Giacomo Leopardi

Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica

Si ringrazia il Liceo Classico "J. Stellini" di Udine

per aver gentilmente fornito il testo elettronico .txt

Scritto a Recanati fra il gennaio e l' agosto del 1818, questo lungo saggio, capitale per la comprensione dell'estetica leopardiana, era destinato a rimanere inedito fino al 1906. quando venne inserito nella raccolta degli Scritti vari inediti dalle carte napoletane (Firenze, Le Monnier). Ma rimase ancora sconosciuta una serie di appunti, noie e varianti che Fernando Figurelli pubblicò sul «Giornale storico della letteratura italiana, CXXIX ( 1952). pp. 179-213. Fin dal marzo del 1818. L. aveva inviato allo Stella una prima parte del Discorso, nella speranza di vederlo pubblicato sullo «Spettatore italiano». Su questa rivista, nei numeri 91-92 del I° e del 15 gennaio 1818, erano apparse quelle Ossenazioni del Cavalier Lodovico di Breme sulla poesia moderna che sono il principale (ma certo non esclusivo) bersaglio della polemica antiromantica leopardiana. Della reazione, intelligente e appassionata, alla lettura delle Osservazioni del Breme ci informano del resto le pagine 15-21 dello Zibaldone, da consultare in parallelo al Discorso. Ma sarà soprattutto importante ricordare come questo Discorso costituisca una sorta di ideale proemio alla prima grande stagione della poesia leopardiana, sia sul versante "civile" (fra il settembre e l'ottobre del 1818 vengono composte le canzoni All'Italia e Sopra il monumento di Dante) sia su quello dell'ispirazione "idillica" (fra la primavera e l'autunno del 1819 viene composto L'infinito e a quei mesi risale, con ogni probabilità, la prima concezione del Passero solitario). Infatti, nella temperatura sempre altissima dell'argomentazione polemica, L. riesce a isolare alcuni dei lineamenti fondamentali della propria idea del poeta moderno, il quale «deve illudere, e illudendo imitar la natura, e imitando la natura dilettare». Già perfettamente messa a fuoco è la questione, destinata a vertiginosi sviluppi, dell'identità fra il modo di conoscere degli antichi e quello che tocca in sorte a ogni uomo (sia antico che moderno) nell'infanzia, poiché «quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quella sterminata operazione della fantasia». Gravissime sono le responsabilità che pesano sul poeta moderno, che deve far fronte alla perdita di autenticità che caratterizza il suo tempo, e non può più, semplicemente, «imitar la natura», ma deve anche, rimediando all'universale decadimento, manifestarla. Scegliendo di battersi contro le novità della dottrina romantica, e dunque attestandosi apparentemente in una posizione di retroguardia culturale, L. in realtà conferisce alla meditazione critica un'inaudita profondità e una profetica chiaroveggenza. La «celeste naturalezza» degli antichi, ben lungi dall' esaurirsi in un pedantesco paradigma retorico, è per il giovane poeta recanatese un modello operativo che lascia allo scrittore moderno infinite possibilità d'esecuzione. A pochi mesi dalla conclusione del Discorso, sarà la stessa poesia di L. a dimostrare inequivocabilmente quanta libertà espressiva e ricchezza d'invenzione potevano derivare dalla pratica di questo modernissimo classicismo. Em. Trevi, G.L. Tutte le poesie e tutte le prose, GTB, Newton, Roma 1997-

parte I parte II
parte III parte IV

Biblioteca

introduzione generale

Progetto Leopardi

Edizione elettronica e HTML Ottobre 1998

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 05 maggio 2011