Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[2195] Alla p. 1127. prima del mezzo. Altri esempi di ciò gli ho notati altrove, altri se ne ponno vedere nell’Encycl. Grammaire, non mi ricordo a quale articolo, ma credo all’H. presi da Prisciano, altri p.1276. e quivi in marg. A’ quali tutti aggiungi sulcus fatto da ὅλχος (tractus), che però dovette da prima dirsi solcus, come volgus, volpes, come solpur per sulphur pretende il Pontedera, come forse per lo contrario supnus o sumnus ec. Questa etimologia di sulcus da ὅλχος è riconosciuta dal Forcell. Vedilo in principio di Sulcus. V. anche sisto p. 2143. fine-seg.

Osservo che questi nomi greci che passando in latino hanno mutato lo spirito in s, (siccome quelli che l’hanno mutato in h, e di questi è naturale perchè più recentemente fatti latini) conservano in latino le proprietà, e quasi la forma intera che hanno nel greco p.e. il genere maschile neutro ec. Non così quelli che hanno mutato lo spirito in v [2196] i quali hanno mutato il genere, la forma ec. in modo che appena o certo più difficilmente si ravvisano. Ho detto nomi, e intendo parole d’ogni sorta. Ciò fa credere o 1. che tal pronunzia di v o f in luogo dello spirito sia più antica, che quella in s, e perciò quelle parole più anticamente fatte proprie del latino 2. o ch’elle venendo forse dall’Eolico, avessero in esso dialetto forma diversa dalla greca comune. 3. o che in verità sieno passate dal latino al greco, o piuttosto (ed è verisimilissimo) siano di quelle parole primitivamente comuni ad ambe le lingue, e derivate da comune madre, il che conferma l’opinione della fratellanza del greco e latino. Bisogna però notare che quello che si cambia nel latino in s (o in h) è lo spirito denso, e quello che in v (o forse talvolta in f) il lene. Onde si potrebbe anche concludere che l’uso dello spirito denso, sebbene antichissimo, sia però nelle voci greche più recente, che quello del lene. Che l’uso greco [2197] (e quindi anche il latino) del σ per lo spirito, sia più recente di quello dell’H, mutato nel latino in v, o del digamma Ϝ ec. Che forse quelle parole greche scritte oggi collo spirito denso, che nel latino hanno il v, anticamente si scrissero o pronunziarono col lene (come ῾Εστία ec.), o che così passarono agli Eoli ec.

V. anche (circa lo spirito denso mutato in s) il Forc. in Sollus, Sollicitare principio, Solitaurilia princ. Solidus princ. (30. Nov. 1821.)

Solitas è voce latina antica dice il Forc. e significa solitudine. Or eccola ancora vivissima nello spagn. soledad collo stesso significato. V. il Gloss. se ha nulla. (30. Nov. 1821.)

Quello che altrove ho detto della lingua del Bartoli, dimostra quanto la nostra lingua si presti all’originalità dello stile e degli stili individuali, in tutti i generi, e in tutta l’estensione del termine. Originalità [2198] strettamente vietata dalla lingua francese allo stile ec. dell’individuo, se non pochissima, che a’ francesi pare gran cosa, come la lingua di Bossuet. Perocchè è molto una piccola differenza, in una nazione, in una letteratura, in una lingua, avvezza, e necessariamente conducente all’uniformità, che non può essere alterata se non se menomamente, senza dar bruttamente negli occhi, e uscir de’ limiti del lecito. Laddove nella lingua italiana lo scrittore individuo può essere uniforme agli altri, e difforme se vuole, anzi tutt’altro, e nuovissimo, e originalissimo, senza lasciar di essere e di parere italiano, e ottimo italiano, e insigne nella lingua. Ciascuno colla lingua italiana si può aprire una strada novissima, propria, ignota, e far maravigliare i nazionali di parlare una lingua che si possa esprimere in modo sì differente dal loro, e da loro non mai pensato, [2199] benchè benissimo l’intendano, per nuovo che sia. (30. Nov. 1821.)

Alla p. 1154. marg. Quanto però a mussitare io non credo che venga da mussatus ma da mussus, o quando anche venga da mussare, io non credo che questo sia verbo originario ma continuativo da mussus. Il quale io stimo antico participio di mutire o muttire verbo usato dagli scrittori antichi (come da concutio ec. concussus da sentire sensus, e non sentitus, concutitus ec. ec.) Quantunque in Terenzio se ne trovi (non è però senza controversia) il partic. mutitus. Il Forc. stesso, deriva mussare da mutire. Vedilo in Musso, Mutio, Mutitus. Mussitare però al solito lo dice frequentativo di mussare, ma io lo credo immediato frequentativo di mutire. Potrebb’essere però anche il contrario, trattandosi che mutire è verbo quasi disusato fra’ latini del buon secolo, secondo ciò che ho detto p. 1201. dopo il mezzo. (30. Nov. 1821.)

Alla p.2052. lapsare da lapsus di [2200] labi; (certo è azione più continua per se medesima lo sdrucciolare che il cadere, e sebbene anche labi, ha specialmente in molti casi un significato analogo a sdrucciolare, nondimeno lapsare significa di più in questo senso, ec.). (30. Nov. 1821.)

Alla p. 1112 marg. fine. Forse sentire ebbe un antico part. sentitus, (regolarissimo) in vece di sensus (anomalo). Questo infatti viene da sensi (anomalo); perchè non dunque quello da sentii (regolare come audii)? Forc. però non riconosce punto il pret. sentii. (30. Nov. 1821.)

Alla p. 1167. fine. Potrà far maraviglia il verbo quaeritare, (e il composto requiritare) e indurre a credere che questa sia almeno un’eccezione alla mia regola che i continuativi, e i frequentativi in itare non si formano se non dai part. in us dei verbi originarii. Niente di tutto ciò. Questo esempio invece di distruggere o indebolire la regola, col mezzo della regola [2201] si rettificherà e porrà in chiaro, e si spoglierà eziandio dell’apparenza di anomalia.

Dico che quaeritare viene da un antico quaeritus di quaerere. 1. Questo è regolare come tritus di terere, che è contrazione di teritus, ec. laddove quaesitus è irregolare. Siccome quaesivi, o quaesii in vece di quaerivi, o quaerii, o quaeri.

2. Nello spagnuolo querer che sebbene con diverso significato (per la lontananza de’ tempi, e la varietà de’ dialetti in che si divise il latino nel propagarsi) è però il puro e pretto quaerere, voi trovate appunto il partic. querido, cioè quaeritus. Notate che vi troverete ancora da quisè (cioè quaesivi, o quaesii) il part. anomalo quisto (quisto bien o mal) cioè quaestus, cioè quaesitus, giacchè sebbene non si trova quaestus part., si trova però quaestus us verbale, (e v. p.2146.) e quaestor, e quaestura ec. tutte pure contrazioni [2202] di quaesitus us, quaesitor, quaesitura ec. voci che parimente si dicono. Hanno anche gli spagnuoli da quisto, malquisto (come da querido, malquerido) cioè malvoluto, e quindi malquistar (male quaesitare) cioè rendere odioso, (Solìs) significato figurato e metaforico, o almeno non primitivo.

3. Avvertite che quaeritare è verbo antico. Il Forc. non ne ha esempi che da Plauto e Terenzio. Quindi forse anche egli non era se non del popolo, eterno conservatore dell’antichità, il quale perciò da quaero non avrà fatto quaesito, ma quaerito dal vecchio quaeritus, che forse conservò parimente come oggi si conserva in ispagnuolo.

4. Sebbene il Forcellini di quaero e quaeso. faccia due verbi, ed al primo dia il perf. sivi, e sii, col sup. situm, al secondo dia gli stessi perfetti, ma neghi il supino, nondimeno è chiaro che tanto i detti perfetti, quanto il supino e participio non sono in verità di quaero, ma di quaeso. Questo quaeso, dice il Forc. è idem quod quaero: quemadmodum dicebant arborem, casmen, valesii, asa, etc. pro arborem, carmen, valerii, [2203] ara, etc. Dunque se quaeso è corruzione di quaero, quaesitus non è che corruzione di quaeritus; quello dunque è particolare di quaeso (cioè di un verbo corrotto da quaero), e questo cioè quaeritus è il proprio part. di quaero; dunque quaeritare è lo stesso che se si dicesse quaesitare, e non osta niente di più alla mia regola; ed è formato nè più nè meno secondo essa, come qualunque altro continuativo o frequentativo (ch’egli può per la sua forma esser l’uno e l’altro); ed è regolare come venditare da vendere; dunque in luogo ch’egli dimostri magagna o eccezione nella mia regola, questa anzi aiuta a conoscere e determinare la vera natura, la vera origine e formazione di questo antico verbo (e forse popolare), e l’antico e proprio participio di quaerere cioè quaeritus, il quale è dimostrato appunto da quaeritare, secondo la mia regola.

Così discorro di queritari da queror, [2204] il cui solo partic. noto questus non è che una sincope dell’ignoto quesitus, il quae non fu se non corruzione del parimente inusitato queritus. (1. Dic. 1821.)

È degno di esser letto l’ultimo capo del Κυνηγετιχός di Senofonte, dove inveisce contro i sofisti, dimostra l’utilità e necessità delle assuefazioni ed esercizi corporei vigorosi, dice particolarmente che bisogna seguir prima di tutto la natura, (§. δ´) ec. V. ancora il capo precedente che contiene un bell’elogio della caccia, occupazione naturalissima e primitiva, degna veramente dell’uomo, e conducente alla felicità naturale. (1. Dic. 1821.)

Come l’amor proprio, così l’odio verso altrui che n’è indivisibile conseguenza, o fratello, si può bensì nascondere, o travisare sotto infiniti aspetti, ma non perdere nè scemare mai in verun individuo della razza animale, nè esser maggiore o minore [2205] in questo individuo che in quello. Se non quanto può esser maggiore o minore l’amor proprio, non così che l’individuo non si ami sempre quanto più può, ma riguardo all’intensità, ed a quella forza maggiore o minore di passione e di sentimento, che la natura ha dato ai diversi individui e specie di animali, e che l’assuefazione ha conservato, o cresciuto o scemato. Sotto questo aspetto l’amor proprio, il grado, la forza, la massa di esso può esser maggiore o minore secondo gl’individui e specie, e quindi anche l’odio verso altrui. Può anche esser maggiore o minore nello stesso individuo secondo le diverse età, assuefazioni successive, circostanze accidentali, giornaliere, momentanee, tanto fisiche che morali. Può parimente esser maggiore o minore in una medesima specie generalmente, nelle diverse sue epoche fisiche e morali, circostanze, ec. [2206] P.e. verso i suoi simili l’odio naturale può talvolta esser maggiore talvolta minore che verso gli altri animali ec. (1. Dic. 1821.)

Il timore, passione immediatamente figlia dell’amor proprio e della propria conservazione, e quindi inseparabile dall’uomo, ma soprattutto manifesta e propria nell’uomo primitivo, nel fanciullo, in coloro che più conservano dello stato naturale; passione strettissimamente comune all’uomo con ogni specie di animali, e carattere generale de’ viventi; una tal passione, è la più egoistica del mondo. Nel timore l’uomo si isola perfettamente, si stacca da’ suoi più cari, e pena pochissimo (anzi quasi da necessità naturale è portato) a sacrificarli ec. per salvarsi. Nè solo dalle persone, o da tutto ciò ch’è in qualche modo altrui, ma dalle cose stesse più proprie sue, più preziose, più necessarie, l’uomo [2207] si stacca quando teme, come il navigante che getta in mare il frutto de’ suoi più lunghi travagli, e anche di tutta la sua vita, i suoi mezzi di sussistenza. Onde si può dire che il timore è la perfezione e la più pura quintessenza dell’egoismo, perchè riduce l’uomo non solo a curar puramente le cose sue, ma a staccarsi anche da queste per non curar che il puro e nudo se stesso, ossia la nudissima esistenza del suo proprio individuo separata da qualunque altra possibile esistenza. Fino le parti di se medesimo sacrifica l’uomo nel timore per salvarsi la vita, alla quale, e a quel solo che l’è assolutamente necessario in qualunque istante, si riduce e si rannicchia la cura e la passione dell’uomo nel timore. Si può dir che il se stesso diviene allora più piccolo e ristretto che può, affine di conservarsi, e consente a gettare tutte le proprie parti non necessarie, per salvare quel tanto ch’è [2208] inseparabile dal suo essere, che lo forma, e in cui esso necessariamente e sostanzialmente consiste.

L’egoismo del timore spingeva gli Americani (ed altri antichi, massime ne’ grandi disastri ec. o altri popoli barbari) ad immolar vittime umane ai loro Dei, fatti veramente dal timore (primos in orbe deos fecit timor), e non per altra cagione rappresentati e adorati da essi sotto le forme più mostruose e spaventose. Laonde il loro timore essendo abituale, il detto effetto dell’estremo egoismo di questa passione, doveva fra essi e tra coloro che si trovarono o si trovano in simili circostanze, essere un costume. (1. Dic. 1821.)

Ho detto che l’uomo di gran sentimento più presto degli altri è soggetto a divenire indifferente sì nel resto, sì quanto alle sventure. Ciò vuol dire ch’egli forma l’abito delle sventure (così dite del resto) [2209] più facilmente e prontamente degli altri. E per due cagioni. 1. Perchè più soffre essendo più sensibile, onde le cause dell’assuefazione che sono l’esercizio, e la ripetizion delle sensazioni, essendo in lui maggiori che negli altri, più presto la cagionano. Oltre ch’egli più vivamente le sente ond’è soggetto a sventure maggiori e per numero e per grado di forza ec. 2. Perch’egli è anche per se stesso e indipendentemente dalle circostanze, più assuefabile degli altri. (Massime a questi generi di cose.) Ond’egli impara la sventura più presto degli altri, come gli uomini di talento (che per lo più sono anche di sentimento) imparano le discipline, o quella tale a cui sono inclinati ec. più presto degli altri, e più presto e facilmente intendono, concepiscono ec. perchè più attendono ec. Quindi è che gli uomini di poco o mediocre sentimento, e generalmente i mediocri spiriti, dopo un numero o una massa di sventure, maggiore assai di quella che ha bastato ad assuefare e [2210] rendere imperturbabile l’uomo di gran sentimento, non vi sono ancora assuefatti, sono sempre aperti all’afflizione al dolore, sempre sensibili al male, sempre egualmente teneri e molli (sebbene quegli ch’era assai più molle, sia già del tutto indurato), e restano bene spesso tali per tutta la vita, tanto capaci di soffrire nella decrepitezza, quanto appresso a poco nella prima giovanezza. Anzi di più, perchè meno distratti nelle loro sensazioni, e meno aiutati dalla forza naturale. Laddove all’uomo di sentimento lo stesso esser poco capace di distrazione, lo stesso attender vivamente alle sensazioni, facilita l’assuefazione, e l’acquisto della insensibilità, e incapacità di più attendervi. (1. Dic. 1821.)

Se la lingua greca nel risorgimento delle lettere avesse prevaluto alla latina, quanto all’uso de’ dotti, alle cose diplomatiche ec. ella sarebbe [2211] stata (oltre gli altri vantaggi) più facile a trattare e a scrivere anche elegantemente, e con quella perfezione con che in Italia fu scritto il latino, e ciò non solo per la sua adattabilità alle cose moderne, ma per la maggior facilità assoluta della sua costituzione e proprietà, che resulta dalla sua naturalezza, semplicità di frase di andamento ec. E la minore anzi niuna somiglianza che avrebbe avuta col materiale delle lingue moderne e viventi, sarebbe stato uno scoglio di meno alla sua purità, ed eleganza, alla conservazione della sua vera indole, e in vece del latino barbaro, si sarebbe scritto un greco puro, e la barbarie non avrebbe dovuto esser cagione di abbandonarla, come la latina, barbara anche oggi negli scrittori tedeschi ec. che la usano.

Oltre il gran vantaggio, scioltezza ec. che avrebbe recato agl’intelletti, alla concezione e all’espressione delle idee, alla chiarezza e facilità dell’una e dell’altra, la familiarità la pratica e l’uso di quella onnipotente [2212] lingua. (2. Dic. 1821.)

Non si pensa se non parlando. Quindi è certissimo che quanto la lingua di cui ci serviamo pensando, è più lenta, più bisognosa di parole e di circuito per esprimersi, ed esprimersi chiaramente, tanto (in proporzione però della rispettiva facoltà ed abitudine degl’intelletti individuali) è più lenta la nostra concezione, il nostro pensiero, ragionamento e discorso interiore, il nostro modo di concepire e d’intendere, di sentire e concludere una verità, conoscerla, il processo della nostra mente nel sillogizzare, e giungere alle conseguenze. Nella maniera appunto che una testa poco avvezza a ragionare, più lentamente tira da premesse evidenti e ben concepite, e legate ec. una conseguenza parimente manifesta (il che accade tuttodì negli uomini volgari, ed è cagione della loro poca ragionevolezza, della loro piccolezza, tardità nell’intendere le cose più ovvie, piccolezza, volgarità, oscurità di [2213]mente ec.); e nella maniera che la scienza e la pratica delle matematiche, del loro modo di procedere, e di giungere alle conseguenze, del loro linguaggio ec. aiuta infinitamente la facoltà intellettiva e ragionatrice dell’uomo, compendia le operazioni del suo intelletto, lo rende più pronto a concepire, più veloce e spedito nell’arrivare alla conclusione de’ suoi pensieri, e dell’interno suo discorso; insomma per una parte assuefa, per l’altra facilita all’uomo l’uso della ragione ec. Quindi deducete quanto giovi la cognizione di molte lingue, giacchè ciascuna ha qualche proprietà e pregio particolare, questa è più spedita per un verso, quella per un altro, questa è più potente nella tal cosa, quella in tal altra, questa può facilmente esprimere la tale precisa idea, quella non può, o difficilmente. Egli è indubitato: la nuda cognizione di molte lingue [2214] accresce anche per se sola il numero delle idee, e ne feconda poi la mente, e ne facilita il più copioso e più pronto acquisto. Quello che ho detto della lentezza o speditezza delle lingue si deve estendere a tutte le altre loro proprietà; povertà o ricchezza, ec. ec. anche a quelle che spettano all’immaginazione, giacchè da queste è influita la fantasia, e la facoltà delle concezioni fantastiche (e ragionamenti fantastici) e la qualità di esse, come da quelle è influito l’intelletto e la facoltà del discorso. Vedete dunque s’io ho ragione nel dire che la pratica della lingua greca avrebbe giovato agl’intelletti più che non fece quella della latina (lingua non solo non filosofica nè logica, come non lo è neppur la greca, ma non adattabile, senza guastarla, alla filosofia sottile, ed all’esattezza precisa delle espressioni e delle idee, a differenza della greca.). V. la p. 2211. fine. E quello che dico della lingua greca, dico di ciascun’altra [2215] per la sua parte, massime di quelle ad essa più analoghe; lo dico dell’italiana, massime in ordine alla facoltà immaginativa, e concettiva del bello, del nobile, del grazioso ec. la qual facoltà da nessuna moderna lingua può tanto essere aiutata come dall’italiana, avendola ben conosciuta e familiare, o materna o no ch’ella ci sia. (3. Dic. dì di S. Franc. Saverio. 1821.)

Virtù presso i latini era sinonimo di valore, fortezza d’animo, e anche s’applicava in senso di forza alle cose non umane, o inanimate, come virtus Bacchi, cioè del vino, virtus virium, ferri, herbarum. V. onninamente il Forcellini. Anche noi diciamo virtù per potenza, virtù del fuoco, dell’acqua, de’ medicamenti ec. V. la Crusca. Virtù insomma presso i latini non era propriamente altro che fortitudo, applicata particolarmente all’uomo, da vir. E anche dopo il grand’uso [2216] di questa parola presso i latini, tardò ella molto a poter essere applicata alle virtù non forti non vive per gli effetti e la natura loro, alla pazienza (quella che oggi costuma), alla mansuetudine, alla compassione ec. Qualità che gli scrittori latini cristiani chiamarono virtutes, non si potrebbero nemmeno oggi chiamar così volendo scrivere in buon latino, benchè virtù elle si chiamino nelle sue lingue figlie, e con nomi equivalenti nelle altre moderne. Di ἀρετή (da ἄρης) v. i Lessici, e gli etimografi: sebbene la sua etimologia, perchè parola più antica, o più anticamente frequentata dagli scrittori, sia più scura. E così credo che in tutte le lingue la parola significativa di virtù, non abbia mai originariamente significato altro che forza, vigore, (o d’anima o di corpo, o d’ambedue, o confusamente dell’una e dell’altro, ma certo prima e più di [2217] questo che di quella). Tanto è vero che l’uomo primitivo, e l’antichità, non riconosce e non riconobbe altra virtù, altra perfezione nell’uomo e nelle cose, fuorchè il vigore e la forza, o certo non ne riconobbe nessuna che fosse scompagnata da queste qualità, e che non avesse in elle la sua essenza, e carattere principale, e forma di essere, e la ragione di esser virtù e perfezioni. (3. Dic. 1821.)

Didone, Aen. 4.659. seg.

Moriemur inultae,

Sed moriamur, ait. Sic sic iuvat ire sub umbras.

Virgilio volle qui esprimere (fino e profondo sentimento, e degno di un uomo conoscitore de’ cuori, ed esperto delle passioni e delle sventure, come lui) quel piacere che l’animo prova nel considerare e rappresentarsi non solo vivamente, ma minutamente, intimamente, e pienamente la sua disgrazia, i suoi mali; nell’esagerarli, anche, a se stesso, [2218] se può (che se può, certo lo fa), nel riconoscere, o nel figurarsi, ma certo persuadersi e proccurare con ogni sforzo di persuadersi fermamente, ch’essi sono eccessivi, senza fine, senza limiti, senza rimedio nè impedimento nè compenso nè consolazione veruna possibile, senza alcuna circostanza che gli alleggerisca; nel vedere insomma e sentire vivacemente che la sua sventura è propriamente immensa e perfetta e quanta può essere per tutte le parti, e precluso e ben serrato ogni adito o alla speranza o alla consolazione qualunque, in maniera che l’uomo resti propriamente solo colla sua intera sventura. Questi sentimenti si provano negli accessi di disperazione, nel gustare il passeggero conforto del pianto, (dove l’uomo si piglia piacere a immaginarsi più infelice che può), talvolta anche nel primo punto e sentimento o novella ec. del suo male ec.

[2219] L’uomo in tali pensieri ammira, anzi stupisce di se stesso, riguardandosi (o proccurando di riguardarsi, con fare anche forza alla sua ragione, e imponendole espressamente silenzio (nella sua) coll’immaginazione) come per assolutamente straordinario, straordinario o come costante in sì gran calamità, o semplicemente come capace di tanta sventura, di tanto dolore, e tanto straordinariamente oppresso dal destino; o come abbastanza forte da potere pur vedere chiaramente pienamente vivamente e sentire profondamente tutta quanta la sua disgrazia.

E questo è ciò che ci proccura il detto piacere, il quale non è in somma che una pura straordinaria soddisfazione dell’amor proprio. E questa soddisfazione dove la prova egli l’amor proprio? nell’estrema e piena disperazione. E donde gli viene, in che si fonda, che soggetto ha? l’eccesso, l’irremediabilità del proprio male.

La disperazione è molto ma molto più piacevole della noia. La natura ha [2220] provveduto, ha medicato tutti i nostri mali possibili, anche i più crudeli ed estremi, anche la morte (di cui v. i miei pensieri relativi), a tutti ha misto del bene, anzi ne l’ha fatto risultare, l’ha congiunto all’essenza loro; a tutti i mali, dico, fuorchè alla noia. Perchè questa è la passione la più contraria e lontana alla natura, quella a cui non aveva non solo destinato l’uomo, ma neppur sospettato nè preveduto che vi potesse cadere, e destinatolo e incamminatolo dirittamente a tutt’altro possibile che a questa. Tutti i nostri mali infatti possono forse trovare i loro analoghi negli animali: fuorchè la noia. Tanto ell’è stata proscritta dalla natura, ed ignota a lei. Come no infatti? la morte nella vita? la morte sensibile, il nulla nell’esistenza? e il sentimento di esso, e della nullità di ciò che è, e di quegli stesso che la concepisce e sente, e in cui sussiste? e morte e nulla vero, perchè le morti e distruzioni corporali, non sono altro che trasformazioni di sostanze e di qualità, e il fine di esse non è la morte, [2221] ma la vita perpetua della gran macchina naturale, e perciò esse furono volute e ordinate dalla natura.

Osserviamo le bestie. Fanno bene spesso pochissimo o stanno ne’ loro covili ec. ec. ec. senza far nulla. Quanto di più fa l’uomo. L’attività dell’uomo il più inerte, vince quella della bestia più attiva (sia attività interna o esterna). Eppur le bestie non sanno che sia noia, nè desiderano attività maggiore ec. L’uomo si annoia, e sente il suo nulla ogni momento. Ma questo fa e pensa cose non volute dalla natura. Quelle viceversa. (3. Dic. 1821.)

Non potui abreptum etc.?

Verum anceps pugnaefuerat fortuna. fuisset:

Quem metui moritura?

Didone, Aen. 4.600.603. seg. Fuerat qui significa espressamente sarebbe stata. Puoi vedere p.2321. Fuera direbbero appunto gli spagnuoli. Quest’uso dell’indicativo preterito [2222] piucchè perfetto in luogo e in senso del piucchè perfetto dell’ottativo o soggiuntivo, è frequentissimo presso i latini massime allora quando esso va congiunto con altro più che perfetto del soggiuntivo, onde sarebbe stato bisogno il duplicar questo, come nel cit. luogo, dove se in vece di fuerat poneste fuisset, raddoppiereste quel fuisset (fosse stata) che viene subito dopo. V. anche Georg. 2. 132.133. dove però si usa l’imperfetto indicativo (v. p. 2348.) V. pure Georg. 3.563. seqq. e Oraz. l.4. od. 6. v. 16-24. falleret per fefellisset. Così in quell’altro di Virg. Aen. 2. [54]:

Et si fata deum, si mens non laeva fuisset,

impulerat ec.

V. anche Oraz. od. 17. l.2. v. 28. seqq. e l. 3. 16.3. seqq. Così in quel famoso perieram nisi periissem. Cioè sarei perito, se non fossi perito. Or da tali osservazioni io deduco due cose.

1. Che l’imperfetto ottativo o soggiuntivo spagnuolo terminato nella prima e terza persona in ara o in era, amara, leyera, oyera, non derivi dall’imperfetto latino dello stesso modo, amarem, legerem, audirem, ma dal piucchè perfetto dimostrativo, amaveram, [2223] legeram, audieram E me lo persuade 1. la desinenza e la forma materiale, che in non pochi verbi è similissima, anzi tutt’una coi detti tempi latini, come fueram fuera, quaesieram quisiera (che ha che far quisiera con quaererem?), dixeram dixera (e questo che ha da far con dicerem?) ec. 2. Il veder che il detto tempo spagnolo si forma nè più nè meno, sempre dal passato dimostrativo, sì come appunto il più che perfetto dimostrativo latino, non così il latino imperfetto del congiuntivo. 3. L’uso e il significato di detto tempo spagnuolo; giacchè gli spagnuoli dicono per es. fuera per sarei stato e per fossi stato, per j’aurais été, e si j’avais été, che sono i due significati del piucchè perfetto congiuntivo latino (come fuissem), in luogo del quale appunto abbiamo veduto che spesso si usava dai latini appunto il più che perfetto dimostrativo. (Credo pur che si usi dagli spagnoli [2224] fuera p.e. per fossi, si j’étais, che i latini dicono essem distinto da fuissem, o anche forem; negli altri verbi, usano l’imperfetto congiuntivo, si legerem, se leggessi, si je lisais.)

2. Che questa proprietà della lingua spagnuola, lingua derivata dal volgare latino, debba dare ad intendere che in esso volgare si costumasse di adoperare regolarmente e ordinariamente il piucchè perfetto del dimostrativo in luogo di quello del congiuntivo, come effettivamente troviamo fatto qua e là dagli stessi scrittori latini. Ma essi lo fanno, quasi per figura o eleganza. Il volgare latino lo doveva fare per costume e proprietà, se osserviamo le dette ragioni, e come quest’uso sia comune e regolare (anzi inviolabile e proprio e necessario) in una lingua moderna e popolare, derivata da quel volgare; e che certo non accaso combina in ciò con l’uso che abbiamo osservato in parecchi passi [2225] degli antichi scrittori. (4. Dic. 1821.)

Alla p. 1167. Similmente abbiamo già notato p. 114. fine, il continuativo anomalo visere di videre da visus participio pure o anomalo, o non di primitiva forma ec. E che questo sia veramente continuativo e in se, e ne’ suoi composti vedilo in Virgilio sul principio delle Georg. Tuque adeo quem mox quae sint habitura deorum Concilia incertum est, urbisne invisere, ἐπισχοπεῖν presiedere) Caesar, Terrarumque velis curam, et te maximus orbis Auctorem frugum, tempestatumque potentem Accipiat ec. Non può esser più decisamente continuativo. Ponete invece, videre, o visitare, e sentirete subito la differenza del positivo e del frequentativo dal continuativo. V. p. 2273. fine. e Virg. Georg. 4.390. revisit, consideralo bene, e provati di metterci il positivo, o di pigliare revisit per frequentativo. Puoi anche vedere ib. 547. 553. e tal uso di questo verbo è ordinario negli scrittori. Lo stesso dico di questo luogo di Orazio (Od.31. l.1., v.13. seqq.) Dis carus ipsis: (parla del mercante) quippe ter et quater Anno REVISENS (cioè solito di rivedere [2226] ogni anno; che ha che far questo col frequente? o col positivo? ec.) aequor Atlanticum Impune. Ponete revidens se potete. Come potrebbe reggersi in tal luogo questo participio presente, se fosse o positivo o frequentativo? e se non volesse dire solito di ec. ed esprimere consuetudine, la quale è presente in ciascun momento su cui possa cadere la parola o la frase?

Del resto come plectere chi sa che non sieno continuativi anche flectere, nectere, pectere (da ήχω) e tali altri. Ma esamina meglio la cosa e vedi il Forcellini. V. anche texere.(5. Dic. 1821.)

Alla p.2019. marg. fine. Abbiamo pure pattuire (corrottamente pattovire, come continovo ec.) il qual verbo non è già da pactum i, sostant. nè da pactus participio dai quali avremmo fatto pattare, (abbiamo anche questo infatti, ed impattare, v. i Diz. spagn.) ma dal sust. pactus us, di cui v. nel Dufresne pactibus da Plauto [2227] nella Cistellaria (sebbene il Forcell. nè l’Appendice non ne hanno nulla) e Pactus (non so se i, o us) di bassa latinità. E nota pertanto in questo moderno pattuire un chiaro vestigio, anzi un derivato dell’antico pactus us, manifesto nel luogo di Plauto (però vedilo), e obbliato poi dagli scrittori, e dagli stessi Vocabolaristi. Giacchè il Forc. non la mette neppure fra quelle de’ Lessici antichi da lui scartate. (5. Dic. 1821.). Il nostro eccettuare (v. nel Gloss. Exceptuare) io credo che venga da un ignoto exceptus us sostant. come captus us dal semplice capio, da cui viene excipio, onde exceptare (Gloss.) excepter franc. ed exceptuare. V. i Diz. spagn. Così conceptus us, deceptus us, receptus us, inceptus us, ec.

Coloro che tengono la lingua italiana come morta, vietandogli l’uso attuale, e continuato, e inalienabile delle sue facoltà fanno cosa più assurda de’ nostri libertini, e più dannosa. Gli uni e gli altri tengono la vera lingua italiana per morta; ma questi con buona conseguenza ne deducono che dobbiamo servirci di un’altra viva, cioè di quella barbara che ci pongono avanti, e che adoprano; quelli (cosa stolta) [2228] vogliono che noi vivi scriviamo e parliamo, e trattiamo le cose vive in una lingua morta. (5. Dic. 1821.)

È cosa facilmente osservabile che nel comporre ec. giova moltissimo, e facilita ec. il leggere abitualmente in quel tempo degli autori di stile, di materia ec. analoga a quella che abbiamo per le mani ec. Da che cosa crediamo noi che ciò derivi? forse dal ricevere quelle tali letture, quegli autori ec. come modelli, come esempi di ciò che dobbiamo fare, dall’averli più in pronto, per mirare in essi, e regolarci nell’imitarli? ec. non già, ma dall’abitudine materiale che la mente acquista a quel tale stile ec. la quale abitudine le rende molto più facile l’eseguir ciò che ha da fare. Tali letture in tal tempo non sono studi, ma esercizi, come la lunga abitudine del comporre facilita la composizione. Ora tali letture fanno appunto allora l’uffizio di quest’abitudine, la facilitano, esercitano insomma la mente in quell’operazione [2229] ch’ella ha da fare. E giovano massimamente quando ella v’è già dentro, e la sua disposizione è sul train di eseguire, di applicare al fatto ec. Così leggendo un ragionatore, per quei giorni si prova una straordinaria tendenza, facilità, frequenza ec. di ragionare sopra qualunque cosa occorrente, anche menoma. Così un pensatore, così uno scrittore d’immaginazione, di sentimento (esso ci avvezza per allora a sentire anche da noi stessi), originale, inventivo ec. E questi effetti li producono essi non in forza di modelli (giacchè li producono quando anche il lettore li disprezzi, o li consideri come tutt’altro che modelli), ma come mezzi di assuefazione. E però, massime nell’atto di comporre, bisogna fuggir le cattive letture, sia in ordine allo stile, o a qualunque altra cosa; perchè la mente senz’avvedersene si abitua a quelle maniere, per quanto le condanni, e per quanto sia abituata già a maniere diverse, abbia formato una maniera [2230] propria, ben radicata nella di lui assuefazione ec. (6. Dic. 1821.)

Quanto sia vero che la scienza ed ogni facoltà umana non deriva che da pure assuefazioni, e queste quando son relative in qualunque modo all’intelletto, hanno bisogno dell’attenzione. L’uomo di gran talento, e avvezzo soprammodo ad attendere, ed assuefarsi, si trova bene spesso inespertissimo e ignorante di cose che i meno attenti, e più divagati animi conoscono ottimamente. Ciò viene perch’egli in tali cose non suol porre attenzione. Ho detto altrove ch’egli suol essere ignorantissimo di tutte le arti ec. della buona compagnia. Osservatelo ancora nel senso materiale del gusto. Gl’ignoranti l’avranno finissimo, e capacissimo di discernere le menome differenze, pregi, difetti de’ sapori e de’ cibi. Egli al contrario, e se talvolta vi attende, si maraviglia di non capir nulla di ciò che gli altri conoscono benissimo, e gli dimostrano. Eppur questo è un senso materiale. Ma non esercitato da lui con l’attenzione, [2231] benchè materialmente esercitato da lui come dagli altri. Che vuol dir ciò? tutte le facoltà umane le più materiali, e apparentemente naturali, abbisognano di assuefazione ec. (6. Dic. 1821.)

Alla p. 2181. Di quelli che scrivevano in dialetto ionico per pura eleganza e bellezza, dopo già prevaluto universalmente l’attico, con tutte le regole e pedanterie dell’atticismo, v. Luciano πῶς δεῖ ἱστορίαν συγγαϕεῖν. (6. Dic. 1821.)

Di quante parole o frasi forestiere antiche o moderne, diciamo giornalmente fra noi stessi, o interrogati del loro valore, questa non si può esprimere in nostra lingua, il significato non ve lo posso precisamente spiegare. Che cosa sono esse? idee, o parti, o qualità e modificazioni d’idee, che quelle lingue e quelle nazioni hanno, e che la nostra non ha, benchè ne sia capacissima, perchè imparando quelle lingue, le comprende benissimo, e chiaramente. (6. Dic. 1821.)

[2232] La legge Cristiana essenzialmente e capitalmente e in modo che senza ciò ella non sussiste, prescrive di amar Dio sopra tutte le cose, i prossimi come se stesso per amor suo, e se stesso non per se stesso, ma per amor di Dio; ond’è ch’ella comanda ancora l’odio di se stesso ec. Ora torcete la cosa quanto volete, siccome per una parte non potrete mai negare che la legge Cristiana non obblighi assolutamente l’uomo a porre un altro Essere al di sopra di se stesso nel suo amore per ogni verso; così nell’ultima e più sicura ed infallibile analisi della natura (non solo umana, ma vivente, anzi di quella natura che sente in qualunque modo la sua propria esistenza) troverete che questo è dirittamente e precisamente impossibile, e contraddittorio al modo reale di essere delle cose. (7. Dic. 1821.)

Non esiste nè può esistere nè sommo bene, nè sommo male; tanto come sommo, quanto come bene o male, nessuna cosa essendo per se o buona o cattiva. Bensì il sommo bene o male [2233] può esistere dentro i limiti di una stessa natura, dipendentemente, e posteriormente all’ordine e all’essenza di lei, relativamente ad essa, agli esseri ch’ella comprende, alle qualità che dentro il suo sistema, e dopo il suo sistema, e a cagione e in virtù del suo sistema, sono buone o cattive, più o meno buone o cattive. (7. Dic. 1821.)

Ho detto altrove che nel giudizio che il lettore pronunzia sulle poesie (così proporzionatamente si può dire d’ogni altro genere di scrittura), dipende ed è influito moltissimo dall’attuale disposizione del suo animo, e soggetto perciò ad esser falsissimo (sì nel favorevole come nello sfavorevole), per molto che il lettore sia giudizioso, ingegnoso, sensibile, capace di entusiasmo, insomma giudice al tutto competente. Osservate infatti. In una disposizion d’animo fredda e indifferente, ovvero [2234] distratta, o gravata d’altre cure, o scoraggiata, o disingannata ec. sia ella tale attualmente per qualunque cagione, o abitualmente, acquisita o naturale ec. le più belle scene della natura ec. ec. non producono, neppure all’uomo il più sensibile del mondo, il menomo effetto, e quindi nessun piacere; e non però elle sono men belle. Così viceversa. Similmente dunque deve accadere, e similmente si deve discorrere del giudizio che gli uomini, anche i più capaci, pronunziano e concepiscono delle poesie, cose di eloquenza, di sentimento d’immaginazione ec. Giudizio diversissimo e nelle diverse persone, e in una stessa in diversi tempi, e momenti anche della giornata, e molto più in diverse nazioni ec. Aggiungete la sazietà, la scontentezza, il vôto dell’animo, la noia; aggiungete le circostanze degli studi, il trovarsene sazio o annoiato in quel [2235] tal momento, il venire da uno studio o lettura che ti ha stancato o annoiato ec. il che può rendere il giudizio tanto più favorevole del giusto, quanto anche (assai spesso) più sfavorevole.

Ed è cosa generalmente notabile che gli uomini disingannati, e disseccati sono necessariamente cattivi giudici della poesia, eloquenza ec. Or tale è ben presto il caso degli uomini più sensibili e immaginosi, come ho detto altrove. Anzi lo è quasi sempre in quel tempo in cui essi son giunti a formarsi un gusto e un tatto fino e squisito in materie letterarie e in ogni altra cosa, il che non può essere se non dopo lungo studio, esperienza, tempo. Quindi è che oggidì i più competenti giudici delle opere d’immaginazione e sentimento, anzi i soli competenti, vengono pur troppo ad essere incompetenti, per la quasi [2236] inevitabile abitudine di freddezza e noncuranza ch’essi contraggono più presto, più costantemente e durevolmente e continuamente, e più radicalmente, profondamente, e vivamente degli spiriti mediocri. Fra’ quali per conseguenza non isbaglierebbe forse, chi pretendesse di ritrovare i giudici migliori possibili in tali materie, se non altro come mezzi e subbietti d’esperimento. (8. Dic. dì della Concezione di Maria SS. 1821.)

Spessissimo anzi quasi sempre, dalle voci latine comincianti per ex noi abbiamo tolto la e, e il c, e cominciatele per s, specialmente, anzi propriamente allora quando la ex era seguita da consonante, sicchè la nostra s viene ad essere impura. Nel qual caso che cosa soglian fare gli spagnuoli e i francesi, l’ho detto altrove parlando della s iniziale impura. Parrà che costoro, solendo conservare la e, si accostino [2237] più di noi al latino, e nondimeno chi vuol vedere che l’antico volgare latino, ed anche gli scrittori più antichi, usavano di far nè più nè meno quel che facciamo noi, osservi il Forc. in Stinguo (e forse anche in molti altri luoghi), verbo che anche noi anticamente dicemmo per estinguo, e così stremo per estremo, sperimento, esperimento; sperto, esperto; spremere da exprimere da cui pure abbiamo esprimere; sclamare da exclamare, onde pure esclamare; e così altre tali voci che hanno pur conservata la e, la perdono o a piacer dello scrittore, o nei nostri antichi, o nella bocca del popolo ec. E forse l’avere gli spagnoli e i francesi la e in tali parole, non è tanto conservazione, quanto maggiore e doppia corruzione; vale a dire che, secondo me, essi volgarmente da principio dissero come noi, cioè colla s impura iniziale, e poi per proprietà ed inclinazione de’ loro organi, che mal la soffrivano, o a cui riusciva poco dolce ec. v’aggiunsero, non [2238] prendendola dal latino ma del loro, la e iniziale. Infatti essa si trova sempre o quasi sempre nelle parole che anche nel latino scritto, e dell’aureo secolo, e per loro natura ed etimologia ec. cominciano colla s impura, siccome pur fanno sempre in italiano. V. p. 2297.

Del resto non sarebbe maraviglia che posti per estremi da una parte il volgar latino, e lo scritto, dall’altra i volgari italiano spagnolo francese, si trovasse che questi due ultimi si accostano più (nel materiale intendo, e nell’estrinseco, e particolare) allo scritto che al volgare latino, e l’italiano al contrario. Perocchè in Italia il volgare latino era lingua naturale, e come naturale e indigeno venne a noi sotto la nuova spoglia di lingua italiana. In Francia e Spagna esso era forestiero, e quindi imparato, e quindi ec. ec. (8. Dic. 1821.)

[2239] Alla p. 2043. A quello che altrove dico delle cause per cui piace la rapidità ec. dello stile, massime poetico, ec. aggiungi che da quella forma di scrivere, nasce necessariamente a ogni tratto l’inaspettato, il quale deriva dalla collocazione e ordine delle parole, dai sensi metaforici, i quali ti obbligano, seguendo innanzi colla lettura a dare alle parole già lette un senso bene spesso diverso da quello che avevi creduto; dalla stessa novità dei traslati, e dalla naturale lontananza delle idee, ravvicinate dall’autore ec. Tutte cose, che oltre il piacere della sorpresa, dilettano perchè lo stesso trovar sempre cose inaspettate tien l’animo in continuo esercizio ed attività; e di più lo pasce colla novità, colla materiale e parziale maraviglia derivante da questa o quella parola, frase, ardire ec. (9. Dic. 1821.)

Osservando bene, potrete vedere che la prosa (ed anche la poesia) latina, nelle metafore, [2240] eleganze, ardimenti abituali e solenni, giro della frase, costruzione ec. è molto più poetica della greca, la quale (parlo della classica ed antica) ha un andamento assai più rimesso, posato, piano, semplice, meno ardito, anzi non soffrirebbe in nessun caso quelle metafore ardite e poetiche che a’ prosatori latini sono familiari, e poco meno che volgari. E se non le soffrirebbe, ciò non è perch’ella ne abbia ed usi delle altre equivalenti, ma intendo dire ch’ella non soffrirebbe un’egual misura e grado di ardimento ne’ traslati e in tutta l’elocuzione della prosa la più alta, come è quella di Demostene, a petto a cui Cicerone è un poeta per lo stile e la lingua, laddove egli è quasi un prosatore ne’ concetti, passioni ec. rispetto a Demostene poeta, o certo più poeta di Cicerone. Quindi una frase prosaica latina sarebbe poetica in greco, una frase epica [2241] o elegiaca in latino sarebbe lirica in greco ec. Quasi gl’istessi rispetti ha la lingua latina coll’italiana, similissima in queste parti alla greca, e però non è maraviglia se il latinismo dello stile diede qualche durezza ai cinquecentisti, e sforzò e snaturò alquanto il loro scrivere. (10. Dic. dì della Venuta della S. Casa. 1821.)

Se la natura è oggi fatta impotente a felicitarci, perchè ha perduto il suo regno su di noi, perchè dev’ella essere ancora potente ad interdirci l’uscita da quella infelicità che non viene da lei, non dipende da lei, non ubbidisce a lei, non può rimediarsi se non colla morte? S’ella non è più l’arbitro nè la regola della nostra vita, perchè dev’esserlo della nostra morte? Se il suo fine è la felicità degli esseri, e questo è perduto per noi vivendo, non ubbidisce meglio alla natura, non [2242] proccura meglio il di lei scopo chi si libera colla morte dall’infelicità altrimenti inevitabile, di chi s’astiene di farlo, osservando il divieto naturale, che non vivendo noi più naturalmente, nè potendo più godere della felicità prescrittaci dalla natura, manca ora affatto del suo fondamento? (10. Dic. 1821.)

Alla p. 1128. sotto il principio. Volete ancora vedere la fratellanza e il facile scambio tra la f e il v? Osservate il nostro schifare e schivare che son lo stesso, e non si sa qual de’ due sia il vero, se non che schifare può sostenersi col sostantivo schifo che forse è sua radice (Crus. Schifo add. §. 3.), e che non si dice schivo; così schifezza ec. (10. Dic. 1821.)

Ogni uomo sensibile prova un sentimento di dolore, o una commozione, un senso di malinconia, fissandosi col pensiero in una cosa che sia finita per sempre, massime s’ella è stata al tempo suo, e familiare a lui. Dico di qualunque cosa soggetta [2243] a finire, come la vita o la compagnia della persona la più indifferente per lui (ed anche molesta, anche odiosa), la gioventù della medesima; un’usanza, un metodo di vita. ec. Fuorchè se questa cosa per sempre finita, non è appunto un dolore, una sventura ec. o una fatica, o se l’esser finita, non è lo stesso che aver conseguito il suo proprio scopo, esser giunta dove per suo fine mirava ec. Sebbene anche, nel caso che a questa ci siamo abituati, proviamo ec. Solamente della noia non possiamo dolerci mai che sia finita.

La cagione di questi sentimenti, è quell’infinito che contiene in se stesso l’idea di una cosa terminata, cioè al di là di cui non v’è più nulla; di una cosa terminata per sempre, e che non tornerà mai più. (10. Dic. 1821.). V. p. 2251.

In proposito di ciò che ho detto circa la famosa scrofa apparsa ad Enea, v. la Vita di Virgilio attribuita a Donato, sul principio, dove racconta il miracolo di una verga accaduto alla madre ec. Il che ha rapporto col caso nostro, perchè dimostra le superstizioni popolari fondate [2244] sulla similitudine dei nomi, e come esse solessero credere rappresentato o simboleggiato (relativamente ai presagi, augurii ec.) il tal uomo, la tal cosa, dalla tal altra che le rassomigliava nel puro nome, come la troia a Troia, e come parecchi altri esempi si troverebbero negli antichi di augurii ec. tratti da pure combinazioni di nomi. Giacchè quella Vita di Virgilio di chiunque sia, e per quanto poca fede meriti, meriterà almeno fede in quanto all’avere semplicemente raccolte le tradizioni popolari e sciocche e mal fondate che correvano, e in quanto al render testimonianza del modo di pensare di que’ tempi, sì in questo soggetto, come ne’ soggetti analoghi. (11. Dic. 1821.)

Alla p. 1563. principio. Il nostro urtare, franc. heurter (v. gli spagn. Il Gloss. non ha nulla), viene evidentemente da urgere alla maniera de’ continuativi, cioè da urtus, suo participio ignoto per se stesso, ma fatto manifesto da [2245] questo verbo comune a due lingue figlie della latina, e dalla voce urto, franc. heurt, che non è altro che un verbale formato dal participio in us di urgere, alla maniera di tanti altri verbali latini, come dirò altrove. (11. Dic. 1821.)

La sola virtù che sia e costante ed attiva, è quella ch’è amata e professata per natura e per illusioni, non quella che lo è per sola filosofia, quando anche la filosofia porti alla virtù, il che non può fare se non mentre ell’è imperfetta. Del resto osservate i romani. La virtù fondata sulla filosofia non esistè in Roma fino a’ tempi de’ Gracchi. Virtuosi per filosofia non furono mai tanti in Roma, quanti a’ tempi de’ Tiberi, Caligola, Neroni, Domiziani. Troverete nell’antica Roma dei Fabrizi (nemicissima della filosofia, come si sa dal fatto di Cinea) dei Curii ec. ma dei Catoni, dei Bruti stoici non li troverete. [2246] Or bene che giovò a Roma la diffusione l’introduzione della virtù filosofica, e per principii? La distruzione della virtù operativa ed efficace, e quindi della grandezza di Roma. (11. Dic. 1821.)

Alla p. 1148. fine. I latini dicevano obligari votis, ed anche obligari semplicemente nello stesso senso, sottintendendo votis o voto, come nell’addotto passo di Ovidio, e come in questo che segue di Orazio, obligata significa vota, cioè promessa con voto, votis o voto obligata.

Ergo obligatam redde Jovi dapem.

(l. 2. od. 7. v. 17.)

Nel passo di Ovidio pertanto quell’ut non vuol dire in italiano a, cioè ad tangendum, ma affinchè ec. secondo il solito. (12. Dic. 1821.)

Involare che presso noi vale solamente rubare ebbe in fatti questa significazione non presso i latini del secolo di Augusto, ma presso gli anteriori e i posteriori. (V. Forcell.) Fra’ quali l’autor della Vita di Virgilio, innanzi [2247] alla metà, cioè cap.11. V. il Gloss. se ha nulla. Voler dicono i francesi, ed è notabile perchè viene ad essere la radice d’involare in questo senso. V. il Gloss. anche in Volare se ha nulla. V. i Diz. spagn.

Nocchiero voce nostra usuale viene da ναυχλῆρος mutato l’au in o e il cl in chi, come appunto da clericus chierico, da clamare chiamare ec. Nauclerus si trova negli scrittori latini ma rara, non usuale; e parrebbe ch’ella fosse stata per loro un grecismo: pure indubitatamente ella fu presso i latini volgarissima, sebben poco usata dagli scrittori, giacchè volgarissima è in italiano fino ab antico. V. il Forcell. e (se ha nulla) l’Append. e il Gloss. (12. Dic. 1821.)

Alla p. 1124. marg. Tutto quello che ho detto della monosillabìa di tali vocali successive, quantunque non connumerate fra’ dittonghi, cresce di forza, se queste vocali doppie, triple ec. sieno le stesse, cioè due e, due i ec. e massimamente se sono due i (l’esilissima lettera dell’alfabeto). Giacchè non solo i poeti giambici, comici ec. ma gli epici, i lirici ec. consideravano spessissimo il [2248] doppio i come una sola sillaba, secondochè si può vedere in Dii Diis; anzi più spesso, cred’io, per una sola sillaba che per due. Anzi lo scrivevano ancora con una sola lettera, e questo fu proprio degli antichi, e seguitato poi da’ poeti. (V. il Forcell. il Cellar. l’Encyclop. Grammaire, in I, o J.) Ora appunto il caso nostro ne’ preteriti della 4ta. è di un doppio i, il quale pure cred’io che spesso troveremo e nelle antiche scritture latine e ne’ poeti, e scritto e computato per vocale semplice, ovvero per sillaba unica; e forse più spesso così che altrimenti, cioè più spesso audi che audii ec. Osservate che anche i nostri antichi solevano scrivere udì, partì per udii partii ec. I latini facevano similmente ed anche scrivevano semplice il doppio i di ii, iidem, iisdem, ec. V. fra gli altri infiniti, Virg. En. 2.654. 3.158. E quante volte troverete ne’ poeti o negli antichi prosatori audisse audissem ec. ec. Ovvero p.e. petiisse trisillabo ec. Forse più spesso che quadrisillabo.

Osservate ancora che au, il quale non è uno de’ dittonghi latini, e si pronunzia sciolto (almeno così fanno gl’italiani, e insegnano gli antichi gramatici, o lo mostrano quando [2249] non lo contano fra’ dittonghi chiusi), tuttavia forma sempre una sola sillaba. V. p.2350. fine. Suadeo, suesco ec. credo che li troveremo talvolta ne’ poeti, massime ne’ più antichi, in modo che sua sue siano computate per una sillaba ciascuna. Così è infatti assai spesso. V. il marg. della pagina seguente Suadeo ha la seconda lunga. Però in Virg. Ecl. 1. v.55. En. 2. v.9. ec. suadebit, suadentque sono trisillabi. V. la Regia Parnasi in Suadeo, Suesco ec. ec. e gli esempi de’ poeti nel Forcell. adeo in teneris consuescere multum est. Virg. Georg. 2.272. ec. Abiete in Virg. Aen. 2. principio e 5.663. ec. è trisillabo. Ariete parimente ib. l.2. v.492. V. la Regia Parnasi, e il Forcell. anche in Arieto as. E che cos’è l’esser l’i così spesso consonante, se non esser egli computato per formante una sola sillaba colla vocale o vocali seguenti? Giacchè i consonante per se stesso non si dà, ma egli è sempre un suono vocale (a differenza del v, il quale per natura si distingue dal suono dell’u.) Tutti gli j consonanti latini (che anticamente si scrissero sempre i) non sono dunque altro che formanti tanti dittonghi, secondo quello ch’io dico delle vocali doppie. Dejicere quadrisillabo, ha effettivamente cinque vocali. Così Jacere ec. ec. ec.

[2250] Non liquidi gregibus fontes, non gramina deerunt (dissillabo). Virg. Georg. 2.200. E di tali esempi ne troverete infiniti presso i più colti e rigorosi versificatori latini. Il che prova che la pronunzia di tali parole li favoriva. (13. Dic. 1821.). Corticibusque cavis vitiosaeque ilicis alveo. Quid ec. Georg. 2.453. V. p.2266. e 2316. fine. Miscueruntque herbas et non innoxia verba. Georg. 2.129. 3.283. Vir gregis ipse caper deerraverat: atque ego Daphnim. Virg. Ecl. 7. v.7. Tum celerare fugam, patriaque excedere suadet. En. 1.357. Atria: dependent lychni laquearibus aureis. En. 1.726. V. En. 3. 373.450.486.541. 5. 269.773. 6. 201.678.[7]33. (e vedi quivi le varianti). 5. 532.

Sponte sua quae se tollunt in luminis auras, Infoecunda quidem, sed laeta et fortia surgunt. Quippe solo natura subest. Georg. 2.47. seqq. Parla delle piante che nascono dove che sia, naturalmente, e crescono per loro stesse senza coltura. (13. Dic. 1821.)

Quell’antica e si famosa opinione del secol d’oro, della perduta felicità di quel tempo, dove i costumi erano semplicissimi e rozzissimi, e non pertanto gli uomini fortunatissimi, di quel tempo, dove i soli cibi erano quelli che dava la natura, le ghiande le quai fuggendo tutto ‘l mondo onora, ec. ec. quest’opinione sì celebre presso gli antichi e i moderni poeti, ed anche fuor della poesia, non può ella molto bene servire a conferma [2251] del mio sistema, a dimostrare l’antichissima tradizione di una degenerazione dell’uomo, di una felicità perduta dal genere umano, e felicità non consistente in altro che in uno stato di natura, e simile a quello delle bestie, e non goduta in altro tempo che nel primitivo, e in quello che precedette i cominciamenti della civilizzazione, anzi le prime alterazioni della natura umana derivate dalla società? (13. Dic. 1821.). Puoi vedere in tal proposito la Vita antica di Virgil. dove parla delle sue Bucoliche, c.21. e il principio del 22.

Alla p. 2243. Tutto ciò che è finito, tutto ciò che è ultimo, desta sempre naturalmente nell’uomo un sentimento di dolore, e di malinconia. Nel tempo stesso eccita un sentimento piacevole, e piacevole nel medesimo dolore, e ciò a causa dell’infinità dell’idea che si contiene in queste parole finito, ultimo ec. (le quali però sono di lor natura, e saranno sempre poeticissime, per usuali e volgari che sieno, in qualunque lingua e stile. E tali son pure [2252] in qualsivoglia lingua ec. quelle altre parole e idee, che ho notate in vari luoghi, come poetiche per se, e per l’infinità che essenzialmente contengono.) (13. Dic. 1821.). V. p. 2451.

Che il privato verso il privato straniero, e massimamente nemico, sia tenuto nè più nè meno a quei medesimi doveri sociali, morali, di commercio ec. a’ quali è tenuto verso il compatriota o concittadino, e verso quelli che sono sottoposti ad una legislazione comune con lui; che esista insomma una legge, un corpo di diritto universale che abbracci tutte le nazioni, ed obblighi l’individuo nè più nè meno verso lo straniero che verso il nazionale; questa è un’opinione che non ha mai esistito prima del Cristianesimo; ignota ai filosofi antichi i più filantropi, ignota non solo, ma evidentemente e positivamente esclusa da tutti gli antichi legislatori i più severi, e pii, e religiosi, da tutti i più puri moralisti (come Platone) da tutte le più sante religioni e legislazioni, [2253] compresa quella degli Ebrei. Se in qualche nazione antica, o moderna selvaggia, la legge o l’uso vieta il rubare, ciò s’intende a’ proprii compatrioti, (secondo quanto si estende questa qualità; perciocchè ora si stringe a una sola città, ora ad una nazione benchè divisa, come in Grecia ec.) e non mica al forestiere che capita, o se vi trovate in paese forestiere. V. il Feith, Antiquitates homericae, nel Gronovio, sopra la pirateria ec. λῃστεία, usata dagli antichissimi legalmente e onoratamente cogli stranieri. Così dico dell’ingannare, mentire ec. ec. Infatti osservate che fra popoli selvaggi, ordinariamente virtuosissimi al loro modo, e pieni de’ principii di onore e di coscienza verso i loro paesani ec. i viaggiatori hanno sempre o assai spesso trovato molta inclinazione a derubarli, ingannarli ec. eppure i loro costumi non erano certamente corrotti. V. le storie della conquista del Messico circa l’usanza menzognera di quei popoli i meno civilizzati. Parimente trovandosi gli antichi o i selvaggi in terra forestiera, non [2254] hanno mai creduto di mancare alla legge, danneggiando gli abitatori in qualunque modo.

Che se l’ospitalità, e il diritto degli ospiti fu garantito ordinariamente dalle leggi antiche, in quanto non si permetteva di violare colui (forestiero o nazionale, ma per lo più nazionale) che si ammetteva in sua casa, ec. ec. questa legge, questa opinione, che faceva considerar l’ospizio come sacro, e raccomandava i diritti degli ospiti agli Dei Signori e legislatori universali del mondo, non era effetto di natura, nè innata, ma opera del puro ragionamento, il quale dimostrava, che avendo l’uomo in società, spesse volte bisogno di portarsi o trovarsi fra forestieri, e sotto legislazioni diverse dalla sua, egli sarebbe stato sempre in pericolo, se viceversa ai forestieri che capitavano in sua patria, non avesse renduto i doveri dell’ospitalità ec. E queste considerazioni non innate, non derivate da una legge [2255] naturale, da una morale ingenita, ma dal puro raziocinio e calcolo dell’utile e del necessario, dietro le circostanze esistenti nella società, queste considerazioni, dico, sono tutto il fondamento delle pretese leggi eterne ed universali costituenti il diritto (preteso assoluto) delle genti, dell’uomo, della guerra e della pace ec. (15. Dic. 1821.)

Circa il costume antico di celebrare il dì natalizio o genetliaco delle persone insigni per letteratura ec. anche dopo la loro morte (oltre quello dei viventi, degli amici ec. del che puoi vedere parecchie odi d’Orazio, e gli antiquarii ec. ec. nè solo circa il genetliaco, ma circa molte altre ricorrenze anniversarie, o pubbliche o private, celebrate pubblicamente o privatamente come festive); v. l’Heyne, Vita Virgilii per annos digesta, anno Virgilii I. e gli autori ch’ei cita, e le note ai medici (15. Dic. 1821.). V. in particolare Oraz. od. II. lib.4. v.13- 20. e quivi i comentatori, ed osserva il costume di celebrare, e aver per sacro e festivo anche il dì proprio natalizio o anniversario.

[2256] Ciò che dice Virg. Georg. 2. 420-30. paragonato a ciò che precedentemente scrive della difficilissima e laboriosissima cultura delle vigne, e loro inevitabile decadenza, può applicarsi a dimostrare quali cibi e bevande, e qual vita la natura avesse destinato all’uomo; e quanto i suoi presenti (acquisiti e fattizi) bisogni, sieno contrarii alla natura, e per soddisfarli convenga far forza alla natura; e quanto per conseguenza si debba credere che la nostra presente vita corrisponda all’ordine destinatoci da chi ci formò. (15. Dic. 1821.)

Ante etiam sceptrum Dictaei regis, et ante Impia quam caesis gens est epulata juvencis, Aureus hanc vitam in terris Saturnus agebat. Nec dum etiam audierant inflari classica, nec dum Impositos duris crepitare incudibus enses. Sed nos immensum spatiis confecimus aequor. (nota questo verso detto però da Virgilio in altro senso.) Georg. 2. fine. (15. Dic. 1821.)

[2257] Dico altrove (p. 1970.) del futuro congiuntivo adoperato probabilmente dal volgo latino in vece del dimostrativo. V. Virg. Georg. 2. 49-52. dove exuerint non vale se non se si spoglieranno, o cosa tanto simile, che ben si rende probabile lo scambio di questi due futuri nel dialetto volgare romano. (16. Dic. 1821.). V. pure Oraz. Epod. 15. 23-4. moerebis-risero, e p. 2340. e Virg. En. 6.92.

L’altezza di un edifizio o di una fabbrica qualunque sì di fuori che di dentro, di un monte ec. è piacevole sempre a vedere, tanto che si perdona in favor suo anche la sproporzione. Come in una guglia altissima e sottilissima. Anzi quella stessa sproporzione piace, perchè dà risalto all’altezza, e ne accresce l’apparenza e l’impressione e la percezione e il sentimento e il concetto. Ad uno il quale udiva che l’altezza straordinaria di un certo tempio era ripresa come sproporzionata alla grandezza ec. sentii dire che se questo era un difetto, era bel difetto, ed appagava e ricreava [2258] l’animo dello spettatore. La causa naturale ed intrinseca e metafisica di questi effetti l’intendi già bene. (16. Dic. 1821.)

Altra somiglianza fra il mondo e le donne. Quanto più sinceramente queste e quello si amano, quanto più si ha vera e forte intenzione di giovar loro, e sacrificarsi per loro, tanto più bisogna esser certi di non riuscire a nulla presso di essi. Odiarli, disprezzarli, trattarli al solo fine de’ proprii vantaggi e piaceri, questo è l’unico e indispensabil mezzo di far qualche cosa nella galanteria, come in qualunque carriera mondana, con qualunque persona, o società, in qualunque parte della vita, in qualunque scopo ec. ec. (18. Dic. 1821.)

Puoi vedere il Forcell. in cilium ed osservare come anche presso gli antichi autori latini si trovi vestigio evidente e di questa voce, e del significato che essa ha nella nostra lingua. Voce e significato venuto dal volgare latino indubitatamente. E la voce buona latina supercilium dimostra l’esistenza del semplice [2259] cilium significante qualcosa che appartenesse all’occhio. V. pure il Gloss. e i Diz. franc. e spagn. (18. Dic. 1821.)

Per qual cagione le donne sono ordinariamente maliziose, furbe, raggiratrici, ingannatrici, astute, impostore, e nella galanteria, e nella devozione, e in tutto ciò che imprendono, e in qualunque carriera si mettono? Perchè acquistano così presto e l’inclinazione e l’arte d’ingannare, dissimulare, fingere, cogliere le occasioni ec. ec.? Perchè l’astuzia di una donna di mediocre talento e pratica di mondo, vince bene spesso l’arte e la furberia dell’uomo il più capace per natura e per esercizio? Crediamo noi che l’ingegno delle donne sia naturalmente e meccanicamente disposto ad amare, e facilmente acquistare queste qualità, a differenza dello spirito degli uomini? Crediamo noi che queste facoltà (poichè sono pur facoltà) sieno ingenerate nelle femmine più che ne’ maschi, e proprie della [2260] natura donnesca? Non già. Lo spirito naturale e primitivo delle donne, non ha nè vestigio alcuno di tali facoltà, nè disposizione ad acquistarle, maggiore per nessun grado di quella che ne abbiano gli uomini. Ma la facilità e la perfezione con cui esse le acquistano, non viene da altra cagione che dalla loro natural debolezza, e inferiorità di forze a quelle degli uomini, e dal non poter esse sperare se non dall’arte e dall’astuzia essendo inferiori nella forza, ed inferiori ancora ne’ diritti che la legge e il costume comparte fra gli uomini e le donne. Questo è tutto ciò che v’ha di naturale e d’innato nel carattere malizioso delle femmine: vale a dire che nè questo carattere, nè alcuna particolar disposizione ad acquistarlo esiste nella natura donnesca, ma solo una qualità, una circostanza che la proccura, affatto estranea al talento, all’indole dello spirito, al meccanismo dell’ingegno e dell’animo. Infatti ponete le donne in altre circostanze; [2261] vale a dire fate o ch’esse non sieno mai entrate a dirittura in verun genere di società, massimamente cogli uomini, o che le leggi e i costumi non sottopongano la loro condizione a quella de’ maschi (come accadeva primitivamente, e come accade forse anche oggi in qualche paese barbaro), o che dette leggi e costumi le favoriscano alquanto più, o le mettano anche al di sopra degli uomini (come so di un paese dov’elle son tenute per esseri sacri), o che esse generalmente per qualche circostanza (come si raccontava del paese delle amazzoni ec.), o individualmente sieno o uguali o superiori agli uomini con cui trattano, per forze o corporali, o intellettuali, naturali o acquisite, per ricchezze, per rango, per nascita ec. ec. e troverete la loro arte ed astuzia o nulla, o poca, o non superiore o inferiore ancora a quella degli uomini, almeno di quelli con cui hanno a fare; o certo proporzionatamente, e secondo la qualità di dette circostanze, minore di quella delle altre donne, [2262] poste nelle circostanze contrarie, ancorchè meno ingegnose, e meno cattive ec. L’esperienza quotidiana lo dimostra. Nè solo nelle donne, ma anche negli uomini, o deboli, o poveri, o brutti, o difettosi, o non colti, o inferiori per qualunque verso agli altri con cui trattano, come sono i cortigiani avvezzi a trattare con superiori, e però sempre furbi, e ingannatori, e simulatori ec. Nè solo degli uomini, ma delle nazioni intere (come quelle soggette al dispotismo), delle città o provincie, delle famiglie, ec. lo dimostra la storia, i viaggi ec. ec. E cambiate le circostanze e i tempi quella stessa nazione o città o individuo maschio o femmina, perde, minora, acquista, accresce l’astuzia e la doppiezza, che si credono proprie del loro carattere, quando si osservano superficialmente. I selvaggi ordinariamente son doppi, impostori, finti verso gli stranieri più forti di loro fisicamente o moralmente. Ed osservate che la furberia è propria dell’ingegno. Ora ell’è spessissimo maggiore appunto in chi ha svantaggio [2263] dagli altri per ingegno o coltura ed esercizio di esso. (Così nelle donne in genere, meno colte degli uomini, negl’individui maschi o femmine, plebei, mal educati ec. ne’ selvaggi rispetto ai civilizzati ec.). Qual prova maggiore e più chiara che l’ingegno complessivamente preso, e ciascuna sua facoltà, non sono opera se non delle circostanze, quando si vede che la stessa circostanza dell’aver poco ingegno, proccura ad esso ingegno una facoltà (tutta propria di esso), che maggiori ingegni non hanno, o in minor grado? (19. Dic. 1821.)

Antichi, antico, antichità; posteri, posterità sono parole poeticissime ec. perchè contengono un’idea 1. vasta, 2. indefinita ed incerta, massime posterità della quale non sappiamo nulla, ed antichità similmente è cosa oscurissima per noi. Del resto tutte le parole che esprimono generalità, o una cosa in generale, appartengono a queste considerazioni. (20. Dic. 1821.)

Soglion dire i teologi, i Padri, e gl’interpreti in proposito di molte parti dell’antica divina legislazione ebraica, che il legislatore [2264] si adattava alla rozzezza, materialità, incapacità, e spesso (così pur dicono) alla durezza, indocilità, sensualità, tendenza, ostinazione, caparbietà ec. del popolo ebraico. Or questo medesimo non dimostra dunque evidentemente la non esistenza di una morale eterna, assoluta, antecedente (il cui dettato non avrebbe il divino legislatore potuto mai preterire d’un apice); e che essa, come ha bisogno di adattarsi alle diverse circostanze e delle nazioni e de’ tempi (e delle specie, se diverse specie di esseri avessero morale, e legislazione), così per conseguenza da esse dipende, e da esse sole deriva? (20. Dic. 1821.)

Suole la lingua italiana de’ nomi sostantivi retti dalla preposizione con servirsi in modo di avverbi, come con verità per veramente, con gentilezza per gentilmente, con effetto per effettivamente, con facilità per facilmente (Casa, let.43. di esortazione). Molto più questa facoltà è adoperata dalla lingua spagnuola (dalla quale, almeno in parte, ell’è forse derivata nell’italiana). Tale usanza [2265] è poco o niente familiare ai latini, anzi si può giudicar quasi barbara in quella lingua. E nondimeno io son persuaso ch’ella fosse solenne al volgare latino. Eccovi Orazio, 3.29. carm. V. 33. seqq.

cetera fluminis

Ritu feruntur, nunc medio alveo

cum pace (cioè pacificamente) delabentis Etruscum

In mare: nunc lapides adesos ec.

 Il qual esempio non portato dal Forcell. credo che difficilmente troverà il simile negli scrittori latini Nel Forcell. non trovo alla voce Cum cosa che faccia al proposito, se non forse il §. Aliquando redundare videtur. Vedilo, e l’Append. se ha nulla, e il Glossar. e i comentatori di Orazio. Solamente trovo nel Forcell. in Pax alquanto sopra la fine, un esempio di Livio citato, e un altro accennato, dove si legge cum bona pace, e potrebbe riferirsi al mio proposito, ma propriamente non vale pacificamente, ma senza far guerra, senza molestare, in pace in somma come noi diciamo. Osservo ancora che questo costume proprio dell’italiano e dello spagnolo è anche proprio del greco, certo assai più di questo che del latino scritto. E siccome è certo che le dette lingue moderne non possono averlo derivato dal greco, così è ben verisimile [2266] che l’abbiano dal volgare latino, tanto più simile al greco che non è il latino scritto (per la qual cosa anche l’indole dello spagnolo e dell’italiano somiglia più al greco che al latino scritto). E più simile per due cagioni 1. che egli è più antico, serba meglio i caratteri della sua origine, di quel tempo cioè in cui esso insieme col greco derivò da una stessa fonte, 2. che il greco scritto, cioè quel solo che noi ben conosciamo, fu senza paragone più simile al greco parlato, di quello che il latino parlato allo scritto. (21. Dic. 1821.)

Alla p. 2250. marg. E il qu non formava sempre una sillaba sola, qualunque vocale egli precedesse? aequus, aequa, aequi, aequos, aeque ec. Non accade dire che il qu si considerava come consonante semplice. (V. il Forcell. in U, e in Q.) Nella pronunzia esso era (ed è anche oggi in italiano) non una semplice consonante, ma una vera sillaba, come cu, e lo sarà sempre per natura della [2267] favella umana; e quindi aequus, era naturalmente parlando, assolutamente trisillabo. E nondimeno i latini lo facevano sempre dissillabo.

La considerazione dei dittonghi (fra’ quali il qua que ec. non fu mai contato) mostra essa sola che i latini avevano realmente nella natura della loro pronunzia, massime anticamente, la proprietà di esprimere il suono delle vocali doppie in un solo tempo, cioè come una sola sillaba. Giacchè senza dubbio ai (antico) ae oe ec. si pronunziarono da principio sciolti, ma come una sola sillaba, dal che poi nacque, che si cominciassero a pronunziar legati, come accadde in Grecia. Che l’antico dittongo ai si pronunziasse sciolto, e per conseguenza i dittonghi latini si pronunziassero così, ma che al tempo di Virgilio già si pronunziassero chiusi, osserva En. 3.354. dove Virgilio avendo bisogno di una voce trisillaba, dice Aulai per aulae: e v. pure En. 6.747. e p. 2367. (L’italiano ha molti dittonghi e tutti si pronunziano sciolti: ma il volgo bene spesso li riduce ad una sola vocale, come in latino, dicendo p.e. celo per cielo, sono per suono. Questo è anche costume de’ poeti, e di altri ancora fra gli antichi. V. la pagina seguente ec. ec.). Sottoposta poi a regola la quantità delle sillabe, quelle vocali doppie che nell’uso eran divenute una sola (cioè ae ec.), si [2268] considerarono come formanti una sola sillaba, quelle che benchè in un sol tempo, tuttavia si pronunziavano tutte due (o fossero più di due) distintamente (come accade anche nell’italiano dove neppure il volgo, se non forse in qualche parte, dice pensero ec. e pure pensiero è per tutti trisillabo: gli antichi poeti, cinquecentisti ec. scrivevano anche volentieri pensero ec. v. le rime del Casa e il Petrarca di Marsand), si considerarono come altrettante sillabe quante vocali erano ec. (21. Dic. 1821.). V. la Regia Parnassi in Aaron, e il Forcell. ibid.

Per mostrare come le facoltà umane e animali derivino tutte dall’assuefazione e di che cosa sia ella capace, e come lo spirito, e gli organi esteriori e interiori dell’uomo sieno maravigliosamente modificabili secondo le circostanze variabilissime e indipendenti affatto dall’ordine primitivo, voluto, e generale della natura, ho citato le facoltà dei ciechi, sordi, ec. Aggiungo. Non è egli evidente che la natura ha destinato le mani ad operare, e [2269] i piedi non ad altro che a camminare ec.? Chi dirà ch’ella abbia dato ai piedi la facoltà delle stesse cose che può farla mano? Eppure i piedi l’acquistano; e risiede in essi o altrettanta o poco minore disposizione che nelle mani, a tutte le facoltà e funzioni di questa. Io ho veduto un fanciullo nato senza braccia, far coi piedi le operazioni tutte delle mani, anche le più difficili, e che non s’imparano senza studio. Ho inteso da un testimonio di vista, di una donzella benestante che ricamava coi piedi. Che vuol dir ciò? Tanta facoltà naturale risiede nelle mani quanta nei piedi, cioè nessuna in nessuno dei due. L’assuefazione sola e le circostanze la proccurano alle une, e la possono proccurare agli altri.

Similmente dite delle facoltà della mano e parte destra rispetto alla sinistra. (21. Dic. dì di S. Tommaso. 1821.)

[2270] Come dunque sarebbe assurdo il dire che la natura abbia dato al piede le facoltà della mano, e nondimeno vediamo che esso le acquista; così parimente è stolto il dire che la natura abbia dato alla mano alcuna facoltà, ma solamente la disposizione e la capacità di acquistarne; disposizione ch’ella ha pur dato al piede, bench’ella resti non solo inutile, ma sconosciuta e neppur sospettata in quasi tutti gli uomini; disposizione che non è quasi altro che possibilità; disposizione maggiore certo nella mano, che la natura aveva espressamente destinata ad acquistare le sue facoltà ec. (altro è però destinarla, altro porvi essa stessa veruna facoltà ingenita); e però l’aveva provveduta di maggior numero di articolazioni, e postala in parte più adattata ad operare ec. Discorrete allo stesso modo di tutte le facoltà umane, e di tutti gli organi intellettuali, esteriori, interiori ec. L’argomento va in regola, e dalle cose più materiali chiare e visibili, si può e si deve [2271] inferire e spiegare la natura ec. delle meno chiare e facili, e meno materiali in apparenza. (22. Dic. 1821.)<

Il partire, il restare contenti di una persona, non vuol dire, e non è altro in sostanza che il restar contenti di se medesimi. Noi amiamo la conversazione, usciamo soddisfatti dal colloquio ec. di coloro che ci fanno restar contenti di noi medesimi, in qualunque modo, o perchè essi lo proccurino, o perchè non sappiano altrimenti, ci diano campo di figurare. ec. Quindi è che quando tu resti contento di un altro, ciò vuol dire in ultima analisi che tu ne riporti l’idea di te stesso superiore all’idea di colui. Così che se questo può giovare all’amore verso quella tal persona, ordinariamente però non giova nè alla stima, nè al timore, nè al peso, nè al conto, nè all’alta opinione ec. cose che gli uomini in società desiderano di riscuotere dagli altri uomini assai più che l’amore. [2272] (E con ragione, perchè l’amore verso gli altri è inoperoso, non così il timore, l’opinione, il buon conto ec.) E però volendo farsi largo nel mondo, solamente i giovanetti e i principianti cercano sempre di lasciar la gente soddisfatta di se. Chi ben pensa, proccura tutto il contrario, e sebben pare a prima vista che quegli il quale parte malcontento di voi porti con se de’ sentimenti a voi sfavorevoli, nondimeno il fatto è che egli suo malgrado, e senza punto avvedersene, anzi e desiderando e cercando e credendo il contrario, porta de’ sentimenti a voi favorevolissimi secondo il mondo, giacchè l’esser malcontento di voi, non è per lui altro che esser malcontento di se stesso rispetto a voi, e quindi in un modo o nell’altro tu nella sua idea resti superiore a lui stesso (che è quello appunto che gli dà pena); e gl’impedisci di ecclissar la opinione di te, con l’opinione e l’estimazione di se. Ne seguirà l’odio, ma non mai il disprezzo [2273] (neppur quando tu l’abbia fatto scontento con maniere biasimevoli, ed anche villane); e il disprezzo, o la poca opinione, è quello che in società importa soprattutto di evitare; e il solo che si possa evitare, perchè l’odio non è schivabile; essendo innato nell’uomo e nel vivente l’odiare gli altri viventi, e massime i compagni; non è schivabile per quanta cura si voglia mai porre nel soddisfare a tutti colle opere, colle parole, colle maniere, e nel ménager, e cattivare, e studiare, e secondare l’amor proprio di tutti. Laddove il disprezzo verso gli altri non è punto innato nell’uomo: bensì egli desidera di concepirlo, e lo desidera in virtù dell’odio che porta loro; ma dipendendo esso dall’intelletto, e da’ fatti, e non dalla volontà, si può benissimo impedire. Tutti questi effetti sono maggiori oggidì di quello che mai fossero nella società, a causa del sistema di assoluto e universale e accanito e sempre crescente egoismo, che forma il carattere del secolo. (22. Dic. 1821.)

Alla p. 2225. marg. Oraz. l.4. od.13. v.22- sino al fine dell’ode:

[2274] Sed Cynarae breves

Annos fata dederunt,

Servatura diu parem

Cornicis vetulae temporibus Lycen:

Possent ut iuvenes visere fervidi,

Multo non sine risu

Dilapsam in cineres facem.

(22. Dic. 1821.)

Se tu prendi a leggere un libro qualunque, il più facile ancora, o ad ascoltare un discorso il più chiaro del mondo, con un’attenzione eccessiva, e con una smodata contenzione di mente; non solo ti si rende difficile il facile, non solo ti maravigli tu stesso e ti sorprendi e ti duoli di una difficoltà non aspettata, non solo tu stenti assai più ad intendere, di quello che avresti fatto con minore attenzione, non solo tu capisci meno, ma se l’attenzione e il timore di non intendere o di lasciarsi sfuggire qualche cosa, è propriamente estremo, tu non intendi assolutamente nulla, come se tu non leggessi, e non ascoltassi, e come se la tua mente fosse del tutto intesa ad un altro affare: perocchè dal troppo viene il nulla, e il troppo attendere ad una cosa equivale effettivamente al non [2275] attenderci, e all’avere un’altra occupazione tutta diversa, cioè la stessa attenzione. Nè tu potrai ottenere il tuo fine se non rilascerai, ed allenterai la tua mente, ponendola in uno stato naturale e rimetterai, ed appianerai la tua cura d’intendere, la quale solo in tal caso sarà utile. (22. Dic. 1821.). V. p. 2296.

Alla p. 1106. marg. Oraz. Epod. 2.13. Aut in reducta valle mugientium prospectat errantes greges, il rustico, o il campagnuolo, colui insomma che abita in campagna. Che ne dite? vi par questo un frequentativo? Spectare dicevano i latini quello stesso che noi diciamo guardare, riguardare, riuscire, rispondere, mettere ec. in un luogo, da una parte, come guardare a ponente, cioè esser situato a ponente, mettere sul, o nel giardino, rispondere (una finestra) alla strada. ec. Che vi pare? questo pure sarà un frequentativo? Altri significati continuativissimi di Spectare v. nel Forcell. [2276] E domando se un muro, una casa la quale spectat orientem, o ad orientem faccia cosa frequente o continua. Se si è mai trovato alcun verbo in itare adoperato ad esprimere azioni di questo genere. Qui si deve riferire anche l’uso di spectare per appartenere, che noi pure (oltre spettare) diciamo riguardare, ragguardare, risguardare nello stesso senso. E quell’adspectabant di Virgilio è frequentativo o continuativo? Alcun verbo in itare è stato mai adoperato, o può mai adoperarsi in tal significato? Che ve ne dice l’orecchio per nulla che intendiate di latinità? Così dite di cento altri esempi di verbi continuativi da me addotti. (23. Dic. 1821.)

V. nel Forcell. in Non, principio, nell’esempio di Quintiliano una frase uguale al non plus ec. de’ francesi. Vedilo anche in magis e in plus se ha nulla. [2277] V. anche il Gloss. (23. Dic. 1821.).

Alla p. 1107. fine - e v. Offensus, massime nel principio e nel fine, sul qual proposito vedi gl’interpreti di Oraz. Epod. 15. v. 15. V. p. 2291. e 2299. fine.

Alla p. 2141. fine. Il greco ἅπτω è tutt’un verbo col lat. apto. Questo deriva manifestamente da un apo. E questo apo non è greco ma latino. E quando anche si volesse supporre o si potesse trovare un apo nell’antico greco, il greco ἅπτω non avrebbe potuto esserne formato per le ragioni dette di sopra. Dunque l’apto latino non può derivar dal greco, e l’ἅπτω greco essendo evidentemente lo stesso verbo non par che possa essere stato preso altronde che dal Lazio. (23 Dic. 1821.)

Alla p. 2079. principio. I verbi latini semplici derivarono certo, almeno per la massima parte, dai nomi: antichissimamente [2278] però, ed in modo che grandissima parte delle loro radici nominative è ignota, e passano essi per radici. In altri verbi si trova la radice nominativa, ed alcuni, anzi non pochi di questi si veggono formati dai latini di mano in mano, anche in tempi recenti, cioè a’ secoli di Cicerone, degli Antonini, ec. Ma da poi che la lingua formandosi e ordinandosi, adottò il costume de’ verbi composti, essa inclinò sempre a formarli da’ verbi semplici, unendoli alle opportune preposizioni avverbi, particelle, nomi, ec. Pochissimo si compiacque di trar fuori di netto un verbo nuovo, composto di preposizioni ec. e di un nome nuovamente e appostatamente ridotto a conjugazione (Bella facoltà del greco italiano spagnolo) Se ne trovano alcuni di questi, ma pochissimi (massime fatti da nomi sustantivi) in confronto specialmente della immensa quantità degli altri verbi composti da verbi semplici. Dealbare (per altro la radice è aggettiva) è fra questi [2279] pochi. (23. Dic. 1821.)

Si trova in lat. obsidium per assedio, obsidiare per insidiare. (V. e consulta il Forcell.) Parrebbe pur tuttavia ch’egli dovesse valere assediare. Fatto sta che questo verbo e quel nome sono composti. Dunque è naturale che una volta avessero i loro semplici. E quali? sidium, o sedium, e sidiare ec. Ora io credo che questi in realtà vivessero nel volgare latino benchè morti nelle scritture, e lo deduco dallo spagn. sitio, e sitiar (assedio, assediare) mutato il d in t, scambio consueto. Osservate anche il franc. siège, il Glossar. in Sedius il med. in Assedium, e Assediare, parole italiane e francesi formate dalla stessa radice di obsidium, obsidiari, ma con diversa preposizione. (23. Dic. 1821.)

Alla p.2078. fine. V. il pensiero precedente il quale dimostra che p.e. obsidiari, che sembra formato da nome (sia obsidium, o sedes ec.), fu [2280] composto da un verbo semplice, sidiari, o sidiare. (23. Dic. 1821.)

L’ital. mescolare, il francese mêler, anticamente mesler, lo spagn. mezclar derivano evidentemente da un latino misculare o misculari, il quale è tanto ben formato da miscere (da cui abbiamo pur mescere) quanto joculari da jocari, speculari da specere, gratulari da gratari, ed altri molti. E questo misculari trovandosi in tre diverse lingue figlie della latina, dovè per necessità trovarsi in quella fonte da cui tutte tre (ciascuna indipendentemente dall’altra) derivarono, cioè nel volgare latino. Massimamente che le dette voci sono proprissime ciascuna della sua lingua, fino da’ principii di questa. V. il Forcell. il Glossar. ec. che non ho consultati. Aggiungete che il francese e lo spagnolo non hanno altro verbo che risponda a miscere, onde si vede che misculare prevalse nell’uso volgare latino come infatti prevale [2281] nel med. uso volgare, il mescolare italiano al mescere. Similmente prevale (e questo è veramente il più volgare), prevale dico il mischiare, e questo è in anima e in corpo il misculare, o misculari latino, cambiato per proprietà di nostra pronunzia il cul, in chi, del che v. p.980. marg. Diciamo anche meschiare, ma è meno usuale, e l’adoprarlo non è senza qualche affettazione o d’eleganza o d’altro. V. il Gloss. se ha nulla, e p. 2385.

Era costume del volgare latino, costume conservato nelle tre figlie di usare i diminutivi in luogo e significato de’ positivi. Molto di ciò si potrebbe dire. Gli scrittori usavano il positivo, ma moltissime sono quelle parole diminutive che anche nell’uso dell’ottima latinità scritta sono sottentrate ai positivi, o disusati affatto, o anche ignorati, o poco usati. Oculus è diminutivo di un occus, di cui per miracolo resta notizia. Annulus, paxillus, axilla, maxilla (contraz. palus, mala, ala ec. V. il Forc. in X. e a’ rispettivi luoghi) capella, e cento altri nomi e verbi positivi nell’uso latino da noi conosciuto, non sono in origine che diminutivi di altri positivi antichi o ignoti, o poco noti. Nei volgari moderni poi, non trovi auris, ma auricula (orecchia, oreja, oreille); non ovis, ma ovicula o ovecula [2282] (oveja); non agnus, ma agnulus o agnellus (agnello, agneau ec.); non avis fuorchè nello spagn. ma avicula, o aviculus, o avicellus, (augello, ausciello ec. v. il Vocabolar. Veronese, uccello, oiseau); v. il Forc. in Aucella, e Gloss. non apis, ma apicula o apecula (pecchia, abeille ec.); non genu, ma genuculum ec. v. il Gloss. e il Forc. (ginocchio, genouille) ec. ec. Ranocchia, ranocchio, grenouille (diciamo noi pure volgarmente granocchio) ec. non sono che ranacula o ranucula, o ranocula ec. V. il Gloss. i Diz. spagn. ec. e il Forcell. se hanno nulla. V. p. 2358. Cento e mille altri esempi si potrebbero addurre dei positivi latini abbandonati nelle lingue moderne per abbracciare i loro diminutivi; cosa che credo già notata da altri, ma che non si deve creder tanto moderna, quanto derivata dall’antico uso latino volgare, giacchè troviamo effettivamente quest’uso e questa inclinazione nel latino antico, anche scritto e purissimo. Nè questi tali diminutivi si sono formati a parte a parte nelle lingue figlie, ma nello stesso grembo del volgar latino comune alle tre nazioni; come apparisce dai citati esempi, dove i [2283] positivi moderni si trovano esser manifeste corruzioni di diminutivi latini, anteriori per conseguenza a tali moderni positivi; e si trovano essere stati diversamente corrotti nelle tre lingue, secondo il particolar costume di ciascheduna, e per conseguenza si riconoscono per derivati da un’origine comune, cioè dal volgare latino. Abbiamo anche pascolare (diminutivo di pascere, che pure abbiamo, ma equivalente nel significato) del quale vedi Forcell., Glossar. ec. ec. (24. Dic. Vigilia del Natale 1821.)

Antica pronunzia e scrittura del verbo che poi ordinariamente si disse claudere, fu cludere, conservata sempre ne’ composti, recludere, includere, concludere, excludere, e in tutti o quasi tutti gli altri. Vedi il Forcell. e Frontone sulla fine dei Principia Orationum (quem iubes cludi) il qual Frontone era studiosissimo dell’antica ortografia, e il codice che lo contiene è antichissimo. Or questa antica maniera, e ad esclusione della più moderna, si è conservata nell’ital. chiudere, mutato il cl in chi al nostro solito. Dunque il volgo latino [2284] continuò sempre (certo in Italia) nell’antica pronunzia di quella voce. V. il Gloss. se ha nulla. (24. Dic. 1821.)

Alla p. 2052. fine - conflictare da conflictus o um, di confligere. (24. Dic. 1821.)

Qual autor greco più facile di Senofonte? anzi qual autor latino? e forse anche qual autore in qualunque lingua, massime antica, può essere, o avrebbe potuto esser più facile, figurandoci anche una lingua a nostro talento? E pure egli è pienissimo di locuzioni, modi, forme figuratissime, irregolarissime. Ma esse sono naturali, e ciascuno le comprende, e qualunque principiante di greco, proverà gran facilità ad intender Senofonte (forse sopra qualunque altro autore, massime della stessa antichità), di qualunque nazione egli sia, e quantunque quelle frequentissime e stranissime figure di Senofonte, non sieno meno contrarie alle regole della sintassi greca, che all’ordine [2285] logico universale del discorso. Tanto è vero che la natura non è meno universale della ragione, e che adoperando naturalmente le facoltà proprie di una lingua, per molto ch’elle si allontanino dalla logica, non si corre rischio di oscurità, e che una lingua di andamento naturale, se non è così facile come quella di andamento logico, certo non è oscura, e fra le antiche poteva (e può) esser giudicata facilissima, e servire anche alla universalità. (25. Dic. dì di Natale. 1821.)

Alla p. 2192. fine. Se alcuno volesse dire che i verbi ch’io chiamo continuativi, quando presso gli scrittori, si trovano, come non di rado avviene, in significato frequentativo o diminutivo, fossero contrazioni de’ verbi in itare, (come prensare di prensitare) noti o ignoti, stieno in somma in vece di essi, e così vengano ad esser [2286] derivati dai frequentativi anzi veri frequentativi non solo per significazione ma anche per formazione ed origine gramaticale; non lo contrasterei più che tanto: benchè mi paia naturalissima e più verisimile quell’altra ragione ch’io adduco di tale uso de’ continuativi, cioè le solite metamorfosi che nelle parole, frasi, forme, formazioni, significati ec. produce inevitabilmente il tempo e il vario uso de’ vari generi di scrittori, e parlatori. Chi può dubitare che le desinenze in ulus, e altre tali non fossero espressamente diminutive, e che i nomi o verbi ec. così formati, originariamente e propriamente non significassero diminuzione di quella cosa o azione, ch’era significata dal verbo o nome positivo? E nondimeno v. la p. 2281. dove ho dimostrato come questi diminutivi sì nell’antico ottimo latino scritto, sì nel volgare, sì nelle lingue sue figlie, sieno passati spessissimo a significazione positiva, divenuta [2287] loro così propria, che oltre che non significano più alcuna diminuzione, volendoli ridurre a diminuire, bisogna, come spesso si fa, soprattaccargli un’altra desinenza diminutiva. E ho mostrato ancora che perduti affatto i loro positivi, restano essi in luogo di questi, e con lo stesso preciso valore dei medesimi ec.

Del resto ho fatto vedere in più luoghi, e notato anche espressamente, che i verbi continuativi, in un modo o nell’altro indicano o sempre o quasi sempre accrescimento di quell’azione ch’è significata dai positivi, o sarebbe significata se essi tuttora esistessero. L’indicano, dico, per loro natura, e l’indicano o riguardo al tempo e alla durata, o a qualunque altra di quelle cose che ho notate. Or come dunque si vorrà confondere la proprietà e la natura, e la forma stessa di quei verbi (come fa il Forc.) con quelle de’ verbi in itare, forma che porta con [2288] se una forza diminutiva, che a prima giunta è manifesta e sensibile a qualunque orecchio men che mediocremente assuefatto al latino? (26. Dic. 1821.)

La lingua latina così esatta, così regolata, e definita, ha nondimeno moltissime frasi ec. che per la stessa natura loro, e del linguaggio latino, sono di significato così vago, che a determinarlo, e renderlo preciso non basta qualsivoglia scienza di latino, e non avrebbe bastato l’esser nato latino, perocch’elle son vaghe per se medesime, e quella tal frase e la vaghezza della significazione sono per essenza loro inseparabili, nè quella può sussistere senza questa. Come Georg. 1.44.

et Zephyro putris se gleba resolvit.

Quest’è una frase regolarissima, e nondimeno regolarmente e gramaticalmente indefinita di significazione, perocchè nessuno potrà dire se quel Zephyro significhi al zefiro, per lo zefiro, [2289] col zefiro ec. Così quell’altra: Sunt lacrimae rerum ec. della quale altrove ho parlato. E cento mila di questa e simili nature, regolarissime, latinissime, conformissime alla gramatica, e alla costruzione latina, prive o affatto, o quasi affatto d’ogni figura di dizione, e tuttavolta vaghissime e indefinibili di significato, non solo a noi, ma agli stessi latini. Di tali frasi abbonda assai più la lingua greca. Vedete come dovevano esser poetiche le lingue antiche: anche le più colte, raffinate, adoperate, regolate. Qual è la lingua moderna, che abbia o possa ricevere non dico molte, ma qualche frasi ec. di significato indefinibile, e per la sua propria natura vago, senz’alcuna offesa ec. della gramatica? La italiana forse alcun poco, ma molto al di sotto della latina. La tedesca credo che in questa facoltà vinca la nostra, e tutte le altre moderne. Ma ciò solo perch’ella non [2290] è ancora bastantemente o pienamente formata; perch’ella stessa non è definita, è capace di locuzioni indefinite, anzi, volendo, non potrebbe mancarne. Così accade in qualunque lingua, nè solo nelle locuzioni, ma nelle parole. La vaghezza di queste va in ragion diretta della poca formazione, uniformità, unità ec. della lingua, e questa, della letteratura e conversazione, e queste, della nazione. Ho notato altrove come la letteratura tedesca non avendo alcuna unità, non abbia forma, giacchè per confessione dei conoscitori, il di lei carattere è appunto il non aver carattere. Non si può dunque dir nulla circa le facoltà del tedesco, che non può esser formato nè definito, non essendo tale la letteratura, (per vastissima ch’ella sia, e fosse anche il decuplo di quel che è) e mancando affatto la conversazione. Quindi anche le loro parole e frasi denno per necessità avere (come hanno) moltissimo d’indefinito. [2291] (26. Dic. 1821.)

Alla p. 2138. marg. Odoratus che significa odoroso, ed è aggettivo nell’uso, che altro è in origine fuorchè un participio? E beatus? V. ciò che ho detto di vastus. Fare de’ participii in us tanti aggettivi, è così frequente nel latino, quant’altra cosa mai. Gli usavano ancora comparativamente e superlativamente come beatior, beatissimus, cumulatior, cumulatissimus; cosa propria degli aggettivi: nondimeno l’usavano di fare anche a veri participii, anche a quelli del presente attivo, come amantior, amantissimus; i quali però in tal forma pigliavano la natura di aggettivi. (26. Dic. 1821.). Similmente densus onde densare non fu forse che un participio, come prehensus, mensus, intensus per intentus (così forse densus per dentus; v. il Forcell.) ec.

Alla p. 2277. sul principio. V. il pensiero precedente sulla voce odoratus, vero participio (in origine) di odorare, cioè spargere odore, o di odore (v. Forcell.); participio usato attivamente, perciocchè significa quello che sparge odore, cioè odorifero. (26. Dic. 1821.)

[2292] Chi deve governare gli uomini, dovrebbe conoscerli più che alcun altro mai. I principi per lo contrario, cresciuti fra l’adulazione, e vedendo gli uomini sempre diversi da quello che sono, (per le infinite simulazioni della corte) e da giovani avendo poca voglia, più tardi poco tempo di attendere agli studi, non possono conoscer gli uomini nè come li conoscono i filosofi, nè come li conosce chi ha praticato e sperimentato il mondo qual egli è. Quindi nella cognizione degli uomini, dote in essi di prima necessità per il bene de’ sudditi, i principi non solo non sono superiori, ma necessariamente inferiori ai più meschini e ignoranti che vivono nel mondo. A questo gran difetto rimedierebbero gli studi: e infatti quanti principi sono stati studiosi o in gioventù o in seguito, quanti principi sono stati filosofi, tanti sono stati buoni principi, avendo appreso dai libri a conoscer quel mondo e [2293] quelle cose che avevano a governare. Marcaurelio, Augusto, Giuliano ec. Parrebbe questo un grandissimo pregio e un vero trionfo della filosofia, e dimostrazione della sua utilità. Ma io dico che la filosofia non ha fatto nè farà mai questo buon effetto di darci dei buoni principi, se non fino ch’ella fu, o quando ella è imperfetta: allo stesso modo che solo in questo caso ella può darci de’ buoni privati, e ce ne diede e ce ne dà. Vengo a dire che la filosofia moderna (la quale può dirsi che nella sua natura, cioè in quanto filosofia, o scienza della ragione e del vero, sia perfetta) non farà de’ buoni principi, come non farà mai de’ buoni privati; anzi ne farà dei pessimi, perchè la perfezione della filosofia, non è insomma altro che l’egoismo; e però la filosofia moderna non farà de’ principi (come [2294] vediamo de’ privati) se non de’ puri e perfetti egoisti. Tanto peggiori de’ principi ignoranti, quanto che in questi l’egoismo ha una base meno salda; la natura che lo cagiona, v’aggiunge molti lenitivi e modificativi; le illusioni della virtù della grandezza d’animo, della compassione, della gloria non sono irrevocabilmente chiuse per loro, come per un principe filosofo moderno: e se non altro in quelli la coscienza e l’opinione ripugna al costume, e al vizio; in questi li rassoda, li protegge (essendo un filosofo moderno, necessariamente egoista, e quindi malvagio, per principii), anzi li comanda, e condannerebbe il principe se non fosse egoista dopo aver conosciute le cose e gli uomini. Così che anche un principe inclinatissimo alla virtù, divenendo filosofo alla moderna, diverrebbe quasi per forza e suo malgrado vizioso, [2295] come accade ne’ privati. Volete una prova di fatto? Volete conoscere che cosa sia un principe filosofo moderno? Osservate Federico II. e paragonatelo con M. Aurelio. Di maniera che è da desiderarsi sommamente oggidì che un principe non sia filosofo, il che tanto sarebbe, quanto freddo e feroce e inesorabile egoista, ed un egoista che ha in mano, e può disporre a’ suoi vantaggi una nazione, è quanto dire un tiranno. Ecco il bel frutto e pregio della filosofia moderna, la quale finisce d’impossibilitare i principi ad esser virtuosi (siccome fa ne’ privati), e a conoscer gli uomini, senza il che non possono esser buoni principi. Ma siccome questo effetto della filosofia moderna, non è in quanto moderna, ma in quanto vera e perfezionata filosofia (giacchè niente di falso le possiamo imputare), e siccome le cose si denno considerare e giudicare nella [2296] loro perfezione cioè nella pienezza del loro essere, e delle loro qualità e proprietà, così giudicate che cosa sia per essenza la filosofia, la sapienza, la ragione, la cognizione del vero, tanto riguardo al regolare le nazioni, cioè riguardo a’ principi, quanto assolutamente parlando. (27. Dic. 1821.)

Alla p. 2275. Chi di noi volendosi mettere per una stanza a camminare dentro due linee in uno spazio di un palmo e mezzo, ed anche meno, non è capace di farlo, senza neppur pensare di squilibrarsi? (Eccetto il caso che vi pensino, per qualche circostanza che li metta o nel puntiglio, o nella necessità ec. di non isquilibrarsi; perocchè allora correranno parimente rischio di patirlo.) Or ponete che questo medesimo spazio sia un trave, o una tavola posta a modo di ponte sopra un altissimo precipizio, o sopra un fiume, senza ripari nè appoggi da veruna parte. Quanti sono coloro che non si fiderebbero di passarvi, o passandovi perderebbero l’equilibrio, o correrebbero più volte vicinissimo rischio di perderlo! E pure a questi medesimi non manca nè la facoltà nè [2297] l’abito giornaliero, di far tutto quello che bisogna perchè quel passaggio non faccia loro alcun male; cioè l’abito di camminare allo stessissimo modo tuttogiorno senza punto squilibrarsi, quando lo squilibrarsi non è pericoloso. (27. Dic. 1821.)

Alla p. 2238. I preliminari di questo pensiero si applichino a quello che segue ora, perocchè quanto a stinguo esso non è aferesi di exstinguo, ma la radice del medesimo, e di restinguo ec.; altrimenti si direbbe extinguo, e allora stinguo sarebbe per aferesi. -

Quindi si può congetturare che quelli fra tali composti i quali da’ buoni latini si scrivevano non colla ex ma colla semplice e come enervare, e che in italiano (così se in franc. o spagn.) cominciano colla s impura, come snervare, si pronunziassero volgarmente colla ex, cioè exnervare ec. [2298] I latini scrittori a’ buoni tempi, solevano in tali composti servirsi della preposizione e (tralasciando l’x) avanti il b, il d, la f, il g, la l, la m, la n, la r, il v. Io credo che il volgo latino avanti a queste medesime lettere dicesse ex, p.e. exbibo, exfodio, exgregius, exmoveo, exnervo (come ho detto), exrogare, exveho, in vece di ebibo, effodio, egregius, emoveo, enervo, erogo, eveho. Infatti di queste e di altre simili voci così scritte si trovano esempi in Plauto o in altri de’ più antichi, o viceversa ne’ più moderni, come Apuleio ec. V. poi il Glossar. circa i latinobarbari. E me ne persuade il vedere in tali o simili voci conservate in italiano, la s impura, (o se in ispagnuolo, la es, se in francese la es antica, e la é moderna) come svellere da evellere, svolgere da evolvere, smuovere da emovere, che appunto scritto exmovere si trova in Plauto Trucul. 1.1. 59. sfuggire da effugere. Sempre fedelmente [2299] troverete gli antichi scrittori latini più conformi all’italiano che quelli del secol d’oro, segno evidente d’essersi perpetuato l’antico costume, ed esser passato fino a noi, le quali cose non ponno essere state per altro mezzo che del linguaggio volgare latino, tenacissimo, al solito, dell’antichità. Sempre troverete il volgare italiano (così proporzionatamente il francese e lo spagnolo) più conforme al volgare latino in tutto ciò che se ne può scoprire (qual è il linguaggio de’ comici latini in qualche parte), di quello che agli scrittori: segno chiaro che da esso volgare e non dal latino scritto o civile sono nate le tre moderne sorelle. (28. Dic. 1821.)

Alla p. 2277. V. il Forc. in Exululatus. E nota che non si dice nè Exululor, nè Ululor ec. deponente. (28. Dic. 1821.). V. pure in Virg. En. 2. 218-9. circum-dati (vero partic. passato, in significazione attiva, come amplexi nel verso stesso), 444. Protecti per protegentes; lib.4.659. impressa, per cum impressisset, e consulta il Forcell. circa questi esempi, intorno ai quali però io non mi acquieto alla sua spiegazione e degl’interpreti. Ma soprattutto v. En. 4.589-90. percussa, ed abscissa, e 1.320. (e gl’interpreti), 481.

Lamia era una voce (dal greco, o comune al greco) e significava un’idea [2300] del tutto popolare nella Grecia e nel Lazio, anzi popolare per sua natura, in qualunque popolo, e propriamente una di quelle voci e idee che non essendo adoperate mai dagli scrittori se non per ischerzo, o per filosofica riprensione, sono nondimeno tutto giorno in uso nella comune favella, e in questa sordamente si conservano e si perpetuano, come fanno i pregiudizi e le sciocchissime opinioni, e i più puerili errori della più minuta plebaglia, e delle ultime femminucce; pregiudizi ec. de’ quali in particolare non s’ha notizia fuori di quella tal nazione perchè difficilmente vengono in taglio d’esser mentovati nella scrittura, o nella società, per poco civile che sia. E massimamente se ne perde la notizia, s’essi sono antichi (come appunto delle voci oscene delle quali avranno abbondato le lingue antiche, ne abbondano le moderne, nè però si conoscono da’ forestieri.). [2301] Frattanto essi si conservano tradizionalmente di padre in figlio, e si perpetuano più che qualunque altra cosa volgare, e con essi le parole che loro appartengono specificatamente. Di tal natura è l’antichissima e volgarissima voce Lamia, λαμία, e l’idea ch’essa significa. V. il Forcell. i Diz. Greci, il Glossar. e il mio Saggio sugli errori popolari degli antichi.

Or questa voce passò in realtà nel volgare italiano, e vi passò non per mezzo degli scrittori, ma per mezzo del volgare latino il che si dimostra in due modi.

1. Quei pochissimi scrittori latini che usarono questa voce, non poterono esser noti più che tanto a quegl’ignorantissimi che nel 300 adoperarono scrivendo in italiano la voce Lammia. Si vede chiaro ch’ella era in quel secolo volgare in Italia, poichè si trova in iscrittori di questa natura: laddove oggi ella non si trova che negli scritti dei dotti, perchè il volgo [2302] ha finalmente cessato di adoperarla e di conoscerla, avendo non perduto, nè cambiato affatto quella stolta idea che quella parola significava, ma pur tanto cambiatala, ch’ella si esprime ora con altre parole.

2. Gli scrittori latini adoperarono Lamia in senso di strega, o fata ec. e negli scrittori del trecento ella si trova, credo sempre, in senso di ninfa, tanto che i volgarizzatori di quel tempo, dove i testi latini dicono nympha, traducono regolarmente Lammia. Questa voce non la poterono dunque avere dagli scrittori latini, che l’adoprano in altro senso, ma dal volgare, il quale, come il volgo fu divenuto cristiano, e considerò le ninfe, e le altre deità del paganesimo come demonj, e mali spiriti, cominciò e costumossi a chiamar Lammie le ninfe de’ Gentili. (Del che molti analoghi esempi cristiani si potrebbero addurre.). Ovvero intendendo per Lammie le fate delle quali a que’ tempi si discorreva, e la cui idea somiglia a quella delle streghe ec. e le fate essendo una specie di ninfe, e viceversa, prevalse questo costume di confonder le ninfe [2303] colle Lammie, tutte cose che dimostrano un uso volgare, e una perpetua conservazione della voce Lamia e dell’idea che significava, o di un’idea analoga alla medesima, nel volgare latino fino ai primordi dell’italiano; altrimenti come sarebbero andati quegl’ignorantissimi trecentisti a pescare questa voce e quest’idea ne’ pochissimi (e allora in gran parte ignoti, e tutti malnoti) scrittori latini che l’adoperarono, per poi scambiarla nel volgare italiano con quello che gli scrittori latini chiamavano ninfa? Massimamente se considerate ciò che ho detto di sopra, che questa antica voce Lamia, e questa idea, o altra a lei analoga (com’è naturale che il tempo cambi pur qualche cosa nelle opinioni del volgo, come nella favella, specialmente essendo mutata la Religione), dovea per sua natura conservarsi sordamente e tradizionalmente, ma lunghissimamente nella bocca e nella testa dell’infima plebe (la quale ora finalmente l’ha perduta; e questa voce non è che dei dotti nel senso di strega, de’ pedanti [2304] nel senso di ninfa.) E chi sa che gli stessi antichi latini (e greci) volgarmente non dicessero Lamia per ninfa? Considerando cioè la ninfa come un ente misterioso, e di misterioso potere, qual è appunto la Lamia. Facilissime e naturalissime sono queste confusioni d’idee e di parole, in quelle tra esse che appartengono alla classe abbandonata ai pregiudizi dell’infimo volgo. V. il Forcell. in che senso si prendesse la voce nympha. V. pure il Monti, Proposta, voce Lammia. Io per me credo probabilissima e naturalissima quest’ultima opinione, la quale parimente dimostrerebbe come Lammia derivasse nell’antico italiano (e questo, volgare) dal solo volgare latino. (29. Dic. 1821.). A questo proposito osserva ancora intorno alla nostra voce Fata, ed all’idea ch’essa significa, il Forcell. in Fata ae, e una mia nota al Frontone de Nep. amisso. Troverai che la voce e l’idea prende origine dall’antico latino, e dev’esser passata a noi per mezzo del volgare, essendo essa voce pochissimo o niente usata dagli scrittori latini ec. V. pure il Forcell. Fatum in fine, e sotto il principio, dove cita Apuleio. V. p. 2392.

I diminutivi sogliono esser sempre graziosi, e recar grazia e leggiadria ed eleganza al discorso, alla frase ec. Riferite quest’osservazione alla grazia che nasce dalla piccolezza. (29. Dic. 1821.)

[2305] Gl’italiani, i francesi gli spagnoli usano il verbo sapio (sapere, saber, savoir) nel senso di scio. Che vuol dir ciò, se non che così adoperava quel volgare da cui e non d’altronde, tutte tre queste lingue son derivate? Vedi il Forc. e il Glossar. e Sapiens, Sapientia ec. (29. Dic. 1821.)

Ho detto altrove che gli antichi (e ciò per natura) consideravano il forestiero come naturalmente ed essenzialmente diverso dal paesano, e come ente d’altra natura. Quindi è ch’essi si difendevano da’ forestieri o gli assaltavano, come facevano colle bestie, cogli animali o colle cose d’altra specie, se non quanto ponevano maggior gloria nel vincer gli uomini, come vittoria più difficile. Ma la guerra nell’antica e primitiva idea non differiva o punto o quasi punto dalla caccia, (come non differisce presso i selvaggi). Quindi non quartiere, non pietà, non magnanimità (che allora non si credeva aver luogo col nemico), non perdono col vinto; quindi [2306] ostinazione, risolutezza di non cedere, (e come avrebbero voluto sottostare al governo di animali, di fiere ec.? come dunque a quello di uomini creduti d’altra specie?) disperazione di esser vinto, schiavitù, depredamenti, incendi, distruzioni degli alberghi e dei paesi, delle sostanze e delle persone dei vinti; quindi tutti gli altri effetti dell’antico odio nazionale, che altrove ho specificati, e che sono parimente moderni nei selvaggi, barbari ec. (29. Dic. 1821.)

Alla p. 1283. principio. Io sospetto di aver trovato effettivamente questa radice hil nell’antichissimo latino. Osservate. Nihilum, è quasi ne hilum, dice il Forc. e seco gli etimologi. V. anche il Forcell. in Per hilum. E non v’è questione perocchè Lucrezio dice neque hilo ec. rompendo il composto, in vece di nihiloque, come solevano gli antichi latini, massime i poeti, (come Plauto disque trahere per et distrahere) e questi anche a’ buoni secoli: e così i greci. Nè solo Lucrezio ma altri che v. nel [2307] Forc. in Hilum. Della particella privativa ne (cambiata nella composizione in ni) vedi il Forcell. in ne, e in nego. Potrebbe anche essere un nec, come necopinans ec. significa non opinante ec. e il nec non è che particella privativa come l’ dei greci. V. anche lo Scapula in νή, particella parimente privativa nell’antichissimo greco, del che v. pure Helladii Besantinoi Chrestomathia, colle note del Meursio.

(Nel qual proposito osservo di passaggio. La n è radicale e caratteristica della negativa in latino, e così pure per conseguenza in italiano. Quindi non, ne, nec, neque, (v. il Forcell.) nihil, nil, nemo, nullus cioè non ullus, come pure si dice, nego, nefas, nequam, nepus cioè non purus, nolo, nequeo, nequicquam, nedum, nequaquam ec. de’ quali v. il Forcell. ed osserva la forza e l’uso della particella ne in composizione. Non così nel linguaggio greco dei buoni secoli. Giacchè οὐ, οὐχ, οὐκ, μή, ἀ ec. non hanno n. [2308] Eppure nell’antichissimo greco è chiaro per le sullodate testimonianze, e per l’uso di Omero ec. che la ν avea forza di negazione, privazione, ec. Ecco un’altra prova e della fraternità antichissima delle dette due lingue, e dell’esser forse qualche cosa passata piuttosto dal latino nel greco, che viceversa; o certo dell’avere la lingua latina conservate assai più della greca le sue antichissime ed originarie proprietà. E notate che trattandosi della caratteristica negativa, si tratta di cosa primitiva affatto, e di primissima necessità in qualunque lingua.)

Nihilum pertanto è ne hilum, come nemo, ne homo, e v. il luogo di Varrone nel Forcell. in Nequam.

Che cosa significasse questo hilum, antichissima voce latina, non sanno affermarlo i gramatici. Putant esse, dice Festo, quod [2309] grano fabae adhaeret. Dunque egli non sa propriamente che significhi, nè si sapeva al suo tempo. Ed è cosa ben naturale quando tante parole di Dante e d’altri trecentisti o duecentisti (meno lontani da noi, che le origini della lingua latina da Festo) sono o di oscurissima e incertissima, o di perduta significazione.

Io credo che esso non significhi altro che materia, o cosa esistente (che per li primitivi uomini non poteva essere immaginata se non dentro la materia, ed estendi questo pensiero.). E penso che sia nè più nè meno l’ὕλη dei greci, ossia quell’antichissimo hilh o hulh che abbiamo detto.

Vogliono che nihil, sia troncamento di nihilum. Al contrario a me pare che nihilum sia parola così ridotta da nihil, perchè divenisse capace di declinazione. Che troncamento barbaro sarebbe stato questo, e quanto contrario al costume latino, se da nihilum primitivo, avessero fatto nihil! e non piuttosto viceversa, [2310] che è naturalissimo. Addolcendosi la favella (massime quelle del gusto meridionale, del gusto della latina) non si troncano, anzi si aggiungono appunto allora le terminazioni, e si proccura inoltre di render declinabili, cioè modificabili secondo le diverse occorrenze del discorso, le voci che già esistono; e non per lo contrario. Indubitatamente per tanto non nihil da nihilum, ma questo viene da quello. Si dice parimente nil contrazione di nihil, (fatto più volte monosillabo da Lucrezio) ma nilum per nil si trova in Lucrezio appena una volta, e chi sa s’è vero, e che non sia errore in vece di nihilum dissillabo. In ogni modo è costante presso il più sciocco etimologo che le terminazioni non vanno calcolate, ed è chiaro che le sole radicali di nihilum, i, o, ec. sono nihil; di hilum, hil. E di questo secondo, la cosa è tanto più manifesta, quanto che abbiamo appunto da esso, nihil, e nil, senza la terminazione declinabile.

Eccoci dunque con questo hil nudo e manifesto nelle mani, e se attenderete alle [2311] cose dette di sopra, e se avrete niente di spirito filosofico, vedrete quanto sia naturale e probabile che siccome ne homo cioè nemo, vuol dire nessuna persona, così ne hil cioè nihil volesse dire primitivamente nessuna materia, cioè nessuna cosa (v. p.2309. mezzo, e i miei vari pensieri sulla necessaria e somma materialità di tutte le primitive lingue, e di tutte le primitive idee umane, anzi non pur delle primitive, ma di tutte le idee madri ed elementari); ovvero non materia, non cosa, cioè, insomma, e formalmente ed espressamente, nulla. (Così i greci οὐδέν neque unum ec. non quidquam μηδέν, οὔτι, μήτι ec.)

Non vi par ella naturalissima questa etimologia? Non vi par dunque probabilissimo che l’antico e quasi ignoto hilum volesse dir materia, e fosse tutt’una radice con ὕλη e silva adoprata pur essa in senso di materia? Non è chiaro che l’um in hilum non è radicale, ma declinabile ec. e per conseguenza la radice è solamente hil, massime che da hilum abbiamo nihil e nil, parole inverisimili, [2312] e strane e mostruose se fossero un’apocope ec.? Non abbiamo dunque probabilmente trovato in realtà nell’antichissimo latino la semplicissima radice di silva? di ὕλη, ec.?

Osservate che in questo caso si renderebbe verisimile che il primitivo e proprio senso di ὕλη silva ec. fra quelli ch’essi realmente hanno, fosse quello di materia.

Non so se possa fare al caso l’osservare che noi diciamo filo per nulla, il che potrebbe derivare non da filum da hilum, mutato l’h in f, come viceversa gli spagnuoli, onde appunto per filum dicono hilo. E ricordati di quanto ho detto circa l’antica proprietà della f, cioè di essere aspirazione. Del resto v. la Crusca, il Glossar. i Diz. franc. e spagn. ec. e il Forc. in filum, se avesse nulla. (30. Dic. 1821.)

I greci conoscevano la letteratura latina appresso a poco come i francesi conoscono oggidì le letterature straniere (specialmente l’italiana), e com’essi le hanno conosciute da poi che la lingua letteratura e costumi loro sono stati [2313] pienamente formati. Eccetto quella differenza che è prodotta dalla diversità de’ tempi e del commercio fra le nazioni, per cui la Francia conosce certo più le letterature forestiere, di quel che la Grecia conoscesse la latina. Ma parlo proporzionatamente. E non è questa la sola somiglianza (estrinseca però) che passa fra lo spirito, il costume, la letteratura francese, e la greca. (31 Dic. 1821.)

Il grande intreccio in un’azione drammatica, la complicazione dei nodi ec. distoglie affatto l’animo dell’uditore o lettore dalla considerazione della naturalezza, verità, forza della imitazione, del dialogo, delle passioni ec. e di tutte quelle bellezze di dettaglio nelle quali principalmente consiste il pregio d’ogni genere di poesia. Anzi per l’ordinario dispensa l’autore da queste bellezze, lo dispensa dall’osservanza, e dall’efficace e viva ἐκτύπωσις dei caratteri ec. In questo modo l’unico [2314] o certo il principale effetto ed affetto ed interesse che i drammi di grande intreccio producono, si è la curiosità; e questa sola spinge l’uditore a interessarsi e fare attenzione a ciò che si rappresenta, questa sola trova pascolo, e questa sola è soddisfatta nello scioglimento. Nessun’altra passione o interesse è prodotta in lui da tali drammi, per caldi e passionati che l’autore abbia inteso di farli. Or questo è del tutto alieno dall’essenza della drammatica: esso appartiene all’essenza del racconto: la drammatica essendo una rappresentazion viva e quasi vera delle cose umane, deve destar ben altro interesse che quello della curiosità, come può fare la storia: in questo caso, l’azione drammatica viene ad esser come quella di una novella, il dramma produce lo stesso effetto di una novella, ed è indifferente per l’uditore o lettore che quell’azione accada sotto gli occhi suoi, o gli venga fatta sapere per mezzo di parlate, ovvero che se gli racconti semplicemente il caso come in un romanzo, o in una storia curiosa e complicata. [2315] Quindi la necessità e il pregio degl’intrecci semplici in ogni genere di drammi, ma proporzionatamente più in quelli dove l’interesse della passione, e la commozione dell’uditore dev’esser più viva, come nella tragedia: a cui la semplicità dell’azione è più necessaria che alla commedia. A questa poi ancora è proporzionatamente necessaria per il pieno sviluppo, e la perfetta pittura dei caratteri, e lo spicco dei medesimi, i quali si perdono affatto (per vivi e ben imitati che sieno) quando la curiosità dell’intreccio assorbe tutto l’interesse e l’attenzione dell’uditore. In somma l’uditore non deve tanto interessarsi del successo, e anelare allo scioglimento del nodo, ch’egli perda l’interesse e la commozione ec. successiva, e continua, ed applicata individualmente a ciascuna parte del dramma, e a tutto il processo dell’azione ugualmente. (31. Dic. 1821.). V. p. 2326.

L’animo umano è sempre ingannato nelle sue speranze, e sempre ingannabile: sempre deluso dalla speranza medesima, e sempre capace [2316] di esserlo: aperto non solo, ma posseduto dalla speranza nell’atto stesso dell’ultima disperazione, nell’atto stesso del suicidio. La speranza è come l’amor proprio, dal quale immediatamente deriva. L’uno e l’altra non possono, per essenza e natura dell’animale, abbandonarlo mai finch’egli vive, cioè sente la sua esistenza. (31. Dic. 1821.)

Circa quello che ho detto altrove del vir frugi de’ latini, che significava uomo di garbo, e propriamente non voleva dir altro che utile, vedi il Forcellini in Nequam, che significa cattivo, e propriamente non vale che inutile. Così in Nequitia ec. (31. Dic. 1821.)

Alla p. 2250. marg. Nihil, vehemens ec. sono adoperati più volte da’ poeti, quello come monosillabo, questo come dissillabo ec. V. il Forcellini. Così Nihilum dove appunto devi vedere il Forcell. in fine della voce. E quel fare di nihil nil, di vehemens vemens (v. il Forc. Vehemens fine), di prehendo prendo ec. cose usitate nelle buone scritture latine anche in prosa, che altro significa se [2317] non che quelle vocali successive, benchè secondo le regole della prosodia si considerassero per altrettante sillabe, nondimeno nella pronunzia quotidiana equivalevano o sempre o bene spesso a una sola? Altrimenti queste tali contrazioni sarebbero state sconvenientissime: e come poi sarebbero elle venute in uso generale, anche presso chi non ne aveva bisogno (quali erano i prosatori), come nil detto indifferentemente per nihil? Ed osservate che qui v’è anche di mezzo l’aspirazione ch’è quasi una consonante, ed oggi la pronunziano per tale. E nondimeno le dette vocali si tenevano per componenti una sola sillaba, e così si pronunziavano. (Come appunto ne’ nostri antichi poeti, anche, se non erro, nel Petrarca, noja, gioia ec. monosillabi, Pistoia dissillabo ec. e così mostra che si pronunziassero.) Mihi parimente si contraeva nelle scritture, e massime ne’ poeti, in mi. E non è apocope, come dice il Forcell. ma contrazione, come nil ec. Che dirò di eburnus per eburneus e di tante altre simili contrazioni di più vocali; mediante le quali contrazioni [2318] (autorizzate dall’uso) il considerar quelle vocali come formanti una sola sillaba diveniva alla fine affatto regolare (in ogni genere di scrittori) e conforme alle stesse regole della prosodia? Non dimostra ciò quello ch’io dico? Queis monosillabo, o così scritto o contratto in quis, non è posto fra i dittonghi latini. V. il Forcell. e la Regia Parn. Lascio stare i nomi greci, dove quelli che in greco sono dittonghi, a talento del poeta latino ora diventano dissillabi ec. ora monosillabi come Theseus, Orphea, Orphei dativo, ec. Nè solo i nomi, ma ogni sorta di parole. L’i terminativo dei nominat. plur. 2. declinazione ch’è sempre lungo dovette esser da prima un dittongo, come l’οι greco nei corrispondenti nominativi plurali della 3za.

Lascio ancora che l’ablativo della prima declinazione singolare, da principio, e forse sempre a’ buoni tempi, si pronunziò (cred’io, e v. i gramatici) coll’a doppia, (musaa, o musâ) e pur fu sempre considerata quell’a come monosillaba. E che si pronunziasse coll’a doppia me ne fa fede il veder che se ciò non fosse, molte volte ne’ poeti si troverebbe una brutta cacofonia e consonanza, quando tali ablativi concorrono con altre parole terminate in a, ch’è frequentissimo. Lascio l’antica scrittura di heic per hic, sapienteis, sermoneis ec. ec. dove l’ei fu pur [2319] sempre avuto per monosillabo. Lascierò ancora che tutte o quasi tutte le contrazioni usitate in latino, o per licenza o per regola, dimostrano il costume di pronunziar più vocali in una sola sillaba. P. es. Deum, virum per deorum, virorum, venne dal costume di elidere la r, onde deoum, viroum, dissillabi, e quindi deum, virum, genitivi contratti, forma usitatissima specialmente presso gli antichi, più conformi al volgare. V. p.2359. fine.

Ma il vedere che i latini poeti per costumanza regolare, tanto che il contrario sarebbe stato irregolare (come in quel di Virgilio foemineo ululatu) elidevano costantemente l’ultime vocali delle parole seguite da altre parole comincianti per vocale, e ciò anche da un verso all’altro spesse volte (come in Orazio animumque moresqUE Aureos educit in astra, nigroqUE Invidet Orco ec. e in Virg. Georg. 2.69. Inseritur vero et foetu nucis arbutus horridA: Et steriles platani ec. ec.); e non solo le vocali, ma anche le sillabe am, em, im, um; e sì le vocali che queste sillabe le elidevano anche seguendo una parola cominciante per vocale aspirata (come Virg. Georg. 3.9. TollerE Humo: v. p.2316-17.); e non solo elidevano una vocale, ma anche più d’una ec. tutto ciò non dimostra evidentemente che l’indole della pronunzia latina formava in fatti una sola sillaba delle vocali concorrenti? Giacchè questo solo vuol dire eliderle: non già ch’esse [2320] nella pronunzia si tacessero (ciò forse avveniva alla sola m in simili casi); altrimenti non le avrebbero scritte, ma posto in luogo loro l’apostrofo, come facevano i greci quando le elidevano in verso o in prosa, che quando non ponevano l’apostrofo in luogo loro, non le elidevano mai; e come gli stessi latini ponevano l’apostrofo in luogo di quelle vocali o consonanti che non s’avevano effettivamente da pronunziare, come ain’, Sisyphu’, confectu’ ec. o non ponendo l’apostrofo, tralasciavano di scrivere quelle lettere che non s’avevano da pronunziare, come appunto la s in ain’ per ais ne, ec. ec.

Altra prova e dell’usanza latina di pronunziar più vocali in modo di una sola sillaba, e dell’essere stato originariamente il v latino una semplice aspirazione, e questa essere stata leggera (come l’h), e della dissillabìa della 1. e 3. persona sing. perfetta indicativa delle congiugazioni 1. e 4. ec. ch’è appunto quello che s’ha a dimostrare, e della somiglianza tra l’antichissimo latino conservatosi nel volgare, e le moderne figlie del latino; eccola. Amaverunt, amaverat ec. si diceva spessissimo [2321] amarunt, amarat ec. Donde venne questa contrazione usualissima? Le contrazioni non nascono già, e molto meno diventano comunissime (più spesso troverete amarunt che amaverunt ec.) senza una ragione di pronunzia. Anticamente si disse amaerunt, amaerat trisillabe, senza però che l’ae si pronunziasse e, ma sciolto. Poi coll’aspirazione eufonica, per fuggire l’iato si disse ec. Indi amaϜerunt. Ma il volgo continuò a considerarli come trissillabi; e perciò saltando facilmente una lettera, e conservando la parola trisillaba, disse amarunt, amarat ec. E non fece caso dell’aspirazione (ossia del v) non più di quello che in nil per nihil ec. V. disopra. Che il volgo solesse pronunziare così contratto piuttosto che sciolto lo dimostra il nostro amarono, amaron, aimèrent. (E quanto ad amarat vedi la p.2221. fine-segg.) Quest’uso essendo comune a tutte tre le lingue figlie, dimostra un’origine comune cioè il volgare latino. E viceversa le dette considerazioni provano che detto uso moderno, è di antichissima origine, e proprio (forse esclusivamente dell’altro) del volgare latino, com’era pur [2322] proprio della scrittura, e lo fu, sino ab antico, per sempre.

Gli stessi motivi mi fanno credere che p. es. trovando noi nelle tre lingue figlie amammo, amamos, aimâmes, si debba concludere che il volgo latino diceva parimente amamus contratto per amavimus, come abbiamo veduto ch’egli diceva amai (che gli spagn. e i franc. dicono aimai, emè mutato l’ai in e); e come pur diceva amasti, amastis per amavisti ec. (del che discorrete come sopra), onde amasti amaste, amaste amastes, aimas aimâtes (anticamente aimastes.). (1. Gen. 1822.)

Gli antichi non solo celebravano i giorni natalizi, ma anche gli anniversarii delle morti. V. il quinto dell’Eneide, e segnatamente vers. 46-54. Celebravano pure gli anniversarii di vittorie riportate ec. come di quella d’Azio, per cui s’istituirono i giuochi Aziaci. V. Heyne P. Virg. Maron. Vita per annos digesta, anno U. C.723. Così in Atene la festa di Pallade nell’anniversario (se non erro) della battaglia di Maratona o di Salamina. Celebravano annualmente in diversi tempi, diverse [2323] regolari festività in onore di questo o quel Dio, aggiunteci bene spesso delle ricordanze di cose patrie. ec. Le Cereali ec. in Atene. I Lupercali a Roma. ec. Le feste secolari in onore di Apollo e Diana (v. Carmina saecularia di Orazio.). Le feste in onore di Bacco ec. ec. (2. Gen. 1822.)

Alla p. 2019. marg. fine. Il quale exdorsuare (antico verbo) mi pare indizio di un perduto dorsus us in vece di dorsus i, o dorsum i, dal quale si sarebbe fatto non exdorsuare ma exdorsare, come infatti abbiamo noi sdossare (ch’è lo stesso: v. p. 2236. segg. 2297. segg. giacchè dosso è lo stesso che dorso, ed è maniera italiana, francese ec. di pronunziar questa parola, ma derivata da antichissima origine, perchè gli antichi latini dicevano infatti dossum i, cambiando al solito la r in s. V. il Forcell. in Dossuarius.), indossare, addossare ec. V. il Gloss. il Forcell. i Diz. franc. e spagn. in queste e simili voci. in detto antico dorsus us è anche dimostrato, al parer mio, dai [2324] derivati dorsualis (da dorsum o dossum verrebbe dorsalis o dossali. Vedilo infatti con altre simili voci nel Gloss.), dossuarius, dorsuosus. Dorsuosus è da dorsus us come luctuosus da luctus us, fructuosus da fructus us, flexuosus da flexus us, sinuosus da sinus us, aestuosus da aestus us ec. ec., actuosus da actus us ec., portuosus da portus us ec., tortuosus da tortus us ec. (V. il Forcell. in monstruosus che forse viene esso stesso da un monstrus us.) adfectuosus da adfectus us ec. Ossuosus par che venga da os, o da ossum i, e pure a’ bassi tempi, o volgarmente si disse ossuum, ossua. V. Forcell. e Gloss. impetuosus, tumultuosus, sumptuosus, untuoso. V. la p.2226. e 2386. (2. Gen. 1822.)

Assalire, ital. assaillir franc. assaitar spagn. (semplice continuativo di assalire, e derivato dal suo particicipio al modo di cento mila altri verbi; del resto, proprio anche dell’italiano), non dimostrano essi un’origine comune cioè un assalire latino, che non trovandosi negli scrittori, non può essere stato che volgare? V. il Forcell. e il Glossar. se hanno nulla. Nello spurgo di voci senza buona autorità, il Forcell. porta infatti Adsalio, adorior, aggredior. Adsalitura, et Adsaltura, aggressio. (2. Gen. 1822.)

Alla p. 1121. fine. Il verbo periclitari che cosa crediamo noi che sia con quella sua desinenza in tari? Null’altro che un continuativo o frequentativo di un periculari, part. periculatus contratto in periclatus, (come periculum spessissimo in periclum, e qui con più ragione per non dire [2325] duramente periculitari) donde periclitari nè più nè meno come da minatus di minari, minitari. Che è? questo periculor è un sogno? 1. Perchè dunque da periculum o periclum s’ha da far di prima mano periclitor, e non periclor o periculor, secondo tutte le regole? 2. Eccovi periculor presso Festo in Catone, che disse Periculatus sum. (Forcell. in Periculatus). Ed eccovi appunto questo antichissimo verbo dimenticato nella letteratura latina, vivo e verde ne’ volgari dal volgar latino derivati. Pericolare diciamo noi (e non periclitare, come potevamo ben dire, ma non può esser oggi parola se non poetica, e forse forse): peligrar gli spagnuoli, ed è lo stesso, perchè in ispagnuolo periculum s’è fatto peligro. Sempre, ὃ οὐ διαλείπο λέγων, i nostri volgari si trovano più simili all’antichissimo che all’aureo latino. V. il Dufresne in Periculare. (4. Gen. 1822.). Abbiamo però anche periclitare. V. la Crusca.

Volgus, volpes dicevano gli antichi latini ec. ec. e cento mila altre voci similmente, adoperando l’o in cambio dell’u. (V. il Forc. [2326] in O, U ec. ec.) Uso proprio del volgo, proprio dell’antichità, e perciò amato anche recentemente da quelli che affettavano antichità di lingua, come Frontone ec. Or quest’uso appunto eccovelo nell’italiano, solito a scambiare in o l’u latino dei buoni tempi, e restituir queste voci nella primitiva loro forma ch’ebbero fra gli antichi latini, e nelle vecchie scritture. È noto che tal costume è più proprio dell’italiano che dello spagnuolo, e più assai che del francese. ec. ec. (4. Gen. 1822.)

Alla p. 2315. È proprio, appunto per queste ragioni, de’ mediocri o infimi drammatici, il sopraccaricare d’intreccio le loro opere, l’abbondare di episodi ec. Il contrario è proprio de’ sommi. E la ragione è che questi trovano sempre come tener vivo l’interesse dello spettatore (anche in una azione di poca importanza) colla naturalezza dei discorsi, la vivezza, l’energia, collo sviluppo continuo delle passioni, o col ridicolo ec. Quelli non sono mai contenti neppur dopo che hanno trovato o immaginato un caso complicatissimo, [2327] stranissimo, curiosissimo. Esauriscono in un batter d’occhio tutto ciò che il soggetto offre loro. Cioè non sapendone cavare il partito che possono e devono, il soggetto non basta loro se non per poche scene. Fatte o disposte queste; dopo di esse, o nelle scene di mezzo si trovano colle mani vote (per ridondante di passione, di ridicolo ec. che il soggetto possa essere), e non trovano altra via di tener vivo l’interesse e la curiosità, che quella di andare a cercar nuovi episodi, nuove fila, nuovi soggetti insomma, per esaurirli poi essi pure in un momento. Non possono insomma trovarsi un solo istante senza qualche cosa da raccontare, qualche filo da aggiungere alla tela, qualche soggetto ancor fresco, altrimenti non hanno nulla da dire. E quanti autori sono di questo genere? quanti drammi? 999. per mille. (4. Gen. 1822.)

Alla p. 1128. principio. Da cheF (come da cabo acaBar in ispagnuolo e noi pure diciamo condurre ec. a capo, venire a capo ec.) si fa in francese acheVer, mutata la f in v. Scambio (come altrove [2328] ho detto, cioè p. 2070. fine,) frequentissimo anche in francese, e frequentissimo per regola come nel caso addotto, e non già per arbitrio, come schifare che si può dire ugualmente schivare. (4. Gen.1822.). Da clavis clef, da cervus cerf, da nervus nerf, ec. ec. ec. Cioè tolta la desinenza al solito, in vece di pronunziare nerv, pronunziarono nerf ec.

Alla p. 155. poco sopra il fine. È anche maniera continuativa fra noi star facendo dicendo, ec. V. la Crusca. Anzi il verbo stare, e per sua natura in tutte le lingue (giacchè egli è propriamente ed essenzialmente un continuativo di essere), e per proprietà della nostra, è il più adattato, o piuttosto è precisamente quello ch’esprime la continuità o durata di qualsivoglia azione (sebbene non molto elegantemente). P.e. s’io vorrò esprimere la forza di un continuativo latino, non avrò che ad usare in italiano il verbo stare col gerundio esprimente quell’azione, e per lectare dirò star leggendo, massime se l’azione non è affatto di moto, o materiale o ideale, e metaforico ec. Ma volgarmente diciamo tutto giorno anche star passeggiando, o camminando, o viaggiando e simili, e propriamente e perpetuamente adoperiamo in questa forma il verbo stare in luogo di universale continuativo. (4. Gen. 1822.). V. p. 2374.

[2329] Alla p.1136. fine. Fra le molte prove che si potrebbero addurre di ciò, cavate dalla veramente profonda e non superficiale investigazione della più remota antichità, v’è anche questa. Noi diciamo che lo spirito denso dei greci fu bene spesso trasformato dai latini in una s. Ma il fatto sta che gli antichissimi monumenti greci hanno essi medesimi il sigma, dove poi si costumò di porre lo spirito denso, e forse anche in luogo del lene. V. Iscriz. antiche illustrate dall’Ab. Gaetano Marini, p.184. e soprattutto il Lanzi, della lingua Etrusca. Questo che cosa dimostra? dimostra secondo me, che l’antichissima forma di quelle tali parole comuni ab antichissimo al greco e al latino, era infatti colla s in principio, e non collo spirito; che questo per indole di loro pronunzia fu coll’andar del tempo sostituito dai greci parlatori, e poi dagli scrittori, al sigma, e non viceversa la s allo spirito dai latini; che per conseguenza la forma latina è più antica della greca, la pronunzia cioè e la scrittura latina di tali parole; e che quindi in esse i latini hanno conservato l’antichità e il primitivo più dei [2330] greci. V. p. 2143. segg. 2307-8. ed altri miei passi su questo punto di antichità. E quante altre simili osservazioni si potrebbono fare sulle antichissime parole, proprietà, ortografie ec. delle due lingue: osservazioni le quali mostrerebbero che quello che comunemente crediamo venuto dalla Grecia nel Lazio, o è tutto al rovescio, o vien da origine comune; e che quelle differenze che in tali cose s’incontrano fra il greco e il latino e che da noi sono attribuite a corruzione sofferta da quelle parole ec. passando nel Lazio, si debbono invece attribuire a corruzione sofferta in Grecia; e nel Lazio conservano la loro forma antichissima, e non differiscono dalla greca, se non perchè questa s’è allontanata essa stessa dal primitivo assai più della latina. (5. Gen. 1822.). V. p.2351. fine. e 2384.

Alla p. 1153. Tali versi de’ comici, giambici, ec. erano quasi ritmici, cioè regolati e misurati piuttosto sul numero delle sillabe, e la disposizione degli accenti, (poco anche osservata) che sul valore e quantità di ciascuna sillaba. Dunque vuol dire che secondo il ritmo, tali vocali doppie si dovevano pronunziare piuttosto come monosillabe che dissillabe [2331] ec. Dunque pel volgo, anzi nella pronunzia quotidiana esse erano monosillabe, e non altrimenti, fino agli ultimi tempi della lingua latina (giacchè questo med. costume si può molto più notare ne’ versi espressamente ritmici de’ bassi tempi) ec. ec. (5. Gen. 1822.)

Alla p.928. L’Asia fu la prima a brillare nel mondo per la potenza: essa ebbe le prime nazioni le prime patrie, e perciò ella regnò o colle colonie, o colle leggi medesime e col governo le altre parti del mondo che da lei furono popolate. Dopo l’Asia, o contemporaneamente, l’Egitto divenne nazione e patria, e l’Egitto divenne conquistatore e quasi centro del mondo sotto Sesostri ec. La Grecia chiamata bambina presso Platone, perchè recentissima rispetto alle dette nazioni; la Grecia, quel piccol tratto d’Europa, divenne à son tour il centro del mondo, e la più potente parte di esso, perchè? Perch’ella in quel tempo era divenuta nazione e patria, mentre l’Asia e l’Egitto aveano cessato di esserlo, e conservava il costume naturale, perduto dagli Asiatici ec. E dopo [2332] che la Grecia a causa di questa preponderanza, essendosi resa formidabile ai più grandi regni, pervenne poi anche a conquistarli, distrusse l’immenso impero Persiano, compreso l’Egitto, e mediante le conquiste di Alessandro, l’Asia l’Affrica, l’Europa divennero effettivamente greche, e provincie greche, dopo tutto ciò per qual motivo quell’Italia fin allora sconosciuta nel mondo, ignota nel numero delle nazioni e delle potenze, crescendo a poco [a poco], ingoiò la Grecia e il suo impero, e stabilì il propro regno sulle ruine di quello di Semiramide, di Ciro, di Alessandro ec. ec.? Perchè l’Italia più tardi delle altre parti del mondo era divenuta nazione: la natura già fuggita anche dalla Grecia, restava in questo fondo d’Europa: vi sorgeva la mediocre civiltà (più vicina all’eccesso della barbarie, che all’eccesso della civilizzazione a cui dopo gli Assiri, gli Egizi, i Persiani, erano arrivati anche i greci); e questa li fece padroni del mondo: e sempre che la mezzana civiltà troverassi in mezzo o a popoli non tocchi affatto da incivilimento, o a popoli [2333] pienamente inciviliti (quale fu poi il caso de’ settentrionali sull’impero romano, e lo è oggi di nuovo, massime riguardo alla Russia, sul resto d’Europa); sempre che una nazione una patria esisterà in mezzo a popoli che non abbiano mai avuta, o per l’estremo incivilimento abbiano perduta la nazione e la patria; la mezzana civiltà trionferà di tutto il mondo, e quella nazione che resta, o che nasce, per piccola che sia, diverrà conquistatrice, e segnerà il suo nome nel catalogo delle nazioni che hanno dominato universalmente; finchè questo medesimo dominio non la ridurrà allo stato delle potenze da lei vinte, e distruggerà il suo potere. Il che oggi, stante la marcia accelerata delle cose umane, avverrà più presto che non soleva anticamente.

In questo catalogo delle nazioni dominanti ne’ diversi tempi, dove io ho detto l’Asia, tu devi dividere e porre successivamente le diverse nazioni dell’Asia ch’ebbero impero: gl’indiani forse, e prima di tutti; gli Assiri, i Medi, i Persiani, forse [2334] anche i Fenici, e i loro coloni Cartaginesi ec. E l’impero francese (nato, vissuto e morto in vent’anni, il che serve di prova di fatto a ciò che dico sulla fine della pagina precedente) merita anch’esso un posto fra questo genere d’imperi. Perocchè sebbene la nazion francese è la più civile del mondo, pure ella non conseguì questo impero, se non in forza di una rivoluzione, che mettendo sul campo ogni sorta di passioni, e ravvivando ogni sorta d’illusioni, ravvicinò la Francia alla natura, spinse indietro l’incivilimento (del che si lagnano infatti i bravi filosofi monarchici), ritornò la Francia allo stato di nazione e di patria (che aveva perduto sotto i re), rese, benchè momentaneamente, più severi i loro dissolutissimi costumi, aprì la strada al merito, sviluppò il desiderio, l’onore, la forza della virtù e dei sentimenti naturali; accese gli odi e ogni sorta di passioni vive, e in somma se non ricondusse la mezzana civiltà degli antichi, certo fece poco meno (quanto comportavano i tempi), e non ad altro si debbono attribuire quelle azioni dette barbare, di cui fu sì feconda [2335] allora la Francia. Nata dalla corruttela, la rivoluzione la stagnò per un momento, siccome fa la barbarie nata dall’eccessiva civiltà, che per vie stortissime, pure riconduce gli uomini più da presso alla natura. (6. Gen. dì dell’Epifania. 1822.)

La metafisica senza l’ideologia, è quasi appunto quello ch’era l’Astronomia prima che fosse applicata alla matematica. Scienza incertissima, frivola, inesatta, volgarissima, o piena di sogni e di congetture senz’appoggio. E molto più la metafisica che l’astronomia. Nè molto minor certezza ed esattezza riceve la metafisica dall’ideologia che l’astronomia dalla matematica, dal calcolo ec. (7. Gen. 1822.)

Da ciò che altrove ho detto sul Buonarroti che scrisse apposta per dar vocaboli alla Crusca, sul Salvini che non fu niente parco di nuovissimi vocaboli, o tirati da lingue forestiere, o antiche, o da radici italiane, in tutte le sue scritture, e che scrisse contemporaneamente alla compilazione del vocabolario, anzi finchè visse non permise d’esser citato ec. apparisce che i nostri pedanti vogliono espressamente che in quell’atto medesimo che si pubblica il vocabolario [2336] di una lingua, restino per virtù di essa pubblicazione, rivocate in perpetuo tutte le facoltà che tutti gli scrittori fino a quel punto avevano avute intorno alla favella, e chiuse in quel momento per sempre le fonti della lingua, fino allora sempre e incontrastatamente aperte. (8. Gen. 1822.)

Ho parlato altrove del perchè la sveltezza debba piacere, e com’ell’abbia che fare colla velocità, colla prontezza ec. Ho notato che questa sveltezza piacevole, non è solo nella figura o delle persone, o degli oggetti visibili, nè nei movimenti ec. ma in ogni altro genere di cose, e qualità di esse. P.e. ho fatto osservare come la sveltezza, la pieghevolezza, la rapidità della voce, de’ passaggi ec. sia una delle principali sorgenti di piacere nella musica, massimamente moderna. Or aggiungo. Piace la sveltezza e la rapidità anche nel discorso, nella pronunzia, ec. Le donne Veneziane piacciono molto a sentirle parlare anche per la rapidità materiale del loro discorso, per la copia inesauribile che hanno di parole, perchè la rapidità non le conduce a verun intoppo ec., cioè non ostante la velocità della pronunzia e del discorso, non intoppano ec. Anche [2337] a rapidità, la concisione ec. dello stile, e il piacere che ne ridonda, possono e debbono in parte ridursi sotto queste considerazioni. (8. Gen. 1822.)

La sveltezza o veduta o concepita, per mezzo di qualunque senso, o comunque, (v. il pensiero precedente) comunica all’anima un’attività, una mobilità, la trasporta qua e là, l’agita, l’esercita ec. Ed ecco ch’ella per necessità dev’esser piacevole, perchè l’animo nostro trova sempre qualche piacere (maggiore o minore, ma sempre qualche piacere) nell’azione, sinch’ella non è o non diviene fatica, e non produce stanchezza. (8. Gen. 1822.)

Volete veder come sia naturale lo stato presente dell’uomo? Anche quello dell’agricoltore che pur conserva, tanto più che gli altri, della natura? L’uomo presente, e già da gran tempo, vuol latte vuol biade per cibarsi, vino per dissetarsi, lana per vestirsi, vuole uova ec. ec. Ecco seminagioni, vigne, pecore, capre, galline, buoi per arare ec. vacche per partorirli, e per latte ec. Ma il capro nuoce anzi distrugge la vigna; così fanno i buoi ed alla vigna e ad ogni albero da frutto se vi si lasciano appressare; le greggi, e gli armenti, e il [2338] pollame ec. sterminerebbero i seminati se non si avesse infinita cura d’impedirlo; il pollame nuoce alle stalle delle greggi, e degli armenti; i danni del porco sarebbero infiniti ai campi e al bestiame, se non vi si avesse l’occhio ec. ec. Insomma i bisogni che l’uomo si è fabbricati, anche i più semplici, rurali, ed universali, e propri anche della gente più volgare e men guasta, si contraddicono, si nocciono scambievolmente; e la cura dell’uomo non dev’esser solo di procacciare il necessario a questi bisogni con infiniti ostacoli, ma nel provvedere all’uno guardare assai, perchè quella provvisione nuoce ad un altro bisogno ec. E pure è certo che più facilmente potremo annoverar le arene del mare di quello che trovare una sola contraddizione in qualunque di quelle cose che la natura ha veramente e manifestamente resa necessaria, o destinata all’uso si dell’uomo, come di qualunque animale, vegetabile ec. (8. Gen. 1822.). V. p. 2389.

Alla p. 2019. marg. Così da metus us, metuere. Actuar (da actus us) per ridurre ad atto o mettere in atto dicono gli spagnuoli. V. attuare nella Crusca, [2339] actuare nel Ducange.

La cagione poi per cui dalle voci della quarta congiugazione si facevano i verbi in uare (o uere ec.) e non in are semplicemente come da quelli della seconda, io credo che fosse questa, che le dette voci anticamente e propriamente terminassero in uus, giacchè anche oggi, almeno nel genitivo singolare, o ne’ nominativi e accusativi plurali, si suole scrivere metûs, fluctûs, actûs ec. col circonflesso. V. i gramatici, e gli eruditi. Infatti contro il costume della lettera u, nella prosodia latina, essa lettera è lunga nella desinenza del genitivo e ablativo singolare, nominativo e accusativo plurale della quarta declinazione. Dove appunto io credo che l’u anticamente fosse doppio, e quindi poi lungo, come l’a dell’ablativo singolare 1. declinazione per la stessa causa. V. la p. 2360. 2365. (Ed osserva che questa è un’altra prova dell’essersi dagli antichi pronunziate le vocali doppie come sillabe semplici, giacchè metus ec. presso tutti i poeti è dissillabo, e metum seguito da vocale, resta monosillabo ec.) Laonde togliendo ad esse voci la terminazione in us come nè più nè meno a quelle della seconda, restava un altro u, ed aggiungendo la desinenza in are, conveniva dire fluctu-are, e non fluct-are ec. Come appunto da continuus, ch’essendo della seconda, pur finisce in uus, si fa (togliendo la desinenza in us) continu-are, da perpetuus pertu-are, da cernuus cernu-are, ec. da vacu-us evacu-are, da Febru-us o da Febru-a, orum, februare ec. da obliquus obliquare ec. da viduus viduare ec. (9. Gen. 1822.), da Fatua fatuari, da fatuus infatuare.

[2340] Alla p. 2357. Faxo usato assai dagli scrittori, massime antichi, giacchè è parola al tutto antica, per faciam fut. indicat. non è gramaticalmente altro che un’antica forma del fut. congiunt. fecero, come levasso di levavero, presso Cic. nel principio de Senectute. V. il Forcell. in Faxim. (9. Gen. 1822.)

Alla p. 1107. fine. Ausus participio del neutro o attivo audere, participio di significazione neutra o attiva alla forma dei deponenti (participio che anche si coniuga, dicendo ausus sum, es, ec. in luogo di che gli antichi dissero ausi, onde poi comunemente ausim per ausus sim o fuerim), può servire anch’esso molto bene a dimostrare questo antico uso di dare ai verbi attivi o neutri il participio passato di significazione non solamente passiva, ma anche attiva o neutra, come ne’ deponenti. Ausus è anche passivo. (9. Gen. 1822.). V. pure il Forcell. in osus, exosus, perosus participii attivi. Cautus incautus sono qui cavit o non cavit, participii verissimi di caveo verbo neutro, e significanti non passione, ma azione neutra. S’usano anche passivamente come appunto amatus. V. il Forcell. e p. 2363.

Alla p. 1114. marg. Da motus di movere si ha siccome motitare, così anche motare della cui significazione continuativa, e di costume, ec. puoi vedere il Forcell. in moto, in motatio ec. e segnatamente in motator. (9. Gen. 1822.)

Alla p. 1181. marg. fine. Abbiamo pure le [2341] carra dal neutro carrum che i buoni latini dicono piuttosto carrus, ma che per testimonianza di Nonio, si soleva dire carrum. Ma egli, dice il Forc. de suo tempore loquitur, ed io credo ch’egli voglia intendere che così volgarmente si diceva, benchè i buoni scrittori usassero il mascolino. V. il Forcell. e il Glossar. (9. Gen. 1822.)

Alla p. 1120. fine. Vedi il Forcellini in certo as, il quale egli chiama frequentativo, ed io credo piuttosto continuativo da cerno, quasi cernito, derivando da certus originariamente participio di cerno, e lo stesso che cretus. V., dico, il Forcell. tanto in certo, quanto in certus, in cerno ec. (9. Gen. 1822.). V. p. 2345.

Alla p. 2138. marg. fine. Così appunto di certus abbiamo detto nel pensiero qui sopra, il quale vedi, e di certare che ne deriva. Il qual certus non è originariamente addiettivo ma participio, e certare viene così da un participio, e non come pare, da un addiettivo. (9. Gen. 1822.). Di tutus onde tutari o tutare vero continuativo di tueor, o tuor, o tueo ec. v. il Forcell. in tutti questi luoghi. Sebbene tutus sia divenuto semplice addiettivo esso non è che un participio.

[2342] Il mondo deride chi fedelmente e sinceramente osserva i suoi doveri, o prova effettivamente e segue i sentimenti dettati dalla natura e dalla morale; e si scandolezza e biasima chi trascura pubblicamente i medesimi doveri, chi mostra di disprezzarli, chi pienamente non gli adempie in faccia al pubblico, quando anche egli abbia i suoi giustissimi motivi per non farlo, e non seguire il costume in questa parte. Una donna è derisa s’ella piange sinceramente il suo marito recentemente morto, se a chi la tratta, dà segno di sentir vivo e vero dolore della sua perdita; ma s’ella, anche per circostanze imperiose, trascura il menomo dei doveri che il costume impone in questi casi, s’ella un giorno più presto del tempo prescritto dall’uso si fa vedere in pubblico, s’ella, anche a solo fine di portar qualche alleggerimento al suo vero dolore, si permette prima del detto tempo, qualche menomo spasso o distrazione, il mondo severissimamente la giudica, e inesorabilmente la condanna, senz’aver riguardo a ragioni nè circostanze, per reali che possano essere, e non lascia di mordere [2343] e di riprendere la più piccola violazione dei doveri apparenti, mentre è prontissimo a schernire chi gli osservi di buona fede ec. (10. Gen. 1822.)

Alla p. 1141. fine. Rechiamo un altro esempio del quanto giovi la mia teoria a conoscere e sentire il vero proprio ed intimo significato di moltissimi passi degli ottimi scrittori latini, ignorato finora, o male, o imperfettamente e indistintamente sentito, e interpretato.

Cogite oves, pueri: si lac praeceperit aestus,

Ut nuper, frustra pressabimus ubera palmis.

Virg. Ecl. 3. v. 98.99. Quel pressabimus che cos’è? Lo stesso che prememus? Non vedete quanto dice di più? Quanto accresce la durata dell’azione di premere? Perocchè vuol dire, se il latte sarà consumato dal caldo, invano staremo lungamente premendo colle mani le mammelle delle pecore. Infatti quando il latte non viene, tu non ti contenti di premere, ma stai un pezzo premendo, per vedere di farlo venire, e proccurando di farlo venire. D’altra parte è questa forse un’azione frequente? È frequentativo il pressabimus? è diminutivo? Come mai può aver qui loco o la frequentazione [2344] o la diminuzione? Questa sarebbe tutta contraria al proposito: quella niente espressiva. Che cosa è egli dunque il pressabimus? Vero continuativo, esprimente la maggior durata dell’azione significata da premere, e come tale espressivissimo, e proprissimo in questo loco, ed efficacissimo. Efficacia e proprietà che non ha potuto finora esser ben intesa da alcuno che abbia considerato pressare o come sinonimo o come frequentativo di premere, e che non l’abbia tenuto per capace di accrescere la durata dell’azione, cioè per continuativo. V. gl’interpreti. (10. Gen. 1822.). Pressare continuativo di costume, v. in Virg. En. 3.642.

Alla p.1108. sul principio. Da tentus parimente, ma non di tenere, bensì di tendere, viene distentare, ed extentare, de’ quali v. il Forcell. Il primo si trova a quel ch’io sappia in un solo luogo ed è di Virgilio, cit. dal Forcell.; dove l’Heyne dietro il Vossio stampò distentant, presente ottativo, l’Heinsio distendant, il Forcell. e bene, secondo me, distentent. Non so qual verbo possa dinotare un distentant presente ottativo. Forse e l’Heyne, e il Vossio, e l’Heinsio furono tratti in errore dal [2345] non conoscere la teoria de’ continuativi, della loro formazione e del loro significato. Distentare qui par che sia un continuativo significante costume. Distentent, sempre riempiano ec. Il verbo extentare da extentus di extendere, di cui v. il Forc. può servir di prova alla verità di questa lezione distentent, cioè del verbo distentare. E parimente il verbo ostentare (di cui v. p. 1150.) da ostentus di ostendere. Distentare è senza dubbio continuativo indicante costume, come responsare ne’ luoghi addotti p. 1151. Ed ostentare lo è forse parimente nel luogo di Cic. p. 1150. V. anche Praetento nel Forcell. in fine. V. pure Intentus e intentare verissimo continuativo di intendere. Abbiamo pure, e così gli spagnuoli intentare da tentare. V. Forc. intentatus, e il Glossario. Retentus per retensus, Forc. V. gl’interpreti e comentatori ec. di Virgilio. Viceversa il nostro contentare (contenter, contentar) vengono da contentus di continere, come tentare da tenere. Contentare latino è del Glossario. (10. Gen. 1822.). Retentare vedilo nel Forc. ed En. 5.278.

Alla p. 2341. capoverso 1. Certare continua l’azione di cernere, come captare di capere. Nè il prendere nè il decidere possono essere azioni continue ma ben continue possono essere quelle azioni che conducono o son necessarie a prendere e a decidere, e che producono questo e quello. O piuttosto cernere, e capere sono atti, certare e captare azioni. Ed osserva che disceptare formato da captare significa appunto un’azione continua simile a quella di certare. Del resto certare sta per cernitare (come [2346] dice il Forcell.) solamente in quanto l’antico e regolare participio di cernere dovette essere non cretuscertus ma cernitus. Non già che se cernitare si trovasse, e se certare n’è sincope, esso venga da altro che dal participio passato di cernere. E da che il detto participio fu ridotto a certus (vero participio di cernere, e più antico di cretus ch’è una pura metatesi di certus siccome questo originariamente è sincope di cernitus, come lectus di legitus ec.) regolarissimo suo derivativo è certare, continuativo vero di cernere e per forma e per significato. (11. Gen. 1822.)

Dell’uso invalso fra i latini fino da antichissimi tempi di contrarre i participii passati di moltissimi verbi, tanto che questi participii nella buona latinità non si trovano più se non contratti, come lectus, e non mai legitus ec., e non solo nella buona, ma in qualunque o anteriore o posteriore latinità, non si trovano più i veri e regolari participii, ma solo i loro vestigii ne scopre l’erudito; v. p.1153. capoverso ult. ec.

[2347] Se dunque assai volte si trovano nella lingua italiana, o spagnuola o francese altri tali participii contratti, che nella buona latinità, non si trovano se non distesi, non perciò si debbono credere recentemente corrotti, ma così venuti dal volgare latino, vedendo che tale fu l’antichissimo costume di quella lingua, prevaluto anche negli ottimi scrittori in riguardo a molti altri participii dello stesso genere. E molti infatti di questi participii che l’uso italiano ec. contrae, e che gli scrittori latini non solevano contrarre, si trovano nondimeno contratti allo stesso modo de’ moderni, in altri scrittori latini, ne’ poeti, e soprattutto ne’ più antichi, nova prova di ciò ch’io dico. P.e. posto dicono gl’italiani, e puesto gli spagnuoli, per quello che i latini sogliono scrivere positus. Ma voi troverete postus ne’ frammenti di Ennio, in Lucrezio, in Silio. (Forcell. positus, a, um, in fine.) Troverete repostus (riposto) in Orazio ec. Compostus (composto, compuesto) in Virgilio Eneide. 1. 249. ed altri de’ quali v. il Forcell. Anzi questa forma pare [2348] più antica dell’altra, e propria degli antichi latini, ed ha sapore antico, e nondimeno si trova, come vedi, anche in Virgilio ec. e nondimeno vive nelle lingue moderne; segno ch’ella fu propria continuamente del conservatore dell’antichità, dico il volgare. E credo che la troverai anche assai spesso nelle iscrizioni di qualunque tempo, che erano o composte o incise da uomini volgari, nelle medaglie, ne’ latino-barbari ec. de’ quali v. il Glossar. (12. Gen. 1822.)

Alla p. 1107. principio. In quel luogo però di Virg. Ecl. 1. v.52.-53. Fortunate senex! hic inter flumina nota, Et fontes sacros frigus captabis opacum, il verbo captare è vero continuativo nel senso stesso di prendere, e vuol dire starai prendendo il fresco. Nè ha già che far nulla col frequentativo. (13. Gen. 1822.)

Alla p. 2222. marg. Quest’uso di dire p.e. erat invece di esset o fuisset, è un’enallage molto frequente ne’ latini (anche ottimi) scrittori; frequente ed elegante in italiano ancora, (e principalmente nei nostri più antichi ed eleganti scrittori) precedendola, o accompagnandola, o seguendola ec. la particella condizionale, (siccome pure in latino) a questo modo: [2349] se non fosse stato aiutato, egli moriva, ovvero egli moriva, se non era aiutato ec. cioè moriebatur in luogo di sarebbe morto, mortuus esset, periisset ec.; analogo finalmente assai, benchè non precisamente conforme, a quello degli spagnuoli di cui ora si discorre ec. (13 Gen. 1822.). V. p.2350.

Alla p. 1108. Nelle aggiunte appartenenti a questa teoria de’ continuativi mi pare di aver già parlato de’ verbi cursare da cursus di currere (v. infatti la p. 1114.), e forse anche di occursare, concursare, e altri tali composti. De’ quali tutti bisogna, occorrendo, vedere il Forcell. Intanto ecco un esempio di Virgilio dove il verbo recursare è preciso continuativo significante consuetudine (non già frequenza). Parla di Venere. En. 1. 662. Urit atrox Iuno, et sub noctem cura recursat. Cioè recurrere solet. E notate che Virgilio poteva egualmente dire recurrit, e non senza ragione e proprietà di lingua ha preferito recursat. Questo esempio si può anche riferire alla p.1148. segg. (13. Gen. 1822.)

[2350] Alto, altezza e simili sono parole e idee poetiche ec. per le ragioni accennate altrove, (p. 2257.) e così le immagini che spettano a questa qualità. (14. Gen. 1822.)

Alla p. 2349. Virg. En. 2. 599.600. et, ni mea cura resistat, Jam flammae tulerint, inimicus et hauserit ensis. In vece di tulissent o ferrent. Locuzione comunissima nell’elegante latinità, ed analoga anch’essa al proposito nostro. Così En. 3.187. crederet, e moveret per credidisset, e movisset, avrebbe creduto, o mosso. Locuzione pure frequentissima. Traherent per traxissent En. 6.537. Admoneat e irruat per admoneret irrueret, ib. 293.-4. e diverberet parimente; modo pure elegante e ordinarissimo. Generalmente si può osservare una gran varietà, ed un grand’uso di figure di dizione presso gli scrittori latini circa i tempi del congiuntivo, ora scambiati fra loro, come qui che il perfetto sta in vece del piucchè perfetto, ora scambiati con quelli dell’indicativo ec. E la stessa varietà si trova intorno ai medesimi tempi nelle 3. lingue figlie, varietà o relativa alla lingua latina, o ad esse stesse fra loro, o a ciascuna di esse in se stessa. Varietà derivata certo dal volgare latino, come si vede per gli addotti esempi.(14. Gen. 1822.)

Alla p. 2249. principio. Qua, que o quae, [2351] qui, quo, quu, sono sempre monosillabi in latino, (seppur talvolta, ma per licenza, non per regola, non dividono il quü), eppure essi sono bivocali, e non contati fra’ dittonghi. Gua gue ec. ora sono dissillabi come in ambiguus a um, irriguus, exiguus ec. ora monosillabi, come in anguis, sanguis ec. Che ragion v’è perchè ora dissillabi, ora no? Per natura dunque essi non sono nè l’uno nè l’altro, ma la sola pronunzia decide. Dicono che l’u spesso si considera come consonante. V. il Forcell. in U. Che si consideri va bene, ma non lo è in natura, e gua ec. e altri simili bivocali, hanno effettivamente due suoni vocali, e tuttavia si pronunziano monosillabi, nè sono contati fra’ dittonghi. Qua ec. gua ec. è sempre monosillabo in italiano, e neppur la licenza poetica li può dividere in 2. sillabe. Così in ispagnuolo. (14. Gen. 1822.). V. p. 2359. fine.

Alla p. 2330. Nella lingua sascrita (di immensa antichità) troviamo parole, forme, declinazioni, coniugazioni ec. o similissime, o al tutto uguali alle corrispondenti latine, massime se si abbia riguardo, come [2352] va fatto, alle sole lettere radicali. E notate che gran parte di questi nomi o verbi sono di prima necessità (come il verbo essere, la parola uomo, padre, madre ec.), o rappresentano idee affatto primitive nelle lingue. E parecchie di tali voci sascrite si trovano anche corrispondere alle analoghe greche, ma effettivamente meno che alle latine, e forse in minor numero. Che segno è questo dunque, se non che la lingua latina conserva assolutamente più numerosi e più chiari della greca i vestigi della remotissima antichità, della sua remotissima condizione, e forse della sua sorgente? Giacchè le relazioni avute dal Lazio coll’India sono tanto antiche che si perdono nella caligine, e sono ignote alla storia. Aggiungete che tali parole ec. essendo di prima necessità ed uso, dimostrano non una semplice, nè recente relazione avuta con quelle parti, ma un’antichissima derivazione o comunione di origine con quei popoli e quelle lingue. E le dette parole sono assolutamente proprie e primitive della lingua latina non già forestiere nè recenti nè ascitizie ec. E nessuno le può credere o derivate dall’India [2353] mediante il più recente commercio avuto da’ romani con essa, quando la lingua latina era già formata, e quelle parole in uso continuo negli scrittori, monumenti ec. che ancora rimangono, ed analoghe poi anche alle greche; o viceversa derivate in quel tempo dal Lazio nell’India, essendo esse di uso sì quotidiano e necessario, essendo la lingua indiana antichissima, (che certo non aspettò sì bassi tempi a provvedersi di parole necessarie, quando essa era già da gran tempo più perfetta della latina) essendo ancora quelle coniugazioni, forme, parole ec. tanto proprie e inerenti al capitale, e all’indole e sostanza del sascrito, quanto del latino; e finalmente potendosi, cred’io, trovare, e trovandosi che l’uso loro nel sascrito è anteriore non poco ad ogni menoma relazione del Lazio coll’India, che sia conosciuta dalla storia. Nè si può credere che tali parole venissero anticamente nel Lazio per mezzo della lingua greca, mentre esse sono più simili al sascrito di quello sieno le corrispondenti greche, laddove al contrario avrebbe dovuto essere. E sono più simili alle [2354] sascrite che alle greche. Il che in ogni modo è segno di ciò che vogliamo dimostrare, cioè che la lingua latina derivata da una stessa, o da simil fonte colla greca, o quando anche fosse figlia della greca, conserva i vestigi dell’antichità (e sua e greca) più della stessa lingua greca, in quanto e nel modo che l’una e l’altra ci sono note. (20. Gen. 1822.)

Virg. En. 6. v. 567.-69. dice che Radamanto, il giudice criminale delle anime, condanna coloro che non hanno fatto ammenda delle loro colpe. Castigatque auditque dolos; subigitque fateri Quae quis apud superos, furto laetatus inani, (cioè vanamente rallegrandosi di aver negata agli Dei la soddisfazione dovuta loro per li suoi falli) Distulit in seram commissa piacula mortem. Parole notabilissime perchè danno a conoscere come anche i gentili avessero chiara idea ed opinione della possibilità e necessità della penitenza, e dell’empietà e stoltezza di chi indugia a pentirsi e placar gli Dei sino alla morte. E notate qui in Virgilio un’espressione quasi Cristiana. Della possibilità e necessità d’impetrare dagli Dei il perdono delle proprie colpe, v. Senofonte, Memorab. l.2. c. 2. p. 14. (22. Gen. 1822.)

[2355] Alla pagina 1150. fine. Ostentare assoluto continuativo di ostendere in senso di semplicemente mostrare, ovvero far mostra ec. e continuativo di durata, eccolo in Virg. En. 3.701.-4. Adparet Camerina procul, campique Geloi, Immanisque Gela fluvii cognomine dicta. Arduus inde Acragas ostentat maxima longe Moenia, magnanimum quondam generator equorum. Cioè, non tanto fa pompa, quanto semplicemente dimostra, ma siccome quest’azione di dimostrare qui è continuatissima, però Virgilio potendo pur dire ostendit, che sarebbe stato improprissimo, benchè egualmente adattato al verso, disse giustissimamente ostentat. (22. Gen. 1822.)

Noi diciamo leccare, i francesi lécher, (gli spagnuoli vedilo), i greci λείχειν, i latini nulla di simile. A primissima giunta è manifesto che il greco λείχω, cioè lecho, o licho è tuttuno col nostro lecco, che anche, volgarmente, si dice licco. E notate pure che il francese non dice léquer o lecquer, ma lécher, conservando il χ greco. Queste parole sono antichissimamente e primitivamente proprie delle nostre lingue. Sono volgarissime, anzi plebee; nè s’usa altra voce nel linguaggio familiare per dinotare la stessa azione. [2356] Antichissima e proprissima della lingua greca è la voce λείχω. Come dunque questa conformità fra l’antichissimo greco, e il modernissimo, vivente, ed usualissimo italiano, francese ec.? Non è egli evidente che leccare, lécher ec. ci viene dal volgare latino? E da qual altra fonte che da un volgare ci può esser venuta una parola sì volgare, e propria del nostro più familiare discorso? E qual altro volgare che il latino può ed avere avuta questa parola greca, usandola volgarmente, ed averla comunicata a queste due lingue moderne, nate l’una separatamente dall’altra? Ma come potè nel volgare latino divenire sì familiare, e conservarsi poi sino all’ultimo, un antichissimo verbo greco? Certo il volgo latino non istudiava il greco, e più grecizzanti erano i nobili che la plebe. È dunque manifesto che tal verbo deriva niente meno che da quella primitiva sorgente da cui vennero il greco e il latino (volgari tutti due quando nacquero, come son tutte le lingue); e che perduto poi, o escluso dalle polite scritture, e dal linguaggio nobile, come tante altre, [2357] (e come accade appunto nell’italiano che parecchie voci volgari benchè derivate dalla purissima latinità, cioè dalla nostra madre, si escludono dalle polite scritture o discorsi, perchè appunto fatte troppo familiari dall’uso quotidiano della plebe, ec. e si antepongono altre d’origine o di forma corrottissima) si conservò perpetuamente nel popolare. Ed appunto qui possiamo osservare un esempio di ciò che ho detto nella parentesi, poichè lingo (v. il Forcell.) non è che corruzione di λείχω, o lecho, o licho; pur quello fu adottato nelle scritture, questo escluso, benchè certo esistesse nella lingua latina, come abbiamo veduto. V. il Ducange in Lecator, e nota anche Licator sì quivi in un esempio, come al suo luogo.(23. Gen. 1822.)

Ho detto altrove che lo spagnuolo sitiar per assediare forse viene da un sidiari, o sidiare semplice di obsidiari ec. Aggiungo, se quivi non l’ho già detto, che parimente sitio per assedio non sembra esser altro che sidio sidionis, cioè obsidio tolta la preposizione ob la quale infatti non è che aggiunta ad una parola semplice, che non può essere se non [2358] sidio. E siccome il semplice è più antico del composto, così veniamo ad avere nello spagnuolo (certo non per altro mezzo che del volgare latino) una parola più antica di obsidio, ignota alle scritture latine, che non riconoscono se non quest’ultima, e per conseguenza non potuta conservarsi se non nel volgare fino ab antichissimo. (24. Gen. 1822.). V. il Gloss. se ha nulla.

Alla p. 2282. marg. Non trovi ne’ moderni volgari mas, ma sibbene masculus (maschio, mâle, v. lo spagnuolo). Oculus è mero diminutivo di un antico occus perduto nelle scritture latine, restandovi in vece il solo diminutivo, (perduto anche nel volgare latino seppur da occus non deriva l’oco dei russi), onde occhio, oeil (come da auricula oreille, secondo l’uso della pronunzia francese), e ojo, che non viene già da occus, ma da oculus, come oreJA da auriCULA ec. E v. in proposito di ciò e di tali diminutivi la p. 980. seg. (24. Gen. 1822.)

Alla p.2052. La moderata difficoltà anche d’intendere le scritture, gli stili, ec. da qualunque cosa derivi, o dal pensiero, o dall’elocuzione, e nominatamente se deriva dalla concisione, rapidità, strettezza dello stile ec. piace perchè pone l’animo in esercizio, e par che gli dia una certa forza, e tutte le [2359] sensazioni di forza sono piacevoli, sì nell’animo che nel corpo, siccome appunto è piacevole un moderato esercizio del corpo, che gli dà un conveniente senso di vigore ec. (24. Gen. 1822.)

Alla p. 1154. marg. A questo luogo appartiene anche il verbo irritare, in quanto significa irritum facere (forse anche sempre), significazione però poco latina, dice il Forc. Irrito, in fine. Giacchè irritus viene da ratus, participio di reor ec. V. il Forcell. in tutti questi luoghi, e il Gloss. se ha nulla. Del resto appunto il vedere che da ratus in composizione si fa irritus, e cento altri esempii di diversissimo genere, dimostrano quanto la mutazione dell’a in i sia familiare ai latini, quando le loro radici o parole comunque, subiscono qualche passione, qual è quella di formare p.e. da imperatus un frequentativo, cioè imperitare. (24. Gen. 1822.)

Alla p. 2351. fine. Così dico di cui, huic, ec. monosillabi. V. il Forcell. in Qui ec. e la Regia Parnasi. (25. Gen. 1822.)

Alla p. 2319. marg. Circa le contrazioni, indizio [2360] certo di ciò ch’io voglio dimostrare, v. particolarmente il Forcell. in Semianimis all’ultimo §. dove osserva che queste tali sillabe formate presso i poeti di più vocali, sono già notate dagli eruditi, e chiamate figure (cioè in realtà dittonghi de’ quali nella prosodia non si discorre), e queste denominate co’ loro proprii nomi, cioè sinizesi, sinecfonesi, ec. V. p.e. in Virg. En. 4.686. Semianimis quadrisillabo; ib. 3.578.5.697. semiustus trisillabo ec. Osserva pure che la sillaba mia di semianimis è breve, benchè doppia di vocali, il che dà forza alla mia opinione. E di tutte cotali voci v. la Regia Parnasi. Ho detto p. 2339. (e vedila) che i nominativi specialmente plurali, i genitivi singolari ec. della quarta conjugazione sono tutte contrazioni perocchè da principio si diceva manuus ec. con doppio u. Or vedi a questo proposito, manum, gen. plur. in Virg. En. 3.486. cit. da me p. 2250. marg. Ed anche altre volte troverai così contratti i genitivi plurali della quarta, e mi ricordo di averne trovato altro esempio nello stesso Virgilio. (En. 6.653.) Contratti dico, o nella scrittura, o nella ragion del metro. Credo anche che hoc ablativo si dicesse anticamente, e forse si scrivesse hooc, o insomma sia contrazione di 2 vocali ec. (25. Gen. 1822.). V. p.2365.

Extremus, formaque ante omnes pulcher Julus,

Sidonio est invectus equo: quem candida Dido

[2361] Esse sui dederat monumentum et pignus amoris.

En. 5.570.-2. Assolutamente per invehitur, locuzione simile al nostro volgare: è posto, è assiso; è portato da un cavallo Sidonio ec. Perocchè il nostro presente passivo è formato del verbo essere e del participio passato. Non così in latino. E tuttavia in questo luogo est invectus, non è preterito, ma presente. Ed in uno scrittore così elegante come Virgilio. V. i Comentatori. Del resto v. il contesto di Virgilio, e troverai che non può essere se non presente, quali sono, prima e dopo, gli altri verbi da lui adoperati; portat, ducit, fertur, ec. (26. Gen. 1822.)

Che vuol dire che l’uomo ama tanto l’imitazione e l’espressione ec. delle passioni? e più delle più vive? e più l’imitazione la più viva ed efficace? Laonde o pittura, o scultura, o poesia, ec. per bella, efficace, elegante, e pienissimamente imitativa ch’ella sia, se non esprime passione, se non ha per soggetto veruna passione, (o solamente qualcuna troppo poco viva) è sempre posposta a quelle che l’esprimono, ancorchè con minor perfezione nel loro soggetto. E le arti che non possono esprimere passione, come l’architettura, sono tenute le infime fra le belle, e le meno dilettevoli. E la drammatica e la lirica son tenute fra le prime per la ragione [2362] contraria. Che vuol dir ciò? non è dunque la sola verità dell’imitazione, nè la sola bellezza e dei soggetti, e di essa, che l’uomo desidera, ma la forza, l’energia, che lo metta in attività, e lo faccia sentire gagliardamente. L’uomo odia l’inattività, e di questa vuol esser liberato dalle arti belle. Però le pitture di paesi, gl’idilli ec. ec. saranno sempre d’assai poco effetto; e così anche le pitture di pastorelle, di scherzi ec. di esseri insomma senza passione: e lo stesso dico della scrittura, della scultura, e proporzionatamente della musica. (26. Gen. 1822.)

Gl’italiani, i francesi gli spagnuoli usano il verbo adcolligere, (accogliere, accueillir, acoger) in senso di excipere. V. i rispettivi vocabolari, il Gloss. e il Forcell. (27. Gen. 1822.)

Aurum rustici orum dicebant, ut auriculas oriculas. Festo in Orata, presso il Forc. auricula. Ed oggi pure italiani francesi e spagnuoli dicono come quegli antichi rustici, nè solo queste ma mille altre tali parole. (27. Gen. 1822.)

Aliter usato in latino alla maniera italiana di altrimenti, cioè come noi diciamo p.e. fa questo; [2363] altrimenti t’ammazzo, cioè per se no, o se non che ec. (v. la Crusca in Se non §. 4. dove spiega sin secus, alioquin, e in italiano, Altrimenti, benchè a questa voce non faccia parola di tal uso) usato dico in tal senso, è raro assai ne’ buoni latini, e potrebbe credersi sproposito, e frase moderna. Eccone esempio dall’En. 6.145. segg. Et rite repertum (il ramo d’oro, sacro a Proserpina come dice v.138.) Carpe manu. Namque ipse volens facilisque sequetur, Si te fata vocant: aliter non viribus ullis Vincere, nec duro poteris convellere ferro. V. il Forcell. aliter §. ult. Dubito però che quei 2. esempi, specialmente il primo, facciano precisamente al caso. (27. Gen. 1822.)

Alla p. 2340. marg. Vedi pure il Forcell. in Fido, Fisus, Confido, Confisus (participii passati non passivi ma neutri, e non di deponenti ma di neutri), e Virg. En. 5. v. penult. (870-1.) O nimium coelo et pelago confise sereno, Nudus in ignota, Palinure, iacebis arena. (27. Gen. 1822.)

Quei pochissimi poeti italiani che in questo o nel passato secolo hanno avuto qualche barlume di genio e natura poetica, qualche poco di forza nell’animo [2364] o nel sentimento, qualche poco di passione, sono stati tutti malinconici nelle loro poesie. (Alfieri, Foscolo ec.). Il Parini tende anch’esso nella malinconia, specialmente nelle odi, ma anche nel Giorno, per ischerzoso che paia. Il Parini però non aveva bastante forza di passione e sentimento, per esser vero poeta. E generalmente non è che la pura debolezza del sentimento, la scarsezza della forza poetica dell’animo, che può permettere ai nostri poeti italiani d’oggidì (ed anche degli altri secoli, e anche d’ogni altra nazione), a quei medesimi che più si distinguono, e che per certi meriti di stile, o di stiracchiata immaginazione, son tenuti poeti, l’essere allegri in poesia, ed anche inclinarli e sforzarli a preferir l’allegro al malinconico. Ciò che dico della poesia dico proporzionatamente delle altre parti della bella letteratura. Dovunque non regna il malinconico nella letteratura moderna, la sola debolezza n’è causa. (27. Gen. 1822.)

È proprio della nostra lingua, della francese della spagnuola il far servire la preposizione senza col suo caso, come per aggettivo, p.e. dicendo luogo senz’acqua, vento senza umidità, casa senza luce ec. cioè priva di ec. [2365] Ciò non è frequente in latino e può parere un barbarismo. Pur vedilo in Virg. En. 6.580. nel Forc. in sine, I. esempio, nel detto di Caligola presso Svetonio, arena sine calce ec. Così noi ci serviamo d’altre preposizioni allo stesso modo; uso non molto proprio del buono latino, ma di cui pur si troverebbero molti altri esempi. Ce ne serviamo pure a modo di avverbi, come ho detto p. 2264. segg. (28. Gen. 1822.)

Alla p.2360. fine. Come dunque si contrasse poi il genitivo plurale dicendo manum per manuum, così si dovettero contrarre gli altri casi, che dovevano da principio aver doppio u, come appunto il detto genitivo. Parimente il vedere che l’i, sempre o quasi sempre breve nelle regole della prosodia latina (dico nelle regole, e non in quei casi che dipendono dal solo costume, come in italia ec.) è regolarmente e sempre lungo nella desinenza dei dativi plurali della prima e 2. declinazione, fa credere che quivi da principio egli fosse doppio, o accompagnato da qualche altra vocale, che rendesse quella sillaba bivocale, e διϕϑογγον. Nel qual proposito osservate che le vocali lunghe per natura nel greco, η, ed ω furono da principio doppie cioè due E Ǝ, due O O. Nello stesso modo io penso che tali vocali lunghe per regola nel latino, fossero da principio doppie. (28. Gen. 1822.)

Nimium vobis Romana propago

Visa potens, superi, propria haec si dona fuissent.

Virg. En. 6. 870-1. [2366] parlando di Marcello giuniore in persona di Anchise. Riferiscilo a quello che ho detto altrove, dell’invidia delle cose umane attribuita dagli antichi agli Dei, del credere che gli Dei potessero ingelosire, e pigliar ombra e timore della nostra potenza ec. Della quale e d’altre simili opinioni tanto assurde, quanto naturali e primitive, non si trovano in Virgilio se non piccoli vestigi, essendo egli troppo dotto, e scrivendo in tempo troppo spregiudicato, e filosofico, e cominciato ad attristare dalla metafisica, che produsse di lì a poco il Cristianesimo. (29. Gen. dì di S. Francesco di Sales. 1822.)

Meglio per più vedilo nella Crusca, stimato idiotismo provenzale. Adflictis melius confidere rebus dice Virg. En. 1.452. Vedi il Forcell. in Melior, e in confido, o Fido, e gl’interpreti di Virgilio. (29. Gen. 1822.)

Tra me, tra se, fra te ec. dicono gl’italiani (credo anche gli spagnuoli) per quello che i latini mecum, secum ec. cioè dentro di me, nel mio pensiero ec. V. la Crusca. Eccovi questa stessa frase in latino, e presso scrittore elegantissimo qual è Virg. En. [2367] 1.455. dove inter se, io credo certamente che in verità non vaglia altro che questo. Vedi gl’interpreti. Il Forcell. in inter, non ha nè questo nè altro esempio nè significato simile. Vedilo in Se, Me ec. se avesse nulla, e così l’Append. e il Glossar. (29. Gen. 1822.)

Alla p. 1132. verso il fine. Così di gerere in aliger, armiger, penniger; di ferre in armifer, alifer (v. il Forc.), mellifer, lethifer, umbrifer ec. ec. ec. ec. ec. e di cento altri simili similmente. (29. Gen. 1822.)

Alla p. 2267. marg. Nate, patris summi qui tela Typhoea temnis (Virg. En. 1.665.): oe dissillabo. V. gl’interpreti il Forcell. la Regia Parnasi. (29. Gen. 1822.)

In proposito di quanto ho detto altrove del Sacerdozio che presso gli antichi non era disgiunto dalle professioni civili e militari ec. ec. nè esigeva alcun particolar genere di vita, di modestia, ritiratezza ec. v. Virg. En. 2.318. seqq. confrontandolo con 429-30. e soprattutto v. ib. vers. 201. e nota come i sacerdoti si traessero a sorte dal numero de’ cittadini, de’ magistrati, de’ militari ec. e non per sempre, ma per un tal tempo, o per una sola occasione ec. Lascio che [2368] i sacrifizi ec. privati ec. erano eseguiti da quello stesso che offriva la vittima, come da Enea spessissimo e v. in particolare En. 6.249-54. Fra i greci si sceglievano i sacerdoti per le pubbliche cerimonie, feste, sacrifizi ec. fra i patrizi, e i più ricchi, che potessero spendere ec. ed era questo un carico oneroso, come quello di fornire una trireme ec. Alle volte esso era ereditario in certe famiglie ec. Vedi Senofonte nel Convito c.8. §.40. (29. Gen. 1822.)

Tristis per cattivo all’italiana, mi par di trovarlo nell’En. 2.548. V. gl’interpr. il Forcell. il Gloss. ec. (29. Gen. 1822.)

Alla p.1154. marg. principio. Anche dalla prima coniugazione si fecero tali contrazioni ne’ participii in us e ne’ supini, togliendo l’a di atus, o atum, o fosse che detti participii o supini contratti, si fossero prima ridotti alla desinenza di itus come domitus ec. P.e. partus (quando non viene da pario) è mera contrazione di paratus, e non già un traslato, come dice il Forcellini. Il che si vede chiaro per gli esempi che egli adduce, ma molto più per questo (ch’egli omette) dell’En. 2.784. (vedilo) [2369] dove parta, non vuol dir neppure comparata, acquisita, it. procacciata ec. come spiega partus il Forcell. ma semplicissimamente parata, giacchè non solo non era ancora acquistata nè procacciata, ma doveva costare lunghissime, e innumerabili, e grandissime fatiche e rischi il guadagnarla, come poi dice Virgilio tante altre volte, e di queste fatiche e rischi fa tutto il soggetto dell’Eneide: la quale sarebbe finita in quel passo, se parta volesse dire guadagnata. (30. Gen. 1822.)

Noi diciamo fare una cosa di buona gana, cioè alacriter. Presso gli spagnuoli gana vale alacritas. Gli scrittori latini non hanno parola da cui questa si possa derivare. E pure dove credete che rimonti la sua origine? Alle primissime sorgenti delle due lingue sorelle latina e greca. Γάνος in greco vuol dire laetitia, gaudium, voluptas. V. il Lessico co’ suoi derivati. Come dunque questa voce nostra e spagnuola, volgarissima in ambo le lingue, anzi plebea, nè degna della scrittura sostenuta, può esser mai derivata dal greco? quando ne’ tempi barbari in cui nacquero tali lingue, [2370] appena si sapeva in Italia o in Ispagna che vi fosse al mondo una lingua greca? come può esser venuta questa voce se non dal volgare latino, e per mezzo di esso?

Non basta. Questa radice, non solo è delle antichissime nella lingua greca, ma di quelle che s’avevano per antiquate negli stessi antichi tempi della greca letteratura. V. il Simposio di Senofonte, c. 8. §. 30, dove ricerca l’etimologia del nome di Ganimede e per provare che Γανυ, viene da una radice che significa godimento, diletto, ec. ricorre ad Omero. Dunque al tempo di Senofonte, ell’era già disusata, e certo non era volgare, quantunque ella si trovi anche in alcuni pochi autori o contemporanei o posteriori a lui: il che non dee far maraviglia perchè l’imitazione di Omero durò sempre nella poesia greca; le sue parole e la sua lingua furono sempre tenute proprie d’essa poesia; oltre che il poeta usa senza biasimo molte parole antiquate per più ragioni che ve l’autorizzano, ed anche glielo prescrivono. Ora questa voce (e suoi derivati) non si trova quasi che ne’ poeti, e si può dir poetica. Così durano fra [2371] nostri scrittori, e massime poeti, molte parole ec. di Dante, disusate nel resto ec. E dal luogo di Senofonte si vede che quella voce era sin d’allora in Grecia, quel che sarebbe fra noi una voce detta dantesca.

Quest’antichissima radice, non riconosciuta dagli scrittori latini, come mai vive oggi in due volgari derivati da una lingua sorella della greca? Dunque ella fu propria della lingua latina fino da’ suoi principii, cioè da quando ebbe comune origine colla greca (non dopo, 1. perchè già divenuta fuor d’uso tra’ greci, così che il volgo romano non potè da essi prenderla, il che sarebbe già inverosimile per se; e come avrebbe potuto prender dai greci una voce poetica? 2. perchè non si trova negli scrittori latini, i quali, e non il volgo, furono coloro che poi massimamente grecizzarono il latino). Dunque d’allora in poi il volgare latino la conservò fino all’ultimissimo suo tempo, e fino a lasciarla nelle bocche del moderno popolo italiano e spagnuolo dove ancora rimane. Dunque ecco anche un’altra prova che la lingua latina fosse più tenace della sua remotissima antichità che la greca, dove questa voce ec. era uscita d’uso al tempo [2372] già di Senofonte.

E perchè non resti dubbio che il nostro gana sia tutt’una radice col greco γάνος, se non bastasse l’identità delle lettere radicali, e la quasi identità del significato, osserveremo che ἐπιγάννυμαι significa insulto. La preposizione ἐπί in composizione spessissimo risponde alla latina in (come appunto insilire, o insultare nel senso di saltar sopra, risponde ad ἐϕάλλομαι). Ora il nostro ingannare, (spagn. engañar) se derivi da ingenium (v. il Dufresne in ingenium 1.) o da gannare non voglio ora asserirlo. Certo è che gannare (onde gannum ec. che v. nel Dufresne), voce conosciuta solamente nella barbara latinità, significò irridere ec. Ed osservare che appunto illudere illusione ec. che significa primitivamente lo stesso, passò poi, specialmente presso i francesi, a significare assolutamente inganno, errore ec. V. il Forcell. e il Gloss. Gannare vien dunque da gana, e ne viene come ἐπιγάννυσϑαι da γάνος, e con lo stesso significato. (Non so se ganar gagner ec. possano aver niente a fare col proposito. V. il Gloss. ec.).

Ecco dunque queste due parole, l’una latino-barbara, cioè gannare, l’altra vivente e popolare italiana [2373] e spagnuola, d’ambe le quali, non solo non si sarebbe creduto che fossero antiche, e de’ più buoni tempi, ma si sarebbe penato a congetturare l’etimologia; dimostrate non solo non moderne, non solo non derivate da’ tempi barbari, ma identiche con una radice antichissima che si trova nell’antichissimo greco, che nel greco de’ buoni secoli era già fatta antiquata, che non potè passare nel latino, donde solo potè venir sino a noi e al nostro volgo, se non da quando nacque il latino da una stessa origine col greco, e che perduta nel latino scritto, si è conservata perennemente nel volgare, in modo che oggi la nostra plebe usa familiarmente una radice ch’era già poetica, e però già divisa dal volgo, sino dal tempo del più antico scrittore profano che si conosca, cioè di Omero. Tanta è la tenacità del volgo, e tanto sono antiche tante cose e parole che si credono moderne, perciò appunto che l’eccesso della loro antichità nasconde affatto la loro origine, e l’uso che anticamente se ne fece. E quindi potete argomentare [2374] quante voci frasi ec. latino-barbare, o italiane, francesi o spagnuole, della cui origine non si sa nulla, e si credono moderne o di bassa età, perchè solo ne’ moderni o ne’ bassi tempi e monumenti si trovano, si debbano stimare appartenenti all’antichissima fonte de’ nostri volgari e del latino-barbaro, cioè all’antico latino, e quindi al latino volgare ch’è il solo mezzo per cui i nostri volgari comunicano colla detta antichissima fonte: e ciò quantunque in ordine a esse parole e frasi non si possa dimostrare, appunto a causa della troppo loro antichità, che conservandole ne’ volgari o greci o latini, le bandì dalle scritture. Come vediamo fra noi molte antichissime parole italiane vivere nella plebe di questa o quella parte d’Italia, e non esser più ricevute nelle scritture. (31. Gen. 1822.)

Alla p.2328. fine. (Così l’Alamanni, Coltivaz. lib.6. v.416-7. O se l’ingorde folaghe intra loro Sopra il secco sentier vagando stanno.). Ed è ben ragione perocchè il verbo essere è di sua natura in tutte le lingue applicabile a qualsivoglia [2375] cosa, qualità, azione ec. Ora il verbo stare è sostanzialmente e originariamente continuativo di essere (in latino in italiano in ispagnuolo), e partecipa della di lui natura, e viene al caso ogni volta che s’ha da significare continuazione o durata di qualunque cosa è. Osservate i latini, osservate Virgilio e vedrete che laddove essi congiungono il verbo stare co’ nomi addiettivi, o co’ participii d’altri verbi, esso verbo non tanto significa stare in piedi, ec. quanto continuazione o durata di ciò ch’è significato da’ detti nomi o participii. Talia perstabat memorans (En. 2.650.), Stabant orantes ec. (En. 6.313.). Mi ricordo anche di altri luoghi di Virgilio dove ciò ch’io dico è anche più manifesto, e l’uso del verbo stare si rassomiglia più decisamente a quello che noi e gli spagnuoli ne facciamo co’ gerundii. V. gl’interpr. e il Forcell. (31. Gen. 1822.)

Alla p. 980. marg. Questi tali nomi passarono nell’italiano alla desinenza in chia o chio, nello spagnuolo in ja o jo, nel francese in eille o eil, o ouille ec. perchè prima invece di culus furono pronunziati clus. (oclus ec.) (così da avunculus [2376] oncle). Giacchè il cl fu da noi trasmutato quasi sempre in chi, come quello di claudere o cludere, (v. p. 2283) clericus, clavis, clavus ec. Così il gulus o gula prima in glus, poi in ghio ec. Unghia ec. (franc. ongle.) Così stipula si disse prima stipla, poi stoppia ec. V. il Gloss. ec. Così gli stessi latini, massime i poeti solevano contrarre siffatte voci, come periclum ec. maniplum (Virg. Georg. 3.297.) ec. (31. Gen. 1822.)

È costume massimamente italiano di elidere e togliere il c dalle parole latine, specialmente e per esempio avanti il t. Ora anche gli antichi ed ottimi scrittori e monumenti usano spesse volte lo stesso in molte parole, dicendo p.e. artus per arctus (dove il c è radicale, perchè arctus fu da principio arcitus, participio di arcere), ec. v. p. 1144. se vuoi. (nel Virg. dell’Heyne trovi sempre artus, mai arctus) autor per auctor, autoritas ec. V. il Cellar. il Forcell. l’Ortograf. del Manuzio ec. E nelle antiche iscrizioni medaglie ec. si troveranno infiniti esempi di ciò, come dire Atium, o Atius, o Atia, per Actium ec. ec. Il qual costume o sia buono o cattivo in riga di [2377] latinità, e di retta ortografia (che certo in molti casi sarà cattivo, perocchè detto modo di scrivere è incostante ma frequentissimo nelle dette iscrizioni medaglie, ne’ codd. più antichi ec.), serve sempre a dimostrare che quel costume che il volgo italiano ha poi adottato, e comunicato finalmente per regola alle ottime scritture (che ne’ primi secoli della nostra lingua adoperarono in questo e simili casi assai frequentemente l’ortografia latina), fu antichissimo nella pronunzia del volgo o non volgo, giacchè poteva cagionare ordinariamente tali vizi di scrittura negli amanuensi, lapidarii ec. La qual considerazione si dee generalizzare e riferire a tutti quei casi (che son molti) ne’ quali (o spettino all’ortografia o ad altro) gli antichi monumenti codici ec. si trovano ordinariamente, e con decisa frequenza imbrattati d’errori che si accostano o s’agguagliano alla pronunzia o al costume qualunque sia della lingua italiana, o delle sue sorelle ec. (1. Feb. 1822.)

[2378] Che non si dà ricordanza, nè si mette in opera la memoria senz’attenzione. Prendete a caso uno o due o tre versi di chi vi piaccia, in modo che possiate, leggendoli una volta sola, tenerli tanto a memoria da poterli poi ripeter subito fra voi, il che è ben facile in quello stesso momento che si son letti: e ripeteteli fra voi stesso dieci o quindici volte, ma con tutta materialità, come si fa un’azione ordinaria, senza pensarvi e senza porvi la menoma attenzione. Di lì ad un’ora non ve ne ricorderete più, volendo ancora richiamarli con ogni sforzo. Al contrario leggeteli solamente una o due volte con attenzione, e intenzione d’impararli, o che vi restino impressi; ovvero poniamo caso che da se stessi v’abbiano fatto una decisa impressione, ed eccitata per questo mezzo la vostra mente ad attendervi, anche senza intenzione alcuna d’impararli. Non li ripetete neppure fra voi, o ripetendoli, fatelo solo una o due volte con attenzione. Di lì a più ore vi risovverranno anche spontaneamente, e molto più se voi lo vorrete; e se allora di nuovo ci farete attenzione, in modo che quella reminiscenza [2379] non sia puramente materiale, ve ne ricorderete poi anche più a lungo per un certo tempo. Dico tutto ciò per esperienza, trovando d’essermi scordato più volte d’alcuni versetti ch’io per ricordarmene avea ripetuto meccanicamente fra me una ventina di volte, e di averne ritenuto degli altri ripetuti una sola o due volte, con decisa attenzione alle parti ec. E così d’altre cose ec. E chi sa che queste o simili osservazioni non fossero il fondamento di quell’arte della memoria che fra gli antichi s’insegnava e si professava come ogni altra disciplina, siccome apparisce da molte testimonianze, e fra le altre da Senofonte nel Convito c. 4. §. 62.

Aggiungete. Ciascun di noi ha qualche metodo di vita, qualche cosa ch’egli soglia fare ogni giorno, ovvero ogni tanti giorni, a quella tal ora, in quel tal luogo, occasione ec. Ma se questa cosa o azione ci è divenuta (come sono necessariamente moltissime in qualunque individuo) così abituale che noi la facciamo macchinalmente, e senza porvi più nessuna, o quasi nessuna [2380] attenzione, spessissimo c’interverrà che anche poco dopo fatta, non ci ricordiamo se l’abbiam fatta o no, massimamente se non vi sia nessuna circostanza o particolare, ovvero ordinaria, ma presente ec. ec. che aiuti in quel momento la memoria, (il che si può fare anche riandando di mano in mano le altre operazioni di quel tal tempo, le circostanti, le conseguenze, le antecedenze; ovvero proccurando di salire dalle più vicine alle più lontane ec.) nel qual caso probabilmente non ce [ne] potremo ricordare in nessunissimo modo, e l’uomo della più gran memoria del mondo sarà nella stessissima condizione. Generalmente è nulla o scarsissima la memoria degli atti detti dell’uomo, dei quali ciascuno ne fa giornalmente e continuamente infiniti, nè mai se ne ricorda un solo, anche volendo, se qualche particolare impressione non l’aiuta ec. Nè solo di questi, ma anche di quelli, che benchè non siano o propriamente o totalmente dell’uomo, si fanno però con pochissima riflessione ed attenzione, e ponendoci poca o nessuna importanza, di questi tali dopo pochi momenti, non ci ricordiamo o appena ci ricordiamo del come, del quando, del perchè, del se gli abbiamo fatti. E generalmente la memoria va sempre in ragion diretta dell’attenzione posta non già alla ricordanza, ma a ciò ch’è il soggetto della ricordanza. (1. Feb. 1822.)

[2381] Giovanette di 15. o poco più anni che non hanno ancora incominciato a vivere, nè sanno che sia vita, si chiudono in un monastero, professano un metodo, una regola di esistenza, il cui unico scopo diretto e immediato si è d’impedire la vita. E questo è ciò che si procaccia con tutti i mezzi. Clausura strettissima, fenestre disposte in modo che non se ne possa vedere persona, a costo della perdita dell’aria e della luce, che sono le sostanze più vitali all’uomo, e che servono anche, e sono necessarie alla comodità giornaliera delle sue azioni, e di cui gode liberamente tutta la natura, tutti gli animali, le piante, e i sassi. Macerazioni, perdite di sonno, digiuni, silenzio: tutte cose che unite insieme nocciono alla salute, cioè al ben essere, cioè alla perfezione dell’esistenza, cioè sono contrarie alla vita. Oltrechè escludendo assolutamente l’attività, escludono la vita, poichè il moto e l’attività è ciò che distingue il vivo dal morto: e la vita consiste nell’azione; laddove lo scopo diretto della vita monastica anacoretica ec. è l’inazione, e il guardarsi dal fare, l’impedirsi di fare. Così che la monaca o il monaco [2382] quando fanno professione, dicono espressamente questo: io non ho ancora vissuto, l’infelicità non mi ha stancato nè scoraggito della vita; la natura mi chiama a vivere, come fa a tutti gli esseri creati o possibili: nè solo la natura mia, ma la natura generale delle cose, l’assoluta idea e forma dell’esistenza. Io però conoscendo che il vivere pone in grandi pericoli di peccare, ed è per conseguenza pericolosissimo per se stesso, e quindi per se stesso cattivo (la conseguenza è in regola assolutamente), son risoluto di non vivere, di fare che ciò che la natura ha fatto, non sia fatto, cioè che l’esistenza ch’ella mi ha dato, sia fatta inutile, e resa (per quanto è possibile) nonesistenza. S’io non vivessi, o non fossi nato, sarebbe meglio in quanto a questa vita presente, perchè non sarei in pericolo di peccare, e quindi libero da questo male assoluto: s’io mi potessi ammazzare sarebbe parimente meglio, e condurrebbe allo stesso fine; ma poichè non ho potuto a meno di nascere, e la mia legge mi comanda di fuggir la vita, e nel tempo stesso mi vieta di terminarla, ponendo la morte volontaria fra gli altri peccati per cui la vita [2383] è pericolosa, resta che (fra tante contraddizioni) io scelga il partito ch’è in poter mio, e l’unico degno del savio, cioè schivare quanto io posso la vita, contraddire e render vana quanto posso la nascita mia, insomma esistendo annullare quanto è possibile l’esistenza, privandola di tutto ciò che la distingue dal suo contrario e la caratterizza, e soprattutto dell’azione che per una parte è il primo scopo e carattere ed uffizio ed uso dell’esistenza, per l’altra è ciò che v’ha in lei di più pericoloso in ordine al peccare. E se con ciò nuocerò al mio ben essere, e mi abbrevierò l’esistenza, non importa; perchè lo scopo di essa non dev’esser altro che fuggir se medesima, come pericolosa; e l’essere non è mai tanto bene, quanto allorchè in qualunque maggior modo possibile è lontano dal pericolo di peccare, cioè lontano dall’essere e dall’operare ch’è l’impiego dell’esistenza.

Questo è il discorso di tali persone. E questo raziocinio, e la risoluzione che ne segue, e la vita che le tien dietro, sono assolutamente e dirittamente nello spirito del Cristianesimo, e inerenti alla [2384] sua perfezione. Lo scopo di essa e dell’essenza del Cristianesimo, si è il fare che l’esistenza non s’impieghi, non serva ad altro che a premunirsi contro l’esistenza: e secondo essa il migliore, anzi l’unico vero e perfetto impiego dell’esistenza si è l’annullarla quanto è possibile all’ente; e non solo l’esistenza non dev’essere il primo scopo dell’esistenza nell’uomo (come lo è in tutte le altre cose o create, o anche possibili), ma anzi il detto scopo dev’essere la nonesistenza. Assolutamente nell’idea caratteristica del Cristianesimo, l’esistenza ripugna e contraddice per sua natura a se stessa. (2. Feb. dì della Purificazione di Maria SS. 1822.)

Alla p. 2330. Altra prova. I nomi delle cose che sogliono esser denominate prima d’ogni altra in qualsivoglia lingua, nel latino, se bene osserverete, sono o monosillabi, o tali che facilmente se ne scuopre una radice di non più che una sillaba. Segno evidente di conservata antichità, e questa remotissima e primitiva. Non così, o non sì spesso in greco, dove sovente i detti nomi non sono monosillabi, nè se ne può trarre una [2385] radice monosillaba. Dies ἡμέρα, vir ἀνήρ ec. sol ἥλιος, lun-aσελήνε. Forse non poche volte, se quella parola che nella grecità conosciuta è rimasta in uso, non è monosillaba, lo sarà però un’altra equivalente, che si trova solo in Omero, o ne più antichi o ne’ poeti, o che si conosce per congettura; che in somma a’ buoni e perfetti tempi della lingua greca era già disusata e antiquata almeno nel linguaggio comune. Ma questa medesima è un’altra prova anche più materiale che la lingua latina fosse più tenace della sua antichità. (2. Feb. 1822.)

Alla p.2281. marg. fine. Questo mischiare non viene certo da mescolare ma da misculari latino immediatamente 1. perchè non diciamo miscolare (nè i franc. mîler o misler, nè gli spagn. mizclar) laddove i latini doverono certo dir così, e vedendosi che la i cambiata nel mescolare in e s’è conservata nel mischiare, ciò non può procedere da altra ragione che dalla sua origine latina. 2. perchè è costume bensì dell’idioma italiano il cangiare in chi il latino cul, (v. p. 2375.) non così però di cangiare l’italiano col. Così che mischiare [2386] denota un misculare o i latino, dal quale necessariamente dev’essere stato preceduto. Questa 2. ragione vale anche per meschiare altra corruzione di mischiare, cioè cambiato poi l’i in e, come in mescolare mezclar ec. (3. Feb. 1822.)

Alla p. 2324. sul principio. V. pure il Forcell. in montuosus il quale inclino a credere che possa dinotare un vecchio ed antiquato, o popolare e corrotto dal volgo montus us. V. il Gloss. se ha nulla. (3. Feb. 1822.)

Stimabile è la menzogna quando giova a chi la dice e a chi l’ode non fa nocumento. Parole in persona di Cariclea fanciulla greca, presso Eliodoro Delle cose Etiopiche Libro Primo tradotto dal Gozzi, Opere, Venez. Occhi. 1758. t.6. p.92. (4. Feb. 1822.)

La lingua italiana ha un’infinità di parole ma soprattutto di modi che nessuno ha peranche adoperati. - Ella si riproduce illimitatamente nelle sue parti. Ella è come coperta tutta di germogli, e per sua propria natura, pronta sempre a produrre nuove maniere di dire. - Tutti i classici o buoni scrittori crearono continuamente nove frasi. Il vocabolario ne contiene la menoma parte: e per verità il frasario di un solo [2387] di essi, massime de’ più antichi ec. formerebbe da se un vocabolario. Laonde un vocabolario che comprenda tutti i modi di dire, ottimi e purissimi, adoperati da’ classici italiani, e dagli stessi soli testi di lingua, sarebbe impossibile. Quanto più uno che comprendesse tutti gli altri egualmente buoni che sono stati usati, o che si possono usare in infinito! Usarli dico e crearli nuovamente, e nondimeno con sapore e natura tutta antica: anzi non la moderna, ma la sola antica lingua italiana possiede ed è capace di questa fecondità. - Deducete da ciò l’ignoranza di chi condanna quanto non trova nel Vocabolario. E concludete che la novità de’ modi è così propria della lingua italiana, e così perennemente ed essenzialmente, ch’ella non può conservare la sua forma antica, senza conservare in atto la facoltà di nuove fogge. (5. Feb. 1822.)

Ni sabian que pudiesse haver sacrificio sin que muriesse alguno por la salud de los demàs. Parole di Magiscatzin, vecchio Senatore Tlascalese a Ferdinando Cortès, presso D. Antonio de Solìs, Hist. de la Conquista de Mexico, lib.3. capit.3. [2388] en Madrid 1748. p.184. col.1. Ecco l’origine e la primitiva ragione de’ sacrifizi, e idea della divinità. Si stimava invidiosa e nemica degli uomini, perchè gli uomini lo erano per natura fra loro, e per causa delle tempeste ec. le quali appunto si cercava di stornare co’ sacrifizi. Nè si credeva già primitivamente che gli Dei godessero materialmente godessero della carne o sangue o altro che loro si sacrificava, ma della morte e del male della vittima, e che questo placasse l’odio loro verso i mortali, e la loro invidia. Egoismo del timore, che ho spiegato in altro luogo. Quindi si facevano imprecazioni ed esecrazioni sulla vittima, che non si considerava già come cosa buona, ma come il soggetto su cui doveva scaricarsi tutto l’odio degli Dei, e come sacra solo per questo verso. Quindi quando il timore (o il bisogno, o il desiderio ec.) era maggiore, si sacrificavano uomini, stimando così di soddisfar maggiormente l’odio divino contro di noi. E ciò avveniva o tra’ popoli più vili e timidi (e quindi più fieramente egoisti), o più travagliati dalle convulsioni degli elementi (com’erano i Tlascalesi ec.), o ne’ tempi più antichi, [2389] e quindi più ignoranti, e quindi più paurosi. E nell’estrema paura, si sacrificavano non solo prigionieri, o nemici, o delinquenti ec. come in America, ma compatrioti, consanguinei, figli, per maggiormente saziare l’odio celeste, come Ifigenia ec. Eccesso di egoismo prodotto dall’eccesso del timore, o della necessità, o del desiderio di qualche grazia ec. (6. Feb. 1822.)

Nè fra gli antichi, nè fra’ popoli poco civilizzati fu mai che il popolo conquistato s’avesse per compatriota del conquistatore, come oggidì. (14. Feb. 1822.)

Alla p. 2338. Ho detto delle contraddizioni naturali che occorrono fra quegli oggetti che il presente stato dell’uomo gli rende necessarii anche nell’agricoltura ec. Aggiungo che di quegli stessi animali ch’egli nodrisce, molti sono nemici fra loro per natura, e si danneggiano scambievolmente quando non ci si provveda, o che lo facciano volontariamente, o anche involontariamente per fisiche disposizioni, senza esser nemiche ec. come le galline nuocciono ai buoi. (16. Feb. 1822.)

[2390] L’attenzione de’ fanciulli è scarsa 1. per la moltitudine e forza delle impressioni in quell’età, conseguenza necessaria della novità ed inesperienza: le quali impressioni tirando fortemente l’attenzione loro in mille parti e continuamente, l’impediscono di esser sufficiente in nessuna: e questa è la distrazione che s’attribuisce ai fanciulli, tanto più distratti, quanto più suscettibili di sensazioni vive e profonde: 2. perchè anche la facoltà di attendere non si acquista senz’assuefazione ec.: 3. perchè la natura ha provveduto in modo che fin che l’uomo è nello stato naturale, come sono i fanciulli, poco e insufficientemente attende, essendo l’attenzione la nutrice della ragione, e la prima ed ultima causa della corruzione ed infelicità umana. (16. Feb. 1822.)

Della convenienza di conservare agli scrittori la facoltà di fabbricar nuove parole e modi sopra le forme già proprie della lingua, cioè sopra le varie facoltà per le quali essa n’ha prodotto degli altri di quel tal genere, vedi un bello ed espressivo luogo del Caro, Apologia, Parma 1558. p.52. dopo aver parlato delle voci Suo merto et tuo valore nel Predella, prima di entrare nelle opposizioni numerate. (18. Feb. 1822.)

[2391] Ma nulla fa chi troppe cose pensa. Tasso Aminta, Atto 2. scena 3. v. ult. (20. Feb. primo di Quaresima. 1822.)

I muti hanno essi la facoltà della favella? No certo. Eppur quanto alla favella n’hanno tutta la disposizione naturale quanta n’ha il miglior parlatore del mondo. Ma questa non è altro che possibilità, la quale il muto non riduce mai all’atto e non adopera in verun modo, perchè non avendo udito, non impara dagli altri (cioè non si avvezza) a farlo, e coll’assuefazione, di cui non ha il mezzo, non acquista la facoltà. Ecco che cosa sono tutte le pretese facoltà naturali ed ingenite nell’uomo. E qual si crede più naturale della favella? principal caratteristica dell’uomo, e suo maggior distintivo dai bruti. (20. Feb. 1822.)

Cogliere (che anche si dice corre) e coger non sono altro che colligere; scegliere (anche scerre) ed escoger dimostrano un excolligere latino detto volgarmente a preferenza e in vece di eligere 1. perchè la preposizione ex della quale sono composti questi due verbi moderni non significa niente in queste due lingue (oltre ch’ella è qui sfigurata in modo che anche [2392] significando per se, non significherebbe nulla in questi casi, non essendo più lei) bensì in latino. 2. perchè questi due verbi sono tanto simili che dimostrano l’unità dell’origine, e tanto diversi fra loro che danno ad intendere di non esser derivato nessuno di essi due dall’altro. (22. Feb. 1822.)

Alla p. 2304. vedi un luogo notabile di Francesco da Buti comentatore ms. di Dante, presso la Crusca v. Strega. (26. Feb. 1822.)

Asseriscono che la natura ha data espressamente all’uomo la facoltà di perfezionarsi, e voluto che l’adoprasse, e però non ha provveduto a lui del necessario così bene come agli altri animali, anzi glien’ha mancato anche nel più essenziale. E da questa facoltà vogliono che l’uomo sia tenuto per superiore e più perfetto degli altri esseri. 1. Vi par questa una bella provvidenza? Dare all’uomo la facoltà di perfezionarsi, cioè di conseguire la felicità propria della sua natura; ma frattanto perchè questa perfezione non si poteva conseguire se non dopo lunghissimo spazio di tempo, e successione d’infinite esperienze, [2393] fare decisamente, e deliberatamente infelici un grandissimo numero di generazioni, cioè tutte quelle che dovevano essere innanzi che questa perfezione propria dell’esser loro, e non per tanto difficilissima e remotissima, si potesse conseguire, come ancora non possono affermare che si sia fatto. E per rispetto di questa medesima facoltà di perfezionarsi, di questo dono, di questo massimo privilegio dato dalla natura alla specie umana, mancare alla medesima del necessario, quando era evidente che questa facoltà non avrebbe avuto effetto, e non avrebbe potuto supplire al preteso mancamento della natura verso di noi, se non dopo lunghissimo tempo, e dopo che moltissime generazioni avrebbero dovuto, a differenza di tutti gli altri esseri, sentire e sopportare il detto mancamento, e l’infelicità che risulta dal non essere nello stato proprio della propria natura. In verità che questo, se fosse vero, mostrerebbe una gran predilezione della natura verso di noi, e gran superiorità nostra sugli altri esseri. 2. Non essendo la perfezione altro [2394] che l’essere nel modo conveniente alla propria natura, e tutti gli animali e le cose essendo così, tutte sono perfette nel loro genere, e ciò vuol dire che son perfette assolutamente, non potendo la perfezione considerarsi fuori del genere di cui si discorre. La natura dunque (giacchè gli animali e le cose non hanno acquistata questa perfezione da loro, e sono in tutto secondo natura) ha fatto gli animali e le cose tutte perfette. L’uomo solo, secondo voi, l’ha fatto perfettibile. Bella superiorità e privilegio. Dare agli altri il fine, a voi il mezzo; a tutti la perfezione, a voi non altro che il mezzo di ottenerla. E di più un mezzo o inefficace e quasi illusorio, o così poco efficace, che, lasciando gl’infiniti ostacoli, e l’immenso spazio di tempo che s’è dovuto passare prima di ridurci allo stato presente, in questo ancora non possiamo esser tanto arditi nè sciocchi da darci per perfetti (che vorrebbe dir felici, quando siamo il contrario): e oltre a questo non sappiamo quando lo potremo essere: anzi non possiamo congetturar neppure in che cosa potrà consistere la nostra [2395] perfezione se mai s’otterrà: e per ultimo, se parliamo da vero, siamo o dobbiamo essere omai più che persuasi, che la detta perfezione, qualunque ce la figuriamo, non s’otterrà mai, e non diverremo mai più felici. E pur gli animali lo sono dal principio del mondo in poi, senza essersi mossi dalla natura. Ecco la superiorità naturale su tutti gli esseri, che si scopre in noi mediante la bella e generale supposizione della nostra perfettibilità. (5. Marzo 1822.)

Πάντα γὰρ ἀγαϑὰ μὲν χαὶ χαλά ἐστι πρὸς ἃ ἂν εὖ ἔχῃ∙ χαχὰ δὲ χαὶ αἰσχρὰ πρὸς ἂν χαχῶς. Quippe omnia bona sunt ac pulcra, ad quae bene se habent; mala vero ac turpia, ad quae male. Leunclav. Parole di Socrate ad Aristippo appresso Senofonte ᾽Aπομνημονευμάτων βιβλ. γ´. χεϕ. 8. §. 7. (17. Marzo 1822.)

Nelle scritture de’ moderni puristi italiani (p.e. del Botta) per lo più si vede chiaramente un moderno che scrive all’antica, e quindi non ha la grazia dello scrivere antico, non avendone lo spontaneo. Una delle due, o s’ha da parere un [2396] antico che scriva all’antica, vale a dire che questo scrivere paia naturale dello scrittore, e venuto da se; o s’ha da essere un moderno che scriva alla moderna: e volendo parere un moderno, non si dee volere scrivere altrimenti, se si vuol fuggire il contrasto ridicolo e l’affettazione; e molto meno volendo scriver cose moderne, e pensieri di andamento moderno (cioè insomma propri dello scrittore, che mentre vive non sarà mai antico): le quali cose e i quali pensieri, da che mondo è mondo, in qualsivoglia nazione non si sono scritti nè potuti scrivere in altra lingua che moderna (perchè questa sola è loro connaturale, e perciò sola dà il modo di bene e pienamente esprimerli), e non altrimenti che alla moderna. (19. Marzo dì di S. Giuseppe. 1822.)

Quando mai, se si potesse, dovressimo, quanto allo stile, parere antichi che pensassero alla moderna. Laddove nei nostri accade tutto il contrario.

Il P. Dan. Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla lingua, è tutto a risalti e rilievi. (22. Marzo 1822.)

Domandato se credesse che la morte d’alcuno fosse stata pianta da vero, affermò, portando per esempio quella di Bartolommeo Cacciavolpe, ch’era vissuto [2397] di beni d’usufrutto, e di pensioni (assegnamenti) a vita, e morto pieno di debiti. (25. Marzo dì dell’Annunziata. 1822.)

Decia (Motezuma), que no era crueldad ofrecer à sus Dioses unos Prisioneros de Guerra, que venian yà condenados à muerte; no hallando razon, que le hiciesse capaz de que fuessen proximos los Enemigos. D. Antonio de Solìs, Hist. de la Conquista de Mexico, lib.3. capitulo 12. en Madrid año de 1748. p. 230. col. 2. (25. Marzo, dì dell’Annunziazione di M. V. SS. 1822.)

Il Vocab. della Crusca non ha interi due terzi delle voci, o significati e vari usi loro, e nè pure un decimo dei modi di quegli stessi autori e libri che registra nell’indice. E questi non sono appena una terza o quarta parte di quegli autori e libri italiani de’ buoni secoli che secondo ogni ragione vanno considerati e sono autentici nella lingua, anche nella pura lingua antica. Aggiungeteci ora i libri moderni bene scritti, e le voci e modi che usati o non usati ancora da buoni scrittori, sono necessarissimi a chi vuole scriver [2398] (com’è dovere) delle cose presenti, e a’ presenti o futuri, massime le spettanti alle scienze immateriali o materiali, e che tutti mancano al Vocabolario; si può far ragione che questo non contenga più d’una quarantesima parte della lingua italiana in genere (a dir molto); e non più d’una trentesima dell’antica in particolare, ossia di quella che s’ha per classica. Del che non si può far carico ai compilatori, se non quanto alle mancanze relative agli autori de’ quali professano d’aver fatto spoglio e formatone il vocabolario. Perchè del resto nessuna lingua viva ha, nè può avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre (finch’ella vive) all’arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell’italiana (per indole sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch’ella è più vasta di tutte le viventi: mentre veggiamo che nè pur la greca ch’è morta, s’è potuta mai comprendere in un Vocabolario nè men quanto alle voci, che ogni nuovo scrittore, ne porta delle nuove. [2399] Molto meno quanto ai modi ne’ quali ell’è infinita e a disposizione degli scrittori, come appunto la nostra, e ciascuno scrittor greco ne forma de’ nuovi a suo piacere, e in gran numero. Or non è cosa ridicolissima che mentre nessun’altra nazione stima che la sua lingua sia determinata e prescritta dal suo vocabolario, non ostante che questo sia molto meglio fatto, molto più esteso (relativamente) del nostro, e che la lingua loro possa più facilmente o meglio esser compresa in un vocabolario; noi la cui lingua è impossibile (sopra qualunque altra) che vi si possa comprendere, che di più, abbiamo un vocabolario inesattissimo nelle cose stesse che porta, molto più inferiore alla ricchezza della nostra lingua di quello che le convenga o se le debba perdonare di essere, fatto sopra un piano sopra cui nessun altro è fatto, cioè sopra il piano dell’antico, mentre noi siamo moderni, e della pura autorità quando la lingua è viva; noi dico vogliamo che un vocabolario così ridondante d’imperfezioni, e poco proprio della lingua nostra (e d’ogni lingua viva), abbia su di questa una virtù, un’autorità e un dominio, che i più perfetti vocabolari delle altre nazioni (anche nazioni unite come la francese e l’inglese) nè si arrogano, nè sognano, nè pensano che [2400] sia menomamente proprio dell’essenza loro, nè compatibile colla natura delle lingue vive, e che nessuno s’immagina mai di riconoscere in essi. (29. Marzo. Venerdì dell'Addolorata. 1822.)

Πάλιν δὲ ἐπωτώμενος (Socrate), ἡ ἀνδρεία πότερον εἴη διδαχτὸν ἢ ϕυσιχόν; οἶμαι μὲν ἔϕη, ὥσπερ σῶμα σώματος ἰσχυρότερον πρὸς τοὺς πόνους ϕύεται, οὕτω χαὶ υχὴν υχῆς ἐρρωμενεστέραν πρὸς τὰ δεινὰ ϕύσει γιγνεσϑαι. ῾Oρῶ γὰρ ἐν τοῖς αὐτοῖς νόμοιςτε χαὶ ἔϑεσι τρεϕομένους πολύ διαϕέροντας ἀλλήλων τόλμῃ . Nομιζω μέντοι πᾶσαν ϕυσιν μαϑήσει χαὶ μελέτῃ πρὸς ἀνδρείαν αὔξεσϑαι. Ξενοϕ ἀπομνημ β.᾽ κεϕ. ϑ.᾽ § α᾽ -β᾽. Così possiamo discorrere di tutto il resto. (16. Aprile, Martedì in Albis, 1822.).

Rinunziare o sbandire una nuova parola o una nuova significazione (per forestiera o barbara ch'ella sia), quando la nostra lingua non abbia l'equivalente, o non l'abbia così precisa, e ricevuta  in quel proprio e determinato senso; non è altro e non può esser meno che rinunziare o sbandire, e trattar da barbara o illecita una nuova idea, e un nuovo concetto dello spirito umano. (18. Aprile, Giovedì in Albis, 1822.).

[2401] Ετεκμαίρετο δὲ (Socrate). τὰς ἀγαϑὰς ϕύσεις ἐκ τοῦ ταχύ τε μανϑάνειν οἷς προςέχοιεν χαὶ μνημονεύειν ἃ ἂν μάϑοιεν Senof. ᾽Aπομνημον. l. 4. c. l. §.2. (19 Aprile. Venerdì in Albis. 1822.).

Estaban persuadidos (los Mexicanos) à que no huvo Dioses de essotra parte del Cielo (cioè che non ci ebbe altri Dei se non un solo che tra essi non avea nome, ma s’aveva per superiore a tutti, e se gli attribuiva la creazione del Cielo e della Terra, e davasegli sede in cielo), hasta que multiplicandose los hombres, empezaron sus calamidades; considerando los Dioses como unos genios favorables, que se producian, quando era necessaria su operacion; sin hacerles dissonancia (à los Mexicanos), que adquiriessen el Sèr (estos Dioses), y la Divinidad en la miserias de la Naturaleza. Don Antonio de Solìs, Hist. de la Conquista de Mexico, lib.3. capitulo 17. en Madrid, año de 1748. p. 259. col. 1. (21. Aprile. 1822.)

Non è da far mai pompa della propria infelicità. La sola fortuna fa fortuna tra gli uomini, e la sventura non fu mai fortunata; nè si può far traffico, e ritrarre utilità dalla miseria, quando ella sia vera. Nessuno fu mai più stimato o più gradito per esser più infelice degli altri. E però allo sventurato, volendo esser bene accolto ed accetto, o [2402] farsi tenere in pregio, non solamente conviene dissimulare le proprie disgrazie, ma fingersi del numero de’ fortunati, pretendere a questo titolo, combatter la fama o chiunque glie lo neghi, e mettere ogni studio per ingannar gli altri in questo punto. (23. Aprile. 1822.). V. p. 2415.2485.

Intorno alla gelosia che avevano i romani della preminenza della loro lingua sulla greca, vedi Dione p. 946. nota 86. (23. Aprile 1822.)

Di quelli che non avendo mani, supplirono all’ufficio loro coi piedi, v. Dione Cassio l. 54. c. 9. p. 739. e quivi la nota 91. (25. Aprile. 1822.)

La natura vieta il suicidio. Qual natura? Questa nostra presente? Noi siamo di tutt’altra natura da quella ch’eravamo. Paragoniamoci colle nazioni naturali, e vediamo se quegli uomini si possono stimare d’una stessa razza con noi. Paragoniamoci con noi medesimi fanciulli, e avremo lo stesso risultato. L’assuefazione è una seconda natura, massime l’assuefazione così radicata, così lunga, e cominciata in sì tenera età, com’è quell’assuefazione (composta d’assuefazioni infinite e diversissime) che ci fa esser tutt’altri che uomini naturali, o conformi alla prima natura dell’uomo, e alla natura generale degli esseri terrestri. [2403] Basti dire che volendo con ogni massimo sforzo rimetterci nello stato naturale, non potremmo, nè quanto al fisico, che non lo sopporterebbe in verun modo, nè posto che si potesse quanto al fisico ed esternamente, si potrebbe quanto al morale ed internamente; il che viene ad esser tutt’uno, non potendo noi esser più partecipi della felicità destinata all’uomo naturalmente, perchè l’interno nostro, che è la parte principale di noi, non può tornar qual era, per nessuna cagione o arte. Che ha dunque a fare in questa quistione del suicidio, e in ogni altra cosa che ci appartenga, la legge o l’inclinazione di una natura, che non solo non è nostra, ma anche volendo noi e proccurandolo per ogni verso, non potrebbe più essere? Il punto dunque sta qual sia l’inclinazione e il desiderio di questa seconda natura, ch’è veramente nostra e presente. E questa invece d’opporsi al suicidio, non può far che non lo consigli, e non lo brami intensamente: perchè anch’ella odia soprattutto l’infelicità, e sente che non la può fuggire se non colla morte, e non tollera che la tardanza di questa allunghi i suoi patimenti. [2404] Dunque la vera natura nostra, che non abbiamo da far niente cogli uomini del tempo di Adamo, permette, anzi richiede il suicidio. Se la nostra natura, fosse la prima natura umana, non saremmo infelici, e questo inevitabilmente, e irrimediabilmente; e non desidereremmo, anzi abborriremmo la morte. (29. Aprile, 1822.). La natura nostra presente è appresso a poco la ragione. La quale anch’essa odia l’infelicità. E non v’è ragionamento umano che non persuada il suicidio, cioè piuttosto di non essere, che di essere infelice. E noi seguiamo la ragione in tutt’altro, e crederemmo di mancare al dover di uomo facendo altrimenti.

Alla p. 1287. principio. Io son certo che gli antichi orientali, o i primi inventori dell’alfabeto, non s’immaginarono che i suoni vocali fossero così pochi, e tanto minori in numero che le consonanti. Anzi dovettero considerarli come infiniti, vedendo ch’essi animavano, per così dire, tutta la favella, e discorrevano incessantemente per tutto il corpo di essa, come il sangue per le vene degli animali. O pure, (e questo credo piuttosto) non li considerarono neppure come suoni, ma come suono individuo, e questo infinito e indeterminabile e indivisibile, come appunto immaginarono gli antichi filosofi quello spirito animator del tutto che totam agitat molem, et toto se corpore miscet. Ed è verisimile che l’idea di rappresentare i suoni vocali col mezzo de’ punti (alieni affatto, e avventizi alla [2405] scrittura ebraica) non venisse (così tardi) in mente ai rabbini, se non per la pratica che aveano contratta delle lingue occidentali, diffuse nell’Asia da gran tempo ec. oltre che i medesimi ebrei s’erano già sparsi da gran tempo per l’occidente, o per paesi dove correvano le lingue occidentali. Par che gli antichi ebrei considerassero le vocali come spiriti, o come inseparabili dalle consonanti (p.e. א ך ec.) laddove le consonanti per lo contrario sono inseparabili dalle vocali. Ma la sottigliezza e la spiritualità, e il continuo uso del suono vocale nella favella, impedivano loro di considerarlo nelle sue parti, se non come legato colle consonanti, o colle aspirazioni che rendevano la vocale più aspra, più notabile, piùcorporea, e quasi la trasmutavano in consonante, ovvero esse stesse eran come consonanti, legate necessariamente a questo o quel suono vocale; p.e. l’aspirazione א al solo suono dell’a, non comportando forse un’altra vocale, quella tal razza di aspirazione ec. (29. Aprile. 1822.). V. p. 2500.

Essendo vissuto lunghissimo tempo in città piccola, e fra gente lontanissima da quel che si chiama buon tuono, e spirito di mondo, quantunque io non abbia più che tanta pratica della così detta buona società, mi par nondimeno [2406] di avere in mano bastanti comparazioni per potere affermare che ne’ paesi piccoli, e fra gli uomini e le società di piccolo spirito, si apprende assai più della natura umana, e sì del carattere generale, sì de’ caratteri accidentali degli uomini, di quello che si possa fare nelle grandi città, e nella perfetta conversazione. Perchè, oltre che in queste gli uomini son sempre mascherati, e d’apparenze lontanissime dalla sostanza, e dai caratteri loro individuali; oltre che sono tanto più lontani dalla natura, e dal vero carattere generale dell’uomo, e lo sono, non solo per finzione, ma anche per carattere acquisito; il principale è che son tutti appresso a poco d’una forma, sì ciascuno di essi, come ciascuna di tali società rispetto alle altre. Laonde veduto e conosciuto un uomo solo, si può dir che tutti, poco più poco meno, sieno veduti e conosciuti. Al contrario di quel che succede nelle città piccole, e nella piccola società, dove non è individuo, che non offra qualche nuova scoperta circa le qualità di cui la natura umana è capace. Maggior varietà si trova fra questi tali uomini che nelle stesse campagne (o fra’ selvaggi, o non inciviliti ec.) [2407] perchè gli uomini affatto o quasi affatto incolti, sono abbastanza vicini alla natura (ch’è una qualità e un tipo generale) per rassomigliarsi moltissimo scambievolmente, mediante la stessa natura. Questi sono simili fra loro, quelli che sono perfettamente o quasi perfettamente colti, si può dir che sieno uguali gli uni agli altri, in virtù dell’incivilimento che tende per essenza ad uniformare. Lo stato di mezzo è il più vario, il più suscettivo di diverse qualità, e il più conformabile secondo le circostanze relative e individuali. Queste osservazioni si possono estendere, e distinguere in diversi modi. P.e. si conosce assai meglio la natura umana e la sua capacità di forme, esaminando un uomo volgare, che un dotto, un filosofo, uno esperimentato negli affari, o vissuto nel gran mondo ec. ec.; assai meglio esaminando il carattere di una società piccola, che d’una grande; assai meglio esaminando una nazione non perfettamente colta, che una perfettamente civile (spagnuoli, tedeschi-italiani francesi); assai meglio esaminando lo spirito di quella tal nazione civile, o delle sue parti, lontano dalla capitale, o dal centro [2408] della società nazionale, ch’esaminando la società di essa capitale ec. Così dico ancora del carattere nazionale, il quale p.e. rispetto ai francesi, si conoscerà molto meglio esaminando la società della Bretagna, o della Provenza, che quella di Parigi. (30. Aprile. 1822.)

Che la lingua greca si conservasse incorrotta, o quasi incorrotta, tanto più tempo della latina, e anche dopo scaduta già la latina ch’era venuta in fiore tanto più tardi, si potrà spiegare anche osservando, che la letteratura (consorte indivisibile della lingua) sebbene era scaduta appresso i greci, pur aveva ancor tanto di buono, ed era eziandio capace di tal perfezione, che talvolta non aveva che invidiare all’antica. Esempio ne può essere la Spedizione di Alessandro, e l’Indica d’Arriano, opere di stile e di lingua così purgate, così uguali in ogni parte e continuamente a se stesse, senza sbalzi, risalti, slanci, voli o cadute di sorte alcuna (che sono le proprietà dello scriver sofistico e guasto, in qualsivoglia genere, lingua, e secolo corrotto), di semplicità e naturalezza e facilità, chiarezza, nettezza ec. così spontanea ed inaffettata, così ricche, così [2409] proprie, così greche insomma nella lingua, e nella maniera, e nel gusto, che quantunque Arriano fosse imitatore, cioè quello stile e quella lingua non fossero cose naturali in lui ma procacciate collo studio de’ Classici (come è necessario in ogni secolo dove la letteratura non sia primitiva) e principalmente di Senofonte, non per questo si può dire ch’egli non le avesse acquistate in modo che paiano e si debbano anzi chiamar sue, nè se gli può negare un posto se non uguale, certo vicinissimo a quello degl’imitati da lui. Ora il tempo d’Arriano fu quello d’Adriano e degli Antonini, nel qual tempo la letteratura latina, con tutto che fosse tanto meno lontana della greca dal suo secol d’oro, non ha opera nessuna che si possa di gran lunga paragonare a queste d’Arriano ne’ suddetti pregi, come anche in quelli d’una ordinata e ben architettata narrazione, e altre tali virtù dello scriver di storie. Tacito fu alquanto anteriore, e nella perfezion della lingua non si potrebbe ragguagliar troppo bene ad Arriano: forse neanche nelle doti di storico appartenenti [2410] al bello letterario, sebben egli l’avanza di molto in quelle che spettano alla filosofia, politica ec. Ma quel che mantiene la lingua, è la bella letteratura, non la filosofia nè le altre scienze, che piuttosto contribuiscono a corromperla, come fece lo stile di Seneca. E però Plutarco contemporaneo di Tacito, e com’esso, alquanto più vecchio d’Arriano, non si può recar per modello nè di lingua nè di stile, essendo però stato forse più filosofo di tutti i filosofi greci, molti de’ quali sono esempi di perfettissimo scrivere. Ma non erano così sottili come Plutarco, siccome Cicerone non lo era quanto Seneca, questi corrottissimo nello scrivere, e quegli perfettissimo. (1. Maggio 1822.)

Dalla mia teoria del piacere segue che per essenza naturale e immutabile delle cose, quanto è maggiore e più viva la forza, il sentimento, e l’azione e attività interna dell’amor proprio, tanto è necessariamente maggiore l’infelicità del vivente, o tanto più difficile il conseguimento d’una tal quale felicità. Ora la forza e il sentimento dell’amor proprio è tanto maggiore quanto è maggiore la vita, o il [2411] sentimento vitale in ciascun essere; e specialmente quanto è maggiore la vita interna, ossia l’attività dell’anima, cioè della sostanza sensitiva, e concettiva. Giacchè amor proprio e vita son quasi una cosa, non potendosi nè scompagnare il sentimento dell’esistenza propria (ch’è ciò che s’intende per vita) dall’amore dell’esistente, nè questo esser minore di quello, ma l’uno si può sempre esattamente misurare coll’altro. E tanto uno vive, quanto si ama, e tutti i sentimenti di chi vive sono compresi o riferiti o prodotti ec. dall’amor proprio: il quale è il sentimento universale che abbraccia tutta l’esistenza; e gli altri sentimenti del vivente (se pur ve n’ha che sieno veramente altri) non sono che modificazioni, o divisioni, o produzioni di questo, ch’è tutt’uno col sentimento dell’essere, o una parte essenziale del medesimo.

Dal che segue che l’uomo avendo per la sua natura ed organizzazione esteriore ed interiore maggior vita, maggior capacità di più vasta e più numerosa concezione, maggior sentimento insomma, o maggior sensibilità di tutti gli [2412] altri viventi, dee necessariamente avere maggiore intensità, attività, ed estensione o quantità o sentimento d’amor proprio, che non ne ha verun altro genere di viventi. Quindi l’uomo per essenza propria e inseparabile, è, e nasce più infelice, o meno capace di felicità che verun altro genere di viventi, o di esseri.

Questo si deve intendere dell’uomo naturale. Ma siccome questa capacità ed intensità e forza ed attività di sentimento della quale egli è naturalmente provveduto sopra ogni altro animale, rende il suo spirito più conformabile, più suscettibile di sempre maggior sentimento, più raffinabile, vale a dire più capace di sempre più vivamente e più variamente sentire; anzi siccome essa capacità non è altro che conformabilità, e suscettività di nuovo sentimento, e di nuove modificazioni dell’animo; così l’uomo, perfezionandosi, come dicono, cioè crescendo la forza e la varietà e l’intimità del suo sentimento, e perciò prevalendo in lui sempre più lo spirito, cioè la parte sensitiva, [2413] al corpo, cioè alla parte torpida e grave; acquista egli e viene di secolo in secolo necessariamente accrescendo la forza e il sentimento dell’amor proprio, e quindi di secolo in secolo divien più, e più inevitabilmente infelice. Dal che segue che l’uomo, come dicono, perfezionato, è, per essenza umana, e per ordine generale della natura, più infelice del naturale, e tanto più quanto è più perfezionato. E così l’infelicità dell’uomo è sempre in ragion diretta degli avanzamenti del suo spirito, cioè della civiltà, consistendo essa negli avanzamenti dello spirito, e non potendo dire alcuno che il corpo dell’uomo si sia perfezionato mediante di essa. Anzi è manifestamente scaduto da quel ch’era nell’uomo naturale, in cui la preponderanza del corpo o della materia tenea più basso, e men vivo il sentimento, e quindi l’amor proprio e quindi l’infelicità.

In uno stesso secolo, essendo altri più raffinato, colto ec. di spirito, altri meno, segue [2414] dalle predette cose che quegli debba necessariamente esser più infelice, questi meno, in proporzione; e l’ignorante e il rozzo e il villano manco infelice del dotto, del polito, del cittadino ec.

Indipendentemente dalla coltura, nascendo gli uomini quali con maggior sensibilità, o vivezza di spirito, o conformabilità, o sentimento d’uomo (dice il Casa, Galat., cap.26. princip.), quali con minore, dalle predette cose resta spiegato il perchè gli uomini quanto più sensibili, tanto più sieno irreparabilmente infelici, e il perchè la natura dica agli uomini grandi, Soyez grand et malheureux (D’Alembert). Giacchè questo maggior sentimento non è altro che maggior vivezza e profondità e senso ed attività d’amor proprio, o non può star senza queste cose, abbracciando l’amor proprio ogni possibile sentimento animale, e producendolo, o essendo sostanzialmente legato con essolui, e in proporzion diretta con esso. (2. Maggio 1822.). V. p. 2488.

[2415] Alla p.2402. Non solo non bisogna vantarsi delle proprie sciagure, ma guardarsi di confessarle, e ciò anche a quelli cui sono notissime. Se ne perde, non solo la protezione, o l’amore efficace, ma eziandio la semplice affezione, e lo so per propria sperienza. (5. Maggio. 1822.)

La vita è fatta naturalmente per la vita, e non per la morte. Vale a dire è fatta per l’attività, e per tutto quello che v’ha di più vitale nelle funzioni de’ viventi. (5. Maggio. 1822.)

Una lingua non è bella se non è ardita, e in ultima analisi troverete che in fatto di lingue, bellezza è lo stesso che ardire. E che altro sarebb’ella? L’armonia ec. del suono delle parole? Quest’è una bellezza affatto esterna, e della quale poco o nulla si può convenire, essendo diversissime in questo genere le opinioni e i gusti, secondo le nazioni e i secoli. Per noi è bruttissimo il suono delle parole orientali, e per gli orientali altrettanto sarà delle nostre. E parlando esattamente che cosa intendiamo noi dell’armonia della lingua greca che pur chiamiamo bellissima? Che sentimento, che gusto [2416] ne proviamo noi, se non, per dir poco, incertissimo, confusissimo, e superficialissimo? Certo è che l’armonia della lingua nostra, qualunque ella sia, ed ancorchè asprissima, ci diletta, ed è sentita da noi molto più che quella della lingua greca, e quindi non avremmo alcuna ragione di preferir questa lingua per la bellezza, neppure alla tedesca, o alla russa. Forse la bellezza consisterà nella ricchezza? Ricchezza di frasi e di modi non si dà se non in una lingua ardita, perchè, di forme esatte e matematiche, tutte le lingue ne sono o ne possono essere egualmente ricche nè più nè meno: e questa ricchezza non può molto stendersi, essendo limitatissima per natura sua: giacchè la dialettica poco può variare, anzi derivando da principii uniformi e semplicissimi, tende e produce naturalmente somma uniformità e semplicità di dicitura. La ricchezza poi di parole puramente, giova alla bellezza, ma non basta di gran lunga; ed anch’essa è una qualità quasi estrinseca, e senza quasi accidentale alla lingua, la quale senza punto punto alterarsi, o scomporsi in niun [2417] modo può essere ed è, oggi più abbondante di parole, domani meno, secondo le circostanze nazionali, commerciali, politiche, scientifiche ec. Infatti la lingua francese è in verità ricchissima di parole, massime in filosofia, scienze, conversazione, manifatture, e in ogni uso e materia di società, di commercio ec. ec. e non per questo è bella, nè più bella dell’italiana, e neanche della spagnuola. La vera e non accidentale, ma essenziale bellezza di una lingua, quella che non si può perdere, se la lingua non si corrompe formalmente, è una bellezza intrinseca, e spetta all’indole della lingua; e questa non può consistere in altro che nell’ardire. Or questo ardire che cos’è, fuorchè la libertà di non essere esatta e matematica? Giacchè quanto all’esattezza, torno a dire, tutte le lingue ne sono egualmente capaci, e tutte per mezzo suo posson divenire, e diverrebbero uniformi affatto nell’indole, essendo la ragione, una; e non trovandosi varietà se non se nella natura. Quindi se lingua bella è lingua ardita e libera, ella è parimente lingua non esatta, e non obbligata 2418] alle regole dialettiche delle frasi, delle forme, e generalmente del discorso. Osservate tutte le lingue chiamate belle, antiche e moderne, greca, latina, italiana, spagnuola: in tutte troverete non altra bellezza propriamente che ardire, e questo ardire non posto in altro che nelle cose sopraddette. Osservate anche gli scrittori chiamati belli ed eleganti in ciascuna di tali lingue, e paragonateli con quelli che non lo sono. Osservate per se, ciascuna frase, forma ec. chiamata bella ed elegante, e paragonatela ec. Non v’è lingua bella che non sia lingua poetica, cioè non solo capace, anzi posseditrice d’una lingua distintamente poetica (come l’hanno tutte le suddette, e come non l’ha la francese), ma poetiche, generalmente parlando, eziandio nella prosa, benchè senza affettazione; vale a dir poetiche in quanto lingue, e non quanto allo stile, come sono sconciamente, e discordantissimamente poetiche tutte le prose francesi. Or lingua poetica, è lingua non matematica, [2419] anzi contraria per indole allo spirito matematico. (La sascrita, riputata bellissima fra le orientali, è notatamente arditissima e poeticissima.)

Quelli pertanto che essendo gelosissimi della purità e conservazione della lingua italiana, si scontorcono, come dice il Bartoli (Torto ec. c. 11.), ad ogni maniera di dire che non sia stampata sulla forma della grammatica universale, non sanno che cosa sia nè la natura della lingua italiana che presumono di proteggere, nè quella di tutte le lingue possibili. Ciascuna bellezza, sì di una lingua in genere (eccetto l’armonia e la ricchezza delle parole, o delle loro inflessioni), sì di un modo di dire in ispecie, è un dispetto alla grammatica universale, e una espressa (benchè or più grave or più leggera) infrazione delle sue leggi. (5. Maggio. 1822.). V. p. 2425.

L’animo forte ed alto resiste anche alla necessità, ma non resiste al tempo, vero ed unico trionfatore di tutte le cose terrene. Quel dolore profondissimo e ostinatissimo, che sdegnava e calpestava la consolazione volgare [2420] della sventura, cioè l’inevitabilità, e l’irreparabilità della medesima, e il non poterne altro, che rinasceva ogni giorno e talvolta con maggior forza di prima, che per lunghissimo spazio, era sembrato indomabile e inestinguibile, e piuttosto pareva accrescersi di giorno in giorno che scemarsi; per tutto ciò non può far che ricusi e non ammetta la consolazione del tempo, e dell’assuefazione che il tempo insensibilmente e dissimulatissimamente introduce, e che in ultimo, dopo ostinatissima guerra non si trovi vinto e morto, e che quell’animo feroce non pieghi il collo, e non s’adatti a strascinare il suo male senza sdegno, e senza forza di dolersene. E ben può egli avere sdegnato e rifiutato per lungo tempo anche la consolazione del tempo, ma non perciò l’ha potuta sfuggire. (5. Maggio. 1822.). Si può ricusare la consolazione della stessa necessità, ma non quella del tempo.

Il punto d’onore (come dicono gli spagnuoli) fu conosciuto egualmente dagli antichi e dai moderni, e quasi da tutte le società, benchè poco o [2421] niente civili, in qualunque tempo, come anche da’ Messicani, anche da’ selvaggi. Ed è naturale all’uomo posto in relazione cogli uomini. Tuttavia in questo punto gli antichi differiscono dai moderni, e i selvaggi dai civili, infinitamente, e l’utilità del punto d’onore che fra gli antichi e i selvaggi era somma, fra i moderni e civili è nulla o quasi nulla, o anche il contrario dell’utilità. Le ragioni eccole.

Il punto d’onore è una delle tante illusioni dell’uomo sociale, ed è tutto riposto nell’opinione. Or questa opinione (giacchè nella sostanza e verità delle cose esso non è nulla) può esser più o meno utile, ed esser utile o disutile secondo primieramente in quali cose ella ripone il punto d’onore (e questo è già chiaro), poi secondo il genere intrinseco di quest’onore per se, e la sua maggiore o minor grandezza, e la sua diversa qualità, e il suo peso specifico, indipendentemente dagli oggetti sui quali si esercita, o da’ quali deriva.

Paragoniamo ora gli antichi ai moderni, e in questo paragone saranno inclusi anche i [2422] selvaggi e i civili, mettendo quelli per gli antichi, e i civili in luogo de’ moderni. Per punto di onore quei due parenti o amici di Leonida (vedi meglio la storia) alle Termopile, ricusarono l’ambasciata che questi proponeva loro di fare, e dicendo ch’erano quivi per combattere, e non per portar lettere, restarono, e morirono coi loro compagni in difesa della patria, essendo già certi di non potere scampar la morte, quando fossero rimasti. Per punto d’onore quel giovane offeso pubblicamente da un altro, lo sforza a combattere colla spada, e mette a rischio la propria vita, e quella eziandio d’un amico intrinseco e carissimo, che inavvertentemente, o per un accesso di passione l’abbia ingiuriato.

Qui sono da considerar tre cose. 1. La forza del punto d’onore, e la necessità ch’egli impone. Questa è uguale in tutti e due i casi: perchè nell’uno e nell’altro l’infamia (secondo l’opinione ch’è il solo fondamento del punto d’onore) sarebbe stata la pena di quei due greci, e di questo giovane, se avessero contravvenuto alle leggi del punto d’onore. Sicchè questa forza (notate bene) non è niente scemata da’ tempi [2423] antichissimi in qua, se non forse nell’estensione, cioè in quanto ella opera in minor numero di persone. Ma in quelli in cui opera ell’è dello stesso valore.

2. L’utilità del punto d’onore ne’ due casi. Questa è chiaro che nel primo caso è somma, nel secondo è nulla, anzi in luogo suo v’ha una grandissima disutilità, e danno.

3. La grandezza e la qualità di quest’onore, ossia la natura di quell’idea che l’uomo se ne forma. Questa si può vedere considerando che il premio di quei due greci per aver osservato le leggi del punto d’onore, furono il rispetto e l’invidia portata dai loro concittadini ai loro parenti; la sepoltura pubblica; gli onori piuttosto festivi che funebri renduti alla loro memoria; gl’inni e i cantici de’ poeti e dei musici per tutta la Grecia, e quindi per sempre nelle altre nazioni civili; la ricordanza eterna delle storie patrie e forestiere; l’immortalità in somma, non solo presso i greci, ma presso tutti gli altri popoli colti, fino a oggidì. Il premio di quel giovane duellatore è la stima di pochi giovanastri suoi pari, d’una società di caffè, [2424] o per dir molto, degli scioperati d’una provincia; e bene spesso la carcere, o l’esilio volontario, la confisca dei beni ec.

In somma, considerando attentamente, si vede che l’onore antico, anche in quanto era oggetto del punto d’onore, non si differenziava dalla gloria, e da una gloria riconosciuta da tutti per tale; laddove il moderno in molti casi, e presso molta, e (per lo più) la miglior parte della società, non si differenzia dall’infamia. Questa è la più notabile ed importante diversità che passa fra l’onore antico e il moderno; che quello era gloria, e questo, per dir poco, è nulla.

La qual differenza si può vedere anche nelle cose, dove il punto d’onore moderno sarebbe utile, non altrimenti che l’antico. Che gloria, che immortalità si guadagna, che entusiasmo commove un uffiziale che per punto d’onore, tien fermo in un posto pericolosissimo, o vi resta morto? Si può veramente dire che l’onor moderno è tutto opinione, e più opinione di quel che lo fosse l’antico. Giacchè l’onor moderno sebbene riconosciuto da molti, sta tutto nell’opinione [2425] individuale di ciascuno per se, e dopo ch’egli n’ha osservato le leggi, anche con suo sommo sacrificio, nessuno onore gliene viene, neanche dall’opinione degli altri, che lo dispensa. Come quegli atti secreti di virtù, quelle buone opere di pensiero, che in questo mondo non son premiate se non dalla propria coscienza. Tutto l’opposto succedea fra gli antichi.

Era punto d’onore nelle truppe spartane il ritornare ciascuno col proprio scudo. Circostanza materiale, ma utilissima e moralissima nell’applicazione, non potendosi conservare il loro scudo amplissimo (tanto che vi capiva la persona distesa), senza il coraggio di far testa, e di non darsi mai alla fuga, che un tale scudo avrebbe impedita. (6. Maggio 1822.)

Alla p. 2419. Come può esser bella una lingua che non ha proprietà? Non ha proprietà quella lingua che nelle sue forme, ne’ suoi modi, nelle sue facoltà non si distingue dalle forme, modi, facoltà della grammatica generale, e del discorso umano regolato dalla dialettica. Una lingua regolata da questa sola [2426] non ha niente di proprio; tutto il suo è comune a tutte le nazioni parlanti, e a tutte le altre lingue; il suo spirito, la sua indole, il suo genio non è suo, ma universale; vale a dire ch’ella non ha veruna originalità, e quindi non può esser bella, cioè non può esser nè forte, nè distintamente nobile, nè espressiva, nè varia (quanto alle forme), nè adattata all’immaginazione, perchè questa è diversissima e moltiplice, e nel tempo stesso ella è la sola facoltà umana capace del bello, e produttrice del bello. Ora che cosa vuol dire una lingua che abbia proprietà? Non altro, se non una lingua ardita, cioè capace di scostarsi nelle forme, nei modi ec. dall’ordine e dalla ragion dialettica del discorso, giacchè dentro i limiti di quest’ordine e di questa ragione, nulla è proprio di nessuna lingua in particolare, ma tutto è comune di tutte. (Parlo in quanto alle forme, facoltà ec. e non in quanto alle nude parole, o alle inflessioni delle medesime, isolatamente considerate.) Dunque se non è, nè può esser bella la forma di una lingua che non ha proprietà, non è nè può esser [2427] bella una lingua che nella forma sia tutta o quasi tutta matematica, e conforme alla grammatica universale. E così di nuovo si viene a concludere che la bellezza delle forme di una lingua (tanto delle forme in genere, quanto di ciascuna in particolare) non può non trovarsi in opposizione colla grammatica generale, nè esser altro che una maggiore o minor violazione delle sue leggi.

La lingua francese si trova nel caso detto di sopra: poich’ella in quanto alla forma, esattamente parlando, non ha proprietà, vale a dir che non ha qualità sua propria, ma tutte le ha comuni con tutte le lingue, e colla ragione universale della favella. Il che quanto noccia alla originalità, anzi l’escluda, e quanto per conseguenza favorisca la mediocrità, anzi la richieda e la sforzi, resta chiaro per se stesso. (Bossuet, scrittore non mediocre, ebbe bisogno di domare, come gli stessi francesi dicono, la sua lingua; e come dico io, fu domato e forzato alla mediocrità dello stile, dalla sua lingua. E così lo sono tutti quegli scrittori francesi [2428] che hanno sortito un ingegno naturalmente superiore al mediocre. Nè più nè meno di quello che la società, e lo spirito della nazion francese, sforzi alla mediocrità in ogni genere di cose gli uomini i più elevati della nazione, e gli spiriti più superiori all’ordinario. Essendo la mediocrità non solo un pregio, ma una legge in quella nazione, dove il supremo dovere dell’uomo civile, è quello d’esser come gli altri).

Dalle dette considerazioni segue che la lingua francese, non avendo nessuna o quasi nessuna proprietà, e quindi ripugnando alla vera e decisa originalità dello stile (ben diversa da quelle minime differenze dell’ordinario, che i francesi esaltano come somme originalità), non può aver lingua poetica; e così è nel fatto.

Segue ancora, che, non avendo niente di proprio, ma tutto comune a tutte le lingue, e tutto proprio del discorso umano in quanto discorso umano, dev’essere accomodata sopra tutte alla universalità: e così è realmente. (7. Maggio 1822.)

 

 

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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2006