Ludovico Antonio Muratori

 

DEI DIFETTI DELLA GIURISPRUDENZA

PREFAZIONE

I.

L’operetta di Lodovico Antonio Muratori, Dei difetti della Giurisprudenza, pubblicata nell’autunno del 1742, la quale suscitò già nel tempo suo un vivace fervore di polemiche, forma anche oggi argomento di lettura interessante, ed è tuttora un libro utile alla scienza e all’applicazione del diritto.

Nasceva essa in un periodo di tempo, in cui la confusione delle leggi e della scienza giuridica aveva raggiunto l’estremo. Verso la metà del secolo XVIII, infatti, si erano accumulate le leggi destinate a regolare i rapporti giuridici, e si erano moltiplicate le opinioni dei giureconsulti, sulla base dello studio approfondito del diritto romano e del diritto canonico; ma non si erano ancora formati i codici moderni, che erano destinati a portare certezza al diritto e orientamento tra le contrastanti opinioni. Accanto alle nuove leggi dei principi, emanate man mano che se ne sentisse l’esigenza, vigevano tutti i testi delle leggi antiche e nuove, che lo sviluppo della civiltà aveva portato ad una pratica applicazione: anzitutto i testi del diritto giustinianeo, che formavano il diritto comune; insieme coi testi del Corpus juris canonici e quelli del diritto feudale, che erano tutti in pieno vigore. Vi erano poi gli statuti delle città e delle classi, tuttora in vita, nell’ambito delle diverse circoscrizioni urbane; oltrechè i decreti e le grida delle varie magistrature locali. La successione dei governi aveva poi moltiplicato i testi delle leggi generali più recenti, considerati anch’essi in valore; per modo che, nel Regno di Napoli, per esempio, accanto alle costituzioni del regno normannosvevo, vi erano i capitoli degli Angioini, le prammatiche degli Aragonesi, i decreti e le ordinanze spagnole. E tutte queste leggi, a cominciare da quelle dei testi giustinianei, erano commentate e discusse in poderosi apparati di giuristi e di pratici, che venivano continuamente allegati nelle scuole e nei tribunali, come elementi indispensabili dello studio e dell’applicazione del diritto.

L’opera del Muratori, che si proponeva di indicare gli errori e i danni di questa confusione delle leggi e della giurisprudenza, e che cercava le vie per raggiungere una maggiore precisione legislativa e giurisprudenziale, rispondeva pertanto ad un momento storico particolare. Ma, poichè la molteplicazione delle leggi e il contrasto delle opinioni non sono fenomeni eccezionali nello svolgimento del diritto, così avviene che l’operetta del Muratori, scritta per le condizioni giuridiche della metà del secolo XVIII, ha risposto e risponde alle esigenze della vita giuridica di altri momenti storici, e assume pertanto il carattere di un testo classico della nostra letteratura giuridica. La descrizione dei danni e dei pericoli della molteplicità delle leggi; l’esame approfondito di quella che si può chiamare la psicologia forense; la ricerca dei rimedi per ovviare a questi danni e a questi pericoli sono tutti elementi vivi per la scienza e per la pratica del diritto; onde il libro del Muratori, salvo per alcune parti troppo legate allo spirito dei tempi o per alcune opinioni troppo personali, è anche oggi di viva e palpitante attualità.

II.

Si può precisare, sugli elementi del ricco epistolario muratoriano [1], l’origine di questo piccolo e famoso libro. È noto che il Muratori, nei suoi studi giovanili, aveva seguito i corsi di giurisprudenza presso l’Università di Modena, e, a 22 anni circa, sulla fine del 1694, vi aveva conseguito la laurea « in utroque jure » [2] . Benchè egli si fosse dedicato poi, principalmente, agli studi d’erudizione e alla sua professione di bibliotecario, non si era mai staccato completamente dagli studi giuridici, che avevano servito ad educare, con maggiore finezza e penetrazione, la sua alta mente, e che gli avevano prestato preziosi lumi, principalmente per quelle profonde ricerche. storiche, che gli avevano assicurato rapidamente una fama singolare. È noto che egli aveva poi avuto, dal Duca di Modena, l’incarico di trattare talune gravi questioni giuridiche, come quella sui diritti estensi nelle valli di Comacchio, per cui si era guadagnato anche meritata reputazione nell’arringo forense.

Ma dei metodi allora dominanti nell’insegnamento e nella pratica delle discipline giuridiche il Muratori non recava favorevole giudizio. In una lettera autobiografica del 1721, egli rimproverava agli insegnanti e agli avvocati del suo tempo il ricorso obbligato all’autorità delle opinioni e la supina accondiscendenza ad esse. « Tanto opinare ... nelle leggi, scriveva, con filza d’autori sì per una come per l’altra opposta sentenza, e l’essere presso d’alcuni miglior ragione questa filza d’autori che le ragioni stesse, e il trovarsi chi vuol praticare i tribunali sottoposti all’ignoranza, alle passioni e al capriccio di chi ha da giudicare; e il non osservarsi ivi mondo nuovo da scoprire, ma dover solo aggirarsi, come chi è legato al palo, intorno a ciò che tant’altri hanno detto e ridetto »; tutto ciò pareva al Muratori un vizio imperdonabile della giurisprudenza del suo tempo. Quel metodo strettamente scolastico, che imperava ormai da più di due secoli nello studio e nella pratica del diritto, metodo che aveva preso nome e carattere di mos italicus, perchè più largamente e più fedelmente adoperato in Italia, per cui le questioni giuridiche si dibattevano, nelle scuole e nei tribunali, con l’esposizione delle opinioni contrastanti e con la soluzione preferita, attirava tutti gli strali della mente del Muratori, avvezza a spaziare largamente nei campi della storia, e a vedervi continuamente i segni della vita. Anzi si può affermare che quel metodo strettamente scolastico, che, nel lungo e doloroso periodo delle preponderanze straniere, appariva come lo strumento diretto a mantenere la vita italiana nei solchi della sua tradizione e a impedire quanto più fosse possibile che gli stranieri pretendessero di portare in Italia le loro leggi e i loro costumi; quel metodo, supremamente scolastico, non più necessario ormai ad una società intenta al proprio rinnovamento, mediante l’opera del nuovo secolo dei lumi, doveva essere giudicato dal Muratori degno della più aperta condanna.

Senonchè il tradizionalismo continuava a dominare. E il Muratori che, per tutto il primo quarantennio del secolo XVIII, si era dedicato, con tanta prodigiosa passione e con tanti e fecondi risultati, alle ricerche di storia e di letteratura, alla filosofia morale, alle questioni legali sui diritti degli Stati, alla composizione dei suoi famosi Annali d’Italia, giungeva ormai, sulla soglia della sua vecchiezza, verso il 1740, senza che gli apparisse nessun segno di rinnovamento. Il metodo degli studi giuridici, nelle scuole e nei tribunali, era, nel 1740, sostanzialmente identico a quello dei tempi ormai lontani della sua laurea; e questa condizione di cose, che si trascinava pesantemente nella giurisprudenza, sempre conservatrice, di fronte alle tendenze riformatrici dell’illuminismo, dominante in ogni altro ramo degli studi, appariva al Muratori estremamente riprovevole.

Bisognava rompere la dura corteccia di questo metodo vecchio e abusato. Nessuna voce autorevole si era levata in Italia a questa impresa: la voce del Vico, che, contemporaneamente, aveva avvertito gli errori e i vizi della giurisprudenza del suo tempo, era rimasta quasi inavvertita.

Ora, proprio sul chiudersi del 1739, quando il Muratori aveva ormai condotto fin quasi ai suoi giorni la grande opera degli Annali d’Italia, che aveva sollevato così alto plauso; quando tutta la sua mirabile opera di ricercatore e di editore degli antichi testi giungeva verso la fine; quando egli aveva già dato, nei volumi sulla filosofia morale e sulla carità cristiana, tutta la misura della sua alta mente filosofica; gli apparisce come un imperativo categorico il dovere suo di studioso e di italiano di rivelare e di condannare tutti i difetti della giurisprudenza.

In una lettera, in data 4 novembre 1739 [3], scritta ad un giovane amico suo, Domenico Brichieri Colombi, che si era recato a Vienna per dedicarsi agli studi giuridici, noi troviamo il primo accenno a questo proposito: « S’io arrivassi un dì (ma forse non v’arriverò, perchè gli anni son troppo cresciuti) a poter trattare, come ne avrò voglia, dei difetti della giurisprudenza, non mi potrei tenere di non ridere dietro a definizione tale (la definizione ulpianea: divinarum et humanarum rerum notitia) che non può mai sostenersi in piedi se non vi si mettono mille puntelli ». Ma il proposito si viene maturando, nella mente del Muratori, soltanto in seguito, nel seguente anno 1740, allorchè l’avvento al soglio pontificio dell’ amico suo carissimo cardinale Lambertini, col nome di Benedetto XIV, col quale più volte aveva parlato dei problemi della codificazione, desta nell’animo del Muratori la speranza di trovare finalmente orecchio capace di apprezzare la sua idea, e precisa pertanto, nella sua mente infaticabile, il disegno dell’opera.

Tuttavia la redazione materiale appartiene soltanto al seguente anno 1741, poichè, in una lettera diretta ad Alessio Simmaco Mazzocchi a Napoli, in data 11 novembre 1740 [4], egli affretta la spedizione di un volume, allora uscito, di un giurista napoletano, il Rapolla, intitolato De Jurisconsulto; volume che evidentemente gli serviva alla preparazione mentale del suo soggetto: « Da Roma appunto mi viene ultimamente scritto essere giunto colà il libro del signor avvocato Rapolla, De Jurisconsulto, e l’aspetto con impazienza, per essere d’argomento, che mi è sommamente caro per certo mio disegno ».

Infatti soltanto nell’estate del 1741, in una delle sue operose dimore campestri nella piccola villa di Fiorano, il Muratori si mette, ormai maturo e deliberato, al suo meditato proposito: «Non avendo ora in che esercitarmi, ho preso a fare un’operetta: De’ difetti della Giurisprudenza [5] »; e prosegue accennando ormai con precisione alla tesi della sua opera, poichè, dopo avere rilevato ancora una volta le tristi condizioni dell’amministrazione della giustizia, aggiunge: « V’ha chi vorrebbe banditi tutti i libri de’ legisti, e che si studiasse il solo testo delle leggi. E Vittorio Amedeo (II) di Sardegna ordinò che non si potesse allegare. Né pur questo oserei consigliare. Mi riduco a stabilire il rimedio possibile nell’esortare i principi che decidano le principali e più usuali discrepanze de’ legisti, e formino un piccolo libro di cotali decisioni ».

In pochi mesi, come spesso accadeva a questo formidabile lavoratore, il libro era finito. In una lettera a Fortunato Tamburini, in data 24 ottobre 1741 [6], il Muratori poteva annunciare di aver finito questo Trattato « che farà forse gridare i dottori, ma che non sarà inutile al pubblico ».

Il volume del Muratori, con la dedica al pontefice Benedetto XIV, uscì a Venezia, coi tipi del Pasquali, soltanto, come si disse, nell’ottobre del 1742; ma è evidente che esso fu dettato in pochi mesi, tra il luglio e l’ottobre del 1741.

Possiamo aggiungere che la spinta ultima a scriverlo era stata data al Muratori, com’egli stesso ha accennato, da una sentenza errata, che gli aveva dato fastidio [7]; ma non sappiamo se questa sentenza fosse una decisione giudiziaria o piuttosto una opinione di scrittore.

III.

L’opera sollevò subito altissimo interesse; e ne sono prova le due edizioni veneziane del 1742 e del 1743, e poi le edizioni di Napoli e di Trento del 1743; ma sollevò soprattutto numerose confutazioni. Parve che il Muratori avesse toccato un idolo.

L’avv. Antonio Querini di Venezia pubblicò subito una verbosa risposta, intitolata La giurisprudenza senza difetti che da sè medesima si difende contro il trattato del signor Lodovico Antonio Muratori [8], la quale tuttavia apparve debole e meschina. « Non merita risposta, scriveva il Muratori in data 2 maggio 1743 [9], tanto è debole e meschina. Si riduce quasi tutta l’indignata sua verbosità a dire che io dovevo dire: difetti della giurisprudenza in pratica, senza voler intendere che il male è nella giurisprudenza stessa per la tanta copia delle opinioni ».

Più solide, ma anche più rispettose, furono talune confutazioni della scuola napoletana, per l’indole sua tradizionalista, ma ricca di dottrina e di argomentazioni. Cominciò subito il noto giurista Giuseppe Pasquale Cirillo, con un volumetto intitolato: Osservazioni sul Trattato di L. A. Muratori [10]; ma soprattutto intervenne il dotto professore e giurista Francesco Rapolla, che già aveva sollecitato coi suoi scritti l’interesse del Muratori, con un’opera intitolata: Difesa della Giurisprudenza [11], in cui rimproverò, con moderato rigore, gli eccessi della critica muratoriana alla definizione ulpianea del diritto, e in cui difese con efficacia le elocubrazioni della giurisprudenza, dichiarandole necessarie ad un esame analitico delle verità.

Difendendo le sue posizioni tradizionali, la scuola napoletana obbediva ad un cómpito utile: quello di rafforzarè le basi logiche della difesa di un vasto e multiforme, se pur disordinato, patrimonio giuridico. Il mos italicus jura docendi aveva la sua ragion d’ essere [12].

Ma, coi suoi vigorosi attacchi, Lodovico Antonio Muratori, che tutte aveva percorse e analiticamente studiate le fonti e le ragioni di quella giurisprudenza, adempiva ad un compito anche più elevato e più utile: quello di aprire le vie dell’avvenire.

La scuola napoletana difendeva le ragioni di un passato, che costituiva, col suo vasto patrimonio, un baluardo di protezione di una civiltà matura, che stagnava tuttavia nella sua mediocre esistenza. Ma il Muratori, condannando quel passato, di cui pure egli aveva studiato tutta la genesi e tutte le forme, additava agli Italiani il dovere di una nuova visione del diritto, più semplice e più adattata alle possibilità ormai mature di un profondo rinnovamento.

IV.

La critica del Muratori è, infatti, profonda e minuta, quanto è semplice la determinazione dei rimedi per una limpida ed efficace applicazione del diritto. Sotto questo aspetto, la critica è la parte più originale e più vitale dell’operetta muratoriana; e perciò, si può dire, quest’ultima vive eterna nella letteratura della società moderna, in quanto si adatta a situazioni frequenti e facili ad essere determinate.

Nel rapido sviluppo delle condizioni della civiltà, sotto la protezione di forme giuridiche ereditate dal passato e rispettate, si sente tuttavia il bisogno di nuove leggi, bisogno facilmente soddisfatto. Di qui si passa immediatamente alla complicazione del diritto, per cui le norme giuridiche si moltiplicano e si affastellano, producendosi un ingombro, che nuoce spesso alla chiarezza e alla certezza del diritto. Allora gli esperti, chiamati a patrocinare o a giudicare l’applicazione, divenuta difficile, del diritto, escogitano nuove regole d’ermeneutica, sempre più complicate, donde si genera sempre maggiore l’oscurità del diritto.

Sul principio del secolo XVIII, questo stato di cose si era manifestato con tutto il suo ingombrante bagaglio. La dottrina del diritto romano e canonico, che aveva offerto l’adito a superare la rozzezza delle forme giuridiche barbariche, si era complicata col corredo ormai inesauribile degli interpreti e delle opinioni. A questa dottrina, che formava il diritto comune, il diritto della civiltà derivato da Roma, si sovrapponeva tutta la dottrina destinata a chiarire le legislazioni nuove, che avevano sostituito la legislazione barbarica, e che regolavano i rapporti non precisamente preveduti nel diritto comune: rapporti di diritto pubblico nuovi; rapporti di commercio, rapporti di vita privata, rapporti feudali, rapporti professionali. Qui le leggi si accumulavano numerose e ingombranti, per la successione dei governi e per la complessità della vita moderna: leggi comunali, leggi dei principi, gride e regolamenti di governi.

Per una conveniente applicazione del diritto, si era costretti a ricorrere al parere degli esperti, che del loro mestiere si erano fatti un campo chiuso e che si poggiavano sulla varietà delle leggi e delle opinioni; donde nuove complicazioni e nuovo ingombro.

Contro questo stato di cose, non vi era che un rimedio, un rimedio radicale: semplificare l’ordinamento legislativo, semplificare le regole dell’applicazione del diritto.

Verso la metà del secolo XVIII, già frequente si era fatta la richiesta di questa semplificazione. Il Muratori aveva elogiato Vittorio Amedeo II, che, fin dal 1729, preparando il nuovo testo delle Regie costituzioni, si era coraggiosamente opposto alle tendenze dei compilatori, propensi a radunare, sia pur logicamente, tutte le leggi del passato, e aveva ordinato che, tra le antiche leggi, si raccogliessero soltanto quelle che fossero veramente da conservare e le altre tutte si pretermettessero, creando invece, per nuove esigenze, leggi nuove.

Egli andava più oltre, e chiedeva a dirittura la codificazione; ossia una serie di risoluzioni adeguate alle difficoltà risultanti dalla pratica, risoluzioni emanate dai principi, le quali ponessero fine a tante vane controversie e indicassero la via sana della giurisprudenza.

È questo il fine principale dell’opera del Muratori; e per questo tale opera è viva oggi, come fu viva allorchè uscì, nel 1742, nel tempo dei difetti più gravi della giurisprudenza, rompendo la stagnante atmosfera delle scuole e dei tribunali. L’opera del Muratori è l’elogio più alto, costruito per la semplificazione delle leggi, col metodo delle risoluzioni legislative, opportune a rompere l’incertezza del diritto, che nasce dalla molteplicazione delle opinioni.

Ma il metodo suggerito dal Muratori non poteva essere esente, alla sua volta, da vizi. Doveva avvenire, ossia, che, anche fissate quelle risoluzioni, la selva delle interpretazioni si introducesse a scombinarle e a guastarle. Questa, in sostanza, fu la critica che il Rapolla oppose al libro del Muratori, con una logica serrata, che colpisce anche oggi il lettore : « Desiderereste, scriveva il Rapolla, dirigendosi al Muratori, una nuova compilazione di leggi. chiare, ordinate, e che le cose si riducessero ad un metodo facile e naturale. Ma, ciò conceduto, dico così: voi ben sapete che le leggi han bisogno d’interpretazioni, essendo le medesime generali, rispetto alla moltitudine de’ casi speciali; e, se così dovrà farsi necessariamente, eccoci di bel nuovo ridotti allo stato antico; ecco le varie discettazioni, ecco le contese, e i dispareri, ed ecco un’altra volta cresciuta la moltitudine delle leggi, perchè di necessità i legislatori da tempo in tempo deggiono formarne delle nuove, e per meglio spiegar l’antiche, e per provvedere a casi non preveduti, e per riformare i nuovi abusi. Adunque è meglio rimanerci nello stato delle cose presenti, senza ricercar nuove riforme, le quali indi a poco si ridurranno all’esser di prima » [13].

L’obbiezione era ben presente al Muratori; e noi la vediamo anche nella lettera del 10 agosto 1741 al Brichieri Colombi [14] , allorchè il Muratori preparava, nella sua alta mente, il lavoro : « Altro dunque non so vedere, se non che i principi. decidano le principali e più usuali controversie dei dottori con formare un codice nuovo. Saggiamente Ella avverte che durerà poco il benefizio. L’ho avvertito anch’io. Durerà almen per un pezzo, cioè finchè i Dottori, con le loro sottigliezze e limitazioni, imbroglino le nuove leggi, come han fatto le vecchie. Quando poi sarà tornata la confusione, allora si farà qualche altra riforma » ... [15] .

Ma, mentre il Rapolla non vedeva altra possibilità che quella di lasciare le cose come stavano, nella ferma fiducia che la giurisprudenza potesse trovare il rimedio in sè stessa, invece il Muratori, con una visione più limpida e più adeguata dei tempi nuovi, suggeriva il rimedio della codificazione, destinato a portare certezza e semplicità, là dove regnavano confusione e molteplicità, salvo a provvedere con nuovi rimedi, allorchè le decisioni legislative si fossero dimostrate nuovamente confuse o incerte.

V.

Per questi savi intenti pratici, la parte critica e ricostruttiva dell’opera muratoriana si presenta sempre vivace e ricca di utili osservazioni e risoluzioni. Dove, invece, essa presta il fianco a giuste opposizioni, che furono già vigorosamente esposte dal Rapolla, si è nella parte propriamente dottrinale, allorchè il Muratori affronta il problema della definizione del diritto, o allorchè egli esamina i caratteri del precetto giuridico, le lacune dell’ordinamento giuridico, il criterio del giusto. Preoccupato dei suoi fini pratici, il Muratori si dimostra meno felice nell’esame teorico delle leggi e della vita della giurisprudenza.

Così, nella critica acerba alla definizione ulpianea della giurisprudenza, come « divinarum atque humanarum rerum natitia, justi atque in justi scientia », sfugge al Muratori la giustificazione storica di tale generalizzazione, allorchè anche la religione dipendeva dallo Stato, e le cose divine ed umane insieme si regolavano dai poteri pubblici, nel campo attivo della giurisprudenza. Il Muratori deride quella definizione, ch’egli vedrebbe propria soltanto dell’enciclopedia, la quale abbraccia veramente la cognizione di tutte le scienze ed arti, mentre la giurisprudenza è una parte ristretta dell’enciclopedia; e non esita a considerarla come « una strepitosa sparata ». E nonostante che il Muratori conosca l’esatta giustificazione storica data dal Gotofredo, allorchè questi dichiara la giurisprudenza: « notizia delle cose divine ed umane », perchè « conjuncta fuit olim juris divini et humani scientia »; egli prosegue tuttavia in una critica vivace, che sarebbe adattata al caso della pretesa di una identificazione del diritto con l’enciclopedia, piuttostochè a quello di una esatta definizione del diritto.

Questi eccessi prestarono, nel secolo XVIII, materia di critica all’opera muratoriana, da parte non soltanto del Rapolla, ma anche del Querini, del De Gennaro, del Cirillo; e presta anche oggi il fianco a un’accusa non in tutto ingiustificata di esagerazione e di incomprensione logica.

Così nell’esame dei difetti intrinseci della giurisprudenza, il Muratori muove da ragioni pratiche, che sono talvolta celate sotto una apparente esposizione teorica; non meno che là dove il Muratori si rivolge ai difetti estrinseci o esterni, com’egli si esprime, della giurisprudenza.

Ma, a parte questi eccessi, che sono facilmente rilevabili, bisogna riconoscere che poche volte la critica alle facili tendenze della giurisprudenza, verso la complessità e la confusione delle opinioni e delle sentenze, fu più felice, più ragionata, più penetrante. Nella vita del diritto, è facile riscontrare una divergenza fra il momento creativo della legge e il momento interpretativo o giurisprudenziale. Ciò che, nella prima fase, poteva essere semplice e chiaro, viene abbuiato dalle estensioni interpretative e dalle sottigliezze degli avvocati e dei giudici. È necessario tenere un efficace controllo tra questi due momenti, poichè è facile perdere il contatto tra la legge e la sua interpretazione. L’esame psicologico che il Muratori fa dei difetti dei giudici, delle parti e degli avvocati, è sempre vivo ed efficace.

Qui la critica del Muratori è felice: anche se qualche volta l’abilità e l’agilità della forma superano la precisione delle ragioni intrinseche, si deve riconoscere che il Muratori ha messo il dito sulla piaga, e anche le sue esagerazioni sono utili ad evitare le tendenze naturali della giurisprudenza, verso la moltiplicazione dei difetti, in forza di una lontananza sempre maggiore dalla fonte legislativa. Occorre che la legislazione sia vigile, e che ripari prontamente a questi trascorsi; altrimenti la giurisprudenza diverrà una selva di pareri discordanti, dove è troppo difficile scernere il giusto dall’ingiusto.

VI.

Del resto, il tempo ha dato ragione al Muratori. Per quanto la giurisprudenza del diritto comune e la molteplicità delle leggi servissero a difendere, in Italia e in Europa, un patrimonio civile, che si temeva di vedere disperso, tuttavia il progresso del diritto richiedeva la semplificazione e la codificazione, che, in sostanza, erano volute dal Muratori.

È noto che l’opuscolo del Muratori esercitò una spinta notevole alla compilazione dei codici, e non soltanto in Italia. Nel Piemonte, dove già si erano avute le Costituzioni di Vittorio Amedeo II del 1729, si senti il bisogno di una revisione, ai tempi di Carlo Emanuele III, in cui le tendenze codificative furono meglio accentuate; e si ebbe la nuova revisione delle Costituzioni del Re di Sardegna, ripubblicate nel 1770 [16]. Negli Stati estensi, dall’opera del Muratori trasse il duca Francesco III la spinta alla formazione delle sue Costituzioni del 1771, che furono uno dei primi esempi di codice [17]; ed è noto che il libro del Muratori servì come fonte per la compilazione del codice, perchè molti suggerimenti vi furono accolti in forma legislativa [18].

Più tardi il cammino verso i codici si fece sempre più facile e affrettato; e già nel secolo XIX la codificazione giunse a dominare tutto il vasto campo della giurisprudenza.

L’esigenza primordiale del diritto, come fu avvertito dal Muratori, è la certezza. Nulla nuoce di più alla vita del diritto che la confusione. Le regole legislative più efficaci sono anche le più semplici. Naturalmente, anche nel sistema dei codici, vi sono imperfezioni ed errori; ma questi sono facilmente superati dal pregio della sicurezza.

L’opera del Muratori, che seppe avvertire, con tanta franchezza, i pregi e i difetti della giurisprudenza, nella vita del diritto, è viva e vitale; e merita ancora l’attenzione dei giuristi, dopo quasi due secoli dalla sua redazione. 

ARRIGO SOLMI.

Giugno 1933 a. XI.

 Note

 ____________________________

 

[1] Si veda principalmente la lettera al conte Giovanni Artico di Porcia, 10 novembre 1721, in Archivio Muratoriano, Modena, 1872 (2a ed. 1880, pag. 15 sgg.); oltrechè il prezioso Epistolario di L. A. Muratori edito dal marchese Matteo Campori, Modena, 1895 sgg.

[2] Cfr. B. Donati, Lodovico Antonio Muratori e la giurisprudenza del suo tempo, Modena, 1931, p. 22 sgg.

[3] Epistolario, ed. cit., vol. IX, n. 4123.

[4] Epistolario, cit., IX, n. 4319.

[5] Lettera a Domenico Brichieri a Vienna, in data 26 luglio 1741, Epistolario, IX, n. 4415.

[6] Epistolario, cit., IX, n. 4456.

[7] Lettera a Giacomo Tartarotti, in data 25 febbraio 1744, Epistolario, vol. X, n. 4872.

[8] Venezia, 1743.

[9] Epistolario, cit., X, n. 4705.

[10] Napoli, 1743.

[11] Napoli, 1744. Non priva d’interesse è anche una Lettera, pubblicata a Napoli, 1744, di Francesco Amorfa de Latamo, oltrechè una Risposta ad una conclusione delle cento proposte del sig. Muratori nel suo libro «Dei difetti della Giurisprudenza» uscita nel 1744, per opera del giurista Agostino Matteucci da Fano.

[12] M. Schipa, Il Muratori e la cultura napoletana del suo tempo, Napoli, 1902; id., Il Regno di Napoli ai tempi di Carlo di Barbone, 2a ed. Roma, 1923, II, 131 sgg.; B. Bauoi, Per la storia della giurisprudenza  Nuovi saggi, Torino, 1921, p. 81 sgg., 134 sgg.

[13] Rapolla, Difesa della giurisprudenza, p. 168.

[14] Epistolario, vol. IX, n. 4422.

[15] Cfr. Donati, L. A. Muratori e la giurisprudenza del suo tempo, cit., p. 70, n. 4.

[16] M. Viora, Le costituzioni piemontesi, Torino, Bocca, 1929.

[17] G. Salvioli, La legislazione di Francesco III Duca di Modena, Modena, 1898; id., Miscellanea di legislazione estense, Palermo, 1898.

[18] B. Veratti, in Memorie della R. Accad. di Scienze, Lettere ed Arti di Modena, t. III, Modena, 1861, pp. 8698.

Indice Biblioteca

L.A.Muratori

 © 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 27 agosto 2011