Pio Rajna

Il Serventese del Maestro di tutte l'Arti

Introduzione

Edizione di riferimento

Zeitschrift für Romanische Philologie, Herausgegeben von Dr. Gustav Gröber, 1878 V. band, Halle. Max Nimeyer. 1881.

 

Il Serventese del Maestro di tutte l'arti — anche qui ho dovuto metter di mio l'intitolazione [1] - è una lunga diceria, nella quale un uomo che si pretende esperto in ogni cosa  viene enumerando la serie infinita delle sue abilità. Quello che nel Cantare dei Cantari costituiva tutto il Vanto, cioè la conoscenza delle storie e dei romanzi, qui non ne è se non una piccola parte (st. 38-15). E se colà l'enumerazione aveva apparentemente lo scopo di dar luogo a una scelta, qui si vuole invece far pompa, non altro, dello sfondato sapere e dell'inesauribile saper fare.

Per questo rispetto ci verremmo così a trovare abbastanza vicini al favolello dei due bordeors, fatta astrazione, beninteso, dal motivo della rivalità e della gara, che là serve di punto di partenza. Ivi pure, come presso di noi, si tratta di affermare continuamente ge sai, ge sui. E vi abbiamo un vanto comprensivo, che potrebbe valere come riassunto per la nostra composizione

 

Il n'a el monde, el siecle, riens

Qe ge ne saiche faire a point.         (V. 126-27.)

 

E si posson ben fare anche ravvicinamenti speciali: questo, per esempio, della valentia magica:

 

Bien sai un enchantement faire.   (v. 210.)

 

Serv.      Gli diavoli prendo al lacczo;

So far malie e sci le desfacczo ;

Per nigromancia li caccio

Li dimonii multi viaczo

                          quando lo voglo fari.           (v. 182-86.)

 

Riscontri parecchi abbiamo altresì colle altre composizioni già passate in rassegna nell'introduzione; tra le quali il Ben voill que sapchon li pluzor di Guglielmo di Poitiers ce ne offre di abbastanza curiosi, o che tali pajono al primo guardarli:

 

Eu conosc ben sen e folor,

Et ancta conosc et honor;

Et ai ardiment e paor.                 (v. 8-9.)

 

Serv.                 Eo chesi honore e sì-l trovaj,

Et abbi-l quando-l domandai,

                 e ancor lo trovo.        (v. 164-66.)

 

      De bone così aggio talento;

De le re sci me spavento;

Ben le conosco e sci le sento.

Al ben vo con ardimento,

                       e lascio-l male.    (v. 142-46.)

 

Eu conosc ben cel qui bem di,

E cel quim vol mal atressi.       (v. 15-16.)

 

Serv. Tanto so plen de rasone,

Ch'eo conosco le persone

Tute li ree dale bene.                (v. 172-74.)

 

Si confronti altresì il principio del nostro Serventese con quello del D'aisso laus Dieu di Marcabruno.

Ma tutte queste son somiglianze parziali, miste a discrepanze senza confronto maggiori; la nostra poesia trova oltralpe parenti ben più stretti, di cui ancora non s'è fatto parola. Anche la letteratura provenzale ha il suo Serventese del maestro di tutte l'arti nell'unica composizione a cui sia raccomandata la memoria di Raimondo d'Avignone:

 

Sirvens suy avutz et arlotz,

E comtarai totz mos mestiers [2], ecc.

 

Qui conviene propriamente l'orditura, e conviene altresì un numero considerevole di particolari, espressi non di rado con parole somigliantissime. Si dia solo un'occhiata alle note del mio testo, dove ho riportato i riscontri, e subito si vedrà.

Vorrem noi per questo affermare un rapporto di derivazione immediata tra le due poesie? - Secondo me, sarebbe un andar più che di galoppo. Già, posta semplicemente l'identità dell'idea fondamentale, analogie strettissime di particolari vengono a prodursi da sè medesime: le arti, bisogna bene che i poeti le prendano quali sono. Poi, le somiglianze strettissime non ci devon nemmeno far perder di vista le differenze. L'enumerazione dei mestieri giunge nel nostro Serventese solo fino alla stanza ventottesima: da indi in là non si possono più istituire confronti colla poesia di Raimondo, mentre s'hanno invece riscontri con altri Vanti, sia provenzali, sia francesi. E nel numero dei Vanti mi convien qui di comprendere anche qualche composizione, che si crederebbe spettare a tutt'altro genere. E un Vanto, o a parlare più esattamente, è il prodotto di un incrociamento del Vanto con un trattato didattico, il Tezaur di Pietro da Corbiac, che fornirà un bel numero di termini appropriati di paragone per tutta la parte scientifica e storica della poesia nostra, quella appunto che non ha più alcun rapporto colla composizione del rimatore avignonese.

Si potrebbe, è vero, pensare che l'autore italiano abbia voluto aggiungere all'imitazione della poesia di Raimondo una coda suggeritagli da altri modelli. E a conforto della derivazione immediata ci sarebbe da addurre la circostanza, che dei cinque codici in cui quella poesia ci è conservata, tre son nostrali. A me tuttavia questo fatto par ben lontano dal controbilanciare considerazioni d'ordine più generale.

Gli è che, per poco che si conoscano le condizioni letterarie del medio evo, si è costretti a riguardare la poesia di Raimondo come un naufrago, scampato, per un privilegio singolarissimo, colà dove non so quanti altri ebbero a lasciare la vita. Si è sommerso un numero grandissimo di liriche della classe più eletta; ma tra la ciurma i superstiti si possono addirittura considerare come vere eccezioni. Ora, si richiami alla mente quel che si disse fin dal principio, come cioè il pensiero del Vanto fosse suggerito spontaneo dalla vita, dalle abitudini, dalle tendenze giullaresche. E si guardi altresì come la strofa di cui Raimondo si vale non sia che una lievissima modificazione del ritmo più popolare che la Francia possedesse per ogni sorta di materie mediocri ed umili. In una serie continua di coppie ottosillabiche si son tagliate delle stanze, col semplicissimo espediente di modificare lievemente a certi intervalli la disposizione di qualche rima [3]. Insomma, e per il contenuto e per la forma, la composizione ha in grado ancor maggiore della più parte delle sue congiunte l'aria d'esser stata raccattata per la via; solo s'ebbe la cura di ripulirla e ravviarla un pochino. In altri termini, essa è un'imitazione un po'incivilita di roba assai comune.

E in verità, volgiamo gli occhi attorno, e vedremo che i due esempi considerati fin qui non son nemmeno i soli che sian pervenuti a noi del preciso nostro tipo. Nella letteratura francese non ho alla mano da poter indicare adesso che un riflesso letterario, cioè la ballata di Villon,

 

Je congnois bien mouches en laict [4],

 

dove l'enumerazione delle molte conoscenze è stata rivolta allo scopo speciale di dar risalto antitetico al pensiero che termina come ritornello ogni strofa

 

Je congnois tout fors que moy mesme.

 

Ma non so dubitare che, editi od inediti, non abbian da esistere anche veri e propri rappresentanti della specie che Villon imitava; quando mai si desse lo strano caso, la cosa sarebbe da imputare unicamente alla voracità del tempo.

Nè la specie rimane stretta dentro i confini del dominio romanzo. La Germania medievale ci presenta anch'essa il suo esemplare, colla diceria di Meister Jrregank, figliuolo d'Irgank [5]: un vagabondo, figlio di vagabondo, come dicono i due nomi, ossia un giullare di schiatta, oltrechè di professione. Costui è il vero tipo del Tausendkünstler, e ci spiega, cosa s'intendesse propriamente con questo vocabolo. Certo non la cede di un punto ai suoi confratelli provenzali e italiani per l'infinita moltiplicità delle arti e facoltà di cui si pretende in possesso, incominciando dal "Sage unde singen, Loufen onde springen", e venendo fino al far cadere la grandine sopra tutto il paese, e ad altri tiri consimili, da cui il cielo ci scampi! Di suo egli ha una certa dose di dottrinarismo, che gl'inspira un proemio d'una quarantina di versi prima d'entrare in materia.

Abbiam dunque trovato più esemplari manifestamente connessi tra di loro, e li abbiam trovati a grandi distanze, presso nazioni diverse. Ce ne dà la Francia, la Germania, l'Italia. Davvero non corriam più rischio di errare, affermando, che questo nostro tipo speciale di composizione fu ampiamente diffuso, e dovett'essere in molto uso presso l'innumerevole tribù dei giullari, buffoni, cantastorie, e godere il favore del pubblico che s'affollava dovunque alle loro recitazioni.

Ho parlato d'Italia in genere; ma le cose dette acquistano un rilievo anche maggiore, se veniamo a specificare la regione, dove ci si offre l'esempio nostrale. Bisogna proprio percorrer tutta la penisola, per ritrovarlo; non è la vallata del Po, che ce lo porge stavolta; non la Toscana, nè alcun'altra parte dell'Italia media; bensì il lembo estremo del mezzogiorno. Chè il codice donde traggo la poesia, fu compilato e scritto laggiù, e propriamente, secondo permettono di stabilire quasi con certezza alcune delle scritture che vi si contengono, a Stigliano, borgo della diocesi di Tricarico, nella Basilicata.

Questo codice appartiene adesso alla biblioteca Riccardiana, ed è segnato col numero 2624; lo si indica nell'inventario col titolo poco appropriato di Exempla varia, che pare non aver destato curiosità nei ricercatori. è cartaceo; alto millimetri 207, largo 147; consta di 27; carte, ed è scritto da diverse mani. Una di esse pare lavorasse nel 1432: e anche le altre saranno di ben poco anteriori o posteriori. Il contenuto è molteplice; non istò a dar l'indice, perché s'andrebbe per le lunghe; un'occasione più opportuna non tarderà ad offrirsi, essendo questo un volume a cui sarà da ritornare parecchie volte.

In questo codice, da carte 5b a carte 8a, sta dunque la nostra poesia. È scritta alla distesa, senz'altra distinzione che di punti tra un verso e l'altro: disposizione cotesta molto sospetta d'essere stata causa principale della perdita di versi, onde è deturpato il testo in varie parti.

La nostra poesia consta di 47 strofe, che hanno ciascuna, o dovrebbero avere, cinque versi; solo la prima strofa - ed è questa tutt'altro che un'anomalia - ne conta sei; e un verso s'aggiunge dopo la 47a, perché serva di chiusa, come nelle terze rime.

La strofa si compone di quattro versi maggiori, seguiti da uno minore. Questo versetto propone la rima, che si seguiterà nei primi quattro versi della strofa seguente; e serve così a concatenare il tutto. Rappresentando graficamente le cose, avremo

AAAAAb .    BBBBc.    CCCCd.    DDDDe.    EEEEe.

Ecco una determinazione specifica d'un genere di struttura ritmica suscettibile di parecchie varietà. Sono particolarità variabili, tanto la propria qualità dei versi, da cui per adesso facciamo astrazione del tutto, quanto il numero dei versi maggiori; ed una peculiarità punto essenziale è altresì, manifestamente, la differenza tra la prima strofa e le altre. L'essenziale sta nell'esserci più versi maggiori seguiti da uno minore, e nell'agganciamento delle rime.

Considerata nella sua generalità, è questa una struttura tra le più degne di richiamar l'attenzione. Essa è uno dei tipi, di cui mal si potrebbe attribuir l'invenzione a questo o a quello tra gli autori che conosciamo essersene serviti. Costoro, secondo ogni verosimiglianza, dovettero ereditarlo dai loro predecessori; e questi, alla lor volta, da altri; sicchè le origini si vanno così a perdere nel più fitto del bujo medievale. Certo il ritmo ha un andamento popolare; e sempre, difatti, anche nei tempi più tardi, lo vediam riserbato per composizioni di genere mediocre od umile addirittura. Ad esso soprattutto si riferiscon le parole di Antonio da Tempo „... Servit omnibus hominibus et non habentibus subtiliorem intellectum, scilicet mechanicis et rusticis. Nam illo modus rithimandi magis placet hominibus non subtilibus in huiusmodi, et eorum auribus magis applaudit quam alii modi, de quibus supra dictum est, quia magis est latinus et facilior [6].

Uno degl'indizi che meglio valgono a provare l'antichità e l'origine popolare o popolesca di un ritmo, è, naturalmente, la sua diffusione. Questo nostro l'Italia lo ha comune colla Francia, la quale ce ne può anzi mostrare esempi anche più antichi. Cominciamo intanto dal dire, che, per quanto si riferisce all'allacciamento delle strofe per via delle rime finali e iniziali, la nostra specie rientra nel genere assai copioso di quelle che la terminologia provenzale chiamava coblas capcaudadas [7]. E la peculiarità che il verso finale sia più breve, è comunissima nei misteri, dove le parlate, brevi e lunghe, dei singoli interlocutori sogliono costituire come altrettante serie capcaudadas di versi di otto sillabe, chiuse con uno di quattro [8]. Si accosterà poi ancor più al tipo nostro il ritmo di quella parte del poema della Crociata contro gli Albisi, che spetta a Guglielmo da Tudela; ritmo preso a prestito probabilmente dalla perduta Canso d'Antiocha, e imitato alla sua volta nelle novas de l'heretge e nel poema della Guerra di Navarra [9].

Sennonchè in questi casi, o abbian serie indeterminate invece di strofe, oppure ci manca la caratteristica del versetto finale, ossia della coda, come la chiamano i nostri antichi trattatisti [10]; e insieme con essa quella altresì delle rime continuate o continue, per valermi d'un'espressione della tecnica provenzale [11]. Ebbene, tutti i tratti distintivi della specie nostra ci si offriranno riuniti in altre poesie. Nessuna, è vero, tra quante io conosco, può pretendere di uguagliare per antichità il poema della Crociata contro gli Albigesi, e meno ancora, per conseguenza, la Canso d'Antiocha ; ma, o io m'inganno, o il ritmo adoperato da Gregorio Bechada suppone precisamente il nostro, e ne era appunto un innesto sul tronco vecchio e intarlato della solita serie epica.

Non è dunque altro che una delle varietà di cui è suscettibile la nostra specie, la struttura ritmica a cui ebbe ricorso Rustebeuf in non meno di otto sue poesie: Li mariages e La complainte Rustebeuf; La griesche d'yver; La griesche d'esté; La complainte maistre Guillaume de Saint'Amour; Renart le Betourné; Li diz du Pharisian; Li diz de l'erberie [12]; Bisogna ben dire che non rammentasse questa numerosa nidiata di predecessori il recente editore di Giovanni da Condé, quando, abbattendosi nel medesimo ritmo presso l'autore suo, nella diatriba contro i Domenicani, ne prese meraviglia come di cosa singolare [13].

Nelle nove poesie qui indicate i versi maggiori noverano otto sillabe, e la coda ne ha quattro: appunto come nei misteri. Le strofe sono di tre versi ciascuna, eccettuata a volte la prima, e sempre poi l'ultima. L'una prende talora un verso di più, precisamente come nel nostro Serventese, affinchè la rima sia ripetuta qui pure lo stesso numero di volte che nel resto della composizione; l'altra omette la coda, qui affatto superflua, dacchè non c'è più nulla che essa possa concatenare con quanto precede. Però, a volerla mantenere, bisognava aggiungere, come presso di noi, un verso solitario, quasi a foggia di tornada.

A me par verosimile in sommo grado, e ben difficilmente troverò contradditori tra i francesi, che in Italia il genere di ritmo a cui appartengono, e la varietà di Rustebeuf, e la nostra, e altre ancora, sia venuto appunto di Francia [14]. Ripugna all'intima analogia delle manifestazioni forestiere e nostrali il supporre una doppia produzione spontanea; ripugna ancor più e ai documenti conservati e a tutto il processo di evoluzione della letteratura volgare medievale l'immaginare un moto in direzione opposta. Credo peraltro che la propagazione sia avvenuta in un'età anteriore a Rustebeuf e non possibile a determinare, per la gran via delle correnti giullaresche.

Presso di noi siffatto ritmo appar costante nella varietà più comune e notevole del serventese: quella che i trattatisti chiamano serventese caudato semplice. [15] Esso è altresì la forma più solita della frottola, allorchè questa specie di composizione s'acconcia ad un periodare uniforme [16]. Aggiungerò anche il motto confetto, in quanto si consideri come cosa distinta dalla frottola.

Questi tre nomi, serventese, frottola, motto confetto, hanno significati e limiti non sempre ben definibili. Nel primo di essi la coscienza del suo valore originario aveva già cominciato a offuscarsi di là dalle Alpi, nella propria terra nativa; qui da noi essa si smarrisce affatto, tanto che, sotto l'impulso di una falsa etimologia, arriva perfino a travolgere stranamente il vocabolo, e a sostituirgli e preferirgli un non mai più udito sermontese [17]. E anche del motto confetto gli antichi trattatisti non intendono il senso vero. Tratti in errore dalla pronunzia dialettale, come quelli che appartengono alla regione veneta, credono fermamente che motto, ossia moto, com'essi dicevano e scrivevano, sia il latino motus [18]. Nè colgono il significato dell'aggettivo meglio che del sostantivo. Così un verso composto [19] - cosa ben piana e chiara ad ognuno - si trasforma in un'espressione misteriosa ed assurda, inintelligibile specialmente a chi pretendeva di farsene altrui interprete [20].

Ma non voglio adesso avanzarmi oltre il limitare in una boscaglia, dove ancora non si muove passo senza aver prima sgombrato il terreno a colpi di falcetto e di scure. Serbiam dunque ad altro tempo un compito, che non tollera davvero d'esser trattato come cosa accessoria. Qui limitiamoci a ciò che ci riguarda adesso direttamente.

E provvediamo intanto a scegliere il vocabolo per designare la nostra poesia. Motto confetto sembra esser stato, od esser presto divenuto, un termine poco comune; occorreva piuttosto nella tecnica, e fors'anche solo nella tecnica di certe provincie, che nell'uso volgare [21]; e del resto è anche molto contestabile che l'espressione potesse fare al caso [22]. Bensì rimane dubbio, se il nome di frottola, o quello di serventese sia da attribuire di preferenza alla composizione. Nè il contenuto, né la forma ci danno un criterio valevole per distinguere la giurisdizione dell'uno e dell'altro.

Non il contenuto: tant'è vero che Antonio da Tempo reca come esempio di serventese una filza di sentenze, vale a dire, quanto alla materia, una vera e propria frottola: solo, si vede, perché i versi maggiori vi sono endecasillabi.

Dunque, si dirà, ecco che il carattere distintivo sta nella forma. Per Antonio, e in questo momento; ché del resto ci dice lui medesimo (pag. 148) che i serventesi possono essere in ogni sorta di verso. E accrescono la confusione, Gidino, che, a giudicar dagli esempi, ritiene che il serventese abbia ad aver indole narrativa; e quel cotal anonimo che, nella nota premessa alla copia contenuta nel codice gaddiano, chiama frottola il nostro Cantare dei Cantari [23], forse perchè intessuto con una svariata enumerazione di cose. Insomma, già nell'Italia dei secoli XIV e XV non s'avevano idee ben definite intorno a cotesti punti, e i vocaboli vagavano un poco alla ventura, costretti a contentarsi del valore che loro s'attribuisse. Però, se tra le due denominazioni, serventese e frottola, scelgo la prima, di molto più diffusa, ciò non faccio senza un forte dubbio che l'autore possa anche avergli preferito l'altra, o forse una terza, differente da entrambe.

Della qualità dei versi non s'è ancor detto nulla. I maggiori, quali ci son dati dal manoscritto, sono promiscuamente di nove e di otto sillabe; e davvero si prenderebbe una bella briga chi si mettesse in capo di ridurre i due tipi ad un solo. E non è la briga soltanto che ci deve rattenere; gli è che bisognerebbe alterare arbitrariamente un gran numero di versi, che proprio non danno a conoscer del resto nessun sintomo di malattia. Quindi s'è indotti ad ammettere d'aver qui a fare con una poesia alquanto sregolata, che non osserva nella pratica la legge d'un numero costante di sillabe, pur riconoscendola probabilmente in confuso nella teorica. S'ha bene un tipo dinanzi alla mente; ma l'orecchio, al quale è affidata la cura di attuarlo, prende le cose con una certa tolleranza, e purchè si senta appagato nella somma, non guarda poi tanto per il minuto.

Eppure anche in questa sregolatezza si può, se non m'inganno, ritrovare una norma ed una ragione. Il tipo che il rimatore concepisce in modo vago, dev'essere il verso novenario; sono novenarii, si badi, tutti i versi maggiori della prima strofa - eccetto il terzo, che pecca per eccesso - e il primo della seconda. Ora, il novenario è un verso insolito nell'Italia [24]; ma è uno dei più comuni, anzi, addirittura il più comune nella Francia [25]; ed è lui propriamente che ha sotto la sua giurisdizione anche le materie analoghe alla nostra. Si rammenti poi bene come fossero novenarii i versi maggiori nella struttura ritmica a noi più prossima che si sia incontrata colà: quella così familiare a Rustebeuf.

Ma come si dispongon gli accenti in un verso novenario? Il gran caposaldo è l'accento dell'ottava sillaba, che determina la misura della serie. Accentata quella, in forza della legge di alternazione dei tempi forti e dei deboli , gli accenti tendono a portarsi sulle altre sillabe pari; e propriamente, sulla quarta un accento principale; sulla seconda e sesta due secondarii. Se ci serviamo, per rappresentar le sillabe indipendentemente dalla quantità, del segno della breve capovolto, veniam dunque ad avere questa figura:

Sarebbe questa, in sostanza, come una specie di dimetro trocaico con anacrusi.

Sennonchè quella prima sillaba debole, che segue ad una pausa e ad un'altra sillaba debole anch'essa, fa ben poca impressione sull'orecchio; il quale però è tratto ad accettare come equivalente, ed anzi a preferire per parte sua quest'altro tipo:

Ecco il nostro ottonario; e qui si spiega come nella poesia italiana, dove l'elemento musicale si estrinseca, per ragion del linguaggio, con assai maggiore intensità che nella francese, il verso di nove sillabe appaja così di rado.

Non basta: l'orecchio va ancora più oltre. L'uniformità del ritmo, e soprattutto d'un ritmo fortemente marcato, a lungo andare lo stanca; se ne desidera un certo qual temperamento, ossia si cerca che all'unità s'accompagni la varietà. Un verso che non s'accomodi a cotale richiesta, che cioè non sia atto a prendere vari atteggiamenti, non può mai esser presso di noi di molto uso. Si pensi al decasillabo ed al dodecasillabo. Appunto nella sua flessibilità sta l'eccellenza del nostro endecasillabo e la ragione della sua fortuna singolarissima; fu davvero ben guidato l'orecchio, quando si condusse, fin dall'età, per così dire, preistorica della nostra letteratura, ad accettarne come equivalenti due forme ben distinte, e precisamente inverse: quella dove l'emistichio minore precede al maggiore; e l'altra, dove il maggiore precede, ed il minore vien poi. S'oda prima l'armonia del quinario e poi del settenario, o prima del settenario e poi del quinario, l'orecchio italiano se ne contenta; od anzi, allora propriamente è contento, quando i due tipi si vengono avvicendando.

Tornando al caso nostro, l'orecchio non s'oppone a che gli accenti secondari si spostino, e particolarmente il primo. Quindi accetta, per esempio, un modulo, che appare quasi come una specie di compromesso tra i due già osservati

Son costrutti così, insieme con altri molti, i versi 13 e 14. E anche altre libertà son comportate del pari. Senza dilungarmi di più, riassumo le cose dette e quelle che avrei da dire in questo principio: il tipo ritmico fondamentale di un verso è un modello a cui costantemente si guarda, ma che non dev'esser ritratto sempre in ogni particolare; appunto da un'attuazione giudiziosamente e diversamente incompleta nasce una varietà desiderabilissima di forme e di armonia.

Con questa teorica io mi espongo al pericolo di passare presso certuni per un apologista dei versi sbagliati. Non ho per altro bisogno di molte parole per mettermi al coperto da un'accusa siffatta. Bisogna naturalmente distinguere tra la libertà, che ha profondamente impresso nell'animo il sentimento di una legge, e la licenza, che ne ha appena un sentore. La prima genera la varietà, la seconda la sregolatezza del ritmo; I'una abbiam sempre presso i poeti d'arte, l'altra s'insinua bene spesso nella poesia popolare, e riesce a corrompervi l'istinto, ordinariamente corretto. Ebbene, in parte è varietà, in parte sregolatezza, quella) che possiamo rilevare nei versi maggiori del nostro Serventese ma oramai si vede per che ragione dicessi dapprincipio, che anche nella sregolatezza c'era la sua norma e il suo perchè.

Dai versi maggiori mi rivolgo ai minori; e siccome si osserva anche in essi una condizione di cose analoga a quella ora studiata, me ne sbrigherei in poche parole, se non fosse da prendere in esame un fatto speciale, che potrebbe dare un nuovo elemento da tenere a calcolo nella questione.

La coda, nel tipo ritmico a cui appartiene anche la nostra varietà, si abbarbica strettamente al verso che la precede, tanto da costituire quasi un tutto con esso. E il quasi sparisce anzi totalmente se il verso maggiore è settenario; dalla somma sua colla coda deve allora risultare un vero e proprio endecasillabo. Ecco perchè nelle frottole e motti confetti - qui più che mai una cosa medesima - le code, ora sono quinarie, ora quadernarie, a seconda che cominciano da vocale, oppure da consonante; e quinarie avran pure ad essere se il settenario antecedente è tronco. Si rifletta alla struttura di un endecasillabo coll'accento sulla sesta, e si vedrà chiara la ragione di tutto ciò [26].

Quando il verso maggiore non è settenario, sicchè saldato colla coda non possa produrre un endecasillabo, la legge non ha più altrettanta ragione di essere. Tuttavia con versi maggiori endecasillabi la vediam pure osservata da certuni. Così la mantiene I'esempio di serventese bicaudato addotto da Gidino (p. 137); sicchè vi abbiamo,

 

Fugiendo lo furore e la ruyna

de' Trojani,

Che li andavan fugando la matina

come cani;

ma invece:

. . . . . . . . . . volse gli prophani

Latini a ritornar gagliardi e sani

a la bataglia:

E per lor forza tornaron soprani

a tal travaglia.

 

La medesima norma è fedelmente seguita anche nel serventese storico - del 1333, a quanto pare - che il Teza pubblicò e illustrò negli Atti della Deputazione di Storia patria per le provincie della Romagna, t. IV, p. 169. Eccone in prova le prime strofe:

 

O Jeso Cristo, padre onipotente,

Aprestame lo core con la mente,

Che rasonare possa certamente

un servientese:

Della discordia che intra 'l buon marchexe,

Quel da Ferara, è stata e 'l bolognese;

La colpa à biudo, se raxona e dise,

lo ligato.

Or ve dirago tute com'è stato.

Per non volere esser scomunicato

El buon marchese con luj prese pato

e acordamento.

Rendèli Arçenta a tuto so talento ;

Ma po' che l'ave, no tene convento,

Ma d'ora in ora te so guarnimento

pur pensando,

Chome ai marchesi, ecc.

 

Ma nel caso nostro la legge non s'applica, e non ci si ritrova per nulla la spiegazione delle anomalie, che non scarseggiano neppur nelle code. La legge spiega in certi casi una differenza di una sillaba; e noi abbiam code che differiscon di due; poichè ce n'è di quattro sillabe, di cinque, e di sei [27]. E ciascuna di queste misure è indipendente affatto dal suono iniziale; ché se, per caso, tra le poche code tetrasillabe non ce n'è nessuna che cominci per vocale, delle quinarie, che sono ben trenta, quindici, ossia precisamente la metà, cominciano da vocale, e quindici da consonante.

Trenta code correttamente quinarie : sopra un totale di quarantasette, la gran maggioranza; però s'è indotti a pensare che questa appunto sia la misura tipica, e che le altre ci rappresentino il dominio dell'arbitrio. L'idea ci sarà confermata dal riflettere che precisamente quinarie sono le code anche nei misteri francesi e nel ritmo di Rustebeuf. E poichè come tipo fondamentale dei versi maggiori s'è ammesso il novenario, ecco manifestarcisi tra il nostro Serventese e la poesia della Francia una parentela ancor più stretta che non apparisse dapprincipio, e degna della massima considerazione. Segnalo per adesso il fatto; sarà solo in correlazione con altri che converrà valutarne la portata.

Per dar maggior rigore alle cose dette, sarebbe desiderabile che si potesse nettamente distinguere tra le licenze proprie dell'autore e le alterazioni introdotte dagli amanuensi. Disgraziatamente ciò non è possibile. Per questo rispetto ci troviamo, come sempre, in condizioni migliori se ci volgiamo allo studio delle rime.

Anche le rime presentano anomalie; e ne presentano di tre specie. Le une riguardano voci che escono in e atono; quest'e, ora si conserva, ora si vede mutato in i. Quindi, st. III-IV, sartore, dipintore, facitore, muratori; st. VI, sali, spiciali, scale; e così via. Altre inesattezze concernono le palatili precedute da nasale, che talora sono assibilate in z, talora no: st. XV-XVI, lanze, guanze; evince, arance; st. XLII-XLIII, Francia, honoranza, manza, lancia. Le ultime, infine, si riferiscono alle liquide; abbiamo, st. XLIII-XLIV, gradale, tractare, male, temporale; e fors'anche, st. VI-VII, sonare, sali; spiciali, scale.

Qui entriamo nella questione della lingua. Volentieri mi limiterei a toccare i punti essenziali, lasciando che il resto aspettasse di prender posto nell'illustrazione più larga, a cui ha diritto l'insieme delle scritture dialettali contenute nel codice. Ma l'esser questa la prima voce antica che ci giunga comunque dalla Basilicata, m'induce a far qualcosa più, e a dare, in forma succinta, uno spoglio glottologico del documento. Avverto che, per riunire i fatti nell'ordine in cui meglio giova considerarli, e per non perder tempo con troppi rinvii, dispongo le atone a seconda del suono risultante, mentre per le toniche prendo, naturalmente, come base il suono latino. Non occorre che raccomandi d'aver presenti, come termini utili di confronto, il Vocalismo leccese del Morosi e il Dialetto di Campobasso del d'Ovidio; Arch. Glottol., IV. 118 e 145

Suoni.

Vocali.

I. Toniche.

- A. Da rilevare soltanto i continuatori del suffisso -ario: a) pilizaro, mullaro, tavernaro, fornaro, marinaro, corgiaro, scudellaro.

- b) cavaleri scuderu; barateri, buferi, correri, distrerj [28], agugler[i]. In plurale occorrono i mascolini paneri, someri, e il femminile panzeri. Mi rimane alquanto dubbio se sia singolare o plurale zarerj v. 52; men dubbio che abbia da esser maschile piuttosto che femminile.

- c) usurieri, barbieri

- d) Una riduzione ulteriore di -ieri in -iri abbiamo in riccatirj. Cfr. i moderni dialetti della Basilicata, dove, accanto alle forme tiempo, tiempi tiempe, tiemp [29], occorrono timpo (Melfi), tîmp (Matera). V. Papanti, I Parlari italiani p. 106, 107. Nel caso nostro va tenuto conto dell'azione assimilatrice esercitata dall'i finale.

- E breve: eo; neo, in concorrenza con mio; feri, misteri; sosten; petri.

- e lungo: feno; - chesi - riti, tapiti.

- e seguito da gutturale complicata con dentale: afito (da afecto, afeito); anche fuori d'accento, all'infinito, afitar.

- I: intrane, maistro accanto a maestro. Quil abbiamo in plurale, ma potremmo avere fors'anche al singolare. Cfr. d'Ovidio, Op. cit., p. 152.

- el pron. ; lengue.

- O breve: bon, bono, bone, hom; fogo, ovo, renovo, removo, vole, boi; trecioti, librizolo, figlolo, parolo. - sturi.

- o Lungo: vui ; cordun in plurale.

- U: cun (v. 219 conn??) ; multo, mundo, tende, launde, abunda, accanto a con; molto, inonda, rotondo, rotonda, fondo; - ursi. - ona.

- AU : auro, paraula ; ma cosa, poco.

 

II. Atone.

- A protonico: scarano; patarino; alimenti; asberghi; Salomone.

E: de (accanto a di), me, ve; demezato, desfaczo, destruccione (ma anche dipintore ecc.; cfr. 1); ensegnar (accanto a insignare), emperio, provedenza; femene, guormenelle, assescini (cfr. spagn. asesino, prov. ansesino). Naturalissimo, in un territorio meridionale, intrane per intrano, e solo da meravigliare che sia qui esempio unico.

- I protonico : minare (accanto a meno), videri; pilizaro [30], piscari; piscadore, misteri; insignare, indivinar; spiciali; distrerj, discreto (e subito decretale), mitade, ripenti, dimonii, conviria; lione, turniare, liale.

 - Postonico: Gostantinopil.

- Finale: risi (3a. p.); andari; piatari; diri; facitori; muratori, ranpogni ecc. (accanto a cantore, avocare, sartore, dipintore ecc.).

Ben diversa è la ragione dell'i nei riflessi di -erio ed -ario: misteri; cavaleri; scuderi etc.

O: molini; zollare; como; - molette; borrette? guormenelle.

U: cutale, runcini, sturmenti, turmenti, turniare, cunsiglato. Unico esempio di u all'uscita, clericu.

AU: aucelli; auselli (ed oselli?), aucisi.

 

Consonanti.

I. Fricative.

- Sibilanti: assescini; che mantien forse il suono originario dell'etimo arabo (V. Diez, Et. W.:, 1. 36), come il d'Ovidio sospetta avvenga anche in sciroppo (Op. cit., p. 151 nota); - scìano (e sia), scì, cuscì (cfr. d'Ovidio, l. cit.). - stasone, tradisone; - auselli: - conzari, panzeri; lanze, guanzi; librizolo (accanto a mancia, ciance ecc.); zocho.

- V : saveri, cavestro. - Può considerarsi qui taula, taule, accanto a diavoli:

- L: plu, planeti; planete, place, plen, planse; blonda, blava; clericu; cingle. - storlomia.

- R: Da l in moderatore? V. la nota al v. 35.

 

II. Nasali. on, uomo. Un n può cadere all'uscita, non solo in non (no m'areticha), ma in più esempi di be e bo, ed in so, che la sola forma per sono. - Confronta Assimilazione.

 

III.Esplosive. - (gutturali: riccatirj. - glesia, fogo, vescighe, nudriga. - guormenelle.

- Palatine: doncello, ciance, arance, mancia, Francia. Cfr. Sibilanti. - saccio, saczo [31]; agio, aggio, degiano.

- Dentali: podesse, fiada; forse quando per quanto, v. 218.

- Labiali: cabolaro.

Fenomeni varii.

Coalescenza di vocali: re da ree, v. 143, se pur non fosse da scriver ree, come si ha nel v. 17.4. Cfr. del resto Morosi, Op. cit., p. 138.

Sincope: orto, corgiaro, volno. Cfr. fodri. All'incontro persiste la vocale in sapiria..

Apocope: com.

Epentesi a) di u: guormenelle. V. d'Ovidio, Op. cit., p. 181, e per la natura e la storia del fenomeno, Ascoli, Corsi di Glottol., §  26-27

b) di r, dopo una dentale: arisnetrica.

Metatesi di r: troni, sturmenti, storlomia. Attrazione di i: gaibe.

Geminazione: riccatirj. V. Schuchardt, in Romania, VI. 593.

Assimilazione: ciaschum misteri:

Forme.

Nome.

Articolo.

- Maschile: Sing. lo, l', -l (tutto-l mondo, che-l peccato ecc.). Quando l'articolo preceda una voce che cominci da vocale seguita da nas. + cons., l'elisione può colpire la vocale iniziale, come nel toscano; accanto a l'emperio, lo 'mperio. del; al; da lo, dal; in lo: con lo. Plur. li, i, gl'; ali, ai; in li.

 - Femminile: S. la; dela; ala : da l'. - Pl. li; le l'; dele; ale; dale.

 

Pronome.

- Prima pers.: eo. Nei casi obbliqui, forma congiuntiva me.

- Seconda pers.: vuy. Congiunt. ve.

- Terza pers.: S., forma congiunt. lo, -l; dat. li. - Pl. li, le.

- Possessivo: me, miei.

- Altri pronomi: cui; chi, costante, e in parecchi esempi; - quil, quelli; - ogna, ogni, femm.

 

Sostantivo. Il plurale femminile rispondente al singolare in -a esce ora in -i; ora in -e: orsi, moneti, provincii, accanto a scale, gaibe, guorminelle. Forse è trattato come femm. planeta, che dà planeti e planele. - Accanto ai plur. femin. in -i parrebbe d'averne dinanzi uno maschile in -e nella voce scude; e non ci sarebbe certo da meravigliarsene. Ma scude risale ad un neutro, ed è forse passato nel plurale al genere femminile. Analoga apparenza, analogo sospetto per fuse; chè, sebbene sia nome maschile nel latino classico, non si possono scordare le fusa toscane.

- L'uscita in -i dei plurale agisce nel modo ben noto sulla tonica: tapiti, riti; - ursi; turminti. Quindi anche cordun. V. d'Ovidio, Op. cit., P. 146, e cfr. Ascoli, Saggi ladini passim. L'efficacia non è propria soltanto dell'i primario: sturi: E nasce un qualche dubbio che possa essere esercitata anche dall'-i che succede, non a -ee, -je, ma a un semplice -e, dall'occorrere borse in rima con ursi. Tuttavia è altrettanto e più probabile un'inesattezza - lievissima del resto - nella corrispondenza dei suoni.

Verbo.

Avere.  Pres. agio, aggio; à.    Pf. 1a. s. abbi.

Essere. Pres. so; è. Pf. 3a. s. fo; pl. fonno.

Altri verbi. Ind. pres. saccio, saczo e so; - intrane, volno, venno (?). Rimango un po' dubbioso se abbia a vedersi la caduta di tema nasale, oppure un fatto sintattico nelle forme falla, nodriga usate con un soggetto plurale (st. XL). La seconda ipotesi mi par più verosimile: si noti che il verbo precede e che in un caso la costruzione è riflessiva. - Pf. 3a. s. risi, aucisi; perdeo; enscio; fe e fese. - Condiz. Ia. s. sapiria; 3a. conviria. - Inf. andari; piatari ecc., accanto ad avocare, cantare, saveri, accanto a tenere, volere; leger; diri e dir. ecc. ;

Vocaboli.

a - con, non sicuramente, ma con molta probabilità, v. 83: aile zoecti. E anche l'a toscano deve rispondere in qualche caso all'ab prov. fr., e risalire ad apud.

afitar, afito - E l'ant. fr. afaiter, afaitier, afeitier, ecc. ; prov. afaitar, afeitar; sp. pg. afeitar; it. ant. affeitare, affettare: e non sono in sostanza altra cosa nè l'affettare, affettato, che abbiamo aduso continuamente sulla bocca, nè il francese afecter. Etimologicamente la storia del vocabolo è semplicissima, non trattandosi d'altro che del latino afectare; è invece varia e complicata la storia dei significati, singolarmente affine a quella del nostro acconciare, conciare, che se ne può dire per noi il miglior corrispondente che gli si trova messo a fianco in tutti e due i casi datici dal Serventese. Come acconciare, acconciatura, l'afettare in tutto il dominio neolatino e nelle molteplici sue forme s'applicava all'ornamento, soprattutto artifizioso, della persona, e diceva quindi azzimarsi. Ma a quel modo che acconciatura è riferito più determinatamente ai capelli, troviamo nella Chanson de Rol. che Carlomagno afaitad sun gernun (v. 215), e ci conduciamo così a una significazione spagnuola, quella di rader la barba, ed anche fare il crine ai cavalli e simili. E qui, poichè afèitar non è che un composto e un derivato di facere, abbiamo appunto un confronto che ci spiega, se non m'inganno, l'uso in apparenza così strano del fare nelle frasi far la barba, fare il pelo. - L'afeitar spagnuolo significa pure imbellettare, e in cotal funzione si trova a fianco il sostantivo afeile, belletto; ebbene, io tengo, per fermo che anche il corrispondente francese debba aver posseduto pur cotale significazione, che credo da attribuire altresì al nostro antico affaitare, ed anche ad affettare; taluno fra gli esempi che i lessici spiegano col generico adornare, vorrebbe invece, secondo me, questa speciale interpretazione. Quanto alla genesi di questo significato, non so se sia nettamente quella che subito si affaccerebbe, vale a dire se si abbia qui solo una peculiare determinazione del generale azzimare; chè più di un elemento dell'imbellettare troviam già nel latino in un altro composto di facere, cioè in inficere, che dice imbevere, tingere. E si rammenti Tibullo, 3. 4. 32: virgo Inficitur teneras ore rubente genas; e anche si consideri che un sinonimo portoghese di afeitar è enfeitar. Però penso che i significati di imbellettare e adornare non procedano proprio un dall'altro, ma siano, come a dire, collaterali. - Al paragone di inficere col valore di imbevere si sarebbe tentati di ricorrere anche per rendersi ragione di un altro senso assai importante del nostro vocabolo, quello cioè di conciare le pelli, che può constatarsi in molti esempi del latino medievale (V. Du Cange, alla voce afaitare), e che rimane anche in forme dialettali vivissime; per es. nel piemontese afeità, afaité. Ma qui i corrispondenti latini perficere, conficere coria, e il nostro stesso conciare, derivato da comptus, portano a cercare la spiegazione ideologica in una direzione diversa. E nella stessa direzione troveremo pur quella del senso di gualcare, acconciare, rimettere a nuovo i panni, venuto quasi a sparire per la scaduta importanza della cosa; di lì l'antico affettatore, che doveva rispondere a un dipresso al fullo dei latini, e che già al Borghini riusciva pressochè inintelligibile. - Come si acconciano o racconciano i panni, così altre cose; quindi quel cotale che nel romanzo di Merlino - prendo l'esempio dal Roquefort - „veut ses soliers affaitier quand ils seroient depeciés". Resta infine un ultimo senso, il solo col quale affaiter figuri tuttavia nel francese moderno: addomesticare e addestrare un uccello di rapina per uso di caccia. Ma, come ben si capisce, anche in questo significato il vocabolo, spettante all'arte del falconiere, è vivo unicamente della vita che conducono le voci scabino, guidrigildo ed altre infinite, che si riferiscono a istituzioni scomparse. Credo sia per una metafora tolta di qui, e naturalissima in un tempo in cui era tanto in uso il falconeggiare, che afaitié si trova detto anche di persona in senso di ben educato. Rispetto alla genesi ideologica del termine falconesco, mi pare di trovarne la dichiarazione nel confronto del corrispondente italiano, che era già in antico conciare; si vedano gli esempi nei glossarii. Voglio dire che l'etimologia di conciare lascia intendere che idea s'avesse in origine per la mente applicando l'afaitier agli uccelli da caccia.

Nonostante il molto interesse del vocabolo non mi sarei trattenuto a discorrerne così a lungo, se i due esempi del Serventese fossero apparsi di ovvia interpretazione. Ma solo dopo un esame così minuto posso dir con certezza che nel verso conzari aucelli afitar brachi, v. 42, afitar significa ammaestrare; dove è notevole, tanto l'applicazione della voce ai cani, quanto, e più, la non applicazione agli uccelli. - Nell'altro passo, concio denti, afito guanzi; v. 77, la spiegazione è meno sicura; tra i significati in cui la voce ci è occorsa, due si riferiscono bensì alle gote: radere e imbellettare; tuttavia l'accoppiamento col conciar denti fa pensare che possa invece trattarsi di un'operazione chirurgica, la quale, anzichè alle gote, si riferirebbe allora alle mandibole.

agugleri - v. 59, fabbricatore, e insieme, naturalmente, anche venditore d'aghi; fr. aiguillier, pr. agullier, sp. agujero, pg. agulheiro. Il toscano invece ebbe agoraio, che riporterei al diminutivo latino acula, attestato da un grammatico, piuttostochè al plurale agora, nonostante quel che dice il Diez di casi analoghi, Gr., II3, 283. Qui il l del suffisso si sarebbe mutato in r mentre resta inalterato, in grazia dell'esserci già un r nella sillaba precedente, in arcolajo, da arculus o arculum. E il l del diminutivo mi pare atto a render ragione anche altrove del r che appare in molti derivati; particolarmente di quello che s'ha nel suffisso -er -ello, che è appunto uno dei casi più oscuri. V. Diez, l. cit. Ivi la mutazione del l in r era imposta quasi di necessità dalle ben note tendenze dissimilatrici, che già si mostrano così efficaci nel periodo latino.

amorta - v. 155, spenta. Nell'uso stesso preciso che abbiam qui, il toscano usò ammorto; però vediamo che l'a iniziale si origina da composizione, anzichè essere meramente prostetico.

aretica - v. 119, prende nella rete, qui in senso figurato. E arreticare è pur voce toscana, non isconosciuta, sebbene di poco uso, nemmeno al parlare moderno.

beri - V. al v. 88.

borrette - v. 84, verrette. Per il rafforzamento dei v in b, V. Diez, Gr., I3, 287. Quanto ai dialetti meridionali, ci sarebbe molto da aggiungere; si veda, p. es., il d'Ovidio, Op. cit., p. 165. È dalle consonanti contigue che deve ripetere la sua ragione l'o della prima sillaba. Cfr. guormenelle.

bridi - v. 95, briglie. Qui pure il vocabolo ci vien dunque dinanzi nella forma che domina nella regione iberica e nella gallica.

buteri - v. 78. Senso e derivazione sarebbero già spiegati dal confronto di buffone; ma la Gemma gemmarum, citata dal Du Cange, interpetra la voce nostra stessa in forma latina: "Bufarius est mendax, quasi venenum gestans sub lingua". Per capir bene bisogna rammentarsi il bufo, rospo; ma di ciò altrove.

cabolaro - v. 21, funajuolo, capularius, dal notissimo capulum.

capitanio - v. 137. Come le forme francesi e provenzali, corrisponde al latino medievale capitaneus.

cosparo - v. 60, cuspidarius; ma parrebbe, a rigore, presupporre un cospe, che rifletterebbe il nominativo cuspis. Cfr. lumaio e lumiera di contro a luminaria, luminara. Termini di paragone forse non inutili, sebbene unilaterali, sarebbero anche ostiere, che risponde a hospitarius, lapidaro = lapidarius, e simili.

cossette - v. 81. Il vocabolo mi rimane di significazione dubbia; e un po' di colpa vorrei darne alla lacuna che lo precede, per la quale gli è scemato l'ajuto che poteva venirgli dal raggruppamento con cose analoghe. Tra le varie ipotesi, tutte molto incerte, che mi si sono affacciate, una sarebbe, che le cossette fossero da identificare coi coxelli menzionati nelle Costituzioni di Federico II, cap. 107: „Item, quod predicti comites, magnates, barones, milites et uxores eorum .... possint etiam habere mantellum unum de serico, et liceat in huiusmodi mantello posse ferri coxellos de auro filato vel seta absque pernis." Giusta la supposizione assai verosimile del Du Cange, questi coxelli dovrebbero esser nappe.

cusileri - v. 98, cucchiai; tosc. ant. cusoliere : Sacchetti, nov. 41.

diche - v. 18. Accoppiato come lo si vede con veggi, parrebbe dover significare qualche specie di recipiente. E si cercherebbe di trovargli una parentela con tegghia, tegame; ma senza alcun risultato. Neppure il confronto del teiga portoghese non conduce a nulla; tanto più che neppure il senso, cesta di vimini, fa troppo al caso. E in nessun modo fa per noi, sotto questo rispetto, la voce diga, sp. dique. Siccome rifugio si offre theca, gr.  τήϰη. Per il riguardo fonetico l'etimologia sarebbe pienamente giustificata dal paragone di endica, gr. ἐνϑήϰη (V. Diez, Gr.3, I. 226), e dal dige spagnuolo. Quanto al significato, converrebbe invece mostrare che il vocabolo sia stato usato nell'Italia meridionale anche con un valore diverso da quello di cassetta da reliquie, solito attribuirglisi dagli scrittori del medioevo, e distinto altresì dall'altro più generale e originario di astuccio. Non so dunque far capo a nulla, che sia men che dubbioso in alto grado. Così stando le cose, non ardisco nemmeno escludere del tutto la possibilità che il plurale veggi, invece di rispondere al singolare toscano veggio, risponda qui a veggia, ossia botte. Ma quand'anche così fosse - e non par probabile che sia - nemmeno in questa nuova direzione scorgo la spiegazione del vocabolo per me enimmatico. E neppure mi conduce meglio a riva l'idea che nel veggi possa cercarsi il plurale del veggia che risponde al vehes dei latini.

diesta - v. 110, in un luogo mutilo e corrotto. Data la congettura decoto o decocto per il verso antecedente, si potrebbe pensare anche qui a qualcosa che spetti alla medicina, e sospettare un digesta, sostantivo participiale di digerire (Diez, Gr., 113. 291), oppur che riflettesse - supposizione poco verosimile - il nominativo digestio. Ma in ambedue le ipotesi avremmo un astratto, e a noi occorrerebbe piuttosto un concreto. Però, considerato anche che il decolo è tutt'altro che sicuro, starem più nel probabile e avremo una base un po' meno malferma mettendo il vocabolo in rapporto con ciò che segue; e come là si parla di legge, dicreto, decretale, inclinerei piuttosto a vedere in diesta un digesta sinonimo di digesto, forma nota realmente al toscano antico. - Quanto al dileguo del g tra vocali, si vedano i passi del t. IV dell'Arch. Glott. citati nell'indice, p. 415. Ma non è da scordare che, stante la condizione del passo, a tutto quel che qui possiam dire, è anche per ciò solo scemata una parte non piccola di valore.

fodri - v. 49. Non imbarazza il vocabolo per sè, bensì il contesto in cui occorre, fodri meno de grandi abeti, che non par permettere di prenderlo nei significati usuali. Forse siam venuti a carico, o qualcosa di simile? Noto nel Du Cange un fodrus, fasciculus paleae, forse un pochino sospetto; poi, da documenti inglesi, fodra per significare una massa di piombo d'un peso determinato; qui sempre di piombo, si avverta.

fresachi - v. 44. Dalle concomitanze deduco che sia parola spettante alla caccia o alla pesca, e più probabilmente a quest'ultima; ma che arnese propriamente designi, non saprei dire. Etimologicamente il vocabolo si lascierebbe volentieri ricollegare con fregio, sp. freso, friso, fr. frise, e famiglia. O sarebbe mai da pensare al friso e frisare, che esprimono un toccare radendo, e da supporre uno strumento, spetti poi alla categoria delle reti, delle lenze, o che altro so io, che si strascini sul fondo?

[i]npedica o [e]npedica - v. 118, impaccia. Noto il vocabolo, perchè antiquato e piuttosto raro, sebbene sia anche perfettamente toscano; pr. empedegar, fr. ant. empegier.

malezone - v. 171, maledizione?

ortorsi? - v. 90, in un passo malconcio.

pallare - v. 93. Anche qui do posto a una voce toscana, per gli stessi motivi detti or ora. Pallare nel senso di sballottare, è nel Milione, c. 112, dove è detto d'un infelice, a cui il Gran Cane fece fare il giuoco toccato poi a Sancio Pancia nel cortile dell'osteria. Pallar coltelli è dunque un lanciare in aria e ripigliar coltelli, non altrimenti che si suol far colle palle.

pergamenaro - v. 59. Pergamenaio non è sconosciuto al toscano antico.

pistore - v. 25; da notare specialmente perchè distinto da fornaro: so pistore et so fornaro. Quest'ultimo sarà forse quello che i toscani chiamavano panicuocolo; pistore, colui che fa il pane.

resta - v. 107. La tela ristae - così va detto, non rista o rista tela come reca il Du Cange - è ben nota al medioevo. La nomina, per es., lo Statuto di Vercelli, I. III, fo. 85, in un passo che, il Du Cange appunto riporta: „Et de tela riste canape et stope lini solidum unum et denarios decem papienses." Un'altra citazione, questa tolta dagli Statuti di Monreal, prendo dalla medesima fonte: „De teisa telę subtilis lini solidos quatuor; de teisa telę ristę solidos tres cum dimidio; de teisa telę stopę solidos tres." A chiarire questi luoghi e a definir bene il valore del vocabolo, giunge opportuno il dialetto piemontese; che chiama ancora tela d' rista la tela di canapa. Non deduciamone peraltro che rista e canapa sian tutt'uno; già, salvo che in genitivo, come aggiunto di tela e simili, il piemontese dice canva, non mai rista; e poi la sinonimia originaria è esclusa dal tela riste canape dello Statuto vercellese. Ma un rapporto intimo tra la rista e la canapa risulta sicuro; e, qual sia il rapporto, indicheranno i vocaboli, pur essi piemontesi, ristel, ristin , che designano i mazzetti e le ciocchette della canapa scapecchiata, e - per estensione pare, - anche del lino. Rista deve dunque essere la canapa cardata; non è tuttavia un vocabolo propriamente autonomo; designa, se posso dir così, uno stato, piuttosto che la materia; sicché tela riste, tela d' rista s'hanno a prendere come accorciamenti del tela riste canape che abbiam veduto, e d'un tela d' rista d' canea che possiamo legittimamente supporre. Stoppa, se non m'inganno, disse per il lino a un dipresso ciò che rista per la canapa; fatto si è che Pier Crescenzi, II. 34, chiama stuppa tutta in genere la materia filabile che il lino somministra mediante la cardatura: diciamo, mediante una prima cardatura, e saremo, credo, ancor più esatti. Non altro che il nostro rista, nella forma stessa dataci dal Serventese, abbiamo in un passo spiegato inesattamente dal Manuzzi, e sospettato a torto dal Tommaseo: „E così produce la resta, non di filo, ma di peccati." Esp. Salm., 131- Il Manuzzi spiegava rete o tela di filo. - Quanto all'etimologia, pare aver ragione il Diez, che, menzionando il rista piemontese a proposito di resta, Et. W., I3. 347, lo riconduce all'antico-alto-tedesco rîsta, "mazzetto di lino" (o non propriamente di canapa?); la convenienza del significato è anche maggiore che il Diez non credesse. Sul suolo romanzo questo rista venne a incontrarsi coi riflessi di due voci latine, arista e restis. Di queste, l'ultima, sarebbe mai una sua stretta consanguinea? Certamente non posso a meno di riflettere che le funi si fanno specialmente di canape, e che una specie di funi si chiaman canapi senz'altro.

scherna - v. t 53, scherno; comune anche in antichi testi toscani.

tempesta (cantare a la} - v. 106; manifestamente una frase tecnica.

torminti - v. 130, uragani, e propriamente di mare, ossia il senso più comune del tourmente francese. Nella regione delle Alpi tormenta significa invece quel turbinìo di neve polverosa, che è, per così dire, la determinazione peculiare del vento sui ghiacciai. Quanto al genere, il maschile nostro, per designare le manifestazioni della natura irritata, è pure dell'antico francese; per es., tutti ricordano il v. 1423 della Chanson de Roland, "En France en ad mult merveillus turment".

tragectar - v. 93. E il vocabolo tecnico di uno speciale esercizio giullaresco, ed è una cosa stessa col trasgitar prov., che il Raynouard, Lex. Rom., spiega inesattamente coi generici baleler, jongler. E la medesima inesattezza si ripete ai sostantivi trasgiet, trasgitament, trasgitaire. Il significato proprio dev'esser quello di passare rapidamente da una mano all'altra, da un posto ad un altro. Questo senso è ancor chiaro abbastanza in un passo della Fiera del Buonarroti, citato dalla Crusca E lavorando sotto, Di cappa in cappa traghettava il furto. (3. 5. 5.) Ma più c'illumina un luogo del volgarizzamento delle Pistole di Seneca, allegato anch'esso dalla Crusca medesima: "Questi sofismi ingannano l'uomo senza danno, siccome fanno i bussoletti e le pallotte e gli altri strumenti de' travagliator-i e de' tragettatori." Tragittatore è dunque qui propriamente il giocator di bussolotti. Sarebbe tuttavia troppo il limitare il vocabolo a questo solo significato; per essere esatti dovremo dire, che il tragittare comprende tutti i varii giuochi di destrezza, o, come diciam noi, di prestigio, tra i quali, manco male, i bussolotti occupano, e soprattutto occupavano un luogo principale. E qui troverà, credo, la sua vera spiegazione anche il traghetto vivo tuttavia in certe frasi toscane nel senso di rigiro, sotterfugio, riguardato dal Tommaseo come un traslato del traghetto, traversa, scorciatoja. Questo traghetto è identico al già ricordato tragiet provenzale, e non differisce se non per il prefisso dall'entregiet, che il francese antico usa di preferenza, se non forse esclusivamente, a quel modo che per il verbo si serve di entregeter in luogo del tragittare, trasgitar nostro e provenzale.

vescighe - v. 82, pare a prima giunta un vocabolo chiarissimo, e si penserebbe che l'oscurità del passo dove occorre dipenda tutta dall'altra voce, con cui è associato: vesciche vendo per molecte. Ma per quanto abbia tormentato quel molecte, non mi riuscì mai di cavarne nessun barlume che rischiarasse la frase fino a che, attribuivo a vescica uno dei significati che i vocabolarii registrano. Una combinazione me ne suggerì invece un altro, che lui sembra sciogliere l'indovinello. Le bolle che si forman nell'acqua per via dell'aria imprigionata e che tenta di sprigionarsi, si chiamarono un tempo anche vesciche; ne abbiamo un esempio dal Sacchetti, nov. XXVI; quelle medesime bolle, con un nome ancor vivo, si chiamano sonagli; ora, movendo dal principio matematico che due cose uguali ad una terza siano uguali fra di loro, mi domandai se vescica non potesse aver significato sonaglio anche in senso proprio. Vedendo che in questa supposizione l'enimma del Serventese diventava cosa chiarissima, giacché tutti intendono un vender sonagli per mulette, ossia per mule con una determinazione diminutiva e vezzeggiativa, conchiusi che l'ipotesi coglieva assai probabilmente nel segno.

zachi - v. 43, una specie di rete tonda, che anche in Toscana si chiamava e si chiama giacchio; zaclus nel latino di Pier Crescenzi, che ne discorre l. X, c. 37. È il rete jaculum o retejaculum dei latini, che i glossarii danno solo così, ma che i riflessi volgari c'insegnano doversi esser chiamato anche jaculum senz'altro.

zareri - v. 52, da zaro o zara. Il paragone di scacchiere fa supporre che in senso stretto fosse il tavoliere - si confronti anche questo vocabolo - sul quale si eseguiva il giuoco. Ma il nostro esempio ci insegna che poi fu adoperato anche per significare il giuoco stesso.

zoecti? - v. 83, civette. Cfr. il campobassano ciuwetta (d'Ovidio, Op. cit., 165), tosc. ciovetta, ven. zovetta.

 

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Sulla lingua bisogna ben fare assegnamento per tentar di risolvere il problema della patria vera del nostro Serventese. Poichè, l'essere eseguita a Stigliano la copia a noi pervenuta, per sè stesso non dice nulla; tanto più trattandosi di un codice miscellaneo. Il dubbio deve giungere fino a volere che ci si chieda, se la composizione possa forse provenire anche dall'Italia di mezzo, nella quale abbiamo la Toscana, dove fu così singolarmente viva in ogni classe l'attività letteraria.

E si badi: tra le scritture del codice ce n'ha realmente talune, la di cui provenienza da quelle provincie non è dubbia per nulla. Citerò soprattutto il noto Contrasto dell'anima e del corpo di fra Jacopone:

 

Quando talegri ohomo da altura

va ponj mentj alla sepoltura

Et in quella forma chi tu vidj Istare

Ella ti ponj lutua conteplare

et pensa bene jn che tu dej tornarj . . . . (f°. 157 v°.)

 

Ma questo è nulla: il fatto di gran lunga più importante si è che il Serventese contiene bensì molti elementi meridionali, ma nondimeno ben lontano dal potersi dire schietto documento dialettale, nonché di una singola provincia di laggiù, neppure della regione presa nel suo complesso. Quale ci sta dinanzi, esso è un testo ibrido dal principio alla fine; accanto ai suoni, alle forme, alle voci che ci trattengono al sud, ce n'è di quelli che pajono riportarci verso il nord, alla vallata dell'Arno o a territorii affini. Ora, se fosse toscano il codice, sarebbe ovvio spiegare l'ibridismo supponendo meridionale l'origine; essendo invece il codice meridionale, pare altrettanto ovvio il supporre l'origine, non dirò specificamente toscana, ma qualcosa di cotal genere. Dacché il testo uscì dalle mani di un autore e passò quindi per quelle di trascrittori, sembrerà bene da riferire al primo ciò che disconviene a questi ultimi. Insomma, il meridionalismo non verrebbe ad essere che una patina, dovuta ad una o più trascrizioni successive, se pure in parte non anche a trasmissione orale. Casi analoghi se n'hanno a decine e centinaia.

Non voglio escluder del tutto la possibilità di questa spiegazione; tuttavia stavolta credo assai più probabile che, nonostante le apparenze, anche l'origine sia meridionale. Noto alla sfuggita un Cedro vendo e mele arance (v. 79), che ci invita ai paesi degli aranci e dei cedri. Considero il ritmo; e rifletto che, se un intreccio di rime perfettamente simile al nostro è assai comune anche nella Toscana, ivi esso è peraltro applicato (lasciando stare la coda) a strofe di endecasillabi o di settenarii. Però i nostri novenarii ed ottonarii, che si rannodano direttamente agli esempi molteplici della Francia, devono appartenere ad una ritmica per così dire provinciale, presso a poco come la strofa del Contrasto di Ciullo, che, appariva prima qualcosa di unico nella letteratura italiana, e che adesso si ritrova essere una forma propria del nostro mezzogiorno, in quelle parti assai diffusa.

Questa considerazione ci respinge dunque dalla Toscana; altrettanto fa con qualche maggiore determinatezza e non minore efficacia anche un'altra. Abbondano nel testo i nomi in -aro per designare chi esercita un certo mestiere. Nel corpo del verso ciò non condurrebbe a nessuna conclusione; non così all'uscita, dove la rima vincola e le parole e le forme. Però, se troviamo, st. IV-V, una serie costituita di cabolaro, pilizaro, mullaro, tavernaro, fornaro, subito riflettiamo che di questi vocaboli nella Toscana due resterebbero quali sono o darebbero -ajo - pellicciaro e pellicciajo, fornaro e fornaio -; due vi uscirebbero in iere o ieri - mulattiere e taverniere -; ed uno - cabolaro - non saprebbe cosa farvi di sè, perchè, ch'io sappia, ignoto in quei paesi. Similmente in un'altra serie, st. XI-XII, ricuserebbe di indossar veste toscana un cosparo (v. 60), che pare non esser mai vissuto colà, od esservi scomparso assai di buon'ora. Orbene: si consideri che -aro è precisamente l'esito abituale del suffisso -ariu per i nomi di questo genere nella regione meridionale; si rifletta che in cotal forma ed ufficio il suffisso vi è di grande uso; e si veda quindi, cosa sia da conchiuderne nell'ordine della verosimiglianza.

La rima ci dà un altro indizio prezioso al verso 181. Vi abbiamo e vi dobbiam mantenere un saccio, scritto saczo nel codice, giusta l'antica ortografia meridionale. Ora, è ben vero che questo saccio, che è la forma propria dei dialetti del mezzogiorno, s'incontra anche nella lirica toscana di stile elevato, e non per breve tempo [32] ; ma era un'eredità della scuola sicula, e nei generi popolari, qual è il nostro, che si valgono a un dipresso del linguaggio della prosa, o non penetrò mai, o non si mantenne a lungo. Parecchi esempi nella novella XLI del Sacchetti confermano l'esclusione dal toscano, messi come sono in bocca a Messer Ridolfo da Camerino, con manifesta intenzione d'imitarne, e come scimmiottarne il parlare. Ciò che essi ci permetterebbero, senza ricorrere ad altri documenti, sarebbe di cercare altresì nelle Marche la patria del Serventese. Sennonchè il saccio non è che un indizio tra parecchi; e una volta che ci è vietata la Toscana, per la quale parlerebbe il grande argomento della produttività letteraria, acquista molto valore anche la conditio possidentis.

Non basta. Si sono notate come rime inesatte quelle delle st. XV-XVI, lanze, guanzi, ciance, arance; XLII-XLIII, Francia, honoranza, manza, lancia. Ma sono poi inesatte davvero? Nel primo gruppo sarebbe cosa ben semplice mutar ze, zi in ce; ma il confronto dell'altro stringe ad adottare il partito opposto. L'esattezza è pienamente ristabilita in entrambi i casi, dato che cj si riduca a z. Ebbene: cotale riduzione è estranea pressochè del tutto al toscano, che l'ha negli antichi suoi monumenti poetici solo per via di riflesso; ma ha invece, specialmente per il periodo antico, ampia ragion d'essere nelle parlate indigene, come della regione settentrionale, così del mezzogiorno [33]. E poiché il nord è qui fuor di questione, gli è al sud che ci si trova condotti.

Nel gruppo di rime delle st. XV-XVI il lettore non si sarà, credo, meravigliato di vedermi passare sotto silenzio una differenza nell'atona finale, che s'aggiunge all'apparente disaccordo nelle consonanti; guanzi, nonchè lasciarsi cambiare in guanze più che facilmente, sembrerebbe proprio richiedere esso stesso cotal mutazione. Tuttavia sulla legittimità del cambiamento suscitano dei dubbi altri luoghi. Nelle st. I-II, dove le rime stanno benissimo quali son date dal codice con misteri, cavaleri, scuderi feri, usurieri, rincresce di mutare tutte le uscite, per il solo motivo di quel feri, fiere. Ma pazienza! La pazienza non giova peraltro a nulla, quando, st. IX - X , si incontra moneti , planeti, cose secreti, abeti, voleti; st. XVII- XVIII, forsi, borsi, ursi, ortorsi; st. XVIII-XIX, capelli, guormenelle, coltelli, mantelli, manganelli. Qui si trovano propriamente frammiste voci che, secondo la fonetica della maggior parte dell'Italia, escono in e, e voci che escono in i. Si potrebbe dire che le rime erano inesatte nel testo primitivo; non so tuttavia con qual diritto, se si considera che altre inesattezze di questo genere non vi occorrono, e che anche le pochissime di genere diverso sono pressoché solo apparenti. Di lanze, ciance s'è detto adesso; di tersi è qui superfluo parlare [34]; quanto all'equiparazione di -are ed -ale, st. VI-VII, tutti sanno qual profonda ragion d'essere si trovi avere. E l'irragionevolezza della supposizione è accresciuta di molto dall'esserci in pronto una spiegazione diversa, atta a dar chiara ragione di ogni cosa.

Ogni ombra d'anomalia scompare, dato che nel linguaggio dell'autore l'e e l'i, atoni e finali, avessero il medesimo suono. Cotesto suono potrebb'esser qualcosa di non ben definibile tra i due; ma dal momento che lo troviamo già espresso in un gran numero di casi per mezzo di un i, sarà giusto ritenere che appunto questa lettera sia più atta a rappresentarcelo. Giacchè, si badi, per scrivere i e non e conveniva rompere colle abitudini della grafia etimologica e storica, così potente a mantener sulla carta dei veri fossili. Sicchè il Serventese dovette, secondo ogni probabilità, essere scritto in un territorio, dove l'e atono di uscita suonava i, o almeno almeno s'accostava moltissimo all'i.

Orbene: cotesto e atono volge ad i in certe parti della Basilicata, ed è i addirittura nelle Calabrie e nella Sicilia. Ne risulterà, non essere impossibile che il Serventese sia stato composto entro i confini stessi della provincia a cui appartiene il codice che ce l'ha conservato; doversi peraltro ritener più verosimile la provenienza dalla regione del sud. Questa seconda ipotesi ci spiega ottimamente anche la promiscuità nella grafia del codice, che ora scrive i, ora e; gli i, il testo se li sarebbe portati con sè dall'origine; gli e si dovrebbero ai trascrittori basilischi.

Tutto ciò sta bene, si dirà; ma e la mescolanza tanto considerevole di forme non meridionali? S'è data importanza ad un saccio; o non daremo nessun valore ai so, che sono in gran numero? - Se il nodo par simile al gordiano, non s'ha nemmeno da cercar molto la spada per tagliarlo. È da riflettere che il Serventese sarà stato probabilmente composto nella seconda metà del secolo XIV, o al principio del XV, quando la letteratura toscana faceva già sentire ben forte la sua efficacia fino all'estremità della penisola. Anche per quelle terre bisogna ammettere vicende analoghe a quelle dell'Italia del nord [35]. E del resto fino daI secolo XIII la lingua dei poeti di laggiù ebbe ad essere piena zeppa di elementi estranei al loro paese. Tra i poeti della scuola Sicula, ne figurano parecchi nativi delle provincie continentali, ossia della Puglia, come si diceva allora. Costoro non iscrissero di certo in siciliano puro; ma nemmeno dovettero scrivere nello schietto dialetto della loro provincia; presso a poco a quel modo che il linguaggio di Guido Guinicelli e della scuola bolognese, e un secolo dopo quello di Antonio da Ferrara e di altri lombardi, fu un contemperamento, per la maggior parte inconscio, di elementi esotici ed indigeni.

All'egemonia sicula succedette la toscana; e allora, ecco i poeti di laggiù rimare in toscano, ossia nella lingua letteraria; ma non riuscire, e fino ad un certo segno non badare neppure, ad escludere tutti gli elementi locali. Così molti se ne troverebbero anche nelle rime assai studiate di Paolo dell'Aquila, di Guliermo Maramauro, o piuttosto Matamauro, di Napoli, del conte d'Altavilla, e di altri poeti del tempo e della corte di Ladislao. Ma di questa pleiade, ignota, ch'io sappia, agli storici della nostra letteratura, non è qui il luogo di parlar di proposito. Anzi, lascierò volentieri che altri ne parli in vece mia.

È chiaro di per sè, che il molteplice contemperamento di elementi forestieri e locali, che costituisce nel secolo XIV, e anche nel XV, la lingua letteraria delle diverse regioni italiane, deve variare anche nel luogo stesso, a seconda della coltura di chi scrive e del genere preso a trattare. Nella lirica amorosa, così ricca di modelli toscani, così salda oramai nelle forme, l'efficacia dei dialetti non si estende per solito al di là della particolare determinazione di certi suoni. Nei generi più umili e popolari l'elemento indigeno entra in copia maggiore d'assai. Questo appunto è anche il caso nostro. F. non paja irragionevole la mia supposizione, che l'autore di una composizione siffatta possa aver pensato a scrivere in una lingua tanto o quanto letteraria. Non ci figuriamo cotesto autore un uomo dell'infimo volgo; andremmo ben lontani dal vero. Basta guardare alla fine del Serventese, dov'egli ha voluto designare copertamente il suo nome. La cura, del nominarsi rivela lo scrittore. Uno scrittore popolare, s'intende; ma pur sempre posto in grado più elevato di un semplice cantastorie. Immaginiamocelo a un dipresso qualcosa di simile al fiorentino Pucci, che giusto ancor egli si nomina al termine di tante cose sue:

Antonio Pucci il fece al vostro onore.

Abbiamo dunque nelle ultime stanze il nome del nostro autore. È difficile sta a cavarnelo. Il poeta, dopo aver dichiarato dantescamente di non lo voler dire, perché troppo oscuro - Tropo se conviria cercare, Tant'è serrato - s'affretta a disdirsi col fatto

 

Lo meo nome è demezato;

Per l'ona mitade so clamato;

L'altra mitade è dal suo lato

Lo lione incoronato

Con fresca cera.

Cui de me vole, paraul'à intera.

 

Ecco un indovinello. Le parole del testo, se s'accetta il mio modo raggrupparle - e, per verità, colla lezione del codice non ne vedo un altro plausibile - vengono a dire: "Ho diviso in due parti il mio nome; una metà ne ho detto; l'altra metà è il leone incoronato con cera fresca." - O cos'è quest'imbroglio? Lascio al lettore la gloria di trovare il bandolo; tuttavia, come non potevo di certo esimermi dal cercarlo ancor io, così non tralascierò di esporre le idee, a cui mi son fermato di più. La metà del nome che s'afferma d'aver detto, dovrà contenersi, o nella stanza antecedente, o nel primo verso di questa. Per via d'anagramma della specie consueta - e tutti sanno quanto uso ne facesse il medio evo - si ricaverebbe O N T A; risultato, a dir vero, poco promettente. O s'avrebber mai da scrivere i versi a due a due, a questa maniera?

 

Or no me voglo nominare,                 Nè per nome recordare ;

Troppo se conviria cercare                 Anzi che se podesse trovare.

 

Cominciando dalla seconda linea e leggendo βουστροϕηδόν, si avrebbe T A N O; che potrebbe assai bene soddisfarci, sia come seconda parte di un vocabolo da cercare, sia come accorciamento di Gaetano, comunissimo in tutta Italia, è molto comune per l'appunto anche nelle Calabrie. Tuttavia non è nemmeno da tacere che l'ultima sillaba della medesima st. XLVI unita alle due prime della stanza successiva, dà anch'essa un nome: Tolomeo. Eccoci con due cibi dinanzi; l'uno più atto a muoverci per ragioni di verosimiglianza interna, l'altro forse, agli occhi di certuni, per la maggiore semplicità del processo che ce lo somministra.

Sarebbe fuor di luogo voler scegliere prima d'aver tentato l'altra parte dell'enimma. E la più buja; cosa potrà mai essere lo lione incoronato con fresca cera? Una cosa non mi par dubbia: si allude ad una rappresentazione per via d'uno stemma, e propriamente dello stemma ottenuto per mezzo d'un sigillo; lo stemma risulta dalla corona, il sigillo dalla cera fresca, che non saprei davvero cosa potesse aver che fare altrimenti col leone. Non sarà inutile ricordare il dantesco,

 

Ed avea in atto impressa esta favella,

Ecce ancilla Dei, sì propriamente,

Come figura in cera si suggella.

Purg., X. 43-45

 

Ma si vorrà mai alludere allo stemma di una città, oppure di una famiglia o d'un individuo? - Di una città, vorrei dire; sennò, sarebbe un pretendere i lettori troppo profondi nell'araldica; eppoi, le famiglie e gl'individui che avevano il leone per stemma erano in troppo gran numero, perchè l'autore potesse presumere in nessun modo di aver detto il suo nome a chi sapesse trovarlo. Tanto valeva tacerlo del tutto.

Mettiamoci dunque in traccia di una città che faccia al caso. Percorrendo i paesi a cui ci hanno condotto altri indizi, la mente si ferma subito a Monteleone ; nel cui stemma - ci dice un'induzione ben facile desunta dal nome stesso - il leone deve apparire di necessità. E non manca difatti nello stemma monteleonese procuratomi dalle premure d'un mio scolare nativo di colà e dalla gentilezza di un amico suo; esso vi occupa tutta la metà sinistra dello scudo, mentre la destra va divisa in parti disuguali tra un gufo od una civetta e due cornucopie. E lo scudo è sormontato da una corona. Non so dire a che tempo risalga questo stemma; certo i tre simboli vi avranno preso posto in età diverse; primo di tutti, oserei quasi scommettere, il leone; e per argomenti induttivi, e per il fatto dell'occupare da solo due quartieri. Se in ciò non m'inganno, e se è antica la corona sovrapposta, che potrebbe fors'anche avere affinità d'origine col nome della Basilicata. Monteleone ci potrebb'esser rappresentata ben legittimamente dal leone incoronato.

Tuttavia Monteleone non è una candidatura incontrastata. S'è ammessa la possibilità che la patria del Serventese sia fors'anche da cercare al di là dello stretto.  Se lo attraversiamo e discendiamo per la costa verso il sud, incontriamo Lentini, che, in grazia della forma originaria del suo nome, Leontini, ci promette anch'essa un leone. E lo stemma di Lentini è realmente una testa di leone; e nemmeno in questo caso la corona ci fa difetto.

La conclusione sarebbe, che autore del Serveniese fosse un Tano, o, più improbabilmente, un Tolomeo da Monteleone o forse da Lentini: Peccato che l'ultimo verso venga alquanto a disturbare! Cui de me vole paroul' à intera sembrerebbe indicare che il nome voluto dar a conoscere consistesse in una parola sola, e che quella parola si fosse propriamente smembrata. Tano, come già s'è accennato, converrebbe sempre assai bene; in -tano escono vari nomi di persona, e specialmente poi molti patronimici. - O forse paraula sarebbe qui usato in un senso più largo che quello di vocabolo?

Non decido nulla; e dopo d'essermi scapricciato io, invito chi legge e chi è più esperto di me a cercare alla sua volta. D'essere obbligato a lasciar sussistere una problema siffatto, punto non mi dolgo: gl'indovinelli conservano il loro interesse solo fin quando non se ne conosce la spiegazione.

 

Note

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1 Maestro so de tutti l'arti. Veramente in questo luogo è detto nel senso ristretto in cui il medio evo usa così comunemente il vocabolo, cioè per arti liberali, scienze. Ma sarà, credo, un arbitrio ben giustificabile questo mio, di generalizzare il significato dell'espressione, per servirmene a designare il contenuto di tutta la poesia.

2 Raynouard, Choix, IV. 462; Bartsch, Chrest., 307.

3 La stanza ha 14 versi, con questo ordinamento di rime: abbaccddeeffgg.

4 Bartsch, Chrest., 461.

5 von der Hagen, Gesammtab., n°. LVI; III. 83.

6 Delle Rime volgari, Trattato di Antonio da Tempo; Bologna, 1869; Pag. 147.

7 V. le Leys d'amors, 1. 169; 236. Questo rallacciamento è di origine certamente popolare, e mira manifestamente ad ajutar la memoria; nella letteratura scritta avrebbe ben poca ragion d'essere. Ed ecco che, col nome di rima intruccata, noi lo ritroviamo nelle ottave delle storie e leggende popolari siciliane. Si scorra il bel volume del Salomone-Marino, Leggende popolari siciliane, Palenno, 1880, e si veda quanto scrive il raccoglitore a pag. XIII della prefazione. Una peculiarità che distingue un pochino la rima intruccata dalla capcaudada, consiste in ciò, che nell'intruccata la rima finale di una stanza, invece che alla fine, può anche esser ripetuta nell'interno del primo verso della stanza seguente. Si può dunque aver tanto,  

sangu pri sangu li voli ammazzari. —

      Chi malu statu, chi malu campari!

agghiorna e scura .... 

(Op. cit., pag. 20);

quanto,

 

la putenzia vinciu l'abilitati!

Semu circati comu li Francisi,

 comu ddu sventuratu ...  (ib., pag. 21).

8 Otto sillabe e quattro, contando alla maniera francese; giacché, per non pregiudicar nulla, mi rassegno qui all'uso comune di rappresentare le stesse quantità con numeri differenti, a seconda che si parli di roba francese e provenzale, oppure invece di italiana e spagnuola, nonostante che la ritmica neolatina costituisca un tutto unico. È troppo evidente la necessità di toglier di mezzo al più presto un assurdo così incomportabile per sè stesso, e così fecondo di effetti funesti.

9 V. la bella introduzione di P. Mever alla Chanson de la Croisade contre les Albigeois, pag. XCI V.

10 Da Tempo, Op. cit., pag. 151; Gidino, Trattato dei Ritmi volgari, Bologna 1870, pag. 153. Quindi l'aggettivo caudato, che s'attribuisce alle composizioni in ritmi provvisti di coda. Non è inopportuno confrontare il capcaudats dei Provenzali. Nelle Leys d'amors, I. 168 e 238, rims caudats, coblas caudadas significano le rime a coppia e le strofe costruite con cotal disposizione di rime. Questi vocaboli darebbero materia a un lungo ragionamento; ma non è questo il luogo.

11 Leys d'amors, I. 170: "Rim continuat son can tug li rim termeno per una meteyssha maniera". Cfr. pag. 238. Qui pure, se non fosse l'inopportunità del luogo, avrei a dire delle parole parecchie, per giustificare l'applicazione.

12 T. I, pag. 5, 13, 24, 30, 78, 196, 203, 25o, della prima edizione del Jubinal, Parigi, 1839.

13 Dits et contes de Baudouin de Condé et de son fils Jean de Condé publiés pur A. Scheler; Bruxelles, 1867; t. III, p. 373: "On remarquera la coupe métrique singulière de ce poëte." Il testo dell' invettiva è a pag. 181.

14 Si deve supporne venuta anche propriamente la varietà in cui la strofa si compone di tre endecasillabi e di un quinario, che è di molto la più importante presso di noi? In Francia mostra di averla avuta cara Christine de Pisan, giacchè l'usò in tre composizioni almeno: Le débat des deux Amans; Le dit des trois jugemens; Le dit de Poissy. V. P. Paris, Les mss. fr. de la Bibl. du roi, V, 162, 171, 172; Dinaux, Les Trouvères Brabançons etc., p. 707 segg. O forse Cristina l'avrebbe, non portata seco dall'Italia poichè passò le Alpi in età ancor tenera, ma presa dalla letteratura italiana, che ebbe certo ad esserle familiare insieme colla lingua? È un dubbio che, fino ad esame più maturo, non mi attento ad escludere, e meno ancora ad ammettere.

15 Da Tempo e Gidino, Opp. cit., ll. cit. Mera variazione dello stesso tipo è il serventese bicaudato, di cui Gidino tratta a pag. 156. La differenza sta in ciò, che s'aggiunge alla stanza costrutti come di solito un altro verso maggiore ed uno minore, che, naturalmente, rimano ciascuno coi loro congeneri.

16 Con queste nostre frottole si paragoni una poesia anonima francese, pubblicata già dal Jubinal, Jongleurs et trouvères, p. 34, e riprodotta dal Bartsch, Chrest. de l'anc. fr., p. 359. Balzerà subito agli occhi d'ognuno l'identità sostanziale, sia del genere, sia della forma.

17 Da Tempo, pag. 147; Gidino, pag. 147.

18 Da Tempo, pag. 152; Gidino, pag. 161.

19 Motto ha qui il senso tecnico che gli danno, ben notoriamente, i rimatori provenzali.

20 Da Tempo, pag. 153; ". . . Et ideo dicitur motus, quia homo bene et sententiose movetur ad loquendum cum huiusmodi verbis duplicibus habentibus unumcumque iam bonum ac pulcherrimum intellectum".

21 Da Tempo, ib.: "Quidam tamen istos motus confectos vulgariter appellant frotolas." Gidino, pag. 161: ". . . Alguni appellano li ditti moti confetti frottole, e male dicono, imperciò che le frottole sono compillade de parole grosse, e non fructuose."

22 È vero che, essendosene perduto il senso genuino, la si adoperò spesso a sproposito. Così Francesco Baratella, nella traduzione dell'opera di Antonio da Tempo, compiuta nel 1447 e pubblicata in appendice al testo dal Grion, allega come esempi di motti confetti poesie, che non avevano alcun diritto a cotale denominazione.

23 V. t. II, p. 223.

24 Si rammentino in proposito le parole di Dante nel De vulgari Eloquentia, II. 5, Enneasillabum vero, quia triplicatum trisyllabam videbatur, vel nunquam in honore fuit, vel propter fastidium obsoluit." Qui tuttavia Dante si rappresenta un novenario alquanto diverso dal nostro, vale a dire con accento sulla seconda, quinta, e ottava sillaba.

25 Non è mia colpa se qui mi tocca di chiamar novenario il verso che i francesi dicono di otto sillabe. Si veda l'osservazione fatta in nota poche pagine addietro.

26 Per non essersi avvisti di questa legge, gli editori si credono talora in obbligo di introdurre o proporre modificazioni, le quali, invece di rabberciare un ritmo scorretto, ne sconciano uno inappuntabile. Tale è, per esempio, il caso del Grion nella ristampa di un serventese di Fazio degli Uberti, dataci in appendice al Trattato del da Tempo, p. 376; tutte le correzioni proposte guastano, eccetto due sole, che non fanno nè ben nè male.

27 Quella della st. VII, che ne avrebbe nientemeno che otto, è certamente corrotta.

28 Lo j, che già s'è trovato e che si troverà, molte volte; non è che una varietà grafica dell'i.

29 Le trascrizioni son tutt'altro che rigorosamente scientifiche; ma l'inesattezza, riguardando le atone, non ci tocca per nulla

30 Inclino a ricondurre pilizaro, pellicciajo, pelliccia a pilus, anzichè a pellis col Diez. Mi ci porta il significato. Bensì i parlanti ravvicinarono non improbabilmente pelliccia a pelle con una specie di falsa etimologia; ancorchè non ci sia bisogno di questa ipotesi per spiegare l'evoluzione fonetica. Prossimi, ad ogni modo, i due vocaboli erano: tanto più se l'espressione da cui si mosse, fu, come vorrei sospettare, pellis pilicea. Dico tutto ciò a giustificazione dell'aver collocato pilizaro tra voci, dove l'i romanzo risponde ad un i latino.

31 Non considero il frequentissimo ćć che come una notazione destinata ad esprimere cc. Nei monumenti di dialetti meridionali essa è comunissima.

32 V. Caix, Le Origini della lingua poetica italiana, p. 183.

33 Ib., pag. 174

34 Si rammenti tuttavia quel che si disse, parlando della flessione del nome.

35 V. Romania, VII, 41.

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Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2011