Mons. Giovanni Della Casa

Trattato degli uffici comuni

tra gli amici inferiori e superiori

Edizione di riferimento

Mons. G. Della Casa, Il Galateo ed Il trattato degli uffici comuni tra gli amici inferiori e superiori, edizione riveduta, Casa editrice Bietti, Milano, Milano 1928

Nel 1546 il Della Casa scrive in latino il trattatello De officiis inter tenuiores et potentiores amicos. La traduzione che presentiamo è del Cinquecento ed è attribuita allo stesso Della Casa, il che è molto verosimile, tenendo conto soprattutto dell'uso linguistico. Questo trattatello precede di qualche anno la stesura del Galateo e anticipa « per molti aspetti l'analisi del costume e i saggi consigli che ritorneranno in forma più libera nell'opera maggiore insieme con l'affermazione dell'ideale supremo della misura » (Milanini).

L'operetta dimostra certamente che il tema delle regole dei rapporti umani stava molto a cuore al Monsignore ed erano oltretutto oggetto di non poche dispute fra intellettuali in un secolo in cui si cercava di codificare delle regole precise e autorevoli in ogni campo (dall'arte di governare, al comportamento, alla cavalleria, all'arte dello scrivere, al tealtro, al poema, ecc.), e non avrebbe potuto mancarne certamente una sui rapporti fra potenti e popolani o servi e padroni o superiori ed inferiori. Oltretutto questa è una questione anche squisitamente cristiana e religiosa perché rappresenta in concreto il contrasto tra l'essere tutti uguali davanti a Dio e l'essere così differenti sulla terra sul piano del potere e della ricchezza/povertà.

Leggendo l'operetta si può cogliere ogni tanto un senso di incertezza nel Della Casa: l'intimo convincimento lo porta a crede al plautiano "Tanto son uomo io quanto tu", ma la logica della sua posizione sociale e della cultura rinascimentale (l'uguaglianza è bella ma i serve restano uguali ai servi e i nobili restano uguali ai nobili, senza nessuna possibilità di cambiamento) lo porta ad abbracciare le tesi di un paternalismo moralistico fino a cercare di "persuadere a' grandi lo stringere vera e graziosa amicizia co' loro famigliari dopo averli sperimentati fedeli e conosciuti degni".

INDICE

Parte I

CAPO I. Quanto sia più difficile a’ dì nostri il soprastare e comandare ad uomini liberi di quel che fosse una volta a’ servi. Proposizione: della materia che s’imprende a trattare.

CAPO II. Di tre sorte essere le amicizie che insieme fanno gli uomini: i poveri stringersi co’ ricchi, e i ricchi coi poveri per ragione d’utilità l’amicizia, di cui vogliono spiegarsi gli uffici, essere tra disuguali.

CAPO III. Dall’amicizia di cui deve ragionarsi il primo luogo darsi alte ricchezze e alla potenza: l’utilità che in questa cercano i grandi essere le fatiche ed i servigi de’ poveri: quella che cercano i poveri essere le ricchezze e le dignità: la materia non potersi trattare con tutta la sottigliezza.

CAPO IV. Quali sono i costumi de’ ricchi e de’ potenti.

Parte II

CAPO V. Si principia a dire degli uffici dell’inferiore verso il superiore: di quello esser debito la pazienza dell’ingiurie, l’obbedienza e la riverenza sì ne’ fatti come ne’ detti.

CAPO VI. Dover l’inferiore usare parole umili e dimesse: non dover mai riprendere il padrone, non ostinatamente contraddirgli, non farsi a motteggiarlo nè mostrare risentimento dei suoi motteggi, ancorchè pungenti: essere odiosa a’ grandi la taciturnità de’ suoi famigliari, ma dover però questi usar misura nel loro favellare.

CAPO VII. Che in questa amicizia cosa si deve cercare l’utilità che si abbia dovuto riflesso all’onestà l’adulazione doversi schivare: si procura assegnare il mezzo tra l’adulatore e il morditore, o lo zotico: dover l’inferiore sfuggire nel suo parlare ogni disonestà.

CAPO VIII. D’alcune cose che deve schivar l’inferiore stando alla presenza del superiore, e della pulitezza e convenevolezza del suo vestire.

Parte III

CAPO IX. Si danno all’inferiore le regole per ben operare: dover esser assiduo nel servizio del padrone; diligente nelle proprie incombenze; fedele e leale nel maneggio de’ negozi; in tutte le cose del superiore più attento che nelle proprie. Tanto ai segretari nello scrivere, come ad ogni altro nell’altre operazioni, si dà per regola non dover cercare ciò che sia meglio fatto, ma ciò che più piace al padrone.

CAPO X. Si passa a parlare de’ doveri de’ superiori. Esser facile, che i grandi manchino ai loro uffici, e perciò dover essi porvi attenzione: i famigliari esser liberi, e impropriamente chiamarsi servi. Si rimprovera l’alterigia e l’inumanità di alcuni padroni.

CAPO XI. Si cerca in che sia riposta la mediocrità o misura cui i superiori deggiono regolare i loro ufici. Nell’imporre le cose da farsi, dover essi aver riguardo alle varie circostanze delle persone a cui le impongono: dover usare coi famigliari un contegno dolce e umano, non troppo severo e malinconico.

CAPO XII. Essere ingiustizia abbondare nelle maniere cortesi per poi scarseggiare con gl’inferiori nella mercede.

Parte IV

CAPO XIII. Esser proprio della dolcezza, e umanità dei superiori il comportare i difetti e gli errori delle persone soggette.

CAPO XIV. Esser obbligo del padrone dar la mercede e rimunerare i servigi della famiglia: non dover esso lasciare mancare il bisognevole nè scarsamente somaninistrarglielo: dover a ognuno procurare che i suoi lieti e volonterosi il servano.

CAPO XV. Mal fare chi gode di tenere i suoi famigliari tra sè divisi, e parimente chi gode di tenerli avviliti.

CAPO XVI. Per persuadere a’ grandi lo stringere, vera e graziosa amicizia co’ loro famigliari dopo averli sperimentati fedeli e cososciuti degni, si mostra l’utilità che da ciò lor verrebbe e la facilità di farlo; e con questo si dà fine al Trattato.

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Ultimo aggiornamento: 07 maggio 2011