Novella di Matteo e del Grasso legnaiolo

per Bartolomeo Davanzati

CITTADINO FIORENTINO

AL SAPIENTISSIMO GIOVANE COSIMO DI BERNARDO RUCELLAI

Edizione di riferimento:

La novella del grasso legnaiuolo nelle redazioni di Antonio Manetti, dei codici Palatino 51 e Palatino 200, di Bernardo Giambullari e di Bartolomeo Davanzati, a cura di Antonio Lanza, Vallecchi Editore, Firenze 1989.

1. 

I’ ti priego, Signor, non abbi a sdegno

se ’l servo tuo umilmente ti priega

che gli dia aiuto al suo debole ingegno,

acciò possa condur sua opra a lega [1];

perché, s’al legno tuo i’ non m’attegno,

in questo fiume so per me s’annega,

né al  fine condurmi i’ non potrei:

giusto Signore, esaldi [2] e prieghi miei,

2.

I’ so, uditor mia, ch’udito avete

già moltissime volte recitare

una novella che voi udirete

or nuovamente in rima ritrattare.

Egli è usanza, come voi sapete

ed è costume, alle volte cenare

e ritrovarsi insieme più persone:

or udirete or la conclusione.

3.

Nella vostra città famosa e bella

(e fu nel Millequattrocentonove

quando si compilò questa novella,

la quale i’ truovo iscritto a punto e dove,

e l’autor che di questa favella

per maggior fede ce ne dà le pruove,

ché conta e nomi lor d’una brigata

e la cagion perch’ella fu ordinata)

4.

truovo che, sendo a cena radunati

in casa un uon da ben certi compagni

che molte sere vi s’eron trovati,

una brigata d’uomini mascagni, [3]

costui gli avea più volte convitati,

com’è costume degli omini magni,

ched era gentiluomo e nominato:

de’ Pecori Tomaso era chiamato.

5.

E sendo tutti insieme a ragionare,

un di costoro cominciò a dire:

«I’ non mi sono potuto vantare

che ’l Grasso abbi voluto aconsentire

con esso noi volersi trovare

stasera a cena. Che diavol vol dire?

Per la mia fé, che villania ci ha fatta!

ma e’ sì gli vorre’ far qualche natta [4]

6.

per insegnargli per un’altra volta

come s’usi lasciar la compagnia,

ch’i’ so che non ave’ faccenda molta, [5]

ma i’ lo viddi dianzi in fantasia.

Certo la luna arà dato la volta,

e ’l Grasso sarà entrato in pazzeria,

ch’i’ so che volentier si suol trovare

con esso noi a cena e motteggiare».

7.

Il detto Grasso legnaiuol faceva

ed era un buon maestro di tarsìe,

destro e faceto in ciò che lui diceva,

un uomo astuto e buone fantasie;

ma quando nella testa si metteva

un no, e’ non l’are’ fatto dir sie

se posto tu gli avessi el mondo in mano,

che certe volte egli era un uomo strano.

8.

Stava a bottega, secondo ch’i’ sento,

a punto drieto a Santa Liperata,

che par si chiami ancora ῾el fondamento᾿;

avendo suo bottega assai avïata

e guadagnando ben, vive’ contento:

così era suo vita consolata,

e insino a quivi ben s’era condotto,

e non aveva ancora anni  ventotto.

9.

Pell’ordinario [6] tuttavie soleva

trovarsi con costoro a ogni giuoco;

onde per questo pur costui diceva

che si dovessi a ciò pensare un  poco

di vendicar la  ’ingiuria, e conchiudeva:

«Innanzi  noi  partiam di questo loco,

se non che lui ardire piglierebbe

e di  nuovo ogni dì ce la farebbe».

10.

Cominciorno costor tutt’a pensare

la natta far si  potessi a costui

al fin non se ne possa mai vantare.

Matteo Amanatrin [7]  rispose lui,

che v’era e disse: «Che si  potre’  fare

che biasimato non ne fusse altrui?

Vorrêsi [8] in qualche cosa condennare,

e soprattutto cose da mangiare».

11.

’N questa brigata ancora ave’ cenato

un che del Grasso compar si faceva;

Pippo ser Brunelleschi era chiamato

e asai gente costu’ cognosceva,

che sopra tutti gli altri era dotato

di gran virtù, ned altro si diceva

che grande ingegno aveva [e] gran sapere,

e puossi ancor di lui l’opre vedere.

12.

Costui aveva maggior cognoscenzia

col Grasso e asa’ più conversazione

che gnun degli altri; ogni suo apartenenzia [9]

di costui ha punto [10] e la suo condizione.

Face’ la boce sua [11] che diferenzia

non v’era, né da far disputazione,

ché lungo tempo con lui era usato

e tutti e sua costumi ave’ notato.

13.

E stato alquanto costui sopra sé,

in questo modo cominciò a parlar:

«Se vo’ volete lasciar far a me,

e’ mi dà ’l cuore in tal modo ordinare

che gran piacer n’aren, per la mia fé».

Onde risposon tutti: «Anzi, ci pare

che tu ci pensi tu qualche trattato». [12]

Ond’e’ rispose: «I’ l’ho già ordinato.

14.

E questo è ch’i’ vo’ che noi gli diàno

a  ’ ntendere che lui sie diventato

Matteo Amanatrin, se no’ pos[s]iano,

e che di sé in lui sie trasformato;

i’ so ch’i’ vel farò toccar con mano,

s’alcun di voi qui sarà adoperato». [13]

Tutti risposon di farne ogni cosa,

ma che a loro parea cosa dubbiosa.

15.

Disse Filippo: «Non ne dubitate»;

e asegnato lor molti argomenti,

e’ ha le suo ragion sì ben provate

che li fé tut[t]i restar pazïenti;

d’acordo, suo parole han confermate,

né far si debba per nulla altrimenti.

E ordinato ognun quel ch’egli ha fare,

a casa se n’andorno a riposare.

16.

E l’altro dì seguente in sulla sera,

quasi in sull’ora di dover serrare, [14]

per poter me’ condur quest’opra intera,

Giovanni Rucellai andò a trovare,

che anche lu’ di questa brigata era,

il detto Pippo, e lui volle menare.

A bottega del Grasso se n’andorno;

e giunti a lui, ridendo il salutorno.

17.

Diceva Pippo: «E il maestro questo?»,

cominciando con lui a motteggiare.

«Faresti voi un lavorìo presto,

che l’uomo sel potessi adoperare?».

Rispose il Grasso: «Ov’è rimasto e· resto? [15]

Vo’ mi  p[a]rete pochi a uccellare. [16]

Passate qua, ponetev’a sedere,

che meglio in viso ci possian vedere.

18.

Secondo el lavorìo che vo’ volessi,

o quel che vo’ n’avessi pur a fare,

sarebbe buon che prima mel dicessi;

vo’ siate sempre in sullo scazzellare, [17]

ma e’ bisognere’ che voi avessi

bisogno como me di guadagnare:

vo’ non saresti sempre così in zullo». [18]

In questo stante vi giuns’un fanciullo,

19.

il qual pareva tutto infurïato. [19]

Non domandar se ’l tristo [20] seppe fare:

e’ fece me’ che non gli  fu ordinato.

E giunto quivi, cominciò a guardare:

«Sarebbe qui, maestro, capitato

Pippo ser Brunelleschi, o suolci usare?».

Udendo Pippo, in cammin si fu messo

inverso l’uscio e disse: «Io son desso.

20.

Chi se’ tu? Chi ti manda, o che vuo’ dire?».

Onde ’l  fanciul prestamente ha risposto:

«E’ vi convien  presto a casa venire,

che vostra madre ha mal: ma fate tosto:

ell’è svenuta, e par voglia morire.

Più volte s’è chiamata, e mai risposto

non ha a persona, né nïente parla;

fatica vi sarà raffigurarla». [21]

21.

Disse Filippo allora: «Iddio m’aiuti

e anche Lei; [22]  che  Domin  vuol dir questo?

Tal’ acidenti più non son venuti; [23]

addio, compagni, i’ ne vogli’ andar presto

inverso casa e far tutti gli aiuti

che far si  può:  faccia po’   Dio e· resto»,

turbato in volto o mutato colore,

e par pïen d’afanno e di dolore.

22.

Il Grasso grande amore ave’ portato

sempre a Filippo; onde cominciò a dire,

veggendolo in vista sì turbato:

«Aspetta, che con teco vo’ venire».

Filippo, avendo il Grasso ringraziato,

gli disse: «Non bisógnati offerire,

ch’i’ so per me ogni cosa faresti».

Rispose el Grasso: «Allor tu lo vedresti.

23.

E se bisogna, non mi rispiarmare; [24]

manda per me, che i’ ne verrò a volo:

a’ bisogni si vuole adoperare

gli amici, non guardar ch’i sie qui solo.

Egli è presso che otta [25] di serrare

e i’ mi curo poco del lavoro;

manda per me se nulla ti bisogna,

ch’i’ ne verrò, s’i’ fussi bene in gogna» [26].

24.

Così da lor Filippo s’è partito,

faccendo vista andarne a casa ratto [27];

e come al primo canto è comparito,

dette la volta presto com’un gatto.

E Rucellaio, che con lui er’ito,

disse fra sé: «E’ riuscirà el tratto». [28]

E stato un po’ con lui, prese commiato

dal Grasso e a’ compagni s’è tornato.

25.

E contò lor come la cosa è andata

e ciò che infino allora era stato.

Pippo per altra via fé suo tornata

e a casa del Grasso ne fu andato,

che stava presso a Santa Liperata;

e come giunse all’uscio, s’è acostato,

e quello aperse pian cor [29] un coltello

e entrò drento e misse el chiavistello.

26.

E poi che dentro lui si fu serrato,

tutta la casa cominciò a cercare

per veder se nessun v’abbi trovato

che ’l suo disegno [30] gli possa guastare.

El Grasso aveva la madre mandato

in villa per far panni imbucatare [31]

el dì dinanzi, e a Pippo l’ave’ detto,

che di tratto vi fece su concetto. [32]

27.

Infine Pippo ignuno ebbe trovato,

accese un  lume e poses’a sedere;

in capo della scala s’è asettato

per poter meglio ogni cosa vedere.

Né prima el Grasso mai ebbe serrato

fin che l’un’ora non sentì cadere,

che aspettava pur Pippo mandassi

per lui, o se nulla bisognassi.

28.

Serrato ch’ebbe la bottega il Grasso,

non si sapeva da quella spiccare;

e sendo un poco quivi andato a spas[s]o,

a altra cosa  non potè pensare

che a Filippo.  Pur po’ passo passo

inverso casa cominciò andare,

dicendo: «Nulla sarà bisognato

a  Pippo, che per me non ha mandato». [33]

29.

E come giunse, volse l’uscio aprire,

ma non potè, che dentro era diacciato. [34]

El Grasso cominciò con seco a dire:

«Che diavol vuol dir questo? O chi fie stato

che abbia avuto in casa tanto ardire

ch’a questo modo l’uscio abbi serrato?

Certo mie madre questa sarà stata,

che di villa ogi a punto fie tornata»;

30.

e cominciò molto forte a picchiare.

Non domandar se l’ira venne su,

che ogni poco lo face’ versare. [35]

Diceva ’l Gras[s]o: «Statevi pur su!

Vo’ ve ne doveresti vergognare

d’aver ser[r]ato. Aprite quaggiù!»,

picchiando forte; e pare’ ’ndiavolato

com’un orso, ed era acappïato. [36]

31.

Udendo Pippo sì forte picchiare,

in capo della scala si fu fatto.

«Chi picchia giù?» cominciò a domandare,

avendo la sua boce [37] contraffatto.

Rispose el Grasso: «Aprite, se vi pare».

Disse Filippo allora: «Egli è quel matto»,

forte dicendo acciò che possa udire,

e colla madre facea vista dire. [38]

32.

Po’ disse: «Deh, Matteo, vatti con Dio,

perché stasera a spasso non vo’ ire,

che altra fantasia i’ ho, per Dio!

Però che dianzi fu venuto a dire,

sendo a bottega, a Pippo un caso rio,

come la madre stava per morire

e che più volte già svenuta s’era;

sicché per questo i’ ho la mala sera».

33.

E poi si volse e fé vista gridare

verso la madre, tutto d’ira acceso:

«Se vi paressi l’ora del cenare,

a me parebbe! Avetemi voi ’nteso?

Quest’è una bell’otta di tornare!

Avete vo’ ’l bucato ancora steso?

Venir di villa parvi questa l’otta?»;

verso la madre tuttavia borbotta.

34.

Udendo el Grasso in casa sua gridare,

e la sua boce gli pare’ sentire,

con seco cominciò un po’ a pensare,

che gli pareva di questo stupire,

perché la boce sua propio gli pare

e delle cose che gli udiva dire,

che non poteva indovinare questo,

né donde l’abbi saputo sì presto. [39]

35.

E stupefatto stava tutto quanto,

sendo di rabbia e di dolore acceso;

e dalla casa discostato alquanto [40],

diceva il Grasso: «S’i’ ho ben compreso,

costui ch’è dentro mi somiglia tanto

che le mie carne certo egli arà preso

e ’l mio spirto fia in lui entrato,

per che di sé in me s’è trasformato. [41]

36.

Vedestù mai però più bella festa?

può fare Iddio ch’i’ sie stasera pazzo?

Che e’ sie me ne metterei la testa!

Colui ch’è ’n casa fa sì gran ro[m]bazzo [42]

e conta le parole a punto a sesta [43]

e dice che non vole ire a sollazzo;

e di Filippo anche ogni cosa conta,

e stassi in casa per mie maggior onta:

37.

ché, s’i’ ’l potessi almanco un po’ vedere,

i’ sare’ chiaro della cosa a punto».

Mentre che ’l Grasso sta ’n tal dispiacere,

ed ecco Donatel ch’è quivi giunto,

che face’ vista a spasso ir per piacere

e d’esser quivi a caso sopragiunto; [44]

e salutollo, e non fermava il passo,

e disse: «Aspetti tu, Matteo, il Grasso?

38.

El Grasso è in casa, ch’i’ vel viddi entrare,

passando io dianzi, ch’i’ n’andavo a cena.

Addio, Matteo, i’ ti vo’ lasciare».

El Grasso iscoppiava per la pena,

udendosi da lui così chiamare,

e di risponder non ave’ più lena [45]:

tant’era di dolore e doglia affritto

che a fatica si reggeva ritto,

39.

dicendo: «Può far questo la Fortuna

ch’i’ sie però così del senno uscito?».

E così stando al lume della luna,

inverso San Giovanni ne fu ito,

fra sé pensando se persona alcuna

trovar potessi che l’abbia chiarito

di questo fatto, o che lo conoscessi,

o che come Donato gli dicessi. [46]

40.

Egli era propio com’un disperato

e com’un lion su per la piazza arava [47]

per veder se nessun v’è capitato

che lo conosca, e tuttavia pensava

a questo fallo; e tulto aviluppato,

sol di Donato sì maravigliava,

sappiendo che costui lo conosceva

per l’amistà ch’ognun tenuto aveva. [48]

41.

E così stando in questo pensiere,

sanza aver chi ’l cognosca mai trovato,

e’ giunse quivi e birri e ’l cavaliere

e chi domanda, [49] com’era ordinato:

«Legatel  presto! Tu mi farà’ ’l dovere! [50]

— dice colui — Ve’ che t’ho tarpato! [51]

Tu nol credevi, tu t’andavi a spasso!».

A quel gridar si rivoltava el Grasso.

42.

Né prima rivoltato, che fu preso, [52]

e come un ladro lo legorno stretto,

che nel portavon quasi che di peso.

El Grasso al cavaliere aveva detto

più e più volte, ma non era inteso,

che in iscambio n’andava [53] per dispetto

e che non era lui el debitore:

che guardi ben che e’ non pigli errore.

43.

«Sicché tu me gli neghi in mia presenzia? [54]

— disse colui che lo face’ pigliare —

No· t’ho i’ contro all’Arte la sentenzia?

Brutto ribaldo, e vuol anche negare!

Pensa quel che tu faresti in assenzia

poi ch’i’ son qui, e vuole disputare.

Credi, Matteo, tu mi fara’ ’l dovere; [55]

menatel via! Gli è desso, cavaliere».

44.

Diceva el Grasso: «Tu m’arai scambiato.

Fammi lasciar: tu mi fa’ villania!

I’ non  feci ma’ teco ignun mercato

e non son quel che tu credi ch’i’ sia;

però fa’ ch’i’ non sia vituperato

e ch’i’ non vadi alla Mercatantìa

prigione a torto e sanza colpa ignuna,

che mai tolsi a credenza cosa alcuna».

45.

«Non ti bisogna qui, Matteo, ciurmare, [56]

che poco ti varranno tuo bugie.

Non creder per voler nome scambiare

pagare or qui di tuo ribalderie; [57]

non si voleva la roba pigliare,

che non si paga poi per queste vie.

Tu sai, Matteo, ch’i’ ti conosco a punto:

tu se’ dov’i’ volevo orama’ giunto.

46.

Vedi che sempre è buono aver avere. [58]

Tu nol credevi: or pur mi pagherai.

Menatel via! Tu mi fara’ ’l dovere:

otto mesi è la sentenzia acquistai. [59]

Su, cavalier, none stiam più a vedere,

e poi in prigion me la disputerai».

E così bisticciando per la via,

furno in un tratto alla Mercatantìa.

47.

Né per la via mai trovò nessuno

che conoscessi o a chi e’ possa parlare,

però ch’egli era a cena quasi ognuno,

ch’a punto era in sull’ora del mangiare.

Diceva el Grasso: «Almanco ci fussi uno

ch’i’ lo potessi a casa mia mandare;

che maladetto sia tanta disgrazia,

po’ che Fortuna di me non è sazia!».

48.

E così bestemiando a più potere,

nella prigion ne fu menato ratto.

Non domandar s’ognun n’ave’ piacere,

po’ ch’a lor modo riusciva il tratto. [60]

— Orsù, ’n buon’ora: — disse el cavaliere

la cattura si scriva al primo tratto. [61]

Fate chiamare el notaio della cassa;

paghisi e mes[s]i, el notaio e la tassa».

49.

E come il Grasso fu giunto in prigione,

gli fu da tutti fatto lieta cera,

domandandol qual fussi la cagione

e a stanza [62] di chi prigione egli era.

«Matteo, chi ha ’vere ha gran ragione». [63]

Cosi Matteo da tutti chiamat’era,

che così tutti lor aveon inteso

a quel romor quando ne ven[n]e preso.

50.

Ma non sapevon qual Matteo si fussi,

sicché in tutto non eron [64] costoro.

El Grasso guata e gli paren tutt’ussi [65]

e non s’ardiva appena acostar loro.

Egli erono unti, neri, magri e scussi, [66]

tal che a lui pareva essere un oro;

ma non aveva come lor provato

che cosa sia istare incarcerato.

51.

Udendosi così Matteo chiamare

da tutti, certo gli parve esser desso;

e cominciato un poco asicurare, [67]

e’ disse lor: «Buona sera»; da presso:

«La cagion è perch’io debbo a un dare

certi danari; però e’ m’ha qui messo.

Ma presto n’uscirò, ponete in sodo, [68]

che lo star qui non fa per me in gnun modo».

52.

«Or sie ’n buon’ora; — disson que’ prigioni —

no’ volavamo a punto porci a cena:

tu puo’ con esso noi tôr dua boconi. [69]

Ma tu sarà’ doman d’un’altra vena, [70]

però che qui si domerebbe e lioni, [71]

perch’all’uscirne un buon pezo si pena [72].

E tel so dire per quel che si vede,

che qui si sta asa’ più che l’uon no· crede»

53.

El Grasso fé con costor collezione [73]

e poco con nessuno ha ragionato;

e tutto stava pien d’amirazione [74],

fra sé più volte avendo esaminato

che cosa fussi lo stare in prigione,

però che non lo ave’ ma’ più provato:

e certo gli pareva cosa scura [75]

lo star rinchiuso in sì poca largura. [76]

54.

E come tutti questi ebbon cenato,

ognun s’acconcia per voler dormire;

un de’ prigioni al Grasso ebbe parlato:

«D’un po’ di proda [77] ti possa servire»,

dicendo: «Qui stasera sarai stato;

e se domati tu non ne puoi uscire,

provederai qualcosa» gli parlava.

El Grasso accetta e sì lo ringraziava.

55.

E per voler dormire e’ s’acconciava;

ma tanto era ’l dolor che lui aveva

che tutta volta a null’altro pensava,

ch’addormentarsi per nulla poteva,

tant’è la fantasia che l’occupava.

E così stando, con seco diceva:

«Che debb’io fare s’i’ sono scambiato

e del Grasso Matteo son diventato?

56.

Che non fu ma’ tal cosa forse udita

ch’uno in un altro scambiar si potessi.

Ch’i’ sie Matteo ne metterei la vita

per tanti segni ch’io ne veg[g]o spressi.

S’a casa mia gnuna persona è ita

e a mie madre tal caso dicessi

o per ventura il Grasso vi trovassi

o e’ sapes[s]in che io la mandassi,

57.

e’ si direbbe ch’i’ fussi impazzato;

sicch’i’ non so quel ch’i’ mi debba fare.

E d’altra parte, quand’i’ ho pensato,

i’ sono el Grasso pure, o e’ mi pare».

E così stando tutto smemorato,

non sapeva tal fatto giudicare;

non sa se l’è Matteo o se s’è ’l Grasso:

così mandava el suo cervello a spasso.

58.

Ma quando un pezzo pur ebbe pensato,

d’esser Matteo al tutto s’accordava;

e così stando, si fu adormentato.

Come fu dì, el Grasso si levava

e quivi alla finestra s’è appoggiato

per veder se nessun vi capitava

che lo conosca; e pien di fantasia, [78]

a punto entrò nella Mercatantìa

59.

Giovanni Rucellai, che amico grande

per lungo tempo del Grasso stato era,

e disse a u’ notaio: «Quelle domande

facesti voi ch’i’ vi commessi iarsera?».

El Grasso alle parole gli occhi spande,

e guardando costui con lieta cera,

ridendo e tutto quasi vergognoso;

ma Giovanni el guardò tuto acidioso, [79]

60.

vista facendo mai averlo veduto,

e quel notaio pur sollecitava.

El Grasso disse: «E’ no· m’ha conosciuto»,

e pur da capo fiso lo guatava.

Giovanni Rucellai, come saputo, [80]

con quel notaio pur sodo [81] parlava,

ch’asai faccende pare quivi avessi

a parlar col notaio e con que’ messi.

61.

Sapeva el Grasso che lo conosceva

e che più volte gli ave’ lavorato,

e or di nuovo un colmo [82] gli faceva

di Nostra Donna [83], e seco pensato,

«I’ so ch’i’ lo conosco — pur diceva —

e che m’è a bottega capitato

egli e Filippo, e capit’ogni sera,

e pur di nuovo furno l[ì] iarsera».

62.

Visto Giovanni ch’e’ pur lo guatava,

inverso el Grasso cominciò a dire:

«Compagno, vuo’ tu me? — il domandava —

che par che qualche cosa voglia dire».

Allora il Grasso in tal modo parlava,

e per dolore par voglia morire,

poi che costui non lo conosceva;

verso Giovanni  in tal modo diceva:

63.

«Nïente vo’ da voi se non sappere

in gran servigio se vo’ conoscessi

il Grasso legnaiuol, se v’è ’n piacere,

ch’a San Giovanni sta, me lo dicessi;

però ch’i’ lo vorrei un po’ vedere

e che per mio amor, se vo’ volessi,

passando voi per altro oggi di là,

dicessi che e’ venissi un po’ sin qua».

64.

«Come? s’i’ lo conosco? Egli è mie amico!

Noi ci troviano ispesso a cenare

insieme in casa u· nostro amico antico;

e ’n questo punto lo vo a trovare:

volentier la ’imbasciata tua gli dico

comi’ lo veg[g]o, e vo’ testé andare,

però che lui mi fa di fantasia [84]

un colmo bel di Vergine Maria».

65.

E così si partì da questo matto [85]

e dal notaio pigliava commiato.

Giuns’a’ compagni e raccontava il fat[t]o

e ciò che seco ave’ ragionato.

El Grasso alla finestra stupefat[t]o,

rimasto solo, a’ ferri apoggiato,

pien di dolor, d’affanno e malcontento,

istato un poco si tirava drento.

66.

E fra se stesso si doleva forte

di questo caso e della sua fortuna

che condotto si fussi a cotal sorte

che nol conosca più persona alcuna.

Diceva il Grasso con parole scorte: [86]

«Ben mi s’è volto stelle, sole e luna!

Vedestù mai però più bel solazzo?

Che, si’ ’l dirò, sarò tenuto pazzo

67.

e da’ fanciulli sarò uccellato,

se per ventura tal caso udiranno

che i’ mi sia in un altro scambiato;

per Dio, son certo la baia mi faranno.

Da tutta gente sarò dileggiato,

perché di ciò tutti si rideranno;

e si’ nol dico, i’ farò forse il peggio,

sì ch’a tal caso ignun rimedio veggio

68.

che non ne segua poi maggiore errore

se pur Matteo ognun mi chiamerà,

come fu iarsera; e a tutte l’ore

di questi casi so m’interverrà.

Però di questo fatto ho gran dolore

e a ogni modo per me la mal va [87]:

sì ch’io non so quel che mi debba fare,

se Grasso o pur Matteo m’ho far chiamare.

69.

Se pure il Grasso qui venir volessi,

ch’i’ gli potessi almanco un po’ parlare,

i’ vedre’ pur quel che lu’ ne dicessi

di questo caso o quel che gliene pare.

I’ so che converre’ che mi dicessi

per che cagion s’è voluto scambiare

con esso meco o perché lui l’ha fatto».

Vedi che cosa dice questo matto.

70.

E aspettato un pezzo per vedere

se lo vedeva, sendosi apoggiato,

si tirò drento e poses’a sedere

a piè della finestra quiv’a lato,

forse per fare a’ compagni piacere;

però dalla finestra s’è levato,

ch’ognuno e sua bisogni possa fare,

avendo co· nessuno a ragionare.

71.

Sendosi il Grasso poi tirato drento,

e per dolore niente parlava

co’ suo compagni e, tutto malcontento,

ognun di loro sì lo confortava.

Era in prigione, secondo ch’i’ sento,

in questo tempo, e quivi dimorava,

un giudice, il qual nome si tace,

di buona casa, eloquente e aldace [88].

72.

Il qual, veggendo il Grasso così stare,

che per dolor pare’ morir volessi,

lo cominciò un poco a confortare

perchè di  lui pare’ gli ’ncrescessi,

posto che lui non ma’ ricordare

l’ave’ sentito o veduto l’avessi

per nessun tempo; [89] e pur gliene ’ncresceva.

Vòlto ver lui, in tal modo diceva:

73.

«Matteo, tu ti dai troppo dolore!

Ha’ tu però di questo a disperarti?

E’ non si vuol così porsela al cuore;

più tosto è di pensar qui d’aiutarti». [90]

Costui lo confortava a tutte l’ore:

«E’ non si vuole al tutto isgomentarti: [91]

non fus[s]i tu prigion per la persona!». [92]

Così con esso lui questo ragiona.

74.

«Secondo che tu di’, l’è poca cosa

per quel che tu ci se’ qui sostenuto.

Levati su! non ne star così in posa, [93]

che per dormir non si trovò ma’ ’iuto.

Tu pari una persona valorosa,

e or per poca cosa se’ perduto!».

Crede’ costui gli stessi malcontento

per questa cosa: egli avev’altro drento.

75.

«Perché noi mandi a casa tua a dire?

Non ci conosci tu persona alcuna

che ti sie amico? E’ non si vuol dormire,

che per istar non si fa cosa gnuna.

Manda a’ parenti: non ti sbigotire.

Belle saper regnar nella fortuna [94]

e così navicare a tutti e venti.

Tu debbi aver pur amici o parenti

76.

e ’n qualche modo cercar d’acordare [95]

sicché tu possa uscir di prigione

e tal mestizia alfin lasciare andare.

Credil a me che questa è la ragione». [96]

Costui l’attende’ pure a confortare

quant’e’ pote’, ma non sa la cagione

e non aveva ’l suo mal conosciuto,

che non v’are’ tanto tempo perduto.

77.

Avendo ’l Grasso suo parole udito,

e ch’amorevolmente il confortava,

in sé avendo infin preso partito,

dirgli ogni cosa al tutto s’accordava.

E così ritto inverso lui n’è ito

e da un canto quivi lo tirava

perché quegli altri nol possin udire;

poi in questo modo cominciò a dire:

78.

«Messere, i’ so che voi per aventura,

anzi son certo, non mi conoscete;

i’ conosco ben voi: ma mie sciagura

qui m’ha condotto dove voi vedete.

S’alle parole mia porrete cura,

son certo ch’a passion vi moverete;

sicch’ogni cosa a punto vo’ contarvi

e d’ogni caso in tutto raguagliarvi».

79.

E disse: «I’ non vorrei che voi credessi,

non sappiendo del fatto la cagione,

che per sì poco debito i’ stessi

in tanta pena; ma i’ n’ho ragione.

Vo’ ’l no· sapresti, s’i’ nol vel dicessi:

a punto vi dirò la mie passione»,

e dal prencipio ogni cosa dicendo

di questo fatto, e tuttavia piangendo:

80.

«Ma di duo cose sol vi vo’ pregare:

la prima è che voi mi promettiate

di questo caso con nessun parlare

e che in pegno la fede mi diate;

l’altra, i’ mi vi vo’ raccomandare

per carità e amore m’aiutiate

di consiglio o rimedio a questo fatto»,

e soggiugnendo tal parole il matto:

81.

«I’ so che voi avete lungamente

letto in Istudio, [97] e delle storie assai

degli autori antichi veramente

che hanno iscrit[t]o, trovasti vo’ mai

per nessun tempo, o tornavi alla mente,

che gnun dicessi mai: “I’ mi scambiai

d’uno in un altro”, o esser ma’ caduto [98]

com’al presente a me è ’ntervenuto?».

82.

Quando il dottore ogni cosa ebbe inteso

e la sciagura che costui ha detto,

fra sé dicendo: «S’i’ ho ben compreso,

costui debb’aver fatto col barletto; [99]

s’a le parole sua ho bene atteso,

delle duo cose l’una è in efetto: [100]

o veramente costui è impazzato

o ell’è giarda, [101] ch’egli è dileggiato».

83.

E rivolto a costui, sì gli diceva:

«I’ ho trovato ch’egli è inter[ve]nuto

di questi casi assai — gli conchiudeva —

secondo gli autori ch’i’ ho veduto».

Al quale el Grasso presto rispondeva:

«Un’altra cosa dirvi m’è acaduto:

se del Grasso Matteo son diventato,

ch’è di Matteo, di ch’i’ son trasmutato?». [102]

84.

Disse il dottore: «E’ bisogna che sia,

pell’oposita parte, diventato

el Grasso lui, che quest’è la via

di chi si scambia, com’i’ ho trovato».

Rispose il Grasso: «Per la fede mia,

s’i’ lo vedessi, i’ sare’ consolato,

pur ch’i’ potessi con lui affrontarmi [103]

e per un tratto [104] a mie modo sfogarmi».

85.

E così stando insieme a ragionare

di questo fatto, l’ora trapassava,

che per tutto s’udia vespro sonare,

e di mangiare ognuno s’accordava. [105]

Mentre che insieme son pur a parlare,

nella Mercatantìa capitava

duo frate’ di Matteo con trista cera [106]

per soddisfare a quel ch’ordinat’era;

86.

ch’ognun di loro a punto er’avisato

di questo caso quel ch’a far s’aveva,

e per seguire in tutto il lor mandato

ciascun del Grasso fratel si faceva.

Verso ’l notaio ognun s’è avïato,

a quel che de’ prigion conto teneva;

e giunti disson: «Noi abbiano inteso

che Matteo, fratel nostro, qui è preso.

87.

Essendo vero, no’ vor[r]em sapere

— facendo vista il nota’ domandare —

chi è costu’ che ’l fa qui sostenere,

però che no’ vogliàn per lu’ pagare.

Che somma ell’è, no’ fareno il dovere,

ché per lu’ ’n tutto vogliàn soddisfare:

egli è nostro fratel, e ci abisogna

pagar per lui e trallo di vergogna».

88.

El nota’ della cassa rispondeva

a questi dua che l’hanno domandato

del lor fratel se nulla ne sapeva:

«E’ ci fu ïarsera qui menato,

ch’era di notte»; e ridendo diceva:

«Avete vo’ di pagar ordinato?

Volete voi però per lui pagare?

Or vi dirò per quanto e con chi ha fare».

89.

E prese un libro e quello squadernava,

che pare’ che con fede ne cercassi;

e sape’ ben come la cosa stava

e no· gli bisognava e burïassi, [107]

però che d’ogni cosa i· raguagliava

un gran suo ’mico, benché cheto stassi,

che si trovava ispes[s]o con costoro,

ch’era suo ’mico, e  ’l primo fra loro;

90.

però che in casa sua s’er’ordinato

tutta la trama e ciò che seguit’era.

E quando un pezzo pur ebbe cercato,

disse la somma e a chi stanza [108]  v’era.

«Or sie ’n buon’ora; — el primo ebbe parlato —

no’ tornereno po’ per lu’ stasera,

ma prima gli vogliano un po’ parlare;

po’ daren modo poternel cavare».

91.   

E avïati insieme, sugiugnendo [109]

alla prigione, dove costui stava,

essendo giunti alla Buca, veggendo

uno che quivi appoggiato si stava,

onde costoro a costui dicendo:

«Facci un servigio, se e’ non ti grava:

di’ a Matteo, sed e’ t’è ’n piacere,

che qua è dua che ’l vorrebbon vedere,

92.

che sua fratelli son; ché per parlare

venuti siamo qui per sua faccende,

però che no’ ’l vogliàm di qua cavare».

(Quando costui alle parole attende

«Volentier — disse — i’ l’andrò a chiamare»

e ’inverso ’l Grasso el suo camin prende.

E giunto, disse: «Egli è qua venuto,

Matteo, duo tua fratei per darti aiuto».

93.

Onde il Grasso presto si moveva;

e come alla finestra s’accostava,

«Vo’ siate e ben venuti» lor diceva,

e di vergogna tuttavie tremava.

A  ta’ parole il maggior rispondeva

in questa forma, e tuttavie ei guatava

cor un piglio assai strano e paüroso:

per la qual cosa stava temoroso.

94.

«Tu sai,  Matteo, quante volte t’abiàno

di questi modi che tu tenuto hai

amunito più tempo: e no’ ’l sappiàno

e anche tu so ben che tu lo sai;

e ogni giorno al presente veggiàno

che tu fa’ peggio tu facessi mai;

e tutta volta levando [110] qualcuno,

né d’altro vivi che giuntare [111] ognuno.

95.

E quai disegni poi ti mancheranno,

che mai non pensi di pagar nessuno;

le tuo cattive spese ti faranno

el giuoco tuo come fanno a ciascuno,

che in efetto mai ti lasceranno

viver contento, e dolor a ognuno

sempre darai, com’or ci è ’ntervenuto

pe’ tuo buon modi che tu ha’ tenuto.

96.

Né mai un soldo potrai accozzare

per le tuo voglie triste e dolorose,

le qua’ t’ha’ sempre voluto cavare

con tuo ribalde [112] e con tua amorose:

le ti faranno sempre così stare.

Così ’ntervien chi seguita tal cose,

che d’ogni mal tu sol ne se’ cagione,

e or, come tu vedi, se’ ’n prigione.

97.

E come noi siàn forti di danari,

tu ’l dei pensare, o come ci troviano

da potere ogni dì pe’ tua ripari

pagar per te, ch’a fatica possiano

viver per noi; e sai che no· stiàn chiari, [113]

che con fatica infin ci ripariano.

E tu hai per tua zacher [114] consumato

un danarotto, e or se’ incarcerato.

98.

Il che, se non ci fussi il nostro onore,

e per voler tua madre contentare,

la qual non resta [115] mai a tutte l’ore,

che no’ l’aremo qui lasciato stare;

ma per non dare a lei questo dolore,

per questo tratto [116] no’ vogliam pagare.

Ma s’altra volta più ci ’ncapperai,

ci stara’ tanto che tu marcirai;

99.

acciò che non pensassi d’avezzarti

andar sopra di noi ognun levando, [117]

che no’ ti lasceren qua tanto starti

che e pidochi ti si mangeranno.

Or sie contento gli orechi sturarti,

e non dir poi: "E’ me ne caveranno";

per la qual cosa tu l’ara’ fallito.

Intendi bene e legatel al dito.

100.

E per non esser da ognuno veduti

in questo lato, che c’è poco onore,

come fie buio qui saren venuti,

acciò ch’ognun non sappia questo errore,

che in tanta miseria siàn caduti

che sa’ che si direbbe a tutte l’ore.

Dappoi che tu ci fai tanta vergogna,

pur pazïenzia alfin aver bisogna».

101.

Il Grasso in questo modo rispondeva

timido e morto, e tuttavie tremava,

che de’ suo modi che tenuto aveva

pel tempo adrieto con lor si scusava;

e con buone parole pur diceva

che, se ma’ più ignun di lor trovava

che a taverne o a zacher atendessi

o ch’a giuoco nessun ma’ più facessi,

102.

che, se di fame il vedessin morire

o nelle Stinche fussi incarcerato,

che drento vel lasciassino morire

prima che gnun di lor l’abi ’aiutato;

ma che ben gli pregava che venire

per lu’ dovessin com’era abbuiato.

«E’ non bisogna che tu cel ramenti:

no’ tornereno e di qui caverenti».

103.

E così detto, lor preson commiato;

ognun di lor ridendo se n’andava.

Dalla finestra il Grasso s’è levato,

a parlar col suo giudice tornava.

«La c’è più bella? — disse — I’ho parlato»

(e ciò ch’era seguito gli contava)

«a duo che dicon ch’i’ son lor fratello,

ch’è per un caso ma’ viddi ’l più  bello.

104.

E hannom’amunito per un tratto,

che pare’ propio e’ l’avessino a mente,

e dicoti che di qui m’aranno tratto;

come fie buio, verran prestamente,

chiamandomi Matteo a ogni patto,

né in altra forma [m]i disson nïente,

colla più rilevata [118]  villania

che ma’ mi fussi detto in vita mia.

105.

Ma se costoro pur per me verranno,

come i’ stimo che debbin tornare,

tornando lor, di qui mi caveranno;

i’ no· saprò dov’io mi debba andare,

e pur sopra di me torna ’l malanno;

sicch’i’ non so quel ch’i’ mi debba fare:

che, s’i’ potessi andare a casa mia,

i’ sare’ fuor di questa fantasia.

106.

Ma se i’ fussi a casa mia andato

e per ventura il Grasso vi trovassi,

ecco che i’ sare’ pure ’mpacciato

e ’n tutto sì m’are’ perduto ’ passi,

che certo so chi’ ve l’are’ trovato.

Bisognere’ che ’ndrieto mi tornassi,

che, non v’essendo lui, mi cercherebbe

mie madre e di me domanderebbe.

107.

Ma la sel vede innanzi tuttavia,

sicché di me non si può avedere;

quest’è quel che mi dà maninconia».

Il dottor di costui piglia piacere;

però a sua parole rispondia:

«In questo modo tu ’l potra’ sapere:

quando que’ tua frate’ per te verranno,

sta’ a veder dove ti meneranno;

108.

e chiarirâti della cosa a punto,

tanto che a bell’agio intenderai

che cosa è questa».  Intanto giù è giunto

e duo fratelli, che temp’oramai

pareva lor, send’ogni cosa in punto, [119]

perché di notte oggimai era assai.

E ’l primo di costor che drento passa

fece chiamare el nota’ della cassa,

109.

facendo vista far con lui ragione

delle suo spese: «Fateci ’l dovere:

no’ non siàn usi a la dispu[ta]zione».

Così ’l notaio si levò da sedere,

fatt’ogni cosa, e alla prigione

n’andò ridendo co·  molto piacere;

avendo lu’ con costor motteggiato,

tolse le chiavi e là ne fu andato.

110.

E com’alla prigion costu’ giugneva

«Qual è Matteo?» cominciò a dire;

aperto l’uscio, il Grasso si moveva:

«Messere, eccomi qui» con gran disire.

Onde ’l notaio a costui diceva:

«Tu te ne puoi a casa tua ire,

che’ tuo fratel l’hanno per te acordato.

Or passa qua!»; e l’uscio ha riserrato.

111.

Essendo il Grasso di prigione uscito,

giù per la scala ognun s’avïava,

e chetamente con lor se n’è ito

inverso casa, e nïente parlava;

il qual perch’era buio ne fu ito

con esso lor, ma no· sa dove vada,

lor seguitando; e non sape’ lu’ stessi

dove s’andassi o dove si stessi.

112.

Costor n’andar inverso casa loro

studiando [120] il passo, nïente parlando;

così ’n un tratto giunsono costoro

a casa, e tutta volta cheti stando,

fra lor ridendo di questo lavoro

e a Santa Felicita arrivando.

Stavon costoro a punto appiè del pogio

al cominciar la costa di San Giorgio.

113.

E giunti in casa, con costui entrorno

in una camera; ognun si spogliava,

e quivi a un buon fuoco lo menorno:

el Grasso a questo fuoco s’asettava.

Uscîr di camera e quivi ’l lasciorno,

e un di questi così gli parlava,

dicendo: «Qui un poco aspetterai

tanto che otta sia; po’ cenarai».

114.

E una tavoletta aparecchiata

aveva, prima che se ne fuss’ito.

Partito e la camera serrata,

verso Santa Felicita fu ito,

che v’era pres[s]o a una mezza arcata; [121]

e com’a l’uscio lu’ fu comparito,

prese il martello [122] e cominciò a picchiare,

dicend’al prete: «Vorre’ un po’ parlare».

115.

Questo pret’era una buona persona

e così da ognuno era tenuto.

Giunto costui, con esso lui ragiona,

dicendo: «I’ sono a fidanza [123] venuto

per un caso che fia opera buona,

che ci bisogna qui el vostro aiuto.

No’ siàn vostri vicini, e però vengo

con sicurtà, che per padre vi tengo.

116.

E credo vo’ sappiate chi no’ siàno

e che appresso vo’ ci conoscete

e le proferte [124] indrieto qui lasciano;

un nostro caso a punto intenderete,

che per disgrazia un fratello abiàno

minor di noi, come voi sapete,

che Matteo è ’l suo nome sempre stato,

che, per die [125], dubitian non sie ’mpazzato.

117.

Il qual si dà tanta maninconia, [126]

che fussi vero non sare’ gran fatto, [127]

perché fu preso [128] alla Mercatantìa

per debito che lui aveva fatto

a questi giorni: onde non vuol che sia

Matteo il nome suo a nesun patto;

e dandosi di questo tanto duolo,

dice che è il Grasso legnaiuolo.

118.

E così sta che pare spiritato.

Vo’ non vedesti mai più strana cosa

che di questa presura [129]  lui s’ha dato;

tant’afann’ha che e’ non truova posa, [130]

che è cagion che sie così ’mpazzato,

perché ’l dolor lo fa far ogni cosa. [131]

Sicch’in efetto a noi par che vagelli, [132]

e ignun di no’ non vol per sua fratelli.

119.

A no’ par solamente questo sia:

in una cosa sol costu’ si è matto, [133]

d’aversi messo questa fantasia

di non esser Matteo a nessun patto;

dell’altre cose lu’ non par che sia

se non come solev’al primo tratto, [134]

pur che volessi alfin lasciare andare

d’essere ’l Grasso; ma non lo vuol fare.

120.

Noi l’abiàn di prigione cavato

e pagato per lu’ chi aveva avere,

e qui in casa ne l’abiam  menato

in  una camer’al  fuoc’a sedere;

perché non vadi fuor l’abbiam serrato

e tal pazzia non s’abbi a sapere,

la qual siàn certi che lu’ la direbbe,

ché in etterno non si spegnerebbe.

121.

Per la qual cosa e’ non gli cadre’ mai

po’ questo nome, mentre lu’ vivessi,

che sare’ quel che ci dorrebbe asai

e converrebbe ch’ognun lo sapessi.

I’ credo vo’ sappiate che giammai

gnuno impazzò che se ne rimanessi; [135]

che, benché l’uom ritorni qualche volta,

si dice sempre: «Egli ha dato la volta». [136]

122.

Ché non può l’uomo tanto netto fare [137]

che infin po’ non sie tenuto matto;

sicché pertanto vi vogliam pregare,

e conchiudendo, al fin recando ’l fatto,

vi piaccia in carità voler parlare

un po’ a costui; perch’a nessun patto

d’altri che voi non ci fideremo,

né questa cosa a altri non diremo.

123.

Ma perché no’ sappiàn ben chi vo’ siete,

con sicurtà a voi venuti siàno;

sanza pregarvi non ne parlerete,

benché di questo non ne dubitiano.

E se per noi disagio piglierete,

sempre in eterno ubrigati vi siàno [138]:

andian un poco insino a casa a lui»,

(non domandar se sape’ dir costui)

124.

«acciò che vo’ veggiate il fatto a punto,

se si potesse per nessuna via,

po’ che costui s’ha tal nome assunto,

trâgli del capo questa fantasia [139].

Andian, ché, quando là sarete giunto,

vedrete meglio come ’l fatto stia».

Questo pret’era servente [140] persona;

«Andian, — rispose — ell’è opera buona.

125.

E volentieri a casa vo’ venire

a far ciò che tu vuoi; non dubitare.

— rispose il prete — Se mi sta udire

e ch’a mie modo gli possa parlare,

i’ m’avedrò del fatto, ti so dire,

com’egli sta, pur che mi stie ascoltare»

e che in tal modo lui gli parlerebbe

che tal pazzia del capo gli trarebbe.

126.

E così insieme inverso casa andando,

giunti alla stanza ove costui stava,

di questo fatto tuttavia parlando,

el prete in questa camera entrava

ov’era ’l Grasso, e lu’ salutando,

costu’ di fuor la camera serrava.

El Grasso si voltò a quel saluto

e vide ’l prete che quiv’è venuto.

127.

Per la qual cosa costu’ si faceva

gran maraviglia della suo venuta,

e questa trama pensar non poteva

a che fine o che cagion n’è suta:

«Vo’ siate il ben venuto» poi diceva;

sendosi ritto, lu’ ’l prete saluta.

El prete el guata e viens’acostando;

diceva ’l Grasso: «Ch’andate cercando?».

128.

Onde rispose a lu’ con lieta cera,

sendos’al fuoco a seder asettato,

ch’a star con lui un poco venut’era,

dicendo al Grasso: «Siedi qui allato

a me, che Dio li dia la buona sera!».

Il Grasso il guata com’un disperato.

Diceva ’l prete: «Ponti giù a sedere

e ’ntenderai quel che tu vo’ sapere».

129.

Sicché il Grasso per udir sedeva;

a cui ’l prete cominciò a parlare

in questa forma: «Matteo, — gli diceva —

i’ son venuto teco a ragionare

cosa che mi dispiace — conchiudeva —.

Secondo ch’i’ ho sentito che e’ pare,

da pochi giorni in qua credo che sia,

tu fusti preso alla Mercatantìa;

130.

e che da poi ’n qua tu fusti preso,

tu te n’ha’ dato e dai tanto dolore

che se’ sullo ’mpazzar, second’ho inteso.

Perché tu ha’ fatto e fai a tutte l’ore

cose inver da esserne ripreso:

il che dimostri d’aver poco cuore.

Poi che per questo tu non truovi posa,

o che faresti tu d’una gran cosa?

131.

Io ’ntendo ohe tu di’ ch’a nessun patto

non se’ Matteo più, che tu se’ stato

insino a qui; ora chi t’ha disfatto, [141]

che ’l Grasso legnaiuol se’ diventato?

Non vedi tu, Matteo, che tu se’ matto

e che ognun dirà tu sie ’mpazzato?

Essendo vero, com’i’ posso intendere,

di questo caso ognun ti de’ riprendere.

132.

Ha’ tu però sì poco senno ’n testa

che per sì poca avversità tu sia

di te uscito? O che cos’è questa

di che ti dai tanta maninconia?

Lascia ’l dolor: non ti dar più molesta!

Trâti del capo questa fantasia

e non volere al tutto disperarti,

che peggio non potresti governarti.

133.

E però voglio che tu mi prometta

da ora innanzi per mi’ amor farai

quel ch’i’ dirò, che so che ’l me’ ti getta: [142]

a fare e fatti tua attenderai

come solevi; così ti rassetta, [143]

e tal pazzia del capo ti trarrai.

Lascial’ andare e usa el tuo sapere: [144]

di che a tutti fara’ gran piacere,

134.

e tuo frate’ contenti ne saranno

e i’ te ne sarò sempre obrigato.

E oltr’a ciò, te ne resulteranno

util assai, e sara’ commendato

da tutti quegli che ben ti vorranno;

e pel contrario sara’ biasimato:

che, se tal caso per nessun saprassi,

che sie ’mpazzato alfin sempre dirassi.

135.

E sara’ sempre com’un uom perduto,

che non potra’ fra nessun capitare;

da tutta gente sara’ conosciuto,

però che non si può dimenticare

in brieve tempo chi un tratt’è caduto

in quest’errore: mal si può celare,

ché, benché all’uom ritorni el sentimento,

non sarà mai el primo caso spento. [145]

136.

Sicché disponti, infine conchiudendo,

d’esser un uom com’a te si richiede,

non una bestia: i’ te ne riprendo

per grand’amore e per Dio merzede,

che caramente a tua salute attendo,

e Dio sie testimon, che tutto vede.

Or queste frasche [146] infin lascial’ andare:

e quest’è quel ch’i’ t’ho a ricordare».

137.

Udito il Grasso lui con quant’amore

l’ave’ ripreso, sì gli rispondeva

ch’era disposto al tut[t]o con buon cuore

di far a punto quel che lui diceva,

però che ’l conosceva. E gran dolore

di questo fatto lui alfin n’aveva;

e che diceva il ver lu’ n’era chiaro,

che ci porre’ per l’avenir riparo;

138.

e che da ora innanzi lui direbbe

d’esser sempre Matteo a ogni gente,

né altro mai lui crederebbe,

e che se l’ave’ detto se ne pente;

ma ch’una grazia da lu’ ben vorrebbe:

che voleva col Grasso esser presente

e parlar una volta con costui,

che si vole’ sfogare un po’ con lui.

139.

Rispose il prete: «Deh, non ne parlare!

Però che quanto più ne parlerai,

peggio per te te ne potre’ ’ncontrare, [147]

che questo fatto più iscoprirrai:

e’ non te ne bisogna ragionare,

perché, s’a questo ben tu penserai,

vedra’ ch’alfine poi tu sara’ matto

voler più ragionar di questo fatto,

140.

ed è ’l contrario a quel che no’ vogliàno

tutto cotesto che tu vuo’ sapere.

Deh, sie contento, e qui la posiano, [148]

di questo fatto alfin voler tacere:

i’ so che teco i’ m’affatico invano,

però che chiaro omai posso vedere

che sempre tu ha’ nel capo questo Grasso

e che i’ mando mie parole a spasso.

141.

Che ti bisogna parlâgli o vedello?

— diceva ’l prete — Poi ch’ara’ tu fatto?

Tu dimostri d’aver poco cervello.

Se tale error non t’hai del capo tratto,

farà’ tal caso a ognun sapello».

E tanto disse il prete a questo matto

ch’alfine e’ lo dispose al suo piacere,

ch’e’ gli promisse fare el suo volere.

142.

Così d’acordo da lu’ s’è partito.

«Fa colla buona sera» gli diceva.

Po’ ch’a suo modo [149] l’ebbe convertito,

giunt’a’ fratelli disse quel ch’aveva

fatto con lui e come ’l fatto er’ito

a punto d’ogni cosa, e che gli aveva

promesso che ma’ più ne parlerebbe

e che per Grasso mai s’appellerebbe.

143.

E così detto lor, prese commiato,

e un di loro sì l’acompagnava

insino a casa; e poi, ringraziato,

dato la volta, indrieto si tornava.

In questo tempo che ’l prete era stato

con quel Matteo, quivi capitava,

secreto che nessun non l’ha veduto,

Pippo, che di nascoso era venuto.

144.

Partito il prete, lui fece chiamare

e dua fratelli là secretamente

e una ampolla cominciò a mostrare,

ch’ave’ recato lor. «Ponete mente:

— diceva Pippo — questa fa russare,

perché gli è l’oppio; or terr[ete] a mente

che, quando voi e lui cenar vorrete,

a lui in sul vin di questo metterete.

145.

Ma fate in modo non se n’avedessi,

però che questa lo farà dormire

sì fortemente che, se voi gli dessi

mille mazzate, non potrà sentire;

che per sei ore o più, se vo’ volessi

che e’ sentissi, e’ non vi può udire.

E i’ ritornerò in qua po’ presto

come fi e l’otta, e sì fareno i· resto».

146.

E dato il modo, costu’ se n’andava.

E duo fratelli, avendo inteso a punto

quel c’hanno a fare, ognun s’avïava

ov’era il Grasso, il qual pare’ defunto,

che pel dolore come morto stava.

Essendo ognun di lor po’ quivi giunto,

chiamorno il Grasso e posons’a mangiare,

dicendo: «Omai è l’ora del cenare».

147.

E così insieme cenando costoro,

avendo aconcio el vin che lui ha bere,

lu’ non s’avede di questo lavoro [150]

che gli hanno fatto, e cala a più potere [151]

sanza guardarsi niente da loro;

così cenando con poco piacere,

però che lui non sa ove si sia,

e’ con dispetto stava e ’n fantasia.

148.

E com’ognun di lor cenato aveva,

levati da mangiar, n’andorno al fuoco;

e così stando, il Grasso non poteva

più regger gli occhi. E pure stato un poco,

la medicina suo corso faceva;

color de’ fatti sua pigliavon giuoco,

e l’oppio il cominciò a lavorare

in modo tal che cominciò a ’nchinare,

149.

che non pote’ gli occhi aperti tenere

pel grave sonno che gli era venuto,

e tuttavia stava per cadere.

Onde costor dicevoli: «Ch’a’ tu avuto?».

Diceva il Grasso: «I’ n’ho gran dispiacere,

e non so donde questo sie venuto

aver tal sonno o voglia di dormire

quant’ho stasera; che diavol vuol dire?

150.

E’ basterebbe che i’ fussi stato [152]

sanza dormire un mese per dispetto!».

Poi si rizzò che e’ pare’ ’nvasato

e disse loro: «I’ ne vo’ andare a letto».

Mal volentieri a tempo fu spogliato

pel sonno grande e pel suon del barletto, [153]

e a fatica nel letto egli entrava,

che com’un porco in un tratto rus[s]ava.

151.

Lasciàno il Grasso che si sta a rus[s]are

e torniano a Filippo e suo brigata,

ch’orama’ tempo di venir gli pare:

è giunto quivi all’ora ch’ave’ data

con tre compagni per poter me’ fare,

e la zana [154] con loro aven recata;

e giunt’a· letto ove ’l Grasso er’entrato,

conobon [155] che lui era adormentato.

152.

Vedendo Pippo lui forte dormiva,

in quella zana drento lo posorno

con tutti e panni sua, che mai sentiva; [156]

a casa sua ratti nel portorno.

E giunti a casa, Pippo l’usci’ apriva;

e per ventura nessun vi trovorno,

perché la madre in villa n’er’andata,

la qual non era ancora po’ tornata.

153.

E giunti su col Grasso, ognun contento,

nella camera sua ciascuno entrava,

e ’l Grasso misson nel suo letto drento;

e’ panni sua Pippo poi aconciava

in sulla cassa che, secondo sento,

pell’ordinario lui ve gli posava; [157]

perché pensava a tutto questo fatto

Pippo, ch’a punto sa ogni suo tratto. [158]

154.

E fatto questo, poi le chiave tolse

della bottega, e in là s’avïorno,

che seco Pippo e sua compagni volse, [159]

e tutti quanti con lui là n’andorno;

a punto il tempo bene Pippo colse

che per la via mai nessun trovorno.

E giunti là, aperson chetamente

per non esser senti[ti] dalla gente;

155.

e cominciorno, come furon drento,

a tôrre e ferri sua da lavorare:

tutti gli tramutorno in un momento

da luogo a luogo ove sogliono stare.

Egli eron quattro, ma parevon cento

a veder queste cose sobissare;

sconciorno [160] l’asce e le pialle e’ martelli,

mutando seghe e tanaglie e succhielli;

156.

e pel contradio l’aven riconiate, [161]

che ’l taglio all’erta [162] loro aven voltato,

così ’ martelli insino alle granate, [163]

sottosopra ogni cosa indiavolato;

nessuna messerizia aven lasciate

ne’ luoghi lor che non abin mutato:

e tramutando, ogni cosa rivolsono,

e legni e panche in un trat[t]o travolsono, [164]

157.

che pare’ propio che vi fussi stati

ben cento diavol di notte e di giorno.

E poi avendo gli usci riserrati,

le chiave a casa il Grasso riportorno;

e giunti su, in camera entrati,

a un arpione quivi l’apicorno [165]

al luogo lor, dove sogliono stare.

E fatto questo, ognun s’andò posare. [166]

158.

Tutta la notte sanza mai destarsi

aveva il Grasso tuttavia dormito

(insino al dì chetamente posârsi) [167]

finché l’avemaria ebbe sentito.

Destato, cominciò a ricordarsi

di ciò che ’l dì dinanzi era seguito;

e la campana avendo conosciuta,

guarda la casa e con seco disputa

159.

di questo fatto, e dipo’ gli occhi apriva:

per la camera cominciò a guardare

e lo spiraglio vidde che veniva

drento, e cominciò pur a pensare

a questo fatto. E di ciò sentiva

dolor assai, tu lo puoi pensare,

e riconobbe, come fu sonata,

l’avemaria di Santa Liperata. [168]

160.

E d’ogni cosa lui si ricordava

che era stato, e tutto sapeva;

e così fiso la stanza guardava

e a punto ogni cosa conosceva,

e per paura quasi ne tremava,

però che maraviglia si faceva,

sappiendo dove lui s’era posato

la sera, quando a letto ne fu andato. [169]

161.

E veggendosi in casa sua nel letto,

e ogni cosa a punto conosciuto,

«Iddio m’aiuti lui, — aveva detto —

po’ ch’a tal caso qui i’ son venuto!».

Alzato il capo co· molto dispetto,

uscì del letto il me’ ch’egli ha potuto;

sendosi presto vestito e calzato,

tolse le chiave e fuor ne fu andato.

162.

Giunt’a bottega, aperse prestamente

quanto potè, e poi drento entrava;

come fu giunto quivi, di presente

per voler lavorare e’ s’asettava.

Onde in un tratto vidde tostamente

come la suo bottega tutta stava;

volendo un ferro tòr per lavorare,

e’ nol trovò come soleva stare,

163.

anz’ogni cosa v’era aviluppato [170]

e’ ferri sua, però che ognun era

del lato suo rimosso e cavato;

sicché costu’ non sape’ dove s’era,

e la paura e ’l duol sì gli è adoppiato,

però che ’l suo rigoglio [171] perduto era:

e pure in parte lui vi ravïava [172]

e ogni cosa al lato suo portava.

164.

El me’ che può ogni cosa rassetta;

e cominciato appena a lavorare,

che giunse quiv’i duo frate’ con fretta

di quel Matteo, e vista fan cercare

de’ fatti sua; e facén la civetta, [173]

istando intorno pur quiv’a guardare.

Lu’ no· gli vede, perch’è infacendato,

e s’acostorno alla bottega allato.

165.

E come non l’avessin ma’ veduto,

ignun di loro così ’l salutorno;

alzato il Grasso el capo, egli ha veduto

e duo frate’ che gli son quivi intorno.

Costu’ rispose: «Ognun sie ’l ben venuto»

Onde coloro a lui più s’accostorno;

costui li guata e sì gli conosceva

che gran dolore nel suo cuor n’aveva,

166.

che gli doleva forte il caso istato

e tutto si cambiò a rivedègli, [174]

perché in un punto s’è rimescolato. [175]

E poi rivolto a questi dua frategli,

quel che vanno cercando ha domandato,

benché mal volentier pote’ vedègli.

Disse el maggiore: «A punto tu ’l saprai,

se pazïente tu ci ascolterai.

167.

Vera cos’è che un fratello abiàno

minor di noi, come puoi, sapere,

il qual da poco in qua no’ dubitiano

non sia impazzato, che ci par vedere

che e’ sie vero; e però vegnàno

a te per carità, se t’è ’n piacere

che tu ci dica il ver di questo fatto,

se sai niente tu di questo matto.

168.

Egli ha nome Matteo sempre avuto,

benché lu’ questo più non vuol che sia;

e questo è perché fu sostenuto

a questi giorni alla Mercatantìa.

No’ nel cavamo, com’era dovuto;

lu’ se ne dà tanta maninconia,

tu non vedesti mai più strana cosa,

che dì e notte e’ non truova posa.

169.

Fra l’altre cose, dice el pazzerello

ch’è ’l Grasso legnaiuol delle tarsìe,

e certamente egli ha volto el cervello, [176]

però che fa el dì mille pazzie;

e ci sa mal ch’egli è nostro fratello

aver a ricercar tal fantasie.

Egli sta forte e per nulla niega

che è ’l maestro qui della bottega.

170.

No’ gliel abiàn più volte fatto dire

a più persone, come si richiede;

pure iarsera facemo venire

il nostro prete che, per sua merzede,

volentier l’amunì con gran disire,

ch’è un buon uomo, per quel che si vede;

e’ alla fine poi gli prometteva

ch’era contento a far quel che voleva.

171.

E poi di buona voglia lu’ cenava

e i· nostra presenza s’andò a letto,

e po’ per tempo staman si levava.

Così di casa lui uscì solet[t]o

che gnun nol vidde, chetto [177] se n’andava;

no’ non sappiano se qui in efetto

è capitato. E però a te vegnàno

che, stu lo sai, cel dica, ti preghiano».

172.

El Grasso isvemorava [178] alle parole

che en questo caso costui ave’ detto;

e rivoltato lor con tristo cuore,

rispose tinto [179] con turbato aspetto:

«I’ non so quel che dite o che vi duole,

o che frasche sien queste o che dispetto!

Può fare il diavol questo che i’ n’esca

de le man vostre o di questa tresca?

173.

Andatevi con Dio! I’ non l’ho visto,

che qua non è venuto, se non vola.

Se dice d’esser me fa com’un tristo

e mille volte mente per la gola;

i’ so che ne farà poi poco acquisto,

ch’i’ li farò disdir cotal parola:

s’un trat[t]o i’ m’abocco con costui,

vedrò se egli è me o s’i’ son lui.

174.

Che ’l diavol ve ne possa via portare,

e voi e lui e me, che sto udire,

che da duo giorni in qua per impazzare

i’ sono stato!». E poi, sanza più dire,

prese ’l mantello e cominciò a sbuffare;

l’uscio serrò, che non si possa aprire,

della bottega, e forte minacciava. [180]

Costor partino; il Grasso se n’andava

175.

ratto quanto poteva caminando,

e entrò quivi in Santa Liperata,

e com’un lione per la chiesa andando,

che pare propio una cosa arrabiata;

e ’ntorno [181] al coro e per tutto girando,

ebbe in un tratto quella chiesa arata. [182]

E mentre il Grasso in tal dolore stava,

un gran suo ’mico a punto riscontrava,

176.

che suo compagno a bottega era stato

insieme le tarsìe a lavorare

cor un maestro pel tempo passato,

che ’l Pelacchino si face’ chiamare,

che ’n Terma [183] stava, com’i’ ho trovato.

Costui il Grasso venne a salutare,

che di pochi anni lui s’era partito;

per lavorare in Ungheria er’ito.

177.

Il quale aveva là ben guadagnato

e di poco a Firenze era venuto

per veder se nessuno abbi trovato

ch’andar con lui volessi, ch’ave’ avuto

lavori assai; sicché bisognato

sarebbe infin menassi qualche aiuto,

che tutto quel lavor non pote’ fare:

però vole’ costui qualcun menare.

178.

E al Grasso più volte l’ave’ detto,

che, se voleva andar, per lui farebbe,

dicendo a lui infine questo efetto,

che, se v’andassi, ricco tornerebbe

in poco tempo. Ma sempre disdetto [184]

gli aveva il Grasso e ch’e’ non v’andrebbe,

sempre dicendo: «Là non vo’ venire;

e, stando ben, non cerco di morire».

179.

Ma rimutato d’animo in un tratto,

come vidde costui che è venuto

incontr’a sé, che ne veniva ratto

per fagli motto, come l’ha veduto

diliberò di digli questo fatto

e andarne con lui s’arà voluto.

Così incontro l’uno a l’altro andando,

ognun di lor si venne salutando.

180.

E dopo il motto, il Grasso gli diceva:

«Tu m’hai di molte volte ragionato

se teco vo’ venire — conchiudeva —

in Ungheria; e t’ho sempre negato

di non venir, che gnun de’ mie voleva.

Ma perché con mie madre ho quistionato

a questi dì per certe diferenze, [185]

i’ ho pensato partir da Firenze,

181.

e con teco venire i’ son disposto

in caso tu mi voglia or accettare.

Ma se tu vuoi, i’ vogli’ andar tosto

e domattina vo a caval montare,

però che mi bisogna esser discosto

innanzi che e’ s’abbia a divulgare;

che come mie partita fussi udita,

e’ mi sarebbe l’andata impedita».

182.

Onde costui contento rispondeva

e che di grazia aveva che e’ v’andassi,

ma che sì presto andar lu’ non poteva

per sue fac[c]ende; che lui s’avïassi

a posta sua [186] e quando gli pareva,

e che, giunto a Bologna, l’aspettassi,

che prestamente e’ si spaccerebbe [187]

e ’n pochi dì a Bologna sarebbe.

183.

Il Grasso s’accordò al primo tratto

a ogni cosa, e ’ndrieto si tornava;

verso bottega sua n’andava ratto;

e come giunse, e suo ferri pigliava,

così qualche fiorin ch’egli ave’ fatto

in questo tempo ch’a bottega stava.

E dopo questo, ogni cosa rassetta; [188]

po’ riserrato, si partì con fretta,

184.

e in Borgo San Lorenzo ne fu ito,

e cominciò d’un cavall’a cercare [189]

che di Bologna si fussi partito, [190]

che s’avessi in là a rimandare.

L’altra mattina, com’è ’l dì chiarito,

montò a cavallo, sanza più badare, [191]

e da casa partì forte spronando,

verso Bologna suo camin pigliando.

185.

E alla madre una lettera scrisse:

la sua partita a punto gli diceva

e la cagion che sì tosto partisse,

però che in Ungheria andar credeva,

che ciò ch’era restato lei finisse

e alto e basso [192] ciò ch’ella voleva.

E ’n pochi giorni poi colui è giunto

dov’era il Grasso, e disse: «I’ sono in punto»

186.

E così insieme lor cammin pigliorno;

verso Ungheria il Grasso se n’andava.

D’acordo tutti tanto cavalcorno,

però ch’ognuni di lor sollecitava,

che ’n Buda infine pur egli arivorno

dove la maestà del re istava;

là dove brevemente ognun di loro

ben v’ave’ fatto per l’asai lavoro,

187.

che in pochi anni, secondo ho sentito,

e’ v’arrichirno; perch’i’ ho parlato

a un che dice già avere udito

da un suo amico che là era stato,

che poi per sua faccende era partito

di là e a Firenze era tornato,

che egli avevon fatto roba assai

e contenti eran più che fus[s]in mai.

188.

E ancora vi sono e là si stanno

in buono stato insieme e a piacere. [193]

E venuto a  Firenze poi qualch’anno

el Grasso propio pur per rivedere

come la madre e’ suo parenti stanno

e ogni cosa, com’era dovere,

è da’ figliuoi di  Pippo domandato,

un dì a caso avendol trovato,

189.

della partita sua, perch’era stata

così in un tratto sanza dir nïente;

ond’e’ rispose lor sanza pensata [194]:

«Fu quella, vi prometto [195] veramente»,

dicendo a punto ogni cosa ordinata

e ciò ch’era seguito interamente,

della novella come ’l fatto er’ito

e perché da Firenze era partito.

Finis.

Legendo io, Cosimo mio, alcune cose per pascere l’animo vago sempre innell’ocio d’intendere cose nuove, vennemi alle mani una novella piacevole certo del Grasso intitulata, la quale sì perché fu trattata da eccellenti uomini e sì per il dilettevole e inaudito erro­re d’esso Grasso, mi parve degna che fussi più nota; e acciò che più grata fussi e al lettore e all’uditore insieme e per esercitare ancora un poco il mio rozzo ingegno, di prosa in verso colle mie basse rime l’ho ridotta. Ed essendo questo il primo frutto dell’inculto mio ingegno, non come suave frutto, ma come primaticcio, a te, come di tutti gli amici a me carissimo, il mando. Acciò che, asaggiato tu questa, se in alcuna parte ti piacerà, sia certo tutti gli altri che da questa infeconda silvestre pianta nascere potranno a te tutti essere dedicati in perpetuo. Riceverai questi versi adunche lietamente, non come dono degno della tua nobilità, ma come un certo pegno del singulare amore mio verso di te.

 

Note

______________________________

 

[1] a lega: potrebbe essere "a compimento" ma potrebbe portare anche a un significato di "valore": spero di scriver con l’aiuto del Signor un’opera di una lega dignitosa.

[2] esaldi: esaudisci.

[3] mascagni: astuti, scaltri.

[4] natta.: scherzo.

[5] non ... molta: non aveva molto da fare.

[6] Pell’ordinario: normalmente. tuttavie: sempre.

[7] Davanzati fa un po’ di confusione con i nomi: Matteo si chiamava Mannini e l’Amanatrin (Ammannatini) era proprio il Grasso

[8] Vorrêsi: si vorrebbe

[9] apartenenzia: caratteristica, particolarità.

[10] ha punto: conosce perfettamente.

[11] Face’ ... sua: imitava perfettamente la sua voce.

[12] trattato: qui nel senso di ῾scherzo᾿.

[13] s’arà adoperato: si darà da fare.

[14] serrare: la bottega del Grasso.

[15] el resto: .della comitiva.

[16] uccellare: andare in giro a beffare il prossimo.

[17] vo’ ... scazzellare: voi non fate altro che perdere tempo in cose futili.

[18] in zullo: in baldoria, chiasso (D.E.I.) (da z’urlo, qui corretto in zullo per la rima,).

[19] infurïato: affannato, col fiato grosso.

[20] ’l tristo: quel furbastro.

[21] raffigurarla: persino riconoscerla.

[22] Lei: La Vergine.

[23] Tal’ acidenti più non son venuti: non ha mai avuto  un malanno del genere

[24] rispiarmare: risparmiare (forma comune in italiano antico).

[25] otta: ora

[26] s’i’ fussi bene in gogna: anche se fossi in gravi difficoltà.

[27] ratto: presto, velocemente.

[28] el tratto: La trama della beffa.

[29] cor: con (forma popolare).

[30] ’l suo disegno: la trama della beffa ai danni del Grasso.

[31] imbucatare: fare il bucato.

[32] che ...  concetto:  il quale pensò subito di sfruttare questa occasione.

[33] Sentiamo in questa ottava tutta la tenera premurosità del Grasso per l’amico colpito dalla sciagura irrimediabile: questa semplicità d’animo gli impedisce di capire appieno la trama che contro di lui si è appena messa in moto.

[34] dentro era diacciato: chiuso dall’interno.

[35] versare: adirare: era ormai sul punto di esplodere.

[36] acappiato: completamente preso nella rete dell’inganno.

[37] boce: voce (frequente mutazione della "v" in "b", detta betacismo)

[38] Il Pippo fa finta, nelle vesti del Grasso, di rivolgersi alla madre.

[39] Finzione e realtà, fatti veri vissuti anche dolorosamente e rappresentazione teatrale della realtà: tutto si fonde nella mente del Grasso, un "semplice" alle prese con uno che sa dominare la realtà fino a trasformarla senza renderla diversa: l’autore ci offre le conseguenze delle trasformazioni, senza risalire alle cause, perché nella vita conta più ciò che è e si vede di ciò che ha dato origine al tutto. Il frutto è quel misto irrazionale e irragionevole di dolore e di rabbia che è il vero fondo di quel sentimento di impotenza che agita chi non ha nessun mezzo autonomo per farsi valere e ristabilire la realtà delle cose.

[40] Il Grasso si allontana un po’ dalla casa per raccogliere le idee, per distinguere il vero dal falso (suo) e dal falso (di tutti gli altri).

[41] Ecco: la finzione si sta trasformando in una nuova realtà, anche al di là delle intenzioni del Pippo e del Rucellai: ma la stratificazione della vecchia realtà resta dolorosamente in piedi, invincibile e ineludibile.

[42] rombazzo: strepito, frastuono

[43] a punto a sesta: con conoscenza dei fatti e in modo adeguato.

[44] e si vedeva che Donatello andava a spasso per piacere ed era giunto lì per caso: ancora uno scambio tra realtà e finzione nel nostro personaggio. E Donatello, personaggio reale, conferma nella questo scambio tra realtà e finzione e lo scambio a questo punto diventa dramma: il dramma del Grasso che comincia a dubitare di se stesso

[45] non ave’ più lena: non aveva più la forza di rispondere

[46] La ricerca della conferma dall’esterno, visto che la propria coscienza vacilla: trovare qualcuno che lo conoscesse e che gli provasse che era veramente: il Grasso o Matteo, come l’aveva chiamato il Donatello.

[47] arava: si aggirava furiosamente in lungo e in largo.

[48] per ... aveva: visto che erano amici da lungo tempo.

[49] chi domanda: l’accusatore.

[50] mi ... dovere: mi darai finalmente ciò che mi devi.

[51] tarpato: nel senso di ῾catturato᾿ (come di uccello cui siano state strappate le penne maestre delle ali  per non farlo volare).

[52] Né prima rivoltato, che fu preso: Non fece nemmeno in tempo a voltarsi indietro, che fu abbrancato.

[53] in iscambio n’andava: era stato scambiato per un altro.

[54] me gli neghi: Sicchè tu mi neghi in faccia i soldi che mi devi?

[55] tu mi fara’ ’l dovere: tu mi pagherai il debito.

[56] ciurmare: fare l’impostore.

[57] pagare ... ribalderie: scontare in questo modo le tue malefatte.

[58] aver avere: essere nella posizione di chi debba essere pagato.

[59] la sentenzia acquistai: otto mesi fa ottenni la sentenza favorevole, che mi permette di farti imprigionare.

[60] il tratto: lo scherzo.

[61] al primo tratto: per prima cosa, subito.

[62] stanza: istanza.

[63] chi ... ragione: il creditore (chi deve avere) ha sempre ragione. A pronunziare la frase è il pre­sunto creditore, che viene udito dai carcerati, i quali, quindi, credono che il nuo­vo compagno di pena si chiami Matteo, come appresso è chiarito. Ma in effetti tutti sapevano già della beffa ai danni del Grasso e che il nuovo arrivato si chiami Matteo

[64] in tutto non eron: non tutti erano al corrente della situazione

[65] paren tutt’ussi: sembrano tutti zingari (vestiti male, poveri disgraziati)

[66] scussi: seminudi. è una nota realistica sulla realtà delle carceri del tempo

[67] asicurare; a rassicurarsi.

[68] ponete in sodo: statene certi.

[69] tu puo’ con esso noi tôr dua boconi: ecco la solidarietà fra coloro che sono colpiti dalla sfortuna.

[70] Ma tu sarà’ doman d’un’altra vena: domani sarai certamente d’un altro umore (e avrai rispetto ad ora qualche speranza in meno)

[71] qui si domerebbe e lioni: in questo posto verrebbero domati anche i leoni, resi miti e inoffensivi.

[72] perch’all’uscirne un buon pezo si pena: perché prima di uscire si soffre per un bel po’ di tempo (perciò dimentichi di risolvere la sua questione l’indomani in giornata)

[73] collezione: qui è da intendere per cena: quando arriva alla Mercatantìa, gli altri detenuti stanno per mettersi a mangiare e lo invitano a sedersi con loro.

[74] amirazione: pieno di meraviglia e stupore nel vedere le condizioni dei carcerati.

[75] scura: angosciosa.

[76] largura: spazio.

[77] proda: sponda del letto

[78] e pien di fantasia: e mentre il Grasso era preso da questi bizzarri pensieri.

[79] tutto acidioso: con indifferenza, come si guarda una persona che non si conosce.

[80] come saputo: da quel furbo che era.

[81] sodo: ininterrottamente, fittamente, come se avesse importanti problemi da discutere.

[82] colmo: parte alta di una tavola dipinta, d’un polittico, d’una pala d’altare.

[83] Nostra Donna: Maria Vergine.

[84] mi ...fantasia: mi sta eseguendo di buona voglia.

[85] matto: il Grasso

[86] scorte: sincere, aperte e angosciose.

[87] Però di questo fatto ho gran dolore / e a ogni modo per me la mal va: la beffa non raggiungerà il suo obiettivo, perché per quanto leggera e rispettosa essa sia stata ha procurato in chi la subisce un danno morale e spirituale che non potrà essere più cancellato: comunque la si giri, la beffa procura un danno irreversibile a fronte di un piacere effimero.

[88] aldace: sicuro del fatto suo.

[89] posto ... tempo: anche se il giudice non l’aveva mai né sentito nominare, né, tanto meno, conosciuto personalmente.

[90] E’ non si vuol … D’aiutarti: Non è il caso diprendersela così tanto, ma piuttosto che tu trovi un rimedio.

[91] isgomentarti: non è il caso che entri cosi in crisi.

[92] non ... persona: manco fossi finito in prigione per essere condannato a morte!

[93] in posa: abbattuto, prostrato.

[94] regnar nella fortuna: governare la nave nella tempesta, cioè saper far fronte alle avversità.

[95] d’acordare: di trovare un accordo con l’accusatore.

[96] la ragione: il modo giusto di operare.

[97] voi... studio: Giovanni Gherardi lesse Dante nello Studio fiorentino dal 1417 al 1425.

[98] caduto: accaduto.

[99] aver ... barletto: deve essersi ubriacato. (il barletto è il bariletto)

[100] in efetto: è sicuramente reale.

[101] giarda: burla, beffa.

[102] Barlume di razionalità che non viene calato nella realtà, nella quale l’altro (Matteo o il Grasso) si deve pur trovare

[103] affrontarmi: incontrarmi.

[104] e per un tratto: e per un momento.

[105] s’accordava: si risolveva.

[106] con trista cera: con un viso arrabbiato.

[107] buriassi: suggeritori.

[108] a chi stanza: a istanza di chi.

[109] sogiugnendoo: sopraggiungendo.

[110] levando: derubando.

[111] giuntare: truffare.

[112] ribalde: donnacce.

[113] no· stiàn chiari: non stiamo in buone condizioni economiche.

[114] zacher: imbrogli.

[115] resta: cessa di sollecitarci a venire in tuo aiuto.

[116] per questo tratto: per questa volta.

[117] andar ... levando: a rubare a destra e manca fidando sul nostro aiuto.

[118] rilevata: grande.

[119] sendo…punto: essendo preparata ogni cosa del seguito della beffa.

[120] studiando: affrettando.

[121] arcata: la distanza di un tiro d’arco.

[122] martello: battente appeso alla porta d’ingresso che serviva per bussare

[123] a fidanza: confidando in voi.

[124] proferte: offerte.

[125] per die: oggi

[126] si dà tanta maninconia: prova tanta angoscia.

[127] che fussi vero non sare’ gran fatto: per un fatto che, anche se fosse vero, non avrebbe grande importanza.

[128] preso: imprigionato.

[129] presura: carcerazione.

[130] tant’afann’ha che e’ non truova posa: e tanto dolore ne prova che non ha più quiete.

[131] che è cagion … far ogni cosa: e questo è il motivo per cui è impazzito e il dolore gli fa fare qualunque cosa.

[132] par che vagelli: sembra che farnetichi, dica cose assurde.

[133] in una cosa sol costu’ si è matto: su una cosa sola costui è diventato pazzo.

[134] al primo tratto: in precedenza.

[135] se ne rimanessi: nell’antico fiorentino rimanere aveva il significato di smettere, cessare: raramente si è saputo che chi è diventato pazzo, abbia smesso di esserlo; cioè: sia rinsavito.

[136] che, benché … ha dato la volta». E quando qualcuno è rinsavito, si dice sempre di lui: gli ha dato di volta il cervello.

[137] tanto netto fare: comportarsi in modo assolutamente normale

[138] ubrigati vi siàno: vi saremo obbligati e riconoscenti.

[139] fantasia: l’idea di essere il Grasso legnaiuolo

[140] servente: oggi diremmo servizievole, detto di persona che si mette al servizio del prossimo o del padrone o del nobile.

[141] chi t’ha disfatto: chi t’ha tormentato (tanto da farti pensare che sei il Grasso legnaiuolo): continua la commedia degli equivoci, per quel che riguarda il Grasso: il prete capisce che c’è un tormento, ma non può capire in quale equivoco è stato trascinato suo malgrado tormentando a sua volta il Grasso.

[142] ’l meti getta: perché quel che ti dirò, ti porterà  solo il meglio.

[143] ti rassetta: recupera la calma, recupera i tuoi sentimenti.

[144] Lascial’ andare e usa el tuo sapere: Lascia perdere e agisci come hai sempre fatto

[145] benché all’uom … caso spento: Ecco il colmo dell’equivoco in cui cade il prete in buona fede: senza volerlo, convincere il Grasso che tutta la vicenda lo ha marchiato e quel marchio nessuno potrà toglierglielo più (torna a mente il timore del Grasso che perfino i fanciulli gli correranno dietro per prenderlo in giro).

[146] frasche: cosa di poco conto, sciocchezze.

[147] peggio per te te ne potre’ ’ncontrare: ti potrebbe capitare qualcosa di peggio.

[148] la posiano: e qui la facciamo finita.

[149] Po’ ch’a suo modo: ci sentiamo una piccola vena polemica.

[150] lavoro: del fatto che gli avevano versato l’oppio nel vino.

[151] cala a più potere: beve più che può, come a stordirsi e non pensare.

[152] E’ basterebbe che i’ fussi stato: Sembra come se fossi stato un mese senza dormire.

[153] pel suon del barletto; il bariletto suona quando è vuoto: il Grasso aveva bevuto molto

[154] zana: barella, lettiga.

[155] conobon: verificarono, si accertarono.

[156] che mai sentiva: senza che si risvegliasse.

[157] Il Grasso spogliandosi alla sera metteva i vestiti sulla cassapanca.

[158] ogni suo tratto: tutte le abitudini del Grasso.

[159] volse: volle con lui i compagni per l’ultimo tocco all’esecuzione della beffa

[160] sconciorno: guastarono, ma qui vale semplicemente: disordinarono

[161] riconiate: risistemate (in un posto diverso).

[162] taglio all’erta: taglio rivolto in alto

[163] granate: scope (fatte di saggina "granata").

[164] in un trat[t]o travolsono: disordinarono in un momento

[165] a un arpione quivi l’apicorno: le appesero ad un uncino, dove solitamente le appendeva il Grasso.

[166] E fatto questo, ognun s’andò posare: e fatta quest’ultima cosa (mettere le chiavi al loro posto) ognuno dei quattro della combriccola se ne andò a dormire. - Sembra il tocco finale dell’artista: le chiavi simbolicamente rappresentano l’apertura e la chiusura dell’intera beffa (si comincia, come riportato in altre versioni, col Pippo che trafuga le chiavi al Grasso in bottega per poter penetrare in casa del legnaiuolo e lasciare questi fuori.

[167] posârsi: il verbo si riferisce chiaramente al Grasso (se il Davanzati l’avesse voluto riferire ai quattro compagni, avrebbe potuto mettere semplicemente questo verso come primo dell’ottava riordinando i versi 1-2-3-4 nella sequenza 3-2-1-4 chiudendo il primo verso con un punto ed eliminando l’uso della parentesi, forse messa dallo stesso copista o dal curatore curatore). È possibile, infatti, che il copista abbia saltato distrattamente il primo verso e l’abbia inserito come terzo dopo essersene accorto. Entrambe le sequenze comunque hanno una logica di fondo.

[168] l’avemaria di Santa Liperata: il suono della campana che soleva sentire da casa sua al risveglio:finalmente sa che si trova a casa.

[169] si mischia nella mente la meraviglia nel riconoscere i luoghi della sua vita e il ricordo di dov’era stato la sera prima e con chi aveva cenato.

[170] aviluppato: messa in una confusione incredibile.

[171] rigoglio: orgoglio come consapevolezza di quel che si è e di quel che si vale.

[172] vi raviava: cercava di rimettere in ordine.

[173] facén la civetta: spiavano tutt’intorno in modo guardingo tenendosi pronti a scansare eventuali reazioni violente del Grasso; è un’espressione fiorentina che indica l’abbassare il capo, come le civette, quando si vuole evitare un colpo.

[174] e tutto si cambiò a rivedègli: cambiò, vedendoli, l’atteggiamento del viso, che divenne rabbioso e minaccioso

[175] perché in un punto s’è rimescolato: perché in un attimo s’è turbato profondamente.

[176] egli ha volto el cervello: gli ha dato di volta il cervello, è impazzito.

[177] chetto: silenzioso e senza far rumore.

[178] isvemorava: perdeva il senso della realtà

[179] tinto: scuro in volto, rabbuiato, diventato rabbioso.

[180] È il culmine del dramma del Grasso. Da ora in poi possiamo dire che ha riacquistato la sua realtà.

[181] ritorno: intorno.

[182] arata: percorsa in lungo e in largo.

[183] ’n Terma: in via delle Terme.

[184] disdetto: Ma il Grasso gli aveva sempre detto di no.

[185] diferenze: contrasti.

[186] a posta sua: a suo piacere.

[187] e’ si spaccerebbe: metterebbe a posto tutti gli impegni.

[188] rassetta: mette a posto ogni cosa.

[189] cercava di noleggiare, come diremmo oggi, una cavalla (da notare che le cavalle sono sempre più miti rispetto ai cavalli.

[190] che di Bologna si fussi partito: che avesse fatto il servizio da Bologna a Firenze

[191] sanza più badare: senza più perdere tempo.

[192] alto e basso: completamente.

[193] sono saltati tutti i riferimenti cronologici.

[194] sanza pensata: senza pensarci su.

[195] prometto: assicuro.

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Ultimo aggiornamento: 09 aprile 2011