Giacomo Leopardi

Zibaldone

Edizione di riferimento

Giacomo Leopardi, Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969

Avvertenza – com’è nell’uso, si riportano tra parentesi quadre, in neretto, i numeri delle pagine dell’autografo, cui, ovviamente Leopardi fa riferimento nei suoi rinvii interni

[1460] L’impero che il Cristianesimo ha per tanti secoli esercitato (e prima e dopo il risorgimento della civiltà) tanto sugli animi, le opinioni, i costumi privati e pubblici, quanto sul temporale degli stati, e sulla politica universale del mondo Cristiano, e generalmente insomma sulla vita umana, è stato quasi un impero della filosofia, uno stabilimento di potenza filosofica, un’influenza, una superiorità generale acquistata nel mondo dalla ragione sulla natura, le naturali illusioni ec. e dallo spirito sopra il corpo. Stabilimento originato da quell’epoca metafisica che produsse il Cristianesimo, e durato per le circostanze dei lumi e degl’intelletti, e per la forza dell’abito ec. Allora il mondo era quasi una repubblica filosofica, o piuttosto uno stato soggetto ad un intollerante, universale, stretto, potente dispotismo della filosofia, riconosciuto da tutti per giusto, o per invincibile, benchè tutta la sua forza (al solito delle tirannie, e quasi d’ogni genere di governi) stesse nell’opinione. Il Papa rispettato e temuto da tutti i privati e da tutti i principi Cristiani, un inerme, un povero, da armati e da ricchi, era il vero capo di una repubblica filosofica. Basta considerare quella cerimonia [1461] della sua coronazione, quando se gli abbrucia innanzi agli occhi della stoppa, dicendo: Beatissime pater, sic transit gloria mundi. Massima piena di serissime e profondissime riflessioni filosofiche: gloria che veramente era grande, anzi somma, un secolo e mezzo addietro: nè certo il Papa la disprezzava, nè soleva ricordarsi molto spesso di quell’ammonizione. Oggi questo smisurato colosso d’impero filosofico, è stato distrutto da quello di un’altra filosofia; nuovo impero conveniente al secolo che l’ha stabilito e prodotto. E sarà più facile assai che anche questo cada, di quello che il primo risorga. (7. Agosto 1821.)

Noi stessi nelle nostre riflessioni giornaliere le meno profonde, conosciamo e sentiamo che la virtù (p.e.) è un fantasma, e che non c’è ragione per cui la tal cosa sia virtù, se non giova, nè vizio se non nuoce; e siccome una cosa ora giova, ora nuoce; a questo giova, a quello no; ad un genere di esseri sì, ad un altro no, ec. ec. così veniamo a confessare che la virtù, il vizio, il cattivo, il buono è relativo. Noi [1462] non troviamo nell’ordine di questo mondo alcuna ragione perchè una cosa che giova a me (anche grandemente) e nuoce ad altri (anche leggermente), non si possa fare, e sia colpa; perchè un atto segreto che non giova nè a me nè ad altri, e non nuoce a veruno, e non ha spettatori, possa essere virtuoso o vizioso; perchè p.e. una bugia che non nuoce ad alcuno, e neppur dà mal esempio, perchè non è conosciuta, una bugia che giovi sommamente ad altri o a me stesso, senza nuocere ad alcuno, sia male e colpa. Le ragioni di tutto ciò noi siamo costretti a riporle in un Essere dove personifichiamo il bene, la virtù, la verità, la giustizia ec. facendolo assolutamente, e per assoluta necessità, buono: che se così non facessimo, neppure in lui avremmo trovato il confine delle cose, e la ragione per cui questo o quello sia assolutamente buono o cattivo. Noi consideriamo dunque detto Essere come un tipo, a norma del quale convenga giudicare della bontà o bellezza ec. della bruttezza o malvagità delle cose (ed ecco le ιδέαι di Platone). Quello che [1463] somiglia o piace a lui, è dunque assolutamente, primordialmente, universalmente e necessariamente buono, e viceversa. Benissimo: altra ragione infatti che questa non vi può essere del buono ec. assoluto; e, come ho detto altrove, tolte le idee di Platone, l’assoluto si perde. Ma qual ragione ha questo tipo di esser tale quale noi ce lo figuriamo, e non diverso? Come sappiamo noi che gli appartengono quelle qualità che noi gli ascriviamo? - Elle son buone, e la necessità è la ragione per cui gli appartengono, e per cui egli esiste in quel tal modo e non altrimenti. - Ma son elle buone necessariamente? son elle buone assolutamente? primordialmente? universalmente? Che ragione abbiamo per crederlo, quando, come vengo dal dire, non ne troviamo nessuna in questo mondo, vale a dire in quanto possiamo conoscere; anzi quando la osservazione depone in contrario quaggiù stesso, benchè dentro un medesimo ordine di cose? - La ragione che abbiamo è Dio. - Dunque noi proviamo l’idea dell’assoluto coll’idea di Dio, e l’idea di Dio coll’idea dell’assoluto. Iddio è l’unica prova delle nostre idee, e le nostre idee l’unica prova di Dio. [1464] Da tutto ciò si conferma ciò che ho detto altrove che il primo principio delle cose è il nulla. (7. Agos. 1821.)

L’animo umano è così fatto ch’egli prova molto maggior soddisfazione di un piacer piccolo, di un’idea di una sensazione piccola, ma di cui non conosca i limiti, che di una grande, di cui veda o senta i confini. La speranza di un piccolo bene, è un piacere assolutamente maggiore del possesso di un bene grande già provato (perchè se non è ancora provato, sta sempre nella categoria della speranza.) La scienza distrugge i principali piaceri dell’animo nostro perchè determina le cose, e ce ne mostra i confini, benchè in moltissime cose, abbia materialmente ingrandito d’assaissimo le nostre idee. Dico materialmente, e non già spiritualmente, giacchè p.e. la distanza dal sole alla terra, era assai maggiore nella mente umana, quando si credeva di poche miglia, nè si sapeva quante, di quello che ora che si sa essere di tante precise migliaia di miglia. Così la scienza è nemica della grandezza delle idee, benchè abbia smisuratamente [1465] ingrandito le opinioni naturali. Le ha ingrandite come idee chiare, ma una piccolissima idea confusa, è sempre maggiore di una grandissima, affatto chiara. L’incertezza se una cosa sia o non sia del tutto, è pur fonte di una grandezza, che vien distrutta dalla certezza che la cosa realmente è. Quanto maggiore era l’idea degli Antipodi, quando il Petrarca diceva forse esistono, di quello che appena fu saputo ch’esistevano. Ciò che dico della scienza, dico dell’esperienza ec. ec. La maggiore anzi la sola grandezza di cui l’uomo possa confusamente appagarsi, è l’indeterminata, come risulta pure dalla mia teoria del piacere. (7. Agos. 1821.). Quindi l’ignoranza la quale sola può nascondere i confini delle cose, è la fonte principale delle idee ec. indefinite. Quindi è la maggior sorgente di felicità, e perciò la fanciullezza è l’età più felice dell’uomo, la più paga di se stessa, meno soggetta alla noia. L’esperienza mostra necessariamente i confini di molte cose anche all’uomo naturale e insocievole.

Le pazze filosofie degli antichi, la stessa scolastica, lasciando tutto il resto, hanno sommamente, e forse principalmente giovato al progresso dello spirito umano, in che? riguardo ai nomi. Le profonde meditazioni, le acutissime sofisticherie, il lambiccarsi il cervello, circa le astrazioni, le qualità occulte, ed altri sogni, ci hanno dato la denominazione e quindi la fissazione d’idee prime, elementari, secretissime, difficilissime [1466] a concepire, a definire, ad esprimere, ma tanto necessarie, usuali ec. che senza tali nomi la filosofia non sarebbe ancor nulla. Astratto e concreto, essenza, sostanza e accidente, e tali altri termini d’ontologia, logica ec. Che sarebbe il pensiero dell’uomo s’egli non avesse idea chiara di tali ripostissime, ma universalissime cose? e come l’avrebbe senza i nomi? i quali dopo sì piene rivoluzioni della filosofia ec. sono e saranno pur sempre in bocca de’ filosofi. Ma certo la difficoltà d’inventarli è stata somma, e tale che la filosofia moderna forse non ne sarebbe stata capace. E mentre le idee più difficili a concepirsi chiaramente, definirsi col pensiero, e nominarsi, sono le più elementari, certo è che la filosofia qualunque, non potrà mai concepire nè significare idee più elementari di queste. Utilissima per questo lato, è stata la stessa teologia, che ha maggiormente diffuse e popolarizzate tali parole, ed altre ne ha trovate, assuefacendo, ed affezionando, ed eccitando lo spirito umano alle astrazioni, con tali stimoli, [1467] che nessun’altra disciplina avrebbe potuto altrettanto, nè verun’altra circostanza come quella delle dispute teologiche, dove prendevano parte i principi e le nazioni, e degli studi teologici che interessarono per sì lungo tempo tutta la vita umana, e tutto lo stato del mondo civile. E quanto ho detto altrove circa l’utilità che si può cavare dal linguaggio scolastico de’ filosofi ec. intendo pur dirlo del teologico, d’ogni specie, dommatico, morale, scolastico, ec. (7. Agos. 1821.)

Anzi stante le dette considerazioni, io credo che tali studi (notate) non solo gioverebbero la nostra o altra lingua, ma il progresso dello spirito umano. (7. Agos. 1821.)

Dico, applicando tali studi alla moda filosica. La scienza fa un progresso considerabile quando arriva a render chiara, fissa, e distinta dall’altre un’idea elementare ec. mediante un proprio nome, che è l’unico mezzo. E questa è la cosa più difficile, ma l’ultimo scopo della filosofia. Ora forse non poche idee [1468] astratte ec. che rimangono oscure nella filosofia moderna per mancanza di nome particolare, o abbastanza esatto ec. hanno forse la loro perfetta denominazione e quindi son chiare nell’antica moltiplice filosofia, o nella scolastica, o nella teologia ec. (7. Agos. 1821.)

La detta applicazione non credo che sia stata mai fatta, almeno sufficientemente. Quando il Cartesio imprese la riforma della vecchia filosofia, dovette, secondo la qualità di que’ tempi (e pur troppo di tutti i tempi) entrare in guerra aperta colle scuole d’allora: e il mondo avrebbe stimato ch’egli prevaricasse, o desse indizio di povertà o fiacchezza, se avesse voluto servirsi più che tanto del linguaggio de’ suoi nemici. Così appoco appoco, prevalendo la nuova dottrina, non più a causa della ragione, che della novità, e dismessa la vecchia filosofia, nessuno ebbe cura bastante di cernere il buono dal cattivo, e gittando questo, conservare o richiamar quello, massime circa il linguaggio. In ordine alla teologia molto peggio. La teologia s’è abbandonata da chiunque ora influisce cogli studi sullo spirito d’Europa ec. non per migliorarla o rinnovarla, ma del tutto, come scienza vecchia, e [1469] quasi come l’alchimia. Ora quanto sia il numero degli scrittori e pensatori teologici diversissimi di tempo, di paese, di lingua, di opinioni ancora e di sistemi e di sette, e conseguentemente quanta debba esser la ricchezza del linguaggio di questa scienza, linguaggio tutto astratto perchè la scienza è tale, linguaggio che s’è tutto abbandonato e dimenticato insieme con lei, facilmente si comprende. (8. Agos. 1821.)

Il formare il nostro Dio degli attributi che a noi paiono buoni, benchè non lo sieno che relativamente, è un’opinione meno assurda, ma della stessa natura, andamento, origine, di quella che attribuiva agli Dei figura e qualità e natura quasi del tutto umana; di quella che, come dice Senofane presso Clemente Alessandrino, se il cavallo o il bue sapesse dipingere, gli farebbe dipingere e immaginare i suoi Dei in forma e natura di cavalli o di buoi. V. il mio Discorso sui romantici dove si cita questo passo con altre osservazioni. Anzi la nostra opinione è un raffinamento, un perfezionamento, di questa quanto assurda, tanto naturale (v. il cit. discorso) opinione [1470] antica; raffinamento prodotto da quello spirito metafisico che produsse il Cristianesimo, o da quello che presso gli antichi Orientali (la cui storia rimonta tanto più indietro delle nostre) produsse il sistema di un solo Dio, seguito dagli Ebrei, e da questi comunicato ai Gentili d’epoca e civiltà più moderna, quando il secolo fu adattato a fare che tal dottrina fosse ricevuta, e divenisse universalmente popolare. Ho detto che questa è meno assurda, ma intendo, quanto al nostro modo di ragionare, e all’ordinario sistema delle nostre concezioni, perchè assolutamente parlando, ella è altrettanto assurda, o piuttosto falsa, giacchè l’assurdo si misura dalla dissonanza col nostro modo di ragionare. Del resto la nostra opinione intorno a un Dio composto degli attributi che l’uomo giudica buoni, è una vera continuazione dell’antico sistema che lo componeva degli attributi umani. ec. L’antica e la moderna Divinità è parimente formata sulle idee puramente umane, benchè diverse secondo i tempi. Il suo modello è sempre l’uomo. ec. (8. Agos. 1821.)

Una delle principali e universali e caratteristiche inseparabili proprietà dello stile degli [1471] antichi non corrotti, cioè o classici, o anteriori alla perfezione della letteratura, si è la forza e l’efficacia. Quest’è la prima, anzi l’unica qualità ch’io ho sentito notare da uomini poco avvezzi a letture classiche, ogni volta che venivano dal leggere qualche libro de’ buoni antichi, o qualche libro moderno su quel gusto di stile. Ed era l’unica perchè forse essi non erano capaci di discernere a prima vista, nè gustare le altre. Ma questa dà subito nell’occhio, e si distingue e si separa facilmente dalle altre. Quindi osservate quanto sia vero che la natura è sorgente di forza, e che questa è sua qualità caratteristica, come la debolezza lo è della ragione. Perciocchè 1. gli antichi scrittori, massime quelli anteriori al perfezionamento della letteratura, i quali sono ordinariamente più energici degli altri, non cercavano gran fatto l’energia, nè se ne pregiavano, nè volevano esser famosi per questo ec. come ho detto altrove della semplicità, dell’eleganza, della purità di lingua ec. Tali sono i [1472] trecentisti ec. Eppure senza cercarlo, riuscivano robustissimi e nervosissimi per la sola forza della natura che in loro parlava e regnava, e quindi per la loro propria forza. 2. Quando anche la cercassero, già la cercavano assai meno di noi che tanto meno la troviamo, poi se la cercavano in proporzione della riuscita, vuol dire che la cercavano sopra tutto, e che quindi nel tempo che la natura regnava, l’efficacia e l’energia si stimava la principal dote dello stile. E così accadeva in tutto: e così la prima e perenne sorgente di forza, sia nello stile, sia nella lingua, sia ne’ concetti, sia nelle azioni, sarà sempre l’esempio degli antichi, cioè la natura. E i tempi moderni con tutti i loro lumi non possono mai supplire a questa fonte.

La detta efficacia è pure un genere di bellezza eterna e universale, che però non appartiene al bello, ma alla inclinazione generale dell’uomo verso la forza, verso le sensazioni vive, verso ciò che lo eccita, e rompe la monotonia dell’esistenza ec. e alla natura ec. (8. Agos. 1821.)

Non hanno torto i padri e le madri che amano la vita metodica, senza varietà, senza [1473] commozioni, senza troppe fatiche, la pace domestica ec. I loro gusti, le loro inclinazioni possono ben difendersi, e v’è tanto da dire per la morte come per la vita, dice la Staël. Ma il gran torto degli educatori è di volere che ai giovani piaccia quello che piace alla vecchiezza o alla maturità; che la vita giovanile non differisca dalla matura; di voler sopprimere la differenza di gusti di desiderii ec. che la natura invincibile e immutabile ha posta fra l’età de’ loro allievi, e la loro, o non volerla riconoscere, o volerne affatto prescindere; di credere che la gioventù de’ loro allievi debba o possa riuscire essenzialmente, e quasi spontaneamente diversa dalla propria loro, e da quella di tutti i passati presenti e futuri; di volere che gli ammaestramenti, i comandi, e la forza della necessità suppliscano all’esperienza ec. (9. Agos. 1821.)

Quel giovane che fu d’animo eroico nella virtù (come sogliono essere tutti quelli che nascono con grande e forte immaginazione e sentimento), se per forza dell’esperienza, delle [1474] sventure, degli esempi, disingannato della virtù, arriva a lasciarla, diviene eroico nel vizio, e capace di molto maggiori errori, che non sono gli altri ec. Non già per una continuazione di entusiasmo applicato al male, ma per un eccesso di freddezza che è sempre compagna della malvagità. Egli diviene un eroe di freddezza, e tanto più intrepido, duro, ghiacciato, quanto era stato più fervido. Come quei vapori che si convertono in grandine, i quali non si stringerebbero nel più duro, denso, e sodo ghiaccio che possa formarsi nell’aria, se straordinario calore non gli avesse innalzati a straordinaria sublimità. In tutte le cose gli eccessi si toccano assai più fra loro, che col loro mezzo, e l’uomo eccessivo in qualunque cosa, è molto più inclinato e proclive all’eccesso contrario che al mezzo. Ed è molto più facile, conseguente, e naturale per la forza e la qualità di un’indole eccessiva, il saltare dall’uno all’opposto estremo, che il recarsi e fermarsi nel mezzo ec. ec. (9. Agos. 1821.)

[1475] Confrontando le lingue spagnuola francese e italiana, si trovano molte proprietà principalissime ed essenziali, che sono comuni a tutte tre. Or queste essendosi formate massime quanto al principale e fondamentale, l’una indipendentemente dall’altra, è necessario il dire che le dette proprietà derivino da un’origine comune, e questa non può esser che il latino, e s’elle non si trovano nel latino scritto, dunque vengono dal volgare. Nè si può dir che derivino dal latino corrotto de’ bassi tempi, perchè, come ho detto, egli si corruppe diversamente e indipendentemente secondo i luoghi ec. e le lingue che nacquero dal latino nacquero separatamente, e quasi in diverse parti. Quindi l’uso degli articoli e de’ segnacasi, uniformi appresso a poco anche materialmente nelle tre lingue; l’uso de’ verbi ausiliari pure uniformi, cioè essere e avere (eccetto che lo spagnolo non adopra essere), si debbono considerare come propri del volgare latino. Così l’uso del verbo finito colla particella che (franc. e spagn. que) in vece dell’infinito ec. del qual costume [1476] si hanno indizi anche nel buon latino (cioè del quod ec.) e molto più frequenti nel barbaro. I greci ebbero pur sempre lo stesso uso (ὅτι).

Quelle proprietà poi, o parole ec. ec. che non appartengono se non a questa o quella delle tre lingue, e che non si ponno riferire ad alcuna origine conosciuta, ponno esser vestigi delle antiche lingue nazionali estinte poi dalla latina. Ma ciò più difficilmente potrà supporsi in quanto appartiene alla lingua italiana ec. E in ogni modo queste tali proprietà, parole ec. se anche derivano dall’antiche lingue anteriori all’uso della latina ne’ diversi paesi ec., non ponno essersi conservate se non passando pel volgare latino, il quale ebbe pur certo i suoi idiotismi provinciali, com’è noto, e come ho detto altrove parlando dei dialetti latini. (9. Agos. 1821.)

La maggior parte degli uomini in ultima analisi non ama e non brama di vivere se non per vivere. L’oggetto reale della vita è la vita, e lo strascinare con gran fatica su e giù per una medesima strada un carro pesantissimo e vôto. (10. Agos. 1821.)

[1477] Non v’è infelicità umana la quale non possa crescere. Bensì trovasi un termine a quello medesimo che si chiama felicità. Può trovarsi un uomo perfettamente fortunato, che nulla possa desiderare di più, la cui felicità non possa più stendersi. Augusto era in questo caso. Ma un uomo tanto infelice, che non possa immaginarsi maggiore infelicità, infelicità non solamente fantastica, non solamente possibile, ma realizzata bene spesso in questo o quell’individuo, per quella o per questa parte; un tal uomo non si dà. La fortuna può dire a molti, io non ho maggior potere di beneficarti, ma nessuno può mai vantarsi, e dire alla fortuna, tu non hai forza di nuocermi davantaggio e di aumentare i miei dolori. Può mancar che sperare, ma nessuno mancherà mai di che temere. La disperazione stessa non basta ad assicurar l’uomo. (10. Agos. 1821). Nessuno può vantarsi o sdegnarsi con verità dicendo: io non posso essere più infelice di quel che sono.

(Molte cose e da molti sono state dette in proposito delle voci sinonime, altri negando che ve n’abbia effettivamente, altri affermando; e questo e quello chi d’una chi d’altra lingua, e chi di tutte in genere.).

Molto s’è disputato circa i sinonimi. Ecco la mia opinione. Le lingue primitive piuttosto dovevano significar molte cose con una sola parola, che aver molte parole ec. da significare una stessa cosa. Formandosi appoco [1478] appoco le lingue, e modificandosi in mille guise le prime scarsissime radici, per adattarle stabilmente e distintamente alle diverse significazioni, le lingue vennero a crescere, le parole (non radicali, ma derivate o composte) a moltiplicarsi infinitamente, si acquistò la facoltà di esprimere colla favella e colla scrittura, sino alle menome differenze, varietà, specie, accidenti ec. delle cose, ma i sinonimi (se non forse qualcuno per caso, o per commercio con altre lingue) ancora non esistevano. Ciascuna parola che si formava modificando le prime radici, o le altre parole già formate; ciascun genere costante di modificazioni, derivazioni, inflessioni, composizioni, formazioni che s’introduceva (come quello de’ verbi frequentativi o diminutivi presso i latini ec.) aveva per oggetto di arricchir la lingua ed accrescerne la potenza, non colla meschina facoltà di poter dire una stessissima cosa in più modi, ma con quella importantissima di poter distintamente significare le menome differenze delle cose, differenze o già note fin da principio, ma non sapute esprimere, ovvero osservate solamente col tempo: o anche idee nuove ec. [1479] Quindi nasceva una grandissima varietà nelle lingue, ben più sostanziale di quella che deriva dall’uso dei sinonimi. Giacchè se per mezzo di questo, noi possiamo ad ora ad ora, capitandoci la stessa cosa da dire, variare il modo di esprimerla; agli antichi capitava assai di rado la stessa cosa, e quindi la necessità della stessa parola, perchè ogni menoma differenza che la cosa da esprimersi avesse con la cosa già detta, bastava per mutarne il segno, e la lingua somministrava puntualmente una diversa e propria espressione di quella benchè leggerissima differenza.

Ma siccome queste tali differenze, e quindi le differenze ne’ significati delle parole che le esprimevano, erano sottilissime, e spesso quasi metafisiche (che gli antichi, e massime i latini furono ammirabilmente esatti e minuti nell’assegnare e precisare i significati delle loro voci e modi, e vedi p. 1115-16. 1162. capoverso 3.); così naturalissimamente il popolo, incapace di troppe sottigliezze, e quando anche le concepisse, incapace di por troppo squisita cura nella scelta delle parole, cominciò, arricchite, ingrandite, [1480] e fecondate che furono le lingue, a confondere quella parola o quel modo con un altro di poco diversa significazione, a servirsi indifferentemente di voci destinate ad usi simili ma distinti, a trascurare la minuta esattezza, e a poco a poco a dimenticare l’esatto e primo valore di una parola o radicale o derivativa, ad usurpare quel genere di formazioni destinato a quel genere di significati, in significati d’altro vicino genere, e finalmente a dimenticare il proprio e preciso valore delle parole e dei modi; e col tempo e colla forza prepotente dell’uso (che sotto molti aspetti nelle lingue non è che abuso) confondendo i significati, moltiplicarli di nuovo in ciascuna parola, e moltiplicar le parole significanti una stessa cosa, benchè da principio differissero. In tal modo le lingue perderono la facoltà che avevano al loro buon tempo di esprimere distintamente le menome differenze delle idee, e queste differenze poco conosciute o notate dai parlatori, fecero che svanissero le piccole ma reali differenze de’ significati delle parole. Ed ecco i sinonimi.

[1481] Nè solo il popolo, ma anche i civili parlatori (per la difficoltà di essere esatto nel parlare ch’è improvvisare), ed anche i negligenti o meno diligenti scrittori contribuirono proporzionatamente a questo effetto. Lascio le diffusioni di una lingua, e le infinite cagioni le quali perdono o confondono i primitivi e propri significati e la proprietà delle parole e di tutto ciò che spetta alla favella.

I cattivi parlatori e i trascurati scrittori, sono dunque secondo me, le prime e principali origini dei sinonimi in qualunque lingua. Possiamo anche dire, il tempo, il quale non permette che le cose umane conservino una stessa condizione. Anche gli scrittori eleganti, e massime i poeti furono in causa di questo effetto: perchè l’eleganza consiste nel pellegrino e diviso dal volgo; e quindi gli usi metaforici, quindi gli ardiri, le inversioni di significato ec. ec. che messe in uso dagli scrittori eleganti, passarono poi col tempo a prender luogo di proprietà, scacciando le proprietà primitive, e confondendo il significato delle parole proprie, con quello delle parole usate metaforicamente o in qualunque altro modo, nello [1482] stesso senso. Anche i parlatori eleganti o affettati sono da considerarsi in questo proposito.

Queste osservazioni spiegano il perchè sia sempre maravigliosa, e caratteristica negli antichi scrittori la proprietà della favella. Ciò non avviene di gran lunga perch’essi fossero più diligenti. Chi può pur paragonare la diligenza de’ nostri tempi in qualunque genere, con quella degli antichi? L’esattezza e la minutezza non era propria de’ tempi antichi, bensì precisamente de’ moderni, per le stesse ragioni per cui non è propria di questi la grandezza, ch’era propria di quelli. Anche in ogni cosa appartenente a lingua o stile, i diligenti scrittori moderni, ed anche i mediocri la vincono in esattezza sopra i più diligenti scrittori antichi. Basta conoscerli bene per avvedersene. V. la mia lett. sull’Eusebio del Mai, nell’osservazione segnata XVI. 23. 71. 23. Recherò fra i moltissimi esempi che si potrebbero, una nota che fa un Traduttore francese alla Catilinaria di Sallustio, solamente per dar meglio ad intendere il mio pensiero. (Dureau-Delamalle, Oeuvres de Salluste. Traduction nouvelle. Note 45. sur la Conjurat. de Catilina à Paris 1808. t.1. p.213.) Les bons écrivains de l’antiquité [1483] n’avaient pas, il s’en faut, nos petits scrupules minutieux sur ces répétitions des mêmes mots, surtout lorsque la différence de cas en mettait dans la terminaison, comme dans ce passage-ci, ou l’on voit magnae copiae après magnas copias. Parla di quel luogo (Sall. Bell. Catilinar. c. 59. al. 56.) Sperabat propediem magnas copias se habiturum, si Romae socii incepta patravissent: interea servitia repudiabat, cuius initio ad eum magnae copiae concurrebant.

Non la maggior diligenza dunque, ma l’esser gli scrittori antichi più vicini alle prime determinazioni de’ significati e formazioni delle parole, e il formarne essi stessi, non per lusso, che gli antichi non conoscevano, ma per bisogno, o per utile, fanno ch’essi si riguardino e siano veri modelli della proprietà delle voci e dei modi. E infatti la diligenza che vien dall’arte come pur la produce, è in ragione inversa dell’antichità. Ora la proprietà degli scrittori è in ragion diretta; e Plauto e Terenzio e gli altri antichi latini i più rozzi, sono [1484] tanto più propri quanto meno eleganti di Cicerone. Così i trecentisti ignorantissimi, rispetto ai cinquecentisti ec. Dante rispetto al Petrarca e al Boccaccio ec. V. la p. 1253.

Posto dunque che una parola non è mai o quasi mai sinonima di un’altra della stessa lingua primitivamente, e che le parole non divengono sinonime se non col tempo, e a causa principalmente sì degli scrittori eleganti e de’ poeti, sì molto più de’ cattivi scrittori e parlatori; ne segue che siccome tutte le lingue, eccetto le primitive, derivano da corruzione di altre lingue, e sono loro posteriori nel tempo ec. così le lingue figlie generalmente parlando denno abbondare di veri ed effettivi sinonimi più delle rispettive madri.

Così appunto è avvenuto all’italiana rispetto alla latina, sua madre. I sinonimi esistono realmente nella lingua italiana, vi esistono fin da principio (benchè da principio non tanti): la lingua italiana ha, non deve negarsi, verissimi sinonimi, e ne ha in grandissima copia, forse più che altra lingua colta; e ne ha più assai [1485] che non n’ebbe la buona latina. Tutte le lingue moderne colte, generalmente parlando, hanno assai più sinonimi veri e perfetti che le lingue antiche. Effetto del tempo che distrugge a poco a poco le piccole e sfuggevoli differenze fra i significati di parole, che tuttavia non furono inventate per lusso, ma per vera utilità. Nessuna o quasi nessuna nuova parola che si venga oggi formando e introducendo nelle diverse lingue, è sinonima di altre che già vi si trovino. (Parlo di quelle lingue dove non si vanno introducendo per pura affettazione, ignoranza, barbarie, delle parole straniere affatto inutili, e in pregiudizio delle nazionali. Si ponno anche eccettuare alcune di quelle parole che formano talora i poeti, che non sempre nè spesso, ma pur talvolta potranno esser sinonime di altre già usate, ed esser preferite e formate per sola eleganza, e per una certa peregrinità, o dedotte dal latino ec.) Ciò mostra che i sinonimi non sono mai tali da principio, e che la sinonimia non è primitiva. Ma le parole che già da gran tempo appartengono a ciascuna lingua, o appartenessero alle loro madri, o no, son divenute, e divengono di mano in mano sinonime, e tali diverranno anche molte recentissimamente formate: e ciò massimamente per la trascuranza del favellare e scrivere, e per l’abuso, che siamo forzati di chiamar uso, e riconoscerlo per padrone legittimo. E questo è sì certo che si può con un poco di attenzione, cominciando dai più [1486] antichi scrittori di una lingua e venendo sino agli ultimi, osservare come due o più parole oggi sinonime, e che da prima non erano, si siano venute gradatamente avvicinando nel significato, e scambiandosi vicendevolmente in questo o quell’uso, fino a confondersi del tutto insieme in qualsivoglia uso ec. Alcune parole son divenute sinonime in quest’ultimo grado, altre in qualcuno de’ gradi antecedenti, e si possono usare promiscuamente in tali casi sì, in altri no: ma tuttogiorno, stante la negligenza e ignoranza degli scrittori e parlatori, vanno acquistando maggior somiglianza, finchè arriveranno alla medesimezza.

Consideriamo ora le conseguenze di questo effetto. Si riguardano i sinonimi come ricchezza di una lingua. Ma ella è ricchezza secondaria, e la principal ricchezza e varietà è quella che ho detto p.1479. Ora la ricchezza dei sinonimi nuoce sommamente a questa. La lingua italiana ha più sinonimi assai che la latina. È ella perciò più ricca di lei? Figuriamoci che 30.m voci latine, tutte [1487] distinte di significato, sieno passate nella lingua italiana, ma in modo che in vece di 30.m cose, ne significhino solo 10,000: tre parole per significato. Che giova all’italiano il poter dire quelle 10,000 cose ciascuna in tre modi, se quelle altre ventimila che i latini significavano distintamente, egli non le può significare, o solo confusamente? Questa è povertà, non ricchezza. Non è ricco quegli il cui podere abbonda di vigna e di frutta, e manca di grano; nè quegli che abbonda del superfluo e manca del necessario.

Quindi potremo spiegare un fenomeno intorno alla ricchezza delle lingue antiche, che non mi pare nè abbastanza osservato, nè dilucidato. Le lingue si accrescono col progresso delle cognizioni e dello spirito umano. Il numero delle parole di senso certo, dicono i filosofi, determina il numero delle idee chiare di una nazione (Sulzer.) Viceversa dunque potremmo dire delle idee chiare, le quali non sono quasi mai tali se non hanno la parola corrispondente. Ora [1488] chi dubita che il numero delle nostre idee chiare non vinca d’assai quello delle antiche? che il nostro spirito non solo abbracci molto maggior estensione di cose, ma veda sempre più sottile e minuto, ed abbia acquistato un abito di precisione ed esattezza, senza paragone maggiore che gli antichi? E pure consideriamo le antiche lingue colte, e non ci troveremo, com’è naturale, la facoltà di esprimere le cose o gli accidenti ch’essi non conoscevano, e le idee moderne ch’essi non avevano; o quelle parti delle loro stesse idee, ch’essi non discernevano, almeno chiaramente, ma quanto a tutto ciò che gli antichi potevano aver da significare, o voler significare, quanto a tutte le idee che potevano cadere nel loro discorso, troveremo generalmente parlando nelle lingue antiche colte, una facoltà di esprimersi tanto maggiore che nelle moderne, una onnipotenza, un’aggiustatezza, una capacità di variar l’espressione secondo le minime varietà delle cose da esprimersi, e delle congiunture e circostanze del discorso, che forse e senza forse non ha pari in veruna delle più colte lingue moderne: ed è perciò che le lingue antiche sono generalmente riconosciute superiori in ricchezza alle moderne.

Ora qual è la cagione? Vero è che il tempo abolisce molte parole, ma infinite pur ne introduce. [1489] La causa, secondo me, o una delle cause di questo, che veramente è fenomeno, sta in ciò, che le parole destinate talora a simili, talora anche a diversissimi significati, divengono col tempo sinonime, e laddove da prima, e nelle antiche lingue ch’erano più vicine all’origine delle parole, esprimevano più e più cose, o accidenti e modificazioni di cose, oggi esprimono una cosa sola. E così la proprietà della lingua latina veramente ammirabile non si può trovare nella italiana sua figlia, e nelle altre, che hanno tanto confuso i distintissimi significati delle parole che hanno ereditato da lei. E questo male va sempre e inevitabilmente crescendo, ed è cosa dannosissima alla precisa espression delle idee, e quindi alla precisione e chiarezza delle idee stesse. Colpa non tanto degli uomini, quanto della natura, e del tempo al quale siamo venuti.

Veniamo ai rimedi. Voler richiamare le parole ai loro antichi precisi significati, e tornarli a distinguere, e usarle nel senso antico ec. tuttociò è tanto impossibile e pedantesco, quanto il rimettere in uso le parole e modi antiquati, e parlare come parlavano i latini, o i nostri primi italiani ec. Quelli che hanno preso cura, scrivendo partitamente dei sinonimi, di precisare [1490] il valore di ciascun vocabolo partecipante al significato di altri vocaboli, hanno piuttosto servito e servono alla filosofia, alla storia delle lingue, e a molte altre cose utilissime; di quello che all’uso, e alla conservazione de’ significati, ed alla osservanza dell’etimologie ec. insomma ad impedire la confusione de’ significati, e l’abolizione successiva delle loro piccole differenze, che l’abuso e il tempo non può non cagionare, e non cagionerà niente meno. Forze di questa fatta, non ponno esser vinte da un’opera, o da un Dizionario ec.

Il rimedio dunque agl’inconvenienti del tempo che nuoce alle lingue, e necessita la novità delle parole, non meno coll’abolirne assai, che col sopprimerne le differenze de’ significati, e restringere il numero di essi, è l’adottar nuove parole che esprimano quelle cose o patti o differenze di cose, ch’erano espresse da voci divenute sinonime e conformi di valore ad altre primitivamente diverse. E se, come ho detto di 30.m. parole latine passate nell’italiano, [1491] non restano che 10.m. significati, a voler che la lingua italiana adegui veramente la ricchezza della madre, in ordine a questa medesima parte di essa, bisogna ch’ella trovi altre 20 mila parole che abbiano i i detti significati perduti. 1 Ed allora ella vincendo la latina nella copia de’ sinonimi, e nella varietà, nell’eleganza ec. che risulta da essi, l’agguaglierà pure nella vera ricchezza e varietà, e la sinonimia non pregiudicherà alla proprietà ec. del discorso.

Diranno che questo la lingua italiana l’ha già fatto ec. Negolo risolutamente. Convengo che la lingua italiana, servendosi sì delle fonti latine, coll’attingerne più di quello che il linguaggio popolare ne avesse attinto; sì della vivacità della immaginazione italiana, con bellissima e somma facoltà di metafore ec. ec. sì di molti altri mezzi, non sia giunta a proccurarsi una proprietà, una copia, una ricchezza, una facoltà insomma di esprimersi maggiore forse che qualunque altra moderna; eccetto però nelle materie filosofiche, [1492] e in tutto ciò che ha bisogno di precisione (diversa dalla proprietà), e generalmente nelle cose moderne, e posteriori a’ suoi buoni tempi. Non nego neppure che la lingua italiana non abbia conservato della sostanza materna assai più delle altre, e meglio, secondo che ho spiegato p. 1503. Ma ch’ella sia, non ostante la sua gran copia di sinonimi, anzi a causa in gran parte di questa, inferiore ancora non poco alla proprietà, ed alla ricchezza della sua madre, chi ne dubita? E si può veder chiaramente nelle traduzioni. Pigliate una carta, non dico di Tacito o di Sallustio, ma di Livio o di Cicerone, e senza curarvi dell’eleganza, vedete se v’è possibile di rendere così esattamente ogni parola e ogni frase, che la vostra traduzione dica precisamente quanto il testo, e nè più nè meno. Vedrete quanto manchi ancora alla lingua italiana per riuscirci, quante parole e modi latini non abbiano affatto l’equivalente in italiano, e quanti sensi, minuti sì ma distintissimi, non si possano assolutamente significare nella nostra lingua, ch’è pur nelle traduzioni ec. la più potente delle tre sorelle. E dovrete convenire che lo scrivere 1493] italiano è ancora generalmente e complessivamente inferiore visibilmente al latino, nella proprietà, e nella varietà dell’espressione adattate alle minute varietà delle cose: e questo anche indipendentemente da quelle sottilissime ma effettive differenze che hanno tra loro i significati delle parole e frasi le più omonime nelle diverse lingue, anche le più affini.

Così dalla considerazione della teoria de’ sinonimi, i quali io dico non esser primitivi, ma veri, e frequenti nelle lingue moderne, si deduce una nuova fortissima prova della necessità della novità nelle lingue. E si conferma particolarmente, in ordine alla lingua italiana, la convenienza di seguitare ad attingere dalle fonti latine, quelle parole e frasi, che non essendo ancora introdotte nella nostra lingua, non ponno aver perduta la differenza di significato, con le altre già derivate dalla stessa fonte, nè esser divenute sinonime ec. Mezzo spedito ed ottimo per accrescere la proprietà, e [1494] la sostanziale ricchezza della nostra lingua, e adeguarla, s’è possibile, alle antiche. Giacchè la lingua latina è forse la più propria di queste, e quindi gran proprietà ed esattezza dee derivare dall’arricchirsi nuovamente alle sue fonti non ancor tocche ec. (10-13. Agosto 1821.)

Qual lingua è più varia della latina? (se non forse la greca). E quale è più propria? neppur forse la greca. E dalla proprietà deriva naturalmente la varietà, come ho detto p. 1479. Ella era strettamente propria per legge, e non avrebbe scritto latino ma barbaro, chi non avesse scritto con proprietà: laddove la greca potendo essere altrettanto e più propria, era più libera, ed ho già osservato altrove come ciascuno scrittor greco, abbia un vocabolarietto particolare, cioè faccia uso continuo delle stesse voci, e si restringa ad una sola parte della sua lingua, con che la proprietà non può esser perfetta. Ai latini bisognava una perfetta cognizione ed uso della loro lingua, non solo in grosso ma in particolare, e quindi il vocabolario che si può formare a ciascun buono scrittore latino è [1495] generalmente molto più ampio che a qualunque greco classico. E pur la lingua greca era più ricca della latina. Ma la lingua di ciascun latino era più ricca che di ciascuno scrittor greco. Eccetto gli scrittori greci più bassi, come Luciano, Longino ec. i quali sono ricchissimi, e tanto più quanto il loro stile è meno antico, perchè i contemporanei, come Arriano, Dionigi Alicarnasseo, sono più antichi di stile, e meno ricchi di lingua. La stessa immensa ricchezza della lingua greca impoveriva gli scrittori, finch’ella non fu studiata con un’arte perfetta ch’è sempre propria de’ tempi imperfetti e scaduti.

Ora tornando al proposito, qual lingua, malgrado tutte le dette qualità, era più scarsa di vera sinonimia che la latina, non pur nelle voci, se così posso dire, nelle locuzioni? E pur ella era così varia ec. Anzi la mancanza appunto di sinonimia produceva quella ricchezza individuale di ciascheduno scrittore, ch’era obbligato a mutare espressione ad ogni piccola varietà del discorso. La sinonimia è maggiore assai negli antichi e ottimi greci, [1496] cioè finchè la lingua greca non fu pienamente posseduta per arte e studio. Quando lo fu, la sinonimia fu minore assai, e la varietà e la proprietà molto maggiore. E Luciano è assai più proprio d’Isocrate tanto studioso della sua lingua. Così che la squisita proprietà è realmente aliena dall’ottima lingua greca, e muta il di lei carattere negli scrittori più recenti, e gli accosta al carattere del latino. I latini venuti a tempi signoreggiati dall’arte, possederono sempre pienamente e interamente la loro lingua.

Consideriamo però le lingue antiche, consideriamo i primi scrittori di ciascuna lingua moderna, e vedremo che la sinonimia è assolutamente scarsissima rispetto alle lingue e alle scritture moderne. Dal che si conferma ch’ella non è primitiva, ma prodotta e continuamente accresciuta dal tempo, con danno grande della proprietà, della forza ec. e della vera ricchezza. Danno irreparabile per se stesso, e al quale poco sufficiente ostacolo può porre la determinazione [1497] del valor preciso delle parole, i vocabolari, i dizionari de’ sinonimi ec. Danno pertanto che obbliga assolutamente alla novità delle parole, solo mezzo di riparare all’impoverimento che il tempo arreca alle lingue per questo verso, e che è tanto inimpedibile quanto quello che arreca loro colla soppressione delle parole; e maggiore, secondo me, non poco.

Dovunque prevale la sinonimia quivi la proprietà soffre assai. Gli scrittori italiani possono rassomigliarsi ai greci nel riguardo che ho detto, sì come ho notato altre volte. Nè solo gli scrittori ma la lingua eziandio. La latina può rassomigliarsi per questo lato, come ho pur detto altrove, alla francese. Quella fra le antiche, questa fra le moderne, sono forse le più scarse di vera sinonimia. Quindi anche allo scrittor francese è necessario il posseder bene e interamente la sua lingua, cosa non necessaria agl’italiani, non dico per iscriver bene, ma per poter pur scrivere in italiano.

Sebbene però e la lingua francese e la latina scarseggiano di vera sinonimia, e sono [1498] similissime in questo che ambedue dipendono sommamente dall’arte, e da un’esatta determinazione ec. nondimeno le differenze fra loro, anche sotto l’aspetto che noi consideriamo, sono grandissime. La lingua francese scarseggia di sinonimia, non tanto per esattezza, nè per una perfetta conservazione del valor primitivo delle parole (come la latina) quanto per povertà. Una lingua povera sarà sempre esatta, purchè la povertà non giunga all’altro estremo, nel quale si trova p.e. la lingua ebraica. La differenza de’ tempi e delle cagioni produce la differenza degli effetti. L’arte antica rese propria e sostanzialmente ricca la lingua latina fra tutte le altre. L’arte moderna e matematica, volendo rendere esatta la lingua francese, l’ha resa poverissima. Quindi dalla sua esattezza, e dalla scarsezza de’ suoi sinonimi, non nasce nè proprietà, nè forza, nè varietà, nè ricchezza. L’esattezza dello scriver latino, li portava a variar espressione secondo le minime varietà del discorso. Non così ponno fare i francesi. La parola o la frase che adoprano è certamente quella che offre la loro [1499] lingua, quella che conviene, e che non potrebbe scambiarsi con un’altra. Ma ella torna bene spesso, perch’ella conviene a molte cose, ella perciò non produce nè proprietà nè forza, poichè bene spesso non conviene a quella tal cosa, se non perchè la lingua è povera e non ha altro modo da esprimerla, nè da differenziarla da altre cose, o parti, o accidenti ec. ec. ec. Dico ciò generalmente parlando, ed eccettuando quelle materie nelle quali la lingua francese abbonda di parole precise. Ma la precisione (in cui la lingua francese regna) come non abbia a far colla proprietà, e come da lei non derivi nè bellezza nè varietà nè forza (la quale è sempre relativa all’immaginazione mentre la precisione parla alla ragione), l’ho detto altrove. Ora io qui non parlo che della proprietà, e considero le lingue e la ricchezza loro, piuttosto intorno al bello, che all’esatto ec.

Del resto gli scrittori antichissimi e primitivi, non meno italiani e greci, che latini e francesi, sono sempre sommamente propri, e scarseggiano di sinonimia. Ciò accade, perch’essi, ancorchè senza studio, pur possedevano assai bene e pienamente la lingua, ancorchè vastissima, ch’essi stessi creavano o formavano, tanto in ordine al generale e all’indole, quanto in ordine ai particolari, e alle parole e modi, e alla determinazione dei loro significati ec. e v. la pag. 1482-84. la quale, stante questa riflessione, non contraddice alla pag.1494-96. (13-14. Agosto. 1821.)

Dalla teoria che abbiamo dato dei sinonimi si deducono alcune osservazioni intorno alla [1500] diramazione e diversità delle lingue nate da una stessa madre, massime da una madre già formata, colta, ricca, letterata ec. Nata appoco appoco la sinonimia nella lingua madre, e quindi diffusa questa in diverse parti, non tutti i sinonimi passano a ciascuna lingua figlia, ma solamente alcuni a questa, altri a quella. E questa è pur una delle cagioni della maggior ricchezza e proprietà delle lingue antiche. Le lingue figlie di una madre già formata, per lo più sono meno ricche di lei. Il tempo dopo aver soppresso le differenze de’ significati (sia prima della diffusione, e presso la nazione originariamente partecipe di quella lingua, sia molto più dopo, e presso le nazioni che sempre corrottamente la ricevono e sempre mancante e povera, per la ignoranza e la difficoltà d’imparare una lingua nuova, e l’impossibilità di ricevere e praticar tutta intera una tal lingua ricca ec. ec.), il tempo, dico, sopprime quindi naturalmente una buona parte de’ sinonimi, conservandone solo uno o due per significato, che prevalendo appoco appoco nell’uso, fanno dimenticar gli altri ec. Così le lingue perdono 1501] appoco appoco necessariamente di ricchezza e di proprietà, a causa della sinonimia. Oltre che le lingue figlie, nascendo da corruzione, e dagli stessi danni che il tempo reca alla sostanza materna, non la possono mai di gran lunga ereditar tutta intera. E così il fondo delle lingue si va sempre scemando se per altra parte non si accresce, e le lingue che nascono sono sempre più povere di quelle che le producono, almeno nei principii.

Questa è pur, come ho detto, una gran ragione della differenza delle lingue figlie di una stessa madre. In questa nazione prevale il tal sinonimo, e gli altri si dimenticano, o non s’introducono mai. In quella il tal altro. Questa ne riceve o ne conserva un solo nel tale o tal significato, quella due, quell’altra più ec. Così è accaduto alla lingua latina diramata nelle Spagne, nella Francia, in Italia. E troveremo spessissimo che la differenza con cui si esprimono le dette tre lingue in questo o quel caso, nasce dalla differenza del sinonimo latino che hanno conservato, o da principio adottato. Gl’italiani e i francesi per significare il bello usano una parola derivata dalla latina bellus; gli spagnuoli una derivata dalla latina formosus. Gli spagnuoli e gl’italiani [1502] dicono moglie dal latino mulier, i francesi femme da femina. Similmente differiscono nel numero. Altra ha conservato o adottato più sinonimi latini, altra meno. Relativamente a questo la lingua francese tiene la estremità del meno, la spagnuola il mezzo, l’italiana il più, tanto per la sua circostanza nazionale, quanto pel moltissimo ch’ella ha seguito ad attingere dalle fonti latine, appena divenuta letterata. E troveremo spessissimo che, poniamo caso, di 5 o 6 parole latine divenute sinonime col tempo, l’italiana le avrà conservate, e le userà anche volgarmente o tutte o quasi tutte, gli spagnuoli, e massime i francesi appena una. Certo è raro che si possano trovar nella lingua francese due parole latine perfettamente sinonime o fino ab antico, o almeno nel loro presente uso. Piuttosto avranno parecchie parole prese d’altronde, che sieno sinonime di altre latine da loro pur conservate.

Queste considerazioni ci menano alla conseguenza del quanto ragionevole e giusto sia per la nostra lingua il seguire ad arricchirsi alle fonti latine. Le lingue madri non denno mai stimarsi chiuse alle figlie; noi abbiamo [1503] delle lingue sorelle che possono pure attingere a una stessa fonte con noi, ma la nostra lingua assai più delle altre due. La nostra lingua, com’è naturale a quella ch’è parlata dalla stessa nazion latina, e che fu poi modellata da’ suoi formatori sulla di lei madre, tiene assai più che le altre sorelle, sì dell’indole e delle forme, sì del suono stesso e della figura esterna delle parole latine, del significato, della pronunzia stessa del latino ec. sì dell’andamento ec. della madre. Ed oltracciò, come ho detto, e come anche per cento altri lati si può vedere, ella ha ereditato della sostanza materna, o se n’è poscia rivendicata assai maggior porzione che le sorelle. Tutte queste cose fanno che l’indole dell’italiano essendo più latina, che non è lo spagnuolo e il francese, ella si adatti benissimo alle nuove parole latine, frasi, forme ec. e queste sieno tanto meno forestiere in casa sua, quanto maggior copia ella già ve ne alloggia. E che la lingua italiana quanto più ha preso, ed è abituata a prendere dal latino, tanto più, e sempre proporzionatamente di più ne possa prendere. Giacchè così va la bisogna rispetto alle [1504] lingue. E già in tutte le cose la convenienza si misura dall’indole e dal costume, e la novità è tanto più facile a introdurre ec. quanto è più simile al vecchio ec. Le lingue spagnuola e francese (e massime questa) appunto perchè meno hanno preso dal latino, e perchè è stata proprietà loro la parsimonia in questo particolare, e perchè non sono tanto conformi allo spirito del latino (anzi la francese in nessun modo), ec. ec., perciò volendo conservare il loro carattere, non possono neppur oggi attingerne più che tanto. Viceversa l’italiana, la quale conserverà il suo carattere primitivo, seguendo ad attingerne come primitivamente ha fatto, e s’è accostumata a fare. (14-15. Agos. 1821.)

Ogni volta che si troverà citato in questi fogli il Du Cange, Glossario latino-barbaro, si avverta che nella mia edizione, non è tutto del Du Cange. Vi sono parecchie giunte e correzioni de’ Monaci Maurini editori, contrassegnate nei modi che si specificano nella loro prefazione p.8. dopo il mezzo. (15 Agosto, dì dell’Assunzione di Maria Santissima. 1821.).

L’influenza della sinonimia sui linguaggi è tanta, e sì potentemente contribuisce alla corruzione, alterazione, sovversione, ed anche al totale cambiamento delle lingue, che ad essa in [1505] gran parte si possono riferire tutti i detti effetti, la difficoltà di ritrovar l’etimologie, le diversissime facce delle lingue madri rispetto alle lingue figlie, che spesso appena si ravvisano per parenti, e le graduate, ma infinite diversificazioni di significato che subirono le parole passando di una in altra lingua, con che arrivarono a non esser più intese in altra nazione che da principio parlava la stessa favella, a compor lingue differentissime, che non si tengono più per parenti, benchè composte in buona parte di parole che originariamente erano le stesse; e derivate da una stessa fonte, che a causa di queste infinite alterazioni più non si trova. La sinonimia, dico, si dee riconoscere per causa immediata di gran parte di tutto ciò, riconoscendo per cause prime o mediate ec. altre cose più materiali, come la diffusione ec. ec. Or come la sinonimia? Eccolo. Non solo i significati simili o poco differenti delle diverse parole, ma anche i più distinti e lontani sono confusi dal tempo, dalla negligenza, dall’ignoranza di coloro a’ quali trasmigra una nuova lingua ec. dallo stesso uso di parlare o scrivere elegante e metaforico ec.: così che delle parole disparatissime divengono sinonime. P.e. [1506] presso gli spagnuoli il verbo quaerere (querer) è passato a significar velle, volvere (bolver) redire, circa (cerca) prope; presso i medesimi e gl’italiani il verbo clamare (llamar, chiamare) al senso di vocare; presso i francesi donare (donner) al senso di dare. Questo per forza di sinonimia che appoco appoco rendendo proprio di quelle voci quel senso disparatissimo, ha spento quelle che l’aveano realmente in proprietà ec. ec. L’etimologia di queste voci, e il modo in cui sono arrivate a questo significato ec. facilmente si trova, riguardo alla lingua latina ch’è la madre immediata di dette tre lingue. Ma facciamo conto che dallo spagnuolo o dal francese nascesse una nuova lingua, come certo nascerà col tempo, giacchè esse medesime son già molto diverse da’ loro principii; certo che gli etimologisti si troverebbero imbrogliatissimi, ancorchè seguitassero ancora a conoscer bene l’antico latino, come già si trovano molto confusi intorno a molte parole derivate pure immediatamente dal latino, ma tanto svisate di significato che più non si raffigurano. Così le lingue si alterano e si mutano giornalmente, e le parole, quanto al significato, [1507] si sovvertono mirabilmente, e l’etimologie si perdono, e le lingue primitive si nascondono (come son già nascoste) a causa della sinonimia, non meno che per le altre cause. (16. Agos. 1821.)

Paragonando le occupazioni di un mercante che travaglia a’ suoi complicatissimi negozi, e di un giovane che scherza con una donna, quella ci par serissima, e questa frivolissima. E pure qual è lo scopo del mercante? il far danari. E perchè? per godere. E come si gode quaggiù? collo spassarsi; e uno de’ maggiori spassi e piaceri è quello che si piglia colle donne. Dunque lo scopo del mercante in ultima analisi è di potersi a suo agio, e con molti mezzi occupare in quello stesso in che si occupa il giovanastro, o in cose tali. Se dunque il fine è frivolo, quanto più il mezzo. Tutto dunque è frivolo a questo mondo, e l’utile è molto più frivolo del semplicissimo dilettevole. Così dico degli studi, e delle carriere ec. (16. Agos. 1821.)

La brevità non piace per altro, se non perchè nulla piace. Anche i maggiori piaceri [1508] si bramano, e denno esser brevi, e lasciar desiderio, altrimenti lasciano sazietà. Ma non v’è mezzo fra questi due estremi? non possono lasciar paghi? No. Se l’uomo potesse appagarsi di un piacere nè la brevità nè la varietà (che deriva dalla brevità, e l’include ed importa, ed è quasi tutt’uno con lei) non sarebbero piacevoli per se stesse, nè amate dall’uomo. Ora siccome l’uomo non può restar pago, e la sua peggior condizione è la sazietà, perciò una principalissima qualità de’ piaceri e delle sensazioni interiori o esteriori che servono alla felicità, si è che lascino desiderio, si è la brevità, e varietà loro, e la varietà della vita. (17. Agos. 1821.)

Senza notabile facoltà di memoria nessun ingegno può acquistare, svilupparsi, assuefarsi, imparare, cioè nessun ingegno può nè divenire nè meno esser grande; perchè quelle sensazioni, concezioni, idee, che non sono se non momentanee, e si perdono, non possono produrne e prepararne delle altre, e non possono quindi servire alla grandezza di un ingegno, tutte le cui cognizioni sono acquisite, e le cui facoltà sono quasi nulle, e conformi a quelle de’ menomi [1509] ingegni senza la coltura dell’esperienza, la qual esperienza è vana senza la memoria. La memoria si può generalmente considerare come la facoltà di assuefazione che ha l’intelletto. La qual facoltà è il tutto nell’uomo. (17. Agos. 1821.)

Un viso, come ho detto altrove, ci par molte volte bruttissimo per la somiglianza che vi troviamo con un altro brutto, o di contraggenio per noi, o tenuto per brutto. E si può di leggeri osservare che tolta l’idea di questa somiglianza, egli non ci parrebbe così brutto; e forse tal volta quella somiglianza sarà tale che non impedisca a quella fisonomia di essere regolarissima, malgrado l’irregolarità di quella cui somiglia. E nondimeno la detta idea ci produce una sensazione dispiacevole nel vederla, e non la chiameremo mai bella, benchè altri privi di detta idea la tengano anche universalmente per tale. Così una persona che da fanciulla ci è parsa brutta, e che siamo avvezzi a considerar come tale, benchè [1510] divenga poi bella, non mai, o non senza difficoltà potrà piacerci (quando non vi siano altre cause particolari); e forse massimamente se l’abbiamo sempre veduta crescere e formarsi. Tanto può l’opinione sull’idea del bello ec. (17. Agos. 1821.). V. p. 1521.

Il bambino non ha idea veruna di quello che significhino le fisonomie degli uomini, ma cominciando a impararlo coll’esperienza, comincia a giudicar bella quella fisonomia che indica un carattere o un costume piacevole ec. e viceversa. E bene spesso s’inganna giudicando bella e bellissima una fisonomia d’espressione piacevole, ma per se bruttissima, e dura in questo inganno lunghissimo tempo, e forse sempre (a causa della prima impressione); e non s’inganna per altro se non perchè ancora non ha punto l’idea distinta ed esatta del bello, e del regolare, cioè di quello ch’è universale, il che egli ancora non può conoscere. Frattanto questa significazione delle fisonomie, ch’è del tutto diversa dalla bellezza assoluta, e non è altro che un rapporto messo [1511] dalla natura fra l’interno e l’esterno, fra le abitudini ec. e la figura; questa significazione dico, è una parte principalissima della bellezza, una delle capitali ragioni per cui questa fisonomia ci produce la sensazione del bello, e quella il contrario. Non è mai bella fisonomia veruna, che non significhi qualche cosa di piacevole (non dico di buono nè di cattivo, e il piacevole può bene spesso, secondo i gusti, e le diverse modificazioni dello spirito, del giudizio, e delle inclinazioni umane esser anche cattivo): ed è sempre brutta quella fisonomia che indica cose dispiacevoli, fosse anche regolarissima. Si conosce ch’ella è regolare, cioè conforme alle proporzioni universali ed a cui siamo avvezzi, e nondimeno si sente che non è bella. Ma ordinariamente, com’è naturale, la regolarità perfetta della fisonomia indica qualità piacevoli, a causa della corrispondenza che la natura ha posto fra la regolarità interna e l’esterna. Ed è quasi certo che una tal fisonomia appartiene sempre a persona di carattere naturalmente perfetto ec. Ma siccome [1512] l’interno degli uomini perde il suo stato naturale, e l’esterno più o meno lo conserva, perciò la significazione del viso è per lo più falsa; e noi sapendo ben questo allorchè vediamo un bel viso, e nondimeno sentendocene egualmente dilettati (e forse talvolta egualmente commossi), crediamo che questo effetto sia del tutto indipendente dalla significazione di quel viso, e derivi da una causa del tutto segregata ed astratta, che chiamiamo bellezza. E c’inganniamo interamente perchè l’effetto particolare della bellezza umana sull’uomo (parlo specialmente del viso che n’è la parte principale, e v. ciò che ho detto altrove in tal proposito) deriva sempre essenzialmente dalla significazione ch’ella contiene, e ch’è del tutto indipendente dalla sfera del bello, e per niente astratta nè assoluta: perchè se le qualità piacevoli fossero naturalmente dinotate da tutt’altra ed anche contraria forma di fisonomia, questa ci parrebbe bella, e brutta quella che ora ci pare l’opposto. Ciò è tanto vero che, siccome l’interno dell’uomo, come ho detto, si cambia, e la fisonomia non corrisponde alle sue qualità (per la maggior parte acquisite), perciò accade che quella tal fisonomia irregolare [1513] in se, ma che ha acquistata o per arte, o per altro, una significazione piacevole, ci piace, e ci par più bella di un’altra regolarissima che per contrarie circostanze abbia acquistata una significazione non piacevole; nel qual caso ella può anche arrivarci a dispiacere e parer brutta. E se una fisonomia è fortemente irregolare, ma o per natura (che talvolta ha eccezioni e fenomeni, come accade in un sì vasto sistema), o per arte, o per la effettiva piacevolezza della persona che influisce pur sempre sull’aria del viso, ha una significazione notabilmente piacevole; noi potremo accorgerci della sproporzione e sconvenienza colle forme universali, ma non potremo mai chiamar brutta quella fisonomia, e talvolta non ci accorgeremo neppure della irregolarità, e se non la consideriamo attentamente, la chiameremo bella. (17. Agos. 1821.). V. p. 1529. capoverso 2.

I costumi delle nazioni cambiano bene spesso d’indole, massime coll’influenza del commercio, de’ gusti, delle usanze ec. straniere. E siccome l’indole della favella è sempre il fedelissimo ritratto dell’indole della nazione, [1514] e questa è determinata principalmente dal costume, ch’è la seconda natura, e la forma della natura; perciò mutata l’indole de’ costumi, inevitabilmente si muta, non solo le parole e modi particolari che servono ad esprimerli individualmente, ma l’indole, il carattere, il genio della favella. Pur troppo è certissimo che l’indole de’ costumi italiani essendo affatto cambiata, massime dalla rivoluzione in poi, ed essendo al tutto francese, è perduta quasi effettivamente la stessa indole della lingua italiana. Si ha un bel dire. Una conversazione del gusto, dell’atteggiamento, della maniera, della raffinatezza, della leggerezza, dell’eleganza francese, non si può assolutamente fare in lingua italiana. Dico italiana di carattere; e piuttosto la si potrebbe tenere con parole purissime italiane, che conservando il carattere essenziale di questa favella. Così dico dell’indole dello scrivere che oggi piace universalmente. E troppo vero che non si può maneggiare in lingua italiana, e meno quanto all’indole che quanto alle parole. È troppo vero che l’influenza generale del [1515] costume francese in Europa, deve ed ha realmente mutata l’indole di tutte le lingue colte, e le ha tutte francesizzate, ancor più nel carattere, che nelle voci. E in tutta Europa si travaglia a richiamar le lingue e letterature alla loro proprietà nazionale. Ma invano. Nelle parole ch’è il meno importante si potrà forse riuscire: ma nell’indole, ch’è il tutto, è impossibile, se ciascheduna nazione non ripiglia il suo proprio costume e carattere; e se noi italiani massimamente (che siamo più soggetti all’influenza, e a pigliar l’impronta straniera, perchè non siamo nazione, e non possiamo più dar forma altrui) non torniamo italiani. Il che dovremmo pur fare: e coloro che ci gridano, parlate italiano, ci gridano in somma siate italiani, che se tali non saremo, parleremo sempre forestiero e barbaro. Ma non essendo nazione, e perdendo il carattere nazionale, quali svantaggi derivino alla società tutta intera, l’ho spiegato diffusamente altre volte.

Questa influenza del costume e del carattere di una nazione sopra le altre civili, [1516] nessuna, dopo il risorgimento della civiltà, l’ebbe più stabilmente della francese. L’ebbero però anche altre, come l’Italia e la Spagna (e l’Inghilterra ultimamente), ma per cagioni meno efficaci o salde, e però fu meno durevole. Ma in proporzione della sua forza, fu sempre ugualmente compagna dell’influenza sulle lingue. Ne’ passati secoli però queste due influenze non potevano esser grandissime 1. pel minor grado e strettezza di relazioni scambievoli in cui erano le nazioni: 2. per la minor suscettibilità che queste avevano a perdere più che tanto del loro carattere, e ricevere l’impronta straniera, e conservarla più che tanto tempo ec. E ne avevan poca, perchè appunto non vi erano avvezze; e come è necessaria l’assuefazione particolare a far che tal nazione pigli tal carattere straniero; così è necessarissima l’assuefazione e disposizione generale, a far ch’ella possa ricevere profondamente e conservare radicatamente un nuovo carattere. Giacchè tutto è assuefazione sì nei popoli, come negl’individui. Ma in que’ tempi la civiltà non era ancora in grado sufficiente a vincere [1517] le diverse nature de’ popoli, e le particolari abitudini, e le tenacità ordinarie ec. nè a condurre il mondo all’uniformità. V. se vuoi, p.1386. Ora la civiltà tira sempre, come altrove ho detto ad uniformare; e l’uniformità fra gl’individui di una nazione, e fra le nazioni è sempre in ragione dei progressi generali o particolari della civiltà. Ed ella tira quindi sempre a confondere, risolvere, perdere ed agguagliare i caratteri nazionali, e quindi quelli delle lingue. Il qual effetto visibilissimo oggidì sì in questi che in quelli, derivando da un grandissimo e stabilissimo incremento della civiltà, non è maraviglia che sia notabilissimo e durevolissimo, e che l’universalità e l’influenza della lingua francese non si perda malgrado i cangiamenti politici, mentre non si perde nè facilmente si perderà l’universalità e l’influenza che sopra questo secolo di civiltà esercitano i costumi del popolo più civile del mondo.

I costumi de’ greci anticamente, ebbero, in proporzione de’ tempi, grande influenza [1518] sulle diverse nazioni. (Così forse anche altre nazioni più anticamente.) Quindi l’universalità della loro lingua. Siccome le scienze e discipline portano da per tutto e conservano le nomenclature che ricevettero dalla nazione che inventolle e formolle, così anche i costumi. Ma le scienze si estendono a pochi, poco terreno abbracciano, e poco influiscono sul carattere delle lingue a cui passano. Laddove i costumi si estendono all’intere nazioni, ed abbracciano tutta la di lei vita, e quindi tutta la lingua che n’è la copia, e l’immagine. (18. Agos. 1821.)

Da queste osservazioni si deduce che dopo che i costumi greci furono radicati in Roma; dopo che i romani andavano ad imparar le maniere del bel vivere in Grecia, come si va ora a Parigi; dopo che la moda, la bizzarria, l’ozio derivato dalla monarchia, l’influenza della letteratura greca ec. ebbe grecizzati i costumi e la conversazione di Roma; dopo che le case de’ nobili eran piene di filosofi, di medici, di precettori, di domestici e uffiziali greci d’ogni sorta; [1519] dopo che la letteratura romana fu definitivamente modellata sulla greca, come la russa, la svedese, la inglese del secolo d’Anna sulla francese; dopo tutto ciò la lingua romana doveva necessariamente (quando anche non si sapesse di fatto) imbarbarire a forza di grecismo, sì quanto ai particolari, sì quanto all’indole. E bisogna attentamente osservare che il grecismo di que’ tempi, non era già quello d’Erodoto o di Senofonte, e perciò la lingua e stile romano non fu mai semplice nè inartifiziato; ma quello di Luciano, di Polibio ec. cioè contorto, lavorato, elegante artifiziosamente, e similissimo all’andamento del latino. (V. p. 1494-6.) Il quale andamento molto si sbaglierebbe chi lo credesse passato dal latino nel greco. Fu tutto l’opposto, e derivò dall’influenza del greco di allora, il quale nè allora nè mai fu soggetto all’influenza del latino. E se la lingua e lo stile latino classico fu sommamente più artifiziato per indole, che il greco classico, ciò si deve attribuire all’indole della grecità contemporanea al classico latino. (18. Agos. 1821.)

[1520] Tutte le nazioni hanno naturalmente il loro particolar modo di vivere, di pensare, di concepire (come lo hanno gl’individui) di vedere e idear le cose ec. Quindi tutte le lingue hanno i loro propri e distinti caratteri, a’ quali corrisponde quello delle parole lor proprie. Non si troveranno in 2 diverse lingue, 2 parole sinonime che minutamente considerate esprimano un’idea precisamente ed interamente identica. Alcune parole perfettamente considerate bastano talvolta a dipingere il carattere della vita, del pensiero, dell’intelletto, dell’immaginazione, delle opinioni ec. del popolo che le adopera. Quindi mutato costume e carattere, si muta indispensabilmente l’indole della lingua. (18. Agos. 1821.)

E quindi ancora si conferma quello che altrove ho sostenuto, che trattandosi di parole il cui pregio consiste nella precisione del significato, e che denno suscitare universalmente quella tal precisa idea (come in fatto di parole filosofiche, scientifiche ec.); è perniciosissimo il mutarle, e sostituir loro una parola che in altra lingua paia sinonima ad essa [1521] quanto si voglia. Non lo sarà mai perfettamente, e la precisione e l’universalità di quell’idea si perderà, se vorrassi staccarla dalla parola, che le appropriò la nazione che ritrovò o determinò e rese chiara la detta idea. (18. Agos. 1821.)

Alla p. 1510. Quante cose ci paiono giornalmente brutte o belle, senza che n’abbiano alcuna ragione in se stesse, ma per le somiglianze, relazioni che hanno, idee che richiamano, o in tutti, ed allora le chiamiamo brutte o belle assolutamente, o in noi soli, ed allora, se pur vi badiamo (che non accade quasi mai) siamo forzati a chiamarle brutte o belle relativamente. Ho veduta una soffitta dipinta a ritondi, o girellette disposte attorno attorno in cerchio. Che cosa ha di brutto o di vile questa invenzione in se? Pur tutti la condannavano perchè richiama l’idea di una tavola ritonda apparecchiata co’ suoi piatti in giro. (18. Agos. 1821.)

Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente, come il futuro a immaginarlo. [1522] Perchè? Perchè il solo presente ha la sua vera forma nella concezione umana; è la sola immagine del vero: e tutto il vero è brutto. (18. Agos. 1821.)

Ho discorso spesso del bello che proviene dalla debolezza. Egli è un bello proveniente da pura inclinazione, e quindi non ha che far col bello ideale, anzi è fuori della teoria del bello. Infatti egli è del tutto relativo. Lasciando le infinite altre cose dove la debolezza sconviene e dispiace, osservate che agli uomini piace nelle donne la debolezza, perchè loro è naturale; alle donne negli uomini la forza e l’aspetto di essa. Ed è brutta la forza nelle donne, come la debolezza negli uomini. Se non che talvolta giova al contrasto, e dà grazia (ma perchè appunto è straordinario, cioè non conveniente) un non so che di maschile nelle donne, e di femminile negli uomini. (18. Agos. 1821.)

Gli argomenti ch’io tiro dalla considerazione della grazia, in ordine al bello, sono giusti, e giustamente dedotti; e si può argomentare dalla [1523] grazia al bello o viceversa, e le teorie dell’uno e dell’altra comunicano e dipendono scambievolmente, hanno principii comuni, ed elementi comuni, e son quasi due rami di uno stesso tronco; e ciò in questo senso. Il bello è convenienza, la grazia un contrasto, cioè una certa sconvenienza, o almeno un certo straordinario nelle convenienze. Se dunque la sconvenienza è relativa, lo è anche la convenienza; se dunque la grazia è mutabile, se ciò ch’è grazia per l’uno, non lo è per l’altro ec. ec. ec. tutto ciò si dovrà pur dire del bello. Così anche viceversa. E se la tal cosa ad altri pare straordinaria nelle convenienze, ad altri no, ec. ec. ec. dunque l’idea della convenienza è relativa. Io posso pertanto cavare indifferentemente le mie ragioni sì dall’esame della grazia, come da quello del bello, per mostare, che quella o questo non è assoluto, e per qualunque altro scopo di simil natura ec. Dalla grazia si può dunque argomentare alla bellezza, per una ragione e in un modo simile a quello in cui dal brutto si argomenta al bello, e dalla teoria dell’uno risulta quella dell’altro; e così accade in tutti i contrarii. (18. Agos. 1821.)

La facoltà di assuefarsi, in che consiste la memoria, e l’assuefazione ad assuefarsi in che consiste quasi interamente [1524] la detta facoltà, fanno che la memoria possa anche assuefarsi (come tutto giorno accade) a ritenere un’impressione ricevuta una sola volta, supplendo l’assuefazione generale all’assuefazione particolare, e venendo anche questo ad essere un effetto dell’assuefazione di richiamare. I bambini che non hanno ancora quest’assuefazione, o insufficiente, non ritengono impressione che non abbiano ricevuta più volte, e alla quale non si siano individualmente assuefatti. E le stesse più buone memorie non riterranno a lungo un’impressione non più ripetuta, s’essi medesimi di tratto in tratto non se la ripetono, mediante l’immaginazione che la richiama, vale a dire mediante successive reminiscenze, che formano l’assuefazione particolare a quella tale impressione. E ciò che dico della memoria, dico delle altre abitudini, ed abilità ec. (dipendenti pur da lei) che talvolta si possono acquistare in un batter d’occhio, come imparare un’operazione di mano tanto da poterla rifare, dopo averla veduta fare una sola volta. ec. Dove concorre la facoltà e facilità di assuefazione della memoria, [1525] con quella degli organi esteriori. Ma queste pure si perdono ordinariamente se non si ripetono, e se l’assuefazione istantaneamente contratta, non si coltiva, mediante il rinnuovamento non dell’impressione stessa, ma del suo effetto ec. Ancor qui però vi sono delle differenze secondo la maggiore o minor facoltà di assuefazione e di ritentiva, naturale e acquisita, che hanno i diversi individui. (19. Agos. 1821.)

Degli stessi tre soli scrittori letterati del trecento, un solo, cioè Dante, ebbe intenzione scrivendo, di applicar la lingua italiana alla letteratura. Il che si fa manifesto sì dal poema sacro, ch’egli considerava, non come trastullo, ma come impresa di gran momento, e dov’egli trattò le materie più gravi della filosia e teologia; sì dall’opera, tutta filosofica, teologica, e insomma dottrinale e gravissima del Convito, simile agli antichi Dialoghi scientifici ec. (vedilo); sì finalmente dalle opinioni ch’egli manifesta nel Volgare Eloquio. Ond’è che Dante fu propriamente, com’è stato sempre considerato, e per intenzione e per effetto, il fondatore della lingua italiana. [1526] Ma gli altri due, non iscrissero italiano che per passatempo, e tanto è lungi che volessero applicarlo alla letteratura, che anzi non iscrivevano quelle materie in quella lingua, se non perchè le credevano indegne della lingua letterata, cioè latina, in cui scrivevano tutto ciò con cui miravano a farsi nome di letterati, e ad accrescer la letteratura. Siccome giudicavano (ancor dopo Dante, ed espressamente contro il parere e l’esempio suo, specialmente il Petrarca) che la lingua italiana fosse indegna e incapace delle materie gravi e della letteratura. Sicchè non pur non vollero applicarvela, ma non credettero di potere, nè che veruno potesse mai farlo. Opinione che durò fin dopo la metà del Cinquecento circa il poema eroico, del quale pochi anni dopo la morte dell’Ariosto, e pochi prima che uscisse la Gerusalemme, si credeva in Italia che la lingua italiana non fosse capace: onde il Caro prese a tradurre l’Eneide ec. (v. il 3. tomo delle sue lett. se non fallo). Ed è notissima l’opinione che portava il Petrarca del suo canzoniere: ed egli lo scrisse [1527] in italiano, come anche il Boccaccio le sue novelle e romanzi, per divertimento delle brigate, come ora si scriverebbe in un dialetto vernacolo, e per li cavalieri e dame, e genti di mondo, che non si credevano capaci di letteratura. ec. ec. Ed è pur noto come nel 500. si scrivessero poemi sudatissimi in latino, e storie ec. (19. Agos. 1821.)

Alla p. 1109. marg. fine. Fra’ quali lo spagnuolo soltar sciogliere, in vece di solutar, da solutus di solvere. E si ha nel Glossar. solta cioè solutio, ed hanno pure i francesi soute, cioè solte, invece di solute. Così sectari sta per secutari. E il primitivo solvere s’è perduto nello spagnuolo. (v. però il Diz.) E noi pure non diciamo assolto per assoluto? sciolto ec.? e voltare appunto, da volutare come soltar da solutare, che differisce per una sola lettera? (19. Agos. 1821.). V. p. 1562. fine.

La stessa ragione che inclina gli uomini e i viventi a credere assoluto il relativo, li porta a credere effetto ed opera della natura, quello ch’è puro effetto ed opera dell’assuefazione, e a creder facoltà o qualità congenite quelle che sono meramente acquisite. Ma egli è ben vero che questa considerazione estingue il bello e il grande: e quel sommo ingegno, o quella somma virtù considerata come figlia delle circostanze e delle abitudini, non della natura; perde tutto [1528] il nobile, tutto il mirabile, tutto il sublime della nostra immaginazione. Le qualità più eroiche e più poetiche, lo stesso sentimento, entusiasmo, genio, la stessa immaginazione diventa impoetica, s’ella non si considera come dono della natura; e lo scrittor di gusto, e massime il poeta deve ben guardarsi dal considerarla altrimenti, o dal presentarla sotto altro aspetto. Virgilio diverrebbe nella nostra immaginazione poco diverso da Mevio (qual egli era infatti naturalmente), Achille da Tersite; Newton si riconoscerebbe superiore per solo caso al più povero fisico peripatetico. (20. Agos. 1821.)

Come la grazia sia relativa si riconosce anche in ciò. Un aspetto femminile negli uomini è veramente sconveniente perch’è fuor dell’ordinario. Pur questa sconvenienza alle donne bene spesso par grazia, agli uomini bruttezza; ed io ho veduto de’ visi e delle forme femminili che agli uomini facevano nausea, far gran fortuna e colpo nelle donne al solo primo aspetto, ed esser da loro generalmente riputate bellissime. Così viceversa può dirsi del [1529] maschile nelle donne. (V. la p. 1522.) E tali altre infinite differenze si trovano ne’ due sessi, circa al senso e al giudizio della grazia, come del bello. (20. Agos. 1821.)

E notate che, stante il gusto naturale che hanno le donne per la forza negli uomini, e gli uomini per la debolezza nelle donne, parrebbe che il fatto dovesse andare all’opposto di ciò che ho detto qui sopra. Ma oltre che i gusti naturali si alterano sommamente, infinite sono le modificazioni, le facce, le differenze di un medesimo gusto, e degli effetti suoi. ec. (20. Agos. 1821.)

Alla p. 1513. fine. Questo ch’io dico, che la bellezza umana, massime della fisonomia, è inseparabile e deriva principalmente dalla significazione, che niente ha che fare col bello, si può vedere ancora ne’ diversi atteggiamenti di una persona o di un volto, più o meno animati ed espressivi, e significatori di cose più o meno piacevoli, o viceversa; secondo le quali differenze, una stessa persona, par bella e brutta, più e meno bella o brutta. [1530] Del resto un volto bello e regolare significa sempre per se qualche cosa di piacevole, quantunque falsamente. Quindi ogni volto regolare piace. Ma piace pochissimo, ed alle volte appena si sente che sia bello, s’egli o per mancanza di anima, o di coltura, o di arte nella persona, manca affatto d’ogni significazione estranea alla sua significazione naturale, e se questa si riconosce evidentemente per falsa. Onde par molto più bello un viso molto meno regolare, ma espressivo, animato ec. che quello che ho detto. ec. ec. ec. (20. Agos. 1821.)

A quello che ho detto altrove per iscusar gl’inconvenienti accidentali che occorrono nel sistema della natura, aggiungete, che talvolta, anzi spessissimo, essi non sono inconvenienti se non relativi, e la natura gli ha ben preveduti, ma lungi dal prevenirgli, li ha per lo contrario inclusi nel suo grand’ordine, e disposti a’ suoi fini. La natura è madre benignissima del tutto, ed anche de’ particolari generi e specie che in esso si contengono, ma non degl’individui. Questi servono sovente a loro [1531] spese al bene del genere, della specie, o del tutto, al quale serve pure talvolta con proprio danno la specie e il genere stesso. È già notato che la morte serve alla vita, e che l’ordine naturale, è un cerchio di distruzione, e riproduzione, e di cangiamenti regolari e costanti quanto al tutto, ma non quanto alle parti, le quali accidentalmente servono agli stessi fini ora in un modo ora in un altro. Quella quantità di uccelli che muore nella campagna coperta di neve, per mancanza di alimenti, la natura non l’ignora, ma ha i suoi fini in questa medesima distruzione, sebben ella non serva immediatamente a nessuno. Per lo contrario la distruzione degli animali che fanno gli uomini o altri animali alla caccia, serve immediatamente ai cacciatori, ed è un inconveniente accidentale, e una disgrazia per quei poveri animali; ma inconveniente relativo, e voluto dalla natura, che gli ha destinati per cibo ec. ad altri viventi più forti. (20. Agos. 1821.)

Facciamo conto che la scienza politica da Machiavello in poi abbia fatto 20 passi, [1532] 10 passi per opera di Machiavello, e gli altri 10 distributivamente per opera degli altri successivi scrittori. Chi fu uomo più grande? Machiavello o i suoi successori? E pur l’ultimo di questi è molto più gran politico di Machiavello, e la politica nelle sue opere ha una doppia estensione. Nessuno dunque preferisce Machiavello a quest’ultimo, e le sue opere non si leggono oramai che per profondità di studio; e se la scienza dopo lui avesse mutato faccia, come spesso accade, in virtù per altro dell’impulso da lui datole, più che di qualunque altra cagione; le opere di Machiavello non si leggerebbero più. Figuriamoci lo stesso della fisica in ordine a Galileo. Ma siccome la fisica ha realmente mutato faccia, però gli scritti di Galileo forse il più gran fisico e matematico del mondo, si lasciano agli eruditi. Tanto è vana e caduca quella gloria per cui gli uomini si affaticano, che non solo ella dipende dalla fortuna, non solo si stende a pochissimi studiosi e consapevoli delle cose antiche, non solo basta un piccolissimo caso ad impedirla o a sopprimerla, non solo tocca bene spesso agl’immeritevoli ec. ec. ec. ec. ec. [1533] ma lo stesso cercarla, lo stesso ottenerla, è cagione del perderla. Quegli uomini straordinarii e sommi che danno colle loro opere un impulso allo spirito umano, e cagionano un suo notabile progresso, restano dopo poco spazio inferiori nell’opinione e nella realtà, a degl’ingegni molto minori, che profittando de’ suoi lumi, conducono lo spirito umano molto più avanti di quello a cui egli non lo potè portare. Così quelle stesse opere che gli procacciarono gloria, cagionano la di lui dimenticanza; e il gran filosofo con quel medesimo con cui cerca ed ottien rinomanza, travaglia a distruggerla. Le glorie letterarie per questa parte, sono alquanto meno soggette a questo inconveniente. Dico per questa parte, perchè le alterazioni dei gusti, e la somma istabilità del bello, che non ha forma indipendente dall’opinione e dal costume ec. come il vero, producono bene spesso il medesimo effetto. (20. Agos. 1821.)

Chi non crederebbe che il significato francese della parola genio non fosse al tutto [1534] moderno? Eppure nel seg. passo di Sidonio (Panegyr. ad Anthem. v. 190. seqq.) io non so in qual altro senso, che in questo o simile, si possa intendere.

Qua Crispus brevitate placet, quo pondere Varro,

Quo genio Plautus, quo fulmine [1] Quintilianus,

Qua pompa Tacitus numquam sine laude loquendus.

Se pur non volesse dire piacevolezza, e una cosa simile a quella che esprime talvolta l’italiano genio, e in questo senso pure non si troverebbe presso gli antichi scrittori. V. però il Forcell. e il Ducange. (20. Agos. 1821.)

Le parole irrevocabile, irremeabile e altre tali, produrranno sempre una sensazione piacevole (se l’uomo non vi si avvezza troppo), perchè destano un’idea senza limiti, e non possibile a concepirsi interamente. E però saranno sempre poeticissime: e di queste tali parole sa far uso, e giovarsi con grandissimo effetto il vero poeta. (20. Agos. 1821.)

Principi insigni e famosi per la [1535] bontà, e per l’amore scambievole di lui verso i popoli, e de’ popoli verso lui, non furono e non saranno mai fuorchè in un sistema di tranquillo, sicuro, ma assoluto dispotismo. Nè un Giuseppe II. nè un Enrico IV. nè un Marco Aurelio, nè altri tali non sarebbero stati in un regno come quello di Falaride, e come altri antichi, quando il popolo cozzava colla tirannide che soffriva; nè in una monarchia costituzionale, alla moderna, quando il principe cozza col popolo che non può vincere. Le ragioni le vedrai facilmente, e consistono nell’egoismo, che è la cagione tanto della clemenza, quanto della crudeltà e della tirannide de’ principi, e determina i loro caratteri a questa o a quella, secondo la diversità delle circostanze. Augusto sarebbe forse stato un buono ed amato principe, se la sua tirannide fosse stata tranquilla, e se il tempo e le circostanze le avessero permesso di esserlo. ec. ec. ec. (20. Agos. 1821.)

A quello che ho in molti luoghi detto e spiegato della inclinazione irresistibile che l’uomo sociale contrae al partecipare altrui [1536] le proprie sensazioni ec. gradevoli o no, massime se straordinarie, bisogna riferire la gran difficoltà che giornalmente si prova a conservare il segreto, massime quanto meno l’uomo è lontano dallo stato naturale, o quanto meno è assuefatto a comprimere i suoi desiderii. Onde le donne e i fanciulli sono le persone meno capaci del segreto. Ma anche l’uomo fatto, e d’animo colto e formato ec. prova spessissimo gran difficoltà ad esser perfettamente segreto, sicchè nessun indizio gli scappi dalla bocca di ciò che sa, e massime se la cosa è curiosa ec. quantunque mai possa importare la segretezza. E se ciascheduno esaminerà bene la sua vita, vedrà quante volte la lingua gli abbia nociuto, o nelle piccole o nelle grandi cose, e bene spesso, malgrado ch’egli prevedesse il danno. Uomo perfettamente segreto, non penso che si trovi, non solo per le minime circostanze che non si avvertono, e che tradiscono il segreto; ma per la inclinazione ch’egli ha a manifestarlo, inclinazione a cui egli, se non sempre, certo assai spesso fa qualche maggiore o minor sacrifizio. E forse la maggior parte delle circostanze che ho detto, derivano in [1537] ultima analisi da questa inclinazione. (21. Agosto 1821.)

Gli odori sono quasi un’immagine de’ piaceri umani. Un odore assai grato lascia sempre un certo desiderio forse maggiore che qualunqu’altra sensazione. Voglio dire che l’odorato non resta mai soddisfatto neppur mediocremente: e bene spesso ci accade di fiutar con forza, quasi per appagarci, e per render completo il piacere senza potervi riuscire. Essi sono anche un’immagine delle speranze. Quelle cose molto odorifere che son buone anche a mangiare, per lo più vincono coll’odore il sapore, e questo non corrisponde mai all’aspettativa di quel gusto, che dall’odore se n’era conceputa. E se voi osserverete vedrete che odorando queste tali cose, vi viene quel desiderio che tante volte ci avviene nella vita, d’immedesimarci in certo modo con quel piacere, il che ci spinge a porcelo in bocca: e fattolo restiamo mal paghi. Nè solo nelle cose buone a mangiare, ma anche negli altri odori ci sopravviene lo stesso desiderio; e [1538] fiutando p.e. con gran diletto un’acqua odorifera, e non potendoci mai appagare di quella sensazione, ci vien voglia di berla. (21. Agos. 1821.)

Alla p. 1453. Che la natura infatti abbia lasciato da fare all’uomo più che agli altri animali, e ch’egli anche naturalmente sia più sviluppabile, e più destinato a crescere moralmente, si fa chiaro in certo modo anche per l’incremento fisico del suo corpo: giacchè pochi altri animali crescono proporzionatamente tanto quanto cresce l’uomo da quel ch’egli è quando nasce; vale a dire, pochi altri animali nascendo, sono proporzionatamente tanto più piccoli, di quando sono adulti, quanto è l’uomo. (21. Agos. 1821.)

Bellezza e bruttezza relativa. Siccome la bellezza è rara, perciò andando in un nuovo paese, tu ritrovi persone la più parte brutte. Or queste ti paiono assai più brutte di quelle del tuo paese (benchè sia confinante), e a prima vista ti pare che in [1539] quel paese regni una gran deformità. La ragione è che il giudizio del bello e del brutto dipende dall’assuefazione; e i brutti del tuo paese, non ti fanno gran senso, nè ti paiono molto brutti, perchè sei avvezzo a vederli. Così pure ci accade riguardo a questo o quell’individuo in particolare. Ma quello che accade a te in quel nuovo paese, accadrà pure a que’ paesani venendo nel tuo. Viaggiando però molto, si arriva presto a perdere queste tali sensazioni, per effetto parimente dell’assuefazione. (21. Agos. 1821.)

Ho detto qui sopra che il bello è raro, e il brutto ordinario. Come dunque l’idea del bello deriva dall’assuefazione, e dall’idea che l’uomo si forma dell’ordinario, il quale giudica conveniente? Deriva, perchè quello che gli uomini o le cose hanno d’irregolare, non è comune. Tutti questi son brutti, ma quegli in un modo, questi in un altro. L’irregolarità ha mille forme. La regolarità una sola, o poche. E gli stessi brutti hanno sempre qualcosa di regolare, anzi quasi [1540] tutto, bastando una sola e piccola irregolarità a produr la bruttezza. Così dunque l’uomo si forma naturalmente l’idea del bello, quando anche non avesse mai veduto altro che brutti, distinguendo senza pure avvertirlo ciò che le loro forme hanno di comune, da ciò che hanno di straordinario e quindi irregolare. E posto il caso che il tale non avesse veduto alcuna persona senza un tale identico difetto, o che l’avesse veduto nella maggior parte delle persone a lui note, quel difetto sarebbe per lui virtù, ed entrerebbe nel suo bello ideale. Così accadrebbe nel paese de’ monocoli. E forse può qui aver luogo il caso di una giovane da me conosciuta, che sino a 25 anni, credè sempre costantemente che nessuno vedesse dall’occhio sinistro, perch’ella non ci vedeva, e niuno se n’era accorto. L’immagine pertanto ch’ella si formava della bellezza umana, era di un uomo cieco da un occhio, ed avrebbe stimato difetto il contrario. (21. Agos. 1821.)

Come tutto sia assuefazione ne’ viventi, si può anche vedere negli effetti della [1541] lettura. Un uomo diviene eloquente a forza di legger libri eloquenti; inventivo, originale, pensatore, matematico, ragionatore, poeta, a forza ec. Sviluppate questo pensiero, applicandovi l’esempio mio, e distinguendolo secondo i gradi di adattabilità, e formabilità naturale o acquisita degl’individui. Quei romanzieri la cui fecondità ec. d’invenzione ci fa stupire, hanno per lo più letto gran quantità di romanzi, racconti ec. e quindi la loro immaginazione ha acquistata una facoltà che qualunque ingegno, in parità di circostanze esteriori e indipendenti dalla sua natura, sarebbe capace di acquistare, in grado per lo meno somigliante. (21. Agos. 1821.)

Lo stesso dico degli altri studi indipendenti dalla lettura. Ed è tanto vero che le dette facoltà vengono dall’assuefazione, ch’elle si acquistano, e si perdono coll’interruzione dell’esercizio, e tale che poco fa era dispostissimo a ragionare, oggi non lo è più. E s’egli da’ ragionatori, passa agli scrittori d’immaginazione, la sua mente, mutato abito, [1542] acquista una facoltà d’immaginare ec. ec. ec. Così m’è accaduto mille volte. Bensì, com’è naturale, questi abiti si possono (mediante sempre l’assuefazione) confermare in modo che anche interrotto l’esercizio, non si perdano, benchè s’indeboliscano; o si possano presto ripigliare ec. ec. ec. Questo effetto è generale in tutte le assuefazioni. (21. Agos. 1821.)

Un altr’abito bisogna ancora contrarre e massimamente nella fanciullezza. Quello cioè di applicare le dette assuefazioni alla pratica, quello di metterle a frutto, e di farle servire all’esecuzione di cose proprie. P.e. molti vi sono, che hanno squisito giudizio, moltissima lettura, cognizione ec. Non manca loro altro che il detto abito per essere insigni scrittori: ma stante questa mancanza, metteteli a scrivere, essi non sanno far nulla. Essi non hanno l’abito, e quindi la facoltà dell’applicazione, e dell’esecuzione propria ec. Perciò un uomo il quale (volendo seguitare l’esempio di sopra) abbia letto molti romanzi, e sia d’ottimo giudizio ec. ec. può benissimo non saperne nè scrivere nè concepire, perchè non ha l’abito [1543] dell’applicazione, e del fissare la mente a tirar profitto coll’opera propria da quelle assuefazioni; non ha l’esercizio dello scrivere, nè del pensare a questo fine, nè del mirare a ciò nell’assuefarsi ec. ec. ec. non ha l’abito dell’attendere e del riflettere alle minuzie, ch’è necessario per assuefarsi a porre in opera le altre assuefazioni; non ha l’abito della fatica ec. E perciò molti ancora, anzi i più, leggono anche moltissimo, non solo senza contrarne abilità d’eseguire (ch’è insomma abilità d’imitazione), ma neppur di pensare, e senza guadagnar nulla, nè contrarre quasi verun’abitudine, cioè attitudine. V. p. 1558. (22. Agos. 1821.)

Tutti più o meno (massimamente le persone che hanno coltivato il loro intelletto, e sviluppatene le qualità, e quelle che sono ammaestrate da molta esperienza ec.) concepiscono in vita loro delle idee, delle riflessioni, delle immagini ec. o nuove, o sotto un nuovo aspetto, o tali insomma che bene e convenientemente espresse nella scrittura, potrebbero esser utili o piacevoli, e separar quello scrittore, se non altro, dal numero de’ copisti. Ma perchè gl’ingegni (massime in Italia) non hanno l’abito di fissar fra se stessi, circoscrivere, e chiarificare le loro idee, perciò queste restano per lo più nella loro mente in uno stato incapace di esser consegnate e adoperate nella scrittura; e i più, quando si mettono a scrivere, non trovando niente del loro che faccia al caso, si contentano di copiare, o compilare, o travestire l’altrui; e neppur si ricordano, nè credono, nè [1544] s’immaginano, nè pensano in verun modo a quelle idee proprie che pur hanno, e di cui potrebbero far sì buon uso. Mancano pure dell’abito di saper convenientemente esprimere idee nuove, o in nuova maniera, cioè di applicare per la prima volta la parola e l’espressione conveniente ad un’idea, di fabbricarle una veste adattata alla scrittura; e perciò, quando anche le concepiscano chiaramente, le lasciano da banda, non sapendo darle giorno, e disperando, anzi neppur desiderando di potere, e si rivolgono alle idee altrui che hanno già le loro vesti belle e fatte. Che se essi talvolta si lasciano portare a volere esprimere le dette idee proprie, per la mancanza di abilità acquistata coll’esercizio, lo fanno miserabilmente. Questo esercizio è tanto necessario, che io per l’una parte loderò moltissimo, per l’altra piglierò sempre buonissima speranza di un fanciullo o di un giovane, il quale ponendosi a scrivere e comporre, vada sempre dietro alle idee proprie, e voglia a ogni costo esprimerle, siano pur frivole com’è naturale nei principii della riflessione, e malamente espresse, com’è naturale ne’ principii dello scrivere e dell’applicare [1545] i segni ai pensieri. A me pare ch’io fossi uno di questi. (22 Agos. 1821.)

L’uomo senza la speranza non può assolutamente vivere, come senza amor proprio. La disperazione medesima contiene la speranza, non solo perchè resta sempre nel fondo dell’anima una speranza, un’opinione direttamente o quasi direttamente, ovvero obbliquamente contraria a quella ch’è l’oggetto della disperazione; ma perchè questa medesima nasce ed è mantenuta dalla speranza o di soffrir meno col non isperare nè desiderare più nulla; e forse anche con questo mezzo, di goder qualche cosa; o di esser più libero e sciolto e padrone di se, e disposto ad agire a suo talento, non avendo più nulla da perdere, più sicuro, anzi totalmente (se è possibile e v. la p. 1477.) sicuro in mezzo a qualunque futuro caso della vita ec.; o di qualche altro vantaggio simile; o finalmente, se la disperazione è estrema ed intera cioè su tutta la vita, di vendicarsi della fortuna e di se stesso, di goder della stessa disperazione, della stessa agitazione, vita interiore, sentimenti gagliardi ch’ella suscita ec. Il piacere della disperazione è ben conosciuto, e quando si rinunzi alla speranza e al desiderio di tutti gli altri, non si lascia mai di sperare [1546] e desiderar questo. Insomma la disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse. Infatti la disperazione più debole e meno energica è quella dell’uomo vecchio, lungamente disgraziato, sperimentato ec. che spera veramente meno. La più forte, intera, sensibile, e formidabile, è quella del giovane ardente e inesperto, ch’è pieno di speranze, e che gode perciò sommamente benchè barbaramente della stessa disperazione ec. (22. Agos. 1821.)

Quelli che meno sperano, meno godono della loro disperazione, e meno anche disperano, e conservano più facilmente una speranza benchè languida, pur distinta e visibile in mezzo alla disperazione. Tale è il caso degli uomini lungamente sventurati, e soliti ed assuefatti a soffrire e a disperare. Viceversa dico degli altri. La disperazione poi dell’uomo ordinariamente felice, è spaventevole. (22. Agos. 1821.)

Siccome non v’è infelicità che non possa crescere (p. 1477.), così non v’è uomo tanto perfettamente disperato che sopraggiungendolo [1547] una nuova, impreveduta e grande sciaura non provi nuovo dolore. Anzi bene spesso quando anche sia preveduta, quando anche sia quella medesima per cui si disperava. Dunque la speranza gli restava ancora. E nessuno è mai tanto disperato che, se bene si dia a credere di non esser più suscettibile di maggior dolore, e di star sicuro nella sua piena disperazione, non sia realmente soggetto a sentire l’accrescimento del male. Non v’è infermo così ragionevole e capace di conoscer da se di avere necessariamente a morir del suo male (come sarebbe un medico ec.), che al ricever l’avviso di dover morire non si turbi fuor di modo. Dunque sperava ancora di non morire. Questa osservazione è del Buffon. E come non v’è tanto gran male che non possa esser maggiore, così non v’è disperazione umana che non possa crescere. Dunqu’ella non è mai perfetta per grande ch’ella sia, dunque non esclude mai pienamente la speranza. (22. Agos. 1821)

Osservate quell’uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d’ogni illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credete voi ch’egli pensi? pensa che la sua morte sarà o compianta, o ammirata, o desterà spavento, o farà conoscere il suo coraggio, a’ parenti, agli amici, a’ conoscenti, a’ cittadini; che si discorrerà di lui, se non altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno almeno di un grado sul di lui [1548] conto; che la sua morte farà detestare i suoi nemici, l’amante infedele ec. o li deluderà ec. ec. Credete voi ch’egli non tema? egli teme, (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto. Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze e questi timori, più o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in qualche modo. E s’egli è mai vissuto nella società ec. morendo anche nel deserto, e quivi anche di sua mano, spera (sia pur lontanissimamente) che la sua morte quando che sia verrà conosciuta ec. V. p. 1551. Tanto è lungi dal vero che la speranza o il desiderio possano mai abbandonare un essere che non esiste se non per amarsi, e proccurare il suo bene, e se non quanto si ama. (22. Agos. 1821.)

Alla p. 1449. Vero è per altro che nè l’immaginazione de’ vecchi sarà mai così feconda nè forte ec. come quella de’ giovani, nè quella de’ moderni, come quella degli antichi, nè la comandata come la spontanea. E quindi la poesia de’ moderni cederà sempre all’antica quanto all’immaginazione. E si può ben comandare a questa, e renderla a viva forza anche più feconda e più gagliarda dell’antica, ma non si riuscirà mai in questo modo a dare a’ suoi parti quella bellezza, quella grazia, quella vita che [1549] non ponno avere se non le sue produzioni spontanee. Saranno anche più energici, e non per tanto meno vivi, e men belli, anzi tanto meno quanto più energici, derivando quest’energia dalla forzatura, e dalla tortura a cui si mette la fantasia, per cavarne cose che facciano grand’effetto, e spirino originalità ec. Tali sono ordinariamente i parti delle fantasie settentrionali, parti la cui straordinaria forza non è vitale, ma come quella che si acquista coll’acqua vite, e benchè più forti assai delle invenzioni greche, sono ben lungi dall’averla vita, e la sana complessione di queste.

Bisogna però convenire che l’uomo moderno, così tosto com’è pienamente disingannato, non solo può meglio comandare all’immaginazione che al sentimento, il che avviene in ogni caso, ma anche è meglio atto a immaginare che a sentire. Quando gli uomini sono ben conosciuti, non è più possibile sentir niente per loro; ogni moto del cuore è languido, e oltracciò s’estingue appena nato. L’affetto è incompatibile colla conoscenza della malvagità dell’uomo, e della nullità [1550] delle cose umane. L’uomo disingannato non ha più cuore, perchè i sentimenti ancorchè destati da tutt’altro, hanno sempre relazione o vicina o lontana co’ nostri simili. E come può l’uomo riscaldarsi per cose di cui conosce o la perversità o la total vanità? Sparito dagli occhi umani quel mondo umano, dove solo si poteva esercitare il suo cuore; sparita l’idea della virtù, dell’eroismo ec. ec. ec. il sentimento è distrutto. L’odio o la noia non sono affetti fecondi; poca eloquenza somministrano, e poco o niente poetica. Ma la natura, e le cose inanimate sono sempre le stesse. Non parlano all’uomo come prima: la scienza e l’esperienza coprono la loro voce: ma pur nella solitudine, in mezzo alle delizie della campagna, l’uomo stanco del mondo, dopo un certo tempo, può tornare in relazione con loro benchè assai meno stretta e costante e sicura; può tornare in qualche modo fanciullo, e rientrare in amicizia con esseri che non l’hanno offeso, che non hanno altra colpa se non di essere stati esaminati, e sviscerati troppo minutamente, e che anche secondo la scienza, hanno pur delle intenzioni e de’ fini benefici verso lui. Ecco un certo [1551] risorgimento dell’immaginazione, che nasce dal dimenticare che l’uomo fa le piccolezze della natura, conosciute da lui colla scienza; laddove le piccolezze, e le malvagità degli uomini, cioè de’ suoi simili, non è quasi possibile che le dimentichi. Egli stesso assai mutato da quel di prima, e conosciuto da lui assai più intimamente di prima, egli stesso da cui non si può nè allontanare nè separare, servirebbe a richiamargli l’idea della miseria, della vanità, della tristizia umana. In questo stato l’uomo moderno è più atto ad imitare Omero che Virgilio. (23. Agos. 1821.). V. p. 1556. fine.

Alla p. 1548. marg. Quindi la cura che i suicidi soglion prendere di lasciar qualche notizia, qualche cenno della loro morte, e del modo di essa; com’ella fu veramente volontaria, non derivò da pazzia, nè da malattia, nè da violenza altrui. Molti si stendono anche a descriverne tutte le cagioni, e le circostanze e spendono molto tempo a trattenersi, ad informare, a cattivarsi insomma quel mondo, che nel medesimo punto sono per lasciare, abbominandolo, disprezzandolo, e disperando di nulla ottenerne. [1552] Che se altri tralasciano tutto ciò, non lo fanno che per riscuotere maggiore ammirazione o dagli altri, o certo da se stessi. (23. Agosto 1821.)

Certe voci false negli uomini piacciono moltissimo alle donne. Così forse anche viceversa, sebbene noi siamo meglio informati e avvertiti intorno a ciò che accade alle donne rispetto a noi, che a noi rispetto alle donne. Del resto il detto effetto appartiene alla grazia derivante dallo straordinario e dallo stesso difettoso. (23. Agos. 1821.)

Montesquieu Essai sur le goût ha alcuni pensieri sulla grazia, analoghi a quelli ne’ quali ho spiegato com’ella derivi dall’irregolare che benchè sconveniente, non arriva a distruggere la convenienza. (23. Agosto. 1828.)

L’indebolimento della memoria, non è scancellamento d’immagini o d’impressioni ec. ma inabilitamento degli organi, ad eseguire le solite operazioni a cui sono assuefatti, tanto generali che particolari, e a contrarre [1553] nuove assuefazioni particolari, cioè nuove reminiscenze. (23. Agos. 1821.)

Si vedono persone di montagna venute nelle grandi città, contrarre brevemente le maniere civili e graziose, ed altre nate in paesi assai meno rozzi, viver lungamente nelle grandi città, e tornare in patria colle stesse maniere di prima. Ecco le differenze de’ talenti; maggiore o minor facilità d’assuefarsi e dissuefarsi. Io spererò sempre bene di quel fanciullo, che dimostri nelle minime cose questa facilità, che sia singolarmente portato all’imitazione, che facilmente e presto contragga le maniere, la pronunzia ec. ec. e gli stessi difetti di coloro con cui vive, e presto se ne divezzi, e le perda secondo la novità delle circostanze ec. ec. che trasportato in un nuovo paese o in un nuovo circolo, ne pigli subito le virtù o i vizi. Dico finattanto che nel fanciullo non si può pretendere il discernimento: il quale deriva da una lunga e varia serie di assuefazioni. (23. Agosto. 1821.)

Tutti dicono che l’uomo è un animale imitativo, ch’egli è singolarmente portato [1554] all’imitazione, influito dall’esempio ec. Che altro è questo se non dire ch’egli dipende in tutto dall’assuefazione; che non apprende se non perchè si avvezza, e non ha fra tutti gli animali somma facoltà di apprendere, se non perchè ha fra tutti somma facoltà di avvezzarsi, come somma inclinazione e disposizione a imitare; che quasi tutte le sue facoltà e qualità sono acquisite ec. ec.? (23. Agos. 1821.)

Non solo, come ho spiegato altrove si fa male quello che si fa con troppa cura, ma se la cura è veramente estrema, non si può assolutamente fare, e per giungere a fare bisogna rimettere alquanto della cura, e della intenzione di farlo. (24. Agos. 1821.)

In questo presente stato di cose, non abbiamo gran mali, è vero, ma nessun bene; e questa mancanza è un male grandissimo, continuo, intollerabile, che rende penosa tutta quanta la vita, laddove i mali parziali, ne affliggono solamente una parte. L’amor proprio, e quindi il desiderio ardentissimo della felicità, perpetuo ed essenzial compagno della vita [1555] umana, se non è calmato da verun piacere vivo, affligge la nostra esistenza crudelmente, quando anche non v’abbiano altri mali. E i mali son meno dannosi alla felicità che la noia ec. anzi talvolta utili alla stessa felicità. L’indifferenza non è lo stato dell’uomo; è contrario dirittamente alla sua natura, e quindi alla sua felicità. V. la mia teoria del piacere, applicandola a queste osservazioni, che dimostrano la superiorità del mondo antico sul moderno, in ordine alla felicità, come pure dell’età fanciullesca o giovanile sulla matura. (24. Agos. 1821.)

Consideriamo la natura. Qual è quell’età che la natura ha ordinato nell’uomo alla maggior felicità di cui egli è capace? Forse la vecchiezza? cioè quando le facoltà dell’uomo decadono visibilmente; quando egli si appassisce, indebolisce, deperisce? Questa sarebbe una contraddizione, che la felicità, cioè la perfezione dell’essere, dovesse naturalmente trovarsi nel tempo della decadenza e quasi corruzione di detto essere. Dunque la gioventù, cioè il fior dell’età, quando le facoltà dell’uomo sono in pieno vigore ec. ec. [1556] Quella è l’epoca della perfezione e quindi della possibile felicità sì dell’uomo che delle altre cose. Ora la gioventù è l’evidente immagine del tempo antico, la vecchiezza del moderno. Il giovane e l’antico presentano grandi mali, congiunti a grandi beni, passioni vive, attività, entusiasmo, follie non poche, movimento, vita d’ogni sorta. Se dunque la gioventù è visibilmente l’età destinata dalla natura alla maggior felicità, l’ἀχμή della vita, e per conseguenza della felicità ec. ec. se il nostro intimo senso ce ne convince (che nessun vecchio non desidera di esser giovane, e nessun giovane vorrebbe esser vecchio); se la considerazione del sistema e delle armonie della natura ce lo dimostra a primissima vista; dunque l’antico tempo era più felice del moderno; dunque che cosa è la sognata perfettibilità dell’uomo? dunque ec. ec. Quest’osservazione si può stendere a larghissime conseguenze. (24. Agos. 1821.)

Alla p. 1551. Tanto la facoltà d’immaginare quanto di sentire sono abiti. Or quell’abito si racquista meglio di questo.

[1557] L’immaginazione, eccetto ne’ fanciulli, non ha, e non abbisogna di fondamento nella persuasione. Omero non credeva certo a quello ch’egli immaginava. La scienza può dunque sommamente indebolire l’immaginazione; pur non è incompatibile seco lei. Per l’opposto, il sentimento se non è fondato sulla persuasione è nullo. Quell’uomo che non crede più alla virtù; che sa com’ella è dannosa, e del resto non si trova in nessuno; che ha perduto l’idea della grandezza degli animi e delle cose e delle azioni, vedendo come tutte queste e tutti quelli son piccoli; che ha conosciuto come l’entusiasmo, l’eroismo, l’amore non hanno verun soggetto reale; che gli uomini e le cose sono indegnissime di destare in lui questi affetti ec. ec. un tal uomo come può far uso del suo cuore, come può provar più verun sentimento forte e durevole; egli che sotto le più belle apparenze, discopre sempre chiaramente o fortemente sospetta, l’inganno, l’astuzia, la malvagità, i secondi fini, la vanità, la viltà, la nullità, la freddezza? (24. Agos. 1821.)

[1558] Alla p. 1543. marg. La quale attitudine è sì dipendente dall’abito e dall’esercizio ec. che intermettendolo, i più grandi ingegni illanguidiscono, o perdono talvolta affatto la detta attitudine, sia particolarmente, cioè riguardo a un dato genere di scrittura o di lavoro, sia generalmente, cioè riguardo a tutti i generi. Benchè sia loro meno difficile il ricuperarlo, che altrui l’acquistarlo, com’è naturale, per effetto dell’abito passato. (24. Agos. 1821.)

Discorre il Monti (Proposta ec. vol.1. p.227.) della separazione da farsi della natura bruta dalla coltivata. Vedilo. Egli antepone, come si può ben credere, questa a quella. È verissimo. L’arte emenda, abbellisce, ec. ec. non poche volte la natura. La natura non tocca dall’arte, spessissimo è intollerabile, dannosa, schifosa (come dice il Monti). Ma come tutto ciò? forse assolutamente? non già; ma relativamente all’uomo. Or tutto ciò che vuol dire? che la natura ha errato? ch’ell’è imperfetta nelle sue opere? Così la pensano coloro a’ quali par molto più assurdo che l’uomo non faccia tutto bene, di quello che la natura abbia [1559] fatto ogni cosa male, e sbagliato a ogni tratto, e vada sempre mendicando l’opera e il soccorso delle sue proprie creature. Ma io dico. Quelle cose che senza un’infinita arte dell’uomo, non gli giovano, non gli piacciono, o gli nocciono, o fanno nausea ec. non erano e non son fatte per l’uomo. Il mondo non è tutto fatto per l’uomo. Quelle cose che eran fatte per lui, o dovevano aver relazione con lui, ed avercela in quel tal modo, la natura le ha ordinate con tutta la possibile perfezione al suo bene. Così ha fatto per tutte le altre cose, il cui bene non sempre si accorda con quello dell’uomo.

Ma poichè l’uomo, mediante ciò che si chiama perfezionamento, e io chiamo corruzione, s’è posto in relazione con tutto il mondo, s’è proccurata un’infinità di bisogni ec. ec. ha dovuto con infinite difficoltà ridurre tutte le cose a uno stato idoneo al suo servizio; e le stesse cose che la natura avea destinate al suo uso, non essendo più buone a servirlo nel suo nuovo stato, ha dovuto, parte abbandonarle, parte ridurle a una condizione diversissima ed anche opposta alla naturale. [1560] Che vuol dir questo? non che la natura è imperfetta, ma che l’uomo non è qual doveva. Se l’arte è necessaria alla natura rispetto all’uomo, e non un’arte, dirò così, naturale, come n’adoprano proporzionatamente anche i bruti, ma un’arte difficilissima, infinita, complicatissima, lontanissima dalla natura; ciò non vuol dire che la natura per se stessa abbisogna dell’arte, ma che l’uomo è ridotto in tale stato che non gli basta più la natura di gran lunga; e ciò prova che questo stato non gli conviene. L’uomo alterandosi, ha trovato la natura imperfetta per lui. Ciò vuol dire ch’egli non s’è dunque perfezionato, ma corrotto; ciò vuol dire che egli non corrisponde più al sistema delle cose, e per conseguenza ch’egli è in uno stato vizioso. L’imperfezione dell’uomo, che non ha niente d’assurdo, perchè vien da lui, noi l’ascriviamo alla natura, il che è assurdissimo in sì perfetta maestra, e poi in quella che è la sola norma e ragione del perchè una cosa sia perfetta o no; giacchè fuor di lei, e della sua libera disposizione, non esiste altra ragione di perfezione o [1561] imperfezione. Dopo che l’uomo s’è cambiato, ha dovuto cambiar la natura. Ciò prova ch’egli non doveva cambiarsi. Se la sua nuova condizione fosse stata voluta e ordinata dalla natura, ella avrebbe disposte e ordinate le altre cose in modo che corrispondessero e servissero perfettamente a questa nuova condizione. E non dopo il cambiamento, ma prima di esso, l’uomo si sarebbe trovato in opposizione colla natura, (come oggi si trova tutto giorno) se il cambiamento fosse stato primordialmente ed essenzialmente ordinato dalla natura, cioè dalla ragion delle cose. Tutti gli esseri nel loro stato relativo di perfezione, trovano la natura perfettamente corrispondente ai loro fini, al loro bene, ec. e si trovano in perfetta armonia con tutte le cose che hanno relazione naturale ed essenziale (non accidentale) con loro. Solamente l’uomo in quello stato ch’egli chiama di perfezione, trova la natura renitente, ripugnante, mal disposta a’ suoi vantaggi, a’ suoi piaceri, a’ suoi desiderii, a’ suoi fini, e gli conviene rifabbricarla. Quanto più egli s’avanza [1562] verso la sognata perfezione del suo essere tanto meno si trova in armonia colle cose quali elle sono, e gli conviene, raddoppiando proporzionatamente l’arte, e vincendo sempre maggiori difficoltà, cambiar le cose, e farle essere diversamente. Quanto più l’uomo è perfetto, cioè in armonia col sistema delle cose esistenti, e di se stesso, tanto più gli è difficile e faticoso il vivere, e l’esser felice. Che strana assurdità sarebbe questa nella natura? che strana contraddizione con tutte le altre anche menome parti del suo sistema?

Se dunque l’arte è necessaria oggi all’uomo, e se la natura bruta gli è incompatibile, ciò vuol dire ch’egli non è qual dovrebbe, e che il suo vero stato di perfezione è il primitivo, come quello di tutte le altre cose. Lungi pertanto dall’esser questo un argomento contro il mio sistema, combatte fortemente per lui. (25. Agosto, dì di S. Bartolomeo, 1821.). V. p. 1699. capoverso 2.

Alla p. 1527. Similmente gli spagnuoli hanno perduto il latino furari, ma hanno un suo continuativo ignoto nella buona latinità, cioè hurtar (che anticamente dicevasi furtar) [1563] contratto da furatare, o furitare. Furtare si trova in alcune scritture latine-barbare Portoghesi presso il Du-Cange. (25. Agos. 1821.). V. p. 2244. fine.

La virtù, l’eroismo, la grandezza d’animo non può trovarsi in grado eminente, splendido e capace di giovare al pubblico, se non che in uno stato popolare, o dove la nazione è partecipe del potere. Ecco com’io la discorro. Tutto al mondo è amor proprio. Non è mai nè forte, nè grande, nè costante, nè ordinaria in un popolo la virtù, s’ella non giova per se medesima a colui che la pratica. Ora i principali vantaggi che l’uomo può desiderare e ottenere, si ottengon mediante i potenti, cioè quelli che hanno in mano il bene e il male, le sostanze, gli onori, e tutto ciò che spetta alla nazione. Quindi il piacere, il cattivarsi in qualunque modo, o da vicino o da lontano, i potenti, è lo scopo più o meno degl’individui di ciascuna nazione generalmente parlando. Ed è cosa già mille volte osservata che i potenti imprimono il loro carattere, le loro inclinazioni ec. alle nazioni loro soggette. [1564] Perchè dunque la virtù, l’eroismo, la magnanimità ec. siano praticate generalmente e in grado considerabile da una nazione, bisognando che questo le sia utile, e l’utilità non derivando principalmente che dal potere, bisogna che tutto ciò sia amato ec. da coloro che hanno in mano il potere, e sia quindi un mezzo di far fortuna presso loro, che è quanto dire far fortuna nel mondo.

Ora l’individuo, massime l’individuo potente, non è mai virtuoso. Parlo sì del principe, come de’ suoi ministri, i quali in un governo dispotico, necessariamente son despoti, gravitano sopra i loro subalterni, e questi sopra i loro ec. essendo questa una conseguenza universale e immancabile del governo dispotico di un solo; cioè che il governo sia composto di tanti despoti, non potendo il dispotismo essere esercitato dal solo monarca; e che l’autorità di ciascuno de’ suoi ministri, mediati o immediati, sia temuta con una specie di spavento, adorata ec. da’ subalterni ec. (come si può vedere nel governo passato di Spagna) ed influisca quindi [1565] sommamente sulla nazione, e determini il suo carattere, essendo dispotica (benchè dipendente) padrona del suo bene e del suo male.

L’individuo, dico, o gl’individui potenti, (siccome gli altri) non sono nè possono essere virtuosi, se non a caso, cioè o quando la virtù giovi loro, (cosa rara, perchè a chi ha in mano le cose altrui giova il servirsene, e non l’astenersene ec. ec. ec.) o quando una straordinaria qualità di carattere, di educazione ec. ve li porti, del che vedete quanto sieno frequenti gli esempi nelle storie, massimamente moderne.

L’individuo non è virtuoso, la moltitudine sì, e sempre, per le ragioni e nel senso che ho sviluppato altrove. Quindi in uno stato dove il potere o parte di esso sta in mano della nazione, la virtù ec. giova, perchè la nazione (che tiene il potere) l’ama; e perchè giova, perciò è praticata più o meno, secondo le circostanze, ma sempre assai più e più generalmente che nello stato dispotico. La virtù è utile al pubblico necessariamente. Dunque il pubblico è necessariamente virtuoso o inclinato alla virtù, perchè necessariamente ama se stesso e quindi la propria utilità. Ma la virtù non è sempre utile all’individuo. Dunque l’individuo non è sempre virtuoso, nè necessariamente. Oltre ch’è ben più facile e ordinario ingannarsi un individuo sulle sue vere utilità, che non la moltitudine. Ma in ogni modo l’individuo cerca il suo proprio bene, il pubblico cerca il suo (vero o falso, con mezzi acconci o sconci): questa è virtù sempre e in qualunque caso, quello egoismo e vizio. Parlo principalmente delle virtù pubbliche, cioè di quelle virtù grandi, [1566] i cui effetti, o i cui esempi si stendono largamente, in qualunque modo avvenga. Ma non intendo di escludere neppure le virtù private e domestiche, alle quali quanto sia favorevole (massime alle virtù forti e generose) lo stato popolare, e sfavorevole il dispotico, lo dicano per me le storie antiche e moderne; lo dica fra le altre la storia della Francia monarchica, e della Francia repubblicana, lo dica l’Inghilterra ec.

Quando l’utile non è se non ciò che piace agl’individui, e questi non sono, e quasi non possono esser virtuosi, o lo sono momentaneamente, o questo sì e quello no, e cento altri no; quando l’utilità insomma delle virtù dipende dal carattere, dalle inclinazioni, dalle voglie, dai disegni degl’individui, e per conseguenza la virtù, quando anche giovi talvolta, non giova costantemente ed essenzialmente, ma per circostanze accidentali, non è possibile che quella tal nazione sia abitualmente e generalmente virtuosa, e che gl’individui di lei si allevino in quella virtù che da un momento all’altro può divenir loro non solo inutile, ma anche dannosissima. La virtù allora [1567] non sussistendo che nelle apparenze, quando queste bisognino, non è virtù, ma calcolo, finzione, e quindi vizio. E bisogna ch’ella sia sempre finta nei sudditi, perch’essi, quando anche giovi oggi, non possono sapere se gioverà domani, dipendendo la sua utilità non dalla sua natura, nè da circostanze essenziali, e stabilmente fondate nella loro ragione, ma dall’essere amata o non amata da individui, che per lo più non l’amano, e che se non altro, oggi possono amarla e domani no, amarla questo, e odiarla quello, o il suo successore. ec. ec.

Oltracciò quelle qualità che si esercitano per piacere ad una società molto estesa, come dire alla nazione, sono quasi inseparabili (quando anche fossero finte, nel qual caso non giovano costantemente) da una certa grandezza d’animo; e contribuisce questa circostanza a render gli uomini virtuosi ec. e veramente virtuosi. Anche lo stesso far corte a una nazione per ottenerne il favore, ingrandisce l’animo, ed è compatibile colla virtù. Il soggettarsi alla nazione è piuttosto grandezza che bassezza. Dove che il far corte all’individuo per cattivarsene la grazia, il soggettarsi ad un uomo uguale a voi, e nel quale non vedete nessuna buona e sublime ragione di predominio, nessuna [1568] bella illusione che nobiliti il vostro abbassamento (come accade riguardo alla nazione, la cui moltitudine pone quasi lo spettatore in una certa distanza, e la distanza dà pregio alle cose; alla nazione dove sempre si suppongono grandi e buone qualità in massa); tutto questo, dico, impiccolisce, avvilisce, abbassa, umilia l’animo, e gli fa ben sentire il suo degradamento, laonde è incompatibile colla virtù; perchè chi ha forza di far questo, ha perduto la stima di se stesso, fonte, guardia, e nutrice della virtù; e chi ha perduto la stima di se, e consentito a perderla, e non se ne pente, nè cerca ricuperarla ec. o chi non l’ha mai posseduta nè curata, non può assolutamente essere virtuoso. (26. Agosto 1821.)

Quello che ho detto altrove del sozzo e del polito, si può parimente dire dello schifoso ec. ec. E si può aggiungere che non solo nelle diverse specie d’animali, ma in una stessa specie, in uno stesso individuo, massimamente umano, l’idea del sozzo o del netto varia in maniera, secondo le assuefazioni ec. che non si può ridurre a veruna forma concreta universale. (27. Agosto 1821.)

La massima conformabilità dell’uomo rispetto a tutte le altre creature note, fa che si [1569] trovino assai maggiori e più numerose differenze fra gl’individui umani, e fra le successive condizioni di uno stesso individuo, che in qualunque altra specie di esseri. (27. Agosto 1821.)

Le maravigliose facoltà che acquistano i sordi, i ciechi ec. o nati o divenuti, sono un’altra gran prova del quanto le nostre facoltà e quelle de’ viventi derivino dalle circostanze e dall’assuefazione; e del quanto sia sviluppabile, modificabile, duttile, pieghevole, conformabile la natura umana. (27. Agosto 1821)

Ma ben altro è la conformabilità, che la perfettibilità. Cosa generalmente non intesa dai filosofi, i quali credono di aver provato che l’uomo è perfettibile, quando hanno provato ch’è conformabile. Il che anzi dimostrerebbe l’opposto, cioè che le varie qualità e facoltà non primitive che si sviluppano nell’uomo mediante la coltura, ec. ec. non sono ordinate dalla natura, ma accidentali, e figlie delle circostanze, come le malattie che modificano viziosamente i nostri organi ec. ec. (27. Agosto 1821.)

[1570] La nostra civiltà, che noi chiamiamo perfezione essenzialmente dovuta all’uomo, è manifestamente accidentale, sì nel modo con cui s’è conseguita, sì nella sua qualità. Quanto al modo, l’ho già mostrato altrove. Quanto alla qualità, essendo l’uomo diversissimamente conformabile, e potendo modificarsi in milioni di guise dopo che s’è allontanato dalla condizione primitiva, egli non è tale qual è oggi, se non a caso, e in diverso caso, poteva esser diversissimo. E questo genere di pretesa perfezione a cui siam giunti o vicini, è una delle diecimila diversissime condizioni a cui potevamo ridurci, e che avremmo pur chiamate perfezioni. Consideriamo le storie, e le fonti del nostro stato presente, e vediamo quale infinita combinazione di cause e circostanze differentissime ci abbia voluto a divenir quali siamo. La mancanza delle quali cause o combinazioni ec. in altre parti del globo, fa che gli uomini o restino senza civiltà, e poco lontani dallo stato primitivo, o siano civili (cioè perfetti) in diversissimo modo, come i Chinesi. Dunque è manifesto che la nostra civiltà, che si crede essenzialmente appartenerci, non è stata [1571] opera della natura, non conseguenza necessaria e primordialmente preveduta delle disposizioni da lei prese circa la specie umana (e tale dovrebb’essere, s’ella fosse perfezione), ma del caso. In maniera che, per così dire, neppur la natura formando l’uomo, poteva indovinare, non dico ciò che fosse per divenire, ma come potesse e dovesse divenir perfetto, e in che cosa consistesse la sua perfezione, ch’è pur lo scopo e l’integrità di quell’esistenza ch’ella stessa gli dava e formava. Non sapeva dunque che cosa ella si formasse, giacchè gli esseri e le cose tutte non vanno considerate, nè si può giudicar di loro, e della loro qualità ec. se non se nello stato di perfezione. Or com’è possibile che la natura la quale ha fatto ogni cosa perfetta, (nè poteva altrimenti) non abbia nè assegnato verun genere di perfezione alla sua principal creatura, nè disposto le cose in modo che l’uomo dovesse necessariamente conseguire questa perfezione, cioè la pienezza e il vero modo del suo essere? e che gli abbia detto; la perfezione, cioè l’esistenza intera, l’esistenza che ti conviene, il modo in cui devi essere, la forma e la natura tua propria, te la darà [1572] il caso, come, e quando, e se vorrà, e quanto vorrà, cioè in quel grado e in quei luoghi che vorrà, e quale vorrà? (27 Agos. 1821.)

Che immensa opera è la civilizzazione! quanto difficile; quanto ne sono lontani da che mondo è mondo la maggior parte degli uomini! che risultato d’infinite combinazioni accidentali! La perfezione essenziale alle cose, doveva essere assegnata dalla natura in questo modo alla principal cosa del nostro sistema, cioè all’uomo? (27. Agos. 1821.)

Chi maneggia d’intorno a se un rasoio, o altro ferro o cosa che possa offendere, e teme di offendersi, è in pericolo grande di farlo: perchè? perchè pone troppa cura e intenzion d’animo ad evitarlo; e ciò glielo rende difficile. (27. Agosto. 1821.)

Quanto l’uomo sia invincibilmente inclinato a misurar gli altri da se stesso, si può vedere anche nelle persone le più pratiche del mondo. Le quali se, p.e. sono fortemente morali, per quanto conoscano, e sentano e vedano, non si persuaderanno mai intimamente che la moralità non esista più, e [1573] sia del tutto esclusa dai motivi determinanti l’animo umano. Lo dirà ancora, lo sosterrà, in qualche accesso di misantropia arriverà a crederlo, ma come si crede momentaneamente a una viva e conosciuta illusione, e non se ne persuaderà mai nel fondo dell’intelletto. (Lascio i giovani i quali essendo ordinariamente virtuosi, non si convincono mai prima dell’esperienza, che la virtù sia nemmeno rara.) Così viceversa ec. ec. ec. Esempio, mio padre. (27. Agosto. 1821.)

Dice Cicerone (il luogo lo cita, se ben mi ricordo, il Mai, prefazione alla versione d’Isocrate, de Permutatione) che gli uomini di gusto nell’eloquenza non si appagano mai pienamente nè delle loro opere nè delle altrui, e che la mente loro semper divinum aliquid atque infinitum desiderat, a cui le forze dell’eloquenza non arrivano. Questo detto è notabilissimo riguardo all’arte, alla critica, al gusto.

Ma ora lo considero in quanto ha relazione a quel perpetuo desiderio e scontentezza che lasciano, siccome tutti i piaceri, [1574] così quelli che derivano dalla lettura, e da qualunque genere di studio; ed in quanto si può riferire a quella inclinazione e spasimo dell’uomo verso l’infinito, che gli antichi, anche filosofi, poche volte e confusamente esprimono, perchè le loro sensazioni essendo tanto più vaste e più forti, le loro idee tanto meno limitate e definite dalla scienza, la loro vita tanto più vitale ed attiva, e quindi tanto maggiori le distrazioni de’ desiderii, che la detta inclinazione e desiderio non potevano sentirlo in un modo così chiaro e definito come noi lo sentiamo.

Osservo però che non solo gli studi soddisfanno più di qualunque altro piacere, e ne dura più il gusto, e l’appetito ec. ma che fra tutte le letture, quella che meno lascia l’animo desideroso del piacere, è la lettura della vera poesia. La quale destando mozioni vivissime, e riempiendo l’animo d’idee vaghe e indefinite e vastissime e sublimissime e mal chiare ec. lo riempie quanto più si possa a questo mondo. Così che Cicerone [1575] non avrebbe forse potuto dire della poesia ciò che disse dell’eloquenza. Ben è vero che questa è proprietà del genere, e non del poeta individualmente, e non deriva dall’arte sua, ma dalla materia che tratta. Certo è che un poeta con assai meno arte ed abilità di un eloquente, può lasciare un assai minor vôto nell’animo, di quello che possa il più grande oratore; e produr ne’ lettori quel sentimento che Cicerone esprime, in assai minor grado. (27. Agos. 1821.)

L’ingenuità p.e. di un fanciullo riuscirebbe graziosa anche all’uomo naturale, perch’essa gli riuscirebbe non ordinaria, essendo sempre alquanto diversa dal suo proprio costume e degli altri suoi coetanei, co’ quali più che con gli altri si convive, e da’ quali più che dagli altri l’uomo piglia e forma l’idea dell’uomo. (27. Agosto. 1821.)

Tanto è vero esser la grazia del tutto relativa, che gli uomini svogliati e blasés dal lungo uso de’ piaceri ec. hanno bisogno di un forte straordinario per provare il senso della grazia, tanto che quello straordinario che ad essi par grazioso, ad altri par difettoso, e produce il senso e il giudizio della [1576] sconvenienza. Come quei palati che hanno bisogno dei ragoûts e delle salse ad esser solleticati. Questo effetto è comunissimo oggidì, stante la natura della nostra civiltà, massime riguardo alle donne negli uomini, e viceversa. Quel naso retroussé che fa miracoli presso Marmontel, gli fa in Solimano, annoiato, com’è naturale a un Sultano, dall’eccesso de’ piaceri ec. E forse la massima parte delle cose che oggi si hanno per graziose, e lo sono, non debbono questa qualità che alla svogliatura di questo secolo, o di questa o quella nazione. Il numero di queste grazie derivanti da sola svogliatura è infinito, e comunissimo nella nostra vita. E si può prevedere che crescerà di mano in mano, e che oltracciò diverranno grazie molte qualità delle cose, che ora si hanno per difetti, anche gravi, e che producono un vivo senso e giudizio di sconvenienza. (27. Agosto 1821.)

Quanto sia vero che la bellezza delle fisonomie dipende dalla loro significazione, osservate. L’occhio è la parte più espressiva del volto e della persona; l’animo si dipinge sempre nell’occhio; una persona d’animo grande ec. ec. [1577] non può mai avere occhi insignificanti; quando anche gli occhi non esprimessero nulla, o fossero poco vivi in qualche persona, se l’animo di costei si coltiva, acquista una certa vita, divien furbo e attivo, ec. ec. l’occhio parimente acquista significazione, e viceversa accade nelle persone d’occhio naturalmente espressivo, ma d’animo torpido ec. per difetto di coltura ec. ec.; nei diversi momenti della vita, secondo le passioni ec. che ci commuovono, l’occhio assume diverse forme, si fa più o men bello ec. ec. Ora l’occhio ch’è la parte più significativa della forma umana, è anche la parte principale della bellezza. (Questo si può dimostrare con molte considerazioni.) Un paio d’occhi vivi ed esprimenti penetrano fino all’anima, e destano un sentimento che non si può esprimere. Questo si chiama effetto della bellezza, e questa si crede dunque assoluta; ma non v’ha niente che fare; egli è effetto della significazione, cosa indipendente dalla sfera del bello, e la bellezza principale dell’occhio, non appartenendo alla convenienza, non entra in quello che il filosofo considera come bello.

[1578] Dipingete un viso senz’occhi, voi non sapete ancora s’egli è bello o brutto, e non vi formate un’idea sufficiente di quella fisonomia (fosse anche un ritratto somigliantissimo). Aggiungeteveli, e quella fisonomia vi par tutt’altra da quella di prima ec. ec. Quest’osservazione si può molto amplificare e distinguere in molte parti.

Un viso irregolare con un bell’occhio par bello, con occhio insignificante, si troverà regolare ma non bello. Dunque quello che noi chiamiamo bello nell’umana fisonomia, ch’è singolarmente proprio della bellezza di essa, quell’effetto particolare ch’essa produce, e che non è prodotto da verun’altra regolarità, quell’effetto che si potrebbe considerare come assoluto, non appartiene al bello (oltre che anch’esso varia secondo gl’individui ec.), ma alla significazione, e deriva da una cagione simile a quella per cui si giudicano universalmente belle le donne βαϑύχολποι.

Parecchie fisonomie di animali somigliano all’umana. Osservate e vedrete che questa somiglianza siede principalmente nell’occhio. E generalmente parlando l’occhio di ciascun animale [1579] determina la sua fisonomia, e l’impressione ch’ella ci fa. Un animale senz’occhi, o i cui occhi non si vedano, o sien fatti diversamente dai nostri (come quelli delle lumache), tali animali non hanno fisonomia per noi; talora neppur ci paiono appartenenti al nostro genere, cioè al regno animale. E lo ci parrebbero se avessero occhi simili ai nostri, quando anche tutto il resto della loro forma differisse affatto dalle forme generalmente comuni agli animali. L’occhio insomma sembra essere il costituente di ciò che si chiama fisonomia, e quasi anche (almeno nella nostra idea) di tutto l’aspetto dell’animale.

L’altezza della fronte è indizio di talento, d’anima nobile, suscettibile, capace ec. V. Lavater. E l’altezza della fronte è bellezza e piace; e viceversa la bassezza.

Il volto è la parte più significativa dell’uomo. E il volto è la parte principale della bellezza umana, come ho sviluppato altrove. (28. Agos. 1821.)

Per un esempio e in conferma di quanto ho detto altrove, che l’eleganza, la grazia ec. dello scrivere antico, la semplicità de’ concetti e de’ modi, la purità ec. della lingua, sono o in tutto o in parte piaceri artifiziali, dipendenti dall’assuefazione e dall’opinione, relativi ec. e fanno maggior effetto in noi, e ci piacciono più che agli stessi antichi, a quegli stessi scrittori che ci recano oggidì tali piaceri ec. ec. si può addurre il Petrarca, [1580] e il disprezzo in che egli teneva i suoi scritti volgari, apprezzando i latini che più non si curano. Egli certo non sentiva in quella lingua illetterata e spregiata ch’egli maneggiava, in quello stile ch’egli formava, la bellezza, il pregio e il piacere di quell’eleganza, di quella grazia, naturalezza, semplicità, nobiltà, forza, purità che noi vi sentiamo a prima giunta. Egli non si credeva nè puro (in una lingua tutta impura e barbara come giudicavasi la italiana, corruzione della latina) nè nobile, nè elegante ec. ec. L’opinione, l’assuefazione ec. o piuttosto la mancanza di esse glielo impedivano. (28. Agos. 1821)

Dalla mia teoria del piacere si conosce per qual ragione si provi diletto in questa vita, quando senza aspettarne nè desiderarne vivamente nessuno, l’animo riposato e indifferente, si getta, per così dire, alla ventura in mezzo alle cose, agli avvenimenti, e agli stessi divertimenti ec. Questo stato non curante de’ piaceri nè de’ dolori, è forse uno de’ maggiori piaceri, non solo per altre cagioni, ma per se stesso.

[1581] Parecchie volte un vigore straordinario e passeggero, cagiona al corpo e a’ nervi un certo torpore, per cui l’animo s’abbandona in seno di una negligenza circa le cose e se stesso, in maniera che o vede tutto dall’alto, e come non gli appartenesse se non debolissimamente; o non pensa quasi a nulla, e desidera e teme il meno che sia possibile. Questo stato è per se stesso un piacere.

Il languore del corpo alle volte è tale, che senza dargli affanno e fastidio, affievolando le facoltà dell’animo, affievola ogni cura e ogni desiderio. L’uomo prova allora un piacere effettivo, massime se viene da uno stato affannoso ec. e lo prova senz’alcun’altra cagione esterna, ma per quella semplice dimenticanza de’ mali, e trascuranza de’ beni, desideri e speranze, e per quella specie d’insensibilità cagionatagli da quel languore. (28. Agos. 1821.)

La letteratura italiana fu per alcun tempo universale in modo che per cagione di essa si studiava e sapeva la nostra lingua nelle altre nazioni civili, anche dalle donne, come oggi il [1582] francese. E nondimeno la lingua italiana ha bensì lasciato alle altre parecchie voci spettanti alla nomenclatura di quelle scienze o arti che l’Italia ha comunicato agli stranieri, ma poche o quasi nessuna appartenente alla letteratura. Questo accade perchè la lingua italiana non è stata mai universale se non a causa della letteratura, e in quanto letterata. Ed è una nuova prova che la letteratura è debolissima fonte di universalità. Le altre lingue letterate, state universali non per questa sola, ma per altre cagioni insieme, hanno introdotto e introducono, hanno perpetuato ec. nelle altre lingue non poche voci e modi spettanti alla letteratura. Forse anche il detto effetto deriva dal poco tempo che durò l’influenza della letteratura italiana, dalla poca coltura delle nazioni che la risentirono, dal poco stretto commercio delle nazioni in que’ tempi, dallo scarso numero de’ letterati che v’avevano allora tra’ forestieri, e quindi di coloro che coltivarono la nostra lingua ec. sebbene ho detto ch’ell’era coltivata anche dalle donne, e ciò fino al tempo di Luigi 14. I costumi sono la principal [1583] fonte della universalità di una lingua. La letteratura può servire a introdurre i costumi e le opinioni ec. Senza ciò, la lingua per mezzo suo poco si propaga. E piuttosto rimangono alle altre lingue qualche voce spettante a qualche costume ec. ec. venuto di qua più o meno anticamente, che alla nostra letteratura. (28. Agos. 1821.)

Nessuno vede più degli altri, ma qualcuno osserva e combina più degli altri. Quello che accade nelle scienze fisiche, accade nelle metafisiche e morali. In quelle e in queste, una scoperta fatta si comunica e partecipa a chicchessia. Un ragionamento ben espresso e sviluppato il quale conduca alle verità le più remote dall’opinione e dalla cognizione comune, può subito essere inteso dallo stesso volgo. Ognuno può vedere da che uno ha veduto. ec. ec. (29. Agos. 1821.). V. p. 1767.

Moltissimi piaceri non son quasi piaceri, se non a causa della speranza e intenzione che si ha di raccontarli. Tolta questa vi troveremmo un gran vuoto. Questa rende piacevoli le cose che non lo sono, anche le dispiacevoli ec. ec. Questi effetti però ponno riferirsi all’ambizione, al desiderio di parere interessante, ec. non a quello di comunicare e dividere le proprie sensazioni. [1584] (29. Agos. 1821.)

Le persone stesse che sono sensibili, suscettive d’entusiasmo ec. non lo sono sempre, o quando più quando meno, secondo le circostanze, e anche secondo certi tempi alle volte periodici. Ora il sintoma del ritorno della sensibilità ec. o della maggior forza e frequenza abituale de’ suoi effetti, è, si può dir, sempre, una scontentezza, una malinconia viva ed energica, un desiderio non si sa di che, una specie di disperazione che piace, una propensione ad una vita più vitale, a sensazioni più sensibili. Anzi la sensibilità e l’entusiasmo in tali ritorni non compariscono bene spesso che sotto queste forme. Ecco come la sensibilità, e l’energia delle facoltà dell’anima sia compagna della scontentezza e del desiderio, e quindi dell’infelicità, specialmente quando nulla corrisponde all’attività interna, come risulta dalla mia teoria del piacere, e dagli altri pensieri che la riguardano. (29. Agos. 1821.)

On peut plaider pour la vie, et il y a cependant assez de bien à dire de la mort, ou de ce qui lui ressemble. (Corinne, t. [1585] 2. p.335.) Dalla mia teoria del piacere (v. anche il pensiero precedente, e la p.1580-81.) risulta che infatti, stante l’amor proprio, non conviene alla felicità possibile dell’uomo se non che uno stato o di piena vita, o di piena morte. O conviene ch’egli e le sue facoltà dell’animo sieno occupate da un torpore da una noncuranza attuale o abituale, che sopisca e quasi estingua ogni desiderio, ogni speranza, ogni timore; o che le dette facoltà e le dette passioni sieno distratte, esaltate, rese capaci di vivissimamente e quasi pienamente occupare, dall’attività, dall’energia della vita, dall’entusiasmo, da illusioni forti, e da cose esterne che in qualche modo le realizzino. Uno stato di mezzo fra questi due è necessariamente infelicissimo, cioè il desiderio vivo, l’amor proprio ardente, senza nessun’attività, nessun pascolo alla vita e all’entusiasmo. Questo però è lo stato più comune degli uomini. Il vecchio potrà talvolta trovarsi nel primo stato, ma non sempre. Il giovane vorrebbe sempre trovarsi nel secondo, e oggidì si trova quasi sempre nel terzo. Così dico proporzionatamente dell’uomo di mezza età. Dal che segue [1586] 1. che il giovane senz’attività, il giovane domo e prostrato e incatenato dalle sventure ec. è nello stato precisamente il più infelice possibile: 2. che l’amor proprio non potendo mai veramente estinguersi, e i desiderii pertanto esistendo sempre con maggiore o minor forza, sì nel giovane che nel maturo e nel vecchio; lo stato al quale la generalità degli uomini, e la natura immutabile inclina è sempre più o meno il secondo: e quindi la migliore repubblica è quella che favorisce questo secondo stato, come l’unico conducente generalmente alla maggior possibile felicità dell’uomo, l’unico voluto e prescritto dalla natura, tanto per se stessa e primitivamente (come ho spiegato nella teoria del piacere); quanto anche oggidì, malgrado le infinite alterazioni della razza umana. (29. Agos. 1821.)

La scienza non supplisce mai all’esperienza, cosa generalissima ed evidentissima. Il medico colla sola teorica non sa curar gli ammalati; il musico fornito della sola teoria della sua professione, non sa nè comporre nè eseguire una melodia; il letterato che non ha mai scritto, non sa scrivere; il filosofo che non [1587] ha veduto il mondo da presso, non lo conosce. I principi pertanto non conoscono mai gli uomini, perchè non ne ponno mai pigliare esperienza, vedendo sempre il mondo sotto una forma ch’egli non ha. Lascio le adulazioni, le menzogne, le finzioni ec. de’ cortigiani; ma prescindendo da questo, il principe non ha cogli altri uomini se non tali relazioni, che essi non hanno con verun altro. Ora le relazioni ch’egli ha con gli uomini, sono l’unico mezzo ch’egli ha di acquistarne esperienza. Dunque egli non può mai conoscer la vera natura di coloro a’ quali comanda, e de’ quali deve regolar la vita. Io ho molto conosciuto una Signora che non essendo quasi mai uscita dal suo cerchio domestico, ed avvezza a esser sempre ubbidita, non aveva imparato mai a comandare, non aveva la menoma idea di quest’arte, nutriva in questo proposito mille opinioni assurde e ridicole, e se talvolta non era ubbidita, perdeva la carta del navigare. Ell’era frattanto di molto spirito e talento, sufficientemente istruita, e studiosamente educata. Ella si figurava gli uomini affatto diversi da quel che sono: [1588] il principe che ne vede e tratta assai più, benchè li veda assai più diversi da quelli che sono, tuttavia potrà conoscerli forse alquanto meglio; ma proporzionatamente parlando, e attesa la tanto maggior cognizione degli uomini che bisogna a governare una nazione, di quella che a governare una famiglia, io credo che un principe sappia tanto regnare, quanto quella dama comandare a’ figli e a’ domestici. Sotto questo riguardo il regno elettivo sarebbe assai preferibile all’ereditario. Vero è però che niuno conosce gli uomini interamente, come bisognerebbe per ben governarli. Connaître un autre parfaitement serait l’étude d’une vie entière; qu’est-ce donc qu’on entend par connaître les hommes? les gouverner, cela se peut, mais les comprendre, Dieu seul le fait. (Corinne. l. 10. ch. 1. t. 2. p. 114.). (30. Agos. 1821.)

La manière de vivre des Chartreux suppose, dans les hommes qui sont capables de la mener, ou un esprit extrêmement borné, ou la plus noble et la plus continuelle exaltation des sentiments religieux. (Corinne, lieu cité ci-dessus. p. 113.) Così è: l’inattività e la monotonia non conviene che agli spiriti menomi [1589] o sommi. Gli uni e gli altri per diversissima ragione cercano il metodo e il riposo. Gli uni per sopire i desiderii che li tormentano, gli altri perchè non ne hanno. Gli uni perchè la vita non basta loro, si rifuggono alla morte, gli altri perchè il loro animo non vive. Gli uni ancora perchè non hanno bisogno di vita esterna, vivendo assai internamente, gli altri perchè non abbisognano d’alcuna vita. Gli spiriti mediocri, cioè la massima parte degli uomini, sono incompatibili con questo stato, e infelicissimi in esso, o in altro che lo somigli. V. la p. 1584. fine. (30. Agos. 1821.)

Chi ha perduto la speranza d’esser felice, non può pensare alla felicità degli altri, perchè l’uomo non può cercarla che per rispetto alla propria. Non può dunque neppure interessarsi dell’altrui infelicità. (30. Agos. 1821.)

Vuoi tu vedere l’influenza dell’opinione e dell’assuefazione sul giudizio e sul sentimento, per così dire, fisico delle proporzioni; anzi come questo nasca totalmente dalle dette cause, e ne sia interamente determinato? [1590] Osserva una donna alta e grossa vicina ad un uomo di giusta corporatura. Assolutamente tu giudichi e ti par di vedere che le dimensioni di quella donna sieno maggiori di quelle dell’uomo strettamente parlando. Ragguaglia le misure e le troverai spessissimo uguali, o maggiori quelle dell’uomo. Osserva una donna di giusta corporatura vicino ad un uomo piccolo. Ti avverrà lo stesso effetto e lo stesso inganno. Similmente in altri tali casi. Questi sono dunque inganni dell’occhio: e da che prodotti? che cosa inganna lo stesso senso? l’opinione e l’assuefazione. (30. Agos. 1821.). Alla Commedia in Bologna vidi una donna vestita da uomo: pareva un bambolo. In un altro atto ella uscì fuori da donna, facendo un altro personaggio: mi parve, com’era, un gran pezzo di persona.

Non si sa che i costumi de’ romani passassero ai greci neppur dopo Costantino. Dico, non questo o quel costume, ma la specie e la forma generale de’ costumi, come quella che da’ greci passò realmente a’ romani, e da’ francesi agl’italiani principalmente, e agli altri popoli civili proporzionatamente. Da che i costumi de’ greci furono formati, essi li comunicarono agli altri, ma non li ricevettero mai più da nessuno. Quindi la sì lunga incorruttibilità della loro lingua, e la [1591] sua durata fino al presente. La tenacità che i greci ebbero sempre per le cose loro, e l’amore esclusivo che portarono e portano alla loro nazione, e a’ loro nazionali, è maravigliosa. Ho udito di alcune colonie greche ancora sussistenti in Corsica e in Sicilia, dove i coloni parlano ancora il greco, conservano i costumi greci, e non hanno stretta società se non fra loro, benchè abitino in mezzo a un paese di nazione diversa, e sieno soggetti a un governo forestiero. Le relazioni de’ viaggiatori intorno alla Grecia, ed agli altri paesi abitati da greci, confermano questa invincibile tenacità. Dove si trovano greci cattolici e scismatici, insieme con altri cattolici, i greci cattolici, malgrado il divieto della loro religione, de’ loro vescovi (per lo più forestieri), e l’impero che queste cose hanno sulla loro opinione, vogliono piuttosto congiungersi in matrimonio ec. co’ loro nazionali scismatici che co’ cattolici forestieri, fanno stretta alleanza fra loro, e spesso declinano dall’una all’altra religione. Si potrebbe riferire a questa osservazione il cattivo esito de’ tanti negoziati fatti al tempo del Concilio di Firenze, per sottomettere la Chiesa greca alla latina, e indurla a riconoscere un’autorità [1592] forestiera. È noto che mentre il rito latino si stabiliva in quasi tutto il resto del Cristianesimo, il rito greco, e in esso la lingua greca conservavasi e conservasi in tutta la Chiesa greca comunicante, in qualunque paese ella sia. E son pur noti i privilegi della Chiesa greca Cattolica, e la specie d’indipendenza che gli è accordata, e la renitenza ch’ella suole opporre a quella stessa parte di dominio che la Chiesa latina conserva su di lei.

E non è maraviglioso lo stato presente dei greci? Non si distinguono più le razze gote, longobarde ec. dalle italiane, nè le franche dalle celtiche o romane, nè le moresche dalle spagnuole. Le lingue sono pur confuse in questi paesi ec. Non si discernono mai gli Arabi da’ Persiani nella Persia, la religione Araba v’è stabilita universalmente, la lingua Persiana tutta mista d’arabesco. Le razze e le costumanze tartare si vengono di mano in mano confondendo nella China colle razze e costumanze cinesi. Ma i greci non sono divenuti mai turchi, nè i turchi greci. Due religioni, due lingue, due maniere di costumi e di usanze, d’inclinazioni e di carattere ec. due nazioni insomma totalmente difformi convivono in un paese dove l’una è tuttavia forestiera benchè signora, [1593] l’altra ancora indigena benchè schiava. E se i costumi greci, e quindi la lingua sono cambiati da quelli di prima, questo cambiamento deriva piuttosto dal tempo, e da altre circostanze inevitabilmente alteranti, che dal commercio giornaliero con una nazione straniera. La presente modificazione de’ costumi e dell’indole greca, è quasi affatto indipendente da’ costumi e dall’indole turca: e il tempo le ha piuttosto levato che aggiunto nulla. L’odierna rivoluzione della Grecia, alla quale prendono parte i greci di quasi tutti i paesi i più segregati; la quale ha riunito una nazione schiava in maniera da renderla formidabile ec. ec. dimostra qual sia lo spirito nazionale dei greci, la ricordanza e la tenacità delle cose loro, l’unione singolarissima fra gl’individui di un popolo schiavo, l’odio che portano a quello straniero con cui e sotto cui vivono da sì gran tempo, l’odio nazionale insomma inseparabile dall’amor nazionale, e fonte di vita ec. (v. p.1606. capoverso 1.) L’affare di Parga ec. fa pure al proposito. (30. Agos. 1821.)

Gli Ottentotti hanno generalmente un tumore adiposo sotto il coccige. Le parti sessuali delle loro donne sono singolarmente costruite. Crediamo noi che queste singolarità siano bruttezze per loro? anzi che non sarebbe brutto per loro chi non le avesse? (31. Agos. 1821.)

[1594] La forza dell’opinione, dell’assuefazione ec. e come tutto sia relativo, si può anche vedere nelle parole, ne’ modi, ne’ concetti, nelle immagini della poesia e della prosa comparativamente. Paragone il quale si può facilmente istituire, mostrando come una parola, una sentenza non insolita, che non fa verun effetto nella prosa perchè vi siamo assuefatti, lo faccia nel verso ec. ec. ec. e puoi vedere la p.1127. (31. Agos. 1821.)

La bellezza è naturalmente compagna della virtù. L’uomo senza una lunga esperienza non si avvezza a credere che un bel viso possa coprire un’anima malvagia. Ed ha ragione, perchè la natura ha posto un’effettiva corrispondenza tra le forme esteriori e le interiori, e se queste non corrispondono, sono per lo più alterate da quelle ch’erano naturalmente. Pure è certo che i belli sono per lo più cattivi. Lo stesso dico degli altri vantaggi naturali o acquisiti. Chi li possiede, non è buono. Un brutto, un uomo sprovvisto di pregi e di vantaggi, più facilmente s’incammina alla virtù. Gli uomini senza talento sono più ordinariamente buoni, che quelli che ne son ricchi. E tutto ciò è ben naturale nella società. L’uomo insuperbisce del vantaggio che si accorge [1595] di avere sugli altri, e cerca di tirarne per se tutto quel partito che può. S’egli è più forte, fa uso della sua forza. Il più debole si raccomanda, e segue la strada che più giova e piace agli altri, per cattivarseli. Il forte non abbisogna di questo. Ecco l’abuso de’ vantaggi. Abuso inevitabile e certo, posta la società. Così dico de’ potenti ec. i quali non ponno essere virtuosi. Ne’ privati a me pare che non si trovi vera affabilità, vera e costante amabilità e facilità di costumi, interesse per gli altri ec. se non che nei brutti, in chi ha qualche svantaggio, è nato in bassa condizione ed assuefattoci da piccolo, ancorchè poi ne sia uscito, è povero o lo fu, ovvero negli sventurati.

Ora domando io. Sono vantaggi o non sono, la bellezza, l’ingegno ec. ec.? La virtù ec. un certo buon ordine ec. ec. sono o non sono voluti dalla natura? (Questo è certo, perchè il fanciullo e il giovane v’è sempre inclinato). Che strana contraddizione è dunque questa che nello stato di società i vantaggi naturali e acquisiti sieno quasi assolutamente incompatibili colla bontà de’ costumi? che per trovar questa, bisogni [1596] desiderare che il tale o tal altro sia brutto, sciocco ec. ec.? anzi che la maggior parte degli uomini, e tutti, se fosse possibile, fossero tali pel bene del mondo? (I devoti sogliono infatti chiamar favori e benefizii di Dio, questi e altri tali svantaggi). Che vuol dir tutto ciò? che lo stato sociale è contraddittorio colla natura, e con se stesso. Giacchè esso stesso non può sussistere senza la virtù e la morale, unico legame degli uomini, e sola sufficiente garanzia dell’ordine e della società ec. e queste non possono stare con un’altra cosa che è parimente necessaria al bene della società, vale a dire i vantaggi e i beni individuali. Quello che dico degl’individui dico anche delle nazioni. È noto come la giustizia ec. ec. sogliano essere osservate dalle nazioni e principi deboli o infelici ec. e trascurate affatto dalle altre, e da esse stesse appena arrivano alla felicità e forza, come accadde a Roma. (31. Agosto 1821.)

Il sopraddetto si può se non altro, e con molto maggior forza applicare a dimostrare le ingenite ed essenziali contraddizioni che rinchiude uno stato di civiltà come il presente. (31. Agos. 1821.)

[1597] Tutto nella natura è armonia, ma soprattutto niente in essa è contraddizione. Non è possibile che, massime in un medesimo individuo, in un medesimo genere di esseri, e degli esseri più elevati nell’ordine naturale, siccom’è l’uomo, la perfezione di una parte principale e importantissima di esso, voluta e ordinata dalla natura, noccia a quella di un’altra parte similmente principalissima. Ora se quella che noi chiamiamo perfezione del nostro spirito, se la civiltà presente fosse stata voluta e ordinata dalla natura, e se ella fosse insomma veramente la nostra perfezione, allora la contraddizione assurda che ho detto, si verificherebbe; giacchè è incontrastabile che questa pretesa perfezione dell’animo nuoce al corpo.

Primieramente ricordatevi di ciò che ho spiegato altrove, che la debolezza corporale giova, e il vigore nuoce all’esercizio e allo sviluppo delle facoltà mentali massime appartenenti alla ragione. E viceversa l’esercizio e lo sviluppo di queste facoltà nuoce estremamente al vigore e al ben essere del corpo. Onde Celso fa derivare l’indebolimento degli [1598] uomini e le malattie dagli studi, e ciascun pensatore o studioso ne fa l’esperienza in se, quanto al deterioramento individuale del suo corpo. Nè solamente per le fatiche, ma in centomila altri modi lo sviluppo della ragione nuoce al corpo, colle pene che cagiona, coi mali che ci scuopre, e che ignoti non sarebbero stati mali, coll’inattività corporale a cui ci spinge anche per massima, e coi tanti begli effetti che costituiscono la natura della civiltà, e dello stato presente del mondo, derivato quasi tutto dallo sviluppo della ragione. Se dunque l’infinito sviluppo della ragione costituisce la perfezione propria dell’uomo, la natura, torno a dire, è in contraddizione, perchè la perfezione di una parte nuoce a quella dell’altra, e fino arriva a distruggere questa parte, tanto a poco a poco, quanto in un punto mediante il suicidio. Anzi non solo la perfezione di una parte nuoce a quella dell’altra, ma una perfezione di una stessa parte o del tutto nuoce ad un’altra perfezione manifestamente voluta dalla natura.

Lo sviluppo della ragione e la civiltà che ne deriva a noi sembra perfezione propria non solo dell’animo umano, ma anche [1599] del corpo, cioè insomma di tutto l’uomo. Ora domando io: le malattie, la debolezza, l’impotenza, la fragilità e suscettibilità somma, sono elleno perfezioni del corpo umano e dell’uomo? Non è egli evidente che la natura ha voluto che noi fossimo ben sani e robusti? Tutto potrà mettersi in dubbio fuori che la natura abbia sempre mirato al ben essere materiale delle sue creature. Quest’è una verità che si sente senza bisogno di provarla. La natura ha posto mille ostacoli allo sviluppo della ragione ec. ma ha per tutti i versi favorito il pieno sviluppo delle facoltà corporali, e il vigore del corpo ec. ec. Gli uomini hanno avuto bisogno di moltissimi secoli per arrivare a questo sviluppo della ragione: ma lo sviluppo del corpo umano è stato perfetto da principio, ed è andato anzi deteriorando col progresso del tempo e della civiltà. La natura o per disposizioni ingenite, o per disposizioni accidentali ma inevitabili e ordinarie, ha negato alla maggior parte degl’intelletti la possibilità o di svilupparsi, o di giungere in qualunque modo alla pretesa perfezione; ma a nessuno, se non per inconvenienti casuali e imprevedibili, ha negato la facoltà di [1600] conseguire il ben essere del corpo; anzi questo, tolti i detti inconvenienti casuali e fuor d’ordine, si porta naturalmente con se nascendo. Egli è dunque evidente che la natura ha stabilita al corpo umano la perfezione del vigore ec. ec.; che il pieno ben essere e floridezza del corpo, è perfezione, non mica accidentale, ma essenziale e propria dell’uomo, e ordinata dalla natura, come in ordine a tutti gli altri esseri. Egli è anzi evidente che il corpo fu considerato dalla natura nell’uomo siccome negli altri viventi, più che l’animo, e per conseguenza che la sua perfezione è assolutamente voluta dalla natura, e per conseguenza non può essere perfezione dell’uomo quella che si oppone alla sopraddetta, giacchè contrasta colla sua propria e naturale essenza, e ripugna a una qualità non accidentale, ma ordinata dalla natura. Del resto chi può negare che gl’incomodi corporali e sensibili, una certa impotenza che ben si sente non esser naturale, opporsi ed essere sproporzionata alle nostre inclinazioni, ed alle forze stesse di quell’animo che noi abbiamo coltivato, e coltiviamo, la debolezza, le malattie abituali o attuali, e la facilità somma che abbiamo di cadervi ec. ec. non sieno imperfezioni nell’uomo? [1601] Ora che la civiltà abbia realmente e grandemente pregiudicato, e continuamente pregiudichi al corpo umano, e ne attenui il valore, ve ne hanno mille altre prove, ma considereremo solamente questa. Non può negarsi quello che tanti antichi degnissimi di fede, e anche testimoni oculari raccontano delle straordinarie corporature de’ Galli e de’ Germani prima che fossero civilizzati. Ora mediante la civiltà essi son ridotti alla forma ordinaria, e si può ben credere che così sia avvenuto agli altri popoli la cui civilizzazione è più antica. Lascio gli atleti greci e romani, delle cui forze v. Celso. Delle forze ordinarie de’ soldati romani v. Montesquieu, Grandeur ec. ch. 2. p. 15. nota, p. 16. segg. Che la nosologia degli antichi fosse più scarsa di quella de’ moderni, è visibile. Ma essi eran già molto civilizzati, massime a’ tempi p.e. di Celso. La nosologia de’ popoli selvaggi è di ben poche pagine, e il loro stato ordinario di salute e di robustezza, è cosa manifesta a chiunque li visita, e ciò anche ne’ più difficili climi. Insomma egli è più che evidente che la nosologia cresce di volume, [1602] e la salute umana decresce, in proporzione della civiltà. Questo si vede anche nelle razze de’ cavalli, de’ tori ec. che passati dalle selve alle nostre stalle, e ad una vita meno incivile, indeboliscono e degenerano appoco appoco. Lo stesso dico delle piante coltivate con cura ec. Esse acquisteranno in delicatezza ec. ec. ma perderanno sempre in forza, e se per quella delicatezza saranno meglio adattate a’ nostri usi (massime nel nostro stato presente, sì diverso dal naturale), ciò non prova che non sieno degenerate. Effettivamente la principal qualità naturale, la principal perfezione materiale voluta e ordinata dalla natura in tutto che vive o vegeta, non è la delicatezza ec. ma il vigore relativo a ciascun genere di esseri. Il vigore è salute, v. p.1624. il vigore è potenza, è facoltà di eseguire completamente tutte le convenienti operazioni ec. ec. è facilità di vivere; il vigore insomma è tutto in natura: e la natura non è principalmente e caratteristicamente delicata, ma forte rispettivamente e proporzionatamente alla capacità ec. di ciascuna sua parte. (31. Agos.-1. Sett. 1821.). V. p.1606. fine.

[1603] Dalle sopraddette osservazioni risulta un’altra gran prova del come l’idea del bello sia relativa e mutabile, e dipendente non da modello alcuno invariabile, ma dalle assuefazioni che cambiano secondo le circostanze. Oggi l’idea del bello, racchiude quasi essenzialmente un’idea di delicatezza. Un robusto villano o villana, non paiono certamente belli alle persone di città. Il bello nelle nostre idee, esclude affatto il grossolano. Dovunque esso si trova, (se ciò non è in una certa misura che mediante lo straordinario e lo stesso sconveniente, produca la grazia) non si trova il bello per noi, almeno il bello perfetto. Ora egli è certo che gli uomini primitivi la pensavano ben altrimenti, perchè tutti gli uomini primitivi eran grossolani. Non esisteva allora una di quelle forme che noi chiamiamo belle, (ciò si può vedere fra’ selvaggi i quali non sentono la bellezza meno di noi, benchè non sentano la nostra): e se avesse esistito, sarebbe stata e chiamata brutta. La delicatezza dunque non entra nell’idea che l’uomo naturale concepisce del bello. Quindi la [1604] presente idea del bello non è punto naturale, anzi l’opposto. E pur ci pare naturalissima, confondendo il naturale collo spontaneo: giacch’ella è spontanea, perchè derivata senza influenza della volontà dalle assuefazioni ec.

È probabile che laddove oggi il fondamento o la condizione universale del bello è la delicatezza, per li primitivi lo fosse ciò che noi chiamiamo grossezza; perchè il nostro stato, e quindi le nostre assuefazioni e idee sono giusto in questo punto diametralmente opposte alle primitive e naturali (e selvagge). Ma se anche la delicatezza entrava, o come straordinaria e quindi graziosa, o in qualunque altro modo nell’idea primitiva del bello, ella era una delicatezza diversissima da quella che oggi si stima indispensabile alla bellezza. Ella era una delicatezza assai minore, e tale che a noi parrebbe poco lungi dal grossolano e anche grossezza. Siccome per lo contrario la delicatezza presente ai primitivi sarebbe paruta eccessiva, sconveniente, e brutta. L’idea insomma della delicatezza poteva forse entrare nel bello primitivamente concepito, (specialmente nell’uomo rispetto alla donna, della quale è propria per natura, e quindi conveniente, una delicatezza, ma solo rispettiva, e proporzionata, e riguardo alla differente natura dell’uomo ec.) ma solo nel detto modo. E così ogni bellezza è relativa. E proporzionate differenze [1605] si trovano fra il bello antico e il moderno, fra il bello di una nazione e quello di un’altra; di un clima, di un secolo, e quello di un altro; fra il bello degl’italiani e quello de’ francesi ec. ec. (1 Sett. 1821.). V. p.1698.

È vero che l’uomo felice non suol esser molto compassionevole, ma l’uomo notabilmente infelice, ancorchè nato sensibilissimo non è quasi affatto capace di compassione spontanea e sensibile. Sviluppa questa verità nelle sue parti, e nelle sue cagioni. (1 Sett. 1821.)

Alla p. 1448. Le odierne feste Cristiane son veramente popolari, ma inutili oramai al sentimento, all’entusiasmo, ec. e quindi inutilmente popolari. Il popolo non vi prende parte, se non come la prende agli spettacoli, a’ divertimenti ec. anzi alquanto meno, perchè p.e. gli spettacoli teatrali lo possono animare, commuovere, e lasciargli qualche impressione nello spirito; ma dopo le feste Cristiane egli se ne torna a casa col cuore posato, equilibrato, freddo, immoto come prima. Elle non sono dunque più feste nazionali, nè di setta, nè di partito ec. [1606] E di ciò n’è causa tanto il raffreddamento particolare de’ sentimenti religiosi, opera sì del tempo in genere, come di questo tempo irreligioso; quanto l’estinzione generale di tutte le facoltà vive negli animi delle nazioni, e l’incapacità odierna de’ popoli ad esser commossi e sollevati nello spirito, se non da cose affatto straordinarie. Tra noi specialmente n’è causa ancora il nessun contrasto che incontrano le nostre opinioni religiose, e la nostra religione generalmente, a differenza p.e. dell’Inghilterra, e anche della Francia. (1. Sett. 1821.)

L’anima de’ partiti è l’odio. Religione, partiti politici, scolastici, letterarii, patriotismo, ordini, tutto cade, tutto langue, manca di attività, e di amore e cura di se stesso, tutto alla fine si scioglie e distrugge, o non sopravvive se non di nome, quando non è animato dall’odio, o quando questo per qualunque ragione l’abbandona. La mancanza di nemici distrugge i partiti, e per partiti intendo pur le nazioni ec. ec. (2. Sett. 1821.)

Alla p. 1602. fine. Nè solo il vigor del [1607] corpo, ma anche quello dello spirito è singolarmente ordinato dalla natura. Almeno i primi progressi dello spirito umano sono sempre compagni di una forza (in tutta l’estensione e le classificazioni del termine) che va di mano in mano scemando e perdendosi coi successivi progressi della civiltà. Parlino le storie. V. il pensiero precedente che appartiene pure a questo, perchè l’odio è una delle più vigorose passioni dell’anima; ed è oggi o estinto o travisato in maniera che è fonte di tutt’altro che di forza. V. pure il pensiero seguente. (2. Sett. 1821.)

I moti e gli atti degli uomini (e de’ viventi in proporzione delle rispettive qualità) sono naturalmente vivissimi, specialmente nella passione. La civiltà gli raddolcisce, gli modera, e va tanto innanzi che oramai gran parte del bel trattare consiste nel non muoversi, siccome nel parlare a voce bassa ec. e l’uomo appassionato quasi non si distingue dall’indifferente per verun segno esterno. L’individuo civilizzato copia in se stesso lo stato a cui la società è ridotta dall’incivilimento come una camera oscura ricopia in piccolissimo una vasta prospettiva. Non più moto nè in questa nè in [1608] quello. Questa corrispondenza non è nè casuale nè frivola. E ben importante l’osservare come i menomi effetti derivino dalle grandi cagioni, come armonizzino insieme le cose grandi e le piccole, come la natura del secolo influisca sulle menome parti de’ costumi, come dalle piccolissime e giornaliere osservazioni si possa rimontare alle grandissime e generali. L’animo e il corpo dell’uomo civile si rende appoco appoco immobile in ragione de’ progressi della civiltà: e si va quasi distruggendo (gran perfezionamento dell’uomo!) la principal distinzione che la natura ha posto fra le cose animate e inanimate, fra la vita e la morte, cioè la facoltà del movimento. (2 Sett. 1821.)

L’ideologia comprende i principii di tutte le scienze e cognizioni, e segnatamente della scienza della lingua. Ma vicendevolmente si può dire che la scienza della lingua comprende tutta l’ideologia. (2. Sett. 1821.)

Tanta è la facoltà produttrice della lingua greca, e tale la sua mirabile disposizione, e capacità di qualsivoglia novità, [1609] che in essa, può dirsi che concepita appena un’idea per nuova ch’ella sia, è già fatta la nuova parola che l’esprima. Tanto costava l’arricchir quella lingua quanto il concepire un’idea, o menoma parte o modificazione d’idea in qualunque modo nuova. Laddove nelle altre lingue, concepita un’idea nuova, ci vuole bene spesso del bello e del buono per esprimerla. E questo nuoce e ritarda sommamente la chiarezza e determinatezza della stessa concezione, perchè si può dire che un’idea non si concepisce mai chiaramente, nè è mai ben determinata e ferma nell’intelletto del suo stesso ritrovatore, finch’egli non ha trovato una parola o modo perfettamente corrispondente, e non l’ha saputa ben esprimere e fissare con questo mezzo a se stesso, e quasi rinchiuderla e incassarla in detta parola. Questo è ciò che i greci faceano immediatamente, e quindi si conferma quello che altrove ho detto, cioè che la loro superiorità nella filosofia ec. fra gli antichi, possa venire in gran parte [1610] dalla natura di loro lingua. (2 Sett. 1821.)

Si suol dire, ed è vero, che i gobbi hanno molto spirito. La ragione è chiara. Altra prova del come lo sviluppo delle facoltà mentali dipenda dalle circostanze, assuefazioni ec. Lo stesso può dirsi de’ vetturini, e altra gente avvezza a molto trattare con ogni sorta di persone ec. che divengono sempre furbi, animati, spiritosi: i loro occhi pigliano espressione e vivacità ec. (2. Sett. 1821.)

L’uomo il più dotto, erudito, letterato, del gusto e giudizio il più fino, dell’ingegno il più fecondo ec. ec. ma poco avvezzo a trattare, saprà egregiamente e fecondissimamente scrivere, e non saprà parlare neppur di cose appartenenti a’ suoi studi. E ciò non già per sola soggezione, ma effettivamente gli mancheranno le parole e i concetti. Tutto è esercizio nell’uomo. Ed è ordinario il veder uomini studiosi non saper parlare, appunto perchè avvezzi allo studio, non sono abituati a parlare ma a tacere; oltre ch’essi contraggono sovente e [1611] per questa e per altre ragioni un carattere di taciturnità, parimente acquisito. Del resto s’ingannano assai coloro che dal vedere che il tale non sa parlare, concludono ch’egli non sa pensare, non è coltivato ec. Si può parlare come uno scimunito, con freddezza e frivolezza estrema ec. ed essere il primo scienziato, pensatore, scrittore del mondo. (2. Sett. 1821.)

Nessun genere di animali o di cose, per essere qual deve, ebbe o ha bisogno che sorga un suo individuo fornito di singolari prerogative naturali o acquisite, che accada la tale scoperta importante, che si dieno le tali e tali infinite combinazioni ec. ec. La natura quando lo formò, fu ben certa ch’esso sarebbe qual doveva essere, e qual ella voleva. Ma il genere umano ha avuto ed ha bisogno di tutto ciò, per arrivare ad essere (così dicono) qual deve. Or dico io: perchè la perfezione cioè il vero modo di essere del solo genere umano fu abbandonato dalla natura al caso? È questo un privilegio, o un immenso svantaggio? [1612] Egli è certo che le facoltà del più privilegiato individuo umano, non bastano di gran lunga a condurlo a quella che si chiama perfezione. Dunque la natura non ha provveduto alla perfezione cioè al ben essere dell’uomo. - Ma egli è fatto per la società. - Neppur basta ch’egli si metta in questa società. Bisogna che questa duri una lunghissima serie di generazioni, e che si stenda fino a divenir quasi universale. Allora solo l’uomo, e l’individuo potrà avvicinarsi a quella perfezione alla quale ancora non siamo arrivati. È egli possibile che tutto ciò sia necessario al ben essere dell’uomo? E che la sua perfezione fosse posta dalla natura au bout di sì lunga e difficile carriera, che dopo seimila anni ancora non è compiuta? Oltre ch’ella, come risulta, dal sopraddetto, non poteva esser sicura che l’uomo vi arrivasse mai, essendo stata opera di circostanze non mai essenziali, tutti i pretesi progressi che si son fatti. (2. Sett. 1821.)

Di più: qual sarà poi questa [1613] perfezione dell’uomo? quando e come saremo noi perfetti, cioè veri uomini? in che punto, in che cosa consisterà la perfezione umana? qual sarà la sua essenza? Ogni altro genere di viventi lo sa bene. Ma la nostra civiltà o farà sempre nuovi progressi, o tornerà indietro. Un limite, una meta (secondo i filosofi) non si può vedere, e non v’è. Molto meno un punto di mezzo. Dunque non sapremo mai in eterno che cosa e quale propriamente debba esser l’uomo, nè se noi siamo perfetti o no ec. ec. Tutto è incerto e manca di norma e di modello, dacchè ci allontaniamo da quello della natura, unica forma e ragione del modo di essere. (2. Sett. 1821.)

Le cose non sono quali sono, se non perch’elle son tali. Ragione preesistente, o dell’esistenza o del suo modo, ragione anteriore e indipendente dall’essere e dal modo di essere delle cose, questa ragione non v’è, nè si può immaginare. Quindi nessuna necessità nè di veruna esistenza, nè di tale o tale, e così o così fatta esistenza. Come dunque immaginiamo noi un Essere necessario? Che ragione v’è fuori di lui e prima di lui perch’egli esista, ed esista in quel modo, ed esista ab eterno? - La ragione [1614] è in Lui stesso, cioè l’infinita sua perfezione. Che ragione assoluta vi è perchè quel modo di essere che gli ascriviamo, sia perfezione? perchè sia più perfetto degli altri possibili? più perfetto delle stesse altre cose esistenti e degli altri modi di essere? Questa ragione dev’essere assoluta e indipendente dal modo in cui le cose sono, altrimenti il detto Ente non sarà assolutamente necessario. Or nessuna se ne può trovare. - Il suo modo di essere è perfezione perch’egli esiste così. - La stessa ragione milita per tutte le altre cose e modi di essere. Tutte saran dunque egualmente perfette, e tutte assolutamente necessarie. Quest’è un giuoco di parole. Bisogna trovare una ragione perchè il suo modo di essere sia astrattamente e indipendentemente da qualunque cosa di fatto, più perfetto di tutti gli altri possibili o esistenti: perchè non sia possibile una maggior perfezione; ovvero un tutt’altro ordine di cose, dove quel modo di essere non sia neppur buono. Bisogna insomma porsi al di fuori dell’ordine esistente e di tutti gli ordini possibili, e così trovare una [1615] ragione per cui le qualità che ascriviamo a quell’Essere sieno assolutamente e necessariamente perfette, non possano esser diverse, nè più perfette, non possano esser tali e non esser ottime, e sieno migliori di tutte le altre possibili.

L’aseità insomma è un sogno o compete a tutte le cose esistenti e possibili. Tutte hanno o non hanno egualmente in se stesse la ragione di essere e di essere in quel tal modo, e tutte sono egualmente perfette.

Ma lo spirito è più perfetto della materia - 1. Che cosa è lo spirito? Come sapete ch’esiste, non sapendo che cosa sia? non potendo concepire al di là della materia una menoma forma di essere? 2. perchè è più perfetto della materia? - Perchè non si può distruggere, e perchè non ha parti ec. - Il non aver parti chi vi ha detto che sia maggior perfezione dell’averne? Chi vi ha detto che lo spirito non ha parti? che avendone o no, non si possa distruggere ec. ec.? Come potete affermare o negar nulla intorno alle qualità di ciò che neppur concepite, e quasi non sapete se sia possibile? Tutto è dunque un romanzo arbitrario della vostra fantasia, che può figurarsi un essere come vuole. V. un altro mio pensiero in tal proposito. (2. Sett. 1821.)

[1616] Niente preesiste alle cose. Nè forme, o idee, nè necessità nè ragione di essere, e di essere così o così ec. ec. Tutto è posteriore all’esistenza. (3. Sett. 1821.)

Intorno a quello che ho detto altrove, che tolte le idee innate, è tolto Iddio, tolta ogni verità ogni buono ogni cattivo assoluto, tolta ogni disuguaglianza di perfezione ec. tra gli Esseri, e necessario il sistema ch’io chiamo dell’Ottimismo, v. un bel passo di S. Agostino che ammettendo le idee innate, riconosce questa verità ch’io dico, presso Dutens, Par. 1. cap. 2. §. 30. (3. Sett. 1821.)

Infatti noi non abbiamo altra ragione di credere assolutamente vero quello ch’è tale per noi, e che a noi par tale, di credere assolutamente buono o cattivo quello ch’è tale per noi, ed in quest’ordine di cose; se non il credere che le nostre idee abbiano una ragione, un fondamento, un tipo, fuori dello stesso ordine di cose, universale, eterno, immutabile, indipendente da ogni cosa di fatto; che sieno impresse nella mente nostra per essenza tanto loro, quanto di essa mente, e della natura intera delle cose; che sieno soprannaturali, cioè [1617] indipendenti da questa tal natura qual ella è, e dal modo in cui le cose sono, e che per conseguenza le dette idee e le nozioni della ragione non potessero esser diverse in qualsivoglia altra natura di cose, purchè l’intelletto fosse stato ugualmente in grado di concepirle. Fuori di questo, e tolto questo, non resta alcun’altra ragione per credere assolutamente buona, cattiva, insomma vera qualsivoglia cosa. Ma veduto che le nostre idee non dipendono da altro che dal modo in cui le cose realmente sono, che non hanno alcuna ragione indipendente nè fuori di esso, e quindi potevano esser tutt’altre, e contrarie; ch’elle derivano in tutto e per tutto dalle nostre sensazioni, dalle assuefazioni ec.; che i nostri giudizi non hanno quindi verun fondamento universale ed eterno e immutabile ec. per essenza; è forza che, riconoscendo tutto per relativo, e relativamente vero, rinunziamo a quell’immenso numero di opinioni che si fondano sulla falsa, benchè naturale, idea dell’assoluto, la quale, come ho detto, non ha più ragione [1618] alcuna possibile, da che non è innata, nè indipendente dalle cose quali elle sono, e dall’esistenza. (3. Sett. 1821.)

La distruzione delle idee innate distrugge altresì l’idea della perfettibilità dell’uomo. Pare tutto l’opposto, perchè se tutte le sue idee sono acquisite, dunque egli è meno debitore e dipendente della natura, e quindi si può e deve perfezionar da se. Ma anche le idee degli animali sono acquisite, nè essi sono perfettibili. Distrutta colle idee innate l’idea della perfezione assoluta, e sostituitale la relativa, cioè quello stato ch’è perfettamente conforme alla natura di ciascun genere di esseri, si viene a rinunziare alle pazze idee d’incremento di perfezione, di acquisto di nuove buone qualità (che non sono più buone per se stesse come si credevano), di perfezionamento modellato sopra le false idee del bene e del male assoluto ed assolutamente maggiore o minore; e si conclude che l’uomo è perfetto qual egli è in natura, appena le sue facoltà hanno conseguito quel tanto sviluppo che la natura gli ha primitivamente e decretato, e indicato. E [1619] non può se non essere imperfetto in altro stato. Nè la perfezione sua, o quella di verun altro genere, può mai crescere: bensì quella dell’individuo ec. (3. Sett. 1821.)

Io non credo che le mie osservazioni circa la falsità d’ogni assoluto, debbano distruggere l’idea di Dio. Da che le cose sono, par ch’elle debbano avere una ragion sufficiente di essere, e di essere in questo lor modo; appunto perch’elle potevano non essere o esser tutt’altre, e non sono punto necessarie. Ego sum qui sum, cioè ho in me la ragione di essere: grandi e notabili parole! Io concepisco l’idea di Dio in questo modo. Può esservi una cagione universale di tutte le cose che sono o ponno essere, e del loro modo di essere. - Ma la cagione di questa cagione qual sarà? poich’egli non può esser necessario, come voi avete dimostrato. - È vero che niente preesiste alle cose. Non preesiste dunque la necessità. Ma pur preesiste la possibilità. Noi non possiamo concepir nulla al di là della materia. Noi non possiamo dunque negare l’aseità, benchè neghiamo la necessità di essere. Dentro i limiti della materia, e nell’ordine di cose che ci è noto, [1620] pare a noi che nulla possa accadere senza ragion sufficiente; e che però quell’essere che non ha in se stesso veruna ragione e quindi veruna necessità assoluta di essere, debba averla fuor di se stesso. E quindi neghiamo che il mondo possa essere, ed esser qual è, senza una cagione posta fuori di lui. Sin qui nella materia. Usciti della materia ogni facoltà dell’intelletto si spegne. Noi vediamo solamente che nulla è assoluto nè quindi necessario. Ma appunto perchè nulla è assoluto, chi ci ha detto che le cose fuor della materia non possano esser senza ragion sufficiente? Che quindi un Essere onnipotente non possa sussister da se ab eterno, ed aver fatto tutte le cose, bench’egli assolutamente parlando non sia necessario? Appunto perchè nulla è vero nè falso assolutamente, non è egli tutto possibile, come abbiamo provato altrove?

Io considero dunque Iddio, non come il migliore di tutti gli esseri possibili, giacchè non si dà migliore nè peggiore assoluto, ma come racchiudente in se stesso tutte le possibilità, ed esistente in tutti i modi possibili. Questo [1621] è possibile. I suoi rapporti verso gli uomini e verso le creature note, sono perfettamente convenienti ad essi; sono dunque perfettamente buoni, e migliori di quelli che vi hanno le altre creature, non assolutamente, ma perchè i rapporti di queste sono meno perfettamente convenienti. Così resta in piedi tutta la Religione, e l’infinita perfezion di Dio, che si nega come assoluta, si afferma come relativa, e come perfezione nell’ordine di cose che noi conosciamo, dove le qualità che Dio ha verso il mondo, sono relativamente a questo, buone e perfette. E lo sono, tanto verso il nostro ordine di cose universale, quanto verso i particolari ordini che in esso si contengono, e secondo le loro differenze subalterne di natura. La quistione allora viene ad esser di parole.

Verso un altro ordine di cose Iddio può aver de’ rapporti affatto diversi, e anche contrari, ma perfettamente buoni in relazione a detti ordini, perocch’egli esiste in tutti i modi possibili, e quindi perfettamente conviene con tutte l’esistenze, e quindi è sostanzialmente e perfettamente buono in tutti gli ordini di bontà, quantunque contrari fra loro, perchè può esser buono in una maniera di essere, quel che è cattivo in un altro.

[1622] Questo non solo non guasta nè muta l’idea che noi abbiamo di Dio, ma anzi ella, se la considerassimo bene, comprende questa nozione necessariamente. Come può egli essere infinito se non racchiude tutte le possibilità? Come può egli essere infinitamente perfetto anzi pure perfetto, s’egli non lo è se non in quel modo che per noi è perfezione? Sono o no possibili altri ordini infiniti di cose, e altri modi di esistere? Dunque s’egli è infinito, esiste in tutti i modi possibili. Dipendeva o no dalla sua volontà il farci affatto diversi? e l’averci fatto quali siamo? Dunque egli ha potuto e può fare altri ordini diversissimi di cose, e aver con loro que’ rapporti di quella natura che vuole. Altrimenti egli non sarà l’autor della natura, e torneremo per forza al sogno di Platone, che suppone le idee e gli archetipi delle cose, fuori di Dio, e indipendenti da esso. S’elle esistono in Dio, come dice S. Agostino, (v. p.1616.) e se Dio le ha fatte, non abbraccia egli dunque quelle sole forme secondo cui ha fatto le cose che noi conosciamo, ma tutte le forme possibili, e racchiude tutta la possibilità, e può far cose [1623] di qualunque natura gli piaccia, ed aver con loro qualunque rapporto gli piaccia, anche nessuno ec.

L’infinita possibilità che costituisce l’essenza di Dio, è necessità. Da che le cose esistono, elle sono necessariamente possibili. (Una sola e menoma cosa che oggi esistesse basterebbe a dimostrare che la possibilità è necessaria ed eterna.) Se nessuna affermazione o negazione è assolutamente vera, dunque tutte le cose e le affermazioni ec. sono assolutamente possibili. Dunque l’infinita possibilità è l’unica cosa assoluta. Ell’è necessaria, e preesiste alle cose. Quest’esistenza non l’ha che in Dio. Quest’ultimo pensiero merita sviluppo. V. p.1645. capoverso 1. (3. Sett. 1821.)

Circa le differenti qualità che i diversi organi percepiscono negli oggetti, come altrove dissi, v. Dutens. par. 1. cap. 3. §. 40. e tutto quel capo. (3. Sett. 1821.)

Si sfuggono le buone opere comandate dal dovere, e si fanno di buona voglia quelle che si fanno per propria volontà. I contadini contrastano al padrone ciò che possono, danno però volentieri agli amici, e spesso rubano a quello per donare a questi, senza nessun profitto proprio. (4. Sett. 1821.)

Si danno certe combinazioni di naturale [1624] o di circostanze, che distinguono notabilmente un carattere dall’ordinario, senza molto o punto innalzarlo o abbassarlo al disopra, o al disotto degli altri. (4. Sett. 1821.)

La legge naturale varia secondo le nature. Un cavallo che non è carnivoro, giudicherà forse ingiusto un lupo che assalga e uccida una pecora, l’odierà come sanguinario, e proverà un senso di ribrezzo, e d’indignazione abbattendosi a vedere qualche sua carnificina. Non così un lione. Il bene e il male morale non ha dunque nulla di assoluto. Non v’è altra azione malvagia, se non quelle che ripugnano alle inclinazioni di ciascun genere di esseri operanti: nè sono malvage quelle che nocciono ad altri esseri, mentre non ripugnino alla natura di chi le eseguisce. (4. Sett. 1821.)

Alla p. 1602. Gli antichi intendevano molto bene questa verità che dovrebb’essere il fondamento della scienza medica. I greci quasi autori della medicina dicevano ἀσϑένεια, cioè debolezza ogni genere d’infermità, ed ἀσϑενειν l’esser malato. Ed anche oggi i medici chiamano con termine greco stenia (sarebbe σϑένεια) che suona, come σϑένος, vigore, [1625] forza, robustezza, il buono stato di salute. ῎Eρρωμαι, inf. ἐρροσϑαι prospera utor valetudine, non significa propriamente altro se non esser forte, da ῥώννυμι confirmor, corroboror. Così εὐρωστία sanitas, bona valetudo, e i contrari, ἀρροστία, adversa valetudo, morbus, ἄρροστος aegrotus, ἀρροσττέω aegroto, ἀρρώστημα aegrotatio, aegritudo, morbus. Così dico delle parole latine valere, valetudo, bene o male valere, infirmus, imbecillitas ec. ec. V. i Diz. Tutto ciò che ci cagiona il senso della forza, ci cagiona il senso del piacere e della sanità. L’uomo veramente forte è sano. Quanto la civiltà favorisca per sua natura la forza in genere e in ispecie, facilmente si vede alla bella prima. (4. Sett. 1821.)

Non attribuiamo a Dio se non un solo modo di esistere, e una sola perfezione. Ma se niuna perfezione è assoluta, egli non sarà dunque perfetto, avendo questa sola. L’unica perfezione assoluta, è di esistere in tutti i possibili modi, ed in tutti esser perfetto, cioè perfettamente conveniente, dentro la natura [1626] e la proprietà di quel modo di essere. La perfezione assoluta abbraccia tutte le possibili qualità, anche contrarie, perchè non v’è contrarietà assoluta, ma relativa: e se è possibile un modo di essere contrario a quello che noi concepiamo in Dio e nelle cose a noi note (che certo è possibile, non essendovi ragione assoluta e indipendente che lo neghi), Iddio non sarebbe nè infinito nè perfetto, anzi imperfettissimo, s’egli non esistesse anche in quel modo, e non fosse in perfetta relazione e convenienza con quel modo di essere. Noi dunque non conosciamo se non una sola parte dell’essenza di Dio, fra le infinite, o vogliamo dire una sola delle infinite sue essenze. Egli ha precisamente le perfezioni che noi gli diamo: egli esiste verso noi in quel modo che la religione insegna; i suoi rapporti verso noi, sono perfettamente quali denno essere verso noi, e quali richiede la natura del mondo a noi noto. Ma egli esiste in infiniti altri modi, ed ha infinite altre parti, che non possiamo in veruna maniera concepire, se non immaginandoci questo medesimo. La Religione Cristiana è dunque interamente vera, e i miei non si oppongono, anzi favoriscono i suoi dogmi. [1627] (4. Sett. 1821.)

La Religion Cristiana rivela infatti molti attributi di Dio che passano affatto e si oppongono all’idea che noi abbiamo dell’estensione del possibile. Iddio ce gli ha voluti rivelare per assoggettar la nostra ragione ec. e ci ha rivelati questi soli fra gl’infiniti. Essi (come il mistero della Trinità, dell’Eucaristia) si oppongono fino al principio detto di contraddizione, che par l’ultimo principio del raziocinio. La distinzione fra superiore e contrario alla ragione è frivola. I detti misteri si oppongono dirittamente al nostro modo di concepire e ragionare. Ciò però non prova che sieno falsi, ma che il nostro detto modo, non è vero se non relativamente, cioè dentro questo particolare ordine di cose. (4. Sett. 1821.)

La mente umana è di una capacità immensa. Ella s’innalza fino a Dio, arriva in certo modo a conoscerlo, benchè non possa determinarlo. Il senso ch’ella prova in questa contemplazione e considerazione, non è propriamente il disperar di conoscere. Solamente ella conosce di non esser Dio, e ravvisa la diversità [1628] dell’essenza ed esistenza fra Lui e se, come fra se e le altre creature. Anzi ella si sente più simile, più capace d’immaginare e penetrare nel modo in cui Dio esiste, che in quello delle altre creature. Queste espressioni non son temerarie. La Religione insegna che l’uomo è uno specchio della Divinità, quasi unus ex nobis. (4. Sett. 1821.)

La disperazione, in quanto è mancanza, o piuttosto languore e insensibilità di speranza, è un piacere per se, e perchè l’uomo non sentendo la speranza, appena sente la vita, e la sua anima è abbandonata a una specie di torpore, benchè il corpo possa essere in grande attività, e spesso in tal circostanza lo sia. Tutto ciò risulta dalla mia teoria del piacere. (4. Sett. 1821.)

Forza dell’assuefazione generale. Le impressioni de’ sensi sono sempre vivissime ne’ fanciulli. L’uomo ci si avvezza, ed elle perdono in forza e durata. Ma non si avvezza solamente ad una per una. Un’impressione tanto nuova per un uomo quanto la più nuova che possa provare un fanciullo, fa meno effetto in quello che in questo: perchè quegli è avvezzo alle [1629] impressioni. Quanto più l’uomo (in proporzione delle circostanze individuali) è avvezzo alle novità, tanto l’impressione delle novità è per lui meno forte e durevole: e finalmente gli farà maggiore impressione la monotonia ec. che la novità. E pur nessuno può essere avvezzo a una nuova impressione in particolare; ma l’uomo si avvezza alle nuove impressioni in generale. ec. ec. (4. Sett. 1821.)

Ho detto che dilatandosi le nazioni, le lingue si dividono. Ciò principalmente accade nel volgo, perchè il volgo di un luogo, poco o nessun commercio conserva con quello di un altro, benchè nazionale. Le altre classi ve lo conservano o immediato o mediato, per la civiltà che gli unisce, le scritture ec. ec. 1. quanto più una nazione è nazione, e per ispirito e per istato politico, 2. quanto più il volgo è in commercio colle altre classi della stessa popolazione, 3. colle altre popolazioni nazionali, 4. quanto più una nazione, ed in essa il volgo, è civile, 5. quanto più i costumi, i caratteri ec. sono per conseguenza conformi, sì nel volgo che nelle altre classi; tanto i dialetti vernacoli sono minori di numero, e meno distinti di forma, ec. Applicate queste osservazioni all’Italia, alla Francia, Inghilterra, Germania ec.

Così può ragionarsi anche delle nazioni [1630] tutte intere, rispetto alle altre nazioni. (4. Sett. 1821.)

Gli ammaestramenti che si danno ordinariamente agli animali che ci servono, e ch’essi apprendono benissimo, con maggiore o minor prontezza, secondo i generi, gl’individui e le circostanze (come cavalli, cani ec.) e con sufficientissimo raziocinio, (come il cane che s’arresta nel bivio, aspettando che il padrone scelga la sua strada); e quelli che si danno ad altri animali per solo piacere, come ad orsi, scimie, gatti, cani, topi, e fino alle pulci, come s’è veduto ultimamente; dimostrano che la suscettibilità ed assuefabilità a cose non naturali, non è propria esclusivamente dell’uomo, ma solo in maggior grado, generalmente parlando: perchè vi sarà qualche uomo meno assuefabile, ed ammaestrabile di una scimia. (5. Sett. 1821.)

Quanto la specie umana oggidì sia vicina a quella stessa perfezione relativa alla ragione, di cui si mena sì gran vanto, vedi il capo 11. di Wieland, Storia del saggio Danischmend e dei tre Calender, o l’Egoista [1631] ed il Filosofo. Milano. Scelta Raccolta di Romanzi. Batelli e Fanfani. vol.25. (5. Sett. 1821.)

La memoria dipendendo dalle assuefazioni particolari, e dalla generale, e quasi non esistendo (come si vede ne’ fanciulli) senza queste, può considerarsi come facoltà presso a poco acquisita. (5. Sett. 1821.)

Chi vuol vedere l’effetto della civiltà sul vigore del corpo, paragoni gli uomini civili ai contadini o ai selvaggi, i contadini d’oggi a ciò che noi sappiamo del vigore antico. ec. (Omero, com’è noto, assai spesso chiama l’età sua degenerata dalle forze de’ tempi troiani.) Osservi di quanto è capace il corpo umano, vedendo l’impotenza nostra assoluta di far ciò che fa il meno robusto de’ villani; i pericoli a cui noi ci esporremmo volendo esporci a qualcuno de’ loro patimenti; le vergognose usanze quotidiane di fuggir l’aria il sole ec. di maravigliarsi come il tale o tale abbia potuto affrontarlo per questa o quella circostanza; le malattie o incomodi che tutto giorno si pigliano per un [1632] menomo strapazzo del corpo, o fatica di mente ec. e poi dica se la civiltà rafforza l’uomo; accresce la sua capacità e potenza; se gli antichi si maraviglierebbero o no della impotenza nostra; se la natura stessa se ne debba o no vergognare; e se noi medesimi non lo dobbiamo, vedendo sotto gli occhi per l’una parte di quanto sia capace il corpo umano, senza veruno sforzo straordinario, e per l’altra di quanto poco sia capace il nostro. (5. Sett. 1821.)

Si suol dire che tutte le cose, tutte le verità hanno due facce diverse o contrarie, anzi infinite. Non c’è verità che prendendo l’argomento più o meno da lungi, e camminando per una strada più o meno nuova, non si possa dimostrar falsa con evidenza ec. ec. ec. Quest’osservazione (che puoi molto specificare ed estendere) non prova ella che nessuna verità nè falsità è assoluta, neppure in ordine al nostro modo di vedere e di ragionare, neppur dentro i limiti della concezione e ragione umana? (5. Sett. 1821.). V. p. 1655. fine.

Non c’è uomo così mal disposto e disadatto ad apprendere, o ad apprendere una tal cosa, il quale lunghissimamente [1633] esercitato in qualsivoglia disciplina ed attitudine o di mente o di mano ec. non la possieda o meglio, o almeno altrettanto quanto il più grande ingegno ec. che incominci o da poco tempo abbia cominciato ad esercitarvisi. Ecco la differenza degl’ingegni. Ad altri bisogna più esercizio ad altri meno, ma tutti alla fine son capaci delle stesse cose: e il più sciocco ingegno con ostinata fatica può divenire uno de’ primi matematici ec. del mondo. (5. Sett. 1821.)

Una perfetta immagine degl’ingegni possono essere le complessioni. Chi nasce più robusto e meglio disposto, chi meno. L’esercizio del corpo agguaglia il meno robusto, al più robusto inesercitato. In parità d’esercizio, chi è nato debole non potrà mai agguagliarsi a chi è nato robusto. Ma se a costui manca affatto l’esercizio, egli, ancorchè nato il più robusto degli uomini, sarà non solo uguale, ma inferiore al più debole degli uomini che abbia fatto notabile esercizio. (Esempio dei Galli rispetto ai Romani. V. il Dionigi del Mai lib.14. c.17-19. ed altri). [1634] Dal che segue che l’esercizio assolutamente parlando è superiore alla natura, e principale cagione della forza corporale. (La natura però avea dato all’uomo essenzialmente l’occasione e la necessità di esercitare il suo corpo. Quindi l’esercizio essendo figlio della natura, lo è anche il vigore e il ben essere che ne deriva. Lasciando che le generazioni de’ forti sono pure naturalmente forti, siccome viceversa, benchè ancor qui si possa notare il gran potere dell’esercizio.) Applicate queste considerazioni a qualsivoglia facoltà mentale. Similmente ponno applicarsi alle altre facoltà corporali (o sieno radicalmente naturali, o del tutto acquisite, ma bisognose di una disposizione naturale) diverse dalla forza. (5. Sett. 1821.)

Si potrebbe quasi dire che nell’uomo la sola fisonomia è propriamente bella o brutta. Certo è ch’ella contiene quasi tutto l’ideale della bellezza umana, e quasi tutta la differenza essenziale che la nostra mente ritrova e sente fra la bellezza umana in quanto bellezza, e tutti gli altri generi di bellezza. Un uomo o donna di viso decisamente brutto non può mai parer bello, se non per libidine e stimoli sensuali. Eccetto il caso molto frequente, che coll’assuefazione e col tempo ec. quel viso che v’era parso brutto, vi paia bello o passabile. Viceversa una persona di brutte forme e bel viso, potrà parer bella, forse anche non [1635] potrà mai con pieno sentimento esser chiamata brutta.

Osserva che generalmente quando tu domandi: la tal persona è bella o brutta? e quando tu o rispondendo, o spontaneamente neghi o affermi ec. intendi sempre del viso, se altro non soggiungi, o distingui. (5. Sett. 1821.)

Un corpo, essendo composto, dimostra l’esistenza di altre cose che lo compongano. Ma siccome tutte le parti o sostanze materiali componenti la materia, sono altresì composti, però bisogna necessariamente salire ad esseri che non sieno materia. Così discorrono i Leibniziani per arrivare alle loro Monadi o Esseri semplici e incorporei, (de’ quali compongono i corpi) e quindi all’Unità, ed al principio di tutte le cose. Or dico io. Arrivate fino alla menoma parte o sostanza materiale, e ditemi se potete, le parti o sostanze di cui questa si compone, non sono più materia, ma spirito. Arrivate anche se potete, agli atomi o particelle indivisibili e senza parti. Saranno sempre materia. Al di là non troverete mica lo spirito ma il nulla. Affinate quanto volete l’idea della materia, non oltrepasserete mai la [1636] materia. Componete quanto vi piace l’idea dello spirito, non ne farete mai nè estensione, nè lunghezza ec. non ne farete mai della materia. Come si può compor la materia di ciò che non è materia? Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è: nè da questo si può progredire a quello, o viceversa. - Ma finchè la materia è materia, ell’è divisibile e composta. - Trovatemi dunque quel punto in cui ella si compone di cose che non sono composte, cioè non sono materia. Non v’è scala, gradazione, nè progressione che dal materiale porti all’immateriale (come non v’è dall’esistenza al nulla). Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto (che da’ Leibniziani giustamente si nega in natura). Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è; non hanno alcuna relazione fra loro; il materiale non può comporsi dell’immateriale più di quello che l’immateriale del materiale; e dall’esistenza della materia (contro ciò che pensa Leibnizio) non si può argomentare quella dello spirito più di quello che dall’esistenza dello spirito si potesse argomentare quella della materia. V. Dutens, par. 2. tutto il capo 1. (5. Sett. 1821.)

[1637] Dal detto in altri pensieri risulta che Dio poteva manifestarsi a noi in quel modo e sotto quell’aspetto che giudicava più conveniente. Non manifestarsi, come ai Gentili; manifestarsi meno, e in forma alquanto diversa, come agli Ebrei; più, come a’ Cristiani: dal che non bisogna concludere ch’egli ci si è manifestato tutto intero, come noi crediamo. Errore non insegnato dalla Religione, ma da’ pregiudizi che ci fanno credere assoluto ogni vero relativo. La rivelazione poteva esserci e non esserci. Ella non è necessaria primordialmente, ma stante le convenienze relative, originate dal semplice voler di Dio. Egli si nascose a’ Gentili, rivelossi alquanto agli Ebrei, manifestò al mondo una maggior parte di se, nella pienezza de’ tempi, cioè quando gli uomini furono in istato di meglio comprenderlo. Egli si è rivelato perchè ha voluto e l’ha stimato conveniente, e quanto e come e sotto la forma che ha stimato conveniente, secondo le diverse circostanze delle sue creature: forma sempre vera, perch’egli esiste in tutti i modi possibili.

Da ciò che si è detto della legge pretesa naturale, risulta che non vi è bene nè [1638] male assoluto di azioni; che queste non son buone o cattive fuorchè secondo le convenienze, le quali sono stabilite, cioè determinate dal solo Dio, ossia, come diciamo, dalla natura; che variando le circostanze, e quindi le convenienze, varia ancor la morale, nè v’è legge alcuna scolpita primordialmente ne’ nostri cuori; che molto meno v’è una morale eterna e preesistente alla natura delle cose, ma ch’ella dipende e consiste del tutto nella volontà e nell’arbitrio di Dio padrone sì di stabilire quelle determinate convenienze che voleva, sì di ordinare o proibire espressamente agli esseri pensanti quello che gli piaccia, secondo gli ordini e le convenienze da lui solo create; che Dio non ha quindi nè può avere alcuna morale, il che non potrebb’essere, se non ammettendo le idee di Platone indipendenti da Dio, e i modelli eterni e necessari delle cose; che la morale per tanto è creata da lui, come tutto il resto, e ch’egli era padrone di mutarla a tenore delle diverse circostanze del genere umano, siccome è padrone di darne una tutta diversa, e anche contraria, o anche non darne alcuna, a un diverso genere di esseri, sì dentro gli ordini noti delle cose (come agli abitanti d’altri [1639] pianeti), sì in altri sconosciuti, ed ugualmente possibili e verisimili. Da tutto ciò resta spiegata la differenza fra la legge che corse prima di Mosè, quella di Mosè, e quella di Cristo. Tutti dicono che il Cristianesimo ha perfezionata la Morale. (Ciò stesso vuol dire ch’ella non è dunque innata.) Mutiamo i termini. Non l’ha perfezionata, ma rinnovata, cioè perfezionata solo relativamente allo stato in cui la società umana era ridotta, e da cui (quanto al sostanziale) non poteva più tornare indietro, come non ha fatto. Allora divenne conveniente la nuova morale, ossia la legge di Cristo, legge che doveva essere perpetua per la detta ragione; legge che ha fatto illecito realmente ciò che prima era lecito, e viceversa, come agevolmente si può vedere confrontando i costumi naturali di qualsivoglia o uomo isolato, o società, e degli Ebrei prima di Mosè, con la legge contenuta nel Pentateuco, e questa e quelli con la legge del Vangelo. Giacchè queste due leggi non si restringono di gran lunga al Decalogo, il quale intanto è rimasto immutabile, in quanto contenendo i primissimi [1640] elementi della morale, è perciò appunto applicabile e conveniente a tutti i possibili stati della società umana, che non può sussistere, senza una morale, e questa non può aver fondamento vero se non in Dio. Però il Decalogo combina appresso a poco colla sostanza e collo spirito delle leggi scritte di tutti i savi legislatori antichissimi e modernissimi, e colle leggi praticate anche da’ più rozzi popoli, che pur compongano una società. L’uomo poteva esser fatto diversamente, ma è fatto realmente in modo, che formando società co’ suoi simili, gli divien subito necessaria una legge il cui spirito sia quello del Decalogo. Vale a dire che il Decalogo contiene i principii generali delle convenienze delle azioni in una società umana, pel bene di essa. Il generale contiene tutti i particolari: ma questi sono infiniti e diversissimi. Le convenienze loro rispetto alle azioni, variano secondo gli stati delle società, e della società in genere. L’antica legge Ebraica permetteva il concubinato, fuorchè colle donne forestiere ec. L’odio del nemico costituiva lo spirito delle antiche nazioni. Ecco le leggi di Mosè tutte patriottiche, ecco santificate [1641] le invasioni, le guerre contro i forestieri, proibite le nozze con loro, permesso anche l’odio del nemico privato. E Gesù comandando l’amor del nemico, dice formalmente che dà un precetto nuovo. Come ciò, se la morale è eterna e necessaria? Come è male oggi, quel ch’era forse bene ieri? Ma la morale non è altro che convenienza, e i tempi avevano portato nuove convenienze. Questo discorso potrebbe infinitamente estendersi generalizzando sullo stato del mondo antico e moderno, e sulla differente morale adattata a questi diversi stati. L’uomo isolato non aveva bisogno di morale, e nessuna ne ebbe infatti, essendo un sogno la legge naturale. Egli ebbe solo dei doveri d’inclinazione verso se stesso, i soli doveri utili e convenienti nel suo stato. Stretta la società, la morale fu convenienza, e Dio la diede all’uomo appoco appoco, o piuttosto ora una ora un’altra, secondo i successivi stati della società: e ciascuna di queste morali era ugualmente perfetta, perchè conveniente; e perfetto è l’uomo isolato, senza morale. La morale cristiana sarebbe stata imperfetta perchè sconveniente per Abramo, [1642] e per Mosè. ec. Ciò che dicono i Teologi delle azioni fatte lecite da un particolare impulso dello Spirito Santo, non dimostra egli chiaro che la morale dipende da Dio (siccome la convenienza), e che Dio non dipende punto dalla morale?

A me pare che il mio sistema appoggi il Cristianesimo in luogo di scuoterlo; anzi che egli n’abbia bisogno, e in certo modo lo supponga. Nè fuori del mio sistema si ponno facilmente accordare le parti in apparenza discordantissime e contraddittorie della religione Cristiana non solo quanto ai misteri, ma alla legge, alla storia successiva della religione, ai dogmi d’ogni genere ec.

La fede nostra fa guerra alla ragione. Io dimostro l’impotenza assoluta ed essenziale della ragione, non solo in ordine alla felicità umana, al conservare ec. la società, allo stabilire e mantenere una morale, ma alla stessa facoltà di ragionare e concepire.

La pluralità de’ mondi, quasi fisicamente dimostrata, come si può accordare col Cristianesimo fuori del mio sistema, il quale dimostra che le creature possono esser d’infinite specie, e che Dio esistendo verso noi come la religione insegna, [1643] esiste ancora in tutti i possibili modi, e può avere avuto ed avere con diversissime creature, diversissimi e contrari rapporti, e non averne alcuno? Quante verità fisiche, metafisiche ec. ripugnano alla religione, fuori del mio sistema che nega ogni verità e falsità assoluta, ammettendo le relative, e in queste la religione?

Il mio sistema abbracciando e ammettendo quasi tutto il sistema dell’ateismo, negando tutti i sistemi ec. e pur facendone risultare l’idea costante di Dio, religione, morale ec. mi par l’ultima e decisiva prova della religione; o se non altro che non può per ragioni esser dimostrata falsa quella rivelazione, che d’altronde avendo prove di fatto, si deve tenere per vera, perchè il fatto nel mio sistema decide, e la ragione non se gli può mai opporre.

Ma, se Dio è superiore alla morale, se il buono o cattivo non esiste assolutamente ec. Dio non può egli ingannarci in ciò che ci ha rivelato, promesso, minacciato ec.? - No, perch’egli ci vieta d’ingannare. La legge ch’egli ci ha data, quel modo del suo essere ch’egli ci ha [1644] manifestato, la maniera in cui l’ha fatto, i rapporti che ha preso con noi, i doveri che ci ha prescritti verso lui, verso i nostri simili, verso noi stessi, ciò che ci ha proibito, gl’insegnamenti che ci ha dato, la verità che ci ha fatto amare, la natura in cui ci ha formati, l’ordine di cose che ha stabilito, ec. decidono del modo in cui egli deve portarsi verso noi, cioè ha voluto e vorrà portarsi, si è portato e porterà. Altrimenti non sarebbero buoni i suoi rapporti verso noi, e quindi egli non sarebbe buono o perfetto cioè conveniente ed in intera armonia rispetto a noi, ed a quest’ordine di cose, che egli poteva bene tutt’altrimenti costituire, ma ha costituito in questo tal modo in cui l’ingannare è male. Il nostro modo, la nostra facoltà di ragionare è giusta e capace del vero, quando si restringe all’ordine di cose che noi conosciamo o possiamo conoscere, e che in qualche maniera ci appartiene, ed alle cose che vi hanno rapporto, in quanto ve lo hanno. Io non distruggo verun principio della ragione umana (nè in quanto alla morale, nè a tutto il resto): [1645] solamente li converto di assoluti in relativi al nostro ordine di cose ec. La Religion Cristiana, come ho già detto, resta tutta quanta in piedi (restano quindi i suoi effetti, le sue promesse ec.), non come assolutamente vera, e necessaria indipendentemente dalle cose quali sono, e dal modo in cui sono ec. ma relativamente, e dipendentemente in origine dall’arbitrio di chi potendo stabilire e ordinar la natura ben altrimenti, o non istabilirla ec. la stabilì però, ed in questa tal guisa ec. Sicchè quanto a noi, quanto agli effetti ec. la cosa è tutt’una. (5-7. Sett. 1821.)

Da che le cose sono, la possibilità è primordialmente necessaria, e indipendente da checchè si voglia. Da che nessuna verità o falsità, negazione o affermazione è assoluta, com’io dimostro, tutte le cose son dunque possibili, ed è quindi necessaria e preesistente al tutto l’infinita possibilità. Ma questa non può esistere senza un potere il quale possa fare che le cose sieno, e sieno in qualsivoglia modo possibile. Se esiste l’infinita possibilità esiste l’infinita onnipotenza, perchè se questa non esiste, quella non [1646] è vera. Viceversa non può stare l’infinita onnipotenza senza l’infinita possibilità. L’una e l’altra sono, possiamo dire, la stessa cosa. Se dunque è necessaria l’infinita possibilità, preesistente al tutto, indipendente da ogni cosa, da ogni idea ec. (ed infatti se non v’è ragione possibile perchè una cosa sia impossibile, ed impossibile in un tal modo ec., la infinita possibilità è assolutamente necessaria); lo è dunque ancora l’onnipotenza. Ecco Dio: e la sua necessità dedotta dall’esistenza, e la sua essenza riposta nell’infinita possibilità, e quindi formata di tutte le possibili nature. ec. Questa idea non è che abbozzata. V. la p. 1623. (5-7. Sett. 1821.)

Poniamo che la classe possidente o benestante sia complessivamente alla classe povera o laboriosa ec. come 1 a 10. Certo è nondimeno che per 30. uomini insigni e famosi in qualsivoglia pregio d’ingegno ec. che sorgano nella prima classe, appena uno ne sorgerà nell’altra, e quest’uno probabilmente sarà passato sin da fanciullo nella prima, mediante favorevoli [1647] circostanze di educazione ec. Scorrete massimamente le campagne (giacchè le città sviluppano sempre alquanto le facoltà mentali anche dei poveri) e ditemi, se potete, il tal contadino è un genio nascosto. E pur è certo che vi sono fra i contadini tante persone proprie a divenir geni, quante nelle altre classi in proporzione del numero rispettivo di ciascuna. E nessuna è più numerosa di questa. Che cosa è dunque ciò che si dice, che il genio si fa giorno attraverso qualunque riparo, e vince qualunque ostacolo? Non esiste genio in natura, cioè non esiste (se non forse come una singolarità) nessuna persona le cui facoltà intellettuali sieno per se stesse strabocchevolmente maggiori delle altrui. Le circostanze e le assuefazioni col diversissimo sviluppo di facoltà non molto diverse, producono la differenza degl’ingegni; producono specialmente il genio, il quale appunto perchè tanto s’innalza sull’ordinario (il che lo fa riguardare come certissima opera della natura); perciò appunto è figlio assoluto dell’assuefazione ec. (7. Sett. 1821.)

[1648] Pare assurdo, ma è vero che l’uomo forse il più soggetto a cadere nell’indifferenza e nell’insensibilità (e quindi nella malvagità che deriva dalla freddezza del carattere), si è l’uomo sensibile, pieno di entusiasmo e di attività interiore, e ciò in proporzione appunto della sua sensibilità ec. [2] Massime s’egli è sventurato; ed in questi tempi dove la vita esteriore non corrisponde, non porge alimento nè soggetto veruno all’interiore, dove la virtù e l’eroismo sono spenti, e dove l’uomo di sentimento e d’immaginazione e di entusiasmo è subito disingannato. La vita esteriore degli antichi era tanta che avvolgendo i grandi spiriti nel suo vortice arrivava piuttosto a sommergerli, che a lasciarsi esaurire. Oggi un uomo quale ho detto, appunto per la sua straordinaria sensibilità, esaurisce la vita in un momento. Fatto ciò, egli resta vuoto, disingannato profondamente e stabilmente, perchè ha tutto profondamente e vivamente provato: non si è fermato alla superficie, non si va affondando a poco a poco; è andato subito al fondo, ha tutto abbracciato, e tutto rigettato come effettivamente indegno e frivolo: non gli resta altro a vedere, [1649] a sperimentare, a sperare. Quindi è che si vedono gli spiriti mediocri, ed alcuni sensibili e vivi sino a un certo segno, durar lungo tempo ed anche sempre, nella loro sensibilità, suscettibili di affetto, capaci di cure e di sacrificj per altrui, non contenti del mondo, ma sperando di esserlo, facili ad aprirsi all’idea della virtù, a crederla ancora qualche cosa ec. (Essi non hanno ancora perduto la speranza della felicità). Laddove quei grandi spiriti che ho detto, fin dalla gioventù cadono in un’indifferenza, languore, freddezza, insensibilità mortale, e irrimediabile: che produce un egoismo noncurante, una somma incapacità di amare ec. La sensibilità e l’ardore dell’animo è così fatto, che s’egli non trova pascolo nelle cose circostanti, consuma se stesso, e si distrugge e perde in poco d’ora, lasciando l’uomo tanto al disotto della magnanimità ordinaria, quanto prima l’avea messo al disopra. Laddove la mediocre sensibilità si mantiene, perchè abbisogna di poco alimento. Quindi è che le virtù grandi non sono pe’ nostri tempi. [1650] (7. Sett. 1821.). Puoi vedere p.1653. fine.

Quanto l’immaginazione contribuisca alla filosofia (ch’è pur sua nemica), e quanto sia vero che il gran poeta in diverse circostanze avria potuto essere un gran filosofo, promotore di quella ragione ch’è micidiale al genere da lui professato, e viceversa il filosofo, gran poeta, osserviamo. Proprietà del vero poeta è la facoltà e la vena delle similitudini. (Omero ὁ ποιητής n’è il più grande e fecondo modello). L’animo in entusiasmo, nel caldo della passione qualunque ec. ec. discopre vivissime somiglianze fra le cose. Un vigore anche passeggero del corpo, che influisca sullo spirito, gli fa vedere dei rapporti fra cose disparatissime, trovare dei paragoni, delle similitudini astrusissime e ingegnosissime (o nel serio o nello scherzoso), gli mostra delle relazioni a cui egli non aveva mai pensato, gli dà insomma una facilità mirabile di ravvicinare e rassomigliare gli oggetti delle specie le più distinte, come l’ideale col più puro materiale, d’incorporare vivissimamente il pensiero il più astratto, di ridur tutto ad immagine, e crearne delle più nuove e vive che si possa credere. Nè ciò solo mediante espresse similitudini o paragoni, ma col mezzo di epiteti nuovissimi, di metafore arditissime, di parole contenenti esse sole una similitudine ec. Tutte facoltà del gran poeta, e tutte contenute e derivanti dalla facoltà di scoprire i rapporti delle cose, anche i menomi, e più lontani, anche delle cose che paiono le meno analoghe ec. Or questo è tutto il filosofo: facoltà di scoprire e conoscere i rapporti, di legare insieme i particolari, e di generalizzare. (7 Sett. 1821.). V. [1651] p. 1654. principio.

Qual cosa è più potente nell’uomo, la natura o la ragione? Il filosofo non vive mai nè pensa giornalmente, e intorno a ciò che lo riguarda, nè vive con se stesso (se anche vivesse cogli altri) da vero filosofo; nè il religioso da vero e perfetto religioso. Non v’è uomo così certo della malizia delle donne ec. che non senta un’impressione dilettevole, e una vana speranza all’aspetto di una beltà che gli usi qualche piacevolezza. (Meno impressione, e forse anche niuna, potrà provarne chi vi sia troppo avvezzo, e questo sarà principalmente il caso dell’uomo di mondo, la cui anima allora si porterà più filosoficamente assai di quella del maggior filosofo, non già per forza di ragione, ma di natura che ha dato all’assuefazione la proprietà d’illanguidire e anche distruggere le sensazioni. Massime se il filosofo non vi sarà assuefatto. Tanto più egli sarà soggetto a peccare o coll’opera o col pensiero contro i principii suoi.) Egli è sempre più o meno soggetto a ricadere in tutte le stravagantissime illusioni dell’amore, ch’egli ha conosciuto e sperimentato impossibile, immaginario, vano. Non v’è uomo così profondamente persuaso della nullità delle [1652] cose, della certa e inevitabile miseria umana, il cui cuore non si apra all’allegrezza anche la più viva, (e tanto più viva quanto più vana) alle speranze le più dolci, ai sogni ancora i più frivoli, se la fortuna gli sorride un momento, o anche al solo aspetto di una festa, di una gioia della quale altri si degni di metterlo a parte. Anzi basta un vero nulla per far credere immediatamente al più profondo e sperimentato filosofo, che il mondo sia qualche cosa. Basta una parola, uno sguardo, un gesto di buona grazia o di complimento che una persona anche di poca importanza faccia all’uomo il più immerso nella disperazione della felicità, e nella considerazione di essa, per riconciliarlo colle speranze, e cogli errori. Non parlo del vigore del corpo, non parlo del vino, al cui potere cede e sparisce la più radicata e invecchiata filosofia. Lascio ancora le passioni, che se non altro, ne’ loro accessi si ridono del più lungo e profondo abito filosofico. Un menomo bene inaspettato, un nuovo male ancora che sopraggiunga, ancorchè piccolissimo, basta a persuadere il filosofo che la vita umana non è un niente. V. Corinne t.2. liv.14. ch.1. pag. ult. cioè 341. Ciò che dico del filosofo, dico pure del religioso, non ostante che la religione, tenendo dell’illusione e quindi della natura, abbia tanta più forza effettiva nell’uomo. (8. Sett. dì della natività di Maria SS. 1821.)

[1653] Il fanciullo non può contenere i suoi desideri, o difficilmente, secondo ch’egli è più o meno assuefatto a soddisfarli. L’uomo difficilmente concepisce un desiderio così vivo come il menomo de’ fanciulli, e di tutti facilmente è padrone, benchè certo non abbia cambiato natura, e la vita umana si componga tutta di desiderii, e l’uomo (o l’animale) non possa vivere senza desiderare, perchè non può vivere senz’amarsi, e questo amore essendo infinito, non può esser mai pago. Tutto dunque è assuefazione nell’uomo. Questa osservazione si può estendere a tutte le passioni e a tutte le parti esteriori ed interiori dell’uomo, e della sua vita. (8. Sett. 1821.)

Ho detto altrove che il troppo produce il nulla, e citato le eccessive passioni e le estreme sventure, il pericolo presente e inevitabile che dà una forza e tranquillità d’animo anche al più vile, una disgrazia sicura e che non può fuggirsi ec. che non producono già l’agitazione, ma l’immobilità, la stupidità, una specie di rassegnazione non ragionata; in maniera che l’aspetto dell’uomo in tali casi è bene spesso affatto simile a quello dell’indifferente: ed un bravo pittore non lo farebbe distinguere dall’uomo il più noncurante ec. eccetto per un’aria di meditazione stupida, ed una fissazione di occhi in qualsivoglia parte. Aggiungo [1654] ora che ciò non si deve solamente restringere all’atto, ma anche all’abito d’indifferenza, rassegnazione alla fortuna, insensibilità ec. che è prodotto dall’estrema infelicità e disperazione abituale ec. e puoi vedere la p.1648. (8. Sett. 1821.)

Alla p.1650. fine. Io non veggo in questi pretesi progressi, (dello spirito umano) da’ quali tiriamo tanta vanità, che una immensa catena, di cui alcuni indicarono il metallo; altri, forse senza disegno, ne formarono gli anelli; i più accorti pervennero felicemente a congiungerli. La gloria, a dir vero, sembra esser dovuta a questi: ma i primi ne hanno tutto il merito, o dovrebbero averlo, se noi fossimo giusti. Dissertazione sopra i progressi delle arti del Sig. Palissot de Montenoij (così trovo): pubblicata, credo, in Parigi, il 1756. Sta appiè del 1. tomo Dutens, aggiuntaci dal traduttor francese: e nella traduzione italiana Venez. 1789. Tommaso Bettinelli. t.1. p.209. Origine delle scoperte attribuite a’ moderni del Sig. Lodovico Dutens. (8. Sett. 1821.)

[1655] L’uomo si addomestica alla continua novità come alla uniformità, e allora l’oggetto nuovo gli è tanto familiare, quanto un oggetto vecchio, e la novità in genere gli è più familiare e ordinaria, che la uniformità. ec. (8. Sett. 1821.)

Il mio sistema introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero (secondo il principio di Cartesio ec. v. Dutens, par. 1. c. 2.  §. 10.), ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere. (8. Sett. 1821.)

Alla pagina 1632. fine. Quanti, anche profondissimi filosofi, furono o sono o saranno intimamente persuasi di proposizioni affatto contrarie a quelle di cui altri tali filosofi ec. [1656] sono o saranno o furono parimente persuasi fino alla supposta evidenza! E ciò non solo nelle cose fisiche che dipendono dall’esperienza, ma nelle astratte ec. ec. (8. Sett. 1821). Puoi vedere Corinne t.2. liv.14. c.1. p.335. V. p.1690. fine.

Alla p.1113. verso il fine. Si può notare che i verbi continuativi composti, cioè con preposizione o comunque (come subvectare ec. ec.) ora sono continuativi di altri verbi parimente composti (come di subvehere), ora sono immediatamente composti dal continuativo semplice del verbo semplice. [3] E quindi ora hanno il significato analogo al continuativo del semplice, e modificato dalla preposizione ec. ora sono continuativi del significato del verbo composto che serve loro di positivo. Talvolta, anzi bene spesso hanno l’uno e l’altro significato. P.e. subjectare, ora vale gittar di sotto in su come composto di sub e jactare; ed ora sottoporre, metter sotto, come formato da subiectus di subiicere. V. Forcellini. (Quindi il nostro suggettare, soggettare, assoggettare ec. franc. assujettir, spagn. sujetar, i quali però hanno un senso ignoto alla buona latinità, e [1657] stanno propriamente per subiicere, perduto nelle nostre lingue, come gettare, jeter ec. cioè jactare, per iacere, e così molti altri continuativi.) Si trova anche in Corippo subjactare, millantare, che non ha altro senso se non di sub e iactare, di cui è composto. Del resto i detti continuativi composti possono 1. non avere nessun composto che serva loro di positivo, o possa servire, 2. non avere nessun continuativo del semplice, da cui possano derivare, come adlectare da adlicere, non ha nessun continuativo del semplice lacere, da cui possa esser composto ec. ec. ec. (8. Sett. 1821.). Quanto ho detto de’ continuativi composti si applichi pure ai frequentativi composti.

Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà. L’intelletto non potrebbe niente senza la favella, perchè la parola è quasi il corpo dell’idea la più astratta. Ella è infatti cosa materiale, e l’idea legata e immedesimata nella parola, è quasi materializzata. La nostra memoria, tutte le nostre facoltà mentali, non possono, non ritengono, non concepiscono esattamente nulla, se non riducendo ogni cosa a materia, in qualunque modo, ed attaccandosi sempre alla materia quanto è possibile; e legando l’ideale col sensibile; e notandone i rapporti più o meno lontani, e servendosi di questi [1658] alla meglio. (9. Sett. 1821.). V. p. 1689. capoverso 2.

Piace nelle donne una certa virilità non solo di corpo, anche d’animo, e parimente a causa dello straordinario. Piace in esse anche la magnanimità, e questa piace pure, tanto alle donne quanto agli uomini, negli uomini ancora; perchè anche in essi è straordinaria, proporzionatamente parlando ec. Le sventure, le passioni, la malinconia, i sacrifizi generosi, e più o meno eroici, ec. piacciono pure in ambo i sessi e danno grazia ec. in parte per la compassione, ma in parte anche per lo straordinario. Così le grandi virtù, o i grandi vizi ec. (9. Sett. 1821.)

L’assioma de’ Leibniziani (se non erro) nihil in natura fieri per saltum, quella gradazione continua con cui la natura assuefa le cose a diversissimi stati, e nasconde il passaggio dall’inverno all’estate, ec. ec. ec. del che parla Senofonte, tutto ciò non dimostra egli che tutta la natura è un sistema di assuefazione? La gradazione importa l’assuefazione, e viceversa. (9. Sett. 1821.)

[1659] Alla p.1284. marg. - fine. Da simili ragioni, nacque senza fallo la gran differenza che si scorge fra la scrittura e la pronunzia delle lingue francese, inglese ec. Differenza chiamo io, quando le lettere scritte si pronunziano tutto giorno diversamente dal valore che è loro assegnato nel rispettivo alfabeto di ciascuna lingua, (Empire, si pronunzia ampire. La e nell’alfabeto francese è a o e? Perchè dunque scrivete e dovendo pronunziare a?) quando si scrivono lettere che non si pronunziano (come in Wieland); quando altre si omettono che si denno pronunziare. Questa differenza è imperfezione somma nella scrittura di tali lingue. L’italiana e la spagnuola sono in ciò le più perfette fra le moderne, forse perchè furono coltivate prima delle altre, e passarono in mano delle persone istruite, quando erano ancor molli, e prima che il modo di scriverle fosse già determinato dall’uso quotidiano degl’ignoranti e negligenti. L’ortografia italiana era molto imperfetta, com’è naturale, ne’ trecentisti, e nello stesso Dante, Petrarca ec. V. Perticari. Del resto era ben naturale che le lingue moderne nate dalla corruzione e dall’ignoranza, e in tempi d’ignoranza, non si sapessero scrivere; non si trovassero nè sapessero applicare i segni; [1660] si confondessero i suoni e i segni antichi co’ moderni; si seguitasse il costume di scrivere le parole in quel tal modo come si scrivevano anticamente, benchè la pronunzia fosse cambiata, e la forma di esse ec.; si pigliasse in prestanza l’ortografia degli antichi ne’ luoghi e ne’ casi alquanto dubbi ec. (come notano infatti degl’italiani che non essendo ben formata l’ortografia nostra massime nel 400. e ne’ principii del 500, si serviano della latina, e scrivevano p.e. et pronunziando e, vulgare, letitia ec. ec. così mi pare che osservi il Salviati) e tutto ciò producesse le imperfezioni che si trovano nelle ortografie straniere. (9. Sett. 1821.). V. p. 1945. e 2458.

Quanto l’uomo sia solito a giudicar di tutto assolutamente, e quanto perciò s’inganni, vediamolo in cose ordinarie. Il giovane deride, accusa, non concepisce, condanna i gusti, i pareri, i costumi, i desiderii ec. del vecchio, e viceversa. Tutti due s’ingannano, e nel fatto loro hanno piena ragione. Così dico di chi è appassionato, e di chi non lo è; di chi si trova in un tal caso, e di chi non vi si trova. S’io fossi ne’ suoi panni farei certo o non farei così: non comprendo come [1661] egli possa portarsi altrimenti. Se foste ne’ suoi panni, lo comprendereste. Tutto giorno ci par facilissimo, verissimo ec. quel ch’è impossibile, falsissimo ec. per chi si trova nel caso. A chi consiglia non duole il capo (Crusca) dice il proverbio, e fa molto al proposito. (9. Sett. 1821.)

Il talento non è altro che facoltà d’imparare, cioè di attendere, e di assuefarsi. Per imparare intendo anche le facoltà d’inventare, di pensare, di sentire, di giudicare ec. Nessuno impara le sue proprie invenzioni, pensieri, sentimenti, o i giudizi particolari ch’egli porta, ma impara a farlo, e non lo può fare se non l’ha imparato, e se non ha acquistato con maggiore o minore esercizio e copia di sensazioni, cioè di esperienze, queste tali facoltà, che paiono affatto innate, e sono realmente acquisite più o meno facilmente. La nostra mente in origine non ha altro che maggiore [1662] o minor delicatezza e suscettibilità di organi, cioè facilità di essere in diversi modi affetta, capacità, e adattabilità, o a tutti o a qualche determinato genere di apprensioni, di assuefazioni, concezioni, attenzioni. Questa non è propriamente facoltà, ma semplice disposizione. Nella mente nostra non esiste originariamente nessuna facoltà, neppur quella di ricordarsi. Bensì ell’è disposta in maniera che le acquista, alcune più presto, alcune più tardi, mediante l’esercizio; ed in alcuni ne acquista (gli altri dicono sviluppa) più, in altri meno, in alcuni meglio, in altri imperfettamente, in alcuni più, in altri meno facilmente, in alcuni così, in altri così modificate, secondo le circostanze, che diversificano quasi i generi di una stessa facoltà. Come una persona di corporatura sveltissima ed agilissima, è dispostissima al ballo. Non però ha la facoltà del ballo, se non l’impara, ma solo una disposizione a poterlo facilmente e perfettamente imparare ed eseguire. Così dico di tutte le altre facoltà ed abilità materiali. Nelle quali ancora, oltre la disposizione [1663] felice del corpo, giova ancora quella della mente, e la facoltà acquisita di attendere, di assuefarsi e d’imparare. Senza cui, gli organi esteriori i meglio disposti alla tale o tale abilità, stentano bene spesso non poco ad apprenderla, e conservarla. (10. Sett. 1821.)

Una leggera stonazione in una musica non è capita dal volgo, come il fanciullo non capisce i piccoli difetti della forma umana, e talora nemmeno i gravi. In una musica alquanto astrusa, cioè per poco che gli accordi sieno inusitati, egli non capisce neppure le grandi stonazioni, e così proporzionatamente accade alle persone polite, e talvolta anche alle intendenti. (10. Sett. 1821.)

Ho detto altrove che bisogna distinguere nella musica l’effetto dell’armonia, da quelli del suono che non hanno a fare col bello, come non vi ha che fare il colore per se stesso, non trattandosi di convenienza. Ho detto che quello che ha di singolare l’effetto della musica sull’animo, appartiene in massima [1664] parte al puro suono. Infatti qual differenza fra l’effetto di un suono, di uno strumento dolce, penetrante, ec. ed un altro ruvido, non penetrante ec. Analizzate bene l’effetto della musica sul vostro cuore, e vedrete che l’effetto suo singolare deriva precisamente dalla natura del suono e varia secondo le di lui differenze. L’armonia, la melodia la più melodiosa, o armonica, eseguita su d’uno strumento vile, ec. in suoni rozzi ec. non vi tocca non vi muove, non v’innalza punto. Ho conosciuto una persona che passava e si teneva essa stessa per inarmonica, non essendo nè commossa nè dilettata da quasi veruna musica. Frattanto egli notava che una stessa armonia eseguita in certi tali strumenti lo toccava vivamente, in altri niente affatto. Egli amava molto, e provava tutti gli effetti della musica, quando udiva suoni forti, di gran voce, strumenti arditi, orchestre numerose, e strepitose. Quest’era dunque una particolare disposizione de’ suoi organi, inclinati a que’ tali suoni, che lo dilettavano: ovvero una rozzezza o poca delicatezza, bisognosa di suoni forti per essere scossa. Questo diletto era dunque [1665] nella sostanza dipendente dal suono, e indipendente dall’accordo, dall’armonia, e quindi dal bello. Il suono dà piacere all’uomo, perchè la natura gli ha dato, o ha dato a noi (e ad altri animali) questa proprietà. Così i cibi dolci, i colori vivi ec. Tutto ciò non appartiene al bello, non essendo convenienza. V. p. 1721. capoverso 2.

Una notabile sorgente di piacere nella musica è pur l’espressione, la significazione, l’imitazione. Questo neppure spetta al bello, come ho detto in proposito della fisonomia umana. Or questo è di tanto rilievo, che una musica non significante non diletta se non gl’intendenti, i quali si fanno mediante l’assuefazione, de’ particolari generi e fonti di piacere. E se l’uomo udendo una musica espressiva o no, non l’applica seco stesso a qualche significazione, o se l’applica ad una significazione che non le conviene, egli ne proverà o nessun diletto, o minore proporzionatamente. Questo è costante e universale. E però gli animi non [1666] sensibili poco son dilettati dalla musica. Tanto è vero che il di lei singolare effetto non deriva dall’armonia in quanto armonia, ma da cagioni estranee alla essenza dell’armonia, e quindi alla teoria della convenienza, e del bello. (10. Sett. 1821.)

Si dice tutto giorno, aria di viso, fisonomia ec. e la tal aria è bella, la tale no, e aria truce, dolce, rozza, gentile ec. ec. In maniera che bene spesso non trovando difetto in nessuno de’ lineamenti, o non trovandovi pregio, si trovano però difetti o pregi, bellezza o bruttezza nell’aria del viso. Non è questa una prova che il bello o brutto della fisonomia, non dipende nella principal parte dalla convenienza, ma dalla significazione, e quindi non è propriamente bellezza nè bruttezza? Notate anche il nome di aria che si è dato a questa significazione generale di una fisonomia, appunto perch’ella consistendo in sottilissimi rapporti colle qualità non materiali dell’uomo, è una cosa impossibile a determinarsi, e quasi aerea. [1667] Ond’è che i giudizi differiscono intorno alla bellezza umana forse più che a qualunque altra, quando parrebbe che dovesse accadere l’opposto. Aria ec. si applica anche alle fisonomie non umane. (10. Sett. 1821.)

Vedi tu un uomo o una donna? A qual parte corri subito? al viso, massime s’è di diverso sesso. T’è nascosto il viso, e il personale o altro, ti par bello, o ti muove a curiosità di conoscerla? tu non sei contento se non la miri in viso. Vedutolo, ti par brutto? tu cangi subito il giudizio, e il senso, e mentr’ella ti parve bella, ora ti par brutta. Ti parve brutta, e il viso ti par bello? nel tuo giudizio ell’è divenuta bella. Tu non dici nè pensi di conoscere di veduta una persona se tu non l’hai veduta in viso. Non così ti accade rispetto agli animali. Tu non provi nessuno dei detti effetti. Tu non osservi che il corpo, perchè nelle diverse fisonomie di una stessa specie, non trovi differenze. Tu dici di conoscere un cavallo, se anche non l’hai [1668] veduto o almeno osservato nel muso. Se n’hai visto il solo muso, non dici nè pensi di conoscerlo, laddove tu pensi di conoscere una persona di cui non hai visto o almeno osservato che il viso, come spesso accade. Un animale dipinto in maniera che il muso non si veda, ti pare intero. Non così una persona. Tanto è vero che per l’uomo la parte principale della forma umana è la fisonomia. (10. Sett. 1821.)

I contadini, e tutte le nazioni meno civilizzate, massime le meridionali, amano e sono dilettate soprattutto da’ colori vivi. Al contrario le nazioni civili, perchè la civiltà che tutto indebolisce, mette in uso e in pregio i colori smorti ec. Questo si chiama buon gusto. Perchè? come dunque si suppone che il buon gusto abbia norme e modelli costanti, e invariabili? s’egli ci allontana dalla natura, in che altra cosa stabile faremo noi consistere questo tipo, questa norma? Non è questa oltracciò una prova che tutto è relativo, e dipende dall’assuefazione, e circostanze, [1669] anche i piaceri, i gusti ec. che paiono i più naturali, e spontanei? giacchè l’uomo polito, senza bisogno di alcuna riflessione, si ride di un villano che stima far gran figura col suo gilet di scarlatto, e degli altri villani o villane che l’ammirano. E pure che ragione naturale v’è di riderne? Le stesse nostre classi colte pochi anni sono, quando erano meno o civilizzate o corrotte, avevano lo stesso gusto de’ nostri villani, ma in assai maggior grado. Ora i colori amaranto, barbacosacco, napoleone, ed altri simili mezzi colori sono di moda, e questo effetto si attribuisce a piccole cagioni, ma in vero egli tiene alla natura generale dell’incivilimento. (10. Sett. 1821.)

La detta osservazione è anche una prova dell’indebolimento che è sempre e in tutti i sensi compagno ed effetto della civiltà. (10. Sett. 1821.)

Il vedere che altri prova in nostra presenza un gusto vivo, ci è sempre grave, e ci rende odiosa quella persona. E perciò è prudenza e creanza il non dimostrare in presenza [1670] altrui di provare un piacere, o il portarsi con una disinvoltura che mostri di non curarsene ec. Similmente dico di un vantaggio. E v. un mio pensiero sul far carezze alla moglie in presenza altrui, e il costume degl’inglesi che ho notato in questo proposito. Cosa spiacevolissima anche tra noi, e che m’è avvenuto di sentir condannare come insopportabile in due sposi che si facevano grandi carezze in presenza d’altri. Tanto è vero che l’uomo odia naturalmente l’uomo. Eccetto se quel gusto che ho detto è stato procacciato a quella persona da noi stessi volontariamente, nel qual caso egli ridonda in certo modo su di noi, e serve alla nostra ambizione, ec. insomma ne partecipiamo. Questo effetto si prova massimamente cogli eguali e co’ superiori (meno cogl’inferiori, co’ fanciulli ec.); ma cogli eguali soprattutto, e cogli amici e stretti conoscenti più che mai, perocchè con questi si esercita principalmente l’invidia, e si sente al vivo l’inferiorità nostra ec. in qualsivoglia genere. I superiori sono il soggetto di un odio più generale, che si stende su tutta la loro persona, [1671] condizione ec. e discende meno, o è meno sensibile alle cose particolari, tanto più che non si può entrare con essi in competenza di desiderii ec. Parimente riguardo agl’inferiori, bisogna che i loro vantaggi o piaceri siano d’un alto grado (nel qual caso l’odio è maggiore verso loro che verso qualunque altro) perchè arrivino a pungere il nostro amor proprio, e la nostra gelosia ec. Nondimeno è vero che sempre se ne prova qualche disgusto. (11. Sett. 1821.)

Le teorie delle quali i romantici han fatto tanto romore a’ nostri giorni, avrebbero dovuto restringersi a provare che non c’è bello assoluto, nè quindi buon gusto stabile, e norma universale di esso per tutti i tempi e popoli; ch’esso varia secondo gli uni e gli altri, e che però il buon gusto, e quindi la poesia, le arti, l’eloquenza ec. de’ tempi nostri, non denno esser quelle stesse degli antichi, nè quelle della Germania, le stesse che le francesi; che le regole assolutamente parlando non esistono. Ma essi son andati più avanti, hanno ricusato o male interpretato [1672] il giudizio e il modello della stessa natura parziale, sola norma del bello; il fanatismo e la smania di essere originali (qualità che bisogna bene avere ma non cercare) gli ha precipitati in mille stravaganze; hanno errato anche bene spesso in filosofia, ne’ principj, e nella speculativa non solo delle arti ec. ma anche della natura generale delle cose, dalla quale dipendono tutte le teorie di qualsivoglia genere. - Il primo poema regolare venuto in luce in Europa dopo il risorgimento, dice il Sismondi, è la Lusiade (pubblicata un anno avanti la Gerusalemme). Questo è detto abusivamente: per regolare, non si può intendere se non simile a’ poemi d’Omero e di Virgilio. Regolare non è assolutamente nessun poema. Tanto è regolare il Furioso, quanto il Goffredo. L’uno potrà dirsi esclusivamente epico, l’altro romanzesco. Ma in quanto poemi tutti due sono ugualmente regolari; e lo sono e lo sarebbero parimente altri poemi di forme affatto diverse, purchè si contenessero ne’ confini della natura. I generi ponno essere infiniti, e ciascun genere, [1673] da che è genere, è regolare, fosse anche composto di un solo individuo. Un individuo non può essere irregolare se non rispetto al suo genere o specie. Quando egli forma genere, non si dà irregolarità per lui. Anche dentro uno stesso genere (come l’epico) si danno mille specie, ed anche mille differenze di forme individuali. Qual divario dall’Iliade all’Odissea, dall’una e l’altra all’Eneide. Pur tutti questi si chiamano poemi epici, e potrebbero anche non chiamarsi. Anzi si potrebbe dire che se l’Iliade è poema epico, l’Eneide non lo è, o viceversa. Tutto è quistione di nomi, e le regole non dipendono se non dal modo in cui la cosa è: non esistono prima della cosa, ma nascono con lei, o da lei. (11. Sett. 1821.)

L’uomo inesperto del mondo, come il giovane ec. sopravvenuto da qualche disgrazia o corporale o qualunque, dov’egli non abbia alcuna colpa, non pensa neppure che ciò debba essere agli altri, oggetto di riso sul suo conto, di fuggirlo, di spregiarlo, [1674] di odiarlo, di schernirlo. Anzi se egli concepisce verun pensiero intorno agli altri, relativamente alla sua disgrazia, non se ne promette altro che compassione, ed anche premura, o almen desiderio di giovarlo; insomma non li considera se non come oggetti di consolazione e di speranza per lui; tanto che talvolta arriva per questa parte a godere in certo modo della sua sventura. Tale è il dettame della natura. Quanto è diverso il fatto! Anche le persone le più sperimentate, ne’ primi momenti di una disgrazia, sono soggette a cadere in questo errore, e in questa speranza, almeno confusa e lontana. Non par possibile all’uomo che una sventura non meritata gli debba nuocere presso i suoi simili, nell’opinione, nell’affetto, ec. ma egli tien per fermissimo tutto l’opposto; e s’egli è inesperto non si guarda di nascondere agli altri (potendo) la sua disgrazia; anzi talvolta cerca di manifestarla: laddove la principale arte di vivere consiste ordinariamente nel non confessar mai di esser [1675] disgraziato, o di avere alcuno svantaggio rispetto agli altri ec.

Parimente l’uomo inesperto (ed anche lo sperimentato, nella ebbrezza della gioia) sopravvenuto da qualche fortuna, ed acquistato qualche vantaggio, crede fermamente che tutti, e massime gli amici e i conoscenti debbano rallegrarsene di tutto cuore, e neppur sospetta che ne l’abbiano a odiare, ch’egli sia per perderne l’amicizia di questo o di quello, che gli stessi amici più cari, debbano o tentar mille vie di spogliarlo del suo nuovo vantaggio, screditarlo ec. o almeno desiderar di farlo, proccurar di scemare presso lui, presso loro stessi, e presso gli altri l’idea e il pregio della sua nuova fortuna ec. Tutto ciò, accadendo, come inevitabilmente accade, gli riesce maraviglioso. (11. Sett. 1821.)

Scire nostrum est reminisci dicono i Platonici. Male nel loro intendimento, cioè che l’anima non faccia che ricordarsi di [1676] ciò che seppe innanzi di unirsi al corpo. Benissimo però può applicarsi al nostro sistema, e di Locke. Perchè infatti l’uomo, (e l’animale) niente sapendo per natura ec. tanto sa, quanto si ricorda, cioè quanto ha imparato mediante le esperienze de’ sensi. Si può dire che la memoria sia l’unica fonte del sapere, ch’ella sia legata, e quasi costituisca tutte le nostre cognizioni ed abilità materiali o mentali, e che senza memoria l’uomo non saprebbe nulla, e non saprebbe far nulla. E siccome ho detto che la memoria non è altro che assuefazione, nasce (benchè prestissimo) da lei, ed è contenuta in lei, così vicendevolmente può dirsi ch’ella contiene tutte le assuefazioni, ed è il fondamento di tutte, vale a dire d’ogni nostra scienza e attitudine. Anche le materiali sono legate in gran parte colla memoria. Insomma siccome la memoria è essenzialmente assuefazione dell’intelletto, così può dirsi che tutte le assuefazioni dell’animale sieno quasi memorie proprie de’ respettivi organi che si assuefanno. (11. Sett. 1821.). V. p. 1697. principio.

Note

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[1] Altri, meglio, flumine.

[2] Quasi si verifica in questo senso e modo ciò che quel vecchio disse a Pico, della stupidità dei vecchi stati spiritosi straordinariamente da fanciulli.

[3] Si può recare l'esempio del verbo sustentare vero continuativo, non di tenere (onde il continuativo tentare) V. il Forcellini in sustento. Ex meis angustiis illius sustento tenuitatem, egestatem lenocinio sustentavit ec. ec. Non avrebbe potuto dire sustineo, sustinuit. Sostentar la vita in italiano va benissimo; non però invece sostenere per mantenere, evidente azione continuata.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2006