Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[2676] La statue de Telesilla (famosa poetessa d’Argo, e guerriera, salvatrice della sua patria) fut posée sur une colonne, en face du temple de Vénus; loin de porter ses regards sur des volumes représentés et placés à ses pieds, elle les arrête avec complaisance sur un casque qu’elle tient dans sa main, et qu’elle va mettre sur sa tête. (Pausan. 11. 20. p.157.). Même ouvrage. l.c. p.338. Così potrebb’essere rappresentata la nazione latina, la nazion greca e tutta l’antichità civile: inarrivabile e inarrivata nelle lettere e arti belle, e pur considerante l’une e l’altre come suoi passatempi, ed occupazioni secondarie; guerriera, attiva e forte. (25. Feb. 1823.)

Gli scrittori greci più eleganti ed attici e antichi sogliono usare la voce ϕησὶ per ϕασὶ  nel significato di aiunt, è fama, on dit, il singolare invece del plurale (forma ellittica per ϕησι τις uom dice, altri dice). Così noi volgarmente tutto giorno, e non solo noi nel parlare, ma eziandio gli scrittori nostri, massime del trecento, usiamo dice per dicono, altri dice, l’uom dice, un dice (on dit). Passavanti Ediz. Venez. del Bortoli p. 251. E così dice che fa il Leone. Mi ricordo di aver trovato questa frase anche in altri trecentisti, e mi par senza fallo nelle Vite de’ Santi Padri. Quest’uso che noi abbiamo comune cogli antichissimi e più eleganti e puri scrittori greci, per qual mezzo ci può esser venuto se non per quello dell’antico [2677] volgar latino? Sempre ch’io trovo qualche conformità frappante fra il greco e l’italiano (massime l’italiano volgare, popolare, corrente e parlato) e così il francese e lo spagnuolo, conformità che non appartenga alla natura generale delle favelle, ma alle proprietà arbitrarie ed accidentali delle lingue, se quella tal qualità o parte ec. sopra cui cade questa conformità, non si trova negli scrittori latini, io tengo per fermo ch’ella si trovasse nel latino parlato, cioè nel volgar latino. Giacchè questo ebbe commercio col volgar greco, e quel ch’è più, venne da una medesima fonte col greco; e da esso volgar latino è venuto il nostro volgare. Ma qual commercio ebbe mai il nostro volgare col volgar greco, cioè col greco parlato, e massime coll’antico? qual commercio poi col greco scritto, e questo pure antichissimo? Quanto al nostro caso, io non credo che negli scrittori latini si trovi p.e. ait in vece di aiunt. Ma veggasi il Forcellini. (Roma 2. Marzo 1823.). V. p. 2987.

Tutti gl’imperi, tutte le nazioni ch’hanno ottenuto dominio sulle altre, da principio hanno combattuto con quelli di fuori, co’ vicini, co’ nemici: poi liberati dal timore esterno, e soddisfatti dell’ambizione e della cupidigia di dominare sugli stranieri e di possedere quel di costoro, e saziato l’odio nazionale contro l’altre nazioni, hanno sempre rivolto il ferro [2678] contro loro medesime, ed hanno per lo più perduto colle guerre civili quell’impero e quella ricchezza ec. che aveano guadagnato colle guerre esterne. Puoi vedere p. 3791. Questa è cosa notissima e ripetutissima da tutti i filosofi, istorici, politici ec. Quindi i politici romani prima e dopo la distruzion di Cartagine, discorsero della necessità di conservarla, e se ne discorre anche oggidì ec. L’egoismo nazionale si tramuta allora in egoismo individuale: e tanto è vero che l’uomo è per sua natura e per natura dell’amor proprio, nemico degli altri viventi e se-amanti; in modo che s’anche si congiunge con alcuno di questi, lo fa per odio o per timore degli altri, mancate le quali passioni, l’odio e il timore si rivolge contro i compagni e i vicini. Quel ch’è successo nelle nazioni è successo ancora nelle città, nelle corporazioni, nelle famiglie ch’hanno figurato nel mondo ec. unite contro gli esteri, finchè questi non erano vinti, divise e discordi e piene d’invidia ec. nel loro interno, subito sottomessi gli estranei. Così in ciascuna fazione di una stessa città, dopo vinte le contrarie o la contraria. V. il proem. del lib. 7. delle Stor. del Machiavello. Ed è bello a questo proposito un passo di Plutarco sulla fine del libro Come si potria trar giovamento da’ nimici (Opusc. mor. di Plut. volgarizz. da Marcello Adriani il giovane. Opusc. 14. Fir. 1819. t.1. p.394.) La qual cosa ben parve che comprendesse [2679] un saggio uomo di governo nominato Demo, il quale, in una civil sedizione dell’isola di Chio, ritrovandosi dalla parte superiore, consigliava i compagni a non cacciare della città tutti gli avversarj, ma lasciarne alcuni, acciò (disse egli) non incominciamo a contendere con gli amici, liberati che saremo interamente da’ nimici: così questi nostri affetti (soggiunge Plutarco, cioè l’emulazione, la gelosia, e l’invidia) consumati contra i nimici meno turberanno gli amici. V. ancora gl’Insegnamenti Civili di Plut. dove il cit. Volgarizz. p.434. ha Onomademo in vece di Demo: ὄνομα Δῆμος.

Ora nello stesso modo che alle famiglie, alle corporazioni, alle città, alle nazioni, agl’imperi, è accaduto al genere umano. Nemici naturali degli uomini furono da principio le fiere e gli elementi ec.; quelle, soggetti di timori e d’odio insieme, questi di solo timore (se già l’immaginazione non li dipingeva a quei primi uomini come viventi). Finchè durarono queste passioni sopra questi soggetti, l’uomo non s’insanguinò dell’altro uomo, anzi amò e ricercò lo scontro, la compagnia, l’aiuto del suo simile, senz’odio alcuno, senza invidia, senza sospetto, come il leone non ha sospetto del leone. Quella fu veramente l’età dell’oro, e l’uomo era sicuro tra gli uomini: non per altro se non perch’esso e gli altri uomini odiavano e temevano de’ viventi e degli [2680] oggetti stranieri al genere umano; e queste passioni non lasciavano luogo all’odio o invidia o timore verso i loro simili, come appunto l’odio e il timore de’ Persiani impediva o spegneva le dissensioni in Grecia, mentre quelli furono odiati e temuti. Quest’era una specie d’egoismo umano (come poi vi fu l’egoismo nazionale) il quale poteva pur sussistere insieme coll’individuale, stante le dette circostanze. Ma trovate o scavate le spelonche, per munirsi contro le fiere e gli elementi, trovate le armi ed arti difensive, fabbricate le città dove gli uomini in compagnia dimoravano al sicuro dagli assalti degli altri animali, mansuefatte alcune fiere, altre impedite di nuocere, tutte sottomesse, molte rese tributarie, scemato il timore e il danno degli elementi, la nazione umana, per così dire, quasi vincitrice de’ suoi nemici, e guasta dalla prosperità, rivolse le proprie armi contro se stessa, e qui cominciano le storie delle diverse nazioni; e questa è l’epoca del secolo d’argento, secondo il mio modo di vedere; giacchè l’aureo, al quale le storie non si stendono, e che resta in balìa della favola, fu quello precedente, tale, quale l’ho descritto. (4. Marzo 1823.)

Plutarco nel principio degl’Insegnamenti civili, volgarizzamento cit. di sopra, Opusc. 15. t. 1. p. 403. Molto meno arieno ancora gli [2681] Spartani patito l’insolenza, e buffonerie di Stratocle, il quale avendo persuaso il popolo (credo Ateniese, o Tebano) a sacrificare come vincitore; che poi sentito il vero della rotta si sdegnava, disse: Qual ingiuria riceveste da me, che seppi tenervi in festa, ed in gioja per ispazio di tre giorni? Agli Spartani si possono paragonate i filosofi, anzi questo secolo, anzi quasi tutti gli uomini, avidi del sapere o della filosofia, e di scoprir le cose più nascoste dalla natura, e per conseguenza di conoscere la propria infelicità, e per conseguenza di sentirla, quando non l’avrebbero sentita mai o di sentirla più presto. E la risposta di Stratocle starebbe molto bene in bocca de’ poeti, de’ musici, degli antichi filosofi, della natura, delle illusioni medesime, di tutti quelli che sono accusati d’avere introdotti o fomentati, d’introdurre o fomentare o promuovere de’ begli errori nel genere umano, o in qualche nazione o in qualche individuo. Che danno recano essi se ci fanno godere, o se c’impediscono di soffrire, per tre giorni? Che ingiuria ci fanno se ci nascondono quanto e mentre possono la nostra miseria, o se in qualunque modo contribuiscono a fare che l’ignoriamo o dimentichiamo? (5. Marzo. 1823.)

[2682] Grazia dal contrasto. Conte Baldessar Castiglione, Il Libro del Cortegiano. lib. 1. Milano, dalla Società tipogr. de’ Classici italiani, 1803. vol. 1. p. 43-4. Ma avendo io già più volte pensato meco, onde nasca questa grazia, lasciando quegli che dalle stelle l’hanno, trovo una regola universalissima; la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane, che si facciano, o dicano, più che alcuna altra; e ciò è fuggir quanto più si può, e come un asperissimo e pericoloso scoglio la affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia: perchè delle cose rare, e ben fatte ognun sa (p. 44. dell’ediz.) la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario, lo sforzare, e, come si dice, tirar per i capegli, dà somma disgrazia, e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch’ella si sia. (Roma 14. Marzo. 1823. secondo Venerdì di Marzo.)

In vero rare volte interviene che chi non è assueto [2683] a scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori, nè gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi. Il medesimo, ivi, p. 79. Da quanto pochi adunque può sperar degna, vera ed intima e piena e perfetta stima e lode il perfetto scrittore o poeta! e per quanto pochi scrive e prepara piaceri colui che scrive perfettamente! V. p. 2796. (15. Marzo. 1823.)

Nè altro vuol dir il parlar antico, che la consuetudine antica di parlare; e sciocca cosa sarebbe amar il parlar antico, non per altro che per voler più presto parlare come si parlava, che come si parla. Il medesimo, ivi, p. 64. (15. Marzo 1823.)

Quelques sages, épouvantés des vicissitudes qui bouleversent les choses humaines, supposèrent une puissance qui se joue de nos projets, et nous attend au moment du bonheur, pour nous immoler à sa cruelle jalousie. (Herod. I. 32. III. 40. VII. 46. Soph. in Philoct. v. 789.) Voyage d’Anacharsis. ch. 71. p. 136. t. 6. (Roma 26. Marzo. 1823.)

«L’excès de la raison et de la vertu, est presque aussi funeste que celui des plaisirs (Aristot. de mor. II. 2. t.2. p.19.); la nature nous a donné des goûts qu’il est aussi dangereux d’éteindre que d’épuiser.» Même ouvrage ch. 78. t. 6. p. 456. (29. Marzo. Sabato Santo. 1823.)

[2684] L’uomo sarebbe felice se le sue illusioni giovanili (e fanciullesche) fossero realtà. Queste sarebbero realtà, se tutti gli uomini le avessero, e durassero sempre ad averle: perciocchè il giovane d’immaginazione e di sentimento, entrando nel mondo, non si troverebbe ingannato della sua aspettativa, nè del concetto che aveva fatto degli uomini, ma li troverebbe e sperimenterebbe quali gli aveva immaginati. Tutti gli uomini più o meno (secondo la differenza de’ caratteri), e massime in gioventù, provano queste tali illusioni felicitanti: è la sola società, e la conversazione scambievole, che civilizzando e istruendo l’uomo, e assuefacendolo a riflettere sopra se stesso, a comparare, a ragionare, disperde immancabilmente queste illusioni, come negl’individui, così ne’ popoli, e come ne’ popoli, così nel genere umano ridotto allo stato sociale. L’uomo isolato non le avrebbe mai perdute; ed elle son proprie del giovane in particolare non tanto a causa del calore immaginativo, naturale a quell’età, quanto della inesperienza, e del vivere isolato che fanno i giovani. Dunque se l’uomo avesse continuato a vivere isolato, non avrebbe mai perdute le sue illusioni giovanili, e tutti gli uomini le [2685] avrebbero e le conserverebbero per tutta la vita loro. Dunque esse sarebbero realtà. Dunque l’uomo sarebbe felice. Dunque la causa originaria e continua della infelicità umana è la società. L’uomo, secondo la natura sarebbe vissuto isolato e fuor della società. Dunque se l’uomo vivesse secondo natura, sarebbe felice. (Roma 1. Aprile. Martedì di Pasqua. 1823.)

᾽Oλίγου δέω τοῦτο ποιεῖν ἢ παϑεῖν∙ ὀλίγου δεῖν καὶ ἀπόλωλα∙ ὀλίγου δεῖ τοῦτο γενέσϑαι∙ πολλοῦ γε καὶ δεῖ πολλοῦ ἢ μικροῦ ἐδέησεν ἢ ἐδέησα∙ μικροῦ δεῖν ec. Peu s’en faut: beaucoup s’en faut: peu s’en fallut ec. poco mancò che ec. di poco fallò, per poco, per poco non, ec. V. p. 3817. (1. Aprile. 1823.)

A noi pare bene spesso di provar del piacere dicendo, o fra noi stessi o con altri, che noi ne abbiamo provato. Tanto è vero che il piacere non può mai esser presente, e quantunque da ciò segua ch’esso non può neanche mai esser passato, tuttavia si può quasi dire ch’esso può piuttosto esser passato che presente. (Roma. 12. Aprile 1823.)

Le ciel qui nous donna la réflexion pour prévoir nos besoins, nous a donné les besoins pour mettre [2686] des bornes à notre réflexion. Études de la Nature par Jacques-Bernardin-Henri de Saint-Pierre. Paul et Virginie. dans le Dialogue entre Paul et le Vieillard. Paris de l’imprimerie de Monsieur. 3e édit. tom. 4. p. 132. (Roma 14. Aprile 1823.)

En Europe le travail des mains déshonore. On l’appelle travail méchanique. Celui même de labourer la terre y est le plus méprisé de tous. Un artisan y est bien plus estimé qu’un paysan. loc. cit. pag. 136. Tutto l’opposto era fra gli antichi, appresso i quali gli agricoltori e l’agricoltura erano in onore, e l’arti manuali o meccaniche (αἱ βαναυσικαὶ τχναι) e i professori delle medesime erano infami. V. Cic. de Offic. l.1. e l’Economico di Senofonte, e quello attribuito già ad Aristotele. (14. Aprile 1823.)

Sopra il verbo difendere usato già dagli antichi Latini come da’ francesi e dagli antichi italiani e dagli spagnuoli per proibire, vedi Perticari Apologia di Dante p.157. (Recanati 12. Maggio 1823.)

Usano i buoni scrittori greci elegantemente l’infinito dei verbi in luogo della seconda e della terza persona dell’imperativo. Tοῦτο ποιεῖν invece di τοῦτο ποίει σὺ, o di τοῦτο ποιείτω [2687] ἐκεῖνος, o di τοῦτο ποιείσϑω (hoc fiat) o di τοῦτο ποιητέον o di τοῦτο ποιεῖν δεῖ la quale ultima parola si sottintende in questa formola ellittica di τοῦτο ποιεῖν. Simile a quest’uso è quello degl’italiani di usare l’infinito in vece della seconda persona singolare dell’imperativo, quando precede una particella negativa ossia vietativa. Non fare, non dire per non fa, non di’. Il qual uso viene dal comune rustico romano, ossia da quella lingua in cui degenerò il latino d’Europa ne’ bassi tempi, che si parlò in tutta l’Europa latina, e da cui nacquero le lingue italiana, francese, spagnuola, portoghese, e i loro dialetti. V. il Perticari, Apologia di Dante p.170. Ma quest’uso figurato è rimasto ai soli italiani, benchè già fosse proprio anche dei provenzali, come dimostra il Perticari, loc. cit. I greci dicevano ancora μὴ τοῦτο ποιεῖν per μὴ τοῦτο ποίει. Così ancora invece delle seconde e terze persone imperative plurali, cioè invece di μὴ τοῦτο ποιεῖτε o ποιείτωσαν. V. Senofonte Πόροι, c. 4. num. 40. Platon. Sophist. t. 2. Astii p. 346. v. 11. E. (12. Maggio 1823.)

[2688] Il Perticari nell’Apolog. di Dante p.207. not. 19. trovando in un’antica canzone provenzale il verbo arsare dice che questa è la radice della voce arso, la quale finora è sembrato vocabolo senza radice, giacchè dal verbo ardere dovrebbe derivare arduto e non arso. S’inganna: ed anzi il verbo arsare deriva da arso di ardere che n’è la radice. I participii de’ nostri verbi sono per lo più i participii latini, quando il verbo è latino. Se in questi participii è qualche anomalia, la ragione e l’origine della medesima, non si deve cercare nell’italiano nè nel provenzale, ma nel latino, sia che quest’anomalia esista anche nel latino, sia che quel participio (e così dico delle altre voci) ch’è anomalo per noi, non lo sia per li latini. Giacchè l’uso italiano, massime nel particolare dei participii, ha seguito ordinariamente l’uso latino senza guardare se questo corrispondesse o no alle regole o all’analogia della nuova lingua che si veniva formando. E moltissime irregolarità della nostra lingua e delle sue sorelle vengono dalla sua cieca conformità colla lingua madre. Da sospendere, prendere, accendere, [2689] discendere ec. secondo l’analogia della nostra lingua, verrebbe sospenduto, prenduto, accenduto, discenduto, difenduto ec. Ma i latini dicevano suspensus, prensus, defensus ec. Dunque anche gl’italiani sospeso, preso, acceso, disceso, difeso ec. Nè la radice p.e. di preso è il prensare (che anzi viene da prensus) ma il prehendere o prendere de’ latini. Al contrario i latini da vendere facevano venditus; qui la nostra lingua segue la sua analogia e dice venduto da venditus [1], non veso, perchè il latino non dice vensus. Credo anch’io che gli antichi latini dicessero suspenditus, prenditus, accenditus ec. ma se poi dissero diversamente, l’anomalia di preso, acceso ec. non è d’origine italiana nè provenzale, ma latina. Così da ardere noi dovremmo fare arduto. Ma sia che i primi latini dicessero arditus da ardeo, come dissero ardui per arsi, sia che nol dicessero mai, certo è che poi e comunemente dissero arsi, arsurus, arsus, supino arsum. Noi dunque non diciamo arduto ma arso, e diciamo arso [2690] perchè così dissero i latini, e l’origine di quest’anomalia si cerchi nel latino dov’ella pur fu e donde ella venne, non nell’italiano o nel provenzale o nella lingua romana o romanza; quando è chiaro ch’ell’è tanto più antica di tutte queste lingue. Similmente da audeo dovevasi fare auditus. Ma i latini a noi noti fecero ausus. Anomalia della stessa natura e condizione di arsus da ardeo, seconda congiugazione come audeo. Quest’ausus è il nostro oso nome: da questo nome oso viene osare, che i provenzali dissero o almeno scrissero anche ausar (Perticari l. c. p. 210. lin. 7.): ed infatti osare non è che un continuativo barbaro d’audere ch’è la sua radice prima, e l’immediata è ausus. Ma il Perticari viceversa direbbe che oso ed ausus viene da osare e da ausare, giacchè dice che arso viene da arsare. Quasi che, anche secondo l’analogia della nostra lingua, da arsare si potesse far arso: e non piuttosto arsato, ch’è il [2691] suo vero participio, e ben differente da arso ch’è participio d’un altro verbo.

Questo e altri tali errori del Perticari e d’altri moltissimi grammatici antichi e moderni, vengono dalla poca notizia che costoro hanno avuta della formazione e derivazione de’ verbi in are da’ participii regolari o anomali d’altri verbi; formazione usitatissima da’ latini, presso de’ quali i verbi così formati erano continuativi; e seguitata ad usare larghissimamente ne’ tempi bassi e ne’ principii delle moderne lingue dell’Europa latina.

Ausus sum: son oso. Questa frase italiana corrispondente alla latina, conferma, seppur ve n’è bisogno, l’identità del nome oso col participio ausus, sola voce del verbo audere che si sia conservata nell’uso delle lingue figlie della latina, e madre di più voci moderne, come osare, oser, osadìa, osado (participio d’ausare), osadamente ec. (Recanati 15. Maggio 1823.)

Somma conformabilità dell’uomo. Le bestie sono più o meno addomesticabili, secondo che sono più o [2692] meno assuefabili e conformabili di natura. Ma nè le bestie domestiche convivendo coll’uomo, nè queste o altre bestie convivendo con bestie di specie diversa dalla loro, contraggono il carattere e i costumi umani o di quelle altre bestie, nè i caratteri di più bestie di specie diversa si mescolano tra loro per convivere che facciano insieme; ma solamente le bestie domestiche ricevono certe assuefazioni particolari, e certi costumi non naturali portati dalle circostanze, i quali non hanno però che far niente coi costumi dell’uomo. Ma l’uomo convivendo colle bestie, contrae veramente gran parte del carattere di queste, ed altera il suo proprio per una effettiva mescolanza di qualità naturali alle bestie con cui convive. È cosa osservata nella campagna romana, e nota quivi alle persone che per mestiere per abito e per natura sono tutt’altro che osservatrici, che i pastori e guardiani delle bufale, sono ordinariamente stupidi, lenti, goffi, rozzissimi, selvatici e tali che poco hanno dell’uomo: che i pastori de’ [2693] cavalli sono svelti, attivi, pronti, vivaci, arguti, agili di corpo e di spirito: quelli delle pecore, semplici, mansueti, ubbidienti ec. (Recanati 16. Maggio 1823.). E tra gli abitanti della campagna romana i due estremi della zotichezza e della spiritualité e furberia, della torpidezza e del brio, della dappocaggine, pigrizia ec. e dell’attività, sono i guardiani delle bufale e quei de’ cavalli; come lo sono i caratteri di queste specie di animali fra quelle che abitano nella detta campagna. (16. Maggio. 1823.)

Degli scrittori non romani che scrissero in latino, e son tenuti classici in quella lingua e letteratura vedi Perticari, Apologia di Dante, capo 30. p. 314-16. (Recanati 16. Maggio. 823.)

Del disprezzo in cui fu tenuta dai dotti la lingua italiana (detta volgare) nel 300, nel 400 e nel 500, a paragone della latina, vedi Perticari loc. cit. capo 34. (16. Maggio 1823.). Vedi anche il fine della Lezione dell’ordine dell’Universo di Pier Francesco Giambullari nelle Prose Fiorentine par. 2. vol.2. (Venez. 1735. t.3. par. 2. p. 24. fine-25.).

(17. Maggio 1823.). V. altresì Perticari Degli Scritt. del 300. l. 1. c. 13. p. 77. c. 16. p. 88. segg. c. ult. fine. p. 98. l. 2. c. 9. p. 163.

[2694] Formata una volta una lingua illustre, cioè una lingua ordinata, regolare, stabilita e grammaticale, ella non si perde più finchè la nazione a cui ella appartiene non ricade nella barbarie. La durata della civiltà di una nazione è la misura della durata della sua lingua illustre e viceversa. E siccome una medesima nazione può avere più civiltà, cioè dopo fatta civile, ricadere nella barbarie, e poi risorgere a civiltà nuova, ciascuna sua civiltà ha la sua lingua illustre nata, cresciuta, perfezionata, corrotta, decaduta e morta insieme con lei. Il qual rinnuovamento e di civiltà e di lingua illustre, ha, nella storia delle nazioni conosciute, o vogliamo piuttosto dire, nella storia conosciuta, un solo esempio, cioè quello della nazione italiana. Perchè niuna delle altre nazioni state civili in antico, sono risorte a civiltà moderna e presente, e niuna delle nazioni presentemente civili, fu mai civile (che si sappia) in antico, se non l’italiana. Così niun’altra nazione può mostrare due lingue illustri da [2695] lei usate e coltivate generalmente, (come può far l’italiana) se non in quanto la nostra antica lingua, cioè la latina, si diffuse insieme coi nostri costumi per l’Europa a noi soggetta, e fece per qualche tempo italiane di costumi e di lingua e letteratura le Gallie, le Spagne, la Numidia (che non è più risorta a civiltà) ec.

Ma tornando al proposito nostro, siccome la Grecia, in tutta la storia conosciuta, è la nazione che per più lungo tempo ha conservato una civiltà, così la lingua greca illustre è di tutte le lingue illustri conosciute nella storia antica o moderna, quella che ha durato più lungo tempo. Sebbene nei secoli bassi la civiltà greca fosse in gran decadenza, e similmente e proporzionatamente la lingua greca illustre, nondimeno la Grecia non divenne assolutamente barbara, se non dopo la presa di Costantinopoli, conservandosi almeno qualche parte della civiltà greca, se [2696] non altro, nella Corte di Bisanzio finchè questa durò. E fino a questo medesimo termine durò ancora la lingua greca illustre, in maniera che gli scrittori greci di questi ultimi tempi, come Teofilatto e quei della Storia Bizantina, sono per la più parte intelligibili e piani senz’altro particolare studio, a tutti quelli che intendono Omero ed Erodoto. Di modo che la lingua greca illustre durò sempre una e sempre quella, per 23 secoli, cioè da Omero fino all’ultimo imperatore greco. Durata maravigliosa: ma tale altresì fu quella della greca civiltà. Perchè la Grecia per niuna circostanza di tempi non divenne mai interamente barbara finchè non fu tutta suddita de’ turchi; nè mai per tutto l’intervallo de’ secoli antecedenti fu priva di letteratura, neanche ne’ peggiori secoli, come si può vedere, considerando anche solamente la Biblioteca di Fozio scritta nel nono secolo, e le varie opere di Tzetze [2697] scritte nel 12° oltre il Violario d’Eudocia Augusta, il Lessico di Suida ec. opere che in niun’altra parte del mondo fuor della parte greca, quando pur fossero state tradotte nelle rispettive lingue, si sarebbero a quei tempi sapute neppure intendere, non che comporne delle simili.

La lingua illustre latina nata tanto più tardi, tanto più presto morì, perchè la civiltà italiana e quella di tutta l’Europa latina per diverse circostanze finì pochissimi secoli dopo nata. Già quando Costantino trasportò la corte in Bisanzio, la Grecia vinceva d’assai e per civiltà e per letteratura il mondo latino, e massimamente l’Italia. E forse questa fu una delle cagioni che indussero Costantino a quel traslocamento, il quale fu poi un’altra circostanza che contribuì a mantenere la civiltà in Grecia, e seco la lingua illustre (coltivata poi da Temistio, da Libanio, da Giuliano imperatore da Giamblico, da Gregorio, da Basilio ben superiori in [2698] grecità a quello che furono in latinità Girolamo, Agostino, Ambrogio, Gregorio e Leone Papi, Ammiano, Boezio), ed aiutò la corruzione ed estinzione della civiltà e della lingua illustre latina, massime in Italia, dove mancò affatto una corte latina. La quale per poco tempo fu nelle Gallie, e vi produsse Sidonio e Pacato e gli altri nobili letterati di que’ tempi, e fece per allora quella provincia superiore senza comparazione per latinità, letteratura e civiltà alla stessa Italia che le avea compartite alle Gallie. Finchè le conquiste fatte dai Barbari distrussero affatto e la civiltà e la lingua illustre in tutta l’Europa latina.

La nuova nostra lingua illustre fu sufficientemente organizzata e stabilita nel 300 insieme colla nuova civiltà italiana. Questa ancor dura e non s’è mai più perduta. Dunque anche la lingua italiana illustre del 300, nè si è mai perduta, e dura ancora dopo ben cinque secoli: e quei trecentisti che più si divisero dal parlar plebeo e dai particolari dialetti separati, o (come in [2699] Dante) mescolati, quali sono il Petrarca, il Boccaccio, il Passavanti, il traduttore delle Vite de’ Padri, eccetto alcune poche e sparse parole o frasi, sono ancora moderni per noi, e la loro lingua è fresca e viva, come fosse di ieri. La differenza tra essi e noi sta quasi tutta nello stile e ne’ concetti. V. p. 2718.

Al contrario le lingue non bene o sufficientemente organizzate e regolate, variano continuamente e in breve si spengono quasi affatto, e fanno luogo a lingue quasi nuove, anche durando il medesimo stato della nazione, sia di civiltà (se pur vi fu mai civiltà non accompagnata da lingua illustre), sia di maggiore o minore barbarie. La lingua provenzale benchè scritta da tanti in poesia ed in prosa, pure perchè non ordinata sufficentemente nè ridotta a grammatica, è tutta morta dopo brevissima vita. E degli stessi trecentisti italiani, quelli che più s’accostarono al dir plebeo e provinciale, fosse fiorentino o qualunque, siccome tanti scrittori fiorentini o toscani di cronichette o d’altro, sono già da gran tempo scrittori di lingua per grandissima [2700] parte morta; giacchè infinite delle loro voci, frasi, forme e costruzioni più non s’intendono nelle stesse loro provincie, o vi riescono strane, insolite, affettate, antiquate e invecchiate. Vedi Perticari Apologia di Dante, capo 35. e specialmente p. 338.-45. (17. Maggio. 1823.).

La cagione per cui negli antichissimi scrittori latini si trova maggiore conformità e di voci e di modi colla lingua italiana, che non se ne trova negli scrittori latini dell’aureo secolo, e tanto maggiore quanto sono più antichi, si è che i primi scrittori di una lingua, mentre non v’è ancora lingua illustre, o non è abbastanza formata, divisa dalla plebea, fatta propria della scrittura, usano un più gran numero di voci, frasi, forme plebee, idiotismi ec. che non fanno gli scrittori seguenti; sono in somma più vicini al plebeo da cui le lingue scritte per necessità incominciano, e da cui si vanno dividendo solamente appoco appoco, usano una più gran parte della lingua plebea ch’è la sola ch’esista allora nella nazione, [2701] o che non è abbastanza distinta dalla lingua nobile e cortigiana ec. sì perchè quella lingua che si parla (com’è la cortigiana) tien sempre più o meno della plebea; sì perchè allora i cortigiani ec. non hanno l’esempio e la coltura derivante dalle Lettere nazionali e dalla lingua nazionale scritta, per parlare molto diversamente dalla plebe. Ora l’unica lingua che possano seguire e prendere in mano i primi scrittori di una lingua, si è la parlata, giacchè la scritta ancor non esiste. E siccome la lingua italiana e le sue sorelle non derivano dal latino scritto ma dal parlato, e questo in gran parte non illustre, ma principalmente dal plebeo e volgare, quindi la molta conformità di queste nostre lingue cogli antichissimi e primi scrittori latini. Vedi un luogo di Tiraboschi appresso Perticari, Apologia di Dante, capo 43. pag.430. (20. Maggio 1823.).

[2702] Materia della pigrizia non sono propriamente le azioni faticose, ma quelle, faticose o no, nelle quali non è piacere presente, o vogliamo dire opinione di piacere. Niuno è pigro al bere o al mangiare. Lo studio è cosa faticosissima. Ma se l’uomo vi prova piacere, ancorchè pigro ad ogni altra cosa, non sarà pigro a studiare, anzi travaglierà nello studio gl’interi giorni. E forse la massima parte delle persone assolutamente studiose, sono infingarde, e pure nello studio operano e si affaticano continuamente. Il fine dei pensieri e delle azioni dell’uomo è sempre e solo il piacere. Ma i mezzi di conseguir quello che l’uomo si propone come piacere, ora hanno piacere in se stessi, ora no. Questi ultimi sono materia della pigrizia, ancorchè domandino pochissima fatica, ancorchè il piacere a cui condurrebbero sia vicinissimo e prontissimo e certissimo, ancorchè l’uomo faccia molta stima di questo piacere e lo desideri, ancorchè finalmente il fine al quale questi mezzi conducono sia necessario, o molto [2703] utile ad ottenere altri piaceri. Così l’uomo si astiene di comparire a una festa (dove crede che si sarebbe trovato con piacere) per non assettarsi; e se si fosse trovato all’ordine, o se non se gli fosse richiesto d’assettarsi, sarebbe andato alla festa: la qual era pure un piacer vicino e pronto, e che si otteneva certamente con un’ora di pochissima fatica. Così la pigrizia ritiene ancora da quei travagli che sono necessari a procacciarsi il mangiare e il bere, perchè essi in se non hanno piacere. Così da cento altre azioni utili, cioè conducenti più o men tosto al piacere (giacchè questo è il significato di utile), ma non piacevoli in se: e tanto più quanto più è lontano il piacere ch’esse procacciano, e quanto elle sono più faticose, più lunghe, e meno piacevoli. (20. Maggio 1823.).

La voce popolare bobò che significa presso di noi uno spauracchio de’ fanciulli simile al μορμ ec. dei greci, alle Lammie de’ latini ec. [2704] (V. il mio Saggio sugli errori popolari) non è altro che un sostantivo formato dalle due voci bau bau (colla solita mutazione dell’au in o), o piuttosto le stesse due voci sostantivate, e ridotte a significare una persona o spettro che manda fuori quelle voci bau bau. Le quali sono voci antichissime e comuni ai greci che con esse esprimevano l’abbaiare dei cani, e quindi fecero il verbo βαΰζειν; ai latini che ne fecero nello stesso senso il verbo baubari, e a noi che ne abbiamo fatto baiare e quindi abbaiare (se pur questi verbi non vengono dal suddetto latino), onde il francese antico abaïer e il moderno aboyer de’ quali verbi vedi il Dizionario di Richelet. Vedi anche la pag. 2811.-13. Ma dall’esprimere la voce de’ cani, le parole bau bau passarono a significare una voce che spaventasse i fanciulli. Vedi la Crusca in Bau. Quindi il nostro Bobò sostantivo di persona. Presso i francesi bobo è voce parimente puerile che significa un petit mal, cioè quello che le nostre balie dicono bua, la qual [2705] voce fu pur delle balie latine, ma con altro significato, cioè con quello che le nostre dicono bumbù, o come ha la Crusca, bombo. Vedi Forcellini. I Glossari non hanno nulla al proposito. (20. Maggio 1823.).

Di alcune cagioni che anche ne’ bassi tempi poterono introdurre vocaboli e modi greci nel volgare o ne’ volgari d’Italia, vedi Perticari Apologia di Dante, capo 39. p.386.(21. Maggio 1823.).

Dell’antico volgare latino, vedi Perticari Degli scrittori del 300. lib.1. cap.5. 6. 7. (21. Maggio 1823.).

È pur doloroso che i filosofi e le persone che cercano di essere utili o all’umanità o alle nazioni, sieno obbligate a spendere nel distruggere un errore o nello spiantare un abuso quel tempo che avrebbono potuto dispensare nell’insegnare o propagare una nuova verità, o nell’introdurre o divulgare una buona usanza. E veramente a prima vista può parer poco degno di un grande [2706] intelletto, e poco utile, o se non altro, di seconda o terza classe nell’ordine de’ libri utili, un libro, tutta la cui utilità si riduca a distruggere uno o più errori. (Tali sono per esempio i due Trattati di Perticari, e tutta la Proposta di Monti). Ma se guarderemo più sottilmente, troveremo che i progressi dello spirito umano, e di ciascuno individuo in particolare, consistono la più parte nell’avvedersi de’ suoi errori passati. E le grandi scoperte per lo più non sono altro che scoperte di grandi errori, i quali se non fossero stati, nè quelle (che si chiamano, scoperte di grandi verità) avrebbero avuto luogo, nè i filosofi che le fecero avrebbero alcuna fama. Così dico delle grandi utilità recate ai costumi, alle usanze ec. Non sono, per lo più, altro se non correzioni di grandi abusi. Lo spirito umano è tutto pieno di errori; la vita umana di male usanze. La maggiore e la principal parte delle utilità che si possono recare agli uomini, consiste nel disingannarli e nel correggerli, piuttosto che nell’insegnare [2707] e nel bene accostumare, benchè quelle operazioni bene spesso, anzi ordinariamente, ricevano il nome di queste. La maggior parte de’ libri, chiamati universalmente utili, antichi o moderni, non lo sono e non lo furono, se non perchè distrussero o distruggono errori, gastigarono o gastigano abusi. In somma la loro utilità non consiste per lo più nel porre, ma nel togliere, o dagl’intelletti o dalla vita. Grandissima parte de’ nostri errori scoperti o da scoprirsi, sono o furono così naturali, così universali, così segreti, così propri del comune modo di vedere, che a scoprirli si richiedeva o si richiede un’altissima sapienza, una somma finezza e acutezza d’ingegno, una vastissima dottrina, insomma un gran genio. Qual è la principale scoperta di Locke, se non la falsità delle idee innate? Ma qual perspicacia d’intelletto, qual profondità ed assiduità di osservazione, qual sottigliezza di raziocinio non era [2708] necessaria ad avvedersi di questo inganno degli uomini, universalissimo, naturalissimo, antichissimo, anzi nato nel genere umano, e sempre nascente in ciascuno individuo, insieme colle prime riflessioni del pensiero sopra se stesso, e col primo uso della logica? E pure che infinita catena di errori nascevano da questo principio! Grandissima parte de’ quali ancor vive, e negli stessi filosofi, ancorchè il principio sia distrutto. Ma le conseguenze di questa distruzione, sono ancora pochissimo conosciute (rispetto alla loro ampiezza e moltiplicità), e i grandi progressi che dee fare lo spirito umano in séguito e in virtù di questa distruzione, non debbono consistere essi medesimi in altro che in seguitare a distruggere.

Cartesio distrusse gli errori de’ peripatetici. In questo egli fu grande, e lo spirito umano deve una gran parte de’ suoi progressi moderni al disinganno proccuratogli da Cartesio. Ma quando questi volle insegnare e fabbricare, il suo sistema [2709] positivo che cosa fu? Sarebbe egli grande, se la sua gloria riposasse sull’edifizio da lui posto, e non sulle ruine di quello de’ peripatetici? Discorriamo allo stesso modo di Newton, il cui sistema positivo che già vacilla anche nelle scuole, non ha potuto mai essere per i veri e profondi filosofi altro che un’ipotesi, e una favola, come Platone chiamava il suo sistema delle idee, e gli altri particolari o secondari e subordinati sistemi o supposizioni da lui immaginate, esposte e seguite. (21. Maggio. 1823.).

Paragonando la filosofia antica colla moderna, si trova che questa è tanto superiore a quella, principalmente perchè i filosofi antichi volevano tutti insegnare e fabbricare: laddove la filosofia moderna non fa ordinariamente altro che disingannare e atterrare. Il che se gli antichi tal volta facevano, niuno però era che in questo caso non istimasse suo debito e suo interesse il sostituire. [2] Così fecero anche nella prima restaurazione della filosofia Cartesio e Newton. Ma i filosofi [2710] moderni, sempre togliendo, niente sostituiscono. E questo è il vero modo di filosofare, non già, come si dice, perchè la debolezza del nostro intelletto c’impedisce di trovare il vero positivo, ma perchè in effetto la cognizione del vero non è altro che lo spogliarsi degli errori, e sapientissimo è quello che sa vedere le cose che gli stanno davanti agli occhi, senza prestar loro le qualità ch’esse non hanno. La natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda ed aperta. Per ben conoscerla non è bisogno alzare alcun velo che la cuopra: è bisogno rimuovere gl’impedimenti e le alterazioni che sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto; e queste, fabbricateci e cagionateci da noi col nostro raziocinio. Quindi è che i più semplici più sanno: che la semplicità, come dice un filosofo tedesco, (Wieland) è sottilissima, che i fanciulli e i selvaggi più vergini vincono di sapienza le persone più addottrinate: cioè più mescolate di elementi stranieri al loro intelletto. [2711] Di qui si conferma quel mio principio che la sommità della sapienza consiste nel conoscere la sua propria inutilità, e come gli uomini sarebbero già sapientissimi s’ella mai non fosse nata: e la sua maggiore utilità, o per lo meno il suo primo e proprio scopo, nel ricondurre l’intelletto umano (s’è possibile) appresso a poco a quello stato in cui era prima del di lei nascimento. E quello ch’io dico qui dell’intelletto, dico altrove, e qui ridico, anche per rispetto alla vita, e a tutto quello che appartiene all’uomo, e che ha qualsivoglia relazione colla sapienza. (21. Maggio 1823.).

I filosofi antichi seguivano la speculazione, l’immaginazione e il raziocinio. I moderni l’osservazione e l’esperienza. (E questa è la gran diversità fra la filosofia antica e la moderna). Ora quanto più osservano tanto più errori scuoprono negli uomini, più o meno antichi, più o meno universali, propri del popolo, de’ filosofi, o di ambedue. Così lo spirito umano fa progressi: e tutte le scoperte fondate sulla nuda osservazione delle cose, [2712] non fanno quasi altro che convincerci de’ nostri errori, e delle false opinioni da noi prese e formate e create col nostro proprio raziocinio o naturale o coltivato e (come si dice) istruito. Più oltre di questo non si va. Ogni passo della sapienza moderna svelle un errore; non pianta niuna verità, (se non che tali tuttogiorno si chiamano le proposizioni, i dogmi, i sistemi in sostanza negativi). Dunque se l’uomo non avesse errato, sarebbe già sapientissimo, e giunto a quella meta a cui la filosofia moderna cammina con tanto sudore e difficoltà. Ma chi non ragiona, non erra. Dunque chi non ragiona, o per dirlo alla francese, non pensa, è sapientissimo. Dunque sapientissimi furono gli uomini prima della nascita della sapienza, e del raziocinio sulle cose: e sapientissimo è il fanciullo, e il selvaggio della California, che non conosce il pensare. (21. Maggio 1823.).

Ho detto che la filosofia moderna, in luogo degli errori che sterpa, non pianta nessuna [2713] verità positiva. Intendo verità semplicemente nuove; verità di cui vi fosse alcun bisogno, che avessero alcun valore, alcuno splendore, che meritassero di essere annunziate e affermate, che non fossero al tutto frivole e puerili, che non fossero manifestissime e conseguenti per se medesime, se gli errori contrarii non avessero avuto luogo, o non esistessero oggidì nelle menti degli uomini. Per esempio la filosofia moderna afferma che tutte le idee dell’uomo procedono dai sensi. Questa può parere una proposizione positiva. Ma ella sarebbe frivola, se non avesse esistito l’errore delle idee innate; come sarebbe frivolo l’affermare che il sole riscalda, perchè niuno ha creduto che il sole non riscaldasse, o affermato che il sole raffredda. Ma se questo fosse avvenuto, allora neanche quella verità o proposizione, che il sole riscalda, sarebbe tenuta frivola. Di più l’intenzione e lo spirito di quella proposizione che tutte le nostre idee vengono dai [2714] sensi, è veramente negativo, ed essa proposizione è come se dicesse, L’uomo non riceve nessuna idea se non per mezzo dei sensi; perch’ella mira espressamente ed unicamente ad escludere quell’antica proposizione positiva che l’uomo riceve alcune idee per altro mezzo che per quello dei sensi; ed è stata dettata dalla sottile speculazione di chi ben guardando nel proprio intelletto s’avvide che niuna idea gli era mai pervenuta fuori del ministerio dei sensi. Questo è un procedere affatto negativo, sì nella scoperta, sì ancora nell’enunciazione, perchè infatti da principio quella verità fu annunziata come negazione dell’errore contrario che allora sussisteva. Così discorrete d’infinite altre proposizioni o dogmi ec. della filosofia moderna, che hanno aspetto di positivi, ma che nello spirito, nella sostanza, nello scopo, e nel processo che il filosofo ha tenuto per iscoprirli, sono, o certo originalmente [2715] furono, negativi. (22. Maggio 1823.).

Perticari, Degli Scritt. del 300. l.2. c.2. p.106-7. fa derivare il nome italiano carogna da un’antica voce greca. (22. Maggio 1823.).

Di quelli che nel 500. volevano restringere la lingua italiana della poesia a quella del Petrarca, e della prosa a quella del solo Boccaccio, vedi Perticari Degli Scritt. del 300. l. 2. c. 12. p. 178. colle similitudini che ivi pone de’ greci e de’ latini, e Apologia di Dante c. 41. p. 407-10. (23. Maggio 1823.).

Ho detto altrove che la lingua francese, povera di forme, è tuttavia ricchissima e sempre più si arricchisce di voci. Distinguo. La lingua francese è povera di sinonimi, ma ricchissima di voci denotanti ogni sorta di cose e di idee, e ogni menoma parte di ciascuna cosa e di ciascuna idea. Non può molto variare nella espressione d’una cosa medesima, ma può variamente esprimere le più varie e diverse cose. Il che non possiamo noi, benchè possiamo ridire [2716] in cento modi le cose dette. Ma certo è sempre varia quella scrittura che può esser sempre propria, perchè ad ogni nuova cosa che le occorre di significare, ha la sua parola diversa dalle altre per significarla. Anzi questa è la più vera, la più sostanziale, la più intima, la più importante, ed anche la più dilettevole varietà di lingua nelle scritture. E quelle scritte in una lingua soprabbondante di sinonimi, per lo più sono poco varie, perchè la troppa moltitudine delle voci fa che ciascheduno scrittore per significare ciaschedun oggetto, scelga fra le tante una sola o due parole al più, e questa si faccia familiare e l’adoperi ogni volta che le occorre di significare il medesimo oggetto; e così ciascheduno scrittore in quella lingua abbia il suo vocabolarietto diverso da quel degli altri, e limitato: come altrove ho detto accadere agli scrittori greci ed italiani. E osservo che sebbene [2717] la lingua greca è molto più varia della latina, nondimeno per la detta ragione le scritture greche, massime quelle degli ottimi e originali, sono meno varie delle latine per ciò che spetta ai vocaboli e ai modi. (23. Maggio 1823.). Vedi p. 2755.

Chi vuol vedere un piccolo esempio della infinita varietà della lingua greca, e come ella sia innanzi un aggregato di più lingue che una lingua sola, secondo che ho detto altrove; e vuol vederlo in uno stesso scrittore e in uno stesso libro; legga il Fedro di Platone. Nel quale troverà, non dico tre stili, ma tre vere lingue, l’una nelle parole che compongono il Dialogo tra Socrate e Fedro, la quale è la solita e propria di Platone, l’altra nelle due orazioni contro l’amore, in persona di Lisia e di Socrate; la terza nell’orazione di questo in lode dell’amore. Perciocchè Platone in queste orazioni adopra e vocaboli e frasi e costrutti [2718] notabilissimamente e visibilmente diversi da quelli che compongono la lingua ordinaria de’ suoi Dialoghi, sebbene in questi egli tratta bene spesso le medesime o simili materie a quelle delle tre suddette orazioni, massime dell’ultima. E i vocaboli, le frasi, i costrutti dell’ultima orazione (di stile tutta poetica, ma non perciò tumida o esagerata o eccessiva o tale che non sia vera prosa) sono pure diversissimi da quelli delle altre due. Nè in veruna di queste tre lo scrittore fa forza alla lingua, o dimostra affettazione, come fecero poi quei greci più recenti che si scostarono dalla maniera propria per seguire e imitare l’altrui. Ma certo chi non conoscesse altra lingua greca che la consueta di Platone, non senza una certa difficoltà potrebbe intendere quelle tre orazioni. (23. Maggio. 1823.).

Alla p. 2699. Di quelli scrittori del 300 che usarono lingua più illustre e comune, o manco plebea e provinciale o municipale, vedi Perticari [2719] Degli Scritt. del 300. l. 2. c. 6. È da notare che molte differenze che s’incontrano in questi scrittori fra la loro lingua e la presente, non sono da attribuire alla lingua di quel secolo. Ma elle sono tutte proprie degli scrittori medesimi. I quali in quei primi cominciamenti della nostra lingua illustre, in quella scarsezza di esempi, e quindi di regole della lingua volgare scritta, seguirono quali una strada e quali un’altra, sì nel trovare o crear le voci ai dati oggetti, sì nel collegarle, come quelli ch’erano i primi; e spesso per mancanza d’arte, per cattivo gusto, per povertà di voci o di modi propria loro o della lingua, per vaghezza di novità, o per sola ignoranza, e poca conoscenza della loro stessa lingua scritta o parlata, e per non sapere scrivere, divisero le loro scritture dalla lingua parlata molto più che non si doveva, o in quelle cose e in quelle guise che non si doveva; non volendo esser plebei, furono qua e là mostri di locuzione; non sapendo esprimersi, inventarono parole e forme tutte loro, tutte barbare; introdussero nelle scritture molti vocaboli e modi latini o provenzali durissimi e [2720] ripugnanti all’indole della favella comune o particolare, illustre o plebea, di quel medesimo secolo. Della qual favella pertanto in queste cose non si può nè si dee fare argomento da quelle scritture. Perchè quelle mostruosità e stranezze, che noi crediamo e chiamiamo comunemente arcaismi, come non si parlano ora nè si scrivono, così non furono mai parlate nè pure in quel secolo, nè scritte se non da uno o da pochi; e quindi non sono proprie della lingua del 300 ma di quei particolari scrittori. E neanche nei secoli seguenti al suddetto, fino a noi, non furono mai parlate da alcuno in Italia, nè scritte se non da qualche pedantesco imitatore, e razzolatore degli antichi, de’ quali pedanti ve n’ha gran copia anche oggidì. Ma l’autorità di questi non fa la lingua nè presente nè passata. Vedi anche circa queste mostruosità arbitrarie e particolari di tale o tale [2721] trecentista, il Perticari loc. cit. p.13-5. e massime p.136. fine. (23. Maggio 1823.).

Anche il Gelli confessava (ap. Perticari Degli Scritt. del Trecento l.2. c.13. p.183.) che la lingua toscana non era stata applicata alle scienze. (24. Maggio 1823.).

Della impossibilità o dannosità di sostituire ai termini delle scienze o delle arti 1. le circollocuzioni, 2. i termini generali, 3. i metaforici e catacretici o in qualunque modo figurati, vedi Perticari loc. cit. p. 184-5. (24. Maggio 1823.).

Aristotele diceva più essere le cose che le parole: e il Perticari loc. cit. p. 187-8. spiega ed applica questa sentenza alla necessità di far sempre nuovi vocaboli per le nuove cognizioni e idee. (24. Maggio 1823.).

Della necessità di far nuove voci alle nuove cose, o alle cose non mai trattate da’ nazionali, e che ciascuna scienza o arte abbia i suoi termini propri e divisi da quelli delle altre scienze e del dir comune, vedi Cicerone de finibus l.3. c.1-2. (24. Maggio 1823.).

[2722] Delle lingue vive non accade quello che delle lingue le quali più non si parlano. Queste, a guisa di pianta che più non vegeta, non possono ricevere accrescimento; e tutto quello, che a lor riguardo si può fare da noi, si è di serbarle diligentemente nello stato in cui sono; perciocchè in esse ogni alterazione tende a corrompimento. Al contrario le lingue che sono vive, vegetano tuttora, e possono crescere di più in più: e in esse le piccole mutazioni, che si vanno facendo di tempo in tempo, non sono segnali certi di corrompimento; anzi sono talora di sanità e vigoria. E però coloro, i quali non vorrebbon che i nostri scritti avessero altro sapore che di Trecento, nocciono alla lingua, perchè si sforzano di ridurla alla condizione di quelle che sono morte, e, in quanto a loro sta, ne diseccano i verdi rami, sicch’ella non possa, contro all’avviso d’Orazio, più vestirsi di nuove foglie. Quest’autore vivea pure nel secol d’oro [2723] della lingua latina, e nel tempo in cui essa era nel suo più florido stato: e tuttavia perch’ella era ancor viva, egli pensava ch’essa potesse arricchirsi vie maggiormente e ricevere nuove forme di favellare. Nota dell’Abate Colombo alle Lezioni sulle Doti di una colta favella con una non più stampata sullo stile da usarsi oggidì ed altre operette del medesimo autore (cioè dell’Abate Colombo). Parma per Giuseppe Paganino 1820. (ediz. 2da delle tre prime Lezioni e delle altre operette, fuorchè d’una). Lezione IV, Dello Stile che dee usare oggidì un pulito Scrittore. pag.96. (antepenultima delle Lezioni). nota a. (25. Maggio. Domenica della SS. Trinità. 1823.).

I pedanti che oggi ci contrastano la facoltà di arricchir la lingua, pigliano per pretesto ch’essa è già perfetta. Ma lo stesso contrasto facevano nei cinquecento quand’essa si stava perfezionando, [2724] anzi nel momento ch’ella cominciavasi a perfezionare, come fece il Bembo, il quale volea che questo cominciamento fosse il toglierle la facoltà di crescer mai più, e ’l ristringerla al solo Petrarca e al solo Boccaccio. Lo stesso contrasto fecero al tempo di Cicerone e d’Orazio, cioè nel secolo d’oro della lingua latina, nel quale ella si perfezionava, e fino al quale non fu certamente perfetta. Ma la pedanteria nasce presto, e gli uomini impotenti presto, anzi subito credono e vogliono che sia perfetto e che non si possa nè si debba oltrepassare nè accrescere quel tanto, più o manco, di buono ch’è stato fatto, per dispensarsi dall’oltrepassarlo ed accrescerlo, e perch’essi non si sentono capaci di farlo. (25. Maggio 1823.). E come pochissimo ci vuole a superare l’abilità degli uomini da nulla, così pochissimo artifizio, e pochissima bontà basta a fare ch’essi la credano insuperabile, qual è veramente per loro, ancorchè piccolissima. Oltre che [2725] al loro scarso e torto giudizio spesso e in buona fede il mediocre pare ottimo, e l’ottimo mediocre, e il cattivo buono, e al contrario. (27. Maggio. 1823.).

Per quanto voglia farsi, non si speri mai che le opere degli scienziati si scrivano in bella lingua, elegantemente e in buono stile (con arte di stile). Chiunque si è veramente formato un buono stile, sa che immensa fatica gli è costato l’acquisto di quest’abitudine, quanti anni spesi unicamente in questo studio, quante riflessioni profonde, quanto esercizio dedicato unicamente a ciò, quanti confronti, quante letture destinate a questo solo fine, quanti tentativi inutili, e come solamente a poco a poco dopo lunghissimi travagli, e lunghissima assuefazione gli sia finalmente riuscito di possedere il vero sensorio del bello scrivere, la scienza di tutte le minutissime parti e cagioni di esso, e finalmente l’arte di mettere in opera esso stesso quello che non senza molta difficoltà [2726] è giunto a riconoscere e sentire ne’ grandi maestri, arte difficilissima ad acquistare, e che non viene già dietro per nessun modo da se alla scienza dello stile; bensì la suppone, e perfettissima, ma questa scienza può stare e sta spessissimo senza l’arte. Ora gli scienziati che fino da fanciulli hanno sempre avuta tutta la loro mente e tutto il loro amore a studi diversissimi e lontanissimi da questi, come può mai essere che mettendosi a scrivere, scrivano bene, se per far questo si richiede un’arte tutta propria della cosa, e che domanda tutto l’uomo, e tanti studi, esercizi, e fatiche? E come si può presumere che gli scienziati si assoggettino a questi studi e fatiche, non avendoci amore alcuno, ed essendo tutti occupati e pieni di assuefazioni ripugnanti a queste, e mancando loro assolutamente il tempo necessario per un’arte che domanda più tempo d’ogni altra? Oltre di ciò i più perfetti possessori di quest’arte, dopo le [2727] lunghissime fatiche spese per acquistarla, non sono mai padroni di metterla in opera senza che lo stesso adoperarla riesca loro faticosissimo e lunghissimo, perchè certo neppure i grandi maestri scrivono bene senza gravissime e lunghissime meditazioni, e revisioni, e correzioni, e lime ec. ec. Si può mai pretendere o sperare dagli scienziati questo lavoro, il quale è tanto indispensabile come quello che si richiede ad acquistare l’arte di bene scrivere?

Per gli scienziati ch’io escludo dalla possibilità di scriver bene ed elegantemente, non intendo i moralisti, i politici, gli scrutatori del cuore umano e della natura umana, i metafisici, insomma i filosofi propriamente detti. Le scienze di costoro non sono molto lontane da quella che si richiede a bene scrivere, nè le loro abitudini ripugnano all’abitudine e alla riflessione che produce il bello, il semplice, l’elegante. Anzi Cicerone diceva che senza filosofia non si dà perfetto oratore; e lo stesso si può dire [2728] del perfetto scrittore d’ogni genere. La scienza del bello scrivere è una filosofia, e profondissima e sottilissima, e tiene a tutti i rami della sapienza. Di più la materia stessa di tali discipline è suscettibilissima d’eleganza. Quindi molti ottimi scrittori antichi e moderni ha fornito questa sorta di dottrine.

a io escludo dal bene scrivere i professori di scienze matematiche o fisiche, e di quelle che tengono dell’uno e dell’altro genere insieme, o che all’uno o all’altro s’avvicinano. E di questa sorta di scienze in verità non abbiamo buoni ed eleganti scrittori nè antichi nè moderni, se non pochissimi. I greci trattavano queste scienze in modo mezzo poetico, perchè poco sperimentavano e molto immaginavano. Quindi erano in esse meno lontani dall’eleganza. Ma certo essi ne furono tanto più lontani, quanto più furono esatti. Platone è fuori di questa classe. Gli antichi lodano assai lo stile d’Aristotele e di Teofrasto. Può essere ch’abbiano riguardo ai loro scritti politici, morali, metafisici, piuttosto che ai naturali. Io dico il vero che nè in questi [2729] nè in quelli non sento grand’eleganza. (Quel ch’io ci trovo è purità di lingua e un sufficiente e moderato atticismo: l’uno e l’altro, effetto del secolo e della dimora anzi che dello scrittore, e insomma natura e non arte. Niuna eleganza però nè di stile nè di parole. Anzi sovente grandissima negligenza sì nella scelta sì nell’ordine e congiuntura de’ vocaboli; poca proprietà, e non di rado niuna sintassi.) Ben la sento e moltissima in Celso, vero e forse unico modello fra gli antichi e i moderni del bello stile scientifico-esatto. Col quale si potrà forse mettere Ippocrate. I latini ebbero pochi scrittori scientifici-esatti. E di questi, fuori di Celso, qual è che si possa chiamare elegante? Non certamente Plinio, il quale se si vorrà chiamar puro, si chiamera così, perchè anch’egli per noi fa testo di latinità. Lascio Mela, Solino, Varrone, Vegezio, Columella ec. Il nostro Galileo lo chiami elegante chi non conosce la nostra lingua, e non ha senso dell’eleganza. (Vedi Giordani, Vita del Cardinale Pallavicino). Il Buffon sarebbe unico fra’ moderni per il modo elegante di trattare le scienze esatte: ma oltre che la storia naturale si presta all’eleganza più d’ogni altra di queste scienze; tutto ciò che è elegante in lui, è estrinseco alla scienza propriamente detta, [2730] ed appartiene a quella che io chiamo qui filosofia propria, la quale si può applicare ad ogni sorta di soggetti. Così fece il Bailly nell’Astronomia. Sempre che usciamo dei termini dottrinali e insegnativi d’una scienza esatta, siamo fuori del nostro caso. La scienza non è più la materia ma l’occasione di tali scritture; non s’impara la scienza da esse, nè questa fa progressi diretti, per mezzo loro, nè riceve aumento diretto dalle proposizioni ch’esse contengono: elle sono considerazioni sopra la scienza. (28. Maggio. Vigilia del Corpus Domini. 1823.). I pensieri di Buffon non compongono e non espongono la scienza, non sono e non contengono i dogmi della medesima, o nuovi dogmi ch’esso le aggiunga, ma la considerano, e versano sopra di lei e sopra i suoi dogmi. Si può ornare una materia coi pensieri e colle parole. Tutte le materie sono capaci dell’ornamento de’ pensieri, perchè sopra ogni cosa si può pensare, e stendersi col pensiero quanto si voglia, più o meno lontano dalla materia strettamente presa. Ma non tutte si possono ornare colle parole. Il Buffon adornò la scienza con pensieri [2731] filosofici, e a questi pensieri non somministrati ma occasionati dalla storia naturale, applicò l’eleganza delle parole, perch’essi n’erano materia capace. Ma i fisici, i matematici ordinariamente non possono e non vogliono andar dietro a tali pensieri, ma si ristringono alla sola scienza.

Chiamo qui scienze esatte [3] tutte quelle che ancorchè non sieno ancora giunte a un cotal grado di perfezione e di certezza, pure di natura loro debbono esser trattate colla maggior possibile esattezza, e non danno luogo all’immaginazione (della quale il Buffon fece grandissimo uso), ma solamente all’esperienza, alla notizia positiva delle cose, al calcolo, alla misura ec. (30. Maggio. 1823.).

In proposito della prontissima decadenza della letteratura latina, e della lunghissima conservazione della greca, è cosa molto notabile, come dopo Tacito, cioè dall’imperio di Vespasiano in poi (fino al quale si stendono le [2732] sue storie) la storia latina restò in mano dei greci, e le azioni nostre furono narrate da Appiano, Dione, Erodiano, anche prima della traslocazione dell’imperio a Constantinopoli, e dopo questa da Procopio, Agazia, Zosimo ec. Senza i quali la storia del nostro impero da Vespasiano in poi, sarebbe quasi cieca, non avendo altri scrittori latini che quei miserabili delle Vite degli Augusti, piene di errori di fatto, di negligenza, di barbarie, e Ammiano non meno barbaro, per non dir di Orosio e d’altri tali più miserabili ancora. Così quella nazione che ne’ tempi suoi più floridi aveva narrato le sue proprie cose, e i suoi splendidissimi gesti, e le sue altissime fortune, e forse prima d’ogni altra, aveva dato in Erodoto l’esempio e l’ammaestramento di questo genere di scrittura; dopo tanti secoli, quando già non restava se non la lontana memoria della sua grandezza, estinto il suo imperio e la sua potenza, fatta [2733] suddita di un popolo che quando ella scriveva le sue proprie storie, ancora non conosceva, seguiva pure ad essere l’istrumento della memoria dei secoli, e i casi del genere umano e di quello stesso popolo dominante che l’aveva ingoiata, ed annullato da gran tempo la sua esistenza politica, erano confidati unicamente alle sue penne. Tanto può la civilizzazione, e tanto è vero che la civilizzazione della Grecia ebbe una prodigiosa durata, e vide nascere e morire quella degli altri popoli (anche grandissimi), i quali erano infanti, anzi ignoti, quand’ella era matura e parlava e scriveva; e giunsero alla vecchiezza e alla morte, durando ancora la sua maturità, e parlando essa tuttavia e scrivendo. Veramente la Grecia si trovò sola civile nel mondo ai più antichi tempi, e senza mai perdere la sua civiltà, dopo immense vicissitudini di casi, così universali [2734] come proprie, dopo aver veduto passare l’intera favola del più grande impero, che nella di lei giovanezza non era ancor nato; dopo aver communicata la sua civiltà a cento altri popoli, e vedutala in questi fiorire e cadere, tornò un’altra volta, in tempi che si possono chiamar moderni, a trovarsi sola civile nel mondo, e nuovamente da lei uscirono i lumi e gli aiuti che incominciarono la nuova e moderna civiltà nelle altre nazioni.

Lascio la Storia Ecclesiastica, della quale i greci hanno tanti scrittori, e i latini, si può dir, niuno se non S. Ilario, della cui storia restano alcuni frammenti, che non so però quanto abbiano dello storico, nè se quella fosse veramente storia. Vedi i Bibliografi, e le opp. di S. Ilario, e una Dissert. del Maffei appiè dell’opp. di S. Atanas. ediz. di Pad. 1777. Lascio le Croniche d’Africano e d’Eusebio, opere che niuno avrebbe pur saputo immaginare a quei tempi nell’Europa latina, che furono il modello di tutte le miserabili Cronografie latine uscite dipoi (di Prospero, Isidoro ec.), che furono recate allora nella lingua d’Italia, come nell’infanzia della letteratura latina furono tradotte le opere di Omero, di Menandro, ec. [2735] che furono anche recate nelle lingue d’Oriente (armena, siriaca ec.), di quell’Oriente che di nuovo riceveva la civiltà e letteratura dalla Grecia, e quivi ancora servirono di modello, come alla Cronica di Samuele Aniese ec. (30. Maggio. 1823.).

Nam si quis minorem gloriae fructum putat ex graecis versibus percipi, quam ex latinis, vehementer errat; propterea, quod graeca leguntur in omnibus fere gentibus, latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Quare si res hae, quas gessimus, orbis terrae regionibus definiuntur, cupere debemus, quo manuum nostrarum tela pervenerint, eodem gloriam, famamque penetrare. Cic., Orat. pro Archia poeta, cap. 10. Dunque se le cose latine continebantur suis finibus, le cose greche legebantur anche extra suos fines, dunque anche da quelli che non parlavano naturalmente il greco, dunque s’elle legebantur in omnibus fere gentibus, quasi tutte le nazioni intendevano il greco benchè non [2736] fossero greche, dunque il mondo era δίγλοσσος, dunque la lingua greca era universale di quella universalità ch’oggi ha la francese. Nè per suis finibus si possono intendere i termini dell’impero latino, i quali certamente non erano angusti ai tempi di Cicerone, e lo dimostra anche quello che segue nel medesimo passo addotto. (31. Maggio. 1823.).

È cosa indubitata che i giovani, almeno nel presente stato degli uomini, dello spirito umano e delle nazioni, non solamente soffrono più che i vecchi (dico quanto all’animo), ma eziandio (contro quello che può parere, e che si è sempre detto e si crede comunemente), s’annoiano più che i vecchi, e sentono molto più di questi il peso della vita, e la fatica e la pena e la difficoltà di portarlo e di strascinarlo. E questa si è una conseguenza dei principii posti nella mia teoria del piacere. Perciocchè ne’ giovani [2737] è più vita o più vitalità che nei vecchi, cioè maggior sentimento dell’esistenza e di se stesso; e dove è più vita, quivi è maggior grado di amor proprio, o maggiore intensità e sentimento e stimolo e vivacità e forza del medesimo; e dove è maggior grado o efficacia di amor proprio, quivi è maggior desiderio e bisogno di felicità; e dove è maggior desiderio di felicità, quivi è maggiore appetito e smania ed avidità e fame e bisogno di piacere: e non trovandosi il piacere nelle cose umane è necessario che dove n’è maggior desiderio quivi sia maggiore infelicità, ossia maggior sentimento dell’infelicità; quivi maggior senso di privazione e di mancanza e di vuoto; quivi maggior noia, maggior fastidio della vita, maggior difficoltà e pena di sopportarla, maggior disprezzo e noncuranza della medesima. Quindi tutte queste cose debbono essere in maggior grado ne’ giovani che ne’ vecchi; siccome [2738] sono, massime in questa presente mortificazione e monotonia della vita umana, che contrastano colla vitalità ed energia della giovanezza; in questa mancanza di distrazioni violente che stacchino il giovine da se medesimo, e lo tirino fuori del suo interno; in questa impossibilità di adoperare sufficientemente la forza vitale, di darle sfogo ed uscita dall’individuo, di versarla fuori, e liberarsene al possibile; in somma in questo ristagno della vita al cuore e alla mente e alle facoltà interne dell’uomo, e del giovane massimamente.

Il qual ristagno è micidiale alla felicità per le ragioni sopraddette. Ora esso è l’effetto proprio del moderno modo di vivere, e il carattere che lo distingue dall’antico, e quello che osservato da Chateaubriand, volendo fare un romanzo di carattere essenzialmente moderno, e ignoto e impossibile da farsi o da concepirsi agli [2739] antichi, gl’ispirò il René, che si aggira tutto in descrivere e determinare questo ristagno, e gli effetti suoi. Da ciò solo si conchiuda se la vita antica o la moderna è più conducente alla felicità, ovvero qual delle due sia meno conducente all’infelicità. E poichè lo Chateaubriand considera questo ristagno come effetto preciso e proprio del Cristianesimo, vegga egli qual conseguenza se ne debba tirare intorno a questa religione, per ciò che spetta al temporale. In verità si trova ad ogni passo che le sue più fine, profonde, nuove e vere osservazioni e i suoi argomenti intorno al Cristianesimo, e agli effetti di lui, ed alla moderna civiltà, ed al carattere e spirito dell’uomo Cristiano, o moderno e civile, provano dirittamente il contrario di quello ch’egli si propone. E può dirsi che ogni volta ch’egli reca in mezzo osservazioni nuove, travaglia per la sentenza contraria alla sua, accresce gli argomenti che la fortificano, e somministra nuove armi ai suoi propri avversari, credendosi di combatterli. (1. Giugno. Domenica. 1823.). Vedi p.2752.

Opra sincope di opera si trova in Ennio (ap. Forcell. v. opera, fin.), come nei nostri poeti opra e [2740] oprare e adoprare ec. Tan alla spagnuola per tam nel cod. antichissimo di Cicerone, de Repub. l. 1. c. 9. p. 26. ed. Rom. 1822. dove vedi la nota del Mai. (3 Giugno. 1823.).

Per esempio d’uno dei tanti modi in cui gli alfabeti, ch’io dico esser derivati tutti o quasi tutti da un solo, si moltiplicarono e diversificarono dall’alfabeto originale, secondo le lingue a cui furono applicati, può servire il seguente. Nell’alfabeto fenicio, ebraico, samaritano ec. dal quale provenne l’alfabeto greco, non si trova il ψ, carattere inutile perchè rappresenta due lettere; inventato, secondo Plinio, da Simonide, proccurato vanamente dall’Imperatore Claudio d’introdurre nell’alfabeto latino, che parimente ne manca, sebbene derivi dall’origine stessa che il greco; e in luogo del quale si trovano negli antichi monumenti greci i due caratteri π σ. (Secondo i grammatici il ψ vale ancora βσ e ϕσ; ma essi lo deducono dalle inflessioni ec. come ἄραψ ἄραβος, ἄραβες, ἄραψι ec. Non so nè credo che rechino alcun’antica inscrizione ec.) Vedi p. 3080. Ora ecco come dev’esser nato questo carattere che distingue l’alfabeto greco dal fenicio. Nella lingua greca, [2741] per proprietà sua, è frequentissimo questo suono di ps: ed ogni lingua ha di questi suoni che in lei sono più frequenti e cari che nelle altre. Gli scrivani adunque obbligati ad esprimerlo bene spesso, incominciarono per fretta ad intrecciare insieme quei due caratteri πσ ogni volta che occorreva loro di scriverli congiuntamente. Da quest’uso, nato dalla fretta, nacque una specie di nesso che rappresentava i due sopraddetti caratteri; e questo nesso che da principio dovette conservare parte della forma d’ambedue i caratteri che lo componevano, adottato generalmente per la comodità che portava seco, e per la brevità dello scrivere, appoco appoco venne in tanto uso che occorrendo di scrivere congiuntamente il π e il σ, non si adoperava più se non quel nesso, che finalmente per questo modo venne a fare un carattere proprio, e distinto dagli altri [2742] caratteri dell’alfabeto, destinato ad esprimere in qualunque caso quel tal suono: ma destinato a ciò non primitivamente, nè nella prima invenzione o adozione dell’alfabeto greco, e nella prima enumerazione de’ suoni elementari di quella lingua o della favella in genere; ma per comodità di quelli che già si servivano da gran tempo del detto alfabeto. Di modo che si può dire che questo carattere non sia figlio del suono ch’esso esprime, come lo sono quelli ch’esprimono i suoni elementari, ma figlio di due caratteri preesistenti nell’alfabeto greco, e quindi quasi nepote del suono che per lui è rappresentato. La grammatica e le regole dell’ortografia ec. non esistevano ancora. Venute poi queste, e prendendo prima di tutto ad esaminare e stabilire l’alfabeto nazionale, trovato questo nesso già padrone dell’uso comune, e sottentrato in luogo di carattere distinto e non doppio [2743] ma unico, lo considerarono come tale, gli diedero un posto proprio nell’alfabeto greco tra i caratteri elementari, e fissarono per regola che quel tal suono ps si esprimesse, come già da tutti si esprimeva, col ψ, e non altrimenti. Ed eccovi questo nesso, introdotto a principio dagli scrivani per fretta e per comodo, non riconoscendosi più la sua origine, o anco riconoscendosi, ci viene nelle grammatiche antiche e moderne come un carattere proprio dei greci, e come uno degli elementi del loro alfabeto. Lo stesso accadde allo ξ, che non è fenicio, introdotto come nesso per rappresentare due caratteri, cioè γσ, o κσ, o χσ: e ciò per essere questi suoni, frequentissimi nella lingua greca, siccome anche nella lingua latina, nel cui alfabeto pertanto ha pure avuto luogo questo medesimo nesso, considerato come carattere. In luogo del quale gli antichi greci scrivevano γσ, o κσ. Lo stesso dicasi [2744] del ϕ, carattere (originariamente nesso) che non si trova nell’alfabeto fenicio (perciocchè il ף o פ è veramente il Π, latino P, giacchè l’Ϝ è il digamma eolico), e che fu introdotto in vece del Χ che si trova negli antichi monumenti greci, dove pur si trova il KH in vece del X, carattere non fenicio. Questi due suoni composti, anzi doppi, ph e ch, frequentissimi nella lingua greca, non si udivano nella latina. Dunque l’alfabeto latino non ebbe questi due segni. I tre caratteri ξ, ϕ, χ s’attribuiscono presso Plinio (7. 56.) a Palamede, aggiunti da lui all’alfabeto Cadmeo o Fenicio. Lo stesso dite dell’ω, che s’attribuisce presso il medesimo a Simonide ec.

Ne’ tempi più bassi, moltiplicandosi le scritture, o piuttosto la necessità di scrivere in fretta per la scarsezza degli scrivani e del guadagno, e di scrivere in poco spazio per la scarsezza della carta ec., e massimamente la negligenza e sformatezza e il cattivo gusto della scrittura, e quindi impicciolendosi e affrettandosi sommamente le forme dei caratteri, [2745] si moltiplicarono anche a dismisura i nessi, le abbreviature ec. d’ogni genere (delle quali gli antichi erano stati parchissimi, e alle quali anche poco si prestava la forma del loro carattere); di modo che non v’è quasi codice o greco o latino di quelle età che non offra nuove differenze di legature e abbreviature ec. Ma oltrechè la stessa moltitudine e varietà loro impediva che questi tali caratteri doppi o tripli o quadrupli ec. non fossero ricevuti nell’alfabeto; esisteva già la grammatica e le regole ortografiche, e gli alfabeti delle rispettive lingue erano da sì gran tempo, per sì lungo uso, e sì pienamente determinati, fissati e circoscritti, che non davano più luogo nemmeno ai nessi più costantemente e universalmente, e con più certa significazione adottati in quei tempi.

Se non che forse negli alfabeti delle [2746] lingue che si formarono dopo i detti tempi, e massimamente delle settentrionali, rimase alcun vestigio di quel barbaro uso de’ caratteri composti, il quale è probabilmente l’origine del W, del Ç ec.

Negli alfabeti Orientali, settentrionali antichi ec. (alcuni de’ quali abbondano perciò strabocchevolmente di caratteri, impropriamente chiamati lettere da’ nostri, come il sascrito, che n’ha più di 50.) si trovano moltissimi caratteri rappresentanti due, tre, quattro o anche più suoni elementari unitamente. I quali caratteri non si debbono creder sincroni all’invenzione o adozione di quegli alfabeti, ma nati dalla fretta e dal comodo degli scrivani come nessi, e ricevuti poi facilmente come caratteri semplici (benchè così numerosi) negli alfabeti di lingue le cui grammatiche e regole ortografiche o non esistono, o nacquero tardi, o non sono abbastanza fisse, ferme, certe, stabilite, invariabili, o abbastanza precise, minute, determinate, esatte, particolari, distinte, o abbastanza note e adottate universalmente [2747] nella rispettiva nazione, o tardi hanno conseguito queste qualità. E dico tardi, rispetto alla maggiore o minore antichità della scrittura e letteratura presso quelle nazioni; presso alcune delle quali esse sono molto più antiche che presso la greca, come la scrittura e letteratura sascrita presso gl’indiani.

Nondimeno questa prodigiosa moltiplicità di caratteri rappresentanti de’ suoni composti, nasce in alcuni dei detti alfabeti dal mancare in essi totalmente o in parte i segni rappresentanti i suoni semplici della favella. La qual mancanza, ch’è la maggiore imperfezione che possa essere in un alfabeto, cagiona necessariamente e immediatamente un’assoluta e indeterminata moltiplicità di segni nell’alfabeto medesimo. Ma questa mancanza ed imperfezione non è già una prova che quegli alfabeti abbiano un’origine diversa da quella degli alfabeti Europei. Essa mancanza ed imperfezione, e la moltiplicità [2748] di caratteri che ne deriva, e l’uso di segni rappresentanti de’ suoni composti, sono tutte qualità che dovettero necessariamente essere nell’alfabeto primitivo; perchè l’uomo non arriva al semplice e agli elementi se non per gradi, anzi queste sono le ultime cose a cui egli arriva, e nell’arrivarvi consiste appunto la maggior possibile perfezione delle sue idee in qualunque genere. Ora nessuna cosa umana è perfetta nel suo principio, e massime un’invenzione così difficile e astrusa come fu quella dell’alfabeto. Non fu poco, anzi fu maravigliosissimo il pensiero di applicare i segni della scrittura ai suoni delle parole, invece di applicarli alle cose e alle idee, come si fece nella scrittura primitiva e nella geroglifica, come facevano i messicani nelle loro pitture scrittorie, come fanno i selvaggi, e i chinesi. Dopo concepito questo mirabile pensiero, che fu l’origine dell’alfabeto, questo pensiero ch’io dico essere stato unico nel mondo, cioè concepito da un uomo solo (e in questo senso io sostengo [2749] che l’origine di tutti gli alfabeti sia stata una sola) molto ancora vi volle, e molto tempo dovette passare, e molti tentativi farsi, e molti alfabeti passare in uso presso varie nazioni, prima che l’uomo arrivasse a distinguere i suoni veramente semplici della favella, cioè quelli di cui si componevano tutti gli altri suoni che formavano le parole. Ma da principio, e poi successivamente a proporzione, finchè non si giunse al detto punto, moltissimi suoni composti dovettero parer semplicissimi e indecomponibili. Il numero di questi, e dei segni destinati a rappresentarli, e quindi dei caratteri dell’alfabeto, dovette andar sempre scemando a misura che l’uomo si avvicinava a scoprire i puri elementi dei suoni. Ma in questo intervallo gli alfabeti che si usavano, dovevano aver molti caratteri, perchè questi rappresentavano dei suoni composti. Non tutte le nazioni poterono profittare della scoperta che finalmente si fece dei suoni veramente semplici. Quelle nel cui uso erasi già [2750] confermato un alfabeto più o meno composto di segni rappresentanti de’ suoni più o manco moltiplici; quelle presso cui la scrittura era già comune; quelle massimamente che avevano già una letteratura, dovettero conservare il loro alfabeto, o tal qual era, o semplificato di poco, perchè l’uso vince ogni ragione. (Basti osservare che la China presso cui l’uso della scrittura s’era forse o introdotto o diffuso prima che fra le altre nazioni, non potè neppure o non volle ricevere l’uso dell’alfabeto assolutamente.) Così l’alfabeto fenicio, e gli alfabeti europei derivati da quello, si perfezionarono, mentre molti alfabeti orientali ec. rimasero nell’imperfezione, e questa si radicò e si mantenne in essi perpetuamente fino al dì d’oggi.

Vedesi dalle sopraddette cose, ch’io distinguo due epoche nelle quali l’uso de’ caratteri rappresentanti de’ suoni composti dovette introdurli ne’ vari alfabeti. L’una prima del perfezionamento dell’alfabeto, l’altra dopo la sua intera perfezione. [2751] Nell’una e nell’altra epoca (specialmente però nella prima) questi caratteri contribuirono grandemente a distinguere l’alfabeto di una nazione da quello di un’altra, benchè tutti gli alfabeti derivassero da un’origine sola. Anzi parlando delle diversità intrinseche ed essenziali de’ vari alfabeti (cioè di quelle che non consistono nella forma de’ caratteri ec.), questa è forse la loro cagione principale. (3-4. Giugno. 1823.). Si possono facilmente riconoscere i caratteri composti appartenenti alla seconda epoca da quelli della prima, considerando se essi si trovano o no nell’alfabeto da cui più o meno immediatamente deriva quello in questione. Non trovandosi, è segno ch’essi appartengono alla seconda epoca. Come, non trovandosi nell’alfabeto fenicio, da cui viene il greco, i caratteri composti o doppi ψ ϕ χ ω ξ, è segno che questi appartengono alla seconda epoca, nel modo che si è mostrato di sopra. Questo però non è sempre un segno certo, potendo una nazione anche in quella prima imperfezione dell’alfabeto, [2752] avere adottato dei caratteri composti che non si trovassero in quell’alfabeto da cui derivava il suo, ed avergli adottati per diverse ragioni, come per bisogni particolari della sua lingua, a cui non bastassero i caratteri che bastavano all’altra, o alcuni di questi soprabbondassero e non servissero, altri mancassero. La vera, intrinseca, ed essenziale differenza tra i caratteri composti della prima epoca e quelli della seconda, si è che quelli sono figli immediati de’ suoni, cioè trovati per rappresentare immediatamente i suoni, e questi sono figli d’altri caratteri, cioè trovati per rappresentare due o più caratteri già esistenti e noti, e così sono nipoti de’ suoni. (4. Giugno. 1823.).

Alla p. 2739. fine. In primavera non è dubbio che la vita nella natura è maggiore, o, se non altro, è maggiore il sentimento della vita, a causa della diminuzione e torpore di esso sentimento cagionato dal freddo, e del contrasto tra il nuovo sentimento, o fra il ritorno di esso, e l’abitudine contratta nell’inverno. Questo accrescimento di vita [2753] (chiamiamolo così) è comune in quella stagione, come alle piante e agli animali, così agli uomini e massime agli individui giovani, sì delle predette specie, come dell’umana. Ora indubitatamente non è alcuno, se non altro de’ giovani, che in quella stagione non sia più malcontento del suo stato e di se, che negli altri tempi dell’anno (parlando astrattamente e generalmente, senza relazione alle circostanze particolari, o vogliamo dire, in parità di circostanze). Tanto è vero che il sentimento dell’infelicità si accresce o si scema in proporzione diretta del sentimento della vita, e che l’aumento di questo è inseparabile dall’aumento di quello. (4. Giugno 1823.). Vedi p.2926. fine. Così una sventura particolare opera maggior effetto e più dolorosa impressione in un temperamento forte e vivo, e lo abbatte di più che non un temperamento [2754] debole, contro quello che parrebbe dovesse essere, e che il volgo crede e dice. E la causa di ciò, non è, come si suol dire, la maggior resistenza che un temperamento forte oppone alla sventura e al dolore, ma il maggior grado di vita, e quindi la maggiore intensità di amor proprio e il maggior desiderio di felicità, che nasce dal maggior vigore; nè qui ha che far la rassegnazione, o piuttosto essa non è altro che un sentir meno il dolore. Se il dolore faceva quasi una strage nell’uomo antico, siccome fa nel selvaggio; se gli antichi, come ora i selvaggi, erano portati dalla sventura fino alle smanie e al furore, a incrudelire contro il proprio corpo, al deliquio, al totale spossamento di forze, al deperimento della salute, all’infermità, alla morte o volontaria o naturale, ciò non proveniva, come si dice, dal non essere assuefatti al dolore. Qual è l’uomo vivo che non sia accostumato a soffrire? Ma proveniva dal maggior vigore di corpo ch’era negli antichi ed è ne’ selvaggi, a paragone de’ moderni e civili. E forse questa, più che la minore assuefazione, è la causa che i giovani siano più sensibili [2755] alle sventure e più suscettibili di dolore che i vecchi; o certo questa n’è in grandissima parte la causa. Massimamente osservando che questa differenza si trova anche fra giovani assuefattissimi alle calamità, ed informatissimi, per dottrina, di quanto convenga patire in questa vita, e vecchi assuefatti ad aver sempre avuto ogni cosa a lor modo, ignorantissimi, e persuasissimi che questa terra sia la più felice abitazione del mondo, e la vita il sommo bene degli uomini (4. Giugno 1823.).

Alla p. 2717. Dico che la lingua francese è più ricca dell’italiana quanto alle parole non sinonime. Intendo de’ nomi e de’ verbi. Nelle altre parti dell’orazione la ricchezza nostra è incomparabile non solo colla lingua francese, ma pur colla latina, e forse con ogni lingua viva. Questa ricchezza è utile, e reca alla nostra lingua un’immensa ed inesauribile fecondità di frasi [2756] e di forme, e allo scrittore italiano la facoltà di poterne sempre foggiar delle nuove, non solo conformi all’indole e proprietà della lingua, ma che non paiano neppur nuove (forse neanche allo stesso scrittore), perchè nascono come da se, dal fondo della lingua, chi ben lo conosce, e lo sa coltivare e scaturiscono dalla natura di essa. Da ciò deriva una incredibile varietà. Ma la sostanziale e necessaria ricchezza di una lingua non può consistere nelle particelle ec. bensì ne potrebbe nascere, se queste si applicassero alla composizione delle parole, come fa la lingua greca, la quale è ricchissima di nomi e di verbi (che sono la sostanza e la principal ricchezza di una favella) non per altra cagione principalmente, se non per la estrema abbondanza di preposizioni e particelle d’ogni sorta, e per l’uso larghissimo ch’ella ne fa nella composizione d’ogni maniera di vocaboli. (5. Giugno. ottava del Corpus Domini. 1823.).

[2757] Ritenere per ricordarsi o tenere a mente (vedi la Crusca in ritenere §.7.) onde ritenitiva e retentiva per memoria, viene dal latino. Vedi Forcellini in Retinere fine. Aggiungi Cassiodoro De artibus ac disciplinis liberalium litterarum. Cap. 5. cioè De Musica opp. Cassiod. ed. Venet. 1729. t.2. p.557. col. 2. (la detta opera s’intitola più comunemente de septem disciplinis). Apud Latinos autem magnificus vir Albinus librum de hac re (de Musica) compendiosa brevitate conscripsit; quem in bibliotheca Romae nos habuisse, atque studiose legisse retinemus. Vedi ancora il Forcell. in Retinentia. Il Glossario non ha niente in proposito. (6. Giugno. 1823.).

È proprietà della nostra lingua di contrarre i participii de’ verbi della prima congiugazione, togliendo dalla loro desinenza in ato, le due prime lettere, cioè at: i quali participii così contratti, e serbano il loro valore di participii, servendo pure alla congiugazione de’ loro verbi coll’ausiliare; e bene spesso passano a fare uffizio di [2758] aggettivi; e molti semplici aggettivi della nostra lingua non sono altro che participii così contratti o di verbi italiani originati dal latino o d’altronde, o di verbi pur latini ec. Vedi Bartoli Il Torto e ’l diritto del non si può. capo 137. e la pag. 3060-3. 3035-6. ec. Ora questo medesimo costume di contrarre in questo medesimo modo i participii in atus della prima, togliendo loro le due lettere at caratteristiche della desinenza, si vede essere stato anche fra’ latini, fra’ quali Virgilio ed altri fecero inopinus per inopinatus, e da necopinatus, necopinus, e così d’altri participii, o aggettivi così formati, di molti de’ quali forse non si riconosce ora più la prima origine e forma di participii in atus, mancando loro le caratteristiche at. Odorus per odoratus. E tanto maggiormente si dee credere che questa sorta di contrazione familiarissima a noi, fosse anche più familiare al volgo latino che agli scrittori, quanto che il popolo ama sempre le contrazioni e accorciamenti. (10. Giugno. 1823.).

[2759] Io udii un uomo di campagna, avvezzo per la sua professione a considerare i rovesci degli elementi come sciagure e calamità, raccontando gli effetti d’una inondazione da lui poco innanzi veduta, e raccontandoli come dannosissimi, e compiangendoli, soggiungere che nondimeno ella era stata una cosa bella e piacevole a vedere e udire, per l’impeto e il rombo, la grandezza e la potenza della piena. Tanto è vero che l’uomo è inclinato per natura alla vita, e che tutte le sensazioni forti e vive, quand’elle non recano dolore al corpo, e non sono accompagnate col danno o col presente pericolo di chi le prova, sono per la loro stessa forza e vivezza, piacevoli, ancorchè per tutte le altre loro qualità ed effetti siano dispiacevoli o terribili ancora. (10. Giugno 1823.).

Chi vuol manifestamente vedere la differenza de’ tempi d’Omero da quelli di Virgilio, quanto ai costumi, e alla civilizzazione, e alle opinioni che [2760] s’avevano intorno alla virtù e all’eroismo, siccome anche quanto ai rapporti scambievoli delle nazioni, ai diritti e al modo della guerra, alle relazioni del nimico col nimico; e chi vuol notare la totale diversità che passa tra il carattere e l’idea della virtù eroica che si formarono questi due poeti, e che l’uno espresse in Achille e l’altro in Enea, consideri quel luogo dell’Eneide (X. 521-36.) dov’Enea fattosi sopra Magone che gittandosi in terra e abbracciandogli le ginocchia, lo supplica miserabilmente di lasciarlo in vita e di farlo cattivo, risponde, che morto Pallante, non ha più luogo co’ Rutuli alcuna misericordia nè alcun commercio di guerra, e spietatamente pigliandolo per la celata, gl’immerge la spada dietro al collo per insino all’elsa. Questa scena e questo pensiero è tolto di peso da Omero, il quale introduce Menelao sul punto di lasciarsi commuovere da simili prieghi, ripreso da Agamennone, che senza alcuna pietà uccide il troiano già vinto e supplichevole.

[2761] Ma chiunque bene osservi vedrà che siccome questa scena riesce naturalissima e conveniente in Omero, così riesce forzatissima e fuor di luogo in Virgilio, e ripugna all’idea che il lettore si era formato sì del carattere di Enea, sì della virtù eroica generalmente, dietro alle tracce di quel poema: anzi, dirò anche, ripugna all’idea che se n’era formata lo stesso Virgilio. E tutto quel luogo del suo decimo libro, dov’Enea fa lo spietato e il terribile, si riconosce a prima giunta per tirato d’altronde, (cioè dall’imitazione d’Omero, e dal carattere eroico-omerico) alieno dall’indole del poema e dell’eroe, alieno dal concetto medesimo di Virgilio: tanto che quella che si chiama inumanità, sembra in quel luogo come affettata da Enea, ed ascitizia, e quasi finta e par ch’egli ci sia inesperto e non la sappia esercitare; laddove negli eroi di Omero [2762] ella par vera e propria e che venga loro da natura.

La ragione si è che Omero e tutti quei del suo tempo concepivano l’inumanità verso i nemici come appartenente alla virtù eroica, come parte, come debito della medesima, e tanto è lungi che la tenessero per colpa o eccesso, che anzi la stimavano una dote e un attributo degno e proprio dell’eroe: ed intendevano di lodar quello a cui l’attribuivano; e l’attribuivano ed esageravano, volendo lodare, eziandio a chi non l’avesse o non l’avesse in quel tal grado; come fanno i panegiristi circa ogni sorta di virtù. Laddove Virgilio la concepiva, secondo le idee incivilite del suo tempo, come un vizio, e un biasimo; e concepiva come virtù e pregio la benignità ed umanità verso i nemici, il che sarebbe stato ridicolo o assurdo ai tempi d’Omero, come lo sarebbe ora presso i [2763] selvaggi, e questa umanità pose come parte essenziale e notabilissima della virtù eroica, ed espressela nel suo Enea, anzi gliel’attribuì come qualità caratteristica e principale della sua indole. E quei tratti d’inumanità non li tolse nè li ritrasse dalla forma dell’eroismo ch’egli avea nella sua mente, nè da quella del carattere di Enea ch’egli si era composta; ma dal poema che s’aveva e s’era sempre avuto per modello dei poemi eroici, e in cui si stimava universalmente, essere rappresentata la vera idea del carattere eroico. E ne li tolse quasi contro sua voglia; o più veramente non s’accorse che questa idea a’ suoi tempi, in questa parte, era mutata; e non era, in questo, l’idea sua nè quella de’ suoi contemporanei; e ch’essa era, in ciò, ben diversa dal concetto ch’egli s’era formato e ch’aveva espresso, del suo Enea. Laonde non vide che quei tratti, benchè propri della [2764] virtù eroica appresso Omero, ed appartenenti al carattere di quegli eroi, non avevano che fare col suo poema. Ma esso gli appropriò ad Enea pensandosi d’aver espresso fino allora, e di esprimere nel suo poema un eroe come quelli di Omero, e un carattere eroico come l’eroismo espresso da Omero; nel che s’ingannava; e pensandosi che l’eroismo per li suoi tempi fosse quella cosa medesima ch’era stato per li tempi d’Omero, nel che pur s’ingannava. Siccome anche s’ingannava pensandosi d’aver fatto un eroe che fosse potuto essere a quei tempi ne’ quali egli lo supponeva; o ch’essendo, fosse potuto essere stimato eroe da’ suoi contemporanei. Perchè infatti Virgilio nel formare il carattere di Enea, non salvò la verisimiglianza, rispetto ai tempi in cui fu questo eroe, e peccò di anacronismo in questo carattere molto peggio che nell’episodio di Didone; [2765] siccome peccò di gravissimo anacronismo lo Chateaubriand nei Martiri, supponendo le opinioni religiose, la religiosità e le superstizioni de’ tempi di Omero, ne’ tempi di Luciano.

L’inumanità verso i nemici non era biasimo ai tempi di Omero, perchè i nemici non erano considerati come uomini, o come parte di quel corpo a cui apparteneva il loro avversario. Gli antichi (e i selvaggi altresì) erano ben lontani dal considerare tutto il genere umano come una famiglia, e molto più dal considerare i nemici come loro simili e fratelli. Simili e fratelli non erano per gli antichi, e non sono per li selvaggi, se non gl’individui della loro stessa società; o nazione o cittadinanza o esercito che la vogliamo chiamare e considerare. Di questo ho detto altrove. Quindi essere inumano verso i nemici, tanto era per gli antichi, quanto essere inumano verso i lupi o altri animali che non [2766] sono del genere umano, anzi gli nocciono. Siccome appunto i nemici nocevano o cercavano di nuocere a quella società, dentro i limiti della quale si conteneva tutta quella famiglia umana a cui gli antichi si stimavano appartenere. E come a chi prendesse a difendere o a vendicare la sua società contro gli animali nocivi, sarebbe lode il non perdonar loro in alcuna maniera, ma sterminarli tutti a poter suo; così agli antichi era lode l’inumanità verso i nemici, che non si reputavano aver diritto all’umanità, non istimandosi aver nulla di umano, cioè nulla di comune con quegli uomini che li combattevano; e l’eccesso o il sommo grado di questa inumanità si giudicava proprissima dell’eroe. Massimamente che tutte le passioni o azioni forti erano fra gli antichi stimate molto più degne, o certo più eroiche che le deboli; e quindi la spietatezza verso chi non aveva alcun titolo alla clemenza, quali si stimavano i nemici, [2767] era creduta molto più eroica che la compassione, affetto dolce, molle, e stimato femminile; la vendetta molto più eroica che il perdono, siccome il risentimento era giudicato ben più degno dell’uomo che la pazienza delle ingiurie, la quale non andava mai disgiunta dalla riputazione e dal biasimo di viltà o dapocaggine.

Quando Omero, introduce Priamo ai piedi d’Achille, quando ci commuove fino all’anima coll’amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria, quando par che impieghi ogni artifizio, che accumuli ogni circostanza, propria a destarci la compassione più viva, e nel tempo stesso ci rappresenta Achille, il protagonista del suo poema, il modello della virtù eroica da lui concepita, così difficile, così tardo a lasciarsi piegare, piangente sopra il capo di Priamo, non già le sventure di Priamo, ma le sue proprie e il suo vecchio padre, e il suo Patroclo, della cui morte esso [2768] Priamo era venuto a chiedergli in certo modo il perdono, quando finalmente non lo fa risolvere di concedere al supplichevole e infelicissimo re la sua misera domanda, se non in vista dell’ordine espresso già ricevutone da Giove per mezzo di Teti, senza il quale egli dimostra e fa intendere assai chiaramente che nè le preghiere nè il pianto nè il dolore nè tutto il misero apparato di quel re domo e prostratogli dinanzi, l’avrebbero vinto; a noi pare che questo Achille sia quasi un mostro, e che anche una virtù secondaria anzi minima, non che primaria, (come si rappresenta la sua in quel poema) anche molto più gravemente offesa, anche già meno acerbamente vendicata, anche con minori cagioni d’intenerirsi, avesse dovuto e commuoversi ben tosto, e sommamente, e concedere già molto prima di quel ch’ella fa, la domanda del supplichevole, e concedere anche assai di più, potendo [2769] farlo, e farlo di volontà sua. Ma Omero stimò di doverci rappresentare in quel punto Achille come egli rappresentollo. E non si creda ch’egli nel far questo abbia solamente in mira di conservare la simiglianza del carattere feroce di Achille, da lui fino allora espresso, e di non farne un personaggio diverso da quel che l’aveva fatto essere. Omero attende a salvare il suo eroe dal biasimo della compassione, cioè della mollezza, e della facilità di lasciarsi commuovere, e della tenerezza di cuore; come noi attenderemmo (e come infatti i più moderni epici ec. attesero ec.) a salvarlo dal biasimo della durezza della insensibilità, della crudeltà verso il nemico, e a proccurargli appunto la lode della compassione verso il nemico, come cosa magnanima ec. Omero non ha solamente riguardo all’Achille tal quale egli l’ha fatto, ma alla virtù eroica tal quale allora si concepiva; egli introduce quell’episodio compassionevole in grazia del sommo interesse e del gran contrasto di affetti a cui dà luogo, ma guarda che Achille non offenda in alcuna parte le leggi dell’eroismo; non si mostri leggero, flessibile, dappoco perdonando; non sia ripreso d’essere stato umano [2770] co’ nemici della sua nazione e suoi.

Tali erano i tempi di Omero, e molto più quelli ch’egli dipinge: e tali bisogna considerarli volendo ben conoscere ed estimare la somma arte imitativa di quel grande spirito, anche nelle situazioni più difficili. Siccome appunto era questa, assai più difficile per lui, stante le predette considerazioni, che non sarebbe per noi. Nella quale quanto più a noi può parere ch’egli abbia peccato, quanto più egli si allontana dalla nostra opinione, e delude ed étonne la nostra aspettativa, tanto la sua arte è maggiore, la sua imitazione più vera, la sua osservazione e conservazione de’ caratteri, de’ tempi, de’ personaggi più costante, e più mirabile la sua riuscita, e la felicità con cui egli si trae fuori delle difficoltà somme di questo passo. E tanto eziandio erano e si denno valutar maggiori esse difficoltà. (11. Giugno. 1823.).

[2771] Noi diciamo fumo per superbia, fasto, vanità, onori vani o l’orgoglio che ne nasce, e il vanto ch’altri ne fa: insomma applichiamo in molti modi e casi quella parola a significare la superbia e le cose che a questa appartengono. Vedi Caro lett. 20. vol.1. principio. Nè più nè meno fanno i greci della voce τύϕος, (il cui proprio significato si è fumo), e de’ suoi derivati e composti. Siccome anche noi similmente di fumoso, e fumosità. (12. Giugno 1823.).

Matto non verrebb’egli da μάτην, μάταιος e mattia cioè mattezza da ματία? (12. Giugno 1823.).

Come la lingua latina abbia conservato l’antichità più della greca, si dimostra ancora con queste considerazioni. 1. La lingua latina conserva nell’uso comune de’ suoi buoni tempi e de’ seguenti (non solo degli anteriori) i temi, o altre voci regolari di verbi che tra’ greci, avendo le stesse radici che in latino, ma essendo però difettivi o anomali, non conservano i loro primi temi o quelle tali voci regolari, o non le usano se non di rarissimo, [2772] o talmente ch’essi temi ed esse voci non si trovano se non presso gli antichissimi autori, o presso i poeti soli, i quali in ciascuna lingua che ha favella poetica distinta, conservano sempre gran parte d’antichità per le ragioni che ho detto altrove. Dovechè la lingua latina usa essi temi ed esse voci universalmente sì nella prosa come nel verso, ed usale ne’ secoli in ch’ella era già formata e piena, ed usale eziandio non come rare, nè come quasi licenze o arcaismi, ma tutto dì e regolarmente e come temi e voci proprie e debite di quei verbi a’ quali appartengono. Per esempio il verbo do, si è il tema di δίδωμι (e nota che questo verbo in greco non è neppure anomalo nè difettivo, ma l’uso l’ha cangiato interamente dal suo primo stato, a differenza del verbo latino do.). Il qual tema conservasi nel latino in tutti i composti d’esso verbo, come credo, edo, trado, addo, subdo, prodo, vendo, perdo, indo, condo, reddo, dedo, ec. (ne’ quali per istraordinaria anomalia è mutata la coniugazione di do dalla prima nella terza: non così in circumdo as, venundo as, pessundo as ec.) Ma in nessun composto del verbo δίδωμι comparisce nel greco il suo vero tema. ῎Eδω voce e tema di verbo anomalo o difettivo, non si troverà, [2773] credo, in greco se non presso i poeti, ma tra’ latini edo e il suo composto comedo sono voci e verbi di tutti i secoli e di tutte le scritture. Eo ἔο tema da cui nascono in greco tanti verbi, non si trova nè fra’ poeti greci nè fra’ prosatori ma egli è comune e proprio ai latini, e ne nasce un verbo usitatissimo, co’ suoi composti, che tutti conservano il tema intatto e conservano altresì tutta la sua coniugazione perfettamente, redeo, abeo, exeo, ineo, subeo, coeo, adeo, circumeo, pereo, intereo, obeo, prodeo, introeo, veneo, praetereo, transeo, ec. Nessun composto greco conserva il tema ἔο. Lateo è il medesimo che λήϑω, voce, e tempo ben raro negli scrittori greci, e verbo difettivo in greco, ma tema comune e usitatissimo, e verbo quasi perfetto e regolare in latino. Il tema λάϑω trovasi espressamente in Senofon. Simpos. c. 4. §. 48. I Dori e gli Eoli dicevano probabilmente λήϑο. Patior che sta in luogo dell’attivo patio (il quale pur si trova nell’antica latinità) è più vicino al πήϑω, (Dor. ed Eol. πάϑω) inusitato in greco, che non è l’usitato πάσχω. Composti, per-petior ec. Il verbo fero, s’io non m’inganno, ha più voci in latino che in greco. Del tema sto equivalente all’inusitato στάω, altrove.

Il tema στάω non si trova, ch’io sappia in greco. Il verbo si trova, cioè ἔσην ἔστηχα  στήχας ec. ma è difettivo. Il verbo sto è intero.

[2774] Viceversa saranno ben pochi quei verbi anomali o difettivi latini il cui proprio puro e vero tema, disusato in latino, o le cui voci che in latino sieno o perdute o irregolari, si conservino, e regolari, nell’uso greco universale d’ogni buon secolo e d’ogni genere di scrittura. Tale per esempio sarebbe il verbo μνάω, tema di memini (il qual memini è fatto per duplicazione della m, come in greco μέμνημαι e come molti preteriti latini, cecini, cecidi, dedi, steti, fefelli, poposci, pepuli, tetuli antico, da tulo o tollo, tetigi, pepigi, peperci, cecidi, spopondi, dedidi, tetendi, peperi, totondi, pependi, didici vedi Gell. 7. 9) ec. Di questo verbo μνάω si conservano alcune voci nel greco, ma piuttosto presso i poeti che altrove: e dubito che in alcun luogo si trovi esso tema μνάω Puoi vedere la p. 3691.

E qui osservo che la lingua latina conserva ordinariamente i suoi temi più semplici e puri cioè composti di minor numero di lettere, che non fa la lingua greca. Il che si può vedere e per gli esempi sopraddotti, e per alcuni che s’addurranno, e per moltissimi che si potrebbero addurre. Per esempio da δῶ o δόω, i greci, per la solita duplicazione o anadiplasiasmo, oltre l’inflessione in μι, fecero δίδομι; come da περάο πιπράσκω, [2775] da ϕάω o ϕάσκω πιϕάσκω o πιϕαύσκω, da τρόω τιτρώσκω, da τράω τιτράω o τιτραίνω o τίτρημι, da ϑέω τίϑημι, da πλῆϑω πίμπλημι o πιμπλάο o πιμπλάνω o πίπλημι, da τείνω e da τίω o da τίνω τιταίνω, da βάω  βῆμι, βαίνω o βίβεμι o βιβασϑω, da χράω κιχράω o κίχρημιὄνημι ὀνίημι, da καλέω κικλήσκω, da πρήϑω ec. πίμπρημι ec. da μνάω μιμνήσκω, da δράω διδρασχω, e mille altri. I latini conservarono il puro do. Così da λήϑω λανϑάνω. I latini lateo. Così da λήβω λαμβάνω, da λήχω λαγχάνω, da τεύχω τγγχάνω, da μήϑω μανϑάνω, da δάρϑω δάρϑάνω, da βάω βαίνο, da πετάω πεταννύω o μετάννυμι, da χάζω χανδάνω, da ϕάω  ϕάίνω o ϕαείνω e simili, da ἵζω ἱζάνω, da ἐρύκω ἐρύκάνω ec., da δύνω , da διώκω ἀμύνω διώκάϑω ἀμυνάϑω, da κιχέω κιχάνω, da εἴκω εἰκάϑω, da ἴσχω ἰσχάνω e ἰσχανάω, da βλάστω βλαστάνω, ἀμαρτάνω, ἐρυγγάνω, οἰδάνω. Cento forme e figure avevano i greci (o provenienti dalla varietà e proprietà de’ dialetti, o d’altronde) sì di alterare, come di accrescere gli elementi de’ loro temi. Non così i latini. Quindi i loro temi o sono monosillabi, o più facili da ridursi alla radice monosillaha. Vedi p. 2811.

2. Molte radici (o primitive o secondarie) di vocaboli greci che non si trovano nel greco, o non sono in uso, quantunque lo fossero già, si conservano nel latino, e sono usitate. Può servir d’esempio la voce do, radice del verbo δίδομι, il quale non è nè anomalo nè difettivo come ho detto di sopra. Ma δίδομι è veramente lo stesso do (non un suo derivato) alterato cioè duplicato ed inflesso alla maniera greca. ῾Aρπάζω si è un vero derivato di ἅρπω, il quale però non si trova ne’ greci, o è rarissimo e solamente poetico. Ben si trova il suo participio fem. sostantivato ἅρπυιαι, che nella 2.da iscrizione triopea, è [2776] adoperato in forma aggettiva. I latini hanno rapio, che per metatesi è appunto il tema ἅρπω. Nello Scapula trovo senza esempio ἁρπω ed ἁρπωμαι. Questo sarebbe contrazione di ἁρπάω (vedi Schrevel. in ἁρπω), del quale ἁρπάζω non sarebbe un derivato ma quasi un’inflessione, come da πειράω, πειράζω. Ma di ἁρπάω non può venire ἅρπυιαι, bensì ἁρπηκυῖαι o ἡρπηκυῖαι. Vedi p. 2786.

3. Com’è detto qui sopra, p. 2774-5. la lingua latina è solita di conservar le parole molto più semplici quanto agli elementi, che non fa la lingua greca. E ciò si deve intendere non solo de’ temi de’ verbi o delle radici di qualunque vocabolo, ma d’ogni altra qualsivoglia voce. Per ὀδοὺς ὀδοντος i latini hanno dens -tis. ᾽Oλολύζω dev’essere un’alterazione di ὀλολύω come τροχάζω di τροχάω πειράζω di πειράω, δοκάζω di δοκάω, σκεπάζω di σκεπάω, διστάζω di διστάω da δίς e σταω, vedi p. 2825. 3169. ἀνύττω o ἀνύτω di ἀνύω ec. Infatti ὀλολύω è molto più imitativo e conveniente che ὀλολύζω dove il ζ, quanto all’imitare, ci sta a pigione. Or questo verbo in origine è formato e nato evidentemente dall’imitazione del suo soggetto, come ululo. E non è maraviglia, perciocchè egli è vocabolo significativo d’un suono. Vedi p. 2811. e lo Scap. in ἀλαλάζω. I latini hanno ululo, che certo è originalmente tutt’uno con ὀλολύζω, ed è tanto più semplice negli elementi. Γιγνώσκω, verbo difettivo o anomalo, è fatto per anadiplasiasmo da γνώσκω, il [2777] quale non è già il suo tema, ma sibbene γνόω, onde γνώσκω come da τρόω τιτρόσκω, da βρόω βρόσκω, da βόω βώσκω, da βάω, inusitato, βάσκω poetico, da περάω περαάσκω, poetico, da βιόομαι βιώσκομαι, da γηράω, inusitato, γηράσκω, da ὄνημι ὀνισκο, da ϕάω ϕάσκω, da περάω (contratto πιπράσκω) περάω. I latini hanno nosco senza l’anadiplasiasmo e senza il g. E qui pure si noti nel latino la conservazione dell’antichità. I greci medesimi dicono comunemente anche γινώσκω. Ma il puro tema di  questo verbo, ch’è νοΐσκω e per sineresi νώσκω fatto da νόω (come i sopraddetti βρόω ec.), da cui gli Eoli γνόω (vedi Lexic. non si trova in tutta la grecità, e trovasi nel latino. Nel quale il verbo nosco è così regolare come i suoi uniformi, cresco, suesco, nascor, scisco e simili e in parte adolesco, exolesco, inolesco ec. pasco ec. Vedi la pag.3688. sqq. E comparisce nel latino il g eolico ne’ composti di nosco, agnosco, cognosco, ignosco, dignosco (trovasi anche dinosco) prognosticum (sebben questa è voce tolta dal greco a dirittura, ai tempi di Cicerone, o circa). Negli altri composti praenosco, internosco, il g non comparisce. Vedi p. 3695.

[2778] 4. Molti attivi di verbi che in greco non conservano se non il medio ἅλλομαι —salio (in senso attivo, o passivo, o in ambedue), o il passivo, (in senso passivo o attivo ec.) l’uno e l’altro, o parte dell’uno, parte dell’altro, (com’è ordinarissimo), segni certissimi di un verbo greco attivo perduto (come lo sono i deponenti in latino), o che in greco sono appena conosciuti, o solamente poetici, o antiquati o insoliti, sono comuni ed usitati universalmente in latino, o se non altro si conservano. Di ciò si potrebbero addurre non pochi esempi. Bastimi il verbo gigno, attivo di γίγνομαι che significa gignor e che in greco manca non solo di voce ma eziandio di significazione attiva. E notate che il verbo latino gigno nel perfetto e ne’ tempi che dal perfetto si formano e nel supino, muta la i radicale in e, e perde il secondo g come appunto accade nel greco γίγνομαι nelle sue inflessioni. Serva per altro esempio il verbo volo, il quale io dico esser la voce attiva di βούλομαι, cioè βούλω, mutato il b in v, come in tanti [2779] altri casi (per esempio da βάδω vado), vedi p. 4014. e fatto dell’ου, ω, alla Dorica, cioè βώλω, come di βοῦς i dori βῶς, i latini bos, di ὓπνος gli Eoli ὕπνος (come ὠψηλός da ὑψηλός), i latini somnus, di νὺξ νώξ, nox: vedi p.3816. oltre le solite mutazioni volgari di vulgus vulpes ec. in volgus volpes. (12-13. Giugno 1823.). Βούλω si trovò certamente nell’antica lingua greca, come mostra il suo medio βούλομαι. E forse sì βούλω che ϑέλω ed ἐϑέλω furono fatti per πρόσϑεσιν dal tema monosillabo λῶ volo, onde λωΐων λωϊστοςec. Vedi Lexic. E così ϑέλω volo viene forse dalla stessa radice del suo sinonimo βούλομαι, di cui però vedi Ammon. de Different. vocabulor. (᾽Aβούλέω nolo è di Plat. e di Demost. nelle epist. Di tal πρόσϑεσις se n’ha appunto un esempio in ϑέλω - ἐϑέλω. Vedi p. 3842.

Alle osservazioni da me fatte circa il verbo expectare nel principio della mia teoria de’ continuativi, aggiungi che anche in greco δοκάζειν vale osservare o stare a vedere guardare, e nel medesimo tempo aspettare, onde προσδοκᾶν (13. Giugno 1823.).

Che il proprio tema de’ verbi ἵστημι, ἵσταμαι fosse στάω, come forse ho detto nella mia teoria de’ continuativi parlando di sisto, e che l’iota sia una giunta fatta al tema per proprietà di lingua, si conosce sì dalle molte voci di questi verbi che mancano di quell’i paragogico, e da tutti i loro derivati che parimente [2780] ne mancano, sì dal verbo ἵπταμαι il quale colla medesima paragoge (ch’esso perde in molte voci) è fatto dall’inusitato πτάω (vedi la Gramm. di Pad. p. 210.) o πετάω, onde πετάομαι, πέταμαι, πέτομαι che vagliono altresì volare, e che in origine non debbon esser altro che il verbo στάω pando explico che ancora esiste, trasportato alla significazione del volare per lo spiegar delle ali ec. e vedi la pag. 2826.

Del resto niente impedirebbe che sto e στάω non avessero niente di comune nella loro origine, o ch’essi fossero nati da una stessa lingua madre, ma indipendentemente l’uno dall’altro, giacchè l’uno significa stare ed anche essere (vedi Forcellini), e l’altro stabilire, il cui passivo o medio ἵσταμαι, passivando il significato di stabilire, viene a prendere la significazione neutra di stare (quasi essere stabilito).

Ma supponendo che sto e στάω sieno in origine uno stesso verbo, niente pure impedisce che il greco sia derivato dal verbo latino, e che tuttavia il latino sisto, ben diverso da sto e per coniugazione e per significato e per tutto, sia nato dal greco ἱστάω, ἱστῶ.

[2781] Chi può saper le varie vicende dei commerci antichissimi fra le lingue latina e greca, dopo che l’una e l’altra nacquero dalla stessa madre; quando la storia delle due nazioni comincia per noi così tardi, e massime la storia veridica, e certa; e la storia non alterata dalle favole ambiziose di cui è tutta piena l’antica istoria greca? Chi può con certezza negare che in quel lunghissimo tratto di tempi oscurissimi non vi fossero delle epoche nelle quali la lingua greca si arricchisse delle spoglie della sorella, ed altre, o successivamente o anche allo stesso tempo, in cui la lingua latina si arricchisse, come certo fece, delle spoglie della greca, ed anche ricevesse sotto nuova forma alcune di quelle medesime voci ch’erano nate da lei e da lei passate nella lingua greca, o alcuni derivati di quelle? Come sarebbe nella nostra supposizione; cioè che sto, nato nella lingua latina dal participio di sum, passato in Grecia sotto forma di στάω, [2782] ridotto quivi per paragoge alla forma di ἱστάω, e per contrazione a quella d’ἱστῶ e mutata significazione per affinità, ritornasse nel latino colla forma di sisto, il qual verbo verrebbe così ad essere originalmente il medesimo che sto.

Osservando la cosa ne’ tempi moderni, non sappiamo noi che la lingua francese è venuta d’Italia? e che dal medesimo fonte nacque una lingua sorella della francese, cioè l’italiana? E non vediamo noi quante parole nate o allevate nel nostro paese, cioè nella lingua latina; di qua passate in Francia; quivi alterate o di forma o di senso o d’ambedue; sono ritornate in Italia come forestiere ed altrui, e ricevute in questa lingua sorella della francese, e ciò fino dal cento o dal dugento o dal trecento, e tuttogiorno nella metà dell’ultimo secolo e in questo? E chi dicesse per questa ragione che la lingua francese è madre e non sorella dell’italiana, o chi negasse che la lingua francese sia provenuta [2783] d’Italia, s’apporrebb’egli al vero?

Credo eziandio che non poche voci venute dalla stessa lingua italiana (non dall’antica latina), e passate in Francia; di là ci sieno tornate, e ci tornino tuttavia bene spesso come forestiere: o che quelle nostre sieno dimenticate, o che queste sieno alterate in modo che non si riconoscano essere originalmente tutt’une colle nostre ancora esistenti, e già preesistenti alle sopraddette francesi. (Quanto a molte voci e forme italiane passate anticamente fra’ provenzali, ed ora credute provenzali di origine, o perchè si trovano nei loro scrittori, e non più presso noi; o perchè, alquanto mutate dalla prima figura e significazione, le ritolsero dai provenzali i nostri primi poeti o que’ del 300, e i commerci di que’ tempi, vedi Perticari Apologia capo 11. 12. p. 108-17. e capo 19. fine p. 176-7.). Così dico di molte voci spagnuole ricevute nella nostra lingua durante il 500 e il 600, ne’ quali secoli la letteratura spagnuola nata dall’italiana, modellavasi pur tutta sull’italiana, e quindi certo la loro lingua doveva abbondare, e abbondava, di parole e maniere provenutele dall’italiano.

Ma lasciando questo, potremo anche dire che il sistema de’ continuativi fosse proprio della lingua onde nacquero la latina e la greca; che di lei fossero il verbo sum (il quale certo si trova [2784] tutto nella sascrita) e il verbo sto che ne deriva; che da lei li pigliassero le dette due lingue; e che poi dalla greca venisse nella latina, coll’andar del tempo e de’ commerci, il verbo sisto. Così discorrete de’ verbi apo ed apto, ἅπτω ed ἅπτωμαι, de’ quali nella mia teoria de’ continuativi.

In questa supposizione la lingua latina resterebbe pur molto superiore alla greca, rispetto alla conservazione dell’antichità. 1. Ella avrebbe conservato il sistema de’ continuativi, e la greca no. Di più ella n’avrebbe conservato il modo cioè la formazione da’ participii passivi, il che alla lingua greca è impossibile. 2. Il suo verbo sum sarebbe più conforme a quello della lingua madre. E ciò si proverebbe, primo perch’esso, come ho detto, si trova molto più simile a quello della lingua sascrita antichissima, che non il greco εἱμί: secondo, perchè esso si presterebbe ottimamente per la sua forma grammaticale, come altrove ho mostrato, alla formazione del verbo sto, il quale nella nostra supposizione sarebbe venuto dalla lingua madre, e in essa, come in latino, sarebbe stato un continuativo formato da sum: e perchè esso sum si presterebbe [2785] a questa formazione secondo la regola ordinaria de’ continuativi latini, la qual regola nella nostra supposizione sarebbe provenuta dalla lingua madre.

Laddove nella lingua greca il verbo στάω per ragione grammaticale, e per origine considerata dentro i termini d’essa lingua, non ha che far niente con εἱμί, ed è un tema intieramente distinto. Il tema στάω non si trova nel greco, ma ἵστημι, ἱστάνω, ἑστήκω, e tali alterazioni. Ma in latino il tema sto si trova, non pur semplice, anche ne’ composti adsto ec. ec. chiaro e puro. E il verbo sto si può dir quasi regolare, se non fosse il duplicamento nel perfetto steti, usitato però in molti altri verbi ancora, come in do monosillabo, di coniugazione affatto simile a sto ec. 3. Perchè il medesimo sto e per forma e per significato si riconoscerebbe in latino per derivato espressamente da sum, come abbiamo supposto ch’ei fosse nella lingua madre: laddove in greco nè per forma nè per significato avrebbe che far nulla con εἱμί. In somma tutta la ragione grammaticale e dei continuativi in generale, e in particolare del verbo sto considerato come continuativo e derivativo di sum, la qual ragione abbiamo supposto che fosse nella lingua madre, sussisterebbe piena e perfetta nella lingua latina; laddove nella greca sarebbe intieramente perduta. Così discorrete della ragione grammaticale, [2786] e della origine e derivazione di apto o ἅπτω, le quali si troverebbero intere nella lingua latina, e per nulla nel greco; oltre al tema apo conservato nel latino e perduto nel greco. (13-14. Giugno 1823.).

Alla p. 2776. La voce ἁρπυῖαι properispómena può benissimo essere un antico participio di un verbo ἅρπω (vedi la p. 2826. marg.) come εἰκυῖα di εἴκω, εἰδυῖα di εἴδω per sincope di εἰδηκυῖα, da εἷδα sincope di εἴδηκα. [4] Non così di ἁρπω al quale non può in nessun modo appartenere. Che se i grammatici fanno questa voce ἁρπυῖαι proparossìtona, scrivendo ἅρπυῖαι, 1. non tutti così fanno, e vedi Schrevel. e Forcell. in Harpyiae: 2. può ben essere che questa voce sia proparossìtona ne’ due luoghi dell’Odissea, e in quello della Teogonia (v. 267.) ne’ quali è usurpata per antonomasia, come vuole il Visconti che sia nell’Odissea, o per nome appellativo, come è nella Teogonia: perciocchè perduta la sua forma e significazione di participio, e ridotta a sostantivo, [2787] e mutato uso, condizione e significato, non è maraviglia ch’esso muti l’accentazione come accade in altre mille parole. Ma tale ancora, ella si riconosce per un participio femminino, il quale non può venire se non da ἅρπω parossìtono, e non da ἁρπω, nè da ἁρπάω nè da ἁρπάζω, e il cui mascolino sarebbe ἁρπώς. E nel luogo delle iscrizioni triopee, dov’ella è aggettivo, io son d’opinione che vada scritta properispómena. Non so come la scriva il Visconti: la lapide non ha accenti. 3. Ognun sa che in queste materie degli accenti, come in tante altre, non è da prestar gran fede ai grammatici che abbiamo, benchè greci, e ch’essi sono stati corretti cento volte dagli eruditi moderni colla più accurata osservazione dell’antichità; delle origini, delle derivazioni, delle analogie, della ragion grammaticale della lingua greca. E se ciò accade anche nelle cose che appartengono alla lingua di Tucidide o di Platone, quanto minor forza avrà un’obbiezione [2788] fondata sull’autorità di sempre recenti e semibarbari e poco dotti grammatici in materie così antiche, come è questa; nella quale poi in particolare, i grammatici, secondo il Visconti, errarono nella stessa significazione della parola, pigliando per démoni alati, per tempeste, procelle, venti ec. (vedi lo Scapula e il Tusano) quelle che, secondo il Visconti, non erano altro che le Parche.

Del resto, quando ben si volesse che ἁρπυῖαι fosse participio di ἁρπάω (il che io non credo) fatto per sincope d’ἁρπηκυῖα, (come anche ἑστώς da ἑστηκώς o ἑστακώς o ἑσταώς o ἑστεώς, βεβώς da βεβηκώς o da βεβαώς, βεβρώς da βεβρωκώς o da βεβροώς) e che il latino rapio non fosse un disusato ἅρπω (supposto dal Visconti) ma questo ἁρπαω (del quale trovo nel Tusano: ᾿Aρπαω, pro ἁρπάζω, usurpatur, Etym.) resterebbe sempre fermo e che ἁρπυῖαι o ἅρπυιαι fosse in origine un participio ec. e che la lingua latina conservi qui l’antichità più della greca, nella quale quest’ἁρπάο, che sarebbe, certo più antico di ἁρπάζω, sarà pur sempre o inusitato o rarissimo, e forse noto per lo [2789] solo Etimologico. (14. Giugno 1823.). Nota che il Visconti, se ben mi ricordo, non cita se non due luoghi dell’Odissea, e questi sono, s’io non m’inganno, α, 241. ξ, 371. In due altri luoghi Omero usa quella voce, l’uno Odiss. υ, 77. dov’ella sta parimente per le Parche, l’altro Iliade, Π, 150. dov’ella è puro aggettivo d’una cavalla, e viene a dir veloce, benchè gl’interpreti la rendono per Harpyia sostantivo o appellativo, come negli altri luoghi d’Omero. Raptim dicono i latini per cito ec. Così ἅρπυια o ἁρπάῖα per veloce. Vedi ne’ Lessici ἁρπακτικῶς, ἁρπάγδην, ἁρπαλέως, καρπάλιμος, καρπάλίμως, ἀνάρπαστος, ed ἁρπάζω per ὀξέως νοῶ, cito intelligo et mente percipio, quasi mente corripio, usato da Sofocle. Vedi anche i lessici latini in rapio e suoi derivati e composti. Noi diciamo ratto (cioè raptus) aggettivo e avverbio per veloce, presto ec. Così rattezza, rattamente ec. E i latini rapidus, rapido, francese rapide ec. Vedi lo spagnuolo in questa radice, o in altra metafora di velocità, tolta dal rapire in qualunque sia voce o modo. (14. Giugno. 1823.). Vedi la Crus. in Rapina §.1. Rapinosamente, Rapinoso, e questi pensieri p. 4165. fin.

[2790] Il nome di Arpalice (della quale vedi Forcell. in Harpalyce) non credo che sia nato, nè si debba cercare altronde che dalla velocità ec. Io poi son d’opinione che nel citato luogo della Teogonia, 265-9, la voce ἁρπυίας non sia punto un appellativo, come hanno creduto i grammatici, gl’interpreti e i Lessicografi, ma un puro aggettivo significante ratte, veloci, il che mi persuadono sì il confronto del citato luogo dell’Iliade, sì le addotte osservazioni in proposito, sì tutto il contesto del luogo d’Esiodo.

Φαύμας (figlio di Nereo e della Terra) δ’ ᾽Ωκεανοῖο βαϑυρρείταο ϑύγατρα.

᾽Ηγάγετ᾽ ᾽Ηλέκτρην∙ ὠκεταν τέκεν ῏Iριν

᾽Ηϋκόμουςϑ᾽ ἁρπυίας (così scrivono con lettera maiuscola) ῾Aελλώ τ᾽ ᾽Ωκυπέτην τε, (nomi propri, e simboleggiano le procelle e i venti, come indica la loro etimologia, e come pur dicono i grammatici e gli interpreti) .

[2791] Aἵ ῥ᾽ ἀνέμων προιῇσι καί οἰωνοῖς ἅμ᾽ ἕπονται

᾽Ωκείῃς πτερύγεσσι∙ μεταχρόνιαι γὰρ ἴαλλον.

Io tengo per fermo che ἁρπυίας sia un secondo epiteto compagno di ἠϋκόμους. Il duplicare o moltiplicare gli epiteti senza congiungerli fra loro con alcuna particella congiuntiva, poco usitato dai poeti latini, è familiarissimo ai poeti greci; e proprissimo di Omero, e dietro lui, degli altri: siccome di Dante (secondochè osserva Monti nella Proposta) e degli altri poeti italiani. Vedi fra gli altri infiniti luoghi, Odiss. α, 96-100, il qual luogo è ripetuto più d’una volta nell’Iliade, e s’io non fallo, anche nell’Odissea.

Del resto il luogo dell’iscrizione triopea ῞Aρπυιαι κλωϑῶες ἀνηρείαντο μέλαιναι, dove ἅρπυιαι è manifesto aggettivo e sta per rapaci, notisi essere espressamente imitato dai seguenti versi dell’Odissea, ed averli l’autore avuti onninamente in vista. Nῦν δέ μιν ἀκλειῶς ἅρπυιαι ἀνηρείαντο. α, 241. ξ, 371. Tόϕρα δέ τὰς κούρας ἅρπυιαι ἀνηρείαντο. υ, 77.

[2792] Notisi ancora l’aggettivo μέλαιναι compagno d’ἅρπυιαι e tuttavia non legato con questo per nessuna congiunzione.

Il disuso del tema da cui venne il participio ἁρπυιαι, il disuso di questa voce in senso o di participio o d’aggettivo, e l’uso comune della medesima per significare con nome appellativo quelle favolose bestie alate delle quali vedi Forcell. in Harpyiae, uso e favola che par più recente dei tempi d’Omero e d’Esiodo, dovettero indurre in errore i grammatici e gl’interpreti greci (e quindi i moderni) sopra il vero senso di quella voce negli addotti luoghi de’ due poeti, e massime in quelli dell’Odissea. Vedi l’interpretazione che ne dà Eustazio presso lo Scapula ec. Quando però non si voglia credere che la stessa mala intelligenza della voce ἅρπυιαι appresso Omero ec. (la qual mala intelligenza dev’essere molto antica) abbia dato origine ovvero occasione alla favola delle Arpie, il quale accidente non mancherebbe di esempi. Delle Arpie vedi le note a Luciano, opp. Amstel. 1687. t. 1. p. 94. not. 5. (15-16. Giugno 1823.).

Et ferruginea (Charon) subvectat corpora cymba. Aen. 6.303. Chi non sente che questo subvectat è continuativo, e indica costume di subvehere tuttodì? Ma per meglio sentirlo, sostituiscasegli la voce subvehit, e veggasi se la proprietà latina di questo luogo non va tutta in fumo. Vedi altri simili esempi nel [2793] Forcellini in vecto, convecto, advecto ec. (16. Giugno 1823.).

Traslatare, trasladar, translater continuativi barbari di transferre. (16. Giugno 1823.).

Gli scrittori greci de’ secoli medii e bassi, cioè dal terzo inclusive in poi, sono pieni d’improprietà di lingua (com’è quella di Coricio sofista del sesto secolo nell’Orazione εἰς Σοῦμμον στρτηλάτην in Summum ducem, §. 11. ap. Fabric. B. G. edit. vet. vol. 8. p. 869. lib. 5. cap. 31. di usare la voce δικαστὴς in vece di κριτὴς o di μάρτυς), pieni di frasi strane quanto alla lingua, pieni di solecismi, e di mille contravvenzioni alle antiche regole della sintassi e grammatica greca, ma non hanno barbarismi. La loro lingua per tutto ciò che appartiene all’eleganza, è diversissima da quella degli antichi scrittori: ma per tutto il resto è la stessa. Si può dir ch’essi ignorino il buon uso della lingua che scrivono, che non la sappiano adoperare; ma la lingua che scrivono è quella degli antichi: quella che gli antichi scrissero [2794] bene, essi la scrivono male. Molte loro parole che non si trovano negli antichi, sono però cavate dal fondo della lingua greca o per derivazione o per composizione ec.; rade volte ripugnano all’indole d’essa lingua, e per esser chiamate buone, greche, pure e di buona lega, non manca loro se non la sanzione dell’antichità. In somma il grecismo di questi scrittori è per lo più cattivo o pessimo, ma la loro lingua è pura. Le voci e frasi poetiche versate a due mani nelle prose, le voci o frasi antiquate, le metafore o strane affatto e barbare, o poetiche, non offendono la purità della lingua, ed appartengono piuttosto al conto dello stile. Il periodo di questi scrittori, il giro della dicitura, per lo più rotto, slegato, saltellante, ineguale, ovvero intralciato, duro, aspro, monotono, e lontanissimo dalla semplicità e dalla maestà dell’antica elocuzione greca, appartiene certo in gran parte alla lingua, al cui genio è contrarissima la struttura dell’orazione di quei bassi scrittori, ma non nuoce alla purità. Il numero e l’armonia è diversissimo [2795] in questi scrittori da quel ch’egli è negli antichi, ma ciò non solo per la negligenza di quelli, bensì ancora per la diversa pronunzia introdotta appoco appoco nella lingua greca, massimamente estendendosi ella a tanti e sì diversi e tra se lontani paesi, e subentrando a sì diverse favelle, o prendendo luogo accanto ad esse e in compagnia di esse, o in mezzo ad esse: giacchè bisogna considerare che la più parte degli scrittori greci dal 3. secolo in poi, non furono greci di nazione, o certo non furono greci di paese, ma Asiatici ec., e greci solamente di lingua, e questo ancora non sempre dalla nascita, ma per istudio, come per esempio Porfirio, della cui lingua patria, vedi la Vita di Plotino, capo 17. e l’Holstenio de Vita et scriptis Porphyrii cap.2. Vedi p.2827. (17. Giugno. 1823.).

Una delle proprietà comuni alle tre lingue figlie della latina, le quali proprietà si debbono per conseguenza credere originate dalla lingua madre di tutt’e tre, come ho detto altrove, si è quella di [2796] usare causa (cosa, chose) per res. (18. Giugno 1823.).

Καὶ μοι δοκεῖ, εἴ τις τῶν ϑεῶν πάντας ἀνϑρώπους εἰς ἕνα που χῶρον συναγαγῶν, ἕκαστον ἀπαιτήσει τὴν ἑαυτοῦ διηγήσασϑαι τύχν, εἶτα πάντων εἰπόντων, ἑκάστον πύϑοιτο πάλιν, ποίαν ἔχειν ἕλοιτο; πάντας ἂν ἀποροῦντας σιγῆσαι μεδένα ζηλωτὸν ϑεωμένους. ᾽Eντεῦϑεν ἄρα τινὲς, Tρασους οἶμαι τὸ γένος (nationem hanc) προςαγορεύουσι, τικτομένου μὲν τινος ὠλοϕύροντο σκοποῦντες, εἰς ὀσα ἦλϑε κακὰ, ἀπιόντος δὲ πανήγυριν (festum) ἦγον, ὀσων ἠλευϑέρωται δυσχερῶν ἐννοόυμενοι. Χορικίου Σοϕιστοῦ ᾽Eπιτάϕιος ἐπὶ Προκοπίῳ Σοϕιστῇ Γάζης. Oratio funebris in Procopium Sophistam-Gazaeum (§. 35. p. 859.) primum edita gr. et lat. a Fabric. in B. G. edit. vet. t. 8. p. 841-63. lib. 5. c. 31 (19. Giugno 1823.).

Alla p. 2683. marg. Da questa verissima osservazione del Castiglione, segue che tutte le immense fatiche che un perfetto scrittore deve spendere per dare a’ suoi scritti la finitezza, la [2797] grazia, la leggiadria, la nobiltà, la forza, insomma la bellezza della lingua, non possono esser nè valutate, nè gustate, neppur sentite dagli stranieri, che non sono assueti a scrivere in quella tal lingua, o non sono assueti a scriverla bene, il che è tutt’uno; e quindi elle sono tutte gittate per gli stranieri, e tutte inutili alla gloria dello scrittore riguardo agli esteri. Ma quanta parte dello stile è quasi tutt’uno colla lingua! Anzi chi può veramente o gustare o giudicare dello stile di un’opera, non potendo della lingua? E si può ben dire che ogni lingua ha il suo stile, o i suoi stili, che non si possono non che giudicare, appena ben concepire, se non si è in grado di giudicare e gustare quella tal lingua perfettamente, anzi di bene scriverla, perchè neppure i nazionali gustano quegli stili se non sono sperimentati nello scrivere la propria lingua. Dunque neppure i pregi dello stile di un perfetto scrittore possono esser valutati dagli stranieri, e tanto [2798] meno quanto egli è più perfetto, divenendone i pregi del suo stile come oggetti finissimi che sfuggono interamente alle viste deboli e ottuse, laddove se essi fossero stati più grossolani sarebbero potuti esser veduti. Ora quanta parte di un’opera è lo stile! Togliete i pregi dello stile anche ad un’opera che voi credete di stimare principalmente per i pensieri, e vedete quanta stima ne potete più fare. Dunque gli stranieri non sono assolutamente in grado nè di valutare nè di gustare nessuna opera di un perfetto scrittore, nemmeno, se non imperfettissimamente, per la parte dei pensieri. Dunque tutta la vera piena e ragionata stima che si può far d’un perfetto scrittore si restringe dentro i termini della sua nazione. E tra’ suoi nazionali quanti sono che sappiano bene scrivere e quindi ben gustarlo e valutarlo? Che cosa è dunque quella gloria per cui tanto ha sudato un perfetto scrittore, per cui ha forse speso in una sola opera tutta la vita? E quanto piacere ed a quanti proccura questa tale [2799] opera tanto lungamente e studiosamente travagliata e sudata a solo fine ch’ella proccurasse sommo e pieno e perfetto piacere? E in verità quanto alle opere di letteratura, tutte le sopraddette cose, e la conseguenza che io ne traggo, sussistono a tutto rigore. [5] (19. Giugno 1823.).

Tοι δὲ Σκύϑαι καλὸν νομίζοντι, ὃς ἄνδρα κτανώ. ἐκδείρας τὰν κεϕαλὰν τὸ μὲν κόμιον πρὸ τοῦ ἵππου ϕορεῖ τὸ δ᾽ ὀστέον χρυσώσας καὶ ἀγρυρώσας, πίνει ἐξ αὐτοῦ καὶ σπένδει τοῖς ϑεοῖς∙ ἐν δὲ τοῖς ῞Eλλασιν οὐδέ κ᾽ ἐς τὰν αὐτὰν οἰκίαν συνεισελϑεῖν βούλοιτ᾽ ἄν τις τοιαῦτ ποιήσαντι. Scythis quidem honestum, ut cum quis hominem occiderit, capitis, cute divulsa, partem crinitam ante equum gestet, osseam vero auro vel argento obducens, ex illa bibat Diisque ipsis libamina fundat. Graecorum autem nullus easdem aedes ingredi vellet una cum viro, qui tale quid fecerit. (Ex versione Io. Northi). [2800] Scrittore incerto di alcune διαλέξεις in dialetto Dorico, che si trovano sovente nei Codici appiè de’ libri di Sesto Empirico, e furono pubblicate da Enrico Stefano tra i frammenti de’ Pitagorici, e dal Fabricio, B. G. edit. vet. vol. 12. p. 617-35. lib. 6. cap. 7. §. 6. Il Fabricio le chiama Disputationes Antiscepticae, ma in verità sono anzi esercitazioni scettiche in ciascuna delle quali si sostiene il pro e il contra, e questo vuol dire il titolo ch’è premesso a queste διαλέξεις nel Codice Cizense, e riferito dal Fabricio p.617. nel qual titolo queste διαλέξεις sono chiamate ὑπομνήματα πρὸς ςντίῤῥησιν. Il soprascritto passo è nella seconda διαλεξις, intitolata περὶ καλῶ καὶ αἰσχῶ,, ap. Fabric. l. c. p. 622. (21. Giugno1823.).

[2801] È massima molto comune tra’ filosofi, e lo fu specialmente tra’ filosofi antichi, che il sapiente non si debba curare, nè considerar come beni o mali, nè riporre la sua beatitudine nella presenza o nell’assenza delle cose che dipendono dalla fortuna, quali ch’elle si sieno, o da veruna forza di fuori, ma solo in quelle che dipendono interamente e sempre dipenderanno da lui solo. Onde conchiudono che il sapiente, il quale suppongono dover essere in questa tale disposizion d’animo, non è per veruna parte suddito della fortuna. Ma questa medesima disposizione d’animo, supponendo ancora ch’ella sia più radicata, più abituale, più continua, più intera, più perfetta, più reale ch’ella non è mai stata effettivamente in alcun filosofo, questa medesima disposizione, dico, già pienamente acquistata, ed anche, per lungo abito, posseduta, non è ella sempre suddita della fortuna? Non si sono mai veduti de’ vecchi ritornar fanciulli di mente, per infermità o per altre cagioni, l’effetto delle quali non fu in balia di coloro l’impedire o l’evitare? La memoria, l’intelletto, tutte le facoltà dell’animo nostro non sono in mano della fortuna, come ogni altra cosa che ci appartenga? Non è in sua mano l’alterarle, l’indebolirle, lo stravolgerle, l’estinguerle? La nostra medesima ragione non è tutta quanta in balia della fortuna? Può nessuno assicurarsi o vantarsi [2802] di non aver mai a perder l’uso della ragione, o per sempre o temporaneamente; o per disorganizzazione del cervello, o per accesso di sangue o di umori al capo, o per gagliardia di febbre, o per ispossamento straordinario di corpo che induca il delirio o passeggero o perpetuo? Non sono infiniti gli accidenti esteriori imprevedibili o inevitabili che influiscono sulle facoltà dell’animo nostro siccome su quelle del corpo? E di questi; altri che accadono ed operano in un punto o in poco tempo, come una percossa al capo, un terrore improvviso, una malattia acuta; altri appoco appoco e lentamente, come la vecchiezza, l’indebolimento del corpo, e tutte le malattie lunghe e preparate o incominciate già da gran tempo dalla natura ec. Perduta o indebolita la memoria non è indebolita o perduta la scienza, e quindi l’uso e l’utilità di essa, e quindi quella disposizion d’animo che n’è il frutto, e di cui ragionavamo? Ora qual facoltà dell’animo umano è più labile, [2803] più facile a logorarsi, anzi più sicura d’andar col tempo a indebolirsi od estinguersi, anzi più continuamente inevitabilmente e visibilmente logorantesi in ciascuno individuo, che la memoria? In somma se il nostro corpo è tutto in mano della fortuna, e soggetto per ogni parte all’azione delle cose esteriori, temeraria cosa è il dire che l’animo, il quale è tutto e sempre soggetto al corpo, possa essere indipendente dalle cose esteriori e dalla fortuna. Conchiudo che quello stesso perfetto sapiente, quale lo volevano gli antichi, quale mai non esistette, quale non può essere se non immaginario, tale ancora, sarebbe interamente suddito della fortuna, perchè in mano di essa fortuna sarebbe interamente quella stessa ragione sulla quale egli fonderebbe la sua indipendenza dalla fortuna medesima. (21. Giugno 1823.).

Altro è il timore altro il terrore. Questa è passione molto più forte e viva di quella, e molto più avvilitiva dell’animo e sospensiva dell’uso della ragione, anzi quasi di tutte le facoltà dell’animo, ed anche de’ sensi del corpo. [2804] Nondimeno la prima di queste passioni non cade nell’uomo perfettamente coraggioso o savio, la seconda sì. Egli non teme mai, ma può sempre essere atterrito. Nessuno può debitamente vantarsi di non poter essere spaventato. (21. Giugno 1823.).

Si sa che negli antichi drammi aveva gran parte il coro. Del qual uso molto si è detto a favore e contro. Vedi il Viaggio d’Anacarsi cap.70. Il dramma moderno l’ha sbandito, e bene stava di sbandirlo a tutto ciò ch’è moderno. Io considero quest’uso come parte di quel vago, di quell’indefinito ch’è la principal cagione dello charme dell’antica poesia e bella letteratura. L’individuo è sempre cosa piccola, spesso brutta, spesso disprezzabile. Il bello e il grande ha bisogno dell’indefinito, e questo indefinito non si poteva introdurre sulla scena, se non introducendovi la moltitudine. Tutto quello che vien dalla moltitudine è rispettabile, bench’ella sia composta d’individui tutti disprezzabili. Il pubblico, [2805] il popolo, l’antichità, gli antenati, la posterità: nomi grandi e belli, perchè rappresentano un’idea indefinita. Analizziamo questo pubblico, questa posterità. Uomini la più parte da nulla, tutti pieni di difetti. Le massime di giustizia, di virtù, di eroismo, di compassione, d’amor patrio sonavano negli antichi drammi sulle bocche del coro, cioè di una moltitudine indefinita, e spesso innominata, giacchè il poeta non dichiarava in alcun modo di quali persone s’intendesse composto il suo coro. Esse erano espresse in versi lirici, questi si cantavano, ed erano accompagnati dalla musica degl’istrumenti. Tutte queste circostanze, che noi possiamo condannare quanto ci piace come contrarie alla verisimiglianza, come assurde, ec. quale altra impressione potevano produrre, se non un’impressione vaga e indeterminata, e quindi tutta grande, tutta bella, tutta poetica? Quelle massime non erano poste in bocca di un individuo, che le recitasse in tuono ordinario e naturale. [2806] Per grande e perfetto che il poeta avesse finto questo individuo, la idea medesima d’individuo è troppo determinata e ristretta, per produrre una sensazione o concezione indeterminata ed immensa. Queste qualità contrastano con quelle, e quelle avrebbero direttamente impedita questa concezione, non che potessero produrla. Gli uditori avrebbero conosciuto il nome, le azioni, le qualità, le avventure di quell’individuo. Egli sarebbe stato sempre quel tal Teseo, quel tal Edipo, re di Tebe, uccisore del padre, marito della madre, e cose simili. La nazione intera, la stessa posterità compariva sulla scena. Ella non parlava come ciascuno de’ mortali che rappresentavano l’azione: ella s’esprimeva in versi lirici e pieni di poesia. Il suono della sua voce non era quello degl’individui umani: egli era una musica un’armonia. Negl’intervalli della rappresentazione questo attore ignoto, innominato, questa moltitudine di mortali, prendeva a far delle profonde o sublimi riflessioni [2807] sugli avvenimenti ch’erano passati o dovevano passare sotto gli occhi dello spettatore, piangeva le miserie dell’umanità, sospirava, malediceva il vizio, eseguiva la vendetta dell’innocenza e della virtù, la sola vendetta che sia loro concessa in questo mondo, cioè l’esecrare che fa il pubblico e la posterità gli oppressori delle medesime; esaltava l’eroismo, rendeva merito di lodi ai benefattori degli uomini, al sangue dato per la patria. (Vedi Oraz. art. poet. v. 193-201.). Questo era quasi lo stesso che legare sulla scena il mondo reale col mondo ideale e morale, come essi sono legati nella vita: e legarli drammaticamente, cioè recando questo legame sotto i sensi dello spettatore, secondo l’uffizio e il costume del poeta drammatico, e quanto è possibile al dramma di rappresentare quello che è. Questo era personificare le immaginazioni del poeta, e i sentimenti degli uditori e della nazione a cui lo spettacolo si rappresentava. Gli avvenimenti erano [2808] rappresentati dagl’individui; i sentimenti, le riflessioni, le passioni, gli effetti ch’essi producevano o dovevano produrre nelle persone poste fuori di essi avvenimenti erano rappresentati dalla moltitudine, da una specie di essere ideale. Questo s’incaricava di raccogliere ed esprimere l’utilità che si cava dall’esempio di quelli avvenimenti. E per certo modo gli uditori venivano ad udire gli stessi sentimenti che la rappresentazione ispirava loro, rappresentati altresì sulla scena, e si vedevano quasi trasportati essi medesimi sul palco a fare la loro parte; o imitati dal coro, non meno che si fossero gli eroi imitati e rappresentati dagli attori individui. Anche quando il coro prendeva parte diretta all’azione, questo fare agir nel dramma la moltitudine, era più poetico, e doveva produrre maggiore e più vivo effetto, che il divider tutta l’azione fra pochi individui, come noi facciamo.

Da queste considerazioni si argomenti se [2809] sia giusto il dire che l’uso del coro nuoce all’illusione. Qual grata illusione senza il vago e l’indefinito? E qual dolce grande e poetica illusione doveva nascere dalle circostanze sovra esposte! (21. Giugno. 1823.). Nelle commedie la moltitudine serve altresì all’entusiasmo e al vago della gioia, alla βακχείᾳ, a dar qualche apparente e illusorio peso alle cagioni sempre vane e false che noi abbiamo di rallegrarci e godere, a strascinare in certo modo lo spettatore nell’allegrezza e nel riso, come accecandolo, inebbriandolo, vincendolo coll’autorità della vaga moltitudine. Vedi p. 2905.

Io non so quali abbiano ragione intorno all’origine del verbo latino accuso, o quelli che lo derivano da causa, o quelli che lo fanno venire da un verbo cuso continuativo di cudere, del qual cuso non recano però nessuno esempio. (Vedi Forcell. vedi accuso fin. vedi cuso.). Forse a questi ultimi potrebbe esser favorevole il nostro antico cusare, il quale se venisse da cuso e non da causari, o se non fosse uno storpiamento d’accusare, sarebbe un antichissimo tema perduto o disusato nel latino scritto, e conservato nell’italiano; e sarebbe il semplice dei verbi composti accuso, incuso, excuso, recuso. È da notare però che il nostro volgo (almeno quello della Marca) usa il verbo causare nel significato appunto del nostro antico cusare, e del latino causari, cioè in senso, non di cagionare, ma di recare per cagione o come [2810] cagione, accagionare: l’usa dico in questa frase avverbiale causando che, cioè atteso che, poichè. Il qual significato di causare e il qual modo avverbiale non è notato dalla Crusca, ma trovasi pure usato da Lorenzo de’ Medici nella famosa lettera a Gio. de’ Medici Card. suo figliuolo, poi Papa Leone X, verso il fine, dove però nella raccolta di Prose, stampata in Torino 1753. vol.2. p.782. trovo cagionando che per causando che, che sta nelle Lettere di diversi eccellentissimi huomini, raccolte dal Dolce, Venez. appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari et fratelli 1554. p.303. e nelle Lettere volgari di diversi nobilissimi huomini et eccellentissimi ingegni stampate da Paolo Manuzio in Venez. 1544. carte 6. p.2. (In ogni modo anche la frase avverbiale cagionando che manca nella Crusca.) Nelle Lettere di XIII Huomini illustri, Ven. per Comin da Trino di Monferrato 1561. p.485. trovo pensando che. Vedi il Magnifico di Roscoe, dove quella lettera è riportata.

Del resto il verbo accuso o accudo, o cudo-cusus semplice ha il suo continuativo o frequentativo accusito. (23. Giugno. 1823.). Se accuso è quasi accauso, tanto e tanto è da notare questo continuativo, che sarà quasi accausito dal participio accausatus.

[2811] Alla p. 2775. Il verbo δείδω che oggi si pone come tema, non è certamente altro che reduplicazione di un tema più semplice, il che è dimostrato sì dalla voce δέος, sì dal verbo δίω presso Omero, sì dalla voce δεῖσϑαι usata più volte da Plutarco per temere. Kάρχαρος, χαρχαρέοι, χαρχαρίας da χαράσσο per reduplicazione. ὀπιπτεύω da ὀπτεύω. βέβαιος da βαίνω o da βέβαα. Vedi p. 4109. Anche in latino titillo è fatto per duplicazione da τίλλω. E altre tali duplicazioni alla greca si trovano pure in latino (come quelle de’ perfetti memini, cecidi ec.), sieno veramente latine di origine, o greche, o comuni anticamente ad ambe le lingue, ec. ec. (23. Giugno. 1823.).

Institutum autem eius (Moeridis in ᾽Aττικιστῇ) est annotare et inter se conferre voces quibus Attici, et quibus Graeci in aliis dialectis, maxime illa κοινῇ utebantur: interdum notat et κοινὸν vulgi, illudque diversum facit non modo ab Attico sed etiam ἑλληνικῷ, ut in ἐξίλλειη, εὐϕήμει, κάϑησο, λέμμα, οἰδίπουν, οἶσε, σχέατον. Fabric. B. G. edit. vet. l. 5. c. 38. §. 9. num. 157. vol. 9 p. 420. (23. Giugno. 1823.).

Alla p.2776. margine. Lo stesso discorso si può fare di βαΰζω, il quale è pur verbo esprimente un suono, e fatto per imitazione di questo suono; il qual suono come è similissimo a quello di βαΰω, così non ha niente che fare con βαΰζω. Ma questa e simili interposizioni della lettera ζ [2812] e d’altre tali, sono state fatte o per evitare l’iato o per altre diverse cagioni, nel processo della lingua, quando già non v’era più bisogno che il vocabolo per essere inteso, esprimesse e rappresentasse collo stesso suo suono l’oggetto significato, ma egli era già inteso generalmente per se, e non per virtù della sua origine; e quando già nella lingua si guardava più alla dolcezza ec. che alla necessità ec. ne’ quali modi le parole in tutte le lingue si sono allontanate dalla forma primitiva e hanno spesso perduto affatto quel suono rappresentativo che prima avevano e sul quale furono modellati e creati, e nel quale da principio consisteva la ragione della loro significanza. I latini dal tema βαΰω o bauare fecero baubari, interponendo un b (il quale in questo caso è più adattato all’imitazione) invece del ζ. Noi baiare, che per verità potrebb’essere appunto quello stesso originale βαΰω ch’è affatto perduto nella lingua greca e nella latina scritta: e ben si potrebbe credere che fosse totalmente [2813] voce antica latina, conservata nel volgare; dal che si dedurrebbe, primo, che l’antico latino, e di poi il suo volgare perpetuamente conservò puro il verbo originale βαΰω (giacchè l’υ greco in latino antico ora risponde a un u, ora ad un i), quantunque non si trovi nel latino scritto; verbo inusitato affatto nell’antica e moderna grecità nota; secondo, che questo antichissimo verbo, perduto, o vogliamo dire alterato nel greco, perduto ossia alterato nel latino scritto, conservasi ancora purissimo e senz’alterazione alcuna nell’italiano, e vedi la pag. 2704. Si potrebbe anche credere che i primi latini e il volgo, invece di baubari dicessero bauari (appunto βαΰειν), e che la mutazione dell’u in i (vocali che spessissimo si scambiano, per esser le più esili, come ho detto altrove) seguisse nell’italiano e nel francese ec. Ovvero che gli antichi dicessero bauari, e poi il volgo baiari. (24. Giugno 1823.).

I continuativi latini, tutti (se non forse visere da visus di video, co’ suoi composti inviso, reviso ec., e forse qualche altro, che io chiamerò continuativi anomali) appartenenti alla prima congiugazione, sono fatti dal participio o dal supino del verbo originale come ho dimostrato. Nondimeno io trovo alcuni pochi verbi, pur della prima maniera, i quali sono evidentemente fratelli o figli di altri verbi della terza, ed hanno una significazione evidentemente continuativa della significazione di questi, ma non sono fatti da’ loro participii. Quelli che io ho osservati sono 1. cubare, co’ suoi composti accubare, incubare, decubare, secubare, recubare, ec. il significato de’ quali è manifestissimamente [2814] continuativo di quello di cumbere (inusitato, fuorchè nella voce cubui ec. e cubitum che ora s’attribuiscono a cubare) incumbere, accumbere ec. tanto che ogni volta che si dee esprimere azione continuata, si usano immancabilmente quelli e non questi, (come anche viceversa nel caso opposto) e appena si troverà buono esempio del contrario, quale potrebb’esser quello di Virgilio Aen. 2. 513-14. Ingens ara fuit; juxtaque veterrima laurus Incumbens arae, invece d’incubans. 2. educare continuativo di educere quanto al significato. 3. jugare parimente di jungere, e così conjugare, abiugare, deiugare, e s’altro composto ve n’ha. 4. dicare similmente di dicere, e così i composti judicare, di ius dicere; dedicare, praedicare, abdicare ec. Vedi p. 3006. 5. labare di labere inusitato, cioè labi deponente. È noto che questi verbi della terza hanno anche i loro continuativi formati regolarmente da’ loro participii, ma con significato diverso da quello de’ soprascritti verbi della prima, sebbene anch’esso continuativo; come dicere ha pur dictare e dictitare; ducere, onde educere, ha ductare e ductitare; jungere ha nel basso latino e nello spagnuolo junctare, (noi volgarmente aggiuntare, i franc. ajouter); labi o labere ha pur lapsare. [6] Cubitare, accubitare ec. possono venire da accubatus [2815] inusitato e da accubitus, ec. e quindi essere derivativi così di accumbere come di accubare. Ma questo, con tutti i suoi fratelli e col suo semplice cubo, non ha del proprio nè il preterito perfetto nè i tempi che da questo si formano, nè il participio in us, nè il supino, ma li toglie in prestito da accumbere, recumbere, incumbere ec. facendo, nè più nè meno come fan questi, accubui, accubitus i, accubitum ec. Vedi però la p. 3570. 3715-7. Incubare ha anche incubavi, incubatum. Cubare ha anche cubavi, o certo cubasse. Notate che se talvolta troverete ne’ lessici o ne’ grammatici ec. degli esempi di accubare, incubare ec. adoperati nel preterito o nel supino ec. che non vi paiano di senso continuativo, dovete credere ch’essi sieno male attribuiti a quei verbi, e spettino ad incumbere, accumbere, occumbere ec. (24. Giugno, dì del Battista 1823.). Vedi p. 2996. Vedi a questo proposito p. 2930.2935.

Sono molti verbi formati da’ participii in us, i quali non esprimono azione continuata, nè costume di fare quella tale azione, o non l’esprimono sempre, e nondimeno anch’essi, ed anche in questo caso, sono veri continuativi, e il Forcellini e gli altri che li chiamano frequentativi, sbagliano, ed usano una voce impropria, parlando [2816] con tutto rigore ed esattezza. Per esempio iactare nel luogo dell’Eneide 2. 459. ed exceptare nelle Georg. 3. 274. sopra i quali luoghi ho disputato altrove, non esprimono azione continuata per se stessa, giacchè l’azione di lanciare, e quella di ricever l’aria col respiro non sono azioni continue, ma si concepiscono come istantanee; nè anche significano costume di lanciare o di ricevere; ma moltitudine continuata di queste tali azioni, cioè di lanciamenti, per così dire, e di ricevimenti, che senza interruzione e per lungo tempo succedono l’uno all’altro. Questa è idea continua, e bene, in questo caso, si chiameranno continuativi quei tali verbi, e non potranno per nessun modo chiamarsi altrimenti con proprietà. Malissimo poi si chiameranno frequentativi, giacchè ben altro è il fare una cosa frequentemente, ed altro il ripetere per un certo maggiore o minor tempo una stessa azione continuamente, quando anche quest’azione per se non sia continua, e si fornisca nell’istante. Questa è continuità di fare una stessa azione, ben diversa dalla frequenza di fare una stessa azione. La qual frequenza suppone e considera degl’intervalli, maggiori [2817] minori, e più o meno numerosi che sieno, durante i quali quell’azione non si fa; laddove la detta continuità non li suppone, ed ancorchè, come è naturale, sempre vi sieno, pure, siccome minimi, non li considera. Avendo l’occhio a queste osservazioni si vedrà quanto gran numero di verbi latini detti frequentativi, lo sieno impropriamente, e quante significazioni credute frequentative, e che tali paiono a prima vista, perchè rappresentano ripetizione di una stessa azione, contuttociò non lo sieno, ma sieno veramente continuative. Bisogna sottilmente distinguere, come abbiamo mostrato, e non credere che qualunque verbo esprime ripetizione di una stessa azione, sia frequentativo, nè che questa ripetizione sia sempre lo stesso che la frequenza d’essa azione. La successione di più azioni di una stessa specie è ben altra cosa che la frequenza di esse. E con questo criterio, siccome cogli altri che abbiamo dati in vari luoghi circa le diverse significazioni de’ verbi fatti da participii in us, si correggeranno infiniti errori de’ grammatici e lessicografi; rettificherannosi infinite loro definizioni; conoscerassi e distinguerassi partitamente il vero spirito, e la vera e varia proprietà e forza de’ verbi formati da’ suddetti participii; e vedrassi come il senso frequentativo, [2818] ch’è solamente l’uno dei tanti che ricevono essi verbi, sia stato male scelto o preso a denotare e denominare e definire tutti questi verbi, ed anche considerato come l’unico loro proprio senso. Il che è lo stesso che porre la parte per il tutto. E quando ciò s’abbia a fare, meglio converrà a questi verbi il nome di continuativi, il qual nome abbraccia un assai più gran numero delle varietà proprie del significato di questi verbi. Le quali varietà non ancora considerate nè dai grammatici nè dai filologi nè dai filosofi, e nondimeno necessarissime a considerarsi e distinguersi per ben penetrare nell’intima proprietà ed eleganza, ed anche nell’intimo e vero senso e valore della lingua latina, e nell’intelligenza dell’efficacie, delle bellezze ec. dei passi degli scrittori, noi abbiamo proccurato di dichiarare ed esporre, sì ai grammatici e filologi, come ai filosofi e a’ letterati. (25. Giugno 1823.).

Un continuativo anomalo o semianomalo si è hietare fatto da hiatus, quasi da hietus, participio d’hiare. Dove la mutazione dell’a in e viene 1. dal voler evitare il cattivo suono d’hiatare, del qual suono sempre evitato nella formazione de’ continuativi fatti da verbi della prima, ho detto altrove. [7] 2. da questo, che sebbene i latini, in questa [2819] cotal formazione solevano cambiar l’ultima a del participio, in i, facendo per esempio da mussatus mussitare invece di mussatare, qui non poterono far così, stante l’altro i che precedeva, onde avrebbero fatto hiitare che riusciva di tristo suono, e difficile alla pronunzia. (25. Giugno. 1823.).

Bubulcitare dinota forse un antico verbo bubulco, dal cui participio esso sia formato. Così credo io, secondo l’ordinaria ragione osservata da’ latini nella formazione de’ verbi, secondo la qual ragione e proprietà non mi par verisimile che bubulcitare sia fatto a dirittura da bubulcus. (19. Giugno 1823.).

Subvento da subvenio, coepto da coepio, vocito da voco, coenito o cenito da coeno, dormito da dormio, sternuto da sternuo, observito da observo, perito da pereo (come ito ed itito da eo), adiuto (onde aiutare, ayudar, aitare, aider, atare) e adiutor aris da adiuvo, eiulitare da eiulare, clamitare (declamitare ec.) da clamare. Cicerone nota che declamitare era voce nuova al suo tempo. Vedi Forcellini. Fugito da fugio, ed altro da fugo. Flato da flo-flatus, onde fiatare. Vedi Forcell. e il Glossar. Volito da volo-volatus. Strepito da strepo strepitus. Sponso (onde sposare, épouser ec.) e desponso da spondeo e despondeo, e notate la significazione continuativa e durativa di quelli a paragone del significato di questi. Responso e responsito da respondere. (25. Giugno 1823.).

[2820] Frequentativi. Cantito. Sumptito o sumtito. Da cano-cantus, e da sumo-sumptus o sumtus. (25. Giugno. 1823.). Missito da mitto-missus. (26. Giugno 1823.). Accessito.

Il verbo eo is è forse e senza forse il solo che avendo un continuativo desinente in ito, cioè appunto itare, abbia anche un frequentativo pure in ito, distinto dal continuativo, e formato col raddoppiamento della it, cioè ititare, il che fu schivato da’ latini in tutti gli altri verbi dove sarebbe potuto accadere, come ho detto altrove. Onde questi verbi non ebbero se non un solo o continuativo o frequentativo o l’uno e l’altro insieme, desinente nel semplice ito. Vero è che il verbo ititare non ha nel Forcellini che un solo esempio, e secondo me, poco sicuro. (26. Giugno 1823.).

Alcuni continuativi o frequentativi composti, sono fatti dal continuativo semplice, a dirittura, senza che il verbo padre del continuativo abbia i composti corrispondenti. Di ciò mi pare d’aver detto altrove. Veggasi la p. 3619. Per esempio recito e suscito sono continuativi composti di cito il qual è continuativo di cieo che non ha nè recieosuscieo nè i participii recitussuscitus. Dico di cieo, [2821] non di cio, che ha pur lo stesso significato, ma il suo participio è citus, e di cieo citus, onde citare, e quindi excitare, incitare, concitare ec. che hanno la sillaba ci breve, vengono tutti da cieo. Da cio o vogliamo dire da excio, verrebbe il verbo excito appresso Stazio, se fosse genuino, e sincero. Vedi Forcellini. (26. Giugno 1823.).

Nexo nexas è continuativo regolare, come si vede, di necto-nexus. Nexo nexis (vedi Forcellini) sarebbe anomalo, sull’andare di viso visis da video-visus, e potrebbe forse confermare quello che mi par di aver detto altrove circa plecto is, o altro simile, da me stimato continuativo, benchè, come tale, anomalo. (26. Giugno 1823.). Vedi p. 2885. ed osserva anche la p. 2934-5.

Verbi in tare i quali sono continuativi, benchè paiano tutt’altro, e non apparisca a prima vista questa loro qualità. Confutare, refutare ec. sono continuativi, o composti da futare, o derivati da confundere ec. E futare viene dal participio di fundere, il qual participio ora è fusus, ma anticamente futus. Vedi Forcellini in Confuto initio vocis, in Futo ec. Da altro participio pur di fundo, e pure antico e inusitato, cioè funditus, viene funditare. (26. Giugno 1823.). Vedi p. 3585. 3625.

Un altro futare dice Festo che fu usato da Catone per saepius fuisse. Questo dimostrerebbe un antico participio [2822] futus del verbo sostantivo latino. Dico del verbo sostantivo, e non dico del verbo sum. Questo è originalmente il medesimo che il greco ειμί ovvero ἔω, e che il sascrito asham, e il suo participio in us dovette essere situs o stus o sutus (giacchè è notabile il nostro antico suto, vero e proprio participio del verbo essere, laddove stato che oggi s’usa in vece di quello, è tolto in prestito da stare), come ho detto altrove. Il franc. été è lo stesso che sté, giacchè gli antichi dicevano esté, e quell’e innanzi, è aggiunto per dolcezza di lingua avanti la s impura nel principio della parola, come in espérer, espouser (ora épouser), del che ho detto altrove. Ora il participio sté sarebbe appunto stus in latino. Ma il participio futus, onde futare, non potè essere se non di quel verbo da cui il verbo sum tolse in prestito il preterito perfetto fui colle voci che da questo si formano, cioè fueram, fuero ec. Il qual verbo fuo non ha che far niente in origine con sum nè con ειμί , ma è lo stesso che ϕύω, e vedi Forcell. in fuam e in sum. Di questo dunque dovette esistere anche il participio futus, il quale dimostrasi col verbo futare che ne deriva. E nótisi che Festo dice il verbo futare essere stato usato da Catone per saepius fuisse, e non per saepius esse, onde pare che questo verbo appresso Catone conservasse una certa corrispondenza e similitudine e analogia colle voci fui, fuisse ec. tolte in prestito da sum, le quali tutte indicano il passato, e che anch’esso denotasse il passato di natura sua, ed avesse [2823] significazione preterita. Del resto come il verbo futare è diverso da stare, così il participio futus, da cui quello deriva, è diverso da situs o stus da cui vien questo, e come futus è participio di fuo e stus di sum, così futare è continuativo di fuo e stare di sum. E l’esistenza del participio futus dimostrata dal verbo futare, non nuoce a quella che io sostengo del participio stus, giacchè sum e fuo, che ora fanno un sol verbo anomalo composto e raccozzato di due difettivi, furono a principio due verbi ben distinti e per origine, e per forma materiale, e probabilmente completi tutti e due, e non difettivi come ora. (26. Giugno 1823.).

È notabile come il nostro volgo e il nostro discorso familiare conservi ancora l’esattissima etimologia e proprietà de’ verbi stupeo, stupesco, stupefacio, stupefio, ec. che diciamo anche stupire, stupefare, stupefarsi. In luogo de’ quali verbi diciamo sovente restare, o rimanere o divenire o diventare di stoppa per grandemente maravigliarsi che sono precisissimamente il significato proprio e l’intenzione metaforica de’ predetti verbi latini. [2824] Così penso assolutamente io, sebbene altri li derivano da stipes, e forse niuno ha pensato di derivarli da stuppa, che anche si dice stupa. Il che forse è avvenuto perchè non dovettero sapere o avvertire quella nostra frase familiare che ho notata. Che se in alcuni mss. si trova anche stipeo ed obstipeo, ciò non vale, perchè stupa si disse anticamente stipa, secondo Servio, che lo deriva da stipare. Potrebbe anche esser la stessa voce che στύπη da στύϕω. Chi sa che lo stesso stipare non venga appunto da στύϕω piuttosto che da στείβω? Vedi Forcellini in stipa, stipo, stuppa ec. Certo s’egli ha che fare con stupa o stipa, esso viene da questa voce, e non al contrario come vuol Servio. E l’υ greco, siccome ho detto più volte cambiasi nel latino ora in i ora in u, e queste due vocali i ed u si scambiano sovente fra loro e nel latino e nelle altre lingue, come ho pur detto altrove: ed osservate infatti che l’u francese e bergamasco, e l’υ greco, è appunto un misto e quasi un composto d’ambedue queste vocali i ed u, e non si sa a qual più delle due rassomigliarlo; onde si vede quanto elle sieno affini e simili ed amiche tra loro, che s’accozzano insieme a fare (sulla bocca di molti e diversi popoli) una sola vocale, dove niuna delle due viene a prevalere. Quindi s’argomenti quanto è facile che queste due vocali si scambino l’una coll’altra nella pronunzia [2825] umana, anche in uno stesso tempo e popolo, nonchè in diversi tempi e nazioni e climi. SimUlare da simIlis, onde anche similare, e noi simigliare e somigliare. assimulare e assimilare. maximus, optimus e maxumus, optumus. amantissimus e amantissumus. Vedi Perticari Apolog. di Dante p.156. cap.16. verso il fine. lubens, decumus, reciperare e recuperare, carnufex. (26. Giugno. 1823.).

Fortunatianus in Honorii (Augustodunensis, De luminaribus Ecclesiae) Codicibus lib. 1. cap.98. vitiose Fortunatius, natione Afer, Aquilejensis Episcopus, interfuit Concilio Sardicensi An. 347. et p. 179. teste Hieronymo (De scriptoribus Ecclesiasticis) cap. 97. scripsit Commentarios in Evangelia, titulis (ut apud Hilarium fit) ordinatis, brevique et rustico sermone. De rustico sermone Latino singularem se libellum conscribere proposuisse testatus est Vedi C. Christianus Falsterus ad Gellii XIII. 6. parte 3. Amoenitatum Philologicarum p. 186. De Fortunatiano hoc, qui ad Arianos denique deflexit, plura Tillemontius tomo VI. memoriarum pag. 364. 419. - Fabricius Bibl. Lat. med. et inf. aetat. ed. Mansii, Patavedi 1754. t. 2. p. 178-179. lib. 6. art. Fortunatianus. (26. Giugno 1823.).

Alla p. 2776. Da σόω o σώω, σώζω. Notate che l’Etimologico dice espressamente che σόζω deriva da σώω (e non viceversa), ed aggiunge, come ἕζω sedere facio, seu colloco, pono, da ἕω colloco, statuo. Così ἵζω sedere facio, in sede colloco ch’è lo stesso verbo che ἕζω, come dice Eustazio, [2826] è fatto da ἕω. Πετάζω pando explico da πετάω idem. Da πελάω-πελάζω, τεχνάω-τεχνάζω, ἀνιάω-ἀνιάζω, ἀτιμάω-ἀτιμάζω, τίω-ἀτίζω, πρίω-πρίζω, λωβάω-άζω. Anche da μετάομαι volo si trova fatto μετάζομαι nei frammenti del Φυσιολόγος d’Epifanio pubblicati dal Mustoxidi e dallo Scinà nella Collezione di vari aneddoti greci (i quali frammenti però credo che non fossero, come gli Editori stimarono, inediti). Vedi l’ultima pagina delle annotazioni degli Editori a essi frammenti, nel fine, e, se vuoi, la p. 2780. margine. E forse buona parte di questi tali verbi mancavano originariamente del ζ, aggiunta poi per proprietà di pronunzia o di dialetto, per evitar l’iato ec. Da χάσχω χάσκάζω. Ma questa è un’altra formazione, che cambia in certo modo il significato e lo rende più continuo ec. Così potrebbe essere ἁρπάζω da ἅρπω e non da ἁρπάω. Κωμάζω sembra venire da κῶμος a dirittura, non da κωμάω; e così molti altri. Da βρύω βρυάζω. (26. Giugno 1823.).

È da notare che la nostra ben distinta teoria della formazione grammaticale de’ continuativi e frequentativi, giova ancora a dimostrare evidentemente l’antica esistenza ed uso de’ participii o supini di moltissimi verbi che ora ne mancano affatto, mentre però esistono ancora i loro continuativi o frequentativi come fugitare dimostra fugitus o fugitum di fugio, che altrimente non si conoscerebbe, e così cent’altri; ovvero di participii e supini diversi da quelli che ora si conoscono, come agitare dimostra il part. agitus diverso da actus, noscitare noscitus diverso da notus, futare e funditare futus e funditus, ambedue diversi da fusus, (vedi la p.2928 segg. 3037.) quaeritare quaeritus, diverso da quaesitus che non è di quaero, ma di quaeso, benchè a quello s’attribuisca, e simili. E serve ancora ad illustrare e mettere in chiaro l’antico uso e regola seguíta [2827] da’ latini nella formazione de’ participii in us e de’ supini, come ho fatto vedere altrove in proposito di agitare; e la vera origine di molti participii più moderni, come actus, e la loro ragione grammaticale; e spiega e scioglie molte anomalie apparenti ec. ec. ec. (27. Giugno. 1823.).

Alla p. 2795. marg. Cambiata la pronunzia della lingua greca, doveva necessariamente mutarsi e il modo di produrre l’armonia colla collocazione delle parole, (giacchè le parole collocate all’antica e pronunziate diversamente, non potevano più rendere l’antica armonia) e quindi variarsi affatto la struttura dell’orazione, e prendere un altro giro il periodo; ed oltre a ciò mutarsi ancora l’armonia risultante dalla collocazione delle parole modernamente pronunziate, giacchè di diversi elementi, cioè di parole diversamente pronunziate era quasi impossibile che ne risultasse uno stesso effetto per mezzo della varia collocazione, cioè che le parole pronunziate alla moderna e distribuite per ciò diversamente dal modo antico, producessero l’armonia stessa che producevano coll’antica pronunzia e collocazione. Quindi diversa struttura e giro di orazione e di periodo, e nel [2828] tempo stesso diversa armonia. Assai più gran cosa che non pare, si è il cambiamento della pronunzia in una lingua. E parlo qui solamente della pronunzia che spetta alla quantità, cioè alla brevità o lunghezza delle sillabe, ed all’accentazione, senza entrar punto in quella pronunzia che spetta alle stesse lettere ed elementi della favella, la qual pronunzia come influisca sulle lingue e come basti a diversificarle l’una dall’altra, e sia principal causa sì della moltiplicazione sì della continua alterazione de’ linguaggi, è cosa già dimostrata. Ma quella pronunzia che spetta alla semplice quantità delle sillabe ed agli accenti, par cosa del tutto estrinseca alla lingua. Infatti ella non altera in nessun conto il materiale delle parole come fa l’altra. Ed appunto ell’è veramente estrinseca ed accidentale alle parole. Nondimeno il cambiamento di questa pronunzia, che nulla influisce su ciascuna parola, influisce sulle più intrinseche parti della favella, ed arreca essenzialissimi cangiamenti alla composizione e all’ordine delle parole, e quindi al giro ed alla forma della dicitura, e quindi alla vera indole della favella. Vedi p. 3024.

Oltre di che, quando anche a’ tempi bassi si fosse potuta dare all’orazione l’antica armonia, quando anche quest’armonia si fosse ben conosciuta [2829] (che già non si conosceva), il mutato e corrotto gusto non lasciava nè poteva lasciar di stendersi anche all’armonia. Onde quell’armonia antica non sarebbe piaciuta, senza cadenze, senza strepito, senza ritornelli, senza eco, senza rimbombo, senza sfacciataggine di ritmo, dolcemente e accortamente variata ec. Tutte le contrarie qualità piacevano e si celebravano a quei tempi. Leggansi le orazioni o declamazioni o proginnasmi ec. e l’epistole stesse de’ sofisti, Libanio, Imerio, Coricio ec. Questo ancora gli obbligava a dare alle parole un giro diverso dall’antico. Di più, quando anche non fosse mancata loro la volontà, sarebbe mancata l’arte che infinita si richiede alla retta economia ed uso de’ numeri. Quindi essi sono sempre insolentemente monotoni ec. (27. Giugno 1823.).

Ho detto altrove che il greco moderno è senza paragone più simile al greco antico che non l’italiano al latino. Fra le altre moltissime particolarità basti osservare che una delle cose che massimamente distinguono le lingue moderne dalle antiche, e fra queste l’italiana, spagnuola ec. dalla latina, si è che le moderne mancano dei casi de’ nomi; il che [2830] basterebbe quasi per se solo a diversificare il genio e lo spirito delle nostre lingue, da quel delle antiche. Ora il greco moderno conserva gli stessi casi dell’antico. Conserva ancora l’uso della composizione fatta coi vocaboli semplici e colle preposizioni e particelle. Ma già non v’è bisogno d’altra prova che di gittar l’occhio sopra una pagina di greco vernacolo correttamente scritto, per conoscere la visibilissima e, direi quasi, totale somiglianza ch’esso ha coll’antico, e quanto ella sia maggiore, anzi di tutt’altro genere che non è quella che passa tra l’italiano e il latino, giacchè questa consiste principalmente nel materiale de’ vocaboli e delle radici, e quella, oltre di ciò, in grandissima parte dell’indole e dello spirito. Ho detto, correttamente scritto, perchè certo fra il greco moderno scritto o parlato da un ignorante e quello scritto da un uomo colto, ci corre tanto divario quanto fra questo e il greco antico. Vedi il contratto in greco moderno barbaro pubblicato da Chateaubriand nell’Itinerario. Ma ciò è naturale, e succede in tutte le lingue e nazioni, e certo il greco antico parlato, anche dai non plebei, e scritto [2831] dagl’ignoranti era ben diverso da quello che scrivevano i dotti, come il latino rustico, dall’illustre. Vedi la pag.2811. Il greco moderno colto, giacchè ed ogni lingua può esser colta, e niuna lingua non colta può valer nulla, potrebbe certo divenire una lingua bella, efficace, ricca, potente, e forse, per la gran parte che conserva sì delle ricchezze come delle qualità e della natura dell’antico, una lingua superiore o a tutte o a molte delle moderne colte e formate. (27. Giugno. 1823.).

Grazia dallo straordinario e dal contrasto. Spesse volte la grazia o delle forme o delle maniere deriva da una bellezza e convenienza nelle cui parti non esiste veramente nessun contrasto, ma che però risulta da certe parti che non sogliono armonizzare e convenire insieme, benchè in questa tal bellezza e in questo tal caso convengano; ovvero da parti che non sogliono trovarsi riunite insieme, benchè trovandosi, sempre armonizzino: onde essa bellezza è diversa dalle ordinarie, benchè sia vera bellezza, cioè intera convenienza ed armonia. In tal caso il contrasto [2832] è estrinseco ed accidentale, non intrinseco: in tal caso la grazia deriva precisamente dalla bellezza, ma non dalla bellezza in quanto bellezza, bensì in quanto bellezza non ordinaria, e di genere diversa dalle altre: così che la grazia anche in questo caso deriva dal contrasto, non delle parti componenti il bello, ma del tutto, cioè di questo tal bello, col bello ordinario; e dalla sorpresa che l’uomo prova vedendo o sentendo una bellezza diversa da quella ch’egli suole considerar come tale, il che produce in lui un contrasto colle sue idee. Questo caso, da cui nasce la grazia, non è raro. Tutte quelle fisonomie, o quelle forme di persona, perfettamente armonizzanti, e con tutto ciò non ordinarie, o nelle quali non si suol trovare armonia, o in somma di genere diverso dal più delle fisonomie e forme belle, sono per qualche parte graziose. E il caso è più frequente e più facile nelle maniere, le quali ammettono più varietà che le forme materiali e naturali, e possono armonizzare in molti più modi che le dette forme.

[2833] La grazia, anche in questi casi, è sempre relativa, cioè secondo il contrasto che fanno quelle tali forme o maniere colle assuefazioni e colle idee che lo spettatore ha intorno al bello. Il qual contrasto può esser maggiore in una persona, minore in un’altra, e in un’altra nullo; e quindi produrre un senso di maggiore o minor grazia; ovvero questo senso non esser prodotto in niun modo. E questa varietà può anche essere in una medesima persona in diversi tempi e circostanze, assuefazioni ed idee. Onde può succedere che ad una medesima persona in altro tempo, o ad un’altra persona nel tempo stesso, riesca grazioso in questi casi appunto il contrario di quello ch’erale già riuscito, o che riesce a quell’altra persona. E questa grazia di cui discorro può esser tale per un maggiore o minor numero di persone, per la più parte o per pochi, per quelli d’una città o nazione o per quelli d’un’altra, per la gente di campagna o di città: secondo che lo straordinario di quella tal bellezza e armonia è maggiore o minore, più o meno visibile, rispettivo a quello [2834] che i più riconoscono per bellezza o a quello che pochi ec. Sebbene io abbia qui considerato questa grazia applicandola alle forme e maniere delle persone, il medesimo discorso si potrà e dovrà fare intorno a tutti gli altri oggetti capaci di bellezza e di grazia, in molti de’ quali sarà molto più frequente e più facile il caso della grazia figlia della bellezza diversa dall’ordinario, ch’esso non è nelle forme e maniere degli uomini. (27. Giugno 1823.). Vedi p. 3177.

Dovunque non cade bellezza, non cade grazia. Dico relativamente agli uomini, perchè bellezza e bruttezza cade in qualsivoglia cosa, ma gli uomini non ne giudicano, e non ne ricevono il senso se non in certe. E in queste sole, dov’essi possono ricevere il senso della bellezza, possono anche ricever quello della grazia e concepirla. E viceversa similmente, dovunque cade bellezza, cade ancor grazia. Non che l’una non possa esser senza l’altra. Ma quel genere ch’è capace dell’una è capace dell’altra. E per bellezza, intendo quella ch’è propriamente e filosoficamente [2835] tale, cioè quella ch’è convenienza, non l’altre impropriamente chiamate bellezze. (27. Giugno 1823.).

Pascitare da pascitus antico participio di pasco poi contratto in pastus, come noscitare da noscitus poi ristretto in notus, (siccome da suesco suetus ec.), del qual verbo noscitare ho detto altrove. (28. Giugno 1823.).

Emptito o emtito frequentativo da emo-emptus emtus. Non vi sarebbe chi appresso Plauto Cas. 2. 5. 39. leggesse empsitem per emptitem se si fosse ben posto mente alla teoria ed alla formazione grammaticale de’ frequentativi in ito, ed alla loro derivazione dai participii o supini, e non d’altronde. (28. Giugno 1823.).

Ho recato altrove, in proposito dei sinonimi, alcuni esempi di voci che nelle lingue figlie della latina sono passati ad aver per proprii de’ significati ben lontani da quelli che avevano nella latina, e tra queste il verbo quaerere (querer) che nella lingua spagnuola significa velle. Aggiungete l’esempio del verbo latino creare (criar) che in ispagnuolo significa allevare, educare, sì esso come i suoi derivati, crianza, criado ec. (28. Giugno 1823.).

[2836] Solae communes natos, consortia tecta Urbis habent (apes), magnisque agitant sub legibus aevum. Georg. l. 4. v. 153-154. Qui il verbo agito non può esser più continuativo di quel ch’egli è; e veramente non so chi possa avere il coraggio di dire ch’egli in questo e ne’ simili luoghi sia frequentativo. (28. Giugno 1823.).

Ho mostrato altrove che i poeti e gli scrittori primitivi di qualunque lingua non potevano mai essere eleganti quanto alla lingua, mancando loro la principal materia di questa eleganza, che sono le parole e modi rimoti dall’uso comune, i quali ancora non esistevano nella lingua, perchè scrittori e poeti non v’erano stati, da’ quali si potessero torre, e i quali conservassero quelle parole e modi che già furono in uso. Onde quando una lingua comincia ad essere scritta, tanto esiste della lingua quanto è nell’uso comune: tutto quello che già fu in uso, e che poi ne cadde, è dimenticato, non avendovi avuto chi lo conservasse, il che fanno gli scrittori, che ancora non vi sono stati. Togliere più che tante parole o forme da quella lingua la cui letteratura serve di modello alla nuova (come gl’italiani avrebbero potuto fare dalla lingua latina), è pericoloso in quei principii molto più che nel séguito (contro quello che si stimano i pedanti), anzi non si può, perchè quando nasce la letteratura [2837] di una nazione, questa nazione è naturalmente ignorante, e però lo scrittore o il poeta, così facendo, non sarebbe inteso, e la letteratura non prenderebbe piede, non si propagherebbe mai, non crescerebbe, non diverrebbe mai nazionale. Di più, il poeta sembrerebbe affettato. Vedi in questo proposito la p.3015. Questo medesimo vale anche per le parole della stessa lingua, rimote più che tanto dall’uso comune, sia per disuso (seppur lo scrittore stesso o il poeta avesse modo di conoscerle, mancando fin allora gli scrittori), sia per qualsivoglia altra cagione. Bisogna considerare che la nazione in quel tempo è ignorante, e non istudia, e non leggerebbe quella scrittura o quel poema, benchè scritto in volgare, le cui parole o modi non fossero alla sua portata, o egli non potesse capirli senza studiarvi sopra. E poca difficoltà, poca ricercatezza di parole o di forme basta ad eccedere la capacità de’ totalmente ignoranti, quali sono allora quasi tutti, e degli a tutt’altro avvezzi che allo studio. Ho dunque detto altrove che i poeti e scrittori primitivi tutti o quasi tutti, e sempre o per lo più, sì nella lingua sì nello stile, tirano al familiare. E questo viene, sì per adattarsi alla capacità della nazione, sì perchè, mancando loro, come s’è detto, la principal materia dell’eleganza [2838] di lingua, sono costretti a pigliare una lingua domestica e rimessa, e non volendo che questa ripugni e disconvenga allo stile, sono altresì costretti di tenere anche questo, per così dire, a mezz’aria, e di familiarizzarlo. Onde accade che questi tali poeti e scrittori sappiano di familiare anche ai posteri, quando le loro parole e forme, già divenute abbastanza lontane dall’uso comune, hanno pure acquistato quel che bisogna ad essere elegantissime, perlochè già elle come tali s’adoprano dagli scrittori e poeti della nazione, ne’ più alti stili. Ma non essendo elle ancora eleganti a’ tempi di que’ poeti e scrittori, questi dovettero assumere un tuono e uno stile adattato a parole non eleganti, e un’aria, una maniera, nel totale, domestica e familiare, le quali cose ancora restano, e queste qualità ancora si sentono, come nel Petrarca, benchè l’eleganza sia sopravvenuta alle loro parole e a’ loro modi che non l’avevano, com’è sopravvenuta, e somma, a quei del Petrarca. Queste considerazioni si possono fare, e questi effetti si scorgono, massimamente ne’ poeti, non solo perchè gli scrittori primitivi di una lingua e i fondatori di una letteratura [2839] sono per lo più poeti, ma perchè mancando ad essi la detta materia dell’eleganza niente meno che a’ prosatori, questa mancanza e lo stile familiare che ne risulta è molto più sensibile in essi che nella prosa, la quale non ha bisogno di voci o frasi molto rimote dall’uso comune per esser elegante di quella eleganza che le conviene, e deve sempre tener qualche poco del familiare. Quindi avviene che lo stile del Boccaccio, benchè familiare anch’esso, massime ad ora ad ora, pur ci sa meno familiare, e ci rende più il senso dell’eleganza e della squisitezza che quello del Petrarca, e dimostra meno sprezzatura, ch’è però nel Petrarca bellissima. Così è: la condizione del poeta e del prosatore in quel tempo, quanto ai materiali che si trovano aver nella lingua, è la stessa (a differenza de’ tempi nostri che abbiamo appoco appoco acquistato un linguaggio poetico tutto distinto): il prosatore si trova dunque aver poco meno del suo bisogno, e quasi anche tanto che gli basti a una certa eleganza: il poeta che non si trova aver niente di più, bisogna che si contenti di uno stile e di una maniera che si accosti alla prosa. Ed infatti è benissimo definita [2840] la familiarità che si sente ne’ poeti primitivi, dicendo che il loro stile, senza essere però basso, perchè tutto in loro è ben proporzionato e corrispondente, tiene della prosa. Come fa l’Eneida del Caro, che quantunque non sia poema primitivo, pure essendo stato quasi un primo tentame di poema eroico in questa lingua, che ancora non n’era creduta capace, com’esso medesimo scrive, può dirsi primitivo in certo modo nel genere e nello stile eroico.

Tutto questo discorso sui poeti e scrittori primitivi di una lingua, si deve intender di quelli che meritano veramente, il nome di poeti o di scrittori, e non di quei primissimi e rozzissimi, ne’ quali non cade sapore nè di familiarità nè d’eleganza, nè d’altra cosa alcuna determinata e che si possa ben sentire, fuorchè d’insipidezza, non avendo essi nè lingua, nè stile, nè maniera, nè carattere formato, sviluppato, costante e uniforme. E il sopraddetto discorso ha massimamente luogo, e i sunnotati effetti avvengono principalmente nel caso che sui principii di una letteratura compariscano tali e così grandi ingegni che o la creino [2841] quasi in un tratto, o tanto innanzi la spingano dal luogo ove la trovano, ch’essa paia poco meno che opera loro. Il qual caso avvenne alla letteratura greca e alla italiana.[8] Perciocchè quando la letteratura si va formando appoco appoco, e con tanta uniformità di progressi, che mai un suo passo non sia fuor d’ogni proporzione cogli antecedenti, i summentovati effetti sono manco notabili, e manco facili a vedere, trovandosi l’eleganza delle parole e dei modi già fatta possibile coll’abbondanza degli scrittori e l’arricchimento della lingua che dà luogo alla scelta, e la nazione già capace e colta e studiosa, prima che la letteratura giunga a produr cosa alta e perfetta, e che un grande ingegno faccia uso dell’una e dell’altra disposizione, cioè di quella della lingua, e di quella de’ suoi nazionali. (28. Giugno. 1823.). Vedi p. 3009. 3413.

Participii in us di verbi attivi o neutri, non deponenti, in senso attivo o neutro, alla foggia di quelli de’ deponenti. Dissimulatus a um, pransus a um, impransus a um, coenatus a um, incoenatus a um, potus a um, (dall’antico po o poo, di cui altrove) appotus a um, iuratus a um, coniuratus a um, iniuratus e simili, solitus a um, insolitus a um, suetus a um co’ suoi composti, hausus (Forc. haurio fin.). Vedi la pag. 2904. fine. 3072. esus a um, ventus a um [2842] appresso Plauto, gavisus a um (gavisus sum, per l’antico gavisi). Vedi il Forcellini sì in questi participii, sì ne’ verbi loro, specialmente in coeno, edo, venio ec. (28. Giugno 1823). obstinatus a um; obitus a um, e altri composti di eo, come interitus a um, praeteritus a um. Placitus a um, come gavisus. Vedi Forc. Vedi p. 3060.

Continuativi delle lingue figlie della latina. Diventare ital. da devenio-deventus. Sepultar spagn. da sepelio sepultus. Questo verbo sepultare trovasi usato da Venanzio Fortunato, poeta e scrittore italiano del sesto secolo, Carm. lib. 8. Hymno de vitae aeternae gaudiis. (Glossar. Cang.) Pressare, presser, prensar, oppressare, oppressé, soppressare, expressar ec. da premo-pressus. V. il Glossar. Tritare da tero-tritus. Il Gloss. Tritare, Frequenter terere, Ioh. de Ianua cioè genovese del secolo 13o, autore di un Lessico edito. Cautare, incautare da caveo-cautus. V. il Glossar. Gozar spagnuolo da gaudeo gavisus. Fecesi ne’ bassi tempi di gavisus gausus, onde gosus, onde gosare, e gozar. Ovvero di gavisus gavisare, gausare, gosare, gozar. Trovasi nelle antiche glosse latino-greche gaviso - χαίρω. V. il Glossar. Cang. in Gavisci, ed anche in Gavisio, Gausida (goduta sostantivo) e Gausita. Vedi quivi anche Gauzita, dove trovi già il z di gozar. Da questo, o da gavisio, gausio, gosio, anzi da gavisus us, gausus, gosus credo io che sia fatto lo spagnuolo gozo, godimento, piuttosto che da gaudium. Gozar assai spesso, come il nostro godere e il francese jouir, è vero continuativo di gaudere, non meno per il significato che per la forma, equivalendo a frui. Il verbo jouir, jouissons, jouissez, jouissent ec. dee esser venuto similmente da gavisare, prima che questo fosse mutato in [2843] gausare, e ne sparisse la i, che manca in gozar, ma con tutto ciò è più sfigurato. Così dite di joie, jouissance, joyeux ec. e di gioia, gioire, ec. che di là vengono. Pransare o pranzare ital. da pransus di prandeo onde il frequentativo latino pransitare. Incettare non da un barbaro incaptare, come pensa Giordani nel principio della lettera a Monti, Proposta vol.1. parte 2., ma appunto da un inceptare mutato l’a di captare in e per virtù della composizione, come in attrectare, contrectare, detrectare, obtrectare, ec. da tractare o da detractus ec. di detraho, in affectare ec. da affectus di afficio il quale viene da facio, in coniectare, subiectare, obiectare ec. da coniectus di coniicio che viene da iacio, in descendo, ascendo ec. da scando, in occento da occentus di occino da cano, in aggredior ec. da gradior, in accendo, incendo, succendo da candeo o dall’inusitato cando, v. p. 3298. e in molti simili, benchè più generalmente e regolarmente l’a della prima sillaba de’ verbi dissillabi si muti per la composizione in i (e puoi vedere la p.2890.) Incepto da inceptus d’incipio è tutt’altro verbo. Da capto, o certo da capio vengono excepto, recepto, accepto, intercettare, discepto, ec. i quali pure mutano l’a in e, e non fanno excapto, recapto ec. V. p. 3350. fine. 3900. fine. Avvisare nel suo senso proprio (v. la Crusca in avvisare §.1.2.3.) è verissimo continuativo di avvedere nel senso suo primitivo. Ma non può esser fatto da questo verbo italiano, il quale ha per participio avvisto e avveduto, non avviso. Conviene che sia fatto da advisus di advidere, il qual verbo oggi non si trova nella buona latinità. Puoi vedere la p. 3034. Trovasi però nella bassa il verbo advidere in senso di avvertire, che io credo metaforico, [2844] e in questo e simili sensi il verbo advisare e avisare. V. il Glossar. Cang. Anche i francesi e gli spagnuoli, che non hanno il verbo avvedere, hanno aviser e avisar, ma l’usano in quei sensi metaforici ne’ quali l’usiamo anche noi. Nel senso proprio nel quale egli è più dirittamente continuativo del suo verbo originale advidere, non credo ch’egli si trovi se non nella nostra lingua, e principalmente nei nostri antichi autori. Noi diciamo anche avvistare, ed equivale a un di presso ad avvisare nel senso proprio, o nel più simile a questo. V. p. 3005. Advidere dovette propriamente significare adspicere, oculos advertere, e quindi anche animum advertere. (Nell’esempio che ne porta il Glossario, non mi risolvo s’ei voglia dire animadvertere, o commonere, come il Glossario spiega). Nel qual senso, avvisare preso nel significato proprio, è suo vero continuativo, esprimendo la stessa azione, ma più durevole. Si può dir simile ad adspectare. Noi non usiamo advidere se non reciproco, cioè neutro passivo, sempre però in significato simile ai sopraddetti, o che questo sia relativo agli occhi che propriamente vedono, o all’animo che considera e conosce. Chi vuol ridere e nuovamente vedere quanti spropositi abbia fatto dir la poca notizia finora avutasi della formazion de’ verbi [2845] latini e latinobarbari da’ participii o supini d’altri verbi, vegga la bella etimologia di advisare che dà l’Hickesio presso il Cange nel Glossario. Vedi la Crusca anche in avvisamento §. 3. e in avvisatura. (29. Giugno, mio dì natale. 1823.). Vedi p. 3019.

Vantano che la lingua tedesca è di tale e tanta capacità e potenza, che non solo può, sempre che vuole, imitare lo stile e la maniera di parlare o di scrivere usata da qualsivoglia nazione, da qualsivoglia autore, in qualsivoglia possibile genere di discorso o di scrittura; non solo può imitare qualsivoglia lingua; ma può effettivamente trasformarsi in qualsivoglia lingua. Mi spiego. I tedeschi hanno traduzioni dal greco, dal latino, dall’italiano, dall’inglese, dal francese, dallo spagnuolo, d’Omero, dell’Ariosto, di Shakespeare, di Lope, di Calderon ec. le quali non solamente conservano (secondo che si dice) il carattere dell’autore e del suo stile tutto intero, non solamente imitano, esprimono, rappresentano il genio e l’indole della rispettiva lingua, ma rispondono verso per verso, parola per parola, sillaba per sillaba, ai versi, alle costruzioni, all’ordine preciso [2846] delle parole, al numero delle medesime, al metro, al numero e al ritmo di ciascun verso, o membro di periodo, all’armonia imitativa, alle cadenze, a tutte le possibili qualità estrinseche come intrinseche, che si ritrovano nell’originale; di cui per conseguenza elle non sono imitazioni, ma copie così compagne com’è la copia d’un quadro di tela fatta in tavola, o d’una pittura a fresco fatta a olio, o la copia d’una pittura fatta in mosaico, o tutt’al più in rame inciso, colle medesimissime dimensioni del quadro.

Se questo è, che certo non si può negare, resta solamente che si spieghi con dire che la lingua tedesca non ha carattere proprio, o che il suo proprio carattere si è di non averne alcuno, oltre i cui limiti non possa passare, il che viene a dir lo stesso. Che una lingua per ricca, varia, libera, vasta, potente, pieghevole, docile, duttilissima ch’ella sia, possa ricevere, non solo l’impronta di altre lingue, ma per così dir, tutte intiere in se stessa tutte le altre lingue; ch’ella si rida della libertà, della infinita moltiplicità, della immensità della lingua greca, e dopo averla tutta abbracciata, ed ingoiatone tutte le innumerabili forme, ella si trovi ancora tanta capacità come per lo innanzi, e possa ricevere e riceva, sempre che vuole, tutte le forme [2847] delle lingue le più inconciliabili colla stessa greca (che con tante si concilia) e fra loro; delle lingue teutoniche, slave, orientali, americane, indiane; questo, dico, non può umanamente accadere, se non in una lingua che non abbia carattere; non è accaduto alla greca ch’è stata ed è la più libera, vasta e potente e la più diversissimamente adattabile di tutte le lingue formate che si conoscono; non è accaduto e non accade, che si sia mai saputo o si sappia a nessun’altra lingua perfetta di questo mondo.

Io determino il mio ragionamento così. Ogni nazione ha un suo carattere proprio e distinto da quello di tutte le altre, come lo ha ciascuno individuo, e tale che niun altro individuo se gli troverà mai perfettamente uguale. Ogni lingua perfetta è la più viva, la più fedele, la più totale imagine e storia del carattere della nazione che la parla, e quanto più ella è perfetta tanto più esattamente e compiutamente rappresenta il carattere nazionale. Ciascun passo della lingua verso la sua perfezione, è un passo verso la sua intera conformazione col carattere de’ nazionali. Ora domando io: i tedeschi non [2848] hanno carattere nazionale? certo che l’hanno. Forse non ancora sviluppato, di modo ch’essendo tuttavia informe, è capace d’ogni configurazione, e non ben si distingue da quello degli altri popoli? anzi sviluppatissimo, perchè la civiltà loro è già in un alto grado. Forse così vario, così sfuggevole, così pieghevole, così adattabile ad ogni sorta di qualità, ch’esso abbracci tutti i caratteri delle altre nazioni, e a tutti questi si possa conformare? tutto l’opposto, perchè il carattere della nazione tedesca è benissimo marcato, e così costante, che forse il suo difetto è di piegare alla roideur, a una certa rigidezza e durezza, e di mancare un poco troppo di mollezza e pieghevolezza. Ma quando anche fosse appunto il contrario (come sarebbe fino a un certo segno negl’italiani), a me basterebbe che la nazion tedesca avesse pure un qualunque carattere, che offrisse abbastanza tratti di distinzione per non poterlo confondere con un altro, e molto meno con qualsivoglia altro. Or dunque se la nazione tedesca ha un carattere proprio, se essendo civile non può non averlo, se tutte le nazioni civili lo hanno e non possono mancarne, [2849] la lingua tedesca, s’ella è formata, e più, s’ella è perfetta, dev’essere una fedelissima e completa immagine di questo carattere, e per conseguenza avere anch’essa un carattere, e determinato e costante, e tale che non si possa confondere con quello di un’altra lingua, nè ella possa ammettere il carattere di un’altra lingua, ancorchè simile a lei, nè, molto meno, scambiare il suo proprio carattere con questo. Ma la lingua tedesca senza far violenza alcuna a se stessa, ammette le costruzioni, le forme, le frasi, l’armonia, non solo delle lingue affini, non solo delle settentrionali, ma delle più aliene, ma delle antichissime, delle meridionali, delle formate e delle informi, di quelle che appartengono a nazioni per costumi, per opinioni, per governi, per costituzione corporale, per climi, per leggi eterne della natura disparatissime, ed eziandio contrarissime al carattere proprio e costantissimo e certissimo della nazion tedesca, in somma di tutte le possibili lingue passate e presenti, e per così dir future. Dunque la lingua tedesca non è formata, non è determinata, e molto meno, perfetta.

Parlando dell’adattabilità o pieghevolezza, e della varietà e libertà [2850] di una lingua, bisogna distinguere l’imitare dall’agguagliare, o rifare, le cose dalle parole. Una lingua perfettamente pieghevole, varia, ricca e libera, può imitare il genio e lo spirito di qualsivoglia altra lingua, e di qualunque autore di essa, può emularne e rappresentarne tutte le varie proprietà intrinseche, può adattarsi a qualunque genere di scrittura, e variar sempre di modo, secondo la varietà d’essi generi, e delle lingue e degli autori che imita. Questo fra tutte le lingue perfette antiche e moderne potè sovranamente fare la lingua greca, e questo fra le lingue vive può, secondo me, sovranamente la lingua italiana. Perciò io dico che questa e quella sono piuttosto ciascuna un aggregato di più lingue che una lingua, non volendo dire ch’elle non abbiano un carattere proprio, ma un carattere composto e capace di tanti modi quanti lor piaccia. Questo è imitare, come chi ritrae dal naturale nel marmo, non mutando la natura del marmo in quella dell’oggetto imitato; non è copiare nè rifare, come chi da una figura di cera ne ritrae un’altra tutta [2851] compagna, pur di cera. Quella è operazione pregevole, anche per la difficoltà d’assimulare un oggetto in una materia di tutt’altra natura; questa è bassa e triviale per la molta facilità, che toglie la maraviglia; e in punto di lingua è dannoso, perchè si oppone alla forma e natura ed essenza propria ch’ella o ha o dovrebbe avere. Imitando in quel modo s’imitano le cose, cioè lo spirito ec. delle lingue, degli autori, dei generi di scrittura; imitando alla tedesca s’imitano le parole, cioè le forme materiali, le costruzioni, l’ordine de’ vocaboli di un’altra lingua (il che una lingua perfetta, anzi pure formata, non dee mai poter fare, nè può per natura fare); e probabilmente s’imitano queste, e non le cose; cioè non s’arriva ad esprimer l’indole, la forza, la qualità, il genio della lingua e dell’autore originale (benchè pretendano di sì), appunto perchè in un’altra e diversissima lingua se ne imitano anzi copiano le parole: e mad. di Staël ancora è di questo sentimento in un passo che ho recato altrove della prima lettera alla Biblioteca Italiana, 1816. n. 1.

[2852] Una traduzione in lingua greca fatta alla maniera tedesca, una traduzione dove non s’imita, ma si copia, o vogliamo dire s’imitano le parole, dovendosi nelle traduzioni imitar solo le cose, si è quella de’ libri sacri fatti da’ Settanta. Ora la medesima lingua greca, quella così immensamente pieghevole e libera, nondimeno, percioch’ella è pur lingua formata e perfetta, riesce in quella traduzione (fatta certo in antico e buon tempo) affatto barbara e ripugnante a se stessa, e non greca; e di più, quantunque noi non possiamo per la lontananza de’ tempi, e la scarsezza delle notizie grammaticali ec. e la diversità de’ costumi e dell’indole, neppur legendo gli originali ebraici, pienamente giudicare e sentir qual sia il proprio gusto de’ medesimi, e il vero genio di quella lingua, nondimeno possiamo ben essere certissimi che questo gusto e questo genio non è per niente rappresentato dalla version de’ Settanta, che non è quello che noi vi sentiamo leggendola, che non ve lo sentirono i greci contemporanei o posteriori, e ch’ella in somma fu ben lontana dal fare ne’ greci lo stesso effetto, nè di gran lunga simile, neppure analogo a [2853] quello che facevano ne’ lettori ebrei gli originali. [9] Ch’è appunto il fine che dovrebbero avere le traduzioni, e che i tedeschi pretendono di pienamente e squisitamente conseguire col loro metodo. Aggiungasi dopo tutto ciò che la traduzione de’ Settanta, barbara per troppa conformità estrinseca coll’originale, non le è di gran lunga così scrupolosamente e onninamente conforme, come le vantate traduzioni tedesche agli originali loro.

Una lingua perfetta che sia pienamente libera ec. colle altre qualità dette di sopra, contiene in se stessa, per dir così, tutte le lingue virtualmente, ma non mica può mai contenerne neppur una sostanzialmente. Ella ha quello che equivale a ciò che le altre hanno, ma non già quello stesso precisamente che le altre hanno. Ella può dunque colle sue forme rappresentare e imitare l’andamento dell’altre, restando però sempre la stessa, e sempre una, e conservando il suo carattere ben distinto da tutte; non già assumere l’altrui forme per contraffare l’altrui andamento; dividendosi e moltiplicandosi in mille lingue, e mutando a [2854] ogni momento faccia e fisonomia per modo che o non si possa mai sapere e determinare qual sia la sua propria, o di questa non si possa mai fare alcuno argomento da quelle ch’ella assume, nè in queste raffigurarla.

Ella è cosa più che certa e conosciuta che i popoli meridionali differiscono per tratti essenzialissimi e decisivi di carattere da’ popoli settentrionali, e gli antichi da’ moderni, per non dire delle altre secondarie suddivisioni e suddifferenze nazionali caratteristiche. Ella è cosa ugualmente inconcussa che il carattere di ciascuna lingua perfetta si è precisamente quello della nazione che la parla, e viceversa. La stessa verità è indubitata e universale intorno alla letteratura. Or dunque che una lingua settentrionale possa senza menomamente violentarsi nè differir da se stessa, non solo imitare, anzi copiare, il carattere, ma assumere indifferentemente le forme, l’ordine, le costruzioni, le frasi, l’armonia di qualunque lingua meridionale come di qualunque settentrionale, che una lingua moderna possa altresì lo stesso indifferentemente con qualunque lingua [2855] antica siccome con qualunque moderna; questo in rerum natura, e se i principii della logica universale vagliono qualche cosa ne’ casi particolari, è impossibile quando questa lingua sia veramente formata e determinata, e molto più nella supposizione che sia perfetta. Questo medesimo oltre di ciò, secondo tutte le regole e teorie speculative della letteratura, secondo tutti gl’insegnamenti dati finora dall’osservazione e dall’esperienza in queste materie, è contraddittorio in se stesso, non essendo possibile che una tal lingua contraffacendo esattamente le forme, e frasi proprie e speciali d’un’altra lingua caratteristicamente diversa, ne rappresenti il genio e il carattere, e ne conservi lo spirito; essendosi sempre veduto ne’ casi particolari, e confermato colle ragioni speculative generali, che da tal causa risulta contrario effetto, e contrario totalmente, anche trattandosi di lingue affini, e somiglianti di carattere. Ma lasciando questo, e tornando alla prima impossibilità, dico che il carattere proprio di una lingua, è sempre per sua natura esclusivo degli altri caratteri, siccome lo è quello [2856] di una nazione, quando sia formato e completo; che quello ch’è impossibile alla nazione è impossibile alla lingua; che se la nazion tedesca non può assumere per natura il preciso e proprio carattere de’ francesi, se non può assumerne i costumi e le maniere senza nuocere al carattere nazionale, senza guastarsi, senza rendersi affettata, e dimostrarsi composta di parti contraddittorie, e produrre il senso della sconvenienza, dello sforzo, della violenza fatta alla propria natura, così la lingua tedesca, s’ella ha già forma propria e certa, s’ella ha carattere, s’ella è perfetta, non può per natura contraffare e ricopiare il carattere delle altre lingue, non può senza gl’inconvenienti sopraccennati e anche maggiori, rinunziando alle forme proprie, assumere nelle traduzioni le forme delle lingue straniere.

Astraendo da tutto questo, dico che in una lingua la quale abbia pienamente questa facoltà, le traduzioni di quel genere che i tedeschi vantano, meritano poca lode. Esse dimostrano che la lingua tedesca, [2857] come una cera o una pasta informe e tenera, è disposta a ricevere tutte le figure e tutte le impronte che se le vogliono dare. Applicatele le forme di una lingua straniera qualunque, e di un autore qualunque. La lingua tedesca le riceve, e la traduzione è fatta. Quest’opera non è gran lode al traduttore, perchè non ha nulla di maraviglioso; perchè nè la preparazione della pasta, nè la fattura della stampa ch’egli vi applica, appartiene a lui, il quale per conseguenza non è che un operaio servile e meccanico; perchè dov’è troppa facilità quivi non è luogo all’arte, nè il pregio dell’imitazione consiste nell’uguaglianza, ma nella simiglianza, nè tanto è maggiore quanto l’imitante più s’accosta all’imitato, ma quanto più vi s’accosta secondo la qualità della materia in cui s’imita, quanto questa materia è più degna; e quel ch’è più, quanto v’ha più di creazione nell’imitazione, cioè quanto più v’ha di creato dall’artefice nella somiglianza che il nuovo oggetto ha coll’imitato, ossia quanto questa somiglianza vien più dall’artefice che dalla materia, ed è più nell’arte [2858] che in essa materia, e più si deve al genio che alle circostanze esteriori. Neanche una tal opera può molto giovare alla lingua, nè servire ad arricchirla, o a variarla, o a formarla e determinarla, sì perch’ella dee perdere queste impronte e queste forme colla stessa facilità con cui le riceve e per la ragione stessa per cui così facilmente le riceve; sì perchè queste nella loro moltiplicità nocciono l’una all’altra, si scancellano e distruggono scambievolmente, e impediscono l’una all’altra l’immedesimarsi durabilmente e connaturarsi colla favella; sì perchè questa moltiplicità immoderata è incompatibile con quella tal quale unità di carattere che dee pur avere una favella ancorchè immensa, massime ch’elle sono diversissime l’une dall’altre, o ripugnano scambievolmente; sì perchè gran parte di queste forme o impronte essendo alienissime o affatto contrarie al carattere nazionale de’ tedeschi, e a quello della loro letteratura, non possono se non nuocere alla lingua, e guastarla, o impedire o ritardare ch’ella prenda e fortemente [2859] abbracci e ritenga quella sola forma e carattere che le può convenire, cioè quella che sia conforme al carattere della nazione e della nazionale letteratura, senza la qual forma perfettamente determinata, e da lei perfettamente ricevuta per costantemente conservarla, essa lingua non sarà mai compiuta e perfetta.

Conchiudo che se i traduttori tedeschi (grandissimi letterati e dottissimi, e spesso uomini di genio) fanno veramente quegli effetti che ho ragionati nel principio di questo pensiero, il che pienamente credo quanto alle cose che appartengono all’estrinseco; se con ciò non fanno alcuna violenza alla lingua, nel che credo assai ma assai meno di quel che si dice; se in somma la lingua tedesca, quanto alle qualità sopra discusse, è tale quale si ragiona, nel che non so che mi credere; la lingua tedesca come applicata assai tardi alla letteratura, e come appunto vastissima e immensamente varia, sì per l’antichità della sua origine, sì per la moltitudine degl’individui, e diversità de’ popoli che la parlano, non è ancora nè perfetta, nè formata e sufficientemente [2860] determinata; ch’ella è ancor troppo molle per troppa freschezza; ch’ella col tempo e forse presto (per l’immenso ardore, attività e infaticabilità letteraria di quella nazione) acquisterà quella sodezza e certezza che conviene a ciascuna lingua, e quella particolar forma e determinato e stabil carattere e proprietà, e quel genere di perfezione che conviene a lei, con quel tanto di unità caratteristica ch’è inseparabile dalla perfezione di qualunque lingua, siccome di qualunque nazione, e forse di qualunque cosa, se non altro, umana; che allora ella potrà essere e sarà liberissima, vastissima, ricchissima, potentissima, pieghevolissima, capacissima, immensa, e immensamente varia, pari in queste qualità astrattamente considerate, e superiore eziandio, se si vuole e se è possibile, non che all’italiana ma alla stessa lingua greca, ma non per tanto ella non avrà o non conserverà per niun modo quelle facoltà stravaganti e senza esempio, divisate di sopra; e quelle traduzioni ora lodate e celebrate piuttosto, cred’io, per gusto matematico che letterario, piuttosto come curiosità che come opere di genio, [2861] piuttosto come un panorama o un simulacro anatomico o un automa, che come una statua di Canova, piuttosto misurandole col compasso, che assaporandole e gustandole e paragonandole agli originali col palato, quelle traduzioni, dico, parranno ai tedeschi non tedesche, e nel tempo stesso non capaci di dare alla nazione la vera idea degli originali, aliene dalla lingua, e proprie di un’epoca d’imperfezione, e immaturità. (29 30. Giugno 1823.).

In ciascun punto della vita, anche nell’atto del maggior piacere, anche nei sogni, l’uomo o il vivente è in istato di desiderio, e quindi non v’ha un solo momento nella vita (eccetto quelli di totale assopimento e sospensione dell’esercizio de’ sensi e di quello del pensiero, da qualunque cagione essa venga) nel quale l’individuo non sia in istato di pena, tanto maggiore quanto egli o per età, o per carattere e natura, o per circostanze mediate o immediate, o abitualmente o attualmente, è in istato di maggior sensibilità ed esercizio della vita, e viceversa. (30. Giugno 1823.). V. p.3550.

[2862] L’amicizia, non che la piena ed intima confidenza tra’ fratelli, rade volte si conserva all’entrar che questi fanno nel mondo, ancorchè siano stati allevati insieme, ed abbiano esercitato l’estremo grado di questa confidenza sino a quel momento; e di più seguano ancora a convivere. E pure se l’uomo è capace di piena ed intima confidenza, e s’egli dovrebbe conservarla perpetuamente verso qualcuno, questo dovrebb’essere verso i fratelli coetanei, ed allevati con lui nella fanciullezza: e dico dovrebb’essere, non per forza naturale della congiunzione di sangue, la qual forza è nulla e immaginaria, e niente ha che fare nel produr quella confidenza o nel conservarla, ma per forza naturale dell’abitudine e dell’abitudine contratta nel primo principio delle idee e delle abitudini dell’individuo, e nella prima capacità di contrarle, e conservata tutto quel tempo che dura la maggiore intensità e disposizione ed ampiezza, e il maggior esercizio di questa capacità. Nondimeno questa confidenza così fortemente stabilita e radicata si perde per la varietà che s’introduce nel carattere de’ fratelli mediante il commercio cogli altri individui della società. Ma se questo [2863] commercio non avesse avuto luogo, quella confidenza sarebbe stata perpetua, com’ella non è mai cessata fino a quell’ora. Che vuol dir ciò, se non che nei caratteri degli uomini, novantanove parti son opera delle circostanze? e che per diversissimi ch’essi appariscano, come spesso accade anche tra fratelli, in questa diversità non è opera della natura, se non una parte così menoma che saria stata impercettibile? È quasi impossibile il caso che tutte le minute circostanze e avvenimenti che incontrano all’un de’ fratelli nell’uso della società, incontrino all’altro, o sieno uguali a quelle che incontrano all’altro, ancorchè postogli da vicino. Questa diversità diversifica due caratteri che parevano affatto, ed erano quasi affatto, compagni, e com’ella è inevitabile, così la diversificazione di questi caratteri nella società non può mancare. E ho detto le minute circostanze, contentandomi di queste, perchè anche la somma di cose minutissime basta a produrre grandissimi e visibilissimi effetti sull’indole degli uomini, massime allora ch’eglino sono principianti nel mondo, e che in essi la capacità delle abitudini e delle opinioni, ossia la formabilità dell’indole, è ancor [2864] molta e grande e in buon essere. (30. Giugno. 1823.).

Diminutivi che nelle lingue figlie della latina sono passati in luogo dei positivi latini, del che ho ragionato altrove, sia che questi positivi non esistano più in esse lingue, sia che questi diminutivi sieno fatti loro sinonimi. Fratello, sorella, figliuolo ital. orilla da ora, cioè estremità, spagn. Vedi il Glossar. il Forcell. e i Diz. spagn. quanto alle tre suddette voci italiane. (30. Giugno. 1823.). Orecchia, oreja, oreille da auricula; pecchia, aveja, abeille da apicula o apecula, come vulpecula. Flagellum s’usava anche nell’antico latino pel suo positivo flagrum; siccome ora flagello, fléau; e flagrum è perduto. Scalpello e scalpro. Vedi p. 2974. 3001. 3040. 3264.

Proprietà comune alle tre figlie della lingua latina. Aggiungere pleonasticamente per idiotismo, e per proprietà di lingua l’aggettivo plur. altri o altre ai pronomi plurali nos e vos. Noi altri, voi altri; nous autres, vous autres; nosotros, vosotros. Nel che l’italiano e il francese è libero di farlo o non farlo, lo spagnuolo no ec. E presso i primi, massimamente i francesi, par che quest’usanza sia del dir familiare. Ella è presso noi della scrittura familiare, frequentissima nel discorso domestico, e quasi continua in quello del volgo, come nello spagnuolo, quando voi ha significato veramente plurale. Vedi p.2891. (30. Giugno 1823.).

Nostri plurali femminini o neutri, in a, da nomi di singolare mascolino o neutro, del che ho detto altrove in proposito dalla voce plurale fusa per fusi usata da Simmaco. Le peccata, le fata, le calcagna, le cervella, le fila, le ciglia. Questi plurali corrispondono [2865] ai rispettivi latini. Le risa: risum i non si trova, nè nel Forcell. nè nel Glossario. Così nè anche le anella: anellum i. Le letta. Trovasi lectum i in Ulpiano. Vedi il Glossar. in lectumstratum. (30. Giugno 1823.).

Altronde per altrove (del che ho detto, se non erro, parlando di un luogo di Floro, e dello spagn. donde, cioè unde, detto, come ora si dice, per ubi) trovasi in Giusto de’ Conti Son. 22. e Canz. 2. st. ult. in Angelo di Costanzo son.44. e in molti altri, sì esso, come onde o donde per dove ec. massime ne’ trecentisti, in alcuno de’ quali espressamente mi ricordo di aver trovato uno o più di tali esempi ultimamente. E vedi la Crusca in altronde §. 2. ec. (30. Giugno 1823.).

Suppeditare se viene da sub e pedes (v. Forcell. donde si ha tolta quella giunta e desinenza d’itare? Io lo credo fatto da qualche participio, e però continuativo d’altro verbo perduto. (1. Luglio. 1823.). Cioè da suppedio-suppeditus, conforme a impedio-impeditus, expedio, praepedio ec. che pur vengono da pes, ma non hanno il t nel tema, perchè non son fatti da’ participii. È da notare però che l’i di suppedito è breve, e in suppeditus sarebbe lunga. Ma credo v’abbiano molti altri esempi di questo, che l’i de’ verbi in ito sia sempre breve, ancorchè fatti da participii in itus lungo. Certo da’ participii in atus si fa ito breve. Vedi la p. 3619.

Gli spagnuoli usano l’avverbio luego, cioè subito, nel principio delle enumerazioni, e massime quando s’hanno a recare più d’un argomento, e recasi il primo, dicono luego, che vale primieramente. Pretto grecismo. I greci [2866] in casi simili, e specialmente nel caso predetto, usano elegantemente αὐτίκα, cioè subito, in principio di periodo, come gli spagnuoli luego, ed anche luego al punto in istile più familiare, o burlesco. S. Gio. Crisostomo o chiunque sia l’autore dei due sermoni sulla Preghiera περὶ προσευχῆς, nel Serm. 2, che incomincia ὅτι μὲν παντὸς ἀγαϑοῦ, sul principio: Eὐϑὺς τοινυν ἐκεῖνο μέγιστον περὶ εὐχῆς εἰπεῖν ἔχομεν, ὅτι κ. λ. V. Plat. de rep. 1. t. 4. p. 32. vedi ult. dove αὐτίκα non serve all’enumerazione ma vale ecco qua subito, pronto e come senza cercare o senza andar lontano. E così i greci spessissimo. Noi diremmo la prima cosa avverb. prima di tutto, in primo luogo; i latini primum, o principio (vedi Georg. 2. 8., 4. 8.), ec. (1. Luglio 1823.).

Ho detto sovente che ciascuno autor greco ha, per così dire, il suo Vocabolarietto proprio. Ciò vale non solamente in ordine all’usare ciascun d’essi sempre o quasi sempre quelle tali parole per esprimere quelle tali cose, laddove gli altri altre n’usano, o in ordine ai loro modi e frasi familiari e consuete, ma eziandio in ordine al significato delle stesse parole o frasi che anche gli altri usano, o che tutti usano. Perocchè chi sottilmente attende e guarda negli scrittori greci, vedrà che le stesse parole e frasi presso un autore hanno un senso, e presso un altro un altro, e ciò non solamente trattandosi di autori vissuti in diverse epoche, il che non sarebbe strano, ma eziandio di autori contemporanei, e compatriotti ancora, come per esempio di Senofonte e [2867] Platone, i quali furono di più condiscepoli, e trattarono in parte le stesse materie, e la stessa Socratica filosofia. Dico che il significato delle parole o frasi in ciascuno autore è diverso: ora più ora meno, secondo i termini della comparazione, e secondo la qualità d’esse parole; e per lo più la differenza è tale che i poco accorti ed esercitati non la veggono, ma ella pur v’è, benchè picciolissima. Un autore adoprerà sempre una parola nel significato proprio, e non mai ne’ metaforici. Un altro in un significato simile al proprio, o forse proprio ancor esso, e non mai negli altri sensi. Un altro l’adoprerà in un senso traslato, ma con tanta costanza, che occorrendo di esprimere quella tal cosa, non adoprerà mai altra voce che quella, e adoprando questa voce, non la piglierà mai in altro senso, onde si può dire che presso lui questo significato è il proprio di quella voce: (come accade che i sensi metaforici de’ vocaboli pigliano spesse volte assolutamente il luogo del proprio, che si dimentica) e questo caso è molto frequente. Un altro adoprerà quella voce colla stessa costanza, o con poco manco, in [2868] un altro senso traslato, più o meno diverso, e talvolta vicinissimo e similissimo, ma che pur non è quel medesimo. E tutta questa varietà (con altre molte differenze simili a queste) si troverà nell’uso di uno stesso verbo, di uno stesso nome, di uno stesso avverbio in autori contemporanei e compatriotti. Alla qual varietà, come ben sanno i dotti in queste materie, è da por mente assai, e da notar sempre in ciascuno autore, massime ne’ classici, qual è il preciso senso in cui egli suole o sempre o per lo più adoperare ciascuna parola o frase. Trovato e notato il quale, si rende facile la intelligenza dell’autore, e se ne penetra la proprietà e l’intendimento vero delle espressioni, e si spiegano molti suoi passi che senza la cognizione del significato da lui solito d’attribuirsi a certe parole, non s’intenderebbero; com’è avvenuto a molti interpreti e grammatici ec. che spiegando questi passi secondo l’uso ordinario di quelle tali parole o frasi, e non considerandole in quello particolare ch’esse sogliono aver presso quello scrittore, o non hanno saputo [2869] strigarsi o si sono ingannati. E così accade anche ai ben dotti, che però non abbiano pratica di quel tale autore, e vi sieno principianti, o che ne leggano qualche passo spezzato. Certo non prima si arriva a pienamente e propriamente intendere qualunque autor greco che si abbia presa pratica del suo particolar Vocabolario, e de’ significati di questo: e tal pratica è necessario di farla in ciascuno autore che si prende nuovamente o dopo lungo intervallo a leggere: benchè in alcuni costa più in altri meno, e in certi costa tanto, che solo i lungamente esercitati e familiarizzati colla lezione e studio di quel tale autore sono capaci di bene intenderne e spiegarne la proprietà delle voci e frasi, e della espressione sì generalmente, sì in ciascun passo. Insomma questi solo conoscono la sua grecità, la quale, si può dire, in ciascuno autor greco, più o meno è diversa. (1. Luglio 1823.).

Non è maraviglia che la scrittura francese sia così diversa dalla pronunzia. Come altrove ho detto, a tutte le ortografie delle lingue figlie della latina, ed anche, almeno in parte, della inglese e della tedesca, servì [2870] di modello e di guida la scrittura latina, che apparteneva all’unica letteratura che si conoscesse quando prima si cominciarono a formare e regolare le moderne ortografie, anzi era altresì quasi l’unica scrittura nota, perchè le lingue moderne poco fino allora s’erano scritte, e quando conveniva scrivere, s’era per lo più scritto in latino, benchè barbaro. Ora la pronunzia francese, è tra le pronunzie delle lingue nate dalla latina, quella che più s’è discostata dal latino. Ond’è che la lingua francese è altresì fra queste lingue la più diversa dalla madre, così di spirito, di costruzioni, di maniere, di frasi, e di assai vocaboli, come di suoni. [10] Egli è certissimo che da principio la lingua francese si pronunziava nel modo stesso che si scriveva, ossia la pronunzia delle sillabe nelle parole francesi corrispondeva al valore che avevano nell’alfabeto le lettere con cui esse parole si scrivevano. I versi che si trovano ancora de’ poeti provenzali, pronunziavansi indubitatamente in questo modo o con poca differenza, come ne fa fede la loro misura, le loro rime ec. che si perderebbero l’une e l’altra pronunziando quei versi altramente, o alla moderna. Ma le irruzioni e i commerci de’ settentrionali [2871] avendo cangiata la pronunzia francese, e diradata di vocali e inspessita di consonanti e resa più aspra, e così diversificatala dalla lingua provenzale, e poi col mezzo della francese, mutata eziandio la provenzale, (vedi Perticari Apologia di Dante cap. 11. principio, p. 206. fine - 208. principio, e cap. 12. principio, p. 111 112. e ivi fine, p. 119. e Capo 16. fine, p. 158.) la lingua francese si allontanò sommamente dalla latina, sì per li nuovi vocaboli e forme che acquistò da popoli che non avevano mai parlato latino, sì per li suoni di cui vestì, e con cui pronunziò quegli stessi vocaboli tolti dal latino ch’ella aveva, e che tuttora conserva. Quindi per due ragioni la pronunzia francese dovette riuscir diversa dalla scrittura. Primo, per la sopraddetta, cioè perchè non avendovi scrittura nota, o almeno scrittura appartenente a lingua letterata e formata, fuori della latina, l’ortografia francese dovette pur prendere, come l’altre, per suo modello la latina, ed essendo già la pronunzia francese fatta diversissima dalla latina, e certo assai più diversa che non erano o non furono poi la spagnuola e l’italiana, [2872] perciò la scrittura francese dovette molto più differire dalla pronunzia, che non differiscono la spagnuola e l’italiana che presero e usarono lo stesso modello. Secondo: questa diversificazione e settentrionalizzazione di pronunzia, avendo avuto luogo, o acquistato forza ed estensione in Francia piuttosto tardi, e di più trovandosi che i poeti di cui la Provenza abbondò, scrivevano il provenzale, stato già tutt’uno col francese, ed allora tuttavia analogo, ma più latino, (vedi Perticari l.c. p. 107. principio) lo scrivevano, dico, in modo simile ed analogo al latino; ed essendo così vero come naturale che i primi che scrissero qualche cosa in francese, riguardarono ai provenzali, e se li proposero per guide, come quelli ch’erano in quei tempi i più dotti forse della Francia, ed avevano contribuito a spargere in essa il gusto della poesia volgare e dello scrivere in volgare; da tutto questo ne seguì che la scrittura francese si accostò al latino, come ci si accostava e la scrittura [e] pronunzia provenzale; ci si accostò dico, nonostante che la pronunzia francese ogni dì più se ne scostasse, con che si venne anche a scostare dalla scrittura. [2873] Perciocchè veramente si può dire che la pronunzia francese da se, e movendosi essa, si allontanò e divise dalla scrittura, piuttosto che la scrittura dalla pronunzia. Benchè veramente sia debito de’ buoni e filosofi ortografi di far che la scrittura in qualunque modo tenga sempre dietro alla universale pronunzia, regolata, o riconosciuta per regolare; e non far che la scrittura stia ferma, e lasci andare questa tal pronunzia al suo viaggio, senza darsene alcun pensiero. Ma questi discorsi non si potevano nè fare nè seguire in quei primi e confusi tempi e ignoranti, nè dopo fatti, sono stati effettuabili, avendo preso piede l’usanza contraria in modo che non si potea più scacciare nè mutare; abbisognando ella di troppe e troppe grandi ed essenziali mutazioni, non di poche e lievi e quasi accidentali come ne abbisognò e ne ricevette l’usanza italiana.

Da tutte queste cagioni e andamenti n’è seguito questo curioso effetto: che la lingua francese scritta, è talora uguale, spessissimo somigliante alla latina, e quasi sempre riconoscibile per figlia [2874] di lei; ma la lingua francese pronunziata, ch’è pure in somma quanto dire la vera lingua francese, n’è tanto diversa, anzi dissimile, che appena si può riconoscere questa figliuolanza. E degli stessi vocaboli latini che i francesi conservano, e sono assaissimi, gran parte e forse la maggiore, pronunziati, riescon tali, che guardandoli nella sola pronunzia non s’indovinerebbe mai la loro origine, nè mai si piglierebbero per nati da tali o tali vocaboli latini; laddove questa origine si riconosce a prima vista leggendo quei vocaboli scritti. E veramente se la scrittura francese non fosse così diversa dalla pronunzia, io credo che oramai la notizia della più parte delle origini di questa lingua sì moderna, sarebbe perduta, o in preda delle dissertazioni delle congetture e delle favole. Mentre ella si conserva per solo benefizio della diversità e irregolarità anzi assurdità della scrittura, e in questa si conserva chiarissima e certissima e visibilissima, e tanto più visibile quanto la scritura più è diversa dalla pronunzia, perchè tanto più è simile al latino. Tanto si è mutata la lingua latina sulle bocche francesi per l’uso avuto co’ popoli settentrionali, e forse ancora in gran parte ancor prima, per la natura del [2875] clima stesso, oltre la origine settentrionale di molti de’ medesimi parlatori, cioè de’ Franchi di origine. Quantunque nè l’origine gotica e longobardica di molti italiani, nè la vandalica nè la moresca di tanti spagnuoli abbiano prodotto di gran lunga effetti simili e proporzionati a questi nelle lingue di questi due popoli.

Somiglianti cagioni dovettero certamente contribuire a fare che le scritture inglese e tedesca siano riuscite meno conformi alle pronunzie, e queste meno corrispondenti al valor delle lettere ne’ rispettivi alfabeti, e meno costanti nelle regole medesime loro (che hanno, almeno in francese, tante eccezioni e sotteccezioni) che non sono le scritture e pronunzie italiana e spagnuola. Perocchè l’alfabeto inglese è il latino, e il tedesco originariamente non è altro: laddove le loro lingue sono e originariamente e presentemente tutt’altre che la latina. Di più essendo pervenuta la letteratura e scrittura latina, e l’uso eziandio della medesima, anche dove non pervenne l’uso di questa loquela, come in Inghilterra e in Germania, anche i tedeschi e gl’inglesi regolarono primieramente o abbozzarono la loro ortografia e scrittura col solo o quasi solo esempio della latina avanti gli occhi. E dopo preso piede le prime regole o i primi abbozzi, non si è più in caso di distruggerli, e [2876] neppur si è sempre in caso di fare che il resto, sebbene ancor non sia fatto, o non abbia preso piede, non gli corrisponda; almeno non sempre si può riuscire ad impedirlo perfettamente, o a far che impeditolo, la macchina cammini bene e regolarmente, e senza imbarazzi e contrapposizioni e disturbi ec. disordini, effetti contraddittorii ec. (1. Luglio 1823.).

L’uomo si rassegna a soffrire passivamente, o a non godere, ma niuno si rassegna a faticare invano e senza niuna speranza, o a faticar molto per cose da nulla; niuno si rassegna a soffrire attivamente senz’alcun frutto. Quindi è che dall’abito della rassegnazione sempre nasce noncuranza, negligenza, indolenza, inattività, e finalmente pigrizia, e torpidezza, e insensibilità, e quasi immobilità. (2. Luglio. 1823.).

Dico altrove che l’uso di crear giudiziosamente e parcamente nuovi composti, fu mantenuto dagli autori latini, e massime da’ poeti, non solo fino alla intera formazione della lingua e della letteratura, ma nello stesso secolo d’oro della latinità, e nel tempo che immediatamente gli succedette. Di quest’uso parla Macrobio [2877] Saturn. VI. 5. mostrando che alcuni epiteti composti che si credevano fatti da Virgilio sono di fabbrica più antica. Segno qui alcuni composti latini de’ quali ch’io sappia non si trova esempio negli autori anteriori al secolo aureo. E saranno tutti composti di due nomi, l’uno sostantivo e l’altro addiettivo, o tutti e due sostantivi ec. o d’un nome e d’un verbo o participio o verbale, ec. che sono i composti più rari; lasciando stare i nomi o verbi ec. composti con preposizioni o particelle, de’ quali si potrebbero addurre al caso nostro esempi in troppa abbondanza. Alipes, aliger, armifer, armipotens, armisonus, aeripes, aerisonus, aerifer, aerifodina, aequaevus, aequidistans presso Frontino ed altri, algificus presso Gellio, aequilatatio presso Vitruvio, aequilateralis presso Censorino, aequilaterus presso Marziano Capella, aequilibris ec., aequinoctium, della qual voce vedi Festo appo il Forcellini in aequidiale, aequipedus ed aequipollens presso Apuleio; aequipondium presso Vitruvio, aequicrurius presso Marziano Capella, alticinctus, altitonans, altitonus, altivolus presso Plinio il vecchio, anguitenens, aegisonus, auricornus, aurifer, aurifex, aurifodina presso Plinio il vecchio, aurigena, auriger, auripigmentum presso Plinio e Vitruvio, [2878] auriscalpium presso Marziale e Scribonio, bijugus e bijugis (ma qui c’entra un avverbio) e altri tali composti con bis, equiferus ed equisetum presso Plinio il vecchio, fontigenae di Marziano, ignigena, ignipotens, ignipes, gemellipara, mellifer, mellificium, mellificus presso Columella, mellifico e melligenus presso Plinio il vecchio, nidifico presso il medesimo e Columella, nidificium presso Apuleio, nidificus presso Seneca tragico, noctifer e simili, nubifer, nubifugus di Columella, floriparus d’Ausonio, securifer, securiger, nubivagus presso Silio, nubigena (in proposito del quale è da notare che Macrobio nel citato luogo, che merita d’esser veduto, volendo provare come molti epiteti creduti fatti da Virgilio sono più antichi, recita quel dell’Eneide, 8. 293. Tu nubigenas, invicte, bimembres, e mostra che bimembris è di Cornificio, ma di nubigena non dice niente, sicchè pare che lo conceda per moderno, e veramente nel Forcellini non se ne trova esempio se non d’autori posteriori a Virgilio, il quale appresso il medesimo Forcell. in questa voce non è citato), penatiger d’Ovidio, solivagus presso il Forcellini, i cui esempi son tolti da Cicerone, e presso il medesimo CICERONE, de republ. 1. 25. p.70. ed. Rom. 1822.; ed altri tali moltissimi. (2. Luglio 1823.).

[2879] Notate la radice monosillaba di caput For-CEPS, secondo quello che ne ho congetturato altrove, e di tutti i suoi derivati, ancora in dein-CEPS, della qual voce vedi Forcellini. (2. Luglio. 1823.).

Che il v, presso gli antichi latini non sia stata che una specie d’aspirazione, e non una consonante, e che tale in verità sia la sua natura, di tener cioè dell’aspirazione, e di svanir sovente dalle voci secondo l’indole delle varie pronunzie. Dionigi d’Alicarnasso Archaeol. roman. l.1. c.35. parlando dell’origine del nome Italia. ῾Eλλάνικος δὲ ὁ λέσβιός ϕησιν ῾Ηρακλέα τὰς Γηρυόνου βοῦς ἀπελαύνοντα εἰς ῎Aργος, ἐπειδή τις αὐτῷ δάμαλις ἀποσκιρτήσας τῆς ἀγέλης ἐν ᾽Iταλίᾳ ὄντι ἤδη ϕεύγων διῇρε τὴν ἀκτήν, καὶ τὸν ματαξὺ διανηξάμενος πόρον τῆς ϑαλάσσης εἰς Σικελίαν ἀϕίκετο, ἐρόμενον ἀεὶ τοὺς ἐπιχωρίους καϑ᾽ οὓς ἑκάστοτε γένοιτο διώκων τὸν δάμαλιν, εἴ ποι τὶς αὐτὸν ἑωρακώς, τῶν τῇδε ἀνϑρώπων ἑλλάδος μὲν γλώττη ὀλίγα συνιέντων,τῇ δὲ πατρίῳ ϕωνῇ κατὰ τὰς μηνύσεις τοῦ ζώου τὴν [2880] χώραν ὀνομάσαι πᾶσαν, ὅσην ὁ δάμαλις διῆλϑεν, Oὐϊταλίαν. Μεταπεσῖν δὲ ἀνὰ χρόνον τὴν ὀνομάσίαν εἰς τὸ νῦν σχῆμα, οὐδὲν ϑαυμαστὸν. ᾽Επεὶ καὶ τῶν ἐλληνικῶν πολλὰ τὸ παραπλήσιον πέπονϑεν ὀνομάτων. Da bibo noi diciamo bevo, e beo tolta la lettera v, beve e bee, beendo, bere da bevere tolto il v, e   contratto beere in bere ec. Vedi il Corticelli, e il Buommattei Trattato 12. c. 40. fine. Così da debeo devo e deo, devi e dei ec. Vedi i grammatici e l’uso volgare. Dal lat. pavo diciamo pavone e paone, paonessa, paoncino ec. Diciamo altresì pavonazzo e paonazzo. E in cento altre parole leviamo e inseriamo il v a nostro piacere, o ch’esso veramente, secondo l’etimologia appartenga loro, o che no, e talvolta l’inseriamo sempre e costantemente in voci a cui esso non appartiene, o lo passiamo pur sempre e costantemente sotto silenzio in quelle voci dov’esso dovrebb’essere ed era. E in questo particolare v’è frequentissima discordanza tra le pronunzie e dialetti delle provincie, città, individui d’Italia, tra gli antichi autori e i moderni, tra l’antico parlare e il moderno, tra il moderno parlare e lo scrivere ec. (2. Luglio. 1823.).

[2881] Traduzione del passo soprascritto di Dionigi d’Alicarnasso fatta da Pietro Giordani nella Lettera al Chiarissimo Abate Giambattista Canova sopra il Dionigi trovato dall’Abate Mai. Milano, per Giovanni Silvestri, 1817. p.30-31. Ma Ellanico Lesbiese dice che Ercole menando ad Argo i buoi di Gerione, e già trovandosi in Italia, poichè un bue sbrancatosegli della greggia fuggendo corse tutta la spiaggia, e notando per lo stretto del mare in Sicilia arrivò; esso Ercole interrogando i paesani, dovunque nel correr dietro al bue passava, se alcuno lo avesse veduto; e quelli poco intendendo la favella greca, e per gl’indizi ch’Ercole ne dava chiamando essi quell’animale nella nativa lor lingua Vitulo (come anch’oggi si chiama): accadde che dal vocabolo di quella bestia, tutto il paese ch’ella corse fosse nominato Vitulia. (il greco dice ch’Ercole medesimo così nominollo, e dice Vitalia). Che poi il nome col tempo si mutasse nella presente forma, non è da maravigliare, quando molti de’ vocaboli greci cosiffatte mutazioni patirono. (2. Luglio 1823.).

[2882] È notabile come lo spagnuolo atar abbia conservato il proprio e primitivo significato di aptare cioè legare, significato che benchè proprio e primitivo, pur non è molto frequente negli autori latini, anzi un esempio che faccia veramente al caso non mi pare che sia se non quello d’Ammiano nel Forcell. vedi aptatus. Ora Ammiano è pur di bassa latinità. Mostra che il volgo abbia sempre conservato il primo uso di questo verbo, più degli scrittori eleganti, che l’hanno piuttosto adoperato metaforicamente. Del resto se mai si potesse dubitare che il verbo aptare venisse da aptus, il cui proprio senso è legato ec. e che Festo dice essere participio di apo, lo spagnuolo atar che vale legare congiungere, finirebbe di mandare a terra qualunque dubbio. Il nostro attare, adattare, adapter ec. ha per proprio il significato metaforico ordinario di apto, adapto ec. Vedi nel Forcell. esempi di coaptare, coaptatio, coaptatus, (συνάπτειν) in senso di collegato ec. tutti di S. Agostino, il quale certo non pigliava questo buono e primitivo uso di tali parole da’ più antichi padri della scrittura latina, nè dagli scrittori aurei che non le usano, ma dal parlar del volgo, che tuttavia conservava quel significato, come ancora lo conserva in Ispagna. E così dite di Ammiano. [2883] E chi sa che aptare in questo senso, non sia l’origine di attaccare, attacher ec.? Vedi il Glossar. Cang. principalmente in attachiare, cioè vincire ec. Ma siccome questa voce si trova massimamente usata nelle scritture latino-barbare d’inglesi e scozzesi, così non voglio contrastare che la sua origine non possa probabilmente essere Teutonica ec. come si afferma nel medesimo Glossar. v. 2. Tasca. (3. Luglio 1823.). Vedi p. 2887.

Io provo presentemente un piacere, io vorrei che la condizione di tutta la mia vita, di tutta l’eternità, fosse uguale a quella in cui mi trovo in questo momento. Questo è ciò che nessun uomo dice mai nè può dire di buona fede, neppur per un solo momento, neppure nell’atto del maggior piacere possibile. Ora se egli in quel momento provasse in verità un piacer presente e perfetto (e se non è perfetto, non è piacere), egli dovrebbe naturalmente desiderare di provarlo sempre, perchè il fine dell’uomo è il piacere; e quindi desiderare che tutta la sua vita fosse tale qual è per lui quel momento, e di più desiderare di viver sempre, per sempre godere. Ma egli è certissimo che [2884] nessun uomo ha concepito nè formato mai questo desiderio nemmeno nel punto più felice della sua vita, e nemmeno durante quel solo punto: egli è certissimo che non ha concepito nè mai concepirà questo desiderio per un solo istante neppur l’uomo, qualunque sia, che fra tutti gli uomini ha provato o è per provare il massimo possibile piacere. E ciò perchè nemmeno in quel punto niuno mai si trovò pienamente soddisfatto, nè lasciò nè sospese punto il desiderio nè anche la speranza di un maggiore ed assai maggior piacere. Con che egli non venne in quel punto a provare un vero e presente piacere. Bensì dopo passato quel tal punto l’uomo spesse volte desidera che tutta la sua vita fosse conforme a quel punto, ed esprime questo desiderio con se stesso e cogli altri di buona fede. Ma egli ha il torto, perchè ottenendo il suo desiderio, lascerebbe di approvarlo ec. (3. Luglio 1823.).

Quanta barbarie avesse introdotto anche nell’ortografia italiana durante il quattrocento l’eccessivo modellarla sulla latina, onde, se si fosse perseverato in [2885] quella forma, anche noi scriveremmo diversissimamente da quel che pronunzieremmo, come si può credere che allora avvenisse, se pur la pedanteria di quei tempi, o piuttosto i pedanti, (perchè di tutti non è credibile) non pronunziavano come scrivevano; vedi alcuni esempi nelle Lezioni sulle doti di una colta favella dell’Ab. Colombo, Parma 1820. Lez. 3. p.69. 70. e il Comento di Pico Mirandolano sopra la Canzone d’amore di Girolamo Benivieni con essa Canzone ec. Venez. 1522. dove si scrive sempre ad per a avanti consonante, anche seguendo il d, come ad dir (st. 1. della Canz. v. 6. a carte 41.); advenire ec. Durò questo pessimo uso anche nei principii del cinquecento. Nel citato libro si scrive tabola per tavola, egloge per egloghe, ec. ec. oltre philosopho, admirando, ad pena per appena ec. (3. Luglio 1823.).

Alla p. 2821. Altresì farebbe a questo proposito il verbo nicto is detto (se però mai fu detto, e vedi il Forcellini) per nicto as, (o nictor aris), il quale è verbo continuativo fatto dall’inusitato niveo, e dimostra sì l’antica esistenza di questo niveo ch’è anche dimostrata dal suo composto conniveo, sì il participio o supino di quello e di questo, che ora ne manca, il quale anche [2886] sarebbe dimostrato dal nome nictus us, secondo i ragionamenti da me fatti altrove, se però questa è voce vera, e se, e quando significa nictatio, e non nisus. Perocchè anche nisus pare ch’ella possa significare, secondo il Forcellini, e in questo senso ella servirebbe altresì a comprovare l’antico participio nictus di nitor eris, usato già in vece di nixus e di nisus; dal quale nictus di nitor nasce altresì il continuativo nictari, il quale io credo totalmente diverso da nicto di niveo, e non tutt’uno, come vuole il Forcellini ec. giacchè i due significati non hanno la menoma analogia, e d’altra parte l’origine dell’uno e dell’altro verbo è pianissima, perchè se v’è conniveo dovette esservi niveo, e facendosi da conniveo connixi, deve farsi nel supino, connictum, come da dixi, dictum, e quindi da niveo, nictum, e quindi nictare: e quanto a nictor di nitor il Forc. medesimo non la mette in dubbio. Anzi io credo che nicto as sia di niveo solamente, e nictor aris solamente e propriamente di nitor, benchè in due luoghi di Plinio trovisi nictari per connivere ec. il che potrebb’essere fallo degli scrivani (e infatti in un di quei luoghi v’è chi legga nictare), e fallo eziandio dello stesso Plinio che confondesse l’uno coll’altro verbo, essendo ambedue antichi e poco al suo tempo usati: nel qual proposito vedi quello che dicono il Perticari nel Trattato degli Scrittori del 300, e Giordani nella Lettera a Monti, vol. 1. par.2. della Proposta, sopra la voce fastus ec. Del resto da [2887] nixus di nitor (che forse non è differente da nictus per niuna ragione grammaticale, ma per sola diversità di pronunzia) si fa altresì il suo continuativo cioè nixor aris. [11] (3. Luglio 1823.).

Alla p. 2883. Se ad alcuno non paressero sufficienti le testimonianze che si hanno dell’esistenza dell’antico verbo apo, consideri che sì la forma estrinseca, sì la significazione vera e propria, e il primitivo uso di aptus, sono al tutto di participio. E se aptus è participio, dovrà esser participio di apo o d’altro tal verbo, quale ch’essi vogliano, dal qual verbo dovrà esser venuto ἅπτειν e aptare. Se non vogliono che aptus sia participio, sarà pur sempre incontrastabile che apto sia stato fatto da aptus. E se questo è, dunque ἅπτειν ch’è lo stesso che apto, sarà pur venuto da aptus, o se non altro da una radice simile a questa, la quale sarà stata nella lingua madre della greca e della latina, e conservatasi nella latina, cioè nell’aggettivo aptus, si sarà perduta nella greca. Che aptus venga da ἅπτειν, o da ἅπτεσϑαι come vuol Servio, un aggettivo da un verbo, è fuor d’ogni verisimiglianza, perchè è contrario [2888] ad ogni usata norma di derivazione, sì per la forma materiale comparata dei detti verbi, e del detto aggettivo, sì per la ragione grammaticale, analogia, ec. che in tal derivazione, niuna si troverebbe. Che poi aptus venga da aptare, (come Perticari credeva che arso venisse da arsare: vedi p.2688.) sarà anche meno verisimile a quelli che avranno ben considerata la nostra teoria della formazione de’ verbi in tare da’ participii in tus, dichiarata ed esposta e provata con tanti esempi. A tutti i quali parrà molto più probabile che aptare sia un continuativo fatto da un participio in tus ec. che non può esser se non aptus, (il quale, come ho detto, ha tutto quanto del participio) e questo da apo ec. Che aptus sia sincope di aptatus, il qual participio esiste, ed è ben diverso da aptus, è così credibile come che jactus di jacio sia sincope di jactatus participio di jactare, e altri tali spropositi, molti de’ quali sono stati detti e creduti per non aver posto mente alla formazione de’ verbi ec. che noi illustriamo. (4. Luglio. 1823.).

[2889] Da ἕζω, Dor. etc. ἕδω, o da ἕζωμαι, futuro ἑδοῦωμαι, sedeo, e così da ἕδος εος o da ἕδρα ας sedes e simili. Da ἄλσος saltus. (4. Luglio 1823.).

A quello che altrove ho detto circa la formazione dei verbi in uo o in uor dai nomi verbali, o qualunque, della quarta declinazione, o dai nomi della seconda desinenti in uus, e circa i nomi in uosus fatti da simili radici, e agli avverbi ec. aggiungi praesumptuosus, praesumptuose; presuntuoso, presontuoso, prosuntuoso, prosontuoso, presuntuosamente, presuntuosità ec.; presumptuoso ec. spagnuolo, da sumptus us. Mutuor aris da mutuus. A quel che in questo proposito ho detto di monstruosus, mostruoso ec. aggiungi che gli spagnuoli in verità dicono monstruo non monstro, onde ben si deduce, non monstrosus, ma monstruosus. Quaestuosus da quaestus us. Ructuo, ructuosus da ructus us. Eructuo vedi Forcell. in Eructo fin. Evacuo da vacuus, e così vacuo as. (4. Luglio. 1823.). Vedi p. 3263.

Dico altrove delle sillabe latine che non sono dittonghi, e pur sono composte di più vocali. Tra queste è notabile la seconda sillaba di eheu, la qual voce non è trisillaba, ma dissillaba, benchè composta di tre vocali, e benchè eu non si conti fra’ dittonghi latini. [2890] Ed è dissillaba non per licenza o figura poetica, ma per regola, e trisillaba non potrebb’essere o non senza licenza. Così dite di hei, heu, euge, eugepae, euganeus ec. ec. Eburneus-eburnus. (4. Luglio. 1823.).

Non è fuor di ragione nè arbitrario e gratuito quello ch’io dico circa la formazione dei continuativi da’ participii in atus, che mutano l’a in i ec. Perocchè questa mutazione è ordinarissima e solenne nelle derivazioni e composizioni della lingua latina. Onde da capio, frango, tango, sapio, facio, iacio, taceo ec. ec. si fa in composizione cipio, fringo ec. cioè per esempio accipio, effringo, attingo, insipiens, resipio, desipio, afficio, adjicio, conticesco, reticeo ec. e così nelle derivazioni ec. Anche la e si muta in i: per esempio da teneo, sedeo, specio, rego, lego ec. contineo, insideo, aspicio, corrigo, colligo ec. (5. Luglio. 1823.). Puoi vedere la p.2843.

Ho detto altrove che presso Omero il nome ἧμαρ serve a una perifrasi, come βία, in modo che per se stesso non vuol dir nulla, ma significa quello che occorre unitamente al nome col quale è congiunto; per esempio νόστιμον ἧμαρ, il dì del ritorno, vuol dire il ritorno e non [2891] altro. Più esempi di quest’uso d’Omero vedili nell’Index vocabulorum Homeri del Sebero, in ἧμαρ αἴσιμον. (5. Luglio 1823.). Vedi p.2995,2.

Alla p.2864. marg. È indubitato, secondo me, che quest’uso nacque dall’altra pessima usanza, introdotta nel latino fin dai primissimi tempi dell’impero, di dar del voi alle persone singolari. Onde è probabile che allora, o poco dipoi, o certo nel volgar latino quando che sia, s’introducesse questo costume di aggiungere l’aggettivo altri al voi e al noi (giacchè il noi anche negli ottimi tempi in latino e in greco, si usava in senso singolare) quando questi pronomi avevano ad aver senso plurale, per distinguerli da quando avevano ad averlo singolare. E così introdotto quest’uso nel volgar latino, passò in tutte tre le lingue figlie. E con ragione; perchè in esse ancora si manteneva e si mantiene quell’altra pessima usanza che, secondo me, lo produsse. Stante la quale, l’uso di questo idiotismo è quasi necessario per evitar mille equivoci e dubbi sì nello scrivere, sì nel parlare, quando molte persone sono presenti, o [2892] quando nello scrivere si suppongono ec.: (come si vede tutto dì per esperienza; massime nello scrivere, dove per iscrupolo di esser troppo familiare, e perchè non si sa più la lingua, ec. ormai generalmente si tralascia questo idiotismo). Infatti noi nel parlar familiare non lo abbandoniamo quasi mai, nè gli spagnuoli lo possono abbandonare. Ma anche gli spagnuoli tacciono l’otros se parlano a persona singolare, o di se stessi singolarmente, ne’ quali casi dicono vos e nos. Lo tacciono ancora quando il vos e il nos fa ufficio delle nostre particelle o pronomi ci e vi, come nous e vous in francese. Del resto in nessuna delle tre lingue si direbbe voi altri o noi altri in senso singolare. È notabile che l’uso di nos in senso singolare, fu più proprio delle lingue antiche che delle moderne, nelle quali anzi, quanto al parlare o allo scrivere familiare, a cui solo spetta il noi altri, esso uso è intieramente abolito. Vedendosi dunque che pur tutte tre queste lingue usano familiarmente questo idiotismo di noi altri senza abbisognarne punto per distinzione, confermasi ch’esso idiotismo derivi dalla lingua latina, la quale ne avea bisogno per distinguere il nos plurale dal nos singolare. (5. Luglio 1823.). Altri è qui ridondante, come ἄλλος in greco ec. del che spesso altrove.

Note

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[1] Puoi vedere la p. 3075.

[2] V. p. 3469.

[3] Le scienze al tutto esatte nel loro modo di dimostrare e nelle loro cognizioni, proposizioni, parti e dogmi, insegnam. soggetti ec. come sono le matematiche, lo Speroni (Dial.i Ven. 1596. p. 194. mezzo) le chiama scienze certe. Generalmente però quelle che io qui intendo, le chiama dimostrative (p. 160. mezzo. 161 princ. ec. e così ragioni dimostrative p. 181. opposte alle probabili e persuasive o congetturali); il qual nome abbraccia sì le esatte sì le men certe, speculative e morali o materiali ec. che sieno.

[4] Altri vogliono, ed è verisimile, che εἰδώς, ἑστώς, βεβώς ec. sieno participi preteriti perfetti medii. Vedi p. 2975 e lo Scapula in Mέλει.

[5] Veggasi la p. 3673-5.

[6] Forse a questo discorso appartengono eziandio suspicor o suspico, ed auspico o auspicor, da specio, seppur quello non viene piuttosto da suspicio onis, e questo da auspicium o da auspex auspicis. Forse ancora, qua si dee riferire plico da plecto, de’ quali verbi mi pare aver ragionato altrove in altro modo. Da plecto-plexus si fanno anche i continuativi amplexor o complexo. E notare che si trova anche amplector aris in luogo di amplector eris, il che per altra parte confermerebbe che plecto is fosse in continuat. anomalo di plico, come mi pare aver detto altrove. V. p. 2903.

[7] Salvo ne’ continuatt. de’ temi monosill. p. e. dato, flato, nato ec. come altrove. A questo proposito molto che betere o bitere o bitire sia in continuat. anomalo (come viso is) di un bo dal gr. βάω, come no da νέω, do da δοω, e altri tali temi monosill. latt. fatti da tali verbi greci così contratti. Ebito sarebbe ἐκβαίνο ex-eo. V. Forc. in Beto. V. p. 3694.

[8] Anche gli antichi e primi scrittori latini hanno sapore e modo tutto familiare, sì poeti, come Ennio e i tragici, di cui non s’hanno che frammenti, Lucrezio ec.; sì prosatori, come Catone, Cincio ed altri Cronichisti, di cui pur s’hano frammenti, ec.

[9] Seppure però la lingua ebraica ha genio, o altra indole come quella di non averne veruna. E certo la lingua ebraica per essere informe, può forse esser bene rappresentata e imitata con una traduzione in qualsivoglia lingua, che per esser troppo esatta sia anch’essa informe. Il che non accadrebbe in verun caso. Vedi la pag. 2909.2910 fine-2913. Vedi anche una giunta a questa pagina nella p. 2913.

[10] V. p. 2989.

[11] Veggasi la p. 2929.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 24 dicembre 2006