Anonimo

  

LA ISTORIA DI SUSANNA E DANIELLO

 

POEMETTO POPOLARE ITALIANO ANTICO

 

http://www.comune.fe.it/biblio/arte/dipinti/righini1big.htm

 

 

Edizione di riferimento

Romania, recueil trimestriel consacré à l'étude des langues et des littératures romanes / fondée en 1872 par Paul Meyer et Gaston Paris, tome XLII, Publiée par Paul Meyer et Gaston Paris, reprint 1875

http://gallica.bnf.fr/Visualiseur?Destination=Gallica&O=NUMM-16050

 

 

a cura di Amos Parducci

 

 

I. — Il poemetto, che qui ci proponiamo di illustrare come contributo allo studio sulla fortuna della « casta Susanna » nel territorio romanzo, è anonimo e non ci è stato conservato da alcun ms. Si conosce solo per le stampe seguenti.

 

a Qui Comenza una bella e lizadra historia | di Susana e de Daniello.

c. I col. 1 Com. Chi si dilecta Noue cose odire; c. 4 col. 1 Fin. he da dio e primiato a tucte ore. || Finita la istoria di Susanna | & Daniello, e a destra la insegna tipografica con le lettere : B. B. - S. l. (ma Bologna), B. B. (Bazalerio de' Bazaleri), s. a. (ma degli ultimi del sec. xv) [1]. In-40, car. rom., cc. 4, n. n., s. segn., 2 col., con lett. iniz. fiorita, 64 ott. [2] Bibl. Braidense di Milano AO. XVJ. 33a).

 

b — La hinstoria et festaDi Susanna. — Indi una xil. rappresentante un giardino, nel cui sfondo a sinistra si vede una parte della casa di Susanna. Sul davanti, pure a sinistra, è un piccolo laghetto rotondo, nel quale Susanna ricoperta da una tunica che le scende fino a metà della gamba e coi lunghi capelli sciolti sulle spalle, sta per bagnarsi. A destra, nascosti da alberi, i due vecchi che parlano fra loro. Nello sguardo, sopratutto di quello più esterno, che tiene anche nella sinistra un bastone, è come espresso un desiderio più ardente di piacere. c. 1 col. 1 Com. Chi si dilecta nuoue cose udir; c. 4 col. 2 Fin, ringratiata sie tu madre dulcissima. || Finita la Hystoria di Susanna I & Daniello. S.l. nè tip. (ma fiorentina), s. a. (ma della prima metà del sec. xvi). In-4°, car. rom., cc. 4, n. n., s. segn., 2 col., 63 ott. Bibl. Trivulziana Scaff. 48. 4 [3].

 

c La historia di Susanna moglie diGiouacchi ! no, la quale fu accusata a torto da duo falsi uecchi, et la sententia tornò sopra di loro | — Indi una xil. che riproduce un giudice seduto sopra un trono assai elevato, alla cui destra e sinistra è il popolo: donne e uomini che reclamano giustizia. Egli è rivolto verso sinistra e accenna ad un vecchio, che è rappresentato in atto superbo innanzi a tutti gli altri [4]. c. I col. 1 Com. Chi si diletta nuoue cose udire; C. 4 col. 2. Fin. rigratiata sie tu madre dolcissima, || Finis. || Fece stampare Giouāni di Francesco Benuenuto Car- | tolaio l'Anno. M. D. XXXXIII. In-4°, car. rom., cc. 4, con segn. A-Aii, n. n., 2 col., 63 ott.; [5] Bibl. Trivulziana Scaff. 48. 4.

 

d —  La Jstoria di Susanna | Moglie di Giouacchino, la quale a torto fu accusata | di adulterio da dua tristi uecchi, E poi per | miracolo di Dio lei fu liberata, e loro | furno lapidati dal popolo. || Nuovamente Ristampata |[6] — Indi una xil. raffigurante un giardino. A sinistra, avvolti in ampi mantelli, due uomini, che in verità non han l'aspetto di essere troppo vecchi; a destra, divise da un grande albero, Susanna(?) incoronata e un'ancella, esse pure avvolte da tuniche [7] C. I col. 1 Com. Chi si diletta nuoue cose udire; c. 4 Col. 2Fin. ringratiata sie tu madre dolcissima | Il Fine. S. l. né tip. (ma fiorentina), s. a. (ma degli ultimi del sec. xvj). In-4°, car. rom., cc. 4, con segn. A-Aii, n. n., 2col., 63 ott. Bibl. di Wolfenbüttel, n. XLIII [8].

 

eLa historia di Susanna || Moglie di Giouacchino, la quale a torto | fu accusata di adulterio da due tristi vecchi, E poi per miracolo di | Dio fu liberata, e loro furno lapidati dal popolo. || Nuouamente Ristampata | — Indi una xil. come in d. c.I col. 1 Com. Chi si diletta nuoue cose udire; c. 4 col. 2Fin. ringraziata sia tu madre dolcissima || Il Fine. S. l. né tip. (ma fiorentina), s. a. (ma degli ultimi del sec. xvi). In-4°, car. rom., cc. 4, con segn. A-Aii, con rich., n. n., 2col., 63 ott. È similissima a d; non permettono di dirla uguale la diversa divisione del tit., i caratteri adoperati e la presenza dei rich.

Bibl. Trivulziana Scaff. 48. 4.

 

f – La | Historia | di Svsanna et de dve vecchi. || dove si scopre la malvagità loro | verso la innocentia di Susanna. Nuouamente data in luce per 'Tomasso Filippini — Quindi due fregetti e sotto una xil. rappresentante, a sinistra, Susanna nel bagno co' lunghi capelli sciolti. Ma v'immerge solo le gambe, scoperte molto in sù fino alle cosce, perché sta seduta come sopra un piccolo piedistallo. Dietro, più in alto di lei, vari getti d'acqua — non si prendano per foglie, a cui due specialmente rassomigliano — i quali scaturiscono da una colonnetta assai lavorata. A destra, i due vecchi che hanno un albero alle spalle: l'uno di essi, quello con la barba più lunga e a capo scoperto, si avvicina a Susanna con le mani tese in avanti; l'altro un po' più in disparte, e si rivolge procacemente indietro. c. I col. 1 Com. Chi si diletta nuove cose udire; c.4 col. 2Fin. ringratiata sia tu madre dolcissima || Il Fine || Stampata in Fiorenza. Con licenza de' Superiori. | Et in Orvieto per il Colaldi. 1600. In 4°, car. rom., cc. 4, con segn. A-A2, con rich., n. n., 2 col., 63 ott. [9].

Bibl. Riccardiana, Mise. Malfatti, n. 24.

 

g – La | Historia di Susanna | Moglie di Giouacchino, || la qvale a torto fu accusata di adol | terio da due tristi vecchi e poi per miracolo di Dio | fu liberata, e loro furno lapidati dal popolo || Nuouamente Ristampata. | – Indi la stessa xil. che in d. c.Icol. 1Com. Chi si diletta nuoue cose udire; c. 4 col. 2 Fin. ringratiata sia tu madre dolcissima || Fine || Stampata il (sic) Firenze Appresso Zanobi Bisticci l'anno 1061 (l. 1601). In-4°, car. rom., con segn. A-Aii, con rich., n. n., 2 col., 63 ott. [10].

Bibl. Trivulziana Scaff. 48. 4.

 

Manifestamente esso si rivela di origine toscana, e fiorentino n'è il fondo linguistico. Che tale però fosse anche il cantastorie che lo compose non mi sentirei di affermarlo con tutta sicurezza; perché certe piccole e quasi impercettibili venature che in esso immettono e che probabilmente non si poteron deviare, parrebbero riportarci un po' più verso mezzogiorno: nel territorio senese forse o anche in quel d'Arezzo [11].

Per la ricostruzione del testo dovranno come più antiche esser prese in considerazione a b c: le altre edd., assai più tarde, non ci aiutano gran cosa [12]; ma non verranno messe affatto da parte. a, come già s'è detto, è senza dubbio la stampa più antica; ma è molto scorretta [13], e accoglie in sé manifesti influssi veneti [14]. Manifesti influssi veneti rivela anche b [15]; se non che, essa porta pure evidente, di fronte ad a e anche a c, una patina linguistica di maggiore arcaicità:

 

1. il pr. procl. me, in confronto di mi di a c, in 172 e 199 (cfr. Barbi, La vita Nuova, Milano, 1907, p. cclxii); a cui converrà unire se di 177, 249 [16].

2. maiesta 171, comunque debba spiegarsi (Meyer-Lübke, Gr. st. comp., § 152), relativamente a maestà di a c.

3. il pr. sng. fem. mie 173 e il pl. fem. tuo' 410, in confronto di mia e tue di a c (cf. Meyer-Lübke, op. cit., § 183).

4. la la prs. ind. pl. in condannamo 317 (a, condaniamo; e, condeniamo: cfr. Caix, Orig., § 216 e Meyer-Lübke, op. cit., § 203 [17]; la 3a prs. sng. perf. fo 202 (a c, fu:cfr. Caix, Orig., § 55 e Meyer-Lübke, op. cit., § 221 [18]).

5. la prevalenza, per quanto lievissima, della notazione scempia dell'art. quando s'incontra con la prep.: Barbi, op. cit., p. cclxxv e Parodi, Il Tristano Riccardiano, Bologna, 1896, p. CLVJ [19].

 

Di fronte a c inoltre b si mostra anteriore per quanto riguarda l'anno, in cui sia stata stampata. Valgono a darne la prova: la mancanza di segnature, la maggiore solidità e spessezza della carta, l'assenza del nome dello stampatore, dell' arme della città e della data dell' anno e, in fine, la notevole quantità di abbreviazioni introdotte [20].

Sì che sembra evidente che b debba esser posta a fondamento di questa ed., anche a preferenza di c, genuinamente fiorentina [21]. Da c poi e da a verrà integrata e sostituita tutte le volte che esse, in accordo o no, presentino la forma più risolutamente e schiettamente toscana. Così faran valere le loro ragioni in quei casi, in cui senza il loro aiuto dovremmo di necessità ricorrere alla congettura [22], e quando la lezione che presentano meglio sorregga o corrobori la metrica o ripari una palese scorrettezza [23].

Ora, se su questo principio generale si sarà, credo, tutti quanti d'accordo, le discrepanze e le diversità d'opinioni si presenteranno invece nei singoli casi. Perché si rifletta alla condizione dell'autore e al luogo dov'egli dava mostra dell'arte sua. Intanto, quando improvvisava, varie forme della stessa parola gli si potevan presentare dinanzi o perché aventi ugualmente vita nella parlata giornaliera de' suoi ascoltatori e sua o perché così glie le offriva una vecchia e seguita tradizione poetica. E allora, quale scegliere? La più o la meno popolare? Quella che vantava antichità maggiore o l'altra di vita più recente [24]? La preferenza di una forma sull' altra dipende spesso dal genio del poeta, il quale, come accade anche di continuo ai giorni nostri, ha libera la scelta: le esigenze musicali del suo orecchio e le contingenze della circonstanza possono diversamente regolarlo e governarlo ne' vari momenti creativi. Neppur questa ragione dunque autorizza a decidersi senz'altro per la forma più popolare, quand'essa si trovi a concorrere con altra d'uso più letterario. Tutt'al più la presenza fra gli ascoltatori d'uomini dotti, che il cantastorie abbia notato [25], potrà giustificare l'introduzione di qualche parola ed espressione più elevata, di qualche crudo latinismo, a cui si lasciasse trasportare per sfoggio inopportuno di sapere [26]. O forse, a volte, egli si serviva di quei mezzi per meglio emergere fra i suoi ascoltatori popolani. Ma così stando le cose, è difficile determinarsi in modo sempre per tutti convincente in favore dell' una piuttosto che dell' altra forma. Onde noi evitammo per principio di accogliere da a c, se b si presentava toscanamente inattacabile, voci più popolari e talvolta anche più antiche: nel caso però di dover scegliere fra a c, a per la maggiore antichità ebbe la prevalenza. Certo però non fu possibile attenerci sempre ad esso con tutta rigidità: discuteremo poi i pochi casi particolari.

Per quanto è dell' ortografia, poiché anche qui si tratta di un' opera composta in lingua vivente e di continuo in via di formazione, « dove non sempre la tradizione grafica corrisponde al suono, e i segni per un medesimo suono sono talvolta parecchi, onde nascono dubbi continui sul loro preciso valore », sarà pure opportuno « con un diligente studio comparativo » risolver quei dubbi e adottare a un sistema di rappresentazione che consenta a tutti la pronta e sicura percezione del fenomeno fonetico e morfologico ». Tanto più poi che noi pure niente sappiamo delle abitudini ortografiche del cantastorie [27]. Non molti, nel caso nostro, saranno i cambiamenti; ma, per ogni buon conto, scompariranno le grafie latineggianti, che b predilige, di ct per tt frequentissime [28], di pt per tt, di ph per f, di -Ha, -tie, -tio per -zia, -zie, -zio. Un dubbio resta anche a noi (cfr. Barbi, op. cit., p. cclxvij, n. 19) per il -nti-. Che in 279 Si debba leggere sentenziar e in 488 menzione non par dubbio. In relazione a patienza (245 c, 384 b), riverenza (276 b c), sentenza (316 e 405 a b e, 383 b), leggesi pure magnificenza 27, sentenza 290 e 320; ma a tutto rigore non si può escludere anche l'esito in -zia. Scompaiono inoltre: adueñe di 41 [29], obscuro di 348; e con loro il frequentissimo b, che già da gran tempo era anche ammutolito nella pronuncia comune latina di quelle voci dove a ragione o a torto compariva [30]; lo y di martyrz 60, di fronte anche ad a c [31]; il x di luxuria 181, 275, anche sull' autorità di c 69, 176, di exaudirz 358, di extēpio 189 (cfr. appresso).

Riguardo a & e et – uno dei minimi ma tormentosi problemi degli antichi testi – le rendo con e anche dinanzi a vocale, perché mi ci autorizzano b 32 e e 79 ; ma in questo caso è pur possibile che la pronuncia fosse diversa e trovasse corrispondenza nella moderna oppure il -t mantenesse il suo primitivo valore.

A proposito delle doppie dicemmo già come noi ci eravamo attenuti all'uso toscano antico, sorretti in ispecial modo da c [32]. Il quale uso, com'è naturale, seguimmo anche per la scempia, di fronte a quello che avviene modernamente [33] . Pure il dubbio talvolta rimane. Nella molta incertezza della rappresentazione di f (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxiv), resta proferire 3 di b a, di fronte al proff- di c, e diffinisci, che b porta pure in 400 (cfr. anche la forma errata di a), di fronte al difinisci di c. Più indeciso, mancando raffronti nei nostri testi, è raguagliare 437, che d legge con -gg- (Parodi, op. cit., p. cliv e Barbi, op. cit., p. cclxxiij) [34] , e fabricando 46, per cui d pone ancora la doppia (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxiij).

Da questa ed., per virtù anche di a c, scompaiono, in fine, i pochi raddoppiamenti sintattici che b introduce [35]. Seguono alcune osservazioni su singoli vocaboli:

 

Babbillonia. Trattandosi di un nome straniero e facile quindi a modificazioni, non c'è nessuna ragione per non accogliere questa forma di b (a è molto incerto) di fronte al costante e più letterario Babilonia di c, che in 460 poi falsa la rima.

bolpe. In 412 l'accordo anche di d volpe come sicura; ma esso non ci autorizza, credo, a restituirla pure in 100, come a parrebbe consigliarci. Chè qui la parola è parte integrante d'un proverbio: « eran duo golpe a un pollo », il quale deve supporsi riferito nella forma corrente. Per lo meno in una delle forme correnti; ché la lezione di c (golpe), che d sorregge, ha ben diritto di non esser trascurata. Ma quale sarà la preferita?

digno. È regolarmente degno, in accordo, ne' casi in cui ricorre: 32, 74, 124, 428; solo in 233, di fronte ad a c, che leggono secondo il solito, b porta digno. Deve essere un voluto latinismo, posto com'è sulle labbra dei due giudici che cominciano a parlare e che han tutto l'interesse di dar risalto alla loro carica, perché ne valga intera l'autorità. Per ciò l'accetto.

esemplo. Accolgo in 189 la forma di a (cf. anche c ; b, exēpio), che col -pl- ci rappresenta la tradizione (Barbi, op. p. cclxviiJ, n. 24) ed è suffragato da d.

Giovvaccbino. Per quanto b vari leggermente — cfr. 14, 244 — preferisco tal forma, che è la toscana e che c (a sempre con solo -c-) poi mi dà ai vv. 26, 255, 361, 478.

Idio. E la forma più frequente (con -dd- solo c in 8), che ricorre in accordo in 330, 384 ; ma non so decidermi ad accoglierla anche in 353, 369, sebbene mi ci autorizzi c [36]. E un nome che può troppo facilmente variare.

iustizia. Sull' accordo di 35, 42, 359, 373, 447, 473 scrivo giustizia anche in 189 e 318, dove b legge iustitia. Ma in 234 le ragioni dello stile — cfr. sotto digno — mi consigliano a mantener iustizia. E tanto più mi credo a ciò spinto, in quanto, precisamente in questo passo, anche c è d'accordo, il quale altrove ha sempre la forma con g-.

maladetto, -a, -i. E la forma più popolare e preferita, quindi accolta. Delle quattro volte, in fatti, in cui la parola ricorre, b l'ha in 72, 221, 467, nel primo e nel terzo caso d'accordo con c: solo in 463 Si ha male-, dove però c legge mala-. All' opposto, a porta con uniformità male-.

popolo. Ricorre 12 volte. Ora a c portan sempre popul(o); b invece, ad eccezione di 288, 393, sempre popol(o). Per la quale forma mi son deciso. L'altra è un latinismo. Che il cantastorie possa averlo usato, certo non si nega; ma è- impossibile dir quando. Forse, sempre ?

 

È dunque inutile cercare, e sarebbe impossibile, una costante uniformità ortografica. Ma non si può e non si deve pretendere per i minimi quello che non avvien neppure per i grandissimi [37] . Del resto, se piace un severo palazzo datl'architettura austeramente regolare, non è perciò men bello quello, in cui il capriccio si unisca con prudenza all'arte sapiente del costruttore.

 

II. — Dopo quanto s'è detto, non si può dubitare che la Istoria si riporti più addietro del tempo, nel quale si fa conoscere per le stampe. Quanto, sarà sempre difficile dire, anche perché devesi tener presente il lungo perdurare, massime in certe scritture, della lingua del '300 [38]. Evidentemente è un prodotto di quella fase toscana, che si sovrappone con tanta fortuna alla franco-veneta [39]; e come tale essa fu certo ascoltata da que' bouni fiorentini che già prima de' tempi del Magnifico, sopratutto nei giorni festivi, si assiepavano intorno al favorito cantastorie, eminente sul suo suggesto di piazza S. Martino presso a Or San Michele [40].

L'argomento era pure di quelli che rientravano nella loro « oltremodo ricca e multiforme imbandigione poetica » [41]. Nello svolgerlo, l'autore segue passo passo il racconto di Daniele (xiii); sistematicamente però lo amplia con gran lusso di particolari, sia che questo gli appaia troppo serrato e conciso o troppo alto per la comprensione de' suoi ascoltatori. Così è avvenuto che il breve capitolo fornisse materia per 63 ottave: dalle quali tuttavia dovranno subito esser tolte la prima, che contiene l'esordio, e l'ultima riservata alla chiusa.

I particolari, nella maggior parte de' casi, sono come a dire variazioni sullo stesso motivo : nelle ott. 27 e 40 [42]lo sviluppo è sopratutto fornito dalla ripetizione di circostanze già fatte conoscere [43]. Altrove aggiunge di suo ; e le nuove immagini bene, in generale, gli convengono [44]. Fra queste aggiunte meritano uno speciale ricordo i molti e pietosi lamenti di Susanna, prima quando si rivolge a' due vecchi, che le han fatto la mala proposta a cui è seguita la minaccia [ott. 21-5], poi allorché è condannata (322) a torto, sol per non voler peccare, [ott. 41-4]; in Daniele [22-3 ; 42-3] sono appena fugacemente accennati [45]. E ad un allontanamento dal testo latino contribuisce anche in parte la forma drammatica, a cui dà luogo la narrazione de' versetti 10-2, dove si parla dell' amore de' due vecchi, della scambievole vergogna di manifestarselo l'un l'altro e dell'ardente desiderio di possedere Susanna: cfr. ott. 10-2; e del versetto 61, che riferisce della pena inflitta dal popolo ai falsi giudici: cfr. ott. 58-9. Senza riferimento esatto rimangono ancora: l'ott. 18, che descrive con bell'umorismo la preparazione de' due amanti prima di dar l'assalto alla bellissima donna, e le ott. 35 e 46. Ma queste due trovano la loro ragion d'essere o prendon lo spunto da cose dette in precedenza [46].

Qui sembra opportuno domandarci se il cantastorie, nella sua composizione, tenesse veramente davanti il testo latino. Gioverà esser cauti prima di ripeter quindi, senz'altro, la fonte diretta. In fatti, credo di potere affermare con ogni sicurezza che fu suo modello quella prosastica leggenda di Susanna, di cui già fu discorso particolarmente e che aveva avuto in Toscana, perché ora solo di questa c'importa, tanta diffusione [47]. Valgano a dimostrarlo le seguenti considerazioni.

a) Il poemetto come la leggenda, pur seguendo Daniele con assai fedeltà, toglie via «tutto ciò che è caratteristico della società in cui la storia fu scritta» o lo modifica, come quella, «secondo lo spirito de' nuovi ascoltatori [48] ».

b) Il poemetto come la leggenda sopprime affatto i §§ 9, 13, 16, 18, 65, che sono i soli soppressi [49]; e rende, sopratutto in ciò ch'essi hanno come d'intonazione solenne e profetica, più serrati e concisi quegli altri, che in quella sono ancora i soli resi tali [50].

c) Il poemetto come la leggenda amplia in 12-14. Se non che, nel poemetto l'ampliazione è molto maggiore, compiacendosi il cantastorie di descrivere con graziose sfumature la passione amorosa de' due vecchi [51].

A questi fatti, senza dubbio della massima importanza, altri potrebbero ancora aggiungersene di validissimo sostegno. Così, ad es., il poemetto si trova a volte d'accordo con la leggenda in passi, che non ricorrono nell'originale latino. Cito solo le parole « E secondo ch'era usanza in quel paese d'oltramare » (n. vi), che son da confrontare col v. 121dell'Istoria, e la clausula finale « E questa storia fu finanzi che Cristo venisse nella Vergine Maria etc. »(n. xx), le quali trovansi ancora versificate nell' ott. 62.

Ulteriori raffronti sono superflui: la prova è raggiunta e, se non m'inganno, inconfutabilmente. Solo potrebbe desiderarsi conoscere da quale delle tre redazioni della leggenda: α, β, γ deriva il poemetto. Ecco: γ sembrerebbe senza più da escludere, se è buon argomento che non uno di quei passi, in cui amplia l'originale di fronte ad α e β passato nel poemetto [52]; e lo stesso deve dirsi per quello corrispondente a Dan. 21 (= y n. vii) [53]. Solo un brano: « e fecie peccato co llei insieme » (Dan. 37« et concubuit cum ea »), ignoto alle altre due redazioni, corrisponderebbe nell'Istoria, v. 304; ma a questa ripetizione dell'accusa di adulterio non è da dare molta importanza.

Resterebbero α e β. Dalle lievissime aggiunte che esse offrono rispetto a γ in Dan. 14 non si può trarre alcun partito, essendo qui il poemetto molto diffuso: cfr. ott. 13-4; né alcun lume si ha dalla loro traduzione di Dan. 30 [54] di fronte a quella di γ [55] per i vv. 261-4 [56]. Ma per due passi particolarmente β potrebbe farsi avanti. L'uno: « E, detto questo, Susanna cominciò fortemente a gridare, e simigliantemente coloro incominciarono a gridare » (Dan. 2,1) trova perfetto riscontro ne' vv. 201-3; e manca invece in α. Nell' altro (Dan. 47), β e l'Istoria vv. 179-80 sitrovan d'accordo nell'adoperare il discorso diretto, in opposizione ad α, che lo introduce indiretto. Vero è che in β manca la clausula finale, che è nelle altre due redazioni e, come s'è visto, nel poemetto. Ma non è un ostacolo insormontabile; più ragioni e ovvie ne giustificano e ne spiegano la mancanza nel ms. che conosciamo. Del resto, se non proprio questa redazione, data la gran fortuna della leggenda, deve certo essere stata una che molto le si avvicinava.

E un altro rapporto è utile stabilire. E noto come di Susanna s'impadronisse anche il nostro teatro antico. Due sacre rappresentazioni, in fatti, le furon dedicate: fiorentina l'una, l'altra abruzzese. Di questa; posteriore al 1444 , sempre inedita [57], non posso ancora dir niente di sicuro; ma ovvie ragioni permettono di escludere anche a priori ogni relazione col poemetto. Riguardo alla toscana, che fu molto nota, come lo provano le varie edd. ch'ella ebbe a cominciare dal sec. xv [58], parlerò più distesamente altrove [59]; qui interessa solo determinare se essa possa aver qualche relazione con la Istoria.

Le divergenze sono notevoli; sì che si sarebbe indotti a negare ogni dipendenza [60].

 

a) Nell' Istoria, l'un vecchio « ... la sua bocca avia piena di schiuma | per rabbia ch'egli avea che fussin dua | amanti insieme della danza sua » 94-6, e solo per forza si accorda col compagno per dare « insieme il crollo », 102 ; nella Rappresentazione (ott. 19)invece il primo giudice, saputo che il compagno ama pure Susanna, propone di farne a mezzo e che alcun romore » non sia fra loro.

b) Nell' Istoria, ott. 20, il vecchio, appena fatta la proposta, avverte subito la donna che, ov'ella si rifiuti, dirli insieme col compagno di averla veduta peccare; nella Rappresentazione (ott. 24), ciò avviene all'opposto dopo lungo dialogo: 5 ott.

c) Gli insulti di Susanna ai vecchi dell'Istoria (ott. 23-4) mancano alla Rappresentazione.

d) Nell' Istoria, ott. 26 sgg., quando il popolo accorre chiamato da' due vecchi, non si ha niente che possa poi dar luogo a una prima scena fra Susanna, il marito, la madre e il padre, e a una conseguente brevissima fra lo stesso marito, il padre e i giudici come avviene nella Rappresentazione (se. 6a e 70).

e) Nell'Istoria, ott. 50, Daniele, incontrata Susanna che veniva condotta a morte, non trova opposizione al suo ordine di tornare indietro; l'opposto si ha invece nella Rappresentazione (sc. 8a).

f) Nell' Istoria, ott. 56, il secondo giudice interrogato risponde che i due amanti giacevano « sotto un pin... sull'erba » 442; nella Rappresentazione (ott. 52) « nel giardin proprio, sott'il gelsomino ».

g) La fine dell'Istoria, ott. 57 sgg., è affatto diversa da quella della Rappresentazione: cfr. sc. 10a e 11a [61].

 

Che tuttavia i due autori si ignorassero affatto sembra escluderlo qualche raffronto :

 

α – I due vecchi dell' Istoria, ott. 37, come nella Rappresentazione, ott. 20, dicono; ma in una circostanza diversa da quella notata sopra in f); di essersi posti nel giardino sotto un « gelsomino » (Rappr. « gelsimino D). La cosa è ignota a Dan. 36.

β – Istoria,ott. 52. –                      O invecchiato di mala vecchiezza,

                                                      or fien punite tutte le tuo' colpe 409-10.

   – Rappresentazione, ott. 50.      O invecchiato, e di mala vecchiezza,

                                                      hor si son palesati e tuoi peccati.

γ – Un punto di contatto fra la Istoria e la Rappresentazione può anche essere l'accusa di adulterio, compiacentemente messa innanzi, anche quando non si ha nell'originale [62].

 

Ora, poiché le due composizioni sono presso a poco contemporanee, è difficile dire quale de' due autori preceda l'altro di tempo. Ma se si riflette che il cantastorie è rimatore non volgare, mentre chi scrisse la Rappresentazione era tale, che non doveva sollevarsi dall'aurea mediocrità [63], la derivazione del primo dal secondo male potrebbe ammettersi. È più agevole ritenere che al compositore della Rappresentazione fosse accaduto di sentir talvolta cantare la Istoria per le piazze di Firenze; e di quel canto avesse conservato nella memoria come una tenue eco lontana. Se la Rappresentazione poiripeta pur di qui il primo suo germe — il che certo è possibile — nessuno, forse, potrà dirlo mai.

Insistere sulla condizione di cantastorie per l'autore del poemetto, sembrerà forse superfluo. Tale si rivela subito nel nome stesso di istoria, che gli ha dato [64]; e tutta quanta l'esecuzione dell'opera risponde pienamente ai canoni, che una tal materia governano: la scelta per il metro dell'ottava [65], la presenza dell'esordio e della chiusa negli immancabili richiami a Domineddio [66] , la introduzione di quei lamenti, di cui molto la tradizione si compiaceva [67] anche alcuni singoli spunti possono qui essere citati al medesimo proposito. Ricorderò, per qualche esempio, l'uscita curiosa dell'ott. 7, quando, dopo che il poeta ha detto di Susanna che si mette « ne l'onde | d'un bagno... fresco e gaio », soggiunge con molta premura: « chi dice bagno e chi dice vivaio » 56; e l'anacronismo dell'ott. 28, in cui i due vecchi si mandano a reclamare al «logotenente»; e l'allegra trovata dell'ott. 59, dove «l'odio e la 'resia» che le fanciulle hanno contro i vecchi, è ripetuta proprio dall'accusa dei giudici babilonesi contro alla moglie di Giovacchino.

Ma sarà debito invece riconoscer subito ch'egli è un cantastorie di qualche pregio [68]. Intanto va ascritta a sua lode la notevole correttezza della sintassi [69]; né insisto ancora sulla lingua, che è in fondo il toscano corrente del suo tempo. Ma una vivacità allegra e piena di grazia acquista inoltre la sua narrazione dalla ricchezza de' proverbi [70] e delle fresche espressioni [71], con cui preferisce di manifestare sovente il pensiero. E talvolta rallieta un cotal sano umorismo, come quando si rappresentano i due vecchi nella loro preparazione all'approccio della donna, che nuda sta per affidarsi all'acqua: cfr. V. 137 sgg.; o si parla del popolo inferocito contro di loro, che oramai ha trovati falsi e malvagi (v. 457-64).

Un'altra osservazione prima di chiudere. Il poemetto, vedemmo, è anonimo. Se fosse lecita una prudentissima congettura sull'autore, noi oseremmo mettere avanti un nome quello di Niccolò Cieco d'Arezzo († dopo il 1410), che in piazza S. Martino cantò, fra gli altri, eccellentemente; e, oltre gli annales rerum antiquarum, « vi fe' gustare in versi toscani sacras historias [72]». Di queste historiae, che già ragionevolmente si supposero « parafrasi bibliche o vangeli in rima [73] », niente è rimasto. Sarebbe egli troppo arrischiato l'ammettere che la nostra potesse essere pur l'una di esse, nella molta diffusione e col tempo rimasta priva di paternità [74], quando i fenomeni del dialetto aretino che dentro vi riscontrammo, per non ricordare ancora l'arte ond'è contesta, lo confermerebbero a maraviglia [75]?

 

note

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[1] Il Reichling, Appendices ad Hainii-Copingeri Repert. bibl. V, 38 (n. 1539), che primo dette notizia di questa incunabolo, dice « c. 1495 »; ma come trovo che Bazalerio de' Bazaleri non sottoscrisse più nelle sue edd. dopo il 1493 (cfr. L. Frati, Notule e documenti di tipografi bolognesi del sec. XV in Riv. d. bibl. e d. arch. VI, 84; cfr. pure Fumagalli, Lexicon typogr. Italiae, Florence, 1905, pp. 39-40), così credo più conveniente l'indicazione posta da noi.

[2] È l'unica delle stampe che porti, in fine, un' ottava di più. Dice :

Non sia nesun che pigli amiratione

de questa istoria quale ho cantata

che se in uui regnera discretione

pigliariti conforto chara brigata

Stimote (sic) chi Susanna laragione

che per lonore amorte era mandata

così intreuene achi ama lonore

he da dio e primiato a tucte ore

Ma a me e ad altri, cui l'ho sottoposta in esame, pare un' aggiunta evidente e, per di più, scorretta. La Istoria trova la sua logica chiusa con l'ott. 63. La sua presenza in questa ed., che è la più antica, non è argomento che s'imponga; per ciò la sopprimo.

[3] Devo alla gentilezza del prof. Novati l'indicazione di questa e delle sgg. edd. c, e, g ; e alla sua competenza e a quella dell' ing. E. Motta, bibliotecario della Trivulziana, alcuni schiarimenti in proposito. S. E. il principe Trivulzio mi permise poi, con molta cortesia di cui gli son grato, di prendere le riproduzioni fotografiche delle stampe da lui possedute. — Cfr. Kristeller, Early Florentine Woodcuts, London; 1897, p. 167.

[4] La stessa xil: si trova in La Rappresentazione e Istoria di Susanna Di nuovo Ristampata. In Fiorenza, Ad istanza di Iacopo Chiti, M D. LXXIJ.

[5] Il Kristeller, op. cit., p. 168 c. la pone erroneamente fra le rappresentazioni.

[6] La prima notizia in A. D'Ancona, Due farse del sec. XVJ riprodotte sulle antiche stampe — Con la descrizione ragionata del vol. Misc. della Bibl. di Wolfenbüttel contenente poemetti popol. ital. compilata dal dott. G. Milchsack con aggiunte di A. D'Ancona, Bologna, 1882 (Sc. di cur. lett. ined. o rare, disp. 187), pp. 197-8.

[7] Il D'Ancona avverte, p. 197, che questa xil. ricorre pure in un' ed. di Firenze, | 569, della Historia di Stella e Mattabruna.

[8] La Direzione me ne concesse cortesemente una riproduzione fotografica.

[9] Il Kristeller, op. cit., p. 168 f la cita, ma la pone fra le rappresentazioni.

[10] Il Kristeller, op. cit., p. 168 g la cita, al solito, fra le rappresentaqioni. Il Catalogo (1847) del Libri cita pure, p. 193, due altre edd.

L'una è così indicata: « 1215. La historia (in ottava rima) di Susanna, moglie di Giovacchino... accusata di adulterio da dua tristi vecchi (Senza luogo ed anno), in-4, de 4 ff., à 2 colon. de 40 lign. mar. v. tr. d. — Opuscule imprimé vers 1550, et probablement à Florence. » Se la descrizione è esatta, non è possibile identificarla con d o con e, perché manca la xil. ; ma evidentemente è della loro famiglia.

L'altra ci è rimasta ignota: « 1216. La storia di Susanna. Firenze, alle scale di Badia (Senz' anno), in-4, de 4 ff. à 2 colon. mar. v. tr. d. d. Avec une figure en bois au recto du premier feuillet. Cette pièce est en ottava rima: elle a dû paraître vers le milieu du xvie siècle ».

[11] L'uso del verbo, in cui quasi sempre b c s'accordano, ci dà particolarmente qualche luce. Lascio da parte uson 123 e comandon 282, perché, se pur molto frequenti nel senese e nell'aretino (Hirsch, Zeitsch. X,415; Pieri, Il verbo aretino e lucchese in Misc. Caix-Canello, Firenze, 1886, p. 305), sono anche del fiorentino; e per la stessa ragione, i fut. sapren 155 e diren 157 (Zeitschr. X, 415; Pieri, Il verbo cit., p. 309; Röhrsheim, Die Sprache des Fra Guittone von Arezzo, Halle, 1908, p. 70; Caix, Orig., § 217). Richiamo invece l'attenzione sulla 3a pl. imp. ind.: facevon 34-5, potevon 36, eron 57,103 (c, 105; a 418), avevon 230 (a c -ono anche in 114), sentivon 139: Zeitschr. X, 415; Pieri, Il verbocit., p. 306; e ricordo la 3a pl. prs. ind. posseno 283, che non si dà come fiorentina: Meyer-Lübke, Gr. st. comp., trad. ital., § 203 ; Caix, Orig., § 218 ; ma è con altri dialetti del senese e dell'are­tino : Zeitsch. X, 415; Róhrsheim, Die Sprache cit., p.56. Così la 3a pl. cong. prs. seguin 232 e debbin 451 e gli imp. fussin 95 e potessin 112 sembrano estranee a Firenze; ma con altri dialetti ricorrono pure a Siena: Zeitsch. X, 416-7. Aggiungerò che le camariere che son rimaste in c 131 e 159 (qui anche in a) ci possono riportar pure a quel territorio, dove il passaggio di e > a protonico è molto frequente: Zeitsch. IX, 535 e Röhrsheim, Die Sprache cit., pp. 52-3.

[12] È noto che nelle edd. di componimenti popolari dell'ultimo cinquecento si toglievan via o malamente si surrogavano parole ed espressioni, che parevano ed erano antiquate : cfr. Novati in Gior. stor. V, 267 e F. Selmi, Dell'antica novella italiana in ottava rima in Riv. contemp. XXXIV, n. s. [1863], 272.

[13] Cfr. massimamente vv. 121, 224, 248, 253, 303, 357, 368, 378. Saran da ritenere come errori di stampa: 93 mente (-tre), 142 rascetta (-ss-),286 ueghendo (gg).

[14] Si considerino, in particolar modo, l'-a- di chamariere 159; la sibilante in busia 465 ; gli esiti di rasone 390, 447 (in 180, per errore, rafon):di comenza (tit.), caminzono-rno-oron60,210, 272, comenzo 201, 370, 401, 449, fanzullino 371, 395, fanzullo (-xu-) 379, 402, fanzulle 470, ze (= c'è) 242;di lizadra (tit.), ziglio 112, fuziva 213, zouenezza 413, zorno481; il s in siochezza 411; il c in cridare 201, 449 e crida 251; il pr. poss. so (= suo) 363 e il dimostr. qui (–quei) 225; la 3a prs. sng. in funzione della 3a pl. in piangeva 362-4-6-7, tornera 406;la 3a prs. pl. perf. uidun 100. Per le ragioni, di cui alla n. sg., non si ricordano qui ognon 65, 208, 270, 378, 459, 476, gionseno 147, ponto 193 e, per l'o, azonto 440.

Sul dialetto veneto vi ha tutta una serie di studi, di cui puoi vedere una ricca bibliografia in D'Ovidio e Meyer-Lübke, Gram. st. d. ling. e dei dial. it., Milano, 1906, pp. 205-6.

Relativamente a questi fenomeni linguistici veneti ricorrenti in stampe fiorentine, la cosa non è rara: cfr. li. Varnhagen, Ueber eine Sammlung alter italienischer Drucke derErlangener Universitätsbibliothek, Erlangen, 1892, pp. 7-13. Allora una storia si stampava contemporaneamente in varie città (cfr. Novati, La storia e la stampa nella produzione popol. ital. in Emporium, sett. 1906, 181 sgg. e Salomone-Marino, Storie popol. in poesia siciliana, Bologna, 1875, p. 4); e i compositori non esitavano a introdur forme del loro dialetto. Così avveniva che taluna, la quale si era mossa in origine da Firenze, vi ritornasse in luce di sopra un testo, che era stato modificato altrove. Né vanno inoltre, a tal proposito, dimenticati gli « stampatori vagabondi che furono un tempo soliti di passare da luogo in luogo, quando erano chiamati dall'opportunità anche d'un momentaneo lavoro » (S. Bongi, Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari, Roma, 1890-7, I, p. V).

[15] Come tali, in fatti, son da ritenere non tanto l'uso constante — stavo per dir l'abuso — delle scempie, dove la forma toscana adopera la doppia (il fenomeno apparisce pure in testi toscani: cfr. Rajna in Zeitsch. II, 424), quanto l'i di fiolo 502 ; la sibilante in disdici 155 e salvasi 274 ; gli esiti di raxone 232 (sulla voce cfr. Parodi in Giorn. stor. X, 184-5) e piala 196; il c in chridare 201 (in 370 e 449 ha toscanamente gridare) e crida 251. Il pl. bo (= bovi) 105; i pr. poss. to 333, so 276 e soi 267, 364 ; la 3a prs. sng. in funzione della 3a pl. posava 287, cominciava 288.

Trovando riscontri aretino-senesi, alquanto più incerti si resterebbe per l'o di ponto 193 e gionta 269, 296: Zeitsch. IX, 545 e Röhrsheim, op. cit., p. 15 ;per il d di poduto 214 : Zeitsch. IX, 560 e Röhrsheim, op. cit., p. 79 ; per il dimostr. caduno 257,268 in confronto di ciascuno) : Zeitsch. X, 69 e Röhrsheim, op. cit., p. 79; il Tommaseo-Bellini ne dà un solo esempio dalle Nov. Ant. ; la Crusca, ult. ed., non lo registra affatto.

Di razzi 37, 52 per raggi dà esempi toscani anche il Tommaseo-Bellini: cfr., del resto, Meyer-Lübke,Gr. st. comp., § 131. furente in 260 falsa la rima ed è quindi da considerare come un errore di stampa anzi che come un altro possibile venetismo di agg. pl. in -e. Anche l'art. el, che a volte ricorre e di cui usa specialmente a, non può dirsi tale; ché, se è vero che sì fatta forma è propria sopratutto di quella regione (cfr. Meyer-Lübke, Gr. l. r., trad. franc., II, 102-3), essa ricorre pure negli antichi toscani: Caix, Orig., §§ 191-2.

[16] Ma di se, a ha pure due casi 213, 320 ignoti a b. Per la prep. de (Barbi, op. cit., p. cclxii), b 244 è invece superato da c 20, 166 e di gran lunga da a, che, oltre che in questi due casi, l'ha pure in 250, 258, 271, 292, 376, 409, 445, 483.

[17] L'accordo è in di(do-) mandano 312.

[18] Ma in 440 a legge fo di fronte al fu di b c.

[19] Cfr. di fronte a 67, 284, 301, 369, 496 (la lezione di c qui è diversa), a in 2, 317, 465, 490 - lat. meno frequentemente dittongato — come si trova nella poesia antica: Caix, Orig., § 45 — è invece in leggera prevalenza in a: di otto esempi, se esatto fu il calcolo.

Al nostro scopo, naturalmente, è giovato notar solo la maggiore arcaicità di b; ma per essa, in se stessa, se si esigessero altre prove, si potrebbe ancora ricordare, ad es., parecchi 43, fem. pl. (Meyer-Lübke, op. cit. § 163); parravi 391, dove è mantenuta la distinzione etimologica delle parti (Parodi, La rima e i vocaboli in rima nella Divina Commedia in Bull. d. Soc. dant. ital., III, 110) ; forme verbali come vedemo 302, corremo 307 (Caix, Orig., § 216 e Meyer-Lübke, op. cit., § 203), seta 503 (Meyer-Lübke, op. cit., § 231), etc.: tutte voci in cui a b c vanno d'accordo. Mi sia concesso pure di ricordar qui che la 2a prs. pl. imp. di 186(portavi) e190 (mostravi) risale assai più addietro del Cellini, addotto a tal proposito dal Meyer-Lübke, op. cit., § 210.

[20] Cf. C. Lozzi in Il Bibliofilo II [1881], 33 sgg.

[21] Qualche infiltrazione estranea potrebbe forse sospettarsi? pulisse 142 di fronte al toscano pulisce di b? Tanto era difficile che queste stampe popolari, ne' molteplici rimaneggiamenti, conservasser tutta la loro verginità! Vero è che un esempio di sc + e = ss + e, per Siena, si ha in Zeitsch. IX, 559.

[22] Cfr. vv. 217, 266, 282, 297, 3O2, 357, 364.

[23] Mai, posso dire, mi scosto dai testi: nei pochissimi casi, in cui mi vedo obbligato a farlo – cfr., ad es., vv. 155, 435 – pare che l'allontanamento debba essere giudicato indispensabile. Questo principio di fedeltà m'induce anche ad accogliere qualche verso meno rotondo, purché possibile, e a mantener lo iato anche quando la correzione, facilissima, potrebbe renderlo più perfetto: cfr., ad es., vv. 203, 245, 259, 480. — Quanto al titolo, che qui si adotta, mi sembra risulti pienamente confermato dal confronto di b a, e sopratutto dalla chiusa: era una parte – lo dicon chiaro gli ampliamenti delle edd. più tarde – che variava con molta facilità.

[24] Né dico di quella più o meno in uso nel suo dialetto, se il cantastorie non era proprio di Firenze. Così il numero due è variamente reso : cfr. 34, 57, 175 etc., secondo i vari esiti della lingua antica (Meyer-Lübke, Gr. st. comp., § 190); la forma più popolare dua è sempre in accordo in amendua 418, 448. Varietà c'é ne' pron. poss., per cui s'invoca la stessa ragione: cfr. Meyer-Lübke, op. cit., § 183. Le 3e prs. pl. ind. crescano 128 e confondano 501, che pure son fiorentine (Meyer-Lübke, op. cit., § 203), Si dovranno alla rima. Nelle prs. pr. del perf. c'è naturalmente (Caix, Orig., § 225 ; Meyer-Lübke, op. cit., § 215) molta varietà: 63, 102, 304, 395, etc. È notevole tuttavia la frequenza della forma -orono (sinc. -orno) di I coniug.: c'è accordo in 120, 203, 223, 272, 278, 405, 480; negli altri quattro casi 60, 63, 102, 210 l'ha sempre, per lo meno, uno dei testi. Ora, è noto come esse, che non eran solamente toscane, fossero « presto abbandonate come plebee » (Caix, Orig., § 225). dentro è sempre tale in b, mentre in a c si ha costantemente drento: l'accordo è solo in 298. La forma di a c è certo la più antica e la più popolare (Meyer-Lübke, op. cit., § 143) ; ma la concorrenza dell'altro esito e l'accordo di 298 non permettono di risolversi risolutamente in suo favore.

[25] Cfr. Flamini, La lirica toscana del rinascimento anteriore ai tempi del Magnifico in Annali d. r. sc. norm. sup. di Pisa, Pisa, 1891, pp. 155, 185, 336 e R. Renier, Strambotti e sonetti dell'Altissimo, Torino, 1886, p. xvij sg.

[26] secreto-a 163, 486 e esemplo 189 gli potevano essere offerti dalla tradizione (Barbi, op. cit., pp. cci.viii-ix, ni 24 e 31); ma si dovranno probabilmente a lui – lo dice l'accordo – singulare 30, scelerati 179(-ll-,in generale, è esatto: Parodi, Il Tristano cit., pp. cliv-v; d legge scellerati), mi sembra anche arrabiati 274 (Parodi, Il Tristano cit., pp.cliv-v), per quanto cfr. rabbia 95, 431. Accetto pure intřve 295, di fronte a entroe di a e. Su digno233 e iustizia 234 cfr. appresso. cognosce di 162 mi sembra da non accogliere, più che di fronte ad a c, per l'accordo con c di 270 e con a c di 165. Così paiono da lasciar da parte, come particolarità di b, virgine 492 e dolcissima 504. Sui latinismi del Morgante Maggiore cfr. F. Foffano, Studi sui poemi romanzeschi italiani, I, Torino, 1891, pp. 67 e 81, e sull' introduzione del latino vero e proprio nelle composizioni volgari di questo tempo e sul favore che deve avere incontrato cfr. Carducci, Le stanze, l'Orfeo e le rime di messer Angelo Ambrogini Poliziano, Bologna 1912, p. 91.

[27] Sono i criteri seguiti dal Barbi nell' ed. cit. della Vita Nuova: cfr. p. cclvij sgg.

[28] Ricordo che « nell'uso di Firenze le forme con ct prevalgono di molto » : Rajna, Il trattato de Volgari Eloquentia, Firenze, 1896, p. clxxxiv.

[29] E scrivo avenne secondo la tradizione: cfr. Barbi, op. cit., p, clxxxiv.

[30] Cfr. Rajna, Il trattato de V. E. cit., p. clxvj. Ma, sulla fede anche di d, la restituisco sicuramente in ghiotti 80, per quanto b a c sien d'accordo in giotti, che non è forma toscana. Né la suffraga il giottoncello, che il N. D. U. cita dal Cammelli [Rime, ed. Cappelli e Ferrari, Livorno, 1884, p. 255, V. 161, perché il Pistoia, vissuto a lungo a Reggio e a Ferrara, accettò « scientemente o no » « certe ruggini dialettali » (ibid., Avvert., p. xix). E non parlo poi dell'opera dei copisti.

[31] Già nel latino medievale ricorre « in modo quanto mai irregolare » : Rajna, Il trattato de V. E. cit., p. clxx.

[32] Naturalmente talvolta, anche quando l'accordo dava la scempia. Così per allora 377 e per quell' 97,oltre 395, 455 etc. e 98 a c, 424 a h, cfr. Parodi, Il Tristano cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxj; per attento 2 (c, del resto, all' infuori di qui, raddoppia regolarmente questa consonante) cfr. Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxij: l'ecterno di b in 490, che e la forma « secondo l'uso medievale più comune » (Barbi, op. cit., p. cclxxij), m'induce ad accoglierlo anche in 479, dove a b leggono invece eterno (c ha lezione diversa); per disserra 37 cfr. Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxij, oltre i molteplici esempi sempre regolari che qui ricorrono. Incertezza di rappresentazione si ha pure per lo z. Il sonoro, secondo certe abitudini (cfr. D'Ovidio, Di un caso particolare nella storia della nostra rima in Versifrcazione italiana e arte poetica medievale, Milano, 1910, pp. 81-2 specialmente: v. pure nella stessa opera Ancora dello Zeta in rima, p. 105 sgg., e dello stesso autore Nuovi appunti sulla storia dello zeta in Studi letterari e linguistici dedicati a Pio Rajna, Firenze, 1911, p. 236), è rappresentato sempre con la scempia – vv. 37, 52, 55, 107 –, la quale prevale anche per la sorda. Ma sono, come nei mss., abitudini grafiche diverse: il fatto fonetico è lo stesso (Barbi, op. cit., p. cclxxij; cfr. pure Parodi, op. cit., p. cliv-v). Onde qui sempre la doppia. L'uso antico (Parodi, op. cit., pp. cliv-v) e accecati 181 portano ad accenna 91, ispaccera' 422 (cfr., del resto, la forma errata di c, spacciata); ad appostato 114 e appresentare 424, oltre lo stesso uso (Parodi, op. cit., p. cliv-v, che ha però un ripresenta, e Barbi, op. cit., p. cclxxiij), appellare di 320 e sopportar di 330 b c. A veccbiezza 72 e scioccbezza 88 l'accordo in b c ai vv. 409, 411: qui l'uso antico, per quanto prevalga la tendenza al raddoppiamento regolare, è più incerto (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxiij). Per innamori 61, oltre a, cfr. Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxij.

[33] Così per impalidita 169 (Barbi, op. cit., p. cclxxij); per femina 298, amaestrata 20, amirazion 206, camino 373, 422 – ma l'accordo di a b ccommossi 306 e di b c commettessi 348 — (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxj); per le voci del vb. abandonare 326, 458, 497 (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxiij): per abiamo 399 cfr. sopratutto Parodi, op. cit., pp. cliv-v, e per starebbe 235 sembra di dover dare la prevalenza ad a; per avezza 17 (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxiv). Ma — lo noto di sfuggita — quanto alla scempia, pure nella pronunzia, di parole composte con ad-, non deve essere stata detta ancora l'ultima parola. La tendenza, in fine, alla doppia per -nn-, non mi fa risolvere ad accettarlo in inanzi, che qui si ha sempre con la semplice, all' infuori di c 492;e a tal proposito giova ricordare che -un- proprio per questa voce oscilla (Parodi, op. cit., pp. cliv-v e Barbi, op. cit., p. cclxxij), e il suo confratello dinanzi deve pur far valere certe sue ragioni.

[34] « Quarra raguaglia quello non fa medaglia a, dice un proverbio pubblicato dal Novati, Le serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella lett. ital. dei primi tre secoli in Gior. stor. d. lett. ital. LIV, p. 52 (n. 11).

[35] Cfr. allei 147 e 360, arrecarmi 132, assedere 294, alloro 457.

[36] d ha sempre : i Dio. Il Tristano Riccardiano cit., ed. Parodi, preferisce Iddio.

[37] Cfr., ad es., quanto si dice del Petrarca in Gior. stor. d. lett. ital., XIII 10.

[38] Flamini, La lirica toscana cit., p.313 sgg.

[39] Rajna, Le fonti dell'Orlaudo Furioso, Firenze, 1900, p. 15 sgg. Contro l'opinione alquanto diversa in proposito del Crescini, che il Rajna stesso, ricorda (p. 15 n. 1), sischiera ultimamente anche G. Bertoni, Attila, poema franco Italiano di Nicola da Casola, Friburgo, 1907, p. XII. Su più antiche composizioni narrative, cfr. M. Catalano-Tirrito, Il poemetto religioso nei secoli XIII e XIV in Esercitazioni sulla letter. religiosa in Italia nei secoli XIII e XIV dirette da G. Mazzoni, Firenze, 1905, p. 237 sgg.

[40] Flamini, La lirica toscana cit., p.152 sgg.

[41] Flamini, op. cit.,p. 157 e Rajna, Il cantare dei cantari etc. in Zeitsch. II, 226 sgg.

[42] Corrispondenti pure a Dan. 27 (parzialmente però: si svolge solo quanto è incluso nel «locuti sunt »), e 40.

[43] Per 27 cfr. Ott. 20 ; per 40 cfr., oltre la stessa ott. 27, la ott. 31.

[44] Cfr. specialmente le ott. 29, 30, 31, 32, 33, 34, 45, 57, che corrispondono relativamente a Dan. 28, 29, 30, 31, 44, 60 (di questo versetto è trascurata la seconda parte).

[45] L'ott. 44 corrisponde meglio a Dan. 42-3.

[46] Per 35 cfr. Ott. 9 e 31; per 46 Cfr. Ott. 14.

[47] Cfr. il nostro saggio Intorno alla redazione tosco-veneta della « legenda de Susanna » in Studii pubblicati in onore di Francesco Terrace, Napoli, 1912, p. 283 sgg.

[48] Intorno al/a redazione cit., p.288. Cfr. ott. 4, 48, 54-5, 59-60.

[49] Intorno alla redazione cit., p. 288. Cfr. ott. 9, 15, 17. I §§ 18 e 65 dovevano trovarsi rispettivamente dopo le ott. 17 e 61. Veramente il poemetto tace anche il breve versetto 33, che dovrebbe trovarsi nell'ott. 36, mentre nella leggenda (n. xiii); ma la ragione sta nel fatto che esso si sviluppa poco prima nei vv. 269-70 dell'ott. 34. E tace anche l'altro pur breve versetto 41, nell'ott. 40, il quale è riprodotto all'opposto dalla leggenda (n. xv), sebbene notevolmente modificato. Ma anche qui la cosa si spiega, ripensando che in questa ott. si pongono in bocca a' vecchi alcune parole, che ignora il testo latino, delle quali il versetto era come una ripetizione.

[50] Intorno alla redazione cit., p. 288. Dan. 5, 15, 28, 35, 50, 53, 55, 59, 61, 62; ott. 5, 15, 29, 41, 50, 52, 53, 56, 58.

[51] Intorno alla redazione cit., p. 288.Cfr. ott. 9-14 : è qui introdotta la forma drammatica, cui accenniamo sopra nel testo.

[52] Cfr. Intorno alla redazione cit., p. 291.Che l'aggiunta: « Molt ne 'ncrescieva a ogni persona di lei » (n. xiv; Dan. 33) si risenta nel v. 270non mi pare; a ogni modo, su questo verso cfr. sopra.

[53] Intorno alla redazione cit., p. 292 n. 1.

[54] α « Ed incontanente Susanna venne, con tutti i suoi parenti e colli suoi figliuoli; nella presenza di quelli due massai » — β: « E prestamente Susanna venne con tutti li suoi parenti e colli figliuoli dinanzi a quelli due massai ».

[55] γ. «Eccho ch'ell'è venuta cogli figliuoli e con tutto suo parentado. »

[56] Intorno alla redazione cit.;p. 291.

[57] Cfr. D'Ancona, Origini del teatro italiano, Torino1891 , I, 206.Vedi pure Monaci in Rendiconti dei Lincei; n. s. II [1893], 946 sgg. Sulla storia del celebre cd. Morbio, ora n. 349 della Vittorio Emanuele di Roma, in cui si contiene, cfr. D'Ancona, Orig. cit., I, 182 n. 1 ed E. Pércopo in Gior. stor. d. lett. ital. XX, 386 sgg. Mi è noto che la rappresentazione verrà pubblicata fra non molto dalla R. Dip. di st. patria per per gli Abruzzi per cura del duca Luigi Rivera e del prof. V. de Bartholomaeis, che si sono assunti il compito di dar fuori la raccolta completa dell'antico teatro abruzzese. - Qui non è il caso di ricordare altre produzioni posteriori relative allo stesso soggetto, di cui si parlerà altrove.

[58] Cfr. De Batines, Bibliogra/ia delle antiche rappresentazioni sacre e profane stampate nei secoli XVe XVI, Firenze, 1852, pp.42 e 88: Un nuovo esemplare dell'ed. di Siena: alla Loggia del Papa, 1607, già cit. dal De Batines, p. 42, fu messo in vendita or non è molto dal De Marinis, Incunables et livres à figures, Florence, 1967 [Cat. vi], p. 75. Cfr. inoltre D'Ancona, Orig. cit., I, 269-70.

[59] Cfr. intanto D'Ancona, Orig.,I, 587-9.

[60] Della rappresentazione, tengo dinanzi l'ed. « In Firenze l'anno. M. D. LIII. del mese di Decembre » (Nazionale di Firenze).

[61] Si potrebbe forse anche notare che de' lamenti di Susanna dell' Istoria, ott. 41-4, manca nella Rappresentazione, ott. 41 e 43, quanto è frutto dell'invenzione del cantastorie; l'ott. 41 poi della Rappresentazione sta tutta a se.

[62] Per l'Istoria cfr. ott. 27, 31; per la Rappresentazione, che non segue con troppa fedeltà Daniele, cfr. sc. 1a, 3a, 7a, 9a. I passi di Daniele, del resto, che lo ricordano, sono 21 e 37 (= Ist., ott. 20, 38), oltre 54 e 58 (= Ist. Ott. 52, 55).

[63] Cfr. D'Ancona, Orig., cit. I,661.

[64] D'Ancona, Orig. cit. I, 371-2.

[65] Rajna, Le fonti cit. 17 sgg. Nulla di nuovo dice G. Pallotta, Alcune note sull'ottava nella storia della lett. ital. fino all'Ariosto, Rimini, 1907, il quale mostra anche d'ignorare alcune non peregrine notizie che farebbero al suo proposito.

[66] Rajna, Le fonti cit., p. 99 sgg.

[67] Rajna, Le fonti cit., pp. 74, 402, 502. Ricorrono in questi lamenti (ott. 24, 42-3) e altrove (ott. 46) quelle ottave, i cui versi comincian tutti nella medesima maniera, propri essi pure dei cantori popolari: cfr. Rajna, La prateria del Morgante in un ignoto poemacavalleresco del secolo XV in Propugnatore II, p. 1a [1869], p. 32.

[68] Sulla maggior cultura, in generale, dei nostri cantastorie in confronto de' loro colleghi d'oltralpe, insiste di nuovo A. Graf, Il zibaldone attribuito ad Antonio Pucci in Gior. stor. d. lett. ital. I, 293. E sull' arte loro cfr. R. Fornaciari, Il poemetto popolare italiano e Antonio Pucci in Nuova Antologia, 1876, I, 19 sgg.

[69] Una costruzione un po' ardita si nota ai vv. 155-6; ed è insolito l'uso del cong. -sempre siate- in 181, 381, 392. Ben noti sono i gerundi con valore di part. pres. in 48, 126.

[70] Ricordo, come già noti in questo tempo: «sarem duo ghiotti a un tagliere » 80 (cfr. Tommaseo-Bellini, s. « tagliere ») ; « la rosa tôrre e non toccar la spina » 184 (cfr. Tommaseo-Bellini, s. « spina » e « cogliere »). Varietà di 80 sono anche: « eron duo frusoni a un limbello » 103 e « [eron] duo tordi impaniati a un fuscello » 104: il Tommaseo-Bellini, s. « frusone » e « fuscello » cita questo proverbio dal Ciriffo Calvaneo che presso a poco corrisponde: «Così foro impaniati due frosoni Insieme a un fuscello, e tenne il vischio ». Non registrato è invece: « eran duo bolpe a un pollo » 100. Come varietà di 80 s'ha a considerare ancora : « Anz'eran duo buoi vecchi giunti al carro | con voglia di tirarlo e non potevano » 105-6 ? È più propriamente un modo proverbiale: « trar della buca el ramarro » 109; ed è nuovo esso pure. Sul grande uso che pure se ne fa nel Morgante Maggiore cfr. Foffano, Studi cit., pp. 80-1.

[71] Cito: « cuoce la cotenna » 89; « sopra lor torneran queste some » 406; « Se nessun buon boccon in giovinezza | mangiasti, mai tu smaltirai le polpe » 413-4; « Tu menti donde passa il pane e 'l vino » 420 ; « ispaccera' il camino » 422.

[72] Flamini, La lirica cit., p. 158 ; per notizie intorno alla vita e alla sua produzione cfr. p. 199 sgg.

[73] Flamini, La lirica cit., p. 158.

[74] Altre cose di lui, e per la stessa ragione, ebbero questa medesima sorte cfr. Flamini, La lirica cit., p. 511.

[75] I fenomeni linguistici potrebbero far pensare a due altri noti cantastorie: Pietro di Viviano Corsellini e Niccolò di Mino Cicerchia, ambedue da Siena. L'uno era vecchio intorno al 1410; ma la scarsa cultura, la poca arte e l'abuso di reminiscenze Dantesche ch'egli fa e che sono estranee all'Istoria, lo escluderebbero: cf. T. Casini, La bella Camilla in Sc. di. cur. lett. n. 243,pp. xlv-vj) e xlix e F. Novati, Le poesie sulla natura delle frutta e i canterini di Firenze in Attraverso il Medio Evo, Bari, 1905, p. 331. E qualche valore deve avere inoltre la diversità degli argomenti trattati. Di Niccolò di Mino Cicerchia, che nella seconda metà del sc. xlv lavorava, a quanto sembra, intorno a soggetti sacri (cfr. Rajna, in Zeitsch. II, 227 sgg. e Palermo, I Mss. Palat. I, 551 sgg.) troppo poco sappiano per poterci pronunziare. Ad ogni buon fine, il ben noto poemetto sulla Passione, di cui insieme col Boccaccio e col Pulci fu ritenuto autore, è giudicato molto favorevolmente da competenti: cfr. L. Razzolini, La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo in Sc. di cur. lett. n. clxii, p.xiii e Catalano-Tirrito, Il poemetto cit. in Esercitazioni cit., p. 250.

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Ultimo aggiornamento: 10 dicembre, 2011