![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
Edizione di riferimento:
La novella del grasso legnaiuolo nelle redazioni di Antonio Manetti, dei codici Palatino 51 e Palatino 200, di Bernardo Giambullari e di Bartolomeo Davanzati, a cura di Antonio Lanza, Vallecchi Editore, Firenze 1989
Volendo dar principio a ’lcuna cosa,
el nome del Signor si de’ ’nvocare.
I’ priego Iddio e suo Madre graziosa
che tanto ingegno mi debbia prestare
ch’una piacevolezza dilettosa
d’in prosa in rima i’ la sappi mutare,
amplissima com’è mie disidèro;
e molti sanno che l’istoria è vero [1].
Po’ che natura mi porge lo ngegno,
qual non si può per istudi comprendere [2],
ed è leggiadro, glorioso e degno
per poetiche storie si può ’ntendere,
i’ non mi deggio partir da tal segno;
che non si può né comperar né vendere
quel che natura porge a ciascheduno:
qual è di virtù pieno e qual digiuno.
E nessun è che si chiami contento:
un’ora in pace non ci si può stare;
nel mondo non si può por fondamento;
non si può dire: così ho a arrivare;
e siànci propio come fummo al vento;
e quando l’uon si crede riposare
e pargli avere acconcio el nidio tondo, [3]
con un brieve sospiro esce dal mondo.
E non ci val bellezza né sapere,
né giovintù, ricchezza né potenza,
ch’a tutti manca l’udire e ’l vedere,
tutti siàn presi per una sentenza:
non sia nessun che creda rimanere,
perché vana sarebbe tal credenza;
ma ’l me’ che si può fare, al parer mio,
prender diletto col timor di Dio.
Per fuggir ozio, che ’l tempo trapassi,
e dare altrui piacere, a me diletto,
mi moverò a stendere e mie passi
in un vïaggio d’un bel paesetto.
Nessun profrutto fa colui che stassi.
I’ lascerò di me pur qualche detto.
Benché di poco effetto sia la storia,
dopo mie vita fia di me memoria.
Nel Mille quattrocento anni correndo
e dieci più che di sopra non è,
fu in Firenze, sicondo ch’intendo,
alquanti d’un’età innanzi a me,
che un di lor, sicondo ch’i’ comprendo,
lo feron presso che uscir di sé.
Leggendo intenderete il che e ’l come;
l’effetto fu per rimutargli il nome.
Questo si vede spesso e interviene:
pigliando l’un con l’altro compagnia,
com’una fratellanza poi si tiene,
se non vi nasce scandolo o resìa [4];
essendo alquanti giovani dabbene
e conversando insieme tuttavia [5],
onestamente dandosi diletto,
perché di morbo c’era gran sospetto.
La giovinezza pur fugge la morte.
Costor, per non pensare alla ’nfruenza, [6]
e perché a lor non toccassi la sorte
finir lor vita per la pestilenza,
dappoi che gli eron drento a queste porte,
passavon tempo con magnificenza
di giuochi e feste e disinari e cene,
pur sempre insieme volendosi bene.
Ed essendo alcun giorno trapassato,
la compagnia mancava per un solo
che non s’era cogli altri ritrovato,
qual si chiamava el Grasso legnaiuolo,
sendosi da costor diseperato
o per pigrizia o per lo spender duolo,
o per faccenda ch’egli avesse in parte,
perch’era buon maestro di su’ arte.
D’ogni tarsìa sapeva lavorare,
d’intagli bene e diligentemente;
del suo mestier maestro singulare,
ma fuor di quel non è troppo prudente;
purissimo, sicondo che mi pare,
e di nazione comunalemente, [7]
né povero né ricco, e’ suo compagni
ricchi, dabbene e grazïosi e magni.
L’un era ser Ïacopo chiamato
de Mangiatroie, [8] e di ser Brunellesco
era Filippo, che fece el trovato [9]
da fare un greco diventar tedesco:
Filippo Rucellai [10] in tal mandato, [11]
Pier Pecori con lor gagliardo e fresco.
Andando questi quattro un giorno a spasso,
parevon morti, non vi sendo el Grasso.
El Brunellesco sì ebbe parlato
dicendo lor: «Che diavol è del Grasso?
E’ s’è però da noi così spiccato:
sarebbe forse mai di vita casso? [12]
Costui non è però d’Ettorre nato;
di roba e di nazione egli è più basso
che gnun di noi: non mi par che bisogni
che di tal compagnia e’ si vergogni.
Ma se la voglia mia vo’ seguirete,
e’ se ne riderà più d’una volta;
se quel ch’i’ vi dirò propio farete,
la sua memoria fia presso che sciolta. [13]
Vedrai bell’uccellar sanza parete! [14]
Ciascuno intenda e stie bene in ascolta,
e non uscite punto del mie detto,
se volete che ’l tratto venga netto. [15]
Qui bisogna ch’ognun si dia da fare,
ma non si vada troppo avviluppando,
e appunto al bisogno el colpo dare;
e alcun altro si vadi indettando, [16]
che sappin come ’l fatto debbe andare,
a punto che e come e dove e quando;
e un bisogna che solo istia atteso [17]
quando fie tempo che ’l Grasso sie preso [18]».
Rispose allor Filippo Rucellai:
«Perché diavol lo vuo’ tu far pigliare? [19]».
Rispose el Brunellesco: «Tu ’l vedrai:
lascia pur me questa danza guidare.
Attendi pur a far quel che tu hai.
Ciascun risponda sicondo il chiamare,
ma fate pure che indettato [20] sia
ciascun prigion della Mercatantìa.
Or oltre intendo di mutare el passo [21]
e cominciare a tender questa rete.
I’ voglio andare a ritrovare el Grasso,
e voi al vostro uficio attenderete;
ma state tutti sodi come sasso
e nel vostro parlar punto ridete,
però ch’i’ temo solo che in tal opra
el rider non sia quel che ci discuopra».
Ser Iacopo disse: «l’ho provato
tener le risa: i’ le terrei mill’anni».
Disse Filippo: «Ognun sie licenziato»;
e avvïossi inverso San Giovanni.
Di buona sera el Grasso ha salutato:
«Per chi diavol ti dai tu tanti affanni?
Tu se’ pur solo, e par che ti divori
se stai un’ora che tu non lavori».
Rispose el Grasso: «Tu sie ’l ben venuto.
Che vuo’ ch’i’ faccia s’i’ non mi so stare?
Egli è ben ver ch’i’ ho di nuovo [22] avuto
da un amico un lavorìo da fare,
e i’ l’ho da servir perch’è dovuto,
ch’egli è un uon dabbene e singulare.
Del lavorar non vo’ tu mi riprenda:
del mie mestiero i’ ho sempre faccenda.
Quand’io guadagno, non mi so partire;
nello star qui m’è utile e onore».
Disse Filippo: «E’ non bisogna dire.
Questi son tempi da fuggir furore. [23]
Non vedi tu ch’ai rischio di morire,
nello star qui, tu vai a tutte l’ore?
Non ha’ figliuoli, e per danar tu goccioli, [24]
e vedi che ci fioccono e gavoccioli». [25]
Rispose il Grasso: «I’ non penso a cotesto;
né anche credo che l’ire a trastullo
mi facci viver più, né morir presto;
e soe ch’i’ sono uscito di fanciullo. [26]
Quandi’ sarò dalla morte richiesto,
nessuna cosa mi varrà un frullo, [27]
né l’ire a spasso o stare in questo sito.
Or credi questo e legatelo al dito».
Disse Filippo: «Anz’è che l’avarizia
t’ha occupato, coperto e rinchiuso,
e credi ragunare una indizia [28]
d’oro e d’argento e sempre istarvi suso; [29]
ma e’ vorrà la Divina Giustizia
ch’ancora stenti come non se’ uso,
e credimi che fia dal Ciel promesso
com’una bestia tu muoia in sul cesso». [30]
Rispose el Grasso: «Tu debbi aver vinto [31].
Or se’ venuto qua per dileggiarmi?
O veramente tu ha’ bene attinto
di quel che spesso fa venire all’armi». [32]
Disse Filippo: «Come un uon dipinto [33]
tu mi rispondi per fare adirarmi.
I’ non m’adiro troppo di leggiero,
ma tu t’adiri perch’i’ dico il vero.
S’io ho errato, vaglia a perdonare;
no’ ci maravigliàn de’ fatti tuoi,
che non ti se’ voluto ritrovare
già son cotanti di con esso noi.
Ma sie che vuol. Quando mi vuo’ tu dare
cena una sera? I’ so ben che tu puoi.
Tu non ha’ viso da tener nascoso, [34]
né moglie che tu possa esser geloso» [35].
Rispose el Grasso: «Fante né famiglio
non ho in casa, e non so cucinare;
ma di mie madre assai mi maraviglio,
ch’è ben duo dì che la dovea tornare.
I’ penso pure, e pensando bisbiglio,
che diavol tanto ella vi stia a fare;
ma se il diavol vorrà che la ci torni,
non passerà la cena molti giorni».
Gli aveva un poderuzzo comperato
con casa da villano e da signore,
in Polverosa presso a San Donato.
La madre vi s’andava a tutte l’ore,
e spesse volte vi facea bucato;
Terzolla [36] gli faceva com’un fiore. [37]
Come Filippo intese el soprastare, [38]
rispose sanza aver troppo a pensare:
«Tu sarà’ buon per la festa de’ Magi, [39]
se di tal cosa pigli ammirazione:
ma tu se’ uso tanto a stare in agi
ch’ogni cosa ti dà gran passïone.
Duo dì ti son duo mesi di disagi,
perché non hai le tua consolazione
dell’esser governato; è ’l tuo dispetto
l’avere a cucinare e fare el letto.
Ma raccapezza [40] pel tempo passato
se la vi soprastà contr’a tuo voglie;
tu sa’ ben quanto tu vi se’ già stato
con più d’un fiordaliso sanza foglie; [41]
sa’ che più volte già mi v’hai menato,
e i’ per passar tempo e fuggir doglie
vi sono stato tutta la giornata,
e quando e’ v’è mona Giovanna stata.
I’ mi sono avveduto più d’un tratto [42]
di cosa che non m’è troppo ita al gusto;
ma già non so come si vada el fatto,
però che l’una parte al tempo giusto,
benché l’altra non sia simil, baratto [43].
I’ l’avevo per santo, or per ingiusto;
per quel ch’i’ n’ho veduto, i’ credo pure
che insieme si commettin dua figure». [44]
Come Filippo ebbe tal cosa detto,
el Grasso ebbe riprese le parole:
«Perché di’ tu cotesto e a che effetto?
Non vi può ella star quant’ella vuole?».
Disse Filippo: «Se la n’ha diletto,
istievi pur, ch’a me poco ne duole;
ma stu sapessi el soprastar del loco,
non credo inver che ti paressi gioco». [45]
Rispose el Grasso: «Per la fede mia,
ch’i’ ho pratiche pur delle persone,
ma i’ non credo che nel mondo sia
un uon che sia della tuo condizione. [46]
Tu truovi sempre mai qualche resìa, [47]
po’ la commetti [48] con mille ragione.
Tu m’hai già messo un calabrone in seno,
che par propio ch’i’ scoppi di veleno.
Che non mi parli tu apertamente
com’all’amico si debbe parlare,
e dichiarami tutto el convenente? [49]
E ’n questa fantasia non mi lasciare!».
Disse Filippo: «I’ nol farei nïente:
tu non se’ uomo da ragione stare». [50]
Rispose el Grasso: «Che diavolo è questo
che io non possa farmel manifesto?».
Filippo gli rispose: «I’ tel direi,
s’i’ conoscessi in te qualche ragione;
ma ragunando tutti e pensier miei,
i’ so che n’uscire’ qualche quistione;
e di qualche gran male ’i non vorrei
esser principio o averne cagione».
Disse el Grasso: «Deh, cavami di doglia,
ch’i’ non farò più là che tu ti voglia!».
Filippo cominciò a sogghignare,
e non usciva però a cancello; [51]
el Grasso si sentiva consumare
propio come fa el diavol nell’anello.
Filippo tanto lo tenne a badare
che nella porta fussi el chiavistello, [52]
perché di fuori e’ non potessi andare
quand’egli avessi inteso il suo parlare.
El Grasso lo guardava e stava cheto,
fra sé dicendo: «Diavol, ch’e’ lo dica!».
Pur poi gli disse: «Deh, non più segreto
tener tal cosa, perché quest’ortica
tutto mi pugne dinanzi e dirieto.
Tu mi farai crepar sanza fatica.
I’ sudo e diaccio l’ossa e le midolla,
e parmi proprio istare in sulla colla» [53]
Disse Filippo: «Guarda che segrete
sien le parole mie per tuo onore.
Tu sai che ’n villa t’è vicino il prete,
e sai che ti dimostra grand’amore;
e sotto questo poi una sua rete
tende sul tuo sanza far romore.
E credi certo ch’io non t’infinocchio,
ch’i’ ’l posso dir di veduta con l’occhio. [54]
I’ non te lo vo’ più tener nascoso
quel che con altri mai non l’ho congiunto. [55]
Tu sai che ’l prete è visto [56] e prosperoso
e d’anni non è troppo sopraggiunto;
e tuo madre non ha il viso a ritroso,
e la fu lieta, e i’ lo so di punto. [57]
El prete le vuol bene, ed è vicino,
e spesso volge l’acqua al suo mulino. [58]
Quivi non v’è chi gli possa sconciare, [59]
perché, mona Giovanna è ’n casa sola.
El prete vi va a cena e disinare;
come l’uficio ha detto, là si vola.
Così non fussi vero il mio parlare
come gli è ver! Mentiss’io per la gola!
L’aria gli fa venire ispesso in succhio, [60]
e fanno com’è gambi del vilucchio» [61].
El Grasso non poteva lavorare
e gocciolava tutto di sudore,
e forza non avea di favellare:
pareva che gli fussi istretto il core.
Disse Filippo: «Che ti par da fare?
La non è cosa da farne rumore.
Sicondo il mio parer, per quel ch’intendo,
la non è cosa d’andarlo dicendo».
E in un tratto el Grasso gli rispose
com’arrabbiato colla schiuma a bocca,
e in tal modo il suo parlar propose:
«La mente mia sarebbe troppo sciocca
s’i’ stessi pazïente a queste cose.
Tu non lo stimi perché non ti tocca; [62]
ma s’i’ ’l sapevo prima un quarto d’ora,
are’ serrato e sare’ già di fuora.
Ma se a domattina i’ mi conduco, [63]
come !a porta s’apre i’ n’uscirò:
com’i’ avessi a mazzicare un ciuco,
così un buon bastone i’ porterò.
Se questo topo i’ lo tarpo [64] nel buco,
in modo tale i’ lo governerò
che non vedrà ma’ più bastone
o canna che non si dolga di mona Giovanna».
Disse Filippo: «Non te lo diss’io
ch’i’ m’avvisavo quel che n’avverrebbe?
Ma una bestia a dirtelo fu’ io;
ma i’ tel dissi perché e’ me ne increbbe».
«Pazzo se’ tu, — rispose el Grasso — ch’io
so che ’l mie cor ma’ non lo patirebbe.
Pensa per te, se la fussi tuo madre,
a patir cose tanto inique e ladre». [65]
Filippo gli rispose ivi modo tale:
«Credimi che fare’ contr’a mie voglia, [66]
ma tu vorrai aggiugner male a male,
com’aggiugner la febbre a una doglia.
Chi dell’onore scende giù le scale
non le rimonta come fa la foglia
dell’albero, ch’ogni anno se ne spicca
e fresca ogni anno su vi si rappicca».
El Grasso andava in qua e ’n là soffiando
per la bottega, che pareva un toro:
Filippo lo guardava sogghignando,
fra sé dicendo: «guarda sì lavoro!». [67]
Eppoi gli disse: «Non voler dar bando
all’onor che riluce più che l’oro».
Disse ’l Grasso: «Se luce, e’ si riluca;
chi pecora si fa, lupo il manuca» [68].
Disse Filippo: «Sanza dar di piglio
alle mazzate o correre a furore,
i’ ti darò rimedio e buon consiglio
che li vendicherai sanza romore,
sanza metter tuo madre in iscompiglio,
sanza dar pena a chi ti porta amore.
Ma i’ mi perdo il tempo e la fatica;
e però sarà me’ ch’i’ non tel dica».
El Grasso si fermò e poi rispose:
«Che diavol non mi di’ quel ch’i’ ho fare?».
Disse Filippo: «In tutte le tuo cose
tu vuoi consiglio, e far quel che ti pare».
Sulla scarsella el Grasso la man pose:
per questo sagramento [69] ebbe a giurare
di far quel che Filippo gli diceva.
Ridendo allor Filippo rispondeva:
«Or vedi. Grasso, qui c’è un rimedio,
e parmi di pigliar questo partito,
e non aver questo consiglio a tedio.
Fa’ che questo per te non sia sentito. [70]
Di buon numero d’anni egli hanno assedio; [71]
lasciagli seguitar lor appitito,
ché brieve sarà ’l fine di tal opra,
e col peggio n’andrà chi sta di sopra. [72]
Fa’ pur le viste di non t’avvedere.
El prete sonerà con tanti tocchi
che potrà poco el giuoco mantenere.
Fateci pur tanto che vi lasci gli occhi;
e che maggior vendetta vuoi avere?
Tu sarai’ savio, ed e’ saranno sciocchi.
Or fa’ a mie senno, e qui vo’ che ti specchi: [73]
la serotine foia ispaccia e vecchi». [74]
Rispose el Grasso: «Questa tanta foia
non se la caverà al suo piacere.
Per le mie mani ho disposto che muoia,
e non riguarderò perch’e’ sia sere». [75]
Disse Filippo: «Che dolcezza e gioia
ne pigli tu del farlo è de dovere [76];
però chi fa, lasciar far si conviene:
tu sai che chi s’abbraccia si vuol bene.
Ha’ tu però per mal che le tuo cose
le sien bramate e voluto lor bene?».
El Grasso con grand’ira gli rispose:
«Sie maladetto chi ne vuole a tene! [77]
Con tante tuo traverse e tuo ritrose, [78]
credo che mi faresti uscir di mene». [79]
E con grand’ira, sanza più parlare,
cominciò la bottega a rassettare.
Egli era propio com’è una nave
ch’é guidata per mar dalla tempesta,
che mai non va diritta né soave:
così el Grasso d’agitar non resta.
El Brunellesco sì vide la chiave
di casa el Grasso [80] sopra una testa
d’una lettiera, [81] e subito la tolse
un tratto che in là el Grasso si volse.
Era sonata già l’avemmaria
e ogni altra bottega era serrata.
El Brunellesco ridendo dicia:
«Vuo’ tu venire alla Nunzïata?».
Rispose el Grasso: «I’ serro tuttavia,
che maladetta sia questa giornata,
e mie madre col prete, e tu con loro,
ché pel tuo dir mi struggo e mi divoro!».
Disse Filippo: «Questo mi si viene
per prezzo [82] dell’averti rivelato
questo trattato che sopra di tene
credo che lungo tempo sia usato». [83]
El Grasso istette alquanto sopra sene, [84]
poi con Filippo si fue invïato
inverso e Servi [85] come muti andando,
mai di nessuna cosa ragionando.
Giunsono ai Servi sanza mai parlare
amendua insieme all’acqua benedetta. [86]
Filippo lasciò el Grasso innanzi andare,
e per tornare addrieto si rassetta.
El Grasso se n’andò a ’nginocchiare,
com’è usanza, sun una panchetta;
el Brunellesco addrieto si tornava
e un de’ suo compagni riscontrava.
Disse Filippo: «Or istudiamo el passo, [87]
e tieni a mente ciò che tu ha’ dire;
fa’ d’esser pronto a contraffare [88] el Grasso
e di quei ch’i’ t’ho detto non uscire. [89]
Quand’i’ ho parlato, e tùe [90] non parlar basso
perché di fuori e’ ci possa sentire».
E poi diss’a un altro: «Intendi bene:
fermati qui; e come el Grasso viene,
e tu ne vieni in giùe e fischia un tratto,
come tu se’ dell’uscio al dirimpetto».
E poi Filippo col compagno ratto
aperson l’uscio [91] sanza alcun sospetto,
e amendua n’andaron su di fatto, [92]
e’ lor mantegli posono in sul letto.
Disse Filippo: «A cominciare el giuoco
imprimamente accendiamo un buon fuoco.
E le finestre non si vuol serrare,
perché ’l lume si vegga dalla via,
perché el Grasso si possa immaginare
mona Giovanna sua tornata sia».
Finito ch’ebbe el Grasso il suo orare,
rizzossi in piè e ’ntorno si volgìa
guardando di Filippo; e nol vedendo,
uscìe de’ Servi sanz’altro dicendo.
Egli era tanto d’ira inviluppato
che non sapeva in qual parte s’andava;
e’ s’era con quel prete accapigliato
e coll’animo forte il mazzicava;
e come a San Michele [93] fu arrivato,
di fatto il vide: quel che l’aspettava
e avvïossi innanzi passo passo;
e come fu dinanzi a casa el Grasso,
fischiò come Filippo gli ave’ detto.
Filippo intese il cenno ch’era dato;
disse al compagno: «Mettiti in assetto,
cominciami a riprender del bucato;
i’ farò vista di rifare el letto».
El Grasso s’era già ben appressato
alla suo casa dove egli abitava,
ch’era di sopra a dove e’ lavorava.
E’ v’era acceso un fuoco badïale, [94]
che risprendeva per tutta la piazza
di San Giovanni e del marmo le scale
di Santa Liperata e nella fazza. [95]
El Grasso giugne, e vede el chiaror tale:
el Brunellesco picchia colla mazza
la coltrice del letto, che paressi
mona Giovanna che lo rifacessi.
El Grasso giugne e sente quel picchiare
e vede quel gran lume della via;
s’accosta all’uscio e sente favellare:
«Mona Giovanna per certo ci fia;
ma come diavol c’è potuta entrare?
I’ so ben che la chiave non avìa».
E prestamente in bottega n’andava
per tôr la chiave, e non ve la trovava.
«O come diavol l’arà ella avuta?
Egli è pur poco ch’i’ so che la c’era;
mentre ch’i’ c’era, ella non c’è venuta,
e so che la bottega serrat’era».
E prestamente quindi si tramuta; [96]
riserrò la bottega come l’era
e accostossi all’uscio per picchiare,
e sentì drento presso che gridare.
L’orecchio porse e posesi in ascolto
come fa il cane imprima ch’egli abbai;
e in tal modo non istette molto
che delle lor parole intese assai,
e tutto quanto si turbò nel volto.
El Grasso [97] drento non ristava mai;
e se mona Giovanna rispondeva
o stava cheta, el Grasso pur diceva:
«Se per insino a qui son suto matto,
intendo d’esser savio diventato;
da quinci innanzi voglio stare a patto
che per me non facciate più bucato, [98]
perch’i’ ho ’nteso appunto questo fatto
come gli è ito pel tempo passato;
e ’n villa sanza me più non andrete
fin ch’a mie modo i’ non governo il prete».
Allor mona Giovanna gli rispose:
«Che gracchi tu di prete e di bucato?
Non ti vergogni tu a dir tal cose,
massimamente a chi t’ha ’ngenerato?».
El Grasso la sua boce non nascose:
«E’ m’è pur oggi stato riprovato
da un buon cittadin di questa terra
e modi vostri, e veggo che non erra.
I’ vorre’ pure intendere una cosa,
s’a un bucato si debbe penare
se’ dì che siate stata in Polverosa,
o che diavol vi siate istata a fare.
Sempre d’andarvi ne siate bramosa,
e mai non fate pensier di tornare».
Disse mona Giovanna: «Emmi piaciuta
la stanza, e sammi mal ch’i’ son venuta
a combatter col vin, [99] perché mi pare
che non che ebbro, ma fradicio sia».
Rispose el Grasso sanza più indugiare:
«Lo starvi non vi dà già ricadia. [100]
Ma voi vi doverresti vergognare,
sendo vecchia, tal fama vi si dia.
Quaggiù si dice, e none alle segrete, [101]
che vo’ siate la femmina del prete.
I’ non son greco, né anco tedesco,
e questo cose non dico a diletto». [102]
E ogni cosa sa [103] che ’l Brunellesco
disse, sì come al Grasso aveva detto.
El Grasso, che di fuor’ istava al fresco,
aveva mezzo morto il cor nel petto;
e per picchiar la campanella piglia,
e infra sé medesimo bisbiglia:
«I’ son pur fuori e par ch’i’ sie di drento,
al risponder che fa mona Giovanna,
e me par esser quel che con lei sento.
El Grasso son pur io, se non m’inganna
il mio cervello e ’l mio intendimento».
E con questo pensier forte s’affanna:
e drento pur sare’ voluto entrare,
e non ardiva però di picchiare.
«Ma che diavol sarà? ho i’ avere
di me paura?». E colla campanella [104]
l’uscio picchiò dicendo: «I’ vo’ vedere
s’i’ sarò conosciuto alla favella».
E picchiò l’uscio sanza più temere.
El Grasso drento gli rispose in quella:
«Chi è?». El Grasso rispose: «Son io».
Disse colui: «Matteo, vatti con Dio».
«Oh, i’ non son Matteo, i’ sono el Grasso,
s’i’ non mi son con un altro scambiato,
o se ’l cervel non mi s’è ito a spasso.
Apri!», dicendo; ed ebbe ripicchiato.
Disse quel drento: «S’i’ vengo da basso,
darotti a divider [105] se hai errato».
E prestamente con un buon bastone
fu della scala all’ultimo scaglione,
Sentendo el Grasso con tanta tempesta
giù per la scala correndo costui,
fuggìe dicendo: «Che diavol di festa
sarà stasera questa?». E inver lui
si fu rivolto, e sì gli vide in testa
la cappellina che teneva lui;
e diventò più pallido che rosso,
po’ che lo vide col suo cuoio indosso.
E stava propio come disensato. [106]
El Grasso d’in sull’uscio pur gridava
con quel bastone in man tutto affannato:
«Vien qua, poltrone!». E in questa passava
quei che fischiando aveva il cenno dato.
Col Grasso d’in sull’uscio si fermava
domandandol con chi e’ contendeva.
«Quel pazzo di Matteo — costui diceva —
che m’è venuto qua l’uscio a picchiarmi,
e vorre’ pure entrare in casa mia
a mie dispetto; e credesi iscambiarmi
dicendo che ’l padron di casa sia.
Part’ella [107] cosa ch’i’ ne debba istarmi
sanza rispondere a tal ricadia?
Ma se ’l suo capo m’entra tra le pugna,
gnel gratterò con altro che coll’ugna». [108]
«Cotesto non far tu, ma lascial ire.
Va’ a cena: non ti dar più passïone;
e s’egli è ebbro, si vada a dormire,
che ’l vin gli debe dare alterazione».
El Grasso, che poteva ben udire,
ogni cosa intendeva per ragione, [109]
e infra sé faceva mormorio:
«Sare’ i’ mai un altro o son pur io?»,
El Grasso nuovo in casa se n’andava,
e ’l compagno di fuor si dipartiva.
El povero Matteo sopra sé stava
com’una cosa più morta che viva;
e appunto Pier Pecori passava
su per la piazza, e ’ncontro gli veniva.
El Grasso lo dimanda: «Chi son io?».
«Se’ una bestia», e andossi con Dio.
«Può fare el ciel ch’i’ non sie conosciuto?
Son io da dianzi in qua sì rimutato?
Costui che tante volte è meco suto,
e tante volte insieme abbiàn mangiato,
ora ’l dimando, e par che mai veduto
i’ non fussi da lui in nessun lato,
e l’antica amicizia mi nasconde,
e ch’i’ sono una bestia mi risponde».
E si toccava e guardavasi intorno,
e pur pareva conoscer sé stesso.
E pur pensando a così fatto iscorno,
ser Ïacopo viene: e quando presso
e’ fu al Grasso, ed e’ come musorno [110]
diceva: «Or vedrò io s’i’ sarò desso.
E’ m’ha veduto: i’ ’l vo’ lasciar venire:
e’ mi doverrà pur qualcosa dire».
Egli era chiaro, ben che fussi sera.
Ser Ïacopo vien con lente passo
e salutò el Grasso in tal maniera:
«Buona sera, Matteo» col capo basso.
Rispose el Grasso colla boce altera:
«Come diavol, Matteo: I’ sono el Grasso!».
Ser Iacopo allora el passo resta,
e inverso di lui alzò la testa:
«Come diavol, el Grasso? Or non so io
che se’ Matteo? E so che muratore
tu se’». El Grasso disse: «In fé d’Iddio,
ch’i’ sono el Grasso!», e triema di dolore.
Ser Ïacopo disse: «Aspetta, ch’io
ti chiarirò che tu se’ in errore».
E vanne all’uscio suo, e picchia e chiama.
Risponde el Grasso: «Questa sarà trama». [111]
«Chi è?». E ser Ïacopo gli disse:
«Deh, apri un poco, o tu vieni insin giù!».
El Grasso drento niente s’affisse; [112]
aperse e disse: «Venite pur su».
Ser Ïacopo allor drento si misse;
e come in sulla sala giunto fu,
sanza dir altro: «Che diavolo avete?
Vo’ siate dua, e sempre contendete.
Tu ti fa’ pur sentir per vicinanza. [113]
Di lunge un pezzo ti senti’ contendere.
Che modi sono questi? È egli usanza
che ’l figliuol debba la madre riprendere?».
Rispose el Grasso con grande arroganza:
«Prima le parte si vogliono intendere;
e voi volete dare riprensione
sanza saper chi ha torto e chi ragione.
Perché vo’ siate certo ch’i’ non sia
di me uscito, né cotto dal vino,
e siate chiar che la ragione è mia,
ch’i’ sono el Grasso e non son Calandrino,
quel pazzo di Matteo, ch’è nella via,
m’ha pur picchiato l’uscio a suo dimino [114]
dicendo ch’è ’l padrone: e col suo dire
crede ch’i’ ’l creda e che gli voglia aprire». [115]
Ser Ïacopo disse: «Intendi quello
che far tu debbi: lascialo abbaiare.
Tu suol pur aver saldo el tuo cervello;
or per nonnulla ti veggo aombrare.
Gli ha hanno col bicchier tocco il zimbello [116]
sì ch’egli è cotto: or lascialo freddare.
E’ non ha la bertuccia, anzi un grand’orso; [117]
conviene pur che ’l vin facci suo corso».
El Grasso udiva ogni cosa di fore
e pareva una cosa disensata [118],
e più nel viso non avea colore;
e così stando, venne una brigata
di birri con un messo a gran furore
con un giovane innanzi che lo guata,
e dicegli: «Matteo, tu se’ pur desso!».
E abbracciollo, [119] e poi si volse al messo:
«Oltre qua presto, menatelo via!».
Allora el Grasso sì gli rivolgeva:
«I’ non son già Matteo, in fede mia,
ch’i’ sono el Grasso». El garzon rispondeva:
«Così non dicestù in bottega mia,
né quando il mie maestro ti chiedeva
questi danar, che ci hai straziato un anno [120].
Matteo si scrisse quando avesti ’l panno.
E per Matteo tu ha’ sempre risposto,
ma non facevi pensier di pagare.
Pigliatel bene e menatenel tosto;
e’ dice questo per farsi lasciare.
Vo far quel che ’l maestro mio m’ha ’mposto:
fin alla Buca [121] il voglio accompagnare,
e poi vedren, quand’e’ sarà in prigione,
se sie Matteo, o s’egli arà ragione».
E birri gli eron tutti quanti intorno
e tenevonlo stretto per le braccia;
el Grasso si volgea come musorno
e già non sa che dir né che si faccia.
E birri non sapevon tale iscorno,
ma francamente seguitoli la traccia: [122]
e sanza aver da nessun ricadia
l’ebbon condotto alla Mercatantìa.
E missonlo in prigione, com’è usanza
di que’ che son per debiti menati.
E prigion [123] drento sapevon la danza, [124]
però che ’mprima furono avvisati;
e come el Grasso entrò in quella stanza,
alquanti incontro gli furono andati
dicendogli: «Matteo, che vuol dir questo?»,
Rispose el Grasso: «I’ ne credo uscir presto».
Ma ripensando a questa fantasia,
in tutta notte mai potè dormire.
Come fu giorno che l’alba chiarìa,
el Grasso la finestra andòe aprire;
e standosi con gran maninconia,
un de’ compagni sua vide venire:
e questo fu Filippo Rucellai.
Parve che visto non l’avesse mai.
Disse Filippo al Grasso: «O compagnone,
deh, chiama un poco el tal ch’è costà drento,
ch’i’ gli ho a parlar d’una certa ragione;
chiamalo presto, se tu se’ contento!».
Sentendosi chiamar, quel di prigione
a venir oltre non fu punto lento,
dicendo: «Deh, Matteo, fatt’un po’ indrieto,
ch’i’ ho parlar con costui di segreto».
Allora el Grasso indrieto si tirava;
colui alla finestra si faceva;
Filippo Rucellai il dimandava
d’alcuna cosa, e colui rispondeva:
e poi Filippo alquanto si scostava
dalla prigion, che partir si voleva.
Allora el Grasso alla finestra viene
e chiamollo dicendo: «O uon dabbene,
conoscete vo’ ’l Grasso legnaiuolo,
che sta colà da Santa Liperata?».
Filippo Rucellai rispose a volo:
«Come, non conosch’io la mie brigata?
I’ vo’ quel bene a lui che a me solo.
Dimmi stu vuoi ch’i’ gli facci imbasciata;
i’ vi fu’ ieri e or vi vo’ tornare,
perch’e’ mi fa un colmo d’un altare».
Rispose el Grasso: «Se voi v’arrivate,
se non v’è sconcio, [125] sendo vostra via,
vi prego che ’n servigio gli diciate
che venga insino alla Mercatantìa,
a uno ch’è su’ amico in veritate,
ch’è chiamato Matteo, benché non sia».
Filippo gli rispose: «Sarà fatto»;
e poi da lui si dipartiva ratto.
Rimase el Grasso con la mente fosca,
pensando pur con gran maninconia:
«Può fare el ciel che non mi riconosca,
da ieri in qua ch’e’ fu ’n bottega mia?
Per certo i’ ho men cervel ch’una mosca,
o questa è una strana fantasia
ch’i’ m’ho presa da me sanza bisogno.
I’ so pur ch’i’ son desto e che non sogno».
E infra sé medesimo si duole
dell’esser quivi, e non sa la cagione.
In questa giunse el giudice, che vuole
scrivere el nome suo, com’è ragione,
in sun un libro, dove iscriver suole
della Mercatantìa ogni prigione.
«Quale è Matteo?» el giudice diceva.
«Eccomi qui» el Grasso rispondeva.
«Matteo, di chi e di che gente se’?
E soprannome [126] saper mi bisogna,
e la somma del debito quant’è».
El Grasso non risponde per vergogna.
Egli era quasi uscito fuor di sé,
e grattavasi pure, e non ha rogna.
«Che somma o soprannome o di che gente?
I’ son Matteo; or tenetelo a mente».
El giudice si rise di quel detto,
e poi si parte e ’l Grasso lasciò stare.
E poco stante venne un garzonetto,
ch’era quasi in sull’ora del mangiare,
con un paniere in mano e un fiaschetto,
che recava a Matteo el desinare;
e come alla prigione fu arrivato,
chiamò Matteo, e Matteo fu chiamato.
E’ per Matteo a ognuno rispondeva,
e così venne a quel che ’l fé chiamare;
quel garzonetto el fiasco gli porgeva
e quel paniere, e con questo parlare:
come da’ sua frategli e’ riceveva
el fiasco e l’altre cose da mangiare.
Rispose el Grasso: «Di’ a’ miei frategli
ch’è gran mercé, [127] e ch’io vorrei vedègli.
Deh, dira’ lor ch’i’ gli mando a pregare
che non pass’oggi per cosa che sia
che venghino insin qua, ch’i’ vo parlare
a ciaschedun della presura [128] mia,
perché s’accordi chi mi fé pigliare,
ch’i’ possa uscir di questa ricadia!».
Rispose el garzonetto: «Il dirò loro»,
e poi si dipartì sanza dimoro. [129]
Come si fu partito, el Grasso prende
questo panier per volerlo votare,
e un tovagliolin bianco distende
in sul un desco per voler mangiare,
e da un de’ prigioni un bicchier prende
e ’l vin del fiasco comincia assaggiare;
e non andando per troppe novelle,
e’ volse el fiasco col culo alle stelle. [130]
Sanza aspettar che sonassi Toiano, [131]
e’ desinòe sanza salsa o savore; [132]
e mangiato ch’egli ebbe, a mano a mano
el sonno cominciò aver valore,
e si pose a dormire, e fé lontano [133]
un sonno presso alle ventidu’ore,
e ancora per sé non si destava;
ma e’ fu desto da un che ’l chiamava.
E questo fu ch’e’ fu fatto destare
da due ch’eron venuti per vedello,
ed erano amendua quasi del pare
di brun vestiti el cappuccio e ’l mantello.
El Grasso si sentì Matteo chiamare;
e’ si rizzò e venne allo sportello,
che mill’anni pareva di vedelli
quand’egli seppe ch’erano e fratelli.
E giunto a lor, si fu maravigliato,
considerando pur ch’e’ non avea
nessun fratello; eppure ebbe parlato:
«Vo’ siate e ben venuti» allor dicea.
E ’l maggior di que’ dua: «El mal trovato
tu sia» in tal maniera rispondea.
«Pur se’ condotto con vergogna e danno,
sì che le capre non ti cozzeranno. [134]
Pe’ tua buon modi te ne se’ cagione,
per andar drieto a giuochi e ladroncegli.
Como ti pare stare ora in prigione?
O fa’ tu questo onore a’ tuo frategli?
Tu desti tanti affanni e passïone
alla tuo madre ed a noi meschinegli,
che drento al petto se l’agghiadò [135] ’l core
e morì innanzi tempo per tu’ amore.
Lasciamo andar, benché per te sie morta:
la c’era madre, e tu ci sei fratello,
e l’amor della carne ci trasporta
con tutto che tu sia istrano e fello;
e trarrenti di qui, or ti conforta,
se tu ti disporrai d’esserci quello
fratel come tu dèi di buon amore,
facendo sì che tu ci facci onore».
El Grasso cominciò a lacrimare,
dicendo: «Frate’ miei, del tempo corso
assai mi duole, e vuòmi rimutare,
e più mi duol che per me sia trascorso
la morte di chi m’ebbe a ’ngenerare,
benché conviene a tutti ber quel sorso;
ma s’i’ n’esco, farò tal portamenti
che di me sempre sarete contenti».
Subitamente rispose el maggiore:
«Matteo, buon per te se tal farai;
ma guarda che ma’ più in tale errore
tu non ricaggia, perché ti vedrai
abbandonato com’un traditore,
e stima più di noi far non potrai;
che, se tu fussi col capresto in gola,
non ti riconverremmo una parola». [136]
Rispose el Grasso: «I’ non ho già sospetto
di ma’ più ricadere in simil lacci,
e baldamente [137] sotto il vostro tetto
non mi tenete, se vi par ch’i’ facci
contro alla voglia vostra in fatti o ’n detto;
ma fate pur che presto si procacci,
se vi prende di me compassïone,
ch’i’ non alberghi istasera in prigione».
«Fatti con Dio, che noi non restereno,
’nanzi che passin le ventiquattr’ore,
che ’l maestro del fondaco vedreno
di chi tu se’ del panno debitore,
e ’nsino a un quattrin lo paghereno;
po’ n’uscirai e potrai venir fore
con esso noi, che non ci partiremo
da te un passo che [138] ’n casa saremo».
E poi si dipartiron prestamente;
el Grasso si riman pur aspettare,
e forte si doleva nella mente;
e pur se ne sare’ voluto andare.
E aspettando, giunse ivi presente
quel ch’aveva recato il disinare:
el paniere e quel fiasco gli chiedeva;
el Grasso gliene porse e sì diceva:
«Or te non mi recar più da mangiare,
che ’nnanzi che sie sera i’ n’uscirò
e potrò in casa cogli altri cenare,
e con qualche mi’ amico, s’i’ vorrò».
Quel garzon si partì sanza parlare,
salvo che disse: «I’ non n’arrecherò»,
e andonne mostrando d’aver fretta;
el Grasso si consuma, e pure aspetta.
Egli aspettò dalle ventidu’ore
fin che l’avemmaria era sonata:
egli era spento del giorno l’albore,
la tenebrosa notte era scurata.
Come sentiva punto di romore,
e’ diceva: «Ecc’a me questa brigata».
E tanto stette con questa molesta, [139]
che pur e’ giunse alla bramata festa.
Vennon que’ dua che ’l dì gli avén parlato;
come fu buio, lo trasson da rezzo; [140]
e com’è’ l’ebbon di prigion cavato,
usciron fuori e sì ’l misono in mezzo.
Diceva el Grasso: «I’ son mezzo morbato
per istare in quel puzzo e in quel lezzo,
e’ mi par, perch’io non vi son uso;
ma i’ non ci sarò ma’ più rinchiuso».
«Tu fara’ bene; — un di lor rispondia —
fa’ di poter andare a tuo diletto».
Ma per non gli turbar la fantasia,
tacette e non rispose ad altro detto.
E così tutt’e tre in compagnia
n’andaron per insino al dirimpetto
di San Giorgio, dov’è la casa loro;
e quivi entrarno, e ’l Grasso era con loro.
El Grasso quella stanza riguardava,
fra sé dicendo: «Che diavol è questo?
Dove son io?»; e pur cheto si stava,
fra sé dicendo: «I’ vo’ vedere el resto
di questo giuoco» com’e’ capitava,
fra sé stimando che de’ finir presto.
E presso il fuoco si pose a sedere
con disiderio di mangiare e bere.
Quegli altri dua non prendevon lena; [141]
ma prestamente ciascun s’adattava
apparecchiare e ordinar ch’e’ cena, [142]
e giù e su ciascun per casa andava,
com’egli avéno ordinata la mena. [143]
Quando all’ora di cena s’appressava,
usciron fuor per seguitar la ’mpresa,
e sì picchiaron l’uscio della chiesa.
El Grasso avìe nel capo altro pensiero,
e si sedeva e non pensava a quello.
Era in San Giorgio un frate forestiero
per cappellano, ed eravi novello.
Costor gli avevon prima tal mestiero
detto, com’egli avevano un fratello
ch’avìe nome Matteo, e lui diceva
che era un altro, e così gli pareva.
Ond’egli avìen pregato in caritate
el dì quel frate che lo visitassi
e operassi con la sua bontate
che quella fantasia sì gli cavassi;
e se poteva, con grande umiltate [144]
arebbon caro che lo confessassi.
El frate aveva lor dato risposta
ch’era contento e andrebbe a lor posta.
Com’egli ebbon picchiato, e’ fu risposto
da un frate, che disse: «Avemmaria».
E’ gli renderono el saluto tosto:
«El nome di Gesù laldato [145] sia».
El frate al finestrino si fu accosto
per ben intender quel ch’è nella via.
El maggior di que’ dua, ch’era più presso,
gli disse: «Deh, chiamate frate Alesso!».
Subitamente el fraticello andava
per frate Alesso nella sua celletta,
e quivi lo trovò ch’egli adorava
dinanzi a una bella tavoletta; [146]
e giunto a lui, in tal guisa parlava:
«Egli è giù alla porta un che v’aspetta».
Subito el frate lasciòe l’orazioni,
stimando ben che fussin que’ garzoni.
E venne giù a lor di buona voglia,
dicendo: «È egli or tempo al fatto vostro?»
Disson color: «Se non v’è sconcio o doglia,
no’ siàn però [147] venuti, o padre nostro».
Allora el frate uscìe fuor della soglia,
e riserrava la porta del chiostro;
e avvïossi in mezzo di lor dua,
credendo ispender ben l’andata sua. [148]
El frate si credeva chiaro e certo
che ’l Grasso fussi fratel di costoro,
e nome avessi [co]sì come offerto [149]
istato gli era per ciascun di loro;
e sperava da Dio aver buon merto
del trarlo, se potrà, di tal martoro,
perché gli pare in tenebroso velo: [150]
e ’n verità v’andava con buon zelo.
E giunto in casa, el frate salutava:
«Matteo, — dicendo — Die ti sia in aiuto!»
El Grasso prestamente si rizzava,
dicendogli: «Vo’ siate il ben venuto».
Allora un di que’ giovani parlava:
«Matteo, tu sa’ quel che promettuto
tu hai a noi; onde ci par ragione
che la promessa vadi a seguizione. [151]
Tu ci hai promesso di voler seguire
quanto per noi a te sarebbe imposto
e della voglia nostra non uscire;
sì che, pertanto, noi abbiàn disposto
far questo nobil padre a te venire,
perché con lui alquanto istia accosto.
E modi e la tuo vita a lui dirai,
e finalmente [152] ti confesserai.
Questo non facciàn noi perché tu sia
vicino a morte, che noi nol sappiano,
ma per cavarti di questa resìa, [153]
che altri modi in te veder vogliàno;
e se tu vuoi tornare in dritta via, ricorri
a Quel da cui crïati siàno:
se in bene operar ti disporrai,
ti darà grazia che far lo potrai».
E detto questo, usciron di quel loco,
e solo el frate rimase con esso.
Disse ’l frate a Matteo: «Or dimmi un poco:
a passo a passo leggi il tuo processo». [154]
Rispose el Grasso: «Questo è un bel giuoco. [155]
I’ vorre’ pur saper quel ch’io confesso:
s’i’ mi confesso de’ peccati mia,
o di Matteo, e non so chi si sia».
Come nol sai? non ti conosci tu?
Tu se’ Matteo, e vuôti un altro fare! [156]
Di questo Crasso non ci parlar più;
confessa te e d’altri non pensare:
di questa fantasia tôtene [157] giù,
però che questa è cosa da ’mpazzare.
Vedi che ’l diavol t’ha la mente infosca, [158]
tanto che par che tu non ti conosca.
Sappi, figliuol, che cotesto parere,
seguitandolo tu, ti potre’ fare
el bianco tanto per nero vedere
che tu potresti l’anima dannare.
Or vedi dove tu se’ per cadere,
se più ti lasci al tuo parer guidare:
con tal parere el dimon falso e rio
t’ha messo el corpo e l’anima in oblio.
O credi tu che Filippo e Giovanni,
tuo buon frategli, come par che sièno,
sed e’ non fussi come tu t’inganni,
m’avessin favellato tanto appieno,
pregandomi per Dio di quest’affanni
i’ te ne cavi, e lor più non vi stièno?
ché veramente e’ muoion di dolore
per lo carnale e buon fraterno amore».
E tanto il seppe el frate predicare [159]
che lo condusse a quel che bisognava,
che per Matteo lo fece confessare;
poi el frate e sua frate’ chiamava,
e ’n lor presenza il fé rettificare
non esser più quel Grasso che pensava,
ma per virtù del santissimo frate
gli pare esser Matteo in veritate.
E così tutt’e tre contenti e lieti
ringraziarono el frate di buon core,
dicendo: «Voi delle infernali reti
avete tratto quest’anima fore».
El frate poi con atti mansueti
da lor si parte con perfetto amore.
El Grasso si rimase, e color dua
accompagnorno el frate a casa sua.
E poi da lui ciascun s’accomiatava
ringraziandol del tempo e la fatica,
e presto indrieto ciascun ritornava;
e giunti all’uscio di lor casa antica,
qui c’era el Brunellesco ch’aspettava.
E come e’ furon giunti, par ch’e’ dica:
«Togliete quest’ampolla, e sanza lena [160]
con essa alloppierete [161] el Grasso a cena».
E poi si dipartì subitamente;
e così lor non istettero a bada:
e ordinata la cena presente
el loppio missono in una guastada [162]
col vino insieme, e un’altra seguente
tolson per loro. E al Grasso gli aggrada
presto di bere e la guastada piglia:
el loppio presto fé gran maraviglia.
Avendo e’ poca voglia di mangiare,
non potendo mangiar, e’ pur beeva,
tanto che la guastada ebbe a vuotare,
e regger più le ciglia non poteva,
che ’l loppio tanto lo fece aggravare
che favellando a dormir si poneva
col capo in sulle man sopr’alla mensa.
Se color ridon, tu che l’odi, il pensa.
Così dormendo, egli era come morto;
tu ’l potevi chiamar che non sentiva,
e per se’ ore si poteva iscorto [163]
trassinar [164] lui come una cosa priva
di questo mondo. [165] El Brunellesco accorto
con tre compagni presto ne veniva
con una bara. [166] Missonvelo drento,
portandonelo ratti com’un vento
a casa sua; e missonlo nel letto
con la sua cappellina che teneva,
e ’n sulla cassapanca a tal rispetto
posono el cuoio che tener soleva:
così le calze con un grembiuletto.
E poi il Brunellesco si moveva;
per più orrevol [167] far questa novella,
le chiave gli cavò della scarsella
della bottega, e presto l’ebbe aperta
con un compagno che gli tiene il lume,
mandando pur suo fantasia all’erta
per fare entrare el Grasso in gran vilume. [168]
I’ ti so dir che questa è la coverta [169]
da volgere in pazzia di senno un fiume,
che dopo al sonno poi questa resia [170]
gli farà imbizzarrir la fantasia. [171]
Deh, odi ben che diavol di pensiero
fé ’l Brunellesco per farlo impazzare,
che tutti e ferramenti del mestiero
dell’arte sua da poter lavorare,
tutti gli trasse dall’uso primiero [172]
e per contradio gli ebbe a racconciare!
pialle, pialletti, subbie [173] e iscarpegli, [174]
e ferri da tarsìe [175], seghe e martegli.
Egli ebbe poi veduto una granata [176]
(guarda che strana fantasia gli venne):
di fatto l’ebbe sciolta e rilegata,
in su le scope, e’ manichi per penne
lasciòe di sotto da dar la fregata; [177]
e fatto questo, più non si ritenne: [178]
riserrò la bottega, e ’n casa entrava,
e l’uscio drento a chiavistel serrava.
E prestamente in camera n’andòe,
le chiavi ricacciòe nella scarsella
e quivi a un aguto [179] l’appiccòe, [180]
dove la notte sempre istava quella;
po’ per una finestra si calòe,
parendogli por fine a tal novella [181].
E di fuor la finestra socchiudeva;
con una scala nella via scendeva.
Rimase el Grasso che sodo dormia,
e la possanza del loppio mancava [182]
a mano a man: sonòe l’avemmaria, [183]
e per quel suono el Grasso si destava;
e con affanno e gran maninconia
pensando appunto ben si ricordava
di tutto el fatto com’egli era andato,
ma stava in dubbio s’egli avea sognato.
E con questo pensier pur combatteva:
«Sono stato nel letto o sono andato?».
E la camera sua pur gli pareva,
e nel suo letto s’era pur trovato;
e pure in qua e ’n là si rivolgeva,
dicendo: «Dove diavol sono istato?».
E combattuto un pezzo in cotal forma
uscì del letto perché più non dorma.
Una finestra tosto andòe aprire:
vide il Duomo, la piazza e San Giovanni.
Era dì chiaro; e sanza altro più dire,
si volse adrieto e diè di piglio a’ panni;
e mentre che si veste, ha gran martire [184]
s’egli era suto sogno, oppure inganni
ordinati d’altrui per aver giuoco
de’ fatti sua, come d’un uon dappoco.
E vestito che fu, n’andò in bottega,
volendo cominciare a lavorare;
di fatto diè di piglio a una sega,
essendo in punto di voler segare.
Vide com’ella sta [185]: se la rinniega,
pensalo tu. E pur sanza parlare
prese una pialla per rimutare opra,
e vide el taglio volto sottosopra.
Posò la pialla e poi prese un pialletto
per voler ripiallare una cornice,
e lo trovòe nel simile difetto;
e nel segreto suo si duole e dice:
«Cred’i’ che la fortuna abbi diletto
de’ fatti mia, e ’l diavol n’è filice!».
E così tutti e ferri che pigliava,
tutti d’un modo acconci gli trovava [186].
Nessun lavoro non poteva fare,
e forte cominciòe a ’mbizzarrire. [187]
Egli era per volersi disperare
e della mente quasi per uscire.
E’ cominciò e ferri a racconciare [188],
e mentre [189] vide inver di sé venire
que’ dua frategli che l’avìen cavato
fuor di prigione e ’n casa sua menato.
Di fatto el Grasso gli ebbe conosciuti,
ma uon si volle punto dimostrare,
e vista fé di non gli aver veduti:
e giunti a lui, cominciorno a parlare
mostrando da gran pena esser premuti,
giugnendo a lui con questo salutare:
«Buon dì, maestro, non siate voi el Grasso?».
E in un tratto fermorono el passo.
Rispose el Grasso: «I’ mi credo di sì».
Disse el maggiore: «Vo’ siate el ben trovato.
Maestro, a voi no’ siàn venuti qui
sol per saper se ci fussi arrivato
un fratel nostro, che la notte e ’l dì
da un nuovo parere [190] è molestato;
ch’e’ dice pur ch’è ’l Grasso legnaiuolo:
e ïarsera uscìe di casa solo,
e non sappiàno dove sia arrivato.
Se viene in qua, no’ vi vogliàn pregare,
come un fratel vi sia raccomandato,
che ce ’l vogliate a casa rimandare.
Egli ha nome Matteo ed è ’inpazzato:
dice ch’è ’l Grasso, e certo esser gli pare».
Allora el Grasso con gran bizzarria [191]
disse: «Sie col malan che Die vi dia!
Che Grasso o che Matteo della malora!
Vo’ non arete più di me piacere».
Sanza dir altro né far più dimora,
tolse el mantel; sanza stare a vedere,
prese partito d’andarne di fora.
E camminando con questo volere
e con gran bizzarria ch’allor lo sprona,
passando dall’albergo alla Corona
vide cavagli in punto a cavalcare.
El Grasso prese un famiglio per mano.
«Di chi son questi?» il prese a dimandare.
El famiglio rispose: «Dello Spano,
che vuole in suo paese ritornare
per non istar dal suo signor lontano.
Egli è barone del re d’Ungheria
e per tornare in là si mette in via».
Allora el Grasso si fu ricordato
che già costui ne lo volse menare
nel suo paese, avendonel pregato
pel suo saper così ben lavorare.
Allora el Grasso fue diliberato,
se costui vuol, volerlo seguitare.
Andonne a lui, che a caval montava,
e salutollo; e poi sì gli parlava,
dicendogli: «Signor, i’ sono el tale,
che già mi richiedesti pei mestieri,
ch’i’ son maestro, e qui poco mi vale.
Vo’ mi volevi in paesi istranieri.
I’ vel disdissi allor: ma se vi cale
ora ch’i’ venga, i’ verrò volentieri».
Contento fu lo Span di suo latino [192]
e presto gli fé dare un buon ronzino,
e fèllo entrar nella cavalleria,
co’ suoi baroni insieme cavalcando
e camminando inverso l’Ungheria;
e que’ baroni andavon ragionando:
e ’l Grasso stava cheto tuttavia
perché non intendeva lor dimando. [193]
Giunti che furno ove dovieno stare,
el Grasso cominciò a lavorare.
Fece lavori di gran maraviglia:
d’intagli e di tarsia fé tal figura
che chi fermava invêr di lei le ciglia
diceva veramente che natura
non fece mai al mondo tal simiglia. [194]
Sanza parlar, d’ogni viltà si pura; [195]
e di su’ arte lavorò per modo
che ’n poco tempo venne ricco in sodo. [196]
Giovanni Peser [197], nostro fiorentino,
nella città di Buda lo trovòe
poi nel Quarantaquattro [198] in sul cammino
per una certa fiera che v’andòe.
Conoscendolo qui, gli era vicino, [199]
sapeva il fatto, e sì lo dimandòe
come fece di fuor, [200] po’ che fu giunto,
perch’era ben vestito e molto in punto.
El Grasso gli contòe a passo a passo
la natta [201] che gli fece el Brunellesco,
che presso che ’l cervel non mandò a spasso [202].
«Tu debbi ben pensar s’i’ stava fresco.
Or mi par certamente essere el Grasso,
e son ben certo ch’i’ non son tedesco,
e ho tanto avanzato in Ungheria
ch’i’ starò ben tutta la vita mia.
Credo che pochi sarebbero stati
che fussin di quel laccio riusciti,
che al tutto non fussino impazzati,
quand’i’ ben penso agli scuri partiti [203],
con quanti modi gli ebbono ordinati
e mie compagni fedeli e graditi.
Ma d’ogni cosa sia laldato [204] Iddio,
che per tal natta ricco ne son io».
Questo Giovanni Peser ch’i’ v’ho detto
fu uon dabbene e degno di gran fede
e di Firenze cittadin perfetto;
che gli parlassi certo il mie cor crede.
Or voi avete inteso il bel concetto
del Brunellesco, come qui si vede,
che fu di grande ingegno e uon di stima;
e io per mie piacer l’ho messo in rima,
per passar tempo e per lasciar memoria
della mie gioventù dopo mie vita.
Ringrazio Iddio che m’ha dato vettoria
del principio e del mezzo. Or è finita
la novella del Grasso, ovvero istoria.
Or intendete chi l’ha compartita:
al vostro onor Bernardo Giambullari,
ch’è buon compagno e ha pochi danari.
Note
______________________________
[1] il fatto è realmente accaduto.
[2] comprendere: procurarsi, ottenere
[3] e crede di essersi sistemato nel modo migliore.
[4] scandolo o resìa: litigi o discordie.
[5] tuttavia: sempre, giornalmente.
[6] ’nfruenza: epidemia.
[7] purissimo ... comunalemente: estremamente ingenuo e di modeste origini.
[8] Iacopo de Mangiatroie: fu notaio della Signoria nel 1421 e nel 1424.
[9] el trovato: l’invenzione.
[10] Filippo Rucellai: in realtà si tratta di Giovanni di messer Francesco Rucellai, del quale si parla nella redazione manettiana.
[11] mandato: mandata, brigata.
[12] di vita. casso: morto.
[13] la ... sciolta : il suo senno si perderà quasi.
[14] Vedrai... parate: vedrai che hello scherzo (parete è la rete con cui si catturano gli uccelli).
[15] tratto venga netto: lo scherzo riesca bene.
[16] indettando: istruendo.
[17] atteso: attento, pronto.
[18] preso: imprigionato.
[19]pigliare: mettere in prigione
[20] indettato: istruito (indettare: dare l’imbeccata)
[21] mutare el passo: sbrigarmi.
[22] di nuovo: da poco.
[23] furore: un comportamento irrazionale.
[24] goccioli: di sudore.
[25] gavoccioli: i bubboni della peste.
[26] di fanciullo: dall’età infantile.
[27] un frullo: cioè, nulla.
[28] indizia: milizia, nel senso di ’grande quantità’.
[29] istarvi suso: mantenerli nella ricchezza.
[30] in sul cesso: in estrema miseria.
[31] vinto: al gioco (e per questo hai voglia di scherzare).
[32] tu ... all’armi: ti sei ubriacato.
[33] dipinto: per il Marchetti è un riferimento all’uso invalso presso i pittori, per lo più dozzinali, di far uscire dalla bocca delle figure parole o frasi, spesso scritte su apposite cartiglie». Ma forse è più probabile che valga ‘ipocrita’ sulla base di Inf., XXIII 58.
[34] non ... nascoso: non sei tipo da startene rintanato in casa, cioè: non hai nulla da nascondere.
[35] né moglie che tu possa esser geloso: né una moglie di cui essere geloso.
[36] Terzolla.: il torrente Terzolle, ehe scorre presso Polverosa.
[37] gli ... fiore: l’acqua del torrente lavava i panni in modo perfetto.
[38] el soprastare: il ritardo della madre del Grasso.
[39] per la festa de’ Magi: cioè, a niente.
[40] raccapezza: cerca di ricordare.
[41] d’un ... foglie: di qualche donnina nuda. L’espressione ricorre anche nella Nencia da Barberino, X 4 (vd. l’ediz. a c. di R. Bessi, Roma 1982, p. 142 n.).
[42] d’un tratto: di una volta.
[43] baratto: scambio di qualcosa dra due persone (dua figure): se la madre del Grasso ci tiene tanto a stare in villa, avrà i suoi buoni motivi.
[44] però che ... figure: il discorso di Filippo è volutamente oscuro e pieno di velate allusioni alla falsa tresca della madre del Grasso con il prete (vd. soprattutto il v. 8, che si riferisce al loro accoppiamento).
[45] ma ... gioco: ma se tu conoscessi la vera ragione di questi ritardi, non credo che ti sembrerebbe una cosa da nulla.
[46] condizione: indole.
[47] resia: sproposito.
[48] commetti: sostieni.
[49] el convenente: il fatto.
[50] non se" ... stare: non sei il tipo da comportarti in modo ragionevole. Il Marchetti mantiene la lezione del ms. ch’uomo, ma, per quanti sforzi faccia per giustificare quel che, che definisce "quasi pleonastico", esso è manifestamente un errore.
[51] non .... cancello: non usciva allo scoperto, non diceva più chiaramente le cose.
[52] tanto ... chiavistello: lo tenne a bada finché non furono chiuse le porte della città, in modo che non potesse andare dalla madre.
[53] istare in sulla colla: essere sottoposto alla tortura della colla, consistente nel legare con una corda il condannato con le hraccia dietro la schiena e nel lasciarlo andar giù con impeto.
[54] E ... occhio: e stai sicuro che non ti racconto fandonie, poiché l’ho visto con i miei occhi.
[55] quel ... congiunto: ciò che non ho mai riferito a nessuno.
[56] visto: vispo (forma popolare toscana).
[57] di punto: per certo.
[58] volge ... ululino: metafora oscena.
[59] sconciare: disturbare.
[60] in succhio: in fregola.
[61] vilucchio: erba delle convolvulacee dai fusti e rami aggrovigliati.
[62] non ... tocca: non dai importanza al fallo perché non ti riguarda direttamente
[63] mi conduco: riesco ad arrivare.
[64] tarpo: prendo, colgo.
[65] ladre: brutte, disgustose.
[66] fare’ ... voglia: frenerei il mio impeto di vendetta.
[67] si lavoro: che bel lavoretto sono riuscito a fare.
[68] chi pecora si fa, lupo il manuca: chi pecora si fa se lo mangia il lupo.
[69] sagramento: la borsa dei denari è per il Grasso, che il Giambullari dipinge come un avido, la cosa più sacra su cui giurare.
[70] fa’ ... sentito: fai finta di nulla.
[71] Di ... assedio: sono entrambi piuttosto avanti con gli anni.
[72] chi sta di sopra: il prete, che sta sopra la donna nel’atto amoroso.
[73] qui ... specchi: voglio che mediti su questo proverbio.
[74] la ... vecchi: la foia senile sotterra i vecchi.
[75] sere: signore, ma anche anziano (come il prete).
[76] de dovere: sacrosanto.
[77] tene: te (frma epitetica).
[78] Con ... ritrose: con tutte le tue obiezioni e i tuoi giri di parole.
[79] mene: me (altra forma epitetica).
[80] di casa el Grasso: della casa del Grasso.
[81] testa d’una lettiera: spalliera d’un letto.
[82] per prezzo: come ricompensa.
[83] questa ... usato: questa trama che si tiene da tempo alle tue spalle.
[84] sapra sene: incerto sul da farsi.
[85] e Servi: il convento dei Servi di Maria annesso alla SS. Annunziata.
[86] all’acqua benedetta: alla porta della chiesa, dove si trovava l’acquasantiera. «Attualmente le acquasantiere sono due, in bronzo, di Ant. Susini (1615) e sono poste di faccia alla porta maggiore nel chiostrino dei voti decorato da affreschi di altissimo pregio, fra cui la Natività di Maria, capolavoro di Andrea del Sarto (1513). (Marchetti).
[87] istudiamo el passo: affrettiamoci.
[88] contraffare: imitare.
[89] di ... uscire: non discostarti dalle mie istruzioni.
[90] tue: tu.
[91] l’uscio: della casa del Grasso.
[92] di fatto: subito.
[93] S. San Michele, la chiesa di San Michele Visdomini, che si trova quasi all’inizio di via dei Servi, vicino al Duomo, subentrata a una chiesa fondata dalla famiglia Vicedomini, forse prima del secolo XI, demolita per far posto all’abside del Duomo e qui ricostruita nel 1300.
[94] badiale: molto grande.
[95] fazza: facciata (del Duomo.
[96] tramuta: cambia umore.
[97] El Grasso: cioè Filippo, che imita il Grasso.
[98]non facciate più bucato: non stiate più col prete.
[99] a combatter col vin: a penare con uno che è ubriaco.
[100] ricadia: molestia, fastidio (cioè, vi piace).
[101] alle segrete: segretamente.
[102] a diletto: con piacere.
[103] sa: sogetto è, ovviamente, la finta madre del Grasso. Il Marchetti legge invece l’erroneo ca del ms. già, che però non risolve felicemente l’evidente guasto de! periodo.
[104] la campanella: anello di ferro appeso all’uscio di casa per bussare.
[105] darotti a divider: divedere (usato solo in questa locuzione) nel significato di mostrare, far conoscere;
[106] disensato: quasi privo di sensi.
[107] Part’ ella: ti sembra.
[108] con ... ugna: cioè, col bastone.
[109] per ragione: a dovere.
[110] musorno: sciocco e imbronciato.
[111] trama: una macchinazione.
[112] niente s affìsse: non si fermò un attimo all’interno, quindi non perse tempo andando ad aprire.
[113] per vicinanza: per tutto il vicinato.
[114] a suo dimino: a suo piacimento.
[115] crede ch’i’ ’l creda e che gli voglia aprire: crede che io gli debba credere e che gli debba aprire
[116] tocco il zimbello: «lo zimbello è l’uccello da richiamo usato in certe forme di caccia por allettare gli altri. Esso viene costretto a svolazzare tirando una cordicella legata al piede. Onde si dice ’toccar lo zimbello’. Per traslato l’espressione è entrata nella formazione di numerosi modi di dire. Qui è per ῾alzare il gomito᾿» (Marchetti).
[117] non ... orso: ha preso una sbornia non piccola, ma veramente solenne (avere o pigliare la bertuccia o l’orso valeva, infatti, ῾ubriacarsi᾿).
[118] disensata: senza senso, assurda.
[119] abbracciollo: lo abbrancò.
[120] ché ... anno: visto che ci hai fatto dannare un anno senza che potessimo averli.
[121] Buca: la prigione della Mercatanzia.
[122] non ... traccia: non erano a conoscenza dello scherzo, e senza malizia procedevano.
[123] prigion: prigionieri.
[124] la danza: la burla.
[125] sconcio: d’incomodo.
[126] soprannome: casato.
[127] ch’è gran mercé: grazie tanto.
[128] presura: cattura.
[129] dimoro: indugio.
[130] volse ... stelle: vuotò completamente il fiasco.
[131] Toiano: la campana della rocca di Toiano, che, trasportata a Firenze e posta nel ballatoio del Palazzo dei Priori, dava «ai Mercatanti ... l’ora del mangiare» (M. Villani, Cronica, XI 20).
[132] savore: intingolo.
[133] lontano: lungo.
[134] sì ... cozzeranno: in prigione.
[135] agghiadò: agghiacciò.
[136] non ... parola: non spenderemmo una parola per liberarti.
[137] baldamente: senza farvi problemi.
[138] che: finché.
[139] molesta: molestia, preoccupazione.
[140] da rezzo: dal fresco, cioè dalla galera.
[141] lena: riposo.
[142] ch'e' cena: che egli ceni. Il Marchetti preferisce che cena, intendendo ’qualcosa per la cena’.
[143] mena: macchinazione.
[144] umiltate: dolcezza.
[145] laldato: lodato
[146] tavoletta: dipinto sacro su tavola.
[147] però: perciò
[148] sia pensando al suo dovere sacerdotale, sia sperando in una buona ricompensa
[149] e … offerto : così come gli era stato raccontato
[150] in tenebroso velo: in una situazione veramente difficile.
[151] seguizione: esecuzione, che abbia il suo logico seguito, che si mantenga alla promessa fatta.
[152] e finalmente: e alla fine
[153] resìa: allude al comportamento di Matteo, propenso a far debiti e a non onorarli.
[154] a passo ... processo: esamina partitamente la tua condotta di vita.
[155] un bel giuoco: una situazione buffa.
[156] e vuôti un altro fare: e vuoi essere un altro.
Il comportamento del prete e di Matteo-Grasso sono naturali e istintivi: tutto in questa burla sembra essere naturale, tanto che anche il Grasso fatica a restare aggrappato alle realtà dalla quale comunque in sostanza non si separa mai.
[157] tôtene: da tôrse: togliersi, allontanarsi o sciogliersi da qualcosa
[158] infosca: offuscata.
[159] predicare: «pregare ammonendo con molte parole ad uso di predica» (Marchetti).
[160] lena: indugio.
[161] alloppierete: drogherete con l’oppio.
[162] guastada: caraffa.
[163] iscorto: manifestamente, senza alcun problema.
[164] trassinar: maneggiare.
[165] di questo mondo: di vita.
[166] bara: barella, lettiga.
[167] orrevol: onorevole; ma qui sta semplicemente per completo: per rendere completo il quadro dello scherzo. Anche perché è un atto completamente diverso dalla quotidianità in cui s’era svolta la trama della beffa.
[168] vilume: confusione.
[169] coverta: finzione, apparenza.
[170] resia: fatto inspiegabile e contrario alla logica
[171] imbizzarrir la fantasia: lo farà andar fuori di testa
[172] dall’’uso primiero: dalla loro posizione abituale.
[173] subbie: scalpelli a punta quadra o conica che servono per sgrezzare le pietre. Qui è usato per il Grosso che lavora il legno.
[174] iscarpegli: scalpelli
[175] tarsia: tecnica di decorazione consistente nel connettere elementi di legno, avorio o pietra di varia forma e colore, secondo un disegno preordinato.
[176] granata: voce popolare: scopa formata da mazzi di saggina granata o di cipressina essiccata legati insieme all’estremità di un bastone
[177] lasciòe di sotto da dar la fregata: cioè, la capovolse in modo da far stare il manico in giù e le scope in su. Cioè: slegò la saggina e la rilegò al manico dalla parte più morbida in modo da far scopare con la parte più dura e grossa
[178] ritenne: trattenne.
[179] aguto: chiodo
[180] l’appiccòe: appese la scarsella al chiodo, come soleva fare il Grasso
[181] novella: vicenda, storia
[182] e la possanza del loppio mancava: a poco a poco scemava l’effetto dell’oppio.
[183] avemmaria: suono della campana al mattino o verso le 18 che invita i fedeli alla recita della preghiera alla Vergine.
[184] martìre: tormento ansioso e angoscioso determinato dall’incertezza se tutto ciò che gli era capitato nelle ultime quarantore era un sogno o la macchinazione di qualcuno ordita per farsi beffe della sua vita, come se fosse un uomo di poco conto.
[185] Vide com’ella sta: vide come era posizionata in modo diverso da come la metteva lui.
[186] tutti d’un modo acconci gli trovava: li trovava tutto cambiati allo stesso modo: cioè messi sottosopra, come le scope.
[187] ’mbizzarrire: adirarsi.
[188] racconciare: mettere al loro solito posto.
[189] mentre: nel contempo, nello stesso momento.
[190] nuovo parere: stravagante pensiero.
[191] Bizzarria: collera, stizza.
[192] di suo latino: del suo discorso.
[193] dimando: modo di parlare.
[194] tal simiglia: niente di simile.
[195] Sanza ... si para: senza spendere tempo in parole, egli si purificò dei suoi difetti.
[196] venne ricco in soda: diventò grandemente ricco.
[197] Peser: nella redazione del Palatino 200 è chiansato Pesce.
[198] nel Quarantaquattro: nel 1444.
[199] Conoscendolo ... vicino: conoscendolo bene a Firenze, dove erano vicini di casa.
[200] come fece di fuor: come gli erano andate le cose all’estero.
[201] natta:beffa, burla.
[202] che presso che ’l cervel non mandò a spasso: e come fu sul punto di perder l’uso del cervello.
[203] alle trame oscure (perché non conosciute).
[204] laldato: lodato
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()