Alessandro D'Ancona

Introduzione

La Leggenda di Vergogna

La Leggenda di Giuda

Edizione di riferimento

La leggenda di Vergogna e la Leggenda di Giuda, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1869

Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna nel 1968

A Domenico Comparetti

PROFESSORE DI LETTERATURA GRECA

NELLA UNIVERSITÀ DI PISA

Le molte rassomiglianze fra le due Leggende che seguono ci hanno persuaso a pubblicarle congiuntamente, sebbene poi differiscano non poco fra loro in taluni particolari, e soprattutto nel fondamentale concetto e nell'intento. Trattasi nella prima di un re, che, a suggestione del diavolo, rende feconda la propria figlia di un fanciullo che viene gettato nel mare, ma che, per vari casi di fortuna, si trova da ultimo a diventare inconsapevolmente, lo sposo della stessa sua madre: insieme con la quale si reca a penitenza, facendo dura ammenda dell'involontario peccato. Nella seconda invece, si racconta di due sposi che, spaventati dai tristi presagi di un sogno, gettano anch'essi in mare il proprio figliuolo appena nato: il quale, dopo vari casi di fortuna, ritorna anch'esso alla patria ignota, uccidendovi il padre e sposando la madre; nè del peccato ottiene perdono, perchè la malvagia natura lo trae per ultimo al tradimento dell'amico e maestro. La prima di queste due narrazioni si potrebbe designare col nome di Gregorio Papa, che generalmente porta nella letteratura popolare cristiana dell'età media: la seconda con quello di  Giuda Scariotto. L'una è informata della idea tutta cristiana: che non vi ha sì gran colpa la quale non si lavi, dinnanzi a Dio, colla penitenza rigorosa e sincera [1], ed insegna che i capricciosi decreti della sorte cieca e malvagia possono essere distrutti e vinti dalla umiltà e dalla sommissione; l'altra, che a prima vista parrebbe quasi volta a confermare l'idea pagana del fato, mostra evidente la reminiscenza del racconto greco di Edipo, i casi del quale sembrano pensatamente appropriati a Giuda Scariotto per renderne anco più odioso il nome, all'orrore del tradimento aggiungendo quello del parricidio e dell'incesto.

Della prima leggenda noi diamo un testo inedito del buon secolo tratto dal cod. palatino-panciatichiano N. 75, alquanto più diffuso di quello che sotto il nome di Novella d'un barone di Faraona [2], fu già pubblicato dall'infaticabile Cav. Commend. Francesco Zambrini. Alla leggenda in prosa un'altra in versi ne abbiamo aggiunta, evidentemente composta su quella da un ignoto cantore di piazza del secolo xiv, avvertendo tuttavia che il cod. Magliabechiano viii,3, onde l'abbiamo tolta, sembra mancare in fondo di una, o al più di due ottave. Il testo del Giuda abbiamo esemplato sul cod. Riccardiano 1254, car. 78: e vi abbiamo aggiunto un testo inedito francese dal cod. Gallic. xxxvi, g. ii, 13 della Biblioteca di Torino [3], pel quale chiediamo venia ai dotti filologi francesi degli errori nei quali molto probabilmente saremo caduti.

Nell'antica letteratura francese noi troviamo una leggenda che ha molte affinità con quella da noi pubblicata, ed è la Vie du Pape Grégoire le grand, edita per la prima volta dal Sig. Victor Luzarche [4], e che il Sig. Littré, studiandola accuratamente nelle forme lessigrafiche e grammaticali, crede dover riferire al principio del XII°, e fors' anco all' XI° secolo [5].

Stimiamo bene dare un sunto di questa leggenda dell'anonimo poeta d'oïl. Un conte d'Aquitania muore lasciando due figli in tenera età: un maschio ed una femmina. Quegli, ad istigazione del diavolo, è preso d'amore violento verso la sorella: giace con lei e la rende madre. Allora la grandezza del fallo commesso si svela agli occhi del peccatore, che, confidatosi ad un vecchio consigliere del padre, si reca in pellegrinaggio verso Gerusalemme. Quando esce alla luce il frutto del disonore e del peccato, il vecchio confidente lo gitta al mare in una piccola barca, insieme con alcuni preziosi oggetti, e con questa scritta

Qui trovera icest enfant

Sache de veir e ne l' dot mie

Que, par peché e par folie,

L'ot uns freres de sa seror.

La barca sospinta dalle onde approda in paese lontano, e viene raccolta da due pescatori, i quali ne recano il contenuto all'abate di un prossimo monastero. Uno di essi, più povero, ha per sua parte gli oggetti preziosi: l'altro , più ricco, riceve il fanciullo, che dall'abate viene battezzato col nome di Gregorio. Questi frattanto cresce insieme coi figliuoli propri del pescatore: ma essendo un dì venuto a contesa con uno di loro, sente rimproverarsi aspramente dalla creduta madre, l'ignota sua origine. Gregorio ricorre all'abate, che invano cerca di consolarlo; e, prese le armi di cavaliere e la tavoletta nella quale è scritto il mistero del suo nascimento, va per il mondo in cerca dei genitori. Dei quali uno era già morto prima di giungere in Terrasanta: e la madre a mala pena si difendeva contro i baroni del regno, che sotto specie di desiderarne la mano, agognavano invece al possesso dei suoi dominj. Senza sapere che l'Aquitania è la terra appunto ove nacque, Gregorio vi si ferma ai servigi della Contessa, e in breve tempo, con maravigliose prove di valore, la libera dai suoi oppressori, e per premio delle sue imprese ne ottiene la mano. Ma lunga non è la felicità dei due sposi; poichè la Contessa, un giorno che Gregorio è assente, scuopre la tavoletta ove ella scrisse già di propria mano il suo peccato, e che le fa riconoscere nel marito il figliuolo. I due infelici tosto si separano, amaramente lagnandosi del demonio e caldamente raccomandandosi al Signore; e l' uno dall'altro disgiunti, si dispongono ad aspra vita di lagrime e di penitenza. Gregorio , spogliati gli abiti reali, sceglie a soggiorno una caverna scavata in uno scoglio e tutta circondata dalle acque; e il pescatore che ve lo conduce gli chiude i piedi nei ceppi, e ne getta in mare le chiavi. Così passano diciassette anni, nei quali Gregorio si sostenta solamente coll'acqua del cielo. Dopo questo tempo, vacando la sedia pontificia, un angiolo impone al clero ed ai borghesi di Roma che vadano in cerca di un penitente, chiuso in una lontana caverna sul mare. Alcuni messaggieri si pongono in via: e dopo qualche tempo giungono alla casa di quel pescatore che aveva messo Gregorio in ceppi. Qui si compie un miracolo: chè il pescatore, apprestando la cena, rinviene entro un pesce le chiavi delle catene in cui aveva stretto il penitente. Benchè reluttante, Gregorio vien costretto ad accettare l'ufficio cui la voce stessa di Dio lo ha chiamato [6]. Intanto la Contessa, dopo aver trascorso molti anni in penitenza nel suo palagio di Aquitania, si propone di andare a Roma, e ricever dal Papa, della cui santità le è giunta la fama, la remissione dell'antico peccato. Giunge, e ritrova nel Pontefice il figlio e lo sposo: e per le esortazioni di lui rinunziando interamente al mondo, si chiude in un chiostro ove di lì a poco muore: e all'anima, redenta dal pentimento e monda di colpe, sono dischiuse le porte del paradiso

E deservit, après sa mort

Aveir el ciel verai confort

E la corone pardurable

Ensemble o vie esperitable.

Sarebbe difficile il dichiarare se l'anonimo troviero componesse di suo capo la leggenda, o se la raccogliesse invece dalla viva voce del popolo, aggiungendovi forse soltanto di proprio qualche particolare. E difficile al pari sarebbe lo assegnare le ragioni per le quali o il poeta o il popolo scegliessero a protagonista un pontefice, e precisamente Gregorio. Neanco sarebbe facile lo sciogliere il dubbio proposto dal Greith che cioè, anzichè del primo Gregorio, al quale solo è dato comunemente il titolo di grande, nella leggenda voglia parlarsi del settimo: del forte avversario del concubinato ecclesiastico e laicale , reso fatalmente partecipe dei falli stessi da lui combattuti [7].

Forse la leggenda dapprima corse senza espressa menzione del protagonista; e non le fu dappoi appropriato un nome, e quello appunto di un pontefice, se non per meglio dimostrare colla grandezza dell'uomo e dell'ufficio, quanto sia fragile la natura umana e possente la penitenza e la divina misericordia inesauribile: e poichè in cotesti tempi e in cotesti paesi ove nacque la leggenda suonava illustre la fama di un pontefice Gregorio, senza che tuttavia si conoscessero i particolari della vita di lui, questo Gregorio, qual esso siasi, primo o settimo, divenne senz'altro l'eroe della volgare narrazione.

Probabile ci sembra questo soltanto, che la leggenda non nascesse in Italia; e ciò, perchè la condizione civile della nostra penisola nell'età media fu al nascimento ed alla diffusione delle favole assai meno propizia che quella di altri paesi della cristianità: ma se anco l'Italia non fosse stata in ciò diversa dalle altre regioni d'Europa, certo è che la lontananza da Roma agevolava oltr'alpi l'appropriazione ad un pontefice di questo racconto, che non è mai uscito del resto, dalla cerchia delle favole poetiche [8]: laddove, di qua dai monti, la vicinanza della eterna città e la presenza del papato dovevano essere grandissimo ostacolo a siffatta appropriazione.

Che poi la leggenda di Gregorio sorgesse primamente in Francia, sembrano provarlo i documenti sinora noti; perchè, sebbene anche la letteratura medievale inglese [9] e la tedesca possiedano identiche narrazioni, è ormai chiaro, per gli acuti raffronti del Littré, che coteste sono imitazioni dell'originale francese, al modo stesso della narrazione latina che si trova, accresciuta di curiose considerazioni mistiche, nel Gesta Romanorum [10].

Se poi poniamo a confronto la leggenda di Gregorio con quella di Vergogna, noi vedremo come fra l'una e l'altra ci sieno non piccole differenze, che però non escludono la derivazione di questa da quella. Così, ad esempio, nella leggenda di Gregorio l'incesto non è fra padre e figlia, come nella nostra, ma tra fratello e sorella. Molti altri particolari furono ommessi nella narrazione italiana: come la dura penitenza dell'innocente incestuoso sopra lo scoglio, e il miracoloso ritrovamento delle chiavi, e il successivo inalzamento del penitente alla suprema dignità del pontificato. Nè è da tacersi che la leggenda italiana ha più del cavalleresco che dell'ascetico. Ad ogni modo però, poichè tutto il nodo della narrazione sta nell'incesto innocente dopo un primo incesto colpevole, e nel pentimento accetto a Dio che lava e cancella l'uno e l'altro peccato, sarebbe impossibile il non riconoscere ed ammettere un vincolo storico fra la leggenda francese e l'italiana. Forse la leggenda francese pervenne in Italia colla tradizione orale per mezzo dei girovaghi cantores franciginorum ; e, deposto dapprima il nome di Gregorio, si andò, a causa del suo stesso modo di trasmissione, via via modificando in molte sue parti, sino al momento che fu ridotta in iscrittura, in quella forma che per noi si produce in pubblico.

E già forse prima la narrazione francese si era andata modificando in altra maniera, come cioè, la troviamo in un cod. di Leggende della Vaticana, di scrittura del sec. xiv°, e numerato 456 degli Urbinati, ove essa porta il titolo di Vita S. Albini [11]. Questo testo scoperto dal Greith, e che comincia: « Fuit olim in partibus Aquilonis imperator quidam potens et nobilis », si riaccosta in parte al nostro testo, narrando di un Imperatore che dopo morta la moglie , genera un fanciullo colla propria figliuola; ma se ne discosta per contrario in altri particolari. In questa versione, il bambino involto in vesti di porpora è portato nell'Ungheria ed esposto sulla strada maestra, donde viene raccolto e recato in corte al re, che lo educa e lo lascia in ultimo erede del trono. L' imperatore , a cui giunge notizia della virtù di Albino, gli offre la mano della propria figliuola, colla quale il giovine re si unisce in matrimonio, vivendo con essa fino al giorno nel quale, per mezzo degli oggetti che la madre, ora moglie, aveva posto fra mezzo le fasce, ne vien scoperta la origine.

Fra gli antichi monumenti della letteratura francese che si riconnettono al nostro ciclo dell'incestuoso innocente, anzitutto merita menzione quello che va sotto il nome del Dit du Buef. In esso si narra di una vedova, che per tentazione del nemico, ha che fare col proprio figlio: di che l'una e l'altro pentendosi e lacrimando, nè il confessore volendo assolverli, il figlio recasi a Roma presso il Papa che lo conforta e seco il ritiene. Intanto matura il tempo del parto, e al momento debito la stessa Vergine, in premio del pentimento dimostrato con tanto pianto e tante macerazioni, viene ad assistere la peccatrice:

Quant son mal la prenoit, haut prist Dieu à prier

Et sa très douce mère que li vousist aidier;

Celle qui au besoing veult ses amis garder

Entra dedenz la chambre s'amie conforter.

Quant Nostre-Dame fu dedenz la chambre entrée

Devers la pécheresse a sa chière tournée:

Adonques fu la chambre trestoute enluminée

D'anges qui avec li vindrent sanz demourée.

Messa al mondo una bambina e passati parecchi anni, la peccatrice recasi a Roma insieme colla figliuola, conscia del mistero del suo nascimento. Ivi ritrovano il figlio e padre che le ha precedute da molti anni, e gettatisi tutti tre ai piedi del papa, dinanzi ai cardinali adunati ed al popolo, vien loro inflitto per penitenza che debbano stare sette anni chiusi e cuciti, salvo il viso, i piedi e le mani, dentro tre pelli di bove: e che, finiti i sette anni, tornino a Roma. Ciascuno si parte per diversa via, e riceve dalle genti oltraggi e scherni. Al termine del tempo prefisso, tutti e tre si avviano verso Roma, e successivamente giungono ad una casa poco lungi dall'eterna città, ove sono pietosamente raccolti ed albergati. La stanza ove sono posti a dormire è la notte miracolosamente illuminata dalla presenza di più di mille angioli, ed i figli dell'ospite misericordioso vengono sanati dai mali onde erano afflitti. Ma sul far del giorno i tre peccatori perdonati rendono l'anima a Dio che li chiama alle gioie del paradiso

De la clarté qui fu en la grange venne,

Vous dirai par quel chose elle y est descendue.

La grant grâce de Dieu y fu si espandue

Qme plus de mil anges descendent d'une nue.

Yces .iij. cors sainz cousus ès cuirs de bestes,

Chascun entour, matines fist à Dieu sa requeste

Que de ce monde l'oste, où il n' a que moleste

Diex oy ceulz qui orent fait pénitance honneste;

Car touz .iij. à une heure du siècle trespassèrent.

Granz congrégations d'anges s'appareillièrent,

Qui les âmes des .iij. en paradis portèrent

Et o douz Roy de gloire tantost les présentèrent.

Moult gleriousement les sains anges chantoient

Te Deum laudamus, et grant feste faisaient

Quant les âmes des .iij. en paradiz portoient:

Devant le Roy de gloire errant les présentoient.

L'ospite ne porta la novella al papa, che si reca processionalmente col suo clero là dove giacciono i tre corpi, mentre le campane suonano a festa senza che nessuno le abbia mosse [12]. Il papa ordina che la casa ove i tre santi sono morti venga mutata in chiesa, e sulla loro tomba si compiono miracolose

E nel poema dei Tre pellegrini di cui parleremo:

Come piacque al sommo Rendentore

Mentre che in ginocchion stavano orando

A mezzanotte verso le sei ore

Il spirto l'alma a Dio venne lasciando:

In Roma sollevossi un gran rumore

di campane, che venivan suonando

Da sè, senza che niuno le toccasse,

Acciò che il fatto si manifestasse.

guarigioni di muti, sordi, ciechi ed attratti [13].

Abbiamo già avuto occasione di citare qui addietro il poema che su Gregorio ebbe la Germania nella sua prisca letteratura, per opera di Hartmann von Ave (1150-1220) [14]. Egli stesso dichiara da bel principio di aver messo in tedesco il suo racconto, di averlo cioè tratto da un originale in altra lingua: e Iacob Grimm riferendo [15] alcuni versi giambici latini contenenti la leggenda di Gregorio, e corrispondenti ai versi 741-775 del poema di Hartmann, nei quali a lui sembra trovare le tracce di un anteriore poema leonino, opinò che quest'ultimo, che perciò dovrebbe risalire all' xi° secolo, dovesse essere l'originale a cui il minnesinger si attenne [16]. Se non che nel 1838, quando Grimm scriveva coteste parole, non era noto ancora il poema francese, annunziato dal Luzarche soltanto nel 1854 [17] , e pubblicato poi nel 1857; nè ormai, dopo il Littré [18] e lo Strobl [19] , si può dubitare che altronde che dal francese, donde pur trasse altre narrazioni romanzesche, deducesse Hartmann quella su Gregorio.

Quando poi la lingua alemanna si rimutò, non però si perdette ogni reliquia di questo racconto; e il libro popolare moderno Der heilige Gregor auf dem stein [20] non è altro probabilmente che una riduzione in prosa del poema scritto nel xii secolo.

 

In ogni parte d'Europa l'antica leggenda spirituale del medio evo, destinata a persuadere l'ascetismo ed il pentimento, si andò a poco a poco trasformando in romanzo, novella o dramma, volti a diletto profano o a pratico ammaestramento nelle vicende della vita. Questa trasformazione segna il cessare dell'età media e dei sentimenti in essa predominanti, ed il cominciare dell'età moderna. La leggenda di Gregorio anch' essa, dopo aver ricevute le modificazioni che notammo, ma nelle quali serba sempre la primitiva indole spirituale, venne ad assumere altre forme nei vari paesi e nelle varie letterature europee.

In Inghilterra noi la troviamo sotto forma di romanzo e dramma. Nell'antico romanzo inglese intitolato Sir Degore, si parla di un re d'Inghilterra che ha giurato di dare la propria figliuola a quel cavaliere soltanto che saprà gittarlo giù di cavallo. Era egli privo della moglie, ed una volta l'anno recavasi alla tomba di lei con la figliuola. Ora accadde una volta che la principessa, andando al pio pellegrinaggio, si smarrisse in una selva, e fosse incontrata da un cavaliere che, sforzatala, si allontanò, lasciandole per segno una spada spuntata ed un paio di guanti che ben le convengono alle mani. A suo tempo, la principessa partorisce un bambino che vien posto in una culla con parecchie monete d'oro e d'argento, i guanti ed una lettera, e lasciato in una foresta. Un romito lo raccoglie, gli dà il nome di Degore, e lo educa fino alla età di venti anni: allora gli consegna tutti gli oggetti che erano nella culla. Degore parte, viene armato cavaliere, trova e compie molte avventure, facendo invano provare a molte dame i guanti che gelosamente conserva; finchè giunge alla corte del re d'Inghilterra, la cui figliuola niuno ancora ha ottenuto, perchè niuno ancora ha vinto il padre in torneo. La fortuna e il valore assistono il giovane straniero, e la principessa gli vien data in sposa, non però senza segreta reluttanza di lei. Ma fra mezzo alle feste, lo sposo si ricorda dei guanti e li trae fuori; la donna impallidisce, gli si scuopre per madre, e gli fa vedere la spada senza punta lasciatale dal misterioso cavaliere; la quale potrà servirgli a rintracciare il padre, come i guanti lo aiutarono a ritrovar lei. Degore parte in cerca del padre, e senza lasciarsi trattenere per via dalle supplicazioni d'amore di una bella castellana, entra in una foresta, ove trova un cavaliere che vorrebbe impedirgli il cammino. Combattono insieme come Rustem e Sorab nello Scianamé, come Ildebrando e Adubrando del poema goto: ma l'avversario notando che l'altro ha una spada spuntata, dimanda un istante di tregua; e riconosciutisi, il padre e il figlio, vanno alla corte d'Inghilterra, ove seguono le nozze dei genitori di Degore [21] . La derivazione di questo romanzo dalla leggenda è evidente; ed è notevole come il poeta abbia saputo evitare non solo il primo incesto colpevole, ma anche il secondo incolpevole; onde il romanzo laicale è, al paragone, assai più casto (nè questo è il solo esempio), della santa leggenda monastica.

 

Più tardi, nel XVIII° secolo, troviamo nella letteratura inglese il dramma di Orazio Walpole intitolato: la madre misteriosa (Mysterious mother). Il Walpole scrive che, quando ei lo compose, non conosceva nè la novella della regina di Navarra, nè quella del Bandello a cui or ora accenneremo, ma che ne trasse l'argomento da un racconto udito nella prima gioventù, sopra una donna che ricorse all'arcivescovo Tillotson, e che, dopo avergli confessato la colpa, gli chiese consiglio sul da fare, dappoichè la figlia nata dall' incesto era da qualche tempo unita in matrimonio col figlio di lei, che a quella era insieme fratello padre e marito, nè l'uno nè l'altra conoscendo l'orribile mistero: ed il prelato le ingiunse di tacerlo ai due coniugi innocenti, ma di non sperar mai perdono per sè [22].

Questa forma dell'incestuoso innocente che trovasi in Walpole, e che si discosta alquanto da quella della leggenda di Gregorio,poichè laddove in questa il primo peccato è fra fratello e sorella e il secondo fra figlio e madre, in quella il primo peccato è fra figlio e madre, e il secondo fra fratello e sorella - è la forma più costante della novella di tale argomento. E prima troviamo in Francia nell'Heptaméron della regina Margherita di Navarra una novella, la xxx, così intitolata: « Un jeune gentil homme, aagé de quatorze à quinze ans, pensant coucher avec l'une des damoiselles de sa mere, coucha avec elle-mesme, qui au bout de neuf moys accoucha, du faict de son filz, d'une fille, que douze ou treize ans après il espousa ne sachant qu'elle fust sa fille et sa seur, ny elle, qu'il fust son pere et son frere ». È da notarsi che, secondo il Dunlop, nè il Bandello trasse da questa di Margherita la sua novella di consimile argomento, nè Margherita dal Bandello; poichè l'autore italiano stampava il suo libro nel 1554, e Margherita nel 1549 era già morta e l'Heptaméron pubblicavasi soltanto nel 1558: onde sarebbe da concludere che l'uno e l'altra attingessero ad una fonte comune, e probabilmente alla tradizione orale. Certo è che ambedue raccontano il fatto come realmente avvenuto, e concordano nel farlo accadere ai tempi di Ludovico xii°, ed alla corte di Giovanni d' Albret e di Caterina di Navarra.

Sulla fede dei due novellatori noi veramente non giureremmo circa l'autenticità storica del fatto: il quale, da un lato, ricorda un poco troppo la leggenda di Gregorio, mentre in altri particolari se ne discosta tanto che si potrebbe considerarlo come indipendente da quella, e, come vogliono, realmente accaduto. Ma nuova cagione di dubbio ci porge il sapere che molti luoghi, e non solo di Francia, pretendono esserne stati teatro, allegando in favor proprio qualche iscrizione funeraria, simile a quella con la quale termina la nostra leggenda in prosa di Vergogna. Ed appunto il soverchio numero di luoghi nei quali la tradizione afferma succeduto il fatto, e la molta conformità delle iscrizioni fra loro, ci sembrano argomenti valevoli a porre in dubbio l'autenticità storica dell' avvenimento.

Martino Lutero infatti, nei Discorsi convivali lo dice avvenuto in Erfurt: abbiamo notato addietro come, secondo Walpole, sarebbe successo in Inghilterra: Giulio de Medrano, scrittore spagnuolo del xvi° secolo, narra invece che, nella sua dimora nel Borbonese, l'udì comunemente raccontare, e vide la casa ove avrebbero dimorato gli attori del tristo dramma, e lesse sul loro sepolcro questa iscrizione:

Cy-gist la fille, cy-gist le père

Cy-gist la soeur, cy-gist le frère,

Cy-gist la femme et le mary,

Et si n' y a que deus corps icy [23].

Millin nelle sue Antichità Nazionali [24] racconta che in mezzo alla navata della chiesa collegiale d'Econis leggevasi una iscrizione che così suonava

Ci git l'enfant, ci git le père

Ci git la soeur, ci git le frère,

Ci git la femme et le mari,

Il ne sont que deux corps ici.

Aggiunge poi che, secondo la tradizione del luogo, un figlio della signora d'Econis aveva avuto da lei, senza conoscerla nè esserne conosciuto, una figlia chiamata Cecilia, che poi, pur senza conoscerla per sua creatura, sposò in Lorena, ove essa trovavasi presso la duchessa di Bar. Alla loro morte nel 1512 ambedue sarebbero stati seppelliti in una stessa tomba a Econis ma la tradizione non dice come si divulgasse il mistero, ignoto anche ai tre che ne erano parte, e qual mano pietosa lo perpetuasse ai secoli futuri sopra la pietra stessa del sepolcro. Millin nota soltanto che il sagrestano della chiesa di Econis distribuiva, idest vendeva, ai forestieri un piccolo foglio ove tutt'il fatto era narrato.

La stessa storia, per testimonianza del medesimo Millin e di altri scrittori [25], veniva raccontata anco altrove: tra gli altri ad Alincourt, villaggio fra Amiens e Abbeville, ove leggevasi questo epitaffio poco diverso dai sopra riferiti

Ci git le fils, ci git la mère,

Ci git la fille avec le père,

Ci git la soeur, ci git le frère,

Ci git la femme et le mari,

Il ne sont que trois corps ici.

E finalmente, nel secolo xvii, Gaspare Meturas inserendo l'iscrizione nel suo Hortus epitaphiorum selectorum diceva trovarsi in una chiesa di Clermont in Alvergna [26].

Se tanti e così autorevoli scrittori non asserissero di aver visto e letto la strana iscrizione, noi veramente dubiteremmo che potesse trovarsi in sì gran numero di chiese, come non possiamo credere, del resto, che in tanti diversi luoghi avvenisse il medesimo fatto di cui parla l'epitaffio. Forse, dopo che l'avventura ebbe gran rinomanza e diffusione per opera di Margherita di Navarra [27] , parecchi luoghi si contesero la piccola e non onesta gloria di averle dato nascimento, e poi, per giuoco d'ingegno e tarda riprova della verità del fatto, si foggiarono le enigmatiche iscrizioni, accolte nelle chiese per quella tolleranza che un dì vi ricettava la festa dei pazzi e quella dell'asino. E a noi sembra assai difficile che sotto il marmo posassero davvero gli autori, non sempre nè tutti innocenti del fatto, e che, oltre a dar loro sepoltura ecclesiastica, si volesse con l'epitaffio perpetuare la fama del peccato in che erano caduti. Ma non andrebbe forse molto lungi dal vero, chi in cotesti epitaffi null'altro vedesse che arguzie ingegnose, e li riaccostasse, come fa il Mone [28], agli indovinelli genealogici.

Dalla novella intanto il fatto passò in Francia ai più ampj svolgimenti del romanzo [29], coll'Inceste innocent, histoire veritable di Desfontaines, pubblicata nel 1638 [30] , e col più moderno lavoro di un anonimo, stampato ad Amsterdam nel 1783 col titolo: Le criminel sans le savoir, roman historique et politique [31].

Se dalla Francia facciamo passaggio in Spagna, noi troviamo l'antica leggenda, alquanto modificata, nel Patranuelo di Juan de Timoneda scrittore del xvi° secolo. L'argomento, in versi, è il seguente

Un nino en la mar hallado

Un abad le doctrinò

Y Gregorio le llamò

Y después fué rey llamado.

Vi si racconta di Fabio e Fabella figli del re di Palidonia, che, rimasti soli alla morte del padre, s'innamorano e compiono il peccato, il frutto del quale da Fabio, che parte per Roma e naufraga per strada, viene confidato ad un siniscalco. Questi, al solito, lo getta al mare in una barca con alcuni oggetti preziosi ed un foglio, col quale è raccomandato alla pietà degli uomini. Un pescatore lo raccoglie, e lo dà in custodia ad un abate che gli pone il nome di Gregorio. Ma divenuto grandicello, altercando col vero figlio del pescatore, Gregorio conosce il mistero della sua nascita: e presi seco gli oggetti della barca, parte alla ricerca de' genitori. Intanto il principe di Borgogna assedia strettamente la città della regina Fabella, che sempre ha ricusato di congiungersi in matrimonio con chicchessia. Gregorio libera la regina dall'assedio, e i baroni la pregano di prenderlo per marito. Ed essa acconsente: ma prima che ciò avvenga, la vista degli oggetti conservati da Gregorio fortunatamente scuopre il vero alla donna: la quale, ingiungendo al figlio il massimo segreto, lo consiglia a sposare, com' e' fà, la vedova del siniscalco [32] . In questa versione si direbbe che il nome di Gregorio rammenti la primitiva forma spirituale del racconto; il resto si attiene ai successivi svolgimenti romanzeschi; mentre la fine, nella quale viene evitato il secondo incesto, si direbbe dovuta alla prudenza dello scrittore spagnuolo, che però, molto probabilmente, non ebbe sott'occhi l'identica conclusione del romanzo inglese di Sir Degore.

In Italia oltre la novella del Bandello [33], che già abbiamo mentovata e che porta per titolo: « Un gentiluomo navarrese sposa una ch'era sua sorella e figliuola, non lo sapendo », troviamo fra quelle di Giovanni Brevio, contemporaneo al vescovo di Agen, ed anzi morto qualche anno prima di lui, una novella, ed è la IV, che così s'intitola: « Madonna Lisabetta, vedova rimasa, del figliuol s'innamora, il quale d'una fanciulla servente della madre fieramente innamorato, con lei trovar credendosi, colla madre si giace, et quella impregnata ne nasce una figliuola, della quale il figliuolo, fratello, padre e marito ne diviene ». La questione di priorità che il Dunlop ebbe a fare fra la regina Margherita e il Bandello, potrebbe agitarsi anche rispetto al Brevio che stampò le sue novelle nel 1545, vale a dire quattr'anni prima che la regina morisse e nove prima che il Bandello stampasse. La narrazione del Brevio non si discosta, quanto agli accidenti principali, dalle altre due, salvochè il fatto viene riferito come avvenuto « non è molto » in Venezia [34].

L'argomento dell'incestuoso innocente è stato di nuovo recentemente trattato da Tommaso Grapputo nel suo novelliere intitolato Convito Borghesiano, e stampato col nome di Messer Grappolino. In questo volume, la vii novella così s'intitola: « Erennio credendosi con Angelica sua fante giacere, con sua madre si giace, la quale rimastane pregna, onde nascondere il suo delitto va girando l'Italia, e giunta in Bologna si sgrava di una bellissima figlia a cui di Bella Nina il nome è dato. Ritorna in Vicenza appo il figlio, e temendo di nuovamente inciampare, lo manda a studio in Roma. Di là egli si porta per tutta l'Europa, e dopo molti anni capitato in Bologna vede Bella Nina, se ne innamora e le dà la fede di sposa. La madre di lui quando ciò intende, non sapendo come impedire il nuovo delitto, in pochi dì addolorata muore, ed Erennio del tutto ignaro, torna in Bologna e con Bella Nina si sposa » [35].

Dopo aver passato in esame il tipo dell'incestuoso innocente, dalla sua forma spirituale nella leggenda di S. Gregorio fino alle ultime modificazioni nelle Novelle, ci resta a dire delle traccie che ancor se ne trovano nella letteratura popolare e nella orale tradizione dei volghi. E cominciando dall'Italia, ricorderemo un rozzo poemetto popolare, non più antico forse del secol nostro, che così s'intitola: « Opera nuova d'un caso occorso di tre pellegrini che sono partiti da Torino e andati al santo perdon di Roma a confessarsi dal sommo pontefice: dove s'intende la gran virtù della penitenza » [36]. In questo testo si può dire cancellato ogni vestigio primitivo ascetico o cavalleresco , come è scomparsa ogni dignità regia o sacerdotale nei protagonisti. Vi si tratta, infatti, di due mercanti torinesi, fratello e sorella, che per malvagia suggestione del senso, rimasti orfani, si conducono a peccare. Il figlioletto, gettato in Po entro una scatola impegolata [37], è portato via per acqua fino a Venezia, ove è allevato per proprio da un signore; ma rimproverato dell'origine sua dal vero figliuolo del padre adottivo, giunto a dodici anni, si parte, e limosinando arriva a Torino, dove la fortuna lo fa capitare presso i suoi genitori. Ai quali tanto piace, che lo tengono presso di loro

Intanto gli fe' far quivi divora

E ai negozi in bottega egli attendea.

Il mercante, trovatolo fido ed attento, gli dà in moglie la propria sorella. Nè questa si accorge di esser madre al proprio sposo se non quando un giorno, essendo egli andato lungi ad una fiera per traffico, nella stanza, fra altri oggetti, ritrova quella scatola impegolata entro la quale il bambino fu gittato nelle acque. Allora pieni di compunzione e di orrore, i tre miseri, vestiti da pellegrini, si recano a Roma, confessano la colpa, e ricevono dal papa assoluzione del peccato; con obbligo di far ritorno in patria andando per penitenza ginocchioni. Ma partiti da Roma, e fermatisi ad un albergo lontano cinque miglia, mentre stanno fervorosamente pregando, le anime loro volano al cielo. Intanto in Roma le campane miracolosamente cominciano a suonar di per sè, e il papa saputa la morte de' tre pellegrini, ne fa solennemente trasportare i corpi in città, riponendoli

Tra le reliquie di gran devozione.

Nè codesta, che ricorda alquanto il Dit du buef, è la sola forma con la quale il fatto è noto alle nostre plebi; dappoichè il dottor Hermann Knust nel suo recente soggiorno in Italia, e precisamente qui in Toscana, dalla bocca del popolo raccolse la narrazione che riferiamo per intero quale si legge nel Jahrbuch für romanische literatur, vol. vii, pag. 398 [38]. In questa narrazione la prima parte ricorda il poemetto dei tre pellegrini, mentre la seconda serba traccie della leggenda di Gregorio: poichè il figlio nato dall'incesto e divenuto poi marito della propria madre, è anch'esso, come Gregorio, tratto dalla spelonca ove menava vita penitente ed eletto papa, ed in tal qualità assolve i colpevoli autori de' suoi giorni.

«Dovete sapere che c'era una volta un marito e una moglie che avevano due figliuoli, un maschio e una femmina. Erano tanto ricchi che non sapevano che fare del su' danaro. Viene il padre alla morte, e chiama la moglie: « Moglie mia, se tu vieni alla morte, fai testamento ». Eccoti, muore il padre. S'ammala la madre, e chiama il figlio e la figlia: « Figlio mio, io sono ammalata: oggi o domani Dio mi chiama a sè; tutti questi danari e tutto questo bene, tenetelo in casa ». Il figlio dice: « Non pensate, state contenta; noi faremo cosa dite ». Muore la madre, e rimane il fratello e la sorella. Cominciano a venire grandi. Il fratello aveva piacere di prender moglie, e la sorella aveva piacere di prender. marito. Ma il testamento che aveva lasciato la madre, diceva che non potevano toccare a nulla, nè oro, nè argento, nè danaro. Allora il fratello dice alla sorella: « Godiamoci insieme ». La sorella ingravida, e fa un figliuolo con una bellissima treccia di capelli tutti rossi. Lo mettono dentro una cassetta, e lo buttano dentro di un fiume. La corrente lo porta fuori verso una isola. C'era un signore che si buttava in mare. Vedendo questa cassetta, la prende, l'apre per vedere cosa c'è dentro. Vede un bellissimo innocente; se lo piglia, se lo porta a casa e dice alla signora: « Moglie mia, ho trovato questo bambino in mare, dàgli un po' di latte, un po' di giulebbe, e faremo conto che sia nostro figliuolo ». Se lo tirano avanti fino all'età di ott' anni, e lo mandano a scuola a imparare a leggere e scrivere. Avevano un altro figliuolo, che sempre gli diceva: « Non sei il mio fratello: mio padre ti ha trovato in mare ». Questo fanciullo si mette a piangere e dice: « Caro Signore, il mio fratello mi pregiudica e mi maltratta; dice che lei non è mio padre. Lei, Signore, mi dia la su' santa benedizione; voglio andare a trovare mio padre e mia madre ». Questo povero fanciullo di ott' anni incomincia a girare il mondo, e si riduce a chiedere la lemosina. Poverino, girando per una città, va dentro di una bottega, e chiede qualche cosa per carità. C'erano il fratello e la sorella che si mossero a compassione. « Non abbiamo figliuolo, non abbiamo nissuno; chiamiamo il povero fanciullo in casa; diamogli da mangiare e da bere ». Così lo tengono in casa la bontà di ott' anni. Il fanciullo aveva dunque sedici anni. Un giorno poi, dice il fratello alla sorella: « Di', leviamoci da peccato; è tant' anni che si mangia insieme; abbiamo questo giovane in casa ott'anni, pigliatelo per isposo ». Dice: « Sì, fratello mio, hai pensato bene ». Dunque la sera che mangiavano insieme, dice: « Salvatore, sposeresti la mia sorella? Non ti mancherà niente; qui c'è gran danaro, qui c'è oro ed argenteria: tu sarai un Signore ». «Contento voi, contento io ». Nella domenica fanno lo sposalizio. Grande allegria. Quando è la sera, cenano e se ne vanno a letto a dormire. La sposa si sveglia: « Oimè che tradimento »! Si leva il fratello del letto, accorre e domanda: « Cosa è stato »? - « Oh fratello, ho conosciuto che questo è mio figlio, ho conosciuto la treccia dei capelli. C' è un gran peccato ». Il giovane si sveglia: « Cosa avete»? - « Figlio, io ti abbraccio e ti bacio da figlio; e da marito ti trovo in gran peccato verso di me ». Risponde il figlio: « Come, voi siete mia madre? quello è mio padre? Io, vostro figlio, ho fatto un gran peccato verso di voi. Ma non vi disperate. Io andrò a patire tutti i miei peccati che ho verso di voi. Cara madre, caro padre, datemi la vostra santa benedizione, me ne voglio andare per il mondo ». Se n'andò dentro di una macchia, e cominciò a mangiare un poco d'erba selvatica, beveva un po' di acqua di pozzo, e con quello si tirava avanti. Si picchiava il petto con una pietra in mano; sempre faceva orazione a Dio. Fece quella vita la bontà di due anni. Gli cresceva la barba, i capelli; pareva un assassino. Ecco che muore il santo padre di Roma. Ci vuole un pellegrino per farlo papa. Incominciano ad andare per tutte le macchie tutti i cardinali di Roma. Eccoti che trovano questo, dentro di una grotta, che si raccomandava a Dio. Incomincia a gridare il popolo: « Chi sei tu? » Risponde: « Son cristiano per grazia di Dio » - « Come sei qua » ? - « Ci sono per i miei gran peccati ». Lo mettono sotto il baldacchino, lo portano in chiesa di Roma, e lo fanno subito Santo Padre. Fece attaccare il bando, qualunque peccato che avessino, che andassero da lui che gli perdonerebbe. La sorella dice al fratello: « Abbiamo un gran peccato, e ora siamo vecchi. Andiamo dal papa di Roma, vediamo se ci perdonerà i gran peccati che abbiamo verso di noi » - « Hai ragione, sorella mia, andiamo ». Si mettono in cammino per andare a Roma. Mentre che se n'andavano per le strade, videro il santo padre che andava in processione. Il fratello e la sorella s'inginocchiano in terra e cominciano a gridare: « Santo padre, perdono ». Il papa si gira, li conosce tutti e due e gli dice: « Andate in chiesa; quando avrò fatto il mio giro, io vi verrò a confessare ». Fece il suo giro e andò in chiesa; diede la sua santa benedizione e se ne va al confessionario. Chiama l'uomo e gli dice: « Ditemi i vostri peccati » - « Ho avuto un figliuolo della mia sorella: questo figliuolo ho avuto il coraggio di buttarlo in mare ». Il santo padre dice: « Caro padre, io sono vostro figlio. Io vi perdono tutti i vostri peccati che avete fatti sin dal principio fin a questo giorno »; e gli dà la sua santa benedizione. Si volge della parte della madre. « Ditemi i vostri peccati » - « Santo padre, ho partorito un figliuolo di mio fratello: l'ho buttato in mare. Ho veduto un povero giovane che chiedeva la lemosina, me lo son tirato avanti per otto anni e poi l'ho sposato. Quando l'ho sposato, ho conosciuto che era il mio figliuolo. Padre, perdono » - « Cara madre, sì, io perdono » - « Figlio, adesso sono contenta, e muoio contenta, che tu sei papa ». E dicendo queste parole, s'abbracciano tutti e tre. Incominciano a alzare gli occhi al cielo dicendo: « O Dio, ci hai perdonato, adesso andremo alla gloria eterna del santo paradiso ». Muoiono tutti e tre abbracciati. Li mettono dentro di un sepolcro, e c'è tuttora nella chiesa di San Pietro di Roma » .

Un altro racconto che si ricongiunge col nostro ciclo è quello serbo di Simone il trovatello. Noi ne diamo un sunto che ci venne comunicato dalla molta erudizione dell' amico nostro e collega Professore Emilio Teza.

« Va al Danubio il vecchio monaco: va per acqua, per lavarsi e pregare: eccoti una cassetta di piombo, e forse là dentro c' è l'oro: la porta alla sua cella, e c'è dentro un bambino. Lo battezza, gli dà nome Simone il trovatello, e, senza balia, lo nutre di miele e di zucchero. Simone cresce più che gli altri fanciulli, e sa meravigliosamente di lettere, e non ha paura di alcuno, nemmeno del vecchio abate. Giocavano al salto o a gettar le pietre, e Simone vinceva tutti i compagni; ma se ne vendicano i tristi, rimproverandogli la nascita, e ch'ei non può dire di chi sia. Il giovinetto se ne addolora, piange, e cerca nel vangelo consolazione. Il frate lo trova scorato e vuole appagarne la brama; lo lascia andare per il lucido mondo; gli dà il bianco cavallo, e splendide vesti e mille ducati. Passano nove anni, e Simone stanco delle inutili sue cure, vuole tornarsene al frate. Passa di sotto a Buda, e la regina lo vede. Bello era Simone, e cantava colla bianca gola: la regina se ne invaghisce, e chiamatolo a sè, gli mesce vino ed acquavite: ma ella non beve. Poi, a notte, la donna lo invita a spogliarsi ed abbracciarla: Simone, già brillo, obbedisce; ma la mattina, riscotendosi, conosce il peccato; si pente e fugge; invano la regina vorrebbe trattenerlo. Poco andò che s'accorse di non avere il suo Vangelo, e ritorna: la regina legge in quel volume e piange amaramente: « Misero Simone, tu hai baciata tua madre! » Simone corre all'abate, narra l'accaduto, e il pio uomo lo caccia in una prigione, e chiusolo dentro, getta la chiave nel fiume. Dopo nove anni un pescatore trova la chiave in un pesce; il frate ricorda il prigioniero e va alla carcere; Simone siede in un trono d' oro, e tiene nelle mani il santo vangelo [39] ».

Chi ci abbia pazientemente letto sin qui, avrà senza dubbio ricordato come nella mitologia greca vi sieno parecchi racconti che più o meno rassomigliano a questo o a quell'episodio della nostra leggenda. Avrà ricordato Mirra, che per vendetta di Venere, è spinta all'incesto col padre inconsapevole; Perseo, il quale è gettato in una cassetta, perchè non si avveri che di sua mano abbia da morire l'avo Acrisio, e che, salvato dalle onde, compie, senza saperlo, ciò che di lui era stato previsto; Paride fanciullo, lasciato sul monte Ida, che, raccolto dai pastori, diviene, come il fato voleva, cagione miseranda di eccidio alla famiglia e alla città nativa; Adrasto, che uccide prima per errore il fratello, e recatosi presso Creso affine di fuggire l'ira paterna e purificarsi, per nuovo errore uccide anche il figlio dell'ospite ed amico, come l'oracolo aveva predetto; Telefo, che nato dagli amori furtivi di Auge e d'Ercole, libera l'avo materno dagli assalti di Ida, e ne ha in premio la mano di Auge, la quale nel talamo pone fra sè e lo sposo una spada, invocando il nome di Ercole, dal che nasce il riconoscimento, e si evita l'incesto; Edipo, infine, il quale si rende colpevole di quei delitti che si era creduto d'impedire coll'esporlo bambino sul Citerone, e che, ucciso il padre, sposa la propria madre Giocasta [40]. In tutti questi racconti mitologici, come in quello cristiano di Gregorio, e degli altri che con altri nomi abbiamo già passati a rassegna, noi vediamo un innocente mortale, da una volontà suprema destinato a divenire colpevole, tanto più correre irresistibilmente al delitto, quanto più cerca di allontanarsene e crede esserne discosto. Solamente, ciò che, secondo le credenze greche, è opera dei numi irati o del fato, secondo le credenze cristiane, diviene opera del nemico dell'uman genere, del demonio. Contro il fato nulla può l'uomo pagano, salvo il punire in sè medesimo l'ordine morale turbato anco senza volerlo né saperlo, come vien fatto da Edipo togliendosi la vista e privandosi degli onori regali e fin dell'umano consorzio; contro il demonio molto può l'uomo cristiano, adeguando alla grandezza della colpa anche involontaria, la grandezza e sincerità della penitenza.

Molti già al mito di Edipo paragonarono la leggenda di Gregorio [41], chiamando appunto Gregorio un Edipo cristiano, ed opinando che l'una narrazione derivi direttamente dall'altra. Nè noi oseremmo del tutto negarlo, purchè s'intenda che la leggenda di Gregorio sia una trasformazione, secondo volevano le nuove credenze, del mito ellenico, e quantunque vi manchi una parte sostanziale di quello, qual è la uccisione del padre, e l'altra poi del bambino dato in balìa delle onde la riaccosti invece al mito di Perseo. Forse da una incerta reminiscenza delle due leggende pagane confuse l'una coll'altra, come vedremo avverarsi anche in qualche altra forma che prenderemo in esame, uscì fuori la leggenda medievale cristiana di Gregorio [42].

Ma fra le leggende cristiane un'altra se ne trova la quale, a parer nostro, anzichè una trasformazione, è una appropriazione del mito ellenico di Edipo ad un personaggio dei nuovi tempi, il quale è, come da principio accennammo, l'apostolo traditore.

Narra la Leggenda che i genitori di Giuda, Ruben e Ciborea, avendo avuto un sogno che loro presagiva un figlio pernicioso ad essi e alla loro schiatta, appena ei nacque lo gittarono in mare entro una cassetta. Le onde portarono il fanciullo all'isola di Scarioth; e poichè probabilmente ei veniva dal paese di faccia, ch'era la Giudea, dalla regina che lo raccolse venne chiamato Giuda Scarioth. Finch'ei fu solo, credette d'esser figlio del re ed erede del trono; quando poi nacque prole legittima e fu chiarito dalla supposta madre della vera origine sua, uccise in rissa il fratello putativo, e si partì per Gerusalemme, ponendosi a servizio presso Pilato. Per gradire al quale, entrato un giorno in un giardino presso al palagio del preside a cogliervi delle frutta molto da questo desiderate, uccise il padrone dell'orto che si opponeva al furto, e che era precisamente il suo proprio padre Ruben. La cosa rimase secreta; e poichè la vedova si lagnava della sua sorte al preside, questi per ricompensare il suo fido e acquetar lei, li congiunse in matrimonio. Ma un giorno, dolendosi Ciborea del malvagio destino che l'aveva condotta ad esporre in mare il proprio figlio e a perdere poi a un tratto un marito dilettissimo, si scuopre che i due sposi sono madre e figliuolo: e Giuda, per purificarsi, si fa discepolo di Cristo che poi, per malvagio istinto e cupida natura, tradisce, dandolo in mano a' suoi nemici [43].

Come ognuno vede di leggieri, questa è, appropriata tale e quale a Giuda, la tradizione greca di Edipo. Le cui parti più rilevanti, cioè la predizione, il parricidio e l'incesto son conservate integralmente e solo è da notare che Giuda non viene, come Edipo, abbandonato sur un monte, ma gettato nelle acque. Non potendo scorgere qui una reminiscenza del Karna del Mahàbhàrata, né parendoci nemmeno di trovarvi ricordanza del Mosè della Bibbia, ci sembra piuttosto da ritenere che, anche in questo caso, vi fu nella memoria, confusione di narrazioni assai affini fra loro, e che, in questo episodio, la nuova leggenda cristiana si riferisca all'episodio corrispondente del mito pagano di Perseo.

Non potrebbesi con precisione affermare quando e da chi fosse fatta questa appropriazione dei delitti di Edipo a Giuda Scariotte, sebbene sia visibile l'intento pel quale fu fatta: a fine cioè di accumulare nuovi orrori sul capo del maledetto. La poesia latina aveva perpetuato il mito greco che non fu ignoto al medio evo e sul quale anzi esercitarono l'ingegno alcuni poeti di quell'età, cantandolo in rozzi versi dell'antica o delle nuove lingue [44]. La prima traccia del Giuda leggendario si trova in Iacopo da Varagine, vissuto nel XIII secolo, e che dichiara per ben due volte di ripetere il fatto secondo una tradizione non troppo accertata, che il lettore può credere o non credere, ma meglio farà a non credere [45]: nè certo cotali dubbi movevano in Jacopo se non da questo, che, dotto quanto i tempi comportavano, scorgeva troppo evidente di sotto al Giuda della leggenda trasparire l'Edipo della mitologia. Forse un monaco o qualche altro ecclesiastico, fu il primo autore di cotesto plagio, che poi si perpetuò, ma non perdette mai un certo originale carattere letterario, e non si addentrò mai bene nella coscienza popolare, quantunque la leggenda si trovi in monumenti di letteratura popolare, o per dir meglio, destinata al popolo [46]. Fra i molti uomini del volgo della età passata o della presente cui sia stato o sia noto il nome del traditore, non molti crediamo sapessero o sappiano, e soprattuto credano fermamente , ciò che ne raccontarono l'autore della Legenda aurea ed altri dopo di lui; mentre molte altre narrazioni, anche più assurde, ebbero assai più diffusione fra il popolo e si procacciarono assai più notorietà e fede che non questa di Giuda.

Fra i monumenti di letteratura popolare ove rinviensi la leggenda di Giuda, ricorderemo un poema in versi leonini tratto da un codice della Biblioteca di Monaco, scritto non già nel xiii° secolo, come sostenne il Bäckström, ma nel xv°, come rettifica l'Halm, e che fu pubblicato primamente da Mone, e poi dall'infaticabile Du Méril, che niuna provincia della letteratura antica o moderna ha lasciato inesplorata od inculta [47]; una parte dell'antica leggenda francese intitolata La vengeance de la mort de N. S. [48], nonchè un episodio dell'antico Mistero della Passione, secondo le addizioni e correzioni di Jehan Michel (xv° sec.) [49]; un libretto formante parte della Bibliothèque bleue, e che continua a ristamparsi tuttavia [50]. Trovasi anche nelle varie traduzioni ed imitazioni del Varagine: cosicchè può dirsi non esservi paese d'Europa nel quale o per mezzo del testo latino, o per versioni, o facente parte dei leggendarj, dei passionarj [51] e dei misteri, o staccata, la leggenda di Giuda non siasi diffusa [52].

Il testo italiano da noi stampato forma parte, come il latino da cui è tratto, della leggenda di S. Matteo scritta dal Varagine; il testo francese è tolto da un cod. del xiv° secolo, e forma il compimento della leggenda di Pilato che lo precede.

Nei poemetti popolari italiani, due ne troviamo che portano il nome dello Scariotte: l'uno intitolato La disperazione di Giuda, erroneamente attribuito al Tasso [53], ma nel quale non si fa nessun ricordo della tradizione di che discorriamo; l'altro che invece la riproduce esattamente [54]. Di esso non è, a nostra conoscenza se non una sola edizione, mentre di quasi tutte le altre leggende popolari possediamo buon numero di stampe per ciascuna: il che si potrebbe spiegare col poco favore e la poca adesione che questa leggenda, secondo già notammo, ebbe a trovare nel volgo [55].

Ma il mito greco di Edipo sopravvisse alla caduta del paganesimo, rivestendo anche altra forma da quella del Giuda: e ne troviamo la prova in un racconto albanese, trascritto dall' Hahn, e così volgarizzato dal Camarda.

« Fuvvi un re in un luogo, dove regnava; e a lui fu annunziato, che sarebbe stato ucciso da un suo nipote, che non era per anco nato. Per questa cosa quanti fanciulli facevano le due sue figliuole ch'egli aveva, li gettava in mare, e li affogava. - Il terzo fanciullo che gettò in mare, non si affogò, ma la marea lo rigettò in un angolo del mare sulla spiaggia, e quivi lo trovarono alcuni pastori, che lo presero nella loro mandria, e lo diedero alle loro donne per nutrirlo. - Passa le notti, e passa i giorni, si fece il fanciullo a suo tempo, sino ai dodici anni, ben complesso, e robusto assai. - In quel tempo era uscito un mostro (Lubia) nel luogo del re, sicché erano state disseccate (trattenute) le acque tutte da quello, e fu annunziato come senza che il mostro mangiasse la figlia del re, non lascerebbe le acque. - Voleva i1 re, e non voleva, non sapeva che fare: deliberò di dare la figlia a divorare al mostro, e la inviò, e la legò nel luogo dove era il mostro. - Quel giorno passò di là anche il giovinetto che allevarono i pastori, e come vide la figliuola del re, le domandò perchè stava colà e piangeva, ed ella gli espose perchè ve l'aveva mandata il padre. - Non temere, le dice costui, sta' ad osservar bene quando esce il mostro, allora parlami, che io mi nasconderò. Ed egli si nascose dietro ad uno scoglio, e si pose in capo una berretta, che lo cuopriva, e non si vedeva.

« Fra un momento uscì il mostro, e la fanciulla parlò adagio al giovine che sentì, e questi uscì dallo scoglio, e come si accostò al mostro, lo percosse tre volte colla clava nella testa, e cadde spento il mostro. Nel momento si sciolsero le acque. - Egli prese il capo del mostro, e lasciò andare la figlia del re, e non sapeva che quel fatto era sua sventura.

« Come fa andata la figlia dal re, gli disse in che modo era sfuggita al mostro; e il re aperse un'assemblea facendo decreto, che colui il quale aveva ucciso il mostro andasse al re, chè lo farebbe suo figlio, e darebbegli in moglie la figliuola. - Come ciò intese il giovine andò dal re, e gli mostrò il capo del mostro, e prese in moglie la giovine cui egli liberò dal mostro, e si fecero nozze grandiose. - Nel mentre danzavano, e tripudiavano, il giovine scagliò la clava, e involontariamente colpì il re, e si fece il giovine stesso re [56] ».

« In questo racconto - adoperiamo qui le espresse parole di un nostro dotto amico e collega - noi troviamo il mito di Perseo combinato con un elemento dell'Edipodea. Come Perseo, l'eroe è esposto in mare; come Perseo, egli uccide, non il padre, ma l' avo; come Perseo libera una donna esposta ad un mostro. Quantunque il beretto che rende invisibile sia assai comune nei racconti popolari, qui, considerato nell'insieme col resto, è impossibile non riconoscere in esso la Aidos Kyneé , che figura anche nel mito di Perseo. Ravvicina il racconto al fatto di Edipo lo sposalizio colla madre, quantunque accennato in modo confuso. Evidentemente il racconto è incompleto, ed anche storpiato dalla narratrice, una popolana di Ljabowo nell'Epiro settentrionale (Caonia). Prima si parla di due sole figlie ambedue maritate, poi si parla di una sola figlia e nubile. Non è detto se questa fosse la zia o la madre dell'eroe rimasta vedova. Ma quella espressione « e non sapeva che quel fatto era sua sventura » non si giustifica se non ammettendo l'idea del più grave incesto. La sola uccisione dell'avo, avvenuta a caso, non si vede quale sventura gli recasse, poichè lo condusse al trono, nè egli sapeva che l'ucciso fosse suo avo. A me par chiaro che manca anche la fine del racconto, in cui l'eroe venga a risapere la sua origine ed a sentire così la sventura a cui sopra si accenna [57] ».

Più strano assai che presso gli Albanesi, dovrà sembrare che del mito greco si trovi memoria presso le genti finniche. Fra le quali fu trovato vivente nella tradizione orale, il racconto che qui riferiamo, e che, in mezzo ad alcune varianti, conserva tuttavia della forma primitiva i due sostanziali episodj, della incolpevole uccisione del padre e dell'innocente incesto colla madre.

Due maghi - dice il racconto finnico che compendiamo - arrivarono a casa di un contadino e vi furono ospitati. La notte una capra ebbe a partorire, e il più giovane dei due propose di aiutarla, benchè l'altro vi si opponesse, dicendo che l'agnello nascituro era destinato a finir in bocca al lupo. Nello stesso tempo, le doglie di parto prendono anche alla padrona, che il più giovane propone di aiutare, benchè l'altro osservi che il figliuolo che deve nascere ucciderà il padre e sposerà la madre. Il padrone di casa ode il dialogo, lo riferisce alla moglie, ma non han coraggio di uccidere il figliuolo. Un giorno in casa del contadino si fa gran festa e si mette allo spiedo l'agnello: ma avendo poi posta la carne cotta presso alla finestra, cade di sotto, e il lupo che passa la mangia con gran terrore del contadino e della moglie, che già si ridevano delle profezie dei maghi. Allora pensano di disfarsi del figlio, e poichè non han cuore di finirlo, lo feriscono nel petto, e legato a una tavola lo gettano in mare. Le onde lo spingono ad un'isola, dove vien raccolto e recato all'abate del monastero. Ivi cresce e divien bravo; ma noiandosi della vita che mena, è consigliato dall'abate a mettersi pel mondo. Va, e cerca lavoro; e un dì giunge ad una casa di contadini. L'uomo non v'era; v'era la donna, alla quale chiede lavoro, ed essa gli dice: Va a guardare cotesti campi da' ladri. Ei si pone all'ombra dietro un sasso, e vedendo entrare nel campo un uomo a córvi erbe, mentre questo sta per andarsene, gli tira un colpo e l'uccide: poi torna alla padrona la quale sta in pensieri non vedendo tornare a pranzo il marito. Allora si scopre che l'ucciso era il marito; ma poichè l'uccisione fu senza colpa, dopo molte grida e smanie, la donna perdona al servo che resta presso di lei, ed anzi la sposa. Ma un giorno vedendo al marito la ferita, si pone in sospetto, e finalmente si scopre che sono madre e figlio. Che fare? La donna lo manda a cercar uomini dotti per trovare il modo di espiare il delitto. Ed ei va, e trova un monaco vecchio con un libro in mano: ma il monaco, consultato il libro, dice che non vi è espiazione: onde l'altro, cieco dal dolore, l'uccide. Lo stesso avviene con un secondo monaco: ma un terzo gli dice che non vi ha peccato che non si espii col pentimento, e gli soggiunge che vada a scavar da una rupe un pozzo finchè non trovi acqua, e la madre lo assista tenendo in braccio una pecora nera, finchè diventi bianca. Vanno, ma passa il tempo, e l'acqua non scaturisce nè la pecora diventa bianca. Intanto passava gente e guardava e dimandava, e un giorno un signore si fermò e domandò chi fosse e che facesse. Ei gli risponde, e poi gli dimanda a sua volta: e tu chi sei? - Io sono uno che fa dritte le cose storte, e ora appunto vo a un giudizio. - Vedendo che sta meglio al mondo di lui, e che a lui non riesce farsi perdonare, il misero si arrabbia e uccide il viandante. Allora la pietra si apre, l'acqua scaturisce e la pecora diventa bianca. Ma non sapendo come espiare l'ultimo fallo, il meschino torna dal frate, il quale lo assicura che il miracolo si è compiuto prima del tempo, perchè l'ucciso, colla sua professione, offendeva Dio più di lui, onde era abbreviata la penitenza nè eravi d'uopo d'altra espiazione. Sicchè il pentito potè d'allora in poi condurre vita quieta e tranquilla [58].

Giunti al fine di questo breve ma pur faticoso esame di narrazioni così diverse fra loro per l'età ed i popoli a cui appartengono, per lo scopo a cui tendono, e pel concetto a cui s'informano, ci sia lecito, conchiudendo, dappoichè a tutte potemmo assegnare uno stesso e comune punto storico di partenza, di far notare la vitalità delle antiche favole pagane: le quali, o accettate dal cristianesimo ed appropriate ai suoi personaggi, come accade per la leggenda di Giuda, o modificate sotto l'impero delle nuove credenze religiose, come è per quella di Gregorio, o abbandonate alle incertezze della tradizione orale del volgo che le va alterando, come nei vari racconti popolari, conservarono tuttavia il loro predominio sulle menti degli uomini delle più lontane generazioni commovendone, come ne commoveranno per molto tempo ancora, e la fantasia e gli affetti.

Pisa, 1868.

ALESSANDRO D'ANCONA

Note

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[1] Il poema tedesco su Gregorio termina appunto con questa sentenza: « Da questo racconto morale dei tre peccatori, com' essi abbiano riacquistata la grazia di Dio dopo aver commesso grave colpa, non deve alcun peccatore trarre  cattivo esempio: ma s'egli ha offeso Dio, stia di buon animo e imperterrito, e impari da questa storia che egli non fu ancora dato in balia della maledizione, e può trovare grazia presso Dio pentendosi di cuore».

[2] Lucca, 1853, tipografia Fontana; di pagg. 33; edizione di 80 esemplari.

[3] Pasini , Cod. Mss. Biblioth. "R. Taurinens. Athen. vol. II, 472

[4] Tours, Impr. Bouserez, MDCCCLVII

[5] Hist. de la langue franç. 11, 192, e seg;. e 269.

[6] Quest' episodio della Leggenda ci sembra una confusa memoria dei fatti che precedettero l'elezione di Gregorio Magno, il quale, secondo raccontano il Varagine e i leggendari, sarebbe fuggito da Roma dentro una botte, per rifugiarsi nelle caverne di una oscura foresta: ma discendendo una colonna di fuoco dal cielo sul luogo deI suo nascondiglio, i messaggeri lo trovarono, e lo costrinsero ad accettare il pontificato.

[7] « . . . . Sotto Alessandro II. (1065) scoppiò l'eresia degli incestuosi (haeresis incestuosorum) la quale fondata da un giurista fiorentino, determinava i gradi della parentela secondo le istituzioni di Giustiniano, in modo contrario alle leggi ecclesiastiche. Questi settarj sostenevano che tra sorelle e fratelli germani intercedesse il secondo grado, tra i loro figli e figlie il quarto, tra i nepoti e le nepoti il sesto, sicché per eccezione, col permesso ecclesiastico, i congiunti in codesti gradi potes­sero venire fra loro a valido matrimonio. Tale dottrina già in tempi anteriori aveva messo radice e si era diffusa, e la lotta a cui essa diede nascimento fu sì violenta (Baron. ann. 1065. Gratian. Decr. can. 359), che lo scritto che Pier Damiano pubblicò contro di essa, in luogo di sedarla non fece altro che vieppiù infiammarla, e si dovettero tenere in Laterano due conciti per rimettere in vigore le pristine leggi della chiesa. Malgrado questo, vennero allora fatti sì di frequente matrimoni fra stretti consanguinei, che Pier Damiano nel suo scritto a De contemptu saeculi non poteva esclamare: « qui ex tot milibus hominum saltem unum videt ab infausti foederis abominatione divulsum? » Il medesimo scrittore presentò a Leone IX. (1049) sotto il titolo di « Gomoraeus » uno scritto in cui ritraeva secondo la verità, e il più castamente che fosse possibile in siffatta materia, i molteplici peccati carnali di quell' età. Il Baronio che aveva dinnanzi a sé il ms., attesta che vi si trovano citati, togliendoli dalla storia dei costumi contemporanei, esempi d'incesti e di sozzure che troppo spesso debbono offendere il sentire del modesto lettore. Intanto non riuscì se non a Gregorio VII di ristabilire anche in questo punto, come in molti altri, l'antica disciplina della chiesa. Pertanto questi tratti di storia del costume di quei tempi possono di leggieri condurre a congetturare, che la grande contesa circa il matrimonio onde era commosso il mondo, e i frequentissimi scandali degl'incesti, sieno stati cagione che si ripigliasse e si svolgesse di nuovo il mito greco, il quale, di fronte a quelle pubbliche sozzure, prese forma di poema didattico e morale, in cui l'eroe, sotto il nome di Gregorio, dovesse ricordare quel papa che, oltre aver vinto nella lotta delle investiture contro Enrico IV e ristabilita la disciplina ecclesiastica, si era anche dimostrato avversario e punitore di quelle pubbliche nefandezze ». Greith, Spicil Vatican. pag. 157. Gervinus, Gesch. d. deutsch. dicht. I. 363, sembra accettare questa allusione a Gregorio VII e alle questioni contemporanee sul matrimonio, segnalata da Greith.

[8] Ed é perciò che non se ne trova menzione nel libro del Dollinger, Die papst-Fabeln d. milielalt., fondato tutto su documenti storici o pseudostorici. Ed il Greith osserva anche, pag. 159, che la leggenda di Gregorio non si trova nelle più autorevoli raccolte di leggende e di atti ecclesiastici, come il Capgrave, il Surio, il Rosweid, il Platina, i Bollandisti ec., e né anche nella Legenda aurea, alla cui compilazione la critica ha avuto assai minor parte.

[9] Walter Scott nella sua ediz. del Sir Tristrem, 3.a ediz. p. cviii, ricorda l'antica leggenda of pope Gregory; per la cui origine dal testo francese, vedi Littré, op. cit. p. 255.

[10] Ediz. Keller cap. 81; ediz. Swan vol. II. p. 1; nei Gesta in inglese ediz. Madden, p. 201; nel Violier des hist. Rom. cap. 79. -Per l'origine del racconto dei Gesta dal poema francese, vedi Littré op. cit. p. 252.

[11] Greith, Spicil. Vatican. 159 - Il Potthast , Biblioth. hist. med. aevii. pag. 588 registra questa leggenda sotto il nome di Albano, a questo modo: «Vita S. Albani auctore Transamundo (?): Erat olim in partibus aquilonis homo »; e nota che se ne trovano mss. a Posen ed a Parigi nella Bibliot. dell'Arsenale. Quest'ultimo, secondo la notizia che mi vien comunicata dal Prof. Teza che lesse il mss., ha per titolo: « Ep. clxxvi. Nativitas vita et obitus beati Albani qui natus fuit ex patre et filia, postea accepit matrem in uxorem, postque occidit patrem et matrem (?) et demun sanctificatus est ». Al nome dell'autore, Transamundo, segue « sacrosantae romanae ecclesiae prothonotarii et Abbatis monasterii Clarevallis » - Un altro mss. « De ortu infelici et vita Albani regis Hungariae » è indicata da L. Delisle come già esistente nella Bibliot. imperiale a Parigi (Vedi in Biblioth. de l' Ecole des Chartes, 1866, T. ii, s. 6, 205-7) - La leggenda di Albino o Albano di Ungheria trovasi anche in tedesco antico, come nota il Von der Hagen , Germania, ix, 247.

[12]   Les cloches de l'église, de ce soiez certains,

Sonnèrent tout par elles sanz metre piez ne mains.

Ce faisoit lo vrai Dieu pour les siens essaucier.

[13] Jubinal, Nouveaux recueil de contes, dits, fabliaux et autres pieces inedites des 13. 14. et 15. siècles.; I., 42. - Hist. littér. de la France, vol. xxiii p. 121. - Una variante un poco troppo lontana dall'originale è quella del favolello: « De la borjoise qui fu grose de son fil n (Méon, Nouv. Recueil de fabl. et contes. II, 394; e Jubinal, op. cit. I, 79: « Le dit de la bourjoise de Romme » ), ove si narra della moglie d'un ricco senatore di Roma, la quale sebbene devotissima della Vergine, cade, per opera deI diavolo, in peccato col proprio figlio giovinetto, e ne ha un bambino che viene da lei stessa ucciso sul nascere. Commesso questo secondo delitto, si dà alla più stretta e severa penitenza; ma il diavolo che teme di perder la preda, piglia figura di medico, viene in Roma alla corte del papa e dell' imperatore, e con sue arti fa sì che il delitto della donna si scopra. Ma questa avendo supplicato contritamente la Vergine ed essendosi confessata al papa d'ogni suo fallo, confonde e vince il nemico; e postasi tutta al servigio della sua salvatrice, cui innalza un tempio, morendo viene accolta in cielo. Questo miracolo si trova anche riferito nella raccolta spagnuola intitolata Libro de los enxemplos §. ccv (Gayangos, Escrit. en prosa anterior. al siglo XV, Madrid, Rivadeneyra, 1860). Il Liebrecht nelle note al Dunlop pag. 498, ricorda ancora Cesare Heisterbach, Illustr. mirac. I, 2, c. II, che non abbiamo potuto vedere, e le Latin Stories di Wright ai N. 110, 112. Il primo racconto di queste è infatti una cosa colla borghese di Roma; l'altro narra, di una madre che ha che fare col proprio figlio e che poi lo uccide; ma alcune gocce di sangue cadutele sulla mano, manifestano con misteriose note il suo peccato. La Vergine poi le perdona. Questo miracolo si trova nel Gesta romanorum (cap. xiii ediz. Keller; voI. I, pag. 54 ediz. Swan) e nel Violier des hist. rom. cap. xiii, ove l'annotatore Brunet ricorda che qualche cosa di analogo si trova nello Speculum historiale di Vincenzo Bellovacense, lib. vii, cap. 93.

[14] Il « Gregorius uf den steine » di Hartmann prende da pagg. 135 a 303 dello Spicilegium di Greith. Dipoi su altri Mss. fu ristampato da Lachmann, da Pfeiffer, e or ora da Bech (Leipzig, Brockhaus, 186

[15] Lateinische gedichte des X und. Xi Jh., pag. xlv.

[16] Gervinus, Gesch. d. d. dicht. I. 363, e Greith Spicil. pag. 160, ripetono l'opinione di Grimm

[17] Nella prefazione all'Adam, drame da .XII.e siècle. etTours, 1854, Introduction, p. 23 et suiv.

[18] Op. cit. pag. 257 e segg.

[19] Germania di Pfeiffer XIII, 188. Lo Strobl però, ponendo a confronto il poema di Hartmann, il testo francese ed i frammenti latini opina, che il testo tedesco provenga bensì dal francese, ma da una versione diversa da quella pubblicata dal Luzarche. - L' artic. del sig. Schreiber: Der Gregorius des H. v. A. inserito nei Theolog. Stud. und Kritik. 1863, prende soltanto in esame le idee religiose e morali del poema, come si rileva dall'aggiunta al titolo: Ein Beitrag zu der Lehre von Schuld und Vergebung in Mittelalter.

[20] Simrock, D. deutsch. Volksb. XII, 83. In questa leggenda il padre dei due colpevoli è chiamato Marco, come nel Gesta Romanorum, ma, anziché imperatore, è detto Duca di Ferrara.

[21] Warton, The history of english poetry I. 180, London 1840; Ellis, Specimen I, 347; Utterson, Popular poetry I, 117. Secondo l'annotazione di Price a questo luogo di Warton, il poema di Sir Degore nella presente forma, che probabilmente risale al XIII secolo, sarebbe un inabile rifacimento di più antica versione: il che si dedurrebbe anche dal vedere come l'autore sia incerto persino del vero nome del suo personaggio, che parrebbe, secondo lui, dover esprimere persona o cosa perduta: Dégaré o l'Egaré. Se questa etimologia fosse la vera, bisognerebbe ammettere che il testo del poeta inglese fosse in lingua d'oïl. Non oseremmo però affermare che questo testo sia quel romanzo di Richars li biaus del quale recentemente il Sig. Casati ha dato notizia di sur un cod. della Bibliot. di Torino (Paris, Franck, 1868) attribuendolo al xiii° secolo. Salvo leggiere differenze, i due poemi combinano assai bene fra loro; però il romanzo torinese seguita ancora dopo il matrimonio del padre e della madre di Riccardo, e l'episodio finale ricorda la leggenda del morto riconoscente, della quale una lezione italiana fu testè pubblicata da noi col titolo: La novella di messer Dianese e di messer Gigliotto (Pisa, Nistri, 1868). Il Brunet nelle annotaz. al Violier des histor. rom. pag. 197, ricorda oltre il Degore, anche un altro antico poema inglese, Sir Eglamour of Artois, « dont voici, egli aggiunge, la trés succincte analyse: Un enfant est avec sa mère abandonné en pleine mer sur une barque. L'enfant est sauvé et mené à un roi qui est à la chasse, et qui le protège et le crée chevalier. Plus tard il épouse sa mère sans le connoître, et, instruit de cette déplorable méprise, il l'expie par une rude pénitence ».

[22] Dunlop-Liebrecht, Gesch. d. prosadicht. 290, ove si citano per l'Inghilterra, anche i Blossoms (Bluthen) di Byshop cap. xi, nei quali si trova menzione del fatto.

[23] Dunlop-Liebrecht, op. cit. p. 289

[24] T. 3, s. xxviii, p. 6.

[25] Mone, Anzeig. II. 238 che si riferisce a Berckenmeyer, Vermehr. curieus. antiq. (Hamb. 1712). Liebrecht op. cit. p. 499, cita anche le Lettere della Principessa di Orleans, ediz. Menzel.

[26] Vedi l'ediz. dell'Heptaméron di Leroux de Lincy, Vol. II. p. 449. - Nella Biblingraphie des ouvrag. relat. à l' amour etc. col. 357, troviamo questa nota tratta dall'Usage des romans. « Le grand Barriere, la terreur des Turcs, se trouva, sans le savoir, le père et le mari de sa soeur. On laissa leur ignorance aux deus époux, et le fait ne fut révélé qu'aprés leur mort ».

[27] Enrico Stefano (Introduct. au traité de la conformité ecc. cap. xii) riferisce il fatto sulla testimonianza della regina di Navarra.

[28] Dunlop-Liebrecht, op. cit., p.499.

[29] Secondo l'Hubaud (Dis.sertat. sur . . . . . l' Heptam. etc. ) se ne trova cenno sommario anche per entro l'Amadigi di Gaula.

[30] Questa è la data che traviamo, nel Dunlop; l'Hubaud registra invece una ediz. di Paris, Quinettes, 1644.

[31] Vedi la Dissertazione dell'Hubaud cit. dal Leroux de Lincy nelle note all'Heptaméron. - Nelle Avantures galantes de M.r Le Noble; nouvelle edit. ecc. Amsterdam, Coui, MDCCX, a pag. 157, si legge una novella intitolata: L' inceste innocent, ou la mauvaise mere. Ma vi si tratta di due, fratello e sorella, che si in namorano l'uno dell' altro: finchè poi, scoprendosi che non sono quali si credevano, possono col matrimonio coronare il loro vicendevole affetto.

[32] Novelistas anter. a Cervantes, Madrid, Rivadeneyra, 1856, pag. 137. - Juan Perez de Montalvan nei Sucesos y prodigios de amor ha una novella sul nostro argomento intitolata La mayor confusion, che secondo il signor Hubaud, sarebbe tratta dall'Heptameron, ma che il Liebrecht dice essere ganz nach Bandello. - Avendo però consultata la traduz. italiana dei Prodigi d'Amore fatta dal P. D. Blasio Cialdini (Venezia, Tomasini, 1637) mi sembra poter dire che il Montalvan non si accosti nè alla Regina nè al Bandello, tanto nella prima parte, che non ha che fare col ciclo dell'incestuoso innocente, quanto nella seconda, intrecciata di vari episodi e dove l'ancella è consenziente al peccato della padrona. Riferisco l'argomento della Novella che è la IV: « Cassandra Gentildonna di Madrid, ancor che vaga d'esser da molti amata, non gl' è permesso peró del suo cuore lo stimar degno di conseguirla altri, che Gherardo, di cui procura gl' imenei. Mentre questi si trattano, Bernardo che stranamente ardeva per Cassandra, agitato da quei furori, che sogliono suggerire le gelosie, assalta in tempo di notte Gherardo, e l' uccide. Cassandra piange il defunto Amante. Sollecitata da' parenti e amici perdona all'Omicida, e lo prende per isposo. Gli partorisce un figlio. Restata Vedoa s'innamora del proprio figlio. Aiutata da una serva con incestuoso congiungimento sazia la sfrenata sua voglia con colui, ch' aveva portato nel ventre. Divien gravida, e infantandosi si vede nata una bellissima fanciulla, di cui in progresso di tempo, non conosciutala per figlia, e sorella, se n'invaghisce il medesimo figlio. Al dispetto della Madre la prende per isposa. Questi imenei portano tragici avvenimenti a Cassandra, e al figlio, come si rappresenta nella seguente Novella ». - L'Hubaud fa provenire dall' Heptaméron anche una novella latina di D. Ottone Melander, la quale ci è del tutto ignota.

[33] Il Dunlop ed il signor Hubaud ricordano anche Massuccio di Salerno per la sua xxiiia novella. Se non che in questa vi ha bensì la prima parte dell'incesto colpevole, ma manca l'altra per la quale potrebbe ricongiungersi col nostro ciclo, cioè l'incesto innocente. La novella s'intitola: « Una donna vedova s'innamora del figliuolo e sotto grandissimo inganno si fa da lui carnalmente conoscere dopo ingravidata, con arte scuopre la verità al figliuolo, il quale sdegnatosi del fatto, se ne va in esilio: il fatto si divulga , e la madre dopo il parto é dal potestà brugiata ».

[34] Brevio, Rime e prose volgari. Roma, Blado 1545. - Novelle (Milano) 1819. Vedi la novella anche nelle Cento del Sansovino, giorn. 3.a novella 4.a ediz. del Sessa, Venezia.

[35] Il Convito Borghesiano.... opera di messer Grappolino. - Londra, Jacson, 1800. Novella vii, pag. 99.

[36] Venezia, Tipogr. Cordella, 1806. Di pagg. 12. Ne ho sott' occhi un' altra ediz. pur di 12 pagg., di Colle, con permissione, s. a., intitolata: « Storia nuova bellissima e di considerazione non più intesa di un caso ecc. ».

[37] impegolata: incatramata, impeciata

[38] Di Novelle popolari italiane, oltre le dodici pubblicate dal Knust, altre ne furono inserite nel Jahrbuch für romanische literat.; cioè ventuna dai Sigg. G.Widter, A. Wolf e R. Köhler. (vol. VII, pan;. 1-36, 121-154, 219-290), e tre dal Sig. R. Köhler (vol. VIII, 211-270) - Il Prof. E. Teza ne pubblicò due, cioè Mela e Buccia  e la Novellina del Papagallo nel suo scritto La tradizione dei Sette Savi nelle novelline magiare (Bologna, 1861). Nel giornale la Civiltà Italiana il Prof. De Gubernatis pubblica una versione subalpina del racconto dello Sciocco (n.° 3), a cui il Prof. Teza soggiunse la versione romagnola (n.° 5), e il Sig. F. Chieco una versione pugliese (n.° 13). Al Prof. De Gubernatis si debbono inoltre la novella piemontese dei Tre Maghi (in Wesselofsky, Le tradizioni popol. nei poemi di Ant. Pucci) quella di Marion de Bosch (in Wesselofsky, Novella della figlia del re di Dacia pag. XXIX) e l'altra dei sette frati e sette cavalieri (Rivista Orient. p. 1365). Tre racconti milazzesi si trovano in Piaggia Nuovi studj sulle Memorie di Milazzo ecc. pag. 339: e cinque delle colonie grecaniche di Terra d'Otranto negli Studi sui dialetti greci di Terra d' Otranto del Prof. Gius. Morosi (Lecce, 1869).

- I Cento racconti raccolti da Michele Somma della Città di Nola per divertire gli amici nelle ore oziose, dei quali una recente ristampa è quella di Napoli, a spese di Luigi Russo, 1865, contengono alcune narrazioni evidentemente raccolte dalla tradizione orale, anzichè spigolate nei libri.

[39] Nella raccolta di Vuk il racconto è vol. II, N. 14, in quella di Talvj, 1. 71. Un'altra versione si trova in Vuk, II, N. 15, e nel Gerhard, Vila, I, 226: « Il re di Jagna sposa a forza una ragazza: dopo tre anni ci si trova un bambino, e la madre che non può allattarlo, lo consegna al fiume in una cassetta, nella quale pone fogli e camicie. Apre la cassa Sava Patriarca; e quando Simone è cresciuto, gli narra come lo abbia trovato, e lo manda a cercare i suoi. Il re di Iagna era morto: la vedova chiesta da molti, aveva fatto scegliere sessanta prodi fra i più belli, e si prometteva sposa a chi cogliesse le mele d' oro che ella avrebbe gettate. Fortunato è Simone ed ha la regina. Ma un dì mentre egli è alla caccia, la donna fruga nei fogli del marito: s'accorge d'avere a marito il figliuolo, e Simone disperato ritorna a Sava che lo tiene trent'anni in prigione. Quando il pesce ridona la chiave, Simone era già morto e santificato ».

[40] Comparetti, Edipo e la Mitologia comparata. Pisa, Nistri, 1867, pag. 75

[41] Greith, Spicil. Vatic. pag. 155: « II bel mito di Edipo ci appare come la vecchia radice da cui crebbe questo ramo novello sotto il sole del medio evo, rinnovato nella forma cristiana ». Littré, op. cit. vol. II, pag. 171. Graesse, Lehrhuch einer literärgesch. etc. II, 2, 953. Al mito di Edipo è stata riavvicinata anche la nota leggenda di S. Giuliano; il quale fuggito dalla casa paterna, affinchè non si avverasse la predizione fattagli che ucciderebbe i genitori, compie involontariamente il delitto ch'erasi tanto studiato di evitare. La leggenda di S. Giuliano avrebbe così ritenuto dell'Edipo la prima parte: il secondo episodio sarebbe rimasto al S. Gregorio: ved. Greith, Spicil. p. 155.

[42] Siamo qui, alquanto discordi dal Prof. Comparetti che a pag. 89. dello scritto già citato conchiude: « Fra questi racconti (S. Gregorio, S. Albino ecc.) e l'Edipodea non esiste certamente verun rapporto di derivazione che sia dimostrabile ». La dimostrazione esatta certo è impossibile; ma la relazione ci sembra evidente.

[43] Altre leggende apocrife su Giuda, vedile in Brunet , Évangiles apocr. pagg. 86, 104.

[44] Vedi il Lamento d'Edipo, in Du Méril, Poésies inédit. du moyen âge. pag. 310. Fu ripubblicato da Ozanam, Gall Morell, ed ultimamente da M. Schmidt (Philologus XXIII pag. 545) il quale ha creduto fosse inedito.

Le Roman d' Edipus è un antico libretto francese in prosa, ripubbl. nella Colleclion Silvestre n.° 22.

[45] Legitur in quadam historia licet apocrypha.... Hucusqe in praedicta historia apocrypha legitur: quae utrum recitanda sit lectoris arbitrio relinquatur, licet sit potius relinquenda quam asserenda ».

[46] Questo intento di render popolare la leggenda trovasi anche sul bel principio della Leggenda latina in versi:

Dicta vetusta patrum jam deseruere theatrum

Et nova succedunt, quae prisca poemata laedunt.

Ergo novis quaedam placet ut nova versibus edam

Quae discant multi novitatis stemmate culti,

Et me, si quis amet, legat et per compita clamet.

[47] etDu Méril, et Poésies popul. latines du Moyen âge, pag. 314-368. Un altro poema latino su Giuda, anonimo e di scrittura del sec. etXV. ricorda Leyser, et Hist. poet. et poemat. m. aevi, etpag. 2125. Comincia « Cunctorum veterum placuerunt poemata multum ».

[48] etP. Paris, etMss. Françet., II. 84.

[49] etDouhet, Dictionnaire des Mystères, etcol. 722.

[50] Douhet, et Dictionnaire des Légendes etcol. 717 e 1276. - Socarci, etLivres populaires imprimés à Troyes de et1600 eta et1800; Paris, Aubry, 1861, pag. 13.

[51] Vedi Das alte Passional, ed. Hahn, p. 312 segg.

[52] Du Méril ricorda (Poes. popul. du m. âge, p. 327 ) anche una vita di Giuda stampata da Abraham a Sancta Clara nel 1687 intitolata: Judas der Erzschelm (l'arcifurfante); e una vita popolare di Giuda in svedese pubblicata da Baekström, Svenska Fölkböcher II, 198, di cui una traduzione sopra una stampa del 1833 trovasi nel N. Jahr. d. berlin. Gesellsch., vi. 144.

Un testo danese si trova Morskabslaening, nel Nyerup, 178.

Nel teatro di D. Antonio di Zamora trovasi un Judas Iscariote che non abbiam potuto vedere; ma che forse segue la leggenda, secondo possiamo argomentare da ciò che ne dice il Tieknor, Hist. de la literat. espan. III, 103: « contiene demasiados errores para ser entretenida ».

Neanco ci è noto che cosa sia il « Judas Iscariotes, tragoedia nova et sacra » di Tommaso Naogeorgus (sec. XVI) s. a. n.

[53] Ne possediamo due moderne edizioni ad uso del popolo, una s. n. (ma forse di Todi), l'altra, Bologna 1806, alla Colomba. Nella vita del Tasso scritta dal Serassi, pag. 597, si legge che il libraio Scaglia, a cui venne a mano questo poemetto, lo stampò presso il Baba nel 1627, credendolo del Tasso, benchè fosse opera di un Giulio Liliani, che non potè mai ottenere di vederlo pubblicato col proprio nome. Infatti se ne hanno altre stampe, sempre col nome del Tasso, di Milano 1628, Cremona 1629, Venezia 1678, Boma 1688 e 1780, non che una traduzione spagnuola stampata a Venezia, Baba, 1564

[54] Nascita | vita, e morte | disperata | di | Giuda | Iscariotte | poeticamente descritta | dal signor Nibegno Roclami romano. | In Lucca per Domenico Marese.

(Marescandoli) 1807, con approvazione. Il nome dell'autore è evidentemente anagrammatico, ma si indovina soltanto che Nibegno può voler dire Benigno. Lo stile del poemetto non è rozzo, come nelle storie che sono composte da vati popolani, ma gonfio, come si nota in quelle altre che da gente mezzanamente culta sono scritte ad uso del popolo. Riportiamo la 1.a ottava:

Non più d' armi d'Eroi, d'amor, di sdegni

Non più d'imprese egregie e generose,

Non più d'illustri e memorandi ingegni,

Musa, non più cantar gesta gloriose;

Ma del re degli iniqui, infami e indegni

Descrivi i sensi e l'opre obbrobriose;

Questi fu l'empio Giuda, il più nefando

Di tutti i traditori, il più esecrando.

Vi ha pure un altro poemetto popolare col nome di Nibegno Roclani (e non Rodami), Patrizio romano, cioè: « La Regina sfortunata di Cipro ecc. Lucca , Baroni ». Pare che la poesia del Roclani non sia andata a genio alla plebe, perchè anche di quest'altro suo poemetto mi è nota una sola edizione.

[55] Il titolo di un raro libercolo del sec. XVII ci aveva indotto nell'opinione che si trattasse di una scrittura la quale si riconnettesse alla nostra materia. Intendiamo alludere all' « Aristo o vero sia l'incestuoso micidiale innocente, opera di Gasparo Ugolini da Rovigo, Podestà di Gazuolo e tutto suo marchesato », che trovammo rammentata nei Novellieri in prosa di G. B. Passano p. 423. Ricorremmo, per averne notizia, al cortese bibliofilo signor Andrea Tessier di Venezia, possessore, forse unico in Italia, di questo romanzetto, e potemmo accertarci che, ad onta del titolo, Aristo non ha nulla che fare con Edipo. Si racconta in questo romanzetto, come Erminia fa venire Aristo ad amoroso congresso notturno, e allontanatasi dalla camera per agevolargli l'uscita, è fraudolentemente sostituita dalla propria sorella Aurelia, che stava in agguato, invida della fortuna di Erminia: e quando questa ritorna, Aristo credendo sia alcuno che venga a sorprenderlo coll'amata, fra le tenebre la ferisce, ed essa poco dopo ne muore: onde, conclude l'autore, Aristo è incestuoso e micidiale, ma innocente. - Questa operetta di circa 200 pagg. è un mostro singolarissimo di sensi volgari, di stile del più puro seicento, e di errori grammaticali ed ortografici , ai quali sono da aggiungersi innumerevoli spropositi di stampa, forse dovuti all'essere l'edizione datata da Amsterdam, per Gullielmo Winzlaik, 1871.

[56] Hahn, Albanesische Studien I, pag. 167, e Griech. und albanes. Märchen II, pagg. 114 e 310; Camarda, Appendice al Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese, pag. 20 segg.

[57] Comparetti, Edipo e la mitologia comparata pag. 85.

[58] Grässe, Wrelienwelt,Leipzig, 1868, pag. 208.

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011