per inflessione, o per derivazione, o per composizione, o con altra modificazione le poche radici a seconda de’ loro vari significati, si venne d’una sola parola a farne moltissime, e di poche, infinite; per modo che ciascun significato de’ tanti che dapprima erano riuniti in un solo vocabolo, non per esser trasportato ad altra parola, ma come per suddivisione o emanazione o altra varia modificazione di [3565] quello stesso primo vocabolo, ebbe una parola per se, o con poca e discreta compagnia d’altri significati.

Or dunque non potendo quasi la prosa ebraica usar parola che non formicolasse di significazioni, essa doveva necessariamente riuscir poetica e per la moltiplicità delle idee che doveva risvegliare ciascuna parola, (cosa poetichissima, come altrove ho detto);e perchè essa parola non poteva dare ad intendere il concetto del prosatore se non in modo vago e indeterminato e generale come si fa nella poesia; e perchè quasi tutte le cose, eccetto pochissime si dovevano esprimere con voci improprie e traslate (ch’è il modo poetico); cosa che in tutte le lingue intravviene, rigorosamente parlando, ma non si sente, se non alcune volte, la traslazione, perchè l’uso l’ha trasformata, quasi o del tutto, in proprietà; laddove ciò non poteva aver fatto nella lingua ebraica, la qual se toglieva a una parola il significato proprio in modo che il traslato divenisse padrone e paresse proprio esso, al vero proprio che cosa poteva restare in tanta povertà? [3566] sentivasi dunque sempre, anche nella prosa ebraica, la traslazione, perchè la voce, insieme co’ sensi traslati, riteneva il proprio. Tale pertanto essendo la lingua destinata alla prosa, necessariamente anche lo stile del prosatore doveva esser poetico, siccome per la contraria ragione i primitivi poeti latini italiani ec. non trovando nella lingua voci poetiche, furono necessitati a tenersi in uno stile che avesse del familiare, come altrove ho detto.

La prosa ebraica era dunque poetica per difetto e mancamento, e perchè la lingua scarseggiava di voci. Non così la prosa francese, la qual è per lo più poetica, mentre la lingua abbonda di voci, come ho detto altrove. Ma essa prosa è poetica perchè la lingua francese scarseggia, e si può dir, manca di voci poetiche, cioè di voci antiche ed eleganti propriamente, cioè peregrine ec. E vedi il pensiero antecedente con quello a cui esso si riferisce. Le voci ebraiche sono tutte poetiche non appostatamente, nè perchè usate da’ poeti, nè perchè fatte ad esser poetiche e destinate all’uso della poesia, nè perchè peregrine o per antichità, o per [3567] traslazione ec. ma per causa materiale ed estrinseca, e semplicemente perchè son poche. E la lingua ebraica è tutta poetica materialmente, cioè semplicemente perciocch’è povera. E lo stile e la prosa ebraica sono poetiche stante la semplice povertà della lingua. Qualità comune a tutte le lingue ne’ loro principii, insieme colla conseguenza di tal qualità, cioè insieme coll’esser poetiche. Non intendo però di escludere le altre ragioni non materiali che certo anch’esse grandemente contribuirono a render poetica la lingua, stile e prosa ebraica, cioè l’orientalismo e la somma antichità, del che vedi la pag.3543. E questa seconda condizione influisce altresì grandemente e produce l’effetto medesimo in ciascun’altra lingua ne’ di lei principii, in ciascuna lingua che conserva il suo stato primitivo, in ciascun’altra lingua antichissima ec. Del resto la somma forza e il sommo ardire che si ammira nelle espressioni della Bibbia, e che si dà per un segno di divinità, (veggasi la p. citata qui sopra) non proviene in gran parte d’altronde che da vera impotenza e necessità, cioè da estrema povertà che obbliga a [3568] un estremo ardire nelle traslazioni e in qualsivoglia applicazione di significati, a tirar le metafore di lontanissimo ec. (1 Ottobre, giorno in cui s’intese la creazione del nuovo Papa. 1823.)

Della corruzione, degenerazione, snaturamento, deterioramento ec. delle generazioni degli uomini civili, e degli animali dagli uomini dimesticati, cioè alterati, snaturati e corrotti, in quanto tal deterioramento viene da cause fisiche, e in quanto la civiltà dell’uomo ec. opera fisicamente sulla generazione, è da esser veduto il Discorso o Lettera del tempo del partorire delle donne di Sperone Speroni, che tiene il 3°. luogo tra’ suoi Dialoghi, Venez. 1596. p. 53- 54. principio. (1. Ottobre. 1823.)

Δῆλον δ᾽ ὡς καρτεροῦσι πολλὴν κακοπάϑειαν οἱ πολλοὶ τῶν ἀνϑρώπων γλιχόμενοι τοῦ ζῆν, ὡς ἐνούσης τινὸς εὐημερίας (prosperitatis. Victorius) ἐν αὐτῷ καὶ γλυκύτητος ϕυσικῆς. Aristot. Polit. l. 3. ed. Flor. Iunt. 1576. p. 211. (1. Ottobre. 1823.)

A ciò che ho detto del nostro usare, usar, user continuativo di utor-usus, aggiungi [3569] il nostro abusare, abusar, abuser, continuativo di abutor abusus, e v. il Gloss. se ha nulla. Oltre disusare, ausare o adusare ec. (1. Ott. 1823.)

Cuso as continuativo di cudo-cusus. V. il Forcell. e le cose da me dette in proposito di accuso, excuso, recuso, incuso e simili. (1. Ott. 1823.)

Curtare (cortar spagn. accortare, scortare coll’o stretto, accorciare ec. ital. accourcir ec. franc.) viene da curtus. Così decurtare ec. Ma curtus che cos’è? forse un semplice aggettivo? Signor no, ma egli è senza fallo originariamente un participio (come insinua anche la sua forma materiale e il modo della sua significazione e del suo uso assolutamente e generalmente considerato) di un verbo di cui curtare è continuativo. E questo verbo perduto era un curo o cero o ciro o simile da κουρεύω o da κειρω, tondeo, scindo, abscindo. Curtare per tondere vedilo nell’ultimo esempio del Forcellini; il qual luogo non sarebbe stato tentato dai critici, o forse guasto dagli amanuensi se avessero saputo e considerato questa certissima etimologia e formazione di curtare che, secondo le norme della nostra teoria de’ continuativi, qui dichiariamo. La qual etimologia indica ancora il proprio significato di curtare [3570] ch’è appunto tondere, creduto finora al più metaforico, e il proprio significato di curtus che è tonsus. Questo verbo originario di curtare, e affatto conforme a un verbo greco della stessa significazione è da riporsi insieme con quelli che abbiamo dimostrato per mezzo di gustare, potare e s’altri tali n’abbiamo accennati, conformi ai greci πόω γεύω [4] che altrettanto vagliono quanto essi verbi ignoti, e quanto i loro noti continuativi, non altrimenti che κειρω vaglia il medesimo che curto. E il discorso e le ragioni addotte per li suddetti verbi, si ripetano in proposito di questo. La forma di questo verbo doveva essere, s’io non m’inganno, e s’è lecito il congetturare, curo is, curti, curtum, ovvero cureo es ui tum, ovvero anche curo as curui curtum, come neco as ui ctum, seco as ui ctum, eneco as ui ctum, reseco ec. i quali supini sembrano contratti da necitum, secitum (non già necatum, secatum), fatti alla forma di domitum da domo as ui, cubitum di cubo as ui [5] ec. Onde il primitivo e intero sarebbe curitum, curitus p. curtus. (1. Ott. 1823.)

Risito da rideo-risus. (1. Ott. 1823.)

[3571] Alla p. 3542. A questo discorso appartengono oltre i verbi in uare, e i nomi in uosus, anche i nomi in ualis che son sempre fatti da’ nomi della quarta o da’ nomi in uus ec. ec. altrimenti tali nomi fanno alis semplicemente. [6] Come ritualis, manualis, tonitrualis ec. ec. da ritus us ec. E così appartengono a questo discorso gli altri o nomi aggettivi o sustantivi, o avverbi, o voci qualunque derivative, che hanno l’u davanti alla desinenza propria della loro specie particolare, qualunque sia e la desinenza e la specie ec. (1. Ott. 1823.)

Alla p. 3541. Il primitivo e proprio significato di spes non fu già lo sperare ma l’aspettare indeterminatamente al bene o al male. V. Forc. in Spes, Spero ec. insperatus ec. Sveton. in Iul. Caes. c. 60. §.1. e quivi il Pitisco, i greci in ᾽Ελπὶς, ἐλπίζω ec. gli spagn. in esperar, inesperado ec. ec. gl’it. in speranza, sperare ec. insperato ec. (oggi nel discorso civile non mai, nella scrittura di rado, nel volgare e plebeo discorso conservatore perpetuo dell’antichità spessissimo e più frequentemente ancora che nelle nostre antiche scritture, si usa speranza, sperare ec. p. aspettare semplicemente [7] e anche per l’aspettativa determinata al male, ossia il timore, ma in tal caso non [3572] s’usa cred’io che negativamente, oppure non vuole indicar propriamente il timore, ma solo l’aspettativa del male, benchè questo naturalmente sia temibile: come in un autore spagnuolo, estavan esperando la muerte, non vuol dir che la temessero, benchè certo la temevano, ma e’ vuol dir solo che s’aspettavano di dover morire, ed esperar ha riguardo alla semplice opinione e giudizio del futuro, non al piacere o dispiacere che da tal giudizio e opinione ci deriva, e al male o bene che dal futuro ci verrà o si aspetta, ed al desiderio o nondesiderio e avversazione del medesimo ec. al che ha pur riguardo la voce timore ec. e la voce speranza ec. nel nostro senso, che vale aspettativa con piacere, con desiderio ec. ec.) [8] Richelet in espérer ec. Il detto significato ch’è certamente il primitivo e proprio di spes (e non quello che le dà il Forcellini) rende più probabile che spes sia voce delle primitive, perocchè l’aspettare, l’aspettativa è un’idea che dovette esser tra le prime dinominate, e innanzi allo sperare ec. ch’è una specie dell’aspettare, e un’idea troppo sottile e metafisica ec. ec. (1. Ott. 1823.)

Alla p. 3077. È da notare che gli argomenti ch’io traggo da tali participii spagnuoli a dimostrare [3573] gli antichi participii latini regolari ec. (e così sempre che dallo spagnuolo io argomento all’antico latino, al volgare ec.), sono tanto più valevoli, quanto siccome la lingua francese è nell’estrinseco e nell’intrinseco, fra tutte le figlie della latina, la più remota e alterata dalla lingua madre (secondo ho detto altrove), così la spagnuola è nell’estrinseco la più vicina, [9] mentre però nell’intrinseco lo è la italiana, come altrove ho distinto. Ma dell’intrinseco poco ha che fare il nostro discorso. La lingua spagnuola che per la forma esteriore delle parole ha più di tutte le sue sorelle ereditato dalla latina, e che più di tutte le lingue, a sentirla leggere o a vederla scritta, rappresenta l’esterna faccia e il suono della latina e può con essa esser confusa; dev’esser considerata come speciale e principale conservatrice dell’antichità, della latinità, del volgar latino ec. quanto alla material forma delle parole e alla proprietà delle loro inflessioni ec. che è quello che ora c’importa. La qual conformità particolare col latino si può notar nello spagnuolo da per tutto, ma nominatamente e singolarmente [3574] e forse più ch’altrove, nelle coniugazioni de’ verbi, il che fa appunto al nostro caso. AMO, AMAS, AMAt, AMAMUS (lo spagnuolo muta l’u in o, e questa è la sola mutazione in tutto questo tempo), AMAtIS, AMANt. Leggansi le sole maiuscole, e s’avrà la coniugazione spagnuola. La quale in questo tempo è tutta latina, salvo l’omissione del t in tre soli luoghi, [10] e la mutazione dell’u in o in un luogo, mutazione pur tutta latina (vulgusvolgus ec. ec. ec.) e propria senz’alcun dubbio, anche in questo caso, o di tutto l’antico volgo che parlò latino, o di molte parti e dialetti di esso. Infatti tal mutazione non solo è propria e dell’italiano e del francese in questo medesimo caso sempre, ma ordinarissima e quasi perpetua (massime nell’italiano) in quasi tutti o nella più parte degli altri casi, sì nelle desinenze, sì nel mezzo delle parole o nel principio. V-u-lg-u-s-V-o-lg-o. [11] La congiugazione italiana è ben più mutata, e molto più dell’italiana la francese. Basta a noi che le regole e le inflessioni della coniugazione latina sieno specialmente conservate nella spagnuola, ancorchè gli elementi del verbo che non toccano l’inflessione [3575] e la regola della coniugazione sieno alterati, o soppressi ec. Come leo è mutato da lego. Ma la coniugazione di quello essendo similissima alla coniugazione di questo, l’omissione del g, in cui consiste l’alterazione di quello, non indebolisce punto l’argomento che dal suo participio leido si cava a dimostrare il latino corrispondente legitus. E così discorrete degli altri casi e argomenti, o sieno dintorno a’ participii, o a checchessia ch’appartenga alle forme generali della congiugazione od’altro ec. È da notare che la suddetta specialissima conformità colla lingua latina, nella quale conformità la spagnuola vince tutte l’altre, fu da questa ed è propriamente conservata; [12] e che avvenga che la conformità dell’intrinseco sia di molto maggior peso che non l’estrinseca, nondimeno se la lingua italiana nella conformità col carattere della latina, vince la spagnuola e con essa tutte l’altre moderne, questa conformità non si può dir propriamente da lei conservata, ma riacquistata, e non rimastagli naturalmente e spontaneamente da se, ma restituitagli con arte, dopo già perduta. Perocch’ella fu in grandissima [3576] parte opera de’ nostri letterati che la lingua italiana modellarono sulla latina. E così accade generalmente che il carattere di ciascuna lingua è formato e determinato dalla sua letteratura. (Ben è vero che il carattere di questa corrisponde al carattere nazionale, e ch’ella non potrebbe già andar contra la natura e l’inclinazione della lingua, o ciò facendo, non riuscirebbe, o malissimi effetti partorirebbe e poco durevoli). Ma l’estrinseca forma non si conserva se non se naturalmente, e perduta che fosse, quasi impossibile sarebbe il ricuperarla (siccome la forma intrinseca di nostra lingua, o s’attribuisca alla letteratura o a che che si voglia, dovrà sempre dirsi, non propriamente conservata, ma ricuperata). Laonde si può dire veramente che, quanto è alla natura e al popolo, la latinità si è meglio e in maggior parte e più propriamente conservata e conservasi in Ispagna che in alcun’altra parte del mondo. (Per lo meno quanto alle voci e alle norme e regole delle loro inflessioni e modificazioni, perchè quanto alle frasi, anche senza uscir del popolo, pare che la latinità rimanga e siasi sempre conservata ben più in Italia, com’è [3577] di ragione, che altrove, dove forse, parlando di locuzioni popolari, neppur s’introdusse mai quel che tra noi si conserva ancora, o se n’introdusse assai meno, o con differenze nate dalle lingue indigene e dalle diversità de’ climi e dall’altre circostanze. Or quel che mai non fu introdotto, o che fu diverso nell’introdursi, non potea conservarsi).

Questa mirabile e così lunga conservazione di sì speciale conformità col latino nella lingua spagnuola, conformità che passa quella conservata nella stessa sede dell’antico latino, cioè in Italia, dee riconoscersi dalle stesse circostanze che rendono e sempre resero gli spagnuoli, o loro permisero e permettono di essere così tenaci de’ loro istituti, costumi, opinioni, religione ec.; così stazionari nel loro carattere, nel grado della loro civiltà; così lenti ne’ loro progressi sociali ec. tanto che oggidì, dopo il rapido corso incominciato e tenuto dalle altre nazioni nell’ultimo secolo, la Spagna, a paragone del resto d’Europa, viene ad aver più del barbaro che del civile: (onde è famoso il detto, mi pare, di Mons. de Pradt, che la Spagna appartenendo all’Africa, per [3578] isbaglio geografico si fa parte d’Europa). La stessa gravità e posatezza delle maniere negl’individui spagnuoli, la lunghezza delle lor cerimonie, de’ loro preparativi alle operazioni manco importanti, e cose simili, sono indizio della stabilità del carattere, costumi e opinioni nazionali; perchè generalmente, come tutte le cose in natura osservano la legge dell’analogia, gl’individui delle nazioni lente ne progressi sociali, letterarii e simili, e tenaci del loro essere, sono tardi nell’operare e di carattere riposato, e dove gl’individui son tali, tale è la nazione, e per lo contrario nel caso opposto. E così discorrasi di ciascun’altra qualità nazionale, che suol generalmente trovarsi ritratta e quasi compendiata negl’individui.

Or tornando al proposito, le dette circostanze si possono dividere in geografiche, naturali e storiche. Se guardiamo alle prime, il sito della Spagna ch’è in uno estremo d’Europa, facendola poco frequentata dagli stranieri, rende la nazione poco soggetta a variarsi. Le seconde sono il clima, e il carattere nazionale in quanto alla parte fisica. Questo negli spagnuoli è pigro e molle [3579] e vago del riposare e dello stare più che dell’azione e del movimento, o certo capace di contentarsi facilmente del riposo, per poco che l’operare gli sia impedito o reso difficile. Così suole ne’ climi caldi e felici. La terra molle e lieta e dilettosa Simili a se gli abitator produce (Tasso Gerus. 1.62.) Le circostanze istoriche corrispondono alle suddette, e da esse sono influite e modificate ordinariamente, onde sono piuttosto da considerar com’effetti che come cagioni. Pur non lasciano talvolta di esser eziandio cagioni. Considerandole rispetto alla Spagna, le troveremo essere or l’uno or l’altro, onde talvolta le troveremo come sorelle di quell’effetto di cui cerchiamo l’origine (dico della singolare conservazione della latinità), talvolta come madri.

Nella generale inondazione di barbari che infestò le contrade culte di Europa, la Spagna non ebbe (credo) che i Vandali, (o gli Ostrogoti) ec. i quali anche poco vi si mantennero; certo assai meno che in Italia non fecero i Goti, i Longobardi e i tanti e sì varii popoli che la travagliarono e vi fondarono e tennero regni ec. [3580] La Spagna ebbe lunghissimo tempo i mori, e questi, potenti e regnanti. Ma che, non le religioni, non le lingue, non i costumi, non il sangue di questi conquistatori stranieri e degl’indigeni e in gran parte sudditi, si mescolarono insieme mai. Due sangui, due religioni, due lingue, due maniere di vita, in somma due nazioni diversissime, contrarie, nemiche, perseverarono sempre in Ispagna, e sempre divise e ben distinte l’una dall’altra, benchè sempre l’una accanto all’altra, e materialmente confuse insieme, e sugli occhi l’una dell’altra. Nè il maomettano riconobbe mai Cristo, nè il Cristiano Maometto, nè l’arabo lasciò la sua lingua per la spagnuola, nè lo spagnuolo succhiò mai col latte altra lingua che l’indigena. Cosa mirabile e che non ha, credo, altro esempio oltre di questo, se non quello de’ greci e de’ turchi, il quale ancor dura, e che altrove ho considerato parlando della singolare tenacità de’ greci rispetto ai loro costumi, pratiche ec. come alla lingua. Tenacità in cui i greci non hanno forse pari altra nazione che la spagnuola, nè la spagnuola forse altra che la greca. E ben corrisponde la parità o somiglianza [3581] dei climi e delle qualità del cielo e del suolo in ambo i paesi. E corrisponde eziandio la qualità degli stranieri, ambo arabi, non di origine, ma di lingua (se non m’inganno), ed ambo maomettani di religione; i mori di Spagna e i turchi. Con questa differenza però a favor della Spagna, che laddove i turchi barbari e ignorantissimi vennero in un paese civile e dotto, e barbari regnano sopra una gente per lor cagione imbarbarita, e non più coltivata; i mori non barbari vennero in un paese già rozzo, e quasi civili regnarono in un paese molto men civile di loro. Ebbero i mori in Ispagna un’estesissima letteratura, e piene sono le biblioteche spagnuole e straniere delle loro opere (alcune, come quelle di Averroe, note per traduzioni e celebri in tutta Europa). Nè per tanto poterono essi introdurre nè lasciare la loro letteratura (ch’era pur l’unica a que’ tempi in Europa) tra gli spagnuoli che niuna ne avevano; nè la loro civiltà (altresì unica); nè col mezzo ed aiuto di questa e della letteratura, la loro lingua; nè poteron fare che nella Spagna mezza coperta e dominata da stranieri di diversissimo linguaggio e costume, [3582] e questi civili e letterati, e ciò per lunghissimo tempo, non si conservasse la lingua indigena, quanto è al popolo, assai meglio che nelle altre nazioni partecipi della stessa lingua, le quali non ebbero mai stranieri nè civili nè letterati, e quei barbari che ebbero, o gli ebbero per molto minore spazio di tempo, o ben tosto naturalizzati di costumi, di religione ec.

Al contrario della Spagna, e della Grecia, i franchi nelle Gallie mescolarono ben tosto coi nazionali ogni cosa; genere, sangue, nozze, costumi, lingua, fede, mutando i vincitori barbari tutte le lor qualità e il lor carattere istesso in quello de’ vinti civili. Così proporzionatamente in Italia i goti, i Longobardi ec. Or questa mescolanza appunto nocque alla conservazione delle qualità indigene in questi due paesi, e nominatamente a quella della lingua, della qual discorriamo. I franchi non poterono divenir Galli, nè i goti ec. italiani, senza che i Galli divenissero in molte parti Franchi, (come appunto poi sempre si chiamarono e chiamano), e gl’italiani goti.

[3583] Finalmente la Spagna non mai intieramente soggettata e signoreggiata da’ mori (a differenza della Grecia) estirpò e scacciò affatto gli stranieri dal suo seno. E non solo gli stranieri, ma con essi la lor fede, lingua, letteratura, costumi e tutto. E non solo tutto questo, ma eziandio il sangue e il genere straniero, che non mai potutosi mescolare col nazionale, tutto intero quasi, fu finalmente rigettato fuori dalla nazione, restando questa così puramente spagnuola di sangue (parlando senza guardare alle minuzie) come l’olio resta puro quando si separa da qualche liquore a cui non siasi mai punto commisto. (E voglia Dio che anche in quest’ultima parte la storia de’ greci rispetto a’ maomettani sia conforme a quella degli spagnuoli, com’ella è nel resto, e come i greci oggi proccurano).

Laddove nella Gallia i Franchi sempre regnarono, e spento il nome stesso de’ nazionali, e mutatolo nel loro proprio, e confusi intieramente con essi, ancora regnano, sicchè, quanto al sangue, non si può dir se quella nazione sia piuttosto Gallese o Franca, quanto alla religione è Gallese, quanto ai [3584] costumi e alla lingua è parte Gallese (cioè latina) parte franca, benchè l’indigeno prevalga, ma non quanto in Ispagna. Similmente discorrete dell’Italia.

Della storia moderna di Spagna, della sua tenacissima fede e superstizione, onde quanto alla religione ella è ancora, si può dire, oggidì nè più nè meno qual fu quando scacciò i mori, e qual fu prima de’ mori e dello stesso Maometto, e qual fu la Cristianità generalmente ne’ bassi tempi, a differenza di tutte l’altre moderne nazioni cristiane, e anche non cristiane; della mirabile antichità, per così dir, di carattere da lei mostrata negli ultimi tempi, non accade parlare, essendo cose assai note. E veggansi le pagg. 3394-6. (1-2. Ott. 1823.)

Glisser-γλίσχρος  lubricus. (3. Ott. 1823.)

Alla p. 3544. Di unus per primus ve n’ha un solo esempio nel Forcell. ed è l’ottavo da lui portato alla voce Unus, preso da Cic. de Senect. c.5. ma il Forcellini non vi nota il significato di primus. Puoi vederlo ancora in duo, tres ec. se avesse nulla in proposito. (3. Ott. 1823.)

Assulito per assulto da assilio. Resilito [3585] per resulto da resilio. V. Forcell. Ambedue queste voci sono bonissime, e dimostrano l’antico e vero ed intero participio di salio, cioè salitus (salito, salido, sailli), poi contratto in saltus (o sup. saltum). E confermano le mie osservazioni e opinioni sopra le primitive, regolari ed intere forme de’ participii o supini. Se avessero potuto considerare queste opinioni, e se avessero bene osservato che i continuativi e i frequentativi in ito si formano da’ participii o supini, i Critici non si sarebbero maravigliati dei suddetti due verbi, nè gli avrebbero tentati con diverse lezioni, e fors’anche scacciati assolutamente da’ testi ov’essi si trovano (de’ quali bisogna vedere l’ultime edizioni). (3. Ott. 1823.). V. p. 3845.

Alla p. 2821. Che tutto ciò sia vero, e della derivazione di confutare ec. da fundo, e del participio futus per fusus ec. osservisi il nostro rifiutare, ossia il latino refutare (che significa sovente lo stesso), dirsi nel francese, refuser e nello spagnuolo, refusar o rehusar, come da refusus o da fusus, noti participii di fundo o refundo. Eppur tanto sono i verbi francese e spagnuolo quanto l’italiano e il latino. I francesi hanno anche réfuter [3586] in altro senso, (ch’è il proprio di refuto e il più frequente) ma questo è certamente molto meno volgare e più moderno (benchè non moderno) di refuser, e non conservato ma ricuperato per mezzo degli scrittori ec. non del popolo, e non continuatamente pervenuto dalla lingua latina nella francese.

Al qual proposito, parlando delle lingue moderne figlie, rispetto alla lingua madre, e volendo argomentare da questa a quelle, o viceversa, o tra loro ec. in materia di antichità ec. bisogna nelle lingue moderne molto accuratamente distinguere tra voci e frasi latine conservate, e voci e frasi ricuperate, per mezzo della letteratura, filosofia, politica, giurisprudenza, diplomatica ec. ec. che sono infinite, e possono anche essere molto antiche; ma da queste alle latine sarà sempre o nullo o debolissimo l’argomento, per chi pretenda investigarvi le antichità della lingua ec. Al contrario nelle voci e frasi conservate cioè trasmesse per continua e perpetua successione dall’antico e talora dall’antichissimo e primitivo latino fino alle lingue moderne per mezzo del latino volgare. V. p.3637. Simile distinzione è quella che convien fare nella lingua [3587] latina rispetto alle voci greche, cioè tra quelle introdotte dagli scrittori ec. e quelle antiche e veramente popolari ec. Così nell’inglese rispetto alle voci francesi ec. (3. Ott. 1823.)

Diciamo volgarmente e con eleganza scriviamo, senz’altro pensare, senz’altro dire o fare, senz’altro preparativo, senz’altra cura senz’altro curarsene e simili, per senza nulla pensare, senza niun preparativo, niuna cura ec. Nelle quali frasi la voce altro ridonda, e s’usa per pleonasmo, venendo in somma quelle locuzioni a dire senza pensare (anche il nulla è inutile qui, perchè il senza privativo, unito a pensare, comprende il detto vocabolo, giacchè chi non pensa, nulla pensa), senza preparativo, cura, (e qui pure sarebbe pleonastico il niuno, sebben s’usa, come il nulla nel caso sopraddetto) senza curarsene ec. Veggasi lo Speroni, solertissimo raccoglitore, e larghissimo spenditore delle più fine e più varie e moltiplici eleganze di nostra lingua; nel Discorso o lettera Del tempo del partorire delle donne, che tiene il terzo luogo [3588] fra’ suoi Dialoghi Ven. 1596. p. 53. lin. penultima. Or confrontisi questo mero idiotismo italiano, e proprio tutto della lingua, e perciò elegante collo stessissimo idiotismo usitato nella lingua greca ed attica da’ più eleganti e studiati scrittori. V. Creuzer Meletemata ex disciplina antiquitatis, par. 1. Lips. 1817. p. 86. not. 62. e Platone nel Convito ed. Astii Lips. 1819. sqq. t.3. p. 472. B. v.1. e p. 532. v. 7. Ai quali esempi è anche più conforme quello del Petrarca recato dalla Crusca alla voce Altro dalla Canz. 18.6. dove altra parimente e manifestissimamente ridonda, anzi pare affatto fuor di luogo e contraddittorio, come appunto in alcuni de’ passi greci che son da vedere ne’ luoghi accennati. E così un altro esempio dello Speroni nel Dialogo della Retorica. Diall. Ven. 1596. p. 153. lin. 26. e Dial. 10. p. 207. lin. ult. Vedi ancora il Forcellini se ha nulla. Senz’altro vale similmente alcune volte senza nulla, semplicemente, onninamente ec. V. p. 3885. Così ἄλλως, del che vedi le mie Annotaz. all’Eusebio del Mai. (3. Ott. 1823.)

Alla p. 3080. Assaltare, assaltar è un continuativo latino-barbaro di assalire pur latino-barbaro, ed è nella stessa significazione di questo. (V. il Glossar. in Assaltare, Assalire, Adsalire ec.). Laddove sobresaltar è in significato diverso da sobresalir (saltar conserva il significato latino, ma salir non [3589] già, se non alla lontana o in parte ec. V. il Forcell.), e non ha con esso niuna analogia di significazione. Così risaltare e risalire; da ambedue i quali è affatto diverso e lontano di significato il nostro risultare o resultare (resultar, résulter), e da questo e da quelli il latino resulto (v. il Glossar.). Resulto però e risultare ec. sono per origine gli stessi che risaltare, e vengono entrambi da resilire, che noi diciamo risalire con corrotta significazione. (rejallir forse è lo stesso che resilire, e jallir per origine lo stesso che saillir, e salire lat. come anche, in parte, per significato.) Così assaltare è per origine lo stesso che assultare (vera forma latina di questo verbo), il quale ha anche talvolta una significazione o uguale o simile a quella di assaltare, come pure assilire. (V. Forc. in assilio ed assulto, e il Gloss. in adsalire e assultare ec.) [13] Continuativo affatto italiano di un verbo affatto italiano, ma pur continuativo formato alla latina, cioè dal participio del verbo originale, si è scortare (coll’o largo) da scorto di scorgere in significato di guidare ec. (se pur non fosse [3590] da scorta sostantivo: i francesi hanno escorte ed escorter). Il qual verbo scorgere fratello di accorgere (e s’altro n’abbiamo di cotali) è tutto italiano, non men che accorgere ec. ma forse questi verbi vengono originariamente per corruzione di forma e traslazione di significato ec. dal latino corrigere. V. il Gloss. se ha niente in proposito. Forse vi fu un excorrigere (scorgere), un adcorrigere (accorgere) ec. E la metafora sarebbe al contrario di avvisare, che dal vedere è passato all’ammonire ec. (v. il detto altrove di questo verbo avvisare). Laddove scorgere dall’ammonire (correggere) sarebbe passato al vedere. Ma l’uno e l’altro significato si troverebbe appresso a poco in accorgere (accorgimento, accortezza ec.), come appunto in avvisare (avviso per opinione, accortezza; avvisamento; avvisato per accorto ec. ec.). Del resto scorgere sarebbe contratto da corrigere come porgere da porrigere, e simili. (3. Ott. 1823.)

Alla p. 3526. Gran difetto però è nella Gerusalemme l’aver voluto compensare e bilanciare insieme i meriti, l’importanza, le parti di Goffredo e quelle di Rinaldo, e l’interesse per l’uno e per l’altro. Da ciò segue che l’interesse è [3591] veramente doppio, come nell’Iliade, ma non, come in questa diverso. E perciò appunto, contro quello che a prima vista si potrebbe giudicare, l’uno interesse nuoce all’altro e l’indebolisce; voglio dire perchè l’interesse è altro senza esser diverso, cioè concorre nella medesima parte, ch’è la cristiana, ed al medesimo fine, ch’è il buon esito dell’impresa de’ Cristiani. Due interessi affatto diversi, e lontani l’uno dall’altro, possono non pregiudicarsi nè indebolirsi l’un l’altro. E così accade ne’ due interessi d’Ettore e d’Achille, i quali cadono sopra due contrarie parti la greca e la troiana, e l’uno nasce dalla sventura, l’altro dalla felicità. Ma due interessi posti strettamente a lato l’uno dell’altro, prodotti ambedue dalla fortuna ec. miranti ambedue ad un medesimo fine, non possono non farsi ombra e non impedirsi scambievolmente. Ed essi non producono il bello effetto del contrasto di passioni nell’animo de’ lettori, e gli altri bellissimi e poetichissimi risultati che nascono ancora dalla lettura dell’Iliade, o nascevano per lo meno, al tempo e ne’ lettori o uditori per li quali ella fu composta.

[3592] Questa duplicità d’interesse, benchè paia non ripugnare all’unità (e così credette il Tasso, il quale si persuase poter con essa servire alla varietà e schivare l’uniformità, senza punto violar l’unità), o benchè paia, se non altro, ripugnare alla perfetta unità molto meno che non faccia la duplicità d’interesse nell’Iliade, nuoce però molto più di questa al fine per cui l’unità si prescrive. Il qual fine si è che l’interesse nell’animo de’ lettori non s’indebolisca col dividersi nè col distrarsi, e sia più forte come rivolto a un segno solo. Ora, come ho mostrato, la duplicità d’Eroe nella Gerusalemme indebolisce l’interesse nell’animo de’ lettori, molto più che non faccia nell’Iliade. E ciò appunto perchè quella duplicità concorre in una medesima parte, ed è rivolta a un segno medesimo, e perchè i due interessi son troppo vicini e del tutto concordi, e sono due, senza esser diversi. Nella Iliade dove essi sono tutto l’opposto, essi non solo s’indeboliscono meno, ma non s’indeboliscono punto, o certo l’interesse totale risultante dal poema nell’animo de’ lettori non pur non è indebolito dalla duplicità, ma a molti doppi [3593] accresciuto, e in buona parte assolutamente prodotto. Onde si confermano le mie osservazioni sulla necessità di un interesse veramente doppio, e di due interessi diversi, alla maniera che si vede nell’Iliade; e sul danno di quella unità che i precettisti hanno prescritta e che gli epici posteriori ad Omero si sono proposta. Perocchè, come ho mostrato in questo discorso, essa unità nuoce al suo medesimo fine, che è di far che l’interesse e l’effetto totale nel lettore sia più vivo essendo uno e indiviso, e mirando a un sol segno; chè altrimenti la prescritta unità non avrebbe ragione alcuna, ed il precetto sarebbe arbitrario, laddove il poeta dev’esser padrone della sua libertà in quanto l’esserlo e il disporne a suo modo non ripugna alla natura, e alla qualità e debito del poema epico. L’unità dunque da’ precettisti prescritta nel poema epico, pregiudicando e ripugnando al suo medesimo fine, è qualità non pur dannosa, ma vana ed assurda in se stessa e ne’ proprii termini.

Ritornando al Tasso, molto ingegnoso è quel modo in ch’egli proccura, quasi espressamente prevenendo le obbiezioni de’ rettorici, di mostrar [3594] l’accordo de’ suoi due Eroi nella sua opera, e che dal loro esser due, non nasca nel suo poema duplicità d’interesse. Parla l’anima di Ugone a Goffredo, e dice di Rinaldo (c. 14. stanza 13.) Perchè-lece. Colle quali parole poste nell’altrui bocca il Tasso viene molto chiaramente a dire ai pedanti e a’ detrattori in persona propria: Gli eroi del mio poema son due, ma l’interesse è un solo, perchè una è l’impresa e uno il fine a cui servono entrambi. Ma questa distinzione metafisica, accettata ancora e predicata da’ precettisti (indipendentemente dal negozio del Tasso), e da molti ancora di buon giudizio, non si avvera mai nell’animo de’ lettori.[14]  Due Eroi d’ugual merito, o che servano alla stessa impresa, o che ad imprese diverse, fanno nell’animo de’ lettori due distinti interessi (che tanto più s’offuscano l’uno coll’altro, quanto men sono diversi, e più tra loro somiglianti od uguali, e concordi): perocchè questi due Eroi sono sempre per verità, nell’animo de’ lettori, due ben separate persone, e non già una sola, come vorrebbe il Tasso, della quale l’un degli Eroi sia capo, l’altro mano; o sieno che che si voglia.

[3595] Provasi questa verità con effetto nella lettura della Gerusalemme. Ma siccome è soltanto supponibile, come il punto matematico, e non mai però vero il caso di un uomo che intra duo cibi distanti e moventi d’un modo, innanzi si muoia di fame che e’ si rechi a’ denti l’un d’essi cibi (Dante Par. 4.), e tra due o più cose da scegliere, l’uomo trova sempre, e trovò, alcuna diversità che l’inclini e determini ad elegger l’una, e l’altra rifiutare; o quando non sia in sua mano l’eleggere, o non si tratti di sceglier coll’opera, è impossibile che egli coll’affetto (sia il desiderio, sia l’amore, sia il compiacimento, sia qualunqu’altro) non s’inclini più ad una cosa ch’a un’altra, o più da una che da un’altra non fugga; così non potendo accader che di due o più Eroi, quanto si voglia pari di merito, l’uno, per qualsiasi cagione, non prevaglia nell’animo de’ lettori, massime quando il loro merito sia di specie diverso; però è ben lungi che l’interesse nella Gerusalemme (piccolo e quasi morto com’egli è, secondo che ho detto altrove, e seppur v’è interesse alcuno) sia quanto al lettore con esatta parità di misura diviso tra Goffredo e Rinaldo. Ben è vero che l’uno di questi Eroi nuoce all’interesse dell’altro, ma pure, se il lettor prova nella Gerusalemme qualche interesse, ei non manca di scegliere tra’ due Eroi quello in che egli ne ponga la maggior parte, e forse anche [3596] tutto. Or questo Eroe prescelto (e me n’appello al testimonio di qualsivoglia lettore della Gerusalemme), contro l’intenzione del poeta, o certo contro il manifesto scopo del poema, e quindi contro il suo debito, e in pregiudizio del dovuto effetto e dell’unità (molto più che nell’Iliade ella, e lo scopo e il debito della qualità del poema non sono pregiudicati); questo eroe, dico, è Rinaldo; laddove tutte le dette cose volevano, prima, che l’interesse fosse uguale, anzi indiviso tra i due; poi per lo meno (essendo questo veramente per natura impossibile, perchè da una parte la duplicità degli Eroi non si può palliare ed eludere, come vorrebbe il Tasso, in modo veruno, sia quale si voglia, nè fare che il lettore se la dissimuli, considerando le due persone come una sola; dall’altra parte non si può togliere che tra’ due o più, il lettore non iscelga e non ponga l’uno innanzi all’altro, e se son più, l’un dopo l’altro per gradi) ch’ei fosse maggiore per Goffredo.

Ma Goffredo (e questo è un altro grandissimo, ed intimo, benchè poco o non mai osservato difetto della Gerusalemme, e benchè colpa della natura de’ tempi moderni e delle raffinate idee, anzi che del Tasso), Goffredo è personaggio pochissimo interessante, e forse nulla, perchè i suoi pregi e ‘l suo valore son troppo morali. Egli è persona troppo seria, troppo poco, anzi niente amabile, benchè per ogni parte stimabile. E come può essere amabile un uomo assolutamente privo d’ogni passione, e tutto ragione? un carattere freddissimo? Difficilmente ancora può farsi amare chi non è o non apparisce [3597] capace per niun modo di amare. Ora il Tasso gli fa un pregio di questa incapacità. (c.5. st.61-4.) Achille è interessantissimo perch’egli è amabilissimo. Ed è amabilissimo non solamente a causa del suo sovrano valor personale, ma eziandio per la stessa ferocia, per la stessa intolleranza, per la stessa suscettibilità, veemenza ed impeto di carattere e di passioni, superbia, carattere e maniere disprezzanti (veri mezzi di farsi amare, e forse soli ec.) iracondo, incapace di sopportare un’ingiuria, soverchiatore, un poco étourdi, volage ec. e per lo stesso capriccio, qualità che congiunte colla gioventù e colla bellezza, e di più col coraggio, la forza e i tanti altri pregi, fortune, circostanze, e meriti reali di Achille, sono sempre amabilissime, e fanno amatissimo chi le possiede. Ciò avviene anche oggidì e sempre avverrà. (E veramente Achille è un personaggio completamente amabile: non sarebbe tale se mancasse dei detti difetti). Nondimeno s’elle si trovassero oggi in una persona civile in quel grado in cui Omero le dipinge in Achille, esse parrebbero certamente eccessive, e mal riuscirebbero; ma ben bisogna distinguere i tempi antichissimi da’ moderni, e la misura conveniente a nazioni semirozze da quella che può star bene nelle civili. Del resto poi il poema epico in qualunque secolo dee proporre un personaggio che sia singolare, e le cui qualità eccedano le ordinarie anche quanto alla misura. Questo personaggio non dev’esser solamente amabile ed ammirabile ma mirabilmente amabile, e singolarmente ammirabile. Il Tasso si guardò bene dal dar negli eccessi per questa parte, rispetto a Rinaldo. Ei gli diede le dette qualità, per le quali lo fece amabile (mentre Goffredo non lo è) e perchè amabile, interessante assai più di Goffredo (quanto può essere quel leggiero interesse che si prende per uomini non isventurati, e in impresa che non può più starci a cuore, secondo il già detto in tal proposito). [3598] Se il Tasso eccedette in Rinaldo, ciò fu piuttosto dal lato contrario. Cioè nel farlo ancor troppo ragionevole, troppo pio e devoto. Colle quali qualità ei si credette di ornarlo e renderlo più interessante, e si stimò in dovere di attribuirgliele, e facendo altrimenti avrebbe creduto di peccare, non solo contro la morale o la religione, ma contro la poesia e contro il buon giudizio e contro la proprietà del poema epico. Egli arriva sino a farlo confessare e far la sua penitenza sul monte Oliveto, prima di andare all’impresa del bosco (c. 18. stanza 6-17.). Egli avrebbe creduto lasciare una gran macchia nell’onor di Rinaldo e una grande mancanza nella stima de’ lettori verso di lui, s’e’ non gli avesse fatto purgar la coscienza ed assolverlo de’ peccati dell’uccision di Gernando e delle fornicazioni con Armida. Contuttociò il carattere di Rinaldo riesce bene amabile. Ma Goffredo non ha nè ferocia, nè capriccio, nè impeto, nè passione veruna; non è giovane, non risplende per bellezza; il suo coraggio e la sua prodezza di cuore e di mano piuttosto si afferma di quello che si dimostri e si faccia operare; i suoi pregi eroici [3599] si riducono ad una somma pietà e devozione e cura e zelo religioso (ma non superstizioso nè passionato in niun modo) e quasi santità, sì di pensieri, sì di parole e sì di fatti che lo fanno degno di visioni celesti e di conversar cogli Angeli e co’ Beati, e d’impetrare o far miracoli (v. fra gli altri luoghi c.13. st.70 e segg.), e ad un eccellente senno; qualità niente amabili, perchè tutte, per così dire, immateriali. Adunque Goffredo non è amabile, ma stimabile solamente. Adunque non è che pochissimo interessante o nulla; massime oggidì ch’è svanito l’interesse dell’impresa, come ho già detto a suo luogo, e quel zelo o fanatismo di religione, nel quale il Tasso lo fa singolare.

Difficilmente si può concepire vivo interesse per una persona, non solo finta, ma neppur vera e viva, senza una specie d’amore. Parlo di quello interesse che altrove ho distinto, cioè che ne’ poemi o romanzi o storie o simili non nasce dalla pura curiosità, e nella vita non nasce da qualche cosa di cotale o dalla cura de’ proprii vantaggi (il quale interesse sarebbe per se, non per altrui), o da che che si voglia di simil fatta. La semplice stima non ha sede nel cuore, e non tocca in alcun modo al [3600] cuore. Or l’interesse così inteso come noi dobbiamo, e vogliamo intenderlo in questo discorso, o dev’esser tutto nel cuore, o il cuore non può far che non v’abbia parte. Si può veder nella vita, che non si prova interesse efficace e sensibile per persona alcuna, il quale risieda al tutto fuori del cuore. O gratitudine, o naturale consanguineità, o simpatia o altra cosa qualunque che produca tale interesse, il cuore v’ha sempre parte. E dov’ei non l’ha, o quello non è vero interesse, ma egoismo (come chi s’interessa per chi gli è utile o piacevole, o tale lo spera, e ci s’interessa con relazione diretta e immediata a se medesimo e al suo proprio vantaggio), o è ben debole, e per lo più inefficace, come quello ch’è prodotto dal solo dovere in quanto dovere, sia di natura sia di che che si voglia, o da altra tale cagione. Or quello interesse ch’è tutto nel cuore, o dove il cuore ha parte, o è amore o specie di amore. Non può dunque il poeta render molto interessante colui ch’e’ non sa o non si propone di rendere amabile. E proprio della poesia il destar la meraviglia e pascerla. Ma oltre che questa passione [3601] non può esser molto durevole, e quando pure lo fosse, il maraviglioso, s’altro non l’accompagna, presto sazia; l’interesse che può concepirsi per una persona solamente ammirabile, non può esser che debolissimo. Si può dir di questo interesse appresso a poco quel medesimo che abbiam detto dell’interesse prodotto e sostentato dalla curiosità (il quale può anche esser più durevole di quello, perchè la curiosità può durar molto più della meraviglia, la quale spesso, e ne’ poemi forse sempre, si è l’obbietto della curiosità, ch’è specie di desiderio, e l’obbietto conseguito, per poco spazio diletta). E tornando a mirar nella vita, possiamo veder tuttodì quanto sia debole e inefficace e passeggero l’interesse che producono l’ammirazione o la stima ancorchè somma; seppure interesse alcuno, degno veramente di tal nome, è mai prodotto da queste qualità. Or dunque volgendoci a’ poemi epici veggiamo nell’Odissea che Ulisse, molto stimabile, in molte parti ammirabile e straordinario, in nessuna amabile, benchè sventurato per quasi tutto il poema, niente interessa. Ei non è giovane, anzi n’è ben lontano, benchè Omero si sforza di [3602] farlo apparire ancor giovane e bello per grazia speciale degli Dei, di Minerva ec. o per una meraviglia (che niente ci persuade perchè inverisimile), piuttosto che per natura, anzi contro natura. Ma il lettore segue la natura, malgrado del poeta e Ulisse non gli pare nè giovane nè bello. Le qualità nelle quali Ulisse eccede, sono in gran parte altrettanto forse odiose quanto stimabili. La pazienza non è odiosa, ma tanto è lungi da essere amabile, che anzi l’impazienza si è amabile. [15] Insomma ne nasce che Ulisse malgrado delle sue tante e sì grandi e sì varie e sì nuove e sì continue sventure, e malgrado ch’ei comparisca misero fino quasi all’ultimo punto, non riesce per niun modo amabile. E per tanto ei non interessa. Ulisse è personaggio maraviglioso e straordinario. I pedanti vi diranno che ciò basta ad essere interessante. Ma io dico che no, e che bisogna che a queste qualità si aggiunga l’essere amabile, e che quelle conducano e cospirino a produr questa, o, se non altro con lei, sieno condite; e che il protagonista sia maravigliosamente e straordinariamente amabile, cioè straordinario e maraviglioso nell’amabilità, [3603] o per lo meno tanto amabile quanto maraviglioso e straordinario.

Da questi discorsi si raccoglie essere un sostanziale e capitale (benchè non avvertito) difetto della Gerusalemme, che il suo principale Eroe, o quello che tale doveva essere, non solamente non riesca per niuna parte amabile, ma il suo carattere e le sue azioni sieno state espressamente delineate e composte in modo ch’ei non dovesse riuscire amabile, o senza l’intenzione di renderlo tale; essendosi il Tasso contentato di farlo ammirabile e fra tutti sommamente (insieme con Rinaldo) stimabile, e straordinario per qualità solamente stimabili. Goffredo è appresso a poco conforme ad Ulisse nel genere di eroismo e di superiorità (salva la differenza de’ tempi, de’ costumi e circostanze ec. tanto d’ambo gli Eroi, quanto de’ due poeti): conforme, dico, ad Ulisse, eccetto nell’odiosità, la quale ancora non so bene se manchi affatto al carattere di Goffredo, e se possa mancare ad un uomo incapace affatto di passioni, privo affatto d’illusioni, tutto ragione, austerissimo ne’ costumi, nelle azioni, nella disciplina militare o civile o privata ec. nelle [3604] massime di morale, di condotta ec. austero verso se e verso gli altri, verso i soggetti ec. irreprensibile in ogni cosa, grave, malinconico, e quasi tristo e accigliato ec. ec. Non so, dico, se il lettore della Gerusalemme lasci di concepire nel suo secreto, se non odio, pure una certa mal conosciuta, mal distinta, non confessata alienazion d’animo ed avversione per Goffredo.

Richiedendosi necessariamente, come s’è mostrato, al poeta epico (e similmente al drammatico, al romanziere ec. ed anche allo storico) ch’egli renda in alcun modo, qualunque siasi, amabile colui ch’e’ voglia rendere interessante, e grandemente amabile, colui ch’abbia ad essere sommamente interessante; è da considerare che a tal effetto giova grandissimamente la sventura, la quale accresce a più doppi l’amabilità ove la trova, e rende spesse volte amabile chi non lo è, ancorchè sia meritevole delle disgrazie; molto più quando e’ ne sia immeritevole. L’uomo poi amabilissimo, che sia indegnamente sventuratissimo, è la più amabil cosa che possa concepirsi. [3605] L’uomo amabile e sventurato meritatamente, è sempre molto più caro e compatito e interessante, che il non amabile e immeritatamente sventurato, il quale può non esser nulla compatito e nulla interessare (e così spessisimo accade), quando eziandio le sue sventure sieno estreme, e quelle dell’altro menome, nel qual caso ancora, colui non può mancare d’esser compatito e riuscir più amabile dell’ordinario. Ma non entriamo in tante sottigliezze e distinzioni. La infelicità nel principal Eroe dell’impresa ch’è il proprio soggetto del poema, non può aver luogo, se non come accidentale, e risolvendosi all’ultimo in felicità, secondo che a suo luogo ho spiegato e mostrato. Per tanto queste osservazioni confermano grandemente il mio discorso sulla necessità di raddoppiar l’interesse nel poema epico, a voler ch’esso poema riesca sommamente interessante e produca grandissimo effetto; e giustificano ed esaltano il fatto di Omero nell’Iliade. Perocchè non dandosi sommo interesse senza somma amabilità, e la sventura essendo principalissima [3606] fonte di amabilità, e quasi perfezione e sommità di essa, e non potendo una grandissima e piena e finale infelicità aver luogo nell’eroe dell’impresa, resta che sia bisogno, a far che il poema sia sommamente interessante, duplicarne formalmente l’interesse, e diversificar l’uno interesse dall’altro, introducendo un altro eroe sommamente amabile, e sommamente sventurato, dalla cui finale sventura sia prodotto e intorno ad essa si aggiri, e ad essa sempre tenda e sia spinto, e in vista di essa per tutto il poema sia proccurato, questo secondo interesse di cui parliamo, il quale renda il poema sommamente interessante e capace di lasciar l’interesse nell’animo de’ lettori per buono spazio dopo la lettura ec. Questo è ciò che fece Omero nell’Iliade, nella quale Ettore è per le sue proprie qualità ed azioni, e per la sua somma, piena e finale sventura, sommamente amabile, e quindi sommamente interessante. Quanto ad Achille, ch’è l’altro protagonista, e l’Eroe dell’impresa (così lo chiameremo per esser brevi), Omero non potea farlo sfortunato e infelice, massime considerando la natura e le opinioni di quei tempi, che riponeano il sommo pregio degli uomini nella fortuna, ed anche ragionando (nel modo che altrove ho [3607] detto), dalla fortuna o buona o ria argomentavano o la malvagità o la bontà, o il merito o il demerito di ciascuno, non istimando che nè la sventura nè la buona sorte potesse toccare agl’immeritevoli. Pur quanto gli fu possibile, Omero non mancò di cercar di conciliare ad Achille, cogli altri affetti i più favorevoli, anche l’affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice dell’amore. Ciò non solo coll’accidentale sventura della morte del suo amico Patroclo e con altre tali, ma col mostrare eziandio, come in lontananza, la finale sventura e l’infelice destino del bravo Achille, che per immutabile decreto del fato aveva a morire nel più bel fiore degli anni, e questo in prezzo della sua gloria, ch’egli scientemente e liberamente aveva scelta e preposta, insieme con una morte immatura, a una vita lunga e senza onore. Tratto sublime che perfeziona il poetico e l’epico del carattere di Achille, e della sua virtù, coraggio, grandezza d’animo, ec. e che finisce di renderlo un personaggio sommamente amabile e interessante.

Il carattere di Enea partecipa molto de’ difetti di quel di Goffredo. Egli ha più fuoco, ma e’ [3608] non lascia però di essere alquanto freddo (e un carattere freddo sì nella vita sì ne’ poemi lascia freddo e senza interesse il lettore, o chi ha qualunque relazione reale con esso lui, o di lui ode o pensa); egli ha o mostra più coraggio personale e valor di mano, ma queste qualità ci appariscono in lui come secondarie, e poco spiccano, e tale si è l’intenzion di Virgilio, il quale volle che ad esse nel suo Eroe prevalessero altre qualità, che non molto conducono, o piuttosto nuocono all’essere amabile. La pazienza in lui è simile a quella di Ulisse. La prudenza e il senno soverchiano ed offuscano le altre sue doti, non quanto in Goffredo, ma tuttavia troppo risaltano, e troppo sono superiori all’altre sue qualità, e troppo è maggiore la parte ch’esse hanno. Troppa virtù morale, poca forza di passione, troppa ragionevolezza, troppa rettitudine, troppo equilibrio e tranquillità d’animo, troppa placidezza, troppa benignità, troppa bontà. Virgilio descrive divinamente l’amor di Didone per lui: da questo, e quasi da questo solo, ci accorgiamo ch’egli è ancor giovane e bello; e sebben questo in lui non ripugna alla [3609] natura e al verisimile naturale, come in Ulisse, pur tanta è la serietà dell’idea che Virgilio ci fa concepir del suo Eroe, che la gioventù e la bellezza ci paiono in lui fuor di luogo, e quasi ci giungono nuove e ci fanno meraviglia (la meraviglia poetica non dev’esser certo di questo genere), e quasi non ce ne persuadiamo, benchè sieno naturalissime; o per lo meno vi passiamo sopra, senza valutarle, senza fermarci il pensiero, senza formarne l’immagine, senza considerarli come pregi notabili di Enea, perchè Virgilio avrebbe creduto quasi far torto al suo eroe ed a se stesso, s’egli ce gli avesse rappresentati come pregi veramente importanti e degni di considerazione, e notabili in lui fra le altre doti. E così mentre Virgilio si ferma e si compiace in descrivere la passion di Didone e i suoi vari accidenti, progressi, andamenti, ed effetti; dà bene ad intendere ch’ella non era senza corrispondenza, e nella grotta, come ognun sa quel che Didone patisse, così niun si può nascondere quello ch’Enea facesse;ma Virgilio a riguardo d’Enea e della sua passione [3610] parla così coperto, anzi dissimulato, (dico della passione, e non di ciò che ne segue d’inonesto a descrivere, nel che giustamente egli è copertissimo anche rispetto a Didone), anzi serba quasi un così alto silenzio, che e’ non mostra essa passione se non indirettamente e per accidente, e in quanto ella si congettura e si lascia supporre per necessità da quel ch’ei narra di Didone, e sempre volgendosi alla sola Didone. E par che volentieri, se si fosse potuto, egli avrebbe fatto che il lettore non istimasse Enea per niun modo tocco dalla passion dell’amore (di donna pur sì alta e sì degna e sì magnanima e sì bella e sì amante e tenera), e giudicasse che Didone avesse ottenuto il piacer suo, senza che quegli avesse conceduto. E chi potesse così stimare seconderebbe il desiderio di Virgilio. Tanto egli ebbe a schivo di far comparire nel suo Eroe un errore, una debolezza, laddove non v’è cosa più amabile che la debolezza nella forza, nè cosa meno amabile che un carattere e una persona senza debolezza veruna. E tanto egli giudicò che dovesse nuocere [3611] appo i lettori alla stima non solo, ma all’interesse pel suo Eroe (che mal ei confuse colla stima), il concepirlo e il vederlo capace di passione, capace di amore, tenero, sensibile, di cuore. Come se potesse interessare il cuore chi non mostra, o dissimula a tutto potere, di averlo, o di averlo capace della più dolce, più cara, più umana, più potente, più universale delle passioni, che si fa pur luogo in chiunque ha cuore, e maggiormente in chi l’ha più magnanimo, e similmente ancora ne’ più gagliardi ed esercitati di corpo, e ne’ più guerrieri (v. Aristot. Polit. l.2. ed Flor. 1576. p.142.); e che sovente rende ancora amabili chi la prova, eziandio agl’indifferenti, al contrario di quel che fanno molte altre passioni per se stesse. Il giudizio del Tasso, rispetto a Rinaldo, fu in questa parte migliore assai di quel di Virgilio. Egli non si fece coscienza di mostrare Rinaldo soggetto alle passioni, alle debolezze e agli errori umani e giovanili. Egli non dissimula i suoi amori descrivendo quelli di Armida per lui, ma si ferma e si compiace in descrivergli anch’essi direttamente. Egli non ha neppure riguardo di farlo [3612] assolutamente reo di un grave, benchè perdonabile misfatto cagionato da una passione propria e degna dell’uomo, e quasi richiesta al giovane, e più al giovane d’animo nobile, e pronto di cuore e di mano, dico dall’ira mossa dalle contumelie. Passione, che, massime colle dette circostanze, suol essere amabilissima, malgrado i tristi effetti ch’ella può produrre, e malgrado ch’ella soglia altresì essere biasimata (perocchè altro è il biasimare altro l’odiare), e che i filosofi o gli educatori prescrivano di svellerla dall’animo o di frenarla. E certo in un giovane, e quasi anche generalmente, ella è molto più amabile che la pazienza. E ciò si vede tuttodì nella vita. Però il carattere di Rinaldo è molto più simile ad Achille, e molto più poetico, amabile e interessante che quello di Enea. O si può, se non altro, dire con verità che Rinaldo è tanto più amabile di Enea, quanto Enea di Goffredo. Del resto Enea ha passato e passa molte sciagure prima di giungere a stato felice. Ma la compassione ch’elle cagionano non è grande, perch’ella cade sopra un soggetto che il poeta ha creduto di dover fare più [3613] stimabile che amabile; e perchè in oltre non si compatisce molto colui che nella sciagura e nel male mostra quasi di non soffrire. Da tutte queste considerazioni risulta che l’Iliade oltre all’essere il più perfetto poema epico quanto al disegno, in contrario di quel che generalmente si stima, lo è ancora quanto ai caratteri principali, perchè questi sono più interessanti che negli altri poemi. E ciò perchè sono più amabili. E sono più amabili perchè più conformi a natura, più umani, e meno perfetti che negli altri poemi. Gli autori de’ quali, secondo la misera spiritualizzazione delle idee che da Omero in poi hanno prodotta e sempre vanno accrescendo i progressi della civiltà e dell’intelletto umano, hanno stimato che i loro Eroi dovessero eccedere il comune non nelle qualità che natura mediocremente dirozzata e indirizzata produce e promuove (le quali dalle nostre opinioni sono in gran parte e ben sovente considerate per vizi e difetti), ma in quelle che nascono e sono nutrite dalla civiltà e dalla coltura e dalle cognizioni e dall’esperienza [3614] e dall’uso degli affari e della vita sociale, e dalla sapienza e saviezza, e dalla prudenza e dalle massime morali e insomma dalla ragione. Or quelle qualità sono amabili, queste stimabili, e sovente inamabili ed anche odiose. Gli Eroi dell’Iliade sono grandi uomini secondo natura, gli eroi degli altri poemi epici sono grandi secondo ragione; le qualità di quelli sono più materiali, esteriori, appartenenti al corpo, sensibili; le qualità di questi sono tutte spirituali, interiori, morali, proprie dell’animo, e che dall’animo solo hanno ad esser concepite, e valutate. Dico tutte, e voglio intender le principali, e quelle che formano propriamente e secondo l’intenzion de’ poeti, il carattere di tali Eroi; perocchè se i poeti v’aggiunsero anche i pregi più esteriori e corporali, gli aggiunsero come secondarii e di minor conto, e vollero e ottennero che nell’idea de’ lettori essi fossero offuscati dai pregi morali, e poco considerati a rispetto di questi; e in verità essi son quasi dimenticati, e, come ho detto in proposito di Enea, paion quasi fuor di luogo, e poco convenienti con gli altri pregi, o pare fuor di luogo [3615] il farne menzione e il fermarcisi, come cose degne da esser notate ed espresse. [16] E sembra, ed è vero, che i poeti l’han fatto più tosto per usanza e per conformarsi alle regole ed agli esempi, che perchè convenisse al loro proposito e al loro intento, e perchè la natura e lo spirito de’ loro poemi e de’ loro personaggi lo richiedesse, anzi lo comportasse. Or, siccome l’uomo in ogni tempo, malgrado qualsivoglia spiritualizzazione e qualunque alterazione della natura, sono sempre mossi e dominati dalla materia assai più che dallo spirito, ne segue che i pregi materiali e gli Eroi, dirò così, materiali dell’Iliade, riescano e sieno per sempre riuscire più amabili e quindi più interessanti degli Eroi spirituali e de’ pregi morali divisati negli altri poemi epici. E che Omero, ch’è il cantore e il personificatore della natura, sia per vincer sempre gli altri epici, che hanno voluto essere (qual più qual meno) i cantori e i personificatori della ragione. (Perocchè veramente gli Eroi dell’Iliade sono il tipo del perfetto grand’uomo naturale, e quelli degli altri poemi epici [3616] del perfetto grand’uomo ragionevole, il quale in natura e secondo natura, è forse ben sovente il più piccolo uomo). Del resto par che Omero medesimo sacrificasse e fosse strascinato dalla crescente ragione e civiltà, quando avendo nell’Iliade modellato il perfetto guerriero con sì felice successo, volle poi nella vecchiezza (per quanto si dice dell’epoca dell’Odissea) modellare il perfetto politico; un guerriero giovane, un maturo e quasi vecchio politico; certo con poco felice riuscimento, e men felice di quello degli altri poeti che lui seguirono, i quali fecero i loro Eroi poco amabili, dov’egli il fece poco meno che odievole. E ben era ragione che così fosse, perchè quella era ancor l’epoca della natura, e troppo imperfetta era la ragione perch’altri potesse con buono esito modellare un carattere che avesse ad esser perfetto secondo lei, ed avere in lei il principio e la ragion della sua bontà e perfezione, ossia del suo esser buono e lodevole ec. (3-6. Ottobre. 1823.). V. p.3768.

Tostar spagn. da torreo-tostus. (6. Ott. 1823.)

[3617] Torto as da torqueo-tortus. (6. Ott. 1823.)

Nomi in uosus ec. Impetuosus, da impetus us. Se quella voce, e impetuose, non sono veramente nel buon latino (v. Forcell.) certo elle sono nelle lingue figlie. (V. il Gloss.) Tortuosus, tortuose ec. da tortus us. (6. Ott. 1823.)

Andare per essere, del che altrove. Ar. Fur. c. 11. st. 79. Nè però fu tale pena, ch’al delitto ANDASSE eguale. (6. Ott. 1823.)

Il Tasso, descrivendo i momenti che precedono una battaglia campale, e i due campi ordinati in battaglia (Gerus. Liber. c.20. stanza 30.): Bello in sì bella vista anco è l’orrore, E di mezzo la tema esce il diletto. Tant’è: ogni sensazion viva è gradevole perciocchè viva, benchè d’altronde, e pure per se, dolorosa o paurosa ec. Fuor di quelle che son dolorose al corpo. All’animo, eziandio dolorose, o altramente spiacevoli, sono sempre in qualche parte piacevoli. (6. Ott. 1823.)

A proposito del diminutivo ginocchio a noi rimasto pel positivo, del che altrove. Genou è il positivo genu. Ma agenouiller viene dal diminutivo [3618] genuculum o ec. non altrimenti che inginocchiare. Il Gloss. ha anche l’espresso ginochium. Servirsi de’ diminutivi in luogo de’ positivi fu anche de’ greci. Ποίμνιον grex ovium è diminutivo di ποίμνη, come κόριον di κόρη, ma vale il medesimo. (6. Ott. 1823.)

Alla p. 2983. I francesi chiamano cervelet quello che gli anatomici appo noi cerebellum. Sicchè quello è un diminutivo di diminutivo. Così noi diciamo cervellino e agnellino e cento diminutivi di diminutivi positivati. Ma noi sogliamo diminuire anche i diminutivi propri, come in fiorellino ec. fino anche a triplicar la diminuzione. (7. Ott. 1823.)

La parola veneziana e marchigiana magari si fa venir dal greco μακάριος o μάκαρ. Ed io ne son persuasissimo. Così diciamo ancora beato me, beati noi, beato lui, loro, voi, te, se questo accadesse. Ch’equivale a magari, utinam. (7. Ott. 1823.)

Sciscitor dimostra il proprio participio di scisco, che or veramente non l’ha (siccome non l’hanno tanti altri del suo genere, p.e. hisco ec. neanche il perfetto passato), benchè lo pigli in prestito, siccome anche il perfetto, da scio. V. p. 3687. Così scisco e così i suoi composti. [3619] Sciscitor o sciscito, dimostra il partic. sciscitus regolare e perfetto. Giacchè ben s’inganna il Forcellini che deriva sciscitor da scio, da cui esso viene solo in quanto scisco è da scio, come vivisco da vivo ec. ec. (7. Ott. 1823.). Che sciscito sia fatto per anadiplosi di scitus (sia di scitus di scio o di quel di scisco, che secondo me, non è che un medesimo participio) o di scitor oltre l’altre improbabilità, e il suo evidente venir da scisco, (il quale non è fatto per anadiplosi), e il non avervi, ch’io sappia, altro cotal esempio, ec.; lo dimostra per falso la brevità del secondo i, laddove l’i di scitus, e di scitor ec. è lungo. Vedi il pensiero seguente. (7. Ott. 1823.)

Alla p. 2865. marg. Queste osservazioni indebolirebbero o torrebbero l’argomento circa il continuativo di cio e di cieo da me recato a p. 2820. Nondimeno io trovo che da scitus di scio lungo, si fa scitor (o scito) altresì lungo. E quanto ai verbi in ito fatto da’ participi in itus della quarta congiugazione io credo che in tutti l’i sia lungo come in essi participii (7. Ott. 1823.). Equito è da eques equitis. Bisognerà dire che suppedito sia similmente da pedes peditis, onde gli sia venuta la desinenza in ito. Pur non trovo in ciò gran ragionevolezza, e non rinunzio affatto all’altra mia opinione.

Sancitus, vero participio di sancio per sanctus che n’è contrazione, ancor si trova. Ovvero sancitum ec. V. Forcell. (7. Ott. 1823.)

[3620] Alla p. 3477. Citus a um. Sanctus a um, che nelle lingue figlie non è più che aggettivo. Servio (v. Forcell. Sancio in fine) par che derivi sancio da Sanctus. [17] In questo caso ei s’inganna assai, perocch’ei viene a derivare il verbo dal suo participio. (7. Ott. 1823.)

Relictos atque desertos habere espressamente per reliquisse ac deseruisse. Frammenti dell’epistola di Cornelia madre de’ Gracchi, sulla fine; i quali frammenti, come antichi, e come di donna (che men si sapeva allontanare dal modo di parlar familiare e usitato in voce), in alcune parti sanno di frase italiana o vogliamo dir moderna. (7 Ott. 1823.)

Le voci e frasi greche che ho in più luoghi notate nelle lingue spagnuole francesi e italiane e che non si trovano nel buon latino, possono sì essere state introdotte nel latino volgare dagli scrittori grecizzanti fuor di modo, dalla moltitudine di greci inquilini (la massima parte de’ quali apparteneva all’infimo volgo, ai servigi domestici ec.), dal corrotto uso della conversazione romana ec. e non essere state adottate nel linguaggio illustre de’ [3621] buoni scrittori, nè anche de’ mediocri generalmente, e quindi a noi non essere pervenute nel latino scritto; sì esser venute dalla stessa fonte nel Lazio che nella Grecia, cioè proprie dell’antichissimo latino, antiquate o non mai ammesse nello scritto, ammesse e perpetuamente conservate nel volgare, come di molte e frasi e voci, ancor viventi fra noi, o no, greche o qualunque, ec. s’è fatto da noi vedere manifestamente essere accaduto: massime ne’ nostri discorsi sui continuativi. ec. (7. Ott. 1823.).

Monosillabi latini. Falx, calx (calcagno). (7. Ott. 1823.) Participii in us di verbi neutri in senso neutro. V. Forcell. in Desitus confrontando quegli esempi col quarto esempio di Desino appresso il medesimo Forcellini. (7. Ott. 1823.)

Materia p. legno, legname. Del qual significato ho detto altrove in proposito della voce silva e d’ìlh. V. Forc. in materiarius, materiatio, materiatura, materiatus, materio, materior. In ispagnuolo oltre madera per legno, v’è maderamen per legname, ec. ec. (7. Ott. 1823.)

[3622] Sempre che l’uomo non prova piacere alcuno, ei prova noia, se non quando o prova dolore, o vogliamo dir dispiacere qualunque, o e’ non s’accorge di vivere. Or dunque non accadendo mai propriamente che l’uomo provi piacer vero, segue che mai per niuno intervallo di tempo ei non senta di vivere, che ciò non sia o con dispiacere o con noia. Ed essendo la noia, pena e dispiacere, segue che l’uomo, quanto ei sente la vita, tanto ei senta dispiacere e pena. Massime quando l’uomo non ha distrazioni, o troppo deboli per divertirlo potentemente dal desiderio continuo del piacere; cioè insomma quando egli è in quello stato che noi chiamiamo particolarmente di noia. V. p. 3713. (7. Ott. 1823.)

Vermiglio, vermeil, vermejo vien da vermiculus, come a pagg. 3514. fine e 3515. fine. Or dunque questa voce vermiculus è comune a tutte e tre le lingue figlie per significare il rosso ec. Dunque dico io che questo significato di vermiculus dovette essere del volgare latino. E tanto più, quanto è noto che il color della porpora ec. si faceva appunto con certi vermicelli. V. gli antiquarii, e fra gli altri la Dissertaz. del Cav. Rosa sulla porpora. Onde è naturalissima la metafora da’ vermicelli, vermiculi, al color rosso, e specialmente al rosso profondo, vermiglio, qual doveva essere [3623] quel della porpora, che noi ben potremmo chiamare vermiglia. Niente meno che sia naturale la metafora da’ vermicelli a quell’opus vermiculatum, che si trova detto pure vermiculus (vedi Forcell.). Anzi assai più naturale è quella che questa. E notisi che l’uso di fare il color della porpora ec. co’ vermetti, fu dismesso da gran secoli addietro, tanto che ora non si può certamente sapere che sorta di vermetti fossero quelli. E s’io non m’inganno, l’uso medesimo della porpora propria, fu tralasciato ne’ tempi bassi a causa del suo gran costo, e della povertà di que’ tempi, e dell’interrotto commercio colle Indie, donde, se non fallo, s’avevano que’ vermicelli, o dove le porpore si fabbricavano ec. Laonde, essendo evidentissimo che il significato di rosso a vermiculus venne dal detto uso; ed essendo questo uso antichissimo, e fino ab antichissimo dimenticato o tralasciato; ed essendo detta significazione comune a tutte le tre lingue figlie della latina, le quali da’ tempi romani in poi, non ebbero fra loro alcun commercio diretto e notabile ec. se non negli ultimi tempi; ed essendo detta voce e significazione in tutte tre le lingue antica e propria [3624] e natia ec., parmi evidente che vermiculus per rubicondo, purpureo ec. fu dell’antico volgare latino altrettanto che de’ moderni, e di là viene. V. il Gloss. se ha nulla. V. anche il Forcell. circa il proprio color della porpora o purpureo, in purpura, purpureus ec. Secondo lui però la porpora si faceva non con vermi, ma con una sorta di conca marina detta purpura. Il color coccineus si facea colla grana. Il conchyliatus colla stessa conchiglia detta purpura, o con altra simile ec. Certo la nostra cocciniglia è un color fatto d’una specie di vermi, che anch’essi si chiamano cocciniglie. Così conchylium è la conchiglia e il colore che se ne fa. Così dunque vermiculus fu il verme e il colore. Similmente coccum, conchylium, kogxælion, sono sì la grana o la conchiglia, sì la lana, il panno, la veste, il filo, tinti con esse. Fucus si trova eziandio pel colore fatto del fuco. (7. Ott. 1823.). V. p.3632.

Purgito as da purgo as. (7. Ott. 1823.)

Il υ non fu che un’aspirazione che si metteva, per evitare l’iato, fra più vocali; e tralasciavasi spessissimo ec. ec. come altrove in più luoghi. [3625] V. il Forcellini in Fuam. (7. Ott. 1823.)

Alla p. 2821. fine. Nótisi il significato continuativo di confuto nell’esempio di Titinnio appo il Forcell. dove questo verbo sta nel senso proprio, e questo si è quello di confundo, ma continuato, come excepto in un luogo di Virgilio da me altrove esaminato, per excipio. Nótisi ancora che nell’improprio suo ma più comune significato, confuto è vero continuativo di confundo. Anche noi diciamo (e così i francesi ec.) confondere uno colle ragioni, confondere le ragioni di uno, confondere l’avversario ec. e ciò vale confutare, ma questo esprime azione e quello è quasi un atto, e quasi il termine e l’effetto del confutare ec. Le quali osservazioni confermano la derivazione di confuto da noi e dagli etimologi stabilita. Così mi par di spiegare la traslazione del suo significato da quel di mescere insieme a quel di confutare, e così mi par di doverlo intendere; non ispiegarlo per compescere e derivar la metafora da questo lato, come fa il Vossio (ap. Forcell.) il quale anche [3626] par che derivi confuto da futum nome (dunque da questo anche futo?), per la solita ignoranza in materia de’ continuativi. E se tal derivazione egli dà (come è anche più naturale ch’ei faccia) anche al confuto di Titinnio, e lo spiega pure per compesco, s’inganna assai. Significazioni analoghe a quella nostra metaforica di confondere gli avversari ec. vedile nel Forcell. in confundo, confusio, confusus, ec. [18] e nel Gloss. in Confundere, avvertendo che la lingua latina antichissima aveva delle metafore e degli usi di parole molto più simili ai moderni che non ebbe poi l’aurea latinità, o piuttosto il latino più illustre scritto; e n’ebbe in grandissima copia; e che queste parole e questi usi, e generalmente le proprietà del volgare o familiar latino, più si veggono negli scrittori de’ bassi tempi (or v. gli esempi di Sulpicio Severo nel Forc. in confundo e confusus), e ne’ volgari moderni che negli aurei scrittori, perchè questi seguivano più l’illustre, e quelli il familiare, questi fuggivano il volgo, e quelli o per ignoranza o [3627] per elezione, gli andavan dietro, questi avevano una lingua illustre e una parlata, quelli non avevano già più una lingua illustre che fosse per essere intesa quando anche l’avessero saputa scrivere, ma lingua scritta e parlata era per loro una cosa sola, o tra se molto meno diversa che non nell’aureo secolo e ne’ prossimi a quello. Siccome eziandio tra gli scrittori aurei, i più antichi e i più familiari, semplici e rimessi di stile, più conservano dell’antico latino, più rappresentano della frase volgare e parlata, più hanno delle voci e locuzioni, e delle significazioni ed usi di voci, conformi ai volgari. Così Cornelio, Fedro, Celso ec. più somigliano quella degli scrittori bassi e de’ volgari moderni. I più antichi (coi quali vanno quelli che più si tennero all’antico per loro instituto, come Varrone, Frontone ec.) perchè il linguaggio illustre e scritto non era ancor ben formato e determinato, nè molto nè ben distinto dal parlato e familiare. I più semplici e rimessi perchè o per istituto o per un poco meno di abilità nello scrivere e minore studio fatto della lingua, o minor diligenza posta nel comporre, non vollero o non seppero troppo scostarsi dal linguaggio più noto e succhiato da loro col latte, cioè dal familiare e parlato. Onde a noi [3628] paiono amabilissimi e pregevolissimi per la loro semplicità ec. ma certo a’ contemporanei dovettero riuscire poco colti. Osservo infatti che fra gli scrittori dell’aureo secolo quelli che fra noi tengono le prime lodi per la semplicità e dello stile e della lingua (la quale in loro è sempre notabilmente affine alla frase italiana e moderna, ed anche a quella de’ tempi bassi), o non si trovano pur nominati dagli antichi, o appena, o in modo che la loro stima si vede essere stata come di autori, al più, di second’ordine. Tali sono Cornelio Nepote, Celso, Fedro, giudicato dal Le Fèvre il più vicino alla semplicità di Terenzio (v. Desbillons Disputat. II. de Phaedro, in fine), e simili. De’ quali gli stessi moderni, vedendo la diversità della loro frase da quella degli altri aurei, e giudicandola non latina (perchè non molto illustre) hanno disputato se appartenessero al secol d’oro, ed anche se fossero antichi, ed hanno penato a riconoscerli per autori dell’aurea latinità; e le Vite di Cornelio sono state attribuite ad Emilio Probo (autore assai basso) per ben lungo tempo e in molte edizioni ec., Celso è stato creduto più moderno di quello che è, ec. Fedro è stato attribuito al Perotti, [3629] e negato da molti che la sua latinità fosse latina ec. (v. la cit. Disput. del Desbillons). Non così è accaduto nè anticamente accadde agli scrittori greci più semplici. Effetto e segno che il linguaggio illustre in Grecia era, come altrove ho sostenuto, assai men diviso dal volgare e parlato, e che la lingua e lo stile greco per sua natura e per sua formazione e circostanze è più semplice ec. Onde lo stile e la lingua p.e. di Senofonte fu subito acclamata, non men che fosse quella di Platone ch’è lavoratissima, ec. e gli scrittori greci più semplici e familiari non hanno aspettato i tempi moderni a divenir famosi e lodati ec. Senofonte e Platone nel loro secolo sono i due estremi quello della semplicità e bella sprezzatura, questo dell’eleganza, diligenza e artifizio. Pur l’uno e l’altro furono sempre quanto allo stile quasi parimente stimati da’ Greci e contemporanei e posteri, e così da’ latini e dagli altri in perpetuo ec. (8. Ott. 1823.)

A proposito del detto da me altrove sopra il verbo necessitare, notinsi i verbi felicitare, debilitare, nobilitare, impossibilitare, facilitare, difficultare, ereditare e simili che son fatti evidentemente da [3630] felicità, eredità e simili, ovvero da felicitas, hereditas ec. (8. Ott. 1823.)

Quanto fosse incerta l’ortografia stessa italiana (che oggi è la più giusta di tutte) anche nel 600, cioè nel secolo dopo il miglior secolo della nostra letteratura, veggasi la prefazione all’ortografia del Bartoli, (uomo che fra tutti del suo tempo, e fors’anche di tutti i tempi, fu quello che e per teoria e scienza e per pratica, meglio e più profondamente e pienamente conobbe la nostra lingua), e il consiglio che quivi egli dà a chi vuole scrivere, di pigliarsi cioè o di formarsi un’ortografia a suo modo, e quella sempre seguire; consiglio che niuno certamente darebbe oggi in Italia ad alcuno, nè vi sarebbe più che una ortografia da poter pigliare cioè scegliere ec. Ma al contrario era allora, dopo tre secoli e più che si scriveva la nostra lingua, e ciò da letterati, non sol per uso della vita. (8. Ott. 1823.)

Le forme regolari e perfette ec. de’ participii e supini (e anche de’ perfetti e lor dipendenze) della seconda e terza maniera massimamente, da me [3631] stabilite e richiamate nei verbi che più non le hanno, sono, oltre gli altri argomenti, confermate da’ verbi delle stesse maniere che ancor le hanno, e che ne’ participii o supini son regolari e perfetti, sia ch’essi abbiano anche degl’irregolari, o che gl’irregolari solamente; e ch’essi sieno regolari e perfetti in tutto, o che senza ciò lo sieno ne’ participii o supini. P.e. habeo habes habui, verbo tutto regolare e perfetto, fa habitum e habitus a um, non habtum. Perchè dunque doceo doces docui, doctum, non docitum?[19] E da tali osservazioni si vede che questo paradigma e quello di lego sono male scelti ad uso delle grammatiche, perchè ambo irregolari, o vogliamo dire alterati dalla prima lor forma, e dalla vera forma de’ loro pari, ne’ supini e ne’ participii in us. Il che di lego si dimostra anche particolarmente col suo derivato legito, come altrove. (8. Ott. 1823.)

Mi pare di aver nella teoria de’ continuativi detto che il perfetto di lego fu legsi. Notisi [3632] che oggi e’ non lexi come texi, rexi ec. ma legi, ed è regolarissimo, e quello fu mio errore. (8. Ott. 1823.)

Alla p. 3624. Sempre questa voce vermiglio, derivata certo dal latino, come mostrano le pagine 3514. fine, 3515. fine, e l’altre analoghe; derivatane molto ab antico, come mostra la p.3623. fine, e l’altre analoghe; potrà e dovrà servire ad insegnare (chè forse per l’addietro non si sapeva, faute di non avere osservato le cose da me dette in proposito, e i generali su cui esse si fondano) e a provare che anticamente ancora, siccome oggi la cocciniglia, si usava di fare un color rosso carico, con non so quali vermicelli. E molto anticamente, perch’egli è anche a notare che sebbene l’origine di vermiglio, vermeil, vermejo, e del suo presente significato, e il modo della traslazione di questo, e la cagion d’essa ec. è indubitatamente quella che abbiamo spiegato, nondimeno oggi le dette voci sono già passate non solo a significare qualunque color rosso acceso, ancorchè non fatto con vermi, ma anzi più volentieri (v. in [3633] particolare i Diz. franc.) s’adoprano a significare un colorito naturale affatto che artifiziale; bench’elle per la loro etimologia, e propria forza, e primitiva qualità, non valgano a significare altro che un color fattizio, una tintura ec. Ma ora elle hanno mutato il loro valore nel detto modo, e ciò in tutte tre le lingue del pari, onde si rileva che questa medesima mutazione è bene antica. (8. Ott. 1823.). Ed ella può anche servire a dimostrare assolutamente l’antichità della voce ec. ch’è ciò ch’io ho inteso di provare nel pensiero a cui questo si riferisce. (8. Ott. 1823.)

Scriveva Voltaire al Principe Reale di Prussia, poi Federico II, in proposito di una frase di Orazio e del modo in cui Federico l’aveva renduta traducendo in francese l’ode in ch’ella si trova: Ces expressions sont bien plus nobles en français: elles ne peignent pas comme le latin, et c’est là le grand malheur de notre langue qui n’est pas assez accoutumée aux détails. (Lettres du Prince Royal de Prusse et de M. [3634] de Voltaire, Lettre 118. le 6. avril 1740. Oeuvres complettes de Frédéric II roi de Prusse. 1790. tome 10, p.500.) Aveva detto Voltaire che l’espressione latina serait très-basse en français.

Con buona pace di Voltaire la lingua francese è ed assuefatissima e proprissima ai dettagli, perch’ella ha parole per significare fino alle più menome differenze delle cose, come altrove ho detto, e vince in questo forse tutte l’altre lingue antiche e moderne, comprese le più poetiche, o quelle che meglio hanno linguaggio poetico e nobile. Ma non avendo sinonimi, nè parole o frasi antiche o poco usitate e correnti, e rimote dall’uso comune, nè significazioni cotali, ma vocaboli e frasi e significati triti continuamente dall’uso corrente del discorso e della conversazione, e tanto solo avendo quanto si trova in questo tal uso, ed essendo non che pregiato e buono e prescritto, ma vizioso e intollerabile e condannato e vietato in francese tutto ciò ch’è rimoto dall’uso del dir comune e presente, ella non può, quando vuol esser nobile, entrar ne’ dettagli, ma le conviene tenersi sempre all’espressioni generali, che son sempre nobili, o piuttosto, che non sono mai nè possono essere ignobili. Neanche [3635] la lingua

latina, nè qual altra è più poetica, più capace di eleganza e maestà ec., più avvezza ai dettagli, ec. potrebbe mai nella poesia o in uno stile nobile, entrar gran fatto ne’ particolari, s’ella non avesse parole e modi per significarli, diversi da quelli con che l’uso corrente del parlare, e lo stil familiare ec. scritto o parlato, significa quei medesimi particolari. E l’espression latina che sarebbe bassissima in francese, sarebbe stata bassissima anche in latino, se fosse stata quella o conforme a quella con che l’uso corrente del dir latino significava quella tal cosa. (8. Ott. 1823.)

Alla p. 3626. Queste osservazioni possono dimostrare che l’uso moderno metaforico del verbo confondere nel significato appresso a poco di confuto, benchè non si trovi precisamente nell’antico latino noto, viene però da esso, per mezzo del volgare latino; giacchè tale si è il significato latinissimo e ordinario di un antichissimo verbo latino, che è continuativo di confundo, e che n’è continuativo appunto nel detto significato. Similmente nel primo principio della mia teoria de’ continuativi [3636] ho discorso in proposito di un significato dello spagnuolo traer conforme a quello del suo continuativo tractare, ma ignoto in latino ec. (9. Ott. 1823.)

L’uso de’ diminutivi positivati (sì verbi che nomi ec.) o che i positivi non s’usino o non esistano ec., o che s’usino collo stesso valore o equivalente, è comune alle nostre lingue anche in vocaboli che non derivano dal latino, donde ch’egli abbiano origine. V. p. 3946.3998. Come in

francese fardeau (it. fardello), marteau, martel (martello, martillo), roseau, berceau, tonneau ec. ec. diminutivi per forma, sono tutti positivi di significato. [20] Fourreau, diminutivo di un fourre, onde fourrer, che rispondesse al nostro fodero o fodera. Infatti in spagnuolo si ha aFORRO onde aFORRAR ec. come noi da fodera, foderare. L’aggiunta dell’a nel principio delle voci è usitata assai in spagnuolo come in italiano (Monti Propos. in ascendere). Sicchè aforro è fourre. V. p. 3852. A proposito di berceau, anche noi diciamo positivamente culla, ch’è altresì diminutivo, fatto da cuna (che noi pure abbiamo), o ch’e’ sia corruzione moderna di cunula (che si trova in Prudenzio), o ch’e’ sia forma antica latina, diminutiva anch’essa, e contratta da cunula, o indipendente da questo.

Vedi il Forcellini in trulla diminutivo di trua. (9. Ott. 1823.). V. p. 3897.3993.

Alla p. 3310. Non è propriamente (benchè si chiami) Amore quello che noi ponghiamo al cibo che ci pasce e diletta, e agl’istrumenti e [3637] alle cose tutte che servono ai nostri piaceri, comodi e utilità. Perocchè l’affetto che ci muove verso questi obbietti non ha nemmeno apparentemente per fine gli oggetti medesimi (che è il caso in cui il nostro affetto si chiama propriamente amore), [21] ma noi soli apertamente e immediatamente o vogliam dire i nostri piaceri, comodi, vantaggi, in quanto nostri. (9. Ott. 1823.). V. p. 3682.

Alla p. 3586. Quanto più tai voci e frasi saranno e saranno sempre state, nelle moderne lingue, affatto volgari, e quanto meno proprie degli scrittori e delle moderne lingue illustri, o meno sospettabili di essere state introdotte dagli scrittori e dalla lingua illustre, tanto più forte e concludente sarà l’argomento da esse al latino, e dal latino a esse, poste l’altre debite circostanze ec. Onde i nostri dialetti volgari e non mai scritti (se non per giuoco ec.) e che non hanno linguaggio illustre, sono molto a proposito in queste materie, e se ne conferma quello che ho detto della loro utilità per investigar le origini della lingua latina ec. nella mia teoria de’ continuativi verso [3638] il fine. Altrettanto e più dicasi intorno alla lingua Valacca, che non è stata mai per niun modo, neppure indiretto, influita da niuna letteratura, ch’io sappia. (9. Ottobre 1823.)

Alla p. 3575. Ond’è tanto più forte, anzi fortissimo l’argomentare ch’io fo dallo spagnuolo (da’ participii spagnuoli ec.) all’antico latino. Vedi la pag. 3586. e il pensiero antecedente. (9. Ott. 1823.)

Léser o lézer da laesus di laedo. (9. Ott. 1823.)

Primos in orbe deos fecit timor. Intorno a ciò altrove. Or si aggiunga, che siccome quanto è maggior l’ignoranza tanto è maggiore il timore, e quanta più la barbarie tanta è più l’ignoranza, però si vede che le idee de’ più barbari e selvaggi popoli circa la divinità, se non forse in alcuni climi tutti piacevoli, sono per lo più spaventose ed odiose, come di esseri tanto di noi invidiosi e vaghi del nostro male quanto più forti di noi. Onde le immagini ed idoli che costoro si fabbricano de’ loro Dei, sono mostruosi e di forme terribili, non solo per lo poco artifizio di chi fabbricolle, ma eziandio perchè tale si fu la intenzione e la idea dell’artefice. E vedesi questo medesimo anche in molte nazioni che benchè lungi da civiltà pur non sono senza cognizione ed [3639] uso sufficiente di arte in tali ed altre opere di mano ec. come fu quella de’ Messicani, i cui idoli più venerati eran pure bruttissimi e terribilissimi d’aspetto come d’opinione. Molte nazioni selvagge, o ne’ lor principii, riconobbero per deità questi o quelli animali più forti dell’uomo, e forse tanto più quanto maggiori danni ne riceveano, e maggior timore ne aveano, e minori mezzi di liberarsene, combatterli, vincerli ec. La forza superiore all’umana è il primo attributo riconosciuto dagli uomini nella divinità. V. p. 3878. E certo egli è segno di civiltà molto cresciuta e bene istradata il ritrovare in una nazione e la idea e le immagini o simboli o significazioni della divinità, piacevoli o non terribili. Come fu in Grecia, sebben molto a ciò dovette contribuire la piacevolezza e moderatezza di quel clima, che nulla o quasi nulla offre mai di terribile. Perocchè le forze della natura vedute negli elementi ec., riconosciute per superiori di gran lunga a quelle degli uomini, e, a causa dell’ignoranza, credute esser proprie di qualche cosa animata e capace, come l’uomo, di volontà, poichè è capace di movimento, di muovere ec.; sono state le cose che hanno suscitata l’idea della divinità (perchè gli uomini amano e son soliti di spiegar con un mistero un altro mistero, e d’immaginar cause indefinibili degli effetti che non intendono, e di rassomigliare l’ignoto al noto; come le cause ignote de’ movimenti naturali, alla volontà ed all’altre forze note che producono i movimenti animali ec.), ond’è ben naturale che tale [3640] idea corrispondesse alla natura di tali effetti, e fosse terribile se terribili, moderata se moderati, piacevole se piacevoli ec. e più e meno secondo i gradi ec. Se non che nell’idea primitiva dovette sempre prevalere o aver gran parte il terribile, perchè essendo l’uomo naturalmente inclinato più al timore che alla speranza, come altrove in più luoghi, una forza superiore affatto all’umana, dovette agl’ignoranti naturalmente aver sempre del formidabile. Oltre che in ogni paese v’ha tempeste, benchè più o meno terribili ec. E tra le varie divinità di una nazione che ne riconosca più d’una, di una mitologia ec., le più antiche son certamente le più formidabili e cattive, e le più amabili e benefiche ec. son certamente le più moderne. Le nazioni più civilizzate adoravano gli animali utili, domestici, mansueti ec. come gli egizi il bue, il cane, o loro immagini. Le più rozze, gli animali più feroci, o loro sembianze (v. la parte 1. della Cron. del Peru di Cieça, cap.55. fine. car. 152. p. 2.). Quelle p.e. il sole o solo o principalmente, queste, o sola o principalmente la tempesta ovvero ec. ec. E a proporzione della rozzezza o civiltà, gli Dei ec. malefici e benefici erano stimati più o men principali e potenti, ed acquistavano o perdevano nell’opinione e religion del popolo, e nelle mitologie, e riti ec. V. p. 3833. Come della mitologia greca e latina ec. senza dubbio si dee dire. Infatti anche indipendentemente da questa osservazione, s’hanno argomenti di fatto per asserire che p.e. Saturno, Dio crudele e malefico, e rappresentato per vecchio, brutto, e d’aspetto come d’indole e di opere, odioso, fu l’uno de’ più antichi Dei della Grecia o della nazione onde venne la greca e latina mitologia, e più antico di Giove ec. Effettivamente la detta mitologia favoleggia che Saturno regnò prima di Giove, [3641] e da costui fu privato del regno. La qual favola o volle espressamente significare la mutazione delle idee de’ greci ec. circa la divinità, e il loro passaggio dallo spaventoso all’amabile ec. cagionato dal progresso della civiltà, e decremento dell’ignoranza; o (più verisimilmente) ebbe origine e occasione da questo passaggio, di essere inventata naturalmente.

Del resto, ho detto altrove che dalla considerazione della divinità come formidabile, odiosa, odiatrice, nemica ec. nacque l’uso de’ sacrifizi cruenti, comune alla massima parte degli antichi popoli e de’ selvaggi ch’ebbero o hanno una qualunque religione o tintura di religione. Ora è da notare che detti sacrifizi furono e sono tanto più crudeli, quanto i detti popoli furono o sono più barbari e ignoranti, perchè tanto più crudele, nemica, maligna, odiosa, terribile e’ si figuravano o si figurano la divinità. Onde per placarla e soddisfarla, tormentano le vittime, volendo pascere il di lei odio e sfamarlo, acciocch’esso risparmi i sacrificatori. E perciò ne’ più antichi tempi de’ greci e de’ latini, così de’ Galli a’ tempi e nella religione de’ Druidi, tra’ Celti ec. furono propri di questi popoli [3642] ancor barbari e ignoranti, i sacrifizi d’uomini (che poi per l’uso durarono anche fino a tempi più civili), e lo sono e furono d’altri moltissimi popoli selvaggi; come che con tali sacrifizi meglio si soddisfacesse l’ira e l’odio della divinità verso gli uomini, cioè verso quel tal genere che a lei facea sacrifizi. E non pur d’uomini nemici, che non sarebbe gran meraviglia (uso anch’esso comunissimo tra’ selvaggi), o di colpevoli e malvagi, ma eziandio nazionali e probi, benchè questi sacrifizi sieno e fossero meno frequenti di quelli di nemici o di rei. Qua si può riferire lo spontaneo sacrifizio e devozione (cioè esecrazione di se stessi ec.) di Codro, de’ Decii, di Curzio (s’è vero) e simili. Tutti appartenenti a’ più antichi e barbari tempi della Grecia e di Roma, nè mai rinnovati ne’ tempi civili appo l’una nè l’altra nazione.

È da considerare ancora che tra’ selvaggi e tra’ barbari antichi o moderni ch’ebbero o hanno più divinità, altre più odiose, altre meno, altre amabili e buone ec.; le più venerate e colte con sacrifizi e riti e cerimonie e preci ec. sono o furono le più cattive, [3643] terribili, odiose, brutte a vedere ec. perchè il timore è più forte, valevole, efficace, attivo che la speranza e l’amore. Al contrario accadde e accade ne’ men barbari ec. e tanto più quanto men barbari, e altresì in quelle medesime nazioni in tempi più civili, e a proporzione degl’incrementi della civiltà e delle conoscenze e del lume della ragione ec. e de’ progressi dello spirito umano. L’una e l’altra di queste verità è dimostrata dalla storia, dalle notizie dell’antichità, e dalle relazioni de’ viaggiatori ec. V. fra gli altri mille, D. Ant. de Solìs, Historia de la Conquista de Mexico L. 1. c. 15. p. 43-45. L. 3. c. 13. p. 236-8. Madrid 1748. (9. Ott. 1823.)

Fuoco - Il suo uso è indispensabile necessità ad una vita comoda e civile, anzi pure ai primissimi comodi. - Or tanto è lungi che la natura l’abbia insegnato all’uomo, che fuor di un puro caso, e senza lunghissime e diversissime esperienze, ei non può averlo scoperto nè concepito - E non possono neppure i filosofi indovinare come abbia fatto l’uomo non pure ad accendere, ma a vedere e scoprire il primo fuoco. Chi ricorre a un incendio cagionato dal fulmine, chi al frottement reciproco de’ rami degli alberi cagionato da’ venti nelle [3644] foreste, chi a’ volcani, e chi ad altre tali ipotesi l’una peggio dell’altra - E conosciuto il fuoco, come avrà l’uomo trovato il modo di accenderlo sempre che gli piaceva? Senza di che e’ non gli era di veruno uso. E di estinguerlo a suo piacere? Quanto avrà egli dovuto tardare a sapere e a trovar tutte queste cose - Gli antichi favoleggiavano che il fuoco fosse stato rapito al cielo e portato di lassù in terra. Segno che l’antica tradizione dava l’invenzione del fuoco e del suo uso e del modo di averlo, accenderlo, estinguerlo a piacere, per un’invenzione non delle volgari, ma delle più maravigliose; e che questa invenzione non fu fatta subito, ma dopo istituita la società, e non tanto ignorante, altrimenti ella non avrebbe potuto dar luogo a una favola, e a una favola la quale narra che il ratto del fuoco fu opera di chi volle beneficare la società umana ec. - Non solo la natura non ha insegnato l’uso del fuoco, nè somministrato pure il fuoco agli uomini se non a caso, ma ella lo ha fatto eziandio formidabile, e pericolosissimo il suo uso. E lasciando i danni morali, quanti infiniti ed immensi danni fisici non ha fatto l’uso del fuoco sì all’altre [3645] parti della natura sì allo stesso genere umano. Niuno de’ quali avrebbe avuto luogo se l’uomo non l’avesse adoperato, e contratto il costume di adoperarlo. Il fuoco è una di quelle materie, di quegli agenti terribili, come l’elettricità, che la natura sembra avere studiosamente seppellito e appartato, e rimosso dalla vista e da’ sensi e dalla vita degli animali, e dalla superficie del globo, dove essa vita e la vegetazione e la vita totale della natura ha principalmente luogo, per non manifestarlo o lasciarlo manifestare che nelle convulsioni degli elementi e ne’ fenomeni accidentali e particolari, com’è quello de’ vulcani, che sono fuor dell’ordine generale e della regola ordinaria della natura. Tanto è lungi ch’ella abbia avuto intenzione di farne una materia d’uso ordinario e regolare nella vita degli animali o di qualsivoglia specie di animali, e nella superficie del globo, e di sottometterlo all’arbitrio dell’uomo, come le frutta o l’erbe ec., e di destinarlo come necessario alla felicità e quindi alla natural perfezione della principale specie di esseri terrestri - [3646] Orazio (1. od.3.) considera l’invenzione e l’uso del fuoco come cosa tanto ardita, e come un ardire tanto contro natura, quanto lo è la navigazione, e l’invenzion d’essa; e come origine, principio e cagione di altrettanti mali e morbi ec. di quanti la navigazione; e come altrettanto colpevole della corruzione e snaturamento e indebolimento ec. della specie umana - Ma il fuoco è necessario all’uomo anche non sociale, ed alla vita umana semplicemente. Come si vivrebbe in Lapponia o sotto il polo, anzi pure in Russia ec. senza il fuoco? Primieramente, rispondo io, come dunque la natura l’ha così nascosto ec. come sopra? Come poteva ella negare agli esseri ch’ella produceva il precisamente necessario alla vita, all’esistenza loro? o render loro difficilissimo il procacciarselo? e pericolosissimo l’adoperare il necessario? pericolosissimo, dico, non meno a se stessi che altrui? Ed essendo quasi certo, secondo il già detto, che gli uomini non hanno potuto non tardare un pezzo (più o men lungo) a scoprire il fuoco, e più ad avvedersi che lor potesse [3647] servire ed a che, e più a trovare il come usarlo, il come averlo al bisogno ec. e a vincere il timore che e’ dovette ispirar loro, sì naturalmente, sì per li danni che ne avranno ben tosto provati e certo prima di conoscerne anzi pur d’immaginarne l’uso e la proprietà, sì ancora forse per le cagioni che lo avranno prodotto (come se fulmini o volcani o tali fenomeni ec.), sì per gli effetti che n’avranno veduto fuor di se, come incendi e struggimenti d’arbori, di selve ec. morti e consunzioni e incenerimento d’animali, o d’altri uomini ec. ec.; stante dico tutto questo, come avranno potuto vivere tanti uomini, o sempre, o fino a un certo tempo, senza il necessario alla vita loro? Secondariamente, chiunque non consideri il genere umano per più che per una specie di animali, superiore bensì all’altre, ma una finalmente di esse; chiunque si contenti e si degni di tener l’uomo non per il solo essere, ma per un degli esseri, di questa terra, diverso dagli altri di specie, ma non di genere nè totalmente, nè formante un ordine e una natura a parte, ma compreso nell’ordine e nella natura di tutti gli altri esseri sì della terra sì di questo mondo, [3648] e partecipante delle qualità ec. degli altri, come gli altri delle sue, e in parte conforme in parte diverso dagli altri esseri, e fornito di qualità parte comuni parte proprie, come sono tutti gli altri esseri di questo mondo, ed insomma avente piena e vera proporzione cogli altri esseri, e non posto fuor d’ogni proporzione e gradazione e rispetto e attinenza e convenienza e affinità ec. verso gli altri; chiunque non crederà che tutto il mondo o tutta la terra e ciascuna parte di loro sian fatte unicamente ed espressamente per l’uomo, e che sia inutile e indegna della natura qualunque cosa, qualunque creatura, qualunque parte o della terra o del mondo non servisse o non potesse nè dovesse servire all’uomo, nè avesse per fine il suo servigio; chiunque così la pensi, risponderà facilmente alla soprascritta obbiezione. S’egli v’ha, come certo v’avrà, una specie di pianta, che rispetto al genere de’ vegetabili ed alla propria natura loro generale, sia di tutti i vegetabili il più perfetto, e sia la sommità del genere vegetale, come lo è l’uomo dell’animale, non per questo [3649] seguirà nè sarà necessario ch’essa pianta nè si trovi nè prosperi, nè debba nè pur possa prosperare nè anche allignare nè nascere in tutti i paesi e climi della terra, nè in qualsivoglia regione de’ climi ov’ella più prospera e moltiplica, nè in qualsivoglia terreno e parte delle regioni a lei più proprie e naturali. Così discorrasi nel genere o regno minerale, e negli altri qualunque. Che all’uomo in società giovi la moltiplicazione e diffusione della sua specie, o per meglio dire che alla società giovi la moltiplicazione e propagazione della specie umana, e tanto più quanto è maggiore, questo è altro discorso, [22] e certo s’inganna assai chi lo nega. Ma che la natura medesima abbia destinato la specie umana a tutti i climi e paesi, e tutti i climi e paesi alla specie umana, questo è ciò che nè si può provare, e secondo l’analogia, che sarà sempre un fortissimo, e forse il più forte argomento di cognizione concesso all’uomo, si dimostra per falsissimo. Niuna pianta, niun vegetale, niun minerale, niuno animale conosciuto si trova in tutti i paesi e climi [3650] nè in tutti potrebbe vivere e nascere, non che prosperare ec. Altre specie di vegetabili e di animali ec. si trovano e stanno bene in più paesi e più diversi, altre in meno, niuna in tutti, e niuna in tanti e così vari di qualità e di clima, in quanti e quanto vari è diffusa la specie umana. Tra la propagazione e diffusione di questa specie e quella dell’altre non v’ha proporzione alcuna. E notisi che la propagazione di molte specie di animali, di piante ec. devesi in gran parte non alla natura, ma all’uomo stesso, onde non avrebbe forza di provar nulla nel nostro discorso. Molte specie che per natura non erano destinate se non se a un solo paese, o a una sola qualità di paesi, o a paesi poco differenti, sono state dagli uomini trasportate e stabilite in più paesi, in paesi differentissimi ec. Ciò è contro natura, come lo è lo stabilimento della specie umana medesima in quei luoghi che a lei non convengono. Le piante, gli animali ec. trasportate e stabilite dall’uomo in paesi a loro non convenienti, o non ci durano, o non prosperano, o ci degenerano, ci si trovano male ec. Gl’inconvenienti [3651] a cui le tali specie sono soggette ne’ tali casi in siffatti luoghi, sono forse da attribuirsi alla natura? e se esse in detti luoghi, pur, benchè male, sussistono, si dee forse dire che la natura ve le abbia destinate? e il genere di vita ch’esse sono obbligate a tenere in siffatti luoghi, o che loro è fatto tenere, e i mezzi che impiegano a sussistere, o che s’impiegano a farle sussistere, si debbono forse considerare come naturali, come lor propri per loro natura? e argomentare da essi delle intenzioni della natura intorno a detta specie?

Mentre pertanto non si può dubitare che la natura, quanto a se, ha limitato ciascuna specie di animali, di vegetabili ec. a certi paesi e non più; nel tempo stesso, al modo che nelle altre cose non si vuol riconoscere alcuna proporzione e analogia tra la specie umana e l’altre specie di esseri terrestri o mondani, così si pretende che la natura non abbia limitato la specie umana a niun paese, a niuna qualità di paesi; e a differenza di tutte l’altre specie terrestri, a ciascuna delle quali la natura ha destinato sol piccolissima parte del [3652] globo, si vuol ch’ella abbia destinato alla specie umana tutta quanta la terra. Che l’uomo infatto l’abbia occupata tutta, non si può negare. Così egli ha fatto milioni d’altre cose contrarie alla natura propria ed all’universale. Ma argomentar dal fatto, che tale occupazione sia secondo natura, è cosa stolta. Intorno a una specie di esseri che ha fatto e tuttogiorno fa tante cose evidentemente non pur diverse ma contrarie alla natura e propria ed universale, volendo discorrere della sua natura vera, e de’ suoi propri e primitivi destini, bisogna ragionare a maiori, perchè il ragionamento a minori diviene impossibile. Ragionare a maiori nel nostro caso, è considerare l’analogia, la quale abbiamo veduto che cosa dimostri. A minori si potrebbe confermare la stessa cosa, col veder le miserie fisiche a cui la specie umana è inevitabilmente soggetta in moltissimi paesi e climi, e le qualità e costituzioni fisiche p.e. de’ Samoiedi, la razza de’ quali, piccolissima e deforme, si può considerare come una degenerazione della specie umana, cagionata dal clima contrario alla sua natura propria [3653] e primitiva; degenerazione conforme a quella che manifestamente veggiamo in tante specie di animali, piante ec. stabilite da noi fuori de’ loro nativi, propri e naturali paesi, climi, terreni ec.

Ed in verità, ragionando anche astrattamente, non vi par egli assurdo, e fuor d’ogni verisimiglianza, e d’ogni proporzione o convenienza o similitudine con quello che in tutte l’altre cose veggiamo, che la natura abbia destinato una medesima e identica specie d’animali a nascere e vivere e prosperare indifferentemente in tante e così immense diversità di climi e di qualità di paesi, quante si trovano in questa terra, quanta è quella (per considerare una sola di tali infinite diversità, cioè quella del caldo e del freddo) che passa tra le regioni polari e l’equinoziale? Che l’ardore, il gelo; l’estrema umidità, l’estrema secchezza; la terra affatto sterile, la sommamente feconda; il cielo sempre sereno, il sempre piovoso; tutte queste cose sieno state dalla natura rendute affatto indifferenti al bene e perfetto e felice e proprio essere della specie umana? [3654] Ch’ella abbia ugualmente disposta la detta specie a tutte queste cose, a tutti questi estremi? Or questo è ciò che seguirebbe dal fatto, cioè dall’universale diffusione di nostra specie, se dal fatto si dovesse argomentare la di lei natura: questo è ciò che suppone veramente e necessariamente nel fatto la detta universal diffusione, e senza cui essa non può non esser cosa snaturatissima e contrarissima al ben essere della specie. Qual altra specie di animali, di vegetali ec. è o può mai parere a un filosofo disposta naturalmente, non dico a tutti i diversi estremi delle qualità de’ paesi, come si pretende o è necessario pretendere che lo sia indifferentemente la specie umana; non dico a due soli di tali estremi; ma pure a due differenze in tali qualità, che non sieno molto lontane dagli estremi? Qual proporzione, quale analogia sarebbe tra la detta natura fisica della specie umana, e quella di qualsivoglia altra specie, e di tutte insieme, e tra la natura universale?

Io dico dunque per fermo, che la specie umana per sua natura, secondo le intenzioni della natura, volendo poter conservare il suo ben essere, [3655] non doveva propagarsi più che tanto, e non era destinata senon a certi paesi e certe qualità di paesi, de’ limiti de’ quali non doveva naturalmente uscire, e non uscì che contro natura. Ma come contro natura ella giunse a un grado di società fra se stessa, ch’è fuor d’ogni proporzione con quella che hanno l’altre specie, e che in mille luoghi s’è dimostrato esser causa del suo mal essere e corruzione ec., così contro natura si moltiplicò e propagò strabocchevolmente; perocchè questa moltiplicazione, come poi contribuì sommamente ad accelerare, cagionare, accrescere i progressi della società, cioè della corruzione umana, così dapprincipio non ebbe origine se non dal soverchio e innaturale progresso d’essa società. Quanto le specie sono meno socievoli o hanno minor società, tanto meno si moltiplicano; e viceversa. Vedesi ciò facilmente nelle varie specie d’animali, e anche di piante ec. Vedesi ancora ne’ selvaggi e ne’ popoli più naturali, il numero della cui popolazione è per lo più stazionario come il loro stato sociale, il loro carattere, costume ec. (e tale doveva egli essere, secondo [3656] natura, in tutta la specie umana; e tale par che sia nell’altre specie d’animali). Piccole isole, segregate affatto dall’altre terre, hanno da tempo immemorabile fino a’ dì nostri, sempre ugualmente bastato alla popolazione racchiusa in esse, e tale certo ve n’ha, non ancora scoperta, che ancor basta alla sua popolazione, e basteralle fino a tempo illimitato, o in perpetuo. Ne’ paesi dove, dopo la prima occupazione fattane dagli uomini, la società non ha fatto altri progressi, non si è stretta niente di più che allor fosse, neanche il numero degl’individui umani è cresciuto, e la moltiplicazione appena v’ha luogo. Al contrario nelle società colte, e tanto più al contrario (salvo però molte altre circostanze naturali o sociali che giovano o nocciono per se alla moltiplicazione) quanto elle sono più colte. Dal che si vede che la soverchia moltiplicazione del genere umano, e la sua propagazione che da lei nasce e che ne è necessario effetto, non sono cose che vengono dalla natura, se non fino a un certo e conveniente grado. E necessaria alla soverchia diffusione del genere umano è stata, fra l’altre cose, la [3657] navigazione, così evidentissimamente contro natura; mentre questa anzi avrebbe dovuto insegnarla e renderla facilissima e non, com’è, pericolosissima ec. ec. ec., se la detta propagazione, a cui l’arte del navigare era necessaria, fosse stata secondo le sue intenzioni.

Come ho detto, altre specie sono naturalmente più, altre meno atte a moltiplicarsi, altre destinate a più e più diversi paesi, altre a meno e men diversi. Che la specie umana sia piuttosto delle seconde che delle prime, si può per analogia dedurre dal suo stesso essere nel suo genere, cioè nel genere animale, la più perfetta e suprema e migliore. Perocchè veggiamo che in ogni genere di vegetali, di minerali ec. le specie migliori son le più rare, le meno trasferibili fuor de’ luoghi natii ec. Quella pianta più d’ogni altra perfetta, che abbiam supposto di sopra, sarebbe verisimilmente la più rara, la più limitata a certa sorta di paese, di terreno. Le men perfette, a proporzione. Così pure a proporzione nel genere animale. Le migliori specie sarebbero le [3658] più rare, le più scarse nell’intrinseco numero ec. (Se tra le migliori e superiori vogliamo contare la scimia, l’uomo selvatico ec. che più s’avvicinano all’uomo, il fatto confermerebbe la mia supposizione). Ed essendo il genere animale nella natura terrestre, il migliore; e la specie umana essendo la sommità del genere animale, e quindi di tutte le specie e generi di esseri terrestri; ne seguirebbe ch’ella naturalmente dovesse essere di tutte le specie terrestri la più rara, e la più limitata nel numero e ne’ luoghi.

Con questi discorsi alla mano, e tenendo fermo che la propagazione della nostra specie accadde per la massima parte contro natura, io risponderò facilmente a chi dalle qualità di tali o tali paesi abitati ora dagli uomini, volesse dedurre che tali o tali istituti, costumi, usi, invenzioni ec. ec. non insegnati nè suggeriti, anzi contrariati dalla natura, e per lunghissimo tempo stati necessariamente ignoti ec. sieno, malgrado della natura, necessarii alla specie umana, alla sua vita, al suo ben essere. Io considererò tali costumi ec. come i rimedii dolorosi o disgustosi de’ morbi, i quali tanto [3659]sono naturali quanto essi morbi, che non sono naturali o avvengono contro le intenzioni e l’ordine generale della natura. La natura non ha insegnato i rimedii perchè neanche ha voluto i morbi; così s’ella ha nascosto p.e. il fuoco, non l’ha fatto perchè l’uomo dovesse di sua natura cercarlo con infinita difficoltà, usarlo con infinito pericolo ec. ma perch’ella non ha voluto che l’uomo vivesse e abitasse in luoghi dove gli facesse bisogno di fuoco, (nè si cibasse di ciò che senza fuoco non è mangiabile nè atto per lui ec.). E in questo modo e con questo mezzo ribatterò infinite obbiezioni di simil genere contro la mia teoria dell’uomo; chè certo il detto mezzo si estende a infinita diversità di cose.

E quanto al fuoco in particolare, dal quale abbiam preso occasione di questo discorso; che ne’ luoghi temperati o caldi, soli destinati dalla natura all’uomo, e ne’ quali infatti si vede che la vita de’ popoli non corrotti ancora, o men corrotti, dalla società, fu ed è più naturale che altrove, e men bisognosa d’invenzioni e mezzi e usi [3660] ec. ascitizi, e meno effettivamente di essi contaminata e alterata (si sa d’altronde e si vede sempre più chiaro per le storie e i monumenti e avanzi delle memorie antichissime, che si vanno di dì in dì più scoprendo e intendendo, che un paese caldissimo fu la culla, ed io aggiungo, la propria e natural sede di nostra specie); che ne’ paesi caldi, dico, la specie umana non abbia mestieri di fuoco a vivere e a ben vivere secondo natura (non secondo società, chè la vita sociale senza fuoco non può stare), si vede con effetto v.g. ne’ Californii; i quali, ch’io sappia, non usano fuoco in alcun modo, vivendo in caldissima temperatura, che lor risparmia il fuoco non men che le vesti; e cibandosi solo d’erbe e radici e frutta e animali che colle proprie mani disarmate raggiungono, vincono e prendono, e altre tali cose, tutto crudo. Ma quivi proprio, accanto a loro e tra loro, i missionarii ed altri europei quivi stabiliti, morrebbero certo se non usassero fuoco. La necessità del fuoco non vien dunque da’ climi ec. Intanto quei Californii sono a cento doppi nel fisico più sani, forti, allegri d’aspetto, e certo nel morale e nell’interno felici, che non questi europei.

[3661] Non sarà alieno da questo proposito il prevenir chi volesse obbiettare che moltissimi degli usi invenzioni ec. che hanno cagionato la corruzione del genere umano, o vi hanno contribuito, o da essa son nate, e l’hanno accresciuta ec. si trovano esser comuni o a tutti o a moltissimi popoli, anche selvaggi, anche affatto divisi tra loro, e diversissimi ec. anche privi fino agli ultimi momenti d’ogni commercio col resto del mondo ec., o alla massima parte dei popoli ec. (com’è l’uso del fuoco); e da ciò volesse dedurre che tali usi, invenzioni ec. benchè dalla natura contrariate, pur dalla natura dell’uomo erano richieste, ed a lei convengono, ed essa presto o tardi immancabilmente le scuopre, le adotta ec. Rispondo che tutte le cose persuadono una essere stata la culla del genere umano, e da un solo principio esser derivate tutte le nazioni, e da un solo paese uscite, e ad una sola origine doversi tutte riferire. Certo per lunghissimo tempo ebbe tutto il genere umano stretta relazione insieme, stante la prossimità de’ luoghi che esso, accrescendosi e dilatandosi, veniva di mano in mano [3662] occupando. Prima che alcuna parte dell’uman genere, o vogliamo dire alcun popolo, restasse così disgiunta dall’altre che niuna relazione avesse seco loro, era certamente già, non pur nata, ma notabilmente avanzata la corruzione del genere umano. Poichè, fra l’altre cose, questa medesima propagazione di esso genere, che le sue parti appoco appoco divise l’una dall’altra, non potè aver luogo senza ch’e’ fosse già corrotto, come dico nel pensiero antecedente, e la navigazione molto meno, senza cui non pare che il genere umano si potesse tanto diffondere, sino a perdere ogni communicazione tra le sue parti. Da qualunque causa per tanto e in qualunque modo nascesse e crescesse la corruzione e lo snaturamento di nostra specie, esso fu uno, e nacque e crebbe (fino a un notabil segno) in tutto il genere umano ad un tempo, siccome tutto il genere umano fu per immenso corso di secoli, una nazione sola, benchè sempre crescente. Dico dunque che questa corruzione è un fatto solo, e non più, tanto che dalla moltiplicità de’ fatti conformi, si possa raccogliere ch’essa [3663] corruzione era naturale e inevitabile. Dico che tutte le dette invenzioni, usanze ec. che si trovano esser comuni a tutti o alla più parte de’ popoli, ebbero una origine sola, (o il caso, o qualunque altra ch’ella si fosse); che una sola volta furono dagli uomini superate le immense difficoltà che la natura a tali invenzioni ec. opponeva; ch’elle si propagarono insieme coll’uman genere; che i più selvaggi popoli che fino al dì d’oggi si trovino nelle più remote isole e più divise da ogni commercio, erano, quando in esse si recarono, già notabilmente corrotti, e portarono seco le dette invenzioni ec. che lor sono comuni con tutti gli altri popoli, perchè tutti gli altri ancora dalla medesima fonte derivarono, e dal medesimo luogo e nazione ebbero quei tali usi e cognizioni ec., e non perchè queste nascessero tante volte quanti sono e furono i popoli della terra che le posseggono e possederono. Se l’uso del fuoco è comune a tutti i popoli, io dico che la sua origine fu sola una. Se la navigazione è comune anche a moltissimi selvaggi e barbari che da tempo immemorabile fino agli ultimi secoli [3664] o fino agli ultimi anni, non ebbero relazione alcuna coi popoli civili, o niuna per ancora ne hanno; io dico che la navigazione fu scoperta una volta sola, e che di questa scoperta tutti i popoli che navigano ne profittarono, e che da essa derivano non meno le canoe fatte di un sol tronco scavato, e mosse con un ramo d’albero per remo, che i bastimenti i più artifiziati e le barche a vapore. E certo quei popoli non sarebbero, cioè non abiterebbero in quei paesi, e non sarebbero disgiunti dagli altri popoli, se prima di divenir tali, essi non avessero conosciuta la navigazione, col cui mezzo si allontanarono dagli altri. Dunque s’ei la conobbero prima di separarsi dalla nazione ond’essi derivano, questa nazione la conosceva. Dunque se questa la conosceva, anche quella ond’essa venne. Dunque così di mano in mano si giungerà fino a quella nazione, onde tutte provennero, cioè al genere umano ancora indiviso, e formante per anche una sola nazione. Così discorrasi di tutte quell’altre scoperte ec. ch’essendo maravigliosissime e parendo quasi impossibili, pur si [3665] trovano esser comuni a tutti o quasi tutti i popoli, ancorchè incolti, remotissimi, disgiuntissimi ec. (Giacchè dell’altre che son facili, e poco contrariate dalla natura ec. non è necessario il suppor lo stesso, non è maraviglia se ciascun popolo, ancorchè rozzo, potè trovarle, se il caso che le mostrò, essendo facile e proclive ad accadere, ebbe luogo molte volte e in molti luoghi ec. più presto qua e là più tardi, ma pur dappertutto, in tanto spazio di tempo quanto è ch’esistono quei popoli; e niuno argomento se ne può trarre a provare ch’elle sieno naturali, per la moltiplicità delle loro origini; perocchè de’ popoli bastantemente corrotti, era ben naturale che tutti, presto o tardi, le trovassero ugualmente; oltre che tali scoperte ec. facili e proclivi non sono mai causa di gran corruzione, nè molta ne richieggono, nè molto si oppongono alla natura, nè molto contribuirono a snaturare la nostra vita e la nostra specie).

Tant’è. Popolo umano totalmente naturale e incorrotto, non esiste. Tutti i popoli, tutti gl’individui umani sono corrotti e alterati, perchè [3666] tutti hanno origine da un medesimo popolo, il quale fu corrotto prima di emetterli, o vogliamo dire prima di diffondersi e dividersi, nè si sarebbe tanto diffuso e tanto diviso se prima non fosse stato corrotto. Ma questa originaria corruzione che in moltissimi popoli si fermò e non passò più oltra, e dura anche oggidì, quasi corruzione primitiva (giacchè popoli o uomini di vita veramente primitiva non si trovano, nè si possono onninamente trovare, stante la corrotta origine di tutti, [indicata ancora dalla Scrittura ec.]); questa corruzione dico, secondo le diverse circostanze naturali o accidentali o qualunque, in altri passò più o meno avanti, poi si fermò e divenne stazionaria (come nel Messico, nella China); in altri retrocedette, poi risorse, poi seguitò e segue sempre a progredire, come in Europa.

Questo mio discorso non è immaginazione. L’universale e costantissima tradizione e le memorie tutte della remotissima antichità provano che una in fatto fu l’origine dell’uman genere. [23] Esse e la ragione provano che l’unicità di nazione nell’uman genere durò e dovette [3667] naturalmente durare per lunghissimo tratto di secoli. Essa tradizione espressa, esse memorie, essa ragione provano che la prima corruzione del genere umano fu universale, cioè di tutto il genere insieme, che dalla nazione umana già corrotta, già degenerata, già ricca di moltissime invenzioni ec. (il che non potè essere che dopo lunghissimo spazio) si derivarono e si diffusero e separarono le varie nazioni in ch’ella poi si divise. (torre di Babele ec.)

E venendo ad altri fatti, si trova che le scoperte ec. difficili, le quali furon proprie di qualche nazione particolare, e nacquero dopo la divisione del genere umano; benchè necessarissime alla vita civile, benchè tali che senza di esse la civiltà non sarebbe potuta crescere, nè pur giungere a un grado da meritare un tal nome, non si sono mai introdotte, se non presso le nazioni che hanno o hanno avuto relazione tra loro; e nell’altre, benchè giunte ancora fino a un certo segno di dirozzamento, come la China e il Messico ec., non si sono introdotte ancora, quantunque nelle civili nazioni esse sieno [3668] antichissime, e d’origine immemorabile; o non vi s’introdussero se non per mezzo delle nazioni civili che ve le recarono dopo innumerabili secoli. Il che prova evidentemente che tali scoperte ec. ebbero un’origine sola (o fosse il caso o qualunqu’altra), poich’esse non furono mai note se non a nazioni che scambievolmente conversarono; e che esse scoperte non si rinnovarono mai, poichè nelle nazioni separate da quelle, ancorchè colte, in immenso spazio di tempo, mai non nacquero. Onde se quelle nazioni le conobbero, ciò fu precisamente a causa del loro scambievole usare; sicchè quelle scoperte ec. ebbero un’origine sola, e non furon fatte più che una volta, e da detta origine provennero a tutte le nazioni che le conobbero e le conoscono. Dunque se altre tali scoperte ec. difficili, son comuni a tutti i popoli, anche separati, anche barbarissimi, si dee supporre ch’elle fossero fatte prima che tali popoli si separassero di là ond’essi vennero; e si deve parimente dire che anch’esse non ebbero più che una sola origine.

Le scoperte ec. che ho detto esser [3669] solamente comuni ai popoli che tra loro hanno trattato, sono infinite. Bastimi una. L’uso della lingua è necessario alla società. Mirabilissima scoperta è quella della favella. Nondimeno tutti i popoli favellano. Appena gli uomini incominciarono a stringere una società, incominciarono a balbettare un linguaggio. La natura stessa lo insegna sino a un certo punto, non solo agli uomini, ma eziandio agli altri animali; agli uomini molto più, ch’ella ha fatto certo più socievoli. Stringendosi maggiormente la società, e crescendo lo scambievole usare degli uomini, fino a passare i termini voluti e prescritti dalla natura; crebbe necessariamente il linguaggio, e divenne più potente che la natura non voleva. Tutto ciò dovette necessariamente aver luogo prima che il genere umano si dividesse. Quando e’ si divise, ei parlava di già, non che favellasse. Ciò si prova a maiori e a minori; e perchè la società crescente produceva di necessità l’incremento della lingua, e perchè questo era necessario all’aumento di quella; perchè il genere umano non si sarebbe diffuso, se la società non fosse stata già bene [3670] stretta e cresciuta e adulta, nè questo poteva essere senza un sufficiente linguaggio, e senza un tal linguaggio il genere umano non si sarebbe diffuso ec. Quindi è che l’invenzione del linguaggio, così com’ella è maravigliosissima, è pur comune a tutti i popoli, anche a’ più separati e più barbari.

Ma è forse altrettanto della scrittura alfabetica? Questa non era necessaria alla diffusione del genere umano. Bensì ell’è necessarissima alla sua civiltà, bensì ell’è comune a tutte le nazioni civili, e a quelle che il furono ec. moltissime di numero, bensì ell’è antichissima, e la caligine de’ tempi nasconde la sua origine; ma perciò ch’ella non fu pur più moderna della divisione dell’uman genere, non si troverà nazione alcuna divisa dall’europee ec. ec., per molto sociale ec. ec. ch’ella sia, la quale conosca la scrittura alfabetica, o che la conoscesse prima di riceverla da noi. La China così colta, ha una scrittura, ha libri, ha letteratura ec., ma l’alfabeto non già. I Messicani avevano una scrittura, ma di alfabeto neppur l’immaginazione. E ciò perchè l’invenzione dell’alfabeto (come [3671] ho sostenuto altrove, e come si può confermare con questo discorso) fu sola una, e mai non si rinnovò, e chi non ebbe e non potè aver notizia dell’alfabeto, direttamente o indirettamente, dal primo o da’ primi che l’inventarono, o fin ch’e’ non l’ebbe di là, mai non ebbe alfabeto, mai non l’inventò esso (in immenso spazio di tempo), nè gliene venne pure in pensiero. La China ne ha avuto notizia, ma non l’ha adottato, per la natura sua, e per la difficoltà di mutare o distruggere le usanze antichissime e universali nella nazione, e collegate con cento altre che converrebbe pur mutare (come lo è la scrittura chinese colla letteratura, e quindi coi costumi, coll’istruzione popolare ec. ec.); e d’introdurne universalmente delle affatto nuove e troppo diverse di genere ec. ec.

A questo proposito si consideri ancora quante invenzioni ec. che per lunghissimo tempo furono proprie degli antichi, ed anche comuni a molte nazioni, ed anche volgari; perdute ne’ tempi bassi, non si sono potute mai più rinnovare, nè mai probabilmente si rinnoveranno (com’è quella della pittura all’encausto); e ciò, non ostante che se n’abbia pur la notizia in genere, cioè la memoria ch’esse furono e quali furono, e sovente ancora parecchie notizie in ispecie, cioè vestigi del come furono, de’ metodi e processi ec. del [3672] modo ec. de’ mezzi, ingredienti ec. della forma di adoperarle ec., e le notizie particolari e distinte de’ loro effetti e fini ec. Contuttociò ad ingegni così civili, così raffinati, acuti, penetranti, esercitati, coltivati, così speculativi, così inventivi, così avvezzi e dediti a inventare, a speculare, a meditare, a riflettere, a osservare, a comparare, a ragionare ec. quali son divenuti gl’ingegni umani (ben altri erano certo e sono i primitivi e selvaggi ec.), non è bastato l’animo, dalla risorta civiltà in poi, di poterle ritrovare una seconda volta. (11. Ott. 1823.)

l pensiero antecedente conferma le idee da me altrove esposte circa la primitiva unicità del linguaggio fra gli uomini, e la derivazione di tutte le lingue presenti e passate da una sola e primitiva (cosa appoggiata dalla Scrittura Santa); e circa l’unicità dell’invenzione dell’alfabeto, e dell’origine prima di tutti gli antichi e moderni alfabeti. (11. Ott. 1823.)

La impotenza e strettezza della lingua francese e la sua inferiorità per rispetto all’altre di qui facilmente si può comprendere, che l’altre lingue possono, sempre che vogliono, [3673] agevolmente vestire la forma e lo stile della francese (com’effettivamente hanno fatto o fanno tutte le lingue colte d’Europa, o per un certo tempo massimamente, come l’inglese e la tedesca, o anche oggidì, come l’italiana, la spagnuola, la russa, la svedese, la olandese ec.; e bene avrebbero potuto farlo e potrebbero farlo sufficientemente anche senza corrompersi e senza violentare dirittamente la loro propria e caratteristica indole); laddove la francese non può per niun modo prendere la forma nè lo stile dell’altre lingue, nè altra forma alcuna che la sua propria. E non pur dell’altre lingue che da lei sono aliene, per così dire, di famiglia e di sangue, come l’inglese, la tedesca, la russa ec. le quali pur possono vestire ed hanno vestito o vestono la forma della francese; ma neanche delle cognate, nè delle sorelle, come dell’italiana e della spagnuola; nè della lingua stessa sua madre, come della latina. (12. Ott. Domenica. 1823.)

Colla medesima proporzione che altri viene perfettamente e veramente conoscendo e intendendo le difficoltà del bene scrivere, egli impara [3674] a superarle. Nè prima si conosce e intende compiutamente, intimamente, distintamente e a parte a parte tutta la difficoltà dell’ottimo scrivere, che altri sappia già ottimamente scrivere. E ciò per la stessa ragione per cui l’arte di bene scrivere, e il modo, e che cosa sia il bene scrivere, non può essere compiutamente conosciuto e inteso se non da chi compiutamente possegga la detta arte, cioè sappia interamente metterla in opera. Sicchè in un tempo medesimo e si conosce la difficoltà del perfetto scrivere, e s’impara il modo di vincerla e se n’acquista la facoltà. E solo colui che sa perfettamente scrivere ne comprende sino al fondo tutta la difficoltà, nè altrimenti può mai bene scrivere, ancorch’ei già sappia compiutamente farlo, che con grandissima difficoltà. Coloro che male scrivono, stimano che il bene scrivere sia cosa facile, e scrivono al loro modo agevolmente, credendosi di scriver bene. E peggio e’ sogliono scrivere, più facile stimano che sia lo scriver bene, e più facilmente scrivono. Il considerare il bene scrivere per cosa molto difficile, è certissimo segno di esser già molto avanzato [3675] nel sapere scrivere, purchè questo tale sia veramente ed intimamente persuaso della difficoltà ch’ei dice, e non la affermi solamente a parole e mosso da quello ch’ei n’intende dire, e dalla voce comune. (Perocchè anche chi non sa scrivere, dice che il bene scrivere è molto difficile, ma e’ nol dice per coscienza nè per prova nè con vera persuasione, e s’egli è uno di quelli che s’intrigano di scrivere e che presumono di saperlo fare, certo è ch’egli in verità non crede che ciò sia difficile, come comunemente si dice, e com’ei pur dice cogli altri). Per lo contrario lo stimare che il bene scrivere sia cosa facile o poco difficile, e il confidarsi di poterlo e saperlo agevolmente fare, o poterlo apprender con poco, è certo segno di non saper far nulla, e di esser sui principii nel possesso dell’arte, o molto indietro. (Così è generalmente di tutte le arti, scienze ec.) Da queste osservazioni si dee raccogliere quanti possano esser quelli che perfettamente conoscano il pregio, e stimino il travaglio, il sapere, l’arte e l’artifizio di una perfetta scrittura e di un perfetto scrittore, del che a pagg. 2796-9. (12. Ott. 1823. Domenica.)

[3676] Alla p. 3349. Non è da trascurare una differenza che si trova fra il carattere, il costume ec. degli antichi settentrionali e abitatori de’ paesi freddi, e quel de’ moderni; differenza maggior di quella che suol trovarsi generalmente dagli antichi ai moderni. Perocchè gli antichi settentrionali ci sono dipinti dagli storici per ferocissimi, inquietissimi, attivissimi non solo di carattere, ma di fatto, per impazienti del giogo, sempre vaghi di novità, sempre macchinanti, sempre ricalcitranti e insorgenti, e per quasi assolutamente indomabili e indomiti. Germani, Sciti ec. I moderni al contrario sono così domabili, che certo niun popolo meridionale lo è altrettanto. E tanto son lungi dalla ferocia, che non v’ha gente più buona, più mansueta, più ubbidiente, più tollerante di loro. E se v’ha parte d’Europa dove meno si macchini, e si ricalcitri al comando, e si desideri novità e si odi la soggezione, ciò è per l’appunto fra i popoli settentrionali. In questa tanta diversità di effetti hanno certamente gran parte da un lato la diversità de’ governi antica e moderno, dall’altro la poca coltura del popolo nelle regioni settentrionali. Ma grandissima parte v’ha certamente ancora la differenza materiale della vita. Gli antichi [3677] settentrionali, ma difesi contra le inclemenze dell’aria dalle spelonche, proccurantisi il vitto colla caccia (Georg. 3. 370. sqq. etc.), alcuni anche erranti e senza tetto, come gli Sciti ec., erano anche più ὑπαίϜριοι di vita, che non sono i meridionali oggidì. Introdotti gli usi e i comodi sociali, i popoli civilizzati del Nord divennero naturalmente i più casalinghi della terra. Niuna cosa rende maggiormente quiete e pacifiche sì le nazioni che gl’individui, niuna men cupidi, anzi più nemici di novità, che la vita casalinga e le abitudini domestiche, le quali affezionano al metodo, rendono contenti del presente ec. come ho detto ne’ pensieri citati in quello a cui questo si riferisce. Quindi è seguìto che non per sole circostanze passeggere e accidentali, come la maggiore o più divulgata e comune coltura di spirito ec. ma naturalmente e costantemente, nel sistema di vita sociale, e dopo resa la civiltà comune al nord come al sud, i popoli del mezzogiorno, come meno casalinghi, sieno stati, sieno, ed abbiano a essere più inquieti e più attivi di quelli del settentrione, sì d’animo, sì di fatti, [3678] al contrario di quello che porterebbe la pura natura degli uni e degli altri comparativamente considerata. Ond’è che i settentrionali moderni e civili sieno in verità molto più diversi e mutati da’ loro antichi, che non sono i meridionali dagli antichi loro, sì di carattere, sì di usi, di azioni ec.

Ed è a notare in proposito della vita casalinga, metodica e uniforme, ch’ella contribuisce a mettere in attività l’immaginazione, a destare e pascere le illusioni, a far che l’uomo abbondi d’immagini e di deliri, e con questi facilmente faccia di meno delle opere, e basti a se stesso, e trovi piaceri in se stesso, ad accrescere la vita e l’azione interna in pregiudizio dell’esterna; assai più che non fanno la bellezza e la vitalità della natura ne’ paesi meridionali. Qui gli uomini sono distratti e dissipati, e versati al di fuori, ed hanno sempre sotto gli occhi il mondo, e gli altri uomini, e la vita, e la società e la realtà delle cose; il che distrugge o impedisce l’immaginazione e l’illusione, e produce la noia, e quindi la scontentezza del [3679] presente e il desiderio di novità. Ma nella vita casalinga, la solitudine, l’esser sempre, o il più del tempo, raccolto in se stesso, l’esser privo o scarso di distrazioni, stante il metodo e l’uniformità della vita e la poca società, lascia libero il campo alle facoltà dell’anima di agire, di svilupparsi, di ripiegarsi sopra se stesse, di meditare, di pensare, di riflettere, d’immaginare, e produce necessariamente un’abitudine di pensiero, che nuoce sommamente, o anche esclude, sì l’abito sì l’inclinazione sì l’atto dell’operare. E d’altronde l’esser gran parte del tempo, lontano dal mondo, dalla società, dagli uomini di fuori; l’abitudine di veder la vita e le cose umane ordinariamente da lungi, produce naturalmente le illusioni e i bei sogni e i castelli in aria, e lascia libero l’immaginare e il figurarsi, e il crearsi il mondo e gli uomini e la vita a suo modo, e dà luogo alla speranza; o perduta ch’ella sia, le agevola il ritorno (perchè la speranza, purchè sia lasciata fare, e non sia continuamente respinta dalla realtà, per natura dell’uomo indubitatamente e presto ritorna); o indebolita, le dà agio di ristorarsi e rintegrarsi; [3680] o moribonda, la conserva, se non altro, in vita; o fa insomma, che in parità di circostanze, ella sia sempre maggiore che non sarebbe in una vita in mezzo al mondo; e tien lungi, o ritarda, o minora il disinganno, o ne indebolisce gli effetti, o ne ristringe l’estensione ec.

Conseguenza e prova di queste osservazioni si è che infatti i settentrionali per una parte sono più profondi e sottili speculatori, più filosofi, massime nelle scienze astratte, o parti più astratte di esse, o generi più astratti ec., e insomma più pensatori, che i meridionali; onde la Staël chiama la Germania la patrie de la pensée. E per altra parte, cosa che sembra contraria sì alla detta qualità, sì alla natura rispettiva de’ settentrionali e meridionali, sono più immaginosi e più poeti veramente e più sensibili, entusiasti, e di fantasia più efficace e forte (quanto però al poetare, non quanto all’operare; e quanto a ciò ch’è opera del solo spirito, non del corpo), e più inventivi originali e fecondi che non sono i meridionali. Ma ciò, secondo le suddette osservazioni, si deve intendere, ed è infatti, de’ soli settentrionali e meridionali moderni, stante le moderne circostanze degli uni e degli altri. Negli antichi, stante la diversità di tali circostanze, doveva essere [3681] ed era tutto l’opposto, cioè i meridionali più immaginosi, fecondi ec. de’ settentrionali, conforme alla vera natura, e alla natural proprietà degli uni e degli altri. Sicchè la detta superiorità de’ settentrionali moderni ec. è veramente uno de’ tanti accidenti sociali; bensì di quelli costanti e connaturali all’essenza della civiltà assolutamente, e che durando la civiltà appo gli uni e appo gli altri popoli, non possono mai venir meno.

Del resto l’immaginazione de’ settentrionali rispetto alla meridionale quanto è, generalmente e tutta insieme, più forte, viva, vigorosa, attiva, feconda e maggiore, tanto ancora è più sombre, lugubre, trista, malinconica, funesta e, si può dir, brutta. Perocchè, lasciando l’altre circostanze, essa è nutrita dalla solitudine, dal silenzio, dalla monotonia della vita; e la meridionale dalle bellezze e dalla vitalità ed attività della natura; e le opere di quella nascono tra le pareti di una camera scaldata da stufe; le opere di questa nascono, per così dire, sotto un cielo azzurro e dorato, in [3682] campagne verdi e ridenti, in un’aria riscaldata e vivificata dal sole. (13. Ott. 1823.)

Alla p. 3637. Anzi l’amore che noi portiamo al cibo e simili cose che o ci servono o ci dilettano, si potrebbe piuttosto chiamare odio, perocch’esso, mirando solamente al nostro proprio bene, ci porta a distruggere, in vista di esso bene, o a consumare in qualunque modo e logorare e disfare coll’uso, l’oggetto amato; o ad esser disposti a disfarlo o pregiudicarlo se, e quanto, e come il nostro bene, e l’uso che perciò abbiamo a farne, lo richiedesse. Quale è l’odio che il Lupo porta all’agnello, e il falcone alla starna, i quali veramente non odiano nè la starna nè l’agnello, anzi, secondo che noi sogliamo discorrere dell’altre cose, si dovrebbe dire ch’essi gli amassero. Ma perciocchè questo amore li porta a ucciderli e distruggerli per loro proprio bene, perciò noi lo chiamiamo odio e inimicizia. (V. Speroni Dialogo 5° Ven. 1596. p. 87-8.) Or tale nè più nè meno si è l’amore degli uomini primitivi verso le femmine, se non quanto il piacere ch’essi ne bramano e ricercano non richiede la distruzione di quelle. Ma [3683] s’e’ la richiedesse, l’amor delle donne porterebbe i primitivi a distruggerle, tanto è lungi ch’e’ ne gli ritenesse. Siccome infatti ei gli porta a non avere riguardo alcuno agl’incomodi e ai danni fisici che molte volte loro recano per soddisfare al desiderio proprio, nel proccurarsi il proprio piacere con esse ec., anche potendo far questo senza danneggiare. Ed accade pure (eziandio fra’ civili) che volendo con esse proccurarsi il proprio piacere, o potendo o non potendo a meno, o prevedendolo o non prevedendolo, e’ le uccidano, o loro sieno cagione di morire in breve o fra certo tempo, o di soffrir grandemente nella sanità corporale, anche per sempre. E non sono elle uccise tuttodì dagli amanti nell’onore? ec. ec. Così fatto e non altro si è l’amore de’ primitivi verso le donne; e delle donne altresì verso gli uomini, proporzionatamente alla natura e alle forze di quelle rispetto a questi. E forse solamente dei primitivi? Queste osservazioni si applichino a quelle in cui proviamo che dall’amor proprio nasce necessariamente l’odio verso altrui ec. (13. Ott. 1823.)

Cattiva ortografia italiana nel 500. per troppo voler somigliarsi all’uso della scrittura latina. Machiavelli scrive alcune volte (o così portano le sue antiche stampe) sanctissimo per santissimo. (13. Ott. 1823.)

[3684] Non v’è persona che riesca più intollerabile e che meno sia tollerata nella società, di uno intollerante. (14. Ott. 1823.)

Mêler ant. mesler, secondo che ho detto altrove, è da misculare o mesculare, come mâle, ant. masle, da masculus. (14. Ott. 1823.)

Excusso as, excussabilis, excussatus, da excutio is (intorno al qual verbo e suoi affini, come concutio ec. e loro continuativi, mi pare aver detto altrove), vedili nel Forcellini. (14. Ott. 1823.)

Intorno alla voce anceps, di cui nella mia teoria de’ continuativi, vedi la voce am nel Forcell. (14. Ott. 1823.)

Voci basse e volgari e del latino non illustre ma rustico, e riprovate dagli scrittori anche fino al tempo di S. Girolamo; due delle quali sono ora proprie delle lingue moderne. V. il Forcell. in Annihilare, e il Gloss. ec. (14. Ott. 1823.)

Nomi in uosus, verbi in uare ec. ec. come altrove in più luoghi. Aggiungi amanuensis. Casuale. Exercitualis. Casuiste, franc. Luctuosus. Fructuosus. Fatuité. fortuitus. mortualia, mortuarius, mortuosus. manualis. manuarius. Questi nomi o verbi o avverbi ec. ch’essendo fatti da nomi della quarta declinazione (come da manus) conservano sempre l’u, mentre quelli fatti da’ nomi della [3685] seconda, sempre (o regolarmente) lo perdono, mostrano chiaramente che il genitivo ec. de’ nomi della quarta, ch’ora è in us lungo ec. o in u lungo ne’ neutri, anticamente fu in uus o in uu ec. V. p. 3752. Giacchè si vede che i derivati da’ nomi della quarta si formano al modo istesso che i derivati delle voci nelle quali il doppio u ancor si conserva ed è manifesto e fuori di controversia, come dire i derivati de’ nomi in uus ec. I quali due in valsero per una sola sillaba, come il doppio u degli ablativi singolari della prima. Sia che questo, e il doppio u, si pronunziassero doppi, o pur semplici, strascinando in certo modo la voce ec. In tutti i modi quest’osservazione si riferisca al mio discorso sui dittonghi latini non considerati da’ grammatici, o ch’essi nella pronunzia fossero monottonghi, o dittonghi veramente, o trittonghi ec. che tutto fa egualmente a quello ch’io voglio dimostrare in detto discorso. Perocchè s’anche e’ divennero col tempo monottonghi, e ciò fino nella migliore età della lingua latina (come i comuni ae oe ec.), ciò tuttalvolta, anzi più che mai, dimostra che gli antichi latini (de’ quali nel detto discorso si parla) pronunziavano sì rapidamente le vocali successive e concorrenti, ch’e’ le tenevano tutte insieme (o due o più che fossero) per una sillaba sola, e tale le facevano essere nella pronunzia, e sovente nella scrittura [3686] e ne’ versi più o men regolari, più o men rozzi e informi, e massime ne’ ritmici, che certo furono propri de’ più antichi, come poi de’ più moderni, invece de’ metrici, o più di questi ec. ma eziandio ne’ metrici, ec. ec. (14. Ott. 1823.)

Alla p. 2903. - e conspico o conspicor, despico (v. Forc. in despicatus) e despicor, (e s’altro tale ve n’ha da specio o da’ suoi vari composti), a proposito del quale, benchè conspicor si trova ordinariamente in senso nè più nè meno di conspicio, cioè per nulla continuativo, nondimeno è da notare il luogo di Varrone, ap. Forcell. Contemplare et conspicare, idem esse apparet. Dunque conspico è propriamente di significazione continuativo. Vedi ancora l’altro luogo di Varrone dove conspicor è passivo ap. Forcell. ibid. cioè in Conspico. (14. Ott. 1823.)

Ignotus, ch’è specie di participio, attivamente preso per qui non novit. V. Forcell. (14. Ott. 1823.)

Nella mia teoria de’ continuativi ho discorso in differente luogo di exercitare e di arctare, quello continuativo di exerceo, questo di arceo. Nótisi che exerceo è un de’ composti di arceo (almeno così giudico), come coerceo, onde forse (sebbene ei [3687] fa coercitum) è coarctare ec. come ho detto parlando di arctare ec. (14. Ott. 1823.)

Sella è certamente un diminutivo positivato di sedes (o di sedia, di cui altrove), come tra noi seggiola e seggetta sono diminutivi positivati di seggia, corruzione di sedia, che parimente abbiamo, cioè seggia e sedia, siège ec. Gli spagnuoli silla, pur diminutivo positivato. Sella it. selle franc. in uno de’ significati del lat. sella. Gli spagnuoli anche qui silla. Sella per sedia, sede, è di Dante. Sella in senso lordo, v. la Crusca. Sella lat. è diminutivo come trulla e simili. Diminutivo del diminutivo, sellula. Quindi sellularius, il cui senso si può dir positivo. Così bene spesso formula lat. formola ec. per forma. (14. Ott. 1823.)

Alla p. 3618. fine. Io credo che niun de’ verbi di questo genere abbia perfetto proprio, nè i tempi che ne dipendono, nè supino, nè participio in us, ma li tolgano in prestito [24] dal verbo originale. Che se questo non esiste, io credo che un tempo esistesse. P. es. di suesco, adolesco, cresco ec. che hanno perfetto e supino, io credo che esistessero verbi originali, come sineo, adoleo ec. [25] di cui fossero propri i detti perfetti e participii, giacchè [3688] il perfetto e participio o supino regolare e dovuto di suesco ec. sarebbe suesci, suescitum, non suevi, suetum. [26] Così dico di glisco, il quale non ha nè perfetto nè supino. Così di adipiscor, di nascor, di nosco. Se ciò è vero, notus, natus, non sarebbero contrazioni di noscitus (questo esistè come prova il verbo noscitare), di nascitus e questo ancora è provato da nasciturus (nè adeptus di adipiscitus) come ho detto altrove in più luoghi, ma participii e supini proprii d’ignoti verbi da cui nosco, nascor ec. sarebbero stati formati. E nosco non verrebbe da νοΐσκω, come ho detto p. 2777., ma sarebbe stato anche in latino un verbo originale no (diverso da nare) conforme al greco νοῶ (come δόω do, πόω po che altrove abbiam dimostrato, e simili monosillabi di cui ho detto in più luoghi); dal qual no sarebbe stato fatto il verbo nosco, non per uso greco, ma per uso latino, (e secondo la ragion latina di formazione e significato ec.) concordevole in questa parte quanto al materiale della formazione o della forma col greco, che ebbe pur νοΐσκω e νώσκω, onde γινώσκω e γιγνώσκω che suonan lo stesso di nosco. Ma concordevole per pura combinazione particolare, anzi singolare forse. V. p. 3826.

Io credo certo che tutti questi tali verbi [3689] sieno originariamente fatti da altri verbi ignoti, come vivesco dal noto vivo, [27] hisco dal noto hio, e altri tali di questa desinenza in sco. E lo credo perchè, come vivesco significa divenir vivo, cioè divenir quello che dal verbo vivo è significato essere, cioè esser vivo, e come hisco significa aprirsi, cioè divenire aperto, mentre hio significa essere o stare aperto ec.; così tutti i detti verbi nosco, nascor, adipiscor, sinesco, adolesco, cresco ec. di cui non si conoscono gli originali, significano però divenire, incominciare a essere o a fare quella tal cosa o azione, venir essendo o soffrendo ec. [28] che è proprietà del significato de’ verbi latini in sco. E stimo che dovessero avervi per tutti questi, altrettanti verbi originali che significassero il pieno essere quella tal cosa, il pieno fare o patire quella tale azione o passione. Come vivo rispetto a vivesco, hio rispetto ad hisco, ed altri tali non pochi. Così augesco rispetto ad augeo neutro (v. Forcellini in Augeo sulla fine). Così scisco da scio, è propriamente [3690] divenire sciens, cioè quasi imparare, intendere, conscius, certior fieri, divenire, esser fatto consapevole, e quel che i latini dicono discere, il qual verbo (che manca del supino) spetta pure a questa categoria. E poichè i perfetti e supini di tali verbi (se e’ gli hanno) non sono regolari, io credo che ciò sia perchè questi non son loro, ma di altri verbi originali, ne’ quali essi sarebbero regolari, e stimo che tale irregolarità e tali perfetti e supini, convenienti ad altri verbi, e sconvenienti (per analogia grammaticale) a quei verbi a cui ora appartengono, dinotino altri verbi originali perduti. Massime che si trovano vestigi de’ supini ec. regolari di detti verbi ch’ora esistono, come noscitare, nasciturus, che mostrano i regolari supini di nascor e nosco, cioè noscitus e nascitus; i quali non è verisimile che sieno stati contratti essi medesimi in natus e notus, e che sieno grammaticalmente tutt’uno con questi. [29] Il difettivo novi novisti, usato in senso presente ec. (ond’e’ non si può considerare per parte di nosco, come fanno i grammatici) è, secondo me, un avanzo e un segno [3691] evidente di no verbo perduto, che nel perfetto fece novi, e nel supino notum (come po fece potum che ancor resta, onde potare: resta anche potus participio. ec.), voci poi trasportate al suo derivato nosco, che grammaticalmente è in verità difettivo, non men di novi isti con cui egli è supplito, facendo d’ambo un solo. [30] Così memini è avanzo e segno certo di meno perduto, anzi rimasto difettivo; da cui reminiscor o reminisco (mancante di perfetto e supino) che spetta pure a questa categoria, e s’altri v’ha, suoi compagni; come, secondo me, comminiscor, che viene, credo, da meno (non da mens come Forcell.), a cui o a commeno (ignoto) spetta, grammaticalmente parlando, il participio commentus, contratto da menitus o da commenitus. (Puoi vedere la p.2774.)

Del resto se in qualunque modo si volesse credere, come si è creduto finora, che p.e. suevi suetum sieno propri perfetti e supini di suesco, e non tolti in prestito, allora si dovrà dire che anche scivi scitum che sono della [3692] stessa forma, sieno propri e veri di scisco, ch’è della stessa forma, genere di significato e categoria di suesco. Ma il verbo sciscitor dimostrando il supino sciscitum è un altro esempio che conferma, come noscito, la mia opinione. E la conferma altresì il vedere che il perfetto e il supino di scisco sono infatti, grammaticalmente, gli stessi che quelli di scio, verbo noto ed esistente e usitato, e verbo riconosciuto fuor di dubbio per origine di scisco. V. p. 3763.

Niteo es ui - nitesco is. Albeo es - albesco is. Nigreo es ui - nigresco is. Flaveo es - flavesco is. Horreo es ui - horresco is. Candeo es ui - candesco is - excandesco is ui (notate lo stesso perfetto di candeo, che certo, almeno grammaticalmente, è di excandeo ignoto, e non, come dicono, di excandesco. Così dite di extimesco, e pertimesco, is, [3693] che hanno il perfetto ui, il quale grammaticalmente è certo di un pertimeo e di un extimeo, da timeo che ha infatti timui. E trovasi veramente pertimens, e fors’anche il verbo extimeo.) Notesco is ui ec. Vireo - Viresco. Valeo - Valesco - Convalesco, ui. Sanesco, Consanesco ui. Fluesco. Liquesco. Seneo, Senesco, Consenesco ui. Crebresco is ui. Flammesco is. (14. Ott. 1823.). Tutti questi verbi in esco significano fio col participio attivo de’ rispettivi verbi in eo. Cioè nitens fio, candens fio. ec. Concupisco is - concupio. Il proprio senso de’ verbi in sco, è quale l’abbiam definito: pur se ne troverà che o sempre o per lo più o talvolta abbiano un senso diverso, p.e. conforme a quel de’ loro verbi originali noti o ignoti. [31] Ciò non fa meraviglia. Il simile ho notato accadere ne’ continuativi. E questo esempio de’ verbi in sco, del cui proprio significato non v’è controversia, [32] può servire a rispondere a chi dal non continuativo senso di molti continuativi, o in molti casi ec., volesse trarre argomento di riprovare la nostra teoria della vera e propria e regolare significazione de’ continuativi ec. (14. Ott. 1823.)

Credito as da credo itus. (14. Ott. 1823.)

Circa il verbo nicto, di cui altrove, vedi Forc. in nico is. Inclino molto a credere che quello sia continuativo di questo, anzi che d’altro verbo; dico [3694] quel nicto che sta appresso a poco per μύω ec. (14. Ott. 1823.)

Alla p. 2819. marg. Vado che è βάδω (derivativo di βάω, o piuttosto lo stesso verbo diversamente pronunziato ec.) verrebbe a essere originalmente stretto affine di bito o beto per etimologia, come lo è per significato compagno. Del resto il significato di bito e βαίνω (alterazione di βάω come ϕαίνω di ϕάω ec. ec. del che altrove) è propriamente lo stesso. Bito is continuativo sarebbe come nicto is, piso is e simili di cui a’ lor luoghi. Dell’esistenza de’ quali però, o di alcuni di loro, si dubita. Pur gli uni possono servir di appoggio agli altri, e i certi ai dubbi, riportandoli alla nostra teoria, ed a’ nostri principii di formazione ec. i quali mostrano l’analogia che v’è tra gli uni e gli altri, sinora non osservata. ec. (15. Ott. 1823.). V. p. 3710.

Aiguille, aguglia, aguja, guglia (co’ lor derivati ec.) diminutivo sovente positivato, dal lat. aculeus, altresì diminutivo come equuleus. Anche il greco ὀβελίσκος quando significa guglia è un diminutivo positivato. ᾽Οβελίσκος e aguglia o guglia, aiguille, aguja suonano cose simili tra loro anche nel senso proprio. (15. Ott. 1823.)

[3695] Alla p. 2777. fine. Il g protatico avanti la n, trovasi nel latino aggiunto eziandio a voci semplicemente latine, non greche, come al tema nascor in molti de’ suoi composti: adgnascor, agnatus, prognatus, cognatus, cognatio ec. ed anche nel semplice gnatus. Così gnavus, gnavare ec. per navus, navare, e ignavus per iñavus. V. Forcell. in gnarus, ignarus, e nelle voci suddette e simili ec. (15. Ott. 1823.). V. p.3727.

Alla p. 2996. marg. Nigreo - nigrico - nigro as. Se nigro venisse da nigreo apparterrebbe forse alla nostra teoria, almen quanto alla derivazione e formazione, e sarebbe a notare che il suo verbo originale sarebbe della seconda, non della 3a. Ma forse nigro viene a dirittura da niger gri. Nigrico o da nigreo, o da nigro. (15. Ott. 1823.)

Obsoleto as da obsolesco - obsoletus. (15. Ott. 1823.). Ma questo non è continuativo. Esso significa obsoletum reddere, significato alienissimo della sua formazione. Ei non è che di Tertulliano e d’altri d’inferior latinità (Forcell. e Gloss.). La sua barbarie è maggiormente manifesta per la nostra [3696] teoria de’ continuativi la quale fa vedere l’improprietà e disanalogia totale (perchè niuno altro esempio ve n’ha, ch’io sappia, nel buon latino) del suo significato ed uso. [33] Completare, compléter ec. voce moderna, sarebbe di simile genere di significazione perocch’ella propriamente vale far completo; benchè questo viene a coincidere col senso del verbo originario complere, il che non accade in obsoletare, perchè obsolesco è neutro e obsoleto attivo. Di completare mi ricordo aver detto altrove. Questi tali verbi son fatti da’ rispettivi participii (come obsoletus, completus) già passati in aggettivi, e non come participi ma come aggettivi, onde e’ non spettano alla nostra teoria. E’ sono assaissimi. Forse ve n’ha anche nel buon latino, sotto questo aspetto. Ma meno, cred’io, che nel basso latino, e fra’ moderni. (15. Ott. 1823.)

Alla p.2996. fine. Obsoleo, obsolesco da obs e oleo, olesco. Vedi il pensiero seguente. (15. Ott. 1823.)

Alla p. 3687. Che adoleo o certamente il semplice oleo esistesse una volta, vedi il Forcell. in Obsolesco, principio. Dico un oleo e un adoleo diverso [3697] da quelli che ancora esistono, o con diverso significato. Qual fosse questo significato nol saprei dire. Il Forc. l. c. dice cresco, ma questo è il significato de’ derivativi adolesco ec. e proprio del genere e forma grammaticale d’essi derivativi. Si può anzi dire che il tema che noi cerchiamo esista ancora; in obsoleo cioè ed in exoleo, de’ quali però v. il Forc. Se obsolesco è da obsoleo, exolesco da exoleo, ciò è lo stesso che dire che adolesco, inolesco ec. sono da adoleo inoleo ec. Tutti questi da un medesimo tema, e la ragion degli uni è quella degli altri. Da ben diverso tema deriva il verbo obsolesco chi lo deriva (e fors’anche obsoleo) da ob e soleo (Forcell. l.c.). Ma chi fa così mostra non aver considerato i fratelli carnali di obsolesco ne’ quali la prima s non comparisce; nè il verbo exoleo, fratello di obsoleo, il quale non può esser che da ex e oleo. Negar che questi verbi sieno fratelli è da stolto. Il significato lo prova. Exolesco e obsolesco vagliono, si può dire, altrettanto. Gli altri corrispondono, secondo le preposizioni rispettive. [3698] Di più, soleo ha forse il perfetto solui o solevi? fa forse nel supino soletum? nel participio soletus? Or così fa ed ha obsoleo. E se obsoleo non ha che fare con soleo, come dunque obsolesco? si potrà negare che questo venga da obsoleo? oltre che ciò è più ch’evidente per se, e per tanti altri esempi analoghi, nol mostra l’esempio affatto compagno, di exolesco da exoleo? Finalmente che la prima s di obsolesco e di obsoleo spetti alla preposizione ob, vedi la p. 2996. e le quivi richiamate.

Del resto chi volesse dire che il proprio preterito perfetto di oleo, adoleo e simili fosse e dovesse essere olui, adolui ec. onde adolevi inolevi ec. non sieno propri di adoleo, inoleo (ignoto), ma di adolesco veramente e di inolesco ec., osservi che anche l’altro oleo ne’ composti fa olevi per olui (Forc. in oleo); [34] e che queste desinenze evi ed ui, sono in verità una sola, cioè varie solamente di pronunzia, perchè gli antichi latini massimamente, e poi anche i non antichi, o meno antichi, ed anche i moderni ec., confondevano spessissimo l’u e il v [35] (che già non ebbero se non un solo e comune carattere): sicchè olevi è lo stesso che olui, interposta la e per dolcezza, ovvero olui è lo stesso che olevi, omessa la e per proprietà di pronunzia. Giacchè il v di questo e l’u di quello non furono mai considerate [3699]da’ latini se non come una stessa lettera. Così nell’ebraico, così nelle lingue moderne, sino agli ultimi tempi, e dura ancora ne’ Dizionari delle nostre lingue (come ne’ latini) il costume di ordinar le parole come se l’u e il v nell’alfabeto fossero una lettera stessa, ec. ec. ec. Dunque non saprei dire, nè credo che si possa dire, se il vero e regolare e primitivo perfetto della seconda coniugazione abbia la desinenza in evi o in ui, se sia docui o docevi: e piuttosto si dee dire che, se non ambo primitive, ambo queste desinenze son regolari, anzi che sono ambo una stessa. Io per me credo che la più antica sia quella in evi, anticamente ei (conservata nell’italiano: potei, sedei ec. che per adottata corruzione e passata in regola, si dice anche sedetti ec. [36]), poi per evitar l’iato eϜi, e poi evi (come ho detto altrove del perfetto della prima: amai, conservato nell’italiano ec., ama?i, amavi), indi vi (docvi) o ui (docui), ch’è tutt’uno, e viene a esser contrazione di quella in evi (docevi). Ed è ben consentaneo che da doceo si facesse primitivamente nel perfetto, docei, [3700] conservando la e, lettera caratteristica della 2da coniugazione come l’a nella prima, onde l’antico amai. Ma l’u com’ebbe luogo nella desinenza de’ perfetti della seconda, essendo una lettera affatto estranea alle radici (come a doceo) ec.? [37] Si risponde facilmente se si adottano le cose sopraddette: altrimenti non si può spiegare. L’u ebbe luogo nella seconda, come il v, ch’è la stessa lettera, ebbe luogo nella prima e nella quarta: per evitar l’iato. L’u e il v ne’ perfetti di queste coniugazioni e nelle dipendenze de’ perfetti sono dunque lettere affatto accidentali, accessorie, estranee, introdotte dalla proprietà della pronunzia, contro la primitiva forma d’essi verbi, benchè poi passate in regola nel latino scritto. Passate in regola nelle due prime. La quarta è l’unica che conservi ancora il suo perfetto primitivo (come la terza generalmente e regolarmente, che non patì nè poteva patire quest’alterazione) insieme col corrotto: audii, audivi. Il latino volgare per lo contrario non conservò, e l’italiano non conserva, che i primitivi: amai, dovei, udii. Queste osservazioni mostrano l’analogia (finora, [3701] credo sconosciuta) che v’ebbe primitivamente fra la ragion grammaticale, la formazione la desinenza de’ perfetti della 1. 2. e 4. e che v’ha effettivamente fra l’origine delle forme e desinenze di tutti e tre. Analogia oscurata poscia e resa invisibile dalle alterazioni che dette desinenze variamente ricevettero nella pronunzia, nell’uso ec., le quali alterazioni passate in regola, furono poi credute forme primitive ec. Forse la coniugazione in cui più verbi si trovino che abbiano il perfetto (e sue dipendenze) veramente primitivo, e ciò senz’averlo doppio come que’ della quarta, ne’ quali l’un de’ perfetti non è primitivo, si è la 3a. Tornando a proposito, adultum mutato l’o in u al solito: volgus - vulgus ec. come ho detto in 100 altri luoghi. Così da colo colui, colitum - coltum - cultum. Vedi la pag. 3853-4. di adolesco e di adoleo è contrazione di adoletum, anzi di adolitum, supino regolare di adoleo, come docitum di doceo, poi contratto in doctum. Infatti inolesco (o piuttosto l’ignoto inoleo) ha inolitum non inoletum. Obsoletum, exoletum e simili, sono irregolari, e corruzioni dell’ignoto exolitum, obsolitum. Se però docitum non è corruzione di docetum, che sarebbe regolare come amatum da amare. Ovvero [3702] se doctum non è contrazione di docetum, come docui di docevi. Onde il regolare e primitivo supino della 2. sia in etum da ere, come exoletum, netum, fletum, suetum (dall’ant. sueo) ed altri tali, e come amatum da amare; e quelli in itum, come exercitum, habitum ec. sieno corruzioni, come domitum e simili sono corruzioni di domatum ec. Io così credo. V. p. 3704. e 3853. 3871.

Si attribuisce ad adolesco anche il perfetto adolui. Forc. in adolesco.

Aboleo es evi itum pur da oleo. Prisciano ammette anche abolui. Abolesco neutro. Deleo es evi etum pur da oleo. V. Forc. in Deleo e Leo es. Oboleo es ui. Obolitio. Suboleo es ui - Subolesco is.

Adoleo nel senso nel quale ei può aver generato adolesco si trova veramente ancora. Forc. in Adoleo. Siccome adolesco trovasi ancora in senso conforme all’usitato di adoleo. Forc. in adolesco.

Il senso di oleo (diverso o tutt’uno con l’oleo che ancora abbiamo) dovette esser poco diverso da cresco. Infatti obsoleo di senso appena o nulla differisce da obsolesco. Così dunque dovette essere adoleo rispetto a adolesco. ec. V. Forcell. in Adoleo. Il quale forse da bruciare ne’ sacrifizi fu trasferito ad accrescere, come per lo contrario mactare [3703] da accrescere ad immolare, sacrificare ec. E similmente si potrà dire di oleo ec. ec. Cioè che il suo primo significato fosse ulire (com’è oggi), indi abbruciar cose odorifere ec. (come adoleo), indi accrescere o crescere, nel qual ultimo senso ei sarà stato preso ne’ composti-derivati, adolesco, exolesco ec. nel composto obsoleo, in exoleo ec. ed avrà prodotto il derivato olesco, cioè cresco, di cui v. Forcell. e vedilo ancora in macto ec. ec. e in sobolesco. (15. Ott. 1823.)

Alla p. 3688. principio. Che cretum e cretus non sieno propri di cresco (v. Forc. cresco fine), ma di altro verbo, lo dimostra la differenza del significato. (cretus da cerno è altra voce). Cretus vale generato. Io tengo certo ch’esso sia contrazione di creatus; che cresco sia fatto da creo as, come hisco da hio as; e ch’ei vaglia propriamente quasi venirsi creando, generando, formando; che è veramente quello che fa chi cresce; a ciascun momento si forma e genera quello che a lui aggiungi e in che consiste il suo incremento. L’incremento è una continua formazione e generazione, [3704] non del tutto, ma delle parti accedenti ec. ec. V. Forc. in Crementum e cretus. Quest’etimologia non è stata forse data da alcuno. E ciò perchè niuno, credo, ha considerato cresco come un verbo della nostra categoria de’ verbi in sco fatti da altri originali, con analoga variazione di significato ec. Noi e la troviamo e la confermiamo per mezzo dell’analogia e proprietà generale del significato, formazione ec. de’ verbi in sco. Cretus non è dunque di cresco ma di creatus, e ciò anche per la significazione, laddove gli altri tali, suetus, p.e. per grammatica è di sineo, per significazione però, di suesco ec. (15. Ott. 1823.)

Alla p. 3702. Queste osservazioni, e i confronti di fletum, netum e tali altri supini tutti della seconda, confermano che suetum, exoletum, e simili, non sono di sinesco, exolesco ec. verbi della terza, alla quale punto non conviene questa desinenza, ma di altri della seconda da cui essi derivano. Cretum da cerno e suoi composti è corrottissimo, per cernitum, ch’è il vero, e la desinenza in etum v’è accidentale ec. (15. Ott. 1823.). V. p. 3731. Altresì quel che s’è detto de’ perfetti della seconda, e il confronto di nevi, flevi ec. mostra che suevi, crevi, adolevi ec. non sono di suesco ec. verbi della terza. (15. Ott. 1823.). V. p. 3827. La desinenza de’ perfetti in evi o [3705] in vi, propria della prima coniugazione e, come abbiamo mostrato, della seconda, che ora ha più sovente ui, ch’è il medesimo, e finalmente eziandio della quarta che conserva però anche quella in ii, è al tutto aliena da’ verbi della terza, se non se per qualche rara anomalia, come in crevi da cerno, e suoi composti perfetto irregolarissimo, per cerni, e in sevi da sero, e suoi composti verbo d’altronde ancora irregolarissimo, come si vede nel suo supino satum, ne’ composti situm, solita mutazione in virtù della composizione ec. V. p.3848. ec. Ovvero per qualche altra ragione come dal verbo no (di cui p.3688.) che dovette essere della terza, il perfetto novi per evitare la voce poco graziosa ni, che sarebbe stata il suo perfetto regolare, e che d’altronde concorreva colla particella ni: oltre che niun perfetto latino, se ben mi ricordo, è monosillabo, ancorchè fatto da tema monosillabo: eccetto ii da eo, e da fuo, fui, i quali furono monosillabi, e forse ancora lo sono talvolta presso i poeti latini del buon tempo ec. secondo il mio discorso altrove fatto della antica monosillabia di tali dittonghi ec. Da’ monosillabi do, sto ec. si fece il perfetto dissillabo per duplicazione: dedi, steti, ec. Onde avrebbe da no potuto anche farsi neni. O forse il verbo da cui viene nosco, non fu no, ma noo (νοῶ), onde il perfetto [3706] novi invece del regolare noi sarà stato fatto (come que’ della 1. in avi per ai, della 2. in evi per ei, della 4. in ivi per ii) per evitare l’iato; il quale iato però non può essere che affatto accidentale ne’ perfetti di questa coniugazione. V. p. 3756. Così per fui, regolare perfetto dell’antico fuo, verbo della terza, il qual perfetto anche oggidì si conserva [38] , e solo esso, e tutto regolare, Ennio disse fuvi, non metri causa, come crede il Forcellini, (in fuam), ma secondo me, per evitare l’iato [39] . L’evitazion del quale stette a cuore principalmente agli scrittori (come anche in altre lingue), e ad essi, cred’io, si deve attribuire l’esser passate in regola le desinenze avi ed evi (poi ui) della 1. e 2. ne’ perfetti e lor dipendenze, ed in parte la desinenza ivi nella quarta, in vece delle primitive ai, ei, ii. E quelle in avi, evi, ivi, secondo me, non furon proprie che della scrittura, o certo del linguaggio illustre, o di esso principalmente, e nulla o poco le adottò il plebeo, perocch’esso conservò le primitive ai, ei, ii, come lo dimostra l’italiano (e anche il franc. [3707] aimai, onde lo spagn. amè, come ho detto nella mia teoria de’ continuativi). Tornando a proposito la desinenza in vi, fuori de’ detti casi, anomalie ec. non è propria punto, anzi impropria, de’ perfetti della terza, se non per puro accidente, come in solvi, volvi e simili. Ne’ quali casi il v non è di tal desinenza, nè del perfetto, nè dell’inflessione ordinaria de’ verbi della 3a. nel perfetto ec. ma del tema (solvo, volvo), ed è lettera radicale di tutto il verbo ec. Trovansi però molti verbi della 3a che (per anomalia) fanno il perfetto in ui (come il più di quelli della seconda): e questi sono in molto maggior numero che quelli della 3a che facciano il perfetto in vi (siccome anche nella 2.a oggi son più quelli in ui che quelli in vi). Per esempio l’altro sero (diverso dal sopraddetto a p. 3705.) che ha il supino sertum, nel perfetto fa serui, e così i suoi composti. Così colo is ui. Ed altri molti. Ma questa desinenza è pure affatto impropria della 3. e vi è sempre anomala, come quella in vi o in evi ec. che originalmente son tutt’una con quella in ui.

Del resto dalle soprascritte osservazioni si potrebbe conchiudere che i veri e regolari e primitivi supini delle 4. coniugazione son questi: 1a atum, 2.a. etum, 3a itum [40], 4a itum. [3708] E i perfetti (con lor dipendenze): 1a avi (antic. ai), 2.a evi (ant. ei, più mod. ui), 3a i preceduto dalla ultima radicale del tema, 4a ii (antica ma conservata) ed ivi (posteriore). (16. Ott. 1823.) Alla p. 3698. P.e. solutum, volutum, non sono che o modi di pronunziare o scrivere o di pronunziare e di scrivere i regolari supini volvitum, solvitum e simili, che non son pochi; o contrazione di essi supini regolari, fatta per l’elisione dell’i e non altro (giacchè l’u e il v, come dico, sono una stessa lettera) [41] contrazione ed elisione ordinaria, e si può dir, regolare (per il suo grand’uso) sì ne’ verbi della terza, come dictum per dicitum ec. ec., sì in quelli della seconda, come doctum per docitum (che non si ha, mentre si ha nocitum, placitum, tacitum, habitum ec. e non noctum ec.: vedi la p. 3631) ec. ec. (16. Ott. 1823.)

Alla p. 3689. princ. Vivesco non ha perfetto nè supino neppur tolto in prestito. Ma il suo composto revivisco ha revixi. Ora il Forcell. conviene che questo non è suo ma di revivo, e ne conviene quantunque revivo, com’ei dice, a nemine est, quod sciam, usurpatum, si unum excipias Paulin. Nolan. ec. [3709] (e v. il Gloss.). Perchè dunque non conviene egli che p.e. scivi scitum non sia di scisco ma di scio, ch’è pur verbo ab omnibus usurpatum? che suevi suetum non sia di suesco ma di sueo, benchè questo a nemine sit usurpatum? Del resto il trovarsi pure revivo, conferma la mia sentenza che tutti i verbi in sco sieno fatti da un altro analogo, sebbene non sempre noto; e il vedere che revivisco fa revixi e revictum (dimostrato da revicturus, se questo non è di revivo), come appunto revivo, conferma che i perfetti e supini de’ verbi in sco, se gli hanno, sieno sempre tolti in prestito da’ verbi originali, e non mai loro propri, o ch’essi mai non gli ebbero (ma nosco p.e. ebbe il supino suo proprio, noscitus, come a pp. 3688. 3690.), o che gli hanno perduti. Sebbene non vi era bisogno di revivo a mostrar tutto questo nel nostro caso, bastando che vi fosse, e fosse noto, il verbo vivo, da cui a dirittura, senza revivo, o da vivesco (che vien da vivo) per composizione, poteva ben esser fatto il verbo revivisco, e forse e’ lo è in effetto.

Del resto, sì revivisco, sì l’analogia (perchè l’e nella desinenza de’ verbi in sco non ha luogo s’e’ non son fatti [3710] da verbi in eo; [42] e p.e. da meno is ch’è della coniugione di vivo is, si fa reminisco, come a p. 3691., e non reminesco), da tremo is, tremisco e composti; ingemisco ec. Vedi al proposito Forc. in tremisco ec. mi persuadono che vada detto vivisco anzi che vivesco; e v. Forc. in vivesco, fine; e il Gloss. in vivescere. (16. Ott. 1823.). V. p. 3828. 3869.

Viviturus regolare, per victurus del buon latino, dimostrante il vero supino vivitum (vivuto), secondo le nostre teorie (v. fra l’altre, p. 3709. fine), vedilo in una carta del secolo del mille nel Gloss. Cang. (16. Ott. 1823.)

Alla p. 3694. Conferma la nostra congettura sull’origine del verbo bito o beto, il latino-barbaro rebitare, dove si vede appunto la coniugazione propria de’ continuativi ond’egli sarebbe più regolare dell’antico bitere ec., e può servire a mostrare che questo (ond’esso pur viene, o a cui è affine) sia altresì un continuativo come certo lo è rebitare ec. ec. V. il Gloss. Cang. in revidare, rettificandolo secondo la nostra teoria e osservazioni ec. e con queste confermando la lezione di rebitare (da cui revidare non varia che per pronunzia, propria degli spagnuoli ec. sicchè ben può stare nel latino barbaro), e dilucidando i dubbi ec. E chi sa che bitere o betere ec. [3711] non sia veramente bitare o betare (ma piuttosto quello, sì a causa di rebitare, sì che da batus di bo o bao doveva farsi, secondo la regola, bitare anzi che betare) corrotto dagli scrivani per ignoranza della nostra teoria, e per la stessa cagione non restituito da’ critici ec. Infatti che questi e quelli abbiano esitato su questo verbo, lo dimostra la sua diversa scrittura, bitere, betere, bitire, e il trovarsi in molti codici vivere per bitere (vedi Forc.) ec. ec. Nel Curcul. 1.2.52. bitet può così essere presente congiuntivo di bitare, come futuro indicativo di bitere ec. (16. Ott. 1823.)

Excisare o excissare. V. Forcell. in Excissatus. (16. Ott. 1823.)

A quello che altrove ho detto del verbo cillo a proposito di oscillo parrebbe che si opponesse il verbo percello e procello ec. Ma io, qualunque sia l’origine di questi, non credo abbiano che fare con cillo, stante la differenza (oltre le lett. e ed i) della coniugazione de’ perfetti e supini ec. Ben crederò che percello ec. sia da κέλλω, e così il semplice cello is perduto, ma non già cillo as ec. Quod os CILLENT, idest INCLINENT, praecipitesque [3712] in os FERANTUR. (Fest. ap. Forc. in Cillo). Non è chiaro a un fanciullo che quel cillent è da cillare non da cilleo nè da cillo is? Donde dunque s’ha preso il Forc. quel suo cillo is? Se già non fosse, come io penso, errore di stampa is per as. Quanto a cilleo che sta in Servio (se non v’è errore) ei potrebbe pur esser da cio, fatto come conscribillo da conscribo ec., benchè d’altra coniugazione (cioè della 2. invece della prima) per anomalia, come viso is da video per viso as, e gli altri tali continuativi d’anomala formazione, cioè d’altra coniugazione che della prima, da me in più luoghi accennati, insieme e separatamente. O forse cillEO è da ciEO? (16. Ott. 1823.)

Tutte le qualità e cagioni che producono la grazia nelle persone o portamenti o azioni ec. umane, sono più efficaci, e gli effetti loro più notabili negli osservatori ec. di sesso diverso. I quali concepiscono quella tal grazia per molto maggiore ch’essa medesima non apparisce agli osservatori del sesso stesso. Ma tal differenza d’idee non ha punto che fare colla natura nè della grazia in genere, nè [3713] di quella tale in ispecie. E quel grand’effetto non è della grazia, ma della diversità del sesso aiutata dalla grazia, o viceversa della grazia aiutata ec. in quanto aiutata ec. Tutto ciò dicasi ancora della bellezza ec. (17. Ott. 1823.)

Advento as. N’ho discorso, mi pare, nella mia teoria de’ continuativi. Aggiungo. Qual cosa v’ha mai nel suo significato, che possa, neppure per somiglianza, farlo chiamare frequentativo? quale che non sia continuativa, e che non convenga a questo nome, e lo giustifichi, e ne sia bene dinotata? E con qual altro nome generalmente potrebb’essere indicata quella significazione, se non con quello di continuativo? (17. Ott. 1823.)

Alla p. 3622. L’idea e natura della quale esclude essenzialmente sì quella del piacere che quella del dispiacere, e suppone l’assenza dell’uno e dell’altro; anzi si può dire la importa; giacchè questa doppia assenza è sempre cagione di noia, e posta quella, v’è sempre questa. [3714] Chi dice assenza di piacere e dispiacere, dice noia, non che assolutamente queste due cose sieno tutt’una, ma rispetto alla natura del vivente, in cui l’una senza l’altra (mentre ch’ei sente di vivere) non può assolutamente stare. La noia corre sempre e immediatamente a riempiere tutti i vuoti che lasciano negli animi de’ viventi il piacere e il dispiacere; il vuoto, cioè lo stato d’indifferenza e senza passione, non si dà in esso animo, come non si dava in natura secondo gli antichi. La noia è come l’aria quaggiù, la quale riempie tutti gl’intervalli degli altri oggetti, e corre subito a stare là donde questi si partono, se altri oggetti non gli rimpiazzano. O vogliamo dire che il vuoto stesso dell’animo umano, e l’indifferenza, e la mancanza d’ogni passione, è noia, la quale è pur passione. Or che vuol dire che il vivente, sempre che non gode nè soffre, non può fare che non s’annoi? Vuol dire ch’e’ non può mai fare ch’e’ non desideri la felicità, cioè il piacere e il godimento. Questo [3715] desiderio, quando e’ non è nè soddisfatto, nè dirittamente contrariato dall’opposto del godimento, è noia. La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dir, puro. Questo desiderio è passione. Quindi l’animo del vivente non può mai veramente essere senza passione. Questa passione, quando ella si trova sola, quando altra attualmente non occupa l’animo, è quello che noi chiamiamo noia. La quale è una prova della perpetua continuità di quella passione. Che se ciò non fosse, ella non esisterebbe affatto, non ch’ella si trovasse sempre ove l’altre mancano. (17. Ott. 1823.). V. p.3879.

Alla p. 3700. marg. Che la desinenza ui nel perfetto della 2da, sia stata introdotta nel modo che abbiam detto, mostrasi ancora col considerarla in alcuni verbi della 1a. Della quale niuno dubita che il perfetto regolare e proprio non sia quello in avi. Ma pur parecchi suoi verbi l’hanno in ui: domui, secui, vetui, necui, crepui ec. co’ loro composti enecui, perdomui ec. [43] Or da che è venuta quest’anomalia? Dalla stessa cagione che l’ha introdotta ne’ verbi della 2da, [3716] nella quale ella, per esser più comune assai che nella prima, e più comune che non è ciascuna dell’altre desinenze, non si chiama anomalia, anzi regola; e piuttosto chiamasi anomalia quella in evi perchè divenuta più rara, e una di quell’altre meno comuni. Ma parlando esattamente e guardando all’origine, quella in ui è anomalia o alterazione nella seconda non meno che nella prima, e quella in evi è così regolare nella 2. come nella prima quella in avi. E più comune si è la desinenza in ui nella seconda che nella prima, perchè l’ommissione della vocale, da cui essa deriva, era ed è più facile e naturale circa la e che circa la a, lettera più vasta, per servirmi dell’espressione di Cicerone in altro proposito (Orat. c. 45. circa l’x.). Del resto, come parecchi della seconda hanno il perfetto così in evi come in ui, qualunque de’ due sia più comune, così tutti o quasi tutti quelli della 1. che l’hanno in ui, conservano pur quello in avi, o che questo sia in essi il più usitato, o viceversa. [3717] E tutti altresì, se non erro, hanno il supino in itum, come quelli della seconda ch’hanno il perfetto in ui (mentre quelli che l’hanno in evi conservano altresì il vero supino in etum, credo, tutti); ovvero in ctum contratto da citum (nectum, sectum ec.) come appunto lo sogliono avere quelli della seconda che hanno il perfetto in ui, come docui-doctum contratto da docitum. [44] Plico as (v. Forc.) plicatus. Adplico, explico ec. avi atum, ui itum. Frico as ui ctum, fricatum. Perfrico ec. Sono as avi atum, ui, sonitus us. V. p. 3868. Mico as ui, micatus us. Emico as ui, emicatio, emicatim. Ma molti di que’ della 1. che hanno il supino in itum, conservano altresì, come il vero perfetto in avi, così il vero supino in atum (o il participio in atus o in aturus ec. ch’è tutt’uno, e lo dimostra) più o meno usitato di quello in itum, non altrimenti che alcuni della seconda conservino forse accanto del supino in etum il vero in etum. Dico, forse, perchè ora non me ne soccorre esempio. (17. Ott. 1823.)

Alla p. 2980. Immaginazione continuamente fresca ed operante si richiede a poter saisir i rapporti, le affinità, le somiglianze ec. ec. o vere, o apparenti, poetiche ec. degli oggetti e delle cose tra loro, o a scoprire questi rapporti, o ad [3718] inventarli ec. cose che bisogna continuamente fare volendo parlar metaforico e figurato, e che queste metafore e figure e questo parlare abbiano del nuovo e originale e del proprio dell’autore. Lascio le similitudini: una metafora nuova che si contenga pure in una parola sola, ha bisogno dell’immaginazione e invenzione che ho detto. Or di queste metafore e figure ec. ne dev’esser composto tutto lo stile e tutta l’espressione de’ concetti del poeta. Continua immaginazione, sempre viva, sempre rappresentante le cose agli occhi del poeta, e mostrantegliele come presenti, si richiede a poter significare le cose o le azioni o le idee ec. per mezzo di una o due circostanze o qualità o parti di esse le più minute, le più sfuggevoli, le meno notate, le meno solite ad essere espresse dagli altri poeti, o ad esser prese per rappresentare tutta l’immagine, le più efficaci ed atte o per se, per questa stessa novità o insolitezza di esser notate o espresse, o della loro [3719] applicazione ed uso ec., le più atte dico a significar l’idea da esprimersi, a rappresentarla al vivo, a destarla con efficacia ec. Tali sono assai spesso le espressioni, o vogliamo dire i mezzi d’espressione, e il modo di rappresentar le cose e destar le immagini ec. nuove o novamente, e per virtù della novità del modo ec. ec. usati da Virgilio, e massime, anzi peculiarmente, e come caratteristici del suo stile e poesia, da Dante ec. ec. Tutte queste cose si richiedono in uno stile come quel di Virgilio (e più o meno negli altri: ma quel di Virgilio, in quanto stile, è precisamente il più poetico di quanti si conoscono, e forse il non plus ultra della poetichità); e questi infatti sono i mezzi ch’egli adopera e gli effetti ch’egli consegue. Or non si possono adoperar tali mezzi, nè produr tali effetti (che con altri mezzi, nello stile, non si ottengono) senza una continua e non mai interrotta azione, vivacità e freschezza d’immaginazione. E sempre ch’essa langue, langue lo stile, sia pure immaginosissima e poetichissima l’invenzione e la qualità delle cose in esso trattate ed espresse. Poetiche saranno le cose, lo stile no; e peggiore sarà l’effetto, che se quelle ancora fossero impoetiche; per il contrasto e sconvenienza ec. che sarà tanto maggiore quanto quelle e l’invenzione ec. saranno più immaginose e poetiche. [3720] Del resto è da vedere la p. 3388-9. (17. Ott. 1823.)

Alla p. 3546. I detti effetti accadono in un gran letterato, in un gran filosofo, in un gran poeta, in un gran professore di qualsivoglia o letteratura o arte o scienza o abilità ec. verso quelli che si arrogano quella medesima arte, e la professano. ec. Severissimi, disprezzantissimi, intollerantissimi a principio, non per superbia (anzi questi tali sono sempre modestissimi) ma per non trovar niuno che non sia indegnissimo di stima per se, o che meriti più che pochissimo nella sua professione; e disprezzanti nel cuor loro, piuttosto ch’esternamente; a poco a poco persuadendosi che insomma non v’è di meglio di coloro ch’ei disprezzava, dalla mancanza de’ veramente stimabili piglia argomento e in ultimo abitudine di tollerare il niun merito, e di stimare e lodare il piccolissimo, e di celebrare e fino ammirare il mediocre (non per se ma per la sua rarità, finalmente conosciuta, e conosciuta per universale) e insomma di contentarsi del poco e pochissimo, e di dare alle cose non il [3721] peso assoluto ma il peso relativo che meritano. Sicchè gli si viene a fare ben raro il caso nel quale ei possa e sappia totalmente disprezzare. Passo più oltre, e dico che l’essere disprezzante, non curante, severissimo, esigente, incontentabile, intollerante ec. o verso gli uomini in genere, o verso quelli della propria professione, è segno certo, vista la qualità del mondo, o d’inesperienza, e poca o niuna cognizione e pratica degli uomini, o di poco talento, che dall’esperienza non è persuaso e non ne cava il profitto e le conseguenze che deve, e non sa mai da pochi particolari generalizzare, ma per ciascun particolare che gli occorre nella vita ha bisogno di nuova ed apposita esperienza, ch’è il caso, la proprietà e il distintivo degli uomini di poco ingegno; o finalmente è segno di poco o niun valore sia in genere, sia nella sua professione, perchè sempre chi poco vale, non potendo giustamente estimar se stesso nè gli altri, è superbo verso se, e verso gli altri disprezzante. Laddove chi molto vale, ben potendo intendere ed estimare il suo valore e l’altrui, sia in genere sia nella sua professione, e compararlo [3722] ec. può giustamente dispensare e dispensa, almeno nel suo interno, tanto a se stesso quanto agli altri, il grado di stima o assoluta o almen rispettiva, che a ciascun si conviene, e si mette al disopra o al disotto degli altri, e questi al disopra gli uni degli altri, secondo il merito rispettivo ec. (17-18. Ott. 1823.)

Alle cose da me dette nella teoria de’ continuativi (sul principio) ed altrove, circa il verbo exspectare ec. aggiungi il franc. guetter che propriamente vuol dire osservare ec. e per metafora aspettare ec. (18. Ott. 1823.)

Participii in us de’ verbi attivi in senso attivo, ovvero neutro, o attivo intransitivo. Desperatus. Corn. Nep. in Attico c. 8. lin. ult. Dove pare che desperatus sia qui desperavit. [45] (18. Ott. 1823.)

Radice monosillaba di dico. Carisio e il Vossio credono che il genitivo dicis non venga da δίκη, ma da un dix, e spetti a dico ec. [3723] Probabilmente essi vorranno che dix venga da dico, ma sarebbe il contrario, come nella teoria de’ continuativi s’è detto di lex, rex ec. Aggiungi grex monosillabo, significante un’idea primitivissima, e radice di più voci semplici e composte, come congregare ec. Simile dicasi di nubs. V. Forc. (18. Ott. 1823.)

Alla p.3717. Quest’osservazione circa il trovarsi costantemente o quasi costantemente il supino in itum ne’ verbi della 1. e della 2. ch’hanno il perfetto in ui, ancorchè e quel supino e quel perfetto ne’ verbi della 1. senza controversia, e ne’ verbi della 2. giusta le nostre osservazioni, sieno anomali ec.; par che dimostri una corrispondenza, una dipendenza che passasse nella lingua latina fra il perfetto e il supino (come fra il perfetto e i tempi che è già noto formarsi da questo, fra’ quali niuno, ch’io sappia, ha mai ancora contato il supino); e che la formazione del supino seguisse e fosse determinata e modificata dalla forma del perfetto, e che in somma anche il supino nascesse in qualche modo dal perfetto, come assolutamente, in tutto, e senza controversia ne nasce il più che perfetto, il futuro dell’ottativo ec. ec. Questo sospetto si potrebbe anche, [3724] cred’io, confermare con molte altre osservazioni P.e. juvo as fa il perfetto iuvi, contratto da iuvavi o per evitare quel doppio v, [46] o per effetto della pronunzia accelerata e confondente que’ due v insieme: confusione e accelerazione passata poi in regola, onde venne iuvi solo perfetto di iuvo, e con un v solo e semplice. Perfetto che viene a essere anomalo, ma anomalia di cui ben si conosce l’origine e la cagione. Ora nel supino iuvo ha iutum per iuvatum. Participio anomalo, della cui anomalia non si conosce origine nè cagione, se non dicendo ch’egli è formato dal perfetto, il quale essendo iuvi, ne vien di ragione iutum, così bene come da iuvavi verrebbe iuvatum. V. Forcell. in Juvo fine. Si potrebbe però dire che iutum è fatto da iuvatum per evitare quel doppio u, benchè l’uno consonante l’altro vocale, e per sincope ed elisione dell’a, e per effetto di pronunzia ec. E certo non si può negare, perchè dà negli occhi, che qui il supino corrisponde al perfetto (e così in tutti i composti di iuvo; adiuvi, adiutum ec. ec.), e stolto sarebbe l’attribuire questa corrispondenza al caso, e il non volere, come sembra evidente, che l’anomalia del supino della quale non si vede ragione, venga [3725] da quella del perfetto la cui ragion si vede, e comparato col qual perfetto, e in ragione di lui, esso supino non è anomalo ec. ec. e il voler piuttosto che l’anomalia del supino sia casuale ec. (18. Ott. 1823.). V. p. 3732.

Alla p. 3687. Quando però n’hanno alcuno. Giacchè grandissima e forse la maggior parte de’ verbi in sco, non hanno nè perfetto nè supino alcuno, e niuno gliene attribuiscono i grammatici. Altra prova che niun di loro abbia perfetto nè supino proprio. Voglio dire che niun l’abbia oggidì, e avendolo, non sia il proprio. Giacchè anticamente l’ebbero, e proprio, ma diverso da quel che hanno oggi (se l’hanno), e diverso da quel che conviene o converrebbe a’ lor verbi originali, e da quel d’essi verbi (se esistono ed hanno perfetto e supino), e regolare ec. come s’è dimostrato con noscitus, nascitus ec. p. 3690. 3692. 3758. Siccome pur n’è una gran prova, che tutti i verbi in sco i cui originali si conoscono, se hanno perfetto e supino (o l’un de’ due solamente come spesso accade) che per significato sia loro, o che da’ grammatici lor venga attribuito, questo perfetto e questo supino non è mai, quanto alla material forma, diverso nè altro da quello de’ detti originali, di qualunque coniugazione si sieno questi ultimi. La quale osservazione conferma l’altra parte della mia proposizione (anzi la dimostra, si può dire, affatto), cioè che tutti i perfetti e supini dei verbi in sco che gli hanno, [3726] o a’ quali i grammatici n’attribuiscono, sieno tolti in prestito da’ verbi originali (ne’ quali essi sarebbero o sono regolari ec. laddove in essi nol sono), noti o ignoti che sieno questi verbi. Giacchè da quello che accade universalmente sempre che i verbi originali son noti, ben si argomenta quello che dovette accadere quando e’ sono ignoti, e che benchè ignoti oggidì, esistessero una volta ec. Perchè insomma i verbi in sco o non hanno perfetto nè supino alcuno, o tale che ad essi grammaticalmente non conviene, ma ben converrebbe a un verbo loro originale, e se questo verbo si trova, il perfetto o supino del verbo in sco (che ne abbia) è sempre materialmente lo stesso.

Del resto per verbo originale intendo un tema non in sco che abbia dato origine al verbo in sco o immediatamente o mediatamente. P.e. trovandosi il verbo reminiscor non è bisogno supporre l’originale remeno immediato: basta il mediato meno, di cui già s’ha notizia più particolare, anzi degli avanzi. [3727] Trovandosi dignosco, non è bisogno supporre il verbo originale immediato dignoo o digno: basta il mediato no o noo o gnoo; ovvero il verbo nosco che da lui nasce, dal quale senz’altro potè per composizione esser fatto il verbo dignosco e cognosco ec. ec. (p. 3709.) e probabilmente così fu. (18. Ott. 1823.)

Alla p. 3695. E quanto a nosco, non solamente ne’ suoi composti, ma eziandio nel semplice si trova il g. V. Forcell. in gnosco, gnobilis ec. Del resto il vedere che questo g protatico è d’uso non men proprio latino che greco, servirà di risposta a chi dal trovarlo nel semplice e ne’ composti di nosco, come nel greco γνόω e γιγνώσκω ec., volesse dedurre che nosco deve essere immediatamente di origine greca, e fatto da νοΐσκω ec. contro il detto a p. 3688. Qual sia poi l’origine in generale dell’uso del g protatico appo i latini, o venuto dagli Eoli, o da un fonte comune a questi e a quelli ec. nulla importa al nostro caso. E ben poterono i latini antichi per un uso ricevuto dagli [3728] Eoli, e quindi d’origine greca, preporre (o interporre) il g a voci d’altronde non per tanto affatto latine, o vogliamo dire non greche, come si vede infatti che fecero in adgnascor ec. (la qual voce nascor si dimostra anche affatto propria latina per le cose dette a p. 3688-9. nello stesso modo che nosco) ec. ec. (18. Ott. 1823.). V. p.3754.

Alla p. 3390. Anche ne’ nostri più antichi, cioè ne’ trecentisti e così in que’ del 500 che più gl’imitano, o in quanto egli adoprano le voci antiquate (come spesso il Davanzati e altri assai), e fors’anche ne’ ducentisti si trovano moltissime parole spagnuole, oggi fra noi disusate affatto, o rare più o meno, e tra gli spagnuoli ancora correnti e usuali, o ancor fresche più o meno; le quali anche chi sa spagnuolo e italiano, non sa che sieno o sieno state comuni ad ambe le lingue, e trovandole ne’ nostri antichi se ne maraviglia, perchè son prettissime spagnuole. Queste o furon tolte dallo spagnuolo (forse per mezzo de’ provenzali ch’ebbero [3729] a fare coi catalani, ec. e ne presero e dieder loro voci e modi e poesia e stile e metri ec. ec.: v. Andres); o forse più probabilmente vengono dalla comun fonte d’ambo gl’idiomi, o ciò fosse il latin volgare, o qualchessia altra delle tante secondarie che diedero de’ vocaboli alle nostre lingue, potendo essere che da una di queste le ricevesse sì l’Italia, come la Spagna indipendentemente l’una dall’altra. P.e. da’ provenzali ec. ec. Del resto lo stesso ci accade di vedere ne’ nostri antichi rispetto alle parole e frasi francesi ec. Ma quanto a queste le cagioni parte son note, parte l’ha spiegate Perticari nell’Apologia. V. p. 3771. e già fur propri italiani (senza esser punto presi dalla Spagna), indi passarono in disuso, mentre in Ispagna si conservano ancora: e chi sa che questa non li ricevesse originariamente dalla lingua italiana. Come che sia, tali voci (o frasi ec.) appo i nostri antichi non hanno punto del forestiero, se non per chi sappia che or sono spagnuole, e sia avvezzo a sentirle, leggerle, parlarle nello spagnuolo, e di là le creda venute ec. ma per se stesse hanno tutta l’aria naturale.

Molte ancora delle voci, frasi ec. spagnuole che si trovano ne’ cinquecentisti (e anche secentisti) italiani, ed ora son fuor d’uso, è probabilissimo che nè allora fossero antiquate e prese da autori del 300 ec. ma usitate ancora (il che è facile a vedere, se ne’ trecentisti non si trovano, i quali erano forse meno [3730] studiati, (fuor de’ tre grandi) e certo in assai minor numero noti ed editi, che oggidì, sicchè gli scrittori del 500 o 600 non potessero conoscerne quello che noi non ne conosciamo, anzi assai meno di noi); nè fossero prese dallo spagnuolo, ma proprie e native italiane, benchè alle spagnuole conformi affatto, ed oggi antiquate tra noi e non nello spagnuolo.

Del resto gli spagnuoli ancora, massime nel 500 e 600, pigliarono dall’italiano moltissime voci e frasi ec., sì gli scrittori, sì l’uso del favellare spagnuolo (pel commercio scambievole sì delle due letterature sì delle due nazioni e insomma per le cause medesime che introdussero tanto spagnuolo nell’italiano). Or queste voci e frasi italiane stettero e in grandissima parte stanno ancora nello spagnuolo così naturalmente che nulla hanno del forestiero per se, e per chi non sappia che tali sono; e non parvero nè paiono (agli spagnuoli nè agl’italiani nè agli altri) adottive (com’erano e sono) ma naturali, secondo l’espressione dello Speroni in altro proposito (Diall. p.115.). [3731] (Non altrimenti che accadde e accade nell’italiano alle voci e frasi spagnuole sì per rispetto a noi, sì agli spagnuoli sì agli altri). Il che si applichi allo scopo del pensiero a cui il presente si riferisce. (18. Ott. 1823.)

Alla p. 3704. E se ne sa l’origine, perocchè cretus è metatesi di certus (che ancor rimane in aggettivo, ed anche in certo senso di participio, e come participio ha prodotto il verbo certare di cui altrove ec.), contrazione di cernitus. (19. Ott. 1823.)

Scambio tra il v e il g ec. Trève-tregua. (19. Ott. 1823.)

Laxus, onde laxare, lassare, lasciare, lasser ec. è un di quelli aggettivi, che come ho detto nella mia teoria de’ continuativi, mi sanno di participio di verbi ignoti, o non noti come padri di tali aggettivi ec. e laxare mi sa pur di continuativo per origine ec. V. Forc. ec. (19. Ott. 1823.)

Alla p. 3708, marg. Lavitum è dimostrato dal verbo lavito. Così fautum è contrazione di favitum dimostrato (se bisognasse) da favitor ec. Ma il detto [3732] scambio tra il v e l’u è dimostrato piucchè mai chiaramente da tutti o quasi tutti i verbi (ec.) composti di lavo, in cui lavo diventa luo. Contrazione la qual conferma mirabilmente e pienamente quella ch’io ho supposta ne’ perfetti in ui della seconda e massime della prima. P.e. domui è da domavi nello stessissimo modo che abluo per ablavo, soppressa la a e volto il v in u. Del resto pluit ebat ha il perfetto pluit ed anche pluvit per evitar l’iato, come a p. 3706. Exuo is ui utum. Ruo is ui utum contrazione di ruitum, che anche esiste: prova delle mie asserzioni. V. Forc. in Ruo e composti. Fruor, itus e ctus sum, ma fruitus è più usato, e così fruiturus ec. Luo is ui luitum dimostrato da luiturus. Anche si disse o scrisse luvi. V. Forc. in luo, verso il fine. Fluo is fluxi, fluctum, fluxum e fluitum dimostrato da fluito e da fluitans. Tribuo, Minuo, Statuo, Induo, Arduo, Acuo, Annuo, Innuo ec., Imbuo ec. ui utum, co’ loro composti, e così con quelli di Sino ec. In tutti questi supino l’i è stato mangiato per evitar l’iato, o come in docitum ec. Notisi che laddove l’u in tutti gli altri tempi di questi verbi, compreso il perfetto, è sempre breve. V. p. 3735. (19. Ott. 1823.). Così i composti di fluo ec. Lavito da lavare o da lavere. (19. Ott. 1823.)

Alla p. 3725. Queste osservazioni confermano il mio discorso [47] sull’antico vexus di veho [3733] (fatto da me in proposito di vexare). Ben è ragione che veho abbia vexum poich’egli ha vexi, e poich’il supino corrisponde al perfetto. Viceversa quel discorso conferma grandemente queste osservazioni. Le conferma flexus da flexi, nexus da nexi, e gli altri quivi notati. Le conferma lo stesso vectus, noto, certo e moderno participio di veho, nel qual vectus, donde viene il c, che niente ha che fare con questo tema, se non dal perfetto vecsi? Così dite di victus per vivitus (vedi la p. 3710.), dove il cq viene da vixi che sta pel regolare vivi. Così in mille altri di questo genere. Fluo ha fluxi; dunque fluxum; ed anche fluctum antichissimo (v. Forc. in fluo fine), onde anche oggi fluctus us, fluctuare ec. (E così appunto è vectus per vexus). Ma il suo regolare perfetto sarebbe flui: or dunque egli ebbe pur fluitum dimostrato da fluito e fluitans ec. Così per diversi perfetti, diversi corrispondenti supini si troveranno, cred’io, in molti verbi. Ai perfetti in xi corrisponde egualmente il supino in xum e [3734] quello in ctum. L’uno e l’altro si troverà insieme in non pochi verbi che abbiano il perfetto in xi (negli altri nol saprei ora dire). Forse o da xi direttamente, o poscia da xum, si disse ctum per accostarsi alla desinenza regolare de’ supini che dovrebb’essere universalmente in tum. Forse xum fu corruzione di ctum, o viceversa, e xum fu il vero e primo supino de’ verbi che fecero il perfetto in xi ec. Insomma quale di questi due, xum e ctum, sia più antico, non lo so. Forse ambo sono una cosa stessa (benchè non sempre si conservino ambedue, o forse non sempre sieno stati messi in uso ambedue), diversi solo per accidente di pronunzia ec. ec. Ciò si applichi al mio discorso sopra vexus, avendosi già vectus ec. V. p. 3745. Iubeo ha iussi, anomalo per iubevi iubesi: dunque il suo supino è iussum, e niun altro, benchè anomalo anch’esso. Così infiniti: e la corrispondenza fra il perfetto e il supino, e la formazione e dipendenza di questo da quello, almeno il più delle volte, ancorchè quello sia anomalo, ancorchè moltiplice, ancorchè forse talvolta perduto affatto, restando il supino, o perduto quel tal perfetto restandone un altro o più d’uno, non corrispondente al supino o ai supini ec. ec.; [48] tal corrispondenza, dico, è evidente e fuor di controversia. (19. Ott. 1823.).

[3735] Alla p.3732. marg. - (fuorchè ne’ perfetti di luo ec. V. Forc. luo: fui da fuo è breve), ne’ supini in utum è sempre lungo (dico l’u radicale), fuorchè ne’ composti di ruo; dico ne’ composti, ma in ruo no. (V. Forc. in ruo fin. e in Ruta caesa). Anche l’antico futum di fuo (per fuitum) dovette aver la prima breve, come l’ha futurus che da esso viene, e che sta per fuiturus. Vedi la pag. 3742. Il che par che dimostri che quell’u radicale in utum tien luogo di due vocali (ui); altrimenti non avrebbe alcuna ragione di esser lungo quivi, e in tutto il resto del verbo, breve. E infatti se il supino si conserva primitivo e non contratto, cioè desinente in uitus, l’u è breve non men che l’i, come in ruitus (Aeg. Parnas.) e in fluito, fluitans ec. (20. Ott. 1823.)

Che fino ad ora sia stata poco bene osservata la formazione costante de’ continuativi e frequentativi da’ participii o supini, me lo persuade fra gli altri il vedere che Forcell. da fluctus us ec. deduce l’inusitato supino fluctum di fluo (v. Fluo fin.), ma dal verbo fluito (ch’e’ pur chiama frequentativo di fluo) non si avvisa punto di dedurne l’inusitato fluitum, che n’è evidentemente dimostrato. Sebbene il medesimo non lascia in parecchi continuativi o frequentivi di ammonire ch’e’ son fatti dal supino de’ rispettivi verbi originali. (20. Ott. 1823.)

[3736] Alla p. 3734. fine. Per es. fusum di fundo potrebbe mostrare un antico perfetto fusi. Fluitus di fluo un antico perfetto flui che sarebbe il regolare e corrispondente agli altri notati p. 3706. 3732. ec. E così, osservata la corrispondenza tra i perfetti e i supini in latino, tanto ci possiamo servire de’ perfetti noti a dimostrare o congetturare i supini ignoti, (come abbiam fatto p. 3733.) quanto viceversa ec. (massime quando i supini noti sieno regolari ec. e i perfetti noti nol sieno, o viceversa ec.). Anzi tanto meglio da’ supini si conghiettureranno i perfetti, quanto che quelli derivano da questi, ma non questi da quelli. Onde dati i supini par necessario supporre i perfetti; ma non v’è tanta necessità nel caso inverso. (20. Ott. 1823.).

Participii in us di verbi attivi o neutri, in senso attivo intransitivo, o attivo transitivo, o neutro ec. Si esaminino gli esempi d’Indutus e di Exutus nel Forc. paragonandoli con quelli di Exuo, Induo, e anche coll’uso italiano antico ed elegante moderno delle voci Spogliare, Vestire, Spogliato (o Spoglio), Vestito ec. (20. Ott. 1823.)

[3737] Altrove ho detto che non si dà reminiscenza senza attenzione, e che dove non fu attenzione veruna, di quello è impossibile che resti o torni ricordanza. L’attenzione può esser maggiore o minore e secondo la memoria (naturale o acquisita) della persona, e secondo la maggiore o minore durevolezza e vivacità della ricordanza che ne segue. Può essere anche menoma, ma se una ricordanza qualunque ha pur luogo, certo è che una qualunque attenzione la precedette. Può essere eziandio che l’uomo non si avvegga, non creda, non si ricordi di aver fatta attenzione alcuna a quella tal cosa ond’e’ si ricorda, ma in tal caso, che non è raro, e’ s’inganna. Forse l’attenzione non fu volontaria, fors’ella fu anche contro la volontà, ma ella non fu perciò meno attenzione. Se quella tal cosa lo colpì, lo fermò, anche momentaneamente, anche leggerissimamente, anche decisamente contro sua voglia, ancorch’ei ne distogliesse subito l’animo; ciò basta, l’attenzione vi fu, l’averlo colpito non è altro che averlo fatto attendere, comunque pochissimo e per pochissimo, comunque obbligandovelo mal grado suo. (20. Ott. 1823.)

[3738] Alla p. 3409. Similmente la lettura di que’ nostri classici (e son quasi tutti) che hanno arricchita la lingua col derivar prudentemente vocaboli e modi dal latino, dal greco, dallo spagnuolo o donde che sia, ci giova sommamente ad arricchirci nella lingua, non in quanto noi con tale lettura apprendiamo que’ vocaboli e modi come usati da quegli scrittori, e perciò come usabili da noi ancora, per esser quegli scrittori, autentici in fatto di lingua; chè questa sarebbe maniera di utilità pedantesca, e nel vero se quei vocaboli e modi riuscissero nell’italiano latinismi e spagnolismi ec. non dovremmo imitar quelli che gli usarono, benchè classici ed autentici scrittori, nè l’autorità loro ci gioverebbe presso i sani, quando noi volessimo usar di nuovo quelle voci e quei modi. Ma detta lettura ci giova in quanto ella ci ammonisce per l’esperienza presente che ne veggiamo negli scrittori, la lingua italiana esser capacissima di quelle voci e maniere; perocchè noi veggiamo sotto gli occhi, che sebben forestiere di origine, elle [3739] stanno in quelle scritture come native del nostro suolo, ed hanno un abito tale che non si distinguono dalle italiane native di fatto, e vi riescono come proprie della lingua, e così sono italiane di potenza, come l’altre lo sono di fatto, onde il renderle italiane di fatto non dipende che da chi voglia e sappia usarle; e per esperienza veggiamo che quegli scrittori, trasportandole nell’italiano, le hanno benissimo potute rendere, e le hanno effettivamente rese, italiane di fatto, come lo erano in potenza, e come lo sono l’altre italiane natie. Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benchè sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancora stati resi tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; chè ciò a’ soli pedanti dee far differenza, e soli [3740] essi ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l’esempio di scrittori d’autorità; siccome essi soli ponno concedere e lodare che mille e mille vocaboli e modi niente italiani per potenza, (qualunque sia la loro origine), pur si usino, perchè usati da scrittori classici che infelicemente li derivarono d’altronde, o dalle italiane voci e maniere, o li inventarono. Questi mai non furono nè saranno veramente italiani di fatto (se non quando l’uso e l’assuefazione appoco appoco li rendesse tali ancor per potenza); quelli per solo accidente sono nati in Francia o in Ispagna o in Grecia ec. piuttosto che in Italia, ma per propria loro natura non sono manco italiani che spagnuoli ec. nè manco italiani di quelli che nacquero in Italia (e di quelli che dall’Italia altrove passarono), e forse talora ancor più di alcuni di questi, che per solo accidente nacquero tra noi. Siccome per solo accidente e contro la lor natura vennero tra noi que’ vocaboli [3741] e modi che nell’italiano son latinismi o francesismi ec., o che i classici scrittori, o che i mediocri, o che i cattivi, o che la corrotta favella gli abbia introdotti e usati, chè queste differenze altresì sono affatto accidentali, e nulle per la ragione. (20. Ott. 1823.) Della bassa opinione in cui fino nel 500 era tenuta la lingua italiana (detta allora, quasi per disprezzo, volgare) e la sua capacità e nobiltà e degnità ed efficacia e ricchezza e potenza e possibilità di crescere ec. e il suo stato d’allora (ch’era pur certo assai più potente ed efficace e forte ed espressivo e ricco e nobile e capace ed idoneo, che non fu prima nè poscia e non è oggi, dopo sì lungo tempo e tanto accrescimento del numero e varietà degli scrittori che la trattarono, e delle materie che vi si trattarono, e delle idee che vi furono e sono, tuttodì in maggior copia e varietà, significate, non solo rispetto a letteratura, ma a filosofia e politica, e maneggi e trattati civili, e storie, ed arti e scienze d’ogni maniera; onde questa lingua in quel tempo fu meno stimata in ch’ella più valse per ogni verso che in qualsivoglia altra età e ch’ella sia forse mai per valere), vedi il Dialogo delle Lingue dello Speroni, tutto, ma particolarmente dal principio del Discorso tra il Lascari e il Peretto, sino al fine del Dialogo. (20. Ott. 1823.)

[3742] Mutolo, quasi mutulus, per muto; diminutivo positivato, restando anche il positivo. Quindi ammutolire ec. per ammutire ec. che pur si ha. (20. Ott. 1823.)

Il supino futum dell’antico fuo, onde futare ec. come altrove, è dimostrato eziandio chiaramente dal participio futurus. Sicchè non si dubiti che futare non venisse da futum supino di fuo come tutti gli altri continuativi benchè oggi non si trovi supino alcuno del difettivo fum, di cui il difettivo fuo è ausiliare o suppletorio ec. ma non già il medesimo in origine ec. (21. Ott. 1823.)

Altrove ho detto che l’antico participio di sum, desinenza attiva, vi fu, e non fu ens ma sens. Non si creda che potens possa provare il contrario. Questa voce anch’essa contiene il detto participio, ma detrattane la s, come l’f in potui ec. ch’è fatto da potis o pote e fui nientemeno che possum da potis e sum, e potens da potis e sens. Del resto è ben vero che, come possum non potum, così si avrebbe avuto a dire possens anzi che potens.

[3743] Or che diremo che in tutte tre le lingue figlie si conserva quella verissima pronunzia e forma di potens? Noi diciamo potente e possente, ma questo è più proprio antico, perchè ora non sarebbe della prosa (se non in qualche caso ec.) bensì del verso. E questa antichità fa tanto meglio al caso nostro. Simile si dica di possanza e potenza, possentemente, onnipossente ec. E notisi che non è per niente il costume della lingua o pronunzia di veruna parte d’Italia il mutare in due ss il t, sia nelle parole italiane, sia da principio nella formazione di nostra lingua, rispetto alle voci latine ec. Insomma mai in nessun tempo noi non avemmo quest’uso, e però bisogna riferire in questo caso la detta mutazione da potens a possente, ad altra cagione, perch’ella non è delle solite, anzi affatto insolita ec. Qual cagione dunque? Ch’ella non è mutazione ma vera pronunzia antica latina, anteriore ancora a quella di potens. Perocch’ella è più regolare, e ci fu trasmessa dal volgo, il quale certo non la usò per parlar più regolare delle [3744] persone colte, nè per correggere la falsa pronunzia de’ più antichi, ma anzi per conservar l’uso più antico. I francesi hanno solamente puissant cioè possens, e non potens. Così puissance cioè possentia solamente, e non potentia; tout-puissant, puissamment ec. Gli spagnuoli non hanno il participio di posse, [49] nè in senso di aggettivo, come i francesi e noi, nè in quello di participio, come noi talvolta (esser potente di fare una cosa ec. Speroni spesso), ma hanno pujanza cioè possentia, mutati i due ss nell’aspirata, come è loro ordinario. Nè i francesi nè gli spagnuoli sono punto soliti di mutare il t in due ss o nell’aspirata ec. come ho detto degl’italiani. Del resto anche potens serve a mostrar l’esistenza antica del participio attivo di sum ec. (21. Ott. 1823.)

Il v non è che aspirazione nell’antico latino ec.: sta in vece dello spirito nelle parole tolte dal greco, e non pur dell’aspro ma del lene ec. come nella mia teoria de’ continuativi Paphlagonia insignis Roco HENETO, a quo, ut Cornelius [3745] Nepos perhibet, Paphlagones in Italiam transvecti, mox VENETI sunt nominati. Solin. c. 44. ed. Salmas. 46. al., Plin. l.6. c.2. V. Menag. ad Laert. II. segm.113, e notate che ivi il greco ᾽Ε νετὸς è sempre collo spirito lene, benchè nell’addotto luogo si scriva Heneto. V. anche Cellar. ec. Del resto quelle mie osservazioni potrebbero confermare questa etimologia e questa storia. (21. Ott. 1823.). V. Forc. in Veneti e in Velia.

Alla p. 3734. marg. Qua spetta futum e fusum da fundo, confutum e confusum, ec. come altrove in proposito di confuto; e conferma queste osservazioni, e da queste può esser confermata notabilmente la derivazione di confuto da fundo o confundo e l’esistenza di un antico confutum o futum ec. di che altrove in più luoghi. (21. Ott. 1823.)

Il piacere è sempre passato o futuro, e non mai presente, nel modo stesso che la felicità è sempre altrui e non mai di nessuno, o sempre condizionata e non mai assoluta: e così è impossibile che altri dica con pieno sentimento di vero [3746] dire, e con piena sincerità e persuasione, io provo un piacere, ancorchè menomo, quantunque tutti dicono io n’ho provato e proverò; quanto è impossibile che alcun dica di cuore io son felice, o Beato me, quando però tutti dicono beato il tale o il tal altro, e io sarei

felice se mi trovassi tale o tale, e beato me se ottenessi tale o tal cosa, e se fosse questo o questo. E le cagioni per cui sono impossibili parimente le due cose sopraddette, sono appresso a poco le stesse. E come il non esser niuno che dica me beato, dimostra che tutti s’ingannano quelli che dicono beato te o lui, e io sarei beato in tale o tal caso (e tutti gli uomini così parlano e parleranno sempre e di cuore); così il non esser chi dica di vero animo io provo piacere presentemente, dimostra che niuno provò nè proverà mai piacere alcuno, benchè tutti si pensino e moltissimi affermino con sentimento di verità, di averne provato e di averne a provare. (21. Ott. 1823.)

 

Note

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[1] V. p. 3571.

[2] Di un’altra qualità che sommamente contribuisce allo stesso effetto vedi le pagg. 3564-8.

[3] P. 3074 segg.

[4] γεύω propriam. è gustare facio. Trovasi però in Erodoto p. gusto ch’è (o dicesi da’ Lessicografi) il proprio γεύομαι. Così ἵζω e ἱζάνω co’ composti loro, che propriam. sono attivi, e valgono sedere facio ec. s’usano a ogni tratto in senso neutro, p. sedere ec. che è proprio de’ loro passivi. E così, credo, avviene in altri tali verbi. Onde guo in lat. potè bene essere propriam. gusto neut.

[5] Puoi vedere la p. 2814-5. e 3715-7.

[6] Manuarius, Manuatus sum (da manuo o manuor), Mortualia, Mortuarius, Mortuosus, Flexuosus, Flexuose. Portuosus, saltuosus, flatoso.

[7] Anche ne’ nostri antichi scrittori questo uso di sperare ec. non sembra esser che volgare.

[8] Altrettanto dicasi del greco, lat. spagn. franc. antico nelle quali lingue altresì sperare ec. non istà mai propriam. per temere, come dicono, ancorchè sia detto di male, ma solo p. aspettare. V. Forcell. in Spero.

[9] V. p. 3818.

[10] È naturale agli organi degli spagn. di non amare la pronunzia del t, onde nelle voci venute dal lat. spessissimo lo mutano in d ch’è più dolce (come fanno anche gl’italiani in alcuni luoghi intorno alle voci italiane), spessissimo lo tralasciano, come in questo nostro caso fanno, in parte anche gl’ital. e i franc.

[11] Sicchè amamos p. amamus non si dee neppure chiamar mutazione quanto allo spagnuolo, non essendo stata fatta da esso ma nel latino medesimo, anzi non essendo stata neppur in latino altro che un accidente, una qualità, una maniera di pronunzia. Insomma amamos è latino; e lo spagn. in questa voce è puro (ed antico e non men che moderno) latino conservato nel lat. volgare. ec.

[12] V. p. 3638.

[13] Divenire-diventare fa a questo proposito.

[14] Dicono i precettisti che le persone d’ugual merito possano esser più, purchè l’interesse sia un solo (così ne’ drammi, così nell’epopea ec.). E si pregiano molto di questa distinzione, come acuta e sottile e ben giudiziosa. Ora i due suddetti termini non possono stare insieme.

[15] Certam. l’eccesso della pazienza, massime nella conversazione e nelle tenui relazioni giornaliere degli uomini si può dir che sia odiosa, o certo dispiacevole, o almen dispregevole, e lo spregevole è non solo inamabile, ma quasi odioso, e chi è disprezzato, oltre che non può essere amato nè interessare, difficilmente è senza un certo odio o avversione. La pazienza è di tutte le virtù forse la più odiosa o la meno amabile, e ciò massimamente doveva essere presso gli antichi, e presso noi ancora, quando la consideriamo in personaggi e circostanze antiche, come in Ulisse.

[16] Queste considerazioni hanno tanto maggior forza in favore di Omero, e in favore della nostra opinione che vuol che si segua il suo esempio, quanto che è natura della poesia il seguir la natura, e vizio grandiss. e dannosiss. anzi distruttivo d’ogni buono effetto, e contraddittorio in lei, si è il preferire alla nat. la ragione. La mutata qualità dell’idea dell’Eroe perfetto ne’ poemi posteriori l’Iliade, proviene da quello stesso principio che poi crescendo, ha resa la poesia allegorica, metafisica ec. e corrottala del tutto, e resala non poesia, perchè divenuta seguace onninam. della ragione, il che non può stare colla sua vera essenza, ma solo col discorso misurato e rimato ec. Puoi vedere la p. 2944. sgg.

[17] Minutus a um particip. tanto aggettivato che se n’è fatto anche il diminut. minutulus ec. Quietus. Lautus il quale ha anche variato la significaz. in modo che in questa non si potrebbe mai riconoscere p. partic. ed essa è diversiss. da quella che lautus ancora ha, propria sua, come participio. Certus. V. Forc.

[18] V. p. 3635.

[19] Exerceo, coerceo ec. es ui itum. Mentre che arceo, ch’è il semplice di questi verbi, fa arctum, come si dimostra dall’aggett. arctus, secondo il detto altrove in proposito. placeo-taceo-noceo es ui itum. Perchè nocitum e non docitum? Se non per pura casualità d’uso nel pronunziare?

[20] Fromba e frombola, coi derivati dell’uno e dell’altro. Puoi vedere la p. 3968-9. 3992. capoverso 1.3993. capov. ult. 3994. fin. 4000. fin. - 4001. 4003. pauget empaqueter ec. Noi volgarm. pacco e pacchetto. V. l’Alberti e gli spagnuoli.

[21] Perocchè amor vero cioè che abbia effettivamente per proprio fine l’oggetto amato, o vogliamo dire il suo bene e la sua felicità, non si dà in alcuno essere, neppure in Dio, se non verso lo stesso amante.

[22] Questo suppone lo stato di società ch’io combatto.

[23] V. p. 3811.

[24] V. p. 3725.

[25] V. p. 3696.

[26] V. p. 3703.

[27] V. p. 3708.

[28] Secondo ch’e’ sono neutri o attivi ec. di senso, e così i rispettivi verbi originali ec.

[29] Posco ha poposci, cioè, tolta la duplicazione (ch’è un accidente), posci, regolare, e non povi. Perchè dunque nosco novi? Posco non ha il supino oggidì. Perchè scisco scivi, suesco evi, e non suesci, nosci ec.?

[30] Che novi novisti spetti ad altro verbo che a nosco, provasi e dal suo significato del presente (or perchè ciò s’e’ fosse il proprio perfetto di nosco? il quale ha pure il presente ec.) e dell’imperf. nel piuccheperf. ec.; e dal vedere che i grammatici, sebbene da un lato l’appropriano a nosco, dall’altro lato tutti, antichi e mod.ni lo considerano e chiamano difettivo, come memini, nè più nè meno. Dunque gli suppongono un altro tema, e questo ignoto, come a memini, odi ec.

[31] V. p.e. la definiz. di tremisco nel Forcell.

[32] Vi sono anche molti altri esempi simili di molti generi di verbi che p. negligenza degli scrittori, o per dimenticanza del loro primo destino ec. escono sovente de’ termini del modo e proprietà generali del loro significato ec. ec.

[33] V. Forc. in oleto.

[34] Neo-nevi, flevi ec. ec.

[35] V. p. 3708.

[36] Tutti i nostri perf. in etti sono primitivam. e veram. in ei, quando anche questa desinenza in molti verbi non si possa più usare, e sia divenuta irregolare, perchè posta fuori dall’uso, da quell’altra benchè corrotta e irregolare in origine, come appunto lo fu evi introdotta p. evitar l’iato, come etti. E qui ancora si osservi la conservaz. dell’antichissimo e vero uso fatta dal volgar latino sempre, sino a trasmettere a noi i perf. della 2.a in ei. Puoi vedere la p. 3820.

[37] Impleo (compleo ec.) - deleo (v. la p. 3702) es evi etum. Perchè dunque p.e. dolui e non dolevi? come delevi che v’è sola lettera di svario. Perchè dolitum e non doletum? O se dolui, perchè delevi e non delui? (v’ha però forse abolui, ed anche adolui ec. p. 3702. e ivi marg.) V. p. 3715.

[38] Suo is ha sui, e non ha che questo. Abluo-Diluo ec. lui. Veggasi la p. 3732. Assuo assui ec. e gli altri composti di suo.

[39] V. p. 3885.

[40] Puoi vedere il pensiero seg. e p. 3710. capoverso 1. ec. ec.

[41]  Così sutum da suo è contraz. di suitum. V. la fine del pensiero precedente. Ablutum da abluo. Dilutum ec. Lautum (onde lotum) è contraz. di lavitum, e dimostra quel che ho detto della confusione tra l’u e ‘l v. V. p. 3731.

[42] Fors’anche da quei della prima, come p.e. se consanesco fosse fatto da consano as neutro (v. Forc. in consano) nel qual caso anche sanesco sarebbe fatto da un sano neutro.

[43] Puoi vedere p. 2814-5. e 3570.

[44] V. p. 3723.

[45] Certus: qui crevit. Certa mori: quae crevit, cioè decrevit, mori, senso attivo, anzi in certo modo, transitivo ec. E qui in simili moltiss. casi, certus è adoperato in senso di participio, non di aggettivo, come in altri molti casi, massime quando si dice di cose. Ma quando di persone, dubito ch’e’ sia mai altro che participio, onde anche certior può forse fare al caso nostro ec. ec.

[46] Anzi gli u in iuvavi sarebbero tre, giacchè tanto era p. gli antt. l’u che il v ec., onde p. es. in pluvi si chiamava duplex u ec. V. Forc. in Luo fine, in U ec. e l’Encyclopédie in U ec. e l’Hofman in U ec.

[47] P. 2928-30.

[48] V. p. 3736.

[49] Gli spagn. hanno veram. anche pujante. Hanno pure potente, potencia, potentem. ec. ma questi probabilm. sono tolti poi dal latino: pujante e pujanza ec. sono i propri spagnuoli: bensì torti alquanto di significaz. cioè usati, almeno comunem., p. forte, robusto, forza, robustezza ec..

 

 

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Ultimo aggiornamento: 30 dicembre 2006