Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[2429] A voler esser lodato o stimato dagli altri, bisogna per necessità intuonar sempre altamente e precisamente alle orecchie loro: io vaglio assai più di voi: acciocchè gli altri dicano: colui vale alquanto più di noi, o quanto noi. La fama di ciascheduno in qualsivoglia genere, o propriamente o almeno metaforicamente parlando, è sempre incominciata dalla bocca propria. Se tu fai nel cospetto di quanta gente tu vuoi, un’azione o una produzione ec. la più degna e la più lodevole che si possa immaginare; t’inganni a partito se credi che quell’azione ec. essendo manifestissima, e manifestissimamente lodevolissima, gli altri debbano aprir la bocca spontaneamente, e cominciare essi a dir bene di te. Guardano, e tacciono eternamente, se tu non rompi il silenzio, e se non hai l’arte o il coraggio d’essere il primo a far questo. Ciò massimamente in questi tempi di perfezionato e purificato egoismo. Chi vuol vivere, si scordi della modestia. (7. Maggio. 1822.)

Che società, che amicizia, che commercio potresti tu avere con un cieco e sordo, o egli con te? [2430] Al quale nè coi gesti nè colle parole potresti communicare alcuno de’ tuoi sentimenti, nè egli a te i suoi? e per conseguenza qual comunione di spirito, cioè di vita e di sentimento potresti aver seco lui? qual sentimento di te penseresti d’aver destato, o di poter mai destare nell’animo suo? E nondimeno tu sai pur ch’egli vive, ed oltracciò di vita umana e d’un genere medesimo colla tua; ed egli potrebbe forse in qualche modo darti ad intendere i suoi bisogni, e beneficato esteriormente da te, o in altro modo influito, potrebbe aver qualche senso della tua esistenza, e formarsi di te qualche idea; anzi è certo che ti considererebbe come suo simile, non ch’egli n’avesse alcuna prova certa, ma appunto per la scarsezza delle sue idee; come fanno i fanciulli, che sempre inclinano a creder tutto animato, e simile in qualche modo a loro, non conoscendo, nè sapendo neppure insufficientemente concepire altra forma d’esistenza che la propria, nonostante ch’essi pur vedano la differenza della figura, e delle qualità esteriori.

[2431] Or se contuttociò, tu non crederesti di poter aver con costui nessuna o quasi nessuna società, e non ti soddisfaresti nè ti compiaceresti in alcun modo del suo commercio, che dovremo dire di quella società che i filosofi tedeschi e romantici, vogliono che il poeta supponga, anzi ponga e crei fra l’uomo e il resto della natura? La qual società vogliono che sia tale che tutto per immaginazione si supponga vivo bensì, ma non di vita umana, anzi diversissima secondo ciascun genere di esseri? Non è questa una società peggiore e più nulla di quella col cieco e sordo? Il quale finalmente è uomo. Ma qui sebben tu creda, e poeticamente t’immagini che le cose vivano, non supponendo che questa vita abbia nulla di comune colla tua, che sentimento di te puoi presumere di destare in loro, o qual sentimento della vita loro puoi presumere di ricever da essi, non potendo neppur concepire altra forma di vita se non la propria? Che giova alla tua immaginazione e alla tua sensibilità il figurarti che la natura viva? Che relazione può la tua fantasia fabbricarsi [2432] colla natura per questo? Ella è cieca e sorda verso te, e tu verso lei. Non basta al sentimento e al desiderio innato di quasi tutti i viventi che li porta verso il loro simile, il figurarsi che le cose vivano, ma solamente che vivano di vita simile per natura alla propria. Tolta questa non v’è società fra viventi, come non vi può esser società fra cose dissimili, e molto meno fra cose che in nessun modo si possono intendere l’une coll’altre, nè comunicarsi alcun sentimento, nè farsi scambievolmente verun segno di se, e neppur concepire o formarsi nessuna idea del genere di vita l’una dell’altra. Fra le bestie e l’uomo non è di gran lunga così, e perciò qualche società può passare e passa fra questo e quelle, e maggiore, quanto più la loro vita, e il loro spirito è simile al nostro, e quanto più esse mostrano di concepire le cose nostre, e noi le loro; e maggiore eziandio generalmente perchè l’immaginazione nostra (e probabilmente anche la loro) entra in questo commercio altresì, e ce le dipinge molto più simili a noi che forse non sono, e noi a loro parimente. [2433] Certo è poi che grandissima affinità e somiglianza passa tra la vita degli animali e la nostra, tra le loro passioni (radicalmente parlando) e fra le nostre ec. Affinità e somiglianza che non si trova o non apparisce fra l’esistenza delle cose inanimate e la nostra; che l’immaginazione antica, e fanciullesca, e, più o meno, quella di tutti i tempi, non vedendola, la suppone e la crea; che i bravi tedeschi non vogliono che si supponga, e che non per tanto s’immagini e si conservi un commercio scambievole fra le cose inanimate e l’uomo. (8. Maggio. 1822.)

Amando il vivente quasi sopra ogni cosa la vita, non è maraviglia che odi quasi sopra ogni cosa la noia, la quale è il contrario della vita vitale (come dice Cicerone in Lael.). Ed in tanto non l’odia sempre sopra ogni cosa, in quanto non ama neppur sempre la vita sopra ogni cosa; p.e. quando un eccesso di dolor fisico gli fa desiderare anche naturalmente la morte, e preferirla a quel dolore. Vale a [2434] dire quando l’amor proprio si trova in maggiore opposizione colla vita che colla morte. E perciò solo egli preferisce la noia al dolore, cioè perchè gli preferisce eziandio la morte, se non quanto spera di liberarsi dal dolore, e il desiderio della vita è così mantenuto puramente dalla speranza.

Del resto l’odio della noia, è uno di quei tanti effetti dell’amor della vita (passione elementare ed essenziale nel vivente) che ho specificati in parecchi di questi pensieri. E l’uomo odia la noia per la stessa ragione per cui odia la morte, cioè la non esistenza. E quest’odio medesimo della noia è padre d’altri moltissimi e diversissimi effetti, e sorgente d’altre molte e varie passioni o modificazioni delle medesime, tutte essenzialmente derivanti da esso odio, delle quali ho pur detto in più luoghi. (8. Maggio 1822.)

Che le passioni antiche fossero senza comparazione più gagliarde delle moderne, e gli effetti loro più strepitosi, più risaltati, più materiali, [2435] più furiosi, e che però nell’espression loro convenga impiegare colori e tratti molto più risentiti che in quella delle passioni moderne, è cosa già nota e ripetuta. Ma io credo che una differenza notabile bisogni fare tra le varie passioni, appunto in riguardo alla maggiore o minor veemenza loro fra gli antichi e i moderni comparativamente; e per comprenderle tutte sotto due capi generali, io tengo per fermo (come fanno tutti) che il dolore antico fosse di gran lunga più veemente, più attivo, più versato al di fuori, più smanioso e terribile (quantunque forse per le stesse ragioni più breve) del moderno. Ma in quanto alla gioia, ne dubiterei, e crederei che, se non altro in molti casi, ella potesse esser più furiosa e violenta presso i moderni che presso gli antichi, e ciò non per altro se non perch’ella oggidì è appunto più rara e breve che fosse mai, come lo era nè più nè meno il dolore anticamente. Questa osservazione potrebbe forse servire al tragico, al pittore, ed altri imitatori delle passioni. Vero è che nel fanciullo e la gioia e il dolore sono del pari [2436] più violenti, ed altresì per la stessa ragione più brevi che nell’adulto. Ed è vero ancora che l’abitudine dell’animo de’ moderni li porta a contenere dentro di se, ed a riflettere sullo spirito, senza punto o quasi punto lasciarla spargere ed operare al di fuori, qualunque più gagliarda impressione e affezione. Contuttociò credo che la detta osservazione possa essere di qualche rilievo, massime intorno alle persone non molto o non interamente colte e disciplinate, sia nella vita civile, sia nelle dottrine e nella scienza delle cose e dell’uomo; e intorno a quelle che dall’esperienza e dall’uso della vita, della società, e de’ casi umani non sono stati bastantemente ammaestrati ad uniformarsi col generale, nè accostumati a quell’apatia e noncuranza di se stesso e di tutto il resto, che caratterizza il nostro secolo. (9. Maggio. 1822.)

Il mondo, o la società umana nello stato di egoismo (cioè di quella modificazione dell’amor proprio così chiamata) in cui si trova presentemente, si può rassomigliare al sistema [2437] dell’aria, le cui colonne (come le chiamano i fisici) si premono l’une l’altre, ciascuna a tutto potere, e per tutti i versi. Ma essendo le forze uguali, e uguale l’uso delle medesime in ciascuna colonna, ne risulta l’equilibrio, e il sistema si mantiene mediante una legge che par distruttiva, cioè una legge di nemicizia scambievole continuamente esercitata da ciascuna colonna contro tutte, e da tutte contro ciascuna.

Nè più nè meno accade nel sistema della società presente, dove non ciascuna società o corpo o nazione (come presso gli antichi), ma ciascun uomo individuo continuamente preme a più potere i suoi vicini, e per mezzo di esso i lontani da tutti i lati, e n’è ripremuto da’ vicini e da’ lontani a poter loro nella stessa forma.

Dal che risulta un equilibrio prodotto da una qualità distruttiva, cioè dall’odio e invidia e nemicizia scambievole di ciascun uomo contro tutti e contro ciascuno, e dal perenne esercizio di queste passioni (cioè [2438] in somma dell’amor proprio puro) in danno degli altri.

Con ciò resta spiegata una specie di fenomeno. Lo stato d’egoismo puro, e quindi di puro odio verso altrui (che ne segue essenzialmente) è lo stato naturale dell’uomo. Ma ciò non è maraviglia, spiegandosi esso, e dovendosi necessariamente spiegare, col negar la pretesa destinazione naturale dell’uomo allo stato sociale stretto (cioè diverso da quello ch’hanno fra loro quasi tutte le bestie, massime le più svegliate); al quale stato ripugnano per natura loro le dette qualità naturalissime e assolutamente proprie dell’uomo (come si può vedere anche nel fanciullo ec.). La maraviglia è ch’essendo tornato l’uomo allo stato naturale per questa parte (mediante l’annichilamento delle antiche opinioni e illusioni, frutto delle prime società e relazioni contratte scambievolmente dagli uomini), la società non venga a distruggersi assolutamente, e possa durare con questi principii distruttivi [2439] per natura loro. Il qual fenomeno resta spiegato colla sopraddetta comparazione. E questo equilibrio (certo non naturale, ma artifiziale), cioè questa parità e questa universalità d’attacco e di resistenza, mantiene la società umana, quasi a dispetto di se medesima, e contro l’intenzione e l’azione di ciascuno degl’individui che la compongono, i quali tutti o esplicitamente o implicitamente mirano sempre a distruggerla.

Dalla detta comparazione caveremo altresì un corollario morale. Se qualche colonna d’aria viene a rarefarsi, o a premer meno dell’altre, e far meno resistenza per qualunque accidente, ciascuna delle colonne vicine, e ciascuna delle lontane addossandosi alle vicine, senza un istante d’intervallo, corrono ad occupare il luogo suo, e non appena ella ha lasciato di resistere sufficientemente, che il suo luogo è conquistato. Così la campana pneumatica anderebbe in minutissimi pezzi, mancando la sufficiente resistenza dell’aria quivi rinchiusa, se non si provvedesse a questo colla configurazione [2440] della campana. Lo stessissimo accade fra gli uomini, ogni volta che la resistenza e reazione di qualcuno manca o scema, sia per impotenza, sia per inavvertenza, sia per volontà o inesperienza. E però son da ammonire i principianti della vita, che se intendono di vivere, e di non vedersi preso il luogo immediatamente, e non esser messi a brani o schiacciati, s’armino di tanta dose d’egoismo quanta possano maggiore, acciocchè la reazion loro sia, per quanto essi potranno, o maggiore o per lo meno uguale all’azione degli altri contro di loro. La quale, vogliano o non vogliano, credano o non credano, avranno infallibilmente a sostenere, e da tutti, amici o nemici che sieno di nome, e tanta quanta maggiore sarà in poter di ciascuno. Chè se il cedere per forza, cioè per causa della propria impotenza (in qual genere ch’ella si sia), è miserabile; il cedere volontariamente, cioè per mancanza di sufficiente egoismo in questo sistema di pressione generale, è ridicolo e da sciocco, e da inesperto o irriflessivo. E [2441] si può dire con verità che il sacrifizio di se stesso (in qual si voglia genere o parte) il quale in tutti gli altri tempi fu magnanimità, anzi la somma opera della magnanimità, in questi è viltà, e mancanza di coraggio o d’attività, cioè pigrizia, e dappocaggine; ovvero imbecillità di mente; non solamente secondo l’opinione degli uomini, ma realmente e secondo il retto giudizio, stante l’ordine e la natura effettiva e propria della società presente. (10. Maggio 1822.). V. p. 2653.

Non si nomina mai più volentieri, nè più volentieri si sente nominare in altro modo chiunque ha qualche riconosciuto difetto o corporale o morale, che pel nome dello stesso difetto. Il sordo, il zoppo, il gobbo, il matto tale. Anzi queste persone non sono ordinariamente chiamate se non con questi nomi, o chiamandole pel nome loro fuor della loro presenza, è ben raro che non vi si ponga quel tale aggiunto. Chiamandole o udendole chiamar così, pare agli uomini d’esser superiori a questi tali, godono dell’immagine del loro difetto, sentono e si ammoniscono in certo modo della propria superiorità, l’amor proprio n’è lusingato e se ne compiace. Aggiungete l’odio eterno e naturale dell’uomo verso l’uomo che si pasce [2442] e si diletta di questi titoli ignominiosi, anche verso gli amici o gl’indifferenti. E da queste ragioni naturali nasce che l’uomo difettoso com’è detto di sopra, muta quasi il suo nome in quello del suo difetto, e gli altri che così lo chiamano intendono e mirano indistintamente nel fondo del cuor loro a levarlo dal numero de’ loro simili, o a metterlo al di sotto della loro specie: tendenza propria (e quanto alla società, prima e somma) d’ogn’individuo sociale. Io mi sono trovato a vedere uno di persona difettosa, uomo del volgo, trattenersi e giocare con gente della sua condizione, e questa non chiamarlo mai con altro nome che del suo difetto, tanto che il suo proprio nome non l’ho mai potuto sentire. E s’io ho veruna cognizione del cuore umano, mi si dee credere com’io comprendeva chiaramente che ciascuno di loro, ogni volta che chiamava quell’uomo disprezzatamente con quel nome, provava una gioia interna, e una compiacenza maligna della propria superiorità sopra quella creatura sua simile, e non tanto dell’esser libero da quel difetto, quanto del vederlo e poterlo deridere e rimproverare in quella creatura, essendone libero esso. E per quanto frequente fosse nelle loro bocche quell’appellazione, io sentiva e conosceva ch’ella non usciva mai dalle loro labbra senza un tuono esterno e un senso e giudizio interno di trionfo e di gusto. (13. Maggio 1822.)

Juvare col dativo, caso comune al nostro giovare, è rarissimo negli scrittori latini, vedilo appresso Plauto, nel Forcellini. (21 Maggio 1822.)

Ho detto altrove d’una grande incertezza e di molti scambi che si trovano nell’uso latino circa i tempi dell’ottativo o soggiuntivo, ora scambiati fra se, ora sostituiti a quelli dell’indicativo: ed ho mostrato come questi usi che si tengono per pure eleganze degli scrittori latini, fossero comuni anche al volgare, e si conservino nelle lingue derivate, non certo dal latino elegante, ma da esso volgare. A questo proposito si può notare il presente ottativo latino, usato spessissimo ed elegantemente in vece dell’imperfetto ottativo, e in certo modo anche del futuro indicativo, come in Orazio Sat. 1. v.19. l.1 nolint per nollent, o nolent; [2443] od. 3. v.66. e 68. l.3. pereat, ploret, per periret, ploraret, o peribit, plorabit. E ciò massimamente (come appunto ne’ due luoghi citati), precedendo la condizionale si o simile, espressa o sottintesa: nel qual caso appunto ho notato altrove la detta varietà, e figurato uso dell’ottativo, e suoi diversi tempi. E vedi, fra gli altri pensieri relativi a questo, pag. 2221. fine, e 2257. (24. Maggio 1822.)

Di ciò che ho notato altrove che l’uso di fabbricar nuovi composti, e di supplir così al bisogno di esprimer nuove idee, o nuove parti d’idee (ch’è tutt’uno, secondo le osservazioni della moderna ideologia), essendo stato così comune alle lingue antiche, e alle stesse moderne ne’ loro principii, s’è poi quasi dimenticato, per utilissimo che sia; se ne possono dar, fra l’altre, le seguenti ragioni.

1. Che tutte le lingue ne’ loro principii sono per necessità più ardite che nel progresso, e le lingue antiche rispettivamente più ardite delle moderne. Or queste composizioni richiedono un certo ardire, massime trattandosi di farne un grand’uso, e d’applicar questa facoltà a quasi tutti i nuovi bisogni della lingua.

2. Che nelle lingue antiche la necessità di far grand’uso de’ composti, era molto ma molto [2444] maggiore che nelle moderne, a causa del tanto minor numero ch’esse avevano di parole originarie. Le radici, come ho detto altrove, e assegnatene le ragioni, son sempre scarsissime in una lingua nascente. Quindi l’assoluto bisogno della composizione, crescendo il numero delle cose da esprimersi, e volendosi perfezionar l’espressione delle cose, e distinguerla meglio; e arrivando gli uomini appoco appoco a staccare un’idea dall’altra, e a suddividerle (ch’è tutto il progresso dello spirito umano), e però avendo mestieri di nuove parole. E infatti si vede che l’incremento e il perfezionamento di qualunque lingua antica è stata ridotta a una certa perfezione, fu sempre compagno, o anch’effetto dell’uso di comporre più parole in una, arricchendo così la lingua: nel qual uso, e in quello dei derivativi (de’ quali parimente intendo qui di ragionare) i greci e latini furono singolari maestri.

Ma derivando le lingue moderne da lingue già perfezionate e letterate, la scarsezza delle radici non vi si osserva più, essendo divenute radicali, o in qualunque modo semplici e indipendenti per noi, quelle infinite parole [2445] che, p.e. in latino, sono evidentemente composte o derivate da altre, e che son rimaste in uso p.e. nell’italiano. Dove, quantunque la provenienza e dipendenza loro ci sia così manifesta e vicina, pur fanno offizio, ed hanno, relativamente alla lingua nostra, la vera natura di radicali 1. o perchè gli elementi di cui si compongono, separati che sieno, non significano niente in italiano, come significavano in latino, o quando anche l’un d’essi abbia qualche significato da se, l’altro, o gli altri, non l’hanno; 2. o perchè corrotte e travisate in modo che la forma de’ loro elementi è perduta affatto, quando anche essi elementi sussistano ancora per se stessi nell’italiano; 3. o perchè, essendo esse derivative in latino, non sussistono nell’italiano quelle voci latine da cui esse derivano; 4. o perchè, sussistendo anche queste voci, non sussiste più il costume di derivarne le altre parole in quei tali modi latini; e così le originarie e le derivate, quanto al latino, nella lingua nostra sono indipendenti l’une dall’altre, e rispetto alla nostra lingua, non hanno fra loro alcun’affinità (forse neanche di significato, per le solite alterazioni), [2446] ma l’une e l’altre quanto all’italiano, si debbono egualmente riconoscere per radicali.

Da tutte le quali cose è seguito che abbondando noi sommamente di radicali, abbiamo intermesso, e poi lasciato, e finalmente quasi dimenticato l’uso delle derivazioni, e principalmente delle composizioni di nuove parole; e con ciò resolo assai difficile a chi voglia richiamarlo. Il qual uso, sebbene non tanto quanto in greco e in latino, pur fu comune ai primi scrittori italiani, perciocchè la lingua era ancor povera di radici, come accade a tutte le lingue ne’ loro principii, e quindi si ricorse necessariamente a questo mezzo, a cui tutte le lingue ricorrono col perfezionarsi. Ma impinguata poi la lingua sì con questo mezzo, sì coll’arricchirla d’infinite parole latine, che per noi, come ho detto, vengono ad esser tante radici, si dimenticò l’uso della derivazione e composizione, come suol pure accadere alle altre lingue per cagioni simili; p.e. alla lingua latina accadde quando ella s’impinguò strabocchevolmente di parole greche, le quali per lei divenivan tante radicali, e così cresciuto di moltissimo il numero delle sue radici, dimenticò o scemò l’uso di comporre o derivare nuove parole dalle già esistenti, per li nuovi bisogni, come [2447] ho significato di proposito altrove.

Nè perciò la lingua latina ne divenne più potente che fosse prima: nè la lingua italiana similmente. Le radici, per quante vogliano essere, son sempre poche al bisogno, essendo infinite le idee, e la memoria e le facoltà degli uomini essendo limitatissime, e però incapaci di ritener precisamente tante parole quante sono le idee, e le parti e diversità loro; se queste parole sono affatto diverse e dissimili e indipendenti l’una dall’altra, come avverrebbe se tutte fossero radicali. E quindi l’uomo è incapace di possedere e di usare una lingua che abbia nel tempo stesso tante parole quante mai sono le cose da esprimersi, e che sia tutta composta di radici sole. La composizione e derivazione sono il mezzo più semplice e vero, riducendo infinite parole sotto pochi elementi, come ho spiegato altrove paragonando questo mezzo alla scrittura nostra, e una lingua tutta composta di radici alla scrittura Cinese.

Quindi non potendo mai bastar le radici, e avendo noi lasciato l’uso della derivazione e composizione di nuove parole dalle già esistenti, vediamo infatti che con tanto maggior numero di [2448] radici, la lingua nostra è infinitamente meno ricca e potente, e meno esatta e propria nell’espressione delle minime diversità delle idee, di quel che fossero la latina e la greca con tanto meno radici.

La conclusione è che bisogna a tutti i patti, e malgrado qualunque difficoltà, riassumer l’uso di spiegar le nuove idee col comporre, derivare, e formare nuove parole dalle radici della propria lingua; essendo questo, per natura delle cose (che tutto opera per modificazione degli elementi, e non per aggiunzione di sempre nuovi elementi, per modificazione o composizione e non per moltiplicazione), l’unico, proprio, ed assoluto mezzo di rendere una lingua sufficiente ed uguale a qualunque numero d’idee, ed a qualunque novità d’idee; e renderla tale non accidentalmente ma per propria essenza, e non per alcuni momenti, come può essere adesso p.e. la francese, ma per sempre finch’ella conserva il suo carattere: come s’è veduto manifestamente nella lingua greca che da’ tempi antichissimi fino a oggidì, è stata ed è eternamente capace di qualunque novità d’idee, [2449] antiche o moderne che sieno, e per diversissime che vogliano essere da quelle che correvano quando la lingua greca era in fiore. E simile in ciò credo che le sia la tedesca. Abbia cura di conservarsi tale.

Perocchè tali son tutte ne’ loro principii. Ma perfezionandosi, e però civilizzandosi, e pigliando commercio con lingue e letterature e nazioni straniere, e così impinguandosi di parole forestiere che per lei divengono radicali, dismette l’uso della composizione ec.: e per pochi momenti supplisce bene a’ suoi bisogni colle radici pigliate in prestito, ma di lì a poco, o diviene una stalla d’Augia a forza di stranierismi moltiplicati in infinito, o volendosi conservar pura, non può più parlare, perchè s’è lasciato cadere il solo istrumento che avesse per supplire alla novità delle idee conservandosi pura, cioè il coltivare e far fruttare le sue proprie radici. E forse perciò conservarono sempre i greci questa facoltà, perchè poco pigliarono da’ forestieri, o non volendo prenderne per la nota loro superbia nazionale, o perchè realmente non si trovavano intorno altra nazione letterata e [2450] civile, dalla quale potessero prendere, sebbene con molte commerciarono, ma la letteratura le scienze e la civiltà de’ greci, da’ tempi noti in poi, furono sempre puramente greche.

E così accadde cosa osservabilissima: cioè che la lingua greca per essersi conservata pura, divenne e si mantenne (ed ancora si mantiene) la più potente e ricca e capace di tutte le lingue occidentali. Non per altro se non perch’ella restringendosi in se sola, non lasciò mai di porre a frutto e a moltiplico il proprio capitale. E viceversa per esser divenuta così potente, si mantenne pura più lungo tempo di qualunqu’altra (ancor dopo ch’ebbe a fare con una nazione civile e signora sua, come la latina). Giacchè non ebbe alcun bisogno nè di parole nè di modi stranieri per esprimere qualunque cosa occorresse: e i greci avendo alle mani facile e pronto e spendibile il capitale proprio, non si curarono dell’altrui, il quale sarebbe stato loro più difficile a usare, e manco manuale del proprio. L’opposto di quello che avviene a noi per aver trasandato di porre a frutto il nostro bellissimo e vastissimo capitale, che benchè sia tale (oltre che la maggior parte ce n’è ignota), non basta [2451] nè potrà mai bastare al continuo e sempre nuovo bisogno della società favellante, se non lo faremo fruttare, come non solo concede amplissimamente, ma porta e vuole l’indole e la natura sua. (30. Maggio 1822.). V. p.2455.

Beato colui che pone i suoi desiderii, e si pasce e si contenta de’ piccoli diletti, e spera sempre da vantaggio, senza mai far conto della propria esperienza in contrario, nè quanto al generale, nè quanto ai particolari. E per conseguenza beati gli spiriti piccoli, o distratti, e poco esercitati a riflettere. (30. Maggio 1822.)

Alla p.2252. L’idea dell’eternità entra in quella di ultimo, finito, passato, morte, non meno che in quella d’infinito, interminabile, immortale. E vedi altro mio pensiero già scritto in questo proposito, (30. Maggio 1822.) cioè p. 2242. 2251.

Quanto sia più naturale e semplice l’andamento della lingua greca (tuttochè poeticissima), che non è quello della latina; e quindi quanto men proprio suo, e quanto la lingua greca dovesse esser meglio disposta all’universalità che non era la lingua latina, si può vedere anche da questo.

[2452] Sebben l’italiana e la spagnuola son figlie vere e immediate della latina, pure è molto ma molto più facile di tradurre naturalmente e spontaneamente in italiano o in ispagnuolo gli ottimi autori greci, che gli ottimi latini. E tanto è più facile quanto i detti autori greci son più buoni, cioè più veramente e puramente greci. Siccome per lo contrario, quanto ai latini, è tanto meno difficile, quanto meno son buoni, cioè meno latini, come p.e. Boezio tradotto con molta naturalezza dal Varchi, e le Vite de’ SS. Padri (che non hanno quasi più nulla del latino) tradotte egregiamente dal Cavalca, e gli Ammaestram. degli antichi da F. Bartolomeo da S. Concordio ec. ec. Cicerone, Sallustio, Tito Livio, difficilissimamente pigliano un sapore italiano, se non lasciano affatto l’indole e l’andamento proprio. Al contrario di Erodoto, Senofonte, Demostene, Isocrate ec. Ora essendo l’andamento delle lingue moderne generalmente assai più piano e meno figurato ec. delle antiche, questo è un segno che la lingua greca, adattandosi alle moderne molto più della latina, doveva esser molto più semplice e naturale nella sua costruzione e forma. (30. Maggio 1822.)

[2453] Se l’uomo sia nato per pensare o per operare, e se sia vero che il miglior uso della vita, come dicono alcuni, sia l’attendere alla filosofia ed alle lettere (quasi che queste potessero avere altro oggetto e materia che le cose e la vita umana, e il regolamento della medesima, e quasi che il mezzo fosse da preferirsi al fine) [1], osservatelo anche da questo. Nessun uomo fu nè sarà mai grande nella filosofia o nelle lettere, il quale non fosse nato per operare più, e più gran cose degli altri; non avesse in se maggior vita e maggior bisogno di vita che non ne hanno gli uomini ordinarii; e per natura ed inclinazione sua primitiva, non fosse più disposto all’azione e all’energia dell’esistenza, che gli altri non sogliono essere. La Staël lo dice dell’Alfieri (Corinne, t.1. liv. dern.), anzi dice ch’egli non era nato per iscrivere, ma per fare, se la natura de’ tempi suoi (e nostri) glielo avesse permesso. E perciò appunto egli fu vero scrittore, a differenza di quasi tutti i letterati o studiosi italiani del suo e del nostro tempo. Fra’ quali siccome nessuno o quasi nessuno è nato per fare (altro che fagiolate), perciò nessuno o quasi nessuno è [2454] vero filosofo, nè letterato che vaglia un soldo. Al contrario degli stranieri, massime degl’inglesi e francesi, i quali (per la natura de’ loro governi e condizioni nazionali) fanno, e sono nati per fare più degli altri. E quanto più fanno, o sono naturalmente disposti a fare, tanto meglio e più altamente e straordinariamente pensano e scrivono. (30. Maggio 1822.)

Grazia dallo straordinario. I nei che altro sono se non difetti, e false produzioni della cute? E non sono stati considerati lungo tempo come bellezze? (Anzi così anche oggi volgarmente si sogliono chiamare). E le donne col porsegli dintorno non facevano insomma altro che fingersi dei difetti, e fabbricarseli appostatamente, per proccurarsi grazia e bellezza. (1. Giugno 1822.)

Qual fosse l’opinione di Socrate, o di Senofonte, e anche degli altri antichi, circa quelle arti e mestieri che da gran tempo si stimano e sono veramente necessarii all’uso del viver civile, anzi parte, alimento ec. della civilizzazione, e che intanto nocciono alla salute e al viver fisico, e in oltre all’animo, di chi gli esercita, v. l’Econom. di Senofonte cap. 4. § .2.3. e cap. 6. §.5.6.7. (3. Giugno 1822.)

[2455] Tῶν δὲ σωμάτων ϑηλυνομένων (si corpora effeminentur), καὶ αἱ ψυχαὶ πολὺ ἀῤῥωστότεραι γίγνοντι Socrate ap. Senofon. Econom. c. 4. §. 2. (3. Giugno. 1822.)

Alla p. 2451. L’Alfieri fu arditissimo e frequentissimo formatore di parole derivate o composte nuovamente dalle nostrali, e sebbene io non credo ch’egli, facendo questo avesse l’occhio alla lingua greca, nondimeno questo suo costume dava alla lingua italiana una facoltà e una forma similissima (materialmente) all’una delle principalissime e più utili facoltà e potenze della lingua greca. Io non cercherò s’egli si servisse di questo mezzo d’espressione colla misura e moderatezza e discrezione che si richiede, nè se guardasse sempre alla necessità o alla molta utilità, nè anche se tutti i suoi derivati e composti, o se la maggior parte di loro sieno ben fatti. Ma li porto per esempio acciocchè, considerandoli, si veda più distintamente e per prova, quante idee sottili o rare o non mai ancora precisamente significate, quante cose difficilissime e quasi impossibili ad esprimersi in altro modo (anche con voci forestiere), si esprimano chiarissimamente e precisamente e facilmente con questo mezzo, senza punto uscire della lingua nostra, e senza quindi nuocere alla purità. Certo [2456] è che quando l’Alfieri chiama il Voltaire Disinventore od inventor del nulla, (vere principali e proprie qualità ed attributi della sapienza moderna) quel disinventore dice tanto e tal cosa, quanto e quale appena si potrebbe dire per via d’una lunga circollocuzione, o spiegare e sminuzzare pazientemente, stemperatamente e languidamente in un periodo. (3. Giugno. 1822.)

La religion Cristiana fra tutte le antiche e le moderne è la sola che o implicitamente o esplicitamente, ma certo per essenza, istituto, carattere e spirito suo, faccia considerare e consideri come male quello che naturalmente è, fu, e sarà sempre bene (anche negli animali), e sempre male il suo contrario; come la bellezza, la giovanezza, la ricchezza ec. e fino la stessa felicità e prosperità a cui sospirano e sospireranno eternamente e necessariamente tutti gli esseri viventi. E li considera come male effettivamente, perciocchè non si può negare che queste tali cose non sieno molto pericolose all’anima, e che le loro contrarie (come la bruttezza ec.) non liberino da infinite occasioni di peccare. E perciò quelli che fanno professione di devoti chiamano fortunati i brutti ec. e considerano la bruttezza ec. come un bene dell’uomo, una fortuna della società, e come una condizione, una qualità, una [2457] sorte desiderabilissima in questa vita. Similmente dico della prosperità, la quale rende naturalmente superbi, confidenti in se stessi e nelle cose, e quindi distratti e poco adattati all’abito di riflettere (ch’è necessarissimo alla cura della salute eterna), e dà molto attaccamento alle cose di questa terra. E quindi l’opinione che le disgrazie (o come le chiamano, le croci), sieno favori di Dio, e segni della benevolenza divina: opinione stranissima e affatto nuova; inaudita in tutta l’antichità e presso tutte le altre religioni moderne (tutte le quali consideravano anzi il fortunato solo, come favorito di Dio, onde fra gli antichi beato, μαχάριος ὄλβιος ec. era un titolo di rispetto e di lode, e tanto a dire come sanctus, o come vir iustus etc. L’etimologia di εὐδαίμων è favorito dagli Dei, o che ha buon Dio cioè favorevole. Al contrario δισδαίμων, infelice, che ha mali Dei. V. p.2463. V. i Lessici: e nella stessa religion cristiana da principio si chiamavano beati, anche vivendo, gli uomini più distinti o per virtù o per dignità, come oggi si chiama Beatitudine il Papa); inaudita presso qualunque popolo non civile; e finalmente tale ch’io non so se verun’altra opinione possa esser più dirittamente contraria alla natura universale delle cose, e a tutto l’ordine dell’esistenza [2458] sensibile. (4. Giugno. 1822.)

Alla p. 1660. mezzo. Non so bene se il Salviati o il Salvini sia quel che dice dell’antica falsa, e latina ortografia degl’italiani, e particolarmente dell’et non mai pronunziato se non e, o ed. Tutte le lingue nascono, com’è naturale appoco appoco, e per lungo tempo non sono adattabili alla scrittura e molto meno alla letteratura. Cominciando ad adattarle alla scrittura, l’ortografia n’è incertissima, per l’ignoranza di quei primi scrittori o scrivani, che non sanno bene applicare il segno al suono: massime quando si servano, com’è il solito, di un alfabeto forestiero, quando è certo che ciascuna nazione o lingua ha i suoi suoni particolari, che non corrispondono a quelli significati dall’alfabeto di un’altra nazione. Venendo poi la letteratura, l’ortografia piglia una certa consistenza, ed è prima cura de’ letterati di regolarla, di ridurla sotto principii fissi, e generali, e di darle stabilità. Ma anche questa opera è sempre imperfettissima ne’ suoi principii. Per lo più la letteratura di una nazione deriva da quella di un’altra. Quindi anche l’ortografia in quei principii [2459] segue la forma e la stampa di quella che i letterati hanno sotto gli occhi, troppo deboli ancora per essere originali, e per immaginar da se, e seguire e conoscer bene la natura particolare de’ loro propri suoni ec.: le quali cose non son proprie se non di quello ch’è già o perfezionato o vicino alla perfezione. Nel nostro caso poi, questa lingua letterata, e di ortografia già regolatissima e costante, sopra la cui letteratura s’andavano formando le moderne, era anche immediatamente madre delle lingue moderne. E benchè queste (massime la francese), avessero perduto molti de’ suoi suoni, e sostituitone, o aggiuntone molti altri, contuttociò la somiglianza fra la madre e le figlie era tanta, e la loro derivazione da lei era così fresca, che cominciando a scrivere e poi a coltivare queste lingue non mai ancora scritte o coltivate, non si pensò di potersi servire d’altra ortografia che della latina. La quale ortografia già esisteva, e la nostra s’avea da creare: ma nessuna cosa si crea in un momento, massime che tante altre ve n’erano da creare allo [2460] stesso tempo, le quali occupavano tutta l’attenzione di quei primi formatori delle favelle moderne. Uomini che ad una materia putrida (giacchè tutte erano barbarissime corruzioni) aveano a dar vita, e splendore.

Quindi l’ortografia italiana del trecento, anche quella dei primi letterati, era tutta barbaramente latina. Si può vedere il manoscritto della divina Commedia fatto di pugno del Boccaccio e del Petrarca, e pubblicato quest’anno o il passato da una Biblioteca di Roma. Quindi conservato l’h che niun italiano pronunziava più (se non colla g, e c); quindi l’y, lettera inutile, avendo perduta la sua antica pronunzia di u gallico; quindi il k, ec. ec. E siccome per lunghissimo tempo, anche dopo stabilita la nostra letteratura, si durò a credere che il volgare non fosse capace di scrittura e d’uso più che tanto nobile e importante (e per molto tempo realmente non lo fu, perchè non v’era applicata); così fino al cinquecento, e massimamente fino a tutta la sua prima metà, [2461] si seguitò a scrivere l’italiano, con ortografia barbaramente latina, o non credendolo capace d’ortografia propria, o non sapendogliela ancora trovare, e ben regolare e comporre, o pedantescamente volendo ritornare il volgare al latino quanto più si potesse. Vedi la edizione della Coltivazione dell’Alamanni fatta in Parigi 1546. da Rob. Stefano, sotto gli occhi dell’autore, e ristampata colla stessa ortografia in Padova, Volpi 1718, e Bologna 1746. e quella delle Api del Rucellai, Venez. 1539, che fu la prima, (per Giananton. de’ Nicolini da Sabio) ristampata parimente ne’ detti luoghi. Dice il Volpi che quella maniera e di scrivere e di puntare che vedesi all’Alamanni esser piacciuta, è alquanto diversa non solo da quella che oggidì s’usa, ma da quella eziandio che a tempi di lui universalmente si costumava. (G. A. V. a’ Lettori). Vedi anche le lettere del Casa al Gualteruzzi, da un ms. originale, nelle sue op. t.2. Venez. 1752. Io non so se sia vero, nè se quella del Rucellai p.e. se ne diversifichi notabilmente: non mi par che l’edizioni italiane di que’ tempi (come quella delle Rime del Firenzuola in Firenze, cit. nel Voc.) [2462] ne vadano molto lungi: ma se ciò fosse, verrebbe dalla dimora dell’Alamanni in Francia. V. p. 2466.

In somma la lingua italiana pericolava di stabilirsi e radicarsi irreparabilmente in quella stessa imperfezione d’ortografia, in cui si veniva formando, e poi per sempre si radicò la lingua francese. Fortunatamente non accadde, anzi ell’ebbe la più perfetta ortografia moderna: non lettere scritte le quali non si pronunzino: non lettere che si pronunzino e non si scrivano: ciascuna lettera scritta, pronunziata sempre e in ogni caso, come si pronunzia recitando l’alfabeto ec. V. p. 2464.

Cagioni di questo vantaggio furono l’infinita capacità, acutezza e buon gusto d’infinite persone in quel secolo, e l’altre circostanze ch’ho notate altrove. Alle quali si può e si dee forse aggiungere che i suoni della lingua latina, e generalmente la pronunzia e l’uso di essa, sopra la cui ortografia si formava naturalmente la nostra, era molto meno diverso dall’uso e pronunzia nostra e spagnuola, di quel che sia dal francese. [2463] Quindi essendo tutte tre queste ortografie formate da principio egualmente sulla latina, le due prime che poco avevano da mutarla per conformarla all’uso loro, facilmente la corressero (massime l’italiana) e ve l’uniformarono; ma la francese che avrebbe dovuto quasi trovare una nuova maniera di scrivere (essendo nella pronunzia, come in ogni altra parte, la più degenere figlia della latina), ed anche trovare in parte un nuovo alfabeto (come per le e mute ec.), fu incorrigibile.

Fra tanto queste osservazioni si debbono applicare a dimostrar con un esempio recente, quanto debbano essere state alterate le primitive lingue nell’applicarle alla scrittura e all’alfabeto o proprio o forestiero, e nella creazione della loro ortografia, e quanto poco ci possiamo fidare del modo in cui esse ci ponno essere pervenute, cioè pel solo mezzo della scrittura. (5. Giugno, vigilia del Corpus Domini. 1822.)

Alla p. 2457. marg. Qual nazione, se non dopo fatta Cristiana, non riputò per doni [2464] di Dio, e segni del favor celeste le prosperità, e per gastighi di Dio, e segni dell’odio suo le sventure? (Onde fra’ più antichi, e fra gli stessi ebrei, come i lebbrosi ec., si fuggiva con orrore l’infelice come scellerato, e quando anche non si sapesse, o non si fosse mai saputa da alcuno la menoma sua colpa, si stimava reo di qualche occulto delitto, noto ai soli Dei, e la sua infelicità s’aveva per segno certo di malvagità in lui, e se l’avevano creduto buono, vedendo una sua sciagura, credevano di disingannarsene.). Al contrario accadde nella nostra religione, la quale, se non altro, definisce per maggior favore, e segno di maggior favore di Dio l’infelicità, che la prosperità. (5. Giugno. 1822.)

Alla p. 2462. mezzo - non elementi dell’alfabeto inutili, o che esprimano più d’un suono indarno ec. come p.e. nello spagnuolo è inutile che il suono del j sia espresso anche nè più nè meno dal x avanti vocale, e dal g avanti l’e e l’i. E non solo inutile, ma in ispagnuolo produce ancor molta confusione e varietà biasimevole [2465] e inutile nel modo di scrivere una stessa parola, anche appresso un medesimo scrittore, in un medesimo libro: sebbene io credo che la moderna ortografia spagnuola (rettificata e resa più esatta, come tutte le altre, e come tutte le cose moderne) sia emendata in tutto o in parte di questi difetti, e di queste inutilità. Similmente la ç, o zedilla è un elemento inutile, e produce confusione, e varietà dannosa. ec. ec. (6. Giugno, dì del Corpus Domini. 1822.)

I greci ϑεῖος, gli spagnuoli Tio, gl’italiani zio, esprimendo questi col Z, quelli col T, il suono del t aspirato che nè gli uni nè gli altri hanno. Donde questa parola così necessaria e usuale e volgare in tutti i linguaggi, e usualissima e volgarissima nello spagnuolo e nell’italiano; donde, dico, e per qual mezzo può esser passata dal greco a questi volgari moderni, se non per mezzo del volgare latino, non trovandosi nel latino scritto? L’avranno forse presa gli spagnuoli e gl’italiani dal greco moderno, o da quello de’ bassi tempi (non si saprebbe con qual mezzo), e avrebbe potuto divenir usuale e volgarissima e scacciar la parola antica, [2466] una parola forestiera significante una cosa che tuttogiorno s’era nominata e si nomina? E siccome si potrebbe dubitare che alcune o tutte queste parole ch’io dimostro uniformi nel greco e ne’ nostri volgari, ci fossero derivate per mezzo del francese ne’ bassi tempi, e il francese l’avesse avute dalle colonie greche state anticamente in Francia ec. del che ho discorso altrove, notate che questo ϑεῖος si trova in tutti i volgari derivati dal latino, fuorchè appunto nel francese che da avunculus dice oncle. Oltre che la qualità della cosa significata da questa voce, non permetterebbe, come ho detto, ch’ella fosse passata così tardi, e potuta stabilirsi ne’ nostri volgari in luogo dell’antica denominazione; se questa, cioè, non fosse antica e antichissima. Vedi però il Forcell. il Gloss. i Diz. franc. ec. (8. Giugno 1822.). V. anche calare a cui la Crusca pone per greco χαλᾶν. (9. Giugno 1822.)

Alla p. 2462. principio. Si scrivevano ancora (massime più anticamente, chè nel cinquecento la maggior dottrina dava un poco più di regola) le parole italiane o non latine in modo latino, [2467] o le parole latine (italianate) in modo non latino, e non conveniente all’italiano, come con lettere non italiane che in quelle tali parole non ci andavano neppure in latino: p.e. ymago o ymagine ec. Effetto dell’ignoranza in cui si era anco riguardo al latino e alla sua buona ortografia, (quando infatti non si sapeva di gran lunga bene nè pur la lingua latina, e i codici poi erano scorrettissimi ec. e pochi confronti s’eran potuti fare ec.) o del cattivo modo di scriver latino a quei tempi, e dell’imperfezione e infanzia dell’ortografia nostrale. Queste osservazioni serviranno a spiegare il perchè p.e. nella lingua francese, le imperfezioni dell’ortografia molte volte non paia ch’abbiano a far niente coll’ortografia latina, scrivendosi malamente anche delle parole non venute dal latino; e altre venute dal latino scrivendosi in maniera discordante così dalla buona ortografia latina, come dalla pronunzia francese. Intendo parlare delle parole francesi ch’erano in uso anche anticamente, perchè le più moderne, di qualunque origine siano, già si sa che nello scriverle s’è seguito il costume di quella tale imperfetta ortografia ch’era già stabilita. Ma la prima causa di questa imperfezione, fu secondo me, quella che ho detta, [2468] cioè la cattiva, indebita e puerile applicazione dell’ortografia latina (anch’essa in gran parte falsa e mal conosciuta, come anche la lingua latina, e cattiva) all’ortografia volgare. (10. Giugno 1822.)

Nelle annotazioni alle mie Canzoni (Canzone 6. stanza 3. verso 1.) ho detto e mostrato che la metafora raddoppia o moltiplica l’idea rappresentata dal vocabolo. Questa è una delle principali cagioni per cui la metafora è una figura così bella, così poetica, e annoverata da tutti i maestri fra le parti e gl’istrumenti principalissimi dello stile poetico, o anche prosaico ornato e sublime ec. Voglio dire ch’ella è così piacevole perchè rappresenta più idee in un tempo stesso (al contrario dei termini). E però ancora si raccomanda al poeta (ed è effetto e segno notabilissimo della sua vena ed entusiasmo e natura poetica, e facoltà inventrice e creatrice) la novità delle metafore. Perchè grandissima, anzi infinita parte del nostro discorso è metaforica, e non perciò quelle metafore di cui ordinariamente si compone risvegliano più d’una semplice idea. [2469] Giacchè l’idea primitiva significata propriamente da quei vocaboli traslati è mangiata a lungo andare dal significato metaforico il quale solo rimane, come ho pur detto l. c. E ciò quando anche la stessa parola non abbia perduto affatto, anzi punto, il suo significato proprio, ma lo conservi e lo porti a suo tempo. P.e. accendere ha tuttavia la forza sua propria. Ma s’io dico accender l’animo, l’ira ec. che sono metafore, l’idea che risvegliano è una, cioè la metaforica, perchè il lungo uso ha fatto che in queste tali metafore non si senta più il significato proprio di accendere, ma solo il traslato. E così queste tali voci vengono ad aver più significazioni quasi al tutto separate l’una dall’altra, quasi affatto semplici, e che tutte si possono omai chiamare ugualmente proprie. Il che non può accadere nelle metafore nuove, nelle quali la moltiplicità delle idee resta, e si sente tutto il diletto della metafora: massime s’ell’è ardita, cioè se non è presa sì da vicino che le idee, benchè diverse, [2470] pur quasi si confondano insieme, e la mente del lettore o uditore non sia obbligata a nessun’azione ed energia più che ordinaria per trovare e vedere in un tratto la relazione il legame l’affinità la corrispondenza d’esse idee, e per correr velocemente e come in un punto solo dall’una all’altra; in che consiste il piacere della loro moltiplicità. Siccome per lo contrario le metafore troppo lontane stancano, o il lettore non arriva ad abbracciare lo spazio che è tra l’una e l’altra idea rappresentata dalla metafora; o non ci arriva in un punto, ma dopo un certo tempo; e così la moltiplicità simultanea delle idee, nel che consiste il piacere, non ha più luogo. (10. Giugno 1822.). V. p. 2663. iu.1822

Proma voce latina, feminino sustantivo di promus, è da aggiungersi al Lessico e all’Appendice del Forcellini. Il Forcellini dice: Promus i, m. (cioè mascolino) semplicemente, e non ha esempi del feminino, se non uno in aggettivo. Sta in un frammento del libro primo Œconomicorum di Cicerone, portato da Columella, e nella mia ediz. di Senofonte (Lipsiae 1804, cura Car. Aug. Thieme, ad recensionem Wellsianam) t. 4. p. 407. Vi si legge haec primo tradidimus. Errore. Leggi promae. Corrisponde [2471] al τῇ ταμίᾳ di Senofonte Οἰχονομιχοῦ c. 9. art. 10. ταῦτα δὲ τῇ ταμίᾳ παρεδώχαμεν. E che anche Cicerone l’abbia detto in femminino, e non v. g. promo, apparisce da quel che segue: eamque admonuimus etc., cioè promam. Questo errore è anche nella mia ediz. di Columella l. 12. c. 3. (forte al. 4.) dov’è portato il detto passo. (10. Giugno 1822.)

Alla inclinazione da me più volte notata e spiegata, che gli uomini hanno a partecipare con altri i loro godimenti o dispiaceri, e qualunque sensazione alquanto straordinaria, si dee riferire in parte la difficoltà di conservare il secreto che s’attribuisce ragionevolmente alle donne e a’ fanciulli, e ch’è propria altresì di qualunque altro è meno capace o per natura o per assuefazione di contrastare e vincere e reprimere le sue inclinazioni. Ed è anche proprio pur troppe volte degli uomini prudenti ed esercitati a stare sopra se stessi, i quali ancora provano, se non altro, qualche difficoltà a tenere il segreto, e qualche voglia interna di manifestarlo (anche con danno loro), quando sono sull’andare del confidarsi con altrui, o semplicemente del conversare, o discorrere, [2472] o chiaccherare. Dico lo stesso anche di quando il segreto non è d’altrui ma nostro proprio, e quando noi vediamo che il rivelarlo fa danno solamente o principalmente a noi, e come tale, ci eravamo proposto di tacerlo, e poi lo confidiamo per isboccataggine.

Ma che anche questa inclinazione, non sia naturale nè primitiva (come pare), ma effetto delle assuefazioni, e dell’abito di società contratto dagli uomini vivendo cogli altri uomini, lo provo e lo sento io medesimo, che quanto era prima inclinato a comunicare altrui ogni mia sensazione non ordinaria (interiore o esteriore), così oggi fuggo ed odio non solo il discorso, ma spesso anche la presenza altrui nel tempo di queste sensazioni. Non per altro se non per l’abito che ho contratto di dimorar quasi sempre meco stesso, e di tacere quasi tutto il tempo, e di viver tra gli uomini come isolatamente e in solitudine. Lo stesso si dee credere che avvenga ai solitari effettivi, ai selvaggi, a quelli che o non hanno società o poca, e rara, all’uomo naturale insomma, privo del linguaggio, o con poco uso del medesimo, al muto, a chi per qualche accidente ha dovuto per lungo tempo viver lontano dal consorzio degli uomini, come naufragi, pellegrini in luoghi di favella non conosciuta, carcerati ec. frati silenziosi ec. (11. Giugno. 1822.)

[2473] Alle ragioni da me recate in altri luoghi, per le quali il giovane per natura sensibile, e magnanimo e virtuoso, coll’esperienza della vita, diviene e più presto degli altri, e più costantemente e irrevocabilmente, e più freddamente e duramente, e insomma più eroicamente vizioso, aggiungi anche questa, che un giovane della detta natura, e del detto abito, deve, entrando nel mondo, sperimentare e più presto e più fortemente degli altri la scelleraggine degli uomini, e il danno della virtù, e rendersi ben tosto più certo di qualunque altro della necessità di esser malvagio, e della inevitabile e somma infelicità ch’è destinata in questa vita e in questa società agli uomini di virtù vera. Perocchè gli altri non essendo virtuosi, o non essendolo al par di lui, non isperimentano tanto nè così presto la scelleraggine degli uomini, nè l’odio e persecuzione loro per tutto ciò ch’è buono, nè le sventure di quella virtù che non possiedono. E sperimentando ancora le soverchierie e le persecuzioni degli altri, non si trovano così nudi e disarmati per combatterle e respingerle, come si trova il virtuoso. [2474] In somma il giovane di poca virtù non può concepire un odio così vivo verso gli uomini, nè così presto, com’è obbligato a concepirlo il giovane d’animo nobile. Perchè colui trova gli uomini e meno infiammati contro di se, e meno capaci di nuocergli, e meno diversi da lui medesimo. Per lo che, non arrivando mai ad odiare fortemente gli uomini, e odiarli per massima nata e confermata e radicata immobilmente dall’esperienza, non arriva neppure così facilmente a quell’eroismo di malvagità fredda, sicura e consapevole di se stessa, ragionata, inesorabile, immedicabile ed eterna, a cui necessariamente dee giungere (e tosto) l’uomo d’ingegno al tempo stesso e di virtù naturale. (13. Giugno. 1822.)

Diciamo tuttogiorno in volgare: venir voglia a uno d’una cosa, venirgli pensiero, talento, desiderio, ec. ec. V. la Crusca e i Diz. francesi e spagnuoli. Or chi ardirebbe di dir questo in latino? Chi non lo stimerebbe un barbaro italianismo o volgarismo? Or ecco appunto una tal frase parola per parola nel poema più perfetto del più [2475] perfetto ed elegante poeta latino, e in un luogo che dovea necessariamente esser de’ più nobili, cioè nel principio e invocazione delle Georgiche: (l.1. v.37.) Nec tibi regnandi veniat tam dira cupido, Nè ti venga sì brutta voglia di regnare cioè nell’inferno. V. il Forcell. e il Gloss. se hanno niente al proposito. (14. Giugno. 1822.)

Dell’antica fratellanza della lingua greca colla latina, ossia della comune origine d’ambedue, e come in principio l’una non differisse dall’altra, ma fossero in Italia e in Grecia una lingua sola, vedi un bel luogo di Festo portato dal Forcellini v. Graecus in fine. (14. Giugno. 1822.)

Chi negherà che l’arte del comporre non sia oggi e infinitamente meglio e più chiaramente e distintamente considerata, svolta, esposta, conosciuta, dichiarata in tutti i suoi principii, eziandio più intimi, e infinitamente più divulgata fra gli uomini, e più nelle mani degli studiosi, e aiutata oltracciò di molto maggior quantità di esempi e modelli, che non era presso gli antichi? e massime presso quegli antichi e in quei secoli ne’ quali meglio e più perfettamente e immortalmente si scrisse? Eppure [2476] dov’è oggi in qualsivoglia nazione o lingua, non dico un Cicerone (quell’eterno e supremo modello d’ogni possibile perfezione in ogni genere di prosa), non dico un Tito Livio, ma uno scrittore che nella lingua e nel gener suo abbia tanto valore quanto n’ha qualunque non degli ottimi, ma pur de’ buoni scrittori greci o latini? E dov’è poi un numero di scrittori, non dico ottimi, ma buoni, uguale a quello che n’hanno i greci e i latini? Trovatemelo, se potete, ponendo insieme tutti i migliori scrittori di tutte le nazioni letterate, dal risorgimento delle lettere sino a oggidì. E dico buoni precisamente in quel che spetta all’arte del comporre, e del saper dire una cosa, e trattare un argomento con tutta la perfezione di quest’arte. Dico buoni quanto alla lingua loro, qualunqu’ella sia, e perfetti in essa e padroni, come fu Cicerone della latina, o come lo furono gli altri scrittori latini e greci, men grandi di Cicerone in questo e nel rimanente, ma pur buonissimi e classici. [2477] Dico buoni in questo senso, giacchè non entro nell’arte del pensare, ec. E quel che dico de’ prosatori, dico anche de’ poeti, colle stesse restrizioni, e quanto al modo di trattare e significare le cose immaginate: chè l’invenzione e l’immaginazione in se stesse e assolutamente considerate, appartengono a un altro discorso.

Fatto sta che oggi tutti sanno come vada fatto, e niuno sa fare. Niuno sa fare perfettamente, e pochissimi passabilmente. E gli ottimi scrittori moderni di qualunque lingua o tempo, appena si possono paragonare all’ultimo de’ buoni antichi. O se gli agguagliano in qualche parte o qualità, o se anche li vincono, sottostanno loro grandemente in altre parti, e nell’effetto dell’insieme, e nel complesso delle qualità spettanti all’arte del ben comporre, e ben enunziare i propri sentimenti, e formare un discorso. Siccome per l’opposto non è sì mediocre scolare di rettorica, il quale abbia pur letto la rettorica del Blair, e non ne sappia, quanto al modo e alla ragione del ben comporre, più di Cicerone.

[2478] Tant’è. Secondo l’osservazion del Democrito Britanno Bacon da Verulamio tutte le facoltà ridotte ad arte steriliscono, perchè l’arte le circonscrive. (Gravina, Della Tragedia, cap. 40. p. 70. principio.). L’arte si trova sempre e perfezionata (ovvero inventata e formata), e divulgata e conosciuta da tutti, in quei tempi nei quali meno si sa metterla in pratica. A tempo d’Aristotele non v’erano grandi poeti greci: l’eloquenza romana era già spirata a tempo di Quintiliano (il quale forse, in quanto al modo di fare, se n’intendeva più di Cicerone). Lo stesso saper quel che va fatto è cagione che questo non si sappia fare. Anche qui si verifica che il troppo è padre del nulla, e che il voler fare è causa di non potere, ec. ec. Gli scrupoli, i dubbi, i timori di cader ne’ difetti già ben conosciuti ec. ec. legano le mani allo scrittore, e i più se ne disperano, e non seguendo nè i precetti dell’arte, nè essendo più a tempo di seguir la natura propria già in mille modi distorta, stravolta, e alterata dall’arte, scrivono, come vediamo, pessimamente, benchè sappiano ottimamente quel che s’abbia da fare a scriver bene. (15. Giugno. 1822.)

[2479] Quanto prevaglia nell’uomo la materia allo spirito, si può considerare anche dalla comparazione dei dolori. Perocchè i dolori dell’animo non sono mai paragonabili ai dolori del corpo, ragguagliati secondo la stessa proporzione di veemenza relativa. E sebben paia molte volte a chi è travagliato da grave pena dell’animo, che sarebbe più tollerabile altrettanta pena nel corpo; l’esperienza ragguagliata dell’una e dell’altra può convincere facilmente chiunque sa riflettere che tra’ dolori dell’animo e quelli del corpo, supponendoli ancora, relativamente, in un medesimo grado, non v’è alcuna proporzione. E quelli possono esser superati dalla grandezza o forza dell’animo, dalla sapienza ec. (lasciando stare che il tempo consola ogni cosa), ma questi hanno forza d’abbattere e di vincere ogni maggior costanza. (15. Giugno 1822.)

Molto ragionevolmente s’ammira la ritirata dei diecimila greci, eseguita per lunghissimo tratto d’un immenso paese nemico, e impegnato invano ad impedirla; dal core del [2480] regno, a’ suoi ultimi confini. ec. Or che si dovrà dire di una non ritirata, ma conquista di un regno anch’esso immenso, qual era quello del Messico, eseguita non da diecimila, ma da mille, o poco più spagnuoli, e in tanta maggior lontananza dal loro paese, e questa, di mare, ec. ec.? Quanto più corre il tempo, tanto più cresce la differenza ch’è tra uomini e uomini, e la superiorità degl’inciviliti sui barbari. Non erano così differenti i Persiani dai greci, benchè differentissimi, nè così inferiori, benchè sommamente inferiori, quanto i Messicani (benchè non privi nè di leggi, nè di ordini cittadineschi e sociali, nè di regolato governo, nè anche di scienza politica e militare ridotta a certi principii) per rispetto degli spagnuoli. E principalmente nelle armi, i Persiani e i greci non differivano gran cosa, laddove gli spagnuoli dai Messicani moltissimo. E così rispettivamente nella Tattica. (16. Giugno. Domenica. 1822.)

[2481] N. N. diceva che gli ossequi ec. e i servigi interessati rade volte conseguiscono l’intento loro, perchè gli uomini sono facili a ricevere e difficili a rendere. (tutti ricevono volentieri, e rendono mal volentieri e poco.) Ma eccettuava da questo numero quelli che i giovani prestano talvolta alle vecchie ricche o potenti. E soggiungeva che non v’ha lusinghe, ossequi o servigi meglio collocati di questi, nè che più facilmente e più spesso ottengano il loro fine. (17. Giugno. 1822.)

Grazia dal contrasto. La medesima insipidezza o del carattere, o delle maniere, o de’ discorsi, o degli scherzi, sentimenti ec. in una persona bella, fa molte volte effetto, ed è un charme tanto nelle donne rispetto agli uomini, come viceversa. La stessa rozzezza, o una certa poca delicatezza di modi ec. è spesse volte e per molti graziosa e attraente in una persona di forme delicate ec. (17. Giugno. 1822.)

Ho discorso altre volte della ferocia cagionata nell’uomo virtuoso, nel giovane, ec. dalla risoluzione di commettere a occhi aperti [2482] un primo delitto. Ho anche ragionato del danno involontariamente recato dal Cristianesimo e dallo stabilimento e perfezionamento della morale, stante che gli uomini (sempre inevitabilmente cattivi) operando oggi più chiaramente e decisamente contro coscienza, sono peggiori degli antichi, e calpestando il timore che hanno de’ gastighi dell’altra vita, ne divengono più feroci e più terribili nel malfare, come persone condannate e disperate, ec. Aggiungo che l’uomo il quale per la prima volta s’è risoluto a commettere un delitto, ha dovuto con gran fatica e pena trionfare della propria coscienza, e delle proprie abitudini: e si trova allora nell’atto di aver riportato questo trionfo. Il che è cagione di una gran ferocia, simile a quella che dicono del leone, o d’altra tal bestia salvatica, che va in furore, ed è più che mai terribile appena ch’ell’ha gustato, o veduto il sangue d’altro animale. Perocchè l’uomo in quel punto è come sparso e macchiato di sangue, cioè omicida [2483] della propria coscienza. E generalmente l’esecuzione di qualunque proposito è tanto più efficace ed energica ed infiammata ed avventata e pronta, quanto la risoluzione è stata più faticosa e difficile, e quanta maggior pena e contrasto è costato a formarla. Perocchè l’uomo teme di pentirsi, e s’avventa nell’esecuzione, come fuggendo con grand’impeto e fretta e spavento dal proprio pensiero, che dandogli luogo a discorrere ancora, potrebbe distorlo, o precipitarlo di nuovo nell’irresoluzione, che l’uomo teme e odia naturalmente, e ch’è uno de’ principali travagli dell’animo. Massime quando l’effetto della risoluzione (o sia il piacere, o sia l’utile, o sia la vendetta, o sia la soddisfazione di qualsivoglia passione umana) lo tira e lo invita gagliardamente, ed egli teme che il proprio pensiero gl’impedisca di cercarlo e di conseguirlo, e d’altra parte desidera vivamente di non perderlo, e non privarsene per proprio difetto. (17. Giugno. 1822.)

[2484] I francesi non hanno poesia che non sia prosaica, e non hanno oramai prosa che non sia poetica. Il che confondendo due linguaggi distintissimi per natura loro, e tutti due propri dell’uomo per natura sua, nuoce essenzialmente all’espressione de’ nostri pensieri, e contrasta alla natura dello spirito umano: il quale non parla mai poeticamente quando ragiona coll’animo riposato ec. come par che sieno obbligati di fare i francesi, se vogliono scrivere in prosa che sia per loro elegante e spiritosa ed ornata ec. (19. Giugno. 1822.)

Quanto sia vero che i talenti in gran parte son opera delle circostanze, vedasi che ne’ paesi piccoli è infinitamente maggiore che ne’ grandi, il numero delle persone di grado agiato e comodo e (negli altri luoghi) colto e civile, che non hanno il senso comune, e da’ quali non si può fidare l’esecuzione o il maneggio del menomo affare ec. Lo stesso dico proporzionatamente delle città meno grandi, rispetto alle più grandi, delle meno colte o socievoli rispetto alle più colte, delle capitali dove tutti son obbligati [2485] a conversare, a trattar negozi ec. rispetto alle città di provincia ec. (19. Giugno. 1822.)

Alla p. 2402. Qualunque inferiorità o svantaggio abbia un uomo o rispetto agli altri, o rispetto a qualcuno in particolare, l’unico rimedio è dissimularlo arditamente, costantemente e ostinatamente. E questo è ancora l’unico mezzo, se lo svantaggio e il male è compassionevole, e se pur si trova in alcuno la compassione, d’esserne compatito. Chi lo confessa per qualunque cagione, o perchè creda non poterlo dissimulare (ch’è falso, ancor che sia visibile, o notissimo, o in qualunque guisa manifesto), o per altro, e con ciò crede di guadagnar compassione, e pensa che negandolo o proccurando di nasconderlo, e mostrando di non avvedersene, gli altri lo debbano maggiormente disprezzare e deridere, e non compatire, s’inganna a partito, che anzi questo è il modo sicuro d’esserne disprezzato e deriso. L’uomo non lascia per qualunque cagione di profittare del vantaggio ch’egli ha sopra gli altri [2486] uomini, o sopra un tal uomo, se questi non fa grandissima forza perchè gli altri, quanto è possibile, non s’accorgano o ricordino del suo svantaggio, o non se ne possano profittare. E perciò dev’egli operare e portarsi sempre come se quello svantaggio non esistesse, o come s’egli non se n’avvedesse, e mostrare affatto di non sentirlo; e proccurare anche di far quelle cose che più si disdicono ec. a’ suoi pari rispetto al detto svantaggio. Quanto sono maggiori gli svantaggi che s’hanno, tanto più bisogna che l’individuo stia per se stesso. Perocchè gli altri uomini non istaranno mai per lui, e quel che desiderano e vogliono principalmente si è ch’egli si confessi loro inferiore. Il che dev’egli sempre fermamente ricusare. (21. Giugno 1822.)

Ho detto altrove del καλὸς κᾀγαϑὸς de’ greci, come dimostri il sentimento e la forza ch’aveva in quella nazione la bellezza, e la sublimità che le attribuivano, pigliandola per parte e nome di virtù. Aggiungi l’uso della loro lingua di chiamar χαλὰ tutte le cose buone, oneste, virtuose, utili. V. fra gli altri, Senof. ᾽Απομν. β. γ᾽. κεϕ. η᾽. Alla immaginazione degl’italiani (come le sopraddette cose a quella de’ greci) si deve sotto lo stesso aspetto attribuire l’uso che fanno [2487] delle parole significanti la grazia esterna per dinotare la probità, onestà, bontà ec. de’ costumi: uomo di garbo, galantuomo. (21. Giugno. 1822.)

Quel che si dice, ed è verissimo, che gli uomini per lo più si lasciano governare dai nomi, da che altro viene se non da questo che le idee e i nomi sono così strettamente legati nell’animo nostro, che fanno un tutt’uno, e mutato il nome si muta decisamente l’idea, benchè il nuovo nome significhi la stessa cosa? Splendido esempio ne furono i romani, esecratori del nome regio, i quali non avrebbero tollerato un re chiamato re, e lo tollerarono chiamato imperatore, dittatore, ec. e dichiarato inviolabile (cosa nuova) col nome vecchio della potestà tribunizia. E che non avrebbero tollerato un re così detto, si vede. Perocchè Cesare il quale, bench’avesse il supremo comando, pur sospirava quel nome, non parendoli essere re, se non fosse così chiamato, (e ciò pure per la sopraddetta qualità dell’animo nostro, bench’egli fosse spregiudicatissimo), fattosi [2488] offerire la corona da Antonio ne’ Lupercali, fu costretto rigettarla esso stesso da’ tumulti ed esecrazioni di quel popolo già vinto e schiavo, e che poi chiamato di nuovo alla libertà, non ci venne. E gl’imperatori che furono dopo, e che da principio (cioè finchè il nome d’imperatore non fu divenuto anche nella immaginazion loro e del popolo, lo stesso e più che re) ebbero lo stesso desiderio di Cesare, non crederono che quel popolo domo si potesse impunemente ridurre a sostenere il nome di re, benchè non dubitarono di fargli avere un re e di fargli tollerare ed anche amare la cosa significata da questo nome. (22. Giugno. 1822.)

Alla p. 2414. fine. Tutti gli uomini e tutti gli animali amano se stessi nè più nè meno secondo la misura ed energia della loro vitalità. Quindi non mi par più vero quel ch’io dico altrove, che la quantità dell’amor proprio sia precisamente uguale in ciascun vivente. Perocchè le diverse specie di viventi, e i diversi individui d’una medesima specie, e questi medesimi individui in diversi tempi e circostanze [2489] hanno relativamente diverse somme di vitalità. Come altre specie hanno più spiriti, altre meno. E fra queste l’umana ne ha più di tutte. Ma fra gli uomini altri n’hanno più, altri meno: ed anche naturalmente questi nasce con più, questi con meno talento.

Di più l’amor proprio essendo una qualità del vivente, e queste qualità, come ho provato in più luoghi, essendo disposizioni, e queste disposizioni conformabili, e che possono fruttificare e produrre delle facoltà, e questo massimamente nell’uomo, ne segue che l’amor proprio, specialmente nell’uomo, è conformabile e coltivabile come le altre qualità. Anzi tanto più quanto egli abbraccia tutte le qualità dell’animo del vivente. Quindi anche l’amor proprio fa progressi, come ne fa lo spirito umano, ed è maggiore non solo in una specie o individuo naturalmente più vivo e sensitivo, ma anche in un individuo colto rispetto ad uno non colto, in un secolo colto rispetto [2490] ad un altro meno colto, in una nazione civile rispetto a una barbara, e in uno individuo medesimo, è maggiore dopo lo sviluppo delle sue qualità o disposizioni sensitive, sentimento, vitalità, ingegno, è maggiore, dico, che non era prima.

E siccome ho provato che l’infelicità dell’animale è sempre in ragion diretta dell’attività del suo amor proprio, così resta chiaro, e perchè l’uomo sia naturalmente meno felice degli altri animali, e perchè a misura ch’egli s’incivilisce, il che accresce di mano in mano l’attività dell’amor proprio, egli divenga ogni giorno più infelice, necessariamente, e quasi per legge matematica.

Che poi l’amor proprio sia conformabile, coltivabile, modificabile, sviluppabile, suscettivo d’incremento, e di maggiore o minore attività e influenza, si farà chiaro considerando l’amor proprio, come una passione. E infatti lo è, anzi non v’è passione che non sia amor proprio, e tutte sono un effetto suo [2491] non distinto dalla causa, e non esistente fuor di lei, la quale opera ora così, e si chiama superbia, ora così, e si chiama ira, ed è sempre una passione sola, primitiva, essenziale. Dimodo che le passioni sono piuttosto azioni ch’effetti dell’amor proprio, cioè non sono figlie sue in maniera che ne ricevano un’esistenza propria, e separata o separabile da lui.

Or p.e. l’ira o l’impazienza del proprio male, non è ella modificabilissima e diversissima, non solo in diverse specie, o individui, ma in un medesimo individuo, secondo le circostanze? Ponetelo nelle sventure ed assuefatecelo. Sia pure impazientissimo per natura; col tempo e coll’assuefazione, diviene pazientissimo. (Testimonio io per ogni parte di questa proposizione). Fate che questo medesimo non abbia mai provato sventure, o assuefatelo di nuovo alla prosperità, o supponete in una di queste due circostanze un altro individuo, e sia egli di natura mansuetissima. Ogni menomo male lo pone in impazienza. Or qual effetto più sostanziale dell’amor proprio, che l’impazienza del male di questo che si ama? E pur questa [2492] impazienza è maggiore e minore secondo le nature, le specie, gl’individui, e le circostanze e le assuefazioni di un medesimo individuo. Così dunque l’amor proprio del qual essa è opera. (22. Giugno. 1822.)

Intorno al suicidio. È cosa assurda che secondo i filosofi e secondo i teologi, si possa e si debba viver contro natura (anzi non sia lecito viver secondo natura) e non si possa morir contro natura. E che sia lecito d’essere infelice contro natura (che non avea fatto l’uomo infelice), e non sia lecito di liberarsi dalla infelicità in un modo contro natura, essendo questo l’unico possibile, dopo che noi siamo ridotti così lontani da essa natura, e così irreparabilmente. (23. Giugno. 1822.)

Il fatto sta così e non si può negare. La somma della moralità pratica era ed è tanto maggiore presso gli antichi, i pagani, i selvaggi, che presso i moderni, i Cristiani, gl’inciviliti, quanto la somma della morale teorica, e la perfetta cognizione, definizione, analisi e propagazione della medesima è maggiore presso questi che presso quelli. E nella stessa [2493] proporzione si deve discorrere anche oggidì de’ Cristiani più rozzi, e meno (o più confusamente) istruiti de’ doveri sociali ed umani, per rispetto alla gente più colta e addottrinata ne’ medesimi doveri. (24. Giugno dì di S. Gio. Battista. 1822.)

Nè il titolo di filosofo nè verun altro simile è tale che l’uomo se ne debba pregiare, nemmeno fra se stesso. L’unico titolo conveniente all’uomo, e del quale egli s’avrebbe a pregiare, si è quello di uomo. E questo titolo porterebbe che chi meritasse di portarlo, dovesse esser uomo vero, cioè secondo natura. In questo modo e con questa condizione il nome d’uomo è veramente da pregiarsene, vedendo ch’egli è la principale opera della natura terrestre, o sia del nostro pianeta, ec. (24. Giugno. dì del Battista. 1822.)

L’amor proprio, il quale, come ho dimostrato più volte, è necessaria o quasi necessaria sorgente d’infelicità, era però (oltre l’essere una essenziale conseguenza e parte [2494] dell’esistenza sentita e conosciuta dall’esistente) necessario ancora e indispensabile alla felicità. Come si può dare amor della felicità senz’amor di se stesso? anzi questi due amori sono precisamente una cosa sola con due nomi. E come si potrebbe dar felicità senza amor di felicità? Giacchè l’animale non può godere e compiacersi di quel che non ama. Dunque non amando la felicità, non potrebbe goderla nè compiacersene. Dunque quella non sarebbe felicità, ed egli non la potrebbe provare. Dunque l’animale, se non amasse se stesso, non potrebbe esser felice, e sarebbe essenzialmente incapace della felicità, e in disposizione contraddittoria colla natura di essa. Quindi si deve scusar la natura, e riconoscere che sebbene l’amor proprio produce necessariamente l’infelicità (maggiore o minore), la natura non ha però sbagliato nell’ingenerarlo ai viventi, essendo necessario alla felicità, e però il suddetto [2495] inconveniente era inevitabile come tanti altri, e deriva come tanti altri da una cosa ch’è un bene, e fatta per bene. (24. Giugno. 1822.)

Quanto sia vero che l’amor proprio è cagione d’infelicità, e che com’egli è maggiore e più attivo, maggiore si è la detta infelicità, si dimostra per l’esperienza giornaliera. Perocchè il giovane non solo è soggetto a mille dolori d’animo, ma incapace ancora di godere i maggiori beni del mondo, e di goderli e desfrutarlos più che sia possibile, e nel miglior modo possibile, finchè il suo amor proprio, a forza di patimenti, non è mortificato, incallito, intormentito. Allora si gode qualche poco. Cosa osservata. Com’è anche osservatissimo che l’uomo è tanto più infelice quanto ha più e più vivi desiderii, e che l’arte della felicità consiste nell’averne pochi e poco vivi ec. (Ch’è appunto la cagione per cui il giovane nel predetto stato, con [2496] un ardore incredibile che lo trasporta verso la felicità, con la maggior forza possibile per poter gustare e sostenere i piaceri e anche fabbricarseli coll’immaginazione, proccurarseli coll’opera ec.; in un’età a cui tutto sorride, e porge quasi spontaneamente i diletti; contuttochè sia privo del disinganno, e però veda le cose sotto il più bell’aspetto possibile, e di più essendo nuovo e inesperto dei piaceri, sia ancor lontano e ben difeso dalla sazietà, e capace di dar peso a ogni godimento, non gode mai nulla, e pena più d’ogni altro, e si sazia più presto; e tanto più quanto egli è più vivo [così spesso il Casa] e sensitivo ec., e quindi per necessità più amante di se stesso.) Ora la misura dei desiderii, la loro copia vivezza ec. è sempre in proporzione della misura, vivezza, energia, attività dell’amor proprio. Giacchè il desiderio non è d’altro che del piacere, e l’amor della felicità non è altro che il desiderio del piacere, e l’amor della felicità non è altro che l’amor proprio. (24. Giugno. 1822.). V. p. 2528.

Quindi osservate che tutto quanto si dice dell’amor proprio si deve anche intendere [2497] dell’amor della felicità ch’è tutt’uno (v. p. 2494.). E però la misura, la forza, l’estensione, le vicende, gl’incrementi, gli scemamenti, tanto individuali che generali, dell’uno di questi amori, son comuni all’altro nè più nè meno. (24. Giugno. 1822.)

L’antichissima e propria significazione del verbo pareo, in luogo di cui vennero poi in uso i suoi composti adpareo, compareo ec. s’è conservata in uso familiarissimo e frequentissimo presso gl’italiani e gli spagnuoli (parere, parecer, si pare ec.). Per qual mezzo, se non del volgare antico latino? V. il Forc. e il Gloss. Così i francesi paroître, o paraître ec. (25. Giugno. 1822.)

Ho detto altrove che il timore è la più egoistica passione dell’uomo sì naturale e sì civile. Così anche degli altri animali. Ed è ben dritto, perocchè l’oggetto del timore pone in pericolo (vero o creduto) l’esistenza o il ben essere di quel sè che il vivente ama per propria essenza [2498] sopra ogni cosa. L’uomo il più sensibile per abito e per natura, il più nobile, il più affettuoso, il più virtuoso, occupato anche attualmente, poniamo caso, da un amore il più tenero e vivo, se con tutto ciò è suscettibile del timor violento, trovandosi in un grave pericolo (vero o immaginato) abbandona l’oggetto amato, preferisce (e dentro se stesso e coll’opera) la propria salvezza a quella di quest’oggetto, ed è anche capace in un ultimo pericolo di sacrificar questo oggetto alla propria salute, dato il caso che questo sacrifizio (in qualunque modo s’intenda) gli fosse, o gli paresse dovergli esser giovevole a scamparlo. Tutti i vincoli che legano l’animale ad altri oggetti, o suoi simili o no, si rompono col timore. (26. Giugno 1822.)

L’estrema possibile semplicità o naturalezza dello stile, dello scrivere o del parlar francese civile, è sempre di quel genere ch’essi medesimi (in altre occasioni) chiamano maniéré. Anche il Salvini lo chiama ammanierato. V. la definizione di maniéré ne’ Diz. francesi, dove lo diffiniscono per un’abitudine viziosa che deforma tutto, e fa proprio al caso. V. p.e. il Tempio di Gnido, e le Favole di La Fontaine. (26. Giugno 1822.)

[2499] Ho assegnato altrove come principio d’infinite e variatissime qualità dell’animo umano (p.e. l’amor delle sensazioni vivaci) l’amor della vita. Questo amore però è non solo necessaria conseguenza, ma parte, ovvero operazione naturale dell’amor proprio, il quale non può non essere amore della propria esistenza, se non quando quest’esistenza è divenuta una pena. Ma ciò non in quanto esistenza, chè l’esistenza in quanto esistenza, è per natura eternamente amata sopra ogni cosa dall’esistente. Perocchè tanto è amar la propria esistenza in quanto esistenza, quanto è amar se stesso. E sarebbe una contraddizione quasi impossibile a concepirsi, che l’esistenza non fosse amata dall’esistente; e quindi che in certo modo l’esistenza fosse odiata dall’esistenza, e combattuta dall’esistenza, e contraria all’esistenza, o anche semplicemente non cara e non gradita a se stessa, nemmeno inquanto se stessa. (26. Giugno. 1822.)

[2500] Alla p. 2405. Un corollario si può tirare molto ragionevolmente dal vedere che le scritture orientali mancano per lo più delle vocali. Ed è che quelle lingue fossero le prime ad esser coltivate, la scrittura orientale la prima ad essere inventata (appunto perchè più imperfetta, e similmente si potrebbe dire della struttura ec. delle loro lingue), le letterature orientali le prime a nascere, e in somma l’oriente il primo ad esser civilizzato, e quindi probabilmente il primo ad esser popolato, e ridotto alla società ec. Confermando con questa, le altre prove che già s’hanno delle dette proposizioni, e dell’origine che il genere umano ha dell’oriente. (26. Giugno. 1822.)

Per qual cagione il barbarismo reca inevitabilmente agli scritti tanta trivialità di sapore, e ripugna sì dirittamente all’eleganza? Intendo per barbarismo l’uso di parole o modi stranieri, che non sieno affatto alieni e discordi dall’indole della propria lingua, e degli orecchi nazionali, e delle abitudini ec. Perocchè [2501] se noi usassimo p.e. delle costruzioni tedesche, o delle parole con terminazioni arabiche o indiane, o delle congiugazioni ebraiche o cose simili, non ci sarebbe bisogno di cercare perchè questi barbarismi ripugnassero all’eleganza, quando sarebbero in contraddizione e sconvenienza col resto della favella, e cogli abiti nazionali. Ma intendo di quei barbarismi quali sono p.e. nell’italiano i gallicismi (cioè parole o modi francesi italianizzati, e non già trasportati p.e. colle stesse forme e terminazioni e pronunziazioni francesi, chè questo pure sarebbe fuor del caso e della quistione). E domando perchè il barbarismo così definito e inteso, distrugga affatto l’eleganza delle scritture.

Certo è che non ripugna alla natura nè delle lingue, nè degli uomini, nè delle cose, e non è contrario ai principii eterni ed essenziali dell’eleganza, del bello ec. che gli uomini di una nazione esprimano un certo maggiore o minor numero d’idee [2502] con parole e modi appresi e ricevuti da un’altra nazione, che sia seco loro in istretto e frequente commercio, com’è appunto la Francia rispetto a noi (ed anche agli altri europei) per la letteratura, per le mode, per la mercatura eziandio, e generalmente per l’influenza che ha la società e lo spirito di quella nazione su di tutta la colta Europa. Torno a dire che questo non ripugna naturalmente al bello, se quelle voci e modi non sono di forma assolutamente discorde e ripugnante alle forme della propria lingua. E tale si è appunto il caso nostro. Bisogna dunque cercare un’altra cagione fuori della natura generale e immutabile, perchè questo barbarismo distrugga sensibilmente l’eleganza, e non possa stare seco lei. Egli è pur certo, e tutti i maestri dell’arte l’insegnano e raccomandano, e io l’ho spiegato e dimostrato altrove, che non solo il pellegrino giova all’eleganza, ma questa non ne può [2503] fare a meno, e non viene da altro se non da un parlare ritirato alquanto (più o meno) all’uso ordinario, sia nelle parole, sia ne’ loro significati, sia ne’ loro accoppiamenti, nelle metafore, negli aggiunti, nelle frasi, nelle costruzioni, nella forma intera del discorso ec. Or come dunque il barbarismo, ch’è un parlar pellegrino, il barbarismo dico, quando anche non ripugni dirittamente, anzi punto, all’indole generale e all’essenza della lingua, nè all’orecchio e all’uso de’ nazionali, in luogo di riuscirci elegante, ci riesce precisamente il contrario, e incompatibile coll’eleganza? Ecco com’io la discorro.

I primi scrittori e formatori di qualsivoglia lingua, e fondatori di qualsivoglia letteratura, non solo non fuggirono il barbarismo, ma lo cercarono. V. Caro, Apologia, p. 23-40. cioè l’introduzione del Predella. Tolsero voci e modi e forme e metafore e maniere di stile e costruzioni ec. (e questo in gran copia) dalle lingue madri, dalle sorelle, e anche dalle affatto aliene, [2504] massimamente se a queste, benchè aliene, apparteneva quella letteratura sulla quale essi si modellavano, e dalla quale venivano derivando e imparavano a fabbricar la loro. Dante è pieno di barbarismi, cioè di maniere e voci tolte non solo dal latino, ma dall’altre lingue o dialetti ch’avevano una tal qual dimestichezza o commercio colla nostra nazione, e in particolare di provenzalismi (che vengono ad essere appunto presso a poco i gallicismi, tanto abominevoli oggidì); de’ quali abbondano parimente gli altri trecentisti, e i ducentisti ec. Di barbarismi abbonda Omero, com’è bene osservato dagli eruditi: di barbarismi Erodoto: di barbarismi i primi scrittori francesi ec.

E non è mica da credere nè che questi barbarismi de’ primi e classici scrittori, fossero, a quei tempi, comuni nella loro nazione, ed essi scrittori si lasciassero strascinar dall’uso corrente; ne che gli usassero e introducessero per solo bisogno, o per arricchir [2505] la loro lingua di parole e modi economicamente utili. Gli usarono, come si può facilmente scoprire, per espresso fine di essere eleganti col mezzo di un parlar pellegrino, e ritirato dal volgare. E sebben furono costretti, volendo essere intesi, a usar gran parte delle voci e modi correnti, e formarne il corpo della loro scrittura, pur molto volentieri e con predilezione s’appigliarono quando poterono alle voci e modi forestieri, per parlare alla peregrina, e per dare al loro modo di dire un non so che di raro, ch’è insomma l’eleganza. E p.e. di Dante, si vede chiaramente ch’egli si studiò di parlare a’ suoi compatrioti co’ modi e vocaboli provenzali, a cagione che la nazion provenzale era allora la più colta, ed aveva una specie di letteratura, abbastanza nota in Italia, e che rendeva la lingua provenzale così domestica agl’italiani colti, che le sue parole o frasi, italianizzandole, non erano enigmi [2506] per loro, e così poco volgare che le dette voci e frasi non erano ordinariamente nella loro bocca (come non lo sono ora le latine che p.e. i poeti derivano di nuovo nell’italiano, e che tutti intendono), nè in quella del popolo: il quale però eziandio era sufficientemente disposto ad intenderle (senza perdere il piacere del pellegrino) a causa delle canzoni provenzali, amorose ec. ch’andavano molto in giro, e si cantavano ec. Or dunque da queste canzoni, e dalla letteratura e dalla lingua provenzale tirò Dante molte voci e modi per essere elegante: e ci riuscì allora; e con tutti questi che oggi si chiamerebbero barbarismi, sì egli, come Omero, e tali altri scrittori primitivi, s’hanno da per tutto per classici, e taluni per eleganti; o se s’hanno per ineleganti, viene piuttosto dall’arcaismo che dal barbarismo.

In somma il barbarismo, quando è veramente un parlar pellegrino, e che non ripugna ec. come sopra, e che s’intende, è [2507] sempre (da qualunque lingua sia tolto, rispetto alla lingua propria) non solo compatibile coll’eleganza, ma vera fonte di eleganza.

Cresciuta, formata, stabilita la lingua, e la letteratura di una nazione, interviene le più volte, che introducendosi il commercio fra questa ed altre lingue e letterature, parte l’uso, e l’assuefazione di udire voci e modi forestieri, parte la necessità di riceverne insieme cogli oggetti coi libri coi gusti cogli usi colle idee che da’ forestieri si ricevono, parte l’amor delle cose straniere e la sazietà delle proprie, ch’è naturale a tutti gli uomini sempre inclinati alla novità (v. Omero Odiss. 1. v. 351-2.), parte fors’anche altre cagioni riempiono la favella nazionale di voci e modi forestieri in guisa che appoco appoco, dimenticate o disusate le voci e maniere proprie, divien più facile il parlare e lo scrivere con quelle de’ forestieri, che s’hanno più alla mano, e s’usano più giornalmente, e più familiarmente. Ed ecco un’altra volta introdotto il barbarismo nella lingua [2508] e letteratura nazionale, ma per tutt’altra cagione e fine, e con tutt’altro effetto che l’eleganza e l’arricchimento loro. Quanto all’arricchimento, questo è il punto in cui la lingua nazionale comincia a scadere e scemare sensibilmente, e impoverirsi, e indebolirsi fino al segno che dimenticate e antiquate la maggiore o certo grandissima parte delle sue voci e modi, e anche delle sue facoltà, ella non ha più forza nè capacità di supplire ai bisogni del linguaggio, e di fornire un discorso del suo, senza ricorrere al forestiero. (E la nostra lingua è già vicina a questo segno, non solo per le ricchezze proprie ch’avrebbe dovuto venire acquistando, e non l’ha fatto, ma anche per quelle infinite ch’aveva già, ed ha perdute, e molte irrecuperabilmente). E così dico della letteratura.

Quanto poi all’eleganza, quelle voci e modi, non essendo più pellegrini, non sono più eleganti. Anzi non c’è cosa più volgare e ordinaria di quelle voci e modi forestieri. Come accade appunto in Italia oggidì, che non si può nè parlare nè scrivere in un italiano più volgare e corrente, che parlando e scrivendo in un italiano alla francese. [2509] Il che è ben naturale e conseguente, secondo le cagioni che ho assegnate, le quali introducono questo secondo barbarismo in una lingua. Perocchè esse l’introducono ed influiscono direttamente, non negli scritti de’ grandi letterati e degli uomini di vero e raffinato buon gusto (come ho detto di quel primo barbarismo) ma nella favella quotidiana, e da questa passa il barbarismo nei libri degli scrittorelli che non istudiano, non sanno, non conoscono, e neanche cercano, nè si vogliono affaticare ad indagare altra lingua da quella che son soliti di parlare, e sentire a parlar giornalmente, e non si saprebbero esprimere in altro modo, nè possiedono altre voci e forme di dire. Di più seguono ed approvano (secondo il poco e stolto loro giudizio) l’uso corrente, la moda ec. ed accattano l’applauso e la lode del volgo, e si compiacciono di quella misera novità, e vogliono passar per autori alla moda: così che oltre all’ignoranza, li porta al [2510] barbarismo anche la volontà, ed il cattivo loro giudizio; e l’esempio gli strascina ec. Di più formandosi a scrivere sui soli o quasi soli libri stranieri divulgati nella loro nazione, non conoscono altre voci, frasi, e maniere di stile, che quelle di que’ libri, o non si vogliono impazzire a scambiarle coll’equivalenti nazionali, che non hanno punto alla mano. E così imbrattano sempre più la lingua e letteratura nazionale di cose forestiere, anche oltre all’uso della favella ordinaria de’ loro compatrioti.

Introdotto così, e fondato e propagato in una lingua il barbarismo per la seconda volta, la stessa sua propagazione lo rende inelegante al contrario della prima volta. Perocchè allora la lingua volgare non è quella che si chiama così e ch’è veramente nazionale, ma è quella barbara e maccheronica che si parla e scrive ordinariamente, e però chi scrive alla forestiera, scrive volgarissimo, e quindi inelegantissimo. [2511] Dov’è da notare che allora il barbarismo non è contrario all’eleganza come forestiero: chè anzi il forestiero bene inteso da’ nazionali, e non affettato, è sempre elegante. Ma per l’opposto è inelegante come volgare.

E laddove la prima volta, quand’esso non era volgare, riusciva elegante, e più elegante di quel ch’era nazionale, questa seconda volta il puro nazionale riesce molto più elegante del forestiero, non già come puro nè come nazionale (chè queste qualità non furono mai cagione di eleganza), ma come non volgare, come ritirato dall’uso corrente e domestico, come proprio oramai de’ soli scrittori, e questi anche pochi.

Ecco che la purità della favella è divenuta quasi sinonimo dell’eleganza della medesima: e questo con verità e con ragione, ma non per altro, se non perch’essa purità è divenuta pellegrina.

Così quelle voci e modi che una volta [2512] perchè familiari alla nazione non erano eleganti, anzi fuggite dagli scrittori di stil nobile ed elevato, o che tali pretendevano di essere; divengono già elegantissime e graziosissime perchè da una parte si riconoscono ancora facilmente per nazionali, e quindi sono intese subito da tutti, come per una certa memoria fresca, e non riescono affettate, dall’altra parte non sono più correnti nell’uso quotidiano. E così anche le parole e maniere una volta trivialissime e plebee nella nazione, aspirano all’onor di eleganti, e lo conseguiscono, come si potrebbe mostrare per mille esempi di voci e frasi individue.

In somma oggi, p.e. fra noi, chi scrive con purità, scrive elegante, perchè chi scrive italiano in Italia scrive pellegrino, e chi scrive forestiero in Italia scrive volgare.

Dal che si deve abbatter l’errore di quelli che pretendono che v’abbia principii fissi ed eterni dell’eleganza. V. la pag.2521. sulla fine. Non v’ha principio fisso dell’eleganza, se non questo (o [2513] altro simile) che non si dà eleganza senza pellegrino. Come non v’ha principio eterno del bello se non che il bello è convenienza. Ma come è mutabile l’idea della convenienza, così è variabile il pellegrino, e quindi è variabile l’eleganza reale, effettiva e concreta, benchè l’eleganza astratta sia invariabile. Nè purità nè altra tal qualità delle parole o frasi, sono principii certi ed eterni dell’eleganza d’esse voci o frasi individue. Ineleganti una volta, divengono poi eleganti, e poi di nuovo ineleganti, secondo ch’esse sono o non sono pellegrine, giusta quelle tali condizioni del pellegrino, stabilite di sopra.

Queste verità sono confermate dalla storia di qualunque letteratura e lingua. La purità dell’Atticismo non divenne un pregio nell’idea de’ greci, nè fu sinonimo d’eleganza presso loro, se non dopo che i greci ebbero a udire ed usare familiarmente voci e frasi forestiere. Omero, Erodoto, Senofonte medesimo (specchio d’Atticismo) erano [2514] stati elegantissimi con voci e frasi forestiere, poco usate da’ greci de’ loro tempi; anzi per mezzo appunto d’esse voci e frasi, fra l’altre cose. Non si pregia la purità, nè anche si nomina, se non dopo la corruzione, cioè quand’essa è pellegrina. E prima della corruzione si pregia il forestiero perchè pellegrino. Ennio, Plauto, Terenzio, Lucrezio ec. specchi della eleganza latina, son pieni di grecismi, cioè di barbarismi. Al tempo di Cicerone, di Orazio, e molto più di Seneca, di Frontone ec. che l’Italia parlava già mezzo greco, erano sorti i zelanti della purità, e il grecismo lodato in Plauto e in Cecilio (Oraz. ad Pison.) era impugnato ne’ moderni, e proibito affatto da’ pedanti, e usato con moderazione dai savi, e Cicerone se ne scusa spesso, e loda ed ama e deplora la purità dell’antico sermone, e la favella di sua nonna, ch’al tempo di sua nonna tutti i buoni scrittori posponevano al grecismo, quanto potevano [2515] farlo senza riuscire oscuri presso un popolo allora ignorante del forestiero, e del greco, e delle voci e frasi che non fossero nazionali. Dal che, e non da altro, e forse dalla stessa poca loro perizia del greco, nacque che gli antichi scrittori latini, benchè abbondanti di grecismi e barbarismi, pur si riputassero e fossero modelli del puro sermone Romano, rispetto agli scrittori più moderni. E lo stesso dico degli antichi italiani.

E quella ricchissima, fecondissima, potentissima, regolatissima, e al tempo stesso variatissima, poetichissima e naturalissima lingua del cinquecento, ch’a noi (ne’ suoi buoni scrittori) riesce così elegante, forse ch’allora fu tenuta per tale? Signor no, ma per corrotta. E la buona lingua si stimava solo quella del trecento, e se ne deplorava la mutazione, chiamandola corruzione e scadimento totale della lingua, (come noi facciamo rispetto al 500), e gli scrittori tanto più s’avevano eleganti, quanto meno scrivevano nella lingua loro per iscrivere in quella di quell’altro secolo. Laddove a noi, a’ quali l’una e l’altra è divenuta pellegrina, tanto più piacciono i cinquecentisti quanto più seguono l’uso [2516] del loro secolo, e meno imitano il trecento. Ed è ben ragionevole perchè allora solo possono esser naturali e di vena, come è il Caro che non fu mai imitatore. (È notabile che di parecchi cinquecentisti, le lettere dov’essi ponevano meno studio, e che stimavano essi medesimi di lingua impurissima, mentr’era quella del loro secolo, sono più grate a leggersi, e di migliore stile che l’altre opere, dove si volevano accostare alla lingua del trecento, mentre nelle lettere usavano la lingua loro, e riescono per noi elegantissimi e naturalissimi.). V. p. 2525. Ma anche nel cinquecento non si stimava veramente elegante se non il pellegrino, e lo trovavano e cercavano nella lingua del trecento, che sola chiamavano pura, quando per noi è purissima quella del cinquecento. V. Salviati, Avvertim. della lingua, citati nelle op. del Casa, Venez. 1752. t. 3. p. 323. fine - 324. Nel trecento poi nemmen si parlava di purità, nè si poneva tra i pregi della lingua o dello scrivere; e la lingua del loro secolo non si stimava elegante (se non forse alcune smancerie fiorentine, di cui parla il Passavanti, e queste credo piuttosto che s’amassero nel resto di Toscana o d’Italia, che in Firenze, come accade veramente anche oggi): e quelli scrittori che più si stimavano eleganti, e che tali si credevano o pretendevano essi medesimi, erano non quelli che oggi più s’ammirano per la naturalezza e la semplicità, e che [2517] in somma usavano più puramente la lingua nazionale o patria del tempo loro, ma quelli che oggi meno s’apprezzano, cioè che la fornivano di parole e modi forestieri, e che si studiavano di tirarla alle forme d’altre lingue, e d’altri stili, come fece il Boccaccio rispetto al latino, e come anche Dante, la cui lingua, s’è pura per noi, che misuriamo la purità coll’autorità, niuno certamente avrebbe chiamato pura a quei tempi, s’avessero pensato allora alla purità, e gli stessi cinquecentisti non erano molto inchinati a stimarlo tale, nè ad accordargli un’assoluta autorità e voto decisivo in fatto di purità di lingua, restringendosi piuttosto al Petrarca e al Boccaccio. V. Caro Apolog. p.28. fine ec. Lett. 172. t.2. e se vuoi, anche il Galateo del Casa circa la stima ch’allora si faceva di tanto poeta.

Per le quali considerazioni e confronti, sebbene la lingua italiana di questo secolo sia bruttissima e pessima per ragioni e qualità indipendenti dalla purità e dal barbarismo, cioè perchè povera, monotona, impotente, fredda, inefficace, smorta, inespressiva, impoetica, inarmonica ec. ec. nondimeno ardisco dire che se gli scrittori barbari della moderna Italia, arriveranno ai posteri, quando la lingua italiana sarà già in qualunque modo mutata dalla presente, e se [2518] la prevenzione (che influisce moltissimo sopra il senso dell’eleganza e del bello in ogni cosa) e il giudizio del secol nostro non avrà troppa forza ne’ futuri, come non l’ha in noi il giudizio de’ cinquecentisti, questa nostra barbara lingua, si stimerà elegante, e piacerà, perchè divenuta già pellegrina, e forse il Cesarotti ec. passerà per modello d’eleganza di lingua.

Finalmente non è ella cosa conosciutissima che alla poesia non solo giova, ma è necessario il pellegrino delle parole delle frasi delle forme (niente meno che delle idee), per fare il suo stile elegante e distinto dalla prosa? Non lo dà per precetto Aristotele? (Caro, Apolog. p.25.). Il poetico della lingua non è quasi il medesimo che il pellegrino? O certo il pellegrino non è una qualità poetica nella lingua, e non serve di sua natura a poetichizzare il linguaggio e lo stile? Or ditemi se nelle poesie italiane d’oggidì si può trovar cosa più [2519] prosaica delle voci, frasi ec. forestiere? se più triviale, più ordinaria, in somma più decisamente impoetica e più distruttiva dell’eleganza del linguaggio, e in maggior contraddizione colla natura dello stil poetico? Tanto che, riuscendo sempre le dette voci e maniere, inelegantissime nella prosa, che pur è obbligata a minor eleganza, nella poesia riescono stomachevoli, e la cambiano affatto di poesia in cattiva prosa, onde osserva il Perticari (De’ 300isti), sebbene non con tutta verità, che il barbarismo insignorito delle prose italiane, pur non mise piede nelle poesie, come non ci potesse esser poesia con barbarismi. E questo perchè? essendo il pellegrino così proprio della poesia, ch’ella non ne può far senza? Perchè, torno a dire, se non perchè tali voci e frasi ec. forestiere, sono appunto le più volgari, giornaliere, correnti, usuali voci e maniere della nostra favella presente? e quindi distruttive del pellegrino? e se nuove nella scrittura o nella poesia, non [2520] nuove, anzi vecchie nell’uso volgare del discorso, e quindi distruttive della novità ch’è l’uno de’ principali pregi della lingua poetica? Laonde oggi sono eleganti le poesie scritte nella pura lingua italiana, e spesso anche in quella che una volta fu poco meno che trivialissima. Non per altro se non perchè quanto più sono italiane, tanto più dette poesie ci riescono pellegrine.

Concludo che il barbarismo è distruttivo dell’eleganza, sì della prosa, e sì massimamente della poesia (alla quale più si richiede il pellegrino), non come pellegrino, nè come semplicemente forestiero, e contrario alla purità (ch’è un nome astratto, e sempre variabile nella sua sostanza); ma per lo contrario, come distruttivo del pellegrino, e del nuovo, come volgare, come triviale, come quello che forma la parte più moderna, e quindi più corrente e ordinaria della favella. E che la purità è necessaria e giovevole all’eleganza, [2521] non in quanto purità, nè in quanto nazionale ec. (qualità alienissime dall’eleganza e dalla grazia), ma in quanto pellegrina e rara, e distinta dall’uso comune, e ritirata dal volgo, e diversa dalla favella giornaliera presente. (il che viene in somma a dire ch’ella non è più veramente purità, essendo bensì stata, ma non essendo più nazionale. E pure allora solamente viene in pregio la purità, quando ella non è più tale, cioè quando a volerla usare, non si usa la vera lingua nazionale corrente. Così lingua pura, è un abuso di parole, in vece di dire, lingua antica della nazione e degli scrittori nazionali.) V. p. 2529.

Tutte le sopraddette osservazioni, e particolarmente quelle della pagina 2512. fine - 13. si debbono applicare alla teoria della grazia derivante da quello ch’è fuor dell’uso. Le cagioni dell’eleganza delle parole o modi sono eterne, ed eternamente le stesse. Ma niuna parola o frase ec. di niuna lingua, è perpetuamente elegante, [2522] per elegantissima che sia o che sia stata una volta, nè viceversa triviale ec.: neanche durando la stessa indole, genio, spirito, carattere, forma ec. di quella tal lingua. E non solo niuna parola o modo, ma niun genere o classe di parole o modi.

Spesso una parola è inelegante, o (se si tratta di verso) impoetica in un senso, ed elegante e poetica in un altro, solamente perchè in quello è volgare, e in questo no, o poco frequentemente usata. Come chi dicesse varii in poesia per diversi, parecchi, non peccherebbe contro la buona lingua, avendovene molti esempi, e fra gli altri del Tasso (Discorso sopra vari accidenti della sua vita), ma sarebbe poco elegante, per esser questo significato della detta parola molto volgare e familiare. Ma chi dicesse, come il Petrarca, varie di lingue e d’armi e de le gonne, o come Virgilio Mille trahit varios adverso sole colores, non s’allontanerebbe punto dall’eleganza, per la ragione [2523] contraria. E notate ch’io non parlo solamente de’ sensi metaforici, i quali possono render poetica una voce usualissima, ed anche impoetichissima, ma parlo eziandio de’ significati propri, come dimostra l’addotto esempio, o de’ poco meno che propri. E quel che dico delle voci, dico delle frasi ec. (29. Giugno, dì di San Pietro, mio natalizio. 1822.).

Ovidio descrive, Virgilio dipinge, Dante (e così proporzionatamente nella prosa il nostro Bartoli) a parlar con proprietà, non solo dipinge da maestro in due colpi, e vi fa una figura con un tratto di pennello; non solo dipinge senza descrivere, (come fa anche Virgilio ed Omero), ma intaglia e scolpisce dinanzi agli occhi del lettore le proprie idee, concetti, immagini, sentimenti. (29. Giugno, 1822. dì di S. Pietro.)

Il giovane istruito da’ libri o dagli uomini e dai discorsi prima della propria esperienza, non solo si lusinga sempre e inevitabilmente [2524] che il mondo e la vita per esso lui debbano esser composte d’eccezioni di regola, cioè la vita di felicità e di piaceri, il mondo di virtù, di sentimenti, d’entusiasmo; ma più veramente egli si persuade, se non altro, implicitamente e senza confessarlo pure a se stesso, che quel che gli è detto e predicato, cioè l’infelicità, le disgrazie della vita, della virtù, della sensibilità, i vizi, la scelleraggine, la freddezza, l’egoismo degli uomini, la loro noncuranza degli altri, l’odio e invidia de’ pregi e virtù altrui, disprezzo delle passioni grandi, e de’ sentimenti vivi, nobili, teneri ec. sieno tutte eccezioni, e casi, e la regola sia tutto l’opposto, cioè quell’idea ch’egli si forma della vita e degli uomini naturalmente, e indipendentemente dall’istruzione, quella che forma il suo proprio carattere, ed è l’oggetto delle sue inclinazioni e desiderii, e speranze, l’opera e il pascolo della sua immaginazione. (29. Giugno, dì di S. Pietro. 1822.)

[2525] Alla p.2516. marg. fine - e sempre scrisse (il Caro) nella propria lingua del suo secolo, non del trecento, e della sua nazione, non di sola Firenze. Or vedasi nell’esempio del Caro non Fiorentino, come era bella e graziosa questa lingua nazionale del cinquecento, ch’allora si disprezzava, e diceva il Salviati che bisognava scordarsene e lavarsene gli orecchi, nè più nè meno di quello che ci dicano oggi della nostra moderna. Certo è che nessun Fiorentino nè del trecento nè del 500 nè d’altro secolo scrisse mai così leggiadramente e perfettamente come scrisse il Caro Marchegiano e di piccola terra, tanto le cose studiate, quanto le non istudiate; vero apice della prosa italiana, e che anche oggidì, letto o bene imitato, è fresco e lontanissimo dall’affettazione la più menoma, come s’oggi appunto scrivesse. E notate che il Caro, tutto quello che scrisse, ebbe poco tempo di studiarlo, lasciando star le lettere, familiari, ch’egli scriveva anzi di malissima voglia, come dice [2526] spessissimo, e dice ancora: E delle mie (lettere) private io n’ho fatto molto poche che mi sia messo per farle (cioè con istudio), e di pochissime ho tenuta copia (lett. 180. vol.2. al Varchi.) Dal che si vede che quello stile e quella lingua gli erano naturali, e sue proprie, non altrui, cioè proprie del suo secolo e della sua nazione, benchè da lui modificate secondo il suo gusto, e benchè si professi molto obbligato nella lingua a Firenze, scrivendo al Fiorentino Salviati. (lett. ult. cioè 265. fine, vol.2.). Vedi ancora quel ch’egli dice del poco studio e impegno con cui tradusse l’Eneide, la Rettor. d’Aristot. le Oraz. del Nazianz. Tutte opere, che siccome le lettere familiari (e forse queste anche più della Rettor. e delle Oraz.) ci riescono pur contuttociò di squisita e quasi inimitabile eleganza. (29. Giugno, dì di S. Pietro. 1822.)

Τοὺς δὲ (χώρους) μὴ ἔχοντας ἐπίδοσιν, (agros qui incrementum nullum haberent, cioè così ben coltivati già quando si comprano, che non si [2527] possano far migliori) οὐδὲ ἡδονὰς ὁμοίας ἐνόμιζεπαρέχειν∙ ἀλλὰ πᾶν χτῆμα χαὶ ϑρέμμα τὸ ἐπι τὸ βέλτιον ἰον, τοῦτο χαὶ εὐϕραίνει μάλιστα ϑε το. Dice queste cose Iscomaco di suo padre, il quale non voleva che si comprassero fondi ben coltivati, ma trascurati dal possessore, e le dice a Socrate presso Senofonte Del governo della casa, cap. 20. §. 23. Così tutto il piacere umano consiste nella speranza e nell’aspettativa del meglio, e posseduto non è piacere, e quello stato che non si può migliorare, benchè ottimo e desideratissimo per se, è sempre infelicissimo, come fu presso a poco quello d’Augusto divenuto padrone di tutto il mondo, e malcontento com’egli s’espresse. (29. Giugno 1822.)

Ho discorso altrove di quello che si suol dire, ch’ogni proposizione ha due aspetti, e dedottone che ogni verità è relativa. Notate che ogni proposizione, ogni teorema, ogni oggetto di speculazione, ogni cosa ha non solo [2528] due ma infinite facce, sotto ciascuna delle quali si può considerare, contemplare, dimostrare e credere con ragione e verità. E in tanto si dice che n’abbia due, in quanto d’ogni proposizione si può dir pro e contra, dimostrarla vera e falsa, e sostenere così la tal proposizione, come la sua contraria. E ogni proposizione e verità sussiste e non sussiste in quanto al nostro intelletto, e anche per se. E d’ogni cosa si può affermar questo o quest’altro, e parimente negarlo. Il che più vivamente e dirittamente dimostra come non sussiste verità assoluta. (29. Giugno, 1822. dì di S. Pietro e mio natalizio.)

Alla p. 2496. fine. Finchè si fa conto de’ piaceri, e de’ propri vantaggi, e finchè l’uso, il frutto, il risultato della propria vita si stima per qualche cosa, e se n’è gelosi, non si prova mai piacere alcuno. Bisogna disprezzare i piaceri, contar per nulla, per cosa di niun momento, e indegna di qualunque riguardo e custodia, i propri vantaggi, quelli della gioventù, e se stesso; considerar [2529] la propria vita gioventù ec. come già perduta, o disperata, o inutile, come un capitale da cui non si può più tirare alcun frutto notabile, come già condannata o alla sofferenza o alla nullità; e metter tutte queste cose a rischio per bagattelle, e con poca considerazione, e senza mai lasciarsi cogliere dall’irresoluzione neanche nei negozi più importanti, nemmeno in quelli che decidono di tutta la vita, o di gran parte di essa. In questo solo modo si può goder qualche cosa. Bisogna vivere εἰκῇ, témere, à l’ hasard, alla ventura. (30. Giugno. 1822.). V. p. 2555.

Alla p. 2521. La conchiusione e la somma del discorso si è che in qualunque tempo e in qualunque letteratura è piaciuta una lingua diversa dalla presente nazionale parlata, per bonissima, utilissima e bellissima che questa fosse: e non s’è mai giudicata elegante la scrittura composta delle voci e de’ modi ordinari in quel tempo e correnti [2530] effettivamente nella nazione, per purissimi che questi fossero. E questa (bench’altre ancora ve n’abbia) è l’una delle principali cagioni per cui non piace, e si disapprova e si biasima e riesce inelegante nelle scritture la presente lingua della nostra nazione, e si richiama la nostra lingua antica. Con ragione, benchè non sia molto ragionevole il richiamarla come pura, chè nè essa era pura, nè la purità è un pregio necessario ed appartenente all’essenza dello scriver bene, e molte volte non è possibile, e in fine è piuttosto un nome che una cosa, non potendosi mai definir questa purità, nè trovar precisamente quel che sia la purità di una tal lingua individua, anzi non esistendo essa mai, perchè tutte le lingue sono composte di voci, modi ec. presi più o meno ab antico da molte e varie altre lingue. E non potendosi neppur circoscrivere la così detta [2531] purità dentro i termini dell’uso nazionale, perchè se ciò fosse, tutte le nazioni in tutti i tempi parlerebbero puramente, e tutti gli scrittori seguendo la lingua del tempo loro, scriverebbero puramente, massime conformandosi alla parlata, e non esisterebbe il contrario della purità, cioè l’impurità, perchè nessuna lingua in nessun tempo sarebbe mai impura, benchè tutta composta da capo a piedi di barbarismi. Sicchè resta che per lingua pura s’intenda come suo preciso sinonimo la lingua antica di una nazione, cioè quella lingua composta per la più parte di voci e modi venuti di fuori, che dagli antichi fu parlata e scritta. E in particolare quella che fu contemporanea della miglior letteratura e coltura nazionale, e in somma quella che fu il risultato, non già dell’abbozzo (ch’ebbe la lingua italiana da’ 300isti) ma del perfezionamento dato alla lingua [2532] nazionale, e massime alla scritta, dagli scrittori e letterati nazionali nel tempo in cui maggiormente e precisamente fiorì la letteratura e coltura nazionale, che fu per noi il 500.

Richiamare questa tal lingua, non pura, propriamente parlando, ma antica, e non come pura, ma come antica, richiamarla, dico, nella letteratura, è, come ho detto, ragionevole, ed autorizzato dall’esempio dell’altre nazioni antiche e moderne. Ed è ragionevole sì per li suoi pregi intrinseci e indipendenti dalle circostanze, e per la miseria e bruttezza propria assoluta e indipendente della nostra lingua moderna; sì per quello che ho dedotto dal precedente discorso, cioè che una lingua nazionale usitata e parlata presentemente non può mai riuscire elegante nelle scritture, quando anche, in se, fosse ottima e bellissima.

Potranno oppore a quest’ultima proposizione, e al mio precedente discorso, che gli [2533] scrittori classici del 500 ebbero gran fama ed onore, e piacquero anche al tempo loro, quando anche scrivessero appunto nella lingua nazionale usitata e parlata a quel tempo. Rispondo.

1. La maggior fama degli scrittori del 500 fu a que’ tempi, come verseggiatori, e specialmente lirici, e questi ognun sa ch’erano servili imitatori del Petrarca, e quindi del 300, e si veda nell’Apologia del Caro, la misera presunzione ch’avevano di scrivere come il Petrarca, e che non s’avessero a usar parole o modi non usati da lui, come anche nelle prose volevano restringer la lingua a quella sola del Boccaccio, e siamo pur lì. Certo è, nè per chiunque è pratico dello spirito che governava la repubblica nostra letteraria nel 500, è bisogno di molte parole a dimostrargli, che l’apice della letteratura, e quello a cui nondimeno aspiravano [2534] tanto gl’infimi quanto i sommi, era la lirica Petrarchesca, cioè 300istica, e non 500istica. E gli scrittori più grandi in ogni altro genere o prosaico o poetico, divenivano famosi principalmente pe’ loro sonetti e canzoni petrarchesche che si divulgavano come un lampo per l’Italia, si trascrivevano subito, si domandavano, erano il trattenimento delle Dame, e queste ne chiedevano ai letterati, e i letterati se ne chiedevano scambievolmente, e ne ricevevano e restituivano con proposte e risposte ec. E senza questi versi difficilmente s’arrivava alla riputazion di letterato. Osservate, per non allontanarmi dall’esempio più volte addotto, il Caro, le cui rime sono la sola cosa che di lui non si legga più. Aveva il Caro grandissima fama, ma dalle sue lettere vedrete che questa riposava essenzialmente e soprattutto nell’opinion ch’egli avea di poeta (che nol fu mai), e [2535] tutto il restante suo merito letterario, s’aveva in lui, come in tutti gli altri, per mero accessorio. E fu stimato gran poeta, non già per l’Eneide, ch’oggi s’ammira, e si ristampa, ch’è scritta in istile e lingua propria del suo tempo, benchè abbellita al suo modo, e arricchita di latinismi. Questa fu opera postuma e non levò molto grido nel 500. Il Caro fu creduto un sommo letterato perchè sapeva rimare alla Petrarchesca, e giudicar di tali pretese poesie. E la sua famosa Canzone fu strabocchevolmente ammirata (ed oggi non s’arriva a poterla legger tutta) perchè si disse che il Petrarca non l’avrebbe scritta altrimenti. (Caro, Apolog. p. 18.). E chi non sa l’inferno che cagionò in Italia, e come nella disputa di quell’impiccio petrarchesco ci prese parte tutta la nazion letterata, considerandola come affar di tutta la letteratura? Fatto sta che le maravigliose prose del Caro, benchè stimate, [2536] non furono già ammirate nel 500 (quanto alla lingua). Ed è certo che la lingua del Caro, come l’immaginazione e l’ingegno di Dante, son venute principalmente in onore, e riposte nel sommo luogo che meritano, in questo e sulla fine del passato secolo. Il che, di Dante, si vede anche fra gli stranieri. E quanto a lui, ciò si deve al perfezionamento de’ lumi, e del gusto, e della filosofia, e della teoria dell’arti, e del sentimento del vero bello. Quanto al Caro, ciò viene in gran parte da circostanze materiali.

2. Le prose italiane ch’ebbero fama nel 500, l’ebbero per l’una di queste cagioni. 1° Per essere scritte alla Boccaccevole (e quindi fuor dell’uso di quel secolo), come sono l’Arcadia del Sannazzaro nelle prose, le prose del Bembo, e tutte quelle del Casa, tolte le lettere. E notate che questi prosatori e i loro simili furono appunto i [2537] più stimati in quel secolo (al contrario del nostro), e dati per modello. Il che dimostra ad evidenza che il gusto del cinquecento nella lingua era quello ch’io dico, che s’apprezzava come elegante una lingua diversa dalla loro, e che sempre si disprezza la lingua attualmente corrente nella nazione, per bellissima ed ottima ch’ella sia.

2° Per lo stile, per la imitazione de’ classici latini o greci indipendentemente dalla lingua. Questo studio era comune ai buoni prosatori (come anche poeti) del 500. Ed avendosi allora gran gusto e inclinazione per il classico, si stimavano e ricercavano le prose scritte nello stile e ad imitazione e colle forme degli antichi classici, benchè la lingua non piacesse gran fatto. E questa è una delle ragioni per cui si faceva conto anche delle lettere più familiari, e d’ogni bagattella, e schediasma, anche degli scrittori non celebri, con tutto che fossero scritte nella lingua del [2538] secolo, e si raccoglievano con diligenza che ora sarebbe ridicola, e si stampavano ec. benchè di niunissima importanza nelle cose. Perocchè quasi tutti, o certo moltissimi scrivevano allora in buono stile, essendo divulgatissimo lo studio de’ veri classici. Di più questo medesimo, benchè spettasse allo stile, pur essendo così strettamente uniti lo stile e la lingua, dava alle prose (come anche alle poesie) del 500. un sapor d’eleganza indipendente dalla lingua in se.

3° Perchè molti (e questo fu vero e principal pregio del cinquecento, ed a cui fu dovuto il perfezionamento della nostra lingua) si studiavano anche di accostare e di modellare non solo lo stile, ma anche la lingua italiana, sulla latina e greca, in quanto lo potea comportare la sua natura. Questo fu comune alla massima parte de’ veri buoni scrittori del cinquecento, massime prosatori. E questo li rendeva eleganti anche presso i contemporanei. [2539] Ma questa eleganza veniva non da altro che dal pellegrino, (cioè dal latino e dal greco) benchè quegli scrittori volessero piuttosto perfezionare, accostare al latino o al greco, render classica la lingua del loro secolo, che quella del 300, parlassero, come facevano, e bene, più da 500isti, che da 300isti, più da moderni che da antichi italiani; usassero la lingua viva e non la morta, le parole moderne più che le antiche, e insomma innestassero il latino e il greco nella lingua del 500, e non del 300, e però l’eleganza loro non venisse dall’uso dell’antico italiano, nè dalla così detta purità, quantunque oggi per noi sieno purissimi. Ma tali non erano allora per li pedanti, i quali chiamavano corrotto e barbaro quel che non era del 300, proibivano il latinismo anche più di quello che facciano i pedanti oggidì, poichè s’ardivano di chiamar barbara ogni voce latina che non fosse stata usata [2540] dagli antichi, anzi dal Boccaccio o dal Petrarca, per convenientissima che fosse all’italiano, e anche nello stile, e nella composizione della dicitura, volevano piuttosto o quella del Boccaccio o del Petrarca o quella degl’ignoranti non iscrittori ma scrivani del 300, che quella de’ classici latini e greci. (V. le opposizioni del Castelvetro alla canzone del Caro, e l’Apol. del Caro).

4° Si stimavano le prose (o le poesie) del 500, per le cose, per l’immaginazione, invenzione, concetti, sentenze, scoperte o dottrine scientifiche, ec. erudizione ec. ec. benchè la lingua non piacesse, essendo pur la pura e vera lingua corrente di quel secolo. Onde per noi tali scrittori riescono purissimi ed elegantissimi perchè antichi. Ma corrotti si stimavano allora, e negletti, e di niun conto in somma nella lingua. E la pura lingua del 500, quella che si dimostra pienamente nelle lettere familiari di [2541] quel secolo, scritte a penna corrente, e ch’è ricchissima potentissima ec. e per noi purissima ed elegantissima e spesso tanto più pura e graziosa quanto è più propria del secolo, e più naturale, si chiamava allora decisamente corrotta, e si deplorava, anche da’ veri letterati la degenerazione della lingua italiana, non per altro se non perchè non era più quella propriamente del 300, benchè dopo la corruzione del 400, fosse risorta più bella e potente di prima, il che affermo a chiunque ne conosca le intime qualità, e le vaste e riposte ricchezze e facoltà della propria lingua del 500. Lascio star che questa è regolata, e quella del 300 va dove e come vuole, e non se ne cava il costrutto, e per lo più bisogna indovinarne il senso. Del resto questi tali scrittori di lingua stimata allora cattiva e impura, e dispregiata, e condannata, s’apprezzavano anche allora per le cose, [2542] se in queste avevano merito, come accade proporzionatamente ai nostri moderni, indipendentemente dalla lingua, dalla purità e dall’eleganza.

5° Ognuno de’ dialetti nazionali, fuori del suo distretto, è forestiero nella stessa nazione. Gran parte de’ cinquecentisti, toscani o no, prosatori o poeti, scrivevano, com’è noto, nel dialetto toscano, o se non altro n’infioravano i loro scritti. Con ciò erano stimati eleganti. Ma benchè scrivessero nel dialetto toscano del tempo loro, quest’eleganza, presso tutti i lettori non toscani, veniva anch’essa dal pellegrino. Ed anche presso i toscani veniva dal pellegrino, a causa che trasportandosi nelle scritture voci e modi popolari e perciò insoliti ad essere scritti, questi riuscivano straordinarii anche per li toscani, non in se ma nelle scritture. Ed ho spiegato altrove come anche la familiarità nello scrivere, e le voci e modi ordinari, riescano eleganti, [2543] non come ordinarii, anzi come straordinarii e pellegrini nella scrittura ordinata, studiata, civile (πολιτικὴ), e colta. E ciò massimamente nella poesia, dove molti adoperavano il volgare toscano, anche in poesia non burlesca, come fa il Firenzuola ec. In somma lo stesso linguaggio popolare molte volte dà eleganza agli scritti, perciò appunto ch’essendo popolare, non è domestico collo scriver de’ letterati, e vi riesce pellegrino. Aggiungi che a gran parte degli stessi lettori toscani (naturalmente non plebei) riuscivano e riescono nuove o poco familiari molte voci de’ loro o d’altri scrittori, tolte dalla lingua del loro popolo. Del resto l’eleganza derivante dall’uso del dialetto toscano nel colto scrivere, talvolta è minore per li toscani come poco pellegrina, o come triviale; talvolta maggiore, come non troppo pellegrina, nè tanto straordinaria che degeneri in disconveniente, affettato ec. siccome spesso fa per gli altri italiani. I toscani accusano il Botta fiorentinizzante nella sua storia, come troppo triviale e pedestre, e insomma inelegante. E in genere l’eleganza ch’essi ne sentono, e [2544] quella che deriva dal familiare, dal popolare ec. nel colto scrivere, è d’un altro sapore e d’un’altra qualità dall’eleganza ch’è prodotta dall’assoluto pellegrino: non essendo pellegrino per chi legge, il familiare e il popolare, se non relativamente, cioè rispetto alla colta scrittura. (30. Giugno - 2. Luglio. 1822.)

Quello ch’altrove ho detto del modo che in greco si chiama la malattia, cioè debolezza (ἀσϑένεια), si deve anche dire del latino, infirmitas, infirmus. (4. Luglio. 1822.). Così anche languor ec.

Della vita e condizione d’Omero ogni cosa è nascosta. E pure in questa universale ignoranza, una tradizione antichissima ed universale e perpetua si mantiene, e tutti, che tutto ignorano intorno a lui, questo solo n’affermano ed hanno per certo, che fosse povero e misero. Così la fama non ha voluto che si dubiti, nè che resti nel puro termine di congettura che il primo e il sommo de’ [2545] poeti incontrasse la sorte comune di quelli che lo seguirono. Ed ha confermato coll’esempio dell’ἀρχηγὸς di questa infelice famiglia, che qualunque è d’animo veramente e fortemente poetico (intendo ogni uomo di viva immaginazione e di vivo sentimento, scriva o no, in prosa o in verso) nasce infallibilmente destinato all’infelicità. (4. Luglio 1822.)

Gli uomini semplici e naturali sono molto più dilettati e trovano molto più grazioso il colto, lo studiato e anche l’affettato che il semplice e il naturale. Per lo contrario non v’è qualità nè cosa più graziosa per gli uomini civili e colti che il semplice e il naturale, voci che nelle nostre lingue e ne’ nostri discorsi sono bene spesso sinonime di grazioso, e confuse con questa, come si confonde la grazia colla naturalezza e semplicità, credendo che sieno essenzialmente, e per natura, e per se stesse, [2546] qualità graziose. Nel che c’inganniamo. Grazioso non è altro che lo straordinario in quanto straordinario, appartenente al bello, dentro i termini della convenienza. Il troppo semplice non è grazioso. Troppo semplice sarà una cosa per li francesi, e non lo sarà per noi. Lo sarà anche per noi, e con tutto questo sarà ancora al di qua del naturale. (Tanto siamo lontani dalla natura, e tanto ella ci riesce straordinaria). Viceversa dico del civile rispetto ai selvaggi, naturali, incolti ec. Del resto possiamo vedere anche nelle nostre contadine che sono molto poco allettate dal semplice e dal naturale, o per lo meno sono tanto allettate dal nostro modo artefatto, quanto noi dalla loro naturalezza, o reale, o dipinta ne’ poemi ec.(4. Luglio 1822.)

Le Dee e specialmente Giunone, è chiamata spesso da Omero βοῶπις (βοῶπιδος) [2547] cioè ch’ha occhi di bue. La grandezza degli occhi del bue, alla quale Omero ha riguardo, è certo sproporzionata al viso dell’uomo. Nondimeno i greci intendentissimi del bello, non temevano di usar questa esagerazione in lode delle bellezze donnesche, e di attribuire e appropriar questo titolo, come titolo di bellezza, indipendentemente anche dal resto, e come contenente una bellezza in se, contuttochè contenga una sproporzione. E in fatti non solo è bellezza per tutti gli uomini e per tutte le donne (che non sieno, come sono molti, di gusto barbaro) la grandezza degli occhi, ma anche un certo eccesso di questa grandezza, se anche si nota come straordinario, e colpisce, e desta il senso della sconvenienza, non lascia perciò di piacere, e non si chiama bruttezza. E notate che non così accade dell’altre parti umane alle quali conviene esser grandi (lascio l’osceno che appartiene ad [2548] altre ragioni di piacere, diverse dal bello): nè i poeti greci, nè verun altro poeta o scrittore di buon gusto, ha mai creduto che l’esagerazione della grandezza di tali altre parti fosse una lode per esse, e un titolo di bellezza, come hanno fatto relativamente agli occhi. Dalle quali cose deducete

1°. Quanto sia vero che gli occhi sono la principal parte della sembianza umana, e tanto più belli quanto più notabili, e quindi quanto più vivi. E che in essi veramente si dipinge la vita e l’anima dell’uomo (e degli animali); e però quanto più son grandi, tanto maggiore apparisce realmente l’anima e la vitalità e la vita interna dell’animale. (Nè quest’apparenza è vana.) Per la qual cosa accade che la grandezza loro è piacevole ancorchè sproporzionata, indicando e dimostrando maggior quantità e misura di vita. 2°. Quanta [2549] parte di quella che si chiama bellezza e bruttezza umana sia indipendente ed aliena dalla convenienza, e quindi dalla propria teoria del bello. Giacchè, come accade nel nostro caso, anche quello ch’è sproporzionato e fuor della misura ordinaria, piace a causa dell’inclinazione ch’ha l’uomo alla vita, e si chiama bello. Ma di questo bello è cagione, non già la convenienza, ma la detta inclinazione e qualità umana indipendente dalla convenienza, e in dispetto della convenienza, e quindi del vero, proprio e preciso bello. (4. Luglio. 1822.)

La quistione se il suicidio giovi o non giovi all’uomo (al che si riduce il sapere se sia o no ragionevole e preeleggibile), si ristringe in questi puri termini. Qual delle due cose è la migliore, il patire o il non patire? Quanto al piacere è cosa certa, [2550] immutabile e perpetua che l’uomo in qualunque condizione della vita, anche felicissima secondo il linguaggio comune, non lo può provare, giacchè, come ho dimostrato altrove, il piacere è sempre futuro, e non mai presente. E come, per conseguenza, ciascun uomo dev’essere fisicamente certo di non provar mai piacere alcuno in sua vita, così anche ciascuno dev’esser certo di non passar giorno senza patimento, e la massima parte degli uomini è certa di non passar giorno senza patimenti molti e gravi, ed alcuni son certi di non passarne senza lunghissimi e gravissimi (che sono i così detti infelici; poveri, malati insanabili, ec. ec.). Ora io torno a dimandare qual cosa sia migliore, se il patire o il non patire. Certo il godere, fors’anche il godere e patire sarebbe meglio del semplice non patire, (giacchè la natura e l’amor proprio ci spinge e trasporta tanto verso il godere, che c’è più grato il godere e patire, del non essere e non patire, e non essendo non poter godere) ma il godere essendo impossibile all’uomo, resta escluso necessariamente e per natura [2551] da tutta la quistione. E si conchiude ch’essendo all’uomo più giovevole il non patire che il patire, e non potendo vivere senza patire, è matematicamente vero e certo che l’assoluto non essere giova e conviene all’uomo più dell’essere. E che l’essere nuoce precisamente all’uomo. E però chiunque vive (tolta la religione), vive per puro e formale error di calcolo: intendo il calcolo delle utilità. Errore moltiplicato tante volte quanti sono gl’istanti della nostra vita, in ciascuno de’ quali noi preferiamo il vivere al non vivere. E lo preferiamo col fatto non meno che coll’intenzione, col desiderio, e col discorso più o meno espresso, più o meno tacito ed implicito della nostra mente. Effetto dell’amor proprio ingannato come in tante altre cattive elezioni ch’egli fa considerandole sotto l’aspetto di bene, e del massimo bene che gli convenga in quelle tali circostanze.

[2552] Che poi l’uomo debba esser certo di non passar giorno senza patimento, il che potrebbe parere una parte non abbastanza provata in questo mio ragionamento, lasciando stare i mali e dolori accidentali che intervengono inevitabilmente a tutti gli uomini, si dimostra anche dalla medesima proposizione la quale afferma che l’uomo dev’esser certo di non provar piacere alcuno in sua vita. Perocchè l’assenza, la mancanza, la negazione del piacere al quale il vivente tende come a suo sommo ed unico fine, perpetuamente, e in ciascuno istante, per natura, per essenza, per amor proprio inseparabile da lui; la negazione, dico, del piacere il quale è la perfezione della vita, non è un semplice non godere, ma è un patire (come ho dimostrato nella teoria del piacere): perocchè l’uomo e [2553] il vivente non può esser privo della perfezione della sua esistenza, e quindi della sua felicità, senza patire, e senza infelicità. E tra la felicità e l’infelicità non v’è condizione di mezzo. Quella è il fine necessario, continuo e perpetuo di tutti gli atti esterni ed interni, e di tutta la vita dell’animale. Non ottenendolo, l’animale è infelice; e questo in ciascuno di quei momenti, nei quali desiderando il detto fine, ossia la felicità, infinitamente, come fa sempre, non l’ottiene e n’è privo, come lo è sempre. E però l’uomo dev’esser fisicamente certo di non passar, non dico giorno, ma istante, senza patire. E tutta la vita è veramente, per propria natura immutabile, un tessuto di patimenti necessarii, e ciascuno istante che la compone è un patimento.

Di più l’uomo dev’esser certo di provare in vita sua più o meno, maggiori [2554] o minori, ma certo gravi e non pochi di quei patimenti accidentali che si chiamano mali, dolori, sventure, o che provengono dai vari desiderii dell’uomo ec. E quando anche questi non dovessero comporre in tutto se non la menoma parte della sua vita, (com’è certo che ne comporranno la massima), essendo egli d’altra parte certissimo di passar tutta la vita senza un piacere, la quistione ritorna a’ suoi primi termini, cioè se essendo meglio il non patire che il patire, e non potendosi vivere senza patire, sia meglio il vivere o il non vivere. Un solo, anche menomo dolore riconosciuto per inevitabile nella vita, non avendo per controbilancio neppure un solo e menomo piacere, basta a far che l’essere noccia all’esistente, e che il non essere sia preferibile all’essere.

Tutto questo essendo applicabile ad [2555] ogni genere di viventi in qualunque loro condizione (niuno de’ quali può esser felice, e quindi non essere infelice, e non patire) e d’altronde posando sopra principii e fondamenti quanto profondi altrettanto certissimi, e immobili, ed essendo esattissimamente ragionato e dedotto, e strettamente conseguente, serva a far conoscere la distruttiva natura della semplice ragione, della metafisica, e della dialettica, in virtù delle quali tutto il mondo vivente, dovrebb’esser perito, per volontà e per opera propria, poco dopo il suo nascere. (5. Luglio 1822.)

Alla p. 2529. Finchè il giovane conserva della tenerezza verso se stesso, vale a dire che si ama di quel vivo e sensitivissimo e sensibilissimo amore ch’è naturale, e finchè non si getta via nel mondo, considerandosi, dirò quasi, come un altro, non fa mai nè può far altro che patire, e non gode mai un istante di bene e di piacere nell’uso e negli accidenti della vita sociale. (6. Luglio. 1822.). A goder della vita, è necessario uno stato di disperazione.

[2556] Il grand’uso che gl’italiani (forse anche gli spagnuoli e i francesi) fanno della preposizione compositiva di o dis nel senso negativo (come disamore, disfavorire; e per apocope in questo e mill’altri casi, sfavorire; disutile, e mill’altre da formarsi anche a piacere: v. la Crusca), essendo molto poco e scarso nel latino scritto (come in dispar dissimilis discalceatus dove il dis nega: v. il Forcell. in di), e d’altra parte non significando niente in italiano, in francese in ispagnuolo la detta preposizione per se (la quale sembra venire dal greco δὺς usata come in δυςέρως, δυςωπία, δυςτυχὴς), par che dimostri d’essere stato molto più comune nel latino volgare di quello che nello scritto, e d’aver tenuto il luogo di vera particella negativa, così frequente e manuale nella composizione come la greca α privativa, e come lo è la detta particella presso di noi ad arbitrio del parlatore o scrittore che ha bisogno d’un [2557] qualunque composto che dica il contrario di quel che dice la tale o tal altra radice italiana. Del resto il dis latino nelle parole dissimilis, dispar, secondo me, ha più tosto una tal qual forza disgiuntiva, che veramente negativa. E in discalceatus, discingo ec. io credo che propriamente abbia piuttosto la forza del greco ἀπὸ in composizione (come qui appunto ἀποζωννύω discingo), e del latino ex pure in composizione, (come appunto excalceatus ch’è lo stesso), di quello che la vera forza privativa del greco α che tiene presso di noi, sebbene discalceatus ec. passò poi a significar privativamente senza scarpe. E forse in questa maniera, cioè dalla forza di ἀπὸ, e di ex composti, passò la particola dis presso di noi, al significato assoluto di privazione o negazione. Ma vedendosi p.e. dalla voce discalceatus (e v. il Forcell. [2558] in Dis...) che questo passaggio l’avea fatto la detta preposizione anche fra gli antichi latini, si dimostra quel ch’io dissi da principio, cioè che il suo uso negativo o privativo, così frequente e familiare come nel latino scritto non si trova, ci dev’esser venuto dal latino volgare. (9. Luglio 1822.). V. p. 2577.

Quanto gli uomini sieno allontanati dalla vera loro natura, dalle qualità e distintivi destinati alla loro specie, l’osservo anche nella gran differenza fisica che s’incontra fra gli uomini da individuo a individuo. Lascio i mostri, difettosi ec. dalla nascita, o dopo la nascita, che sono infiniti presso gli uomini; e fra qualunque genere d’animali appena se ne troverà uno per mille dei nostri, in proporzione della numerosità della specie: anche escludendo affatto quelli che tra gli uomini hanno contratto imperfezioni fisiche, per cause accidentali, visibili, [2559] e se non facili, almeno possibili ad evitarsi. Lascio gli Etiopi, gli Americani che non avevano barba, certe differenze di costruzione negli Ottentotti, i Patagoni (se ve n’ha), i Lapponi (che forse nascono e vivono in un clima non destinato dalla natura alla specie umana, come a tante altre specie d’animali, piante ec. ha negato questo o quel clima, o paese ec. o tutti i climi e paesi, fuorchè un solo.). Tutto ciò si potrà considerare come differenze delle varie specie tra loro, dentro uno stesso genere, nel modo che p.e. il genere dei cani ha diversissime specie, e diverse o in uno stesso clima, e paese, o in diversi climi destinati a tale o tal altra di esse ec.

Ma che in un medesimo clima, in un medesimo paese, da due medesimi genitori, nascano dei figli così differenti fisicamente, come accade tra gli uomini, che [2560] di due concittadini, di due fratelli, l’uno sarà p.e. di statura gigantesca, e di temperamento robustissimo, l’altro fiacchissimo e piccolissimo; e che questo accada indipendentemente da ogni causa visibile, o accidentale, o amovibile; che accada nonostante una medesimissima educazione ed esercizio fisico; che accada e resti manifestamente determinato fin dalla nascita dell’uno e dell’altro: questo, dico io, in qual altra specie d’animali si trova? Specie, dico, e non genere, perchè p.e. diverse specie di cani sono diversissime di grandezza, ma non così gl’individui di ciascuna d’esse specie fra se stessi, neppur pigliandoli da diverse famiglie, da diverse patrie, da diversi paesi, da diversi climi.

E fermandomi e ristringendomi alla differenza che passa fra le proporzioni fisiche degl’individui umani, io dico che i [2561] due estremi di questa differenza sono così lontani, che niun’altra specie d’animali, considerata nelle stesse circostanze di famiglia, patria, clima ec. offre di grandissima lunga due individui così differenti di grandezza come sono gl’individui umani tutto giorno, e massimamente pigliandoli da’ due sopraddetti estremi.

Certo è che la natura a ciascuna specie d’animali (come anche di piante ec.) ha assegnato certe proporzioni nè tanto strette che l’uno individuo sia precisamente della misura dell’altro, nè tanto larghe che non si possa quasi definir nemmeno lassamente la grandezza propria degl’individui di quella specie. Ora di qualunque specie d’animali vi discorra un naturalista, ve ne dirà presso a poco la grandezza, e qualunque individuo voi ne veggiate, corrisponderà, o si [2562] discosterà poco da quella, e in somma la misura della grandezza sarà sempre per voi una qualità distintiva di quella specie d’animali, e pigliandola a un dipresso, (tanto più a un dipresso quanto la loro grandezza specifica è maggiore assolutamente) non t’ingannerà mai. Poniamo anche caso che d’una specie tu non abbia veduto se non un solo individuo, e che questo sia l’estremo o della grandezza o della piccolezza della specie. Ancorchè tu ti formi l’idea della grandezza di quella specie sopra quel solo individuo, vedendone poi degli altri, non ti trovi ingannato gran cosa, nè sproporzionatamente lontano dalla tua idea, nè per causa della differente grandezza (purchè siano in fatto della medesima specie), ti accade di non riconoscerli per individui di quella tale specie, o di dubitare che non lo sieno. E ciò quando anche fossero gli estremi contrari del primo individuo da te veduto.

[2563] Questo pensiero, considerate ben le cose, trovo che non è vero, e però lo lascio a mezzo. La differenza delle proporzioni fisiche tra gl’individui umani, ci par maggiore che nell’altre cose, per le ragioni ch’ho detto altrove. Ma in realtà non è maggiore nè sproporzionata relativamente, e n’esiste altrettanta fra gli altri individui animali, in proporzione della loro maggiore o minor grandezza specifica, e parlando sempre, come si deve, a un dipresso: benchè in essi animali non ci dia così nell’occhio e non ci paia tanta. Ma colla misura facilmente si scopre che la detta differenza negli animali è maggiore, e negli uomini è minore ch’a noi non sembra. (9-10. Luglio 1822.)

L’uomo non è perfettibile ma corrottibile. Non è più perfettibile ma più corrottibile degli altri animali. È ridicolo, ma contuttociò è naturale, che la nostra corrottibilità, e degenerabilità, e depravabilità, sia [2564] stata presa, e si prenda a tutta bocca da’ più grandi e sottili e perspicaci e avveduti ingegni e filosofi per perfettibilità. (10. Luglio 1822.)

Per lo più noi riconosciamo alla sola voce anche senza vederle le persone da noi conosciute, per moltiplici che siano le nostre conoscenze, per minima che sia la diversità di tale o tal altra voce da un’altra, per pochissimo che noi abbiamo praticata quella tal persona, o praticatala pure una sola volta. Non così ci accade nelle voci degli animali, nelle quali, neppure avvertitamente pensandoci, sappiamo riconoscer differenza tra molti individui d’una stessa specie, o riconosciutane, non ci resta in mente. Anche, con difficoltà riconosciamo le voci, p.e. in paese forestiero di lingua, o dialetto, pronunzia ec., e le confondiamo spesso; almeno a principio. L’ho osservato in me. Effetti dell’assuefazione, dell’attenzione parziale e minuta ec. da riferirsi a quei pensieri dove ho portato altri esempi simili. (11. Luglio. 1822.)

[2565] Noi abbiamo oscuro da obscurus, e scuro. Obscurus è certo un composto, come dimostra la preposizione ob. Tolta la quale resta scurus. Che questa voce esistesse una volta, non si può dubitare, dovendo esistere il semplice prima del composto. V. il Forcell. Obscurus, principio. Ma questa voce ignota presso i latini, si conserva nell’italiano. E questa medesima è una prova ch’esistesse, come viceversa le cose dette sono una prova che la nostra voce sia antica, e venutaci col volgare latino. Osservate se credeste che scuro fosse fatto per apocope volgare da oscuro, che l’apocope dell’o iniziale, per quello che mi pare, non è punto in uso nel nostro popolo. (12. Luglio 1822.)

Ho notato, mi pare, in Floro, il quoque messo innanzi alla voce da cui dipende. Vedilo similmente nella Volgata Gen. 12. v.8. confrontando questo versetto col precedente. (12. Luglio 1822.)

[2566] È egli possibile che nella morte v’abbia niente di vivo? anzi ch’ella sia un non so che di vivo per natura sua? come dunque credere che la morte rechi, e sia essa stessa, e non possa non recare un dolor vivissimo? Quando tutti i sentimenti vitali, e soli capaci del dolore o del piacere, sono non solamente intorpiditi come nel sonno o nell’asfissia ec. (ne’ quali casi ancora, le punture, i bottoni di fuoco ec. o non danno dolore, o ne danno meno dell’ordinario, in proporzione dell’intorpidimento, della gravezza p.e. del sonno, ch’è minore o maggiore, com’è somma nell’ubbriaco) ma anzi il meno vitali, il meno suscettibili e vivi che si possa mai pensare, essendo quello il punto in cui si spengono per sempre, e lasciano d’esser sentimenti. Il punto in cui la capacità di sentir dolore s’estingue interamente, ha da esser un punto di sommo dolore? Anzi non può esser nemmeno di dolore comunque, non potendosi concepir [2567] l’idea del dolore, se non come di una cosa viva, e il vivo è inseparabile dal dolore, essendo questo un irritamento, un aigrissement dei sensi, che si risentono, cosa di cui non sono capaci nel punto in cui in vece di risentirsi, si dissentono per sempre. Così non si dee creder nemmeno che quel piacer fisico ch’io affermo esser nella morte, sia un piacer vivo ma languidissimo. E il piacere, a differenza del dolore, opera languidamente sui sensi, anzi osservate che il piacer fisico per lo più consiste in qualche specie di languore, e il languor de’ sensi è un piacere esso stesso. Però i sentimenti ne son capaci anche estinguendosi, e perciò medesimo che si estinguono. (16. Luglio. 1822.)

Una macchina dilicata (cioè più diligentemente e perfettamente organizzata) è più facile a guastarsi che una rozza: ma ciò non [2568] toglie che la non sia più perfetta di questa, e che andando come deve andare non vada meglio della rozza, supponendole anche tutt’e due in uno stesso genere, come due orologi. Così l’uomo è più dilicato assai di tutti gli altri animali, sì nella costruzione esterna, sì nelle fibre intellettuali. E perciò egli è senza dubbio il più perfetto nella scala degli animali. Ma ciò non prova ch’egli sia più perfettibile; bensì più guastabile, appunto perchè più delicato. E d’altra parte l’esser più facile a guastarsi, non toglie che non sia veramente la più perfetta delle creature terrestri, come ogni cosa lo dimostra. (18. Luglio. 1822.)

Tutto è arte, e tutto fa l’arte fra gli uomini. Galanteria, commercio civile, cura de’ propri negozi o degli altrui, carriere pubbliche, amministrazione politica interiore ed esteriore, letteratura; in tutte queste [2569] cose, e s’altre ve ne sono, riesce meglio chi v’adopra più arte. In letteratura, (lasciando stare quel che spetta alla politica letteraria, e al modo di governarsi col mondo letterato) colui che scrive con più arte i suoi pensieri, è sempre quello che trionfa, e che meglio arriva all’immortalità, sieno pure i suoi pensieri di poco conto, e sieno pure importantissimi e originalissimi quelli d’un altro che non abbia sufficiente arte nello scrivere: il quale non riuscirà mai a farsi nome, e ad esser letto con piacere, e nemmeno a far valutare, e pigliare in considerazione e studio i suoi pensieri. La natura ha certamente la sua parte, e la sua gran forza; ma quanta sia la parte e la forza della natura in tutte queste cose, rispettivamente a quella dell’arte, mi pare che dopo le gran dispute che se ne son fatte, si possa determinare in questo modo, e precisare [2570] in questi termini. Supposto in due persone ugual grado d’arte, quella ch’è superiore per natura, riesce certamente meglio dell’altra nelle sue imprese. Datemi due persone che sappiano ugualmente scrivere. Quella che ha più genio, sicuramente trionfa nel giudizio de’ posteri e della verità. Datemi due galanti egualmente bravi nel mestier loro. Quello ch’è più bello (in parità d’altre circostanze, come ricchezza, fortuna d’ogni genere, comodità ed occasioni particolari ec.) soverchia sicuramente l’altro. Ma ponete un uomo bellissimo senz’arte di trattar le donne; un gran genio senza scienza o pratica dello scrivere; e dall’altra parte un bruttissimo bene ammaestrato e pratico della galanteria, un uomo freddissimo bene istruito ed esercitato nella maniera d’esporre i propri pensieri, questi due si godranno le donne e la gloria, e quegli altri due staranno indubitatamente a vedere. Dal che si deduce che in ultima [2571] analisi la forza dell’arte nelle cose umane è maggiore assai che non è quella della natura. Lucano era forse maggior genio di Virgilio, nè perciò resta che sia stato maggior poeta, e riuscito meglio nella sua impresa; anzi che veruno lo stimi nemmeno paragonabile a Virgilio.

Queste considerazioni debbono determinare secondo me la parte che ha la natura in quello che si chiama talento, cioè quanto v’abbia di naturale e d’innato nelle facoltà intellettuali di qualunque individuo. Sebbene il talento si consideri come cosa affatto naturale, non è di gran lunga così, come ho mostrato altrove. Ma non è nemmen vero ch’egli sia tutto effetto delle circostanze e assuefazioni acquisite: come si dimostra cogli esempi e comparazioni precedenti. Certo è bensì che di due talenti uguali per natura, ma l’uno [2572] coltivato e l’altro non coltivato, quello si chiama talento, e questo neppur si chiama così, non che sia messo al paro di quello. Dal che di nuovo s’inferisce che la maggior parte del talento umano, e delle facoltà intellettuali è opera delle assuefazioni, e non della natura, è acquisita e non innata; benchè non si fosse potuta acquistare in quel grado senza possedere primitivamente quell’altra minor parte, o sia disposizione naturale, e assuefabilità, suscettibilità, conformabilità. (19. Luglio. 1822.)

Dire che la lingua latina è figlia della greca, perchè vi si trovano molte parole e modi greci introdottivi parte dalla letteratura, parte dal commercio e vicinanza delle colonie greco-italiane, parte dall’antico commercio avuto colla nazione greca sempre mercatrice, parte derivanti dalla stessa comune origine d’ambe le lingue, è lo stesso appunto che vedendo la nostra presente [2573] lingua italiana piena di francesismi, e modellata sulla francese, conchiudere che la lingua italiana è figlia della francese. Anzi v’ha più di francese nella presente lingua italiana (che è quasi una traduzione, e una scimia della francese) di quel che v’abbia di greco nella lingua latina, massime poi dell’antica. Del resto la parità va molto bene a proposito, perchè infatti le lingue italiana e francese sono appunto sorelle, come la greca e la latina. (20. Luglio 1822.)

Omero è il padre e il perpetuo principe di tutti i poeti del mondo. Queste due qualità di padre e principe non si riuniscono in verun altro uomo rispetto a verun’altra arte o scienza umana. Di più, nessuno riconosciuto per principe in qualunque altra arte o scienza, se ne può con questa sicurezza, cagionata dall’esperienza di tanti secoli, chiamar principe [2574] perpetuo. Tale è la natura della poesia ch’ella sia somma nel cominciare. Dico somma e inarrivabile in appresso in quanto puramente poesia, ed in quanto vera poesia, non in quanto allo stile ec. ec. Esempio ripetuto in Dante, che in quanto poeta, non ebbe nè avrà mai pari fra gl’italiani. (21. Luglio 1822.)

Non c’è virtù in un popolo senz’amor patrio, come ho dimostrato altrove. Vogliono che basti la Religione. I tempi barbari, bassi ec. erano religiosi fino alla superstizione, e la virtù dov’era? Se per religione intendono la pratica della medesima, vengono a dire che non c’è virtù senza virtù. Chi è religioso in pratica, è virtuoso. Se intendono la teorica, e la speranza e il timore delle cose di là, l’esperienza di tutti i tempi dimostra che questa non basta a fare un popolo attualmente e praticamente virtuoso. L’uomo, e specialmente [2575] la moltitudine non è fisicamente capace di uno stato continuo di riflessione. Or quello ch’è lontano, quello che non si vede, quello che dee venir dopo la morte, dalla quale ciascuno naturalmente si figura d’esser lontanissimo, non può fortemente costantemente ed efficacemente influire sulle azioni e sulla vita, se non di chi tutto giorno riflettesse. Appena l’uomo entra nel mondo, anzi appena egli esce dal suo interno (nel quale il più degli uomini non entra mai, e ciò per natura propria) le cose che influiscono su di lui, sono le presenti, le sensibili, o quelle le cui immagini sono suscitate e fomentate dalle cose in qualunque modo sensibili: non già le cose, che oltre all’esser lontane, appartengono ad uno stato di natura diversa dalla nostra presente, cioè al nostro stato dopo la morte, e quindi, vivendo noi necessariamente fra [2576] la materia, e fra questa presente natura, appena le sappiamo considerare come esistenti, giacchè non hanno che far punto con niente di quello la cui esistenza sperimentiamo, e trattiamo, e sentiamo ec. La conchiusione è che tolta alla virtù una ragione presente, o vicina, e sensibile, e tuttogiorno posta dinanzi a noi; tolta dico questa ragione alla virtù (la qual ragione, come ho provato, non può esser che l’amor patrio), è tolta anche la virtù: e la ragione lontana, insensibile, e soprattutto, estrinseca affatto alla natura della vita presente, e delle cose in cui la virtù si deve esercitare, questa ragione, dico, non sarà mai sufficiente all’attuale e pratica virtù dell’uomo, e molto meno della moltitudine, se non forse ne’ primi anni, in cui dura il fervore della nuova opinione, come nel primo secolo del Cristianesimo (corrotto già nel secondo. [2577] V. i SS. Padri.) (21. Luglio 1822.)

Alla p. 2558. Anche gli spagnuoli hanno la particella compositiva des corrispondente al nostro dis, ed è fra loro frequentissima. Queste spesso significano cessazione, come desamparar, disguardare, dismettere (che vuol dir cessare da un’opera ec. laddove intermettere vale lasciarla per un poco) ec. ec. Tali particelle potrebbono venire dalla latina de corrotta in des o dis, come da dedignari, disdegnare, desdeñar, ec. e il sopraddetto dismettere forse viene da dimittere che in molti significati non ha la forza della particella di, ma di de, mutata forse in di per la composizione o per corruzione. V. il Forcell. in Dimitto. In ogni modo i nostri composti formati colla particella dis, e gli spagnuoli colla des, ec. possono dimostrare l’esistenza antica di molti tali composti nel latino volgare, non conosciuti nel latino scritto: [2578] o che in esso volgare la detta particella si pronunziasse de, o dis, come abbiamo anche veduto, o nell’un modo e nell’altro, o comunque. (23. Luglio. 1822.)

La lingua latina ebbe un modello d’altra lingua regolata, ordinata, e stabilita, su cui formarsi. Ciò fu la greca, la quale non n’ebbe alcuno. Tutte le cose umane si perfezionano grado per grado. L’aver avuto un modello, al contrario della lingua greca, fu cagione che la lingua latina fosse più perfetta della greca, e altresì che fosse meno libera. (Nè più nè meno dico delle letterature greca e latina rispettivamente; questa più perfetta, quella più originale e indipendente e varia.) I primi scrittori greci, anche sommi, ed aurei, come Erodoto, Senofonte ec. erano i primi ad applicar la dialettica, e l’ordine ragionato all’orazione. Non [2579] avevano alcun esempio di ciò sotto gli occhi. Quindi, com’è naturale a chiunque incomincia, infinite sono le aberrazioni loro dalla dialettica e dall’ordine ragionato. Le quali aberrazioni passate poi e confermate nell’uso dello scrivere, sanzionate dall’autorità, e dallo stesso errore di tali scrittori, sottoposte a regola esse pure, o divenute regola esse medesime, si chiamarono, e si chiamano, e sono eleganze, e proprietà della lingua greca. Così è accaduto alla lingua italiana. La ragione è ch’ella fu molto e da molti scritta nel 300, secolo d’ignoranza, e che anche allora fu applicata alla letteratura in modo sufficiente per far considerare quel secolo come classico, dare autorità a quegli scrittori, presi in corpo e in massa, e farli seguire da’ posteri. I greci o non avevano affatto alcuna lingua coltivata a cui guardare, o se ve n’era, era molto lontana da loro, come forse la sascrita, l’egiziana, ec. e poco o niente nota, neanche ai loro più dotti. Gl’italiani n’avevano, cioè la [2580] latina e la greca. Ma quel secolo ignorante non conosceva la greca, pochissimo la latina, massime la latina buona e regolata. (Fors’anche molti conoscendo passabilmente il latino, e fors’anche scrivendolo con passabile regolatezza, erano sregolatissimi in italiano, per incapacità di applicar quelle regole a questa lingua, che tutto dì favellavano sregolatamente; di conoscere o scoprire i rapporti delle cose ec.) Quei pochi che conobbero un poco di latino, scrissero con ordine più ragionato, come fecero principalmente i frati, Passavanti, F. Bartolommeo, Cavalca ec. Dante, e più ancora il Petrarca e il Boccaccio che meglio di tutti conoscevano il buono e vero latino, meno di tutti aberrarono dall’ordine dialettico dell’orazione. Questi principalmente diedero autorità presso i posteri a’ loro scrittori contemporanei, la massima parte ignoranti, non solo di fatto, ma anche di professione laici e illetterati, e che non pretendevano di scrivere se non per bisogno, come i nostri castaldi. I quali abbondarono di sragionamenti, e disordini gramaticali d’ogni sorta.

Di tali aberrazioni n’hanno tutte le lingue quando si cominciano a scrivere, e tutte nel séguito ne conservano più o meno, sotto il nome di proprietà loro, benchè non sieno [2581] in origine e in sostanza, se non errori de’ loro primi scrittori e letterati, perpetuati nell’uso della scrittura nazionale. Meno d’ogni altra fra le antiche, n’ebbe o ne conservò la lingua latina, per la detta ragione, fra l’altre. Meno di tutte fra l’antiche e le moderne, ne conserva la lingua francese, non per altro se non perch’ella ha rinunziato e derogato e fatta assolutamente irrita l’autorità de’ suoi scrittori antichi, i quali abbondarono di tali aberrazioni o quanto gli altri, o più ancora. Parlo dei veramente antichi, cioè del sec. 160. e non del 170. quando lo spirito, la società e la conversazione francese era già in un alto grado di perfezione.

La ricchezza, il numero e l’estensione, ampiezza ec. delle facoltà di una lingua, è per lo più in proporzione del numero degli scrittori che la coltivarono prima delle regole esatte, della grammatica, e della formazione del Vocabolario. La lingua francese che ha rinunziato all’autorità di tutti gli scrittori propri anteriori alla sua grammatica e al suo Vocabolario (ch’erano anche pochi e di poco conto, e perciò hanno potuto essere scartati), è la meno ricca, e le sue facoltà son più ristrette che non son quelle di qualunqu’altra lingua del mondo. V. p. 2592. (25. Luglio, dì di S. Giacomo, 1822.).

[2582] Il piacere che noi proviamo della Satira, della commedia satirica, della raillerie, della maldicenza ec. o nel farla o nel sentirla, non viene da altro se non dal sentimento o dall’opinione della nostra superiorità sopra gli altri, che si desta in noi per le dette cose, cioè in somma dall’odio nostro innato verso gli altri, conseguenza dell’amor proprio che ci fa compiacere dello scorno e dell’abbassamento anche di quelli che in niun modo si sono opposti o si possono opporre al nostro amor proprio, a’ nostri interessi ec., che niun danno, niun dispiacere, niuno incomodo ci hanno mai recato, e fino anche della stessa specie umana; l’abbassamento della quale, derisa nelle commedie o nelle satire ec. in astratto, e senza specificazione d’individui reali, lusinga esso medesimo la nostra innata misantropia. E dico innata, perchè l’amor proprio, ch’è innato, non può star senza di [2583] lei. (25. Luglio, dì di S. Giacomo maggiore 1822.)

Adesso chi nasce grande, nasce infelice. Non così anticamente, quando il mondo abbondava e di pascolo (cioè di spettacolo e trattenimento), e di esercizio, e di fini, e di premi all’anime grandi. Anzi a quei tempi era fortuna il nascer grande come oggi il nascer nobile e ricco. Perocchè siccome nella monarchia quelli che nascono di grande e ricca famiglia, ricevono le dignità, gli onori, le cariche dalla mano dell’ostetrice (per servirmi di un’espressione di Frontone ad Ver. l. 2. ep. 4. p. 121.), così nè più nè meno accadeva anticamente ai grandi e magnanimi e valorosi ingegni. I quali nelle circostanze, nell’attività e nell’immensa vita di quei tempi, non potevano mancare di svilupparsi, coltivarsi e formarsi; e sviluppati, formati e coltivati non potevano mancar di prevalere e primeggiare; come oggidì possono esser certi di tutto il contrario. [2584] Lascio che quanto gli animi erano più grandi, tanto meglio erano disposti a godere della vita, la quale in quei tempi non mancava, e di tanto maggior vita erano capaci, e quindi di tanto maggior godimento; e perciò ancora era da riputarsi a vera fortuna e privilegio della natura il nascer grand’uomo, e s’aveva a considerare come un effettivo e realizzabilissimo mezzo di felicità: all’opposto di quello che oggi interviene. (26. Luglio, dì di S. Anna. 1822.)

Nelle parole si chiudono e quasi si legano le idee, come negli anelli le gemme, anzi s’incarnano come l’anima nel corpo, facendo seco loro come una persona, in modo che le idee sono inseparabili dalle parole, e divise non sono più quelle, sfuggono all’intelletto e alla concezione, e non si ravvisano, come accadrebbe all’animo nostro disgiunto dal corpo. (27. Luglio. 1822.)

[2585] Ho paragonato altrove gli organi intellettuali dell’uomo agli esteriori, e particolarmente alla mano, e dimostrato che siccome questa non ha da natura veruna facoltà (anzi da principio è inetta alle operazioni più facili e giornaliere), così niuna ne portano gli organi intellettuali, ma solamente la disposizione o possibilità di conseguirne, e questa più o meno secondo gl’individui. Nello stesso modo io non dubito che se meglio si ponesse mente, si troverebbero anche negli organi esteriori dell’uomo, p.e. nella mano, molte differenze di capacità, non solo relativamente alle diverse assuefazioni, e al maggiore o minore esercizio di detto organo, ma naturalmente, e indipendentemente da ogni cosa acquisita; come accade negl’ingegni, che per natura sono qual più qual meno conformabili, e disposti [2586] ad assuefarsi, cioè ad imparare. E forse a queste differenze si vuole attribuire l’eccessiva e maravigliosa inabilità di alcuni che non riescono (anche provandosi) a saper far colle loro mani quello che il più degli uomini fanno tuttogiorno senza pure attendervi nè anche pensarvi; e l’altrettanto mirabile facilità ch’altri hanno d’imparare senza studio, e d’eseguire speditissimamente le più difficili operazioni manuali, che il più degli uomini o non sanno fare, o non fanno se non adagio, e con attenzione. Vero è che si trova molto minor differenza individuale fra la capacità generica della mano di questo o di quello, che fra la capacità de’ vari ingegni. Ma questo nasce che tutti in un modo o nell’altro esercitano la mano, e quindi le danno e proccurano una certa abilità [2587] e assuefabilità generale: non così l’ingegno. Ed è molto maggiore, generalmente parlando, il divario che passa fra l’esercizio de’ diversi ingegni, che fra l’esercizio della mano de’ diversi individui. Divario che non è naturale, e non ha che far colle disposizioni native di tali organi. (28. Luglio. Domenica 1822.)

È frequentissimo e amplissimo nell’Italiano o nello Spagnuolo l’uso della voce termine nel suo plurale massimamente, la quale piglia diversi significati, secondo ch’ell’è applicata. (Questi per lo più importano condizione, stato, essere sustantivo o cosa simile.) Vedi la Crus. Non così nel latino scritto, dov’essa voce non ha che la forza di confine o limite ec. Pur vedi presso il Forcell. nell’ultimo esempio di questa voce, ch’è di Plauto, una frase tutta italiana e spagnuola, la qual può dimostrare che detta voce nel volgare latino avesse o tutti o in parte quegli usi appunto ch’ell’ha nelle dette lingue. V. Du Cange, s’ha nulla. V. anche l’Alberti Diz. franc. Terme in fine. (29. Luglio. 1822.)

[2588] A un giovane il quale essendo innamorato degli studi, diceva che della maniera di vivere, e della scienza pratica degli uomini se n’imparano cento carte il giorno, rispose N. N. ma il libro (ma gli è un libro) è da 15 o 20 milioni di carte. (30. Luglio 1822.)

Da coquere diciamo cocere (che per più gentilezza e per proprietà italiana si scrive cuocere) mutato il qu radicale, in c parimente radicale. Che questa lettera fosse radicale anche ab antico si può raccogliere dalla voce praecox (cioè praecocs) praecocis, la quale (spogliata della prep. prae) forse contiene la radice di coquere. E molte altre pronunzie volgari di voci derivate dal latino, si potrebbono forse dimostrare antichissime con simili osservazioni delle loro radici (o già note, o scopribili), delle voci loro affini ec. (30. Luglio. 1822.). V. Forcellini Coquo, Praecox ec. e il Glossario.

Da quello che altrove ho detto de’ numeri ec. si deduce che gli animali, non avendo lingua, non sono capaci di concepir quantità determinata ec. se non menoma, e ciò non per difetto di ragione, e insufficienza e scarsezza d’intendimento, ma per la detta necessarissima causa. (30. Luglio 1822.). Onde l’idea della quantità determinata (benchè cosa materialissima) è [2589] esclusivamente propria dell’uomo.

La letteratura greca fu per lungo tempo (anzi lunghissimo) l’unica del mondo (allora ben noto): e la latina (quand’ella sorse) naturalissimamente non fu degnata dai greci, essendo ella derivata in tutto dalla greca; e molto meno fu da essi imitata. Come appunto i francesi poco degnano di conoscere e neppur pensano d’imitare la letteratura russa o svedese, o l’inglese del tempo d’Anna, tutte nate dalla loro. Così anche, la lingua greca fu l’unica formata e colta nel mondo allora ben conosciuto (giacchè p.e. l’India non era ben conosciuta). Queste ragioni fecero naturalmente che la letteratura e lingua greca si conservassero tanto tempo incorrotte, che d’altrettanta durata non si conosce altro esempio. Quanto alla lingua n’ho già detto altrove. Quanto alla letteratura, lasciando stare Omero, è prodigiosa la durata della letteratura greca non solo incorrotta, ma nello stato di creatrice. Da Pindaro, Erodoto, Anacreonte, Saffo, Mimnermo, gli altri lirici ec. ella dura senza interruzione fino a Demostene; se non che, dal tempo di Tucidide a Demostene, ella si restringe alla sola Atene per [2590] circostanze ch’ora non accade esporre. V. Velleio lib.1. fine. Nati, anzi propagati e adulti i sofisti e cominciata la letteratura greca (non la lingua) a degenerare, (massime per la perdita della libertà, da Alessandro, cioè da Demostene in poi), ella con pochissimo intervallo risorge in Sicilia e in Egitto, e ancora quasi in istato di creatrice. Teocrito, Callimaco, Apollonio Rodio ec. Finito il suo stato di creatrice, e dichiaratasi la letteratura greca imitatrice e figlia di se stessa, cioè ridotta (come sempre a lungo andare interviene) allo studio e imitazione de’ suoi propri classici antichi, l’esser questi classici, suoi, e questa imitazione, di se stessa, la preserva dalla corruzione, e purissimi di stile e di lingua riescono Dionigi Alicarnasseo, Polibio, e tutta la ϕορὰ di scrittori greci contemporanei al buon tempo della letteratura latina; i quali appartengono alla classe, e sono in tutto e per tutto una ϕορὰ d’imitatori dell’antica letteratura greca, e di quella ϕορὰ durevolissima di scrittori greci classici, ch’io chiamo ϕορὰ creatrice. Corrotta già [2591] la letteratura latina, e sfruttata e indebolita, la greca sopravvive alla sua figlia ed alunna, e s’ella produce degli Aristidi, degli Erodi attici, e altri tali retori di niun conto nello stile (non barbari però, e nella lingua purissimi), ella pur s’arricchisce d’un Arriano, d’un Plutarco, d’un Luciano, ec. che quantunque imitatori, pur sanno così bene scrivere, e maneggiar lo stile e la lingua antica o moderna, che quasi in parte le rendono la facoltà creatrice. Aggiungi che in tal tempo la Grecia, colla sua letteratura e lingua incorrotta, era serva, e l’Italia signora colla sua letteratura e lingua imbastardita e impoverita. (30. Luglio 1822.)

La storia di ciascuna lingua è la storia di quelli che la parlarono o la parlano, e la storia delle lingue è la storia della mente umana. (L’histoire de chaque langue est l’histoire des peuples qui l’ont parlée ou qui la parlent, et l’histoire des langues est l’histoire de l’esprit humain.). (31. Luglio, dì di S. Ignazio Loiola. 1822.)

[2592] Intorno all’etimologia di favellare. L’altre due voci sono favellare e cicalare: l’una si è dir favole; e cicalare si è il cigolare degli uccelli. Cellini Discorso sopra la differenza nata tra gli Scultori e Pittori circa il luogo destro stato dato alla Pittura nelle Essequie del gran Michelagnolo Bonarroti. fine. Opere di Benvenuto Cellini, Mil. 1806-11. vol. 3. p.261. Parla di tre voci che s’usano in lingua toscana per esprimere il parlare, e la prima detta dal Cellini si è ragionare, il che egli dice che vuol fare, e non favellare nè cicalare. (2. Agosto, dì del perdono. 1822.).

Le stelle, i pianeti ec. si chiamano più o men belle, secondo che sono più o meno lucide. Così il sole e la luna secondo che son chiari e nitidi. Questa così detta bellezza non appartiene alla speculazione del bello, e vuol dir solamente che il lucido, per natura, è dilettevole all’occhio nostro, e rallegra l’animo ec. ec. (3. Agosto. 1822.)

Alla p.2581. marg. Fra le lingue antiche, la greca non solo ebbe infiniti scrittori prima della sua grammatica, ma prima ancora d’ogni grammatica conosciuta. Quindi la sua inesauribile ricchezza, e la sua assoluta onnipotenza. La lingua latina per [2593] verità non dico che avesse Vocabolari (sebbene ebbe forse parecchie nomenclature ec. come la greca col tempo ebbe i suoi libri detti ᾽Ατικισταὶ ec. ec.), e certo ebbe parecchi scrittori anteriori alla sua grammatica (fra’ quali se vogliamo porre Cicerone, sarà certo che questi furono i migliori), ma la grammatica essa già l’aveva in quella della lingua greca, studiando la qual lingua per principii e nelle scuole ec. (cosa che i greci non avevano mai fatto con altra lingua del mondo) necessariamente i latini imparavano le regole universali della grammatica e l’analisi esatta del linguaggio, e applicavano tutto ciò alla lingua loro: lasciando star gl’infiniti libri di grammatica greca che già s’avevano dal tempo de’ Tolomei in giù. Quindi la lingua latina, per antica, riuscì meno libera e meno varia d’ogni altra. Laddove la lingua italiana scritta primieramente da tanti che nulla sapevano dell’analisi del linguaggio (poco o nulla studiando altra lingua e grammatica, come sarebbe stata la latina), venne, per lingua moderna, similissima di ricchezza e d’onnipotenza alla greca. La lingua tedesca ha veramente [2594] grammatica, ma non so quanto sia rispettata dagli scrittori tedeschi; ovvero le eccezioni superando le regole, queste vengono ad essere illusorie, e il grammatico non può far altro ch’andar qua e là dietro chi scrive, per vedere e notar come scrivono. Di più ella non ha vocabolario riconosciuto per autorevole, e questo in una lingua moderna è una gran cosa conducentissima alla ricchezza, potenza, libertà della lingua. (4. Agosto. 1822.)

Ho detto altrove che le voci greche nelle lingue nostre non sono altro che termini (in proporzione però del tempo da ch’elle vi sono introdotte: p.e. filosofia e tali altre voci greche venuteci mediante il latino, sono alquanto più che termini), cioè ch’elle non esprimono se non se una pura idea, senz’alcun’altra concomitante. Per questa ragione appunto, oltre le altre notate altrove, le voci greche sono infinitamente a proposito nelle nostre scuole e scienze, perocch’elle rappresentano costantemente e schiettamente quella nuda, secca e semplicissima idea alla quale sono state appropriate; e perciò servono alla precisione [2595] molto meglio di quello che possano mai fare le voci tolte dalle proprie lingue, le quali voci benchè fossero formate, composte ec. di nuovo, sempre porterebbero seco qualche idea concomitante. Ma per questa medesima ragione le voci greche sono intollerabili nella bella letteratura (barbare poi nella poesia, benchè i francesi si facciano un pregio, un vezzo e una galanteria d’introdurcele), dove intollerabili sono le idee secche e nude, o la secca e nuda espressione delle idee. (6. Agosto 1822.)

A ciò che ho detto altrove di quel verso dell’Alfieri, Disinventore od inventor del nulla, soggiungi. Quest’appunto è la mirabile facoltà della lingua greca, ch’ella esprime facilmente, senza sforzo, senza affettazione, pienamente e chiarissimamente, in una sola parola, idee che l’altre lingue talvolta non possono propriamente e interamente esprimere in nessun modo, non solo in una parola, ma nè anche in più d’una. E questo non lo conseguisce la detta lingua per altro mezzo che della immensa facoltà de’ composti.

[2596] Quanta sia l’influenza dell’opinione e dell’assuefazione anche sui sensi, l’ho notato altrove coll’esempio del gusto, che pur sembra uno de’ sensi più difficili ad essere influiti da altro che dalle cose materiali. Aggiungo una prova evidente. Io mi ricordo molto bene che da fanciullo mi piaceva effettivamente e parevami di buon sapore tutto quello che (per qualunque motivo ch’essi s’avessero) m’era lodato per buono da chi mi dava a mangiare. Moltissime delle quali cose, ch’effettivamente secondo il gusto dei più, sono cattive, ora non solo non mi piacciono, ma mi dispiacciono. Nè per tanto il mio gusto intorno ai detti cibi s’è mutato a un tratto, ma appoco appoco, cioè di mano in mano che la mente mia s’è avvezzata a giudicar da se, e s’è venuta rendendo indipendente dal giudizio e opinione degli altri, e dalla prevenzione che preoccupa la sensazione. La qual assuefazione ch’è propria dell’uomo, e ch’è generalissima, potrà essere ridicolo, ma pur è verissimo il dire che influisce anche in queste minuzie, e determina il giudizio [2597] del palato sulle sensazioni che se gli offrono, e cambia il detto giudizio da quello che soleva essere prima della detta assuefazione. In somma tutto nell’uomo ha bisogno di formarsi; anche il palato: ed è cosa facilissimamente osservabile che il giudizio de’ fanciulli sui sapori, e sui pregi e difetti dei cibi relativamente al gusto, è incertissimo, confusissimo e imperfettissimo: e ch’essi in moltissimi, anzi nel più de’ casi non provano punto nè il piacere che gli uomini fatti provano nel gustare tale o tal cibo, nè il dispiacere nel gustarne tale o tal altro. Lascio i villani, e la gente avvezza a mangiar poco, o male, o di poche qualità di cibi, il cui giudizio intorno ai sapori (anzi il sentimento ch’essi ne provano) è poco meno imperfetto e dubbio che quel dei fanciulli. Tutto ciò a causa dell’inesercizio del palato.

Del resto quello ch’io ho detto di me stesso, avviene indubitatamente a tutti, e ciascuno se ne potrà ricordare. Perchè sebbene non tutti, col crescere, si liberano dall’influenza della prevenzione, [2598] e acquistano l’abito di giudicare da se generalmente parlando, pure, in quanto alle sensazioni materiali, difficilmente possono mancare di acquistarlo, essendo cosa di cui tutti gli spiriti sono capaci. Nondimeno anche questo va in proporzione degl’ingegni, e della maggiore o minore conformabilità, ed io ho espressamente veduto uomini di poco, o poco esercitato talento, durar lunghissimo tempo a compiacersi di saporacci e alimentacci ai quali erano stati inclinati nella fanciullezza. E ho veduto pochi uomini il cui spirito dalla fanciullezza in poi abbia fatto notabile progresso, pochi, dico, n’ho veduti, che anche intorno ai cibi non fossero mutati quasi interamente di gusto da quel ch’erano stati nella puerizia.

Ben potrebbono tuttavia esser poco conformabili i sensi esteriori, o qualcuno de’ medesimi, in un uomo di conformabilissimo ingegno. Ma si vede in realtà che questo accade di rado, e per lo più la natura degli individui (come quella delle specie, e dei generi, e come la natura universale) si corrisponde appresso a poco in ciascuna sua parte. [2599] E in questo caso particolarmente ciò è ben naturale, poichè la conformabilità non è altro che maggiore o minor dilicatezza di organi e di costruzione; e difficilmente si trovano affatto rozzi, duri, non pieghevoli i tali o tali organi in un individuo che sia dilicatamente formato nell’altre sue parti. Come infatti è osservato da’ fisici che l’uomo (della cui suprema conformabilità di mente diciamo altrove) è parimente di tutti gli animali il più abituabile, e il più conformabile nel fisico: però il genere umano vive in tutti i climi, e uno individuo medesimo in vari climi ec. a differenza degli altri animali, piante ec. Così mi faceva osservare in Firenze il Conte Paoli. (6. Agosto. 1822.)

L’uniformità è certa cagione di noia. L’uniformità è noia, e la noia uniformità. D’uniformità vi sono moltissime specie. V’è anche l’uniformità prodotta dalla continua varietà, e questa pure è noia, come ho detto altrove, e provatolo con esempi. V’è la continuità di tale o tal piacere, la qual continuità è uniformità, e perciò noia ancor essa, benchè il suo soggetto sia il piacere. Quegli sciocchi poeti, i quali vedendo che le descrizioni nella poesia sono piacevoli hanno ridotto la poesia a continue descrizioni, hanno tolto il piacere, e sostituitagli la noia (come i bravi poeti stranieri moderni, detti descrittivi): ed io ho veduto persone di niuna letteratura, leggere avidamente l’Eneide [2600] (ridotta nella loro lingua) la qual par che non possa esser gustata da chi non è intendente, e gettar via dopo i primi libri le Metamorfosi, che pur paiono scritte per chi si vuol divertire con poca spesa. Vedi quello che dice Omero in persona di Menelao: Di tutto è sazietà, della cetra, del sonno ec. La continuità de’ piaceri, (benchè fra loro diversissimi) o di cose poco differenti dai piaceri, anch’essa è uniformità, e però noia, e però nemica del piacere. E siccome la felicità consiste nel piacere, quindi la continuità de’ piaceri (qualunque si sieno) è nemica della felicità per natura sua, essendo nemica e distruttiva del piacere. La Natura ha proccurato in tutti i modi la felicità degli animali. Quindi ell’ha dovuto allontanare e vietare agli animali la continuità dei piaceri. (Di più abbiamo veduto parecchie volte come la Natura ha combattuto la noia in tutti i modi possibili, ed avutala in quell’orrore che gli antichi le attribuivano rispetto al vuoto.) Ecco come i mali vengono ad esser necessarii alla stessa felicità, e pigliano vera e reale essenza [2601] di beni nell’ordine generale della natura: massimamente che le cose indifferenti, cioè non beni e non mali, sono cagioni di noia per se, come ho provato altrove, e di più non interrompono il piacere, e quindi non distruggono l’uniformità, così vivamente e pienamente come fanno, e soli possono fare, i mali. Laonde le convulsioni degli elementi e altre tali cose che cagionano l’affanno e il male del timore all’uomo naturale o civile, e parimente agli animali ec. le infermità, e cent’altri mali inevitabili ai viventi, anche nello stato primitivo, (i quali mali benchè accidentali uno per uno, forse il genere e l’università loro non è accidentale) si riconoscono per conducenti, e in certo modo necessarii alla felicità dei viventi, e quindi con ragione contenuti e collocati e ricevuti nell’ordine naturale, il qual mira in tutti i modi alla predetta felicità. E ciò non solo perch’essi mali danno risalto ai beni, e perchè più si gusta la sanità dopo la malattia, e la calma dopo la tempesta: ma perchè senza essi mali, i beni [2602] non sarebbero neppur beni a poco andare, venendo a noia, e non essendo gustati, nè sentiti come beni e piaceri, e non potendo la sensazione del piacere, in quanto realmente piacevole, durar lungo tempo ec. (7. Agosto 1822.).

῎Εργα νέων, βουλαὶ δὲ μέσων, εὐχαὶ δὲ γερόντων. Verso di non so qual poeta antico, applicabile e proporzionabile alle diverse età del genere umano, come lo è qualunque cosa si possa dire intorno alle diverse età dell’individuo. E infatti del secol nostro non è proprio altro che il desiderio (eternamente inseparabile dall’uomo anche il più inetto, e debole, e inattivo e non curante; per cagione dell’amor proprio che spinge alla felicità, la qual mai non s’ottiene) e il lasciar fare. (7. Agosto. 1822.)

Ho mostrato altrove che quasi tutte le principali scoperte che servono alla vita civile sono state opera del caso, e tiratone le sue conseguenze. Voglio ora spiegare e confermar la cosa con un esempio. L’arte di fare il vetro, anzi l’idea di farlo, e la pura cognizione di poterlo fare (la qual arte è antichissima), è egli credibile che sia mai potuta venire [2603] all’uomo per via di ragionamento? Cavar dalle ceneri, e altre materie la cui specie esteriore è toto coelo distante dalla forma e qualità del vetro (v. l’Arte Vetraria d’Antonio Neri) un corpo traslucido, fusibile, configurabile a piacimento ec. ec. può mai essere stato a principio insegnato da altro che da uno o più semplicissimi e assolutissimi casi? Ora quanta parte abbia l’uso del vetro nell’uso della vita e delle comodità civili, com’esso appartenga al numero dei generi necessari, come abbia servito alle scienze, quante immense e infinite scoperte si sieno fatte in ogni genere per mezzo de’ vetri ridotti a lenti ec. ec. ec., quanto debbano al vetro l’Astronomia, la Notomia, la Nautica (tanto giovata e promossa dalla scoperta dei satelliti di Giove fatta col telescopio ec.), tutte queste cose mi basta accennarle. Ma le accenno affinchè si veda che quando anche le successive scoperte, perfezionamenti ec. fatti, acquistati ec. intorno al vetro, o per mezzo del vetro ec. non sieno stati casuali ma pensati (sebbene l’invenzione dell’occhiale e del Cannocchiale si dice che fosse a caso): contuttociò si debbono [2604] tutti, esattamente parlando, riconoscere per casuali, essendo casuale la loro origine, cioè l’invenzione del vetro, senza la quale niente del sopraddetto avrebbe avuto luogo. E però tutta quella parte (non piccola) del sapere, dei comodi, della civiltà umana che ha dipendenza e principio ec. dall’invenzione del vetro, e che senza questa non si sarebbe conseguita, è realmente casuale, e per puro caso acquistata.

E che queste ed altre simili innumerevoli scoperte sieno state veri casi, si può arguire anche dal vedere che moltissimi popoli composti di esseri che per natura, ingegno naturale, ec. erano e sono in tutto come noi, non essendosi dati presso loro, i casi che si son dati presso noi, mancavano o mancano affatto di queste o quelle invenzioni e di tutti i progressi dello spirito umano che ne son derivati: e ciò quando anche detti popoli fossero in molta società, ed avessero fatto molte altre scoperte, quali erano p.e. in America i Messicani, popolo in gran parte civile, che non per tanto mancava appunto del vetro.

[2605] Di più osservo che quantunque la Chimica abbia fatto oggidì tanti progressi, e sia così dichiarata e distinta ne’ suoi principii, in maniera da parere ch’ella potesse e dovesse far grandi scoperte, non più attribuibili al caso, ma solo al ragionamento; niuna mai ne ha fatta che abbia di grandissima lunga l’importanza e l’influenza di quelle che ci son venute dagli antichi, fatte in tempi d’ignoranza, e senza principii, o con pochissimi e indigesti e mal intesi principii delle analoghe scienze (la scoperta della polvere, del vetro ec.) Tutto quel ch’ha fatto è stato di perfezionar le antiche, o di farne delle analoghe (come quella della polvere fulminante) che non si sarebbero fatte se le antiche non fossero state già conosciute. E quel che dico della Chimica dico delle altre scienze. Voglio inferire che quelle principali scoperte che o subito, o col perfezionamento, accrescimento, applicazione ch’hanno poi subìto, decisero e decidono, cagionarono e cagionano in gran parte i progressi dello spirito umano, originariamente non sono effetti della scienza [2606] nè del discorso, ma del puro caso, essendo state fatte ne’ tempi d’ignoranza, e non sapendosene far di gran lunga delle simili colla maggior possibile scienza. E che per tanto tutta quella parte del sapere e della civiltà, tutto quel preteso perfezionamento dell’uomo e della società che dipende in qualunque modo dalle predette scoperte (la qual parte è grandissima anzi massima), non è stato nè preordinato nè prevoluto dalla natura, perchè quegli che non ha preordinato nè prevoluto le cause e le prime indispensabili origini (le quali, come dico, sono state assolutamente accidentali), non può avere ordinato nè voluto gli effetti. (10. Agosto, dì di S. Lorenzo. 1822.)

Quello che ho detto del vetro, si dee dire di mille e mille altre importantissime invenzioni, che senza una benchè menoma notizia e traccia ec. che però il solo caso ha potuto somministrare, non si sarebbero mai potute fare, e però son tutte casuali, per applicate, accresciute, perfezionate che sieno state in seguito, e quando anche non si possano più riconoscere da quel che furono [2607] a principio, non si possa neanche investigare la loro prima origine e forma e natura, ec. ec. (10. Agosto. 1822.)

Così tosto come il bambino è nato, convien che la madre che in quel punto lo mette al mondo, lo consoli, accheti il suo pianto, e gli alleggerisca il peso di quell’esistenza che gli dà. E l’uno de’ principali uffizi de’ buoni genitori nella fanciullezza e nella prima gioventù de’ loro figliuoli, si è quello di consolarli, d’incoraggiarli alla vita; perciocchè i dolori e i mali e le passioni riescono in quell’età molto più gravi, che non a quelli che per lunga esperienza, o solamente per esser più lungo tempo vissuti, sono assuefatti a patire. E in verità conviene che il buon padre e la buona madre studiandosi di racconsolare i loro figliuoli, emendino alla meglio, ed alleggeriscano il danno che loro hanno fatto col procrearli. Per Dio! perchè dunque nasce l’uomo? e perchè genera? per poi racconsolar quelli che ha generati del medesimo essere stati generati? (13. Agosto 1822.)

[2608] Si può scrivere in italiano senza scrivere in maniera italiana, laddove non si può quasi scrivere in francese che non si scriva alla maniera francese. E si può scrivere e parlare in italiano e non all’italiana: scrivere un italiano non italiano ec. (16. Agosto, dì di S. Rocco. 1822.)

Sallustio, Catil. c.23. Maria montesque polliceri. Non si trova, ch’io sappia, questo proverbio, oggi volgarissimo in Italia, se non in questo scrittore studiosissimo delle voci e maniere antiche, e che per conseguenza bene spesso declina alle voci e maniere popolari, come sempre accade agli scrittori studiosi dell’antichità della lingua, della quale antichità principal conservatrice è la plebe. (17. Agosto. 1822.)

La nazione spagnuola poetichissima per natura e per clima fra tutte l’Europee (non agguagliata in ciò che dall’Italia e dalla Grecia), e fornita di lingua poetichissima fra le lingue perfette (non inferiore in detta qualità se non all’italiana, e non agguagliata di gran lunga da nessun’altra) non ha mai prodotto un poeta nè un poema che sia o sia stato di celebrità veramente [2609] europea. Tanto prevagliono le istituzioni politiche alle qualità naturali. ῞Ημισυ γὰρ τ᾽ ἀρετῆς ἀποαίνυται δούλιον ἦμαρ (Homer.). E questa osservazione può molto servire a quelli che sostengono la maggiore influenza del governo rispetto al clima. (18. Agosto. Domenica. 1822.)

L’immenso francesismo che inonda i costumi e la letteratura e la lingua degl’italiani e degli altri europei, non è bevuto se non dai libri francesi, e dall’influenza delle loro mode, e coll’andarli a trovare in casa loro, il che per quanto sia frequente, non può mai esser gran cosa. Laddove Roma e l’Italia da’ tempi del secondo Scipione in poi, e massime sotto i primi imperatori, era piena di greci (greci proprii, o nativi d’altri paesi grecizzati); n’eran piene le case de’ nobili, dove i greci erano chiamati e ricevuti e collocati stabilmente in ogni genere di uffici, da quei della cucina, fino a quello di maestro di filosofia ec. ec. (V. Luciano περὶ τῶν ἐπὶ μισϑῷ συνόντων, [2610] e l’epig. di Marziale del graeculus esuriens ec. ec.); n’eran pieni i palazzi e gli offici pubblici: oltre che tutti i ricchi mandavano i figli a studiare in Grecia, e questi poi divenivano i principali in Roma e in Italia, nelle cariche, nel foro ec. Quindi si può stimar quale e quanto dovesse necessariamente essere il grecismo de’ costumi, e letteratura, e quindi della lingua in Italia a quei tempi. Aggiunto che anche le donne avevano a sapere il greco, lo studio che tutti più o meno facevano de’ loro libri, e il piacere che ne prendevano, e le biblioteche che ne componevano ec. ec. (18. Agosto. Domenica. 1822.)

Dicasi quel che si vuole. Non si può esser grandi se non pensando e operando contro ragione, e in quanto si pensa e opera contro ragione, e avendo la forza di vincere la propria riflessione, o di lasciarla superare dall’entusiasmo, che sempre e in qualunque caso trova in essa un ostacolo, e un nemico mortale, e una virtù estinguitrice, e raffreddatrice. (22. Agosto 1822.)

[2611] Nessuna cosa è vergognosa per l’uomo di spirito nè capace di farlo vergognare, e provare il dispiacevole sentimento di questa passione, se non solamente il vergognarsi e l’arrossire. (22. Agosto. 1822.)

Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che il suo stile sia padrone delle cose: e in ciò consiste la perfezion dell’arte, e la somma qualità dell’artefice. Alcuni de’ pochissimi che meritano nell’Italia moderna il nome di scrittori (anzi tutti questi pochissimi), danno a vedere di essere padroni dello stile: vale a dir che il loro stile è fermo, uguale, non traballante, non sempre sull’orlo di precipizi, non incerto, non legato e rétréci, come quello di tutti gli altri nostri moderni, francesisti o no, ma libero e sciolto e facile, e che si sa spandere e distendere e dispiegare e scorrere, sicuro di non dir quello che lo scrittore non vuole intendere, sicuro di non dir nulla in quel modo che lo scrittore non lo vuol dire, sicuro di non dare in un altro stile, di non cadere in una qualità che lo scrittore voglia evitare; procede a piè saldo senza inciampare nè dubitare di se stesso, non va a trabalzoni, ora in cielo ora in terra, or qua or là, ec. Tutte queste qualità nel loro stile si trovano, e si dimostrano, cioè si fanno sentire al lettore. Questi tali son padroni del loro stile. Ma il loro stile non è padrone delle cose, vale [2612] a dir che lo scrittore non è padrone di dir nel suo stile tutto ciò che vuole, o che gli bisogna dire, o di dirlo pienamente e perfettamente: e anche questo si fa sentire al lettore. Perciocchè spessissimo occorrendo loro molte cose che farebbero all’argomento, al tempo, ec. che sarebbero utili o necessarie in proposito, e ch’essi desidererebbero dire, e concepiscono perfettamente, e forse anche originalmente, e che darebbero luogo a pensieri notabili e belli; essi scrittori, ben conoscendo questo, tuttavia le fuggono, o le toccano di fianco, e di traverso, e se ne spacciano pel generale, o ne dicono sola una parte, sapendo ben che tralasciano l’altra, e che sarebbe bene il dirla, o in somma non confidano o disperano di poterle dire o dirle pienamente nel loro stile. La qual cosa non è mai accaduta ai veri grandi scrittori, ed è mortifera alla letteratura. E per ispecificare; i detti scrittori sono e si mostrano sicuri di non dare nel francese (cioè in quel cattivo italiano che è proprio del nostro tempo, e quindi naturale anche a loro, anzi solo naturale), ma non sono nè si mostrano sicuri di [2613] poter dire nel buono italiano tutto quello che loro occorra; come lo erano i nostri antichi. Anzi lasciano ottimamente sentire, che molte cose quasi necessarie, e delle quali si compiacerebbero se le avessero potuto e saputo dire nel buono italiano, e la cui mancanza si sente, e che molte volte sono anche notissime a tutti in questo secolo, essi le tralasciano avvertitamente, e le dissimulano, almeno da qualche necessaria parte, e se ne mostrano o ignoranti, o poco istruiti, o di non averle concepite, quando pur l’hanno fatto anche più degli altri, e che in somma non ardiscono dirle per timore di offendere il buono italiano e il proprio stile. Il qual timore e la quale impotenza assicurerebbe alla letteratura e filosofia italiana di non dar mai più un passo avanti, e di non dir mai più cosa nuova, come pur troppo si verifica nel fatto. (27. Agosto. 1822.)

Lo scriver francese tutto staccato, dove il periodo non è mai legato col precedente (anzi è vizio la collegazione e congiuntura de’ periodi, come [2614] nelle altre lingue è virtù), il cui stile non si dispiega mai, e non sa nè può nè dee mai prendere quell’andamento piano, modesto disinvoltamente, unito e fluido che è naturale al discorso umano, anche parlando, e proprio di tutte le altre nazioni; questo tale scrivere, dico io, fuor del quale i francesi non hanno altro, è una specie di Gnomologia. E queste qualità gli convengono necessariamente, posto quell’avventato del suo stile, di cui non sanno fare a meno i francesi, e senza cui non trovano degno alcun libro di esser letto. Per la quale avventatezza lo scrittore e il lettore hanno di necessità ogni momento di riprender fiato. E par proprio così, che lo scrittore parli con quanto ha nel polmone, e perciò gli convenga spezzare il suo dire, e fare i periodi corti, per fermarsi a respirare. (28. Agosto 1822.). Effettivamente il tuono di qualunque scrittura francese fin dalla prima sillaba è quello di uno che parla ad alta voce. Tale riesce almeno per chi non [2615] è francese, e per chi non è assuefatto durante tutta la sua vita a letture francesi ec. Quel tuono moderato del discorso naturale, col qual tuono gli antichi aprivano anche le loro Orazioni, e fra queste, anche [le] più veementi e passionate, è una qualità eterogenea anche alle lettere familiari de’ francesi. (28. Agosto 1822.)

In questa, come in molte altre qualità, lo scriver francese si rassomiglia allo stile orientale, il quale anch’esso per le medesime ragioni, e per loro necessaria conseguenza è tutto spezzato, come si vede ne’ libri poetici e sapienziali della scrittura. La lingua ebraica manca quasi affatto di congiunzioni d’ogni sorta, e non può a meno di passar da un periodo all’altro senza legame, se pure vuol servire alla varietà, perchè altrimenti tutti i suoi periodi comincerebbero, come moltissimi cominciano, dall’uau. Ma ciò può esser virtù per gli orientali, essendo difetto ne’ francesi: perchè a quelli è naturale, a questi no. Neppur noi italiani, neppur gli spagnuoli hanno quella tanta soprabbondanza di sentimento vitale, e quella tanta veemenza e rapidità naturale e abituale e fisica d’immaginazione che hanno gli orientali; a cui perciò riesce insoffribilmente languido e lento quell’andamento dello scrivere che per noi è moderato, e quelle immagini ec. che per noi tengono [2616] il giusto mezzo; e a cui riesce moderatissimo quel che riesce eccessivo per noi. Ma se neppur gl’italiani e neppur gli spagnuoli hanno la forza abituale e fisica della vita interna che hanno gli orientall, molto meno ci arriveranno i francesi. E in verità il modo del loro scrivere è per loro abito, non già natura, come si può vedere anche ne’ loro scrittori antichi. (28. Agosto. 1822.)

La niuna società dei letterati tedeschi, e la loro vita ritirata e indefessamente studiosa e di gabinetto, non solo rende le loro opinioni e i loro pensieri indipendenti dagli uomini (o dalle opinioni altrui), ma anche dalle cose. Laonde le loro teorie, i loro sistemi, le loro filosofie, sono per la più parte (a qualunque genere spettino: politico, letterario, metafisico, morale, ec. ed anche fisico) poemi della ragione. In fatti delle grandi e vere e sode scoperte sulla natura e la teoria dell’uomo, de’ governi ec. ec. la fisica generale ec. n’han fatto gl’inglesi (come Bacone, Newton, Locke), i francesi (come Rousseau, Cabanis) e anche qualche italiano (come Galilei, Filangieri ec.), ma i tedeschi nessuna, benchè tutto quello che i loro [2617] filosofi scrivono, sia, per qualche conto, nuovo, e benchè i tedeschi abbondino d’originalità in ogni genere sopra ogni altra nazion letterata (ma non sanno essere originali se non sognando): e benchè la nazion tedesca abbia tanti metafisici, computando anche i soli moderni, quanti non ne hanno le altre nazioni tutte insieme, computando i moderni e gli antichi: e bench’ella sia profondissima d’intelletto per natura, e per abito. Di più i letterati tedeschi hanno appunto in sommo grado quello che si richiede al filosofo per non esser sognatore, e per non discostarsi dal vero andandone in cerca: il che i filosofi delle altre nazioni non sogliono avere. Vale a dir che i tedeschi hanno un sapere immenso, una cognizione quasi (s’egli è possibile) intera e perfetta di tutte le cose che sono e che furono. Ed essendo essi così padroni della realtà per forza del loro studio, e gli altri letterati essendo così poco padroni de’ fatti, è veramente maraviglioso, come certissimo, che [2618] laddove l’altre nazioni oramai tutte filosofano anche poetando, i tedeschi poetano filosofando. E si può dir con verità che il menomo e il più superficiale de’ filosofi francesi (così leggieri e volages per natura e per abito) conosce meglio l’uomo effettivo e la realtà delle cose, di quel che faccia il maggiore e il più profondo de’ filosofi tedeschi (nazione sì riflessiva). Anzi la stessa profondità nuoce loro: e il filosofo tedesco tanto più s’allontana dal vero, quanto più si profonda o s’inalza; all’opposto di ciò che interviene a tutti gli altri. (29. Agosto. 1822.). I tedeschi incontrano molto meglio e molto più spesso nel vero quando scherzano, o quando parlano con una certa leggerezza e guardando le cose in superficie, che quando ragionano: e questo o quel romanzo di Wieland contiene un maggior numero di verità solide, o nuove, o nuovamente dedotte, o nuovamente considerate, sviluppate ed espresse, anche di genere astratto, che non ne contiene la Critica della ragione di Kant. (30. Agosto 1822.). Vedi l’abbozzo del mio discorso sopra i costumi presenti degl’italiani.

[2619] È curioso l’osservare come l’universalità sia passata dalla lingua greca ch’è la più ricca, vasta, varia, libera, ardita, espressiva, potente, naturale di tutte le lingue colte, alla francese ch’è la più povera, limitata, uniforme, schiava, timida, languida, inefficace, artifiziale delle medesime. E più curioso che l’una e l’altra lingua abbiano servito all’universalità appunto perchè possedevano in sommo grado le predette qualità, che sono contrarie direttamente fra loro. E pur tant’è, ed anche oggidì dalla lingua francese in fuori, non v’è, e mancando la lingua francese, non vi sarebbe lingua meglio adattata all’universalità della greca, ancorchè morta, (2. Settem. 1822.) ed ancorch’ella sia precisamente l’estremo opposto alla lingua francese. (2. Sett. 1822.)

Alla p. 1271. Io tengo per certissimo che l’invenzione dell’alfabeto sia stata una al mondo, voglio dir che la scrittura alfabetica non sia stata inventata in più luoghi (o al medesimo tempo o in diversi tempi) ma in un solo, e da [2620] questo sia passata la cognizione e l’uso della detta scrittura di mano in mano a tutte le nazioni che scrivono alfabeticamente. Non è presumibile che un’invenzione ch’è un miracolo dello spirito umano (o forse ha la sua origine dal caso come il più delle invenzioni strepitose) sia stata ripetuta da molti, cioè fatta di pianta da molti spiriti. E la storia conferma ciò ch’io dico. 1. Le nazioni che non hanno, o non hanno avuto commercio con alcun’altra, o con alcun’altra letterata, non hanno avuto o non hanno alfabeto. Cento altre nostre cognizioni mirabili si son trovate sussistenti presso questo o quel popolo nuovamente scoperto: l’alfabeto (primo mezzo di vera civilizzazione) non mai. Il Messico avea governo, politica, nobiltà, gerarchie, premi militari, anzi Ordini cavallereschi rimuneratorii del merito, calendario, architettura, idraulica, cento belle arti manuali, navigazione, ec. ec. ed anche storie e libri geroglifici, ma non alfabeto. La China ha inventato polvere, bussola, e fino la stampa; ha infiniti libri, ha prodotto un Confucio, [2621] ha letteratura, ha gran numero di letterati, fino a farne più classi distinte, con graduazioni, lauree, studi pubblici ec. ec. ma non ha alfabeto (benchè i libri cinesi si vendano tutto dì per le strade della China al minutissimo popolo, e anche ai fanciulli, e la professione del libraio sia delle più ordinarie e numerose). 2. Si sa espressamente per tradizione che gli alfabeti son passati da paese a paese. La Grecia narra d’avere avuto il suo dalla Fenicia; così ec. ec. ec. 3. Grandissima parte degli alfabeti dimostra l’unità dell’origine guardandone sottilmente o il materiale, o i nomi delle lettere (come quelli del greco paragonati agli ebraici ec. ec.). E questo, non ostante che le nazioni siano disparatissime, e niun commercio sia mai stato fra talune di esse, come tra gli ebrei e i latini antichi che ricevettero l’alfabeto (forse) dalla Grecia, che l’ebbe dalla Fenicia, che l’ebbe da’ samaritani o viceversa ec. ec. e così l’alfabeto latino vien pure a ravvicinarsi sensibilmente all’ebraico. [2622] 4. Se alcuni alfabeti non dimostrano affatto alcuna somiglianza con verun altro, nè per figura nè per nomi ec. ciò non conclude in contrario. Ma vuol dire, o che l’antichità tolse loro, o agli alfabeti nostri ogni vestigio della loro primissima origine; o piuttosto che quelle tali nazioni ricevendo pur di fuori, come le altre, l’uso della scrittura alfabetica, o non adottarono però l’alfabeto straniero, o adottatolo lo vennero appoco [appoco] perfezionando, cioè accomodando alla loro lingua, finchè lo mutarono affatto: o vero tutto in un tratto gliene sostituirono un altro nuovo e proprio loro, come fu dell’alfabeto armeno, sostituito al greco ch’era stato usato fino allora dalla nazione, la quale col mezzo di esso aveva imparato a scrivere, e conosciuto l’uso dell’alfabeto, del che vedi p.2012. (2. Sett. 1822.)

Le nazioni civili dell’Asia, dopo la conquista d’Alessandro erano veramente δίγλωττοι cioè parlavano e scrivevano la lingua greca, non come propria, ma come lingua colta, e nota universalmente, [2623] e letta da per tutto (e così deve intendersi il luogo di Cic. pro Archia), e come noi o gli svedesi o i russi o gli olandesi scrivono il francese: noi (più di rado) per cagione della sua universalità; quegli altri, come anche i polacchi, e al tempo di Federico i prussiani, per non aver lingua che sia o fosse ancora abbastanza capace ec. Nè si dee credere che le lingue patrie di quelle nazioni, fossero spente, neanche diradate dall’uso, e sostituita loro la greca nella conversazione quotidiana, come accadde della latina, nelle nazioni latinizzate. Restano anche oggi le lingue asiatiche antiche, o dialetti derivati da quelle, o composti di quelle e d’altre forestiere, come dell’arabica ec. E v. ciò che s’è detto altrove di Giuseppe Ebreo, e Porfirio Vit. Plotini c.17. nel Fabric. B. G. t.4. p. 119-120. (e quivi la nota) κατὰ μὲν πάτρον διάλεκτον. Di questi δίγλωττοι che scrivevano in lingua non loro, e pure scrivevano anche egregiamente, fu Luciano da Samosata, v. le sue opp., dove fa cenno della sua lingua patria, e tali altri di que’ tempi; anzi tutti gli Asiatici [2624] che scrissero in greco (eccetto quelli delle Colonie, come Arriano, Dionigi Alicarnasseo ec.), alcuni Galli non Marsigliesi nè d’altra colonia greco-gallica (come Favorino), alcuni Africani, massime Egiziani (perchè nel resto dell’Affrica, esclusa la Cirenaica, trionfò la lingua latina, ma come lingua de’ letterati e del governo ec. non come popolare, per quanto sembra), alcuni italiani (come M. Aurelio) ec. ec. (9. Sett. 1822.)

Questo appunto fu quello che la lingua latina non ottenne mai, o quasi mai, cioè d’esser bene intesa, parlata, letta, scritta da quelli che non la usavano quotidianamente come propria, e così si deve intendere il citato luogo di Cic. latina suis finibus, exiguis sane, continentur. Pur non erano tanto ristretti neppur allora, quanto all’uso quotidiano, essendo già stabilito il latino in Affrica ec.

Visto non è altro che una contrazione del participio visitus (come quisto di quesitus in ispagnuolo), ignoto agli scrittori latini. (14. Sett. 1822.)

Per la Dissertazione dell’antico volgare latino vedi fra gli altri il Pontedera, Antiquitatum latinarum graecarumque enarrationes atque emendationes. Patav. Manfrè, typis Seminarii, 1740. 4to epist. 1.2. principalmente. (15. Sett. dì della B. V. Addolorata. 1822.). V. anche il Lanzi Saggio sulla lingua etrusca.

Ho detto in più luoghi che l’opinione è Signora degli individui e delle nazioni, che [2625] tali sono e furono e saranno quelli e queste, quali sono o furono o saranno le loro opinioni e persuasioni e principii. La cosa è naturalissima, e conseguenza necessaria dell’amor proprio in un essere ragionante. Perocchè l’amor proprio porta l’uomo a sceglier sempre quello che se gli rappresenta come suo maggior bene. Ma qual cosa se gli rappresenti come tale, ciò dipende dall’opinione, e così la libertà dell’uomo è sempre determinata dall’intelletto. Quindi sebben l’uomo alle volte si scosta da’ suoi principii, considerando per allora come suo maggiore bene quello che pur è contrario ai medesimi, nondimeno è naturale che la massima parte delle operazioni, desiderii, costumi ec. sì degl’individui sì de’ popoli sia conforme ai principii tenuti dal loro intelletto stabilmente e abitualmente. (16. Sett. 1822.)

Ho detto altrove che le antiche nazioni si stimavano ciascuna di natura diversa dalle altre, [2626] non consideravano queste come loro simili, e quindi non attribuivano loro nessun diritto, nè si stimavano obbligate ad esercitar cogli esteri la giustizia distributiva ec. se non in certi casi, convenuti generalmente per necessità, come dire l’osservazion de’ trattati, l’inviolabilità degli araldi ec. cose tutte, la ragion delle quali appoggiavano favolosamente alla religione, come quelle che da una parte erano necessarie volendo vivere in società, dall’altra non avevano alcun fondamento nella pretesa legge naturale. Quindi gli araldi amici e diletti di Giove presso Omero ec. quindi il violare i trattati era farsi nemici gli Dei (v. Senof. in Agesilao) ec. Ho citato l’Epitafios attribuito a Demostene per provare che questa falsa, ma naturale idea della superiorità loro ec. ec. sulle altre nazioni, le confermavano [2627] le nazioni antiche, e poi le fondavano sulle favole, e sulle storie da loro inventate, tradizioni ec. dando così a questo inganno una ragione, e una forza di massima e di principio. Anche più notabile in questo proposito è quel che si legge nel Panegirico d’Isocrate verso il principio, dove fa gli Ateniesi superiori per natura ed origine a tutti gli uomini. V. anche l’oraz. della Pace, dove paragona gli Ateniesi coi Τριβαλλοί, e coi Λευκανοί. Similmente il popolo Ebreo chiamavasi il popolo eletto, e quindi si poneva senza paragone alcuno al di sopra di tutti gli altri popoli sì per nobiltà, sì per merito, sì per diritti ec. ec. e spogliava gli altri del loro ec. ec. (25. Settembre 1822.)

Pausa, posa, posare (per riposare), riposo, riposare (reposare) e simili vengono indubitatamente [2628] da παύω-παύσω-παύσιςec. (28. Sett. 1822.)

Isocrate nel Panegirico p. 133. cioè prima del mezzo, (quando entra a parlare delle due guerre Persiane) lodando i costumi e gl’istituti di coloro che ressero Atene e Sparta innanzi al tempo d’esse guerre, dice, ἴδια μὲνἄστη τὰς ἑαυτῶν πόλεις ἡγούμενοι, κοινὴν δὲ πατρίδα τὴν ῾Eλλάδα νομίζοντες εἶναι. (30. Settembre 1822.)

Isocrate nel Panegirico p.150, cioè poco dopo il mezzo, raccontando i mali fatti da’ fautori de’ Lacedemoni (Λακωνίζονες) alle loro città, dice dei medesimi: εἰς τοῦτο δ᾽ ὠμότητος ἅπαντας ἡμᾶς κατέστησαν, ὥστε πρὸ τοῦ μὲν διὰ τὴν παροῦσαν εὐδαμονίαν κᾄν ταῖς μικραῖς ἀτυχίαις, πολλοὺς ἕκαστος ἡμῶν (parla dei privati cioè di ciascun cittadino) εἶχε τοὺς συμπαϑήσοντας∙ ἐπὶ δὲ τῆς τούτων ἀρχῆς, διὰ τὸ πλῆϑς τῶν ἐπὶ νιχείων κακῶν, ἐπαυσάμεϑα ἀλλήλους ἐλεοῦντες. Oὐδενὶ γὰρ τοσαύτην [2629] σχολὴν παρελιπον, ὥσϑ’ ἐτέρῳ συναχϑεσϑῆναι. E veramente l’abito della propria  sventura rende l’uomo crudele ὠμὸν, come dice costui. (30. Sett. 1822.). Vedi la p. seg. pensiero primo.

Da quello che altrove ho detto e provato, che il piacere non è mai presente, ma sempre solamente futuro, segue che propriamente parlando, il piacere è un ente (o una qualità) di ragione, e immaginario. (2. Ott. 1822.)

A ciò che ho detto altrove delle voci ermo, eremo, romito, hermite, hermitage, hermita ec. tutte fatte dal greco ἔρημος, aggiungi lo spagnuolo ermo, ed ermar (con ermador ec.) che significa desolare, vastare, appunto come il greco ἐρημόω. (3. Ottobre. 1822.). Queste voci e simili sono tutte poetiche per l’infinità o vastità dell’idea ec. ec. Così la deserta notte, e tali immagini di solitudine, silenzio ec.

Le sensazioni o fisiche o massimamente morali che l’uomo può provare, sono, niuna di vero piacere, ma indifferenti o dolorose. Quanto alle indifferenti la sensibilità non giova nulla. Restano solo le dolorose. Quindi la sensibilità, benchè [2630] assolutamente considerata sia disposta indifferentemente a sentire ogni sorta di sensazioni, in sostanza però non viene a esser altro che una maggior capacità di dolore. Quindi è che necessariamente l’uomo sensibile, sentendo più vivamente degli altri, e quel che l’uomo può vivamente sentire in sua vita non essendo altro che dolore, dev’esser più infelice degli altri. Egli più capace d’infelicità, e questa capacità non può mancar d’esser empiuta nell’uomo. (5. Ottobre 1822.)

Ho detto altrove che il timore è la più egoistica delle passioni. Quindi ciò ch’è stato osservato, che in tempo di pesti, o di pubblici infortuni, dove ciascun teme per se medesimo, i pericoli e le morti de’ nostri più cari, non ci producono alcuno o quasi alcun sentimento. (5. Ottobre. 1822.)

Ho detto che gli scrittori greci hanno ciascuno un vocabolarietto a parte, dal quale [2631] non escono mai o quasi mai, e nella totalità del quale ciascun d’essi si distingue benissimo da ciascun altro, e ch’esso vocabolario, massime ne’ più antichi è molto ristretto, e che la lingua greca ricchissima in genere, non è più che tanto ricca in veruno scrittore individuo; e tanto meno è ricca quanto lo scrittore è più antico e classico, e quindi i più antichi e classici si distinguono fra loro nelle parole e frasi più di quel che facciano parimente fra loro i più moderni, che son più ricchi assai, ed abbracciano ciascuno una maggior parte della lingua, onde debbono aver fra loro più di comune che gli antichi non hanno fra loro medesimi, come che le parole e frasi di ciascuno generalmente prese, sieno tutte ugualmente proprie della lingua.

Tutto ciò si dee specialmente intendere [2632] delle radici, nelle quali gli antichi greci sono ristrettissimi, ciascuno quanto a se, e notabilmente diversi gli uni dagli altri, nella totalità del Vocabolario delle medesime. Laddove i moderni ne sono incomparabilmente più ricchi (come Luciano, Longino, ed anche più i più sofistici e di peggior gusto, e i più pedanti; rispetto p.e. ad Isocrate, Senofonte ec.), ed hanno in esse radici molto più di comune fra loro. Ma quanto ai composti o derivati fatti da quelle radici che sono familiari a ciascuno di loro, niuno scrittor greco è povero, nè scarso, nè troppo uniforme. Ma quando mai, sarebbero più poveri in questa parte i più moderni, che i più antichi. Certo sono più timidi e servili, ed attaccati all’esempio de’ precedenti, e parchi e ritenuti e guardinghi e cauti nella novità. La qual novità quanto alle voci, non può consistere in greco se non se in nuovi composti o derivati.(5. Ott. 1822.)

[2633] Dalle suddette cose si può conoscere che l’immensa ricchezza della lingua greca, non pregiudicava alla facilità di scriverla, e quindi non s’opponeva alla sua universalità, non essendo necessaria più che tanta ricchezza (o usata o conosciuta e posseduta) non solo per iscrivere e parlar greco, ma eziandio per iscriverlo e parlarlo egregiamente; e bastando poche radici per questo; poichè restavano liberi i composti all’arbitrio dello scrittore, o quando anche non restassero liberi, infiniti composti e derivati portava seco ciascuna radice, onde lo scrittore pratico di poche radici veniva subito ad avere una lingua molto sufficiente a tutti i suoi bisogni. Il che scemava infinitamente la difficoltà che si prova nelle lingue, perchè un vocabolario sufficientissimo [2634] allo scrittore o parlatore si riduceva sotto pochi elementi, e procedeva da pochi principii ossia radici, e quindi era molto più facile ad impararlo ed impratichirsene, che se esso senza essere niente maggiore, avesse contenuto tutta la lingua, ma fosse proceduto da più numerose e diverse radici. Tutte queste circostanze siccome quelle notate nel pensiero precedente non si trovavano nella lingua latina, che meno ricca della greca, era però per la sua ricchezza più difficile a scrivere e a parlare che la greca non fu, perchè la ricchezza (ancorchè minore) della latina, bisognava averla tutta in contanti, a volere scrivere e parlar latino, e massimamente a farlo bene. E l’orecchie latine erano delicatissime come le francesi, circa il vero e [2635] proprio andamento (e la purità) della loro lingua, che rispetto alla greca era liberissimo, cioè sommamente vario, ed in gran parte ad arbitrio. (8. Ottobre. 1822.)

La lingua greca ch’è la più antica delle colte ben conosciute, è anche fra tutte le lingue colte la più capace di significar l’idee e gli oggetti più propriamente moderni cioè i più difficili a significarsi e di supplire ai bisogni d’espressioni, prodotti dall’ampiezza, varietà e profondità delle nozioni moderne. E il fatto stesso lo dimostra, ricorrendosi tutto dì alla lingua greca ec. come ho detto altrove. (10. Ottobre. 1822.)

Ταύτης δὲ τῆς ἀνωμαλίας χαὶ τῆς ταραχῆς αἴτιόν ἐστιν ὀτι τῆν βασιλείαν, ὥσπερ ἱεροσύνην, παντὸς ἀνδρὸς εἶναι νομίζουσιν, ὃ (τ. ‘ε. ἡ βασιλεία τῶν ἀνϑρωπίνον πραγμάτων μέγιστόν ἐστιν, καὶ πλείονος [2636] προνοίας (all. codd. πλείστης) δεόμενο. Isocr. πρὸς Νικοκλέα p. 37. cioè a meno di tre piccole pagine dal principio dell'Oraz. (10. Ott. 1822)

Non c’è regola nè idea nè teoria di gusto universale ed eterno. Qual potreb’ella essere, se non la natura? (e qual cosa è, o vero, essendo, si può immaginare e intendere e concepire da noi, fuori della natura?) ma qual natura, se non l’umana? Poichè le cose che cadono sotto la categoria del buon gusto o del cattivo gusto, non sono considerate se non per rispetto all’uomo. Or non è ella cosa manifestissima, che la natura dell’uomo si diversifica moltissimo secondo i climi, secoli, costumi, assuefazioni, governi, opinioni, circostanze fisiche, morali, politiche, ec. e queste, individuali, nazionali ec. ec.? Resta dunque per tutta idea e teoria di gusto [2637] universale ed eterno, un idea ed una teoria, che comprenda solamente, e si fondi, e si formi di quei principii che, relativamente al gusto, si trovano esser comuni a tutti gli uomini, e tenere alla primitiva e immutabile natura umana. Ma questi principii, dico io che sono pochissimi, ed applicabilissimi, conformabilissimi, e fecondi di numerosissime e diversissime conseguenze (siccome lo sono tutti i principii naturali, e veramente elementari, perchè la natura è semplicissima, pochi principii ha posto, e questi, infinitamente e diversissimamente e anche contrariamente [2]  modificabili): dal che segue che questa idea e questa teoria d’un gusto che sia veramente universale ed eterno, si riduce a pochissime regole, ed è infinitamente meno circoscritta e distinta di quel che comunemente si crede; e lascia luogo a infiniti [2638] gusti diversissimi ed anche contrarii fra loro (che noi riproviamo, e perchè ripugnano al gusto nostro o individuale o nazionale, e questo forse momentaneo, li crediamo, al nostro solito, contrarii all’universale ed eterno): anzi non solo lascia loro luogo, ma li produce, non meno che quello ch’a noi pare il solo vero buon gusto ec. (13. Ott. 1822.)

Ma senza alcun fallo gli uomini comunemente hanno questo difetto, e tutti generalmente in ciò pecchiamo, che noi della nostra vita speriamo assai, ed il nostro tempo largo misuriamo, e dello altrui per lo contrario sempre temiamo, e siamone scarsi e solleciti, debole e breve reputandolo. Perocchè chi è quello che tanto oltre sia, o che così vicino alla fossa abbia il piede, che non si faccia a credere di dover quattro o sei anni poter [2639] campare, e che a ciò ogni cosa opportuna non apparecchi? Veramente io credo che niuno ce ne abbia fra noi; nè maraviglia sarebbe di ciò, se noi questa medesima speranza avessimo similmente della altrui vecchiezza, che noi abbiamo della nostra, e non ci facessimo beffe in altrui di quello che in noi medesimi approviamo. Casa, Orazione seconda per la Lega. Lione (Venezia) appresso Bartolommeo Martin. senza data di tempo. appiè del 3. tomo delle opere del Casa, Venez. Pasinelli 1752. p.41. Tre altre pagine mancano per la fine dell’Oraz. (13.-14. Ottobre. 1822.)

Ho detto altrove che gran parte delle voci che in poesia si chiamano eleganti, e si tengono per poetiche, non sono tali, se non per esser fuori dell’uso comune e familiare, nel quale già furono una volta (o furono certo nell’uso degli scrittori in prosa); e conseguentemente per essere antiche rispetto [2640] alla moderna lingua, benchè non sieno antiquate. E ciò principalmente cade nelle voci (o frasi) che sono oggidì esclusivamente poetiche. Ho detto ancora che per tal cagione, non potendo i primi poeti o prosatori di niuna lingua, aver molte voci nè frasi antiche da usare ne’ loro scritti, e quindi mancando d’un’abbondantissima fonte d’eleganza, è convenuto loro tenersi per lo più allo stile familiare, come familiarissimo è il Petrarca ec., e sono stati incapaci dell’eleganza Virgiliana.

Aggiungo ora che in fatti la poesia, appresso quelle nazioni ch’hanno lingua propriamente poetica, cioè distinta dalla prosaica (e ciò fu tra le antiche la greca, e sono tra le moderne l’italiana e la tedesca, e un poco fors’anche la spagnuola) è conservatrice [2641] dell’antichità della lingua, e quindi della sua purità, le quali due qualità sono quasi il medesimo, se non che la prima di queste due voci dice qualcosa di più. Dell’antichità, dico, è conservatrice la lingua poetica, sì ne’ vocaboli, sì nelle frasi, sì nelle forme, sì eziandio nelle inflessioni, o coniugazioni de’ verbi, e in altre particolarità grammaticali. Nelle quali tutte essa conserva (o segue di tratto in tratto a suo arbitrio) l’antico uso, stato comune ai primi prosatori, e quindi sbandito dalle prose. Ed ha notato il Perticari nel Trattato degli Scrittori del Trecento che in tanta corruzione ultimamente accaduta della nostra lingua parlata e scritta, lo scriver poetico s’era pur conservato e si conserva puro; il che fino a un certo segno, e massime ne’ versificatori [2642] che non hanno molto preteso all’originalità (come gli arcadici, i frugoniani ec. a differenza de’ Cesarottiani ec.) si trova esser verissimo. Così fu nella lingua greca, che la poesia fu gran conservatrice delle parole, modi, frasi, inflessioni, e regole e pratiche grammaticali antiche. Ond’ella ha una lingua tutta diversa dalla sua contemporanea prosaica. E ciò accade (parlo del conservar l’antichità e purità della lingua), accade, dico, proporzionatamente anche nelle poesie che non hanno lingua appartata, come la francese, e forse l’inglese. Se non altro, queste poesie sono sempre più pure dello scriver prosaico appresso tali nazioni, rispetto alla lingua. (15. Ottobre 1822.)

Mania, smania, smaniare e lo spagnuolo mania, e il francese manie, maniaque ec. dal greco μανία, μαίνομαι ec. cioè furor, furere ec. furore frenesia ec. (22. Ottobre. 1822.)

[2643] L’amor della vita cresce quasi come l’amor del danaio, e, com’esso, cresce in proporzione che dovrebbe scemare. Perciocchè i giovani disprezzano e prodigano la vita loro, ch’è pur dolce, e di cui molto avanza loro; e non temono la morte: e i vecchi la temono sommamente, e sono gelosissimi della propria vita, ch’è miserabilissima, e che ad ogni modo poco hanno a poter conservare. E così il giovane scialacqua il suo, come s’egli avesse a morire fra pochi dì, e il vecchio accumula e conserva e risparmia come s’avesse a provvedere a una lunghissima vita che gli restasse. (24. Ottob. 1822.)

Cara spagn. cioè faccia, e così cera, e chère nello stesso senso, vengono dal greco. V. Perticari Apol. di Dante part.2. c.5. not.1. p.75. (28. Ott. 1822.)

È bello a paragonare il luogo di Cicerone pro Archia da me recato altrove, sulla ristrettezza geografica [2644] della lingua latina al suo tempo, col luogo di Plutarco sulla sua immensa propagazione a tempo di Traiano, il qual luogo è portato dal Perticari l. sop. cit. c.8. princip. p.88. (28. Ottob. 1822.). Vedi anche il med. Pertic. ib. p.89. e 92-94.

L’uomo odia l’altro uomo per natura, e necessariamente, e quindi per natura esso, sì come gli altri animali è disposto contro il sistema sociale. E siccome la natura non si può mai vincere, perciò veggiamo che niuna repubblica, niuno istituto e forma di governo, niuna legislazione, niun ordine, niun mezzo morale, politico, filosofico, d’opinione, di forza, di circostanza qualunque, di clima ec. è mai bastato nè basta nè mai basterà a fare che la società cammini come si vorrebbe, e che le relazioni scambievoli degli uomini fra loro, vadano secondo le regole di quelli che si chiamano diritti sociali, e doveri dell’uomo verso l’uomo. (2. Nov. dì de’ Morti. 1822.)

[2645] Se l’uomo esce fuori della naturale puritade, allora pecca. Servando dunque la nostra condizione e virtù, bastiti o uomo, lo naturale ornamento, e non mutare l’opera del tuo Creatore, perocchè volerla mutare è un guastare. Vite de’ Santi Padri, parte 1. capitolo 9. fine, p.25. e son degne d’esser vedute anche le cose precedenti a queste parole. Le quali sono in bocca di Sant’Antonio, e nella sua Vita, il cui testo originale greco è di S. Atanasio. (Recanati - Roma. Novembre. 1822.)

La storia greca, romana ed ebrea contengono le reminiscenze delle idee acquistate da ciascuno nella sua fanciullezza. Ciascun nome, ciascun fatto delle dette storie, e massime i principali e più noti ci richiamano idee quasi primitive per noi, e sono in certo modo legati alla storia della vita, e della fanciullezza massimamente, [2646] delle cognizioni, de’ pensieri di ciascuno di noi. Quindi l’interesse che ispirano le dette storie, e loro parti, e tutto ciò che loro appartiene; interesse unico nel suo genere, come fu osservato da Chateaubriand (Génie ec.); interesse che non può esserci mai ispirato da verun’altra storia, sia anche più bella, varia, grande, e per se più importante delle sopraddette; sia anche più importante per noi, come le storie nazionali. Le suddette tre sono le più interessanti perchè sono le più note; perchè sono le più domestiche, familiari, pratiche, e quasi strette parenti di ciascun uomo civile e colto, ancorchè di patria diversissimo da queste tre nazioni. E perciò elle sono le più, anzi le sole, feconde di argomenti storici veramente propri d’epopea, di tragedia, ec. [2647] e all’interesse dei detti argomenti, massime nella poesia, non si può supplire in verun conto, nè con veruna industria, cavando argomenti o dall’immaginazione, o dalle altre storie, neppur dalle patrie. Aggiungasi alle tre dette storie, quella della guerra troiana, la quale interessa sommamente per le dette ragioni, anzi più delle altre tre, perchè i poemi d’Omero e di Virgilio, l’hanno resa più nota e familiare a ciascuno, che verun’altra, e perch’ella a cagione dei detti poemi, delle favole ec. è più legata alle ricordanze della nostra fanciullezza, che non sono la storia greca e romana, e neanche l’ebrea. Tutto ciò è relativo, e l’interesse delle dette storie non deriva particolarmente dalle loro proprie e intrinseche qualità, ma dalla circostanza estrinseca dell’essere le medesime familiari [2648] a ciascuno fin dalla sua fanciullezza; tolta la qual circostanza, che ben si potrebbe togliere, dipendendo dalla educazione ec., questo interesse o si confonderebbe e agguaglierebbe con quello delle altre storie, e argomenti storici, o sarebbe anche superato. (Roma. 25. Nov. 1822.)

La formation d’une langue est l’oeuvre des grands écrivains; l’Italie en compte trop peu: plus de la moitié de l’esprit et du coeur humain n’a pas encore passé sous la plume des Italiens, et par conséquent dans leur langue. Lettres sur l’Italie par Dupaty en 1785. let.41. Tome 1. à Gênes 1810, p.185. Non solo dello spirito e del cuore umano, ma neppur la metà delle cognizioni che sopra queste materie s’avevano al tempo di Dupaty, e molto meno di quelle che s’hanno presentemente. (30. Nov. 1822. Roma.)

[2649] Sopra i dialetti della lingua latina. Estratto da un articolo: Del Dialetto Veneto: Lettera di un Viaggiatore oltramontano (inglese), che sta nelle Effemeridi letterarie di Roma t. 2. p. 58-70. (Genn. 1821.). = L’antica lingua di questi popoli (Veneti) traspariva nel loro Latino, come è agevole di riconoscere dalle inscrizioni raccolte dal Maffei: ed è probabile che gli originarj dialetti delle diverse nazioni che si stabilirono in Italia, sieno una rimota cagione della varietà de’ linguaggi che vi si parlano presentemente.

[2650] Ma checchè sia pure degli elementi della lingua loro (de’ primi Veneti), è cosa notoria ch’essi ne avevano una a se, comunque fosse composta; la quale rimase in seguito, come le altre di tutti gl’Italiani aborigeni, assorta nel Latino; e molte prove si potrebbero addurre per dimostrare che una tal lingua (come accadde di quella dei Galli ec.) tinse de’ suoi propri colori la massa colla quale si confuse (la lingua latina): e le Iscrizioni lapidarie raccolte dal Maffei nel territorio Veneto fanno vedere quella stessa provincialità antica (benchè di un genere diverso) che caratterizza quelle delle Colonie Galliche; e vi si riconosce lo stesso scambiamento di lettere che è frequentissimo nel dialetto Veneto che ora si parla. Cicerone nelle sue Lettere familiari fa menzione [2651] di certi termini che erano in voga in queste provincie (Venete), e sconosciuti a Roma. Tito Livio fu accusato di patavinità o padovanismo (checchè si debba intendere sotto questa espressione): fu anche detto di Catullo d’aver egli introdotte certe nuove forme di dire nella Lingua Latina: e si potrebbero addurre alcune prove di questi suoi Veronismi. Ne sia una il nome di Pronus con cui egli chiama un torrente: termine che io non so che sia usato da alcun altro. Nè si supponga che questo non sia che uno degli ordinarj ed adattati epiteti sostituiti al sostantivo. Giacchè Pronio nella provincia di Verona ritiene anche presentemente il significato di Torrente. Ho già fatto sentire l’opinione in cui sono che quello ch’io cerco di dimostrare [2652] relativamente agli Stati Veneti (l’antichissima origine di quegli elementi e proprietà del suo dialetto che non vengono dal latino, e non sono del comune Italiano; e la loro derivazione dalla lingua veneta anteriore al latinizzamento di quella provincia, qualunque fosse essa lingua), possa probabilmente applicarsi all’Italia tutta. In conferma della qual opinione giova il ricordare che l’Algarotti cita, non so dove, una lettera di Varo a Virgilio, nella quale commentando un certo epigramma, critica la parola putus asseverando non essere Latina. Presentemente il vocabolo Putto, quantunque naturalizzato nell’Italiano, credo però che sia usato familiarmente dai soli Mantovani, e ne’ paesi confinanti, e che non sarebbe inteso dal volgo di Toscana. = p. 62-63. (3. Dic. 1822.)

[2653] Da rullus cioè circulator, roule, rouler etc. (8. Dic. 1822. dì della Concezione di Maria SS.a)

 Alla p. 2441. Luciano nel Dial. Χάρον ἢ ἐπισκοποῦτες, dopo i due terzi del Dial. in bocca di Caronte dice: ῾ Oρῶ ποικίληντινὰ τύρβηνκαὶ μεοτὸν  ταραχῆς τὸν βίον καὶ τὰς πόλεις γε αὐτον (ὰνϑρώπον) ἐοικυίας τοῖς σμήνεσιν, ἐν οἷς ἅπας μὲν ἰδιόν τι κέντρον ἔχει, καὶ τὸν πλησιον κεντῖ. ὀλίγοι δὲ τινες, ὅσπερ σϕῆκες, ἄγουσι καὶ ϕέρουσι τὸν ὑποδεέστερον. (Roma 13. Dic. 1822.)Il vero certamente non è bello: ma pur anch’esso appaga o, se non altro, affetta in qualche modo l’anima, ed esiste senza dubbio il piacere della verità e della conoscenza del vero, arrivando al quale, l’uomo pur si diletta e compiace, ancorchè brutto e misero e terribile sia questo tal vero. Ma la peggior cosa del mondo, e la maggiore infelicità dell’uomo si è trovarsi privo del bello e del vero, trattare, convivere con ciò che non è nè bello nè vero. Tale si è la sorte di chi vive nelle città grandi, dove tutto è falso, e questo falso non è bello, [2654] anzi bruttissimo. (Roma 13. Dic. 1822.)

Codicis (Vatic. Cic. de Repub.) orthographia miris laborat varietatibus et inconstantia. Est enim id fatum latinae scripturae ac pronunciationis, quod grammaticorum tot pugnantia praecepta infinitaeque quaestiones demonstrant. Hinc merito Cassiodorius (Inst. praef.) orthographia apud graecos plerumque sine ambiguitate probatur expressa; inter Latinos vero sub ardua difficultate relicta monstratur; unde etiam modo studium magnum lectoris inquirit. Exempli gratia, labdacismus (for. lambdacismus, sed in emendd. nihil) proprius Afrorum fuit; sicut colloquium pro conloquium, teste Isidoro (Orig. 1. 32.) Quid porro? nonne ipsa latinitas, uti observabat Hieronymus (Prol. lib. II. comm. ad Gal.) (scil. ad ep. S. Paul. ad Galat.) et regionibus quotidie mutabatur et tempore? postea praesertim quam tanta barbarorum peregrinitas in imperium rom. infusa est, lingua autem generis quarti esse coepit, quod Isidorus (Orig. IX. 1.) mixtum appellat. Maius. M. Tulli Cic. de Re pub. quae supersunt edente [2655] Ang. Maio Vaticanae Bibliothecae praefecto. Romae in Collegio Urbano apud Burliaeum 1822. Praefat. cap. 13. p. XXXVII. (Roma. 16. Dic. 1822.)

Ed in vece di et si legge nel Cod. antichissimo vaticano palimpsesto della rep. di Cic. l.1 c. 3. p. 10. dell’ediz. qui sopra citata, ed disertos; e c. 15. p. 43. ed ipse, come avverte il Mai nelle note, benchè nel testo riponga et. (17. Dic. 1822.). Anzi ivi l. 3. c. 2. p. 218. dove l’ediz. ha et ut, il copista avea scritto nel cod. e ut, e l’antico emendatore fece ed ut, forse schivando il concorso delle due sillabe simili et, ut.

Quin adeo de fin. 1. 3. ausus est Cicero latinam quoque linguam dicere locupletiorem quam graecam, qua de re saepe se disseruisse confirmat. Sed contradicunt merito primum ipse Cicero tusc. II. 15. et apud Augustinum contra acad. II. 26; tum Lucretius 1. 140. 831; Fronto apud Gellium II. 26. Maius ad Cic. de repub. p.67. not. (18. Dic. 1822.)

De Massiliae graecis legibus et litteratura, triplicique lingua, graeca scilicet, latina et gallica, lege Varron. apud Isid. Orig. XV. 1. 63. et ap. Hieron. prolog. lib. II. comm. ad Gal. (scil. in ep. D. Pauli ad Galat.). Confer etiam Caesarem Bell. Civil. II. 12. Tacitum Agric. IV. Silium XV. 169. Homeri editio seu recensio massiliensis [2656] laudatur inter nobiles in scholiis venetis. Maius loc. sup. cit. p.75. not.1. (18. Dic. 1822.)

Quod quantae fuerit utilitati post videro (onninamente per videbo) Cic. de re publ. l.2. c.9. Rom. 1822. p. 142. v. ult. Luogo da aggiungersi a quelli che ho recati altrove per dimostrare l’uso antico del futuro ottativo in vece del futuro indicativo; uso da cui sono nati tutti i futuri di tutti i verbi italiani francesi e spagnuoli, distintiva de’ quali futuri e caratteristica è sempre la r. (19. Dic. 1822.)

Ad Cic. de re publ. II. 10. p.143. v. ult. ubi legitur septem, haec Maius editor ib. not. c. Cod. septe. Iam M finalem omitti interdum in antiquis codicibus exploratum est. An vero illud septe e lingua rustica est? Certe ita fere nunc loquuntur Itali. (19. Dic. 1822.). Nel Conspectus Orthographiae Codicis Vaticani aggiunto dal Niebuhr a questa ediz., si legge p.352. col.2. septe (II. 10.) et mortus (II. 18.) a desciscente in vulgarem sermone tracta sunt. Le sillabe finali am em ec. s’elidevano ne’ versi. Dunque l’m infatti non si pronunziava. V. i miei pensieri sulla sinizesi. V. la pag. 2658.

Καὶ τῷ ὄντι τὸ ἄγαν τὶ ποιεῖν, μαγάλην ϕιλεῖ εἰς τοὐναντίον ματαβολὴν ἀνταποδιδόναι, ἐν ὥραις τε καὶ ἐν ϕυτοῖς καὶ ἐν σώμασι, καὶ δὴ καὶ ἐν πολιτείαις οὐχ ἥκιστα. Plato de rep. l.8. p. 563. Plato de rep. l.8. p. 563. Il qual luogo è riportato da Cic. de rep. 1. 44. p. 111-112. (citato il [2657] nome di Platone fin dal c. preced. p. 107.), esprimendolo liberamente così: Sic omnia nimia, cum vel in tempestate vel in agris vel in corporibus laetiora fuerunt, in contraria fere convertuntur, maximeque (suppl. cum Maio, id) in rebus publicis evenit. Le quali sentenze fanno a quella mia, che il troppo è padre del nulla. In fatti, come seguono a dire Cic. e Plat. dalla troppa libertà nasce la servitù, cioè, dicon essi, il contrario della libertà, ed io dico, il nulla della libertà, cioè la fine; la niuna libertà. (19. Dic. 1822.)

Quoties g est ante n, toties memini me videre in antiquis codd. si quando vocabulum divideretur (nel fine o della riga o della pag.), litteram g adhaerere priori vocabuli parti, n autem posteriori. Ergone Hispani Angli et Germani melius quam Itali pronunciare haec verba videntur? Maius ad Cic. de re publ. II. 19. p. 165. v.7. (dove la pag. del cod. finisce in mag, e la seguente comincia in na; cioè magna) not. b (20. Dic. 1822.). Bisogna però vedere in che paese sieno stati scritti questi codd. come p.e. in Ispagna. V. p.3762.

[2658] Nella republ. di Cic. succitata, al c. 37. del lib. 2. p. 203. v.1.-2, dove l’edizione ha res publica richiedendosi in fatti il nominativo, il Cod. ha repubblica, quasi fosse italiano. Dal che apparisce che anche anticamente s’usava di tralasciare l’s finale nel pronunziare le voci latine, come si lascia nelle nostre lingue. (21. Dic. 1822.). Infatti è nota l’apocope della s nella fine delle voci presso gli antichi poeti latt. V. la p. 2656, marg.

Eademque (mens aut ratio aut sapientia, ut supplet Maius in notis et in addendis, nam superiora in cod. desiderantur) cum accepisset homines inconditis vocibus incohatum quiddam et confusum sonantis (sonantes), incidit (incídit) has et distinxit in partes; et ut signa quaedam, sic verba rebus inpressit, hominesque antea dissociatos iucundissimo inter se sermonis vinclo conligavit. A simili etiam mente, vocis qui videbantur infiniti soni, paucis notis inventis, sunt omnes signati et expressi, quibus et conloquia cum absentibus et indicia voluntatum, et monumenta rerum praeteritarum tenerentur. accessit eos numerus, (post interventas scil. voces et litteras) res cum ad vitam necessaria, tum [2659] una inmutabilis et aeterna: quae prima inpulit etiam ut suspiceremus in caelum, nec frustra siderum motus intueremur, di numerationibusque noctium ac dierum... (desunt reliqua) Cic. De re publica, l.3. c.2. Rom. 1822. p.218-9. (22. Dic. 1822.)

Il verbo sum ebbe antichissimamente un participio presente e questo non fu il più moderno ens entis, conservato ancora nella nostra lingua, e nella spagnuola, ma sens sentis. Testimonio le voci prae-sens, ed ab-sens, e con-sens, la quale ultima in verità non è altro che la preposizione cum congiunta al participio presente di sum, e vale qui simul est, onde Dii Consentes, Dii qui simul sunt. V. Forcell. in Consens, praesens ec. Quindi si fortifica la mia conghiettura e che il verbo sum avesse anche un participio passato, in us, come anticamente l’avevano gli altri neutri, ed anche gli attivi in senso attivo (p.e. peragratus, cioè qui peragravit, da peragro attivi), e che questo incominciasse per s, onde da esso fosse [2660] formato il verbo sto. (Roma 22. Dic. 1822.)

Cic. de rep. l.3. c.8-20. p.230-48. sotto la persona di L. Furio Filo disputa contro la giustizia, e dimostra la non esistenza della legge naturale, e reca in mezzo le varietà e discordanze de’ costumi e delle leggi presso i diversi popoli, e de’ giudizi degli uomini e de’ vari secoli intorno al retto e al giusto, e a’ loro contrarii. Degna d’esser letta è questa disputazione, massime per ciò che riguarda i vari e ripugnanti giudizi delle antiche nazioni circa il così detto diritto naturale e universale, o idea innata del giusto e del bene. E cita il Mai (nella 3. nota della p.232.) sopra questo proposito S. Girolamo in Iovin. II. 7. sqq. Sesto Empirico III. 24. et contra eth. 190. seqq. ed Erodoto III. 38. quos auctores haud paenitendo cum fructu ii legent qui naturali civilique historiae student. (22. Dic. 1822.)

Nella sopraddetta disputazione è notabile un frammento (c.15. p.243.), dove Cicerone in persona di Filo ricorda quella favolosa opinione che avevano gli Arcadi [2661] e gli Ateniesi d’essere αὐτόχϑονες, cioè terrae filii, perlochè stimandosi di diversa origine e natura dagli altri uomini, niente stimavano di dovere alle altre nazioni, benchè riconoscessero leggi e diritti che obbligassero ciascuno individuo della propria nazione verso gli altri individui della medesima. E v. quivi la nota 1. del Mai. (22. Dic. 1822.). V. p. 2665.

Et quamquam optatissimum est, perpetuo fortunam quam florentissimam permanere; illa tamen aequabilitas vitae non tantum habet sensum, (mallem sensus 2do casu, quod magis tullianum est) quantum cum ex saevis et perditis rebus ad meliorem statum fortuna revocatur. Cic. ap. Ammian. Marcell. XV. 5. (23. Dic. antivigilia di Natale 1822.)

E pensatamente io chiamai figura non tutto quello, che si diparte dalla prima formazion della lingua, ma dal più ordinario modo de’ parlatori presenti. Imperocchè ciò che fu figura in un tempo, [2662] non riman poi figura quando è sì accomunato dall’uso, che divien la più trivial maniera del linguaggio usitato, dipendendo i linguaggi dall’arbitrio degli uomini, tanto nell’introdursi, quanto nell’alterarsi; ed essendo i Gramatici non legislatori, come alcun pensa, ma compilatori di quelle Leggi che per avanti la Signoria dell’Uso ha prescritte. Trattato dello Stile e del Dialogo del Padre Sforza Pallavicino della Compagnia di Gesù. Capo 4. Modena 1819. p.22. (26. Dicembre; festa di Santo Stefano Protomartire. 1822.)

Circa la mia opinione che troia nell’antico latino volesse dire come in italiano scrofa, vedi nel Forcellini troianus aggiunto di porcus, e che cosa ne dica. (Roma 28. Dicembre 1822.)

Il Padre Sforza Pallavicino nel Trattato dello Stile e del Dialogo, Capo 27, intitolato Si stabilisce quali Autori deono esser seguiti nelle materie scientifiche da quelli che scrivono in Italiano, ovvero in Latino (ristampa di Modena 1819. pag. 175-8.) dà decisa ed universale, e non relativa ma assoluta preferenza agli [2663] scrittori, stile e lingua del 500, (e del seguente secolo ancora, in cui egli scriveva) sopra quelli e quella del 300. (5. Gennaio 1823.)

In ristretto (in somma), la favella e la Scrittura sono indirizzate a’ coetanei, ed a’ futuri, non a’ defunti. Pallavic. loc. sup. cit. pag. 181 fine. (5. Gen. 1823.)

Nemo enim orator tam multa, ne in graeco quidem otio, scripsit, quam multa sunt nostra. Cic. Orator, num.108, parlando delle sue orazioni. (9. Gen. 1823.)

Alla p.2470. Delle metafore Cic. nell’Oratore, num.134, comandando che l’Oratore ne faccia grand’uso dice: Ex omnique genere (subintell. rerum) frequentissimae translationes erunt, quod eae propter similitudinem transferunt animos, et referunt ac movent huc et illuc; qui motus cogitationis, celeriter agitatus, per se ipse delectat. (10. Gen. 1823.)

In un luogo di Lucilio portato da Cic. nell’Oratore num.149. leggi Aptae pavimento per Arte. Vero è che la sillaba seconda del verso precedente è breve. (10. Gen. 1823.)

Anticamente i latini dicevano maxilla axilla etc. (Cic. Orator, n.155.), indi fecero mala, ala, ec. Or noi conserviamo l’antico: mascella, ascella, tassello. Dicevano anche siet per sit (vedi ib. num.159.); or [2664] quello e non questo si dovette sempre conservare nell’uso del popolo, come apparisce da sia, soit, sea. (10. Gen. 1823.). Notisi il nostro uso simile, di aggiungere un’e alle vocali accentate: virtue, fue ec.

Nell’Oratore di Cic. num. 196. illa ipsa delectarent, leggi non delectarent. (11. Gen. 1823.)

Transferenda tota dictio est ad illa quae nescio cur, quum Graeci κόμματα et κῶλα nominent, nos non recte incisa et membra dicamus. Neque enim esse possunt rebus ignotis nota nomina; sed, quum verba aut suavitatis aut inopiae causa transferre soleamus, in omnibus hoc fit artibus, ut, quum id appellandum sit quod, propter rerum ignorationem ipsarum, nullum habuerit ante nomen, necessitas cogat aut novum facere verbum, aut a simili mutuari. Cic. Orator, num.209. (11. Gen. 1823.)

Nell’Oratore di Cicerone num.231. cioè molto presso alla fine, leggi reperiant ipsâ eâdem ec. per reperiam. (11. Gen. 1823.). Ivi, num.11. cioè non molto dopo il principio, e durante ancora l’esordio, leggi ut sine causâ alte repetita videatur, in vece d’ut non sine causâ alte repetitâ videatur. (12. Gen. 1823.). Ivi, num.16. leggi de moribus sine multa in vece di de moribus? sine ec. Ivi 19. poterimus fortasse discere per dicere. Ivi 32. nomen eius non extaret per nomen eius extaret. (12. Gen. 1823.). [2665] Ivi 83. leggi recte quidam vocant Atticum, e v. num.75. Ivi 88. leggi aut tempore alieno non alienum, giacchè questa voce si riferisce a ridiculo. (12. Gen. 1823.). Ivi, 107. leggi laudata. 138. leggi quid caveat. (13. Gen. 1823. Roma, in letto.). 150. leggi in dicendo. (13. Gen. 1823.). 182. leggi quid accideret o quid accidisset. 195. leggi quisque o quique per cuique. (13. Gen. 1823.)

Alla p.2661. Dell’antica presuntuosa opinione avuta da vari popoli, e massime dagli Ateniesi, d’essere αὐτόχϑονοι, e perciò differenti di nascita o di diritti dagli altri uomini, con che giustificavano le conquiste, le preminenze nazionali, le pretensioni che ciascun popolo aveva sugli altri popoli, l’essere sciolti da ogni legge verso i forestieri, la schiavitù di questi o nazionale o individuale, l’oppressione degl’inquilini o stranieri domiciliati, l’odio in somma verso l’altre nazioni, mentre professavano amore alla propria, e si stimavano obbligati dalla legge e dalla natura verso i propri cittadini o connazionali, vedi anche l’orazione funebre recitata da Socrate in persona d’Aspasia nel Menesseno di Platone, verso il principio. (2. Febbraio, dì della Purificazione di Maria SS. 1823.). V. p. 2675.

[2666]La prosa francese (nazione e lingua la più impoetica fra le moderne, che sono le più impoetiche del mondo) è molto più poetica della stessa prosa antica scritta nelle lingue le più poetiche possibili. Lo stesso mancare affatto di linguaggio poetico distinto dal prosaico fa che lo scrittor francese confonda quello ch’è proprio dell’uno con quel ch’è proprio dell’altro, e che come il poeta francese scrive prosaicamente così il prosatore scriva poeticamente, e che la lingua francese manchi non solo di linguaggio e stile poetico distinto per rispetto al prosaico, ma anche di linguaggio e stile veramente prosaico, e ben distinto e circoscritto e definito per rispetto al poetico. Questa è l’una delle cagioni della poeticità della prosa francese. Altre ancora se ne potranno addurre, ma fra queste, una che ha del paradosso e pure è verissima. La prosa francese è poetica perchè la lingua francese è poverissima. Quindi la necessità di metafore di metonimie di catacresi di mille figure di dizione che rendono poetica la lingua della prosa, e secondo il nostro gusto, [2667] gonfia, concitata ed aliena da quella semplicità, riposatezza, calma, sicurezza ed equabilità e gravità di passo che s’ammira nelle prose latina e greca, le più poetiche lingue dell’occidente. P.e. non avendo i francesi una parola che significhi unitamente il padre e la madre, (come noi, che diciamo i genitori), sono obbligati a dire spesso les auteurs de ses jours, des jours de quelqu’un, de celui-là etc. Queste tali frasi necessarie e forzate, obbligano poi lo scrittor prosaico francese a formar loro un contorno conveniente, a seguire una forma di dire, uno stile, dove queste frasi, figure ec. non disdicano, e quindi a innalzare il tuono della sua prosa, e dargli un color poetico tanto nello stile quanto nella lingua: e così la povertà della lingua francese rende poetica la sua prosa, e per le figure che l’obbliga ad usare in cambio delle parole che le mancano, e per le figure che queste medesime figure forzate richiedono intorno a se, e quasi portano con se, e per lo stile e il linguaggio e il tuono che queste figure forzate [2668] domandano per non disdire. (2. Feb. 1823.)

Chi mi chiedesse quanto e fino a qual segno la filosofia si debba brigare delle cose umane e del regolamento dello spirito, delle passioni, delle opinioni, de’ costumi, della vita umana; risponderei tanto e fino a quel punto che i governi si debbono brigare dell’industria e del commercio nazionale a voler che questi fioriscano, vale a dire non brigarsene nè punto nè poco. E sotto questo aspetto la filosofia è veramente e pienamente paragonabile alla scienza dell’economia pubblica. La perfezione della quale consiste nel conoscere che bisogna lasciar fare alla natura, che quanto il commercio (interno ed esterno) e l’industria è più libera, tanto più prospera, e tanto meglio camminano gli affari della nazione; che quanto più è regolata tanto più decade e vien meno; che in somma essa scienza è inutile, poichè il suo meglio è fare che le cose vadano come s’ella non esistesse, e come anderebbero da per tutto dov’ella e i governi non s’intrigassero del commercio e dell’industria; e la sua perfezione è [2669] interdirsi ogni azione, conoscere il danno ch’essa medesima reca, e in somma non far nulla, al quale effetto gli uomini non avevano bisogno d’economia politica, ma s’ella non fosse stata, ciò si sarebbe necessariamente ottenuto allo stesso modo, e meglio. Ora tale appunto si è la perfezione della filosofia e della ragione e della riflessione ec. come ho detto altrove. (2-3. Feb. 1823.)

Sopra quello che ho detto altrove che l’uso de’ sacrifizi nacque dall’egoismo del timore. Toutes les fois que le courroux des dieux se déclare par la famine, par une épidémie ou d’autres fléaux on tâche de le détourner sur un homme et sur une femme du peuple, entretenus par l’état pour être, au besoin, des victimes expiatoires, chacun au nom de son sexe. On les promène dans les rues au son des instrumens; et après leur avoir donné quelques coups de verges, on les fait sortir de la ville (d’Athènes). Autrefois on les condamnoit aux flammes et on jetoit leurs cendres au vent. (Aristoph. in equit. v. 1133. Schol. ibid. Id. in ran. v. 745. Schol. ib. Hellad. ap. Phot. p.1590. Meurs. graec. fer. in thargel.). Voyage du jeune [2670] Anacharsis en Grèce t.2. ch. 21. 2e édit. Paris 1789. p. 395. Vedete anche nello stesso capit. la 3° pag. avanti a questa, circa i sacrifizi di vittime umane, i quali si facevano principalmente ne’ maggiori pericoli e timori, come dice altrove il medesimo autore. (7. Feb. 1823.). V. p. 2673.

Sopra la riunione del sacerdozio e dello stato civile nelle medesime persone, presso gli antichi, del che ho detto altrove; e come le funzioni del sacerdozio non impedissero in modo alcuno gli antichi preti di servire alla patria. Chaque particulier peut offrir des sacrifices sur un autel placé a la porte de sa maison, ou dans une chapelle domestique. (Hesych. in ὕδραν. Lomey. de lustrat. p.120.) Même ouvrage, même chap. p. 397. (V. anche Aristoph. in Plut. v.1155. et Schol. ibid.) Cette espèce de sacerdoce ne devant exercer ses fonctions que dans une seule famille, il a fallu établir des ministres pour le culte public. Ibid. Tous (les prêtres de la Grèce) pourroient se borner aux fonctions de leur ministère, et passer leurs jours dans une douce oisivité. (Isocr. de permut. t. 2. [2671] p.410.) Cependant plusieurs d’entre eux empressés a mériter par leur zèle les égards dus à leur caractère, ont rempli les charges onéreuses de la république, et l’ont servie soit dans les armées, soit dans les ambassades. (Herodot. l. 9. c. 85. Plut. in Aristid. p. 321. Xenoph. hist. graec. p. 590. Demosth. in Neaer. p. 880.) Ibid. p. 403. Vedi il 2° dell’Eneide intorno a Panto sacerdote, e l’Iliade intorno ad Eleno ec.(7. Feb. 1823.)

Parmi plusieurs de ces nations que les Grecs appellent barbares, le jour de la naissance d’un enfant est un jour de deuil pour sa famille. (Herodot. l. 5. c. 4. Strab. l. 11. p. 519. Anthol. p.16.) Assemblée autour de lui, elle le plaint d’avoir reçu le funeste présent de la vie. Ces plaintes effrayantes ne sont que trop conformes aux maximes des sages de la Grèce. Quand on songe, disent-ils, à la destinée qui attend l’homme sur la terre, il faudroit arroser de pleurs son berceau. (Eurip. fragm. Cresph. p. 476. Axioch. ap. Plat. t. 3. p. 368. Cic. tusc. l.1. c. 48. t. 2. p. 273.) Même ouvrage ch. 26. t. 2. p. 3. (8. Feb. 1823.)

[2672] Le plus grand des malheurs est de naître, le plus grand des bonheurs, de mourir. (Sophocl. Oedip. Colon. v. 1289. Bacchyl. et alii ap. Stob. serm.96. p. 530. 531. Cic. tusc. l.1. c. 48. t. 2. p. 273.) La vie, disoit Pindare, n’est que le rêve d’une ombre (Pyth. 8. v. 136.); image sublime, et qui d’un seul trait peint tout le néant de l’homme. Même ouvrage. ch. 28. p. 137. t. 3. (10. Feb. 1823.)

Les plaisirs de l’esprit ont des retours mille fois plus amers que ceux des sens. ib. p.139. (10. Feb. 1823.)

Μὴ προϑυμεῖσϑαι εἰς τὴν ἀκρίβειαν ϕιλοσοϕεῖν, ἀλλ’ εὐλαβεῖσϑαι ὅπως μὴ πέρα τοῦ δέοντος σοϕώτεοι γενόμενοι, λήδετε διαϕϑαρέντες. Plato in Gorgia ed. Frider. Astii. Lips. 1819 ... t.1. p.362-4. Ne enitamini ut diligenter philosophemini, sed cavete ne, supra quam oportet, sapientiores facti ipsi inscientes corrumpamini. Φιλοσοϕία γὰρ τοί ἐστιν, ὦ Σώκρατες, χαρίεν, ἄν τις αὐτοῦ μετρίος ἅψηται∙ ἐαν δὲ περαιτέρω τοῦ δέοντος ἐνδιατρίψῃ,  διαϕϑορὰ τῶν ἀνϑρώπων. ib. p. 356. Philosophia enim, o Socrate, est illa quidem lepida, si quis eam modice attingit, sin ultra quam opus est ei studet, corruptela est hominum. Tutta la vituperazione della filosofia che Platone in quel Dial. mette in bocca di Callicle, dalla p. 352. alla p. 362. è degna d’esser veduta. V’è anche insegnata (sebben Platone lo fa per poi negarla e confutarla) la vera legge naturale, che ciascun uomo o vivente faccia tutto per se, e il più forte sovrasti il più debole, e si goda quel di costui. (Roma 12. Feb. [2673] 1823. primo dì di Quaresima.)

Alla p. 2670. Le peuple de Leucade qui célèbre tous les ans la fête d’Apollon, est dans l’usage d’offrir à ce dieu un sacrifice expiatoire, et de détourner sur la tête de la victime tous les fléaux dont il est menacé. On choisit pour cet effet un homme condamné à subir le dernier supplice. On le précipite dans la mer du haut de la montagne de Leucade. Il périt rarement dans les flots; et après l’en avoir sauvé, on le bannit à perpétuité des terres de Leucade. (Strab. l. 10. p. 452. Ampel. memorab. c. 8.) Voyage d’Anacharsis etc. ch. 36. t. 3. p. 402. (17. Feb. 1823.)

Pianger si de’ il nascente ch’incomincia Or a solcare il mar di tanti mali, E con gioia al sepolcro s’accompagni, L’uscito de’ travagli della vita. Poeta antico appo Plutarco Come debba il giovane udir le poesie, volgarizzamento di Marcello Adriani il giovane, pagina ultima, cioè p.169. del tomo primo Opuscoli morali di Plutarco volgarizzati da Marcello Adriani il giovane stampati per la prima volta in Firenze, Piatti, 1819. (19. Feb. 1823.). V. la p. seg.

Dei beni umani il più supremo colmo È sentir meno il duolo. Sentenza che racchiude la somma di tutta la filosofia morale e antropologica. Poeta antico nel luogo citato qui sopra. (19. Feb. 1823.)

[2674] ῎Εμβραχυ per insomma, denique ec. come noi diciamo appunto in breve. Platone, Gorgia, ed. principe Ald. t... p. 457. A. (19. Feb. 1823.)

Grave non è nè a farsi nè a soffrirsi Quello a che noi necessità costringe. Tragico antico, ap. Plut. Discorso di consolazione ad Apollonio, una pagina avanti il mezzo. Volgarizzamento di Marcello Adriani il giovine. Fir. 1819. t. 1. p.194. (20. Feb. 1823.)

Alla p. antecedente. V. un detto di Crantore, e un frammento d’Aristotele in questo proposito, appresso il medesimo Plutarco dell’Adriani, nel Discorso di consolazione ad Apollonio t. 1. p.203-4. e un verso di Menandro ib. 213. (21. Feb. 1823.)

On ne fait entrer dans la cavalerie (Lacédémonienne) que des hommes sans expérience, qui n’ont pas assez de vigueur ou de zèle. C’est le citoyen riche qui fournit les armes, et entretient le cheval. (Xen. hist. gr. l. 6. p. 596.). Si ce corps a remporté quelques avantages il les a dus aux cavaliers étrangers que Lacédémone prenoit à sa solde (Id. de magistr. equit. p. 971.). En général les Spartiates aiment mieux servir dans l’infanterie: persuadés que le vrai courage se suffit à lui-même, ils veulent combattre corps à corps. J’étois auprès du roi Archidamus, quand on lui présenta le modèle d’une machine à lancer des traits, nouvellement inventée en Sicile. Après l’avoir examinée avec attention: C’en est fait, dit-il, de la valeur. (Plut. apophth. Lac. t. 2. p. 219.) Voy. d’Anach. ch. 50. t. 4. p. 252. Applicate [2675] tutto questo all’invenzione ed uso delle armi da fuoco ed alla milizia moderna. (23. Feb. 1823.)

Alla p. 2665. Les Arcadiens se regardent comme les enfans de la terre, parce qu’ils ont toujours habité le même pays, et qu’ils n’ont jamais subi un joug etranger. (Thucy. l.1. c.2. Xen. hist. gr. l. 7. p. 618. Plut. quaest. roman. t.2. p. 286.). Même ouvrage ch. 52. t. 4. p. 295. (23. Feb. 1823.)

Dans les transports de sa joie (Cydippe la prêtresse de Junon), elle supplia la Déesse d’accorder à ses fils (Biton et Cléobis) le plus grand des bonheurs. Ses voeux furent, dit-on, exauces: un doux sommeil les saisit dans le temple même (de Junon, entre Argos et Mycènes) et les fit tranquillement passer de la vie à la mort; comme si les dieux n’avoient pas de plus grand bien à nous accorder, que d’abréger nos jours. (Herodot. I. 31. Axioch. ap. Plat. t. 3. p. 367. Cic. Tusc. I. 47. Val. Max. v. 4. estern. 4. Stob. serm. 169. p. 603. Serv. et Philarg. in Georg. III. 532.) Même ouvrage ch. 53. t. 4. p. 343-4. Aggiungi Plutarco nel libro della consolazione ad Apollonio, volgarizzamento di Marcello Adriani il giovine. Fir. 1819. t. 1. p. 189. e vedi ciò ch’egli soggiunge a questo proposito. Al qual luogo egli ha rispetto nella pag. 213. da me citata qui a tergo. (25. Feb. 1823.)

Note

 ___________________________

 

[1] Il fine della letteratura è principalmente il regolar la vita dei non letterati; è insomma l'utilità loro, ed essi se n'hanno a servire. Ora io non ho mai saputo che la condizione di chi è servito, fosse peggiore e inferiore che non è quella di chi serve.

[2] Contrariamente. Non si trovano forse mille contrarietà fra le indoli, opinioni, costumi, di diversi tempi, nazioni, climi, individui, popoli civili fra loro, e rispetto ai non civili, e questi fra se medesimi, ec.? Pur tutti hanno i medesimi principii elementari costituenti la natura umana.

 

 

Indice Biblioteca Progetto Leopardi indice dell'opera

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 20 dicembre 2006