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- edizione telematica, revisione: maggio 1994
- HTML, impaginazione: dicembre 1996 prof. Giuseppe Bonghi
Edizione di riferimento: Vincenzo De Bartholomaeis, Rime giullaresche e popolari d'Italia, Arnaldo Forni editore, Sala Bolognese, settembre 1977, ristampa dell'edizione di Bologna, 1926, eseguita per gentile concessione della Casa Editrice Zanichelli di Bologna.
Si spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati, teneva un bianco versorio, un nero seme seminava. Ritmo risalente agli anni tra la fine dell'VIII e l'inizio del IX secolo, contenuto nel codice LXXXIX della Biblioteca Capitolina di Verona; fu scoperto nel 1924 dal paleografo italiano Luigi Schiapparelli. L'indovinello, forse opera d'un chierico, che ricalca un tema diffusamente popolare, il lavoro di aratura e semina del contadino, allude all'azione dello scrivere:
Boves se pareba
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba.
risoluzione dell'indovinello:
i buoi sono le dita,
il prato arato è la pagina,
il versorio bianco è la penna d'oca,
il seme nero è l'inchiostro.
È uno dei primi esempi di contaminazione volgare del latino che si stava trasformando inesorabilmente in una lingua diversa, più agile e vicina all'esigenza quotidiana della comunicazione popolare. L'anonimo compositore non ha derivato il suo indovinello dalla tradizione orale, ma ha quasi certamente combinato spunti vari, suggeriti da testi diversi. Dunque l'Indovinello deve essere interpretato come un'esercitazione letteraria e appunto per questo è prezioso, perché un maestro di scuola (custode pertanto di una tradizione che per l'espressione letteraria ammetteva solo il latino) si è abbandonato al piacere di comporre utilizzando la lingua del volgo, una lingua ancora priva di una qualsiasi disciplina. Questo componimento dialettale preannuncia emblematicamente la situazione linguistica italiana nei secoli successivi: una polverizzazione degli idiomi che è stata la fonte di quella stupefacente varietà dei dialetti che caratterizza la nostra lingua fra tutte le neolatine. (Aldo Budriesi, Letteratura: forme e modelli, vol. 1: dalle origini al Quattrocento, S.E.I., Torino 1988)
Contenuta nel codice Reg. 3462 della Biblioteca Vaticana in Roma, aggiunta in uno spazio bianco. Secondo il De Bartholomaeis (op. cit.) questa l'interpretazione: « Lasciando impregiudicata la questione della provenienza, visto che il testo non offre nessun elemento decisivo a favore della Provenza o della Ladinia, l'interpretazione mia si distacca dalle altre... Dividendo at e ra', la prima parte del ritornello diviene chiarissima. La lezione pas si impone per ciò che i vv. sono una successione di trisillabi. Bigil non può essere che vigile o vigili; per cui l'a precedente dev'essere interiezione. È questo un canto di sveglia, scritto da scolastici, ma di intonazione marziale. Le parole del ritornello son poste in bocca allo spiculator o al preco, e contengono l'invito a destarsi. Cf. il famoso canto Modenese: «O tu qui servas armis ista moenia, Noli dormire, moneo, sed vigila!». Io intendo insomma: «L'alba appare, si gonfia il mare a' raggi del sole, poiché (ora che) io (scolta) vi passo (nel cammino di ronda, forse), deh, svegli! ecco chiare le tenebre!».
Phebi claro nondum orto iubare Fert aurora lumen terris tenue:
Spigulator pigris clamat: «Surgite!» L’alb’apar, [t]umet mar at ra’sol;
po y pas, a! bigil, mira clar tenebras! En encautos ostium insidie
Torpentesque gliscunt intercipere, Qus suadet preco clamat surgere.
L’alb’apar, [t]umet mar at ra’sol; po y pas, a! bigil, mira clar tenebras!
Ab Arcturo disgregatur Aquilo, Poli suos condunt astra radios,
Orienti tendit Septentrio. L’alb’apar, tumet mar at ra’sol; Po y pas, a! bigil.
Versi trovati in una carta del Montamiata risalenti al 1087; Siena Archivio di Stato, Pergamene della Badia di San Salvatore a Montamiata. Atto di donazione fatta da un tal Micciarello e dalla moglie sua Gualdrada di tutti i loro beni alla Badia predetta. I versi si leggono dopo la completio dell'atto e sono della stessa mano del notaio e giudice del sacro Palazzo Ranieri.
Ista cartula est de Caputcoctu:
ille adiuvet de illo rebottu
qui mal consiliu li mise in corpu.
Risale agli anni 1150-1171 ed è contenuto in un codice della Biblioteca Mediceo-Laurenziana, santa Croce, XV, IV, Firenze; per questo è detto anche Ritmo laurenziano.. È la cantilena di un giullare toscano, con tratti linguistici vicini a quelli umbri, che con una certa sfrontatezza si rivolge ad un vescovo non ben identificato, non risparmiandogli, purché gli sia donato un cavallo, lodi e adulazioni (dicendogli di essere il confidente intimo del Papa, di essere destinato a diventare Papa a sua volta, di essere infine il più grande signore che sia mai esistito dai tempi pagani, disceso sulla terra direttamente dal paradiso terrestre
Salv’a lo Vescovo senato,
lo mellior c’umque sia nato,
ke da l’ora fue sagrato
tutt’allumina ’l cericato!
Né fisolaco né Cato 5
non fue sì ringratiato.
El Papa il [ . . ]
per suo drudo plu privato.
Suo gentile vescovato
ben è cresciuto e melliorato. 10
L’apostolico romano
k [ . . . . . . . . . . ] Laterano
san Benedetto e San Germano
’l destinoe d’esser sovrano
de tutto regno cristiano. 15
Peroe vene da Lornano:
del Paradis dilitiano.
Ça non fue questo villano:
da c’ el mondo fue pagano
non ci so tal marchisciano. 20
Se mi dà caval balçano,
monsteroll’ al bon Galgano,
al Vescovo Volterrano
cui bendicente bascio la mano.
Lo Vescovo Grimaldesco 25
cento cavaler’ a [desco],
d’in un tempo no ll’i[n]rescono,
ançi plaçono et abbeliscono.
Né latino né tedesco
né lombardo né francesco 30
suo mellior te non vestisco:
tant’ è di bontade fresco!
A llui ne vo [ . . . . ] aresco:
corridor caval pultresco:
li arcador ne vann’a tresco. 35
Di paura sbagutesco.
Rispos’ e disse latinesco:
«Sten’ et tietti nutiaresco»
Di lui bendicer non finisco
mentr’en questo mondo tresco.
Ritmo bellunese del 1198 circa. Belluno, Museo Civico, Catalogo De Vescovi di B. 1(Nell'anno di Nostro Signore Gesù Cristo 1193, XI anno [dell'indizione della 79a (1185-1200)], nono giorno del mese di aprile. I valorosi soldati Bellunesi e Feltrini occuparono con grande possanza la fortezza di Mirabello: per otto giorni la incendiarono e distrussero tutti i suoi edifici. Ugualmente nello stesso mese conquistarono e distrussero i luoghi fortificati di Quero e portarono con sé 66 prigionieri tra soldati, fanti e arcieri e presero una preda ricca di 2000 libbre; altri li uccisero ed altri li ferirono gravemente. Ugualmente nello stesso anno conquistarono il castello di Lampredo; vi uccisero gli uomini e portarono con sé 26 prigionieri tra soldati, fanti e arcieri, e tutto il castello incendiarono e distrussero dalle fondamenta.] [Inoltre occuparono con la forza la casa di Bance e la distrussero e di lì portarono con sé 18 ladroni. Successivamente, nell'anno 1196, nell'ottavo anno dell'indizione, nel sesto giorno prima della fine del mese di giugno, i suddetti soldati bellunesi e feltrini si recarono presso la piazzaforte di Giumelle: la conquistarono con grande violenza in 17 giorni e la incendiarono e distrussero con tutti isuoi edifici e tornarono a casa con grande letizia. E quasi tutto questo fu fatto sotto il nobilissimo e valoroso signor gerardo vescovo bellunese, la cui anima sia posta in Paradiso. Amen.]
Anno Domini nostri Iesu Christi millesimo centesimo nonagesimo tertio, Indictione XI, VIIII intrante mense aprilis. Prudentissimi milites et pedites Bellunenses et Feltrenses Castrum Mirabelli maxima vi occupeverunt: Illud vero infra octo dies combuxerunt atque in omnibus edificiis ipsum destruxerunt. Item eodem mense clausas Queri ceperunt et destruxerunt et sexaginta sex inter milites et pedites atque arceatores secum in vinclis duxerunt et predam volentem duo millia librarum habuerunt, alios interfecerunt et alios vero graviter vulnerarunt. Item eo anno castrum Landredi ceperunt; ibi vero homines interfecerunt et XXVI inter milites et pedites atque arceatores secum in vinculis duxerunt, et totum castrum conbuxerunt et funditus destruxerunt.
[ Nell'anno di nostro Signore Gesù Cristo 1193, XI anno dell'indizione, nono giorno del mese di aprile. Valorosi soldati Bellunesi e Feltrini occuparono con grande violenza la fortezza di Mirabello: per otto giorni la incendiarono e distrussero tutti i suoi edifici. Allo stesso modo in quel mese conquistarono e distrussero i luoghi fortificati di Quero e portarono con sé 66 prigionieri tra soldati, fanti e arcieri e presero una preda dalla quale ottennero 2000 libbre; alcuni li uccisero ed altri li ferirono gravemente. Ugualmente nello stesso anno conquistarono il castello di Lampredo; uccisero gli uomini e portarono con sé 26 prigionieri tra soldati, fanti e arcieri, incendiarono il castello e lo distrussero dalle fondamenta. [ trad. Bonghi]
De Castel d’Ard havi li nostri bona part:
i lo zetta tutto intro lo flumo d’Ard:
e sex cavaler de Tarvis li plui fer
con sé duse li nostri cavaler.
Praeterea domum Bance vi occupaverunt et eam destruxerunt et XVIII latrones inde secum duxerunt. Postea anno 1196, indictione VIII, die VI exeunte mense iunii, dicti milites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Giumellarum iverunt: illud autem magna vi in XVII die ceperunt et e conbuxerunt, atque cum omnibus edificiis destruxerunt et cum maxima letitia domibus redierunt. Et hoc totum factum fuit fere sub nobilissimo et prudentissimo d. Gerardo Bellunensi episcopo, anima cuius sit locata in Paradiso. Amen.
[ Inoltre occuparono colla forza casa Bance e la distrussero e portarono con sè 18 ladroni. Nell'anno 1196, nell'ottavo anno dell'indizione e sesto giorno del mese di giugno, soldati bellunesi e feltrini andarono al castello delle Giumelle e in 17 giorni con grande coraggio lo presero e bruciarono distruggendolo con tutte le sue costruzioni e con grande gioia tornarono a casa. Tutto questo fu fatto sotto il comando del nobilissimo e valoroso vescovo di Belluno don Gerardo, che la sua anima abbia il suo giusto luogo in Paradiso. Amen ] [ trad. Bonghi]
Ritmo marchigiano su Sant'Alessio; Ascoli, Biblioteca Comunale, Codice XXVI, A, 51 (miscellanea), del principio del secolo XIII.
Dolce, nova consonanzaa
facta l’ajo per mastranza;
et ore odite certanza
de qual mo mostre semblanza
per memoria retenanza. 5
Lu decitore non se cansa;
se∙nne avete dubitanza,
mon vo monstra la clara a[manza]
a li dubitanti per privanza,
poi li derisi per usanza. 10
Tansi in altitudine et finivi,
co [...] dessi et poi complevi.
Hore movo dico d’Efimiano,
de lu santu patriciu Romano,
como foe perfectu cristiano 15
et de tuttu Roma foi soldanu;
et poi foe riccu et multu potentissimu
de nobile slatta multu sapientissimu.
Magna dignitate avea
et grande onore possedea, 20
et patriciatu tenia
et in alta sede sedia,
et injustitia [si] ponia,
ja multu se mn’entremetia;
de tutta Roma si facia 25
ket amava et ket volia
et avea seco .iij. M. batzileri
ke•ttutti eranu soi fideli cavaleri.
Magnu bo[num triu]mph[alem]
coronam habebat principalem. 30
Ma, ket era grande male,
una menoanza avea cotale:
ket no avea red nettale
quillu homo spiritale;
set onni die [ . . ] 35
Et avea .iij. mense adhordinate:
ad honor de Deu deTrinitate
facianu grande caritate.
Vissetava infirmitate
et prosperava in paupertate; 40
comparava ra . . . . te
et judicis necessitate;
orfani per veritate
facianu grande prosperitate;
[a’ vian]nanti tutti dava ospitiu,
et poi lo facia multu gram propitiu. 45
Tuttu questo adoperava
le [cose] de Deu ordenava.
Issu enn astinentia stava
et onne jurnu dejunava;
ad soi possa [si] pregava, 50
et espressamente enterrogava
quanno ket filiu Deu li dava;
e la molie visi[tava chiese]
cui nomen vocabantur Anglaes.
Ammordoe se gianu continendo 55
e lu servitiu de Deu f[acendo],
la lor vita contenendo,
e·ll’unu e·ll’antru donu attendet;
e·ll’unu e·ll’antru [facia]nu questa prece:
purket Deu lo desse alcuna herede. 60
Questa prece non fal[lia];
deceano tuttavia:
«Sire Deu, tu nce pia,
la nostra prece a·tteve sia.»
Mai tantu lu pregaru pia, 65
questu clamore ad Deu salia,
e·ll’unu e·ll’altru ket petia
[tosta]mente lu exaudia.
Hor sempre sia glorificatu
quillu ket li l’àve datu! 70
Poi [lu] fante foe natu,
Alessiu for prenominatu.
Lu patre ne foe letificatu,
co tutta Roma lu parentatu;
et tutta Roma era assai gaudente: 75
majore letitia ne avea la gente.
E lu patre co la mamma
lauda Deu ka bonum foe lu ’nditiu
ket fece Christu tantu de propitiu.
Poi lu fante fo crescutu, 80
a la scola foe transutu;
Deu stal’ in atiutu,
quantu vole à provedutu.
Anni .xvij. complutu,
ballamente foe crescutu; 85
multu è·ssapiu devenutu.
Lu patre, poi ket li fa po . . .
como et quale conoscutu,
lauda Deu ka bonu fò lo enditiu
ket li fece Deu tantu de propitiu. 90
Multu se fae letu lu patritiu
et altru consiliu ce trova citiu;
lu vasu dell’auro britiu
no lo volze lassare sacrifitiu.
Ma Christu Deu a tuttesore 95
sì li stai custoditore,
ka non le vai per core amore
d’estu mundu traditore
ad quillu gillu, novo flore.
Pemsavali dare lu patre honore 100
d’estu mundu traditore;
feceli fermare uxore
ket de genere era ’mperatore
Mo·lla dite e scultate,
laonde Deu sempre laudate. 105
Ma poe ket tantu non potte stare
ke lu voleva puro exorare,
femina li fece fermare
ket em tutta Roma no avea pare.
Mai, quando la geo ad arrare, 110
quello vo volio recetare.
Fae sì grande laude fare
cket homo no lo potera estimare.
Doe thalomi fecenu adprestare,
ammerdura su levare. 115
Oveunqua eranu jullare,
tutti currunu per jocare:
cythari cum timpani et sambuci,
tutti giano cantando ad alta voce.
Lu sponsu e la sponsa foro adunati, 120
in thalamo for levati:
in templo sancti Boniphati
loco forne portati.
Li sacerdoti forunu adprestati,
adberoli coronati. 125
Due corone de auro mundo tennu em capu,
ammerdora li cori de sotta li non capu.
Lu core de Alessiu santu
lo non recepia né tantu
de questo honore ke avea tamantu. 130
Lu patre co la matre et tutta Roma
cogitavanu cket fosse adfrantu.
Ma de quantu vede
sanctu Alesiu multupocu attende:
altru cogitava ket homo non attende. 135
Et mo que giva cogitando?
De la molge remaritando
et como et quintu la renuntiando
et ad Cristu la sponsando.
Questa bona cogitata 140
emtro em core li foe nata.
Poe la messa foe cantata,
grande oratione foe data;
sanctu Alesiu l’à sponsata,
em palatiu ne foe portata. 145
Lu patritiu abbe adunata,
tutta Roma convitata,
e lu cunventu grande factu era;
ma ki be sedde non se passe due era.
Lu cunventu se finao. 150
Ora de vesperu poi kinao,
e lu sole tramontao,
e la nocte poi scurao.
Lu patriciu se levao
e lu filiu letamente sì clamao, 155
a la reccla li favellao
et a la molge l’aviao.
Sanctu Alesiu si scultao,
le precepta de lu patre observao;
sacce, mica non morao.
Entro em cammora s’enn·entrao 160
et po’ l’ussu dereto si ’mserrao.
Solu sanctu Alesiu co la molge resta.
Or la prese ad predicare et non dao resta.
Or la comenza ad predicare,
sapiamente ad favellare: 165
«Donna, voliote pregare:
una cosa te vollio mostrare,
set te lo plaquesse de fare,
estu meu comandu scultare.
Vuolliot’ estu anellu dare, 170
estu balzu adcommandare,
estu sudariu ad te lassare.
Pro Deu fàlume deservare.
Emfra me et te Deu ne sia mesu
emfratantu ke·tte sia erkesu.» 175
O poi ke questu audiu la sponsa çita,
cade em terra et foe stordita:
mae non se adcorgeva quella gita
net emtemdeva de quella vita
là ove Alesiu [volea]la m[enare], 180
certo, et non sapia commo se fare.
Ma mo, se quella remanea,
ora audite si·cque facea.
Argentu et auru assai tollea,
quomo et quantu ad lue placea; 185
gesse fora et via tenea
em quillu ke spena avea.
Qui emcontrava et ki videa
umqua non lu reconosia;
et ergo ad Christu Deu placia 190
estu viaju ket facia.
Mai la molge non sapia
quomo et quintu sola remanea.
Frate, quanta avea la mente desposata,
quano sola resta la sponsata! 195
Ma mo, set quella remanea,
sanctu Alesiu non figia;
tutta nocte sì foio
et citu ad mare set ne gio:
quantu volze ket peteo 200
Deu tuttu li complio:
nave li apprestao, ove sallio
et grande pellagu transio:
et Christi li foe guida et bona etniçia,
ke lu condusse em portu de Lauditia. 205
In Lauditia non demora,
geune em Siria em derectura,
là ove·nn’era bella figura,
de Christu Deu statura,
in una ecclesia per ventura 210
de Regina Mundi cura:
et era una figura in illo domo
ket non era facta ja per mano de homo.
Em quella estesse civitate
loco afflao sta sanctitate, 215
cui figura et claritate
foe de Christu veritate.
Adhoraola tre fiate
quanto l’era em voluntate.
Et mo, senjuri, or ascultate 220
quanta mustra bonitate.
Zo ket adbe em proprietate
tutte dede em caretate:
dispersit pauperibus divitia,
in eternum manet sua iustitia. 225
Et ipsu santu Alesiu se spolliao
multu ricke guarnimenta,
et vestiuse veramente
em figura d’un pezente.
«Quistu mondu m’è fallente, 230
refutar lu volio presente.»
De la syrica sua resplendente
non plaitava unquamente.
Era questa una civitate de Syria
là ’ve se spoliò la veste syrica. 235
Poi ket fó così adubbatu,
de cotale veste armatu,
co li poveri est assemblatu
et pelegrinu est clamatu.
Posqua vai dementicatu 240
et per lu mundu tapinatu;
ma certe de quantumqua ipsu mendicava,
multu pocu manicava,
tuttu quantu sì lo dava.
Quando giva mendicando, 245
lu su talentu condonanno,
en grande afflittione stando,
íaci ennanti en sancti entrando,
[guiderd]one de Deu spectando:
et tuttavia se giva orando 250
et ad Deu se pigitanno,
et sempre gia comunicanno,
sicket certo tantu
servio puro et munnu et bellu senza vitio,
ket multu pl[acque] ad Deu lu so servitiu. 255
Ritmo lucchese del 1213; Bologna, Biblioteca del Collegio di Spagna, codice 45 contenente il De Natura hominis di Burgundione da Pisa.
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In nomine Domini, Amen. In M.CC.XIII, existentibus consulibus Rustichello di Pogio et Albertino Sanfreducci et sociis maioribus, per Crucis triumfum fuit sconfictus Marchio Guilielmus Sardus cum flore peditum et militum Civitatis Pisane et districtus, et peditum et militum Pistoriensium, et comitis Guidonis Guerre, et totius comitatus Lunensis et maxime Massa del Marchese, et quasi omnes nobiles Val d’ere et di Val d’Arno et di Val d’Elsa et di Val d’Ebola et comitatus Volterre, a civitate Luca et Rosso et Mediolombardo da Castello Aghinolfi, cum Rosso tantum estantibus nobilibus Gotifredo et Ubaldo Eldissi, Pisanis civibus, et filius Aldibrandi Bembon, et alio eorum militibus et filium Berlinghieri de Travalda et nobili nostro confolanerio Uguicionello de Monte Calvori, castellano abatis Sestensis. Que sconficta fuit i[n] medio januario justa Massam del Marchese uno miliaro, albergariam faciente Luca al Fregioro. In qua sconficta captus fuit Rugerius comiti Guidonis filius cognatus Marchionis predicti, comes Gerardus di Pian di Porto. Lanfrancus Lazari de Pistorio, Mussus de Pistorio et Guittoncinus Sighiboldi, et alii VI de nobilioribus dicti Pistorii; et omnes Luce missi in captuna. Item V de nobilioribus dicte Masse. Rossas vero et Mezolombardus habuerunt Graccum de Sala et XII de nobilioribus dictae Masse in eorum captuna. Et ultra L fuerunt alii qui malo more fuerunt tramanganati. Inter quos filius Gerardini Ghiandonis, qui cum esset a Marchionis parte, per rolandum ceci fu abatuto et Orlando ebb’el cavallo. Similiter Guidarellus Barletti fu dal Marchese et [fu] abatuto: Ma si fu tramanganato Guido Franchi che batté ne la nostra Moneta et or no fu sopra. |
traduzione [Nel nome del Signore, amen. Nel 1213, mentre erano consoli Rustichello di Pogio e Albertino Sanfreducci con gli alleati maggiori, per il trionfo della Croce fu sconfitto Marchione Guglielmo Sardo, col fior fiore dei soldati e dei cavalieri della città pisana e distrutto, e dei soldati e dei cavalieri pistoiesi, e i compagni di Guidone Guerre, e di tutto il comitato di Luni e soprattutto Massa del Marchese e quasi tutti i nobili della val D'ere e di Val d'Arno e di Val d'Elsa e di Val d'Ebola e il comitato di Volterra e la città di Lucca e di Mezzolombardo da Castello Aghinolfi, con Rosso presenti i nobili Gotifredo e Ubaldo Eldissi, cittadini Pisani, e il figlio di Aldobrando Bembon, ed altri loro soldati e il figlio di Berlinghieri di Travalda e il nostro nobile confaloniere Uguicionello de Monte Calvori, castellano dell'abate Sestense. Questa sconfitta avvenne alla metà del mese di gennaio un miglio lontano da Massa del Marchese, mentre Luca albergava al Fregioro. In quella sconfitta fu preso prigioniero Rugerio compagno del figlio di Guidone, cognato del predetto Marchione, il compagno Gerardo di Pian di Porto. Lanfranco Lazzaro di Pistoia, Musso da Pistoia e Guittoncino Sighiboldi ed altri 6 nobili della detta Pistoia; e tutti furono portati prigionieri a luce. Anche 5 tra i nobili della detta Massa. Ed altri 50 furono in malo modo feriti. Tra i quali il figlio di Gerardino Ghiandone, che, facendo parte della compagnia di Marchione, fu abbattuto ed Orlando si prese il suo cavallo. Allo stesso modo Guidarello di Barletto fu abbattuto dal Marchese. Ma fu ferito Guido Franchi che battè la nostra moneta ed ora non è più al suo posto.] |
Testimonio di una ricca tradizione culturale e letteraria monastica, questo ritmo, che risale alla fine del secolo XII, è contenuto nel manoscritto Codice 552, 32, della Biblioteca dell'abbazia di Montecassino, vera capitale linguistica, culturale ed economica del territorio posto fra Lazio, Campania e Abruzzo, "una roccaforte, come ha detto il Folena, della cultura occidentale all'incrocio fra molte correnti latine, greche e longobarde. Si pensava in origine che tutte le stanze dovessero avere lo stesso numero di versi, e quindi che il testo presentasse numerose lacune; ma la scoperta del Ritmo di sant'Alessio ha fatto conoscere una forma strofica giullaresca composta in una serie non fissa di ottonari (o novenari) monorimi, chiusa da una coppia di endecasillabi. Pertanto oggi si ritiene ragionevolmente che il Ritmo cassinese non contenga lacune e che il senso sia sia compiuto e scorrevole. Il Ritmo, è opera di un autore indubbiamente colto, e lo dimostra l'uso di un linguaggio nel quale possiamo mettere in evidenza la presenza di provenzalismi (langue d'oc) e di latinismi. L'autore, rinchiuso in un convento, nel quale svolge le sue pratiche ascetiche, si fa interprete della vita, esprimendo quello che sa secondo le Sacre Scritture, colle quali si può esprimere bene, e si chiede come potrebbe condurre un uomo una vita regolare, visto che questo mondo è godibile e renderebbe miscredente ognuno: l'unico rimedio è di tenere bene a mente ciò che è scritto nella Scritture. Ogni cosa è fatta nel nome di Dio, ogni cibo o bevanda non è di questa terra, ma deve essere del regno celeste. Dopo un breve prologo, che serviva, secondo le regole retoriche classiche, ad attirare l'attenzione del lettore (captatio benevolentiae), sono posti in scena due personaggi: uno che viene dall'Oriente e un altro che viene dall'Occidente si scambiano proprio questo sapere. Il ritmorappresenta l'incontro e il dialogo dei due personaggi, il Mistico, che viene dall'Oriente e espone il bene della vita monastica dedicata a Dio, al quale si chiede qualunque cosa serve e che si trova nelle Scare Scritture, e un Tale, che viene dall'Occidente e rappresenta le caratteristiche della vita secolare, di quelli che "vivono nel secolo", non vivono cioè in conventi o monasteri, ma lavorano e mettono al mondo i figli. Ricordiamo a questo proposito che nel Medioevo possiamo distinguere tre grandi classi sociali: i bellatores (nobili che combattevano per tutti), gli orantes (preti e monaci che pregavano per tutti), e infine i laborantes (il popolo che lavorava per tutti, anche per mantenere gli orantes e i bellatores.
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testo originale |
Traduzione |
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5 10 15 20 25 30
35 40 45
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Eo siniuri, s’eo fabello, lo bostru audire combello: de questa bita interpello e•ddell’altra bene spello. Poi k’enn altu m’encastello, ad altri bia renubello. E•mmeb’e[n]cendo flagello. Et arde la candela, sebe libera, et altri mustra bïa dellibera. Et eo, se nce abbengo culpa jactio, por vebe luminaria factio. Tuttabia me nde abbibatio e ddiconde quello ke sactio: c’alla Scrittura bene platio. Ajo nova dicta per fegura, ke da materia no sse transfegura e coll’altra bene s’affegura. La fegura desplanare; c’apo i lobollo pria mustrare. Ai, dumque, pentia null’omo fare questa bita regu[l]are? Deducer’e deportare mort’è, non guita, gustare. Cunqua de questa sia pare? Ma tantu quistu mundu è gaudebele ke l’unu e l’altru face mescredebele! Ergo, poneteb’a mente la Scriptura como sente. Ca là sse mosse d’Oriente unu magnu vir prudente, et un altru Occidente. Fori junt’in albescente; addemandaruse presente. Ambo addemandaru de nubelle, l’unu e ll’altru dicuse nubelle. Quillu d’Oriente pria altia l’occlu, sì llu spia, addemandaulu tuttabia como era, como gia. «Frate meu, de quillu mundu bengo, loco sejo et ibi me combengo.» Quillu, auditu stu respusu cuscì bonu ’d amorusu, dice: «Frate, sedi, josu; non te paria despectusu; ca multu foracolejusu tia fabellare ad usu. Hodie maiplu non andare, ca te bollo multu addemandar’ e serbire, se mme dingi commandare.» «Boltier’ audire nubelle de sse toe dulci fabelle: onde sapientia spelle, dell’altra bene spelle. Certe credotello, frate, ca tutt’è ’m beritate. Una caosa me dicate d’essa bostra dignitate: poi k’en tale destuttu state, quale bita boi menate? Que bidande mandicate? Abete bibande cuscì; amorose como queste nostre saporose?» «Ei, parabola dissensata! Quantu male fui trobata! Obebelli ài manucata tia bibanda scellerata? Obe l’ài assimilata? Biband’avemo purgata d’ab evitia preparata: perfecta binja piantata, de tuttu tempu fructata. En qualecumqua causa delectamo tutt’a quella binja lo trobamo e ppuru de bedere ni satiamo.» «Ergo non mandicate? Non credo ke bene ajate! Homo ki nimm bebe ni manduca non sactio comunqua se deduca nin quale vita se conduca.» «Dumqua, te mere scoltare: tie que te bollo mustrare. Se tu sai judicare tebe stissu, metto a llaudare. Credi, non me betare lo mello, ci tende pare. Homo ki fame unqua non sente non è sitiente. Qued à besonju, tebe saccente, de mandicare e de bibere? Niente!» «Poi k’en tanta gloria sedete, nulla necessu n’abete; ma quantunqu’a Deu petite tuttu lo ’m balia tenete; et en quella forma bui gaudete. Angeli de celu sete!» |
Io, signori, se parlo eccito il vostro ascolto, di questa vita duco e dell'altra ben spero. Dopo che in alto mi sono rinchiuso lascio ad altri la vita secolare. Verso di me uso penitenze. Arde la candela, ma io son libero, ad altri mostra la via libera. E se giaccio in una colpa, per voi illumino la via. Tuttavia mi eccito e dico quello che so: che trovo nella Scrittura. Ho nuove parole in allegoria, che colla materia non si trasfigura e coll'allegoria si può ben esprimere. Voglio spiegare l'allegoria, ma prima la voglio mostrare. Dunque, potrebbe qualche uomo fare questa vita regolare? Divertirsi e sollazzarsi è morte, non è gustar la vita. Che cosa è l'origine di questa vita? Ma tanto questo mondo è godibile che l'uno e l'altro rende miscredente. Per questo ponetevi in mente cosa è scritto nella Scrittura. Si mosse di là, dall'Oriente un grande uomo prudente, ed un altro dall'Occidente. Sono giunti verso l'alba; si chiesero del presente. Entrambi chiesero cose nuove l'uno e l'altro si dicono cose nuove. «Quello d'Oriente prima alza l'occhio, lo guarda e gli chiede tuttavia come era, come va. Fratello mio, da quel mondo vengo lì risiedo e lì voglio ritornare.» Quello, udita questa risposta, così ben affettuosa, dice: «fratello, resta, siedi, non apparire dispettoso, che molto sarebbe desiderabile parlarti familiarmente. Oggi non camminare più perché ti voglio chiedre molte cose e servirti, se mi comandi qualcosa.» «Volentieri ascolto cose nuove se tu ne parli dolcemente, per cui di sapienza parli, parla dell'altro bene.» «Certamente ti credo, fratello, che tutto è detto con verità: che mi diciate una cosa di questa nostra dignità: poiché state in questo sollazzo, quale vita voi menate? quali cibi mangiate? Avete bevande così amorose come queste nostre saporose?» «O parola insensata! Quanto male hai creato! Dove l'hai mangiata questa vivanda scellerata? Quando l'hai ingerita? Noi abbiamouna bevanda pulita, preparata bene dall'inizio abbiamo piantato una vigna perfetta, che in ogni stagione porta frutto. E qualunque cosa ci serve (e ci diletta) in quella vigna la troviamo; e anche da bere ci saziamo.» «Dunque, non mangiate? Non credo che ne riceverete bene! Uomo che non beve e non mangia non so come si possa divertire né quale vita possa fare.» «Dunque, ti conviene ascoltarmi, perché te lo voglio dimostrare. Se tu sai giudicare, tu stessi da solo lo loderai. Credimi, non mi vietare il meglio, se ti sembra. Un uomo che fame mai non sente e non ha sete ha bisogno, perché tu lo sappia, di mangiare e di bere? Niente!» «Poi che in tanta gloria sedete, e nessuna necessità avete; ma ogni cosa a Dio chiedete, tutto ciò che vale avete; e in quella forma voi godete. Angeli del cielo, siete.» |
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5 gennaio 1997 © 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2011 |