Ferdinand Castets

DELL’AUTORE DEI “DODICI CANTI”

di Anonimo del '500

Traduzione di Adriana Pozzi

Per gentile concessione della traduttrice

Edizione di riferimento

Castets (F), I dodici Canti, in Revue des langues romanes, publiée par la Société pour l'étude des langues romanes, Montpellier 1898-1890-1900-1901-1902, reprint 1970

Nella mia introduzione (V, VI), dopo aver descritto il manoscritto in cui appare il testo dei Dodici Canti, mi ero posto la domanda, vista l’iscrizione sulla seconda pagina di copertina “Manoscritto originale di alcune poesie inedite di Luigi Alamanni e del Susio”, se i Dodici Canti potessero essere attribuiti all’Alamanni. Avevo inoltre già osservato che una sigla che si ripete due volte nel manoscritto sembrava riunire le due iniziali L. e A. Mi limitavo infine a citare due brani dell’Alamanni in cui sono espressi dei sentimenti che si trovano anche nei Dodici Canti, e dicevo: “Non mi sento autorizzato a trarre una conclusione dalle indicazioni che ho riunito per sommi capi, ma non potevo evitare di presentarle ai lettori, visto che mi ero impegnato a farlo con il titolo stesso del manoscritto. Altri, più competenti di me, decideranno con maggior sicurezza - qualora trovassero il soggetto interessante - se fra l’Alamanni e l’autore dei Dodici Canti non vi sia altro che una comunità di sentimenti e un pari odio verso il nome dei Medici.”

Non avevo quindi un’opinione preconcetta, e mi rimettevo al giudizio di quelli più competenti di me.

Il Sig. Henri Hauvette, che preparava allora la sua opera sull’Alamanni, fu colpito da quell’ipotesi esposta così discretamente, e nel Giornale storico della Letteratura italiana (t. XXXV, pagg. 171-172), si affrettò ad annunciare che sarebbe “meglio tagliar corto, senza altri indugi, alla straordinaria ipotesi secondo cui M. Castets crede di aver scoperto l’autore dei Dodici Canti

Perché dire che penso di aver fatto una scoperta, quando non lo dico neppure io? Prima della pubblicazione dell'opera di Hauvette non immaginavo certo che non si potesse parlare di Alamanni senza invadere una zona riservata.

A proposito di quel titolo del manoscritto che ho appena citato, avevo fatto la seguente osservazione: “La qualifica di manoscritto originale, data al titolo della raccolta, che potrebbe riferirsi alla prima parte, mi spingeva a domandarmi se non esistesse un testo autografo di Luigi Alamanni [1].”

Il sig. Hauvette risponde: “Prima di tutto, non è esatto che il ms. 8583 dell'Arsenale attribuisca questo poema all'Alamanni.”

Io pero' non l'avevo detto!

Nella tesi che sostiene, Hauvette si limita a dire che l'attribuzione a Luigi Alamanni è “una supposizione del tutto gratuita, e per sostenerla non si potrebbe trovare nemmeno l'ombra di un argomento: quindi è fuori da qualsiasi discussione [2]”.

Stando così le cose, era quindi del tutto superfluo pubblicare una discussione così complessa sul Giornale. Io rispondo al concetto, e non mi fermo davanti alla forma, peraltro non priva di interesse.

D'altra parte, Hauvette ha ragione di scartare l'attribuzione a Luigi Alamanni. Egli conosce bene la calligrafia di quel poeta, che non assomiglia affatto a quella del manoscritto dei Dodici Canti. In secondo luogo, la biografia dell'Alamanni, curata minuziosamente da Hauvette, non ammette che l'autore della Coltivazione abbia vissuto alla Corte di Urbino.

È comunque spiacevole che le riserve da me così chiaramente espresse siano apparse indegne di essere anche semplicemente menzionate. Confesso anche che sono stato molto sorpreso di osservare che le brevi indicazioni che avevo dato sui sentimenti dell'Alamanni, oltre alle citazioni di versi caratteristici, siano state completamente ignorate, sia nell'articolo sul Giornale, sia nella tesi di Hauvette, dove leggo: “L'Arno riaffiora nei suoi ricordi mentre guarda con nostalgia il lento serpeggiare della Senna in mezzo alla campagna libera e felice; mentre vede il contadino francese che scava tranquillo i suoi solchi, il suo pensiero vola ancora verso la Toscana, terrorizzata dall'invasione straniera [3].”

Avevo citato, prima di Hauvette, le quartine alle quali accenna nella nota: eppure, nulla l'obbligava a nominare qualcosa, oltre all'ipotesi che l'aveva colpito.

Hauvette si stupisce che io abbia soltanto potuto immaginare che A. abbia mai scritto un poema “detestabile” come I Dodici Canti. Ammette pero’ lui stesso che nel Gyrone “sia la composizione dei versi che lo stile rivelano una sorprendente negligenza da parte dell’autore della Coltivazione [4]  .... Si nota anche che l’obbligo delle rime gli ha spesso dato fastidio, gli ha suggerito delle espressioni improprie e l’ha spesso spinto a scrivere delle frasi pressoché incomprensibili, farcite di inversioni e di perifrasi. [5] Si può facilmente leggere uno o parecchi brani ben scelti del Gyrone senza annoiarsi, ma non certo l’opera completa.”[6] Non ho mai detto nient’altro che questo.

Forse Hauvette non si rende conto del fatto che altri, oltre a lui, giudicano ancora più severamente il Gyrone, e meno severamente i Dodici Canti, e ritengono quindi che attribuire all’autore del primo di questi romanzi anche la paternità del secondo non sarebbe poi una cosa tanto irriverente. Sarebbe anche giusto considerare con meno rigore l’opera rimasta incompiuta e non riveduta piuttosto che quella che l’autore ha fatto stampare.

Nell’articolo del Giornale, Hauvette dichiara che gli sembra strano che Alamanni “la cui evoluzione classica è andata sempre più accentuandosi con il passare degli anni, abbia avuto l’idea di scrivere verso i quarant’anni quel detestabile poema di cui lo si ritene autore [7]. Quando infatti, parecchi anni più tardi, ha parlato della Bretagna, l’ha fatto con dei principi ben diversi”.

Vorrei osservare fra l’altro che Alamanni, nato nel 1495, aveva esattamente quarant’anni nel 1535, che la composizione dei Dodici Canti si può situare fra il 1534 e il 1538, e che l’autore di quel romanzo aveva 40 anni quando l’ha iniziato, il che prova che era esattamente contemporaneo di A.; non pretendo però di dedurre alcunché da tale concordanza di date. Ammiro piuttosto il modo in cui Hauvette, nella tesi da lui sostenuta, abbia potuto dimenticare così completamente ciò che aveva scritto nel Giornale. In esso infatti esprime un’opinione completamente diversa a proposito del Gyrone.

Egli dice infatti che “si tratta di un arresto, anzi, quasi un tornare indietro, nell’evoluzione sempre più classica che lo spingeva a ricostituire i modelli antichi [8]”. A pag. 326 Hauvette dichiara che l’unico stile classico che si trova nel Gyrone è che il poema è suddiviso in libri e non in canti, e che ciò “non è gran che”.

Il Gyrone però è del 1543. Non era quindi il caso di parlare, nell’articolo del Giornale, dell’evoluzione classica di Alamanni a proposito dei Dodici Canti, che precedono di dieci anni il Gyrone, nel quale il gusto classico di Alamanni si rivela unicamente nella sostituzione della parola Canti con la parola Libri.

“L’unico crimine di cui si può accusare il poeta italiano”, dice Hauvette, a proposito di questo disgraziato Gyrone, “e sarebbe difficile immaginarne uno più grave, è di non aver cercato di essere se stesso; cioè di aver riprodotto, con un’esattezza quasi meccanica, un romanzo alquanto mediocre, senza che il suo caratteristico modo di vedere vi abbia mai aggiunto qualcosa di essenziale [9]”.

Tutto ciò infatti è assolutamente esatto, e Alamanni è colpevole di aver composto quel poema, tanto noioso quanto lungo. Ma perché, se non vi erano motivi validi che lo proibissero, Alamanni, prima di rassegnarsi ad imitare un vecchio romanzo per far piacere a Francesco I, non avrebbe tentato di scrivere un’epopea romanzesca sulle tracce di Boiardo e dell’Ariosto? Quest’ipotesi non è affatto giustificata dai fatti, è vero, ma nulla in essa avrebbe potuto suscitare l’ira dei critici più severi.

Il dominio delle lettere dev’essere un Regno di Verità, come l’impero del Prete Jean, ma deve anche essere un paese di libertà e di facili scambi. Avevo sottoposto un caso al giudizio di persone competenti; ho ottenuto una risposta immediata e che reputo definitiva, sentendomi così più felice di Guerino quando consultava gli Alberi del Sole e della Luna, e mi sentirei un ingrato se mi mettessi a discutere la risposta dell’oracolo. Aggiungerò solo una parola. In queste aggiunte alla mia introduzione, ho dovuto talvolta dissentire da Hauvette su alcuni punti di cui non voglio accentuare l’importanza. Penso di aver compiuto il mio dovere senza cercare il piacere di infierire sul mio prossimo, senza permettere alla mia penna alcuna deviazione che potesse ricordare quelle zanzare del Cathaio che, pungendo aspramente, turbavano le notti di Beatrice Pia e dei poeti suoi ospiti.

Rileggendo i Dodici Canti, mi sarebbe piaciuto infine trovare delle indicazioni precise sull’autore. Vedo però che sono costretto a rinviare il lettore a ciò che avevo detto in precedenza e a presentare meglio le date sulle quali desidero richiamare la sua attenzione.

L’autore parla sempre di Francesco–Maria come di un personaggio vivente, e fa allusione al pontificato di Paolo III, che cinse la tiara nel 1534. Francesco-Maria morì nel 1533. Possiamo quindi situare la composizione del romanzo in un periodo di quattro anni. L’autore l’ha iniziato all’età di 40 anni. La morte di Francesco-Maria basterebbe a spiegare come mai i Dodici Canti siano rimasti una bozza incompiuta [10].

So che mi risulta difficile giudicare con imparzialità un romanzo a cui ho finito per interessarmi, visto che mi è costato tempo e fatica. Non posso però fare a meno di dire ciò che ne penso. Trovo odiosa e abominevole tutta la storia inventata da Alfegra per tradire Roland. L'anello di Gygés è un pretesto per introdurre particolari erotici che ci danno fastidio. La scena in cui la figlia dell'albergatore, dopo che Bradamante le ha rivelato la verità, va da Serpentin per farsi consolare, è stata suggerita dal passaggio del Guerino, in cui il cavaliere rimanda a Brandis, suo compagno di viaggio, la fanciulla di casa. Il personaggio di Silvana è una felice invenzione, e le avventure di Renaud e di Guerino alla corte di Granata non sono prive di interesse. Per il resto, sono dell'opinione che il racconto sia piacevole, i personaggi ben situati, il dialogo scorra facilmente, gli elementi della Favola siano bene utilizzati, e le sue riflessioni morali siano introdotte al momento giusto.

Tengo conto naturalmente dello stato di imperfezione del testo di cui siamo venuti in possesso. Dal punto di vista epico, anche in questo genere un po' romanzato, dire che la lettura dei due terzi di un poema è piacevole è secondo me un grande elogio. Secondo me i Dodici Canti lo meritano; ripeto però che quest'opinione a priori è alquanto dubbia. Rimarrebbe da scoprire quanto è stato preso in prestito da Boiardo e dall'Ariosto, e quanto invece è farina del suo sacco, ma cio' significherebbe trattarlo da classico e passare i limiti.

Che cosa si puo' dire dell'uomo in sè, se non che fu uno degli ospiti dei duchi di Urbino, che cantava con altri nella voliera dorata, dove quei principi ricchi e generosi convocavano le belle menti: questa brillante domesticità non pesava loro in alcun modo, a giudicare da cio' che scrive con ammirazione uno di quelli che ne presero parte ad Urbino, un po' più tardi dell'autore dei Dodici Canti: Ritrovaronsi l'anno 1558, a la corte d'Urbino, antico ricetto di tutti gli huomini valorosi, molti grandi et illustri poeti, cio furono Al. Bernardo Cappello, M. Bernardo Tasso, M. Girolamo Mutio, M. Antonio Gallo, et piu altri; i quali non facevano altro, che, quasi candidi et dolcissimi cigni, cantare a gara, et celebrare co loro versi la eccelsa bellezza et la molto piu eccelsa virtu de la Illustrissima Sig. Duchessa [11].

Così, all'ombra dei della Rovere, continuava la festa del Rinascimento.

Le forme dialettali trovate nel testo e la lunga ed entusiastica apologia di Venezia lasciano supporre, a quanto pare, che l'autore fosse originario del Veneto. Forse delle ricerche in quella regione potrebbero sollevare il velo che nasconde ai nostri sguardi curiosi uno di quei "cigni melodiosi e quasi candidi" che cantavano le lodi di Francesco-Maria.

 

Note

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[1] La parola Inedito non era assolutamente ingiustificata, e mi rendo conto oggi che, secondo H., se in linea generale le numerose poesie elencate nel manoscritto dell’Arsenal come scritte dall’A. sono prese da un’edizionea stampa, ne esiste comunque una piuttosto importante, che a lui è sembrata inedita, sulla cui autenticità egli esita a pronunciarsi, e che ha stampato nella sua tesi come io avevo stampato i Dodici Canti.

[2] Op. 1., pag. 421

[3] Op. 1., p. 180, n° 3.

[4] Op. 1., p. 328.

[5] Op. 1, p. 329. M. Hauvette cita a questo proposito un’ottava che avrebbe dovuto renderlo più indulgente verso i Dodici Canti:

Non vedete voi ben, signor mio caro,

Che amor fu prima et la natura al mondo

Che aspra legge facesse il nodo avaro

Del sponsalitio duro et ingiocondo?

Che i padri empi et le madri a paro a paro

Ne congiungesser, lassi! et non secondo

Il natural desio che ne sospinge,

Ma secondo che 'l commodo dipinge.

Canto. V, st. 130.

[6] Op. 1., p. 331.

[7] Un autore è responsabile di ciò che pubblica, non delle note, delle bozze più o meno riuscite, più o meno informi che si trovano fra le sue carte.

[8] Op. 1., p. 332.

[9] Op. 1., p. 328.

[10] In una sua lettera molto gentile ed incoraggiante (marzo 1900), Emilio Teza mi spingeva, con la sua naturale cortesia, a rinunciare all’ipotesi dell’attribuzione all’Alamanni, sottolineando parecchi errori nel testo o nella stampa che compariranno insieme ad altri nell’errata corrige, e mi proponeva per quel poema il titolo “l’Angelica”:  ne sarei molto tentato, ma penso sia più sicuro mantenere il semplice titolo del catalogo:  quello almeno sfuggirà a tutte le critiche.

[11] Dionigi Atanagio, op. 1. I, nota al foglio 196, b.

  

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011