Carlo Goldoni

Il servitore di due padroni

Commedia di tre atti in prosa.

Scritta a Pisa nel 1745

Rappresentata per la prima volta a Milano nel 1746

Edizione telematica e revisione a cura di: Giuseppe Bonghi, 1994

Edizione HTML e impaginazione a cura di: Giuseppe Bonghi, Agosto 1996 - gennaio 2005 (edizione riveduta)

Edizione di riferimento: Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I classici Mondadori Fondazione Borletti, vol. III, A. Mondadori editore, Milano 1939

Indice generale

Atto I

 

Atto II

 

Atto III

La Commedia fu inizialmente stesa a soggetto su invito di Antonio Sacchi, attore celebre e di grande personalità e prestigio, che impersonava sulla scena la maschera di Truffaldino; così ne parla il Goldoni nelle sue Memorie:

Eccomi dunque sempre più attaccato ad una professione, che recavami nel tempo stesso molto onore, molto piacere e molto proffitto.

In mezzo alle mie occupazioni ed ai miei lavori, venne da Venezia una lettera di Sacchi a distrarmi ed a mettermi tutto il sangue e tutti gli spiriti in moto.

Questo Comico era ritornato in Italia, e sapendo ch'io mi trovava in Pisa, mi dimandava una Commedia, e davami ancora  (anche, ndr) il soggetto, su cui lasciavami la libertà di lavorare a mio senno.

Oh che tentazione per me! Sacchi era eccellente Attore, e la Commedia era stata la mia passione. M'intesi a risvegliarsi nell'animo l'antico gusto, il solito fuoco, il solito entusiasmo. Il soggetto che mi proponeva era il Servitore di due Padroni. Vedeva qual buon uso poteva fare dell'argomento della Commedia, e dell'Attor principale che doveva rappresentarla. Moriva di voglia di provarmi di nuovo, e non sapeva come fare, perché le liti ed i clienti venivano in folla da me. Ma il mio povero Sacchi?... il Servitore di due Padroni?... Orsù, ancora per questa volta... ma no... ma sì... Scrivo finalmente la mia risposta, e m'impegno.

Il giorno lavorava pel Foro, e la notte per la Commedia. Finisco quest'ultima, e la mando a Venezia. Nessun lo sapeva, e nessuno era a parte di questo secreto, fuorché mia moglie, che vi aveva patito al pari di me. Vi passava le notti intiere. (Carlo Goldoni, Memorie, vol. I, cap. XLIX, pag. 216, ed. Niccolò Zanon Bettoni, Padova 1811)

 

Goldoni, dunque, esercitava a Pisa l'attività forense, ma era già abbastanza conosciuto nell'ambiente del teatro, tanto che un celebre attore gli chiede la scrittura di una commedia a soggetto. Fonte probabile del soggetto goldoniano, insieme ai suggerimenti del Sacchi, fu probabilmente uno scenario francese del 1718, Arlequin valet de deux maîtres, sottoscritto dal Mandajors e recitato a Parigi nello stesso anno dal capocomico italiano Luigi Riccoboni (1676-1753). La Commedia fu rappresentata nel 1746 dal Sacchi stesso, probabilmente a Milano, con un successo grande e immediato, che Goldoni così ricorda (Carlo Goldoni, Memorie, vol. I, cap. L, pag. 218, ed. Niccolò Zanon Bettoni, Padova 1811):

 

Sacchi dopo qualche tempo mi partecipò la buona riuscita della mia Commedia. Il servitore di due Padroni era applaudito, aveva un concorso che non poteva esser maggiore, e mi mandò un regalo che non mi aspettava; ma domandommi un'altra Commedia nel tempo stesso, lasciandomi padrone di scegliere il soggetto che più mi piaceva. L'ultima mia Commedia, però, essendo fondata solamente sul Comico, desiderava che l'altra da comporsi avesse per base una favola interessante, capace di sentimenti e di tutto il patetico convenevole ad una Commedia.

Goldoni invierà al Sacchi una commedia dal titolo Figlio d'Arlecchino perduto e ritrovato, che in Francia avrà un grande successo presso il Teatro parigino della Commedia Italiana.

Leggiamo ora ciò che di Sacchi scrive il Goldoni nelle sue Memorie:

Quest'attore conosciuto sulle scene d'Italia sotto il nome di Truffaldino, aggiungeva alle grazie naturali del suo burlesco, uno studio ordinato sull'arte della Commedia e su i Teatri differenti d'Europa.

Antonio Sacchi aveva la fantasia viva e brillante. Nel rappresentare le Commedie dell'arte, se gli altri Arlecchini non facevan che ripeter sempre le parole medesime, Sacchi al fondo della scena sempre attaccato, dava co' suoi nuovi sali e colle sue inaspettate risposte una cert'aria di novità alla Commedia, e Sacchi solo andavano tutti in folla a vedere.

I suoi motti ridevoli e le sue arguzie non eran tirate né dal linguaggio del popolo, né da quello de' Comici. Aveva messi gli autori delle Commedie a contribuzione, i poeti, gli oratori, i filosofi. Nelle sue scappate improvvise si conoscevano i pensieri di Seneca, di Cicerone, di Montagne; ma egli aveva l'arte di appropriare le massime di questi grandi uomini alla semplicità del balordo; e la proposizione medesima che nell'autor serio era ammirata, faceva ridere sortendo dalla bocca di questo celebre attore.

Parlo di Sacchi come d'un uomo che fu, perché a cagione della sua troppo avanzata età non rimane all'Italia che il rammarico d'averlo perduto, senza speranza di vederne altro eguale. (Carlo Goldoni, Memorie, vol. I, cap. XLI, pag. 183, ed. Niccolò Zanon Bettoni, Padova 1811)

 

Il Goldoni riprese in mano la Commedia nel 1753 per l'edizione del tipografo Paperini dello stesso anno (fu inserita nel terzo tomo) e ne scrisse tutte le parti (come spiegherà egli stesso nella prefazione alla Commedia). Di essa ci furono numerose e prestigiose messe in scena; ricordiamo quella di Weimar, con traduzione di Goethe (con 19 repliche), e di Giorgio Strehler nel 1947.

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Ultimo aggiornamento: 04 maggio 2011