STORIA

DI

CAMPRIANO CONTADINO

A CURA DI ALBINO ZENATTI

Edizione di riferimento

BOLOGNA Commissione per i testi di lingua, Storia di Campriano contadino, a cura di Albino Zenatti, Bologna, ed. Gaetano Romagnoli 1884.

- Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna sulla edizione Romagnoli datata 1968. 

Introduzione

Chi ha letto le Astuzie sottilissime di Bertoldo - e chi non ha letto quel popolarissimo libretto del Croce? - si ricorderà facilmente del modo col quale quel furbo villano, benchè chiuso in un sacco e guardato da uno sbirro, riesce a sfuggire al pericolo d'esser gettato nell'Adige. L'astuzia di cui si serve è semplicissima: egli racconta allo sbirro come la regina lo abbia fatto serrare in quel sacco non per altro che per costringerlo a sposare una bella e ricca giovane, della quale non voleva sentir parola, comprendendo « ch'ella non sarebbe stata tutta sua »; il credulo sbirro, per desiderio d'una tale fortuna. entra nel sacco in luogo del villano; Bertoldo fugge, e lo sbirro viene gettato nel fiume in sua vece.

Già nel passato secolo, annotando eruditamente il giocoso poema che alcuni letterati bolognesi composero su Bertoldo e sui suoi non meno noti discendenti Bertoldino e Cacasenno, Giovannandrea Barotti, non mancò di osservare [1] che un aneddoto simile è narrato nella Storia di Campriano, della quale egli conosceva all'ingrosso l'argomento per ciò che il Minucci ed il Biscioni ne avevano scritto nelle loro Note al Malmantile del Lippi.

« Mi torna qui in acconcio il notare - dice il Barotti - come l'accortezza usata da Bertoldo collo sbirro, e la disgrazia di costui d'esser buttato in fiume in cambio dell'altro, è la stessissima che l'usata da Campriano, o con alcuni masnadieri, come riferisce il Minucci nelle note al Malmantile, c. 4, st. 47, o con certi mercatanti, come vuole il Biscioni nelle moderne sue note al detto poema, c. 11, St. 28. La novella è stampata con questo titolo: Istoria di Campriano contadino, il quale era molto povero, ed aveva sei finliuole da maritare, e con astuzia faceva cacar danari a un suo asino, ch'egli aveva ecc. Il resto è riportato dal Biscioni nel luogo citato, dove pure egli dice d'averne un esemplare nuovamente ristampato in Firenze nel 1579, in quarto. Quel nuovamente mi fa temere, che vi sia errore di stampa nell'anno. Non è per altro moderna cotesta novella; trovandosi fatta menzione di Campriano e del prezioso suo asino dal Buonarruoti il giovane nella Fiera, giorn. 2, at. 2, sc. 10:

 

Badate qua, vedete di lontano,

Cui si riluce il pelo, baldanzoso

L' asin di Campriano.

 

E la Fiera fu recitata il Carnovale del 1618. Le quali cose mi mettono in dubbio, qual de' due involasse l'idea dell'astuzia, o l'autor di Bertoldo, o quello di Campriano, non potendo io con così poche notizie stabilire chi di lor due fosse il primo ».

« Lo poteva benissimo», osservò Olindo Guerrini nel suo importante volume sul Croce [2], e si fece a dimostrarlo. Ma non potendo procurarsi una Storia di Campriano, egli pure dovette ricorrere alle Note al Malmantile, dalle quali cercò di desumere l'argomento della nostra novella. Il sunto ch'egli ne dà non è però molto esatto. Egli è che il Guerrini si è affidato ciecamente alle parole del Minucci, senza tener conto di ciò che dice il Biscioni, più accurato e più diligente. Eppure, che fra le parole dell'uno e quelle dell'altro corressero delle differenze, lo aveva giù rilevato lo stesso Barotti, al quale, proprio per la sua noterella sulla Storia di Campriano, il Guerrini muove il rimprovero di aver scritto « un po' a vanvera, utilizzando dove poteva la sua vasta erudizione, ma non cercando di far la luce dove c'era bisogno! »

Il Biscioni ebbe realmente dinnanzi agli occhi la nostra novella stampata. « Io ho - egli scrive [3] - un esemplare di questa storia, nuovamente ristampata in Firenze, nel 1579, in quarto. Questi poemetti, siccome le antiche rappresentazioni, sono divenuti rarissimi: io però ne conservo tre grossi volumi, e ne fo qualche stima, perocchè in questi componimenti vi si ritrovano di bellissime maniere di dire, particolarmente nello stile familiare ». Alle miscellanee del Biscioni ben più alto valore darebbero gli studiosi moderni!

Col nostro poemetto dinnanzi agli occhi, il Biscioni rettifica adunque alcune asserzioni del Minucci, nota cioè che Campriano gabba due mercanti e non uno o più masnadieri, e che da quelli e non da' ministri della giustizia egli doveva venir gettato nel fiume. A chi però volesse « avere de' fatti di Campriano più distinta notizia di quella che ne dà il Minucci », egli consiglia di leggere senz'altro il nostro poemetto, del quale si limita a riportare il titolo. Anche dalla semplice lettura di questo il Guerrini avrebbe però potuto rilevare che il Minucci non fa parola della prima e più popolare astuzia di Campriano, quella dell'asino.

Andremmo troppo per le lunghe se volessimo notare ogni menomo particolare dove il racconto del Minucci, che fu seguito dal Guerrini, si discosta dalla Storia di Campriano. Diremo solo che, secondo il Minucci, Campriano racconta che gli si vuol far sposare Berta, figlia del re, mentre nella Storia nostra, anzichè di Berta, si parla in generale d'una figlia del re di Spagna. E il più bello si è, che fu appunto la frase « dar la berta » che si trova in un verso del poema di Lorenzo Lippi [4], quella che diede occasione al primo accenno del Minucci alla Storia di Campriano, e nello stesso tempo a lunghe disquisizioni di lui e poi del Guerrini sull' origine di quel modo di dire e sulla personalità della Berta popolare !

Resta a spiegare perchè il racconto del Minucci non corrisponda pienamente alla nostra storia.

La cosa è semplicissima: il Minucci non lo ha affatto desunto dalla novella a stampa. Lo si rileva chiaramente dalle sue stesse parole. Raccontano le nostre donne, egli dice, dove incomincia a parlare di Campriano; e solo quando si fa a ricordarlo per la seconda volta, accenna di passaggio al fatto che la storia di lui si trova anche a stampa.

La storia di Campriano insomma è una fiaba popolare, e la nostra novella in ottava rima non è che una delle tante redazioni di un racconto, che è comune non solo a tutta Italia, ma anche, nel fondo, a tutti i popoli ariani. Superfluo il dire che non si può quindi nemmeno supporre che l'aneddoto del sacco sia invenzione del Croce, e che da lui lo copiasse l' autore della nostra Storia. Anche non vi poteva esser dubbio sulla maggiore antichità del nostro poemetto in confronto del Bertoldo; ad ogni modo gli argomenti addotti dal Guerrini a provarlo sono più che sufficienti a convincere chiunque. Noteremo solo che una prova migliore di tutte stava nel ricordo che della Storia di Campriano si trova, come vedremo, già nei Ragionamenti di Pietro Aretino; e che per citare edizioni di essa anteriori al 1579 il Guerrini avrebbe potuto ricorrere, meglio che ad altre opere bibliografiche, al catalogo dei Novellieri italiani in versi del Passano [5] .

La grande rarità delle antiche edizioni della Storia di Campriano (ce n' è una moderna del Salini, ma assai scorretta e mancante di alcune ottave), e il desiderio di far meglio nota [6] a coloro che il Carducci chiama

 

. . . de' cognati e de' dispersi miti

per le selve d' Europa indagatori

 

questa versione poetica d' una antica novella assai popolare fra noi, mi hanno spinto a ripubblicarla, tanto più che, malgrado dell'aneddoto poco pulito dell'asino, non le mancano grazia e festività.

 

II

 

Le edizioni della Storia di Campriano furono molto numerose, e probabilmente gli esemplari di più d'una di esse saranno andati completamente dispersi fra rozzi lettori, in modo da non lasciarne giungere alcuno sino a noi. Indico qui tutte quelle che furono descritte dai bibliografi, o delle quali io stesso potei esaminare qualche esemplare.

1. Di quella che è ritenuta la più antica edizione della nostra novella, l'unico esemplare conosciuto si conserva nella biblioteca civica di Bergamo, e fu descritto brevemente dal Passano.

È un opuscoletto di 4 c., in-4, s. l. n. a., senza numerazione nè richiami, con segnatura a 1 - a 2. Le ottave sono stampate a 2 col., in car. rot., cominciando dal recto della prima carta. « Questa edizione - scrive il Passano - è senza titolo, e sembra stampata alla fine del secolo XV, o al principio del secolo XVI ». Il signor A. Tiraboschi, bibliotecario in Bergamo, mi confermò esatta la descrizione del Passano [7] . Le ottave sono 80, come nella nostra edizione, dieci per pagina.

2. Historia piova composta per uno fiorentino molto faceta de uno contadino povero ecc., s. 1. n. a., in-4 , di c. 4.

« La présente édition - Scrive il Brunet, che solo la vide e descrisse - a été imprimée dans la prémière moitié du XVI siècle. Elle était placée la première dans un recueil de 50 pièces du même genrc, impr. en partie à Venise, chez Fr. Bindoni de 1518 a 1524 ».

Il Passano avanza la ipotesi, che a me sembra assai poco probabile, che il Brunet si sia sbagliato nel numero delle carte, che cioè esse siano cinque e non quattro; e suppone quindi che questa e la edizione precedente non siano che una sola, essendo convinto che all' esemplare di Bergamo manchi il frontispizio.

3. Historia di Campriano Contadino | El quale era molto pouero, & haueua sei figliziole da maritare, & con astutia | faceua cacar danari a un suo Asino che·gli haueua, e lo uende ad alcuni | Mercatanti per cento scudi, & poi uende loro una pentola che | bolliva senza fuoco, e un Coniglio che portava l·imbasciate e |  una Tromba che resuscitava e morti, e finalmente getto | quelli Mercanti nun fiume. Con molte altre cose | piacevole. Composta per un Fiorentino. S. l. n. a., in-4, di c. 4, a due col., con segn., ma senza num. di pag.; car. rom., meno la prima riga del titolo, che è in got. (v. la Descrizione del vol. miscell. della Bibl. di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, nella Disp. CLXXXVI (di questa Scelta di curiosità letterarie). Il Libri (v. Catalogue ecc., Paris, 1817. n. 1439, vend. fr. 37) crede che questa edizione sia stata eseguita verso la metà del secolo XVI.

4. Historia di Campriano. II quale era molto povero, et haveva sei figliuole da maritare, et con astuzia faceva cacar denari a un suo asino che gl'haveva, et lo vende ad alcuni mercanti per cento scudi, et poi vendè loro una Pentola che bolliva senza fuoco, et un coniglio che portava l'imbasciate, et una Tromba che risuscitava i morti, et finalmente gettò quelli mercanti in un fiume, con molte altre cose piacevole (sic) et belle Composta per un Fiorentino. Nuovamente ristampata. S. l. n. a., in-4, di c. 6 a due col., con hg. in legno. L'esemplare Libri (Catalogue ecc., Paris, 1847, n. 1438) venduto fr. 36.50, trovasi ora nella Biblioteca d'Adda. « Dopo il suddetto titolo - scrive il Passano - è una stampina in legno molto grossolana, che rappresenta Campriano col suo asino, il coniglio, la pentola e la tromba, il tutto sulla prima carta a-1, il verso della quale è bianco; il testo comincia alla carta a-11 recto ».

5. Historia noua Composta per uno Fiorentino | Molto faceta de vno Contadino molto pouero nominato Campriano & ha | uea sei figliole da maritare: & hauea solo vno Asinello & con ingegno gli | facea chacare dinari Et la calo a certi Mercatanti, & oltra lasino i gli vendete vna pignata & vno Coiglio & ma tromba. | Et finalmente li gitto in vno Fiume. Et molte altre i cose piacevole da ridere. In fine si legge: In Venetia per Augustino Bindoni. | L'Anno 1553. In-4, di c. 4 a due col., car. rom., con segnat. Sul frontispizio una stampa in legno che rappresenta un paesaggio con una donna che conduce un asino: un bambino sta nel mezzo, e un uomo esce da una casa a destra. Il testo principia già nel recto della prima carta, subito sotto l'incisione. Un esemplare trovasi alla Palatina di Firenze nella miscell. E. 6. 5. 3.

6. Historia di Campriano Contadino | Il quale era molto povero et haveva | Sei figliuole da maritare, & con astuzia faceua cacar danari à vn suo Asino, che |gli haueua, & lo vendè ad alcuni Mercanti per cento scudi, & poi vende | loro una Pentola che bolliua senza fuoco, & un Coniglio che por | taua l'ambasciate, & vna Tromba che risuscitaua e morti, | & finalmente gettò quelli mercanti in vn fiume. | Con molte altre cose piaceuole & belle. | Composta per un Fiorentino. Nuouamente ristampata , & diligen | temente ricorretta. Sotto al titolo una rozza incisione in legno; rappresentante Campriano con l'asino cacadenari, il coniglio, la pentola e la tromba. Quindi In Firenze, | MDLXXII. Sono 6 c. in 4; car. rom., meno la prima riga del titolo che è in got.; con richiami e segnature Aij-Aiij. Il verso della prima carta è bianco. II testo comincia a c. 2; è stampato a due col., e nel verso delle carte 2, 3 e 5 sono intercalate delle vignette in legno. Un esemplare sta alla Corsiniana.

7. Titolo identico al n. 3; salvo che finisce: Con molte altre cose piacevole, et belle | Composta per un Fiorentino. In Firenze | MDLXXVIII. In-4, di c. 6, non num.. ma con segn.: a due col., in car. rom. La stampa del frontispizio rappresenta Campriano coll'asino, il coniglio e la tromba: al verso della seconda carta altra stampa di un uomo e una donna che si abbracciano, e presso a loro un altro uomo; al verso della terza carta la pignatta che bolle, Campriano e i mercanti; al verso della quinta, quattro uomini e una donna, uno de' quali ha una cassa sulle spalle. Le ottave qui non sono che 75. Così il D'Ancona, che assicura esservene un esemplare nella Palatina di Firenze (v. la cit. disp. CLXXXVII di questa Scelta di curiosità ).

8. Historia di | Campriano Contadino. | Il quale era molto pouero, & haueua sei figliuole da maritare, & con astu | zia facezia cacar danari à vn suo Asino che gl' haueua, & lo vendè ad al- | cuni Mercatanti per cento scudi, & poi vendè loro vna Pen | tola che bolliua senza fuoco, & un Coniglio che portaua l' imbastiate, & una Tromba che risuscitava e morti | & finalmete gettò quelli Mercanti in vn fiume. | Con molte altre cose piaceuole, & belle. | Composta per vn Fiorentino. |  Nuovamente Ristampata. Sotto al titolo la rozza incisione in legno che abbiamo riprodotta, rappresentante Campriano con l'asino che fa danari nel solito modo, il coniglio, la pentola e la tromba. Quindi: In Firenze, | MDLXXVIIII. In-4, di c. 6, senza num., ma con segnature e richiami; car. rom. Il verso della prima carta è bianco; il testo della novella, stampato a due col., comincia a carte 2.A,  c. 2b, 3b e 5b sono intercalate nel testo delle vignette in legno eguali a quelle del n. 7, ma che però, secondo me, non hanno relazione con la Storia di Campriano e non furono originariamente incise per essa. È questa evidentemente l' edizione della quale parla il Biscioni nella citata nota al Malmantile. Io ne ho avuto sott'occhio un esemplare per cortesia dell'egregio conte Luigi Manzoni, che lo possiede.

9. Titolo identico al n. 3, con l' aggiunta: Tutte cose molto piaceuole, et ridiculose. - I Siena, l'Anno 1519. In-4, di c. 6, non num., ma con segnat. Il testo è a due col., in car. rom. Sul frontispizio una stampa in legno rappresentante l'asino cacadenari e Cambriano con la famiglia. A c. 2b e 3b due altre stampe. Un esemplare sta alla Palatina di Firenze.

10. Campriano, | historia bellissima, nella quale si contengono l'Astutie fatte da lui à diversi. In fine: In Verona , in Venetia, per il Bonfadino, 1611. In-4, di c. 4, con una fig. in legno sotto al titolo, la quale però non ha nulla da fare con la nostra Storia. Le ottave non sono che 79, essendo stata omessa l'ultima. Il testo è in più punti riformato, a quanto sembra da un veneto. L' esemplare ch' io vidi, a una vendita Rossi (Catal. 24, Roma, 1884, n. 353) fu pagato lire 6.

11. Campriano, | historia bellissima, | nella qual si contengono l'Astutie fatte da lui à diversi. In fine: In Venetia, appresso Gio. Battista Bonfadino, 1620. In-4, di c. 4, con fig. in legno sotto al titolo, come nell'edizione precedente, della quale è una ristampa. Un esemplare Rossi (Cat. cit., n. 351) fu venduto lire 5.

12. Historia |bellissima | di Campriano | Nella qual si contengono l'Astutie fatte da lui | à dittersi Mercanti Nuouamente ristampata e diligentemente corretta. Sotto al titolo una incisione in legno rappresentante un uomo che offre erba o fiori a cinque persone che stanno a destra; in mezzo un coniglio. Quindi In Padova, Con Licenza de' Superiori. | Et in Bassano, Per Gio: Antonio Remondin. | M. DC . LXIX. In-4, di c. 4, senza num., con segnat. e richiami, a 2 col. Le ottave non sono che 79.

13. Istoria di Campriano Contadino ecc. Composta da Gio. Pietro Palandrini Firentino. - Lucca 1818. Presso Francesco Bertini. Con Appr. In-12, di c. 12, con numerazione a pagine. Il testo è qua e là riformato, specie dove sono nominate cose che riguardano la religione: ciò è toccato del resto anche ad altri poemetti popolari, ad esempio all'Orlandino di Pietro Aretino ( cfr. Giornale di filologia romanza , vol. III, pag. 78).

14. Storia da ridere di Campriano Contadino ecc. Sotto al titolo una rozza incisione che non ha da far nulla col soggetto. In fine: Firenze, Stamperia Salani, 1880. In-I2, di c. 12, con numerazione a pagine. Le ottave sono ridotte a 70: e il testo è ancora più sformato che nella stampa lucchese.

Che oltre a queste edizioni della Storia di Campriano ce ne sieno state delle altre, ho già detto di ritenere per probabile: una, ad esempio, credo uscisse in Firenze nella seconda metà del secolo XVI per il noto editore di cose popolari Giovanni Baleni. Difatti la Novella di Bussotto Acquarolo El quale per ajutare un Asino d'un Mugnaio che era caduto, gli spiccò per disgra;ia la coda, e fuggendosi per paura ecc., « stampata in Firenze, appresso Giovanni Baleni l'anno 1588 » in-4, della quale si conserva un esemplare nella miscellanea alessandrina XIII a. 37, ha sul frontispizio una rozza incisione in legno rappresentante appunto Campriano col suo asino cui cadono le bionde monete nel modo noto; incisione che doveva certamente essere stata preparata per una nuova impressione della nostra novella.

La ristampa presente è condotta sulla edizione fiorentina del 1572 (n. 6=A); dove però vi era errore evidente, corressi giovandomi della veneta del 1553 (n.5=B),e della fiorentina del 1579 (n. 8=C). In qualche raro caso tenni conto anche della edizione lucchese (n. 13=D). Dove le stampe erano concordi, lasciai correre anche i versi sbagliati: sbagliati, s' intende, per modo di dire, poichè col canto si aggiustavano. In nota indicai le principali varianti; l' ortografia ridussi alla moderna.

 

III.

 

Autore del nostro poemetto, composto non prima della fine del secolo XV, fu certamente un toscano: ne è indizio, fra altro, l'esservi fatta menzione di Siena, della Maremma e del villaggio di Gello [8]. Fiorentino o Sanese ch'egli si fosse, pare a noi in ogni modo di dover ravvisare nel nostro poeta uno di quei canterini, che svagavano con le loro storie rimate i rettori e dilettavano le plebi dei nostri liberi comuni [9].

Non è questo l'unico esempio di poemetti in ottava rima il cui argomento sia tratto da fiabe popolari. Certo però quella di Campriano fu una delle Storie più fortunate; e si capisce facilmente come al popolo minuto dovessero piacere assai questo e tutti gli altri racconti in cui si celebra il povero che con astuzie riesce a trionfare dei grassi borghesi o dei signori. È questo certamente il motivo principale per cui la Storia di Campriano corse subito da un capo all'altro d'Italia, attirando così nelle piazze di Roma o delle gentili città di Toscana come nei campièli o sulle fondamenta veneziane, folle plaudenti attorno ai cantastorie che la vendevano. E che così avvenisse, ce lo assicura il divin Pietro Aretino nella prima giornata della seconda parte de' suoi troppo Capricciosi Ragionamenti:

« Nanna. Non ti ricordi tu, Pippa, quando il Zoppino [10] vendette in banca la leggenda di Campriano ?

Pippa. Mi ricordo di quel Zoppino, che quando canta in banca tutto il mondo corre a udirlo.

Nanna. Quello è desso. Hai tu in mente il ridere che tu facesti sendo noi dal mio compar Piero, mentre con la Luchina e con la Lucietta sue lo ascoltavate?

Pippa. Madonna sì.

Nanna. Tu sai che 'l Zoppino cantò come Campriano cacciò tre lire di quattrini nel forame del suo asino, e menollo a Siena, e lo fece comperare a due mercatanti cento ducati, dandogli ad intendere che egli cacava moneta.

Pippa. Ah, ah, ah.

Nanna. Poi seguitò la storia fino a la metà, e com'ebbe adescata la turba ben bene, voltò mantello, et inanzi che si desse a finirla volle spacciar mille altre bagattelle..... I dire noti voglio e non posso in su 'l bel del far, sono le ricette che vende il Zoppino nel lasciare in secco la brigata, che smascellava, stroncando la novella di Campriano ».

Ed ancor oggi, come al tempo dell'Aretino, si può udir cantare in Roma la nostra Storia. Due vecchi, marito e moglie, vendono infatti i poemetti della collezione Salani, nella quale anch' essa, come abbiamo veduto, fu accolta, dopo aver attirato il pubblico col cantarne le prime strofe [11]. Ma questo loro pubblico non è certo la folla ansiosa che contornava il Zoppino: qualche ciociaro, qualche ragazzo del popolo, qualche soldato sono i soli che ascoltino; la borghesia passa dinanzi al cerchio di gente sorridendo o sogghignando.

Dopo tutto ciò, nessuno si meraviglierà, credo, apprendendo che alla Storia di Campriano hanno attinto come a fonte alcuni nostri scrittori. Che proprio da essa il Croce togliesse l'episodio del Bertoldo che abbiamo riferito, possiamo ritenerlo per certo, poichè da un altro de' suoi bizzarri componimenti si rileva che della nostra Storia egli ebbe conoscenza. Diffatti nel suo Indice universale della Libreria o studio del celebratissimo Arcidottore Gratian Furbson da Franculin [12] , fra gli altri libri di amena letteratura popolare, dei quali ci dà il titolo modificato in modo da farli parere seri e gravi, troviamo anche il seguente: « CAMPRIANI tradotti da Guerzo in lingua losca n.

Ma già prima del Croce, altri aveano tratto profitto dalla nostra Storia. Il Folengo cioè e lo Straparola; benchè non si possa del tutto escludere che essi abbiano attinto direttamente alla tradizione orale.

È nella maccheronica VIII del suo Baldo [13], che Merlin Cocai ci presenta applicata ai personaggi del suo allegro poema una parte della Storia di Campriano. Siamo a Cipada, nella festa dei santi Brancato ed Umbro. Gli abitanti, dopo esser stati alla messa, si dànno a ballare. Berta, moglie di Baldo, al collo della quale l'astuto Cingar ha addattato un

 

. . castronis canaruzzum sanguine plenum,

 

seguendo le istruzioni di lui, balla con un villano e finge di baciarlo.

 

Extemplo Cingar, gladium sguainando. cucurrit,

Per trezzasquec pians illam dicebat: « ah! ahnum!

Sic ne, putana. facis? »Simulansque forare colengum,

Castronis jugulat chanaruzzum sanguine plenum,

Et proprium Bertae collum scanasse videtur.

Illa cito terrae, faciens gatamorta, ruinat

Statque velut moriens, pedibusque repetando duobus,

Ac sberlans oculos, jam mortua tota videtur.

 

I villani infuriano contro Cingar, che ripara sovra un tetto, donde promette loro di risuscitar Berta. Si vuol veder tosto il miracolo, e Cingar, seguíto dalla folla, si reca in chiesa, dove Berta era stata portata; là, sguainato di nuovo il coltello col quale avea finto di ucciderla, lo prega di farla risuscitare.

 

Sic dicens, bis terque crucis signacula format,

Quinquies et Bertam toccat per quinque piagas

Tunc cita de pheretro simulatrix illa resurgit,

Quae smarrita nimis, cunctis res matta videtur.

 

I villani, gridando al miracolo, si precipitano a baciare il coltello miracoloso, delle cui virtù Cingar da un altare cita in testimonio la Bibbia, le Decretali, le Clementine, e cento libri più o meno imaginari, e persino Martin Lutero, assicurando che era stato adoperato nel martirio di S. Bartolomeo.

L'ingenuo Zambello, sperando con essa di far resuscitare una sua vacca, si fa cedere da Cingar per 40 ducati l'arma meravigliosa.

 

Jam veniente die gladii vult vernere provam.

Vult quoque Laena prius probet id, mox vacca Chiarina.

Hanc improvisus multa praesente brigata

Chiappat, et in medio cortellum pectore ficcat.

Corpore de cuius sborratur vita daverum.

Tunc dixit: « Cortelle meus, mihi suscita Laenam,

Te rogo per sancti virtutem Bartholomaei! »

Talia sed muro tunc dicere verba valebat:

Nil respondet enim, quia mortua tota jacebat.

Zambellus clamans etiam bene mille fiatas:

« Deh, cortelle meus! cur non mea Laena resurgit?

Omnia consumpsi pro te comprare; quid ergo?

Quid, codesella! inquam, sic me, cortelle, gabasti? »

Sed nec de venis, nec de polsi, Laena batebat.

 

I villani, infuriati, deliberano di far pigliare Cingar dai birri, ma egli, coi suoi compagni, mette loro paura, e fugge quindi con Berta nelle montagne di Brescia.

 

All'opposto del Folengo, anzichè di un solo episodio messer Giovan Francesco Straparola si giovò di tutta intera la Storia di Campriano (tolte le astuzie dell'asino e della pentola) per la terza novella delle sue Piacevoli notti, la quale però ha un cominciamento affatto differente.

A Postema presso Imola - narra lo Straparola - viveva un tal prè Scarpacifico [14], che « per suo governo teneva una femina scaltrita et assai sagace, Nina chiamata ». Recatosi un dì al mercato, il prete vi comperò un muletto, del quale sentiva bisogno per non affaticarsi troppo nel viaggiare. Ma « tre buoni compagni, i quali più dell'altrui, che del suo (sì come anche ai moderni tempi si usa) si dilettavano vivere », appostatisi a certe distanze sulla strada ch'egli dovea rifare nel ritorno, l'uno dopo l'altro si fecero a dirgli che egli aveva acquistato, anzichè un mulo, un asino. Il prete finì col crederlo, e arrabbiatosi regalò il mulo all' ultimo di loro, (tornando a casa a piedi [15]. Ma la Nina lo fece subito accorto della truffa, onde deliberò di vendicarsi. Comperate due capre che molto si rassomigliavano, ed ordinato alla donna di preparare un lauto desinare per alcuni suoi amici, ne legò una nel cortile, e andò con l'altra al mercato, dove trovò presto i tre furbi. Fatto acquisto in loro presenza delle stesse cose che alla Nina avea detto di cucinare, il prete li invita a pranzo con altri amici, e messo quanto avea comperato sul dorso della capra che avea condotta seco, le ordina di andare a casa e di avvertire la Nina di quanto dovea fare. « La capra, carica di quelle robbe e lasciata in libertà, si partì; ma ne le cui mani capitasse, non si sa ». All'ora del desinare, recatisi col prete alla casa di questo, i tre ladri trovano l'altra capra nel cortile e vedono preparato il pranzo, onde, stupiti, si fanno vendere la brava bestia per 50 fiorini d'oro. Ma il giorno dopo le loro donne ebbero un bell'aspettare che quella portasse a casa quanto occorreva per il pranzo: « la capra, carica di vettovaria, essendo in libertà si partì, et andossene in tanta buon'ora, che mai più la videro! » I tre ladri, infuriati , vanno dal prete per ucciderlo, ma egli, che prevedendo la cosa avea indotto la Nina a nascondere una vescica piena di sangue sotto il guarnello, dà la colpa alla sua donna, e quivi la ferisce, « et ella, fingendo di esser morta, in terra caddè, e il sangue come un ruscello d'ogni parte correva ». Tosto il prete, fingendo di pentirsi « presa una piva fatta al modo suo, levolle i panni, e gliela pose tra le natiche [16] , e tanto dentro soffiò, che la Nina rivenne, e sana e salva saltò in piedi ». I malandrini comperano la piva per 200 fiorini. Un giorno uno di essi, essendo venuto a parole con la propria moglie, la uccide; ma poi, « prese la piva comperata dal prete, e gliela mise tra le natiche, fece sì come il prete fatto aveva ». Vedendolo soffiare indarno, il secondo malandrino lo deride, e uccisa a sua volta la propria moglie, piglia la piva e si mette a soffiar più forte; il terzo fa lo stesso. Troppo tardi s'accorgono del nuovo inganno. Sdegnati, corrono dal prete, e lo chiudono in un sacco per gettarlo nel fiume vicino. Ma dietro strada « sopragionse non so che a i malandrini, onde forza gli fu metter giù il prete, ch'era nel sacco strettamente legato e fuggirsene. In questo mezzo, che 'l prete stava chiuso nel sacco, per avventura indi passò un pecoraro co 'l suo gregge, la minuta erba pascendo e così pascolando, udì una lamentevole voce, che diceva: - I me la vogliono pur dare, et io non la voglio, chè io prete sono e prendere non la posso! » Veduto il sacco, il pastore ne cava fuori Scarpacifico, e sentendo trattarsi della figlia del signore della città, si fa legare in quello in luogo di lui. Il prete se ne va con le pecore del disgraziato, che di lì a poco viene gittato nel fiume dai tre malandrini. I quali, nel ritorno, vedendo la mandra del prete, si accostano per rubare due agnelli, ma stupiscono riconoscendo Scarpacifico. « Se voi più sotto mi affocavate - dice loro il prete - con dieci volte artante pecore me ne veniva ». Allora essi si fanno gittare nel fiume da lui, che « lieto con la sua Nina rimase ».

Questa, in breve, la novella dello Straparola. Le ultime parole di essa, ricordano un verso della Storia di Campriano [17] , e noi siamo indotti a ritenere che proprio questa sia stata la vera e diretta fonte di quel brioso novellatore per la seconda parte del suo racconto, dal fatto che l'astuzia delle capre, assai simile a quella delle lepri di Campriano, non si trova comunemente nelle altre numerosissime redazioni della nostra novella [18].

 

IV.

 

Ma nil sub sole novi! Parecchi secoli prima che l'anonimo autore della nostra Storia nascesse, altri aveva già trattato in versi lo stesso argomento. Alludo alla storia di Unibos (Unbove), che un chierico franco del secolo X compose in un rozzo ritmo latino per dilettare i pranzi di qualche grosso prelato [19]. Il principio del racconto è però nuovo anche questa volta, e il suo svolgersi un po' diverso da quello della Storia di Campriano. Un villano, detto Unibos perchè non possedeva più che un bove solo, perduto anche questo, va a venderne la pelle al mercato. Nel ritorno si ferma in un bosco per fare le occorrenze sue, ed ha la fortuna, mentre è occupato in ciò, di scoprire un tesoro nascosto, che carica sul proprio giumento. Arrivato a casa, manda un ragazzo dal preposito, perchè gli presti uno staio, onde misurare i denari.

Il ragazzo ha la disavvertenza di far capire al preposito di che si tratti, e questi accusa il contadino di furto, ma Unibos gli dà a credere di aver ricavato tutti quei denari dalla vendita della pelle bovina. Dal preposito lo apprendono il prete e il major villae (maire), e tutti e tre uccidono e squoiano i loro buoi e ne recano al mercato le pelli. Delusi nelle loro speranze, vanno per uccidere Unibos; ma questi

 

Mori dura tremens aestimat,

Occasionem simulat,

Mortem pingens in conjuge

Tincta suillo sanguine.

Uxor dolosi sub dolo

Strata jacet tugurio,

quasi sit vere mrtua,

Occisa sponsi dextera.

Cadaver foedum sanguine

Corpus apparet foeminae.

Crudeles mansuescere

Incipiunt pro crimine.

 

Il rustico promette di risuscitarla:

 

Ad cistam currit ligneam,

Sumens saliguam bucinam.

Lustrat cadaver coniugis

Sub testibus erroneis,

Bis lustrat, saepe bucinat.

Horam surgendi praedicat.

Lustratione tertia,

Tanquam virtute mistica,

Dum nomen sponsae nominat

Quiescentem resuscitat.

 

Lavatasi, la donna sembra più bella e più giovine di prima. I tre si consiglian fra loro di acquistare quella tromba che risuscita e ringiovanisce. La hanno a caro prezzo, e il prete vuol provarla per il primo sulla propria moglie:

 

It sacerdos cum bucina

Armatus ex insania,

Moriturae dat basia,

Stricta coma feminea.

Cultellum monstrat presbyter,

Ridendo dicit mulier:

« Quid vultis, care, facere?

Solite dure facere ! »

Sacerdos ait letifer:

Te jagulabo dulciter,

In juvenili corpore

Resurges vece bucinae ».

Solum vae! clamat femina,

Percussa jacet mortua.

Stultus paterfantilias

Exclamat: deo gratias!

 

Naturalmente, per quanto soffi nella tromba, la donna non risorge.

Il preposto fa come il prete; ma

 

Ut revixit presbytera

Sic surrexit praeposita!

 

Nè miglior fortuna ha il major villae. Vanno di nuovo per uccidere Unibos, ma questi nel frattempo ha preparato un altro inganno:

 

Equam trahit de stabulo,

Caudam levat plus solito,

In naturae foramine

Nummos certat inmergcre.

 

Quando i tre giungono, trovano il villano,

 

Qui costas aequae dum fricat

Partum nummorum provocat.

 

Dimenticato l'inganno patito, essi comperano anche la cavalla, e stabiliscono:

 

Sit prima nox presbiteri,

Secunda sit praepositi.

Maioris nox sit tertia.

Sub aequitatis trutina.

 

Il prete però non ha che una moneta sola, rimasta per caso nel forame della bestia; il preposito e il major nemmen quel tanto. Questa volta Unibos non ha scampo: egli ottiene soltanto di poter scegliere il genere di morte. Secondo le sue richieste, è chiuso in una botte, ma, quando sta per esser gettato in mare, per guadagnar tempo egli si mostra pentito e vuol riparare in qualche modo al male fatto

 

- Bis seni sunt denarii

In fundo mei loculi,

Quos bibite, piissimi,

Ad honorem summi dei! -

Caritativus presbiter

Fatetur temporaliter:

- Donec bibamus dulciter

In tonna dormi dulciter ! -

 

Mentre i tre sono a bere, passa

. . . . cum porcinis gregibus

Sonore grunnientibus

Subulcus.

 

Unibos si fa sentire da lui, e gli dà a credere d'esser stato così rinchiuso perchè non si voleva lasciar fare preposito. Naturalmente il porcaro lo leva della botte e vi entra in vece sua, e Unibos se ne va coi maiali. Quando i tre ritornano mezzo ubbriachi, non badano al rinchiuso che grida esser pronto ad accettare la prepositura, anzi gettan con più ira la botte in mare. Tre giorni dopo, in dì festivo, Unibos va attorno per il paese cacciandosi innanzi la sua nuova ricchezza; e i tre gonzi per avere un'egual fortuna, si gettano da sè in mare. La lunga cantilena medievale si chiude con la sua brava moralità:

Inimici consilia

Non sunt credenda subdola,

Ostendit ista fabula

Per seculorum secula.

V.

Le fiabe popolari - disse bene il Benfey - presentano sempre gli stessi elementi, gli stessi temi: ma questi sono ogni volta raggruppati e combinati in modo differente, come i vetri colorati nel fondo del caleidoscopio [20]. Così nelle molteplici redazioni della nostra novella le astuzie del villano si seguono ora in uno ora in altro ordine e sempre modificate in qualche particolare; ora calano di numero e ora crescono. Tra gli episodi che mancano nelle versioni che finora abbiamo esaminate, uno dei più diffusi, pur variando ogni volta in qualche particolare, è il seguente. Temendo che i gonzi truffati vengano alla notte a vendicarsi, il villano fa coricare nel proprio letto una donna, che viene uccisa in sua vece. Il giorno dopo egli ne riveste il corpo dei soliti panni, e porta il cadavere in città dove lo appoggia ad un pozzo. Un Tizio si avvicina, crede viva la donna, e le chiede qualcosa: ma non udendosi rispondere si adira, e la urta: essa cade nel pozzo e il disgraziato, persuaso d'averla uccisa, compera a peso d'oro il silenzio del villano. Tornato a casa, questi si fa vedere da coloro che credevano d'averlo ben punito delle sue ribalderie, e narra come avessero ucciso invece una donna, e come egli ne avesse venduto il cadavere per una grossa somma. Per farsi ricchi (e non già come nel Campriano per provare la tromba meravigliosa, che ricorda quelle del giudizio universale) gli sciocchi si affrettano ad uccidere le proprie mogli [21].

Ma noi non annoieremo i lettori col far loro conoscere una ad una tutte le trasformazioni del nostro eroe. Il quale, se fa spesso il contadino ed è ammogliato ed ha figli, talvolta si cambia invece in un ragazzo. In Germania, nel secolo XVI egli si chiamava Einhirn, ma ora è detto in un luogo Dummhaus. in altri Kibitz, Hick, Hans, Rutschki; in Lituania si chiama Tschutis; in Danimarca il piccolo Klaus [22] o il piccolo Lars; in Norvegia il piccolo Pietro; nella verde Erinni il piccolo Fairly o Darby Duly; in (scozia Domhnull; in Borgogna Jean Bête; in Guascogna Capdarmère; in Lorena Jean, o Réné, o Richedeau: e spesso non ha nome [23]. Se vogliamo scovarlo, vivo tuttora, anche nell'Italia nostra, basterà che andiamo pur noi, come il Raccontafiabe del Capuana, a battere alla porta del mago Tre-Pi: ed egli ce lo mostrerà ora nel Mantovano [24], ora in Toscana, ora in Sicilia. A Firenze il nostro uomo si fa chiamare Don Furbino, o Cecco d'il Ficca [25], e a Polizzi-Generosa è conosciuto per Don Francesco Ciudda; ma a Salaparuta si lascia dir Zu Crapianu [26], e a Pratovecchio [27] riprende del tutto il suo vecchio nome, ed è proprio lui, Campriano, che

Quando l'acqua faceva i cavalloni

Sceglieva le pecore tra i montoni.

Il Köhler, che, nell'Orient und Occident diretto da Teodoro Benfey, ha nel 1864 illustrato ampiamente questo nostro diffusissimo racconto [28], non potè farlo risalire più addietro che all'alto medio evo, tanto più ch'egli non ne conosceva redazioni orientali. Ma Campriano vive anche in Asia: fra i Tartari Kirghisi della Siberia meridionale dove ha nome Eshigaeldi, fra i Santàli dell'India, dove si chiama Gonya, e nel Bengala [29]. Possiamo quindi ritenere che anche la nostra Storia, come quasi tutte le fiabe popolari, abbia origine orientale, e risalga ben più addietro che al medio evo: ai tempi cioè in cui apparve dapprima tutta quella meravigliosa fioritura di racconti e novelle, che forma la gloria delle letterature buddistiche.

Passate dall'Asia in Europa, specialmente nel medio evo mercè delle Crociate, dei commerci dell'Italia col Levante e degli ebrei, esse vi attecchirono in modo meraviglioso: e ancor oggi, si può dire, non c'è vecchierella latina, slava o tedesca, che non le sappia a memoria e non le ripeta ai nipotini nelle lunghe veglie invernali. In Italia esse trovarono terreno ancor più propizio che altrove, poichè fra noi non solo vennero, come negli altri paesi, tramandate oralmente di generazione in generazione, ma, meglio che oltremonti, parecchie di esse furono anche rivestite di forma artistica. Che se alle più fra queste toccò solo di essere argomento di facili ottave ai canterini della Toscana, altre più fortunate rivissero di nuova e più rigogliosa vita nelle opere del Boccaccio, del Bandello, dello Straparola e degli altri grandi novellieri italiani. Alla Storia di Campriano toccò l'una sorte e l'altra, mentre d'altra parte essa è tanto diffusa fra il nostro popolo, che l'asino e la pentola del furbo villano passarono in proverbio [30].

VI.

Comune a quasi tutte le redazioni è l'episodio dell' asino cacadenari. Per esso il nostro poemetto va aggiunto alla lunghissima serie delle scritture che hanno ad argomento il paziente animale, fra le quali avrebbe dovuto venir ricordato dal De Gubernatis e dal Finzi che le hanno illustrate [31]. Essi fecero cenno invece di un'altra diffusissima novella, che con la nostra ha di certo una qualche relazione, in cui un asino è veramente dispensatore di ricchezze, nel solito modo poco pulito [32]; e ne dimostrarono l'origine orientale, e la parentela con la leggenda di Mida [33].

E con un po' di coraggio, in questi racconti asinini vollero anche ravvisare, al solito, un mito solare!

Qua e là, in altre fiabe che non hanno alcuna relazione con la Storia di Campriano, troviamo inseriti vari episodi di questa, quasi a confermare la sentenza del Benfey. Anche limitandoci agli italiani, andremmo troppo per le lunghe se volessimo dare una lista completa di tali racconti. Preferiamo riportare nell'Appendice (I) una fiaba trentina [34], dove questa commistione è largamente e abbastanza stranamente avvenuta. Oltre a quello un po' trasformato dell'asino cacadenari, vi treviamo l'inganno della pentola che bolle senza fuoco, che, come l'altro degli animali messaggeri, non s'incontra di frequente nelle redazioni della Storia di Campriano.

Nelle quali, si noti, il racconto generalmente comincia come nella Storia di Unibove, anzichè come nel poemetto italiano: ma, quasi sempre, il primo segreto non è svelato da un ragazzo, come nel ritmo medievale, sibbene dall'esser rimasta qualche moneta in fondo allo staio. Anche, di spesso, i gonzi ingannati ci pensano un po' su, prima di gettarsi o di lasciarsi gettare nel fiume o nel mare, e decidono che provi uno solo: egli, ad esempio, alzerà le braccia se vedrà davvero le pecore fra le onde; ma, cadendo, le alza involontariamente, e i suoi compagni si affrettano a seguirlo [35].

Un'ultima osservazione. Mentre in tutte le altre redazioni del nostro racconto, quando gli sciocchi dopo aver lanciato il sacco nelle onde, s'imbattono nel villano ancor vivo e ricco di molte pecore, questi spiega solo brevemente come le abbia trovate in fondo all'acqua, l'autore del nostro poemetto si ferma con particolare amore a questo punto per ripeterci, distendendola in sette ottave (LXXI-LXXVII), la tradizionale descrizione del paese di Cuccagna. Egli è che sapeva così facendo di tornare più che mai gradito ai nostri popolani, che, con lo stomaco vuoto e le membra rotte dalle fatiche, amavano cullarsi in una dolce illusione sognando il favoloso paese dove non c'è carestia e non si lavora. Certamente, tutti i popoli e tutte le letterature ebbero ed hanno di tali finzioni, alle quali si collegano strettamente i paradisi di tutte le religioni, il paradiso diliziano quale lo dipingevano nel medio evo, l'isola incantata d'Alcina ed altro. L' immagine - scrive egregiamente il Rajna [36] - resta dappertutto la stessa: è questa nostra medesima terra, purificata dai mali e dalle imperfezioni, arricchita, senza limiti di tempo o di spazio, dei beni che l'adornano fugacemente ». Ma le grossolane dipinture di stragrandi quantità di commestibili, di laghi di grasso colato, di montagne di formaggio, di fiumi di vino o di latte, di case fatte di cacio pecorino, mostruose descrizioni destinate a solleticare lo stomaco vuoto di chi pur ha, secondo l'efficace dettato popolare, più grandi gli occhi della pancia, se le troviamo già nell'antichità (e basti ricordare la Vera Istoria di Luciano), e sono proprie più o meno a tutte le letterature popolari europee [37], ebbero certamente in Italia maggior fortuna che altrove. Dal duecento ad oggi è un continuo ripetere lo stesso sogno, grasso fino alla nausea; e l'India Pastinaca, il paese di ser Godigliano, o di Bengodi, o la terra di Cuccagna, come si chiamò variamente, è il tema tradizionale più diffuso nella nostra letteratura popolare. Sono pochi gli scrittori che, trattandolo, riescano originali, e sappiano assorgere a ideali meno prosaici: darci, ad esempio, i Sonetti dei mesi e dei giorni di Folgore. In generale si segue pedissequamente la tradizione. Così fa per citarne uno Andrea Calmo, così Giulio Cesare Croce, il più vario e il più ricco dei nostri poeti popolari, che trattò anche e ampiamente, tutti i temi affini a questo. Del Croce è probabilmente il Capitolo di Cuccagna, e quasi certamente il Trionfo de' poltroni, che ristampiamo nell'Appendice (II e III). Il lettore vedrà facilmente come in entrambe queste poesie si ripetano le stesse frasi della Storia di Campriano. il Trionfo non è che un rifacimento del Capitolo in un metro più largo e più popolare: ma in questo, che il poeta dice d'aver scritto per ridere

e per spassar la mala fantasia,

dalla descrizione della terra di Cuccagna si passa presto a inverosimili e pazzi racconti rabelesiani, che ci ricordano altri libretti del poeta bolognese, par esempio gli Avvisi [38].

Anche l'illustratore del Croce, il Guerrini (abbiamo parlato di lui come erudito: è giusto che lo ricordiamo ora come poeta) ha sognato la sua Cuccagna, ma è un ideale meno grasso e più borghese di quello del suo autore: un'Olanda immaginaria dove non ci siano Regìa dei tabacchi e carabinieri,

Nè superbia di sindaci avvocati

Nè preti cavalieri!

e

Una casetta e il mare

Vicino all'uscio, e cacio in abbondanza,

Una raccolta di bottiglie rare

E la santa ignoranza)

Note

____________________________

 

[1] Bertoldo con Bertoldirto e Cacasenno, in ottava rima, Bologna, Lelio dalla Volpe, 1739). Vedi la nota del Baratti al verso 1, str. 33, del canto V.

[2] La vita e le opere di Giulio Cesare Croce, monografia di Olindo Guerrini. In Bologna, presso Nicola Zanichelli, 1879, pag. 245, e seguenti.

[3] Il Malmantile racquistato di Perlone Zipoli colle note di Puccio Lamoni [ Paolo Minucci ], A. M. Salvini ed A. M. Biscioni. In Firenze, MDCCI, parte seconda, pag. 807.

[4] Il Malmantile, ed. cit., st. 47, e. IV:

Né tal cosa a persona avrei scoperta;

Ma perchè tutta via la gente sciocca

Ridea del rospo, e davami la berta...

L'accenno del Lippi alla Storia di Campriano che dà motivo alla seconda nota del Minucci e a quella del Biscioni ( c. X1, st. 281 è il seguente:

... dove i colpi ella (Celidora) indirizza e piomba,

Te gli manda in un subito a dormire,

Che nè meno col suon della sua tromba

Camprian gli farebbe risentire!

[5] G. B. Passano, 1 novellieri italiani in versi indicati e descritti (Bologna, Romagnoli, 1868 , pag. 53.

[6] Anche Vittorio Imbriani nella sua Novellaja fiorentina (Livorno, Vigo, 1877, pag. 51, 1603 ) fece capo, come il Guerrini, al Minucci. L' egregio Pitré (Novelle popolari toscane nell'Archivio per le tradizioni popolari, vol. I, pag. 205) ricorda alcune antiche edizioni della nostra novella, ma sembra che anche lui non ne conosca che il titolo.

[7] Riferendo i primi ed ultimi versi della novella, il Passano è incorso in una lievissima inesattezza: nel penultimo verso leggasi propitia e non propitoa.

[8] Vari paeselli della Toscana portano questo nome; ed è da notarsi che anche Campriano è nome di parecchi villaggi di quella regione.

[9] Cfr. A. D' Ancona, I contadini nell'antico Comune di Perugia nelle Varietà storiche e letterarie, Milano, Treves, 1883.

[10] Nel Giornale degli Eruditi e Curiosi che si pubblica in Padova s'è recentemente impegnata una lunga discussione fra i ch. signori S. Bongi e A. Tessier, cercando il primo di dimostrare l'identita del Zoppino aretine col celebre tipografo Nicolò d'Aristotile detto lo Zoppino, e negandola l'altro. Ne risultò di buono una bibliografia abbastanza ampia delle opere stampate da Nicolò, ma la questione in sè non fu menomamente risolta nè pro nè contra. L'argomento più forte addotto dal Tessier, che lo Zoppino editore, benchè nato a Ferrara, sia vissuto sempre a Venezia, cadde di fronte al fatto che egli stampò libri anche in Ancona e in Perugia; e l'altro della moralità e serietà delle sue pubblicazioni, non ha pur esso valore; poichè Nicolo d'Aristotile impresse anche infiniti libri da cantarsi in banca, e perfino poemetti osceni, come il Manganello; sicchè per questo non sarebbe punto da meravigliarsi se egli fosse stato proprio lo Zoppino dei Ragionamenti. I quali notisi, si riferiscono ad epoca anteriore a quella in cui furono scritti: e al tempo della Nanna Nicolò d'Aristotile poteva benissimo esser stato a Roma. Ma tuttociò, se dimostra che la domanda del Bongi era più che ragionevole (e il Giornale padovano potrebbe riuscire assai utile agli studi, se tutte le domande che vi si accolgono fossero, se non di pari importanza, almeno altrettanto giustificabili), non per questo scioglie la questione; chè Zoppino è un soprannome assai comune, e degli zoppi di nome Nicolò, nonchè due, ce ne posson esser stati parecchi. A me sembra, del resto, che non si possano nemmeno identificare lo Zoppino cantimbanca col Zoppino ruffiano e poi frate dell'ultimo Ragionamento. E così potrebbero aver ragione, almeno in parte, tanto il Bongi che il Tessier, poichè Nicolò d' Aristotile, che mal ci indurremmo a credere sia stato lenone e frate, può invece benissimo aver fatto da giovine il canterino a Roma, senza per questo esser meno benemerito delle lettere e dell'arte tipografica. Lo Zoppino lenone sembra infatti, come il Lodovico dello stesso Pagionamento. una creazione dell'Aretino, anzichè ritratto di persona esistita. Del cantimbanca, oltre che nel passo citato, è fatta menzione dall'Aretino nella scena XI dell'atto IV dell'Ipocrito (dove però l'azione si svolge a Milano) e nel dialogo delle Carte parlanti, dal quale si rileva che del suo repertorio facevano parte anche i nostri cantari cavallereschi. Narra infatti l'Aretino, che avendo una volta il nostro cantimbanca promesso a' suoi ingenui uditori di « ammazzar Rinaldo » nel giorno seguente, uno di essi gli gridò spaventato : « Deh, togliti questi cinque carlini, e non l'ammazzare! » Questo Zoppino era dunque un vero continuatore delle tradizioni degli antichi joculatores, come ultimi successori di lui sono ora i Rinaldi del Molo di Napoli e i Cantastorie di Chioggia. Ancora un'osservazione. « Il nostro Nicolò - scrive il Tessier - aveva ben altro a fare che ... passare vecchio ... da Venezia a Siena per menare l'asino ». Non lui, egregio signor Tessier, menò l'asino a Siena, ma Campriano !

[11] Questa maniera di offrire la loro merce era propria a tutti i cantimbanca, e di qui ebbero origine le incatenature.

[12] Guerrini, op. cit., p. 249 e num. 115 del bel Saggio bibliografico. Questa Libreria del Croce, simile alla « fort magnificque librairie de Sainct Victor » descritta dal Rabelais (Oeuvres, ed. Charpentier, p. 116 e segg.), non si deve confondere con un'altra enumerazione di libri veri, ristretta dal Croce in un sonetto caudato, che il Guerrini ricorda nel citato Saggio bibliogrofico sotto il num. 153 ( La Libreria, Convito unirersale ecc. ), della quale, oltre le due da lui mentovate, conosciamo un'altra edizione, fatta « In Ferrara, per Vittorio Baldini, Con licenza de' Superiori, MDLXXXXII ».

[13] Le opere maccheroniche di Merlin Cocai, Mantova, Mondovi , 1882 , vol. I , pag. 20 e seguenti.

[14] Le piacevoli notti di messer Giovan Francesco Straparola da Caravaggio. In Venetia, Appresso Giouanni Bonadio, MDLXIII, Libro I, fav. 3.a - Nella edizione ritoccata fatta « In Venetia, M.DC.IV. Appresso Zanetto Zanetti » Scarpacifico non è più prete, e si chiama Scarpafico.

[15] Questa prima parte della novella dello Straparola ha, come quasi tutte le fiabe popolari, origine buddistica: essa si trova nel Pantchatantra (lib. III, fav. 4.a) e in tutti i suoi rifacimenti. Originariamente il racconto è molto più naturale. Nel Hitopadesa ad es. (lib. IV, nov. 4.a) è il seguente: a un bramano, che ha comperato una capra per fare un sacrificio, tre ladri dicono che ha invece acquistato un cane; egli ne rimane alla fine persuaso, e tornandogli inutile l'animale, lo abbandona loro. - In appendice alla traduzione francese del Hitopadesa fatta dal Lancereau ) Paris, Maisonneuve, 1882, pag. 363) sono indicate quasi tutte le novelle che derivarono da questa. Vi sono però dimenticati l'apologo medievale De rustico et agno, pubblicato dal Wright (Latin stories, num. 27), la nov. III della giorn. IX del Decameron, il n. 54 delle Novelle per la gioventù del Pröhle, e, se si vuole, anche l'episodio della febbre di D. Basilio nel Barbiere di Siviglia; inoltre fra gli imitatori delle Straparola vi si doveva pure ricordare il Fortini, che la breve narrazione di quello allungò e stemperò nell'VIII delle sue Novelle (Novelle di autori Senesi, Londra, Banchi, 1706, pag. 309).

[16] Anche questi particolari sparirono, naturalmente, nella edizione rassettata dello Zanetti.

[17] Ottava 79, v. 7.

[18] Mi duole di non aver potuto consultare le illustrazioni dello Schmidt alla sua traduzione tedesca di questa novella dello Stra.parola (Märchen-Saal, 1817, t. 1, num. 7. Ma lo Jannet, che ha ripubblicato un'antica traduzione francese delle Piacevoli notti, s'è giovato del lavoro dello Schmidt per la Nota sulle fonti e sulle imitazioni di questa novella, e specialmente della prima parte di essa, ed io rimando volentieri chi ne vuol saper di più in proposito a quella Nota (Les facetieuses nuits de Straparola traduites par Jean Louveau et Pierre de Lerivet, Paris, Jannet, MDCCCLVII, vol. I, pag. xvj) e ad una del Liebrceht alla geschichte der Prosadichtungen del Dunlop (Berlin, 1851, pag. 493). Osservo però che, o dallo Jannet o dallo Schmidt, fu fatta una grande confusione, citando la Storia di Campriano (di cui viene ricordata una edizione di Venezia, 1524, che credo non esista) come fonte della prima parte della fiaba dello Straparola, mentre è invece fonte della seconda, come ahbiamo veduto.

[19]                                 Ad mensam magni principis

Est rumor unius bovis;

Praesentatur ut fabula

Per verba jocularia...

Versus de Unibove in Lateinische gedichte des X and XI Jh.; herausgegeben von Jac. Grimm u. Andr. Schmeller; Göttingen, 1838, pag. 354 e segg. e pag. 380 e segg. Già il Grimm, ibid., pag. XVIII, fece osservare che l'autore dei Versus de Unibove ne deve aver tratto l'argomento da un racconto popolare che preesisteva in volgare.

[20] Cfr. anche Cosquin, Les contes populaires européens et leur origine nel Correspondant del 25 giugno 1813, pag. 1182.

[21] Simile a questo si svolge il racconto anche in una delle novelle danesi dell'Andersen: Il grande Klaus e il piccolo Klaus.

[22] Cfr. Andersen, novella citata.

[23] Vedi per tutto ciò Köhler, Ueber I. F. Campbell's Sammlung gälischer Märchen, nell'Orient und Occident del 1864, t. II , pag. 486 e segg., e Cosquin nelle illustrazioni a parecchi dei Contes populaires lorrains pubblicati nella Romania: v. specialmente le note al n. XX (Richedeau), nell' annata 1877, pag. 539 e segg., e quelle al n. X (René et son seigneur), anno 1876, pag. 357 e segg. - Cfr. anche le note dello Schmeller ai Versus de Unibove, op. cit., pag. 382.

[24] Visentini , Fiabe mantovane , Torino , Loescher, 1879, n. 13: Il contadino scaltro.

[25] Pitrè, Novelle popolari toscane, n. VIII, nel fasc. 2 del suo ottimo Archivio per lo studio delle tradizioni popolari.

[26] Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo, Pedone Lauriel, 1875, vol. III, pag. 18, e segg. Ivi sono riportate anche altre varianti siciliane: di Casteltermini (Lu mastru scarparu e li tri latri), e di Valle d'Olmo (Lu su Birrittinu).

[27] Pitrè, nell'Archivio per le tradizioni popolari, loc. cit. - Della Storia di Campriano abbiamo parecchie altre varianti italiane: due della Sicilia nella raccolta della Gonzenbach ( n. 70 e 71 ); una di Terra d'Otranto negli Studi dei Morosi, pag. 64; una toscana fra Le novelline di S. Stefano raccolte dal De Gubernatis (n. XXX : I due furbi e lo scemo); una veneziana nella raccolta di Vidter e Wolf (n. XVIII: I due compari, ed una lombarda nella Novellaja Milanese di Vittorio Imbriani, dove è notevole che Campriano si cambia proprio in Bertoldo (v. l' Esempi de Bertold, a pag. 604).

[28] Köhler, op. cit. - Pochi altri riscontri egli aggiunse nelle note alle due citate novelle siciliane raccolte dalla Gonzenbach.

[29] Vedi le importanti illustrazioni del Conquin alla novella lorenese di Richedeau, nella Romania, anno 1877, pag. 543 e segg.

[30] Fanfani , Diz. dell'uso tosc., alla voce Campriano.

[31] De Gubernatis, Mythologie zoologique, Paris, 1874, vol. I, cap. III; Finzi, L'asino nella leggenda e nella letteratura, Torino, 1883.

- Nella letteratura italiana l'asino ha una parte notevolissima, e al De Gubernatis e al Finzi si potrebbe facilmente rimproverare qualche omissione. Ciò dipende appunto dalla grande ricchezza della letteratura asinina: già Brunetto Latini osservava (Tesoro, V, 43), che degli asini « gli uomini contano molti proverbi, che dànno molti esempli attivi di ben fare ». Al Finzi, ad esempio, era lecito ignorare la poesia sulle gramezze dell'asino, che quale si legge nel ms. Corsiniano 44-B-7 (notevole zibaldone del secolo XV, contenente scritture parmigiane e bolognesi) riproduciamo nell'Appendice (V): è una curiosa cantilena popolare, che ci sembra si possa senz'altro far risalire al secolo XIV. E già che parliamo del Trecento, ricorderemo anche una inedita canzone sull' asino che si legge a c. 213 nel Laurenziano 122 SS. A.: Chanzona fecie ser giano dal borgho a san sepolcro duno Asino e rechala a similitudine.

Fisicamente chi ben viuer vuole

prenda per mastro il raghiante Somieri

e oda cheme schoccha il pallottierj...

. . . . . ma benché si tratti di una poesia del buon secolo della lingua, sarà meglio fermarsi.

[32] Il Finzi, op. cit. pag. 17, ne ricorda una redazione piemontese e una toscana. Una altra toscana sta fra le Novell. popol. di S. Stefano, raccolte dal De Gubernatis (n. XXI: Bastonerocchia) una veneziana nel Bernoni, Fiabe popolari veneziane (Venezia, 1873, num 9); una abruzzese nel De Nino, Usi e costumi abruzzesi (Firenze, 1883, vol. III, fiaba VI), ecc. Ricorderemo pure il num. 36 delle Kinder und Hausmärchen dei fratelli Grimm, il num. IV dei Contes pop. picards pubblicati dal Carnoy nella Romania (num. 30, Aprile 1879, pag. 231) e la novella XXXIX della citata raccolta del Cosquin (Romania, 1878). - Il Benfey (Pantschatantra, I, 379), nota il Cosquin, ricorda un libro buddistico del Tibet, il Djangloun, dove si ha invece di un asino un elefante egualmente meraviglioso. Anche altrove, ma sono casi rari, l'asino è sostituito da altri animali. - L' asino che realmente produce denari lo troviamo anche in uno dei famosi Racconti delle Fate del Perrault: Pelle d'asino.

[33] Finzi, op. cit., pag. 13 e segg.; cfr. De Gubernatis, Mythol. zoolog. , I , 407, e le novelline di S. Stefano, precedute da una introd. sulla parentela del mito con la vorella nella Rivista contemporanea, novembre 1869 pag. 171.

[34] Il fondamento di questa fiaba è identico a quello del racconto di cui abbiamo parlato più sopra (v. n. 32), nel quale entra veramente un asino produttore di denaro: anche qui come lì abbiamo tre doni miracolosi, l'ultimo dei quali serve a riacquistare i due primi, perduti scioccamente. Ma i doni sono differenti: in quello si trattava, oltre che dell'asino cacadenari, della salvietta che al comando si copre di cibi e del bastone che non cessa di picchiarci invece, nella fiaba trentina troviamo il violino al cui suono si è costretti a ballare, la borsa sempre piena d'oro, e il velo che rende invisibili. Per questi doni si possono confrontare, fra altri, il X dei citati Contes popul. picards pubblicati dal Carnov e il XIV, il XV e il XIX dei Contes popul. lorrains pubblicati dal Cosquin, alle illustrazioni del quale rimandiamo volentieri il lettore.

[35] Cfr. Köh1er nell'Orient u. Occident, loc. cit.

[36] Rajna, Le Fonti dell' Orlando Furioso, Firenze, G. C. Sansoni, 1876, pag. 142.

[37] Ricorderemo Rabelais, Hans Sachs, ecc.

[38] Il Capitolo è riprodotto dalla stampa seguente: « Capitolo di Cuccagna | Doue s'intendono le marauigliose | cose che si fanno in quel paese, | doue che chi piu dorme | piu guadagna. | Et à chi parla di lauorare, li son | rotte le braccia »; in fine: « Stampata in Siena. 1581 » forse alla Loggia del Papa; 4 c. senza num. né richiami - miscell. alessandr. XIII. a. 58). - Il Trionfo dei poltroni è tratto pure dalla stessa miscellanea e precisamente dall'opuscolo intitolato « OPERA NVOVA doue si contiene dua mattinate | bellissime; | Et altre Canzoni, & Villanelle con | il trionfo de poltroni tutte | cose molto piaceuoli | ridiculose, || Stampata in Siena, & ristampata in Fiorenza » s. a., 4 c., con segnat. ma senza num. - Il Guerrini nella sua Bibliografia (num. 125) non ricorda che l'opuscolo seguente: « Il trionfo de' poltroni | opera piacevole | con due mattinate bellissime et alcu | ne canzoni napolitane nuove | belle e sententiose | In Firenze alle Scale di Badia | Con Licenza de' Superiori ». Al num. 19 egli parla del metro usato dal Croce in questo ed altri suoi componimenti: egli non osserva però che in questa cantilena popolare, che ricorda le tirades monorimes della Francia, ogni verso della stampa, per trovarci l'armonia, va diviso in due minori.

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cantari serventesi poemetti 

Testo Campriano

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Ultimo aggiornamento: 22 agosto 2011