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Edizione di riferimento:
Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, vol. X, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1955
Dramma comico per Musica di Polisseno Fegejo Pastor Arcade da rappresentarsi
nel Teatro Giustinian di S. Moisè il carnovale dell’anno 1750
PERSONAGGI
Arcifanfano re dei matti. Il Sig. Francesco Baglioni.
Sordidone pazzo avaro. Il Sig. Alessandro Renda.
Madama Gloriosa pazza superba. La Sig. Dionisia Lepri.
Madama Semplicina pazza ritrosa. La Sig. Costanza Rossignoli.
Madama Garbata pazza allegra. La Sig. Serafina Penni.
Furibondo pazzo collerico. Il Sig. Francesco Carrattoli.
Malgoverno pazzo prodigo. La Sig. Berenice Penni.
Li Balli sono d’invenzione e direzione del Sig. Minelli d’Addatti.
MUTAZIONI DI SCENE
ATTO PRIMO
Campagna deliziosa con collina amena in prospetto, adornata di vari alberetti; e da un lato veduta della Città, con porta che introduce nella medesima. Trono da un lato, e tavolino e sedie. Camera nel palazzo dell’Arcifanfano.
ATTO SECONDO
Camera suddetta. Sala reale con varie gabbie di ferro.
ATTO TERZO
Campagna remota in poca distanza dalla Città. Sala dell’Arcifanfano, con trono e sedie. Luogo capriccioso destinato per dar il nome alla reale Città.
Le Scene sono d’invenzione e direzione del Sig. Girolamo Mauro
ARCIFANFANO RE DEI MATTI
Può darsi che la recita dell’Arcifanfano nel teatro di San Moisè abbia aperto la stagione di carnovale (26 dicembre ’49) precedendo Il Mondo della Luna che il Goldoni scrisse per primo, come appare da un’allusione di Arcifanfano nel colloquio con Semplicina. Forse questo melodramma parve più buffo e più adatto, tanto più che per la musica, composta in parte dal Galuppi, si ricorse alle arie di maestri diversi; e probabilmente il Buranello non aveva ancora finito di musicare il Mondo della Luna. Certo nel libretto si tace il nome del compositore, e così nella ristampa fatta a Venezia l’anno stesso e in quella fatta a Parma nel ’52. Nel ’55, ripetendosi I’Arcifanfano al San Samuele, si avvertiva il pubblico che la musica era «quasi per l’intiero rinnovata ». Solo nel libretto stampato a Modena per la recita estiva nel teatro Rangoni, in quel medesimo anno, si legge: «La Musica è la maggior parte del celebre Maestro Sig. Baldassare Galuppi detto Buranello, ed altri celebri Maestri ». Il Goldoni poi, ricordando una replica a Roma nel carnovale ’59, dice senz’altro nei suoi Mémoires: «Musique de Buranello». Pur troppo anche i maestri più grandi erano talvolta sottoposti dagli impresari al tormento d’infarcire in furia simili pasticci.
Il nome di arcifanfano, com’è noto, si trova nel Morgante del Pulci; e dal significato primitivo di «vecchio becco» (lat. hircus) e d’«uomo vituperoso» (vedasi il Cecchi ne’ Proverbi) passò a significare un «fanfarone», un uomo vanitoso e sciocco. Le commedie poi di pazzi, veri o finti, abbondano nel teatro. Tuttavia il Goldoni non imita nessuno e inventa di sua testa. Certo conosceva, almeno per fama, l’Elogio della follia (1512) di Erasmo e forse la Nave dei pazzi (1494), detta pure lo Specchio dei pazzi, di Sebastiano Brandt. La città dei pazzi d’Arcifanfano non somiglia da lungi a Narregonia? Non rappresenta anch’essa l’intera società umana, il Mondo? Ma il Goldoni non vuol fare propriamente della satira, non è Aristofane e nemmeno Luciano: anche qui non si propone che di far ridere d’un riso schietto e buono i Veneziani in una sera di carnevale. Tuttavia nello scherzo piacevole la moralità e la satira scappano fuori. Come non ricordare a Venezia il Ligamatti (1675) e il Castigamatti (1695) di don Domenico Balbi e, più tardi, la Chebba o Gabbia dei matti (1760) del frate Gnesio Basapepi (Giulio Cesare Bona), operette morali in versi veneziani sulle varie pazzie degli uomini? Oppure l’incisione popolare del Mitelli, che s’intitola Il mondo gabbia di matti (Bologna, 1684)?
Anche l’Arcifanfano goldoniano sfugge alla minuta analisi, ma si legge con piacere sia per l’invenzione originale, e direi geniale, sia per la felice caricatura dell’avaro (Sordidone) e della finta semplice (Semplicina); sia per i molti spunti satirici. Sui precedenti drammi giocosi, anche sull’Arcadia in Brenta, mi sembra che questo si sollevi e meriti d’esser distinto, benché conservi i soliti vizi dell’improvvisazione nella negligenza e sciatteria dei versi e del linguaggio, e in qualche particolare sciocco e puerile.
Il Goldoni componeva tali bizzarrie spinto dal bisogno, come sappiamo, non dall’arte: tuttavia la sfilata dei pazzi davanti ad Arcifanfano, nella prima scena, ci dimostra nell’arguzia dei caratteri e del dialogo un esperto conoscitore della commedia umana. Tutte poi le scene tra Arcifanfano e Semplicina conservano il ben noto sapore goldoniano. Un po’ più stanco il terzo atto, che nella nuova edizione l’autore rifece in modo più felice. Sappiamo poi che il pubblico più elegante, se non più intelligente, di rado ascoltava con attenzione la fine. Quanto al linguaggio, giova ripetere che il Goldoni non riuscì a liberarsi di certe ridicole forme letterarie d’altre sciatte o scorrette, ma cercò e raggiunse molto spesso la semplicità e la naturalezza. A questo egli tendeva. Forse al teatro comico poteva adattarsi la lingua più scelta del Gozzi (parlo di Gaspare) oppure del Baretti? Ma come avrebbero dovuto parlare i personaggi del Goldoni se gli Italiani si esprimevano più o meno, anche nelle più colte conversazioni, nei loro dialetti? Come ripeto, ci convien ammirare questo regno dei pazzi che la fantasia del Goldoni, che avevi allora creato la Famiglia dell’antiquario, riuscì ad abbozzare con pochi ed affrettati segni: questo singolare Arcifanfano, folle bizzarria carnevalesca, che un poeta di forte ingegno potrebbe anche oggi riportar sul palcoscenico.
Il nostro autore si trovava in un periodo felice di produzione, all vigilia delle sedici commedie. Mancò all’Arcifanfano la musica per diventar popolare. Tuttavia fu rappresentato a Parma (1522), come vedemmo, a Bologna e a Milano (’54), si ripete a Venezia (’51 e ’55) si diede a Modena (’55), a Piacenza (’56), a Roma, a Firenze, a Torino (’59) e fece un volo a Lisbona, musicata da Giuseppe Scolari (’68); Anche Parigi godette nel ’60 l’Isle des fous «parodie de l’Arcifarfan de Goldoni» con le note del nostro Duni. Un’ultima recita si ricorda in Ungheria, ad Esterhazy, con musica del Gassmann.
Conosciamo dalla recita dell’Arcadia in Brenta i primi interpreti della presente operetta. Ritroviamo i nomi di Berenice e di Serafina Penni, probabilmente sorelle. La prima scompare da Venezia dopo il carnevale del ’51, e la vediamo a Napoli nel ’67. Ma Serafina detta la Senesina, credo dal luogo nativo, dopo le prove giovanili a Napoli nel ’43 e nel ’47, continuò a cantare per molti anni nei teatri veneziani e fu la principale buffa dei drammi giocosi del Goldoni, fino al 1760. Sior Carlo si divertiva, come si sa, a ritrarre sul palcoscenico il carattere degli artisti che interpretavano le sue opere. Così nell’Arcifanfano re dei matti Serafina è madama Garbata, la pazza allegra (« Non vuò parlar di guai; / Non ci ho pensato e non ci penso mai...- Sempre la stessa io sono.... Io voglio star allegra Senz sentir sospiri e batticori»), la quale abbraccia l’Arcifanfano (Ossia il buffo Baglioni) per far ingolosire e ingelosire madama Semplicina (ossia Costanza Rossignoli). Ella dunque è donna veramente goldoniana. Solo due anni dopo la partenza del grande commediografo per la Francia, nell’autunno del 1764, si lasciò attirare anch’essa per poco dal Chiari e cantò l’ultima volta in due drammi dell’abate bresciano, (l’Ingannator ingannato e la Francese a Malghera), il quale ormai abbandonato il campo de’ trionfi a Carlo Gozzi, s’accontentava d’abborracciare nuovi romanzi per le fantastiche lettrici e miseri drammi per i teatri musicali.
Intitolazione. Così si legge nella prima stampa dell’Arcifanfano «per Modesto Fenzo», Venezia, 1750.
ATTO I, scena i. Voce dialettale veneziana, in vece di piedin.
ATTO II, scena ii. Nella stampa dell’Arcifanfano « presso Modesto Fenzo che uscì nel medesimo anno per le recite a San Moisè «nell’Autunno dell’Anno 1750» il Goldoni sostituì a quest’aria un’altra che qui segue: «Si soffre una tiranna, Il so per prova anch’io, Ma una superba, oh, Dio, No, non si può soffrir. Già sento che s’affanna Ognor il mio pensiero, Per scorger se sia vero, Quel che mi fa sentir ».
Sc. VII sc. i. Quest’aria, che nelle prime stampe è virgolata, appartiene al Metastisio nelle varianti della Didone abbandonata, atto II, fine scena iii.
Sc. VIII. Nella ristampa dell’Arcifanfano per le recite dell’autunno a San Moise il Goldoni trasportò questa scena nel iii atto dove Forma la scena vi, e qui ne sostituì una più breve e pin graziosa:
Madama Semplicina sola.
Grazie al ciel se n’è andato.
Oh che pazzo egli è mai spropositato!
Io sono una fanciulla
Timida tanto e tanto vergognosa,
Che ognor mi sembra che il mio cor s’agghiacci,
Quando sento parlar questi omenacci.
Finché qualche omenaccio,
Dabbene e modestuccio,
Mi volesse parlar senza mirarmi,
Lascierei... signor si... oh signor no.
Un uomo? oibò, oibò.
Voglion le mani
Sempre allungar.
Voglion parlar,
Voglion scherzar.
Uh che vergogna,
Uh che rossori
Con quelle mani...
Con quegli occhiacci...
Oh che omenacci,
Mi fFan sudar.
Mi piacerebbe
Che un bel visino,
Ma molestino,
Ben mi volesse,
Che mi sapesse
Tacendo amar.
ATTO III; I. Il Goldoni rifece più felicemente questo atto per le repliche dell’Arcifanfano nell’autunno 1750 a San Moisè, meno le due ultime scene:
Camera con tre tavolini e sedie.
Madama Gloriosa seduta alla tavoletta, che si sta adcrnanci. M.A Garbata ad un tavolino con alcune bottiglie. Sordidone al tavolino, che numera i suoi denari. Malgoverno in piedi che va dispensando fiori.
Malgoverno: Deh, Madama Gloriosa,
Prendete questa rosa.
Gloriosa: Io non la voglio
Poiché i colori miei
Mi fanno rubiconda più di lei.
Malgoverno: Voi, Madama Garbata,
Prendete una gionchiglia.
Garbata: Vi lascio i fiori e prendo la bottiglia.
Malgoverno: Voi almen, Sordidone,
Prendete questo fior sì bello e raro.
Sordidone: Il fior che più mi piace è il mio denaro.
Malgoverno: Contentarvi vorrei;
E di più vi darei, quando ne avessi.
Pur troppo è vero: l’uomo generoso
Poche volte ha denaro,
E per lo più chi ne possede è raro.
Il denaro è quella cosa
Che ognun cerca, ognun desia:
Chi lo vuol per gettar via,
Chi lo vuol per adorarlo,
Per andarlo a vagheggiar.
Io qualor ne ho posseduto,
Certamente l’ho goduto.
Ed or poi che sono senza,
Mi conviene aver pazienza,
Far lunari, e sospirar. (parte
Madama Gloriosa, Madama Garbata, Sordidone
Garbata: E via, lasciate star, venite qui:
Finite di guardarvi nello specchio.
E voi di numerare
Lasciate quel denaro.
Questo vino è assai buono.
Ne volete un bicchiere? io ve lo dono.
Gloriosa: Bevete pure, che buon pro vi faccia.
Io mi sazio abbastanza
Guardando nel cristallo
Di queste luci belle
I raggi fiammeggiar come due stelle.
Sordidone: Bevete pur, bevete;
Fame non ho, né sete,
Quando vedo quest’oro.
L’oro della mia vita è il sol ristoro.
Garbata: Oh pazzi maledetti !
Tutti al rovescio del diletto mio.
Se non volete ber, beverò io.
Guardate nello specchio.
Oimè che gran bellezza!
Contate quel denaro.
Oimè che gran ricchezza Intato io beverò
E un brindisi farò:
Evviva, evviva quelli
Che mi stanno a ascoltar.
Io parlo di voi due,
Degl’altri, no, non parlo.
Il brindisi vuò farlo
Soltanto a chi mi par. (parte)
Madama Gloriosa e Sordidone
Gloriosa: Oh guardate che invidia
Hanno le dorme della mia bellezza!
Perché ognuna mi sprezza,
Ma ognuna, che conosce il suo difetto,
E obbligata a lodarmi a suo dispetto.
Chi le mie guancie,
Chi le mie chiome,
Chi le mie luci
Sospira e brama.
Ciascun mi ama,
Ciascun desia
La grazia mia
Tutta acquistar.
Anco le donne
Sono forzate
A farmi intorno
Le innamorate,
E per l’invidia
Quasi crepar. (parte)
Sordidone, poi Furibondo
Sordidone: Questo è lo specchio mio,
Questa è la mia bellezza.
E so che più s’apprezza,
Da chi non è di noi più goffo e stolto,
Una bella moneta di un bel volto.
Furibondo: Alto, alto. (colla spada sfodrata)
Sordidone: Fermate.
Furibondo: Presto va via di qua.
Sordidone: Ma il mio denaro...
Furibondo: Lascialo, o sozzo avaro.
Sordidone: Io lasciarlo? perché?
Furibondo: Perché il denaro tuo lo vuò per me.
Sordidone: Ah più tosto ammazzatemi,
Feritemi, scannatemi,
Poiché questo denaro
Più della vita mia mi riesce caro.
Furibondo: L’hai goduto abbastanza,
Or lo devi lasciar.
Sordidone: Signor, più tosto
Ve ne darò qualche porzione a patti.
Furibondo: Un uomo valoroso
Non apprezza il denaro.
Sordidone: Eppur io so
Che i forti militari
Combattono anche lor per i denari.
Furibondo: Ma io non ne ho bisogno.
Io di quelle minuzie mi vergogno.
L’oro e la terra,
Tutto è per me.
Voglio far guerra
Con tutti i re.
Perché hai tremato,
Te l’ho lasciato;
Prendilo pure,
Ch’egli è per te. (parte)
Sordidone solo.
Povero il mio denaro!
Vien qui, vien qui, mio caro.
Ti voglio sotterrar... ma i scellerati
Lo troveran: dunque che far dovrò?
Povero il mio denaro! io non lo so.
Il mio caro denaro sei tu.
Non so dove nasconderti più.
Zitto, zitto, so quel che farò:
Liquefatto me lo beverò. (parte)
Semplicina, poi Arcifanfano
Semplicina: Io non so; non intendo
Cosa mi dica il core.
Se alcuno non mi guarda, mi dispiace.
Se mi guardano un poco,
Vengo dalla vergogna tutta fuoco.
Ma viene l’Arcifanfano.
Vorrei, e non vorrei...
Andrei, e non andrei...
Mi piace, ma non so...
Sono fra il sì ed il no.
Per veder che sa fare e che sa dire,
Fingerò di dormire. (siede, e finge di dorrnire
Arcifanfano: Che val il regno mio
Se goder non poss’io qualche contento
Con quella pazzarella un sol momento?
Ma eccola che dorme.
Quanto, quanto è bellina!
Oh che bella bocchina!
Che bel color di rosa!
Mi dispiace che sia tanto ritrosa.
Eppure il re de’ pazzi
Non doverebbe aver tanti riguardi.
Ma amor con sue vicende
Ora leva il cervello, ora lo rende.
Voglio destarla... e poi...
Se n’anderà quando sarà destata.
Dunque è meglio lasciarla addormentata.
Ma fino ch’ella dorme,
Non può dell’amor mio sentir pietà.
Dunque è meglio svegliarla, e che sarà?
Andrò così bel bello
Svegliandola, chiamandola pian piano.
Non starò né vicino, né lontano.
Semplicina bella bella,
Su svegliatevi, per pietà.
Semplicina: Arcifanfano caro caro,
Consolatemi, per pietà.
Arcifanfano: Vengo, vengo... dorme ancora.
Semplicina: Caro caro...
Arcifanfano: Dorme ancora,
E dormendo si sogna di me.
Semplicina, mia bellina...
Semplicina:. Chi mi chiama?
Arcifanfano: Sì, son io.
Furibondo: Ed io me n’anderò
A unirmi con quei pazzi
Che fanno i bellicosi
Sol per il gusto di morir gloriosi.
Garbata: Io per me posso andare
Per tutto dove voglio, e son sicura
Di trovar compagnia,
Mentre piace per tutto l’allegria.
Semplicina:. Io sto bene così.
Arcifanfano: E voi restate qui.
Semplicina: Non ho più ritrosia.
Arcifanfano: Sanata ha il matrimonio la pazzia. (i cinque pazzi s’avviano alla collina)
|
Gloriosa: Sordidone: Furibondo: Malgoverno: Garbata: |
Per tutto il mondo andremo, E pazzi troveremo Per tutto in quantità.
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||
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Semplicina: Arcifanfano: |
Andate, andate, pazzi, E noi restiamo qua. |
a due |
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a cinque Lasciamo l’Arcifanfano,
Ché pazzi già non mancano
Per tutte le città.
a due Andate, andate subito,
Ché noi restiamo qua.
a cinque I sordidi, i collerici,
I malgoverni prodighi,
E ognor le pazze femmine
Il mondo produrrà.
a due Andate per il mondo,
E noi restiamo qua.
Semplicina: Dove siete, idolo mio?
Arcifanfano: Cara, cara, eccomi qua.
Semplicina: Compatitemi, che ho sognato.
Arcifanfano: Ecco il sogno verificato.
Semplicina: Oh che sogno!
Arcifanfano: Semplicina.
Semplicina: Mi vergogno.
Arcifanfano: Via, carina,
Già che il sogno ti è spiegato.
a due Oh che sogno fortunato!
Oh che dolce e caro amor!
La scena vii è la x della prima stampa; in luogo però d’una « sala », dice la didascalia: « campagna, con collina ». La scena ultima corrisponde a quella della prima stampa fino alla parola il mondo. Poi così segue e finisce:
Arcifanfano: Ecco il nome, ecco il nome.
Sarete soddisfatti.
Poco vi vuole a soddisfare i matti
In tutto, in tutto il mondo
Savi e pazzi si trovano,
E spesso si confondono tra loro.
Talor saggio dirassi
Chi non ha di ragion nemeno un raggio.
Gloriosa: Dunque se tutto il mondo
E la nostra città, restate pure.
Girando andrò per questa parte e quella
A trovar genti che mi dican bella.
Sordidone: Se per tutto vi son ladri assassini,
Anch’io vado
A far cogl’altri l’assassin di strada.
Malgoverno: Ed io già che non posso
Saziar fra questi pazzi le mie voglie,
Anderò per il mondo
A far quel bel mestier del vagabondo.
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