Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[1915] Una cagione del piacere che produce la semplicità nelle opere d’arte, o di scrittura, o in tutto ciò che spetta al bello; cagione universale, e indipendente dall’assuefazione quanto al totale dell’effetto, ed inerente alla natura del bello semplice; si è il contrasto fra l’artefatto e l’inartefatto, o la perfetta apparenza dell’inartefatto. Contrasto il quale può essere 1. tra le altre bellezze e qualità dell’opera, che stante la loro perfezione, non paiono poter essere inartefatte, e la semplicità o naturalezza che tutte le veste e le comprende, la quale è, o pare del tutto inartefatta: 2. fra la stessa natura della semplicità e naturalezza che per se stessa par che includa lo spontaneo e non artefatto, e il sapere o accorgersi bene (com’è naturale) ch’essa, malgrado questa perfetta apparenza, è non per tanto artefatta, e deriva dallo studio. Contrasto il quale produce la meraviglia che sempre deriva dallo straordinario, [1916] e dall’unione di cose o qualità che paiono incompatibili ec. Siccom’è il ricercato colla sembianza del non ricercato. Sottilissime, minutissime, sfuggevolissime sono le cause e la natura de’ più grandi piaceri umani. E la maggior parte di essi si trova in ultima analisi derivare da quello che non è ordinario, e da ciò appunto, ch’esso non è ordinario. ec. (14. Ott. 1821.). La maraviglia principal fonte di piacere nelle arti belle, poesia, ec. da che cosa deriva, ed a qual teoria spetta, se non a quella dello straordinario?

Molte parole che in una lingua sono triviali e volgari, molte applicazioni o di parole o di frasi che in quel tal senso sono ordinarissime nella lingua da cui si prendono, riescono elegantissime e nobilissime ec. trasportandole in un’altra lingua, a causa del pellegrino. Questo è ciò che accade a noi spessissimo trasportando nell’italiano, voci o frasi latine. Sarebbe ben poco accorto chi trovandole volgari e dozzinali in latino, le credesse per ciò tali in italiano. Se in latino sono comuni e plebee, in italiano possono essere del tutto divise dal volgo e nobilissime. Elegantemente il Petrarca nel Proemio:

[1917] Ma ben veggi’or sì come al popol tutto

Favola fui gran tempo.

E pur questa frase potè ben essere molto, se non altro usitata, anche nel parlar latino, dove sappiamo che fabulare, e fabula si adopravano comunemente per parlare chiacchierare, giacchè n’è derivato il nostro favellare e favella, e lo spagnuolo fablar, oggi hablar. Ma favola in nostra lingua oggi non vuol dir propriamente altro che novella falsa; ond’è che presa questa voce nel detto senso riesce elegantissima e di più riceve presso noi un’intelligenza quanto significativa, tanto diversa da quella che le davano i latini nella frase simile, dove usurpavano fabula, per favella o ciancia.

Parimente discorro in ordine ad altre lingue, alle parole e frasi italiane, o usi diversi delle medesime, passate nello spagnuolo, e viceversa. ec. ec. (14. Ott. 1821.)

Moltissime volte o l’eleganza o la nobiltà (quanto alla lingua) deriva [1918] dall’uso metaforico delle parole o frasi, quando anche, come spessissimo e necessariamente accade, il metaforico appena o punto si ravvisi. Moltissime volte per lo contrario deriva dalla proprietà delle stesse parole o frasi, quando elle non sono usitate nel senso proprio, o quando non sono comunemente usitate in nessun modo, o essendo usitate nella prosa non lo sono nella poesia, o viceversa, o in un genere di scrittura sì, in altra no, ec. (La precisione sola non può mai produrre nè eleganza nè nobiltà, nè altro che precisione e angolosità di stile.). V. p. 1925. fine.

Quindi è che parlando generalmente e di un intiero stile (giacchè l’effetto generale, deriva e si conforma agli effetti particolari), in un secolo e in una nazione dove le parole e frasi sieno poco usitate nel senso proprio scrivendo, dove sia molto in uso lo stile metaforico (dentro i limiti però dell’eleganza), uno stile proprio, e composto anche, purchè con certa arte, di parole e frasi pedestri, familiari, e spettanti ai particolari, riuscirà [1919] elegantissimo. E viceversa supponendo il caso contrario. Quindi possiamo osservare, congetturare, specificare, distinguere i diversi effetti che hanno prodotto ne’ diversi secoli e le diverse opinioni in cui (dentro i limiti del bello) sono stati avuti gli scrittori italiani di diverso stile, nella stessa Italia: come i trecentisti, paragonati co’ cinquecentisti, ec. ec. Quindi possiamo anche notare la istabilità delle riputazioni e degli effetti di un’opera di belle arti, o di scrittura, sulle quali si stima che il giudizio spassionato del pubblico, sia come giusto, così invariabile. Giusto concedo, invariabile nego; massime in lungo corso di secoli, e in qualche diversità di nazioni, e di costumi ec.

Queste teorie dalla lingua, si possono trasportare ai concetti, alle maniere, e a tutto ciò che nello stile non appartiene alla lingua. Si troveranno gli stessi effetti e le stesse cagioni, dappertutto l’eleganza o la nobiltà, derivante dal pellegrino [1920] o sia tale come proprio, o sia come traslato; e tanta maggiore uniformità si dovrà trovare in detti effetti e cagioni, quanto che le parti dello stile spettanti alla lingua sono così legate con quelle che non le appartengono, che appena se ne possono mai sceverare. (14. Ott. 1821.)

Siccome il piccolo è grazioso, così il grande per se stesso, sotto ogni aspetto, (anche il grande però è relativo) è contrario alla grazia. E mal sarebbe accolto quel poeta che personificando p.e. un monte gli attribuisse qualità o sensi dilicati ec. o che attribuisse della grandezza a qualunque soggetto da lui descritto o trattato come grazioso o delicato; o che introducesse la grandezza qualunque, in un genere o argomento grazioso ec. se ciò non fosse per un contrasto. Eppure astrattamente parlando non c’è ragione perchè il grande non possa esser grazioso, e quello ch’è grande per noi, è o può esser piccolo per altri ec. ec. [1921] (14. Ott. 1821.)

Si può dire che il dilicato in ordine alle forme ec. non consiste in altro che in una proporzionata e rispettiva piccolezza del tutto o delle parti. E viceversa il grossolano, o ciò ch’è di mezzo fra il grossolano e il dilicato. La qual proporzione, la qual piccolezza è determinata dall’assuefazione. La piccolezza del piede delle Chinesi a noi parrebbe sproporzionata. La natura non entra qui (come non entra altrove) o non basta a tali determinazioni. La più lunga vita della donna più grande nei nostri vestiarii d’oggidì è più corta della più corta vita dell’uomo il più piccolo, o almeno il più mediocre ec. ec.

Applicate queste osservazioni al dilicato immateriale ec.

Quello che noi chiamiamo sveltezza di forme, non è altro che dilicatezza cioè piccolezza rispettiva, come di una proporzione rispetto ad un’altra, della larghezza rispetto alla lunghezza ec. Il tutto determinato dall’assuefazione [1922] e soggetto a variare seco lei. (15. Ott. 1821.)

Non può nessuno vantarsi di essere perfetto in veruna umana disciplina, s’egli non è altresì perfetto in tutte le possibili discipline e cognizioni umane. Tanta è la forza e l’importanza de’ rapporti che esistono fra le cose le più disparate, non conoscendo i quali, nessuna cosa si conosce perfettamente. Or siccome ciò che ho detto è impossibile all’individuo, perciò lo spirito umano non fa quegl’immensi progressi che potrebbe fare. E però certo che se non perfettamente, almeno quanto è possibile, è realmente necessario di esser uomo enciclopedico, non per darsi a tutte le discipline e non perfezionarsi o distinguersi in nessuna, ma per esser quanto è possibile perfetto in una sola. In ciò l’opinione del tempo è ragionevole. Chi almeno nella superficie non è uomo enciclopedico, non può veramente considerarsi (ed oggi non si considera) come gran letterato, o insigne in veruna disciplina intellettuale. Massimamente poi bisogna [1923] essere enciclopedico dentro il circolo di quelle cognizioni ec. che sebben separate e distinte, hanno maggiore, e più certo ed evidente rapporto e affinità colla disciplina da voi professata. (15. Ott. 1821.)

Notate. L’uomo in assoluto stato di natura, il bambino, non differisce dagli animali (massime da quelli che nella catena del genere animale sono più vicini alla specie umana), se non per un menomo grado ch’egli ha di maggior disposizione ad assuefarsi. La differenza è dunque veramente menoma, e perfettamente gradata, fra l’uomo in natura, e l’animale il più intelligente, come fra questo e l’altro un po’ meno intelligente ec. Ma di menoma, diventa somma, coll’esser coltivata, cioè col porre in atto e in esercizio quella alquanto maggiore disposizione che l’uomo ha ad assuefarsi. Un’assuefazioncella ch’egli può acquistare, e l’animale no, perchè alquanto meno disposto, ne facilita un’altra. Due assuefazioni (se così posso esprimermi) già acquistate, mediante [1924] quel piccolissimo mezzo di più, che la natura ha dato all’uomo, gliene facilitano altre sei o otto, ed accrescono nella stessa proporzione la facilità di acquistarle. Ecco che l’uomo viene acquistando mediante le sole assuefazioni la facoltà di assuefarsi. La quale da una piccolissima disposizione naturale, quasi dal grano di senapa, cresce sempre gradatamente, ma con proporzioni sempre crescenti, in modo che a forza di assuefazioni acquistate, e della facoltà di assuefarsi, l’uomo arriva a differenziarsi infinitamente da qualunque animale e dall’intera natura. E similmente col progresso delle generazioni arriva colla stessa proporzione crescente, a sempre più differenziarsi dal suo stato naturale, dagli uomini primitivi, dagli antichi ec. ec. L’andamento, o il così detto perfezionamento dello spirito umano rassomiglia interamente alla progressione geometrica che dal menomo termine, con proporzione crescente arriva all’infinito. Siccome [1925] appunto l’uomo da una menoma differenza o superiorità di naturale disposizione arriva ad una interminabile differenza dagli altri animali. E non è dubbio che quella che si chiama perfettibilità dell’uomo è suscettibile di aumento in infinito come la progression geometrica, e di aumento sempre proporzionalmente maggiore. (15. Ott. 1821.)

La lingua del bambino chi dirà che abbia la facoltà di favellare? Non ne ha che la disposizione. Così quella del muto.Così quella di chi per circostanze non fisiche non ha mai acquistato la pronunzia di tale o tal lettera. Se ciò è avvenuto per circostanze fisiche, allora con ragione diremo ch’egli non aveva la disposizione necessaria ad acquistar la facoltà di quella pronunzia. (15. Ott. 1821.)

Alla p. 1918. I rettorici sanno bene che tanto dà nobiltà, eleganza, grandezza al discorso il nominar la parte in luogo del [1926] tutto, quanto il tutto in luogo della parte. (Così dico d’altre simili figure. La specie per il genere, l’individuo o pochi individui per il genere o la specie o la moltitudine ec. il poco per il molto ec.) La parte è inferiore al tutto, e il nominarla par che debba impiccolire l’idea. Pure avviene il contrario, perchè la locuzione diventa non ordinaria, e divisa dal volgo. E il buon effetto di tali figure che mentre impiccoliscono in fatto, ingrandiscono nell’idea, può anche derivare dal contrasto ec. (15. Ott. 1821.)

La lingua italiana è certo più atta alle traduzioni che non sarebbe stata la sua madre latina. Fra le lingue ch’io conosco non v’è che la greca alla quale io non ardisca di anteporre la nostra in questo particolare, nel quale però poca esperienza fecero i greci della lor lingua. (16. Ott. 1821.)

È cosa tuttogiorno osservabile come sieno difficili ad estirpare le opinioni e i costumi popolari, (anche i più falsi, dannosi, vergognosi, derivanti da’ più sciocchi pregiudizii ec.) come lunghissimi secoli dopo che n’è mancata, per così dire, o la ragione, o l’utilità ec. esse tuttavia durino, o se ne trovino notabili vestigi ec. Eppur la moda cambia le usanze del vestire, e di tutto ciò a [1927] cui essa appartiene, ancorchè ottime, utilissime, convenientissime al tempo ec. e le cambia in un punto, e universalmente, e in modo che brevemente si perde ogni vestigio della usanza passata. Questo principalmente fra i popoli colti, i quali però non sono quasi meno restii degli altri nel disfarsi di tutto ciò che non è soggetto all’imperio della moda, per cattivo, falso, inutile, dannoso, brutto che possa essere. (16. Ott. 1821.)

Molti leggono o vedono le buone e classiche opere di poesia, di letteratura, d’arti belle ec. che giornalmente vengono alla luce, ma nessuno le studia, finchè non sono divenute antiche; e studiandole, non vi proverebbe quel piacere che prova nelle antiche, non vi troverebbe in nessun modo quelle bellezze ec. Che cosa è questa se non opinione e prevenzione sul bello? (16. Ott. 1821.)

Quello che altrove ho detto sugli effetti della luce, o degli oggetti visibili, in riguardo all’idea dell’infinito, si deve applicare parimente al suono, al canto, a tutto ciò che [1928] spetta all’udito. È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi, o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando, e divenendo insensibile; o anche viceversa (ma meno), o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l’orecchio e l’idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s’ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti ec. Stando in casa, e udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perchè nè l’udito nè gli altri sensi non arrivano a determinare nè circoscrivere la sensazione, e le sue concomitanze. È piacevole qualunque suono (anche vilissimo) che largamente e vastamente si diffonda, come in taluno dei detti casi, massime se non si vede l’oggetto da cui parte. A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà (quando non sia vinto dalla paura) il fragore del tuono, massime quand’è più sordo, quando è udito [1929] in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta, o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocchè oltre la vastità, e l’incertezza e confusione del suono, non si vede l’oggetto che lo produce, giacchè il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi, o la voce ec. Perocchè l’eco non si vede ec. E tanto più quanto il luogo e l’eco è più vasto, quanto più l’eco vien da lontano, quanto più si diffonde; e molto più ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono, nè i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto più quanto più negligentemente son messe, e toccando il soggetto, senza mostrar [1930] l’intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d’ignorare l’effetto e le immagini che son per produrre, e di non toccarli se non per ispontanea, e necessaria congiuntura, e indole dell’argomento ec. V. in questo proposito Virg. Eneide 7. v.8. seqq. La notte, o l’immagine della notte è la più propria ad aiutare, o anche a cagionare i detti effetti del suono. Virgilio da maestro l’ha adoperata. (16. Ott. 1821.)

Posteri, posterità, (e questo più perchè più generale) futuro, passato, eterno, lungo in fatto di tempo, morte, mortale, immortale, e cento simili, son parole di senso o di significazione quanto indefinita, tanto poetica e nobile, e perciò cagione di nobiltà, di bellezza ec. a tutti gli stili. (16. Ott. 1821.)

L’effetto della significazione della fisonomia umana, riconosce anch’esso per sua prima cagione ed origine l’esperienza e l’assuefazione Il bambino non sa nulla che cosa significhi [1931] la più viva e marcata fisonomia, e quindi in ordine alla di lei significazione, non può provarne verun effetto nè piacevole nè dispiacevole. Col tempo, e tanto più presto quanto egli è più disposto naturalmente ad assuefarsi, e disposto o assuefatto ad attendere, e quindi a confrontare, e a legare i rapporti, egli conosce che l’uomo dabbene, o l’uomo che gli fa carezze ec. ha, o piglia la tale o tal aria di fisonomia ec. e appoco appoco si forma le idee delle varie corrispondenze che sono tra il di fuori e il di dentro degli uomini. Ma vi s’inganna assai più degli uomini, quantunque, anzi perciò appunto ch’egli è più suscettibile d’impressione nelle cose sensibili ec. ec. ec.

La significazione stessa che la natura ha data alla fisonomia umana non si deve intendere se non a minori, cioè ch’ella non esisterebbe, se ciascun uomo non osservasse l’effetto generale, e gli effetti particolari, [1932] momentanei ec. che per natura produce l’interno sul viso (come appunto la natura ha dato agli affetti interiori una piena e variata influenza e corrispondenza coi moti del corpo, colle voci naturali, co’ tuoni della voce e sue modulazioni, colle azioni, con tutto l’abito esterno, colla lentezza o prestezza, vivezza o freddezza degli atti ec. l’imitazione delle quali qualità fa la espressione della musica dell’armonia imitativa de’ versi o delle parole ec. ec.), effetti che la natura ha per altro disposti a suo pieno arbitrio, e senza considerazione del bello. Chi non osserva, o chi meno osserva, per lui la fisonomia non significa molto, o nulla, ed egli non sente molto quel bello umano che deriva dalla significazione della fisonomia, come neppure quel bello delle arti o poesia ec. (16. Ott. 1821.)

Un cieco (uomo o animale) è quasi senza espressione (cioè senza nessuna significazione viva) di fisonomia, nè costante nè momentanea. (16. Ott. 1821.)

La lode di se stesso la quale ho detto non esser altro che naturalissima all’uomo, e in tanto solo condannata nella società, e divenuta oggetto di una certa ripugnanza all’individuo (che par naturale e non è) in quanto l’uomo odia l’altro uomo; è sempre tanto più o meno in uso ec. quanto la società è più o meno stretta, e la civiltà più [1933] o meno avanzata. Presso gli antichi ella non fu mai così deforme, nè soggetta al ridicolo come oggi. Esempio di Cicerone. Oggi la modestia è tanto più minuziosa e scrupolosa nelle sue leggi quanto la nazione è più civile e socievole. Quindi in Francia queste leggi sono nell’apice del rigore, e in Francia riescono intollerabili gli antichi quando si lodano da se come Cicerone e Orazio (v. l’apologia che fa Thomas di Cicerone in tal proposito, nell’Essai sur les Éloges), ed è proibito sotto pena del più gran ridicolo, a chi scrive e a chi parla il mostrare di far conto di se o delle cose sue, il parlar di se senza grand’arte, il non affettar disprezzo di se e delle proprie cose. ec. Questi effetti nelle altre nazioni sono proporzionati al più o meno di francese che si trova ne’ loro costumi, o in quelli de’ loro individui. (La Francia non ha differenza d’individui, essendo tutta un individuo). I tedeschi [1934] che certo non sono incivili, pur si vede ne’ loro scrittori, che parlano volentieri di se, e danno a se stessi, alle loro azioni, famiglie, casi, scritti ec. un certo peso, e in un certo modo che riuscirebbe ridicolo in Francia ec. (17. Ott. 1821.). Similmente possiamo discorrere degl’italiani.

Dico che l’effetto della musica spetta principalmente al suono. Voglio intender questo. Il suono (o canto) senz’armonia e melodia non ha forza bastante nè durevole anzi non altro che momentanea sull’animo umano. Ma viceversa l’armonia o melodia senza il suono o canto, e senza quel tal suono che possa esser musicale, non fa nessun effetto. La musica dunque consta inseparabilmente di suoni e di armonia, e l’uno senza l’altro non è musica. Il suono in tanto è musicale in quanto armonico, l’armonia, in quanto applicata al suono. Sin qui le partite sarebbero uguali. Ma io attribuisco l’effetto principale al suono perch’esso è propriamente quella [1935] sensazione a cui la natura ha dato quella miracolosa forza sull’animo umano (come l’ha data agli odori, alla luce, ai colori); e sebbene egli ha bisogno dell’armonia, nondimeno al primo istante, il puro suono basta ad aprire e scuotere l’animo umano. Non così la più bella armonia scompagnata dal suono. Di più se il suono non è gradevole, cioè non è di quelli a cui la natura diede la detta forza, unito ancora colla più bella armonia, non fa nessun effetto; laddove uno dei detti suoni gradevoli ec. unito ad un’armonia di poco conto, fa effetti notabilissimi.

Del resto accade nella musica come negli oggetti visibili. La luce e il suono ricreano e dilettano per natura. Ma il diletto dell’una e dell’altro non è nè grande nè durevole, se non sono applicati, questo all’armonia, quella, non solo ai colori (che i colori son come i tuoni, e di poco durevole diletto, sebben più durevole di quello della luce semplice o del bianco), ma agli oggetti [1936] visibili o naturali o artefatti, come nella pittura, che applica, distribuisce ed ordina al miglior effetto i tuoni della luce, come l’armonia quelli del suono. I colori non hanno che fare coll’armonia, ma hanno un altro modo di dilettare. I tuoni del suono non hanno se non l’armonia, a cui possano essere dilettevolmente applicati. (17. Ott. 1821.)

Tutto può degenerare e degenera, fuorchè le parole e le lingue astrattamente considerate. Quella parola mutata di significazione e di forma in modo che appena o non più si ravvisi la sua origine e la sua qualità primitiva, non è men buona (in tutta l’estensione del termine) di quella ch’era nel suo primissimo nascere. Così una lingua. Non v’è dunque propriamente nè degenerazione nè corruzione per le parole o per le lingue. E ciò che s’intende per corruzione di esse non è altro che allontanamento dal loro stato e forma primitiva, o da quello che presero quando furono [1937] stabilite e formate. Altrimenti le lingue e le voci non si corromperebbero mai. Purità di lingua non può dunque essere, e non è altro che uniformità colla sua indole primitiva. (17. Ott. 1821.). V. p. 1984.

Quando si comincia a gustare una nuova lingua, le cose che più ci piacciono e ci rendono sapor di eleganza, sono quelle proprietà, quelle facoltà, modi, forme, metafore, usi di parole o di locuzioni, che si allontanano dal costume e dalla natura della nostra lingua, senza però esserle contrarie, e senza discostarsene di troppo. (Così anche nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutto quei suoni che non sono propri della nostra, o del nostro costume, nel qual proposito v. la .1965. fine.) (Ecco appunto la natura della grazia: lo straordinario fino a un certo segno, e in modo ch’egli faccia colpo senza choquer le nostre assuefazioni ec.) Questo ci accade nel leggere, nel parlare nello scrivere uella tal lingua. (In tutti tre i casi però può aver luogo un’altra sorgente di piacere, cioè l’ambizione o la compiacenza di sapere intendere o adoperare quelle tali frasi, di parer forestiere a se stesso, di aver fatto progressi, vinto le difficoltà ec.) E ciò accade quando anche in quella lingua o in quel caso, quelle tali forme non sieno per verità eleganti. E dove noi vediamo una decisa e per noi eccessiva conformità colla nostra lingua, quivi noi proviamo un senso [1938] di trivialità ed ineleganza, quando anche ella sia tutto l’opposto: come alla prima giunta ci accade nell’elegantissimo Celso, il quale ha molti modi ed si similissimi all’indole italiana: e così spesso ci accade egli scrittori latini antichi, o moderni massimamente (perchè questi non hanno in favor loro la prevenzione, e la certezza che dicono bene.). (17. Ott. 1821.). V. p.1965.

Alla p.1120. La parola vastus si considera come aggettivo, e il suo senso proprio si crede quello di latus, amplus ec. (v. Forcell.), e quando esso significa vastatus, questo si piglia per una metafora derivata da questo che quae vacua sunt loca vasta et maiora videntur (Forcell.) Io penso che vastus non sia che un participio di un verbo perduto di cui vastare (guastare) sia il continuativo; che il suo senso proprio fosse quello dell’italiano guasto (ch’è la stessa parola), analogo a quello di vastatus; che la metafora sia venuta (nel modo detto dal Forcellini) dal guasto all’ampio, il che mi par molto più naturale che viceversa; [1939] ed osservo che il più antico es. di vastus fra i molti portati dal Forcell. è nel senso di vastatus, e che il nostro guasto cioè vastus, è appunto uno de’ participj di guastare, cioè vastare. Vastus di participio dovette appoco appoco divenire aggettivo (prima nel senso di vastatus, e poi di latus) come desertus, anch’esso participio, passato poi in una specie d’aggettivo, di significato simile al primitivo di vastus, con cui gli scrittori talvolta lo congiungono. (17. Ott. 1821.)

Come il giovane non si persuade mai del vero prima dell’esperienza, così i genitori e quelli che hanno cura della gioventù (malgrado la prova che n’hanno in se stessi) non si persuadono mai che l’insegnamento non possa ne’ giovani supplire all’esperienza. Non si persuadono dico se non dopo aver fatto essi pure esperienza di ciò; e pur troppo (siccome le persone d’ingegno e di talento facilmente assuefabile e persuadibile, son rare) non basta loro una o due o più esperienze, ma hanno sempre bisogno di un’esperienza individuale intorno a quel tal giovane che loro è commesso. Del resto come il giovane fa sempre eccezione di se stesso e de’ casi suoi, dalle regole e dall’ordine generale ch’egli spesso conosce assai bene; così gli educatori fanno eccezione di [1940] ciascun giovane dall’ordine generale, e dalla natura de’ suoi coetanei. (18. Ott. 1821.)

Quanto influisca l’opinione, la prevenzione, la ricordanza, l’assuefazione ec. sul gusto o disgusto che producono negl’individui i sapori, o considerati come semplici, o in composizione, è cosa giornalmente osservabile e osservata. (18. Ott. 1821.)

Ho detto che un color piacevole, malamente si chiama bello, come non si ponno chiamar belli i sapori che piacciono. Osservo ed aggiungo che la categoria del bello spetta più a’ sapori che ai colori. I sapori hanno armonia, cioè convenienza, la quale se non si chiama bellezza, ciò non deriva che dal costume. Un sapore ch’è buono o cattivo isolato, diviene il contrario in tale o tal composizione. I sapori sono per lo più composti, e non piacciono nè disgustano se non per l’armonia o disarmonia che hanno tra loro, in ciascuna composizione. Della quale armonia o disarmonia giudica l’assuefazione, e tutte quelle qualità [1941] umane che giudicano e sentono il bello, e ne diversificano infinitamente il giudizio, come appunto accade nei sapori, de’ quali si suol dire più appropriatamente de gustibus non est disputandum. Quanto ai sapori elementari, come il dolce, l’amaro ec. gl’individui sono meno discordi nel giudicarne, perch’essi son fuori dell’armonia la quale dipende dalla sola assuefazione. Non però in modo che anche nel giudizio di essi non influiscano le assuefazioni e le circostanze individuali, nazionali ec. Osservando che l’armonia o disarmonia de’ sapori è determinata nella massima parte dall’assuefazione, non ci maraviglieremo che le cucine e i gusti delle diverse nazioni, differiscano tanto più quanto esse nazioni sono più lontane e diverse; onde molti cibi e bevande predilette presso una nazione, sono disgustosissime a’ forestieri; e così pur sappiamo di molti cibi o bevande presso noi detestabili, e di cui gli antichi i più gastronomi e lussuriosi e di buon gusti erano ghiottissimi. E di ciò, stante le dette [1942] considerazioni non ci maraviglieremo, nè faremo difficoltà di crederlo, massime vedendo tante decise contrarietà di gusti fra le nazioni moderne le più polite e le più vicine, come fra i francesi e gl’inglesi. Il gusto o disgusto dei sapori elementari, e il più o meno piacevole o dispiacevole dei medesimi, è determinato in gran parte dalla natura, ed è esso medesimo elementare, come quello dei colori, dei suoni, degli odori. (Intendo per sapori e odori elementari i naturali, o le qualità specifiche del sapore, come la dolcezza nel zucchero, benchè il zucchero non sia sostanza semplice.) Ma nella loro armonia che è determinata il più dall’assuefazione, variano i gusti de’ luoghi, de’ tempi, degl’individui, come in tutte le altre armonie: i popoli naturali amano dei cibi o bevande disgustosissime per noi, e viceversa ec.

Ora mentre i sapori in quanto sapori sono suscettibili di armonia e disarmonia, e quindi di piacere e dispiacere, come i suoni o tuoni; i colori in quanto colori non ne sono suscettibili, e però in quanto [1943] colori non entrano nella sfera del bello. Certo è che considerando i colori isolatamente e senza applicarli ai diversi oggetti colorati, naturali o artefatti, (i quali sono piacevoli o dispiacevoli per altri generi d’armonie) poco o nulla di armonia o disarmonia, di gusto o disgusto, sente l’uomo nelle diverse combinazioni e gradazioni di colori, quando essi non esprimono nulla. Laddove le diverse combinazioni e disposizioni e gradazioni de’ sapori e de’ suoni non possono essere senz’armonia o disarmonia, gusto o disgusto del palato o dell’udito, e questo maggiore o minore.

La causa di questa differenza, non è altra che la mancanza di assuefazioni determinanti e creanti l’armonia o disarmonia de’ colori puri. E la causa di questa (se non totale, quasi totale) mancanza (che rende ridicolo il tentativo fatto di una musica a colori), non può esser altra, secondo me, che la stessa immensità delle assuefazioni, [1944] sensazioni, esercizi, occupazioni variatissime della vista, applicandola sempre agli oggetti, la distrae dal considerare le loro qualità visibili indipendentemente da essi, in modo bastante a formarsi di esse sole assuefazioni bastanti a rendere armonica o disarmonica la loro pura composizione. La vista è il più materiale di tutti i sensi, e il meno atto a tutto ciò che sa di astratto. Perciò la vista e i suoi piaceri sono le predilette sensazioni dell’uomo naturale. ec. ec. ec. V. Costa, Dell’Elocuzione.

Per lo contrario dovremo dire dell’odorato, il quale essendo il meno esercitato de’ sensi umani, non si è creato neppur esso veruna sufficientemente determinata armonia o disarmonia nelle sue sensazioni cioè negli odori. Si danno odori composti, come sapori, ma l’odorato non è quasi capace di distinguere in essi l’armonia o disarmonia degli elementi, e quell’elemento che armonizza, e quello che disarmonizza, come pur fa il palato ne’ sapori. E questo [1945] e quello però secondo le diverse assuefazioni e le diverse abitudini di attendere, che hanno acquistate i diversi individui in questi due sensi. Giacchè è noto quanto il senso dell’odorato sia suscettibile di raffinamenti, di attenzioni ec. V. Magalotti Lettere scientifiche. Ed arrivo a dire che l’uomo è più capace di crearsi un’armonia di odori che di colori, e che esiste effettivamente fra gli uomini una maggior determinazione di quella che di questa armonia. ec. ec. ec. (18. Ott. 1821.)

Da tutto ciò si rilevi come l’armonia cioè il bello sia pura opera e creatura dell’assuefazione tanto che se questa non esiste non esiste neppur l’idea dell’armonia, neanche dov’ella parrebbe più naturale. (18. Ott. 1821.)

Alla p. 1660. Siccome le pronunzie variano secondo i climi e i popoli, così è verisimile che il latino passato p.e. nelle Gallie, o quando lo riceverono da’ Galli i Franchi, cominciasse subito a pronunziarsi in modo simile a quello che si pronunzia il francese, [1946] scrivendolo però nel modo che l’avevano ricevuto, cioè come facevano i latini. Quindi la differenza tra la scrittura e la pronunzia, e i difetti della rappresentazione de’ suoni. Infatti anche oggi i francesi gl’inglesi i tedeschi ec. leggono il latino come la loro lingua. Nel che è tanto verisimile che si accostino alla pronunzia latina, quanto è vero che i latini fossero inglesi ec. Laddove essi erano italiani, e questo clima e questo popolo che fu latino, è naturale che abbia conservata la massima parte della vera pronunzia delle scritture latine, non avendo nessun motivo di cangiarla. (18. Ott. 1821.). V. p. 1967.

Ho detto che la lingua italiana è suscettibile di tutti gli stili, e ho detto che la conversazione francese non si può mantenere in italiano. Questa non è contraddizione. L’indole della nostra lingua è capace di leggerezza, spirito, brio, rapidità ec. come di gravità ec. è capace di esprimere tutte le nuances della vita sociale, ec. ma non è capace, come nessuna lingua lo fu, di [1947] un’indole forestiera. Così riguardo alle traduzioni. Ell’è capace di tutti i più disparati stili, ma conservando la sua indole, non già mutandola; altrimenti la nostra lingua converrebbe che mancasse d’indole propria, il che non sarebbe pregio ma difetto sommo. L’originalità della nostra lingua (ch’è marcatissima) non deve soffrire, applicandola a qualsivoglia stile o materia. Questo appunto è ciò di cui ella è capace, e non di perderla ed alterare il suo carattere per prenderne un altro forestiero, del che non fu e non è capace nessuna lingua senza corrompersi. E il pregio della lingua italiana consiste in ciò che la sua indole, senza perdersi, si può adattare a ogni sorta di stili. Il qual pregio non ha il tedesco, che ha la stessa adattabilità e forse maggiore, non però conservando il suo proprio carattere. Or questo è ciò che potrebbero fare tutte le lingue le più restie, perchè rinunziando alla propria indole, e in somma corrompendosi, facilmente possono adattarsi a questo o quello stile forestiero. [1948] L’art de traduire est poussé plus loin en allemand que dans aucun autre dialecte européen. Voss a transporté dans sa langue les poëtes grecs et latins avec une étonnante exactitude; et W. Schlegel les poëtes anglais, italiens et espagnols, avec une vérité de coloris dont il n’y avoit point d’exemple avant lui. Lorsque l’allemand se prête à la traduction de l’anglais, il ne perd pas son caractère naturel, puisque ces langues sont toutes deux d’origine germanique; mais quelque mérite qu’il y ait dans la traduction d’Homère par Voss, elle fait de l’Iliade et de l’Odyssée, des poëmes dont le style est grec, bien que les mots soient allemands. La connoissance de l’antiquité y gagne; l’originalité propre à l’idiome de chaque nation y perd nécessairement. Il semble que c’est une contradiction d’accuser la langue allemande tout à la fois de trop de flexibilité et de trop de rudesse; mais ce qui [1949] se concilie dans les caractères peut aussi se concilier dans les langues; et souvent dans la même personne les inconveniens de la rudesse n’empêchent pas ceux de la flexibilité. M.me la Baronne de Staël-Holstein, De l’Allemagne t. 1. 2de part. ch. 9. p. 248. 3me  édit. Paris 1815.

Questo dunque non si chiama esser buona alle traduzioni. Ciò vuol dir solo che una tal lingua può senza incomodo e pregiudizio delle sue regole gramaticali adattarsi alle costruzioni e all’andamento di qualsivoglia altra lingua con somma esattezza. Ma l’esattezza non importa la fedeltà ec. ed un’altra lingua perde il suo carattere e muore nella vostra, quando la vostra nel riceverla, perde il carattere suo proprio, benchè non violi le sue regole gramaticali. Omero dunque non è Omero in tedesco, come non è Omero in una traduzione latina letterale, giacchè anche il latino così poco adattabile, pur si [1950] adatta benissimo alle costruzioni ec. massimamente greche, senza sgrammaticature, ma non senza perdere il suo carattere, nè senza uccidere e se stesso, e il carattere dell’autore così tradotto. Ed ecco come si può unire in una stessa lingua il carattere flexible e rude, o restio. V. p. 1953. fine. Laddove la lingua italiana, che in ciò chiamo unica tra le vive, può nel tradurre, conservare il carattere di ciascun autore in modo ch’egli sia tutto insieme forestiero e italiano. Nel che consiste la perfezione ideale di una traduzione e dell’arte di tradurre. Ma ciò non lo consegue con la minuta esattezza del tedesco, benchè sia capace di molta esattezza essa pure (come si può veder nell’Iliade del Monti); bensì coll’infinita pieghevolezza e versatilità della sua indole, e che costituisce la sua indole. V. p.1988.

Tornando al proposito, i costumi forestieri introducono in una nazione e nella sua lingua l’indole forestiera. Quindi è che la lingua italiana non è adattabile, come nessun’altra, (e la tedesca meno di ogni [1951] altra; Staël passim), alla conversazione precisamente francese, qual è quella che i costumi francesi introducono, bensì a tradurla, e pareggiarla. Questa facoltà però finora non è in atto ma in potenza. Se gl’italiani avessero più società, del che sono capacissimi, (come lo furono nel 500.) e se conversassero non in francese ma in italiano, essi ben presto riuscirebbero a dare alla loro lingua le parole e qualità equivalenti a quelle della francese in questo genere, e non per tanto parlerebbero e scriverebbero in italiano: riuscirebbero a creare un linguaggio sociale italiano tanto polito, raffinato, pieghevole e ricco e gaio ec. quanto il francese, non però francese, ma proprio e nazionale. E in questo si potrebbe ben tradurre allora il linguaggio francese o scritto o parlato, che oggi non traduciamo, ma trascriviamo, come fanno i traduttori tedeschi. Questa capacità è dell’indole dell’italiano, e quindi inseparabile da esso, non però può ridursi ad atto, senza le necessarie circostanze, come solo in questi ultimi tempi la lingua o la poesia italiana, è stata, non resa capace, ma effettivamente applicata allo splendore ec. dello stile virgiliano. (19. Ott. 1821.)

Ho detto che i fanciulli non ancora avvezzi ad attendere e ricordarsi, facilmente misconoscono e confondono le persone che non [1952] hanno viste da qualche tempo ec. Similmente una notabile mutazione di vestito ec. impedisce loro di riconoscere una persona già nota, e ritarda anche la conoscenza delle notissime e familiari. Tutti cotali effetti accadono pure negli animali, meno abituati dell’uomo all’attenzione, e quindi alla ricordanza. (19. Ott. 1821.)

Il toccar con mano che nessuno stato sociale fu nè sarà nè può esser perfetto, cioè perfettamente equilibrato ed armonico nelle sue forze costitutive, e nella sua ordinazione al ben essere dei popoli e degl’individui (tutti i savi lo confessano); e che quando anche potesse esser tale da principio, (come una monarchia, una repubblica) la stessa assoluta essenza della società porta in se i germi della corruzione, e distrugge immancabilmente e prestissimo questa perfezione, quest’armonia ec. ne’ suoi principii costitutivi; non è ella una prova bastante che l’uomo non è fatto per la società, o almeno per una società stretta, e [1953] d’uomini inciviliti, e che questa è incompatibile con la natura umana, e contraddittoria ne’ suoi principii? Una tal società da un lato abbisogna, dall’altro produce immancabilmente la civiltà; e la civiltà distrugge la perfezione e l’armonia di qualunque siffatta società. Essa non può trovarsi in natura, e frattanto, come altrove ho mostrato, ella non può essere perfetta e perfettamente ordinata al suo fine, che in natura e fra uomini naturali. (19. Ott. 1821.)

Tutte le sensazioni di vigore (se questo non è eccessivo rispettivamente alla specie e all’individuo) sono piacevoli. Consultate i medici. Dal che apparisce che il vigore essendo piacevole per se stesso, egli è destinato precisamente dalla natura agli animali, e forma parte essenziale del loro ben essere, e questo non può star senza quello. (20. Ott. 1821.)

Alla p. 1950. marg. Quest’adattabilità della lingua tedesca, questa flessibilità riconosciuta per nociva, non proviene insomma se non dal non essere quella lingua abbastanza [1954] per anche formata e regolata. La libertà, il più bello ed util pregio di una lingua deriva nella lingua tedesca, e proporzionatamente ancora nell’inglese, dall’imperfezione: laddove nell’italiana, unica fra le moderne, deriva o sta colla perfezione: unica lingua moderna ch’essendo perfetta, ed avendo un deciso e completissimo carattere proprio, e questo per ogni parte formato, sia liberissima. La libertà del tedesco è nociva o di poco buon frutto, come quella che si gode nell’anarchia, o quella che tutti i popoli godono prima che la società abbia presa fra loro una forma pienamente regolare e stabile. La libertà dell’italiano è come quella, assai più rara e difficile, che si gode e deriva dalle savie, complete, mature istituzioni. Essa è stabilita nella sua indole, la costituisce, e n’è vicendevolmente contenuta: laddove la libertà del tedesco non fa che escludere da quella lingua un’indole propria, o renderla incerta e indeterminata; e intanto sussiste [1955] in quanto non sussiste in quella lingua un carattere originale perfettamente formato, definito, e maturato. Originalità e libertà stanno insieme nell’italiano, e sarebbero incompatibili nel tedesco. E nell’italiano e ne’ savi reggimenti, la perfetta legislazione e la libertà non solo si compatiscono, ma scambievolmente si favoriscono. Nel tedesco la libertà sarebbe incompatibile colla legge, e non sussiste che in virtù della non esistenza o imperfezion della legge.

Così accade infatti. Le lingue perfettamente formate e di carattere decisamente proprio, non sogliono esser libere, e par che queste due qualità ripugnino. La lingua francese infatti, sola fra le moderne (esclusa l’italiana e la spagnola) che si possa dire perfettamente formata, ha perduto colla sua formazione la libertà ed è divenuta inflessibile, e inadattabile a tutto ciò che non l’è assolutamente proprio. La lingua inglese ha conservata la sua libertà [1956] col sacrifizio di una originalità decisa. Essa si modellò prima sulla francese, e divenne quasi francese. Oggi talora è francese, talora non si sa che, ma perfettamente inglese mai, e gli stessi scrittori inglesi riconoscono il danno della loro libertà di lingua, e com’essa non sussiste che per mancanza o insufficienza di legislazione, e quindi di deciso carattere e gusto, e genio proprio, e sapor nazionale ec. Così accade nel tedesco. La lingua italiana è l’unica fra l’europee, dopo la greca, che abbia conservata la sua libertà nella sua indole, dopo essersi perfettamente formata questa indole, e perfettamente propria; e deve questo vantaggio all’antichità della sua formazione.

Che la lingua tedesca sia oggi liberissima non deve dunque far maraviglia. Tutte le lingue son tali ne’ loro principii. La lingua latina che fu poi sottomessa ad una severissima legislazione, e divenne la meno libera fra le antiche, e per antica, [1957] fu liberissima da principio, come si può vedere nelle scritture o frammenti de’ suoi primitivi autori. In que’ tempi essa sarebbe stata così adattabile alle traduzioni com’è oggi la tedesca; laddove in seguito, cioè quand’ella fu perfetta, ne divenne incapacissima, cioè capace di trasportar le parole, ma non lo spirito e la vita delle scritture forestiere, tal qual ella era.

Volendo dunque dirittamente discorrere, paragoneremo fra loro i diversi gradi di libertà che godono o godettero le lingue perfette; non ammireremo la libertà infinita delle imperfette, che son libere com’è libera la nazione degli Otaiti, o degli Ottentotti. (20. Ott. 1821.)

La natura è infinitamente e diversissimamente conformabile tutta quanta. Essa ha però disposto le cose in modo che quegli agenti e quelle forze animali o no, che la debbono conformare, la conformino in quella tal maniera ch’essa intendeva, [1958] e che risponde al suo sistema, al suo disegno, al suo primo piano, all’ordine da lei voluto. Se dunque l’uomo facendo evidentissimamente violenza alla natura, e vincendo infiniti ostacoli naturali, è giunto a conformare e se stesso, e quella parte di natura che da lui dipendeva naturalmente, e quella molto maggiore che n’è venuta a dipendere in sola virtù della di lui alterazione; è giunto dico a conformar tutto ciò in modo diversissimo da quel piano, da quell’ordine, che col savio ragionamento si sopre destinato, inteso, avuto in mira, voluto, disposto dalla natura; questa non può essere una prova nè contro la natura, nè che la natura non abbia voluto effettivamente quel tal ordine primitivo; nè che la perfezion delle cose, quanto all’uomo, non si sia perduta; nè che l’andamento della nostra specie, e di quanto ne dipende o le appartiene, sia naturale; nè che la natura non avesse effettivamente [1959] di mira, non avesse concepito, e con tutte le forze proccurato un ordine di cose quanto semplice ne’ suoi principii costitutivi, ne’ suoi elementi, nelle sue forze produttrici, nelle sue qualità analizzate e decomposte; tanto certo, determinato, costante, e al tempo stesso armonico, fecondo e variatissimo ne’ suoi effetti, suscettibile d’infinite modificazioni, e soggetto anche a molte accidentali disarmonie, sebben forse non per altro che per maggiore armonia. (20. Ott. 1821.)

A noi soli incombe il toglier via dal sistema della natura quegl’inconvenienti accidentali che derivano dalla nostra propria accidentale corruzione, cioè opposizione colle altre parti del detto sistema, e coll’ordine voluto dalla natura riguardo a noi. (20. Ott. 1821.)

Quest’ordine in tutte le parti del sistema della natura qual altro può essere che il primitivo? cioè quel solo ch’effettivamente si trova esistere in natura, e prima [1960] dell’influenza delle altre volontà, e degli altri agenti pensanti. (20. Ott. 1821.)

Non crediamo già che le bestie non sieno capaci anch’esse di corruzione. Non tanto quanto l’uomo perchè meno conformabili; non tanto generale, perchè essendo meno conformabili sono meno sociali; non tanto estensibile agli oggetti estranei alla loro specie, perchè quella stessa natura che le fa tanto meno conformabili dell’uomo, dà loro tanto minore influenza sulle cose, influenza il cui sommo grado deriva nell’uomo dalla di lui somma conformabilità che nel sistema della natura, tutta conformabile, costituisce la superiorità dell’uomo fra tutti gli esseri. Ma pur sono capacissime di corruzione individuale, ed estensibile anche fino a un certo segno alle loro particolari società. Sono capacissimi di misfatti, e quella bestia, che per pigrizia o altro uccide il proprio figlio, pecca contro natura e contro coscienza. Noi conosciamo poco la natura degli animali, e crediamo che tutti [1961] e in tutto ciò che fanno ec. ec. sieno precisamente conformi alle leggi e all’ordine della loro natura. Ma così pur giudicheranno essi dell’uomo, e quella specie di quell’altra ec. (20. Ott. 1821.)

Da ciò che una qualità essenziale della natura, è la somma conformabilità, e modificabilità delle sue qualità costituenti e primitive, e de’ suoi principii elementari, e del suo intero composto, risulta quanto poche verità, anche dentro questo tal sistema, e dopo di esso, possano essere assolute. (20. Ott. 1821.)

Intorno al differentissimo ritmo ec. della poesia delle diverse nazioni, v. quello della poesia Scalda nell’Andrès, Storia ec. Par. 2. l. 1. dove parla del Gusto della poesia degli Scaldi, t. 4. p. 147. segg. (20. Ott. 1821.)

Alla p.1856. Quell’anima che non è aperta se non al vero puro, è capace di poche verità, poco può scoprir di vero, poche verità può conoscere e sentire nel loro vero aspetto, [1962] pochi veri e grandi rapporti delle medesime, poco bene può applicare i risultati delle sue osservazioni e ragionamenti. Lo dimostra anche l’esperienza usuale, nelle stesse nostre parti meridionali e immaginose, e gl’immensi spropositi o di opinione o di condotta ec. che tutto giorno si leggono o ascoltano o vedono, ne’ freddi ragionatori, inaccessibili ad ogni illusione. Cercando il puro vero, non si trova. La ricerca delle verità, massime delle più grandi, e sopra tutto di quelle che spettano alla scienza dell’uomo ha bisogno della mescolanza, ed equilibrato temperamento di qualità contrarissime, immaginazione, sentimento, e ragione, calore e freddezza, vita e morte, carattere vivo e morto, gagliardo e languido ec. ec. (21. Ott. 1821.)

Un des grands avantages des dialectes germaniques en poésie, c’est la variété et la beauté de leurs épithètes. L’allemand sous ce rapport aussi, peut se comparer au grec; l’on sent dans un seul [1963] mot plusieurs images, comme, dans la note fondamentale d’un accord, on entend les autres sons dont il est composé, ou comme de certains couleurs réveillent en nous la sensation de celles qui en dépendent. L’on ne dit en français que ce qu’on veut dire, et l’on ne voit point errer autour des paroles ces nuages à mille formes, qui entourent la poésie des langues du nord, et réveillent une foule de souvenirs. A la liberté de former une seule épithète de deux ou trois, se joint celle d’animer le langage en faisant avec les verbes des noms: (proprietà egualmente del greco, dell’italiano, e dello spagnuolo) le vivre, le vouloir, le sentir, sont des expressions moins abstraites que la vie, la volonté, le sentiment; et tout ce qui tend à changer la pensée en action donne toujour plus de mouvement au style. La facilité de renverser à son gré la construction [1964] de la phrase (ho detto altrove che come le parole, così le frasi e costruzioni ec. possono esser termini, e che quella lingua che più abbonda di termini, in pregiudizio delle parole, suole per analogia esser matematica nella frase ec., e che la francese è tutta un gran termine) est aussi très favorable à la poésie, et permet d’exciter, par les moyens variés de la versification, des impressions analogues à celles de la peinture et de la musique (impressioni vaghe.) Enfin l’esprit général des dialectes teutoniques, c’est l’indépendance: les écrivains cherchent avant tout à transmettre ce qu’il sentent; ils diroient volontiers à la poésie comme Héloïse à son amant: S’il y a un mot plus vrai, plus tendre, plus profond encore pour exprimer ce que j’eprouve, c’est celui-là que je veux choisir. Le souvenir des convenances de société poursuit en France le talent [1965] jusque dans ses émotions les plus intimes; et la crainte du ridicule est l’épée de Damoclès, qu’aucune fête de l’imagination ne peut faire oublier. De l’Allemagne, tome 1. 2de part. ch. 9. vers la fin. (21. Ott. 1821.)

E qui sopra ed altrove assai spesso la Staël nomina i dialetti tedeschi in luogo della lingua tedesca. L’idioma degl’irlandesi diverso in molte qualità essenziali da quello d’Inghilterra ec. è nominato da Lady Morgan, France t.2. liv.5. ou 6. article Langage. (21. Ott. 1821.)

Alla p. 1938. En apprenant la prosodie d’une langue, on entre plus intimément dans l’esprit de la nation qui la parle que par quelque gente d’étude que ce puisse être. De là vient qu’il est amusant de prononcer des mots étrangers: on s’écoute comme si c’étoit un autre qui parlât: mais il [1966] n’y a rien de si délicat, de si difficile à saisir que l’accent: on apprend mille fois plus aisément les airs de musique le plus compliqués, que la prononciation d’une seule syllabe. Une longue suite d’années, ou les premières impressions de l’enfance, peuvent seules rendre capable d’imiter cette prononciation, qui appartient à ce qu’il y a de plus subtil et de plus indéfinissable dans l’imagination et dans le caractère national. (Vedete qui 1. la gran varietà di tutto ciò ch’è opera ed effetto della natura, e non ha che far colla ragione, 2. l’immensa e inevitabile e naturale varietà che deve a ogni patto nascere ec. nella favella degli uomini, varietà ch’essendo così difficile a saisir, pone un grandissimo ostacolo a farsi scambievolmente intendere. E quante menome, ma egualmente indefinibili e inimitabili particolarità ha la pronunzia e l’accento di ciascun paese, o terra, o individuo! ec.) De [1967] l’Allemagne, t. 1. 2de part. ch. 9. principio.

Il detto amusement ha un gruppo di cagioni, tutte insieme e concordemente efficienti, benchè diversissime e anche contrarie. Quanti effetti, quanti piaceri ec. derivano individualmente e in un medesimo caso e punto da cagioni contrarie! E non sarebbero quali sono in mancanza di una di tali cagioni, o della loro contrarietà! (21. Ott. 1821.)

Alla p. 1946. I francesi ignoranti, o poco avvezzi a scrivere, o fanciulli, o principianti, gli stampatori ec. cadono frequentemente in errore scrivendo o stampando come pronunziano, cioè in luogo della lettera o sillaba che la loro ortografia prescrive, ponendo quella che nell’alfabeto francese risponde alla pronunzia di quella medesima lettera o sillaba, p.e. in luogo di en scrivendo o stampando an, in luogo di au, o ec. e parimente lasciando quelle lettere o sillabe che benchè secondo la loro ortografia si debbano scrivere, non si pronunziano, o viceversa ec. Ciò, che [1968] non accade certo agl’italiani se non quando pronunziano male ec., che altro dimostra se non l’imperfezione della scrittura francese ec., e ch’essa scrittura non corrispondendo al loro alfabeto, non corrisponde effettivamente alla pronunzia, e non è naturale? ec.

Del resto quando i francesi gl’inglesi ec. pronunziando il latino come la loro lingua, lo pronunziano in modo diverso da quello in cui pronunziano gli stessi segni nell’alfabeto latino, come vorranno persuaderci che la loro pronunzia latina, possa esser tanto vera o verisimile quanto la nostra? Chi vorrà credere che la scrittura latina avesse questo immenso difetto di corrispondenza colla pronunzia, ch’è solamente proprio delle dette lingue moderne, per le circostanze che altrove ho accennate, e che è naturalmente ignoto ad ogni scrittura ben ordinata?

Quanto alla vera ed antica pronunzia dei segni isolati nell’alfabeto latino ce n’istruiscono espressamente qua e là gli scrittori latini, e ci dimostrano ch’essa non era certo inglese nè tedesca ec. Gli stessi dittonghi [1969] latini, la cui pronunzia non risponde oggi al valor di quei segni nell’alfabeto latino, si pronunziavano anticamente com’erano scritti, cioè ae si pronunziava, come insegna la santacroce, a ed e non e, e non come au o ai si pronunziano in francese o ed e, in luogo che il loro alfabeto vorrebbe a ed u, a ed i. (22. Ott. 1821.)

La lingua ebraica non è solamente povera riguardo a noi, per la scarsezza di scritture che abbiamo in quella lingua, ma è povera quanto a se stessa, povera nelle stesse scritture che abbiamo, e in proporzione della stessa loro scarsezza, nella qual proporzione potrebb’essere assai più ricca, anzi potrebb’essere in quella proporzione tanto ricca quanto le più ricche del mondo. Male pertanto si riferisce la sua povertà alla detta cagione, facendone una povertà relativa a noi soli. Le vere cagioni le dico altrove. Bensì è vero che l’essere stata poco scritta ne’ suoi buoni tempi, n’è la principale, ma non relativa, cagione. (22. Ott. 1821.)

[1970] La minuziosità della punteggiatura usata da’ francesi, corrisponde, ed è analoga, conseguente e conveniente all’indole delle loro parole, costruzioni ec. e di tutta la loro lingua, e scrittura. (22. Ott. 1821.)

Gli spiriti mediocri sono sempre facilmente persuadibili a credere o a fare, e in qualunque modo riducibili all’uomo di talento, o al furbo, o a chi per qualsivoglia circostanza ha, o sa prendere su di loro un certo ascendente. L’ostinazione è propria degli spiriti piccoli e dei grandi, o degli spiriti più o meno inferiori o superiori alla mediocrità, ma di quelli più che di questi. Lo stesso dico in ordine alla suscettibilità di esser consolati. Se non che gli spiriti grandi ne sono meno suscettibili dei piccoli, perchè il vero, ch’essi ben intendono, non è mai consolante, e perchè il consolatore non li può facilmente ingannare, ch’è l’unico modo di consolare. (22. Ott. 1821.)

In tutte le congiugazioni, anzi in tutti i verbi di tutte tre le lingue figlie della latina, la caratteristica inseparabile dal futuro indicativo si è la r. Al contrario nelle congiugazioni latine che noi conosciamo, nel cui futuro indicativo la r non è mai caratteristica, e non entra [1971] mai nella desinenza. Or questa qualità delle dette tre lingue, non può attribuirsi alla corruzione particolare che ricevette la lingua latina in Francia, Spagna, Italia, indipendentemente l’una dall’altra; ma essendo comune, e costantissima in tutte tre, manifesta chiaramente un’origine comune. Or questa non essendo la lingua latina scritta, non può essere altro che l’antica volgare ugualmente diffusa e comunicata alle tre nazioni. Mi par dunque evidente che nel latino volgare la caratteristica di tutti i futuri indicativi fosse la r. Questa proprietà del volgare latino, mi par che s’abbia da tenere per dimostrata. Credo verisimile che esso volgare in luogo del futuro indicativo, usasse il futuro congiuntivo, la cui caratteristica è sempre la r nel latino che noi conosciamo. Così p.e. il futuro congiuntivo legero, corrisponde appuntino all’italiano leggerò, e ne viene ad esser la fonte. [1972] Ed infatti osservo che sebbene regolarmente la r sia del tutto esclusa dalla desinenza del futuro indicativo nel latino scritto, nondimeno ella è caratteristica come presso noi in parecchi verbi latini anomali o difettivi ec. il cui futuro indicativo ha appunto la desinenza, che ha il futuro soggiuntivo negli altri verbi. Per esempio, ero, potero ec. ec. odero, meminero ec. odierò, potrò ec. Ora i verbi (o nomi) anomali o difettivi ec. sogliono essere i più antichi in ciascuna lingua, e certo indizio dell’antico costume, e delle proprietà di essa, siccome d’altronde il volgare di ciascuna lingua è il maggior conservatore delle sue antiche proprietà.

Intendo sempre parlare delle congiugazioni attive, non delle passive che le nostre lingue non hanno. Sicchè se la r è caratteristica del passivo futuro indicativo latino, ciò non fa punto al caso nostro, oltre ch’ella occupa quivi un altro luogo, cioè chiude la desinenza della prima persona, laddove ne’ nostri futuri precede [1973] l’ultima vocale nella stessa persona. (22. Ott. 1821.)

Io credo possibile il tradurre le opere moderne o filosofiche o di qualunque argomento, in buon greco (massime le italiane o spagnuole o simili), come son certo che non si potrebbero mai tradurre in buon latino. Se le circostanze avessero portato che la lingua greca avesse nei nostri paesi prevaluto alla latina, e che quella in luogo di questa avesse servito ai dotti nel risorgimento degli studi, l’uso di una lingua morta, avrebbe forse potuto durare più lungo tempo, o almeno esser più felice (nè solo negli studi, ma in tutti gli altri usi in cui s’adoprò la lingua latina fino alla sufficiente formazione delle moderne europee); i nostri eleganti scrittori latini del 500. ec. avrebbero potuto esser quasi moderni, se avessero scritto in greco, laddove scrivendo in latino si assicurarono di non poter esser lodati se non dagli antichi, e di servire ai passati [1974] in luogo de’ posteri, e di potersi piuttosto ricordare che sperare; e se la lingua che oggi si studia tuttavia da’ fanciulli, e quella che molti, massime in Italia, si ostinano a voler ancora adoperare in questa o quella occasione, fosse piuttosto la greca che la latina, essa servirebbe molto più alla vita moderna, faciliterebbe molto più il pensiero, e l’immaginazione ec. e sarebbe alquanto più possibile il farne un qualche uso pratico ec. (23. Ott. 1821.). V. p.2007.

Se mancassero altre prove che il vero è tutto infelice, non basterebbe il vedere che gli uomini sensibili, di carattere e d’immaginazione profonda, incapaci di pigliar le cose per la superficie, ed avvezzi a ruminare sopra ogni accidente della vita loro, sono irresistibilmente e sempre strascinati verso la infelicità? Onde ad un giovane sensibile, per quanto le sue circostanze paiano prospere, si può senz’altro dubbio predire che sarà [1975] presto o tardi infelice, o indovinare ch’egli è tale. (23. Ott. 1821.)

Un uomo di forte e viva immaginazione, avvezzo a pensare ed approfondare, in un punto di straordinario e passeggero vigore corporale, di entusiasmo, di disperazione, di vivissimo dolore o passione qualunque, di pianto, insomma di quasi ubbriachezza, e furore, ec. scopre delle verità che molti secoli non bastano alla pura e fredda e geometrica ragione per iscoprire; e che annunziate da lui non sono ascoltate, ma considerate come sogni, perchè lo spirito umano manca tuttavia delle condizioni necessarie per sentirle, e comprenderle come verità, e perch’esso non può universalmente fare in un punto tutta la strada che ha fatto quel pensatore, ma segue necessariamente la sua marcia, e il suo progresso gradato, senza sconcertarsi. Ma l’uomo in quello stato vede tali rapporti, passa da una proposizione all’altra così rapidamente, ne comprende così vivamente e facilmente il legame, accumula in un momento [1976] tanti sillogismi, e così ben legati e ordinati, e così chiaramente concepiti, che fa d’un salto la strada di più secoli. E forse esso stesso dopo quel punto, non crede più alle verità che allora avea concepite e trovate, cioè o non si ricorda, o non vede più con egual chiarezza, i rapporti, le proposizioni, i sillogismi, e le loro concatenazioni che l’avevano portato a quelle conseguenze. Il mondo alla fine è sempre in istato di freddo, e le verità scoperte nel calore, per grandi che siano non mettono radici nella mente umana, finchè non sono sanzionate dal placido progresso della fredda ragione, arrivata che sia dopo lungo tempo a quel segno. Grandi verità scoprivano certamente gli antichi colla lor grande immaginazione, grandi salti facevano nel cammino della ragione, ridendosi della lentezza, e degl’infiniti mezzi che abbisognano al puro raziocinio ed esperienza per avanzarsi altrettanto, grandi spazi occupati poi da’ loro posteri, preoccupavano essi e [1977] conquistavano in un baleno, ma questi progressi restavano necessariamente individuali, perchè molto tempo abbisognava a renderli generali; queste conquiste non si conservavano, anzi erano piuttosto viaggi che conquiste, perchè l’individuo penetrava solamente in quei nuovi paesi, e li riconosceva, senza esser seguito dalla moltitudine che vi stabilisse il suo dominio; i progressi de’ grandi individui non giovavano gli uni agli altri, perchè mancanti di una disposizione generale e comune nel mondo, che li rendesse intelligibili gli uni agli altri, mancanti anche di una lingua atta a stabilire, dar corpo, determinare e render a tutti egualmente chiaro quello che ciascun individuo scopriva. Così che gli antichi grandi spiriti penetravano nelle terre della verità, ciascuno isolatamente, e senza aiutarsi l’un l’altro, e quando anche si scontrassero nel cammino, o giungessero ad un medesimo [1978] punto, e quivi casualmente si riunissero, non si riconoscevano; e tornati dalla loro corsa, e narrandola altrui, non s’accorgevano di dir le stesse cose, nè il pubblico se n’avvedeva, perchè non le dicevano allo stesso modo, mancando di un linguaggio filosofico, uniforme; oltre che le stesse ragioni che impedivano all’universale di riconoscere quelle proposizioni per pienamente vere, gl’impediva altresì di scoprire l’uniformità che esisteva tra le proposizioni e i sentimenti di questo e di quel grand’uomo. E così le grandi scoperte de’ grandi antichi, appassivano, e non producevano frutto, e non erano applicate, mancando i mezzi e di coltivarle, e di aiutare e legare una verità coll’altra mediante il commercio de’ pensieri, e della società pensante. (23. Ott. 1821.)

Il suicidio è contro natura. Ma viviamo noi secondo natura? Non l’abbiamo al tutto abbandonata per seguir la ragione? Non siamo animali ragionevoli, cioè diversissimi dai naturali? La ragione non ci mostra ad [1979] evidenza l’utilità di morire? Desidereremmo noi di ucciderci, se non conoscessimo altro movente, altro maestro della vita che la natura, e se fossimo ancora, come già fummo, nello stato naturale? Perchè dunque dovendo vivere contro natura, non possiamo morire contro natura? perchè se quello è ragionevole, questo non lo è? perchè se la ragione ci ha da esser maestra della vita, l’ha da determinare, regolare, predominare, non l’ha da essere, non può far altrettanto della morte? Misuriamo noi il bene o il male delle nostre azioni dalla natura? no ma dalla ragione. Perchè tutte le altre dalla ragione, e questa dalla natura?

Non c’è che dire. La presente condizione dell’uomo obbligandolo a vivere e pensare ed operare secondo ragione, e vietandogli di uccidersi, è contraddittoria. O il suicidio non è contro la morale sebben contro natura, o la nostra vita, essendo contro natura, è contro la morale. Questo no, dunque neppur quello.

[1980] Accade del suicidio come della medicina. Essa non è naturale. Il tirar sangue, tanti farmachi velenosi, tante operazioni dolorose ec. sono ignote a’ popoli naturali, e sono contro natura. Ma lo stato fisico dell’uomo essendo oggi e sempre più divenendo lontanissimo dal naturale, è conveniente e necessaria un’arte e dei mezzi non naturali per rimediare agl’incomodi di un tale stato. (V. Celso sull’orig. della medicina).

Ovvero: il tirar sangue è contro natura. Ma l’inconveniente che lo esige essendo un accidente di cui l’ordine naturale non è colpevole nè responsabile, il rimedio è conveniente ancorchè non naturale, ma è conveniente per accidente.

Or nello stesso modo, questo grande accidente che contro l’ordine naturale, ha mutato la condizione dell’uomo; quell’accidente, di cui la natura non è colpevole, o che non potea esser preveduto nè provveduto, ma che contro l’ordine naturale, ci fa desiderar la morte, rende conveniente il suicidio per contrario [1981] che sia alla natura.

Non v’è dunque che la religione che possa condannare il suicidio. L’esser contrario alla natura, nel presente stato dell’uomo, non è prova nessuna ch’egli non sia lecito.

Che bello e felice stato dev’esser dunque quello, il quale quanto a se rende lecita, e domanda la cosa la più contraria all’essenza di qualunque cosa, la più contraddittoria coll’esistenza e co’ suoi principii, quella che ridotta ad atto distruggerebbe tutto ciò che vive, e sovvertirebbe l’ordine di tutto ciò che ne dipende o vi ha relazione!

Da tutto ciò si vede che il progresso della ragione tende essenzialmente, non solo a rendere infelice, ma a distruggere la specie umana, i viventi, o esseri capaci di pensiero, e l’ordine naturale. Non v’è che la Religione (assai più favorita e provata dalla natura che dalla ragione) la quale puntelli il misero e crollante edifizio della presente vita umana, ed entri di mezzo [1982] per metter d’accordo alla meglio questi due incompatibili ed irreconciliabili elementi dell’umano sistema, ragione e natura, esistenza e nullità, vita e morte. (23. Ott. 1821.)

Grazia dallo straordinario. Il color bruno, o tendente al brunetto, è grazioso, e piccante, quasi contrastando e rilevando il pregio delle fattezze. Ma se il contrasto è eccessivo, e se il bruno è nero, o se il colorito è insomma troppo diverso da quello che dovrebbe, esso non è mai grazia, ma bruttezza. L’eccesso però, siccome il non eccesso è diversamente giudicato dai diversi gusti, assuefazioni, circostanze parziali e individuali ec. (24. Ott. 1821.)

Quello che ho detto altrove degli effetti della luce, del suono, e d’altre tali sensazioni circa l’idea dell’infinito, si deve intendere non solo di tali sensazioni nel naturale, ma nelle loro imitazioni ancora, fatte dalla pittura, dalla musica, dalla poesia, [1983] ec. Il bello delle quali arti, in grandissima parte, e più di quello che si crede o si osserva, consiste nella scelta di tali o somiglianti sensazioni indefinite da imitare.

E questo è un bello che non entra punto nella teoria di quel bello o brutto che nasce dalla convenienza o sconvenienza, e ch’io nego essere assoluto; sebbene neppur questo è assoluto, ma parte dipendente dalla natura dell’uomo in quanto ella è tale, e per le ragioni dette nella teoria del piacere; parte soggetto anch’esso all’assuefazione, alle circostanze ec. (24. Ott. 1821.)

A quanto ho detto del nostro guai venuto dal lat. vae, aggiungi che in parecchi luoghi d’Italia si suol dire ghel o ghelo per ve lo (ghel dissi, ghelo dico), o gh’ per v’ (gh’ho messo, per v’ho messo, cioè ho messo quivi) ec. Così mi par che usino massimamente i Veneziani.

[1984] Alla p. 1937. Non rideremmo noi di un povero scolare di gramatica che nel suo latinuccio si lasciasse fuggir dalla penna non volo per nolo? E pur questo nolo è una pretta corruzione e storpiatura di non volo, fatta non da altri che dal popolaccio che suol troncare le parole, e conglutinarne a dritto e rovescio i pezzi ec. Viceversa io sento tuttogiorno dire dalla nostra plebe noglio o n’oglio per non voglio: e chi s’ardirebbe di scrivere in italiano noglio per non voglio, e di introdurre il verbo nolere nella nostra lingua? Sicchè il buono e il cattivo, il puro e l’impuro di una lingua non è altro che ciò ch’è usato o non usato, e che ha fatto o non ha fatto fortuna presso i buoni scrittori, e nel tempo della sua formazione. Ma quanto al degenerare, tutte le parole, tutti i modi, tutte le lingue che noi conosciamo, non sono altro che un ammasso di degenerazioni e corruzioni. [1985] (24. Ott. 1821.)

La lingua francese è propriamente, sotto ogni rapporto, per ogni verso, la lingua della mediocrità. Ella non è nè sarà mai la lingua della grandezza in nessun genere, nè della originalità. (Qual è la lingua tali sono sempre i sentimenti, e gli scrittori.) E non per altra cagione, ella è oggi universale; non per altra si adatta all’intelligenza, ed all’uso pratico de’ forestieri d’ogni genere; non per altra si adatta così bene all’uso de’ meno colti nazionali, ed è ben parlata e scritta da quasi tutti i francesi; non per altra l’andamento, il tour di essa lingua è preferito dalla gente comune, in tutte le lingue d’Europa, a quello della propria lingua; non per altra una donna, un cavaliere italiano mezzanamente colto, che s’imbarazza e cade in dieci spropositi, non dico contro la purità, ma contro la gramatica, se nello scrivere o nel parlare s’impegna in un periodo all’italiana, riesce facilmente e scampa da ogni pericolo, usando il periodo francese ec. ec. Vero [1986] periodo, andamento, genio, indole, spirito della mediocrità. Ed a che altra categoria che alla mediocrità poteva appartenere la lingua della ragione e della società? Nè la lingua francese sarebbe divenuta universale e sarebbe stata così celebrata ed esaltata sopra tutte, se non nel secolo della mediocrità cioè della ragione, qual è il nostro; nè un tal secolo potrebbe preferire alcuna lingua alla francese, o alcun genio ed indole di favella a quello della francese, anche nelle proprie rispettive lingue.

Non accade qui passar dalla lingua alla nazione (come suole pur fare il filosofo), e dire che quella che parla la lingua della mediocrità, non può esser la nazione dell’originalità nè della grandezza. Ma già quale originalità qual grandezza può derivare dal colmo, dall’eccesso, dall’assoluto predominio della società? [1987] (24. Ott. 1821.)

Per la copia e la vivezza ec. delle rimembranze sono piacevolissime e poeticissime tutte le imagini che tengono del fanciullesco, e tutto ciò che ce le desta (parole, frasi, poesie, pitture, imitazioni o realtà ec.). Nel che tengono il primo luogo gli antichi poeti, e fra questi Omero. Siccome le impressioni, così le ricordanze della fanciullezza in qualunque età, sono più vive che quelle di qualunque altra età. E son piacevoli per la loro vivezza, anche le ricordanze d’immagini e di cose che nella fanciullezza ci erano dolorose, o spaventose ec. E per la stessa ragione ci è piacevole nella vita anche la ricordanza dolorosa, e quando bene la cagion del dolore non sia passata, e quando pure la ricordanza lo cagioni o l’accresca, come nella morte de’ nostri [1988] cari, il ricordarsi del passato ec. (25. Ott. 1821.)

Qualunque stile moderno ha proprietà, forza, semplicità, nobiltà, ha sempre sapore di antico, e non par moderno, e forse anche perciò si riprende, e volgarmente non piace. Viceversa qualunque stile antico ha ec., tiene del moderno. Che vuol dir questo? Qual è dunque la natura de’ moderni? quale degli antichi? (25. Ott. 1821.)

Alla p. 1950. La piena e perfetta imitazione è ciò che costituisce l’essenza della perfetta traduzione, come altrove ho detto. Or questo è ciò che sa fare la nostra lingua, e che non può la tedesca, essendo altro il contraffare, altro l’imitare. (25. Ott. 1821.).

L’uomo che a tutto si abitua, non si abitua mai alla inazione. Il tempo che tutto alleggerisce, indebolisce, distrugge, non distrugge mai nè indebolisce il disgusto e la fatica che l’uomo prova nel non far nulla. L’assuefazione [1989] intanto può influire sull’inazione, in quanto può trasportare l’azione dall’esterno all’interno, e l’uomo forzato a non muoversi, o in qualunque modo a non operare al di fuori, acquista appoco appoco l’abito di operare al di dentro, di farsi compagnia da se stesso, di pensare, d’immaginare, di trattenersi insomma vivamente col proprio solo pensiero (come fanno i fanciulli, come si avvezzano a fare i carcerati ec.). Ma la pura noia, il puro nulla, nè il tempo nè alcuna forza possibile (se non quella che intorpidisce o estingue o sospende le facoltà umane, come il sonno, l’oppio, il letargo, una totale prostrazione di forze ec.) non basta a renderlo meno intollerabile. Ogni momento di pura inazione è tanto grave all’uomo dopo dieci anni di assuefazione, quanto la prima volta. La nullità, il non fare, il non vivere, la morte, è l’unica cosa di cui l’uomo sia incapace, e [1990] alla quale non possa avvezzarsi. Tanto è vero che l’uomo, il vivente, e tutto ciò che esiste, è nato per fare, e per fare tanto vivamente, quanto egli è capace, vale a dire che l’uomo è nato per l’azione esterna ch’è assai più viva dell’interna. Tanto più che l’interna nuoce al fisico quanto ell’è maggiore e più assidua, e l’esterna viceversa. Quanto all’azione interna dell’immaginazione, essa sprona e domanda impazientemente l’esterna, e riduce l’uomo a stato violento, se questa gli è impedita. E quella infatti agognano i giovani, i primitivi, gli antichi, e non si può loro impedire senza metter la loro natura in istato violento. Ciò non per altro se non perchè l’uomo e il vivente tende sempre naturalmente alla vita, e a quel più di vita che gli conviene. (26. Ott. 1821.)

Ho detto che la grazia ec. deriva dai contrasti, e perciò spesso l’uomo, e l’amore inclina al suo contrario. Osserviamo infatti che alla donna debole per natura, piace la fortezza dell’uomo, e all’uomo viceversa. Il che sebbene deriva immediatamente dalla naturale inclinazione d’ambo i sessi, contuttociò viene in parte dalla [1991] forza del contrasto, giacchè si vede che ad una donna straordinariamente forte piace talvolta un uomo piuttosto debole più che a qualunque altra, e forse più che qualunque altro; e viceversa all’uomo debole una donna forte. ec. Così dico della delicatezza opposta alla nervosità, e delle altre rispettivamente contrarie qualità de’ due sessi. In tutto questo però influisce l’abitudine de’ diversi individui. (26. Ott. 1821.)

Colui che imita la maniera di parlare, di gestire, ec. ec. usata da una persona ignota a colei a cui egli l’imita e la descrive, quando anche l’imitazione sia vivissima, ingegnosissima ec. non produce quasi nessun effetto nè piacere; laddove un’imitazione assai men viva della stessa cosa, fatta a chi ne conosca bene il soggetto, riuscirà piacevolissima. Questo serva di regola ai poeti, ai pittori, ai comici, ec. ec. che esauriscono [1992] la loro vena imitativa (sia pur felicissima) nell’imitar cose ignote o poco note o niente familiari a’ lettori agli spettatori, o al più de’ medesimi. (26. Ott. 1821.)

Alla p. 1108. principio. Da quietus di quiescere abbiamo quietare e quietari non nell’uso degli antichi, ma nella testimonianza di Prisciano, il quale (l. 8. p.799. Putsch.) gli annovera tra quei verbi che suonano lo stesso nella voce attiva e nella passiva. Ne fa pur testimonianza il Quietator di due medaglie di Diocleziano, il qual nome non può venire che da quietatus part. pass. come tutti gli altri dello stesso genere. Or questi verbi il Forcellini gli spiega quietum facere pacare tranquillare. E veramente questa è la significanza del nostro quietare, quetare, chetare, acquetare, acquietare, acchetare. Nondimeno lo spagnuolo quedar che è tutt’uno con quietare, come quedo [1993] aggettivo non è se non quietus, e che da quietarsi, posarsi, fermarsi, passò finalmente a significare, come oggi significa, restare, dimostra che il latino quietare o quietari fu, se non presso gli scrittori, certo presso il volgo, un puro e manifesto continuativo di quiescere, non solo nella forma, ma anche nella significazione. Gli spagnuoli hanno anche quietar nel nostro significato di quietare. Verbo certamente non antico nè primitivo nella loro lingua (bensì sossegar), ma dagli scrittori introdotto poi, prendendolo dall’italiano o dal latino. Infatti contro il costume spagnuolo, esso ha il dittongo ie nell’infinito ec. il che lo dimostra per forestiero. Col dittongo l’ho trovato non solo nel Vocabolario ma ne’ buoni scrittori. V. il Glossar. (26. Ott. 1821.)

Dell’antico volgare latino v. Perticari, de’ trecentisti ec. l.1. c. 5. p. 22. segg. c. 6.7.8. (26. Ott. 1821.)

La lingua francese ricevette una certa forma, e venne in onore prima dell’italiana, e forse anche della spagnuola, mercè de’ poeti provenzali che la scrivevano ec. Onde sulla fine stessa del ducento, e principio di quel trecento che innalzò la lingua italiana su tutte le vive d’allora, si stimava in Italia la parlatura francesca esser la più dilettevole comuna di tutti gli altri linguaggi parlati; [1994] si scriveva in quella piuttosto che nella nostra stimandola più bella e migliore ec. v. Perticari, del 300. p.14-15. Ma la buona fortuna dell’Italia volle che nel 300, cioè prima assai che in nessun’altra nazione, sorgessero in essa tre grandi scrittori, giudicati grandi anche poscia, indipendentemente dall’età in cui vissero, i quali applicarono la nostra lingua alla letteratura, togliendola dalle bocche della plebe, le diedero stabilità, regole, andamento, indole, tutte le modificazioni necessarie per farne una lingua non del tutto formata, ch’era impossibile a tre soli, ma pur tale che già bastasse ad esser grande scrittore adoperandola; la modellarono sulla già esistente letteratura latina ec. Questa circostanza, indipendente affatto dalla natura della lingua italiana, ha fatto e dovuto far sì che l’epoca di essa lingua si pigli necessariamente [1995] d’allora in poi, cioè da quando ell’ebbe tre sommi scrittori, che l’applicarono decisamente alla letteratura, all’altissima poesia, alle grandi e nobili cose, alla filosofia, alla teologia (ch’era allora il non plus ultra, e perciò Dante col suo magnanimo ardire, pigliando quella linguaccia greggia ed informe dalle bocche plebee, e volendo innalzarla fin dove si può mai giungere, si compiacque, anche in onta della convenienza e buon gusto poetico, di applicarla a ciò che allora si stimava la più sublime materia, cioè la teologia). Questa circostanza ha fatto che la lingua italiana contando oggi, a differenza di tutte le altre, cinque interi secoli di letteratura, sia la più ricca di tutte; questa che la sua formazione e la sua indole sia decisamente antica, cioè bellissima e liberissima, con gli altri infiniti vantaggi delle lingue antiche (giacchè i cinquecentisti che poi decisamente la formarono, oltre [1996] che sono antichi essi stessi, e che si modellarono sugli antichi classici latini e greci seguirono ed in ciò, e in ogni altra cosa il disegno e le parti di quella tal forma che la nostra lingua ricevette nel 300. e ch’essi solamente perfezionarono, compirono, e per ogni parte regolarono, uniformarono, ed armonizzarono); questa circostanza ha fatto che la nostra lingua non abbia mai rinunziato alle parole, modi, forme antiche, ed all’autorità degli antichi dal 300 in poi, non potendo rinunziarvi se non rinunziando a se stessa, perchè d’allora in poi ell’assunse l’indole che la caratterizza, e fu splendidamente applicata alla vera letteratura. Questa circostanza è unica nella lingua italiana. La spagnuola le tenne dietro più presto che qualunqu’altra, ma solo due secoli dopo. Dal 500. dunque ella prende la sua epoca, ed ella è la più antica di fatto e d’indole, dopo [1997] l’italiana. La lingua francese non ebbe uno scrittore assolutamente grande e da riconoscersi per tale in tutti i secoli, prima del secolo di Luigi 14. o in quel torno. (Montagne nel 500. o non fu tale, o non bastò, o non era tale da formare e fissare bastantemente una lingua.) Quindi la sua epoca non va più in là, ella conta un secolo e mezzo al più, l’autorità degli antichi è e dev’esser nulla per lei. Dove comincia la vera e propria letteratura di una nazione, quivi comincia l’autorità de’ suoi scrittori in punto di lingua.

E per questa parte non è pedantesco il rigettare in lingua italiana l’autorità degli scrittori moderni, o farne poco caso, perchè l’Italia non ha letteratura propria moderna, nè filosofia moderna. (Laddove nelle scienze dov’ella è moderna come le altre nazioni è veramente pedantesco il rigettare l’autorità moderna anche in punto di lingua.) Se l’avesse, come le altre nazioni, tanto varrebbe l’autorità moderna quanto l’antica. Ma gli scrittori italiani moderni, o non [1998] hanno curato punto la lingua, nè hanno servito ad una letteratura nazionale, ma forestiera, e quindi non sono propriamente italiani come scrittori; o curando la lingua, non hanno servito ad una letteratura moderna, ma antica, non hanno scritto a’ contemporanei, non hanno fatto che imitare gli antichi, e quindi come scrittori non sono propriamente moderni; o badando o non badando alla lingua non hanno detto nulla o pochissimo di pensato, di proprio, di notabile, di nuovo, e quindi come scrittori non sono nè moderni nè antichi. Buono scrittore italiano moderno non si trova, o quei pochi non sono bastati e non bastano a formare una letteratura italiana moderna, che ne determini la lingua, o piuttosto a continuare senza interruzione la letteratura italiana cominciata nel 300 e sempre diversamente modificata secondo i tempi, finch’ella è durata. (26. Ott. 1821.)

L’uomo riflessivo ha spessissimo bisogno di esser determinato da un uomo irriflessivo o per natura o per abito, o da circostanze imperiose, ec. Egli ha più bisogno di consiglio che qualunque altro, non perchè non veda abbastanza da se, ma perchè troppo vede, [1999] dal che segue un’irresoluzione abituale e penosissima. (27. Ott. 1821.)

La velocità p. es. de’ cavalli o veduta, o sperimentata, cioè quando essi vi trasportano (v. in tal proposito l’Alfieri nella sua Vita, sui principii) è piacevolissima per se sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica, la mette in una indeterminata azione, o stato di attività più o meno passeggero. E tutto ciò tanto più quanto la velocità è maggiore. In questi effetti avrà parte anche lo straordinario. (27. Ott. 1821.)

Lo spirito, il costume della nazione francese è, fu, e sarà precisamente moderno rispetto a ciaschedun tempo successivamente, e la nazione francese sarà (come oggi vediamo che è) sempre considerata come il tipo, l’esemplare, [2000] lo specchio, il giudice, il termometro di tutto ciò ch’è moderno. La ragione si è che la nazione francese è la più socievole di tutte, la sede della società, e non vive quasi che di società. Ora, lasciando stare che lo spirito umano non fa progressi generali o nazionali se non per mezzo della società, e che dove la società è maggiore per ogni verso, quivi sono maggiori i progressi del nostro spirito; e quella tal nazione si trova sempre, almeno qualche passo, più innanzi delle altre, e quindi in istato più moderno; lasciando questo, osservo che la società e la civiltà tende essenzialmente e sempre ad uniformare. Questa tendenza non si può esercitare se non su di ciò che esiste, e l’uniformità che deriva sempre dalla civiltà, non può trovarsi nè considerarsi che in quello che successivamente esiste in ciaschedun tempo. Quindi è che la nazione francese essendo sempre più [2001] d’ogni altra uniformata nelle sue parti, in virtù della eccessiva società, e quindi civiltà di cui gode, ella non può esser mai in istato antico, perchè altrimenti non sarebbe uniforme a se stessa. Cioè que’ francesi che in ciascun tempo esistono sono sempre uniformi tra loro, e non agli antichi, altrimenti non sarebbero uniformi agli altri francesi contemporanei. E così ogni novità di costumanze o di opinioni, ogni progresso dello spirito umano divien subito comune ed universale in Francia, mercè della società che in un attimo equilibra fra loro, e diffonde, e uniforma, e generalizza e pareggia il tutto.

Ecco la ragione per cui la Francia dovette necessariamente rinunziare alla sua lingua e parole antiche; per cui la sua lingua ebbe bisogno di una totale riforma ed innovazione; per cui essa è precisamente e sotto ogni rapporto lingua moderna. [2002] Giacchè la lingua non può non esser quello che è la nazione che la parla.

Dalle dette ragioni però seguita che lo stato, i costumi, lo spirito della nazione francese, deve rapidissimamente e senza interruzione e universalmente venirsi cambiando, ed esser soggetto a molto maggiori e più spessi (anzi continui) cambiamenti, che non sono le altre nazioni. E tanto più quanto più s’avanzerà, e quanto più corre il tempo, giacchè la velocità dello spirito umano, menoma ne’ suoi principii, e poco diversa dallo stato di quiete, si accresce in proporzione degli spazi e de’ suoi stessi progressi ec. come la gravità accelerata.

Lo stesso dunque deve infallibilmente accadere alla lingua francese. Essa dovrà essere istabilissima, cambiare spessissimo non solo nelle parti, ma nell’indole, perchè ciò che oggi è moderno diverrà presto antico per la nazione francese, siccome già per lei [2003] non è più moderno ciò che fu al tempo di Luigi 14. quando la sua presente lingua fu stabilita. La sua lingua avrà sempre bisogno di nuove riforme somiglianti a quella d’allora. Essa è dunque fra tutte le moderne e antiche, la più suscettibile, anzi soggetta inevitabilmente alla corruzione, e alla più pronta corruzione, perchè lo spirito e i costumi e le opinioni di coloro che la parlano, sono le più soggette a mutazioni, ed alle mutazioni e rinnovazioni le più frequenti. Nè avranno i francesi come porre argine alla corruzione della lingua loro, ricorrendo allo studio degli antichi, perchè non potranno mai scrivere come gli antichi, ma solo ed appunto come i moderni; e non potranno imitare in nessuna cosa i passati, essi che per esser sempre uniformi tra loro, come l’estrema società gli sforza, non [2004] potranno imitar mai, e non imitano se non i presenti; consistendo il sommo e necessario pregio di un francese nell’essere perfettamente simile a questi in ogni cosa.

Le stesse ragioni pertanto che gli allontanarono dagli antichi al tempo della riforma, gli allontaneranno (massime nella lingua) da’ loro classici, quando saranno abbastanza antichi, siccome già ne gli allontanano visibilmente. (27. Ott. 1821.)

Alla p. 1136. fine. Tutte queste ragioni fanno che le radici della lingua greca paiano infinite (siccome per simili ragioni accade nella lingua italiana che ha gran rapporti in ciò, come in ogni altra cosa, colla greca); laddove elle sono pochissime, come necessariamente in tutte le lingue. E si considerano come radicalmente diverse delle parole che vengono dalla stessa origine, [2005] o che sono esse medesime una sola radice: vale a dire si crede che la tal radice sia diversa da un’altra, ed è la stessa (benchè non si possa più nè provare nè meno scoprire); si crede che il tal derivato non abbia radice nota, e l’ha, che sia radice e non è, che venga da una radice diversa da quella del tal altro derivato, e viene da essa medesima ec. (27. Ott. 1821.)

L’ebraico manca si può dire affatto di composti, e scarseggia assaissimo di derivati in proporzione delle sue radici e dell’immenso numero di derivati che nello stesso ragguaglio di radici, hanno le altre lingue. Ciò vuol dire, ed è effetto e segno che la lingua ebraica è se non altro l’una delle più antiche. L’uso dei composti (de’ quali mancano pure, cred’io, tutte le lingue orientali affini all’Ebraica, l’arabica ec.) non è infatti de’ più naturali [2006] nè facili ad inventarsi, e non sembra che sia stato proprio delle lingue primitive, nè l’uno di quei mezzi, co’ quali esse da principio si accrebbero. Infatti lo spirito umano trova per ultimi i mezzi più semplici, qual è questo di comporre con pochi elementi un vasto vocabolario, diversissimamente combinandoli. Siccome appunto accadde nella scrittura, dove da principio parvero necessari tanti diversi segni quante sono le cose o le idee. Così dunque nelle radici ec. Bensì naturalissimo e primitivo, e l’uno de’ primi mezzi d’incremento che adoperò il linguaggio umano, è l’uso della metafora, o applicazione di una stessa parola a molte significazioni, cioè di cose in qualche modo somiglianti, o fra cui l’uomo trovasse qualche analogia più o meno vicina o lontana. E di metafore infatti abbonda il vocabolario ebraico, e gli altri orientali, cioè quasi ciascuna parola ha una selva di significati, e sovente [2007] disparatissimi e lontanissimi, fra’ quali è ben difficile il discernere il senso proprio e primitivo della parola. Così portava la vivezza dell’immaginazione orientale, che ravvicinava cose lontanissime, e trovava rapporti astrusissimi, e vedeva somiglianze e analogie fra le cose più disparate. Del resto senza quest’abbondanza di significazioni traslate, e questo cumulo di sensi per ciascuna parola, la lingua Ebraica e le sue affini, non avrebbero abbastanza da esprimersi, e da fare un discorso ec. (28. Ott. 1821.)

Alla p. 1974. La lingua latina è fra tutte quante la meno adattabile alle cose moderne, perch’essendo di carattere antico, e proprissimo, e marcatissimo, è priva di libertà, al contrario delle altre antiche, e quindi incapace d’altro che dell’antico, e inadattabile al moderno, a differenza della greca. Quindi venne e ch’ella [2008] si corrompesse prestissimo a differenza pur della greca, e ch’ella dovesse cessare di esser lingua universale, per intendersi scambievolmente, come oggi col francese, e molto più di servire agli usi civili e diplomatici ec. ed essere adoperata dai letterati e dai dotti in luogo delle parlate; dovesse dico cessare appena i tempi presero uno spirito determinato e proprio, al quale il latino era inadattabile. Ciò forse non sarebbe accaduto alla lingua greca, e s’ella ne’ bassi tempi fosse stata universale in Europa, come lo fu la latina, e com’essa l’era stata anticamente, e massime in oriente, forse ella non avrebbe perduto ancora questa qualità, e noi ci serviremmo ancora tra nazione e nazione di una lingua antica, e in questa scriveremmo ec. Nel che saremmo in verità felicissimi per la infinita capacità, potenza, e adattabilità di quella lingua, [2009] unite alla bellezza ec. che la fanno egualmente propria e bastante e all’immaginazione e alla ragione di tutti i tempi. Così sarebbe accaduto se l’armi greche avessero prevaluto in Europa alle latine. Ed infatti la lingua tedesca che è similissima alla greca, ec. - V. appresso un mio pensiero su questo particolare. (28. Ott. 1821.)

Alla p. 1167. fine. Fluitare denota un participio fluitus di fluere (del qual verbo lo riconoscono derivato, chiamandolo suo frequentativo) in luogo di fluxus, da cui si sarebbe fatto fluxare. Fluxus è infatti un participio irregolare. Regolare par che sarebbe flutus, come da induere, indutus, e dall’inusitato nuere, l’inusitato nutus, o il supino nutum, da cui abbiamo e di cui fa fede il continuativo nutare, e il verbale nutus sostantivo, (come jussus us, effectus us, sumptus us, ductus us ec. ec. nisus us, visus us, ec., risus [us] ec., situs us, positus us, ec. sortitus us ec. victus us ec. ec.) e così adnutare da adnuere, abnutare da abnuere ec. Ed io [2010] credo effettivamente che il vero benchè disusato participio (o supino) di fluere fosse flutus onde flutare che si trova infatti in Lucrezio, detto più modernamente fluitare. Onde si può confermare la lezione Lucreziana che alcuni volgono in dubbio, e cangiano in fluctat e fluctuat. V. poi un altro esempio di flutare o flutari nel Forcell. voc. fluta, che non sembra essere altro che un participio femminile sostantivato come il greco ἁρπυῖα da ἄρπω inusitato. Forse anche fluctuare si disse originariamente fluctare, e non fu che un continuativo di fluere da un altro suo participio fluctus, giacchè fluctus us, non credo essere altro che un verbale di fluere, come nutus us di nuere, jussus us di jubere ec. i quali nel nominativo singolare non hanno altra forma che quella del participio in us de’ verbi da cui derivano. Ovvero fluctare verrà da fluctum supino ec. Anticamente si disse fluctus i, come jussus i, ec. In verità fluctuare viene da fluctus us, come effettuare da effectus us, e non è continuativo. V. p. 2019.

Funditare dinota parimente l’antico [2011] funditus di fundere, in luogo di fusus. (28. Ott. 1821.). V. p. 2020.

Alla p. 1201 marg. Ed è veramente curioso ch’egli cada spessissimo in questo errore di chiamare i verbi in itare frequentativi di quelli ch’io chiamo continuativi, come mersitare di mersare, nel tempo stesso che anche questi li chiama frequentativi, come appunto chiama mersare. Dunque i verbi in itare saranno frequentativi de’ frequentativi. E che cosa vorranno dire? Si vede bene ch’egli non aveva posto mente a quello ch’io ho notato, cioè che non meno i frequentativi che i continuativi derivano unicamente dai participi in us de’ loro positivi.

Del resto potrà, come ho detto, essersi talora formato il verbo in itare dal continuativo in are, quando questo col lungo uso, come spessissimo accadde, aveva preso faccia e significato proprio, e di verbo positivo, sinonimo di quello da cui derivò, o non sinonimo, ma affatto indipendente da esso. (29. Ott. 1821.)

[2012] Alla p. 1271. mezzo. In prova di questo ch’io dico, cioè che le nazioni si comunicarono gli alfabeti scambievolmente, e che quando questa o quella nazione cominciava ad istruirsi, pigliava l’alfabeto di quella da cui le venivano i primi lumi, perocchè essa in realtà non l’aveva, nè sapeva scrivere; e che ciò dovette portare somme alterazioni nelle lingue; e che ciò durò non solo ne’ tempi antichissimi, ma fino a’ più moderni, e durerebbe anche oggi, dandosi un simil caso ec. v. Samuelis Aniensis Chronica, (coll’Eusebio del Mai) an. Christi 418.423. e la nota del Mai all’an. 399. cioè p. 44. not. 4. e la pref. del Mai al Filone, p. LIX. e quivi not. 4. V. anche Malte par un Voyageur françois (Rome) 1791. 2de  partie. - Langue. - p. 61-63. (29. Ott. 1821.)

Non bisogna confondere la purità della lingua la quale è di debito in tutte le scritture di qualunque nazione, coll’eleganza, la quale non è di debito se non in alcune [2013] scritture, ed in altre non solo non necessaria ma impossibile; nè perchè la lingua italiana è capacissima di eleganza, e perchè ne sentiamo un grandissimo sapore nella più parte de’ nostri buoni scrittori, credere che gli scritti didascalici ec. se e dove non ci riescono eleganti, non sieno italiani. Torno a dire che la precisione moderna ch’è estrema, e che in tali scritti e generi è di prima necessità, e che oggi si ricerca sopra tutte le qualità ec. è assolutamente di sua natura incompatibile colla eleganza: ed infatti il nostro secolo che è quello della precisione, non è certo quello della eleganza in nessun genere. Bensì ell’è compatibilissima colla purità, come si può vedere in Galileo, che dovunque è preciso e matematico quivi non è mai elegante, ma sempre purissimo italiano. Perocchè la nostra lingua, come qualunque altra è incapace di uno stile [2014] che abbia due qualità ripugnanti e contrarie essenzialmente, ma è capacissima dello stile preciso, non meno che dell’elegante, a somiglianza della greca, e al contrario della francese, ch’essendo capacissima di precisione è incapace di eleganza (quella che noi, i latini i greci intendevano per eleganza), e della latina, capacissima di eleganza e incapace di precisione, e però corrotta appena fu applicata alle sottigliezze teologiche, scolastiche ec. (fra le quali fu allevata per lo contrario la nostra, e crebbe la greca) ed anche a quelle della filosofia greca, dopo Cicerone; e quindi affatto inadattabile alle cose moderne, ed alle traduzioni di cose moderne. (30. Ott. 1821.)

La mancanza di libertà alla lingua latina, venne certo o dall’esser ella stata perfettamente applicata ne’ suoi buoni tempi a pochi generi di scrittura, ad altri imperfettamente e poco e da pochi, ad altri punto; [2015] o dall’esser ella, come lingua formata, la più moderna delle antiche, ed essere stata la sua formazione contemporanea ai maggiori incrementi dell’arte che si vedessero tra gli antichi ec. ec.; o dall’aver ella avuto in Cicerone uno scrittore e un formatore troppo vasto per se, troppo poco per lei, troppo eminente sopra gli altri, alla cui lingua chi si restrinse, perdette la libertà della lingua, chi ricusollo, perdette la purità, ed avendo riconquistata la libertà colla violenza, degenerolla in anarchia. Perocchè la libertà e ne’ popoli e nelle lingue è buona quando ella è goduta pacificamente e senza contrasto relativo ad essa, e come legittimamente e per diritto, ma quando ella è conquistata colla violenza, è piuttosto mancanza di leggi, che libertà. Essendo proprio delle cose umane dapoi che son giunte [2016] ad una estremità, saltare alla contraria, poi risaltare alla prima, e non sapersi mai più fermare nel mezzo, dove la natura sola nel primitivo loro andamento le aveva condotte, e sola potrebbe ricondurle. Un simile pericolo corse la lingua italiana nel 500. quando alcuni volevano restringerla, non al 300. come oggi i pedanti, ma alla sola lingua e stile di Dante, Petrarca e Boccaccio per la eminenza di questi scrittori, anzi la prosa alla sola lingua e stile del Boccaccio, la lirica a quello del solo Petrarca ec. contro i quali combatte il Caro nell’Apologia.

Del resto la lingua latina era infatti liberissima, e simile alla greca in questo e nel rimanente, prima del secolo di Cicerone e della forma che in esso ricevette, e ne’ suoi primi (ed anche ottimi) scrittori, che potremmo assomigliare ai trecentisti. (30. Ott. 1821.)

[2017] La differenza tra il diletto che ci reca il canto, e quello del suono, e la superiorità di quello su questo, è pure affatto indipendente dall’armonia. (30. Ott. 1821.)

Il talento non essendo nella massima parte che opera dell’assuefazione, è certo che coloro che ammirano in altrui questo o quel talento, abilità, opera ec. ammirano e si stupiscono di quello, di cui essi medesimi in diverse circostanze, sarebbero stati appresso a poco capacissimi. (30. Ott. 1821.)

Il fare un atto di vigore, o il servirsi del vigore passivamente o attivamente, (come fare un veloce cammino, o de’ movimenti forti ed energici ec.) quando e finchè ciò non superi le forze dell’individuo, è piacevole per ciò solo, quando anche sia per se stesso incomodo, (come l’esporsi a un gran freddo ec.) quando anche sia senza spettatori, e prescindendo pure dall’ambizione e dall’interna soddisfazione e [2018] compiacenza di se stesso, che vi si prova. Nè solo il fare tali atti, ma anche il vederli, l’essere spettatore di cose attive, energiche, rapide, movimenti ec. vivaci, forti, difficili ec. ec. azioni ec. piace, perchè mette l’anima in una certa azione, e le comunica una certa attività interiore, la rompe ec. l’esercita da lontano ec. e par ch’ella ne ritorni più forte, ed esercitata ec.

Ho detto che ogni sensazione di vigore corporale è piacevole. Così anche nell’anima (e però è piacevole ogni sollevazione dello spirito, cagionata dalla lettura, dagli spettacoli, dall’orazione, dalla meditazione, dalle sensazioni esterne d’ogni genere ec.); così anche ogni atto di vigore spirituale, come risoluzioni virtuose, o energiche, sacrifizi, rassegnazioni ec. ec.

In somma, il vivente tende essenzialmente alla vita. La vita è per lui piacevole, e quindi tutto ciò ch’è vivo, venga pur sotto l’aspetto della morte. La felicità dell’uomo consiste nella vivacità delle sensazioni e della vita, perciocch’egli ama la vita. E questa vivacità non è mai tanto grande come quando ell’è corporale. Lo stato naturale provvedeva ottimamente a questa inclinazione elementare e generalissima dell’uomo. (30. Ott. 1821.)

[2019] Alla p.2010. marg. Questi due verbi però, fluctuare, ed effettuare (effectuer, efectuar) mi denotano un altro genere di formazione di verbi, fatti da’ verbali in us (cioè consonanti co’ participii in us de’ verbi positivi) troncando la s e aggiungendo l’are, genere analogo ai continuativi, ma assai meno copioso; il quale essendo stato adoperato ne’ tempi della buona antichità, seguì pure ad esserlo, con nuove formazioni ne’ bassi tempi, dove trovi usuare, usufructuare ec. ec. Abbiamo pur noi situare, ec. graduare ec. abituare ec. ed in uere si trova statuere da status us. V. p.2226. 2338. Abbiamo volgarmente questuare da quaestus us azione evidentemente più lunga, abituale ec. di cercare. Quêter in francese puro continuativo di quaerere, ha pure simil forza ec. Derivano insomma questi verbi in uare da’ nomi della 4. declinazioni per lo più verbali, e presi da’ participii in us. Così arcuare, tumultuare, o ari. Così sinuare, insinuare, aestuare, exdorsuare. V. p.2323. (30. Ott. 1821.)

I fanciulli con la vivacità della loro immaginazione, e col semplice dettame della natura, scuoprono e vedono evidentemente delle somiglianze e affinità fra cose disparatissime, trovano rapporti astrusissimi, dei quali converrebbe che il filosofo [2020] facesse gran caso, e non si sdegnasse di tornare in qualche parte fanciullo, e ingegnarsi di veder le cose come essi le vedono. Giacchè è certo che chi scopre grandi e lontani rapporti, scopre grandi e riposte verità e cagioni: e forse perciò il fanciullo sa talvolta assai più del filosofo, e vede chiaramente delle verità e delle cagioni, che il filosofo non vede se non confusamente, o non vede punto, perocch’egli è abituato a pensare diversamente, e a seguire nelle sue meditazioni tutt’altre vie che quelle che seguì naturalmente da fanciullo. (31. Ott. 1821.)

Alla p. 2011. principio. Circa il verbo vexare, che sembra essere un continuativo di vehere dall’inusato participio vexus per vectus, di cui può far fede convexus convexitas ec. (v. il Forcell. a queste voci, e nota che si dice anche convexare, siccome [2021] convehere, e convectare) osserva il luogo di Gellio nel Forcellini, nota com’egli si aggiri non conoscendo la proprietà della formazione de’ continuativi, che ha virtù di accrescere l’azione significata da’ positivi; e nota ancora che vehere dall’usato vectus ha pur l’altro non controvertibile continuativo vectare. (31. Ott. 1821.)

Alla p.1115. principio. Insomma è manifesto che la formazione dei verbi ch’io chiamo continuativi è distintissima da quella dei verbi in itare che io chiamo cogli altri, frequentativi; e l’uso lo è parimente, se non quanto potè poi degenerare o confondersi, come dirò appresso.

E parimente è manifestissimo che la formazione e l’uso de’ verbi continuativi, è distintissimo da quello de’ positivi, e quei continuativi che conservarono presso gli scrittori latini de’ buoni tempi la loro [2022] primitiva proprietà, sono anche oggi tali che chiunque abbia gusto e tatto di latinità, conosce e sente a prima vista che non si potrebbero in nessun modo usare in luogo de’ positivi, nè questi in luogo di quelli, senza mancare assolutamente alla proprietà latina, e senza totalmente barbarizzare, come versare per vertere, o vertere per versare. Il che dimostra che quegli altri continuativi i quali oggi non sono in questo caso, non vi sono per le ragioni che dirò in seguito, non già per la loro natura e forma, la quale originariamente e propriamente è la stessa che quella dei continuativi manifesti anche oggi, e durati sempre nell’uso de’ buoni latini come continuativi. (31. Ott. 1821.). V. p. 2118. fine e 2187. fine.

Alla p. 1116. marg. fine. Del resto o che quei verbi ch’io chiamo continuativi si chiamino così, o si chiamino frequentativi come gli altri fanno, bisognerà sempre [2023] allo stesso modo rendere ragione del perchè si trovino adoperati in luogo de’ positivi, così che questo non fa maggiormente contro di me, di quello che faccia contro tutti quei gramatici che li chiamano frequentativi. Anzi è più duro e più lontano il passaggio dal significato frequentativo al positivo, che dal continuativo al medesimo positivo, poichè la differenza fra i due primi significati è chiara, notabile, facile a sentire e comprendere, e marcata; laddove quella fra il significato continuativo e il positivo, è spesso, anzi quasi sempre sottilissima e sfuggevolissima e metafisica, come altrove ho notato, e perciò facile a esser trascurata; siccome impossibile a esser sentita da chi non ha lungo uso e perfetto gusto di latinità. (31. Ott. 1821.)

Alla p. 1109. Di questi tali verbi di forma continuativa, propri delle lingue moderne, [2024] quelli che non hanno oggi alcun significato distintamente continuativo, o che s’usano indifferentemente come i positivi da cui derivano, o restano in luogo di questi già estinti, potranno credersi introdotti nelle nostre lingue ne’ bassi tempi, o ne’ bassi tempi trasportati dal significato continuativo al positivo o a qualunque altro, o sostituiti interamente ai positivi loro. Quelli però (e son parecchi) che hanno nelle stesse nostre lingue un evidente significato continuativo (esistano ancora in esse o non esistano i loro positivi), e tuttavia non si trovano negli scrittori della buona latinità, difficilmente m’indurrò a credere, che sieno di bassa epoca, e che non ci siano dirittamente pervenuti mediante l’antico volgare latino, padre delle nostre lingue, e conservatore ostinato delle antiche proprietà della favella. Giacchè non è verisimile [2025] che ne’ bassi e corrotti tempi, si coniassero espressamente questi verbi, secondo tutta la proprietà dell’antichissimo latino, secondo tutte le regole della formazione e della significazione continuativa; quando queste regole, e questa tal proprietà, da sì lungo tempo, e nell’istesso fiore della latinità era stata dimenticata, o mal distinta, e confusamente sentita, o del tutto ignorata e violata dagli stessi scrittori latini e da’ migliori gramatici, e conoscitori della regolata favella, e formatori di nuove parole. (31. Ott. 1821.)

Gli antichi poeti e proporzionatamente gli scrittori in prosa, non parlavano mai delle cose umane e della natura, se non per esaltarle, ingrandirle, quando anche parlassero delle miserie e di argomenti, e in istile malinconico ec. Così che la grandezza costituiva il loro modo di veder le cose, e lo spirito della loro poesia. Tutto al contrario accade ne’ poeti, e negli [2026] scrittori moderni, i quali non parlano nè possono parlare delle cose umane e del mondo, che per deprimerne, impiccolirne, avvilirne l’idea. Quindi è che i linguaggi antichi sempre innalzano e ingrandiscono, massime quelli de’ poeti, i moderni sempre impiccoliscono e abbassano e annullano anche quando sono poetici. Anzi appunto in ciò consiste lo spirito poetico d’oggidì (che ha sempre, e massime oggi, grandi rapporti col filosofico di ciascun tempo). Gli antichi si distinguevano dal volgo coll’inalzare le cose al di sopra dell’opinione comune; i moderni poeti col deprimerle al di sotto di essa. In ciò pure v’è grandezza, ma del contrario genere. Onde avviene che gli scritti moderni tradotti p.e. in latino, o le cose moderne trattate in latino, suonano tutt’altro da quello che intendono, e ne segue un effetto discordante tra la grandezza e l’altezza del linguaggio, e la strettezza e bassezza delle idee, ancorchè fra noi poeticissime. (Come accaderebbe trasportando le nostre letterature in Oriente). E viceversa traducendo gli antichi negl’idiomi moderni, o trattando in questi le cose antiche.

Da ciò segue che la lingua latina [2027] come quella ch’essendo d’indole tutta e distintissimamente antica, non ne ha punto la libertà, è del tutto inettissima alle cose moderne, alle traduzioni degli scritti moderni ec. (e lo spirito umano avrebbe incontrato un grandissimo ostacolo, e camminato con somma lentezza, se più a lungo, dopo il risorgimento della civiltà, fosse durato negli scrittori, negli affari ec. l’uso e il bisogno di adoperar la lingua latina, per la insufficienza delle volgari.) Le altre lingue antiche vi sono più o meno adattabili, secondo che hanno maggiore o minor libertà, fra le quali tiene il primo luogo la greca. (dico fra le lingue antiche ben colte e formate, giacchè le altre sono adattabili a tutto, non per virtù, ma per difetto, e così può forse dirsi della tedesca.) Viceversa le moderne sono più o meno adattabili alle cose antiche, ed alle traduzioni degli antichi, secondo che hanno maggiore o minor libertà, e che tengono più o meno d’indole antica, [2028] o somigliante o affine all’antica: fra le quali ha il primissimo luogo l’italiana, (intendo sempre fra le colte) e l’ultimissimo possibile la francese, o piuttosto ella è fuori affatto di questo numero. (1. Nov. dì d’Ognissanti. 1821.)

L’uomo si assuefa ad assuefarsi, ed impara ad imparare, e ne ha bisogno. Ve. Staël De l’Allemagne t.1. 1re part. ch. 18. p. 155. fine 156. L’uomo del più gran talento non va esente da questo bisogno, anzi con ciò solo può formarsi il talento, e senza ciò, come spessissimo accade, la maggior disposizione possibile, resta affatto infruttuosa, ed ignota a quello stesso che la possiede. Vale a dire che nessuna facoltà esiste primitivamente nell’uomo; neppur quella d’imparare, che anch’essa bisogna acquistarsi. (1. Nov. 1821.)

Ho detto altrove che la natura par che abbia confidato a ciascun individuo la conservazione e la cura dell’ordine, della ragione, [2029] della giustizia, dell’esistenza ec. per ciò che spetta agli altri individui, o alle altre cose esistenti; insomma la conservazione di tutta la natura, e di tutte le sue leggi, anche dove o quando punto non ci appartengono par che sia incaricata a ciascun individuo. Da questo nasce l’ira che noi proviamo nell’udire un misfatto, per es. un omicidio, di persona a noi affatto ignota, e posta fuori d’ogni nostra minima relazione, partito ec. e quando anche l’omicida si trovi nello stesso caso. Noi, e tanto più quanto la nostra immaginazione è più viva, e il nostro sentimento più caldo, e quanto meno siamo corrotti e snaturati dalla fredda ragione, proviamo subito un vivo senso di odio verso il delinquente, un desiderio di vendetta, quasi che l’offesa fosse fatta a noi, un vivo piacere se intendiamo che è caduto nelle mani della [2030] giustizia, e dispiacere s’egli è fuggito. Massime quando il racconto del misfatto, per qualunque circostanza ci riesca vivo ec. e molto più se il misfatto accade in nostra presenza ec. Un eccesso di energia pone anche l’uomo in desiderio di vendicare il misfatto da se, quando anche non gli appartenga nè l’interessi in nessunissima parte. Da ciò nasce che il popolo, spargendosi la fama di qualche notabile delitto, è sempre decisamente contento della cattura del reo, la desidera, l’applaude, e stando egli sotto processo, discorre della sua condanna come di una soddisfazione e un piacere ch’egli aspetti e desideri, accusa la lentezza dei giudici, e se il reo è assoluto, se ne duole, come di un torto fatto a se stesso. Se è condannato ne gode, finchè all’ira verso la colpa non succede la compassione verso la pena.

Del resto in questi effetti non entra [2031] come cagione essenziale, la compassione verso la vittima del misfatto, anzi ella è bene spesso, per varie circostanze, o leggera o nulla, e fuor di proporzione cogli altri effetti sopraccennati; e vi sono anche de’ misfatti che non hanno nessuna vittima particolare, ed offendono egualmente il pubblico.

Tutto ciò per altro, e tutti questi sentimenti, benchè paiano puramente naturali, innati ed elementari, non derivano poi veramente che dalle assuefazioni. Almeno fino a un certo segno, giacchè, come ho detto altrove, io credo che l’animale non sanguinario, odii naturalmente l’animale carnivoro, vedendolo afferrare, uccidere, e divorare la sua preda, quantunque egli in verità non pecchi contro alcuna legge della sua natura, ma ben contro quelle che la natura ha prescritte agli animali non carnivori. Così il giudizio e il senso del bene e del male, giusto e ingiusto, non è che relativo, e senz’alcun tipo o ragione antecedente. ec. ec. ec. (1. Nov. 1821.)

[2032] L’uomo inesperto delle cose, è sempre di spirito e d’indole più o meno poetica. Ella diventa prosaica coll’esperienza. Ma bene spesso colui che da giovane fu per assuefazione o per natura più notabilmente poetico, tanto più presto (anche nella stessa gioventù) e più gagliardamente diviene prosaico coll’esperienza. Un eccesso tira l’altro, perchè gli eccessi, contro quello che a prima vista apparisce sono più affini, amici e vicini fra loro, che con quello che è fra loro di mezzo. Colui che per avere uno spirito gagliardamente poetico, sente fortemente, fortemente e presto deve sentire la nullità e la malvagità degli uomini e delle cose. Egli diviene fortemente disingannato, perchè fu capace di essere fortemente ingannato, e lo fu infatti. Prima della cognizione egli prova gagliarde illusioni, dopo la cognizione, gagliardi, e pronti, e costanti ed interi disinganni. La stessa forza della sua natura [2033] o delle sue facoltà acquisite, che dava risalto ed energia alle sue illusioni, ne rende altrettanta a’ suoi disinganni. E perciò la vecchiezza del poeta, è forse (almeno spessissimo) assai più prosaica in tutti i sensi, che quella dell’uomo d’indole primitivamente fredda, e tanto più quanto la sua giovanezza, prima della sufficiente esperienza, fu più vivamente e veramente poetica in qualunque senso. Giacchè per poetica intendo anche inclinata alla virtù, all’eroismo, magnanimità ec. ancorchè non applicata punto alla poesia, ma solamente ai fatti, ai desiderii, alle passioni ec. (2. Nov. 1821.). V. p.2039.

Alla p. 1162. dopo il mezzo. Vediamo ora la ragione gramaticale di questa formazione de’ verbi continuativi. Il formare un verbo dal participio passato di un altro verbo, significa che l’azione denotata da questo verbo originario, dopo che già in tutto [2034] o in parte è stata fatta, seguita ancora a farsi. Per esempio adflictare formato dal participio passato adflictus di adfligere, è come dire adflictum facere, anzi afflictum affligere, il che importa assai più che adfligere, e viene a dire che colui che adflixit, dopo che il paziente è già in tutto o in parte adflictus, non lascia però ancora di adfligere. Così datare che significa costume di dare, viene gramaticalmente ad esprimere che colui che ha già dato, pur segue tuttavia a dare. Viene in somma il verbo così formato a significare più azioni o più parti successive di azioni, cioè atti o azioni secondarie, in una volta, e in una sola voce. Quindi adflictare significa azione o più continuata, o più perfetta che adfligere. E dico più perfetta perchè mi par che talvolta i verbi continuativi abbiano forza di esprimere un’azione più terminata, più intera, più compiuta di quella significata da’ positivi, e [2035] quindi più continua non quanto a se, ma quanto a’ suoi effetti. E che perciò vengano a dire quasi penitus... re. V. il luogo di Gellio nel Forcell. in Vexo. La qual significazione conviene pure benissimo con la loro formazione da’ participii passati de’ verbi positivi, giacchè il dire che uno p.e. fa distrutta una cosa, significa azione più perfetta e terminata che il dire ch’egli la distrugge. Quello includendo nel presente il passato, dimostra che il presente, ossia l’azione ch’esso denota, è tanto perfetta, ch’ella è già quasi fosse passata. Questo non ha altra forza che l’ordinaria del presente. ec. Al qual proposito si può in qualche modo riferire il verbo francese complèter, formato anch’esso alla maniera de’ continuativi latini, da completus di complere, il quale viene a dire completum facere, o far compiuto, (rendre complet. Alberti) e significa assai più che il nostro compiere. V. p. 2039.

Del resto tutto ciò che in questo pensiero e in quello a cui questo si riferisce, ho detto dell’azione o dell’atto, dico parimente [2036] della passione, e di ciò ch’è di mezzo fra l’azione e la passione; come il cadere, l’essere, lo stare, e tutto ciò ch’è il soggetto de’ verbi neutri.

La ragione gramaticale che ho resa della formazione de’ verbi continuativi, è applicabile ancora, per la loro parte, ai frequentativi. L’uno e l’altro genere di verbi io amo dunque per le dette ragioni, chiamarli piuttosto formati da’ participii passati de’ verbi positivi, che da’ loro supini, come sogliono fare ordinariamente (non però sempre) i gramatici. E quanto ai participii in us dei verbi neutri ne ho parlato altrove.

Queste osservazioni ancora ci possono accrescer l’idea della grande sagacità e sottigliezza della lingua latina, che è pur delle più antiche. E notate che tutte queste sottigliezze in proposito dei continuativi, frequentativi ec. non si debbono mica allo studio e all’arte profonda di coloro che applicando essa lingua alla letteratura ec. le diedero forma intera, stabile e perfetta; ma anzi oltre che precedettero di molto quest’epoca, elle sono assai più notabili, e più visibili, e più fedelmente osservate dagli scrittori latini più antichi, come ho detto in molti luoghi; e quanto più antichi saranno i monumenti [2037] scritti latini che vorremo osservare, tanto meglio, e più costantemente, regolarmente e distintamente vi scopriremo quelle proprietà del loro linguaggio, che io ho dilucidate e spiegate. E pure il Lazio era de’ più rozzi paesi della terra. E pur le osservazioni che abbiamo fatte vertono sopra qualità che ricercano un acume, una sottigliezza, una metafisica singolare nel linguaggio e ne’ suoi primitivi formatori.

Questi pensieri ci possono condurre a grandi risultati intorno all’acutezza naturale de’ primi parlatori, alla vivezza e disparatezza de’ rapporti ch’essi scoprivano, alla loro penetrazione, metafisica ec. Infatti quante volte il fanciullo è più metafisico ed anche sofistico, che l’uomo maturo il più versato in tali materie ec. Puoi vedere la p. 2019. fine, seg. (2. Nov. dì de’ morti. 1821.)

La semplicità bene spesso non è altro [2038] che quella cosa, quella qualità, quella forma, quella maniera alla quale noi siamo assuefatti, sia naturale o no. Altra cosa, forma, ec. benchè assai più semplice in se, o più naturale ec. se non ci par semplice, perchè ripugna, o è lontana dalle nostre assuefazioni.

Quindi è che le stesse cose, qualità, maniere ec. naturali, o l’imitazione o l’espressione ec. di esse naturalissimamente fatta, sovente non ci par semplice, perchè non vi siamo assuefatti, o ce ne siamo dissuefatti; e per la stessa ragione per cui non par naturale. Ciò accade sopra tutto ai francesi. L’idea e il senso della semplicità e naturalezza varia del tutto secondo le assuefazioni (anche in uno stesso individuo, tutto giorno): e il semplice e il naturale de’ francesi è tutt’altro da quello de’ primitivi, degli antichi, delle altre nazioni ec. e ciò in tutti i generi.

Il semplice in gran parte non è che l’ordinario: e lo straordinario difficilmente par semplice. Ora qual cosa più relativa dell’ordinario [2039] e straordinario? (2. Nov. 1821.)

Alla p. 2035. fine. In somma è proprietà de’ continuativi (proprietà ben motivata dal modo e natura che ho sviluppata della loro formazione) di accrescere sempre il significato e la forza de’ positivi, in un modo e senso, o nell’altro ec. e i continuativi dicono sempre più de’ positivi per qualche verso, se non interamente. (2. Nov. 1821.)

Facoltà umana è sinonimo di abitudine. - Uomo o ingegno colto o grande: Uomo o ingegno assuefatto o esercitato. - Facoltà di generalizzare: Abitudine di generalizzare, ec. (3. Nov. 1821.)

Alla p. 2033. Una gran forza naturale di sentimento di immaginazione ec. non suol essere senza un gran talento (e perciò ella è sempre compagna della facoltà di ragionare e pensare), cioè una gran disposizione e facilità di assuefarsi. La facoltà di sentire profondamente ec. e d’immaginare, si acquista [2040] mediante la detta disposizione, come tutte le altre; e quando essa facoltà è ben grande, egli è segno che anch’essa disposizione è grande, e però capace anche di altre diversissime facoltà. Ora la disposizione ad assuefarsi include, come ho bene spiegato altrove, quella di dissuefarsi, cioè di contrarre facilmente e prontamente nuove e contrarie abitudini. Quindi è che l’uomo di gran sentimento è in maggior pericolo di perderlo, di divenir quasi insensibile, di contrarre un abito gagliardo di freddezza d’indifferenza, di alienarsi fortemente dalla virtù ec. ec. che non colui il quale non possiede che un sentimento mediocre, e non è virtuoso che per una mediocre forza, ec. Le disposizioni di costoro si vede infatti che sono durevolissime, anzi le sole durevoli e costanti, perch’essi non contraggono facilmente nuove assuefazioni, non si persuadono di contrarii principii, e le circostanze hanno poca influenza [2041] su di loro. Ma l’uomo gagliardamente suscettivo, perciò appunto è capace e suscettivo di divenire insuscettivo, duro, freddo, egoista, quando le circostanze lo portano a queste assuefazioni; e necessariamente ve lo porta l’esperienza del mondo. La quale per convincerlo, ed assuefarlo a nuovi e contrarii principii, non ha bisogno di molto tempo, perchè appunto un tal uomo presto e facilmente e fortemente conosce, sente, e si assuefa. (3. Nov. 1821.)

La rapidità e la concisione dello stile, piace perchè presenta all’anima una folla d’idee simultanee, o così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. [2042] La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee, può derivare e da ciascuna parola isolata, o propria o metaforica, e dalla loro collocazione, e dal giro della frase, e dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ec. Perchè è debole lo stile di Ovidio, e però non molto piacevole, quantunque egli sia un fedelissimo pittore degli oggetti, ed un ostinatissimo e acutissimo cacciatore d’immagini? Perchè queste immagini risultano in lui da una copia di parole e di versi, che non destano l’immagine senza lungo circuito, e così poco o nulla v’ha di simultaneo, giacchè anzi lo spirito è condotto a veder gli oggetti appoco appoco per le loro parti. Perchè lo stile di Dante è il più forte che mai si possa concepire, e per questa parte il più bello e dilettevole possibile? Perchè ogni [2043] parola presso lui è un’immagine ec. ec. V. il mio discorso sui romantici. Qua si possono riferire la debolezza essenziale, e la ingenita sazietà della poesia descrittiva, (assurda in [se] stessa) e quell’antico precetto che il poeta (o lo scrittore) non si fermi troppo in una descrizione. Qua la bellezza dello stile di Orazio (rapidissimo, e pieno d’immagini per ciascuna parola, o costruzione, o inversione, o traslazione di significato ec.), v. p. 2049. e quanto al pensiero, quella dello stile di Tacito. ec. (3. Nov. 1821.). V. p. 2239.

L’inclinazione dell’uomo al suo simile, è tanto maggiore quanto l’uomo (e così ogni vivente) è vicino allo stato naturale, e tanto più vivi e più numerosi sono gli svariatissimi effetti (da me in diversi luoghi osservati) di questa essenzialissima inclinazione, figlia immediata dell’amor proprio, anch’esso tanto più vivo ed energico, almeno ne’ suoi effetti, e nell’aspetto che piglia, quanto il [2044] vivente è più naturale. Tutti p.e. amano l’imitazione dell’uomo e delle cose umane nelle arti, nella poesia, ec. più che quella di qualunque altro oggetto. Ma questa preferenza è più notabile nel fanciullo, il quale tra’ suoi pupazzi si compiace soprattutto di quelli che rappresentano uomini, e nelle favole o novelle che legge, di quelle che trattano d’uomini. ec. ec. ec. Quando anche abbia p.e. delle figure d’animali assai più ben fatte, che quelle d’uomini ec. ec.

A questa inclinazione, e quindi all’amor proprio da cui essa deriva, e non ad altro, si deve riferire la propensione di preferenza che l’uomo ha per li coetanei, per gli uguali ec. Anch’essa tanto maggiore, quanto l’uomo è più naturale. Il fanciullo tra’ pupazzi o favole d’uomini, soprattutto si diletta di quelli che rappresentano, e di quelle che trattano cose fanciullesche.

[2045] Si suol dire che l’amicizia è tra gli uguali. L’amore per certo, naturalmente tende all’uguale in quanto all’ordinario. Che se è notato com’egli tende pure ai contrari, questa propensione non so primieramente quanto sia naturale, in secondo luogo ella nasce, come ho detto altrove, da un’altra disposizione della natura che c’inclina verso lo straordinario, perciò appunto che è, ed in quanto è straordinario. Come, sebbene noi siamo inclinati alla bellezza, ch’è perfetta convenienza, siamo però anche inclinati alla grazia, ch’è una certa sconvenienza, o non perfetta convenienza; anzi a questa più che a quella, almeno nel nostro stato presente. La natura ha parecchie qualità e principii armonici a un tempo e contrarii, anzi armonizzanti e sostenentisi scambievolmente in virtù della loro contrarietà: e l’uno de’ contrarii non solo non distrugge la teoria [2046] dell’altro, ma anzi la dimostra. (3. Nov. 1821.)

Chi vuol vedere come le facoltà umane sieno tutte acquisite, e la differenza che passa fra l’acquisito e il naturale o innato, osservi che tutte le facoltà di cui l’uomo è capace, sono maggiori assai nell’uomo maturo (e civile ec.) che nel fanciullo, se pur questi non ne manca affatto, e crescono insieme coll’uomo: laddove le inclinazioni che sono ingenite, e ben diverse dalle facoltà, generalmente parlando, come qua e là ho mostrato di questa o di quella, e come si può dire di tutte (purchè sieno naturali e non acquisite anch’esse), sono tanto maggiori, più vive, notabili, numerose ec. quanto l’uomo è più vicino allo stato di natura, cioè o fanciullo, o primitivo, o selvaggio, o ignorante ec. E quantunque le facoltà umane crescano coll’età e dell’individuo, e de’ popoli o del mondo, nondimeno, essendovi due generi di disposizioni ad [2047] esse facoltà, altre acquisite, altre naturali ed ingenite o in tutti o in qualcuno, quelle crescono allo stesso modo delle facoltà, queste, perchè sono qualità naturali, sono assai maggiori nell’uomo naturale, e massime nel fanciullo, che nell’uomo civilizzato o nell’adulto, come tuttogiorno si osserva che i fanciulli son capaci di avvezzarsi, di imparare ec. cose che gli uomini fatti non possono, se da fanciulli non hanno incominciato. Insomma tutto quello ch’è naturale, è tanto più forte e notabile, quanto il soggetto è meno coltivato ec. e tutto ciò che coltivato è più forte ec. non è naturale ec. ec. (4. Nov. 1821.)

La memoria è la generale conservatrice delle abitudini. O piuttosto (giacchè vediamo che, perduto quello che si chiama memoria, pur si conservano le abitudini) siccome la memoria, [2048] in quanto facoltà, è una pura abitudine, così ciascun’altra abitudine è una memoria. Di memoria son provveduti tutti i sensi, tutti gli organi, tutte le parti fisiche o morali dell’uomo, che son capaci di avvezzarsi, e di abilitarsi, e di acquistare qualunque facoltà. La memoria è da principio una disposizione, poi una facoltà di assuefarsi che ha l’intelletto umano; l’assuefabilità, e le assuefazioni delle altre parti dell’uomo, sono disposizioni e facoltà di ricordarsi, di ritenere, che hanno esse parti. La memoria è un abito, gli abiti altrettante memorie, attribuite dalla natura a ciascuna parte assuefabile del vivente, in quanto disposizioni, ed acquistate in quanto facoltà ed assuefazioni. Questo pensiero si può molto stendere, e cavarne delle belle conseguenze, intorno alla natura della memoria, ed alla sua analogia colle altre [2049] disposizioni e facoltà dell’uomo. Siccome la memoria per diverse circostanze s’indebolisce o come disposizione, o come facoltà, o nell’uno e nell’altro modo, così pure per diverse circostanze fisiche, morali ec. accade all’assuefabilità ed alle assuefazioni delle altre parti ed organi degli animali. E come coll’esercizio l’altre assuefazioni ed assuefabilità, o si acquistano, o si accrescono ec. così la memoria ch’è assuefabilità, e le reminiscenze che sono assuefazioni ec. (4. Nov. 1821.)

Alla p. 2043. margine. La bellezza e il diletto dello stile d’Orazio, e d’altri tali stili energici e rapidi, massime poetici, giacchè alla poesia spettano le qualità che son per dire, e soprattutto lirici, deriva anche sommamente da questo, ch’esso tiene l’anima in continuo e vivissimo moto ed azione, col trasportarla a ogni tratto, e spesso bruscamente, da un pensiero, da un’immagine, da un’idea, da una cosa ad un’altra, e talora assai lontana, e diversissima: onde il pensiero ha da far molto a [2050] raggiungerle tutte, è sbalzato qua e là di continuo, prova quella sensazione di vigore (v. p.2017. capoverso ult.) che si prova nel fare un rapido cammino, o nell’esser trasportato da veloci cavalli, o nel trovarsi in una energica azione, ed in un punto di attività (v. p.1999.); è sopraffatto dalla moltiplicità, e dalla differenza delle cose, (v. la mia teoria del piacere) ec. ec. ec. E quando anche queste cose non sieno niente nè belle, nè grandi, nè vaste, nè nuove ec. nondimeno questa sola qualità dello stile, basta a dar piacere all’animo, il quale ha bisogno di azione, perchè ama soprattutto la vita, e perciò gradisce anche e nella vita, e nelle scritture una certa non eccessiva difficoltà, che l’obbliga ad agire vivamente. E tale è il caso d’Orazio, il quale alla fine non è poeta lirico che per lo stile. Ecco come lo stile anche separato dalle cose, possa pur essere una cosa, e grande; tanto che uno può esser poeta, non avendo [2051] altro di poetico che lo stile: e poeta vero, e universale, e per ragioni intime, e qualità profondissime, ed elementari, e però universali dello spirito umano.

Questi effetti che ho specificati li produce Orazio a ogni tratto, coll’arditezza della frase, onde dentro il giro di un solo inciso vi trasporta e vi sbalza più volte di salto da una ad altra idea lontanissima e diversissima. (Come pure coll’ordine figuratissimo delle parole, e colla difficoltà, e quindi attività ch’esso produce in chi legge.) Metafore coraggiose, epiteti singolari e presi da lungi, inversioni, collocazioni, soppressioni, tutto dentro i limiti del non eccessivo (eccessivo potrebb’essere pei tedeschi, troppo poco per gli orientali) ec. ec. producono questi effetti in qualsivoglia luogo delle sue poesie.

Pone me pigris ubi nulla campis

Arbor aestiva recreatur aura,

Quod latus mundi nebulae, malusque

Iuppiter urget.

Eccovi prima la pigrizia, poi questa applicata ai campi, e immediatamente gli alberi, e l’aria d’estate, poi un fianco del mondo, poi [2052] le nebbie, e poi Giove in vece del cielo, e malvagio in vece di contrario, che urtano o spingono o perseguitano quella parte di mondo.

La vivezza e il pregio di tutto ciò (come di tante simili bellezze in altri stili) non consiste in altro che nella frequenza, e nella lunghezza dei salti da un luogo, da un’idea all’altra. Le quali cose derivano dall’arditezza dell’elocuzione materiale.

Della quale arditezza essendo incapace la lingua francese, è incapace di stile poetico, e le mille miglia separata dal lirico. (4. Nov. 1821.). V. p. 2054. e 2358. fine.

Alla p. 1108. Amplexare e amplexari da amplexus di amplectere e amplecti; (si disse anche amplectari forse da un participio amplectus) e complexare da complexus di complectere; (4. Nov. 1821.). V. p. 2071. principio. e 2076. e 2199. fine. e 2284. princip.

[2053] La sola vastità desta nell’anima un senso di piacere, da qualunque sensazione fisica o morale, ella provenga, e per mezzo di qualunque de’ cinque sensi. Un salone ampio e disteso, alle cui estremità appena giunge la vista, piace sempre, e massime se se ne nota bene la vastità, per non essere interrotta da colonne, p.e. o altri oggetti, che sminuzzino la sensazione. Piace la vastità, in quanto vastità, anche nelle sensazioni assolutamente dispiacevoli, sebbene il dispiacere essendo vasto, paia che debba essere, e sia per una parte maggiore.

Bisogna distinguere il vasto dal vago o indefinito. L’uno e l’altro piace all’anima per le stesse ragioni, o per ragioni della stessa specie. Ma ci può ben essere un vasto che non sia vago, e un vago che non sia vasto. Nondimeno queste qualità si ravvicinano sempre quanto all’effetto che fanno sull’anima, e ciò perchè le sensazioni [2054] vaghe, ancorchè derivino (come spesso) da oggetti materialmente piccolissimi, e compresi bastantemente dall’anima per piccoli, sono sempre vaste, in quanto essendo indefinite non hanno termini; e le sensazioni vaste, ancorchè gli oggetti che le producono abbiano manifesti termini, sono sempre indefinite, in quanto l’anima non arriva ad abbracciarle tutte intere, almeno in un sol punto, e però non può contenerle, nè giungere a sentire pienamente i loro termini.

Tutto ciò può applicarsi alle sensazioni prodotte dalla poesia, o dagli scrittori, ec. al lontano, all’antico, al futuro, ec. ec. (5. Nov. 1821.) Alla p. 2052. Dalla natura di tali stili (propri di tutti i grandi e veri poeti, più o meno, e massime di quelli che si distinguono anche nello stile) deve risultare, che molte delle dette immagini (talvolta comprese in una brevissima frase, in una sola parola ec.) debbano essere solamente accennate; e così [2055] pure solamente accennate le connessioni e relazioni loro col soggetto, o colle altre immagini, idee, sentenze, ec. a cui son vicine, a cui spettano, a cui si riferiscono ec. E questo ancora piace, perchè obbliga l’anima ad una continua azione, per supplire a ciò che il poeta non dice, per terminare ciò ch’egli solamente comincia, colorire ciò ch’egli accenna, scoprire quelle lontane relazioni, che il poeta appena indica ec.

et aridus altis

Montibus audiri fragor.

(Virg. Georg. 1. 357. seg.)

Che ha che fare il fragore coll’arido? Bisogna che il pensiero conosca ch’egli v’ha che fare in quanto strepita fra i seccumi d’una selva. Ecco come la mente deve supplire alla connessione delle idee (solamente accennata, anzi quasi trascurata dal poeta) dentro una stessa brevissima frase. E deve poi compiere l’immagine che è solamente accennata, con quell’aridus fragor. (Questa interpretazione [2056] ch’io do al detto passo, non so se sia vera. V. i comment. A me basta che quest’esempio spieghi a me stesso il mio pensiero.) Ecco come la soppressione stessa di parole, di frasi, di concetti, riesca bellezza, perchè obbliga l’anima piacevolmente all’azione, e non la lascia in ozio. ec. ec. Tali qualità nello stile possono facilmente essere eccessive come nel seicento. Allora l’anima non vi prova gusto, almeno non in tutti i tempi, e nazioni ec. ec. giacchè l’eccesso, come il difetto, in questo e in tutt’altro, è relativo.

Tali stili, che ho detto bastare alle volte senz’altro a fare un poeta, sono poi così difficili a distinguersi dalle cose, che non facilmente potrete dire, se il tal pezzo scritto in simile stile, sia poetico pel solo stile, o per le cose ancora. Del resto è evidente che detti stili domandano vivacità d’immaginazione ec. ec. nel poeta (e nel lettore ancora), e quindi disposizioni poetiche: e se vorremo sottilmente guardare, poche pochissime parti troveremo nelle più poetiche poesie, che detratte queste e simili qualità dello stile in [2057] cui sono scritte, restino ancora poetiche. L’immaginazione in gran parte non si diversifica dalla ragione, che pel solo stile, o modo, dicendo le stesse cose. Ma queste cose la ragione non le saprebbe nè potrebbe mai dir così; e solo il poeta vero le esprime in tal modo. (5. Nov. 1821.)

La poca libertà e la somma determinazione e precisazione del carattere e della forma della lingua latina che può parere strana 1. in una lingua antica, 2. in una lingua parlata e scritta da tanta moltitudine e diversità di gente e di nazioni, 3. in una lingua d’un popolo liberissimo, e formata e ridotta a letteratura, nel tempo che la sua libertà era anzi sì eccessiva da degenerare in anarchia, oltre le cagioni dette altrove, ebbe certo fra le principali la seguente.

La lingua latina, riconosciuta per buona, legittima, e propria della letteratura, non fu mai, sinch’ella si mantenne nella sua primitiva forma, e quando ella fu applicata alla [2058] letteratura, altro che la romana, cioè quella di una sola città. Or quando l’arbitra della lingua è una sola città, per vasta, popolosa, e abitata o frequentata ch’ella sia da diversissime qualità di popolo, e di nazioni, la lingua prende sempre una indole determinata, circoscritta, ristretta a limiti più o meno estesi, ma che sempre son limiti certi e riconosciuti; la lingua si uniforma, si equilibra, per tutti i versi, e perde necessariamente quel carattere di notabile e decisa libertà ch’è proprio delle lingue antiche formate o no, e di tutte le lingue non ancora o non bene formate. La formazione di una lingua e di una letteratura, in tal circostanza, introduce sempre in esse una grande uniformità; siccome accade in Francia, dove Parigi, ch’è pur il centro di tutta la vasta nazione, e sì frequentata da forestieri d’ogni parte d’Europa, essendo però l’arbitra siccome de’ costumi, così della lingua e della letteratura nazionale, le dà quella uniformità [2059] medesima, quella circoscrizione, quella limitazione, quella servitù che dà allo spirito, e a tutte le altre parti della società, e che nè queste nè quelle sicuramente avrebbero mai avute, senza la somma influenza di una vasta capitale sull’intera nazione. V. p. 2120.

In Roma il frequente e giornaliero uso pubblico, e perciò colto, della lingua latina o romana, nel senato, nelle concioni, nelle cose forensi, e la infinita e vivissima e strettissima società ch’esisteva in quella città, massime pubblica, ma, specialmente negli ultimi tempi della repubblica, anche privata, doveva necessariamente esercitare, ed esercitava un’estrema e decisissima influenza sulla lingua, e sulla letteratura. Ora dovunque la società e la lingua parlata esercita una forte e irresistibile influenza sulla lingua scritta, e sulla letteratura, (come accade in Francia) quivi l’una e l’altra indispensabilmente acquistano un carattere di stretta uniformità, [2060] e quindi di coartazione, di necessità, di poca libertà, un carattere intollerante di novità individuali, e di decisa originalità.

La lingua greca a’ suoi buoni tempi fu anch’ella molto usata nel foro, nelle concioni, ne’ consigli degli ottimati, ma oltrechè le circostanze de’ tempi, e lo spirito, era ben diverso da quello de’ tempi moderni, e di quei medesimi in cui fu formata la latina, e perciò le stesse cagioni non producevano allora gli stessi effetti; la lingua greca dovea necessariamente anche rispetto a questi usi esser tanto varia, quanto moltiplici erano le repubbliche in cui la Grecia era divisa, e moltiplici le patrie degli oratori. La Grecia era composta come di moltissimi reggimenti, (giacchè ogni città era una repubblica) così di moltissime lingue, e l’uso pubblico di queste non poteva nuocere alla varietà nè introdurre l’uniformità e la schiavitù, essendo esso stesso necessariamente vario, e non potendo essere uniforme. La Grecia non aveva una capitale. Non aveva neppure [2061] molto stretto uso di società, se non in Atene. E in Atene infatti per quel tal uso che v’era di polita società, per innalzarsi quella città sopra le altre in materia di gusto, di coltura, di arti, ec. la lingua greca fu più formata, più stabilita, meno libera che altrove, nonostante la diversità de’ forestieri che accorrevano a quella città, la sua situazione marittima, il suo commercio, la sua ϑαλασσοχρατία. E quando i gramatici cominciarono a ridurre ad arte la lingua greca, e quando nella lingua greca si cominciò a sentire il non si può, e gli scrupoli ec. tutto questo fu in relazione alla lingua attica. Ma i diversi dialetti greci, tutti riconosciuti per legittimi, dopo essere stati adoperati o interamente o in parte da grandi scrittori; lo stesso costume della lingua attica notata da Senofonte; il carattere sostanziale finalmente [2062] della lingua greca, già da tanto tempo formata ed anteriore assai alla superiorità di Atene, preservarono la lingua greca dalla servitù. Ed in quanto la lingua attica prevalse, in quanto i filologi incominciarono a notare e a condannare negli scritti contemporanei quello che non era attico, in tanto la lingua greca perdette senza fallo della sua libertà. Ma ciò fu fatto assai lassamente, e mancò ben assai perchè i più caldi fautori dell’atticismo, o gli stessi ateniesi (che si servivano volentierissimo delle parole ec. forestiere, quando avevano bisogno, e anche senza ciò) arrivassero alla superstizione, o alla minuta tirannia de’ nostri fautori del toscanismo. (Bisogna notare che il purismo era appunto allora nascente nel mondo per la prima volta).

Le discussioni parlamentarie, se hanno bastato in Inghilterra a dare alla lingua quelque chose d’expressif (les débats parlementaires et l’énergie naturelle à la nation ont donné à l’anglais quelque chose d’expressif qui supplée à la prosodie de la langue. Staël, Allemagne. t. 1. 2de part. ch. 9. p. 246.) [2063] non hanno potuto bastare a toglier la libertà alla lingua e letteratura di un popolo libero per genio naturale, e che non ha punto di società, anzi non par fatto per lei, nè per parlare, ma per tacere; e dove la società non ha veruna influenza sulla letteratura, e poca sullo spirito pubblico, costumi ec. V. p. 2106.

La circostanza dell’Italia e della Germania è appunto quella della Grecia in questo particolare (eccetto solamente che i nostri vernacoli non sono stati parzialmente adoperati da buoni scrittori, come quelli delle provincie o città greche). La Germania ne profitta per la libertà della sua lingua. Noi non potremo, se prevarranno coloro che ci vogliono ristringere al toscano, anzi al fiorentino. Cosa ridicola che in un paese privo affatto di unità, e dove nessuna città, nessuna provincia sovrasta all’altra, si voglia introdurre questa tirannia [2064] nella lingua, la quale essenzialmente non può sussistere senza una simile uniformità di costumi ec. nella nazione, e senza la tirannia della società, di cui l’Italia manca affatto. E che Firenze che non è stata mai il centro dell’Italia (e che ora è inferiore a molte altre città negli studi, scrittori ec. e fino nella cognizione della colta favella) debba esserlo della lingua, e della letteratura. E che si voglia imporre ad un paese privo non solo di vasta capitale, non solo di capitale qualunque, e quindi di società una e conforme, e d’ogni norma e modello di essa, ma privo affatto di società, una soggezione (in fatto di lingua ch’è l’immagine d’ogni cosa umana) più scrupolosa di quella stessa che una vastissima capitale, un deciso centro ed immagine e modello e tipo di tutta la nazione, ed una strettissima e uniformissima società, impone alla lingua e letteratura francese. (6. Nov. 1821.). Certo se v’è nazione in Europa [2065] colla cui costituzione politica e morale e sociale convenga meno una tal soggezione in fatto di lingua (e la lingua dipende in tutto dalle condizioni sociali ec.), ell’è appunto l’Italia, che pur troppo, a differenza della Germania, non è neppure una nazione, nè una patria. (7. Nov. 1821.)

Le dette circostanze della lingua latina, rendendola poco libera, siccome necessariamente accade a tutte le lingue scritte, e letterature che sono strettamente influite dalla società, il che le rende strette suddite dell’uso, come in Francia, dovevano render la lingua latina scritta, e la letteratura, come la francese, facilissima a corrompersi, ossia a degenerare, o perdere l’indole sua primitiva, o quella della sua formazione; perocchè l’uso cambia continuamente, massime cambiandosi le circostanze dei popoli, come accadde in Roma; e la lingua scritta, e letteratura latina, dipendendo [2066] in tutto da quest’uso, doveva per necessità cambiar presto di faccia, come ho predetto alla francese, e l’evento della lingua e letteratura latina, conferma la mia predizione. E le circostanze avendo portato che gli scrittori che succedettero al secolo di Cicerone e di Augusto non fossero gran cosa, perciò noi (come quelli che in quei tempi furono di buon gusto) chiamiamo questo cambiamento (per altro inevitabile) della lingua e letteratura latina, corruzione, e molto più quello, parimente inevitabile, che accadde, e venne continuamente accadendo ne’ successivi tempi. In somma la lingua latina scritta doveva per necessità, cambiar di forma di secolo in secolo continuamente, e così fece, ma siccome i secoli seguenti furono corrotti, e poveri o scevri di buoni scrittori e letterati, (dico buoni per se stessi, come un Cicerone o un Virgilio) perciò i cambiamenti ch’ella inevitabilmente dovea soffrire e soffrì, si chiamano [2067] e furono corruzioni. (7. Nov. 1821.)

Come la lingua così la letteratura francese è schiava, e la più schiava di quante sono o furono (qualità naturale in una letteratura d’indole moderna) e nemica o poco adattabile all’originalità, e quindi alla vera poesia, e quindi anche ella appena può dirsi letteratura, essendo serva dell’uso e della società, non della sola immaginazione ec. come dovrebbe. Nè poteva accadere che la lingua fosse schiava e la letteratura no, siccome non poteva e non può in nessun luogo o tempo accadere viceversa. Dico la letteratura, la quale sola, insieme coi costumi (parimente schiavi della società, e dell’uniformità in Francia, e nemici di originalità) segue o accompagna l’andamento della lingua, e ne ha tutte le qualità; non la filosofia, la quale non è in questo caso in Francia, nè per se stessa in verun luogo, poich’ella ha un [2068] tipo e una ragione indipendente da ogni circostanza, cioè la verità, incapace d’essere influita, e sempre libera ec. Così dico delle scienze ec. (7. Nov. 1821.)

Del resto le sopraddette considerazioni provano che mentre la lingua francese, (come fu la latina) la letteratura, e i costumi francesi, sono nemici della novità per natura, giacchè escludono l’originalità, ed esigono l’uniformità, nondimeno, e per ciò stesso, detta lingua (come la latina) letteratura e costumi, sono più soggetti di qualunque altro alla novità, e mutabili fino all’ultimo grado, come abbiam veduto nel fatto quanto alla lingua latina, e come vediamo parimente in tutto ciò che spetta alla nazione francese, la più mutabile delle esistenti, (nel carattere generale come nell’individuale, e in questi come in tutto il resto) e continua maestra e fonte di novità alle altre nazioni colte. Così che v’ha una contraddizione essenziale nella natura di essa nazione, lingua, letteratura ec. ossia un principio elementare che necessariamente produce due [2069] contrarii effetti. Fonte inevitabile d’inconvenienti, di corruzione, d’istabilità ec. (7. Nov. 1821.)

Alla p. 1126. marg. Quanto sia vero che il v è stato sempre, per natura della pronunzia umana, almeno ne’ nostri climi, o considerato o confuso con una aspirazione, e questa lieve, si può vedere nella lingua italiana che spesso lo ha tolto via affatto o dalle parole derivate dal latino, o da altre. E in quelle stesse dove lo ha conservato, la pronunzia volgare spessissimo lo sopprime, e spesso anche la scrittura, come nella parola nativo dal latino nativus, che noi scriviamo indifferentemente natìo, ed in molte altre simili, latine o no, che o si scrivono indifferentemente in ambo i modi, o sempre senza il v che prima avevano, come restìo, che certo da prima si disse restivo, o restivus Giulio per giulivo, Poliz. l.1. Stanza 6. v.4. Bevo, beo, bee ec. Devo deve, deo dee ec. V. le gramatiche, e fra gli altri il Corticelli. Paone, pavone ec. Viceversa il popolo molte volte in queste o altre [2070] voci, inserisce o aggiunge comunque, quasi per vezzo, il v, che non ci va, massimamente fra due vocali, per evitare l’iato, al modo appunto del digamma eolico ch’io dico esser lo stesso che l’antico v latino. Del resto come i latini dicevano audivi e audii ec. ec. così è solenne proprietà della nostra lingua il poter togliere il v agl’imperfetti della 2. 3. e 4. congiugazione e dire tanto udia, leggea, vedea quanto udiva, leggeva, vedeva (cioè videbat ec. essendo il b latino un v presso noi in tali casi, come lo era spesso fra’ latini, e viceversa, e come tra gli spagnoli queste due lettere, e ne’ detti tempi e sempre si confondono.) Particolarità analoghe a queste che ho notate nella lingua italiana, si possono anche notare nella francese e più nella spagnola. Siccome l’analogia fra la f e il v si può notare nel francese vedendo dal masc. vif farsi il fem. vive ec. ec. (7. Nov. 1821.)

[2071] Alla p.2052. fine. Dissertare, exsertare, insertare, da dissertus, exsertus, insertus, di disserere, exserere, inserere. Il nostro concertare, concerto ec. e il francese e lo spagnolo non sembrano essere altro che un continuativo di conserere (v. Forcell. in questa voce), detto da prima consertare. V. la Crusca in consertare, conserto ec. ec. e i Diz. franc. e spagn. Giacchè non pare che abbiano a far niente col latino puro concertare, da certare. Il Gloss. non ha nulla nè di consertare, consertus ec. nè di concertare, concertus ec. e non accade consultarlo. Il nostro disertare ec. viene come altrove ho detto da desertus ec. Sembra anche che esistesse un continuativo del semplice serere, cioè sertare. Sertatus regali majestate ha Marziano Capella, e lo porta il Forcellini in sertatus, che spiega coronatus, serto circumdatus; e sertare nel Gloss. si spiega sertum imponere, coronare, quasi volessero dire che questo verbo è formato dal sustantivo [2072] sertum, ovvero serta orum, oppure da serta ae (de’ quali v. il Forcell. l’Append. e il Gloss.). Ma trovandosi questo verbo tanto nell’esempio portato dal Forc. quanto in altro del Gloss. accompagnato con ablativo di cosa, non par che sia formato da un sustantivo, ma ben da sertus participio di serere (sero, is, ui, ertum.), e perciò sertatus sia d’altra natura che radiatus, paludatus, togatus i quali propriamente non s’accompagnano ad ablativi di cosa, ma stanno da se. Del resto sebbene non si trova che il participio sertatus, e il Forcellini non porta che questo (il Gloss. però pone sertare), io credo però che questo sertatus per le dette ragioni, indichi un verbo, e sia cioè un participio. Sertare in senso di chiudere è della bassa latinità, e lo porta pure il Gloss. ma non ha che fare col nostro sertatus nè viene da serere, ma è uno storpiato continuativo di serare il qual serare è riconosciuto da Prisciano. (Forcell. in sero, is. fine). (8. Nov. 1821.)

[2073] Escludere affatto la materia dall’essenza di Dio, non è altro che togliergli una maniera di essere, e quindi una perfezione dell’esistenza, vale a dire togliergli un’esistenza completa, cioè in tutti i modi possibili, e crederlo incapace di esistere materialmente, quasi ciò per se stesso fosse un’imperfezione; o che quegli che esiste materialmente, non potesse anche esistere immaterialmente, e dovesse per necessità esser limitato. Anzi sarebbe limitato quell’essere che non esistesse nè potesse esistere materialmente, e quindi imperfetto, cioè incompleto nella sua essenza, secondo l’unica idea che noi possiamo formarci di una perfezione assoluta, la quale non può essere se non un’essenza che abbracci tutti i possibili modi di essere. Ora la materia è un modo di essere non solo possibile, ma reale, e tanto ch’è l’unico modo reale che noi possiamo effettivamente conoscere, e distintamente immaginare; nè solo noi, ma tutte le creature che noi distintamente [2074] ed effettivamente possiamo conoscere, o conosciamo, non possono immaginare o sentire altro modo di essere. Nè perchè Dio esistesse materialmente, sarebbe materiale, ma abbraccierebbe anche la materia nella sua essenza; il che è certo e convenuto anche fra’ teologi, che riconoscono in Dio il tipo, e l’idea, o la forma e la ragione antecedente di tutte le cose possibili, e maniere di essere. Or come potrebbe l’essenza di Dio perfettamente abbracciare e contenere la forma e il modo di essere della materia (unica forma e modo che appartenga a tutto quel creato ed esistente che noi conosciamo) o di qualunque altra natura possibile, s’egli non esistesse materialmente e in qualunque altro modo possibile?

Le contraddizioni che noi vediamo fra questi modi, le vediamo noi, ma, come spesso ho mostrato, non sono assolute ma relative, e niente può impedire a Dio di esistere tutt’insieme in due o più modi che a noi paiono contrarii ec. ec. ec. [2075] (8. Nov. 1821.)

Molte volte riescono eleganti delle parole corrottissime e popolarissime, e ineleganti o meno eleganti delle altre incorrotte o meno corrotte, e meno popolari. Per es. commessi in vece di commisi, potrà riuscire più elegante in una scrittura, benchè sia una pura corruzione di commisi che viene direttamente dal commisi latino. Ma questa corruzione sebben popolare, essendo antica, ed avendo cessato oggi di essere in uso frequente, o presso il popolo, o presso gli scrittori, e trovandosi ne’ buoni scrittori antichi, essa riesce, in una scrittura, elegante perchè fuori dell’ordinario, e più elegante di commisi (ch’è incorrotto) perciò appunto che questo è in uso commune, e che nell’uso la parola più antica, e non corrotta ha prevaluto alla corrotta, così che la più moderna e corrotta, viene a parere più antica e meno ordinaria della stessa antica. E quante volte le eleganze non derivano e non sono altro [2076] che pure corruzioni di voci, frasi ec. ec. ec. E chi perciò le condannasse, o stimasse più eleganti le corrispondenti voci o frasi incorrotte, e più regolari, più corrispondenti all’etimologia ec. non saprebbe che cosa sia eleganza per sua natura. ec. (9. Nov. 1821.)

Alla p. 2052. fine. Da sponsus di spondere, sponsare, e da desponsus di despondere, desponsare, (de’ quali v. Forcell. ed osserva la forza continuativa che hanno, e puoi anche ben riferirli alla p. 2033. fine, segg.). (9. Nov. 1821.)

Alla p. 1151. fine. Quassare di cui dice Gellio, quassare quam quatere, gravius violentiusque est, non è altro che un continuativo di quatere dal suo participio quassus. Il quale si trova bene spessissimo negli autori latini, ma da’ gramatici è riconosciuto piuttosto per nome aggettivo che per participio di quatere. (Forse anche [2077] ameranno di chiamarlo contrazione di quassatus). Non nego che infatti non si trovi usato in forma per lo più di aggettivo, ma ciò accade nè più nè meno a innumerabili altri evidentissimi participii passivi d’altri verbi. Ora che quassus in origine sia puro participio di quatere, si farà chiaro dal verbo quassare considerato secondo le osservazioni che noi abbiamo fatte circa la formazione di tali verbi continuativi dal participio in us de’ positivi; e si conferma ancora dall’autorità di Festo il quale dice che concutere è composto di con e quatere. Ora egli ha il suo participio passato e questo fa concussus, (così excussus, incussus ec.) e se concutere, è quanto dire conquatere, concussus sarà come conquassus. (V. Forcell. in quatere principio, concutere ecc.). Conquassare altro derivato compositivo di quatere, viene dunque ad essere un continuativo di concutere ec. niente meno di quello che succussare (onde succussator, succussatura ec. Ve. anche il Du Cange) lo sia di succutere. Forcell. lo chiama frequentativo di succutere. È verbo antico, co’ suoi derivati; pur di questi se n’ha nel Gloss. e noi pure volgarmente diciamo talvolta succussare. (9. Nov. 1821.)

[2078] Alla p. 1111. Il formare di netto un verbo da una preposizione (o più d’una) ed un nome, è proprio della lingua italiana (augnare, arrischiare, inceppare e mille altri) simile anche in ciò alla greca (alla quale soprattutto è familiare) proprio anche della spagnuola ec. ma non della latina nella quale difficilmente troverete un verbo composto con preposizione o particella o avverbio, il quale non derivi da un altro verbo semplice e spoglio di preposizione, particella ec. Che se questo semplice talvolta non si trova, esistè però anticamente, perchè tale è l’indole della lingua latina, di formare i verbi composti, non da’ nomi a dirittura, ma da’ verbi semplici, i quali bensì furono formati da nomi. Massimamente poi sarà difficile che in latino (dico nel buon latino) troviate un verbo composto e formato primitivamente di una preposizione o particella ec. e di un nome sustantivo. Pernoctare che sarebbe di questo rarissimo genere, indica, se non fallo, un antico noctare simile al greco νυχτερεύειν. V. p.2779. fine. Indigitare sarebbe altresì di questo genere, e così irretire, ec. Difficilmente ancora formavano i latini un verbo composto [2079] di uno o più nomi e di un verbo (come labefactare ec.) che fuori di tal composizione e senza alcuna composizione, non esistesse ec. ec. ec. (9. Nov. 1821.). V. p.2277.

Alla p. 1154. marg. I nostri antichi hanno anche un fremitare verbo italiano, formato però alla maniera latina da fremitus o fremitum di fremere, (che noi anticamente dicemmo pure fremire), e che si può molto verisimilmente credere di più antica origine, benchè non si trovi negli autori latini nè nel Glossario. (12. Nov. 1821.)

Les écrivains français ont besoin d’animer et de colorer leur style par toutes les hardiesses qu’un sentiment naturel peut leur inspirer, tandis que les Allemands, au contraire, gagnent à se restreindre. La réserve ne sauroit détruire en eux l’originalité; ils ne courent risque de la perdre que par l’excès même de l’abondance (De l’Allemagne. t. 1. 2. part. ch. 9. p. 244.) [2080] Ciò non vuol dir altro se non che la lingua tedesca non è ancora abbastanza formata; e perciò solo le sue ricchezze e facoltà non hanno limiti: tutto ciò ch’è possibile in fatto di lingua, è possibile a lei, e tutto ciò ch’è possibile a tutte le lingue insieme, ed a ciascuna separatamente; ell’è come una pasta molle suscettibile d’ogni figura, d’ogni impronta, e di cangiarla a piacere di chi la maneggia; simile appunto al fanciullo prima dell’educazione, il quale è suscettibile d’ogni sorta di caratteri e di facoltà, e non si può ancor dire qual sia precisamente la sua indole, a quali facoltà la natura l’abbia disposto, perciocchè la natura include in ciascun individuo delle disposizioni maggiori o minori bensì, ma per qualunque indole e facoltà possibile.

A queste considerazioni appartiene ciò che l’autrice ha detto immediatamente prima. Les dialectes germaniques ont pour origine une langue mère, dans laquelle ils puisent tous. Cette source commune renouvelle et multiplie [2081] les expressions d’une facon toujours conforme au génie des peuples. Les nations d’origine latine ne s’enrichissent pour ainsi dire que par l’extérieur; elles doivent avoir recours aux langues mortes, aux richesses pétrifiées pur étendre leur empire. Il est donc naturel que les innovations en fait de mots leur plaisent moins qu’ aux nations qui font sortir les rejetons d’une tige toujours vivante. — La lingua madre delle teutoniche moderne, non è più viva della latina. Ma la differenza è che la latina fu formata e determinata, l’antica teutonica no. Quella visse ed è morta, questa non è morta, perchè non è, si può dire, vissuta. La forma certa della lingua latina influisce sempre più o meno sulle sue figlie. Quando queste nacquero, benchè nuove, e non formate, contenevano in se stesse un non so che di vecchio e di formato, e questo vecchio e questo formato era morto. Quindi sempre un non so che di gêne nelle nostre lingue, se si paragonano all’infinita libertà e potenza della tedesca e della greca. La madre [2082] delle moderne teutoniche non essendo mai stata formata, si può dire che appena sia madre; si può dire che le sue figlie non sieno figlie, ma una continuazione di lei, una formazione e determinazione di essa, che non avea mai ricevuto forma ec. Ella dunque ancor vive; e le lingue moderne teutoniche derivano dall’antico senza interruzione, senza una intermedia rinnovazione totale di forme, che pone quasi un muro di separazione fra le lingue meridionali e le loro antiche sorgenti. La lingua antica teutonica si presta dunque al moderno come si vuole; e la radice delle sue figlie ancor vive, perch’ella non ebbe mai una tal forma che la determinasse e circoscrivesse e attaccasse inseparabilmente al tempo suo, ad un carattere di una tal età, all’indole antica ec. e la diversificasse dalla lingua di un altro tempo, per derivata ch’ella fosse da lei, e simile a lei, e debitrice a lei ec. L’ebbe bensì la latina, ed ella è morta col carattere e le circostanze di quei tempi a’ quali fu attaccata, ne’ quali ricevè piena forma, e determinazione. [2083] Non l’ebbe la greca, ed ella perciò si rassomiglia sommamente alla tedesca, ma solo per queste circostanze e qualità esteriori, non già per le qualità intrinseche, le quali sono tanto diverse, quanto il carattere meridionale dal settentrionale. E perciò sarebbe sciocco il credere che il carattere della lingua tedesca somigliasse a quello della greca sostanzialmente. Bisognerebbe veder tutte due queste lingue ben formate, e allora la discrepanza dell’indole, sarebbe somma. Bensì, stante la detta conformità esteriore, la lingua tedesca è adattabile a tutte le qualità intrinseche e proprie della lingua greca; ma non senza perdere la sua natura, il suo spirito e gusto nativo, la sua originalità. Lo sarebbe nè più nè meno anche la greca rispetto alla tedesca.

L’antico teutonico dunque non si può diversificare dal moderno tedesco, nè considerar questo e quello come due individui, ma come un solo, anticamente fanciullo, oggi adulto. Dove che l’italiano p.e. e il latino sono due individui parimente maturi, e diversi l’uno dall’altro. Tutto ciò non prova l’adattabilità e conformabilità particolare della lingua tedesca, ma la conformabilità comune a tutte le [2084] lingue non mai state formate, e la fecondità comune a tutte le lingue la cui origine non si può fissare a cinque o sei secoli addietro, come dell’italiana, ma si perde nella caligine dei tempi. Perciò la lingua tedesca ha ancora e potrà avere, finchè non riceverà perfetta forma, indole tanto moderna quanto antica, o piuttosto nè l’una nè l’altra; a differenza dell’inglese che è pur sua sorella carnale, ma che per diverse circostanze, ha ricevuto maggior forma e determinazione, e proprietà. La lingua ebraica se oggi si continuasse a scrivere, sarebbe nel caso della tedesca, e ci fu veramente negli scritti de’ rabbini, i quali sono veramente ebraici, sebbene tanto abbiano affare coll’antico ebraico, quanto il tedesco coll’antico teutonico, il quale appena si conosce. Laddove nè gli scritti latini de’ bassi tempi, nè gl’italiani, sono o furono latini perchè il latino ricevè una forma certa e determinata, [2085] fuor della quale non v’è latinità. Ma v’è sempre teutonicità ed ebraicità fuor dell’antico teutonico ed ebraico, che non furono mai formati nè circoscritti, in modo che si potesse dire, questa frase ec. non è teutonica. Così proporzionatamente discorrete del greco, la cui libertà a differenza del latino, nacque indubitatamente dalla differenza delle circostanze sociali e politiche, e dalla molta maggior quantità di tempo in cui la lingua greca fiorì per iscrittori ottimi e sommi, non come linguisti, ma come scrittori. (13. Nov. 1821.)

Il lui reste encore (à l’Allemand) une sorte de roideur qui vient peut-être de ce qu’on ne s’en est guère servi ni dans la société ni en public. l. c. p. 246. (13. Nov. 1821.)

L’Allemand est en lui-même une langue aussi primitive et d’une construction presque aussi savante que le grec. [2086] Ceux qui ont fait des recherches sur les grandes familles des peuples, ont cru trouver les raisons historiques de cette ressemblance: toujours est-il vrai qu’on remarque dans l’allemand un rapport grammatical avec le grec; il en a la difficulté sans en avoir le charme; car la multitude des consonnes dont les mots sont composés les rendent plus bruyants que sonores. On diroit que ces mots sont par eux-mêmes plus forts que ce qu’ils expriment, et cela donne souvent une monotonie d’énergie au style... J. J. Rousseau a dit que les langues du Midi étoient filles de la joie, et les langues du Nord, du besoin... L’allemand est plus philosophique de beaucoup que l’italien, plus poétique par sa hardiesse que le français, plus favorable au rhythme des vers que l’anglais: mais il lui reste encore ec. V. la pag. qui dietro.

[2087]La simplicité grammaticale est un des grands avantages des langues modernes: cette simplicité, fondée sur des principes de logique communs à toutes les nations, rend très facile de s’entendre; une étude très-légère suffit pour apprendre l’italien et l’anglais; mais c’est une science que l’allemand. La période allemande entoure la pensée comme des serres qui ouvrent et se referment pour la saisir. Une construction de phrases à peu près telle qu’elle existe chez les anciens s’y est introduite plus facilement que dans aucun autre dialecte européen; mais les inversions ne conviennent guère aux langues modernes ec. e segue riprendendo il troppo uso delle inversioni nel tedesco. l. c. p. 2457.

Una lingua somigliante per indole alle antiche, e somigliante in particolare alla greca, siccome è la tedesca, è pure éminemment [2088] (come dice la Staël in altro luogo) propria alla filosofia. La lingua tedesca non ha indole antica, se non perch’ella non è ancora abbastanza formata, per aver presa un’indole decisamente propria del tempo in cui ella è scritta; e perciò solo ella ha quel vago, e quel libero, e quel vario ch’è proprio delle lingue antiche. Per acquistare indole moderna, una lingua ancorchè moderna, ha bisogno di molto maggior coltura, uso, arte, cospirazione di scrittori e di mezzi, che non ne avevano le lingue antiche per acquistare una forma propria del tempo loro, o le lingue moderne per acquistare una forma antica. Giacchè la forma antica era molto più vaga e indeterminata della moderna, e poco bastava a proccurarla e stabilirla.

Ma prescindendo da ciò, quest’esempio di fatto prova e conferma quello che in diversi luoghi ho detto: 1. che [2089] le lingue d’indole antica sono capacissime della più sottile filosofia, e di esprimere ogni più riposta ed elementare idea umana; 2. che la lingua greca (simile alla tedesca) lo fu, e lo sarebbe anche oggi se vivesse, ed avrebbe potuto servire ai nostri tempi molto meglio della latina se ec. ec. ec. 3. che la lingua italiana essendo fra le lingue moderne formate la più antica di fatto e d’indole, la più libera ec. (tanto ch’ella vince in queste qualità la stessa latina sua madre) è sommamente capace di filosofia, per astrusa che possa essere, quando coloro che l’adoprano, sappiano conoscere e impiegare le sue qualità, e le immense sue forze, e le forme di cui è suscettibile per sua natura, e volerla applicare alle cose moderne ec. (14. Nov. 1821.)

Il est très-facile d’écrire dans[2090]cette langue (tedesca) avec la simplicité de la grammaire française, tandis qu’il est impossible en français d’adopter la période allemande, et qu’ainsi donc il faut la considérer comme un moyen de plus. l. c. p.247.

Ciò non accade se non perchè il tedesco non è ben formato, non ha indole nè costruzione ec. decisa, e decisamente propria. (E come altrimenti se en Allemagne, il n’y a de goût fixe sur rien, tout est indépendant, tout est individuel. L’on juge d’un ouvrage par l’impression qu’on en reçoit, et jamais par les règles, puisqu’il n’y en a point de généralement admises: chaque auteur est libre de se créer une sphère nouvelle. 2de part. ch.1. p.186. Qual è la nazione e la letteratura, tale la lingua, e viceversa. Non formata quella, non formata, non ben regolata, non determinata, non [2091] circoscritta questa.) Il greco infatti sarebbe stato capacissimo del periodo latino, e d’ogni qualità latina (come si vide cogli effetti, secondo che dico altrove): non così viceversa, perchè il latino era pienamente formato, e così la letteratura latina, stante le circostanze sociali e politiche della nazione. L’italiano è così facilmente e pienamente adattabile al periodo ec. francese, come pur troppo vediamo, ma non senza perdere la sua originalità, e il gusto proprio e naturale della nazione che lo parla. E questo appunto è il caso del tedesco, quando si adatta al francese, (e se non lo è, ciò appunto vuol dire che il tedesco non è ancora formato) questo il caso del greco quando in certo modo si adattò al latino, ec. Quest’adattabilità insomma non è diversa dalla corruttibilità, e l’atto di essa, non è diverso dalla corruzione. (Ma la corruzione vien dopo il perfezionamento, e se un tal atto non par corruzione nel tedesco, ciò vuol dire ch’egli non è ancora perfetto, nè in grado di manifestare una corruzione ec.)

La lingua francese inadattabile affatto al periodo o a qualunque altra proprietà italiana, siccome di qualunque altra [2092] lingua, pare che non sia soggetta a corruzione veruna che venga da gusto ec. ec. straniero. (E tal è pure il caso della loro letteratura, costumi ec.) Così è infatti per una parte, ma per l’altra 1. ogni volta che per qualche possibilissima circostanza politica o qualunque, ella fosse forzata ad adattarsi o transigere con qualche cosa o qualità straniera, contraddicendo ciò dirittamente alla sua natura, tutto l’intero edifizio della lingua francese rovinerebbe, ed essa lingua non sarebbe più francese. 2. ho mostrato altrove com’ella sia soggetta ad una corruzione inevitabile che nascerà, anzi si va senza interruzione formando nello stesso seno di lei, e della sua nazione; perchè questa come tutte le cose umane, ma essa soprattutto, è variabilissima, laddove la lingua francese è invariabile. Ed è certo che la lingua francese più che dallo straniero, dee temer la corruzione dal nazionale, qual fu quella dell’italiano [2093] nel 600. e possiamo anche dire nel 400. (14. Nov. 1821.)

En examinant les ouvrages dont se compose la littérature allemande, on y retrouve, suivant le génie de l’auteur, les traces de ces différentes cultures, comme on voit dans les montagnes les couches des minéraux divers que les révolutions de la terre y ont apportés. Le style change presque entièrement de nature suivant l’écrivain, et les étrangers ont besoin de faire une nouvelle étude à chaque livre nouveau qu’ils veulent comprendre. l. c. 2de part. ch. 3. p. 201. fine. (14. Nov. 1821.)

Che la lingua tedesca abbia più che qualunque altra moderna conservato lo spirito, l’andamento ec. della teutonica, cioè si rassomigli alla sua madre più di ogni altra lingua colta europea, non deriva da altro se non da questo che nè la madre fu mai nè la figlia è peranche interamente formata. [2094] Questo fa che la lingua tedesca, essendo moderna, possa ancora decisamente rassomigliarsi ad una lingua antica, e servendo alle cose moderne possa avere ed abbia un’indole antica, qualità antiche, proprietà non proprie di que’ tempi ne’ quali è adoperata. E questo pur fa vicendevolmente che la lingua teutonica essendo antica possa pur contenere tanta disposizione che basti alle cose moderne, perciocch’ella non fu mai circoscritta nè determinata da nessuna forma completa datale da un uso stretto o di società o di letteratura ch’ella non ebbe mai. (Bensì si può credere che la lingua tedesca, quando sarà finita di formare conserverà tanto della sua indole antica che la rassomigli alla greca, e all’italiana in queste qualità esteriori, e ciò per la conformità delle circostanze sociali e politiche ch’ella ha con queste due lingue, e la differenza [2095] ch’ella ha con la latina e colla francese rispetto alle dette circostanze ec.)

Molto tempo ci vuole perchè una lingua riceva una forma completa, ed un’indole al tempo stesso decisamente propria, e decisamente definita. La lingua tedesca non ha ancora compito questo tempo, e le sue circostanze sociali e politiche e letterarie rallentano indicibilmente i suoi progressi verso questo fine. Che uniformità trovare in una lingua, dove ogni scrittore forma da se una scuola letteraria, dove (v. p.2090. mezzo) dove non v’è centro nessuno 1. letterario, 2. sociale, 3. politico, 4. di opinione, 5. di gusti, 6. di costumi ec. ec.?

Molto tempo ci vuole perchè una lingua riceva una forma decisamente propria del tempo in cui ella è adoperata ec. La lingua francese avea già prodotto un Amyot e un Montagne, nè peranche l’aveva, e non la ricevè propriamente che sui principii del passato [2096] secolo. Quanti scrittori che ancora si ammirano, o si ricordano o vedono ricordati con ammirazione avea prodotti la lingua latina, che tuttavia non ebbe forma completa e propria del tempo ec. se non da Cicerone?

Prima di questa forma, tutte le lingue sono liberissime, onnipotenti, (anche quelle di nazioni o schiave, o riunite ad un sol centro, e dipendenti da una stretta società ec. come lo era la lingua francese prima di Luigi 14. la latina prima di Cicerone eppure ambedue erano liberissime ec.) adattabili a quello che si voglia; tutte sono d’indole antica, cioè d’indole indeterminata, e naturale, e insubordinata, che questo è insomma il carattere antico nelle lingue, e in tutt’altro. Tutte formandosi, perdono gran parte di queste qualità, le perdono necessariamente, perchè altrimenti non sarebbero formate nè uniformate, e ricevono un’impronta propria e speciale del tempo in cui ottengono [2097] questa forma. Da quel punto in poi, e non da ciò che tale o tal lingua era prima di quel punto, bisogna considerare le proprietà di essa lingua, e giudicare del più o meno della sua libertà, potenza, ardire, varietà, ricchezza, adattabilità, pieghevolezza ec.

L’italiana ha già passato da lungo tempo questo punto. La francese da qualche tempo meno. Ma ambedue l’hanno passato, e qual sia il grado in cui bisogna considerarle isolatamente e rispettivamente, quanto alle dette qualità, s’è detto molte volte. La tedesca non l’ha ancora passato. Non c’è giudizio non c’è paragone da fare su di lei in proposito di tali qualità, o di verun’altra, ma di queste massimamente.

Io son certo che se la lingua russa e polacca continuando ad esser coltivate, usciranno dal grado in cui sono, di pure immagini [2098] della lingua e letteratura francese, (grado in cui si trovò parimente la tedesca ne’ principii del secolo passato, sin verso la metà) e se cominceranno ad acquistare un’indole, e una forma propria della nazione, e del tempo, e originale; son certo, dico, che in questi principii di formazione, si dirà di esse lingue e letterature, quello che oggi si dice della tedesca, che si trova appunto in quest’epoca di formazione incominciata, e non compita, e difficile a compiere per le sue circostanze nazionali. Così anche la lingua e letteratura Inglese al tempo di Anna, sebben ella aveva già da molto tempo uno Shakespeare, scrittore veramente nazionale. Si dirà cioè che la lingua russa e polacca sono d’indole antica, rassomigliano moltissimo alle loro madri, sono liberissime, pieghevolissime, varie, ricche, capaci d’ogni cosa, arditissime, spesso oscurissime e irregolari, e non per tanto eleganti ec. Così delle letterature.

Quando poi la loro formazione sarà [2099] compiuta, stabilita, perfezionata, allora solo si potrà veramente giudicare delle loro qualità; allora non so che cosa se ne dirà, ma posso congetturarlo. Cioè, stante le circostanze politiche de’ russi e polacchi diversissime da quelle de’ tedeschi, si può prevedere che incominciata che sarà una effettiva formazione delle loro lingue e letterature, questa (massime in Russia) progredirà più rapidamente assai che non ha fatto in Germania, acquisterà più presto una struttura e un’indole uniforme e determinata, e il carattere loro, quando sarà finito di formare, riuscirà molto meno prossimo all’antico, molto più moderno e contemporaneo, molto meno libero, potente, pieghevole, molto più stretto da regole e circoscrizioni, molto più debole, e non per tanto più grazioso forse, e meno ruvido ec. ec. del tedesco; si accosterà insomma di nuovo al francese, più assai che al tedesco; [2100] quanto comporterà la differenza che passa tra il settentrionale e il meridionale; si accosterà soprattutto all’inglese, quanto comporterà la differenza che passa tra un popolo libero, e un governo assoluto.

Anche la lingua italiana quando si stava formando, (sebbene anche poscia ha sortito un’indole liberissima) nondimeno manifestava allora quell’eccessiva libertà, adattabilità, onnipotenza ch’è propria di tutte le lingue in tal epoca. E parimente andava soggetta a quei difetti che nascono da tali qualità; onde nello stesso cinquecento, quando si stava perfezionando la lingua italiana, essa rassomigliava nel Guicciardini al tedesco quanto all’oscurità e confusione che deriva dall’abuso della potenza che avea la nostra lingua di abbracciare con un solo periodo un’infinità di sentenze, [2101] di concatenare insieme mille pensieri; di chiudere un ragionamento, un discorso intero, un intero sistema o circuito d’idee, in un solo periodo. (qualità che la Staël nota più volte e rimprovera nel tedesco). Parimente si rassomigliava esteriormente al tedesco nell’abuso delle inversioni, delle figure, di tutte le facoltà non logiche che può possedere una lingua, e che la nostra infatti possedeva.

In tale stato, se avessimo discorso come i tedeschi, avremmo forse creduto che la lingua nostra fosse attissima alle traduzioni. Tutto l’opposto si credè nel 500. e si crede di quel tempo anche ora, che si vedono le traduzioni allora fatte, ottime talvolta come opere, ma come traduzioni non mai. Terminata di perfezionare la nostra lingua, e perdè quei difetti, e divenne più atta alle traduzioni che mai fosse altra lingua perfetta. (15. Nov. 1821.)

[2102] Espressione degli occhi. Perchè si ha cura fino ab antico di chiuder gli occhi ai morti? Perchè con gli occhi aperti farebbero un certo orrore. E questo orrore da che verrebbe? Non da altro che da un contrasto fra l’apparenza della vita, e l’apparenza e la sostanza della morte. Dunque la significazione degli occhi è tanta, ch’essi sono i rappresentanti della vita, e basterebbero a dare una sembianza di vita agli estinti. Egli è certo che la sede dell’anima quanto all’esteriore, son gli occhi, e quell’animale o quell’uomo estinto, a cui non si vedono gli occhi, facilmente si crede che non viva; ma finattanto che gli occhi se gli vedono, si ha pena a credere che l’anima non alberghi in essi, (quasi fossero inseparabili da lei), e il contrasto fra quest’apparenza, questa specie di opinione, e la certezza del contrario, cagiona un raccapriccio, massime trattandosi de’ nostri simili, perchè ogni sensazione è viva, ogni contrasto è notabile in tali soggetti (cioè morte del nostro simile); eccetto [2103] il caso di abitudine formata a tali sensazioni, ec. (15 Nov. 1821.)

Le stesse circostanze sociali e politiche e cronologiche che renderono la lingua latina tanto più determinata, e meno libera della greca, e tanto più legata rispetto a questa, quanto più perfetta rispetto alla medesima, resero ancora la letteratura latina assai più determinata, perfetta, formata e raffinata della greca, e forse di qualunque altra siasi mai vista, anche (senza dubbio) fra le moderne. Ma queste medesime circostanze, e queste medesime perfezioni la resero (siccome la lingua) assai meno originale e varia della greca. I latini scrittori furono grandi per arte, i greci per natura, parlando di ambedue generalmente. I latini ebbero un gusto certo, formato, ragionato, i greci più naturale che acquisito, e però vario, e originale ec. Qual è la lingua tale è sempre insomma la letteratura, e viceversa.

Sebbene il maggior numero de’ grandi scrittori greci, massimamente ne’ migliori tempi della greca letteratura, fu Ateniese (come da molti si è osservato, e in [2104] particolare da Velleio sulla fine del primo), sebbene il secol d’oro detto di Pericle non appartenesse che agli Ateniesi, ec. ec. nondimeno nè la lingua nè la letteratura greca non fu mai ristretta a quei termini di unità, che definiscono, uniformano, assoggettano, regolano una letteratura, o lingua e la rendono meno varia, libera, originale ec. E questo perchè non v’ebbe in Atene, neppure in quei tempi, tanto spirito di società giornaliera come in Roma, e perchè gli stessi scrittori Ateniesi, e in quel secolo e poi, non si restrinsero mai per nessun modo al solo dialetto Ateniese, o al solo gusto Ateniese; anzi per lo contrario ec. E di più ciascuno scrittore pensò e scrisse da se, e si formò da se una scuola, una lingua, uno stile, una letteratura. ec. (V. la p. 2090.) Senofonte detto l’ape attica, e tipo di atticismo, fu esiliato come λαχωνίζων, visse quasi sempre fuori d’Atene, viaggiò molto in [2105] Grecia in Asia ec. (così anche Platone in Egitto, in Sicilia ec. così altri grandi di que’ tempi) e fuori d’Atene scrisse o tutte o quasi tutte le sue opere. (16. Nov. 1821.)

Alla p. 1154. principio. Di questo cogitare e della sua origine e significato frequentativo o continuativo (che secondo la sua formazione può aver l’uno e l’altro valore) v. il Forcellini in Cogito nel principio. Ed osserva ch’egli crede e dice traslato il senso di detto verbo in questo luogo di Virg. 1. Georg. 461. seqq.

Denique, quid vesper serus vehat, unde serenas

Ventus agat nubes, quid cogitet humidus Auster,

Sol tibi signa dabit.

 (Forcell. Cogito. in fine.) Ora io per lo contrario lo credo proprio e primitivo, almeno in quanto cogitare viene da cogere nel significato di raunare ec. L’interpretazione di Servio favorisce il Forcellini, [2106] quella dell’Ascensio la mia. (16. Nov. 1821.)

Alla p. 1129. marg. fine. Se, come altrove ho sospettato, il verbo pernoctare è formato da un semplice noctare, questo pur viene da un monosillabo nox. Ed osservate che questa idea di notte è altutto primitiva, siccome quella di dies che è pur monosillabo secondo le osservazioni da me fatte. Così anche sol, vis (onde virere, se vires non è che il plurale di vis ec. ec.). (16. Nov. 1821.)

Alla p. 2063. Nondimeno sì l’uso pubblico della lingua inglese parlata, sì l’unità della nazione, hanno assai più determinata e uniformata la detta lingua, ed anche la letteratura, di quello che sia la lingua e la letteratura tedesca. (Aggiungete che la lingua inglese è parlata nel parlamento in modo in cui possa essere scritta, dovendosi pubblicare le orazioni de’ membri ec.) E intanto [2107] queste circostanze non hanno bastato a togliere alla lingua e letteratura inglese uno spirito di libertà di varietà ec. in quanto l’Inghilterra manca di società privata; il carattere e l’abitudine e i costumi della nazione son liberi; essendo il popolo inglese de’ più liberi d’Europa, e l’individuo godendo di somma indipendenza, essa nazione non è nè può essere così strettamente una, come la francese ec.; e finalmente sebbene l’Inghilterra ha una capitale anche più vasta della Francia, nondimeno l’Inghilterra non è contenuta in Londra, come la Francia in Parigi, e come già l’impero romano, e la nazion latina in Roma. (16. Nov. 1821.)

Ho detto che l’uomo di gran sentimento è soggetto a divenire insensibile più presto e più fortemente degli altri, e soprattutto di quegli di mediocre sensibilità. Questa verità si deve estendere ed applicare a tutte quelle parti, generi ec. ne’ quali il sentimento [2108] si divide e si esercita, come la compassione ec. ec. Sebbene è verissimo che l’uomo di sentimento è destinato all’infelicità nondimeno assai spesso accade ch’egli nella sua giovanezza, divenga insensibile al dolore e alla sventura, e che tanto meno egli sia suscettibile di dolor vivo dopo passata una certa epoca, e un certo giro di esperienza, quanto più violento e terribile fu il suo dolore e la sua disperazione ne’ primi anni, e ne’ primi saggi ch’egli fece della vita. Egli arriva sovente assai presto ad un punto, dove qualunque massima infelicità non è più capace di agitarlo fortemente, e dall’eccessiva suscettibilità di essere eccessivamente turbato, passa rapidamente alla qualità contraria, cioè ad un abito di quiete e di rassegnazione sì costante, e di disperazione così poco sensibile, che qualunque nuovo male gli riesce indifferente (e questa si può [2109] dire l’ultima epoca del sentimento, e quella in cui la più gran disposizione naturale all’immaginazione alla sensibilità, divengono quasi al tutto inutili, e il più gran poeta, o il più dotato di eloquenza che si possa immaginare, perde quasi affatto e irrecuperabilmente queste qualità, e si rende incapace a poterle più sperimentare o mettere in opera per qualunque circostanza. Il sentimento è sempre vivo fino a questo tempo, anche in mezzo alla maggior disperazione, e al più forte senso della nullità delle cose. Ma dopo quest’epoca, le cose divengono tanto nulle all’uomo sensibile, ch’egli non ne sente più nemmeno la nullità: ed allora il sentimento e l’immaginazione son veramente morte, e senza risorsa.) Nessuna cosa violenta è durevole. Laddove gli uomini di mediocre sensibilità, restano più o meno suscettibili [2110] d’infelicità viva per tutta la vita, e sempre capaci di nuovo affanno, da vecchi poco meno che da giovani, come si vede negli uomini ordinarii tuttogiorno. (17. Nov. 1821.)

Qualunque sensazione a cui l’animo umano non attenda punto, non può assolutamente essere ricordata neppure il momento dopo. La memoria non istà mai senza l’attenzione. Giornalmente noi proviamo di tali sensazioni alle quali punto non attendiamo, e di queste non possiamo mai ricordarci, sebbene la sensazione, quantunque non attesa, l’abbiamo però realmente provata. Per es. quel romore che fa il pendolo dell’oriuolo, senza che noi v’attendiamo punto, a causa dell’assuefazione. E cento altre tali. Se l’attenzione è menoma, menoma è la memoria in tutti i sensi. Per es. un discorso al quale non abbiamo badato quasi nulla, sebben tutto l’abbiamo udito e compreso, volendo poi richiamarlo alla [2111] memoria, stenteremo assai anche un sol momento dopo, (laddove un discorso assai più lungo e complicato, al quale abbiamo ben atteso, o volontariamente, o per forte impressione ch’esso ci abbia fatto, lo ricorderemo agevolmente molto tempo dopo.) Se poi saremo riusciti a richiamarlo, in tutto o in parte, ce ne ricorderemo di quindi innanzi agevolmente, per l’attenzione che avremo posta nel richiamarlo. Insomma non si dà memoria senz’attenzione (volontaria o involontaria che sia, come altrove ho distinto): perciocchè la memoria è l’assuefazione dell’intelletto, e l’intelletto non si assuefa senz’attendere, perchè senz’attendere (più o meno) non opera. L’attenzione raddoppia o triplica la sensazione, in modo che quella sensazione alla quale non abbiamo atteso, l’abbiamo provata una sola volta, e perciò non vi ci siamo potuti assuefare, cioè porla nella memoria; ma quella a cui abbiamo atteso, l’abbiamo provata e ripetuta rapidamente e senz’avvedercene, nel nostro pensiero come due, tre, quattro volte, secondo che l’attenzione è stata maggiore [2112] o minore, (l’attenzione, dico, o l’impressione che sia) e quindi vi ci siamo assuefatti più o meno, vi abbiamo più o meno accostumato l’animo, cioè ce la siamo posta nella memoria (volendo o non volendo, cercatamente o no) più o meno fortemente e durevolmente. (17. Nov. 1821.)

Come anche le costruzioni, l’andamento, la struttura ch’io chiamo naturale in una lingua, distinguendola dalla ragionevole, logica, geometrica, abbia una proprietà universale, e sia da tutti più o meno facilmente appresa (almeno dentro una stessa categoria di nazioni e di tempi), e come per conseguenza la semplicissima e naturalissima (sebbene perciò appunto figuratissima) struttura della lingua greca, dovesse facilitare la di lei universalità; si può vedere in questo, che le scritture le più facili in qualunque lingua per noi nuova o poco nota, sono quasi sempre e generalmente [2113] le più antiche e primitive, e quelle al cui tempo, la lingua o si veniva formando, e non era ancor pienamente formata, o non peranche era incominciata a formare. Così accade nello spagnuolo, così ne’ trecentisti italiani (i più facili scrittori nostri), così nella stessa oscurissima lingua tedesca, i cui antichi romanzi (come di un certo romanzo del 13zo sec. intitolato Nibelung, dice espressamente la Staël) sono anche oggi assai più facili e chiari ad intendersi, che i libri moderni. Accade insomma il contrario di quello che a prima vista parrebbe, cioè che una lingua non formata, o non ben formata e regolata, e poco logica, sia più facile della perfettamente formata, e logica. (Eccetto le minuzie degli arcaismi, che abbisognano di Dizionario per intenderli ec. difficoltà che per lo straniero apprentif è nulla, e non è sensibile se non al nazionale ec. ec. Eccetto ancora certi ardiri propri della natura, e diversi secondo l’indole delle nazioni delle lingue, e degl’individui in que’ tempi, i quali ardiri piuttosto affaticano, di quello che impediscano di capire. V. p. 2153.) Parimente infatti [2114] i più antichi scrittori greci sono i più facili e chiari, perchè i più semplici, e di costrutti e frasi le più naturali, e lo studioso che intende benissimo Senofonte, Demostene, Isocrate ec. si maraviglia di non intendere i sofisti, e Luciano, e Dion Cassio, e i padri greci, e altri tali; e molto sbaglierebbe quel maestro che facesse incominciare i suoi scolari dagli scrittori greci più moderni, credendo, come può parere a prima giunta, che i più antichi, e più perfettamente greci, debbano esser più difficili. Così pure accade nel latino, che i più antichi sono i più facili, e di dizione più somigliante di gran lunga alla greca, che tale fu infatti la letteratura latina ne’ suoi principii, e la lingua latina, anche prima della letteratura, e l’una e l’altra indipendentemente ancora dall’imitazione e dallo studio degli esemplari e letteratura greca. Son più facili gli antichi poeti latini, che i prosatori del secol d’oro. (18. Nov. 1821.)

Gli antichi pensatori Cristiani, S. Paolo, [2115] i padri, e prima anche del Cristianesimo, i filosofi gentili, s’erano ben accorti di una contraddizione fra le qualità dell’animo umano, di una lotta e nemicizia evidente fra la ragione e la natura, di un impedimento essenziale ed ingenito nell’uomo (qual era divenuto) alla felicità, e per conseguenza di una degenerazione e corruzione dell’uomo, conosciuta e predicata anche nelle antichissime mitologie.

Tutte queste autorità favoriscono dunque il mio sistema, colla differenza che laddove coloro credevano corrotta e corruttrice la natura, io credo la ragione; laddove essi l’uomo, io gli uomini; laddove essi credevano sostanzialmente imperfetta cioè composta di elementi contraddittorii l’opera di Dio, io credo tale l’opera dell’uomo, e a causa della sola opera dell’uomo, credo non sostanzialmente, ma solo accidentalmente imperfetta l’opera di Dio, e composta non di elementi contraddittorii, ma di qualità acquisite ripugnanti [2116] alle naturali, o di qualità naturali corrotte, ripugnanti fra loro, solo in quanto corrotte. Insomma laddove essi vedevano un’immensa imperfezione nel sistema e nell’ordine primitivo dell’uomo, io la vedo in questo sistema, in quanto e perchè s’è allontanato dal primitivo; e laddove essi venivano a porre l’uomo quasi fuori della natura, dove tutto è sì perfetto nel suo genere; io ve lo ripongo, e dico ch’egli n’è fuori solamente perchè ha abbandonato il suo essere primitivo. ec. ec.

Ognun vede come quella opinione sia assurda, e questa verissima e necessaria, mentre però tutte due derivano da una medesima osservazione di fatto, posta la quale, a me pare impossibile il dedurne conseguenze diverse dalle mie, e molto più il dedurne delle contrarie.

Del resto gli antichi e la massima parte de’ moderni (com’era naturalissimo) non hanno mai ben distinto quello ch’è ragione da quello ch’è natura, quello ch’è primitivo dal puramente acquisito, quelle qualità o disposizioni [2117] che sono in istato naturale, da quelle che più non vi sono; hanno creduto mille volte, e credono tuttogiorno, la ragione natura, gli effetti di quella, effetti di questa, essenza l’accidente, necessario il casuale, naturale ciò che la natura con mille ostacoli aveva impedito ec. ec. ec. Quindi non è maraviglia se caddero e cadono in quell’assurdissimo scambio che ho detto, e se non possono conciliare le qualità naturali dell’uomo con se stesse, (mentre fra queste pongono le artifiziali, e le affatto contrarie alla natura, e ne scartano le naturalissime) nè possono combinare le parti del sistema umano, nè conciliare la natura umana, col sistema generale della natura, e colle altre singole parti di esso. (18. Nov. 1821.)

Alla p. 1109. marg. principio. Da secutus noi dovevamo far seguitare, e non secutare, perchè in seguire che viene indubitatamente da sequi, noi facciamo nel participio non secuto, ma seguito che altrettanto indubitatamente [2118] viene da secutus, o seguutus, e quindi seguitare da seguito, e per conseguenza da secutus. (18. Nov. 1821.)

Piace l’essere spettatore di cose vigorose ec. ec. non solo relative agli uomini ma comunque. Il tuono, la tempesta, la grandine, il vento gagliardo, veduto o udito, e i suoi effetti ec. Ogni sensazione viva porta seco nell’uomo una vena di piacere, quantunque ella sia per se stessa dispiacevole, o come formidabile, o come dolorosa ec. Io sentiva un contadino, al quale un fiume vicino soleva recare grandi danni, dire che nondimeno era un piacere la vista della piena, quando s’avanzava e correva velocemente verso i suoi campi, con grandissimo strepito, e menandosi davanti gran quantità di sassi, mota ec. E tali immagini, benchè brutte in se stesse, riescono infatti sempre belle nella poesia, nella pittura, nell’eloquenza ec. (18. Nov. 1821.)

Alla p. 2022. fine. L’errore de’ Gramatici ec. [2119] in ordine ai verbi formati dal participio in us di altri verbi, col troncamento dell’us e la semplice aggiunta dell’are nell’infinito, verbi ch’io chiamo continuativi, si è di non avere osservato che questa tal formazione (ch’essi non potevano non conoscere, sebbene non so se l’abbiano mai avvertita e specificata distintamente, e secondo le sue regole e qualità) avesse una forza, e un fine, e un valore proprio, distinto, speciale, assegnato, determinato, particolare. E l’aver creduto, ora che fossero frequentativi come quelli in itare, senza veruna differenza, quasi la diversità della formazione fra questi e quelli, fosse o casuale, o arbitraria, o insomma di nessun conto; ora che fossero contratti, o in qualunque modo derivati dai verbi in itare, e stessero insomma in vece loro (onde tanto fosse ductare quanto ductitare, e così di tutti gli altri verbi in solo are, che hanno per compagni [2120] altri verbi analoghi in itare, e che questi e quelli si usassero indifferentemente); ora che non ci fosse alcuna diversità primitiva di valore e di qualità fra i verbi originarii, e quelli formati colla sola giunta dell’are, dai loro participi in us troncando l’us. (18. Nov. 1821.)

Alla p. 2059. Viceversa, dacchè le circostanze politiche e sociali dell’imperio romano erano quali ho detto, da che la capitale era così immensa, dacchè Roma il vero centro, la vera immagine e tipo della nazione e dell’impero, e da che questo e quella erano realmente contenuti in Roma, come la Francia in Parigi, non poteva accadere se non come accadde, cioè che l’unica lingua latina, o dialetto riconosciuto, letterato ec. fosse il Romano, come in Francia il Parigino, e che la lingua, letteratura, costume, spirito, gusto della capitale, determinasse quello dell’impero, e massime dell’Italia, come fa Parigi [2121] in Francia. Gli scrittori latini per forestieri che fossero, in Roma si allevavano, e conversavano lungo tempo, e quivi insomma imparavano a scriver latino. Quelli che non vivevano in Roma, o che poco vi dimorarono, si allontanarono spessissimo dalla proprietà latina, che non era se non Romana, scrissero in dialetto più o meno diverso dal Romano, e oggi si chiamano barbari. Ciò non fu, si può dire, se non se nei bassi tempi, cioè specialmente dopo Costantino, quando Roma scemata di potenza e d’autorità ec. non fu più il centro o l’immagine dell’impero. La degenerazione della lingua latina che allora accadde si attribuisce ai tempi, ma si deve anche attribuire ai luoghi, cioè alle circostanze che tolsero alla lingua latina l’unità, togliendole il suo centro e modello ch’era Roma, e dividendola in dialetti, e di romana facendola latina, e introducendo nella letteratura latina, [2122] voci, forme, linguaggi non Romani. (18. Nov. 1821.). V. qui sotto immediatamente.

L’Italia non ha capitale. Quindi il centro della lingua italiana si considera Firenze, come già si considerò la Sicilia. In tutte le monarchie la buona e vera lingua nazionale risiede nella Capitale, (Parigi, Madrid, o Castiglia, Londra ec.) più o meno notabilmente secondo la grandezza, l’influenza, la società di essa capitale, e lo spirito e gli ordini politici e sociali della nazione.

Quando il centro della lingua non è la capitale, il che non può essere se non quando capitale non v’è, esso non può nè pretendere nè esercitare di fatto una più che tanta nfluenza (quando anche le capitali n’esercitano poca, se oca influenza hanno politica e sociale). Così accadde in recia. Atene non esercitò nè pretese più che tanto impero sulla lingua. In Germania nessun paese l’esercita o lo pretende.

[2123] Di più tale influenza, qualunque sia o sia stata, non può essere che temporanea, dipendente dalle circostanze, e soggetta a scemare, crescere, svanire, mutar di posto nsieme con esse. Tale influenza non derivando dall’essere i capitale, nè dall’influenza politica, non può derivare se on da quella influenza sociale che è data da una maggioranza di coltura e letteratura, e che si esercita mediante queste. Firenze e la Toscana ebbero infatti questa maggioranza dal 300 al 500 (sebbene nel 500. non tanta, e però la loro influenza sulla lingua fu allora effettivamente minore.) Oggi tanto è lungi che l’abbiano, che, lasciando la lingua dove i toscani sono più ignoranti che qualunque altro italiano (come furono in parte anche nel 500.), secondo che apparisce da tuttociò che si stampa in quel paese (intendo la lingua scritta), Firenze in letteratura sottostà a tutte le altre metropoli e città [2124] colte d’Italia, eccetto forse Roma, e la Toscana se non a tutte le provincie italiane, certo cede al Piemonte, Lombardia, Veneziano, e non supera punto nè le Marche, nè il Napoletano.

La corruzione della barbarie straniera è maggiore in Toscana tanto nelle scritture, quanto nella civil conversazione che nel resto d’Italia anzi quivi è nel suo colmo, e la riforma non v’ha quasi messo piede. Come dunque dovrà ella esser la Capitana di questa riforma? Del resto non si può considerare se non la superiorità o inferiorità nella lingua scritta e civile, sola che spetti alla letteratura, sola che possa esser nazionale.

La preminenza dunque della letteratura, sola causa che potesse dare a Firenze il primato sulla lingua, e che glielo desse in effetto, è cessata, anzi convertita in inferiorità. (Appunto la letteratura è in meschinissimo stato in Toscana, e indipendentemente dalla lingua, lo stile, il gusto, le metafore, ogni qualità generale e particolare dello stile è così barbaro negli stessi Accademici della Crusca, che fa maraviglia, e non credo che abbia cosa simile in nessuna più incolta parte d’Italia.) Tolta la causa, deve dunque cessare l’effetto, come cessò per la Sicilia, che da prima si trovò nel caso della Toscana, e per la Provenza, che da prima fu nel medesimo caso rispetto alla Francia.

Il dire che Firenze o la Toscana debba anche oggi considerarsi per centro ed arbitro della lingua italiana perciocchè più secoli addietro fu preminente in letteratura, e che la sua letteratura antica, le debba dare influenza sulla lingua nazionale moderna, è lo stesso che dire che gl’italiani debbono scrivere in lingua antica [2125] e morta, (giacchè la letteratura toscana è morta) e quelli che seguono a considerar Firenze per arbitra della lingua italiana, e questa chiamano ancora ostinatamente toscana, sono, e non possono essere che quegli stessi i quali considerano e vogliono che la lingua italiana si consideri e s’adoperi come morta.

La letteratura antica per grande ch’ella sia, non basta alla lingua moderna. La lingua (massime dove non è società) è sempre formata e determinata dalla letteratura: dico sempre, cioè successivamente e in ciascun tempo: onde la lingua presente essendo moderna dev’essere determinata non dalla letteratura antica, cioè da quella che la determinò, ma da una che attualmente la determini, cioè da una letteratura moderna. E quindi le province e città d’Italia che oggi più delle altre fioriscono in letteratura, hanno assai più diritto [2126] a determinar la lingua italiana moderna, che la Toscana e Firenze. Giacchè questo diritto, ed anche questa influenza di fatto, non la può dare in Italia (e nelle nazioni senza capitale e senza società ec.) se non un’assoluta preponderanza attuale in fatto di letteratura, unica determinatrice della lingua, perchè unica cosa nazionale e generale in un paese senza società, senza unità politica, nè d’altro genere. (19. Nov. 1821.). Posto eziandio che il toscano fosse più bello e migliore che l’italiano (come l’attico del greco comune), nondimeno gli scrittori dovrebbero assolutamente appigliarsi a questo men bello, e lasciar quello, giacchè non sono obbligati al più bello, ma al comune e nazionale.

La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove, riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, [2127] spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello dell’Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra’ tedeschi. (19. Nov. 1821.)

Vien pure accagionato il Sig. Botta di alcuni termini familiari, che parvero non comportabili dalla dignità storica... Si mise in campo a sua discolpa l’osservazione, esser pregio particolare della lingua italiana, l’adattarsi a tutti i tuoni, anche ne’ più [2128] gravi argomenti. Di fatti, chi ben guardi addentro la materia, non è forse vero, che questo idioma non si formò già nelle corti, bensì in una repubblica tempestosa, nella quale esprimere l’energia de’ sentimenti popolari, non già fornire occorreva locuzioni temperate a gente placida, o simulata. Da questa impronta originaria ricevette la lingua mentovata il privilegio d’essere per l’appunto in modo singolare sì acconcia a descrivere rivoluzioni politiche. Pref. del Sig. L. di Sevelinges alla sua traduzione della Storia ec. di C. Botta, in francese, volgarizzata dal Cav. L. Rossi. Milano, Botta Storia ec. 1819. 3za ediz. t.1. p. LXI-II.

La ragione qui accennata può servire in parte a spiegare il perchè la lingua italiana scritta (dico la buona e vera ed antica lingua) si sia poco divisa dalla parlata, a differenza della latina, e a somiglianza della greca (p.e. in Demostene). Oltre le altre cagioni da me notate sparsamente [2129] altrove, cioè la natura de’ tempi (natura antica) ne’ quali la nostra lingua e letteratura fu formata; la poca società civile, o conversazione d’Italia, il che dovea render la sua lingua scritta similissima alla volgare, perchè questa sola esisteva prima della scritta, questa sola le potè servire di origine e di modello, questa sola coesiste anche oggi alla lingua scritta, a differenza di ciò che accade in Francia, e a somiglianza di ciò che accadde in Grecia (lo stile di una lingua ha tanto più del familiare e del popolare quanto più la nazione scarseggia di società, ed esso stile è quindi nella stessa proporzione più energico, vero, vario, potente, ricco, bello); le ragioni che altrove ho addotte per provare che i primitivi scrittori di una lingua qualunque hanno sempre del familiare nella lingua, e per conseguenza nello stile ec. (20. Nov. 1821.)

[2130] Solo che si esamini a fondo la cosa, si scopre nelle scritture di quegli antichi che Italia a tanta gloria levarono, una favella unica nella sua natura, ricca di facoltà tutte sue proprie, favella osservabile per frasi, che han l’aria del clima nativo, e non s’incontrano altrove; favella, per dirlo in breve, la quale agevole per se ad una singolare varietà di suoni, meravigliosamente s’acconcia ad ogni maniera d’argomento, dallo stile alto dell’epopea a quello scendendo della narrazione più familiare. Inoltre eleganze, diremmo, di getto; un fior di lingua del quale s’è fatto conserva in preziose raccolte, e, dentro certi confini, nel vocabolario della Crusca. l. c. p. XLVI. (20. Nov. 1821.)

Pare sproposito, e pure è certo che una lingua è tanto più atta alla più squisita eleganza e nobiltà del parlare il più elevato, e dello stile più sublime, quanto la sua indole è più popolare, quanto ella è più modellata sulla favella domestica e familiare [2131] e volgare. Lo prova l’esempio della lingua greca e italiana e il contrario esempio della Francese. La ragione è, che sola una tal lingua è suscettibile di eleganza, la quale non deriva se non dall’uso peregrino e ardito e figurato e non logico, delle parole e locuzioni. Ora quest’uso è tutto proprio della favella popolare, proprio per natura, proprio in tutti i climi e tempi, ma soprattutto ne’ tempi antichi, o in quelle nazioni che più tengono dell’antico, e ne’ climi meridionali. Quindi è che lo stesso esser popolare per indole, dà ad una lingua la facoltà e la facilità di dividersi totalmente dal volgo e dalla favella parlata, e di non esser popolare, e di variar tuono a piacer suo, e di essere energica, nobile, sublime, ricca, bella, tenera ogni volta che le piace. Insomma l’indole popolare di una lingua rinchiude tutte le qualità delle quali una lingua umana possa esser capace (siccome la natura rinchiude tutte le qualità e facoltà di cui l’uomo [2132] o il vivente è suscettibile, ossia le disposizioni a tutte le facoltà possibili); rinchiude il poetico come il logico e il matematico ec. (siccome la natura rinchiude la ragione): laddove una lingua d’indole modellata sulla conversazione civile, o sopra qualunque gusto, andamento ec. linguaggio ec. di convenzione, non rinchiude se non quel tale linguaggio e non più (siccome la ragione non rinchiude la natura, nè vi dispone l’uomo, anzi la esclude precisamente), secondo che vediamo infatti nella lingua latina, e molto più nella francese, proporzionatamente alle circostanze che asservissent e legano quest’ultima al suo modello ec. molto più che la latina ec. (20. Nov. 1821.)

La facoltà inventiva è una delle ordinarie, e principali, e caratteristiche qualità e parti dell’immaginazione. Or questa facoltà appunto è quella che fa i grandi filosofi, e i grandi scopritori delle grandi verità. E si può dire che da una stessa sorgente, [2133] da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata, e diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di Omero e di Dante, e i Principii matematici della filosofia naturale di Newton. Semplicissimo è il sistema e l’ordine della macchina umana in natura, pochissime le molle, e gli ordigni di essa, e i principii che la compongono, ma noi discorrendo dagli effetti che sono infiniti e infinitamente variabili secondo le circostanze, le assuefazioni, e gli accidenti, moltiplichiamo gli elementi, le parti, le forze del nostro sistema, e dividiamo, e distinguiamo, e suddividiamo delle facoltà, dei principii, che sono realmente unici e indivisibili, benchè producano e possano sempre produrre non solo nuovi, non solo diversi, ma dirittamente contrarii effetti. L’immaginazione per tanto è la sorgente della ragione, come del sentimento, delle [2134] passioni, della poesia; ed essa facoltà che noi supponiamo essere un principio, una qualità distinta e determinata dell’animo umano, o non esiste, o non è che una cosa stessa, una stessa disposizione con cento altre che noi ne distinguiamo assolutamente, e con quella stessa che si chiama riflessione o facoltà di riflettere, con quella che si chiama intelletto ec. Immaginazione e intelletto è tutt’uno. L’intelletto acquista ciò che si chiama immaginazione, mediante gli abiti e le circostanze, e le disposizioni naturali analoghe; acquista nello stesso modo, ciò che si chiama riflessione ec. ec. (20. Nov. 1821.)

La perfezion della traduzione consiste in questo, che l’autore tradotto, non sia p.e. greco in italiano, greco o francese in tedesco, ma tale in italiano o in tedesco, quale egli è in greco o in francese. Questo è il difficile, questo è ciò che non in [2135] tutte le lingue è possibile. In francese è impossibile, tanto il tradurre in modo che p.e. un autore italiano resti italiano in francese, quanto in modo che Egli sia tale in francese qual è in italiano. In tedesco è facile il tradurre in modo che l’autore sia greco, latino italiano francese in tedesco, ma non in modo ch’egli sia tale in tedesco qual è nella sua lingua. Egli non può esser mai tale nella lingua della traduzione, s’egli resta greco, francese ec. Ed allora la traduzione per esatta che sia, non è traduzione, perchè l’autore non è quello, cioè non pare p.e. ai tedeschi quale nè più nè meno parve ai greci, o pare ai francesi, e non produce di gran lunga nei lettori tedeschi quel medesimo effetto che produce l’originale nei lettori francesi ec.

Questa è la facoltà appunto della lingua italiana, e lo sarebbe stata della greca. Per questo io preferisco l’italiana a tutte [2136] le viventi in fatto di traduzioni.

Quello che dico degli autori dico degli stili, dei modi, dei linguaggi, dei costumi, della conversazione. La conversazione francese si dee tradurre nell’italiano parlato o scritto, in modo che ella non sia francese in italiano, ma tale in italiano qual è in francese; tale il linguaggio della conversazione in italiano, qual è in francese, e non però francese. (21. Nov. 1821.)

Alla p. 1120. fine. Il verbo aptare onde il nostro attare, adattare, e il francese ec. da che cosa deriva? da aptus. E questo che cosa crediamo noi che sia? un participio del verbo antichissimo apere. E quale il significato primitivo di aptare? quello appunto del verbo apere, cioè legare. È cosa veramente maravigliosa che questo significato ignoto a tutta la latinità scritta che noi conosciamo, questo significato, dico, del verbo aptare, cioè legare, significato ch’egli ha preso da un verbo [2137] originario apere, del quale non si trova più fatto uso in nessuno scrittore latino per antichissimo che sia; questo significato, dico, così decisamente, e singolarmente antico e primitivo, comparisca in uno scrittore di bassa latinità qual è Ammiano, (v. il Forcell. in Aptatus fine), e si veda poi tuttora vivo, fiorente, preciso, e assolutamente proprio in una lingua nata dalla corruzione della latina, cioè la spagnuola, nel verbo atar (da aptare, come escritura da scriptura ec.) cioè legare, e desatar cioè sciogliere. Significato appunto proprio del greco ἅπτω. V. il Forcell. in Aptus, in Apte, in Apo, in Apex, ed anche nell’ult. esempio di Adaptatus. Ho cercato l’Append. e il Gloss. in tutti questi luoghi, e in Atare, Attare ec. ma non hanno nulla. V. anche il Forcell. in Coapt-, dove nulla il Gloss. nè l’Appendice. Chi avesse qualche dubbio intorno a quelle testimonianze de’ gramatici su cui si fonda [2138] la cognizione che abbiamo dell’antichissimo apere, e del significato legare di aptare, deve deporre ogni dubbio, a vista dello spagnuolo atar, osservazione trionfante, e veramente preziosa anche per la ricerca dell’antico volgare latino e delle sue vicende.

Da ciò possiamo dedurre, 1. che molti verbi, specialmente in tare, i quali si credono formati da nomi adiettivi, derivano in realtà da participii, cioè essi nomi non sono che participii d’antichissimi verbi ignoti. Così forse sarà di quel putus, da cui secondo Varrone ec. viene putare, ed è una differente pronunzia di purus. Così di laxus (onde laxare) di cui dice Forc. De notatione (etymologia) nihil certi habemus. Così abbiamo veduto di convexus ec. discorrendo di vexare. Così diremo di spissus onde spissare. Così vedemmo di arctus in arctare. Così forse sarà di humectus onde humectare. V. Forc. V. p. 2291. e 2341. capoverso 2. V. Forc. Cautus, principio. Di arctus v. p. 1144. di quietus 1992.

2. Noi troviamo apere, ed aptus come si vede in una infinità di es. nel Forcell. è un evidente participio di un verbo significante alligare connectere ec. Questo medesimo participio non è primitivo, ma contratto (forse da apitus) come ho mostrato altrove. Da questo [2139] particicipio ridotto ad aptus, è venuto il verbo aptare, secondo gl’infiniti esempi che ho addotti, e nella maniera e andamento che ho dimostrato circa la formazione de’ verbi in are da’ participi in us di altri verbi.

Ora i greci nello stesso primitivo significato di apere e di aptare, dicono ἅπτειν, cioè insomma aptare col solo divario della desinenza. Il Vossio nell’Etimologico deriva apo da ἅπτω. (E Servio aptus da ἅπτεσϑαι). Concederei se i greci dicessero ἅπω. Ma dicono ἅπτω e questo verbo per la forma (come pel significato primitivo) è tutt’uno, non con apo ma con apto. Ora se questo apto deriva evidentemente, e non senza andirivieni da apo, sembra che quindi debba pur derivare il greco ἅπτω (e non apto dal greco), e per conseguenza che il verbo greco derivi dal latino apto, ed abbia un’origine comune col latino, cioè apo, e che questa origine sia latina, non [2140] greca. Giacchè non possiamo supporre un ἅπω greco, donde sia derivato il greco ἅπτω, e il latino apo, perchè oltre che di questo ἅπω non si ha vestigio alcuno, non ne sarebbe derivato ἅπτω, non avendo i greci nè participio in us, nè formazione di verbi da questi participii, come l’hanno i latini, che perciò da aptus participio di apo fecero apto. Se dunque il latino apo è anteriore al latino apto (e anteriore di molto, giacchè il suo vecchio participio apitus, dovè prima, come abbiamo veduto, convertirsi in aptus, e poi generare il verbo aptare); e se il greco ἅπτω è manifestamente tutt’uno con apto, per senso e per materiali elementi, sembra necessario che apo sia parimente anteriore al greco ἅπτω, e che questo, come apto, derivi da apo, il quale essendo latino, viene esso verbo greco ad avere un’origine latina. Aggiungete che ἅπτω ha lo spirito denso, di cui nel lat. apto non è verun vestigio, contro ciò che suole accadere nelle voci venute dalla Grecia al Lazio, onde si può credere che quello spirito non sia qui che una giunta fattaci da’ greci, una grazia di pronunzia data da essi a questa voce forestiera, secondo l’indole de’ loro organi e costumi ec.

Questa osservazione mi pare [2141] interessantissima e conducente a grandi risultati, (e in gran parte nuovi e contrari alle comuni opinioni) circa la storia delle origini latine e greche, delle lingue e delle nazioni greca e latina. Quest’osservazione può confermare la sentenza che la lingua latina non sia figlia ma sorella della greca, sentenza già d’altronde troppo più probabile: può dimostrare un antichissimo commercio tra la Grecia e l’Italia, anteriore alle notizie che si hanno di questi due paesi, e loro scambievoli relazioni; giacchè questo ἅπτω in detto senso è antichissimo verbo greco, e massime ne’ suoi derivati (come ἁψίς vinculum, nell’Iliade) e composti, si trova nel detto senso, o ne’ sensi analoghi, usato da Omero, da Erodoto, e da’ più antichi scrittori e monumenti greci. V. p. 2277.

Nè questa osservazione sarebbe l’unica che facesse al proposito, ma si potrebbero addurre molti altri esempi, e osservazioni, dimostranti [2142] l’origine latina (o italica) di parole frasi ec. antichissime, che per esser comuni al greco e al latino, si sono credute finora d’origine greca; quasi tanto fosse il trovare nel greco una parola ec. corrispondente a un’altra latina, e il trovare l’origine e l’etimologia d’essa voce latina. Le mie teorie circa la formazione de’ verbi continuativi, formazione tutta propria del latino, e fino ab antichissimo, e di quindi in poi sino all’ultimo tempo, e niente propria del greco, possono somministrare molte occasioni di rettificare questi scambi, e trasferire l’origine di molte parole dalla Grecia al Lazio, viceversa di ciò che si crede.

Io ho per es. fatto vedere che il verbo lat. stare, è verisimilissimamente un puro continuativo di esse, formato nè più nè meno colle solite regole di tali formazioni. Ora l’antichissima Grecia ebbe indubitatamente il verbo στάω o στῶ ch’è il tema del verbo ἵστημι, e moltissime voci del quale si conservano in quest’ultimo. Nè pare ch’esso abbia che fare col verbo sostantivo εἰμί nè questo [2143] ha altri participii che ὤν ed ἐσόμενος, nè quando pure ne avesse, o ne avesse avuto alcuno analogo al suono del verbo στάω, questo sarebbe derivato da esso participio, non avendo i greci tal uso di formazioni, come lo hanno i latini. Quindi si può congetturare che il greco στάω sia derivato dallo sto latino (il quale viene, come io dico, da uno stus o situs di esse), e non questo da quello, come dicono tutti.

Il latino sisto è parimente lo stesso che στάω , o στῶ (che pur si dice, in vece d’ἵστημι, ed è il medesimo verbo) ed ha tutti due i significati di questo verbo cioè il neutro corrispondente a stare, e l’attivo corrispondente a statuere, o a retinere ec. I quali due significati pare che fossero egualmente propri di στάω, che noi deriviamo qui dal latino sto. Del resto sisto ha la s in luogo dello spirito denso di στῶ; qual [2144] però de’ due sia anteriore all’altro, se il greco o il lat. questo non si può decidere, giacchè tutti due sono assolutamente una sola cosa, tanto essendo la s in latino (antico) quanto lo spirito denso in greco (che anticamente usava esso stesso il σίγμα in luogo d’esso spirito.). Onde i greci antichissimi avranno anch’essi scritto o detto σιστῶ. E quando anche si voglia derivare sisto da στῶ, ciò non prova che il suo tema στῶ non venga dal latino, giacchè i greci (come tutti fanno, ma essi soprattutti, per le loro circostanze, colonie, diffusione, varietà di dialetti ec.) variarono in mille guise i temi ricevuti antichissimamente da qualunque parte si fosse; li variarono in se stessi, e ne’ loro derivati e composti, (come anche dissero στάω con una lettera più di sto, sebbene per contrazione l’usarono più comunemente nella forma analoga a στῶ); e poterono facilissimamente restituire all’Italia, sotto forma alquanto diversa un tema preso da essa, cioè il verbo sisto fatto da στάω derivato [2145] o alterato da στῶ, preso dallo sto latino. Ciò potè accadere nelle più recenti, o meno antiche ed oscure relazioni, che in tempi per altro essi stessi antichissimi ebbe la Grecia coll’Italia (come sappiamo) e la lingua greca già, se non altro, adulta, colla latina per anche rozza, o decaduta da qualche antichissima perfezione, com’è più verisimile. Dico da una perfezione e forma diversa da quella che poi ricevè a’ tempi romani; da una perfezione derivante o comune colla lingua madre di lei e della greca, o sia colla lingua di quel popolo che diramò i suoi coloni in Grecia e in Italia. (22. Nov. 1821.).

Or quanto è egli ordinario nell’uso e di natura elementare nel discorso, e di significazione naturalmente occorrente il verbo stare, e l’ἵστημι o στάω, ed ἵσταμαι e il verbo sistere ec.! Per conseguenza fa duopo ch’egli sia (come già vediamo) antichissimamente proprio di ambedue le lingue, o antichissimamente passato dall’una nell’altra ec.

Alla p. 1121. fine. Ho detto poco sopra p.2138. che forse molti verbi, massime in tare creduti derivati da nomi aggettivi in us, verranno da participii di verbi ignoti. Similmente io credo che molti di quei verbi, massime in tare, che si stimano derivati da [2146] nomi sustantivi verbali in us us, o in us i, non derivino in realtà che da participii in us d’altri verbi ignoti, da’ quali parimente io credo derivati essi verbali. (V. la p.2009 10. e 2019.).

Osservo in primo luogo che tali verbali non sono infatti altro che participii in us (de’ verbi a’ quali per significato ec. appartengono) sostantivati, e ridotti talvolta alla quarta congiugazione, talvolta lasciati anche nella seconda, come jussum i sostantivo. Ictus us non è che il participio Ictus di icere sostantivato e ridotto alla 4. conjugazione. Potus us lo crederemmo radice di potare se non si fosse conservato il participio potus, ch’io credo essere l’origine dell’uno e dell’altro. ec. C’è anche potatus us come gustatus us. Della differenza tra questi 2 generi di verbali v. ciò che ho detto di potatio, compotatio ec. Così effectus us, nutus us ec. ec. Delictum i con cento altri spettano alla categoria di jussum. Quando pertanto si trovano di tali verbali senza un participio nè un verbo corrispondente, pare si debba credere che l’uno e l’altro esistessero anticamente.

P. es. gustus us, e gustum i non hanno verbo nè participio corrispondente. Crederemo [2147] che gustare derivi da questo sustantivo ma io penso che venga da un participio gustus da cui sia derivato lo stesso gustus sustantivo. E mi confermo in questa opinione 1. per quello che ho detto p. 2078. il che si può e si deve estendere anche ai verbi non composti, almeno quanto all’inclinazione naturale della lingua latina proporzionatamente però, e riguardo soprattutto ai sustantivi giacchè molti verbi si trovano fatti dai nomi aggettivi come durare ec. ec. Sulcare viene da un sustantivo; 2. per quello che ho detto p.2010. 2019. dal che si vede che i verbi formati veramente dai verbali in us us, o da altri nomi della 4ta, finiscono in uare, come da fluctus us, fluctuare, onde se gustare venisse da gustus, farebbe gustuare; 3 dall’osservare il greco , radice di gusto as, o venuto da una radice γεύω comune. Nel qual verbo non v’è segno di st, lettere radicali di gusto. Ciò mi porta a pensare di un antico guo, participio gustus, continuativo gustare (dove lo st dinota molto visibilmente [2148] un participio originario in tus), verbale gustus us e um i. (Infatti da νεύω, i latini ebbero l’antico nuo, dal quale poi nutare. Le sole radicali dunque in gustare, considerando il gr. γεύω si trovano essere gu. Dico radicali primitive. Le altre denno esser venute da qualche accidente della radice: e qual sia questo accidente, lo dichiarano le mie osservazioni) Il qual verbale che non derivi punto da gustare si vede per la regola sovraccennata circa la loro formazione da’ participii in us. Di gustare il participio è gustatus, il verbale non gustus, ma gustatus us, che infatti si trova e non ha che fare con gustus. Se dunque gustatus us ha il suo participio e verbo originario in gustatus e gustare; il verbale gustus deve altresì aver avuta la sua origine in un part. gustus di un verbo guo o simile, padre d’esso verbale, e di gustare. (22. Nov. 1821.)

Contrastare, contraster, contester, contrester, francese contrastar spagnolo sono verbi, o anzi un verbo ignoto alla buona latinità, ma comune ab antico e fin dall’origine loro alle tre figlie della lingua latina; e formato 1. alla latina affatto, 2. di due parole latinissime [2149] contra e stare, delle quali l’una non esiste più nel francese ec. Questo che cosa denota se non un’origine comune di esso verbo, anteriore alla diramazione delle tre sorelle, cioè alla corruzione del latino, fatta ne’ bassi tempi, la quale non fu che parziale e diversa e indipendente nelle tre nazioni; (siccome esse nazioni furono allora indipendenti ec. l’una dall’altra, e separate politicamente ec.) e un’origine latina? Or questa che altro può essere se non il volgare antico latino? V. il Ducange in Contrastare. E di questo genere, e nelle medesime circostanze sono infinite parole, proprie ab antico e primitivamente di tutte tre le nostre lingue sorelle. (22. Nov. 1821.)

Alla p.1115. marg. O piuttosto il verbo mantare indica chiaramente un antico participio mantus di manere, contratto di manitus, il quale è tanto regolare participio di manere, come monitus di monere. (docitus di docere ec.). Ovvero mantare è contratto esso medesimo da manitare. (23. Nov. 1821.)

[2150] Lo stile, e la lingua di Cicerone non è mai tanto semplice quanto nel Timeo, perocch’egli è tradotto dal greco di Platone. E pure Platone fra i greci del secol d’oro è (se non vogliamo escludere Isocrate) senza controversia il più elegante e lavorato di stile e di lingua, e il Timeo è delle sue opere più astruse, e forse anche più lavorate, perch’esso principalmente contiene il suo sistema filosofico. Platone il principe della raffinatezza nella lingua e stile greco prosaico, riesce maravigliosamente semplice in latino, e nelle mani di Cicerone, a fronte della lingua e stile originale degli altri latini, e di esso Cicerone principe della raffinatezza nella prosa latina. La maggiore raffinatezza ed eleganza dell’aureo tempo della letteratura greca, riesce semplicità trasportata non già ne’ tempi corrotti ma nell’aureo della letteratura latina, e per opera del suo maggiore scrittore. (23. Nov. 1821.)

A quello che ho detto altrove circa il modo da tenersi nel consolare, aggiungete che in ultima analisi l’unica consolazione dei mali, massimamente grandi, è il persuadersi o almeno il credere confusamente, ch’essi o non sieno reali, o meno gravi che non parevano, [2151] o che abbiano rimedio, o compenso ec. Le forti afflizioni non si consolano finalmente se non in questo modo: e il tempo consolatore, adopra anch’esso in gran parte questo metodo. (23. Nov. 1821.)

Osservate le incredibili abilità che acquistano i ciechi nella musica, e in altro, i sordi nell’intendere per segni ec. e la tanto maggiore facilità e prontezza, con cui essi, sebbene sieno d’intelletto tardissimo, arrivano a quello a cui con molto maggior fatica e tempo arrivano, o anche non arrivano i sani, sebbene di grande ingegno. E poi ditemi in che cosa consista il talento, s’esso dipenda o no dalle circostanze, se esso sia altro che una conformabilità, ed assuefabilità, maggiore o minore, ma comune a tutti, e determinata ne’ suoi effetti, o nell’uso ed applicazione di essa, dalle pure circostanze accidentali; se l’uomo in se stesso sia capace o no di cose incredibili, e quasi illimitate; se questa capacità [2152] sia o non sia una mera disposizione naturale, comune a tutta la specie, ma secondo le assuefazioni e le circostanze, posta più o meno a frutto. (23. Nov. 1821.)

Di molte facoltà umane che si considerano come naturali, o poco meno, o volute dalla natura ec., considerandole bene si vedrà, che la natura non ne avea posto nell’uomo neppure (per dir così) la disposizione, una disposizione cioè determinata, diretta, vicina, ma così lontana, ch’essa non è quasi altro che possibilità. Così è. Infinite sono e comunissime e giornaliere quelle facoltà umane, delle quali l’uomo non deve alla natura, altro che la purissima possibilità di acquistarle, e contrarle. (23. Nov. 1821.)

Alla p.1279. marg. Come la pronunzia di queste due vocali si confondesse, si scambiasse ec. nel latino, e anche nel latino scritto, si può argomentare dall’antico costume [2153] di scrivere maxumus, sanctissumus, optumus, decumus, ec. V. il Forcell. in I ed U, e l’Encyclopéd. Grammaire, in I ed U, se hanno nulla in proposito. V. anche il Cellar. Orthograph. lat. specialm. p. 12. Vedi anche il Forc. in Clypeus principio e fine. (23. Nov. 1821.)

Alla p. 2113. marg. - e intanto non si capiscono determinatamente e precisamente, in quanto neppur lo scrittore ha dato o voluto dare a quell’espressioni un senso più che tanto preciso, o ha voluto esprimere un’idea più che tanto determinata. (23. Nov. 1821.)

Non solo l’egoismo o l’amor proprio si trova in qualunque azione, affetto ec. possibile all’uomo, ancorchè paia il più lontano, e il più contrario all’amor di se stesso, ma in questi medesimi atti, affetti ec. l’amor proprio, v’ha tanta parte, vi si trova in misura e grado e forza tale, l’uomo [2154] o il vivente vi mira tanto a se stesso, quanto nell’azione o nell’affetto che deriva dal più sublimato, dal più schietto, infame, manifesto egoismo.

Questo è notabile. Non solo l’uomo o il vivente non può perder l’amor proprio, ma neanche perderne una menoma parte in sua vita (per quanto i diversissimi aspetti che prende questa passione possano far credere in contrario). L’amor proprio non può, non solo svanire, ma scemar mai di un menomissimo grado; e si può dire di lui ciò che della materia, che tanta nè più nè meno ve n’ha oggi, e ve n’avrà, quanto al principio del mondo, e che la sua quantità, non è mai nè cresciuta nè scemata di un nulla. Giacchè anche l’amor proprio come non può scemare, così non può mai crescere in verun individuo, dal principio della vita alla fine. (Altra prova, ed osservazione analoga a mostrare, [2155] che e come l’amor proprio sia infinito.).

E per conseguenza egli è tanto in ciascun momento della vita, quanto in ciascun altro; tanto nell’uomo che tradisce i doveri e i principii suoi più sacri per proccurarsi un menomo piacere, quanto in colui che attualmente eseguisce il più eroico e terribile sacrifizio per l’osservanza di un menomo dovere, o in colui che si uccide da se.

La massa dell’amor proprio è altresì precisamente la stessa in ciascun vivente di qualsivoglia specie, perocch’essa è infinita, e quindi non può essere maggiore nè minore in nessun individuo, non solo rispetto a se, ma anche comparativamente a qualunque altro individuo possibile. (23. Nov. 1821.).

Il che appunto viceversa dimostra ch’ella è infinita assolutamente, e per se stessa. (23. Nov. 1821.)

Le donne, i grandi, e il pubblico (letterario, civile, politico ec.) si guadagnano, si maneggiano, si muovono, si persuadono, [2156] si predominano, si vincono ec. colle stesse arti, mezzi, furfanterie, soverchierie ec. Le rivalità letterarie p.e. si esercitano nello stesso modo delle galanti. Nella repubblica letteraria ec. come presso le donne, e come nelle conversazioni, bisogna innalzarsi sopra il corpo degli altri, bisogna farsi largo, calunniare i rivali, motteggiarli, farsi dintorno una gran piazza vota, cacciandone chi la occupa, cogli artifizi e le malvagità che si esercitano co’ rivali in amore ec. (24. Nov. 1821.)

Tutto è animato dal contrasto, e langue senza di esso. Ho detto altrove della religione, de’ partiti politici, dell’amor nazionale ec. tutti affetti inattivi e deboli, se non vi sono nemici. Ma la virtù, o l’entusiasmo della virtù (e che cosa è la virtù senza entusiasmo? e come può essere virtuoso chi non è capace di entusiasmo?) esisterebbe egli, se non esistesse il vizio? Egli è certissimo che [2157] il giovane del miglior naturale, e il meglio educato, il quale ne’ principii dell’età alquanto sensibile e pensante, e prima di conoscere il mondo per esperienza, suol essere entusiasta della virtù, non proverebbe quell’amor vivo de’ suoi doveri, quella forte risoluzione di sacrificar tutto ai medesimi, quell’affezione sensibile alle buone, nobili, generose inclinazioni ed azioni, se non sapesse che vi sono molti che pensano e adoprano diversamente, e che il mondo è pieno di vizi e di viltà, sebbene egli non lo creda così pieno com’egli è, e come poi lo sperimenta. (24. Nov. dì di S. Flaviano. 1821.)

Ho paragonato altrove le occupazioni di un mercadante con quelle di un giovanastro che si spassa colle donne, e trovatele della stessissima importanza, anzi queste più importanti di quelle. La stessa comparazione col medesimo risultato, si può fare [2158] delle operazioni e intenzioni e desiderii e fatiche di un soldato, di un letterato, di un uomo in carriera ec. Quel filosofo che per puro amore dell’umanità, suda dietro ad un’opera di morale o di politica, o d’altro soggetto della più grande utilità, o si affatica nella speculazione della natura, del cuore umano ec.; quel ministro zelante e integerrimo del maggior monarca immaginabile, che travaglia giorno e notte unicamente per il bene della maggior nazione e della maggior possibile quantità di uomini (se pur si trovano tali filosofi, e tali cortigiani); questi tali che cosa cercano essi? La felicità degli uomini. E la felicità che cos’è? il piacere. E qual piacere maggiore che i giovanili? Dunque le occupazioni di costoro non sono più importanti di quelle del giovanastro che mette a profitto i vantaggi dell’età più favorita dalla natura, [2159] e destinata a godere. Anzi sono meno importanti, perchè non fanno altro che proccurare agli uomini, alla lontanissima quello stesso piacere, (o altri piaceri che certo saranno sempre minori) che il giovanastro immediatamente ed attualmente si gode. In ultima analisi è manifesto che le occupazioni di coloro hanno appresso a poco per fine quello medesimo che il giovanastro già conseguisce, sebbene questo fine sia molto lontano. Il fine, come dunque non sarà più importante del mezzo? e di un mezzo lontanissimo? e difficilissimo? e spesso immaginario, falso, inutilissimo? spesso ancora conducente ad esito contrario? (24. Nov. dì di S. Flaviano. 1821.)

Lo stato di disperazione rassegnata, ch’è l’ultimo passo dell’uomo sensibile, e il finale sepolcro della sua sensibilità, de’ suoi piaceri, e delle sue pene, è tanto mortale alla sensibilità, ed alla poesia [2160] (in tutti i sensi, ed estensione di questo termine), che sebbene la sventura, e il sentimento attuale di lei, pare ed è (escluso il detto stato) la più micidial cosa possibile alla poesia (nè solo la sventura attuale, ma anche l’abituale, che deprime miseramente l’immaginazione, il sentimento, l’animo); contuttociò se può succedere che nel detto stato, una nuova e forte sventura, cagioni all’uomo qualche senso, quel punto, per una tal persona, è il più adattato ch’egli possa mai sperare, alla forza dei concetti, al poetico, all’eloquente dei pensieri, ai parti dell’immaginazione e del cuore, già fatti infecondi. Il nuovo dolore in tal caso è come il bottone di fuoco che restituisce qualche senso, qualche tratto di vita ai corpi istupiditi. Il cuore dà qualche segno di vita, torna per un momento a sentir se medesimo, giacchè la proprietà e l’impoetico della disperazione rassegnata consiste appunto, nel non esser più [2161] visitato nè risentito neppur dal dolore.

Ma questi effetti miseramente poetici, miseramente (e anche languidamente) vivi, sono passeggeri, anzi momentanei, perchè un tal uomo, malgrado la grandezza della sventura nuova, ricade assai presto nel letargico stato di rassegnazione. E però gli è necessario il poetare nell’atto stesso della sventura, ovvero egli non è e non si sente poeta, ed eloquente, se non in quell’atto (contro ciò che accade in ogni altro caso); temperandosi il senso attuale della sventura, colla sua radicata abitudine di soffrire, di tollerare, e di affogare, addormentare, scuotere il dolore, in modo che di queste due qualità o affezioni, o disposizioni, si viene a fare uno stato bastantemente adattato alle emozioni sentimentali, ed alla poesia ec.

Una insolita cagione d’allegrezza, produrrebbe anch’essa, e molto meglio, simili [2162] effetti, e più veramente poetici, più eloquenti ec. (24. Nov. 1821.)

Si vedono e si osservano tuttogiorno, uomini di goffissimo e tardissimo ingegno, incapaci non solo di eseguire ec. ma d’intendere ogni altra cosa, essere sottilissimi, penetrantissimi, prontissimi ad intendere, abilissimi nelle cose di loro professione e mestiere, e in queste vincere i più grandi talenti, anche quelli che nelle medesime cose sono abbastanza esercitati, e periti. Che vuol dir ciò? quel misero ingegno, pare assolutamente un altro nelle cose del suo mestiere, quantunque non comprenda nulla, non solo del resto, ma neanche di cose appartenenti alla stessa sfera della sua professione, nelle quali egli non sia esercitato. Ma dove egli è abituato, intende alla prima perfettamente, ed eseguisce ec. tutto l’occorrente, ancorchè si tratti [2163] di qualche novità, dentro il piccolo spazio delle sue cognizioni. Vuol dire che l’ingegno umano, non è che abitudine, le facoltà umane pure abitudini, acquistabili tutte da tutti, benchè più o meno facilmente, con più lunga o più corta assuefazione. Vuol dire che quel tale si è fin da fanciullo, o lungamente esercitato ed abituato in quel genere di cognizioni, e di abilità, e deve quest’abilità alle pure circostanze che gli hanno proccurato quell’assuefazione. Giacchè suppongo che non si vorrà stimare innata e naturale in un falegname la facoltà di maneggiare perfettamente il suo mestiere, ad esclusione di ogni altra facoltà. E sarà necessario supporre in lui nient’altro che una disposizione naturale, capace d’ogni altra facoltà mediante l’assuefazione, ma dalle circostanze determinata a questa facoltà sola. Giacchè che vuol dire che tutti coloro [2164] che si esercitano da fanciulli e assiduamente in qualunque facoltà, nel mestiero del padre, ec. vi riescono abilissimi, e più di qualunque altro, benchè di gran talento, ed essi di pochissimo? Come si combinano sempre le facoltà pretese innate, con quelle professioni che il caso della nascita o della vita, ci porta a coltivare decisamente e studiosamente? Come si combina che un uomo privo d’ogni altra facoltà innata (quali si suppongono quelli di poco talento) abbia sempre, e porti seco nel nascere, appunto quella facoltà o quella disposizione naturale e antecedente, che serve a quella professione che il mero caso, e l’imprevedibile concorso delle circostanze gli destinano? (24. Nov. 1821.)

Non è dunque vero ciò che dicono coloro, i quali riconoscendo la forza delle circostanze e delle assuefazioni sui talenti, [2165] e acconsentendo a chiamar la natura piuttosto dispositrice, che conformatrice, spingono però all’eccesso quella sentenza, che l’individuo nasca con disposizioni particolarmente ed esclusivamente determinate a queste o quelle facoltà o abitudini, ed all’acquisto delle medesime, e a distinguersi in esse, e sovrastare agli altri individui, secondo loro, diversamente disposti per natura. (24. Nov. 1821.)

Alla p. 988. Fino i titoli delle loro opere i latini gli scrivevano bene spesso, non solo con parole, ma con elementi greci ancora, come l’ἀποχολοχύτωσις di Seneca, parecchi libri logistici o satirici di Varrone (v. Fabric. B. lat. t.1. p.88. e 428. not. d.) cioè nello stesso secolo aureo della latinità; lasciando i titoli interamente greci per origine, per terminazione ancora ec. come Metamorphoseon, Epodon di Orazio, Georg. e Bucol. ed Eclog. di Virgilio, Ephemeris di Ausonio, ed altri veramente infiniti in tutti [2166] i secoli della latinità. I latini aveano pur forse delle parole proprie o già usate o nuove da sostituire a queste scritte in greco, o prese dal greco. Di più esse non erano in uso nel linguaggio latino in quelle materie (come georgica per agricultura ec.), e neppur credo che esistesse poema greco con tal titolo, ec. almeno famoso. Le quali cose non ardiremmo noi (nè forse i tedeschi, i russi ec.) di far col francese, malgrado l’inondazione del francesismo, la sommersione che questo ha prodotta delle lingue native ec. (al che certo non arrivò la greca rispetto alla latina); l’esser la lingua e le parole francesi, almen tanto generalmente intese in ciascuna nazione civile, ed in tutte insieme, quanto la greca a quei tempi nella nazion latina, e nelle altre (anzi nelle altre assai meno che il francese oggidì): e malgrado che gli elementi francesi non differiscano dagl’italiani ec. come differivano i greci da’ latini, il che doveva rendere assai più strano e discordante e barbaro un titolo forestiero ad un’opera nazionale, un titolo greco a un’opera latina. (25. Nov. 1821.)

Può far meraviglia molto ragionevole che Marcaurelio scrivesse i suoi libri τῶν εἰς [2167] ἑαυτόν, delle considerazioni di se stesso come li chiama il Menagio, piuttosto in greco che in latino, essendo romano, non allevato in Grecia (nè credo che mai ci fosse), ed avendo posto molto e felice studio nelle lettere e nella lingua nativa, come apparisce sì da altre notizie che danno di lui gli Storici, sì massimamente da ciò ch’egli scrive a Frontone e Frontone a lui. Non poteva aver egli di mira, cred’io, la maggior diffusione del suo lavoro, scrivendolo in una lingua più divulgata. Ma io credo certissimo che egli non fosse indotto a preferir la lingua greca alla latina se non per la maggiore libertà di quella. Della quale libertà egli aveva bisogno in un’opera profondamente ed intimamente filosofica, e attenente alla scienza della vita e del cuore umano, ed alle sottili speculazioni psicologiche. Non dubito ch’egli non disperasse di potere riuscire [2168] a trattare un tale argomento in latino, a parlare a se stesso, e di se stesso, cioè del cuor suo ec. (non delle sue cose pubbliche come fa Cicerone) in latino. Questa lingua aveva già avuto un Cicerone e un Seneca, e un Tacito, eppure ancor non bastava a una certa filosofia veramente intima. La lingua greca aveva avuto scrittori filosofici profondi, ma senza ciò, la sua pieghevolissima e liberissima indole, si prestava a qualsivoglia genere di argomento, grado di filosofia, ec. ancorchè nuovo. La lingua latina per lo contrario: ed oltracciò quello era un tempo, dove, come accade dopo una decisa corruzione e licenza, che richiamandosi gl’istituti umani alla buona strada, essi cadono nell’eccesso contrario; la lingua latina e il gusto di quel tempo (come oggi in Italia) peccava di servilità, timidità (in vitium ducit culpae fuga), come si può vedere nelle opere di Frontone, e come dicevano i maestri di devozione, [2169] che le anime recentemente convertite, sogliono patire di scrupoli, e sarebbe anzi mal segno se non ne patissero. Questo durò poco, perchè la lingua e letteratura colle cose latine tornò a precipitare indietro ben presto. Ma in quel tempo lo stile di Seneca, e altri tali stili filosofici si condannavano altamente dai letteratori latini, come oggi dagli italiani quello di Cesarotti ec. e ciò serviva d’impaccio e di spauracchio a chi volesse scrivere filosoficamente in latino, come oggi volendo scriver buon italiano, nessuno s’impaccia più di pensare. Marcaurelio pertanto dovè sentire questo pericolo, disperare di poter essere profondo filosofo nella lingua nativa voluta dal suo tempo, e senza violare il gusto corrente, e dar nel naso ai critici, i quali già lo riprendevano di cattiva e negligente lingua, e di licenza dopo ch’egli s’era dato alla filosofia, e dallo studio delle parole a quello delle cose, [2170] come apertamente lo riprende Frontone de Orationibus. Trovossi adunque obbligato per esprimere i suoi più intimi sentimenti, a sceglier la lingua greca, a creder più facile di esprimere le cose sue più proprie, in una lingua forestiera ed altrui, che nella propria e nativa. (Il qual bisogno pur troppo si farebbe molte volte sentire agl’italiani rispetto al francese, se gl’italiani pensassero, ed avessero cose proprie da dire.)

Il quale splendido esempio, e fatto notabilissimo per le sue circostanze, conferma quello ch’io dico della maggior filosoficità della lingua greca, maggior libertà, e indipendenza, maggior capacità delle idee sottili, maggiore adattabilità alle cose moderne; e com’ella avrebbe potuto assai più della latina servire alla rinata letteratura, e giovare anche oggi la sua intima cognizione (se non all’uso, ch’è impossibile) almeno al perfezionamento dell’intelletto [2171] filosofico moderno, delle idee di ciascuno, e della facoltà di pensare e delle stesse più colte lingue moderne. (26. Nov. 1821.)

Non solo alla lingua francese, (come osserva la Staël) ma anche a tutte le altre moderne, pare che la prosa sarebbe più confacente del verso alla poesia moderna. Ho mostrato altrove in che cosa debba questa essenzialmente consistere, e quanto ella sia più prosaica che poetica. Infatti laddove leggendo le prose antiche, talvolta desideriamo quasi il numero e la misura, per la poeticità delle idce che contengono (non ostante che e per numero e per ogni altra qualità, la prosa antica tenga tanto della versificazione); per lo contrario leggendo i versi moderni, anche gli ottimi, e molto più quando ci proviamo a mettere noi stessi in verso de’ pensieri poetici, veramente propri e moderni, desideriamo la libertà, la scioltezza, l’abbandono, la scorrevolezza, la facilità, la chiarezza, la placidezza, la semplicità, il disadorno, l’assennato, il serio e sodo, la posatezza, il piano della prosa, [2172] come meglio armonizzante con quelle idee che non hanno quasi niente di versificabile ec. (26. Nov. 1821.)

Sono tanto più ardite poetiche le lingue e gli stili antichi, che i moderni, che (per quanto qualunque di esse antiche sia affine a qualunque delle moderne, per quanto questa sia fra le moderne arditissima, poeticissima liberissima e ciò per clima, carattere nazionale ec.) anche nella lingua italiana la più poetica e ardita delle perfettamente formate fra le moderne, e figlia germana della latina, un ardire della prosa latina non riesce comportabile se non in verso, un ardire proprio dell’epica latina, non si può tollerare se non nella nostra lirica. Anzi la più ardita delle nostre poesie (o per genere, o per istile particolare dell’autore ec.) quando va più avanti in ardire, non va più là di quello che andassero i greci o i latini nella loro poesia più rimessa; anzi spessissimo una frase, metafora ec. prosaica ed usitata (forse anche familiare) in latino o in greco, non può esser che lirica in italiano.

Ciò deve servir di norma nell’imitazione [2173] degli antichi, nel trasportare le bellezze o le qualità degli stili e lingue antiche alle moderne ec.

Colla stessa proporzione si può discorrere dell’orientale o settentrionale, rispetto all’occidentale o meridionale.

La lingua latina si trova, rispetto all’italiana, nel detto caso, anche più della greca, bench’ella è madre. L’ardire poetico (anche nella prosa) è maggiore nella lingua latina che nella greca, e pure essa è meno libera. Accordate queste due qualità che sembrano contraddittorie. (26. Nov. 1821.)

Lo spirito della lingua e dello stile latino è più ardito e poetico che quello della greca (non solo in verso ma anche in prosa), e nondimeno egli è meno libero assai. Queste due qualità si accordano benissimo. La lingua greca aveva la facoltà di non essere ardita, la lingua latina non l’aveva. La lingua greca poteva non solo essere ardita [2174] e poetica quanto la latina (come lo fu bene spesso), non solo più della latina (come pur lo fu), ma in tutti i possibili modi, laddove la latina non poteva esserlo se non dentro un determinato modo, genere, gusto, indole di ardiri. La libertà di una lingua si misura dalla sua maggiore o minore adattabilità a’ diversi stili, dalla maggiore o minore quasi quantità di caratteri ch’essa contiene in se stessa, o a’ quali dà luogo. ec. Ma ch’ella sia di un tal carattere ardito, ch’ella [abbia] per proprietà un certo tal genere di ardire, ciò non prova ch’ella sia libera. Ci può dunque essere una lingua serva ed ardita, come una lingua timida e serva, (tale è la francese) una lingua libera e non ardita, come una lingua ardita e libera. Bensì da che una lingua è libera, non dipende che dallo scrittore ec. il renderla ardita. L’ardire dello spirito proprio della lingua latina formata e letterata, venne dalla [2175] natura poetica dei popoli meridionali, da quella degli scrittori che la formarono, dall’energia e vivacità degl’istituti politici e dei costumi e dei tempi romani. La poca libertà della medesima lingua venne dall’uso sociale che la strinse, l’uniformò, le prescrisse e determinò quella tale strada, quel tal carattere e non altro. La lingua greca sebbene in mano di popoli vivacissimi per clima, carattere, politica, costumi, opinioni ec. nondimeno inclinò più a far uso dello stile semplice che dell’ardito, e ciò per la natura dei tempi candidi ne’ quali essa principalmente fiorì, e fu applicata alla letteratura. Ma dai soli scrittori dipendeva il farla ardita più della latina, e in qualunque genere, come fecero infatti ogni volta che vollero. Laddove non dipendeva dagli scrittori latini dopo che la lingua fu formata, il ridurla al semplice, al candido, al piano, al riposato della [2176] lingua greca, se non fino a un certo segno. Onde accade alle frasi latine trasportate in greco, o viceversa, quello appresso appoco che ho detto p. 2172. ma più nel caso di trasportare le frasi greche in latino, le quali vi riescono troppo semplici, di quello che nel caso contrario, perchè la lingua greca si presta a tutto.

In tutte le suddette qualità la lingua italiana somiglia alla greca assai più che alla latina, siccome all’una e all’altra somigliava assai più la primitiva latina scritta, che quella dell’aureo secolo. (27. Nov. 1821.)

La somiglianza del tedesco col greco, attribuita, come abbiamo veduto, a cagioni storiche, apparisce dalle mie osservazioni, che non ha bisogno d’altre ragioni se non delle naturali e universali, per cui qualunque lingua meno affine alla greca, in circostanze ed epoche simili a quelle della tedesca, si rassomiglierebbe egualmente [2177] alla greca, come fa l’italiana le cui circostanze politiche, le cui epoche ec. somigliano a quelle della tedesca. E queste circostanze hanno avuto tanta forza che sebbene la lingua italiana è figlia di una lingua perfettamente formata (a differenza della teutonica), e fu da’ suoi primi scrittori (che non sapevano sillaba di greco, o non lo credevano applicabile) cercata di modellare sulla sola lingua e letteratura madre, soli modelli ch’essi avessero in vista, nondimeno ella nelle stesse mani di questi scrittori è divenuta assai più simile alla greca, che alla propria madre. (27. Nov. 1821.)

Del resto la libertà e indipendenza e la niuna unità letteraria, di cui gode la Germania, supplisce alla libertà, disunione ec. politica, in mezzo a cui fu formata la lingua italiana, e rende antica per carattere l’epoca della [2178] lingua e letteratura tedesca benchè moderna di tempo, siccome quella dell’italiana, fu antica e di tempo e di carattere.

(27. Nov. 1821.)A quello che ho detto dell’essenza di Dio. Lasciando in piedi tutto ciò che la fede insegna su questo punto, io non fo che spaziarmi in ciò ch’è permesso al filosofo, cioè nelle speculazioni sull’arcana essenza di Dio, speculazioni non men lecite al filosofo che al teologo, giacchè anche questi dopo che ha lasciato intatta la rivelazione, e che scorre col pensiero a quelle cose a cui la rivelazione non giunge, senza però escluderle nè contraddirle, allora, dico, il teologo si confonde col filosofo. Di più le mie osservazioni combinano cogli insegnamenti cristiani, non solo affermando, ma rendendo quasi palpabile, e sminuzzando, e quasi materializzando quella verità, che l’essenza di Dio non può esser concepita dall’uomo. Anzi dimostrando ancora che l’uomo s’inganna [2179] in quelle medesime confuse immagini ch’egli se ne forma, e rintuzzando in ciò le pretensioni dell’umano intelletto. Del resto la religione affermando dell’essenza di Dio quel ch’ella sa, e insegnando ch’ella non può esser conosciuta, lascia con ciò stesso libero il campo a quelle speculazioni razionali e metafisiche su questo punto, che possono arrivare più o meno avanti nell’infinito spazio di questo arcano, spazio ch’essendo infinito, nessun avanzamento di speculazione correrà mai pericolo di toccarne il termine. Ed è per ciò, e consentaneamente a ciò, che molti Padri, e Dottori, si sono ingegnati di spiegare o dilucidare quale in un modo, quale in un altro, il mistero della trinità, dell’incarnazione ec. non già coi lumi rivelati, e già noti a tutti, ma col discorso umano e ragionato; ed hanno pertanto (senza biasimo) applicato il discorso umano alla speculazione dell’essenza di Dio, al di là [2180] o fuori de’ termini della rivelazione senza lederli, e perciò senza essere ripresi. (27. Nov. 1821.)

Della pedanteria e scrupoli intorno alla purità della lingua, novità delle parole ec. introdottisi nella letteratura latina fino nell’aureo secolo, anzi regnanti appresso a poco come oggi in Italia, scrupoli ignoti alla Grecia ne’ buoni tempi della sua lingua, la quale perciò dovette esser necessariamente tanto più libera rispetto alla latina anche aurea, vedi soprattutto l’Arte Poet. di Orazio. (28. Nov. 1821.)

Anche dopo introdotto in Grecia lo studio dell’atticismo ec. l’essere o non essere ateniese di nascita o allevato in Atene, non fu mai prevenzione per giudicare favorevolmente o sfavorevolmente di uno scrittore neppur quanto alla purità della lingua; almeno non lo fu tanto quanto rispetto alla toscaneria o fiorentineria nel 500 (e anche oggi), e nell’opinione degli [2181] Accademici della Crusca circa il giudicar classici o non classici di lingua gli scrittori altronde esimi e famosi (anche in genere di stile); siccome neppure fu stimato vizio lo scrivere espressamente in altro dialetto (non solo il mescolare all’atticismo parole o modi ec. forestieri, o il ridurre l’atticismo a nient’altro che dialetto comune, e formato di tutto ciò ch’era proprio de’ diversi paesi greci), come fece Arriano nell’Indica, e forse anche in altre opere, v. p.2231. Ecateo Milesio (ma molto prima) ec. Anzi Atene dopo prevaluto nella Grecia l’atticismo, ebbe appresso a poco la sorte di Firenze, cioè non produsse nulla di buono, nel che v. un passo di Cicerone in una nota al Dial. del Capro, nella Proposta del Monti, voce Becco. - ec. ec. (28. Nov. 1821.)

La lingua greca rassomiglia certo alla latina (generalmente però e complessivamente parlando) più che all’italiana, com’è naturale di due sorelle. Ma sebbene [2182] di queste due sorelle la sola latina ci è madre, nondimeno l’italiana e la spagnola somigliano più alla greca che alla latina. Siccome la lingua francese benchè figlia della latina e sorella delle due sopraddette, somiglia più all’inglese, che a queste altre ec. ec. (28. Nov. 1821.)

È cosa osservata che non solo le stesse morti provenienti da mali dolorosissimi, sogliono esser precedute da una diminuzione di dolore, anzi quasi totale insensibilità, ma che questi sono segni certi, e quasi immancabili (io credo certo immancabili) di morte vicina. Laonde tanto è lungi che la morte sia un punto di straordinaria pena o dolore o incomodo qualunque corporale, che anzi gli stessi travagli corporali che la cagionano, per veementi che sieno (e quanto più sono veementi) cessano affatto all’avvicinarsi di lei; e il momento della morte, e quelli che immediatamente la precedono [2183] sono assolutamente momenti di riposo e di ristoro, tanto più pieno e profondo quanto maggiori sono le pene che conducono a quel passo. Ciò che dico del travaglio corporale, si deve pur necessariamente estendere allo spirituale, perchè quando l’insensibilità del paziente è giunta a segno che lo rende insuscettibile di qualunque dolore corporale, per grandi che sieno le cagioni che dovrebbero produrlo, il che immancabilmente accade in punto di morte, è manifesto che l’anima essendo quasi fuori de’ sensi, è fuori di se stessa, fuori de’ sensi spirituali, che non operano se non per mezzi corporali, e quindi incapace di pene e di travagli di pensiero. Ed infatti il punto della morte, è sempre preceduto dalla perdita della parola, e da una totale insensibilità ed incapacità di attendere e di concepire, come si argomenta dai segni esterni, e come accade a chi sviene, o a chi dorme. ec. E questo letargo precursore [2184] immancabilissimo della morte, è forse, almeno in molti casi, più lungo nelle malattie violente ed acute, che nelle lente, compassionando così la natura alle pene de’ mortali, e togliendo loro maturamente la forza di sentire, quando ella non sarebbe più se non forza di patire. (28. Nov. 1821.)

Non solo l’uomo è opera delle circostanze, in quanto queste lo determinano a tale o tal professione ec. ec. ma anche in quanto al genere, al modo, al gusto di quella tal professione a cui l’assuefazion sola e le circostanze l’hanno determinato. P.e. io finchè non lessi se non autori francesi, l’assuefazione parendo natura, mi pareva che il mio stile naturale fosse quello solo, e che là mi conducesse l’inclinazione. Me ne disingannai, passando a diverse letture, ma anche in queste, e di mese in mese, variando il gusto degli autori ch’io leggeva, variava l’opinione ch’io mi formava circa la mia propria [2185] inclinazione naturale. E questo anche in menome e determinatissime cose, appartenenti o alla lingua, o allo stile, o al modo e genere di letteratura. Come, avendo letto fra i lirici il solo Petrarca, mi pareva che dovendo scriver cose liriche, la natura non mi potesse portare a scrivere in altro stile ec. che simile a quello del Petrarca. Tali infatti mi riuscirono i primi saggi che feci in quel genere di poesia. I secondi meno simili, perchè da qualche tempo non leggeva più il Petrarca. I terzi dissimili affatto, per essermi formato ad altri modelli, o aver contratta, a forza di moltiplicare i modelli, le riflessioni ec. quella specie di maniera o di facoltà, che si chiama originalità. (Originalità quella che si contrae? e che infatti non si possiede mai se non s’è acquistata? Anche Mad. di Staël dice che bisogna leggere più che si possa per divenire [2186] originale. Che cosa è dunque l’originalità? facoltà acquisita, come tutte le altre, benchè questo aggiunto di acquisita ripugna dirittamente al significato e valore del suo nome.). (28. Nov. 1821.)

Alla p.1073. Le cinque, anzi le dieci dita delle mani, all’uomo privo di favella non potevano servire (stante le osservazioni fatte di sopra) se non per contare al più sino a 25. (e con molta difficoltà) cioè sino a cinque volte cinque, contando le unità coll’una mano, e coll’altra le cinquine. Senza il che la memoria non l’avrebbe condotto neppure al 15. o al venti. Del resto i popoli scarsi di favella e privi di sufficienti nomi numerali, si vede che infatti non sanno contare neppur sino al 20. (se nel Romanzo di Robinson Crusoe si è avuto qualche riguardo alla verità, o al verisimile). V. l’Enciclopedia, Logique ec. art. Nombres ec. [2187] I fanciulli sinchè non hanno bene e radicatamente appresi i nomi numerali, e legate ad essi strettamente le rispettive idee, non sono capaci di concepire appena confusamente nessuna quantità determinata (o di numero o di misura ec.) se non piccolissima, cioè tanta per lo più quanto si stende la loro cognizione de’ nomi numerali; e non arrivano se non dopo lungo tempo a contar sino a venti, o più là del dieci ec. Anzi arrivano prima a contar questi numeri, che a concepire le corrispondenti quantità, non avendo ancora abbastanza strettamente legate e immedesimate e incastrate le idee rispettive dei numeri, nelle parole che li rappresentano. (28. Nov. 1821.)

Alla p. 2022. Concedo, come altrove ho detto, che i verbi continuativi, talvolta, ed anche spesso (ma di rado però ne’ più antichi e primitivi monumenti) siano stati adoperati, [2188] in senso, almeno confusamente frequentativo, e simile a quello de’ verbi in itare. Ma io ho dimostrato splendidamente il significato proprio continuativo di tanti verbi così come ho detto formati, ho distinto così evidentemente il significato continuativo l’azione continuata ec. dalla frequente, che già non si può mettere in dubbio l’esistenza di verbi (e non pochi) tenuti fin qui per frequentativi ec. i quali sono di senso manifestamente continuativo, secondo le distinzioni da me notate, e diversissimo dal frequente, ec. Resterebbe che riconoscendo questo, si negasse ai verbi così come io dico formati, la proprietà essenziale di tali significazioni; queste si volessero supporre accidentali, e tenere per non avvertite modificazioni o parti ec. del senso frequentativo; negare che gli antichi latini avessero una forma di verbi apposta per li significati continuativi, e per continuare ec. il significato de’ loro verbi originarii, [2189] e modificarlo in questo dal preciso modo ch’io dico; si presumesse che queste minute e sfuggevoli differenze non fossero cadute in mente degli antichi latini, o non fossero state considerate nel loro linguaggio; e in somma si persistesse a credere che il valore de’ verbi in are ec. e in itare fosse tutt’uno, distinguendosi questi verbi per la sola forma, e non pel significato proprio, stimando casuali e non precisamente volute da’ latini e da’ formatori di quei verbi, le differenze di significazione che tra essi s’incontrano: o al più si concedesse che la forza diminutiva non appartenga se non ai verbi in itare, volendo però che la frequentativa sia loro comune coi verbi in are ec. e che questi sieno parimente frequentativi, includendosi nel valore frequentativo tutte le altre significazioni loro ch’io ho fatte osservare. Or questo appunto è quello che non potremo concludere, se osserveremo [2190] che laddove quelli ch’io chiamo continuativi sono usati talvolta nel senso frequentativo (e la ragione vedila p. 2023.) i verbi per altro in itare che son veri frequentativi o diminutivi, non si troveranno mai o difficilissimamente usati ne’ vari sensi continuativi da me specificati (v. p. 1116. sulla fine 1117.), il che dimostra una precisa, voluta, e non accidentale differenza tra il valor proprio de’ verbi in itare, e di quelli in semplice are. E in che consista tal differenza di valor proprio, questo è ciò che essendo stato finora inosservato, ho notato io, facendo conoscere i verbi in are ec. per propriamente continuativi, non frequentativi nè diminutivi, e i verbi in itare per frequentativi o diminutivi non continuativi. E in ciò è riposta la mia scoperta. Siccome poi il significato continuativo è di natura più sottile che il frequentativo, perciò accadde che quei verbi de’ quali era proprio il primo significato, fossero coll’andar del [2191] tempo facilmente tirati al senso frequentativo e altri loro non propri, siccome essendo essi di proprietà sfuggevole e facilmente disconoscibile, e confondibile; ma viceversa i verbi propriamente frequentativi o diminutivi, essendo di proprietà e significato meno sfuggevole, e metafisico e sottile, e che dava meglio negli occhi, facilmente lo conservassero, e non venissero tirati ad altro senso, neppure al continuativo sebbene per se minutissimo e confondibilissimo.

E qui bisogna notare che negando io che i verbi in itare si trovino usati in alcun senso continuativo, intendo di escludere quelli la cui formazione coincide con quella de’ continuativi, come habitare, domitare ec. i quali bene spesso si trovano in senso decisamente continuativo, ed in essi massimamente e più che in qualunque altro verbo si trova confuso il senso continuativo col frequentativo e dimininutivo Il che grandemente conferma il mio discorso, perchè [2192] vedendo che gli altri verbi in itare non hanno mai senso continuativo, e questi sì, perciocchè coincidono colla forma ch’io dico continuativa, si conclude che dunque questa forma è veramente continuativa. E vedendo che il senso continuativo e il frequentativo o diminutivo si confonde in questi verbi più che in ogni altro, per un’accidentale e materiale combinazione di forma, si conchiude che dunque queste due forme per se stesse sono evidentemente distinte di significato, e che quella in itare è frequentatativa o diminutiva, quella in semplice are, continuativa, giacchè quei verbi che casualmente rinchiudono queste due forme, rinchiudono pure questi due significati, e gli altri verbi no. (29. Nov. giorno della morte di mia Nonna. 1821.).V. p.2285.

Alla p. 1154. marg. Sonitare sono incerto se venga da sonatus, o da sonitus di sonare. Perocchè che il verbo sonare avesse [2193] da prima effettivamente questo participio (o supino) sonitus, benchè ignoto a’ buoni autori (anzi a tutti), lo mostra evidentemente, primo il verbale sonitus us, o i, secondo ciò che ho detto p. 2146. segg. (in spagn. sonido); secondo il pret. sonui, (raro sonavi dice il Forcell.) e il vedere che il verbo sono fu anticamente della terza e forse anche della 4. congiugazione V. il Forc. Sono, in fine. Le quali ragioni mi persuadono che sonitare venga certo da sonitus e appartenga a quei verbi de’ quali p.1112. dopo il mezzo-1113. Queste osservazioni si ponno parimente applicare forse anche a domitus, crepitus, (crepitus us si trova similmente), rogitus, e a’ verbi domitare ec. de’ quali p. 1154. E chi sa che non si possano estendere a tutti cotali verbi che paiono formati da un participio in atus, cangiato nella formazione in itus? (29. Nov. 1821.). Restitare o vien da restatus o da restitus (partt. o supp. ambedue obsoleti) o forse è una metatesi di resistere, ma non credo ec. Del rimanente sto ha statum e status us, persto perstatum ec. consto atum.

[2194] Alla p. 1109. marg. 2da linea. Contratto, come in italiano da porrectus, porto partic. di porgere contratto pure da porrigere, il qual porto è in luogo di porretto. Così dunque in ispagn. despertar in vece di desperrectar da un desperto in vece di desperrecto ec. Infatti trovate nello spagnuolo appunto il participio da cui despertar è derivato, cioè despierto (sveglio, vigile), che è lo stesso ch’experrectus. (29. Nov. 1821.)

Alla p. 1115. Così da usus di uti, onde hanno i buoni latini usitari, usitatus, usitate, verbo, nome, avverbio frequentativi, s’è conservato nelle lingue moderne (non solo il freq. usitar spagn. e il nostro usitato ec. e il franc. usité) ma anche il continuativo usare, user ec. vero continuativo non solo per forma, ma per significato eziandio, e che perciò come ho detto altrove, si può creder proprio dell’antico latino almeno volgare. V. il Gloss. in Usare. Così abbiamo abusare ec. Uti è meno continuo di usare, o usari. Si disse anche uto is. Forcell. utor in fine. (29. Nov. 1821.)

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16 dicembre 2006