Aldo Francesco Massera

Le più antiche biografie del Boccaccio.

Edizione di riferimento:

Zeitschrift für romanische Philologie, 1903 (Bd. 27), p. 298 e sgg.

 

 

Delle tre fonti precipue da cui noi possiamo attingere notizie sicure su la vita del grande da Certaldo - voglio dire i dati autobiografici forniti dalle sue opere, i documenti pubblici e privati riferentisi alla sua persona, le biografie scritte dai suoi contemporanei o da uomini viventi a pena due o tre generazioni dopo la morte di lui; quest' ultima sorgiva, non meno delle altre abbondante, sembra fino ad ora sia stata a fatto dalla recente critica, con molta ingiustizia, trascurata. Già che, mentre ogni accenno sparso nelle opere boccaccesche, e avente qualche valore per la storia della vita del poeta, fu con notevole acume d'ingegno e con grande apparato di dottrina sottoposto ad una finissima analisi, che portò a conchiusioni quasi sempre definitive, da Vincenzo Crescini nel suo ragguardevole Contributo; mentre ogni giorno vengono alla luce nuovi e nuovi documenti che illustrano sempre più la famiglia l'operosità le relazioni gli studî del Boccaccio,[1] in guisa tale che possa sperarsi ormai prossima o quanto meno sembrar già matura, (come si sta facendo per Dante e come dovrebbesi anche fare pel Petrarca) la compilazione di un codice diplomatico boccaccesco: al contrario, per le antiche biografie dettate nel primo secolo dopo la morte del poeta ci siam sempre fin'ora contentati di ricorrere a quel che fu detto e fatto conoscere, con erudizione di seconda e terza mano, dai letterati dei secoli decimosettimo e decimottavo: grandi senza dubbio per lo sforzo che dovettero fare, essi primi, a raccogliere l'enorme quantità di dati e di fatti onde riboccano i loro poderosi in-folio, ma troppo dissenzienti, per il metodo per i criteri per 1' orientamento generale, dall' indole dei nostri studi, i quali, pur ammirando e venerando la loro incancellabile gloria, non possono già prendere ad impresa 1' ipse dixit degli antichi tratta-tisti. Queste considerazioni principalmente mi mossero a ricercare, a vagliare a fissare secondo la buona critica il non esiguo materiale che il presente lavoro riporta alla luce: riporta, con utilità, forse, non solo degli studi boccacceschi, pe' 'l qual intento sopra tutto è stato messo insieme, ma anche delle nuove indagini che intorno alla letteratura biografica del secolo XIV e XV possano farsi in avvenire. Entro questi limiti di tempo, e precisamente nei 75 anni decorsi tra il 1375 e il 1450, scrissero - a mia saputa - del Boccaccio (con merito vario, ma con uniformità di criteri) messer Filippo Villani, maestro Domenico Bandini aretino, Siccone Polenton, Giannozzo Manetti: le cui opere, rimaste, in generale, all'infuori delle cure che si spendono oggidì su i diversi prodotti letterari del tempo che vide nascere pur quelle, m'è stato per tanto necessario di ripigliare in esame. Del quale il miglior frutto sarà questo, che possa invogliare chi scorra il presente studio a coltivare più profondamente ed intensamente gli ubertosi terreni ch'io, per ora, mi tengo semplicemente pago di dissodare.

Filippo Villani, nato dal cronista Matteo presumibilmente negli anni che intercessero tra il 1330 e il 1335 o intorno a quel tempo[2], scolare nel 1358 dello Studio fiorentino, si addottorò nel diritto certamente prima di quest'anno, in cui lo troviamo già qualificato messere (dominus) in un documento del 25 agosto pubblicato dal Gherardi[3]. Un altro documento[4] ce lo mostra a Firenze in possesso di una cattedra, forse di giurisprudenza, nell' anno scolastico 1361-62.[5] Quasi quindici anni più tardi (1375), nell'aprile, lo troviamo a Genova, speditovi per trattare, insieme con alcuni colleghi, davanti a quei magistrati certe questioni che l'arte della lana aveva con vari mercanti genovesi: del che ci restano a testimonio nove lettere da lui scritte ai consoli di Calimala[6]. Eletto poi cancelliere del comune di Perugia prima del 1377,[7] rimase parecchi anni colà, ma già fin dal 1381-82 erasi sottratto a quel faticoso e delicato ufficio,[8] riducendosi probabilmente in patria, ove per altro non trovo più fatta menzione di lui per un decennio all'incirca. Nell' anno scolastico 1391-92 egli riappare come lettore di Dante nello Studio fiorentino; incombenza che gli fu di nuovo affidata per tutto il 1397, a partire dal 10 gennaio, e poscia, per gli anni scolastici 1397-98, 1398-99 e 1401-02. Questa lettura « è molto probabile, sebbene non ne abbiamo prova sicura, che gli sia stata confermata negli anni immediatamente seguenti, poiché tre anni più tardi, il 13 ottobre 1404, la Signoria ordinava agli Ufficiali dello Studio di nominarlo a spiegare la Commedia "modo et forma hactenus per eum usitatis". Questa elezione doveva essere per cinque anni, con lo stipendio di 50 fiorini l'anno: se non che sulla fine del 1405 lo Studio fu chiuso, né si pensò a riaprirlo fino al 1412. In tale anno troviamo succeduto al Villani, come lettore della Divina Commedia, Giovanni Malpaghini da Ravenna.[9] Forse nel frattempo messer Filippo era morto: certo io né trovo in che anno passasse di vita, né ò notizia di altri documenti, che lo riguardino, posteriori alla deliberazione della Signoria del 1404. Sino al 1414 sopravvisse la figliuola monna Lisa, che tra il 1389 e il '90 aveva sposato Boccio di Jacopo Bocci; frutto, essa Lisa, del matrimonio contratto nel 1366 dal Villani con monna Salvestra di Bartolo Bricchi della Castellina.[10]

Della sua lunga esistenza, passata quasi tutta nella solitudine dello studio (onde l'epitteto di solitarius che accompagna quasi costantemente il nome del Villani), rimasero, frutti notevoli, oltre il De origine di cui sarà discorso più avanti, la continuazione delle Croniche iniziate dallo zio Giovanni e proseguite dal padre, e il principio di un commento latino al poema dantesco, conservato nel cd. chigiano L vij 253.[11] La Commedia fu in modo speciale l'oggetto del suo fervido culto: oltre ad averla spiegata per molto tempo pubblicamente ai suoi cittadini, la trascrisse egli stesso di suo pugno, negli anni maturi,[12] sopra un codice che in oggi è uno dei preziosissimi pe' 'l testo dell'„opera angelica“; finalmente, dalla necessità di premettere al suo commento un compendio della vita del poeta fu indòtto ad aggiungere il secondo libro, le biografie degli illustri fiorentini, all'opera cui principalmente è presso noi legato il suo nome. Così s'esprime in fatti egli stesso nel proemio a quel libro:

«Ne videar ab hijs, que dixi in prefationibus, dissentire, ipsa eadem verba que in exordio planande mihi 'Comedie' Dantis, dum de poete consilio queritarem, intexui, hic etiam proponendo putavi, ut unde hoc fuerit scissum opus appareat. Ea sane fuere: "Locus iste persuadere videtur, ut pleraque per compendium referam de vita moribusque poete: splendorem siquidem et gratiam operi videntur afferre ingenua virtus et transacta moribus bonis vita auctoris".[13] Hec dum ipse mecum contionando temptarem, quo patto nescio, maioris occupationis ardor incessit. Nam dum nostri poete que facto sunt diligentius agitarem, concives multi doctissimi et famosi per meum animum incesserunt, quorum vel sola recordatio viventium possit ingenia excitare emulatione virtutum ... Hec etsi me satis allicerent ut conarer de illustribus civibus meis aliquid scribere, veritus tamen sum ne, dum studeo posteris eorum famosa nomina tradere, splendorem eorum obnubilem tenuitate sermonis ... Fert tamen animus hoc loco de ipsis pauca cumulare, ut vel hoc saltem iniuria paretur materia felicioribus eloquentijs de ipsis illustribus florentinis celsiori stilo letiorique conscribere».[14]

La più antica biografia del Boccaccio, come quella che fu scritta nel primo ventennio dopo la morte del poeta, è inserita a punto nella seconda parte dell'opera villaniana da cui abbiamo citato il passo precedente: nel De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus.[15] Il primo libro della quale, meno interessante dell'altro, non è se non un compendio della più antica e favolosa storia di Firenze; mentre nel secondo, notissimo agli studiosi ed assai pregevole, son raggruppate le vite dei Fiorentini illustri nelle lettere nelle arti nelle scienze, a cominciare da Claudiano e a finire dai contemporanei dell'autore, il quale vi diede posto ad alcuni celebri personaggi ancòra viventi mentr'egli scriveva, come (basterà ricordarne uno) ser Coluccio Salutati. Non è qui luogo da tracciare, se non brevemente, la storia della fortuna di quest'opera: di cui a lungo si credette, su la fede del padre Negri,[16] che un esemplare fosse conservato nella biblioteca vaticana; notizia del tutto priva di fondamento e distrutta solo nel 1747 dal Mazzuchelli.[17] Questi per altro, che in quell'anno diede alla luce l'antica versione volgare delle vite villaniane, ignorò l'esistenza di altri mss. del testo originale: tanto da consacrar qualche parola a ricercare se messer Filippo avesse scritto le sue vite in italiano o in latino, pur risolvendo la questione in favore di quest' ultima lingua.[18] Fu primo, se non erro, il Mehus, nel 1759, ad indicare due cdd. latini del De origine, uno appartenente alla biblioteca barberina, l'altro passato nel 1755 da casa Gaddi alla Laurenziana;[19] questo secondo è quello, sopra cui il Galletti diede fuori nel 1847[20] una parte del testo latino, e cioé meglio, il proemio del primo e tutto il secondo libro dell'opera del Villani. Finalmente il Marchesini richiamò nel 1888[21] l'attenzione degli studiosi sopra un terzo manoscritto, il laurenziano - ashburnhamiano 942, già pucciano 497, acquistato nel 1884, insieme con gli altri cdd. di quella provenienza, dal nostro governo.

Tre dunque sono i testi a noi pervenuti dello scritto capitale di messer Filippo:

 

1. il laur. ashburnh. 942 (A),

2. il laurenz. LXXXIX inf. 23 (L),

3. il vatic.-barberiniano XXXIII 130 (B)

 

Studiamoli brevemente più da vicino.

Il cd. A, dimostrato indiscutibilmente autografo dal Marchesini, alla cui descrizione[22] rimando il lettore, sembra paleograficamente appartenere agli ultimi anni del secolo XIV. La storia di questo ms. è ben nota. Inviato dall'autore al Salutati, perché questi lo esaminasse, lo correggesse, lo modificasse ove parevagli più oppor-tuno, il cd. reca in moltissimi luoghi la traccia della costui diligenza che si esercitò sopra tutto, ma non unicamente, ad emendare la grafia, spesso barbara e rozza, di quel latino ancor medievale. Ecco in fatti la precipua raccomandazione che fece all'amico, nella breve lettera[23] con cui accompagnava il ms. già esaminato, il notaio da Stignano: "Rogo tamen quod orthographiam non negligas, nam cum opus sit elegantissimum, deforme foret vitijs illis puerilibus inquinari, precipue cum sepe mutata sillabitatio et elementorum iunctura sensum omnem intellectumque pervertat". Ma oltre all'ortografia non trascurò il revisore di emendare molti costrutti non conformi all'uso del latino classico, né di rettificare o integrare alcuni dati di fatto ignorati o travisati dal Villani.

Accostando la lezione di A alla lezione di L,[24] ci accorgeremo tosto che questa è copia fedele di quella. Il secondo ms., appartemente al sec. XV,[25] non differisce in fatti dal primo che per la scorrettezza, alle volte a dirittura grossolana, con cui è stato esemplato, e della quale ebbe a dire il Bandini: ''ita mendose scriptus est, ut vix sensus aliquando, nec sine magna ingenii tortura elici possit".[26]

Or confrontiamo la redazione AL delle biografie con il testo della versione volgare quattrocentistica, apparsa integralmente la prima volta a cura del Mazzuchelli nel 1747, e quindi spesse volte, senz'alcun mutamento, riprodotta. Le differenze tra l'una e l'altra son così frequenti e di tanto momento, che lascerebbero in verità credere - come molti àn creduto[27] - ad un rimaneggiamento quasi radicale, da parte di chi tradusse, delle vite villaniane. Prendiamo un esempio dalla biografia del Boccaccio, alla quale unicamente ò circoscritto i miei studi rispetto al testo del De origine. Su la nascita del Certaldese ecco come si esprime la redazione A: "Hic enim naturali patre Boccacio, industrio viro, natus est in Certaldi oppido, quod (cd. qui) octavo et decimo miliario distat ab urbe Florentia. His, dum puer sub Johanne, Zenobij patre etc." Sentiamo in vece l'ignoto volgarizzatore: "El costui padre fu el Boccaccio da Certaldo, castello del contado fiorentino, huomo d'ornamento di costumi celebrato. Questi per le sue mercatantie, alle quali attendeva, stando a Parigi, come era d'ingegno liberale e piacevole, così fu di compressione allegra e di facile inclinatione ad amore. Per questa piacevolezza della sua natura e de' costumi, s'innamorò d'una giovinetta parigina, di sorte medrioche tra nobile e borghese, della quale arse di vementissimo amore; e, come vogliono gli osservatori dell'opere di Giovanni, quella si congiunse per isposa, della quale poi esso Giovanni fu generato. El quale, fanciullo, sotto maestro Giovanni, padre di Zanobio poeta, ecc." Odasi ancòra il ritratto del poeta secondo il ms. A: "Stature fuit pinguiuscule sed procere; rotunda facie; naso paululum depresso; labijs turgentibus aliquantulum; iocundus et ylaris aspectu, sermone faceto, et qui contionibus delectaretur". Ed ecco come lo dipinge il volgarizzatore: "Fu el poeta di statura alquanto grassa ma grande; faccia tonda ma naso sopra gl'anari un poco depresso; labri alquanto grossi, niente di meno begli e bene lineati; mento forato che nel suo ridere mostrava bellezza; giocondo et allegro aspetto; in tutto el suo sermone piacevole et humano, e del ragionare assai si dilettava". Or queste differenze, notisi, ricorrono - quando più, quando meno sensibili - non nella sola vita del Boccaccio, ma in tutte le biografie contenute nella parte seconda del De origine. Come dunque spiegarle?

La chiave del mistero ci è pòrta dal codice B.[28] Riscontriamo in fatti su questo i due passi citati più sopra, e vedremo che in esso il testo latino coincide perfettamente con il volgarizzamento italiano. I due passi son questi:

1. "Huic pater fuit Boccaccius de Certaldo, oppido comitatus Florentie, homo morum decore celebratus, qui, dum mercandi studio Parisius moraretur, ut erat ingenio liberali placidoque, ita, complexionis hylaritate, inclinationis facillime in amorem. Ea nature morumque indulgentia, in quamdam iuvenculam parisinam, sortis inter nobilem et burgensem, vehementissimo exarsit amore et, ut cultores operum Johannis volunt, illam sibi in coniugem copulavit, ex qua ipse genitus est Johannes. His, dum puer, sub johanne magistro, Zenobij poete patre, etc.";

2. "Stature fuit poeta pinguiuscule sed procere; rotunda facie; naso supra nares paululum depresso; labijs turgentibus aliquamtulum, venuste tamen lineatis; centro in mento, dum rideret, decore defosso; iocundus et hylaris aspectu; toto sermone facetus et comus, [et] qui contionibus delectaretur".

Accordo più pieno e convincente, a mio parere, non potrebbe darsi.

Noi abbiam quindi a fronte, com'è ragionevole dedurre, due redazioni diverse dell'opera stessa: una rappresentata dal cd. A autografo e da L apografo, l'altra dal cd. B e dalla versione italiana del secolo XV. Manifestamente l'ultima redazione è posteriore alla prima, come si arguisce a priori dalla maggior esattezza ed abbondanza di notizie,[29] e anche dal giro più tornito che presenta in essa la frase latina.[30] Oltre a queste, v'è poi una riprova più diretta e più decisiva. La redazione AL, indirizzata ad un Eusebio, co' 'l qual onorifico appellativo è designato ser Coluccio Salutati,[31] fu scritta in un tempo che, se non si può determinare con assoluta precisione, tuttavia deve certamente esser ritenuto anteriore al 1390, come pensava già, fin dal 1888, il Marchesini.[32] Venendo ad una più rigorosa determinazione, il Novati asserì nel 1891 che Filippo si accinse a dettare il suo libro tra il 1381 e il 1384;[33] quindi, due anni dopo, restrinse anche di più questi termini, mostrandosi molto propenso a "concludere che il De origine nella redazione conservatane dal cod. Laur. - Ashburnh. deve esser stato scritto verso il 1381-82"[34] Il cd. B è invece dedicato "ad illustrem dominum Philippum de Alenconio, episcopum ostiensem, romane ecclesie cardinalem".[35] Messer Filippo, figlio del conte Carlo II d'Alençon ch'era fratello del re di Francia, fu fatto cardinale del titolo di S. Maria in Trastevere l'8 sett. 1378, vescovo d'Ostia e Velletri - pare - nel 1387; morì a Roma il 15 agosto 1397.[36] Dunque, la seconda redazione fu necessariamente composta dopo il 1387 e prima del 1397. Ma, fortunatamente, quest'ampio spazio di tempo può essere senza difficoltà ristretto e meglio determinato. In fatti, nel capo XXIII del libro I del De origine - naturalmente, secondo l'ultima e definitiva redazione - (il titolo del capitolo è questo: "De origine et genealogia regum Francorum per Priamum ducem Sicambrorum de stirpe Franconis Hethoris filij, ex quo Carolus qui urbem Florentiam reedificavit"),[37] il Villani enumera ordinatamente tutti i re di Francia, a partire dai favolosi, fino a Carlo VI (ch' egli chiama VIII), del quale è detto così:[38] "iuvenis adhuc et indolis egregie atque animosus valde, anno etatis sue XIV. non impleto coronatus est, et iam per annos circiter XV. regno prefuit; cuius vitam mores et gesta honestius erit, postquam fata sua compleverit, pertractari". Poiché Carlo VI nacque a Parigi il 3 dic. 1368 e fu consacrato re a Reims il 4 nov. 1380 (non è dunque esattissimo l'„anno etatis sue XIV. non impleto” del Villani), il quindicesimo anno, all'incirca, del suo regno cadrà verso il 1395, che così diventa per tanto uno dei limiti cronologici della seconda redazione del De origine, rimanendo sempre fisso l'altro limite al 1397.

In conchiusione:

1. del De origine noi possediamo due redazioni diverse, dovute ambedue all'autore, che scrisse la prima molto probabilmente verso il 1381-82, e la seconda tra il 1395 e il 1397;

2. della prima redazione ci è pervenuto l'autografo, ossia il cd. A, ricopiato fedelmente, ma spropositatamente, in L;

3. la seconda redazione fu conservata a noi dal ms. B, e da questa, come dalla definitiva, un ignoto quattrocentista tradusse, con qualche lacuna, la parte seconda, comprendente le vite dei Fiorentini illustri.

Venendo ora a ciò che più specialmente riguarda P oggetto di questo studio, cioé alla biografia del Boccaccio, ch'è - in ambedue le redazioni - la quinta del libro II, osserverò che primo a pubblicarla fu nel 1802 il Baldelli, il quale, traendola da L, la premise alle liriche boccaccesche da lui primamente date in luce.[39] Nel 1847 il Galletti la pubblicò di nuovo, dal medesimo cd., alle pp. 17 sgg. dell'edizione più sopra citata. Ma secondo il rifacimento del cd. B, la vita boccaccesca era già stata divolgata fin dal 1826 nell'opuscolo, del resto pochissimo noto, del canonico Moreni.[40]

Segue il testo critico delle due redazioni della biografia. Per la prima ò preso a fondamento la lezione di A, cc. 23a-24b (non numerate), additando le principali varianti di L, cc. 46b-48b (pure non num.), di Ba (stampa Baldelliana) e di G (edizione fiorentina del 1847). Per la seconda riproduco il dettato del cd. B, cc. 59b -60b, non trascurando d'indicare in nota le discrepanze di questo ms. con la stampa Moreni (M).[41]

 Dal

et de eiusdem famosis civibus, l. 11 c. v.

[prima redazione: cd. A.]

[redazione definitiva: cd. B.]

 

 

*         *

 *

La traduzione italiana delle vite villaniane ci è stata conservata in numerosi mss. dipendenti strettamente l'uno dall' altro, dei quali il più antico è il laurenziano LXI 41. Questo cd., cartaceo, consta di 147 fogli, di cui il primo e l'ultimo son bianchi, più 4 di guardia. Le iniziali e le didascalie son rubricate. A c. 2a comincia la vita di Dante scritta dal Boccaccio, la quale finisce a c. 28b; la c. sg. è bianca; a c. 30a è la vita di Dante scritta da Leonardo Bruni; a c. 39b, quella di Francesco Petrarca, del medesimo autore; finalmente da c. 46a a c. 72b vanno le biografie del Villani, nel medesimo ordine con cui figurano nell'edizione del Mazzuchelli, meno la vita del Cavalcanti che manca nel nostro codice.[42] Seguono, nelle cc. 73a-114b, orazioni epistole e dicerie di vari autori, di cui l'indice può vedersi presso il Bandini;[43] poi, dopo la c. 115, bianca, dicerie ed orazioni di Stefano Porcari (cc. 116a -146b). Il cd. è dovuto a vari scrittori: uno esemplò le cc. 2a-28b e 46a-72b, un altro le cc. 30a-45b, 73a-114b e 121b-146b; mentre le cc. 116a-121b son di una mano che ricorda assai la prima delle due scritture qui sopra ricordate, e, se non è la medesima, certo le somiglia molto. Quel che a me importa sopra tutto notare è però questo, che la sezione delle vite villaniane fu trascritta dallo stesso amanuense che trascrisse la biografia dantesca del Boccaccio; ora, poiché nell'explicit di quest'ultima è notato: "Addì xxiij. di luglio à ore .xv.Mcccclxxv:", ne abbiamo un dato sufficente a riconoscere l'età del ms., il quale per tanto appartiene all' ultimo quarto del sec. XV.[44] Ciò vale anche a confermare l'antichità del volgarizzamento, il quale appartiene indubbiamente al medesimo secolo decimoquinto come d'altra parte fa fede anche la lingua in esso adoperata. Nulla di nuovo m'è concesso di dire sopra il traduttore, quanto alla cui persona rimaniamo pur sempre all'oscurità ed a' dubbi del Mazzuchelli.[45]

Un altro cd. della fine del quattrocento o di poco posteriore (nel catalogo ms. è assegnato al sec. XV; e pare o degli ultimi anni di quello o dei primi del secolo susseguente) è il Conv. Soppr. G 2. 1501 della Nazionale Centrale di Firenze, in tutto e per tutto corrispondente al laurenziano su mentovato. - Altri mss. sono, tra i molti, questi che seguono e che io accenno - per la loro poca importanza - sommariamente:

1. il cd. c. I. 56 della biblioteca comunale di Bologna; scritto nel sec. XVI (?) ed appartenuto al canonico Fil. Schiassi ( 1844);

2. riccardiano 1162 (Morpurgo, I mss. della r. bibl. ricc., v. I [1900], p. 197), del sec. XVI. L' ordine delle vite è come nel laur. LXI 41; solo che in fine è aggiunta anche la biografia di Guido Cavalcanti (precisamente come nel Mazzuchelli), cui seguono alcune annotazioni su la famiglia di quel poeta tratte da varie opere del sec. XV;

3. ricc. 1849, cart., del sec. XVI o XVII; à in fine anche la vita del Cavalcanti. Dopo la biografia del Bonatti (XIX del Mazzuchelli), si salta a quella di Lucerio antico (XXIII), per la perdita di una carta;

4. magliabechiano VIII 2. 45 della Naz. Centr. fior., pure del secolo XVII. Anche in questo, che deriva forse dal precedente, mancano le vite che mancano nel ricc. 1849. In fine è la biografia del Cavalcanti e le annotazioni su la famiglia di lui che abbiamo riscontrato nel ricc. 1162. Le stesse osservazioni si ripetano per i due mss. seguenti:

5. Naz. Centr., cd. II IV 322 del fondo principale (già magliab. XXV 556 e, prima, Strozziano in f°. 956), del 1744; e

6. magliab. IX 123 (già Strozz. in fo. 1061), del sec. XVIII, che pare copia del precedente; in fine

7. Naz. Centr., fondo princ. II IV 20, del sec. XVI (cfr. Mazzatinti, Inventari dei mss. delle bibl. d'Italia, v. X, p. 96).[46]

Nel ripubblicare questa versione della vita boccaccesca, io tengo presente solo il testo più antico, ch'è il laur. LXI 41 (La)[47], trascurando tutti gli altri mss., i quali - come ò detto - rispecchiano sempre la lezione di La. Noto poi a pié di pagina le varianti di due stampe del volgarizzamento: quella del Rolli (R) che nel 1725 fu il primo a far conoscere, traendola da La, l'ancòra inedita traduzione della vita del Boccaccio scritta dal Villani, e la prepose al suo Decameron londinese;[48] e quella del Mazzuchelli (Ma), contenuta alle pp. XI-XIX della sua edizione veneziana del 1747.[49]

 [Testo]

Vita di Giovanni Boccaccio fiorentino poeta.

(dal cd. La, c. 496-52a.)

II.

Di maestro Domenico Bandini d'Arezzo, contemporaneo ed amico del Villani e di ser Coluccio Salutati - il qual ultimo ebbe anzi con l'aretino una notevole corrispondenza epistolare,[50] - non mi fermerò lungamente ad esporre la biografia, per la quale mi contento di riepilogare quel che di lui già scrisse, in un'opera più volte citata,[51] Lorenzo Mehus, aspettando che il Novati mantenga la sua vecchia promessa di pubblicare tra le monografie su i corrispondenti del Salutati lo studio su questo notevole grammatico ed erudito dell'ultimo trecento.

Il quale nacque in Arezzo da un maestro Bandino grammatico,[52] di famiglia ascritta all' arte della lana, e da una madonna Nuta, morti entrambi con tutta la loro figliolanza (eccezion fatta, naturalmente, di Domenico, che allora rimase solo al mondo) nella terribile pestilenza del 1348, "dum - così il nostro autore - infantulus adhuc essem": ciò che lo fa credere nato circa il 1340 o giù di lì. Avea già conseguito in patria una certa autorità e molto buon nome negli studi, quando la minaccia di un'altra pestilenza, quella del 1374, lo fece fuggire da Arezzo conducendolo a Bologna, ove lesse nello Studio le opere retoriche di Cicerone.[53] Poco dopo, nell'anno medesimo, andò a Padova per invito di messer Francesco da Carrara; e poté così vedere il Petrarca, al quale mostrò i primi abbozzi del suo lavoro colossale, il Fons memorabilium universi; che s'ebbero le lodi del grande poeta.[54] Nel 1376 fu chiamato ad insegnare grammatica nello studio fiorentino, come si rileva da una lettera[55] del 20 giugno di quell' anno, scritta dalla Signoria agli Aretini, per pregarli di dare licenza a maestro Domenico e d'indurlo ad accettare così onorevole elezione fatta di concordia dagli scolari in sostituzione di un maestro Francesco morto da poco, "sub cuius disciplina pueri nostre civitatis imbuebantur latteo dogmate grammatice facultatis". In sèguito lo troviamo di nuovo (1378, 1380-82) a Bologna,[56] poi (1382) a Firenze, richiamatovi "a reggere per un decennio le scuole di grammatica collo stipendio annuo di cento fiorini d'oro": nella qual'occasione gli fu dato a coadiutore Antonio pievano di S. Martino a Vado, con cui ebbe presto dissapori e querele, come fa fede una lettera indirizzata ad esso Antonio da ser Coluccio Salutati.[57] Come passasse Domenico il resto della sua lunga vita, che raggiunse e forse oltrepassò i 78 anni, non saprei dire: la vecchiaia fu a lui per altro funestata dalla sua implacabile nemica, la pestilenza, che nel 1400 gli portò via un figlio di nome Giovanni. Ignorasi, al meno a quanto mi consta, l'anno della sua morte, che tuttavia non è arrischiato collocare co 'l Mehus[58] entro il secondo decennio del secolo decimoquinto: probabilmente intorno al 1415.

L' opera sua principale è il già ricordato Fons memorabilaiim universi, diviso in cinque parti che son suddistinte a lor volta in 34 libri (dei quali 4 spettano alla prima parte, 5 alla seconda, 8 alla terza, 12 alla quarta, 5 all'ultima). Lavoro colossale che fu l'assidua cura dell'autore per lunghi anni,[59] questa enciclopedia ricchissima nel suo disordine è pervenuta fino a noi in numerose riproduzioni tra parziali ed intere; ma il miglior apografo compiuto, cred'io, rimastone[60] è quello che dalla libreria del canonico fiorentino messer Gimignano Inghirami da Prato (1370-1460) passò per varie mani[61] alla biblioteca laurenziana, dov' oggi si trova sotto i nn. 170-172 del fondo Aedilium ecclesiae florentinae.[62] Il terzo volume contiene, come primo libro della V parte, il De viris claris, gran dizionario disposto alfabeticamente, ove son compresi un brevissimo cenno su Boccaccio di Chellino (c. 69b[63]) ed una notizia alquanto succinta del figlio (cc. 214d-215a). Ambedue gli articoli son tratti di sana pianta (come maestro Domenico fece anche per quelli di Dante del Petrarca e di altri moltissimi) dal De origine del Villani, e precisamente dalla seconda redazione di quest'opera, il che ci fa vedere a che età convenga approssimativamente assegnare la compilazione del dizionario. "Né per il fondo né per la forma egli ha aggiunto o mutato nulla al testo del cancelliere perugino, che valga a dargli nuovo carattere", così mi dice il prof. Novati in una sua lettera, e questo giudizio - che contrasta in guisa notevole con quello del Mehus il quale ebbe a chiamare optima la biografia bandiniana del Boccaccio[64] - è in tutto esatto e conforme alla verità, come ognuno potrà persuadersi facendo i dovuti raffronti. Ciò non di meno, do in luce, per essere possibilmente compiuto, anche questo magro compendio. Il quale fu prima pubblicato dal Mehus,[65] che indico con Me, e poscia dal Baldelli (Ba):[66] delle cui varietà di lettura terrò nota nel pubblicare il testo in questione.

 [testo]

Dal Fons memorabilium universi,

parte V, I. I. (cd. laur. Aed. 172.)

III.

Il nome di Siccone Polenton è legato in modo indissolubile alla sua grand'opera in diciotto libri su gl'illustri scrittori della lingua latina: lavoro importantissimo non tanto per la sostanza delle notizie contenutevi, quanto per l'essere uno dei più valevoli contributi alla storia della fortuna dei principali scrittori classici nel periodo della rinascita. Dell'autore parecchi nei varî tempi s'occuparono, rintracciandone notizie poche e non sempre sicure che prevalsero sino a quattr'anni fa; quando cioé Arnaldo Segarizzi, in un suo diligente lavoro[67], gettò nuova luce sopra la vita di questo notevole umanista trentino. Da lui per tanto mi contento di riassumere la breve biografia che segue[68].

La famiglia di Siccone era oriunda di Padova, ma si trasferì nel trecento a Levico di Valsugana, dove nacque il padre del nostro e d'onde questi passò più tardi nuovamente a Padova, che divenne sua stabile dimora. Bartolomeo Rizzi, di soprannome (rimasto poi ai discendenti accanto al vero nome) Polenton, che, fattosi in gioventù soldato giunse al grado di capitano e morì nel 1408 di ottant'anni, fu il padre di Siccone, una donna Jacopa la madre: luogo natale, molto probabilmente Levico, dove il nostro umanista vide la luce tra il 1375 e il 1376. «A Levico e in generale nel Trentino ..... Sicco non poteva trovar mezzi di studio, i quali ebbe solo a Padova, dove più tardi si trasferì e dove frequentò la scuola di Giovanni Conversino da Ravenna tra il 1393 e il 1403». Da cinque anni esercitava la professione notarile (e cioé a partire dal 2 settembre 1396), quando, nell'agosto, forse, del 1401, Francesco Novello da Carrara lo scelse come speciale scriba o notaio della sua cancelleria: nel qual ufficio Siccone si mantenne sino alla caduta del suo signore. «Nel 1402 o 1403 conseguì la cittadinanza di Padova e fu tosto dopo aggregato a quel collegio dei notai, sin dal 1404 ottenne l'ufficio di cancelliere del Comune e verso il 1408 [meglio, nel 1409 o 1410: cfr. l'opera cit. del Segarizzi, p. xxviii n. 2] passò a nozze con Antonia Enselmini. Nel 1413 prese grandissima parte alla scoperta delle pretese ossa di T. Livio; nel 1419 compilò lo statuto del collegio dei notai; nel 1420 fu dei sedici deputati alla riforma degli statuti comunali; nel 1431 depose l'ufficio di cancelliere. Morì tra il 7 dicembre 1446 e il 17 gennaio 1448».[69]

Dalla Enselmini nacquero a Siccone undici figli: primogenito, Polidoro al quale il padre dedicò lo scritto suo principale, le Vite scriptorum illustrium latine lingue (che tale sembra essere il titolo vero[70]) in XVIII libri. Intorno ad esso lavorò per venticinque anni, a partire dal punto che cominciò a raccogliere materiali per metterlo insieme, e che fu circa il 1410.[71] Nel 1418 chiedeva ancora ad un amico, allora dimorante a Firenze, Andrea Biglia (che poi vi lesse etica nello Studio), notizie su Dante il Petrarca il Boccaccio il Salutati.[72] Dopo il giugno del 1419 cominciò a scrivere la prefazione al I libro dell'opera, ed era arrivato, nel 1426, al principio del VII quando «nello stesso anno o poco di poi interruppe bruscamente e frettolosamente questa prima redazione» per ragioni che noi non conosciamo.[73] Più tardi, forse verso il 1428 (come opina il nuovo e diligente biografo di Siccone), si accinse a terminar l'opera rimasta interrotta, rivedendo prima e rifacendo il già fatto; era arrivato all'VIII libro nel 1433, e in due anni circa condusse a compimento le Vite.[74]

Delle due redazioni di quest'opera, delle questioni che ad esse s'allacciano, della loro bibliografia à trattato troppo accuratamente il Segarizzi[75] perché io voglia qui estendermi su tale materia. Importerà in vece notare che la prima redazione delle Vite è del tutto inutile al mio studio, come quella che non arriva (secondo che s'è detto) all'VIII libro, nel quale la vita del Boccaccio è inserita. Mentre due soli mss. - uno che si ferma al principio del l. VII, l'altro limitato ad alcuni frammenti del II e del III - si riferiscono alla redazione primitiva; la seconda è contenuta per intero in 11 cdd. tutti del secolo XV (son questi: trivulziano 815; ambrosiano G 62 inf.; casanatense c iij 8; vaticani latini 3541, 3760 e 8533; vatic. ottoboniano It. 1915; CRM 247 del Museo Civico di Padova; pl. XVI sin. 5 della Malatestiana di Cesena; D 11135 della Nazionale di Torino; Q 93 della regia biblioteca di Madrid): di più, frammenti della medesima rimangono tutt'ora in quattro mss., e di altri cinque, che oggi più non esistono, trovasi fatta menzione presso i vecchi eruditi.[76]

Per questo studio io non ò potuto collazionare la biografia del Boccaccio sopra tutti gli undici mss. su ricordàt, e nè anche su la maggior parte di essi; ma ciò non mi sembra un gran danno, a causa della fondamentale concordanza[77] che intercede tra quei codici. La mia lezione è costituita secondo il ms. padovano (P), tenendo presenti le varianti dell'ambrosiano (A), del vaticano It. 3541 (V) e del torinese (T)[78]; e di due stampe: quella data nel 1747 dal Mehus (M) nello Specimen historiae litterariae florentinae saec. decimitertii, ac decimiquarti[79] (il Mehus riprodusse il cd. A), e quella dell'Arri (Ar), inserita nell'opuscolo Di un volgarizzamento della quarta deca di T. Livio giudicato di G. Boccaccio (Torino 1832, pp. 9-10: secondo il ms. torinese).

[testo]

Dalle Vite scriptorum illustrium latine lingue

I. viij.

(Cd. Museo Civ. di Padova CRM 247, c. 56a).

IV.

L' ultimo biografo del Boccaccio di cui io intenda occuparmi in questo studio è messer Giannozzo di Bernardo Manetti (n. 5 giu. 1393 † 26 ott. 1459), la cui vita è già fin troppo nota, grazie alla diligenza di Vespasiano da Bisticci e di Naldo Naldi,[80] perché mi sia qui necessario, come per i tre scrittori precedenti s'è fatto, di nuovamente ricercarla o anche, semplicente, di compendiarla.

Il Manetti compose, senza però aggiungere nulla o quasi nulla di nuovo a ciò ch'era già stato detto, le biografie di Dante del Petrarca del Boccaccio: le scrisse di primo getto, a quanto sembra,[81] in volgare, poscia le trasportò - per onorar maggior-mente la memoria delle tre corone - in latino, e le riunì, per mezzo d'una prefazione e d'una conchiusione comparativa, in un solo opuscolo cui diede il titolo De vita et moribus trium illustrium poetarum florentinorum. Circa il tempo in cui fu scritto questo libretto l'autore s'è preso cura di farci sapere che vi si accinse poco dopo aver finito la sua voluminosa opera in sei libri De illustribus longevis:[82] ma tale dato, per la mancanza di cognizioni sicure intorno a quello scritto, non porta nessuna luce su la questione. Sembra per altro[83] che le vite siano state composte dopo il 1436.

L' ab. Lorenzo Mehus, nel 1747, pubblicò per il primo quest'opericciuola. Egli confessa d'essersi servito unicamente del cd. laurenziano LXIII 30, membranaceo del sec. XV,[84] contenente il De vita et moribus dalla c. 103a alla c. 125b (la biografia del Boccaccio è alle cc. 121b-I25a). Io in vece prendo a fondamento della mia edizione, come generalmente più corretto nel testo, un altro ms. fiorentino: il II VIII 47 del fondo principale della Nazionale Centrale (già strozziano in - 4°, no. 386; poi magliabechiano IX 133). è un cd. cartaceo pure del sec. XV, appartenuto già ad un Giovanni di Marco di Giunta; l'opera del Manetti v' è trascritta tra le cc. Ia e 4c-

La biografia del Boccaccio scritta da Giannozzo Manetti fu già fatta due volte di pubblica ragione: la prima, come s' è detto, nel 1747 dal Mehus;[85] la seconda, cent'anni dopo, dall'avv. C. C. Galletti: quest' ultimo però non fece se non riprodurre materialmente la prima edizione delle tre vite.[86]

Io, in questa ristampa, m'attengo fondamentalmente, come s' è detto, ad S (cd. della bibl. Nazionale), registrando, dove ne valga la pena, le varianti di L (ms. laurenziano) e di M (stampa del Mehus).

 [testo]

Jannotii Manetti

vita Johannis Boccacci poete fiorentini incipit feliciter.

(dal cd. S, cc. 40b-47b.)

V.

Resta ora, per chiudere utilmente questo modesto ma non forse inutile studio, da fare qualche breve osservazione comparativa sopra il materiale biografico che in esso ritorna alla luce, e da risolvere, intorno ai testi qui pubblicati, alcune piccole questioni concernenti i vincoli di dipendenza reciproca che intercedono tra le singole vite.

Queste relazioni, per altro, osservabilissime tra le biografie scritte dal Villani dal Bandini e dal Manetti, non comprendono quella che del Certaldese ci à lasciato il Polenton: se pure del comprensivo e pomposo nome di biografia può fregiarsi l'arido ed inesatto elenco di titoli d'opere boccaccesche che occupa le poche righe dedicate dal cancelliere padovano all'autore del Decameron. Siccone non conobbe, probabilmente, né le vite villaniane né il dizionario biografico di maestro Domenico d'Arezzo (il Manetti scrisse del Boccaccio qualche tempo dopo il Polenton): senza dubbio, nulla ci fa arguire ch'egli si giovasse delle fatiche di quei due suoi predecessori. Al contrario, certe lettere da lui indirizzate all'amico Andrea Biglia[87] inducono a presumere ch'egli traesse unicamente profitto delle informazioni avute per mezzo di quello, nell'intessere la sua magra e poco pregevole notizia su 'l Cer-taldese.

Da ricordi personali, da schiarimenti ottenuti direttamente in qualche conversazione con il Boccaccio o con i suoi più intimi famigliari, avrà in vece assunto materia a compilare la sua biografia del poeta, il giureconsulto Villani: e l'amicizia con il Salutati gli avrà, più tardi, molto probabilmente giovato a rettificare qualcuna delle inesattezze in cui era incorso nel primo getto del suo scritto. Però che al Salutati, come il raddrizzamento della lingua e dell' ortografia nel De origine, così non dubito debba messer Filippo esser grato anche delle nuove notizie ch'egli poté inserire, sopra alcuni dei fiorentini illustri in generale[88] e su 'l Boccaccio in particolar modo, nella seconda redazione dell'opera sua capitale. Così a ser Coluccio, cui allude forse la circonlocuzione generica "ut cultores operum Johannis volunt" - frase che non ricorre se non nell'ultimo rifacimento della biografia boccaccesca -, rimonteranno le notizie su gli amori di Boccaccio di Chellino con la giovinetta parigina e su la nascita di messer Giovanni da questa unione (non però da legittimo matrimonio come assevera il Villani);[89] a ser Coluccio sarà dovuta la mancata menzione del luogo natale del poeta, a correggere l'antecedente asserzione "natus est in Certaldi oppido", che non era certo conforme a verità; a ser Coluccio finalmente risalirà la notizia delle relazioni poetiche tra il Certaldese e Zanobi da Strada, la mutazione nella cronologia del primo viaggio a Napoli,[90] l'ampliamento del ritratto del Boccaccio.

Una sola aggiunse di suo alle notizie raccolte dal Villani, Domenico d'Arezzo: la notizia che messer Giovanni ospitò in casa sua, sumptibus suis, a Firenze, il suo maestro di greco Leonzio. Nel rimanente della biografia del Bandini è chiara in vece la derivazione dall'altra del suo predecessore: non così, però, che non offra adito ad una lieve difficoltà che qui tenterò in due parole di eliminare. La difficoltà è questa. Mentre la seconda parte della vita boccaccesca scritta da maestro Domenico proviene indubbiamente dalla prima redazione dello scritto villaniano,[91] la prima parte, cioé il magro cenno sopra i natali del poeta, si manifesta in modo irrefutabile derivata dalla seconda.[92] Qual'è la spiegazione di questa strana mescolanza? A mio parere, una sola: il Bandini si attenne da prima alla redazione più antica del De origine e secondo quella compendiò la sua biografia del Boccaccio; più tardi, venutogli alla mano il rifacimento del Villani e trovatovi differente il principio, modificò corrispondentemente il solo inizio del suo articolo, non accorgendosi che anche in altri particolari il rifacimento correggeva la primitiva forma della vita vilaniana.

Il Manetti o non ebbe notizia o trascurò, come di nessuna importanza, l'esile biografia del Boccaccio scritta dal grammatico aretino; ben conobbe in vece e citò quella lasciataci dal nipote di Giovanni Villani. Della quale recò, nella prefazione all'opuscolo De vita et moribus trium illustrium poetarum florentinorum, questo giudizio: "id profecto effecisse videtur, ut horum nostrorum poetarum laudationes ieiune et exiliter, quasi mendicans in angustiis nescio quibus, compingeret atque in angulis quibusdam coarctaret, et non ex rerum gestarum ubertate affluenter redundaret, ac paulo latius explicaret".[93] Severa sentenza, la quale racchiude delle promesse che in verità il Manetti si guardò bene dal mantenere. Se in fatti, noi togliamo dalla sua trattazione la pompa delle citazioni di opere boccaccesche (citazioni che si riducono in sostanze ad una sola: quella dell'ultimo libro della Genealogia deorum); se ne togliamo la lunga, per quanto non inutile, digressione sopra i progressi della coltura greca in Italia (vv. 106-144); e se finalmente facciamo astrazione dalle numerose variazioni retoriche sopra gli studi del Boccaccio e la sua diligenza nel trascrivere i manoscritti, la biografia del Manetti si riduce a ben poca cosa: ad un ricamo, non sempre armonico ed aggraziato, sopra il canovaccio dei fatti narrati primamente dal Villani.[94] La vita del Villani è lo scheletro, quella di messer Giannozzo un corpicciòlo informe e magro tanto da lasciar trasparire le ossa di sotto la pelle: tale la differenza tra i due scritti.

Un' ultima osservazione mi suggerisce il raffronto tra le quattro biografie che àn fornito materia di studio a queste mie pagine: che cioé gli scritti italiani del Certaldese, quelli soli a cui la fama di lui è e sarà eternamente raccomandata, non son onorati che d'un accenno sommario e quasi disdegnoso in confronto alle opere latine, su le quali si dilunga in modo speciale la diligenza e l'ammirazione dei biografi. Fatto, del resto, che, lungi dal recarci meraviglia, è spiegato pienamente dalle tendenze e dall'indole particolari alla coltura della Rinascita, negli anni che occupano 1' ultimo quarto del secolo XIV e i primi due del XV.

Nota aggiunta.

Inserisco qui alcune altre notiziole, sopra il cd. vaticano - barberiniano del De origine di Fil. Villani (cfr. pp. 305-15), pervenutemi troppo tardi perché potessi tenerne conto nel mio scritto. Anche di queste informazioni son riconoscente alla squisita cortesia del prof. don G. Mercati già nominato. Il ms. barberiniano XXXIII 130 (nella Vaticana gli fu conservata la segnatura preesistente) appartenne, nel secolo XV o XVI, ad una biblioteca forse fiorentina, come fa fede una vecchia ubicazione di cui si scorgon le tracce in fronte alla c. 1a. Ebbe poi, nella libreria di casa Barberini, il numero VIII r. 12, e in séguito l' 898. È di scrittura più tosto difficile, con alcune lettere informi e non bene precisabili (così ad es., t e c, t ed r si confondono tra loro). Il testo presenta, oltre a correzioni della mano stessa che l'esemplò, correzioni dovute ad altra persona. è assai spesso errato, come può verificarsi scorrendo questa non breve lista degli errori che s'incontrano nella sola bio-grafia del Boccaccio:

2 tunsionis] tusconis (tustonis?) -

10 corroserat] corroserant -

12 luminosas ] così fu scritto da prima, ma poi fu corretto in linosas -

13 Zenobius ] Zenobinus, che fu in séguito corretto -

34 calculis ] calcalis -

79 genealogia ] geneaalogia -

81 fabule ] comenta. La correzione mia è suggerita tanto dal femm. plur. seguente (v. 83) digeste sunt, quanto dal confronto con la redazione A. -

105 antiqua lectitantes ] antiquas (poi corretto) lectitates -

115 aliquas ] aliqua -

121 Petrarcha ] Petrarca -

125 Zenobius ] Zanobius; eligende ] eligendi -

150 mento ] mentro -

57 MCCCLXX0V° ] MCCCLX°V° -

168 Pierius ] Pyerus -

171 tu ] tum (cum?) -

172 carmine ] carmina.

Scrive in oltre: 10 sylice, 15 michi, 50 Pyeridum, 62 acuratissime, 130 prosayca. per le quali parole io mi son conformato alla grafia del testo autografo A.

 

Aldo Franc. Massèra.

Note

____________________________

[1] Accennerò solo alle pubblicazioni più recenti ed importanti di documenti boccacceschi, che son queste: V. Crescini, Contrab. agli studi sul B., Torino 1887, pp. 257-61; I. Sanesi, Un docum. ined. su G. B., nella Rass. babliograf. della lett. ital., 1 [1893], pp. 120-4; V. Crescini, Di un nuovo docum. su G. B., nella stessa Rassegna, I, pp. 243-5 ; G. Geròla, Alcuni docum. ined. per la bibgr. del B., nel Giorn. stor. della lett. it., XXXII [1898], pp. 355-9; R. Davidsohn, Il padre di G. B., nell' Archivio stor. . V. xxlii [1899], pp. 144-5; ecc. ecc.

[2] L'anno preciso della nascita, come quel della morte, s'ignora. - Su mess. Filippo si possono consultare, in generale, queste opere: D. M. Manni, Osservazioni istoriche . . . sopra i sigilli antichi, t. IV (Fir. 1740), pp. 72-5 eiusd., Istoria del Decamerone (Fir. 1742), pp. 2-4; L. Mehus, Praefat:o e Vita Ambrosii Traversarii generalis Camaldulensium, preposte alle Ambr. Traversarii . . . latinae epistolae (Fior. 1759), pp. cxxii sgg. ecc.; G. Tiraboschi, Storia della lett. it., t. V ii (sec. ediz. modenese: Modena 1789), pp. 420-2; ecc. ecc.

[3] A. Gherardi, Statuti della Università e Studio fiorentino dell'anno MCCCLXXXVII (Fir. 1881), pp. 288-9.

[4] Citato da U. Marchesini, Fil. Vill. pubblico lettore della Div. Comm. in Firenze, nell' Archivio stor. it., V xvi [1895], p. 278 n. 2.

[5] Il Manni, Oss. istor. cit., p.72, dice che nel 1363 Filippo fu tra gli ammoniti per sospetto di propensione a parte ghibellina; e adduce in appoggio di ciò l'Ammirato. Or questi ricorda invece solamente l'ammonizione di Matteo Villani padre del nostro (cfr. le Istorie fiorentine di Scip. Ammirato ... con l'aggiunte di Scip. Amm. il giovane, parte I, t. II [Fir.1647], p. 621).

[6] Cfr. U. Marchesini, Due mss. autografi di Fil. Vill ., nell' Archivio stor. it., V ii [1888], pp. 368-9.

[7] Ciò si rileva da una lettera di ser Coluccio Salutati a maestro Dome-nico Bandini: la lettera nell' E.pistolario di Coluccio Salutati a cura di Franc. Novati, v. I (Roma 1891), p. 262.

[8] Cfr. l'Epistol. di Coluccio cit., v. II (Roma 1893), p. 48 n. 4. - Su la dimora di Filippo a Perugia il Marchesini (Arch., V XVI, p. 274 n. 2) cita quest'opuscolo ch'io non ò potuto consultare: R. Marchesi, Intorno allo storico Fil. Vill. eletto Segretario del Comune di Perugia, Perugia 1842.

[9] Così il Marchesini, Arch., V XVI, pp. 277-8. Due documenti ufficiali della lettura villaniana presso il Gherardi, Statuti cit., pp. 376 e 382.

[10] Cfr. G. O. Corazzini , Una figliuola di Fil. Villani, nell' Archivio stor., V IV [1889], pp. 52-3. - Circa la data della morte di messer Filippo è tuttavia opportuno notare che nell'atto del 1416, riportato a p. 53 dell' art. citato pur dianzi, si trova quest'espressione "quondam domine Lise [† 1414] filie domini Filippi quondam Mathei de Villanis": dalla quale, trovandosi il quondam premesso ai nomi di due persone sicuramente già morte (Lisa e Matteo Villani) e non già a quello di Filippo, potrebbe forse arguirsi esser quest'ultimo tutt'ora vivente in detto anno 1416. Non saprei per altro esprimermi con sicurezza su tale questione.

[11] Fu pubblicato ultimamente dal chiaro prof. G. Cugnoni: F. Villani, Il comento al primo canto dell'«Inferno», Città di Castello 1896 (fasc. 31-32 della Collezione di opuscoli danteschi ined. o rari diretta da G. L. Passerini). - Attribuiscono al Villani anche una breve biografia di s. Andrea Scoto: v. ad es. il Mehus nella prefazione all' Epistola o sia ragionamento di mess. Lapo da Castiglionchio, Bologna 1753, p. xlii e n. i; e il Tiraboschi, St. della lett. il. Cit., V ii, p. 422 nota. Questa vita fu pubblicata nel t. IV degli Acta Sanctorum Augusti (Antverpiae 1739), pp. 541-8. - Ma cfr. le osservazioni dei pp. Bollandisti premesse alla vita, pp. 540-1.

[12] Non già nel 1343, come provò, contro l'erronea opinione degli antichi, il Marchesini, nell' Arch., V ii, pp. 383-86. Nel 1343 il Villani era ancòra bambino.

[13] Queste parole non si trovano nell'esordio del commento a noi noto, il quale forse rappresenta una seconda redazione dello scritto in questione. Tale rimaneggiamento è senza dubbio posteriore al primo getto del De origine, come si può dedurre da questo passo: "circa personam efficientem causam denotantem, quoniam de origine vita studijs moribusque poete ... nobis eo libro quo scripsimus de hedificatione civitatis Florentie et de suis illustribus civibus referre contigerit" (ed. Cugnoni cit., p. 30).

[14] Cito secondo la redazione del cd. vaticano - barberiniano del De origine, ch' è la definitiva, come si proverà in breve. Il proemio al II libro fu per intero pubblicato, di su quel ms., dal can. D. Moreni, nell'opuscolo intitolato Vitae Dantis, Fetrarchae, et Boccaccii a Phil. Villanio scriptae ex cd. inedito barberiniano (Fior., typis Magherianis, 1826), pp. xix-xxiv: ciò che riporto io, è nelle pp. xix-xxij.

[15] Così è il titolo nel cd. vaticano-barberiniano. Nell'ashburnhamiano, di cui parlerò in breve, è invece omesso il secondo de.

[16] G. Negri, Ist. degli scrittori fiorentini ecc.; Ferrara 1722, p. 178.- La notizia fu raccolta dal Manni, Oss. istor., p. 74, e Ist. del Decam., p. 2. In quest' ultimo libro l'infelicità dell' espressione farebbe quasi credere che il Manni avesse conosciuto, oltre al presunto vaticano, altri mss. latini del De origine (cfr. p. 2: "che MS. si dice trovarsi in Roma nella Libreria Vaticana, ...... : copia della quale vien detto, che fosse presso Antonio Magliabechi famoso" ecc. ecc.); in realtà, però, nel passo qui riportato si parla dei mss. della versione italiana delle Vite, come accennò più esplicitamente il medesimo Manni nelle Osservazioni cit., p. 74: "che [il p. Negri] dice trovarsi MS. nella Libreria Vaticana, e tradotta in volgare presso il Magliabechi" ecc. ecc.

[17] Il quale negò l'esistenza del cd. vaticano su l'assicurazione di mons. Gio. Bottari: cfr. Le vite d' uomini illustri fiorentini, scritte da Filippo Villani ..... colle annotaz. del co. Giammaria Mazzuchelli ecc., Venezia 1747, p. 9. Cfr. anche Moreni, op. cit., p. xv n. i.

[18] Cfr. Mazzuchelli, op. cit., pp. 9 sgg.

[19] Mehus, Vita Ambrosii cit., p. cclxiv. Quivi è però sbagliata la segnatura attribuita al cd. laurenziano.

[20] Philippi Villani liber de civitatis Florentiae famosis civibus ex cd. med. laur. nunc primum editus ..... cura et studio G. C. Galletti ecc., Flor. 1847. Più tardi fu aggiunta una lettera del Galletti (in data 10 genn. 1859) e la vita di Guido Bonatti secondo il testo vatic. - barberiniano, in quattro pp. non numerate.

[21] Cfr. l'artic. cit. su i Due mss. autografi di Fil. Vill., pp; 366-79.

[22] Cfr. l'art. cit. nella n. 7 alla p. prec., pp. 366-7.

[23] Questa risposta è scritta nel cd. A (c. Ia) innanzi alla epistola accompagnatoria del Villani. In L, copia esatta di A, le due lettere furono trascritte nell'ordine logico e cronologico conveniente: cioé la lettera di mess. Filippo precede (c. Ia) quella di ser Coluccio (c. Ib). - Quest' ultima fu pubblicata, oltre che dal Galletti (op. cit., p. 2), anche dal Novati , Epistol. di Col. Salut. cit., II, pp. 47-8.

[24] Cfr. A. M. Bandini, Catal. cdd. latinor. bibl. med. laur., t. III (Fior. 1776), col. 378-83. - Ritengo opportuno dare una nuova descrizione del codice. Questo (già designato co' 'l no 637 nella bibl. Gaddiana, passò nel 1755 in Laurenziana) è un ms. cartaceo di 80 ff. numerati modernamente e saltuariamente, legato in pelle ed assi, senza borchie. Precedono e seguono al testo tre guardie cartacee tutte bianche e una pergamenacea, pure bianca. Le iniziali sono in rosso ed azzurro: i titoli rubricati. Il cd. è un po' guasto dall'umidità nella parte inferiore. Fu già "Angeli Guicciardini et amicorum", come rilevasi da una nota a c. ia.

[25] Il Bandini, l. c., col. 383, lo dice scritto nel principio dal quattrocento, ma nulla giustifica questa precisa determinazione di tempo.

[26] Op. cit., col. 383. - Ecco, per la sola biografia boccaccesca, un saggio della scorrezione di L (il raffronto è co' 'l testo della mia stampa: v. più avanti, col. di sinistra): 1 ferri] ferri - 3 tunsionis] tansionis - 17 patre] patrie - 22 sg. patre, lucri gratia m. c. servire] patrem, luru gratia m. c. servierit - 25 huc nunc] Nunc non - 30 sg. locum ubi] lo ubi - 38 subitoque] subidque - 43 mire] more - 49 poesim] poesam - 54 deperdita] deprodita - 54 sg. itineri datus] itineris datu - 55 laboriosissimas] laborissimas - 63 sg. argolice] arcolice - 65 sg. potuit invenire] potuit invenir potuit - 82 stagnorum] stanorum - 85 diversisque] divercisque - 87 suspenderent] supenderent - 104 sg. doctissimis pergratissima] doctissimus progratissima - 106 Petrarcha] Pertrarca - 108 sg. crederetur] rederetur - 115 senuisset] senuicet - 118 quem] quam - 131 ylaris] iIarijs - 133 sed] ser - 140 apponendum] aponandum.

[27] Primo il Mehus, il qual però, notate le divergenze tra i due testi (Praef. cit. alle Ambr. Travers ... Zatinae epistolae, pp. cxxviii-ix), ne dedusse (Vita Ambr. Trav., ibid., p. cccxvi): "Villani librum aut ab italico fuisse productum interprete, aut potius interpretem uberiore usum esse exemplo, quod ab eodem Villano circiter annum 1405. recensitum fuerit, atque incudi redditum". Cfr. anche a p. cccxxiii. - Alla prima di queste due supposizioni, ch'é l'erronea, s'attennero tanto il Crescini, quando chiamò (Contrib. cit., p. 16 n.) "volgarizzatore e rimaneggiatore" dell' opera villaniana l'anonimo e poco sapiente traduttore della medesima; quanto il Novati che lo disse (La giovinezza di Coluccio Salutati, Torino 1888, p. 14 n.) "volgarizzatore ed ampliatore delle Vite".

[28] Questo ms. - anticamente numerato, tra i barberiniani, 898, più tardi XXXIII 130, e finalmente passato, con tutti gli altri cdd. della biblioteca Barberini, in quella vaticana - è un volume cartaceo, in-folio, di cc. 76 scritte nella prima metà del secolo XV. (Debbo questi schiarimenti su lo stato attuale del ms. al prof. Gius. Cugnoni: del che m'é grato mostrarmigli anche qui riconoscente.) L'indice dei capitoli e qualche notizia su 'l contenuto del cd. possono trovarsi nell'accurata ed utilissima ristampa, cui soprintesero C. Albicini e C. Malagola, dell'opera scritta dai pp. M. Sarti e M. Fattorini De claris archigymn. bononiensis Professoribus (Bologna, frat. Merlani, 1888-96; t. II, pp. 291-7). - Ricordò primo questo ms. il Mehus nel 1759 (cfr. più a dietro, p. 302 e n. 5); una diecina d'anni più tardi, il Sarti e il Fattorini, nella prima edizione dell'opera testé citata (Bol. 1769-72), estrassero da esso cinque vite: quelle di Accursio e del figlio Francesco, di Dino di Mugello, di Taddeo fisico e di Dino del Garbo (t. III, pp. 200-5); ne parlò il Tiraboschi (Storia d.lett. cit., VII, pp. 421 -2); se ne occuparono finalmente il Moreni (opusc. cit. del 1826: pubblicò le vite di Dante del Petrarca del Boccaccio e il proemio al II libro) e B. Boncompagni. quest' ultimo in due monografie (1851 e 1854), su le quali avrò occasione di ritornare ben presto.

[29] Il che rilevò anche il Mehus, osservando (Vita A. T., p. cclxiv) che il cd. barberino "continet duos illos Philippi Villani libros ..... , eosque integriores, auctioresque". Il Galletti (op. cit., nel foglio aggiunto posteriormente) chiama il cd. B l'ultima fattura o perfezionamento del suo autore".

[30] Altre differenze fondamentali intercedono tra le due redazioni. Per esempio, il primo libro, che in AL contiene solo 20 capitoli, ne presenta 27 in B (due dei capitoli aggiunti, il XXII e il XXIII, erano già stati scritti separatamente dal Villani [cfr. più avanti, p. 307 n. 2] ma furono inseriti in séguito nel De origine per il fatto che, dovendo quest'opera essere dedicata - come si vedrà - ad un nipote del re Filippo VI di Francia, non era inopportuno innestare alle lodi di Firenze quelle della real casa dei Valois). Anche il libro secondo mostra, nei due testi, notabili varietà. In fatti, delle biografie accettate nel primo non appaiono in B né quelle di ser Domenico Silvestri e di messer Giovanni d'Andrea, né il capitoletto relativo agl' istrioni; e, per converso, B contiene la vita dell'astrologo Guido Bonatti che non figurava nella redazione di AL (questa vita fu primamente pubblicata da B. Boncompagni, Della vita e delle opere di Guido Bonatti [Roma 1851, pp. 3-8], e riprodotta dal Galletti nel foglio aggiunto del 1859 all' edizione delle biografie villaniane).

[31] Prima si credette che quest' Eusebio fosse un fratello del Villani, ma l' errore, derivato dalla qualifica di frater aggiunta a quel nome, fu sfatato - dopo aver lungamente prevalso - dal Novati (cfr. Marchesini, nell' Arch. stor., V ii, p. 369 n. 3).

[32] Arch., V ii, p. 386 e n. 1.

[33] Cfr. Giorn. sto. della lett. it., XVII [1891], p. 94 n. 6.

[34] Epist. di Col. Salut. cit., v. H (1893), p. 47 n. La ragione che indusse il Novati a questa determinazione è che il Villani ricorda come la più recente tra le opere del Salutati il trattato De seculo et religione che lo stesso professore dimostrò già uscito alla luce circa il 1381.

[35] Ciò rilevasi dall'epistola dedicatoria dell'autore e dalle rubriche a cc. 1a e 49b del cd. B, riportate, queste ultime, fedelmente nel libro di B. Boncompagni, Intorno ad alcune opere di Leon. Pisano matematico del sec. decimoterzo, Roma 1854, p. 300.

[36] La data del trasferimento di messer Filippo al vescovado d'Ostia e di Velletri è tutt'altro che sicura. L'Ughelli (Italia sacra, t. 12 [Venezia 1717], col. 74) propose il 1392, che fu accettato da F. A. Maroni, Commentarius de ecclesiis et episcopis ostiensibus et veliternis, in quo Ughelliana series emendatur ecc. (Romae 1766, p. 88), e da U. Chevalier, nella parte bio-bibliografica del suo Répertoire des sources historiques du moyen âge (Paris 1877-86; e Supplém., Paris 1888: s. v.). Invece il Baluze, Iritae paparum avenion., t. I (1693), pp. 1244-6; l'Oudin, Storia ecclesiast., t. III (1722), pp. 1182-5; e il Sarti-Fattorini, De claris archigymn. bon. prof. Cit. (II2, p. 291 n. 2), accettarono la data 1390; mentre il Tiraboschi (Storia d. lett. cit., V II, p. 421 n.) e il Boncompagni (Intorno ad alc. opere ecc., p.300 n. 2) - attenendosi ad un documento pubblicato dal de Rubeis (Monum. eccl. aquilejensis, Argentinae 1740, col. 978-80) - preferirono il 1387. Il documento in questione è una lettera di Urbano VI, ove si leggono queste parole relative al d'Alençon: "Et deinde praefata ecclesia, per obitum [1381] eiusdem Marquardi patriarchae, qui extra romanam curiam diem clausit extremum, vacante; nos ven. fratrem nostrum Philippum ostiensem, tunc sabinensem, episcopum eiusdem ecclesiae administratorem ..... duximus deputandum". Ora la lettera è datata da Perugia, il "V kal. decembris, pontificatus nostri anno decimo": la qual soscrizione deve per forza condurci al 27 nov. 1387 (il decimo anno del pontificato di Urbano VI cadeva tra il 18 aprile 1387 e il 18 aprile 1388). - Anteriore per tanto al dicembre 1387 - e non già scritto nel 1388, come sostenne il Mehus (Vita A. T., p. ccci), - deve credersi quel sermone che ser Col. Salutati diresse al cardinale Filippo, perché questi v'è chiamato, nell'intestazione, vescovo di Sabina: cioé della sede dalla quale passò poscia (ca. 1387) all'altra d'Ostia e Velletri.

[37] Questo capitolo XXIII ed il precedente (che mancano nella prima redazione) si trovano da soli alle cc. I -18 a del cd. laurenz. LXXXIX inf. 39, già gaddiano 948, miscellaneo del sec. XV (cfr. Bandini, Catal. cit., t. III [1776], col. 397-8). Forse la compilazione di questo breve scritto è anteriore a quella del cd. barberiniano, nella quale più tardi l'autore l'avrà inserito. Una difficoltà è però fatta dalle parole che il ms. laurenziano dedica a Carlo VI, e che sono (c. 18a): ''etatis sue anno XVo. (nota il XV!) non impleto coronatus est, currentibus annis gratie .M.CCCC.iiijo.; cuius vitam mores et gesta etc." (cfr. Mehus, Praef. cit., pp. cxxvi e cxxviii; Bandini, o. c., col. 398). Ove, o la frase sottolineata deve considerarsi come un'interpolazione dell'ama-nuense, o il millesimo mcccciv come una corruzione, sempre dovuta al menante, della data giusta mccclxxx: altramente non si spiegherebbe quel "corrente il 1404" riferito ad un avvenimento del 1380. Curioso che tanto il Mehus quanto il Bandini non si siano accorti dell' errore grossolano!

[38] Cfr. Sarti-Fattorini, o. c., II2, p. 293.

[39] Rime di mess. Gio. Boccacci, Livorno 1802, pp. xxvii-xxxi

[40] Vitae Dantis, Petrarchae, et Boccaccii ecc. cit., pp. 67-78-

[41] Nella mia edizione io riproduco fedelmente, quanto alla grafia, l'uso dei cdd. da me scelti a prototipi, solo distinguendo l'u vocale dalla corrispondente semivocale (v), ponendo le maiuscole secondo le moderne consuetudini, dividendo le parole malamente congiunte tra loro e collocando la punteggiatura giusta i nostri criteri. Quanto poi alla prima redazione della vita boccaccesca, da me data secondo l'autografo, non è inutile far sapere che io la pubblico scrupolosamente tal quale uscì dalla penna del Villani, qual'era cioé prima che questi inviasse il suo ms. a ser Coluccio: tenendomi soltanto pago di riferire in nota con tutta esattezza le correzioni e le modificazioni apportate dal Salutati. Per quanto riguarda il cd. B, è bene notare che io non mi allontano dal testo di esso (testo che fu collazionato per me dal chiaro prof. don G. Mercati, cui non potrò mai ringraziare a bastanza dell'insigne favore fattomi) se non in quei punti dove la lezione è manifestamente guasta e alterata. Cfr. la nota aggiunta in fine a questo scritto.

[42] Cfr. infatti la prefazione alla stampa citata del Mazzuchelli, p. 16.

[43] Catal. cit., t. V (1778), col. 265-7.

[44] Il Bandini, l. c., lo dice invece "saec. XVI. ineuntis".

[45] Op. cit., pp. 10-11.

[46] Un altro cd. della versione villaniana era il magliab. IX 119, che però manca alla biblioteca fin dal 1883. - Il magliab. IX 50, miscell. del sec. XVII, non contiene che le due vite di Claudiano e di Zanobi da Stada.

[47] Anche questa volta mi uniformo più che posso alla scrittura del ms. preso a prototipo; però correggendone ove sia del caso, la lezione e indicando in nota l'emendamento. Distinguo l'u dal v, e la congiunzione e scrivo variamente secondo che la parola che segue comincia per vocale (et) o per consonante (e).

[48] Il Decameron di mess. G. B., Del MDXXVII (così nel frontispizio, ma più avanti si legge: Londra, per Tomm. Edlin, MDCCXXV), cc. B recto - Bii tergo. La vita fu riprodotta nella seconda edizione rolliana, pure londinese, del 1727, v. I, pp. vij-xiv: e in altre ancòra.

[49] Questa stampa fu riprodotta, materialmente e senza nessuna modificazione, parecchie volte ancòra: tra le altre dal Magheri, a Firenze, nel 1826, e dal Coen, pure a Firenze, nel 1847.

[50] Cfr. l'Epistol. di Col. Sal. cit., v. I (1891), pp. 260, 276, 289; III (1896), pp. 396, 405, 622, 644, 648.

[51] Praef. alle lettere del Traversari, pp. cxxix-cxxxix.

[52] Su maestro Bandino vedi l' articolo inserito dal figlio nel De viris claris (l. 1 della parte V del Fons memorabalium universi) e riprodotto, parzialmente, dal Mehus (o. c., p. cxxx) e dal Sarti-Fattorini (De claris archigymn. bon. prof. cit., v. II2, pp. 297-8). - Una nota, di mano di FranC. Redi (?), che si legge nel Cd. laur. - rediano 9 di antiche rime volgari e fu pubblicata da T. Casini nella sua recente (1900) edizione di questo ms., a p. 296 n. (riportata anche negli Studi su la poesia siciliana del duecento di FranC. Torraca, Bol. 1902, p. 234), identifica co' '1 padre di maestro Domenico quel "mastro Bandino", di cui un sonetto in risposta a fra Guittone è a c. 108b del laur. - red. ricordato (Casini, p. 221) ed altri due furon pubblicati - non so da che fonte - per cura di L. Allacci tra i Poeti antichi (Napoli 1661, pp. 69-70). La nota è questa; "Maestro Bandino d'Arezzo Padre di Maestro Domenico d'Arezzo, il qual Maestro Domenico fiorì ne' tempi del Petrarca, e fu Medico e scrisse molti libri" (lo stesso dice, press'a poco, un'altra nota del medesimo cd. pubblicata pure dal Casini, a p. 221 n.); ma non pare attendibile l'identificazione, visto che il Bandino padre del nostro Domenico, essendo morto - e non di vecchiaia - nel 1348, non può essere stato una stessa persona con l'omonimo contemporaneo di frate Guittone del Viva.

[53] Cfr. Mehus, o. c., pp. cxxxi e cxcviii; le cui notizie su 'l Bandini ripeté da cima a fondo il co. Aless. Formagliari nel to. IV della sua opera manoscritta De illustrioribus bonon. archigymn. magistris doctorib. et alumnis [bibl. comunale di Bologna: sala 17a, Li, 1-6], al num. 12 (su ' Formagliari e le vicende del suo lavoro, v. ciò che disse il Malagola nella Prefaz. alla set. edizione, cit., del Sarti-Fattorini, v. I, pp. 9-11). - Tanto curioso quanto infondato è ciò che disse G. N. Pasquali Alidosi (Li dott. forestieri che in Bologna hanno letto ecc., Bol. 1623, p. 19) del nostro Domenico - cui egli trasforma in un "Domenico Acolti d'Arezzo": che cioé leggesse a Bologna dal 1378 al 1413. "Domenico Accolti d' Arezzo" battezza il nostro grammatico anche A. Corradi nelle sue Notizie sui professori di latinità nello studio di Bologna inserite nei Docum. e studi pubbl. per cura della r. deputat. di st. patria per le prov. di Romagna, II [1886], p. 395.

[54] Mehus, o. c., pp. cxxxi, cxxxiii, cxcviii; Voigt-Valhusa, Il risorg. dell'antich. class., v. I (Fir. 1888), p. 151.

[55] Cfr. Gherardi, Statuti della Università ecc., cit., p. 346. 

[56] Cfr. le Notizie citate del Corradi, p. 395 n. 3.

[57] La lettera nell'Epistolario tante volte citato, v. II (1893), pp. 52-3, il Novati l'sssegna, un po' dubitando, al 1382, 25 ottobre. - Cfr. anche: la prefaz. del Mehus all'Epist. o sia ragionam. di mess. Lapo da Castiglionchio cit., p.xxxx n. i; e l'altra alle lettere del Traversari, pp. cxxxi e cccxxiv; G. Prezziner, Storia del pubbl. studio ...... di Firenze, v. I (Fir. 18io), pp. 46-7; Novati, Epist. cit., v. II, p. v. 52 n. 1.

[58] Praef. cit., pp. cxxxi-cxxxii.

[59] Il Bandini l'avea già incominciato prima del 1374, nel qual anno sottopose alcune parti del Fons, come s'è visto, al giudizio del Petrarca. Prima che l'opera fosse compiuta, perdette tutte le sue carte nel 1381, occupatagli (il 18 novembre) la patria dalla compagnia del conte Alberigo da Barbiano: "fuerunt mihi namque perempti omnes [a: e., libri Fontis] priusquam eos absolverem" (Mehus, o. c., p. cxxxiii). Ricuperatane una parte, le esortazioni di Coluccio Salutati e d'altri amici lo indussero a continuare e ad integrare il lavoro cui avea raccomandato il suo nome, ed al quale lavorava ancòra al principio del sec. XV, affermando egli medesimo "hos libros iuvenem inchoasse, senem edidisse".

[60] Un altro esemplare intero, in tre volumi, era a Roma nella biblioteca del collegio Capranica (cfr. Sarti-Fattorini, o. c., V. 112, p.297 n.2), ma non so dove ora si trovi. - Alcuni mss. parziali dell'opera sono annoverati dal Mehus, l. c., pp. cxxxii-iii; tra gli altri, il vaticano - urbinate 300, nel qual è, secondo me, da riconoscere il ms. posseduto da frate Girolamo Aleotti e mentovato in una sua lettera ricordata dal Mehus: in fatti, quel cd. presenta solo 29 libri (ossia 5 meno dei 34 che formano l' intero Fons), tanti a punto quanti diceva esserne nel suo esemplare l'Aleotti. Altri cdd. non conosciuti dal diligentissimo Mehus sono il laur. - ashburnh. 1279 (già 1205), il quale contiene solo qualche cosa della IV e meta della V parte; e il vatic. It. 2029, da cui furono pubblicati alcuni estratti nell'opera tante volte ricordata dei pp. Sarti e Fattorini, v.II2, pp. 297-300. Il cd. D IV 290 (sec. XV) della Gambalunghiana di Rimini non contiene se non la prima parte del libro De viris claris (lettere A-H); e però manca in esso la biografia di Giovanni.

[61] Cfr. C. Guasti, Ricordanze di messer Gimignano Inghirami concernenti la st. eccles. e civ. dal 1378 al 1452, nell' Arch. stor- it., V i [1888], pp. 20-68. A p.41, in un "Catalogo dei Codici che furono di Gimignano Inghirami" (pp. 36-42), è ricordato, sotto i nn. 170-2, il ms. dell'opera del nostro Bandini. Il qual libro alla morte del dotto canonico fu lasciato con gli altri suoi cdd. a un Giovanni di Domenico "che gli Operai di S. Maria del Fiore avevano a ciò delegato, per riporli in quella degnissima biblioteca costituita poc'anni avanti dai Consoli dell' Arte della Lana dov'era la chiesa di San Pier Celoro, nella stessa Canonica fiorentina, ad uso specialmente del Clero". Seguendo poi le vicende di questa biblioteca (Guasti, art. cit., pp. 33 sgg.), il cd. del Fons passò nel 1778, per volere del granduca Pietro Leopoldo, alla bibl. laurenziana.

[62] Cfr. A. M. Bandini, Biblioth. Leopold. Laurentiana, t. I (1791), Col. 480-4.

[63] O. c., p. clcvxvi. Lo stesso Mehus però chiama il Bandini "in Villani verba iurare solitus" (p. clxxxvi) e "qui Villani vestigia pressit" (p. clxvii); afferma in oltre di lui (p. clxii): "Dominicus, qui dum Villani verba Claros Viros explicans usurpat, liquide demonstrat magnae sibi utilitati fuisse illud opus quod de Famosis civibus Florentinis latine a Villano conscriptum est". - Cfr. anche Tiraboschi, St. della lett. it,2 t. V ii (1789) p. 422 e t. VIII (1790), pp. 782-3.

[64] O. c., p. cclxiv sg.

[65] Rime di mess. G. B. Cit., pp. xxxiii-iv.

[66] Il cd. sollentissimus.

[67] La Catinia, le orazioni e le epistole di Sicco Polenton umanista trentino del sec. XV; edite ed illustr. da A. Segarizzi; Bergamo, Ist. it. d' arti grafiche, 1899 [v. V della "Bibl. stor. d. lett. it. diretta da F. Novati"]. Nel 1901 uscì un breve Supplemento critico e bibliografico alla pubblicazione.

[68] Cfr. l' op. cit., pp. xiii-xxxviii e lxxiii-lxxxi.

[69] Queste parole, come le altre dianzi riprodotte, sono di R. S[abbadini], che ristrinse in esse le date certe della biografia del Polenton, dando notizia (nel Giorn. stor. d. lett. it., XXXV [1900], pp. 422-5) della pubblicazione del Segarizzi.

[70] Il titolo è variamente dato nei cdd., come notò anche il Segarizzi, p. xlix n. Però da alcuni passi delle epistole di Siccone (p. e., ep. 19 [Segarizzi, o. c., p. 119] «quemadmodum vitas scriptorum illustrium latine lingue seculares ad litteras memoravi»; ep. 20 [ibid., p. 122] «scribere attentarim vitas scriptorum illustrium latine lingue») si può dedurre che l'autore intendesse dare all'opera sua, a un dipresso, quel titolo che io riferisco qui sopra.

[71] I venticinque anni (dal 1410 al 1435 circa) son ricordati nell'ep. 20, scritta il 6 ott. 1437 e diretta ad Enrico Scarampi vesc. di Feltre [-1- 29 sett. 1440].

[72] Cfr. ep. 5 [Segarizzi, pp. 90-1] del 29 sett. 1418, ed ep. 6 [ibid., p. 92] forse del novembre dello stess' anno.

[73] Segarizzi, pp. xlix-L.

[74] Come si vede, in ciò mi discosto dall'opinione del Segarizzi, che volle dimostrare la seconda redazione delle Vite essere stata terminata da Siccone «nella prima metà del 1433, affermando egli che soltanto ad opera compiuta pose mano alle scritture agiografiche (Ep. 19)». Ma tale affermazione nell'ep. 19 non esiste assolutamente, come potrà vedere il lettore da queste parole: «id enim existimasti equum ac dignum fore, si quemadmodum vitas script. ill. latine lingue seculares ad litteras memoravi, ita dei ad laudem horum sanctorum [i. e., s. Antonio, il b. Aut. Pellegrino e la b. Elena] mira-cula et vitas absolveremz. Dove, il quemadmodum memoravi indica non un'azione finita, ma un'azione già cominciata e tuttavia durante. Quanto poi alla data del cd. posseduto dallo Scardeone (Segarizzi, p. L n. 2) e che oggi più non si conosce, doveva l'egregio critico tener conto, oltre che della dubbia autorità del testimonio, anche della datazione erronea che pre-senta - per non escir dall'argomento di questa nota - un altro cd. delle Vite: il casanatense c iij 8 (1374!): cfr. Segarizzi, p. LXXXVI. - Come poteva il Polenton, che nel l. viii ricorda un avvenimento del 31 maggio 1433 (l'incoronazione dell' imp. Sigismondo), avere scritto i restanti dieci libri dell'opera «nella prima metà» dell' anno medesimo, ossia pochi giorni dopo il 31 maggio? Tutte le spiegazioni date a questo proposito dall'A. sono, a parer mio, insufficenti. Che cosa c'impedisce invece di credere terminate le Vite nel 1435 all'incirca, se del 1436 sono i mss. più antichi che di esse rimangano (il trivulziano 815 e i due vaticani lt. 3760 e 8533: cfr. o. c., p. LXXXV; Supplem., pp. 4 e 14) e se soltanto del 6 ott. 1437 è l'ep. 20, in cui si parla di quello scritto come d'un lavoro compiuto da poco?

[75] Cfr. o. c., pp. l-lii; per la bibliografia, pp. lxxxv-lxxxvii, e Supplemento [1901], pp. 4, 11, 13-5.

[76] In questi cenni mi attengo alle pagine citate del Segarizzi, alle quali bisogna però fare queste leggere modificazioni: 1) il ms. della biblioteca di s. Giustina di Padova, ricordato con la lettera b nella n. a p. lxxxv, dev' essere identificato con il ms. 164 dell'Università di Pavia, di cui ai ni. 11 e 15 nella p. lxxxvi; 2) il marciano it. Cl. IX 53 [no. 13 a p. lxxxvi] dev'essere considerato tutt'uno con il cd. di Giacomo Gaffarelli menzionato sotto il no. 4 a p. lxxxvii, e di cui posson vedersi notizie anche presso il Mehus, Specimen hist. litter. florentinae (di cui più oltre), pp. xxxiv-xxxv; 3) di un altro ms., appartenente a Gaspare Crivellario libraio e tipografo padovano, fa menzione, per notizia avutane dal Pignoria, il Voss (De historicis latinis, Lugd. Batav. 1651, p. 804; cfr. anche Kapp, Dissert. de Xiccone Polentono ecc., Lipsiae 1733, p. 60).

[77] Segarizzi, p. l i  n. 3.

[78] Al cav. prof. A. Moschetti debbo, per mezzo del prof. Flamini, la copia del testo padovano della vita boccaccesca; quanto al cd. torinese, mi fido all' opuscolo dell' Arri che citerò tra breve.

[79] Florentiae MDCCXLVII, pp. xxxix-xi,. Quest'opuscolo, e per conseguenza anche la biografia di Sicco, fu materialmente riprodotto dal Galletti, alle pp. 57-93 dell'edizione tante volte citata del Liber de civitatis Florentiae famosis civibus di Filippo Villani (1847).

[80] Cfr. la biografia e il commentario consacrati al Manetti da Vesp. da Bisticci, nelle sue Vite di uomini illustri del sec. XV, ed. L. Frati, v. II Bologna 1893, pp. 33-201. - La vita latina del Naldi presso il Muratori, Rerum ital. script., t. XX (Mediolani 1731), col. 527-608. - Cfr. anche G. C. Galletti, Liber cit., pp. 129 sgg.

[81] Cfr. Vesp. da Bisticci, l. cit., p. 197.

[82] «Post laboriosum ac prolixum 'longevorum' opus, quod nuper in sex libris conscripsimus», dice il Manetti nella prefazione alle vite (L. Mehus, Specimen hist. litt. florent. cit., p. I).

[83] Mehus, o. c., pp. XVI-XVII.

[84] Cfr. A. M. Bandini, Catal. cit., t. II (Fior. 1775), col. 699-703.

[85] O. c ., pp. 71-84.

[86]Cfr. Phil, Villani Liber de civ. fior. ecc. cit., pp. 89-93.

[87] Cfr. più in dietro, p. 326 n. 4.

[88] Ciò è provato da alcune parole della lettera con cui il Salutati accompagnò al Villani l'esemplare riveduto del De origine: " ceterum de Turrisiano, Brunetto et Paulo tecum velim, si placebit, aliquando conferre ". (Epistol. di Col. Sal. cit., v. II, p. 48.)

[89] Più esatto era stato il nostro biografo chiamando, nella prima redazione, naturalis pater di Giovanni il mercante da Certaldo: dato che in questo caso naturalis significhi realmente generatore da non legittimo matrimonio.

[90] Nella prima redazione è detto che Giovanni si recò in questa città di 25 anni, cioé nel 1338; nella seconda, di 28, cioé nel 1341: è inutile però avvertire come ambedue coteste date siano state smentite dalla critica recente.

[91] Ecco alcune prove di quest'asserzione. Tanto il Bandini che mess. Filippo nella redaz. A fissano a 25 anni l'età del Bocc. quando questi per la prima volta andò a Napoli; tanto il Band. che la redaz. A sbozzano quasi con le stesse parole il ritratto del poeta. Di più la frase del Band. utile volentibus poetarum figmenta cognoscere non può provenire che da Vill. A, ove son le medesime parole, mentre Vill. B à integumenta al posto di figmenta. Finalmente il Band. nel riportare i versi del Salutati tralascia al v. 8 le parole alto dictamine: e queste due parole a punto si trovano mancare nel posto corrispondente di Vill. A (mentre appaiono in Vill. B.

[92] Notinsi, oltre la sostanza del contenuto, i seguenti riscontri formali: dum mercandi studio Parisius moraretur (Band. v. 3, Vill. B vv. 19-20), iuventulam parisinam (Band. v. 4, Vill. B vv. 24-5), ex qua genitus est Johannes (Band. vv. 5-6, Vill. B vv. 29-30); amavit vehementer (Band.. v. 3) = vehementissimo exarsit amore (Vill. B vv. 26-7), diligentes Johannem (Band. v. 4) = cultores operum Johannis (Vill. B vv. 27-8). Propria del Band. è unicamente la parentesi quamquam alia communior sit opinio, che serve a temperare alquanto la notizia del matrimonio contratto tra la giovinetta parigina e Boccaccio di Chellino.

[93] Cfr. la citata ediz. del Mehus nello Spec. hist. litt. flor. ecc., p. 5.

[94] Dall'assenza, nel Manetti, di ogni menzione intorno alla nascita da madre parigina del Bocc. pare doversi arguire che l'umanista fiorentino si sia servito unicamente della prima redazione delle vite villaniane.

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Ultimo aggiornamento: 10 dicembre, 2011