Carlo Goldoni

 MEMORIE

Parte Terza

Edizione di riferimento:

"Memorie per l'istoria della sua vita e del suo teatro: rivedute e corrette", traduzione di  Costero;  collezione: Biblioteca classica economica; edizione: Sonzogno; Milano,  1908

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PARTE TERZA

CAPITOLO I.

Viaggio dalla riva del Varo a Parigi. - Prima fermata a Vidauban. - Breve dissertazione sulla cena e la zuppa.

- Veduta di Marsiglia. - Veduta di Avignone. - Alcune parole sulla città di Lione. - Lettera da Parigi.

- Unione dell’Opera Buffa con la Commedia Italiana. - Riflessione sopra me stesso. - Arrivo a Parigi.

Entrato nel regno di Francia,  mi accorsi subito della garbatezza francese. Alle dogane d’Italia avevo sempre incontrato qualche dispiacere; ma alla barriera di San Lorenzo,  vicino al Varo,  fui visitato in due minuti e i miei bauli non furono sconvolti. Ad Antibo poi,  quante gentilezze,  quante buone maniere ricevetti dal comandante di quella piazza di frontiera! Nell’atto di mostrar il passaporto: - Eh via,  signore,  dispensatevene,  mi disse,  e partite immantinente; voi siete aspettato con impazienza a Parigi. - Continuai senza frapporre dimora il mio viaggio,  e mi fermai la prima volta a pernottare a Vidauban. Portano la cena,  ma in tavola non c’è zuppa. Siccome mia moglie ne sentiva il bisogno e mio nipote la desiderava,  la domandiamo. È inutile; in Francia non si usa dar zuppa la sera: ma mio nipote sostiene che la zuppa appunto è quella che dà il nome au souper,  e per conseguenza non deve darsi un souper sans soupe; il locandiere però non capisce,  fa la riverenza e parte. Veramente mio nipote non aveva torto,  e io perciò mi divertii con fargli una breve dissertazione sull’etimologia del termine souper e sulla soppressione della zuppa. Gli antichi,  presi a dire,  non facevano che un pasto al giorno,  consistendo questo nella cena,  ch’era sempre di sera; e siccome il pasto incominciava costantemente dalla zuppa,  i Francesi perciò cambiarono il vocabolo cena in souper. Il lusso e la gola moltiplicarono i pasti,  la zuppa passò dalla cena al pranzo,  e così per i Francesi la cena altro non è che un souper sans soupe. Finito il discorso mio nipote,  che aveva già intrapreso un piccolo giornale di viaggio,  non lasciò di notare nel suo libretto la mia erudizione che,  per quanto sembri bizzarra,  non sarà forse priva di fondamento. Il giorno seguente di buon’ora partimmo da Vidauban e arrivammo la sera a Marsiglia. Ricevemmo visita dal signor Cornet,  console di Venezia in questa città. Ci offrì un appartamento in casa propria,  che ricusammo per riguardo; ma tormentati all’estremo nel corso della notte da quegli insopportabili insetti che pungono e infettano,  fummo costretti ad accettare la generosa offerta del fratello dei nostri buoni amici di Venezia. Godemmo dunque per sei giorni la vista di Marsiglia,  la cui posizione è piacevole,  ricchissimo il commercio,  amabili gli abitanti,  e il porto un capolavoro di natura e d’arte. Proseguendo sempre il viaggio,  passammo per Aix; percorremmo soltanto in carrozza quella stupenda passeggiata chiamata il Corso,  e di buon’ora giungemmo ad Avignone. All’ingresso della città mi si presentarono subito agli occhi le chiavi di San Pietro sormontate dalla tiara pontificia. Ero ansioso di vedere il palazzo che per sessantadue anni è stato sede del Capo della Religione Cattolica. Mi recai a far visita al vice-legato,  che m’invitò a pranzo per il dì seguente. Trovai l’antico edificio così ben conservato,  che se mai al papa venisse voglia di soggiornarvi,  vi troverebbe ancora comodo alloggio.

Erano già scorsi quattro mesi dal giorno della mia partenza da Venezia: è vero ch’ero stato malato a Bologna,  ma dopo mi ero anche assai divertito; onde cominciai a temere che la lentezza del viaggio non mi facesse qualche demerito nell’animo di coloro che mi aspettavano a Parigi. Arrivato infatti a Lione,  trovai una lettera del signor Zannuzzi con rimproveri,  a dir vero,  un po’ risentiti,  ma non tanto forti quanto meritavo. L’uomo è un essere indefinibile. Neppure io stesso saprei render conto dei motivi,  che mi fanno talvolta operare contro i miei principi e le mie idee. Benchè animato talvolta dalla miglior volontà del mondo di attendere alla cosa che più m’importa,  trovo cammin facendo meschinità e inezie che mi trattengono o mi stornano. Un innocente piacere,  una garbata compiacenza,  una curiosità,  un consiglio amichevole,  un impegno inconcludente non possono dirsi abiti viziosi,  ma s’incontrano peraltro alcuni casi nei quali anche la minima distrazione può esser dannosa; e da tali distrazioni appunto non ho mai potuto difendermi. La lettera trovata al mio arrivo a Lione avrebbe dovuto farmi partire all’istante; ma come mai avrei potuto lasciare una delle più belle città di Francia senza darle un’occhiata? Potevo tralasciare di veder da vicino quelle manifatture,  che forniscono all’Europa tante eccellenti stoffe,  tanti disegni diversi? Alloggiai al Parco Reale e vi restai dieci giorni. Mi direte: occorrevano dieci giorni per esaminare le rarità di Lione? No; ma non erano troppi per accettare i tanti pranzi e le tante cene che quei ricchi fabbricanti mi offrivano a gara. Inoltre non facevo torto ad alcuno,  poiché i miei onorarii a Parigi non dovevano correre che dal giorno del mio arrivo; e supposto anche che i comici italiani avessero avuto bisogno di me,  ero ben sicuro che dopo il mio arrivo sarebbero stati compensati dalla mia operosità.

Ma questo bisogno era cessato,  essendo stata unita nel tempo del mio viaggio l’opera buffa alla commedia italiana. Il nuovo genere era preferito all’antico,  e gl’Italiani che per l’avanti erano riguardati come il sostegno del teatro,  divennero soltanto le parti accessorie dello spettacolo. A Lione seppi questa novità,  ma non in modo da farmi concepire quel rincrescimento che ne dovevo risentire; credevo anzi che i miei compatrioti,  per punto d’onore,  fossero per approfittare dell’emulazione dei loro nuovi compagni e fossero in grado di sostenere la lotta. Animato da questa fiducia,  con la solita letizia e il consueto coraggio m’incamminai verso la capitale. Intanto l’amenità del viaggio e le ubertose pianure che attraversavo,  altro non m’ispiravano se non idee bizzarre e le più dolci speranze. A Villejuif trovai il signor Zannuzzi e la signora Savi,  prima attrice dell’opera italiana,  che fecero salire mia moglie e me nella loro carrozza,  seguendoci il nipote nella nostra: in questa maniera andammo a smontare nel sobborgo Sant Denis,  luogo ove questi due attori avevano i loro alloggi in una stessa casa. Il giorno stesso si festeggiò il nostro arrivo con una cena molto galante e allegra,  alla quale fu invitata buona parte dei comici italiani. Noi,  benché stanchi,  ci trattenemmo con piacere fra le delizie di un’elegante brigata,  che alle grazie francesi accoppiava lo strepito delle conversazioni italiane.

CAPITOLO II.

  Prima occhiata alla città di Parigi. - Prime visite. - Delizioso pranzo.

- Veduta dell’opera buffa. - Alcune parole sopra questo spettacolo e i suoi attori.

  Stanco dal viaggio e ristorato alquanto da quel nettare gratissimo per cui può chiamarsi meritamente la Borgogna terra promessa,  passai una notte dolce e tranquilla. Lo svegliarmi fu per me piacevole come erano stati piacevoli i sogni della notte. Mi trovavo a Parigi,  ero contento,  ma nulla avevo ancor veduto,  e morivo di voglia di vedere. Ne tengo discorso al mio amico e ospite,  ed egli: - È necessario,  dice,  incominciare dal far visite; aspettiamo perciò la carrozza. - Oh! no davvero,  risposi; in una carrozza non vedrei nulla: usciamo a piedi. - Ma la gita è lunga. - Non importa. - Ma fa caldo. - Pazienza. - Infatti in quell’anno il caldo era grande quanto in Italia,  ma per me era lo stesso; non avevo che cinquantatré anni,  ero forte,  sano,  vigoroso,  e l’impazienza e la curiosità mi facevano volare.

Nel traversare i boulevard osservai un piccolo tratto di quella vasta passeggiata che circonda la città,  e offre ai viandanti il fresco dell’ombra d’estate ed il caldo del sole d’inverno. Entro nel Palazzo Reale. Quanta gente! che riunione di persone d’ogni specie! che dilettevole ritrovo! che delizioso passeggio! Ma qual colpo d’occhio meraviglioso colpì i miei sensi e la mia mente alla vista delle Tuileries! Mi si presenta allo sguardo quel giardino immenso: quel giardino unico nell’inverno mi si presenta in tutta la sua lunghezza,  né i miei occhi possono misurarne l’estensione. Ne percorro in fretta i viali,  i boschetti,  gli anfiteatri,  le vasche,  i parterres; ho veduto molti giardini ricchissimi,  bellissimi fabbricati,  monumenti preziosi,  ma nulla può uguagliare la magnificenza delle Tuileries. Esco da questo luogo incantato,  ed ecco subito un altro stupendo spettacolo. Un fiume maestoso,  ponti frequenti e comodissimi,  corsi spaziosi sulle sue sponde,  tumultuoso moto di carrozze,  perpetua folla di gente; ero stordito dallo strepito,  stanco dal passeggio,  spossato dall’eccessivo caldo,  ero in un mare di sudore,  né me n’accorgevo. Traversammo il Ponte Reale ed entriamo nel palazzo d’Aumont. Il duca si trovava in casa. Questo primo gentiluomo di camera del re,  ch’era allora nel suo anno di esercizio,  era quegli appunto da cui ero stato chiamato. Mi ricevé con bontà e mi onorò sempre della sua benevolenza. Era già tardi,  né ci restava tempo per compir le visite che ci eravamo proposti di fare; prendemmo dunque una carrozza e andammo dalla signorina Camilla,  veronese,  dalla quale eravamo aspettati a pranzo. Non è possibile trovare persona più allegra e amabile della signorina Camilla. Ella recitava sempre le parti di servetta nelle commedie italiane ed era la delizia di Parigi,  sulla scena non meno che nelle conversazioni,  ovunque si avesse la fortuna d’incontrarla.

Entrammo a pranzo. I commensali erano in gran numero,  il trattamento delicato,  la compagnia sommamente dilettevole. Il caffè fu preso a tavola,  né ci alzammo che per andare alla commedia. Il teatro degl’Italiani restava allora in via Mauconseil all’antico palazzo di Borgogna,  ove Molière aveva dato prova del suo ingegno e dell’arte. Era appunto giorno d’opera buffa; si rappresentavano Il Pittore innamorato del suo modello e Sancio Panza. Fu questa la prima volta che vidi quel singolare miscuglio di prosa e ariette,  e conobbi subito che,  se il dramma in musica era per sé stesso un’opera imperfetta,  questa novità lo rendeva ancor più mostruoso. Feci alcune considerazioni. Non mi trovavo contento del recitativo italiano,  e molto meno di quello francese; e siccome nell’opera buffa si deve passar sopra alla regola e alla verosimiglianza,  è meglio senza dubbio sentire un dialogo ben recitato che soffrire la monotonia di un recitativo noioso. Fui bensì contentissimo degli attori. La maniera di recitare della signora La Ruette uguagliava la bellezza della sua voce,  e il signor Clerval,  attore eccellente,  piacevole nel buffo e commovente nelle scene patetiche,  pieno di brio,  d’intelligenza e di gusto non dava allora che i primi segni di quei pregi intellettuali,  che da lui stesso furono poi condotti all’ultimo grado di perfezione,  e gli fecero sempre godere il medesimo credito e gli stessi applausi del pubblico.

Il signor Caillot era esso pure uno di quei soggetti rari cui nulla manca per farsi applaudire. Il signor La Ruette,  superiore a tutti nelle parti caricate,  sempre vero,  sempre esatto,  si faceva stimare per l’azione,  malgrado la pochezza della voce. La signora Bérard e la signorina Desglands,  la prima per la vivacità e la seconda per la bella voce,  figuravano ugualmente nelle parti di governante. Tutte queste persone,  degne di stima e di reputazione,  non era possibile che non mi piacessero; tuttavia non ero nel caso di approfittare dei loro pregi,  poiché l’esame al quale ero destinato non li riguardava in alcun modo. Per esser meglio a portata di conoscere i miei attori italiani,  presi a pigione un quartiere vicino al teatro,  dove incontrai una graziosa vicina la cui conversazione mi fu utilissima e del massimo divertimento. Era la signora Riccoboni,  che aveva già lasciato il teatro e formava la delizia di Parigi per i suoi romanzi,  che per purezza di stile,  delicatezza d’immagini,  verità di passioni,  e arte di commuovere e divertire ad un tempo,  la mettevano alla pari di quanto vi è di stimabile nella letteratura francese. Alla signora Riccoboni appunto io m’indirizzai per avere qualche notizia preliminare sui miei attori italiani. Essa li conosceva a fondo e me ne diede un’esatta informazione,  ch’io trovai in seguito giustissima e degna della sua cortesia e sincerità.

CAPITOLO III.

Seguito del capitolo precedente. - Particolari sugli attori italiani a Parigi. - Primo viaggio

a Fontainebleau. - Alcune parole sulla corte. - Pace tra Francia e Inghilterra. - Gl’Italiani recitano

 nel teatro di Fontainebleau Il Figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato. - Questa commedia

dispiace alla corte. - Pericolo delle commedie a braccia. - Miei disegni contrariati.

  Il signor Carlo Bertinazzi,  detto Carlino,  ora uomo stimabile per i suoi costumi,  celebre nella parte di Arlecchino e di una reputazione che lo metteva alla pari di Domenico e Tommasino in Francia,  del Sacchi in Italia. La natura infatti lo aveva dotato di grazie inimitabili: il suo personale,  i moti,  i gesti gli anticipavano il favore di chiunque,  onde per l’azione e per l’ingegno era tanto ammirato sulla scena quanto gradito in conversazione. Carlino era il favorito del pubblico,  e aveva saputo sì ben cattivarsi la benevolenza della platea,  che le si rivolgeva con tal libertà e dimestichezza come a nessun altro attore sarebbe stato possibile. Si trattava di arringare il pubblico? Si doveva chieder scusa? Egli solo n’era incaricato,  e i suoi ordinari inviti altro non erano che colloqui piacevoli tra gli spettatori e l’attore. Una servetta eccellente era poi la signorina Camilla,  adattissima per l’Arlecchino di cui parlo; poiché,  piena di brio e sentimento,  sosteneva la parte con vivacità da incantare,  e le scene commoventi con anima e intelligenza. Anche in privato era come sul teatro: vale a dire allegra,  serena,  piacevole,  dotata di una mente ornata e di qualità di cuore eccellenti. Anche il signor Collalto era uno dei migliori attori italiani. Era quel Pantalone per cui avevo lavorato molto in Italia,  e di cui ho molto parlato nella seconda parte delle mie Memorie. Quest’uomo,  veramente comico nell’anima,  possedeva l’arte di render parlante la sua maschera,  facendo però assai più graziosa figura a viso scoperto. In Italia aveva già recitato una delle mie composizioni intitolata I due Gemelli Veneziani,  uno balordo e l’altro ingegnoso; egli seppe dare a questo soggetto un nuovo giro,  e vi aggiunse un terzo gemello fiero e impetuoso,  perfettamente sostenendo i tre differenti caratteri da sé solo. Ebbe molto incontro,  fu applaudito,  onde di buon animo gli cedetti tutto il merito dell’immaginazione. Le parti dei nostri Brighella italiani,  sotto il nome di Scapin,  erano sostenute dal signor Chiavarelli,  un eccellente pantomimo,  diligentissimo nell’esecuzione; e il signor Rubini faceva la parte del Dottore nella commedia italiana.

Ho parlato di questi cinque personaggi,  prima di entrare nei particolari dei primi amorosi e prime amorose,  poiché in questi consisteva il fondamento della Commedia Italiana a Parigi. Primo amoroso dunque era il signor Zannuzzi,  che conoscevo da lungo tempo; in Italia era molto considerato ed era detto per soprannome Vitalbino,  diminutivo di Vitalba,  celeberrimo comico del quale ho fatto menzione onorevole nella prima parte delle presenti Memorie.

La persona che più da vicino lo imitasse era il signor Balletti. Questo attore,  figlio di padre italiano e di madre francese,  possedeva in ugual modo le due lingue e ne conosceva l’indole. Vari sinistri accidenti però avevano affievolito la sua mente e alterato la sua salute; tuttavia la sua maniera di recitare si manifestava sempre della scuola di Silvia,  da cui era stato messo al mondo,  e di Lelio e Flaminia,  che avevano contribuito alla sua educazione. La signora Savi,  prima attrice,  e la signora Piccinelli,  ch’era la seconda,  non avevano disposizioni troppo felici per la commedia; erano bensì giovani: onde l’una con la buona volontà,  e l’altra con la grazia del canto potevano giungere col tempo a rendersi utili. La prima morì poco tempo dopo e la seconda lasciò il Teatro comico per esporsi nuovamente su quello dell’Opera in Italia. Vedevo pertanto nei giorni d’Opera buffa un’affluenza di popolo da stupire,  mentre in quelli della commedia italiana la sala era vuota affatto. Ciò peraltro non mi sbigottiva,  considerando,  che i miei cari compatriotti non recitavano se non che vecchie commedie a braccia di pessimo gusto,  di quel medesimo che avevo riformato in Italia. Io produrrò,  pensavo,  cose che abbian carattere,  sentimento,  condotta,  connessione,  stile. Mettevo a parte di tutte le mie idee anche i comici. Gli uni m’incoraggiavano a proseguire,  gli altri non mi domandavano se non farse. Quelli che desideravano le commedie scritte erano gli amorosi; gli altri,  attori buffi assuefatti a non imparar nulla a mente,  avevano l’ambizione di spiccare senza darsi pena di studiare. Mi risolvei dunque ad aspettare un po’ prima di dar principio al mio ufficio,  e domandai quattro mesi di tempo per esaminar bene il genio del pubblico e istruirmi sul modo di piacere a Parigi; onde non feci altro in tutto questo intervallo che vedere,  girare,  passeggiare,  godere.

Parigi è un mondo; tutto vi è in grande; vi è molto male e molto bene. Portatevi agli spettacoli,  ai passaggi,  ai luoghi di piacere; tutto è pieno. Andate per le chiese; folla dappertutto. In una città di ottocentomila anime bisogna per necessità che vi siano galantuomini e viziosi più che in qualunque altro luogo; vi è dunque da scegliere. Il dissoluto trova facilmente modo di soddisfare le sue passioni,  e l’uomo dabbene si vede incoraggiato all’esercizio delle virtù. In quanto a me,  non ero né troppo felice da mettermi nella classe di quest’ultimi,  né così sciagurato da lasciarmi trascinare al malcostume. Continuai a Parigi la mia consueta maniera di vivere,  amando i piaceri onesti e facendo stima della persone nate per l’altrui edificazione. Per altro quanto più m’inoltravo,  mi trovavo confuso nei diversi ceti,  nella varie classi,  nelle differenti maniere di vivere e di pensare. Non sapevo più quello che ero,  quello che volevo,  ciò che fossi per diventare. La farragine di tante cose mi aveva compiutamente occupato; vedevo il bisogno di ritornare in me stesso,  ma non ne trovavo o,  per dir meglio,  non ne cercavo i mezzi. Per buona sorte la corte si trasferì a Fontainebleau,  dove dovevano andare anche i comici per presentare le loro commedie. Li seguii con la piccola mia famiglia,  e trovai in codesto delizioso soggiorno la tranquillità e il riposo che avevo sacrificato ai divertimenti della capitale. Vedevo ogni giorno la famiglia reale,  i principi del sangue,  i grandi del regno,  il ministero francese,  il ministero estero. Tutti concorrono a quel castello. Vi era accesso negli appartamenti tanto al mattino quanto nel tempo del pranzo,  e si seguiva la corte a messa,  a caccia,  allo spettacolo,  senza soggezione,  senza incomodo e senza confusione. Fontainebleau non è né grande né ricca,  né vanta ornamenti,  ma la sua situazione è piacevole. La foresta offre punti di vista mirabili; e il castello reale,  molto vasto e molto comodo,  è un monumento prezioso di architettura antica,  ricchissimo e ben conservato. In questo castello di delizia come in quello di Compiègne si concludono di solito i grandi affari di stato; infatti a Fontainebleau fu firmato il trattato di pace fra Inghilterra e Francia nell’anno 1762,  di cui sto parlando. In questa villeggiatura gl’Italiani presentarono Il figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato. La commedia,  che a Parigi aveva ottenuto molto incontro,  non n’ebbe alcuno a Fontainebleau. In primo luogo era a braccia,  e in secondo i comici vi avevano mescolate alcune buffonate del Cocu imaginaire,  cosa che disgustò la corte; per conseguenza la commedia andò a terra. Ecco il solito inconveniente delle commedie a soggetto; l’attore che recita all’improvviso parla talvolta senza senno,  e guasta il più delle volte scene intere,  e rovina la composizione. Quanto a me,  non avevo alcun affetto particolare per questa mia opera; anzi a me sembra di averne detto abbastanza nella prima parte di queste Memorie per provare il poco conto che ne facevo; solo mi rincresceva che non incontrasse alla corte la prima commedia mia che vi si dava. Questo spiacevole avvenimento sempre più mi convinceva della necessità di presentare commedie in dialogo. Ritornai dunque a Parigi con risoluta e ferma volontà; ma non avevo a che fare con i miei soliti comici d’Italia: qui il padrone non ero io.

CAPITOLO IV.

 Ritorno a Parigi. - Mie osservazioni e disegni. - Abito presso il Palazzo Reale.

- L’amor paternomia prima commedia. - Breve estratto. - Scarso successo.

- Composizioni date al Teatro Italiano nel corso di due anni.

- Nuove osservazioni sull’Opera Buffa. - Alcune parole sulla Commedia Francese.

Ritornato a Parigi,  riguardai con altro occhio questa immensa città,  la popolazione,  i divertimenti,  i pericoli. Avuto tutto il tempo di ponderare. Compresi che la confusione da me provata non era un difetto morale o fisico del paese: la curiosità e l’impazienza erano state causa del mio sbalordimento. A Parigi si poteva benissimo godere e divertirsi senza strapazzo,  e senza sacrificare tempo e tranquillità. Furono troppe le conoscenze fatte tutte insieme al mio arrivo; mi proposi di mantenerle,  ma di approfittarne sobriamente. Destinai tutto il tempo della mattina al lavoro e il resto del giorno alla conversazione. Avevo preso a pigione un quartiere nei dintorni del Palazzo Reale; e il mio studio corrispondeva appunto sul giardino del medesimo,  che sebbene allora non avesse la forma e la vaghezza che oggi l’adornano,  offriva tuttavia tali bellezze,  che molti ne rammentano con dispiacere la perdita. Per quanto fossi occupato,  non era possibile che di tanto in tanto non dessi un’occhiata a quel passeggio delizioso,  che ad ogni ora riuniva tanti oggetti differenti. Vedevo sotto le mie finestre le colazioni del caffè Foi,  dove gente di ogni grado si radunava per riposarsi e rinfrescarsi. Mi stava dirimpetto quella famosa pianta di castagno detta l’arbre de Cracovie, intorno alla quale si radunavano i banditori di novità,  che disegnavano in terra con le loro mazze trincee,  campi di battaglia,  posizioni militari,  e spartivano l’Europa a modo loro. Queste distrazioni mi erano talvolta vantaggiose,  poiché il mio spirito riceveva un dilettevole riposo,  dopo il quale mi riusciva di riprendere il lavoro con maggior vigore e allegria. Dovevo dare i primi saggi della mia abilità; dovevo comparire sul Teatro francese con un nuovo lavoro corrispondente all’opinione che il pubblico aveva di me,  ma le opinioni dei miei comici non erano mai concordi. Gli uni insistevano per le commedie scritte,  gli altri per quelle a braccia; onde su tal proposito fu tenuta un’adunanza,  alla quale io pure intervenni,  né mancai di far notare la sconvenienza di presentare per la prima volta al pubblico un autore senza dialogo; fu perciò concordemente stabilito che io dessi principio con una commedia in dialogo. Ero contento; ma prevedevo che gli attori,  i quali ormai avevano perduto l’abitudine d’imparare a mente le loro parti,  mi avrebbero mal servito,  benchè senza malizia e cattiveria. Eccomi pertanto costretto a limitare le idee e contenere il soggetto entro confini mediocri,  per non arrischiare un’opera che richiedesse maggior impegno d’esecuzione; sperando di poter così condurre a poco a poco i miei comici alla riforma cui m’era riuscito di portare i miei attori italiani. Composi quindi una commedia in tre atti,  intitolata L’Amor paterno o La Serva riconoscente.

Pantalone ha due figlie che son l’oggetto del suo più tenero amore,  cui ha procurato la più squisita educazione. Clarice infatti si è un poco avanzata nelle belle lettere e Angelica è divenuta una buona cantatrice. Il buon padre però si è rovinato per queste figlie; la morte di un fratello,  da cui gli venivano somministrati i mezzi di mantener la famiglia,  lo mette nell’impossibilità di sostenerla. Camilla,  che si trova in uno stato molto agiato e che un tempo fu cameriera delle figlie di Pantalone,  presta agli antichi padroni tutti gli aiuti possibili,  e giunge finalmente a renderli felici. Ecco un piccolo estratto che sarà forse più stimabile della commedia medesima,  la quale non ebbe che quattro recite.

Volevo tosto partirmene; ma potevo lasciar Parigi che mi aveva già incatenato? Giacché avevo contratto un impegno di due anni,  mi sentivo tentato a restare; la maggior parte dei comici italiani non mi chiedevano che composizioni a braccia; il pubblico vi era assuefatto,  la Corte le sopportava; perché dunque dovevo ricusare di uniformarmi? Suvvia,  mi dissi,  facciamo composizioni a braccia,  giacchè così si vuole. Qualunque sacrificio mi pareva dolce,  qualunque pena tollerabile per il piacere di restare a Parigi. Per altro non può dirsi che i divertimenti mi abbiano impedito d’adempiere al mio dovere; poiché nello spazio di questi due anni misi insieme ventiquattro composizioni,  i titoli delle quali,  unitamente al loro buono o cattivo esito,  si trovano nell’Almanacco degli Spettacoli. Otto di queste commedie restarono al teatro,  e mi costarono maggior fatica che se le avessi scritte per intero. Non potevo incontrare il favore del pubblico se non a forza di scene piacevoli e di una virtù comica preparata con arte,  e sempre al coperto dai capricci degli attori. Vi riuscii più di quanto credessi; in ogni caso,  qualunque fosse l’incontro delle mie commedie,  non andavo mai a vederle. Amavo la buona commedia e andavo perciò al Teatro francese,  per trovarvi divertimento e istruzione. Avevo ottenuto i biglietti di libero ingresso,  ché fin dal giorno del mio arrivo a Parigi ebbi l’onore di vedermeli offerti; e questo mi solleticava anche più,  poiché nessuno si sarebbe mai figurato che un giorno riuscisse a me pure d’essere iscritto nel catalogo degli autori francesi. Trovai questo spettacolo nazionale ugualmente ben ordinato per le tragedie come per le commedie. I Parigini mi parlavano talvolta con entusiasmo d’attori celebri che più non esistevano,  dicendomi che la natura aveva spezzato lo stampo di questi gran comici. Essi per altro erano in errore. La natura fa stampo,  modello e originale,  tutto insieme,  e li rinnova quando vuole. Ciò succede in ogni tempo; compiangiamo il passato e ci lagniamo del presente: così è la natura degli uomini. A riprova,  si potevano mai desiderare attrici più perfette della signorina Duménil e della signorina Clairon? La prima rappresentava con verità la natura,  e l’altra aveva portato al vertice l’arte della declamazione. Potevano meno stimarsi e ammirarsi,  nelle parti comiche,  la nobiltà e l’eleganza della signora Préville,  o la graziosa naturalezza della signorina Oligny? Quest’ultima rese un gran servizio alle donne della sua professione,  provando loro che i soli guadagni teatrali possono benissimo in Francia assicurare uno stato piacevole e onesto. Il signor Kain era un portento; aveva sfavorevole il personale,  la figura,  la voce,  ma con tutto questo l’arte l’aveva reso sublime; e il signor Brisard godeva tutti i vantaggi dell’aspetto accompagnati dal merito dell’ingegno.

Il signor Molé sosteneva le parti d’amoroso. Qui veramente si può dire che si ha un bel fare confronti investigando le fredde ceneri degli antichi attori,  poiché credo che in questo genere non vi sia mai e poi mai stato alcun soggetto più piacevole e più grande di lui. Nobile nella passione,  vivace nel brio,  originale nelle parti caricate,  poteva veramente dirsi un Proteo,  sempre vero,  sempre bello,  sempre meraviglioso. Riguardo al signor Préville,  vidi fin da principio che tutti gli rendevano giustizia,  né mai udii far su di lui confronto alcuno. Era uno di quegli attori che non ha mai imitato veruno,  e che nessuno forse potrà mai imitare. Insomma il nostro secolo ha prodotti tre gran comici quasi contemporaneamente: Garrick in Inghilterra,  Préville in Francia e Sacchi in Italia. Il primo fu condotto alla sepoltura da duchi e da pari. Il secondo fu colmato di ricompense e onori. Il terzo,  per quanto sia celebre,  non compirà la sua vita nell’opulenza.

CAPITOLO V.

Vado alla Commedia Francese per la prima volta. - Rappresentazione del Misantropo.

- Alcune parole sull’opera e sugli attori. - Il padre di famiglia del signor Diderot.

- Aneddoti riguardanti quest’autore e me. - I Domenicali,  società letteraria.

  La prima volta che andai al Teatro francese vi si recitava il Misantropo,  e il signor Grandval vi sosteneva la parte di Alceste. Quest’attore abilissimo,  sommamente amato e stimato dal pubblico,  terminato il suo tempo,  volle ritirarsi e godere la pensione. Dopo alcuni anni gli ritornò la voglia del teatro,  ed era appunto quello il giorno nel quale compariva nuovamente in scena. Furono immensi gli applausi che riscosse al primo presentarsi sulla scena,  e ciò dava a conoscere il conto che il pubblico faceva di lui; ma a una certa età spiritus promptus est,  caro autem infirma; onde non restò sul teatro comico che poco tempo,  e questa è la ragione per cui non ho fatto menzione di lui nel capitolo precedente. In quanto a me lo trovavo eccellente e lo preferiva a molti altri,  a motivo della sua bella voce; e siccome il mio orecchio non era ancor troppo famigliare con la lingua francese,  perdevo molto nelle conversazioni e assai più al teatro. Per buona sorte la commedia del Misantropo non m’era ignota,  essendo appunto quella,  tra le composizioni di Molière,  che stimavo sopra ogni altra come lavoro di perfezione senza pari e che,  indipendentemente dalla regolarità della sua condotta e da tante altre particolari bellezze,  aveva il merito dell’invenzione e della novità dei caratteri. Gli autori comici,  così antichi come moderni,  avevano fin allora messo in scena vizi e difetti dell’umanità in generale; Molière fu il primo che ardì esporre costumi e ridicolezze del suo secolo e del suo paese. Con piacere infinito vidi rappresentare a Parigi questa commedia da me tanto lodata e ammirata in patria,  e quantunque non comprendessi a fondo quello che i comici dicevano,  e molto meno quelli che più spiccavano per una certa leggerezza che vedevo applaudire,  ma per me era incomodissima,  con tutto ciò comprendevo abbastanza per ammirare la giustezza,  la nobiltà e la forza dell’azione di quegli attori incomparabili. Ah! mi dicevo,  se potessi anch’io vedere una delle mia composizioni rappresentata da simili attori,  benché la migliore delle mie opere non equivalga all’ultima di Molière,  l’attività dei Francesi la farebbe spiccare assai più che nella mia patria. A dir vero questa poteva dirsi una scuola di declamazione: nulla di forzato nel gesto e nell’espressione; il passo,  il moto delle braccia,  gli sguardi,  le scene mute sono studiate; sotto il prestigio della naturalezza l’arte occulta lo studio. In una parola uscii incantato dal teatro,  e desideroso di veder riuscire una di queste due cose: o giungere a dare ai Francesi una delle mie commedie,  o vedere i miei compaesani in condizione d’imitarli. Ora,  quale di queste due cose poteva mai essere la più difficile ad avverarsi? Solo al tempo era riserbata la soluzione del problema.

Frattanto non lasciavo mai i Francesi; essi avevano rappresentato l’anno avanti Il Padre di famiglia del signor Diderot,  commedia nuova che aveva avuto successo,  quantunque comunemente si andasse dicendo a Parigi che era un’imitazione della commedia da me composta sotto questo titolo e già stampata. Volli dunque vederla,  ma non vi riconobbi somiglianza alcuna con la mia; onde dal pubblico a torto si accusava di plagio questo poeta filosofo,  questo autore stimabile; ed era un foglio dell’Annata Letteraria che aveva dato motivo alla supposizione. Poco tempo avanti il signor Diderot aveva dato in luce una commedia intitolata Il figlio naturale. Il signor Fréron ne aveva fatto menzione nella sua opera periodica,  aveva trovato in essa molta somiglianza col Vero Amico di Goldoni e aveva trascritto scene intere francesi accanto alle italiane. Dal confronto sembrava che le une e le altre discendessero da una sorgente medesima. Il giornalista finiva l’articolo dicendo che l’autore del Figlio naturale prometteva anche un Padre di famiglia; Goldoni ne aveva già presentato uno; restava da vedere se la coincidenza dei testi si sarebbe ripetuta.

Il signor Diderot non aveva bisogno di mendicar soggetti comici al di là dei monti per sollevarsi dalle sue occupazioni scientifiche. Infatti in capo a tre anni diede un Padre di famiglia che non aveva nessuna analogia col mio. Per esempio il mio protagonista era un uomo soave,  saggio,  prudente,  del quale sia la condotta come il carattere possono servir d’istruzione e d’esempio; quello del signor Diderot,  all’opposto,  era un uomo duro e un rigido genitore,  che nulla perdonava e che ad ogni istante malediceva il figlio. Era questi uno di quegli esseri disgraziati,  che in natura si dànno pur troppo,  ma che io mai e poi mai avrei ardito d’esporre sulla scena. Resi dunque la dovuta giustizia al signor Diderot,  e nel tempo stesso mi diedi tutta la cura per disingannare coloro,  i quali erano di parere che il suo Padre di famiglia ricavato fosse dal mio,  non facendo però parola del Figlio naturale. Frattanto l’autore delle due commedie era in collera e col signor Fréron e con me; onde volendo dare sfogo al suo sdegno,  nello scegliere su chi farlo cadere,  diede a me la preferenza e pubblicò un discorso sulla poesia drammatica in cui mi tratta piuttosto male.

«Carlo Goldoni,  dice,  ha composto una commedia italiana,  o piuttosto una farsa di tre atti ...» E in un altro luogo: «Carlo Goldoni ha scritto una sessantina di farse...» Si vede bene che il signor Diderot vede me e le mie opere come il teatro dei pagliacci. È il solo scrittore francese che non m’abbia onorato della sua simpatia.

Mi rincresceva,  a dir vero,  che un uomo di tanto merito fosse mal disposto contro di me; onde feci il possibile per avvicinarmi a lui,  non per lagnarmi,  ma per convincerlo che non meritavo la sua indignazione. A questo fine procurai di introdurmi in alcune case che frequentava abitualmente,  ma non ebbi la fortuna d’incontrarlo. Finalmente,  annoiato d’aspettare,  vado a cercarlo a casa. Eccomi dunque un giorno nell’abitazione del signor Diderot scortato dal signor Duni,  uno de’ suoi amici. Ci facciamo annunziare e siamo ricevuti. Il musico italiano mi presenta come letterato suo compaesano,  bramoso di far conoscenza con gli atleti della letteratura francese. Erano vani gli sforzi del signor Diderot per occultare l’impaccio in cui lo aveva posto il mio introduttore; comunque non poté dispensarsi dall’usare i riguardi che esige la buona e civile società. Si parla di varie cose; poi cade il discorso sulle opere drammatiche. Qui il signor Diderot mi dice con schiettezza che qualcuna delle mie composizioni gli ha recato molto dispiacere; e io coraggiosamente gli rispondo che purtroppo me n’ero accorto. - A voi però è ben noto,  signore (rispose),  che cosa voglia dire un uomo d’onore,  ferito nella parte più delicata e sensibile. - Sì,  signore,  lo so benissimo,  v’intendo,  ma non ho per questo cosa alcuna da rimproverarmi. - Suvvia,  suvvia,  prese a dire il signor Duni interrompendoci,  questi sono pettegolezzi letterari,  che non debbono condurre a conseguenza alcuna; seguite entrambi il consiglio del Tasso: Ogni trista memoria omai si taccia,  e tongani in oblio le andate cose. - A questa uscita il signor Diderot,  che intendeva l’italiano bastantemente,  dà segno di uniformarsi di buon animo al consiglio del poeta italiano; in una parola,  si on fine alla conversazione con usarci garbatezze e atti d’amicizia scambievolmente,  partendo il signor Duni e io contentissimi l’uno e l’altro. Mi sono trovato in vita mia a stare a fronte di alcuni che avevano buone o cattive ragioni per fuggirmi; ma quando mi è riuscito di guadagnar la stima d’un uomo mal disposto a mio riguardo,  ho sempre guardato un tal giorno come un trionfo per me.

Nell’uscire dalla casa del signor Diderot mi congedai dall’amico Duni,  e passai subito a un’adunanza letteraria di cui ero socio,  e dove quel giorno dovevo andare a pranzo. La società non era molto numerosa; infatti non eravamo che nove: cioè il signor de la Place,  che allora faceva il Mercurio di Francia, il signor de la Garde,  che vi collaborava per gli spettacoli,  il signor Louis,  segretario perpetuo dell’Accademia reale di chirurgia,  il signor abate de la Porte,  autore di parecchie opere letterarie,  il signor Crébillon figlio,  e finalmente i signori Favart e Jouen. Quest’ultimo non brillava per cultura,  ma si distingueva per la squisitezza della sua tavola. Ogni membro della società riceveva a vicenda in casa propria i confratelli e offriva loro il pranzo; e siccome tali sedute succedevano sempre in domenica,  si chiamavano le Domenicali,  e noi perciò i Domenicali. Non avevamo altri statuti che quelli della buona e civile società. Avevamo stabilito di non ammettere donne,  perché sapevamo quanto sono attraenti e ne temevano le dolci distrazioni. Un giorno si teneva la Domenicale nel palazzo della marchesa di Pompadour,  della quale era segretario il signor de la Garde. Quando appunto eravamo per andare a tavola,  entra nel cortile una carrozza; dentro c’è una signora che si riconosce per un’attrice dell’Opera,  la più stimabile per l’ingegno,  la più ragguardevole per la vivacità e la più amabile in conversazione. Scendono subito due dei nostri confratelli,  le danno di braccio ed ella sale,  e ridendo e scherzando chiede di pranzare. Era mai possibile negarle posto? Le avrebbe ognuno certamente ceduto il proprio,  e io non sarei stato degli ultimi. Una signorina di tal sorte era fatta per piacere e per incantare: durante il pranzo,  chiede di essere ammessa nella nostra società ed epiloga in modo sì nuovo ed elegante la sua domanda,  che ella è ben tosto ammessa con acclamazione generale. Alle frutta si guarda per caso l’orologio e si vede che le quattro e mezza. Per buona sorte la nostra novella socia non aveva parte quel giorno sul teatro; voleva bensì andare all’Opera,  e quasi tutti i confratelli erano disposti a seguirla. Io solo non dimostravo la medesima disposizione. – Ah! ah! signor Italiano,  mi disse allora sorridendo la nostra bella,  voi dunque non siete portato per la musica francese? - A dire il vero,  non sono ancora stato all’Opera. Ma si canta dappertutto,  dovunque sento ariette,  che fanno venir male. - Se le cose stanno così,  vediamo se mi riesce di guadagnare l’animo vostro alla nostra musica. - Incomincia a cantare,  e mi sento rapito,  penetrato,  estatico. Che voce incantatrice! non forte,  ma giusta,  espressiva,  deliziosa! ero fuori di me. Terminato il suo canto - Venite,  mi dice,  datemi di braccio e venite con noi all’Opera. - Le do di braccio e vado all’Opera.

  CAPITOLO VI.

 Vado per la prima volta all’Opera Francese. - Entusiasmo per l’insieme dello spettacolo.

- Tratto d’imprudenza. - Castore e Polluce mi riconcilia coll’Opera Francese.

- Alcune parole su Rameau,  Gluck,  Piccini e Sacchini.

  Eccomi finalmente a quello spettacolo,  che molti avrebbero voluto che vedessi prima d’ogni altro,  e non avrei forse veduto così presto se l’occasione non mi ci avesse condotto. L’attrice ammessa nella nostra confraternita salì subito al suo palchetto in compagnia di tre nostri soci,  e io con altri due andai a prender posto nell’anfiteatro. Questo recinto,  che occupa in Francia una parte della platea,  resta in faccia al palcoscenico in figura semicircolare,  disposto a comodissimi e ben ornati gradini. Questo è il posto più felice per veder tutto e sentir bene. Contento dunque del mio posto,  avevo compassione della gente della platea,  che stava in piedi calcata dalla folla e con tutta ragione doveva spazientirsi. Alla prima mossa dell’orchestra trovo l’accordo e l’insieme degl’istrumenti di un merito singolare e d’una esecuzione esattissima; mi sembra però fredda la sinfonia,  che non era certo di Rameau; ne ero sicuro per aver già sentito in Italia più volte le sinfonie e la musica da ballo di questo compositore. L’azione incomincia: ma che? quantunque abbia un ottimo posto,  non intendo una parola. Pazienza: aspetto dunque le arie,  la cui musica se non altro mi divertirà. Tutt’a un tratto ecco i ballerini: io che credo finito l’atto senza verun’aria,  ne fo parola al mio vicino,  egli ride di me e mi assicura che ve ne sono state sei nelle diverse scene da me udite. – Come! Io non sono sordo,  gli strumenti hanno pur sempre accompagnato le voci,  ora un po’ più forte,  ora un po’ meno,  onde ho presa tutto per un recitativo - Suvvia,  state attento,  stato attento adesso,  osservate Vestris: è il ballerino più bello e più valente d’Europa. - Difatti vedo in quel ballo campestre che il pastore dell’Arno oltrepassa in merito tutti i pastori della Senna. Due minuti dopo ecco di nuovo tre personaggi che cantano tutti insieme; questo era un trio,  da me al solito confuso con un recitativo,  e in questa guisa finì il primo atto.

Siccome non vi è l’uso nell’Opere francesi di fare tra atto e atto qualche cosa,  così non si tardò molto a dar principio all’atto secondo,  sempre però con la stessa musica,  sempre con la stessa noia. Lascio affatto di occuparmi del dramma e del suo accompagnamento,  e fisso la mia attenzione sull’insieme dello spettacolo; e,  per vero dire,  lo trovo meraviglioso. Vedo i primi ballerini e le prime ballerine di una perfezione stupenda,  numeroso ed elegante il loro seguito; la musica dei cori è ancor più piacevole di quella del dramma,  e vi riconosco i salmi di Corelli,  Biffi e Clari. Sontuose le decorazioni; a meraviglia ordinate e a perfezione eseguite le macchine; abiti ricchissimi,  gente infinita sul palcoscenico. Insomma,  tutto era bello,  grande,  magnifico,  eccetto la musica. Al termine del dramma altro non vi fa che una Ciaccona,  cantata da un’attrice che non era del numero dei personaggi del dramma,  coll’accompagnamento della musica dei cori e qualche danza. Tale divertimento inaspettato avrebbe potuto ravvivare molto lo spettacolo,  ma questo poteva dirsi piuttosto un inno che un’arietta.

Calato il sipario,  tutte le persone di mia conoscenza mi domandavano come avevo trovato l’opera; m’esce di bocca colla velocità del lampo questa risposta: - È un paradiso per gli occhi,  un inferno per le orecchie. - Questa riposta insolente e irriflessiva muove taluni a ridere,  ad altri fa digrignare i denti. Due persone della cappella del re la trovano eccellente. Per combinazione l’autore della musica non era troppo lontano dal posto in cui mi trovavo e forse mi aveva udito,  onde io ero nella massima agitazione: era un brav’uomo,  requiescat in pace.

Pochi giorni dopo vidi Castore e Polluce. Questo dramma perfettamente scritto e stupendamente decorato mi riconciliò un poco l’animo coll’Opera francese,  riconoscendo allora la differenza che correva fra la musica di Rameau e l’altra che non mi era in modo alcuno piaciuta. Amavo molto questo celebre compositore,  e avevo la più alta stima della sua scienza e del suo ingegno. Conviene peraltro dire il vero: Rameau si era reso celebre e aveva prodotto in Francia,  relativamente alla musica strumentale,  una fortunata rivoluzione; però non aveva fatti cambiamenti essenziali nella musica vocale. Si credeva che la lingua francese non si prestasse al nuovo gusto che si voleva introdurre nel canto; Jean Jacques Rousseau era di questo parere,  onde restò meravigliato quando gli parve di vedere il contrario nella musica del cavalier Gluck. Ma l’abilissimo compositore tedesco non aveva fatto altro che accennare da lungi il recente gusto della musica italiana,  essendo riserbata ai signori Piccini e Sacchini la gloria di recare a perfezione quella riforma,  che ora piace ai francesi un giorno più dell’altro. Mi sono esteso in questa piccola digressione senz’accorgermene. Non sono dell’arte,  ma amo la musica per passione; se un’aria mi tocca il cuore,  se mi diverte,  la sento con piacere e non sto a esaminare se sia francese o italiana. Sono del parere che vi sia una sola musica.

    CAPITOLO VII.

Incendio del teatro dell’Opera. - Musica sacra. - I due anni del mio impegno per Parigi

sono prossimi al termine. - Indecisione. - L’ambasciatore di Venezia vuole ravvicinarmi alla patria.

- Morte di questo ministro. - Avvenimento per me fortunato. - Impiego al servizio delle principesse di Francia.

- Corro il rischio di perder la vista. - Miei difetti. - Mie ridicolezze in conversazione.

Avrei mai potuto dubitare,  quando intervenni alla rappresentazione di Castore e Polluce,  che quelle tavole e quegli scenari,  che avevano resistito alle fiamme infernali di quest’Opera,  sarebbero ridotte in cenere prima del termine di un mese? Ciò però avvenne. Una candela dimenticata cagionò la distruzione totale del teatro del Palazzo Reale,  e nell’aspettativa della costruzione di un nuovo edificio l’Opera fu trasferita al palazzo delle Tuileries,  dove attualmente c’è la musica sacra.

Qui ora cade in acconcio far parola di questo spettacolo,  consacrato alle lodi di Dio e aperto in tutti i giorni nei quali gli altri sono chiusi. Esso è un concerto composto di tutto ciò che può esservi di meglio,  tanto di voci come di strumenti; vi si cantano salmi,  inni,  oratori; vi si eseguono sinfonie e concerti; e vi si fanno venire i professori più celebri d’Europa. I cantori stranieri però derogano,  per così dire,  alla prima istituzione di questa musica,  nella quale altre volte non era in uso se non la lingua latina; ma la maniera di pronunciarla presso i Francesi è diversa tanto da quella delle altre nazioni,  che il più abile e piacevole cantante forestiero si renderebbe ridicolo a Parigi,  se si esponesse a cantare un mottetto latino. I forestieri dunque cantano in italiano,  perché sembra che le altre nazioni non abbiano una musica particolare e propria,  onde la concessa libertà di mutare linguaggio porta con sé quella di cambiare il soggetto del canto; talvolta in mezzo ai cantici spirituali s’odono piccole cantate,  che al pari delle altre riescono gradevoli. Non trovasi in Italia un’Accademia pubblica così ben regolata come quella di Parigi. Abbiamo,  è vero,  a Venezia i quattro Ospedali di ragazze,  dei quali ho già reso conto nella prima parte di queste Memorie; a Napoli vi sono i conservatori,  scuole di buona musica vocale e strumentale. Anche i Padri dell’Oratorio danno nelle loro congregazioni degli oratori,  e dappertutto si trovano concerti di professori o dilettanti; ma tutti questi stabilimenti non offrono la magnificenza di quello di Parigi.

Rendo conto delle bellezze e dei divertimenti di questa città a quelli soltanto che non hanno di essa alcuna idea; e quantunque le mie Memorie possano correre il destino di servire per involtare il pepe,  io le scrivo come se dovessero esser lette nelle quattro parti del mondo.

Ogni giorno più m’internavo nella cognizione del merito di questa città,  e prendevo per essa un amore particolare; frattanto i due anni del mio impegno eran prossimi al loro termine,  e io riguardavo come indispensabile la necessità di mutar clima. L’ambasciatore di Portogallo mi aveva fatto lavorare per la sua corte,  e mi aveva regalato mille scudi in ricompensa di una operetta che incontrò a Lisbona il pubblico gradimento; per questo motivo speravo di non esser sgradito in un paese ove sommamente fiorivano in quel tempo gli spettacoli,  ed erano con generosità remunerati gl’ingegni. Da un’altra parte il cavalier Tiepolo,  ambasciatore di Venezia,  non desisteva dall’incoraggiarmi a ritornare in patria,  dalla quale tanto affettuosamente ero amato e desiderato. Vicino infatti a compiere il tempo della sua ambasciata,  mi avrebbe ricondotto volentieri egli stesso,  e anche sostenuto e protetto. Si trovava per altro malato seriamente; anzi fece la sua visita di congedo aggravato da mille incomodi e dolori. Si trasferì in seguito a Genova per consultare il famoso Tronchin; ma qui appunto cessò di vivere con sommo rammarico della sua Repubblica,  come pure della corte di Francia,  la quale gli professavagli un’uguale stima. Frattanto,  nello stato d’irresoluzione in cui ero,  una costellazione propizia venne benefica in mio soccorso. Feci conoscenza con la signorina Silvestra,  lettrice della fu principessa la Delfina,  madre del re Luigi XVI.

Questa signorina,  figlia del primo pittore del re Augusto di Polonia ed elettore di Sassonia,  fu a Dresda destinata all’educazione della sua reale padrona,  con la quale anche in Francia si era mantenuta in quel credito che la condotta e l’ingegno le avean fatto acquistare. La signorina Silvestra,  che parlava l’italiano a meraviglia,  aveva notizie delle mie opere ed era di una persona di cuore,  officiosa e cortese,  ebbe la bontà d’adoprarsi a mio favore. Le avevo esternato il mio affetto per Parigi,  e il rammarico nel vedermi costretto ad abbandonarla; essa perciò prese gentilmente l’impegno di far parola di me a corte,  cui per buona sorte non ero del tutto ignoto; infatti otto giorni dopo mi fece partire per Versailles. Ci vo senza frapporre indugio e smonto alle piccole scuderie del re,  ove la signorina viveva insieme coi suoi,  tutti impiegati al servizio della famiglia reale. Dopo un’accoglienza amabile e sincera,  ecco il risultato del nostro primo colloquio,  ed ecco incominciato e compiuto in quello stesso felice giorno un affare per me importantissimo. Ero conosciuto dalla principessa Delfina,  che aveva veduto recitare a Dresda le mie commedie; se le faceva anche leggere; onde la sua leggitrice non mancava di abbellirle e di farvi entrare di tempo in tempo discorsi in favor dell’autore. La sua real padrona promise di onorarmi colla valida sua protezione e d’impiegarmi a corte. Veramente la principessa avrebbe avuto intenzione di pormi forse al fianco dei suoi figli,  ma essi erano in un’età troppo tenera per occuparsi dello studio d’una lingua straniera. Siccome però le principesse di Francia,  figlie di Luigi XV,  avevano imparato i principi della lingua italiana dal signor Hardion,  bibliotecario del re a Versailles,  e tutte quante avevano gusto per la letteratura italiana,  la Delfina approfittò della fortunata occasione indirizzandomi alla duchessa di Narbona,  già da lei avvertita in mio favore affinché fossi presentato alla principessa Adelaide di Francia,  cui era addetta ed è divenuta dama d’onore. Per una felice combinazione avevo già avuto l’onore di conoscere la duchessa di Narbona alla corte di Parma; onde venni accolto benignamente,  e fui presentato il giorno stesso alla sua augusta padrona. In questa guisa mi trovai destinato al servizio delle principesse di Francia. Non mi fu fatta proposta alcuna riguardo allo stipendio e io,  lieto d’un impiego tanto onorevole,  sicuro della generosità delle mie auguste scolare,  me ne partii contentissimo. Partecipai subito una sì avventurosa sorte a mia moglie,  che al pari di me ne riconobbe il pregio; presi congedo dal Teatro italiano,  cui forse non dispiacque di non aver più a che fare con me,  e ricevetti con piacere le cordiali congratulazioni delle persone che s’adopravano per me. La persona che più di ogni altra conosceva a fondo quali avanzamenti poteva portarmi quel fortunato incontro era il cavalier Gradenigo,  ambasciatore di Venezia e successore del signor Tiepolo. Quell’illustre patrizio era amico intimo del duca di Choiseul. Egli ebbe la bontà di raccomandarmi a questo ministro,  che allora presiedeva ai due dipartimenti più cospicui,  gli affari esteri e la guerra,  e che era il personaggio più accreditato alla corte e più considerato in Europa.

Provvisto d’un impiego così decoroso,  e assistito da forti protezioni,  ognun vede che in Francia avrei dovuto fare una bella fortuna: è tutta mia la colpa se presentemente non ne godo che una mediocre. Ero a Corte,  ma non ero cortigiano. La principessa Adelaide fu la prima a occuparmi per l’esercizio della lingua italiana. Non avevo ancora preso stanza a Versailles,  ed essa mandava a prendermi con la carrozza,  ove appunto poco mancò che non perdessi un giorno la vista. Avevo la mania di leggere camminando,  e il libro che teneva allora occupata la mia mente era quello delle lettere di Rousseau. Un giorno improvvisamente mi manca la vista,  mi cade il libro di mano,  né vedo quanto basti per trovarlo e raccoglierlo: mi credevo perduto. Mi restava tanta facoltà visiva da distinguer la luce. Smonto dal legno,  salgo all’appartamento ed entro tutto scomposto e agitato nella stanza della principessa. Purtroppo ella s’accorse del mio turbamento,  e mi usò subito la bontà di domandarmene la cagione; ma io non ardivo palesarle il mio stato,  sperando di poter bene o male adempiere al mio dovere. Trovato al solito posto lo sgabelletto,  seggo secondo il costume; riconosco a meraviglia il libro che devo leggere,  l’apro,  ma non vedo altro che bianco; eccomi dunque costretto a confessare la mia disgrazia. Non è possibile esprimere la bontà,  il profondo rincrescimento e la compassione di questa gran principessa; ella ordina immediatamente che si cerchino nella sua camera acque salutari alla vista,  mi concede gentilmente il permesso di bagnar con esse i miei occhi,  e fa subito accomodare le tenda della finestra in modo da non introdurre nella stanza altra luce se non quella che poteva bastare per distinguere gli oggetti. A grado a grado riacquisto la vista,  vedo poco,  ma tanto che basta. Non furono già le acque apprestatemi la vera causa del miracolo; bensì le buone grazie della principessa,  che restituirono forza al mio spirito e ai miei sensi. Riprendo pertanto il libro e mi riconosco in grado di leggere. Ma la principessa non lo permette: mi congeda,  mi raccomanda al suo medico.

In pochi giorni l’occhio destro riprese la solita attività,  ma l’altro è perduto per sempre. Io son dunque cieco da un occhio,  ma questo è un piccolo incomodo e non mi dà gran pena,  tanto più che non si manifesta esternamente; ma in certi casi serve ad accrescere i miei difetti e a rendermi più ridicolo. A un tavolo da gioco,  per esempio,  divengo incomodo alla conversazione,  perché è necessario che il lume sia situato dalla parte buona; se nella partita vi è una signora che si trova nello stesso caso,  ella certamente non oserà manifestarsi,  ma dichiarerà ridicola la mia pretesa. Infatti al gioco detto brelan si mettono i lumi in mezzo alla tavola,  ma io non ci vedo; come pure al whist e al tressette,  dove si muta compagno,  è necessario che porti il lume meco. Oltre al difetto della vista,  ne ho altri bizzarri e singolari: temo il caldo d’inverno e il freddo d’estate; mi occorrono perciò parafuochi per difendermi dal calore,  mentre una finestra aperta di sera,  nei caldi più eccessivi,  mi fa subito infreddare. Non capisco come alcune signore,  che ho l’onore di conoscere,  possano sopportarmi e mi lascino prender le carte nelle loro partite; ciò dipende senza dubbio dalla loro cortesia,  e anche dal fatto che conosco ogni sorta di gioco,  non ricuso mai la partita,  non mi spavento del gioco grosso,  non mi annoio del piccolo,  non gioco male: in una parola sarei una perla in queste cose,  se non fossi pieno di difetti.

  CAPITOLO VIII.

Alloggio a Versailles. - Viaggetto della Corte a Marly. - Osservazioni su questo luogo delizioso.

- Il gran viaggio della Corte a Compiègne. - Alcune parole sopra questa città e le campagne di quell’anno.

- Morte dell’infante don Filippo duca di Parma. - Viaggio a Chantilly.

A capo a sei mesi del mio impiego,  ebbi l’alloggio nel castello di Versailles,  ove mi fu assegnato l’appartamento destinato al chirurgo ostetrico della principessa Delfina. Di questo appartamento ella poteva disporre a suo talento,  atteso il cattivo stato di salute in cui allora trovavasi il principe Delfino. Nel mese di maggio di quell’istesso anno 1765 ebbe luogo un viaggetto a Marly; io pure seguitai le principesse,  e per conseguenza godetti di quel delizioso soggiorno. Dopo avere veduto il giardino delle Tuileries,  ed il parco di Versailles,  credevo che verun’altra cosa in simil genere fosse capace di recarmi maraviglia; ciò nonostante,  la situazione e l’amenità del giardino di Marly,  mi fecero tale impressione che ero quasi per dare la preferenza a questo luogo d’incanto,  se la memoria della vastità e delle ricchezze degli altri non avesse posto un freno a’ miei confronti. Tutti coloro che han veduto questo castello,  il suo giardino,  il suo immenso parterre,  i deliziosi suoi spartimenti,  i suoi vaghi disegni,  i diversi scherzi e le varie cascate d’acqua,  debbono rendermi giustizia; ed oltre a ciò,  il mio parere è appoggiato a tutte le descrizioni esatte che noi ne abbiamo. Quello però che sommamente accresce il piacere e la delizia di questa villeggiatura,  è la sala da gioco. Tutti,  purchè conosciuti,  possono avervi libero ingresso,  ed havvi poi uno spazio balaustrato per quelli che non vogliono,  o non possono penetrare nel circolo. Quanto a me,  preferii il posto nel balaustro,  per esser meglio a portata di vedere per la prima volta in quel magnifico salone l’arrivo del re e del suo séguito. E fu veramente un colpo d’occhio dei più maravigliosi,  quando entrò in questa stanza il re,  seguito dalla regina,  dai principi e dalla principesse,  e da tutto il suo corteggio,  col quale andò subito a prender posto a una gran tavola,  circondata da quanto vi ha di più grande nel regno. In quel giorno la regina faceva la sua partita al cavagnoll;e la Delfina con le altra principesse di Francia si divertivano a diversi altri giochi. Sono scorto là dove io mi era collocato; sono invitato a scendere,  ad eccomi ad un tratto confuso nella folla dei signori,  dei duchi,  dei ministri,  dei magistrati. Al tavolino del re,  dove ciascuno teneva a vicenda il suo banco,  si giocava al gioco detto il lansquenet. Si diceva che Luigi XV fosse fortunatissimo nel gioco; aspettai che toccasse a lui a tenere il banco; giocai sei luigi per conto mio in favor del banco,  e vinsi.

Il re parte,  e la famiglia reale lo séguita. Rimangono però tutti gli altri,  e si gioca allora come si vuole,  e di quanto si vuole. Fuvvi infatti una dama che si trattenne al suo tavolino un giorno e due notti,  ordinando di tempo in tempo cioccolata e biscottini,  affine di alimentare il suo stomaco e la sua passione. Nonostante i piaceri che formavano lo scopo principale di codesta dilettevole villeggiatura,  avevo però ogni giorno le mie ore fisse,  per occuparmi con le principesse. Incontro un giorno una delle mie auguste scuolare mentre passava per andare a tavola; mi guarda,  e mi dice: A tantôt. Tantosto in italiano è l’istessa cosa che immediatamente; onde secondo il significato di questa parola,  credetti che la principessa volesse prender lezione appena esciva da pranzo; però mi trattengo,  e aspetto con quella pazienza che l’appetito potea permettermi; finalmente all’ore quattro della sera la prima cameriera mi fa entrare. La principessa,  aprendo il libro,  mi fa l’interrogazione che avea costume di farmi quasi ogni giorno; mi domanda,  ove quella mattina ero stato a pranzo. - In verun luogo,  principessa - io le risposi. Come! (ella riprese) non avete ancor desinato? - No,  principessa. - Vi sentite male? - Principessa,  no. - O dunque,  per qual ragione non avete desinato? - Perché ella,  principessa,  mi fece l’onore di dirmi à tantôt. Ebbene,  questa parola detta alle due,  non vuol dire almeno a quattr’ore dopo mezzodì? - Può essere,  ma in italiano vuol dire immediatamente. - Ella ride a queste parole,  chiude il libro,  e mi manda a desinare. Benchè parecchi vocaboli francesi abbiano molta somiglianza cogl’italiani,  il loro significato però è affatto differente,  ond’io prendeva spesso dei qui pro quo: e posso ben dire che quel poco di francese ch’io so,  l’ho acquistato nei soli tre anni dei mio impiego al lato alle principesse di Francia. Leggevano esse i poeti e prosatori italiani,  ed io balbettava una cattiva traduzione dei medesimi in francese,  ch’elleno ripetevano con grazia ed eleganza; così il maestro imparava più di quello che potesse insegnare.

Ritornato a Versailles,  la salute del principe Delfino pareva che andasse molto meglio; e siccome amava assai la musica,  la principessa Delfina teneva nel proprio palazzo accademie per divertirlo. In tale occasione composi una cantata italiana; e fattane scrivere la musica ad un maestro italiano,  la presentai a questa principessa,  che nell’accettarla mi ordinò con somma bontà d’andarne ad ascoltare l’esecuzione dopo cena nel suo appartamento. In quest’occasione imparai un’etichetta di corte,  che per l’avanti mi era ignota. Entro nelle stanze reali verso le dieci ore di sera,  e presentatomi alla porta della stanza dei nobili,  non mi viene dall’usciere impedito l’ingresso. Siccome il Delfino e la Delfina erano tuttavia a tavola,  prendo posto ancor io in quella stanza per il piacere di vederli cenare: quando mi si appressa una dama di servizio,  e mi domanda se io aveva il permesso per l’ingresso della sera. - Non so (le risposi) qual differenza passi dall’ingresso del giorno a quello della sera: è la principessa stessa che m’ha dato ordine di venire nel suo appartamento dopo cena. Sono forse venuto troppo presto,  ma non sapevo l’etichetta. - Signore (riprese allora la dama),  non l’ho detto per voi,  voi ci potete restare liberamente. - Confesso che in questa occasione il mio amor proprio non restò mal soddisfatto. Rimango,  e rientrati di nuovo il principe e la principessa nella loro stanza,  son chiamato,  e si dà principio alla mia cantata. La Delfina era al cembalo,  la principessa Adelaide accompagnava col violino,  e la signorina Ardy (oggi signora di la Brusse) cantava. La musica piacque,  e l’autore delle parole ricevè tutte le espressioni e i complimenti con la maggior modestia. Ero per andarmene,  ma il Delfino ebbe la bontà di farmi restare; cantò egli pure,  ed io godei l’onore di ascoltarlo. Ma che cantò egli mai? un’aria patetica,  tratta da un oratorio intitolato Il Pellegrino al Sepolcro. Un giorno più dell’altro questo principe andava perdendo la salute. Si faceva però coraggio,  e la brama di tener quieta sul suo stato la corte,  gli somministrava forze in pubblico,  mentre egli soffriva in segreto.

Il re andava regolarmente tutti gli anni a passare nell’estate sei settimane a Compiègne,  ed altrettante nell’autunno a Fontainebleau. Queste villeggiature si chiamano in Francia les grands voyages,  poiché ci vanno tutti i dipartimenti e le cancellerie dei ministri; come pure i grand’uffiziali della corona ed i ministri esteri. Tutte e due queste villeggiature ebbero luogo in quell’anno 1765 dopo il piccolo viaggio di Marly,  e quella di Compiègne fu assolutamente una delle più magnifiche. Vi si fecero venire molti reggimenti e nazionali ed esteri al servizio della corona di Francia,  ciascuno dei quali,  a vicenda,  e in diversi giorni formava campi di battaglia nei dintorni della città,  ove facevansi esercizi a fuoco con altre militari evoluzioni,  che la tattica sapeva proporzionare al sito,  e l’emulazione e la presenza del sovrano ne rendevano anche più esatta l’esecuzione. Erano ancora più attrattive le rassegne,  a motivo del corteggio del re. Questo monarca cavalcava un eccellente cavallo ed era seguito da una comitiva numerosissima di cavalieri,  riccamente ornati; seguivano quindi in carrozze della più grande magnificenza la regina,  la Delfina e il resto della famiglia reale. Le principesse del sangue,  come pure le dame di corte,  aumentavano la pompa di questo sfarzoso seguito; e metteva il colmo alla grandezza dello spettacolo l’affluenza del popolo che vi concorreva da ogni parte. Il Delfino,  colonnello del reggimento Delfino dei dragoni,  comandò da sé stesso la rassegna particolare del suo reggimento il giorno innanzi in cui dovesse comparire davanti al re. Dopo un esercizio così lungo e laborioso,  di cui era stato testimone io medesimo,  e nel quale il principe aveva fatto sforzi da farmi tremare,  ritorno al castello in una carrozza della corte,  e mi pongo solo solo nel vacuo d’una porta affine di vedere il ritorno di questo principe nel suo palazzo. Giunge,  mi vede,  e fissatomi lo sguardo con una specie di fierezza guerriera: osservatemi (pareva volesse dirmi),  io son forte,  son robusto,  mi sento bene; - ma era uno spirito vigoroso,  che animava un languido corpo. In quest’anno medesimo,  e nel tempo di questa villeggiatura,  un corriere,  proveniente da Parma,  recò la trista nuova della morte dell’infante don Filippo,  mio protettore e padrone; la corte di Francia prese il bruno per tre mesi: ma io però lo portai per più lungo tempo,  come sempre lo porto nel cuore. Non era l’interesse che eccitava in me il dolore della sua perdita: conoscevo troppo bene la bontà dell’Infante suo figlio,  e potevo viver sicuro che mi avrebbe continuato la sua protezione e benevolenza; ma compiangevo la perdita di un principe buono,  saggio,  giusto e amorevole; come sarebbero stati anche più da compiangere i Parmigiani,  se il duca regnante non avesse riparato una tal perdita seguendo le tracce e le virtù stesse del genitore. Ben mi ricordo di aver parlato di questo principe,  e con i medesimi sentimenti nella seconda parte delle presenti mie Memorie; pure non si trovi ora inutile tale ripetizione: non si dice mai troppo,  allorchè si tratta di fare onore alla verità. Pochi giorni dopo vidi a Compiègne il signor conte di Argental,  ministro plenipotenziario della corte di Parma a Parigi,  il quale mi assicurò che mi sarebbe stata continuata la pensione,  e la fece ancor trasportare,  per mia maggiore comodità,  dal tesoro di Parma a Parigi. Questa è la minore fra le obbligazioni che io professo al signor d’Argental,  a quest’amico di Voltaire,  amabilissimo e dottissimo; da cui sono stato sempre e favorito e protetto; nella cui casa vi è stato sempre per me un posto alla sua tavola,  ed accesso a quel grazioso spettacolo,  che agli dà di tempo in tempo nel suo teatrino privato,  ove ammirai l’azione e le opere del signor cavaliere di Florian,  non meno che le grazie e l’ingegno della signora di Vimeux.

Il viaggio di Compiègne aveva avuto principio con un’apparenza di gioia,  ma disponevasi ad aver termine con una tristezza reale. La salute del Delfino andava di male in peggio: egli credeva che il moto potesse giovargli,  quando,  all’opposto,  le fatiche lo spossavano sempre più. Frattanto,  perduto un protettore,  e nella imminenza di perderne un altro,  ero tristo,  né trovavo nel luogo di mia dimora cosa alcuna che mi rallegrasse. La foresta di Compiègne è magnifica,  eppure mi compariva troppo artefatta,  troppo uniforme,  troppo lungi dalla città. Non mi mancavano,  è vero,  conversazioni,  ma eran tutti melanconici come me; onde io stesso temevo della mia salute,  giacchè andava nuovamente ad accendersi il tetro fuoco dell’antica mia malinconia,  cercavo da per tutto qualche piacevole distrazione,  e finalmente ne incontrai una graziosa a Chantilly. Fu questa la strada,  che io tenni per ritornare a Versailles; godei per due giornate il delizioso soggiorno di quel castello appartenente al principe di Condé. Che bellezza! quante ricchezze! che felice posizione! che abbondanza d’acque! Non stetti già a perder tempo. Vidi tutto,  esaminai tutto,  i giardini,  le scuderie,  gli appartamenti,  le pitture,  il gabinetto di storia naturale. Quest’immensa collezione di quanto vi ha di più raro nel triplice regno della natura,  è opera del signor Valmont da Bomère e questo celebre naturalista ne è direttore o dimostratore. Partii dunque da Chantilly contentissimo: mi sentivo sollevato,  e ritornai a Versailles in istato di adempiere alle mie incombenze alla corte.

CAPITOLO IX.

Viaggio di Fontainebleau. - Alcune parole sopra questo castello e la città. - Morte del Delfino.

- Il duca di Berry prende il titolo di Delfino. - Mio ritorno a Versailles. - Cattivo complimento

 al mio arrivo. - Morte della Delfina del re di Polonia,  e della regina di Francia sua figlia.

- Mia situazione dolorosa. - Regalo delle principesse. - Mio collocamento fisso. - Opinione dei Parigini su Versailles.

Appena ritornata la corte a Versailles,  si cominciava a parlare del viaggio di Fontainebleau; era fissato per il 4 d’ottobre,  ma lo stato di salute del Delfino lo rendeva incerto. Questo principe,  amabile e buono,  vedeva con rammarico che il re si privasse di un sollievo,  e che gli abitanti di Fontainebleau perdessero quei vantaggi che la presenza della corte ad il concorso de’ forestieri potevano loro procurare: però,  quantunque malato,  e sottoposto a mille incomodi com’era,  ogni qualvolta trattavasi di Fontainebleau,  faceva ogni sforzo per stare allegro,  e fingere di sentirsi bene. Io però non mi lasciava sedurre da tale apparenza,  e molti la pensavano come me: frattanto fu deciso ed effettuato il viaggio. Sarebbe ingiusto e irragionevole il credere che il re e la famiglia reale fossero meno preoccupati degli altri per la salute e tranquillità di questo principe che faceva la loro felicità; bensì è troppo naturale in tutti quelli che sono più affezionati alla conservazione d’un individuo,  veder meno d’ogni altro i pericoli,  e credere di contribuire alla salute del malato colla mutazione dell’aria e coi divertimenti. Partimmo adunque per quell’ameno castello al principio d’ottobre,  e riuscì per qualche giorno piacevolissimo questo viaggio,  sia per la situazione del paese,  come per la delizie che vi si trovano. Vi si rappresentavano anche per turno gli spettacoli di Parigi,  ed ogni autore preferiva di espor qui la sua nuove produzioni. In somma vi era spettacolo quattro volte la settimana,  e vi si aveva ingresso con biglietti,  che venivan dispensati dal capitano della guardie d’ispezione. Mi presento un giorno con uno di questi biglietti alla porta d’ingresso,  che non era ancora aperta,  ed essendo de’ primi,  speravo d’entrarci con maggiore facilità e di poter scegliere posto a mio piacere. Ma che? non è possibile di star più stretto ed affollato di quello che io fossi all’ingresso; ed arrivato alla sala,  la trovo così piena di gente,  che sono obbligato a prender posto sull’ultima panca. Tutta questa gente non era tuttavia passata dalla porta ove si presentavano i biglietti. Ma io non curai di sapere di più: presi subito un’altra risoluzione,  e me ne trovai bene. Avendo le buone conoscenze nel corpo diplomatico,  mi fu permesso di seguire la comitiva dei ministri esteri,  onde ero benissimo collocato,  e vidi lo spettacolo col maggior agio. Il cavalier Gradenigo,  ambasciatore di Venezia,  avendo sempre riguardi verso di me,  mi procurò in quest’occasione l’onore di conoscere il signor Estevenoa di Berkenrod,  ambasciatore di Olanda,  da cui venni in séguito onorato sempre dalla sua protezione; ed era in questo rispettabile corpo,  ch’io passava gradevolmente una buona parte del mio tempo. Eccoci pertanto nel giubilo,  nei piaceri,  nei divertimenti; ma tutto cangiò aspetto alla metà della villeggiatura. Non era possibile che il Delfino sostenesse più a lungo con indifferenza l’interno fuoco che lo consumava: divenuto inutile il coraggio,  le forze lo abbandonano,  ed eccolo prostrato in letto. Si fa generale la costernazione; la malattia s’inoltra spaventevolmente; la medicina non ha più compensi: onde si ricorre alle preghiere. Monsignore di Luynes,  arcivescovo di Sens ed ora cardinale,  recavasi ogni giorno processionalmente,  seguito da infinito popolo,  alla cappella della Madonna posta in fondo alla città,  ove fecesi voto di erigervi un tempio,  quando per intercessione della Madre d’Iddio fosse stata restituita la salute al moribondo principe; ma già era scritto negli eterni decreti della Provvidenza che egli non dovesse compiere il corso naturale della vita,  e morì a Fontainebleau verso la fine di dicembre. Ero al castello in un momento così fatale; e siccome la perdita era grande,  generale fu la desolazione. Alcuni momenti dopo sento gridare per tutto l’appartamento: Monsieur le dauphin,  messieurs; a questa voce rimango muto,  non so che cosa sia,  né dove io mi sia. Era questi il duca di Berry,  figlio maggiore del defunto,  che,  divenuto erede presuntivo della corona,  asperso di pianto,  veniva a consolare con la sua presenza l’afflitto popolo. Questa villeggiatura,  che doveva aver fine alla metà di novembre,  era stata prolungata fino al termine dell’anno. Tutti bensì erano impazienti di partire,  come me: cedetti per altro il luogo a quelli il cui servizio era più necessario,  e partii degli ultimi.

L’annata era pessima; la molta neve caduta ed il ghiaccio delle strade non permettevano a’ cavalli di reggersi in piedi,  fui dunque obbligato ad impiegare due giorni ed una notte per far questa gita,  che può compiersi in sette ore di tempo. Giunto a Versailles,  ricevo subito la visita di un domestico del castellano,  il quale da parte del suo padrone mi demanda la chiave del mio appartamento. Passato all’altra vita il Delfino,  veniva soppresso il posto del chirurgo ostetrico della principessa Delfina; e la medesima non aveva più diritto di disporne,  né io di goderne,  essendo stato quell’alloggio,  per quel che appariva,  destinato a qualche persona di maggior considerazione di me. Credetti bene di non dover stare a far discorsi con l’uomo che mi fece una simile proposta; dimodochè lo rimandai dicendogli che avevo bisogno di riposare. Nel corso della notte feci bensì le mie considerazioni,  e decisi,  che,  nelle condizioni nelle quali trovavasi in quel tempo la corte,  non era certamente convenienza che io facessi lagnanze,  e domandassi di nuovo protezione. Presi dunque a pigione un appartamento in città e restituii la chiave dell’alloggio. Frattanto non si discorreva più dalle principesse di lingua italiana; contuttociò io non ardivo allontanarmi da Versailles. In questo stato di cose sempre più andavan male le mie finanze; avevo ricevuto una gratificazione di cento luigi imposta sul tesoro reale,  ma per una sol volta; mi trovavo pertanto in bisogno di tutto,  e non osavo domandar cosa alcuna.

Avevo occasione di vedere di tanto in tanto le auguste mie scolare,  le quali continuavano sempre a vedermi con la solita bontà; ma non essendo io più occupato con loro,  non sapevo che espediente prendere per far loro comprendere il mio stato,  tantopiù che le medesime erano troppo afflitte per darsi pensiero di me. Con estrema lentezza arrivavano i miei assegnamenti d’Italia; il mio amico Sciugliaga mi anticipò cento zecchini,  con l’aiuto dei quali stavo pazientemente attendendo che il torbido della tempesta desse luogo alla serenità. Ma la tristezza progredì anche più oltre,  e le disgrazie successero l’una dopo l’altra. La Delfina rimase vittima del suo dolore,  e le fu data sepoltura nella tomba medesima del consorte. La morte del re di Polonia,  padre della regina di Francia,  avvenne poco tempo dopo; e quella dell’augusta sua figlia mise il colmo alla pubblica afflizione. In tali condizioni era egli possibile che io mi potessi appressare alle principesse,  per far parola di me? E poi,  quando anche avessi potuto,  non avrei mai osato. Troppo era il rispetto con cui riguardavo il loro dolore; ma troppo grande era nel tempo stesso la fiducia che avevo nella loro bontà per soffrir tutto in silenzio. Sapevo perciò misurare i miei desiderii alle forze; di maniera che,  eccettuati i cento zecchini,  de’ quali andavo debitore a un amico,  null’altro dovevo a chichessia. Finalmente cominciarono a dissiparsi le folte nubi; erano cessati i lutti e la corte andava a poco a poco riprendendo la perduta serenità. Le principesse ebbero la bontà di farmi chiamare,  e di regalarmi cento luigi in una scatoletta d’oro cesellato,  e in quell’occasione si trattò di procurarmi uno stato. Elleno chiesero per me il titolo e gli emolumenti di precettore di lingua italiana dei principi di Francia. Il ministro di Parigi e della corte fece alcune difficoltàdicendo che questo sarebbe creare un nuovo impiego in corte e un nuovo aggravio allo Stato. In tale condizione,  quantunque io avessi potuto chieder molte cose,  non ostante non ne domandai alcuna,  e continuai a servire,  ad aspettare,  a sperare. Finalmente,  al termine di tre anni,  le auguste mie protettrici mi procurarono un annuo assegnamento. Elleno stesse mandarono a chiamare il ministro. Non si tratta,  gli dissero,  di creare un nuovo impiego per una persona che debba prestar servizio,  ma si tratta di ricompensare chi ha servito. Dopo il qual discorso fecero la domanda di sei mila franchi annui per me. Parve troppo al ministro; e,  son persuaso,  egli disse,  che il signor Goldoni sarà contento di quattromila franchi di stipendio. Le principesse lo presero in parola,  e restò nell’atto conclusa la cosa. Contento della mia sorte,  andai subito a ringraziare le principesse,  che trovai più contente anche di me. Ebbero esse la bontà di assicurarmi,  che in una maniera o nell’altra avrei avuto un giorno per scolari anche i loro nipoti,  e che l’assegnamento che avevo ottenuto,  altro non era che il principio delle beneficenze,  che speravano farmi godere a suo tempo. Laonde,  se non ho poi approfittato di questo favore,  mia unicamente è la colpa; e torno a ripetere che non ho saputo mai fare da cortigiano,  sebbene fossi in corte.

La prima volta che mi fu pagata la provvisione,  mi furono dati al tesoro reale tremila seicento franchi soltanto,  venendone ritenuti quattrocento per il ventesimo. Se avessi fatto qualche parola,  sarei forse stato nel caso di godere l’esenzione di tale imposta; ma siccome stetti zitto,  sono perciò rimasto lì,  e poi sempre,  lì. È ver che il mio stato non era magnifico; ma bisogna esser giusti,  che cosa avevo io mai fatto per meritarlo? Lasciai l’Italia per venirmene in Francia. Non convenendomi il Teatro italiano,  altro non mi restava che tornarmene a casa. Ma che? io mi affeziono alla nazione francese; tre anni di un servizio dolce,  decoroso,  piacevole mi procurano la graziosa soddisfazione di restarvi: non doveva io dunque reputarmi felice? non doveva io esser contento? E poi le,  principesse medesime,  mi avean detto: Voi avrete per scolari i nostri nipoti. Tre erano i principi,  due le principesse. Per il che,  quante felici prospettive! quante ben fondate speranze! Non bastava ciò,  per la mia ambizione? perché dunque avrei dovuto darmi briga per ottenere impieghi,  cariche,  commissioni,  che per diritto convenivan più a un nazionale che a un forestiero? È stato sempre mio costume di non dimandar grazie né per me né per mio nipote,  se non nel caso in cui potesse un Italiano esser preferibile ad un Francese. Fissato appena il mio assegnamento,  cessarono le principesse di esercitarsi nella lingua italiana,  e diedero ad altri studi le ore destinate alla lezione. Per tal ragione divenuto libero di andare dovunque,  avevo desiderio di ristabilire il mio soggiorno in Parigi: ma mi divertivo troppo bene a Versailles. e questo appunto fu il motivo per cui mi vi trattenni ancora per qualche tempo. È voce quasi comune in Parigi che il soggiorno di Versailles sia molto tristo,  che uno vi si annoi facilmente,  e che le persone che vi concorrono,  non sappiano che cosa fare. In quanto a me,  posso provare il contrario,  tenendo per certo,  che coloro che non sono contenti del loro stato,  debbano annoiarsi ovunque: e che all’opposto quelli che ne sono contenti vivano bene a Versailles,  quanto altrove; come pure gli altri,  che non han nulla da fare,  trovan quivi di che occupare la loro mattinate utilmente nel castello,  negli uffizi,  nel parco,  incontrando dappertutto oggetti degni d’osservazione e piaceri svariati. Il tempo nel quale si cercano i divertimenti della civile società,  è sempre il dopo pranzo,  e si trovano nella dovuta proporzione in Versailles nel modo stesso che in Parigi. Vi sono partite di gioco,  concerti,  letteratura; con questa differenza,  che a Parigi non si interviene talvolta alle ricreazioni che si cercano,  a motivo della distanza dei luoghi,  laddove a Versailles non restano mai fuori di piano,  e i poveri pedoni non sono nella dura necessità di rimanere in casa propria,  ovvero fiaccarsi le ossa in una carrozza. Dicesi inoltre che le dame di corte di null’altro parlano se non delle loro principesse,  e che gl’impiegati dei diversi uffizi d’altro non ragionano che dei loro compartimenti. Tutto questo può esser benissimo,  Tractant fabrilia fabri,  de tauris tractat arator. Ma quanto a me: mi ci son divertito molto,  e,  tranne gli spettacoli che solo in Parigi sono alla perfezione,  per ogni altro titolo avrei forse fissato in Versailles il mio soggiorno. Provo sempre rincrescimento degli amici che vi ho lasciati,  che sempre amo ed amerò finché io vivo. In questa occasione avrei piacere di nominarli,  per dar loro una prova della mia memoria,  della mia stima e della mia riconoscenza; ma la difficoltà è,  che i medesimi sono in troppo gran numero,  e poi sembrerebbe anche che io volessi per vanità farmi bello di tutti questi nomi rispettabili

CAPITOLO X.

  Mio ritorno a Parigi. - Nuova società letteraria. - Difficoltà delle traduzioni. - Alcune

 mie opere tradotte in francese. - - Teatro di un incognito. Traduzione del mio

- Avvocato veneziano. - Quella del Servo di due padroni. - Scelta delle migliori commedie italiane.

 - Qualche parola sopra quest’opera. - Dialogo fra una dama,  un signore,  e me.

  Tornai a stabilirmi a Parigi,  ma per altro tenni sempre un quartierino a Varsailles. Troppo mi premeva di star presso le mie auguste protettrici,  e vedere se la lingua e la letteratura italiana avessero mai acquisto un discepolo fra i giovani principi e le principesse. Lo studio delle lingue straniere nella cortedi Francia non è riguardato come studio,  ma come semplice divertimento,  permesso a chi lo richiede e chi trova in grado di profittarne. Uno solo fra i tre principi pareva disposto ad imparar l’italiano,  incombenza che fu data a signor abate di Landoviller dell’Accademia francese. In questa occorrenza egli mise in pratica il suo Metodo d’imparare le lingue stampato nel 1768,  vi riuscì a maraviglia,  e il principe fece progressi mirabili. Ero senza impiego e senza occupazione: nulla avendo concluso nei primi tre anni d’impiego alla corte,  cercavo l’opportunità di impiegare utilmente il mio tempo. Il signor de la Place ed il signor Favart,  due membri della nostra antica Domenicale,  mi proposero una nuova società letteraria. Consisteva questa in un crocchio,  che univasi a bocca e borsa all’insegna della Spada di legno,  dirimpetto alle galleria del Louvre; ivi si adunavano una volta la settimana. Il trattamento era buonissimo,  amabile la compagnia,  utili le conversazioni. Ecco qui i nomi dei commensali: M. de la Place,  M. Coquelet do Chaussepierre,  M. do Veselle,  M. Laujon,  M. Louis,  M. Dorat,  M. Colardeau,  M. du Doyez,  M. Barthe,  Vernet,  ed io. Di lì a poco anche il signor conte di Coigny volle onorare personalmente i nostri pranzi ed accrescere il diletto delle nostre conversazioni; con tuttociò le nostra adunanze non ebbero lunga durata. Era solennemente proibito introdur persona senza il consenso universale della società. Avvenne che uno dei soci si prese l’arbitrio di condurvi un suo amico,  il quale non era di comune piacere; poiché,  quantunque uomo di merito,  pure egli era autore di un foglio periodico,  col quale avea recato dispiacere a qualcheduno della società,  onde la nostra assemblea andò a finire come la Domenicale. Ne fui dolentissimo,  poiché erami vantaggioso convivere con persone che sapevano perfettamente la loro lingua. Infatti fin d’allora avevo in mira di comporre qualche cosa in francese,  volendo con questo saggio provare a tutti quelli che non avevano cognizione della lingua italiana,  che io pure occupava un posto tra gli autori drammatici; e comprendevo che era d’uopo riuscir bene nell’impresa,  o non mescolarvisi. Mi provai a tradurre qualche scena del mio teatro; ma le traduzioni non mi sono mai piaciute,  ed il lavoro stesso parevami insipido senza il diletto dell’immaginazione. Erano già venute da me parecchie persone per ottenere l’assenso di tradurre le mie commedie sotto i miei propri occhi,  dietro i miei suggerimenti,  e colla condizione di mettermi a parte del guadagno. Dal giorno del mio arrivo in Francia fino al presente,  non è passato anno che uno,  due,  o più traduttori non siano venuti a farmi l’istessa proposizione. Ne trovai persino uno che voleva il privilegio esclusivo di tradurmi,  ed aveva pubblicato di recente alcune sue traduzioni. Procurai di distorli tutti in egual modo da un’impresa,  della quale non conoscevano le difficoltà. Il Teatro di un incognito,  volume in 12,  tipografia Duchesne,  1765,  contiene tre commedie. La prima ha per titolo La Serva generosa,  commedia di cinque atti in versi ad imitazione della Serva amorosa del Goldoni. La seconda,  altro non è che una traduzione letterale della medesima commedia in prosa. La terza ed ultima,  porta il titolo dei Malcontenti,  che è appunto quel medesimo da me dato alla commedia italiana,  della quale ho già reso conto nella seconda parte delle presenti Memorie. Non saprei peraltro dire,  se un Francese potesse leggere queste traduzioni da capo a fondo. In fronte di questo volume vi è una lettera indirizzata ad una signora che ne sapeva più dell’autore incognito: essa infatti si divertì a tradurre il mio Avvocato Veneziano,  e in questo difficile e penoso lavoro riuscì assai meglio di tutti gli altri. È bensì vero,  che non fece stampare se non i soli due primi atti della sua traduzione: di modo che quest’opera così imperfetta non avrebbe certamente veduto la luce,  se il marito,  geloso della gloria di sua moglie,  non l’avesse mandata alla stampa malgrado la contrarietà di lei. Ho veduto anche una traduzione assai ben fatta del mio Servo di due padroni: un giovine che possedeva sufficientemente la lingua italiana,  aveva con molta esattezza tradotto il senso,  ma non eravi però punto calore,  non eravi punto vis comica,  ed oltre a ciò tutte le lepidezze italiane diventavano in francese tante goffaggini. Nel 1783 compose un libro intitolato Scelta delle migliori commedie del Teatro italiano moderno,  tradotte in francese con dissertazioni e note,  stampato dal Morin all’insegna della Verità. Per quello che sembra,  l’autore diffidò egli stesso della sua intrapresa,  poiché in quest’opera,  che doveva certamente essere molto voluminosa,  tralasciò nel frontespizio l’intitolazione di Tomo primo. Oltre di ciò nel suo discorso preliminare getta la proposizione che gli autori drammatici italiani sono oggigiorno in stato di sostener la lotta con gli autori francesi,  cosa difficilissima a provarsi. Presenta anche una dissertazione intorno alle commedie di un moderno autore italiano,  che non ha fatto altro che copiare gli antichi: e finalmente incomincia la scelta delle sue traduzioni da una mia commedia. Benchè questa preferenza mi facesse molto onore,  non ostante mi trovo ora costretto adire quello che non risparmiai al traduttore medesimo,  ciò è che egli aveva scelto male: di fatto,  se dalla sopraccenata commedia si dovesse formare un giudizio di me,  non sarebbe possibile concepirne un’idea vantaggiosa. Il traduttore pretende di collocarmi fra i rivali dei Francesi in Italia con La Donna di garbo;e questa appunto è una delle più deboli mie commedie,  che nella sua sostanza molto risente del solito maraviglioso dell’antico Teatro italiano. Essa infatti è tra le mie composizioni una di quelle in cui trovasi meno di brio,  meno di correzione,  meno di verisimiglianza; una commedia insomma,  che in Italia aveva avuto molto incontro,  ma che poi in sostanza altro non faceva che mordere leggermente il cattivo gusto,  ed annunziare la riforma disegnata. L’autore della scelta delle commedie italiane sbagliò perfino nella traduzione del titolo: poiché esso non significa,  né la Docte intrigante, né la Femme accorte,  come leggesi nella sua traduzione. Una donna di garbo,  in italiano equivale a Une brave femme in francese; ed appunto sotto questo titolo io l’ho presentata,  e ne resi conto nella seconda parte di queste Memorie. È vero che la principale attrice di questa commedia è donna scaltra ed intrigante,  ma agli occhi dei personaggi della commedia comparisce poi Une brave femme,  ed è a motivo di quest’apparenza che gli assegnai,  per una specie d’ironia,  il titolo di donna di garbo. Avrei piuttosto perdonato volentieri al traduttore l’annunzio che i suoi due titoli erano correttivi del mio; ed avrei anche gradito,  che nella sua traduzione egli si fosse presa maggior libertà,  affine di porla in grado di esser letta,  e renderla sopportabile in francese; ma,  per aver voluto appunto tradurre il testo parola per parola,  è caduto nell’inconveniente di una elocuzione insipida e triviale. Quest’opera per altro non è stata,  né poteva essere continuata. Infatti non è possibile di far altrui conoscer il genio della letteratura straniera,  se non per mezzo dei pensieri,  delle immagini,  dell’erudizione; ma conviene adattare le frasi e lo stile al genio della nazione per cui si vuole tradurre.

Le lezioni che potevo dare agli altri,  le rivolgevo in séguito a me medesimo. No,  non bisogna tradurre,  convien creare,  immaginare,  inventare. Benché non fossi ancora in grado di tentare una commedia in francese,  mi ci potevo bensì provare,  progredendo in qualche maniera a tastoni. Andavo dunque in traccia di soggetti,  che potessero somministrarmi qualche novità: credetti un giorno di averne trovato uno,  ma m’ingannai. Fui una volta invitato a pranzo in casa di una signora amabilissima,  il cui contegno domestico per altro era misterioso: ci vo dunque a due ore,  e trovo la signora vicina al fuoco in compagnia di un tal signore con lunghi capelli,  e che non era né consigliere al Parlamento,  né al Châtalet,  né alla Corte dei sussidii,  né a quella dei conti,  né referendario,  né avvocato,  né Procuratore. La signora mi presenta al signore,  e gli fa noto il mio nome. Il signore fa l’atto di volersi alzare dal suo posto: lo prego,  come vuole la convenienza,  di non darsi veruno incomodo; ed egli senza farsi pregare di più resta sulla seggiola. Vo’ render conto della nostra conversazione; e per evitar l’egli dice,  ella dice,  stenderò un dialoghetto tra il signore,  la signora,  e me.

Signora. Signore,  voi dovete conoscere per fama il signor Goldoni.

Signore. Non è questi un autore italiano?

Signora. Appunto: egli è il Molière dell’Italia. (Conviene condonare tale esagerazione ad una garbata signora).

Signore. Oh questa sì ch’è particolare! Il signore dunque si chiama anche Molière?

Signora (ridendo). Ma non vi ho pur detto,  ch’egli è il signor Goldoni?

Signore. Ebbene,  signora,  che c’è da ridere? l’autore francese si chiamava pure Poquelin de Molière! Perché dunque un italiano non potrebbe chiamarsi Goldoni di Molière? (volgendosi verso me). La signora ha molto acume; ma è donna,  e vuol sempre aver ragione,  ma io la correggerò.

Signora (con aria brusca). Eh... via... via…quietatevi.

Signore (alla Signora). Voi siete amabile,  siete ammirabile,  siete divina. (volgendosi di nuovo verso di me) Signore,  voi siete autore,  e siete italiano,  vi sarà dunque nota una commedia italiana... una commedia... che io ho sulla punta della lingua: ella è... ella è... mi è fuggito da la memoria il titolo... ma non importa. È in somma una commedia,  che ha il Pantalone... l’Arlecchino,  il Dottore,  il Brighella. Oh! ora poi dovete indubitatamente sapere che commedia sia.

Io. Veramente,  se vossignoria non ha da favorirmi altri riscontri…

Signora. Signori,  è in ordine; andiamo a pranzo. (Il signore dà di braccio alla signora,  ma ella prende il mio).

Signore. E che? Voi dunque,  signora,  mi rifiutate? eppure io non vi adoro meno degli altri. (Entrati a tavola,  il signore prende posto accanto alla Signora,  e s’impossessa subito del cucchiaione).

Signore. Come,  signora,  voi,  date zuppa a un italiano?

Signora. Oh bella! e che cosa dunque,  secondo voi,  bisognava dargli?

Signore. (scodellando la zuppa). Maccheroni,  maccheroni: gl’Italiani non mangiano altro che maccheroni.

Signora. Ma voi siete singolare,  signor della Clo..

Signore (alla Signora). Zitta...

Signora (un poco irata). Come sarebbe a dire,  signore? Voi siete questa mattina molto incivile.

Signore. Zitta,  dico,  mia bella; zitta,  mia cara,  mia adorabile.

Io. Ma non sarebbe permesso di sapere il nome della persona,  con la quale ho l’onore di pranzare?

Signore (a me). Signor mio,  non è possibile,  io sono qui incognito.

Signora. Che cosa dite voi d’incognito signor della Cloche? Credete forse stando qui di essere ad un albergo,  ovvero in luogo di cattiva fama? In casa mia si viene onoratamente al pari che in qual si voglia altro luogo; e questa sarà assolutamente l’ultima volta che voi ci metterete piede.

Per vero dire,  la signora era oltre modo educata e sensitiva; ma per sua disgrazia aveva qualche cosa da rimproverarsi; onde,  credutasi offesa dalla proposizione del giovine scimunito,  prorompe in dirotto pianto,  e le vien male. Accorre subito la cameriera,  e la conduce in camera; il signore vuol seguirla,  ma gli è chiuso l’uscio in faccia. In questo scompiglio io mi alzo da tavola; e siccome faceva freddo,  vado a scaldarmi nella sala contigua. Il signore,  punto anch’esso quanto la signora,  passeggiava da un capo all’altro della stanza,  andando di tempo in tempo a gettarsi sul sofà,  sulla sedie,  sugli sgabelletti. Che peccato,  veder guastare colla sua lunga capigliatura quei mobili elegantissimi! Non sapendo a qual partito appigliarmi,  né avendo desinato,  rivolgo il discorso al signore per sapere solamente se egli contava di restare. - Voi altri Italiani (egli soggiunse) siete veramente felici; la donne del vostro paese vi sono schiave; ma qui siam noi che le guastiamo,  e ci facciam torto coll’adularle e secondarle. - Signore (io gli risposi),  in Italia le donne si rispettano in egual modo che in Francia,  specialmente poi quando sono amabili come questa. - Ma... ella è in collera... ne sento rammarico,  sono nella massima agitazione. – Eh! non è niente,  non è niente (egli riprese); voi la vedrete ritornar da noi quanto prima.

Ciò detto,  va immediatamente all’uscio della camera,  picchia,  grida l’uscio si apre,  ed ecco fuori la cameriera. - La mia padrona (ella dice) è a letto; per oggi non vedrà più alcuno. - Indi chiude nuovamente l’uscio,  ed urta la mano dell’uomo d’importanza che voleva entrare. Egli batte co’ piedi,  e minaccia; poi rivoltosi a me: Andiamo,  (mi disse) andiamo a pranzo in qualche luogo. - A dire il vero,  ne avevo bisogno quanto lui. Usciamo adunque insieme,  attraversiamo il Palazzo Reale,  ed il signore vede due signorine passeggiare nei boschetti,  onde gli vien voglia di séguitarle,  e m’obbliga a non lasciarlo. Io ricuso,  ma egli sempre le séguita da sé solo,  dimodochè mi pianta là come un palo. Vo allora subito a pranzo dallo Svizzero,  contentissimo di essermene liberato. Non mancai di prender memoria di quest’originale sul mio libretto dei ricordi,  non già col fine di rappresentarlo sul teatro,  ma per l’unico piacere di riempir qualche vuoto in conversazione.

CAPITOLO XI.

  Conversazione il dì dopo con la signora del capitolo precedente. - Gli amori di Zelinda e Lindoro;

La gelosia di Lindoro; Le inquietudini di Zelinda; Gli amanti timidi; Il buono e cattivo genio,

commedia con macchine,  di cinque atti. - Sua istoria,  suo estratto; suo buon successo.

Il giorno seguente mandai a prendere le notizie della signora in casa della quale non fu possibile di pranzare; e siccome stava benissimo,  mi fece perciò pregare di farle visita,  come infatti andai l’istesso giorno. Dopo molte scuse di quanto era accaduto nel giorno avanti,  si mostrò contentissima di essersi finalmente levata d’attorno un uomo che le dispiaceva. Era costui un Provenzale,  che pretendeva aver diritti sopra di lei,  perché nata in un feudo appartenente all’illustre famiglia di lui. Siccome questa signora era di una provincia meridionale della Francia,  aveva perciò molta facilità per la pronunzia italiana,  ed amava questa lingua passionatamente. Discorrendo,  si venne a parlare del teatro della Commedia Italiana di Parigi; ella mostrava rincrescimento che io l’avessi lasciato,  si rammentò alcune mie commedie a braccia che le erano piaciute sommamente. Mi rammentò tra l’altre,  tre composizioni che di fatto avevano avuto un esito eccellente,  cioè: Gli amori d’Arlecchino e di Cammilla; La gelosia d’Arlecchino;e Le inquietudini di Cammilla,  commedie che si succedevano l’una dopo l’altra,  e che formavano una specie di romanzetto comico distribuito in tre parti,  di cui ciascuna comprendeva un soggetto isolato e completo. Questa signora,  che aveva ingegno,  gusto ed intelligenza,  mi dimostrò che facevo male a perdere affatto di mira tre commedie che avrebbero potuto farmi molto onore ridotte a dialogo; l’ascoltai,  la ringraziai e profittai dei suoi consigli. Mi venivano appunto in quel tempo domandate dall’Italia commedie,  onde scrissi per disteso i tre mentovati abbozzi. Però,  siccome la compagnia,  che doveva recitarle,  era mancante di un Arlecchino del merito di Carlino e del Sacchi,  presi il partito di render più nobile il soggetto,  sostituendo all’Arlecchino ed alla servetta due personaggi di mezzo ceto,  ridotti per vari disgraziati accidenti a guadagnarsi il vivere servendo,  e intitolai le sopracitate tre commedie Gli amori di Zelinda e Lindoro; La gelosia di Lindoro; Le inquietudini di Zelinda.Queste tre commedie non ebbero in Venezia un incontro strepitoso,  ma furono accolte benissimo dal pubblico istruito,  che restò più contento del lavoro che dell’esecuzione. Non avevo preventivamente veruna idea degli attori destinati a recitarle,  ed era inoltre stata fatta la distribuzione della parti nel modo che si era potuto,  non essendovi nelle compagnie comiche d’Italia,  come a Parigi,  duplicati e triplicati i soggetti,  affine di poter così adattare i caratteri a quelli che meglio degli altri sono in istato di sostenerli. Toccò l’istessa sorte a un’altra mia composizione da me spedita nel medesimo paese e anno stesso,  e fu questa Gli Amanti timidi,  ossia L’imbroglio de’ due ritratti. Questa commedia di due atti,  che al teatro Comico Italiano di Parigi incontrò moltissimo col titolo Il ritratto d’Arlecchino, non piacque punto in Venezia. Frattanto ecco quattro composizioni piaciute in Francia,  e riuscite malissimo in Italia; eppure esse erano di quello stesso autore che per molto tempo aveva avuto la sorte di piacere al suo paese. Ma questo autore era in Francia,  onde le opere di lui incominciavano già a sentire l’influenza di questo clima: l’indole dell’autore era l’istessa,  ma lo stile ed il giro dell’espressione erano variati. Ero dispiacentissimo di non poter soddisfare il genio de’ miei compatriotti che continuavano sempre ad amarmi,  né desistevano di porre in scena la mie antiche composizioni,  e chiedermene delle nuove. Avevo anche notizia che dalla mia partenza in poi le compagnie comiche di Venezia erano andate soggette a cambiamenti,  per cui era molto alterato quello zelo e metodo che sotto la mia vigilanza erasi conservato; e che perciò l’esito di una commedia di carattere,  o a soggetto,  non era più così sicuro come al tempo mio. Mi venne dunque il pensiero di spedire una commedia di genere diverso dal mio,  ed infatti vi riuscii da non desiderarsi di più. Nel corso dei due anni del mio impegno con i comici italiani,  avevo presentato alla loro assemblea una commedia da spettacolo intitolata: Il buono e il cattivo Genio. Nulla si trovò da dire sopra questo soggetto morale,  critico e dilettevole nel tempo medesimo; ma si fece un grande strepito contro le decorazioni ad esso indispensabili,  le quali in Italia sarebbero costate cento scudi,  e forse mille a Parigi. L’impresa dell’Opera buffa ne credeva inutile la spesa per gl’Italiani; e questi,  che erano insieme con altri a parte del guadagno,  non si dolevano del risparmio. Nell’almanacco degli spettacoli di Parigi all’articolo Il buono e il cattivo Genio,  si legge: «commedia da spettacolo in cinque atti non rappresentata.» Veramente non saprei dire per quale accidente una commedia neppur recitata si trovi su questo catalogo,  potrebbe darsi che questa fosse una garbatezza del compilatore,  di quell’almanacco,  che ha voluto annunziare,  per farmi onore,  tutte le ventitrè commedie da me composte per gl’Italiani in due anni di tempo. Già sapevo benissimo che l’arte del prestigio e dell’incantesimo aveva ripreso in Venezia il suo antico credito; onde fui di parere Il buono e il cattivo Genio fosse un tema molto più adattato al gusto dell’Italia che della Francia. Con tutto questo stetti indeciso molto tempo prima di determinarmi a spedirlo; poiché mi rimordeva la coscienza di fomentare in tal maniera il cattivo gusto in quel paese,  ove avevo lavorato moltissimo all’oggetto di introdurvi e stabilirvi il buono: ma il meschino incontro delle mie ultime commedie mi aveva mortificato,  e volendo io nuovamente piacere ai miei compatriotti,  cedetti alla tentazione,  e profittai dell’opportunità. Inoltre,  questa commedia non dava nelle stravaganze delle antiche commedie con macchine,  non avendo di maraviglioso,  che i due Genii,  per il potere dei quali passavano istantaneamente,  gli attori da un regno all’altro; tutto il resto poi era naturalissimo. Eccone l’estratto molto succinto,  bastante però a farne conoscere tutte la tracce e la condotta.

Aprono la scena Corallina ed Arlecchino,  che essendosi di fresco sposati,  sono nella massima felicità e contentezza. In quell’istante comparisce il Genio buono,  per opera dei quale lo zio di Corallina ha prestato l’assenso di questo matrimonio,  ed ha loro concesso in dote il bosco che abitano nel Bergamasco: li esorta ad esser saggi,  onesti,  moderati ne’ desiderii; li assicura in qualunque caso e tempo della sua protezione ed assistenza,  e così li lascia. Comparisce successivamente il Genio cattivo,  che trovando infelici i due coniugati,  li compiange,  e dipinge loro al vivo il seducente quadro dei piaceri del mondo; insomma li persuade,  loro somministra danaro,  li impegna al viaggio di Parigi,  e fa venire una carrozza; Arlecchino e Corallina vi salgono,  partono,  ed ecco il fine del primo atto. Nel secondo i due sposini veggono in Parigi,  ove rimangono incantati; ma Corallina è bella,  i Francesi sono galanti,  e Arlecchino divien geloso. Abbandonano finalmente la Francia,  e il terzo atto segue a Londra. Li disgusta però l’aspetto grave degl’Inglesi la plebe li spaventa,  il tumulto li incomoda; lasciano dunque Londra e vanno a Venezia. In questa città succede tutto il quarto atto; Arlecchino però comincia male,  poiché volendo salire in gondola,  cade nel canale e corre rischio di annegare. Corallina si diverte molto proffitando dell’uso della maschere e della libertà delle donne di quel paese. Vi prende gusto Arlecchino parimente,  ed ama moltissimo il gioco. È dà avvertirsi,  che nel tempo che io composi questa commedia,  i giochi non erano proibiti in Venezia,  né era peranche stato abolito il Ridotto. Arlecchino dunque gioca,  perde tutto il suo danaro,  e n’è disperato: Corallina bensì ne ha quanto basta per partire: ma stanchi al fine,  ed annoiati di percorrere il mondo,  prendono ambedue il partito di tornarsene a casa,  di contentarsi del primiero loro stato,  rinunziando per sempre a tutti i pericolosi piaceri. Eccoli in somma all’ultim’atto un’altra volta nel loro bosco,  ben paghi di esserci ritornati,  e col fermo proposito di non più abbandonarlo. Il solo desiderio che loro rimanga,  è di vedere di bel nuovo il Genio buono; lo invocano,  ma che! invece del buono comparisce lor davanti il cattivo,  che nuovamente procura di sedurli,  offrendo loro del danaro. Quei poveretti lo ricusano con disdegno; onde,  obbligato il maligno spirito a desistere dall’impresa,  si sottrae alla lor vista. In quell’istante comparisce il Genio buono,  che abbraccia con tenerezza i suoi protetti,  li riconduce al tempio della felicità,  e con questa decorazione termina la commedia. Gli atti secondo,  terzo e quarto offrono vivezza,  intreccio,  qualche piccola pittura e qualche leggiera critica. In una parola il soggetto della composizione consiste nella lotta delle passioni; nel primo atto il vizio la vince,  trionfa nell’ultimo la virtù. In Venezia questa commedia ebbe il massimo incontro; essa sola sostenne per trenta giorni di séguito il teatro San Giovan Crisostomo; insomma con essa s’aprì e si chiuse il carnevale.

CAPITOLO XII.

  Mio nipote professore di lingua italiana nella Regia Scuola Militare e poco tempo dopo segretario

 interprete nell’ufficio della Corsica. - Partenza del signor Gradenigo ambasciadore di Venezia.

- Udienze pubbliche degli ambasciadori soppresse. - Il signor cavaliere Mocenigo nuovo ambasciadore di Venezia.

  L’esame di ciò che v’era di più bello a Parigi,  e qualche ora dedicata ogni giorno allo studio,  rendevano piacevolissimo il soggiorno di Parigi; l’oggetto bensì più serio d’ogni mia occupazione era mio nipote. L’avevo condotto in Francia con me,  sapendo quanto giovino all’educazione i viaggi,  allorchè siano somministrati ad un giovine i mezzi per imparare,  e si vegli di continuo sulla sua condotta. Arrivando a Parigi non pensavo di fissarvi la mia dimora; ma avendo finalmente deciso di restarvi,  bisogna fare il possibile per procacciare uno stato anche al figlio di mio fratello che io amava come se fosse stato mio. Egli era di buoni costumi,  docile,  ed aveva compìto in Venezia il corso de’ suoi studi; onde era capace per qualche buono impiego. Non essendo io ricco quanto conveniva per comprare al medesimo una carica,  volevo evitare,  se era possibile,  la disgustosa inquietudine di stare,  relativamente agl’impieghi di grazia,  in lotta con i Francesi. Alla Scuola Reale Militare il professore di lingua italiana era il signor Conti,  mio intimo amico,  che desiderava dimettersi da tale impiego; ma siccome non veniva concessa la pensione di riposo se non dopo venti anni di servizio,  il signor Conti non era in caso di domandarla. D’altra parte l’impiego era buono,  e per un giovane lo stato non poteva esser migliore,  onde bramavo vivamente che mio nipote potesse ottenerlo,  ma vi erano da superare difficoltà parecchie. In tal caso implorai la protezione della principessa Adelaide di Francia. Ella mi raccomandò al duca di Choiseul: in somma in quindici giorni di tempo il signor Conti ebbe la sua pensione,  e mio nipote l’impiego. In questa occasione io vidi con tutto il comodo e più volte quei due stabilimenti,  degni della magnificenza dei monarchi francesi,  la Scuola Militare e lo Spedale degli Invalidi,  la cuna e la tomba dei difensori della patria. Si alleva nel primo la nobiltà destinata alla professione dell’armi,  e nel secondo si appresta sollievo all’età,  ai servigi già resi,  alle disgraziate conseguenze della guerra: la arti,  le scienze,  l’educazione piú utile formano i veri uomini nell’uno,  laddove l’altrui cura,  il riposo e i comodi della vita li ricompensa nell’altro. La fondazione di quest’ultimo monumento è dovuta al regno di Luigi XIV; e al regno di Luigi XV è dovuta quella dell’altro. Lo spedale degli Invalidi è decorato di un tempio così magnifico che sarebbe degno di un posto onorevole in Roma; e son belli a vedersi i quattro grandi refettorii dei soldati,  non meno che le cucine ove si preparano i cibi per quella buona gente. Era un piacere per me lo andare a passar qualche giorno in codeste due Case reali,  che restano l’una accanto dell’altra,  delle quali ne conoscevo i direttori e i principali impiegati; ma dopo che mio nipote vi fu collocato,  successero nella Scuola Real Militare mutazioni considerevoli. Furono trasferite al collegio della Fléche le classi di umanità,  e restò soppressa affatto quella della lingua italiana,  non per colpa del professore,  il quale anzi venne ricompensato e gli furono assegnati seicento franchi di pensione. Mi assicurano alcuni,  che il signor duca di Choiseul era avvertito delle mutazioni che si proponevano,  allorquando vi collocò,  mio nipote; e fu solo per procurare a noi questo piccolo benefizio,  che concesse un impiego il quale non doveva durare. Riguardandomi pertanto questo ministro come un protetto dalle principesse,  aveva per me molta bontà,  e mi fece l’onore di dirmi,  allorquando mi recai da lui per ringraziarlo: -Ecco felicemente disposti gli affari di vostro nipote; come vanno i vostri? - Risposi che il mio assegnamento ascendeva a sole tremila seicento franchi di rendita. Egli,  ridendo,  soggiunse. - Veramente questo non può dirsi avere uno stato; vi si conviene molto più; si penserà anche per voi.- Con tutto questo non ho mai avuto nulla di più; sarà forse dipeso da me; ma eccomi sempre al solito ritornello: ero alla corte,  ma non ero cortigiano.

Trovandosi mio nipote senza occupazione alcuna,  per mettere a profitto il tempo,  lavorava con me,  stando intanto in aspettativa che la sorte lo provvedesse di qualche altro ufficio; ma la massima da me adottata,  ed insinuata in lui di non far domande con la folla dei concorrenti,  ne rendeva più difficoltoso l’intento.

Feci amicizia in Versailles con il signor Genet,  capo e direttore del compartimento degli interpreti,  al quale egli avea dato una forma affatto nuova,  e una maggiore consistenza,  e n’era divenuto primo commesso. Questo rispettabile padre di famiglia,  il cui tempo era costantemente diviso tra gli affari relativi al suo impiego e l’educazione dei suoi figli,  rammentandosi un piccolo servigio che io aveva avuto la sorte di rendergli,  colse l’opportunità di rimunerarmi. Dappoiché la Francia aveva fatto acquisto della Corsica,  era stato a Versailles stabilito un ufficio per tutti gli affari riguardanti quest’isola; ed essendovi necessario un interprete delle due lingue,  il primo commesso s’indirizzò subito al signor Genet per averci posto. In tale occasione il degno amico si ricordò di me,  propose mio nipote,  ed egli infatti venne accettato e vi fu nel momento collocato senza difficoltà. Sembrava però che questo giovine fosse destinato ad incontrar per tutto delle riforme,  delle soppressioni. Anche il dipartimento corso fu smembrato qualche tempo dopo; gli affari delle finanze furono assegnati al registratore generale,  e passò al ministero di guerra l’amministrazione civile. Là adunque fu aggregato l’interprete,  e questa incombenza fu annessa all’uffizio dei signor Campi primo commesso per gli affari contenziosi. Procurò adunque mio nipote di rendersi utile,  ed ebbe la sorte di non dispiacere ai superiori,  che gli diedero anzi mille prove della loro bontà; per lo che,  quando il mio viaggio in Francia non avesse prodotto altro che il collocamento di questo mio diletto nipote,  io mi loderei sempre di averlo intrapreso.

Propenso alla Francia per inclinazione,  divenni maggiormente per tale riconoscenza; dimodo che il signor cavalier Gradenigo,  ambasciatore di Venezia,  quantunque impegnatissimo per farmi apprezzare le proposizioni de’ suoi compatrioti,  trovò giusta nulladimeno la mia resistenza,  e s’incaricò anzi di giustificarmi con i suoi amici,  miei degni protettori. Questo ministro era prossimo al termine della sua commissione,  poiché il periodo degli ambasciatori della Repubblica è limitato a quattr’anni. Essendo egli amato dalla corte non meno che dal ministero francese,  si desiderava perciò che egli proseguisse anche per maggior tempo l’esercizio della sua carica. Disposto il re a richiederlo,  il ministro era quasi sul punto di spedire un corriere espressamente alla Repubblica. Ma l’ambasciatore,  pieno di rispetto e riconoscenza,  non poteva in alcun modo acconsentirvi: le leggi della Repubblica sono immutabili; il successore era già per viaggio; il signor Gradenigo doveva partire,  ed i preparativi della sua udienza di congedo erano già troppo avanti. Il duca di Choiseul,  ministro degli affari esteri,  vedeva che questa ceremonia era dispendiosa,  incomoda,  e totalmente inutile. Il re era dell’istesso pensiero; onde il signor Gradenigo fu dichiarato cavaliere da Sua Maestà senza l’ordinaria pompa,  e fece perciò le sue visita alla famiglia reale ed ai principi del sangue in privato. Questa è l’epoca della soppressione delle udienze pubbliche degli ambasciatori ordinari. Al cavalier Gradenigo subentrò il signor cavaliere Sebastiano Mocenigo,  proveniente di Spagna,  ove la Repubblica di Venezia lo avevo inviato per la sua prima ambasciata. Discendeva egli da illustre famiglia,  antichissima e ricchissima: aveva ingegno e criterio; era amabile,  buon dilettante di musica,  aveva il dono di una voce graziosissima; con tutto questo egli ebbe a sopportare dispiaceri,  che forse non meritava.

CAPITOLO XIII.

Mia corrispondenza cogl’impresari dell’Opera a Londra. - Vittorina,  opera buffa.

- Il Re alla caccia,  altra opera buffa per Venezia. - Qualche parola sopra gli attori

ed autori dell’Opera buffa di Parigi. - Idea di un’operetta in due atti.

  Ero chiamato a Londra. Questo è l’unico paese in Europa,  che può disputare il primato a Parigi. Per me avrei avuto caro di vederlo,  ma siccome avevo inteso parlare a Versailles di sposalizi grandiosi,  ed avevo assistito a tutte le funzioni funebri della corte,  volevo trovarmi anche in tempo d’allegria. E poi la richiesta della mia persona non proveniva dal re d’Inghilterra,  ma bensì dai direttori dell’Opera,  che volevano valersi di me pel loro spettacolo. Procurai dunque di trar partito dall’opinione vantaggiosa che di me avevano,  addussi delle buone ragioni per far gradire le mie scuse,  ed esibii loro la mia servitù senz’obbligo di lasciar la Francia Accettate le mie proposizioni,  mi fu subito chiesta un’opera buffa nuova,  e fui incaricato di raggiustare tutti i vecchi drammi ch’erano stati scelti per il corso dell’anno. Riguardo alla ricompensa,  non se ne fece parola,  ed io nemmeno ne feci menzione. Lavorai; gl’Inglesi furono contenti di me,  ed io fui soddisfatissimo della loro onestà. Questa corrispondenza durò più anni,  e cessò allorquando passò in altre mani la direzione dell’impresa; in questa occasione ricevei una prova sicura della loro soddisfazione,  poiché mi fu pagata un’Opera,  della quale non erano in caso più di servirsi: la direzione era allora in mano di donne,  e le donne sono amabili in ogni luogo. La composizione più piacevole,  ed eseguita con la maggiore diligenza,  che io spedii loro,  fu,  a mio parere,  un’opera buffa intitolata Vittorina,  per la quale ricevetti da Londra congratulazioni e ringraziamenti senza fine. Il signor Piccini,  incaricato della musica,  scrisse da Napoli,  che non aveva mai letto dramma buffo con maggior piacere del mio,  ma la riuscita non corrispose alla espettazione dei direttori e mia.

È sempre vero che fa d’uopo mettere insieme un’infinità di bellezze per procurare una buona riuscita ad una commedia,  essendo capace talvolta anche il più piccolo inconveniente di farla cadere. In Venezia però,  ove avevo spedita quasi nel tempo medesimo un’opera buffa col titolo Il Re alla caccia; fui assai più fortunato. Il soggetto di questa composizione era eguale a quello del Re e del Fittuario del signor Sedaine,  e della Caccia d’Enrico IV del signor Collé. Pareva bensì che le composizioni di questi due autori francesi avessero imitato quella del Re ed il Mugnaio,  commedia inglese del Mansfield; ma la sorgente vera di tutti questi soggetti trovasi nell’Alcade di Zalamea,  commedia spagnuola di Calderon. Nella commedia dell’autore spagnuolo vi è molto intreccio; havvi infatti una figlia violata,  un padre vendicato,  un uffiziale strangolato,  e l’Alcade è giudice,  parte,  e carnefice a un tempo medesimo. In quella poi dell’autore inglese evvi filosofia,  politica,  critica,  ma troppa semplicità,  e pochissima azione. L’autore dunque della Caccia di Enrico IV ha formato di essa un’opera savissima e piacevolissima; e poi basta che si tratti di questo buon re,  perché in Francia abbia un buon esito e riscuota l’universale approvazione. Il signor Sedaine vi ha di fatto introdotta e più azione e maggior vivezza. Vidi Il Re e il Fittuario nella sua prima recita,  e ne fui estremamente contento,  onde provavo rincrescimento scorgendo questa composizione prossima al pericolo di cadere; tornò per altro a poco a poco a sostenersi,  e le fu resa la ben degna giustizia,  dimodo che ebbe in séguito un infinito numero di rappresentazioni,  e si vede ancora con piacere. Bisogna anche dire,  che il signor Sedaine fu benissimo secondato dal maestro di cappella. Non mi vanto di essere intelligente di musica,  ma il mio orecchio è la mia guida. Trovo la musica del signor Monsigny espressiva,  armoniosa,  piacevole,  ed i suoi motivi ed accompagnamenti mi rapiscono; e se avessi avuto disposizione per comporre qualche opera buffa in francese,  questo compositore sarebbe stato assolutamente uno di quelli ai quali io mi sarei indirizzato a preferenza d’ogni altro. Ma io mi sentiva inetto per questo genere di composizioni. Avevo fatte quaranta o cinquanta opere buffe per l’Italia,  ne avevo fatte per l’Inghilterra,  per la Germania,  per il Portogallo; ma con tutto questo sentivo di non poterne fare una per Parigi. Vedevo talvolta al teatro di questa metropoli drammi seri o lugubri avere il titolo di commedia,  ed in essi gli attori piangere cantando,  e singhiozzare in cadenza; ed altre volte,  rappresentazioni annunziate col titolo di piazzata,  come effettivamente sarebbero tali senza il prestigio della musica e della graziosa azione degli attori. Ora vedevo andar alle stelle inezie che nulla promettevano,  ora andare a terra composizioni benissimo scritte,  e per la sola ragione,  che il soggetto non era tristo abbastanza per far piangere,  o bastantemente allegro per far ridere. Quali sono dunque i precetti dell’opera buffa? Quali sono le sue regole? Non ve n’è alcuna: tuttociò che si fa,  si fa per pratica; io lo so per esperienza,  onde mi si deve credere,  experto crede Roberto. Mi si dirà forse che le opere buffe italiane non sono altro che farse,  affatto immeritevoli di esser messe a confronto in Francia con i così detti poemi? Ebbene,  tutti quelli che intendono l’italiano si diano dunque la pena di leggere i sei volumi contenenti la raccolta delle Mie opere in questo genere ed essi forse troveranno che il fondo e lo stile non sono da disprezzarsi. Non già che queste possano dirsi drammi ben composti,  né di fatto possono esser tali,  poiché mai ebbi in animo di farne alcune per passione,  o di mia propria scelta,  avendovi sempre lavorato per sola compiacenza,  e in qualche occasione per guadagno. Quando si ha ingegno,  bisogna trarne profitto: un pittore di storie non ricuserà di dipingere uno scimiotto,  quando venga ben pagato. Malgrado questa specie d’avversione che io sento per l’opera buffa,  confesso però che i comici italiani di Parigi mi han sempre fatto un piacere infinito. Io sono costretto a riconoscere la superiorità degli autori francesi in questo genere,  come in tutti gli altri. Il signor Marmontel,  il signor Laujon,  il signor Favart,  il signor Sedaine,  il signor d’Hell hanno recato l’opera buffa a tutta quella perfezione di cui era suscettibile,  come l’hanno ornata di eccellente musica i signori Philidor,  Monsigny,  Duni,  Gretri,  Martini e Doséides. Il signor Piccini poi ha ultimamente confermato la superiorità del suo ingegno musicando una composizione scritta dal figlio suo. Quantunque gli autori tutto giorno aumentino in numero,  in zelo e in merito,  ciò nonostante il signor Clairval è sempre lo stesso: è un autore immortale; la signora Drial è succeduta con tutte le grazie possibili alla signora Ruette,  e la signorina Colomba unitamente ad Adelina sua sorella,  la prima per la sua bella voce,  l’altra per la elegante maniera della sua azione,  fanno del pari onore all’Italia ove son nate. La signora Du Gazon può dirsi la delizia di questo spettacolo. La signorina Desbrosses va inoltrandosi a gran passi sulle tracce di lei; e la signorina Renaud,  di quindici anni,  arricchisce con la perfezione del suo canto e la naturalezza delle sue grazie il sopraddetto spettacolo,  e annunzia disposizioni nell’arte,  che non possono svolgersi se non col tempo. Fui presente,  un anno fa,  alle prime prove della signorina Rinaldi,  che fu dal pubblico molto applaudita,  ed il giornale di Parigi ne ha detto il giorno dopo tutto il bene possibile. Essa fu scritturata a provvisione,  ma dopo la prima volta non si vide più comparire sulla scena; la quantità di principianti accettate in quell’anno,  ne potrebbe essere stata la causa; ma è sperabile che la signorina Rinaldi torni a sostenere una qualche parte nella commedia,  e che per conseguenza sia nuovamente resa giustizia ai suoi meriti,  ai suoi costumi,  e alla sua condotta.

Il Teatro italiano è fortunato in autori quanto in attori,  e gli uni e gli altri sono in egual modo ben trattati e ben ricompensati; infatti i poeti ed i maestri di cappella hanno diritto alla nona parte dell’introito per un lavoro drammatico di tre o di cinque atti,  del duodecimo per una composizione di due,  e del decimo ottavo per una di un atto solo. Havvi inoltre al Teatro Comico italiano il fondo di due pensioni annue,  una per il poeta,  l’altra per il maestro di cappella che più si erano resi celebri. Vi è anche in questo teatro un altro vantaggio considerevole per gli autori,  ed è che non perdono mai i diritti sulle loro composizioni,  poiché sono sempre a parte della stabilita ripartizione,  distribuiscono gratis biglietti ad ogni rappresentazione delle loro opere,  e quelle che il pubblico non ha male accolte sono inserite nel repertorio settimanale; dimodochè non vanno mai a terra. In conseguenza di tali vantaggi ho avuto più di una volta la tentazione di cedere alle istigazioni di alcuni maestri di cappella,  che spessissimo,  anzi quasi ognigiorno mi dimandavano qualche composizione per il teatro buffo; onde dopo aver veduto,  riveduto e bene esaminato credei di essere al possesso della maniera necessaria per piacere ai Francesi,  e feci tutti gli sforzi possibili per mettere insieme un’operetta in due atti intitolata la Bouillotte. Questo vocabolo non si trova in alcun dizionario,  ma è notissimo a Parigi: è un gioco di carte; è in sostanza un brelan in cinque,  i cui giri non sono né fissi,  né segnati. Chi perde il suo banco,  esce,  e vi subentra un altro. In queste partite vi sono ordinariamente tre o quattro persone,  che non entrano in gioco da principio,  ma aspettano che i più sfortunati escano per prender posto; così gli uni entrano successivamente dopo gli altri. Questo moto perpetuo,  e il numero delle persone interessata in un’istessa partita cagionano una specie di bollore,  d’onde appunto deriva il nome di bouillotte. Nel capitolo seguente si vedrà che cos’era l’operetta da me immaginata.

CAPITOLO XIV.

Estratto della Bouillotte. - Ragioni che hanno impedito di esporla.

  Ecco il soggetto della mia composizione. La signora da la Biche è moglie di un negoziante; ricca,  capricciosa e giocatrice a buono. Isabella sua figlia detesta il gioco,  benchè qualche volta per mancanza di giocatori sia costretta ad accomodar la partita di sua madre,  e profitti dell’occasione per vedere un giovane della conversazione,  per cui nutre una passione innocente. La signora de la Biche riceve in casa molta gente. Alcuni vanno per giocare,  altri per far la corte alla ragazza - convien peraltro che chiunque o per forza o per amore si adatti al gioco,  non sapendo la signora che cosa farsi della gente che sbadiglia e fa sbadigliare. La sua conversazione è composta d’ogni sorte di giocatori: vi è il giocator bello,  il cattivo,  il nobile,  il prudente e il flemmatico,  che di solito intasca il denaro di tutti. Quando Isabella non è della partita,  sua madre la fa sedere accanto a sé - ma se si dà il caso che perda,  non altri che la figlia è cagione della sua disgrazia,  e perciò l’allontana. Allora il giovine amante procura di finir presto il suo denaro,  allo scopo di cedere il posto e andare al caminetto a tener compagnia alla signorina; intanto la madre riscaldata dal gioco non fa più attenzione a chi va scaldandosi in altra guisa. Gli avvenimenti del gioco somministrano vari soggetti per ariette graziose. Nel tempo in cui si gioca,  si parla,  si canta,  la signorina e l’amico hanno scene piacevoli per cantare essi pure; onde la partita va avanti a meraviglia,  né reca la minima noia agli spettatori. Finalmente vengono a dire alla signora che hanno servito in tavola. Tutti si alzano per andare a cena. I discorsi sul gioco da una parte,  le affettuose e tenere espressioni dall’altra,  fanno entrare la conversazione nel canto e nel maggior brio. Così termina il primo atto. .

Il secondo è aperto dal signor de la Biche,  di ritorno dalle sue terre; fa chiamare Caterina,  e le chiede conto dell’andamento di casa sua,  di cui ben si è accorto nel rientrare. La vecchia,  da lungo tempo affezionata alla famiglia,  non omette d’informare il padrone della cattiva condotta della signora,  non meno che dei pericoli ai quali viene esposta la giovane Isabella. A tali notizie il signor de la Biche è sdegnatissimo contro sua moglie,  a cui aveva proibito il gioco grosso,  ed entra in gran timore per la figlia. Sopraggiunge il vicino,  che è zio dell’amante d’Isabella; a nome del nipote ne chiede la mano. Il signor de la Biche trova conveniente il partito,  e promette la figlia al nipote del vicino ed amico. Ma ecco nuovamente la brigata che ritorna. Essi escono all’oggetto per concludere l’affare. Ritornati i giocatori,  la partita ricomincia: la signora de la Biche tiene banco. Il giocator flemmatico si pone davanti cinquanta luigi d’oro; la signora non si spaventa. E dà carte; si apre il gioco,  ed egli le fa un va-tout. La signora,  che ha un brelan d’asso,  non retrocede,  ma che! incontra un brelan quadro,  perde,  ed eccola nella maggior furia. In questo tempo giunge il marito. - Ah! ah! ella dice,  dandogli un’occhiata; non mi meraviglio più se ho perduto: ecco qua la mia disgrazia. - In così dire si alza,  e parte. Ad alcuni dispiace,  altri ridono. Frattanto il signor de la Biche interroga la figlia circa la sua inclinazione,  ed essa la manifesta con schiettezza; ne fa parola anche al giovane; poi fa entrare lo zio: e così resta concluso il matrimonio. Informata,  la signora ritorna,  ma per sua unica consolazione riceve dal marito l’alternativa o di lasciare il gioco per sempre,  o di andarsene a vivere con i suoi parenti. Ella accetta l’ultima proposta,  e prega la solita compagnia di andare il giorno dopo a far la partita nella sua casa paterna. La passione del gioco e le stravaganze dei giocatori formano il soggetto della fine.

Ecco l’abbozzo della commedia. Perché dunque non l’ho condotta a termine? Finché non si trattava che di dialogo,  sapevo levarmene bene e confidavo di poter francamente arrischiare la mia prosa a teatro,  ove il pubblico aveva per i forestieri molta indulgenza. Ma in un’opera buffa ci volevano le ariette,  e per avere buona musica è assolutamente necessaria una buona poesia. Conoscevo benissimo il meccanismo dei versi francesi,  avevo superate tutte le difficoltà inevitabili a un orecchio straniero,  e mi ero proposto eccellenti modelli da imitare. Mi provai,  lavorai e composi strofette,  quartine,  ariette intere; ma a dispetto di tutta la cura che mi ero data,  vidi chiaramente che la mia musa,  vestita alla francese,  non aveva l’estro bizzarro,  la grazia e la facilità che un autore acquista in gioventù e perfeziona nella virilità. Seppi purtroppo rendermi giustizia da me; dimodochè lasciai da parte la composizione e rinunciai per sempre alle attrattive della poesia francese. Avrei anche potuto affidare il soggetto a qualche persona che si incaricasse della versificazione; ma a chi mai avrei dovuto indirizzarmi? Un autore di prim’ordine avrebbe mutato tutta l’orditura della composizione,  e un autore mediocre l’avrebbe guastata. E poi era una bagatella di cui non facevo gran caso,  onde l’avevo posta in dimenticanza senza pena e dispiacere. La trovai casualmente nello scartabellare i miei fogli in cerca dei ricordi necessari a queste mie Memorie,  e volendo partecipare ai lettori tutte le mie produzioni,  ho creduto di non occultar loro questa specie di aborto. Se qualcuno trovasse mai degno d’attenzione il soggetto,  lo lascio padrone di farne liberamente ciò che gliene parrà; e ove egli abbia la bontà di consultarmi,  gli dirò il mio parere con tutta schiettezza,  a rischio anche di dispiacergli,  come in simili casi mi è avvenuto parecchie volte. Guardatevi sempre,  amici miei,  da quei giovani e da quei mediocri autori che a voi ricorrono per consultarvi,  e persuadetevi che essi non vogliono consigli,  ma congratulazioni e applausi. Provatevi a correggerli,  e vedrete con qual tenacia sostengono la loro opinione e qual colorito danno ai loro sbagli; e se avvenga che insistiate,  passerete per stolti.

CAPITOLO XV.

  Matrimonio del Delfino. - Apertura del gran teatro di corte. - Osservazioni sopra questo monumento.

- Folla di poeti concorsi in quest’occasione. - Il Burbero benefico, commedia in prosa di tre atti.

- Buon successo. - Giustizia resa agli attori ch’ebbero parte in questa commedia.

Ho detto nel capitolo XIII che si preparavano grandi matrimoni alla corte: io parlavo dell’anno 1770; e fu in quei fortunatissimi giorni che l’arciduchessa d’Austria Maria Antonietta di Lorena venne in qualità di Delfina a colmare il regno di Francia di gran giubilo,  gloria e grande speranza. Con le nobili qualità della sua mente e del suo animo si guadagnò tutta la stima del re,  il cuore del suo sposo,  l’affetto della famiglia reale e colla beneficenza l’ammirazione del pubblico. Questa virtù,  divenuta oggi giorno passione dominante dei Francesi,  sembra che abbia risvegliato nelle anime sensitive,  mediante l’esempio di questa augusta principessa,  la più virtuosa emulazione. Le sue nozze furono celebrate con pompa degna di un nipote del monarca delle Gallie e di una figlia dell’imperatrice d’Alemagna. In tale occasione vidi il tempio riccamente parato,  l’imponente e magnifico colpo d’occhio del banchetto reale,  il festino nella galleria,  le diverse partite di gioco nei regi appartamenti. Dovunque illuminazioni,  fuochi artificiali di straordinaria bellezza. Torre,  fuochista italiano,  recò in questa occorrenza l’arte pirotecnica al maggior grado di perfezione. Seguì anche contemporaneamente l’apertura del nuovo teatro di corte: è questo un ricco monumento,  la cui architettura offre agli spettatori maggior magnificenza che comodità. Convien vederlo quando vi si danno feste da ballo di gala o con maschere. In tali occasioni il palcoscenico vien preparato con la medesima decorazione e ornamenti della platea. Compare allora un immenso salone ricco di colonne,  di specchi,  di dorature: ciò che prova la magnificenza del sovrano che l’ha ordinato,  non meno che il buon gusto dell’artista che l’ha eseguito. Fra tutte le allegrezze che si godevano nell’occorrenza di quest’augusto matrimonio,  i poeti francesi facevano risuonare la città e la corte coi loro canti; anche la mia musa aveva desiderio di risvegliarsi. Procurai di appagarla e composi versi italiani,  ma non osai stamparli. Nel numero infinito delle composizioni che comparivano tutti i giornive n’erano di eccellenti,  e altre che non potevan leggersi. Io non volevo aumentare il numero di quest’ultime; in conseguenza credetti bene di presentare i miei manoscritti. La principessa Delfina si degnò di accoglierli con somma bontà,  facendomi comprendere in ottimo italiano che non le ero ignoto.

La felice costellazione che diffondeva allora le sue propizie influenze sopra il regno,  sembra che a me pure inspirasse zelo,  ambizione e coraggio. Difatti mi venne in pensiero di comporre una commedia francese,  ed ebbi anche la temerità di volerla far rappresentare al Teatro francese. Il vocabolo temerità non è troppo,  essendo realmente tale quella d’uno straniero che,  arrivato in Francia nell’età di cinquantatré anni con cognizioni superficiali e confuse di questa lingua,  ha l’ardire al termine di nove anni di comporre una commedia per il primo teatro della nazione. Si sarà accorto ognuno che parlo del Bourru bienfaisant (Burbero benefico),  felice commedia che ha coronato le mie fatiche e assicurato la mia reputazione. Essa fu rappresentata per la prima volta a Parigi il 4 novembre 1771,  e il giorno dopo a Fontainebleau: ebbe il medesimo successo alla corte che in città. Per questo lavoro ebbi una gratificazione di 150 luigi d’oro,  fruttandomi poi moltissimo a Parigi il diritto d’autore,  poiché venni trattato dal mio libraio con molta onestà,  e mi vidi colmato d’onori,  di piaceri,  di giubilo. Dico la verità,  sembrandomi odiosa la falsa modestia al pari della vanità. Non starò dunque a dar l’estratto d’una commedia che si rappresenta ovunque ed è per le mani di tutti. Ma non posso dispensarmi dal porgere qui un attestato di riconoscenza agli attori che moltissimo cooperarono alla sua buona riuscita. Non è possibile rappresentare con più verità la parte del Burbero benefico del signor Préville. Quest’attore inimitabile,  estremamente gaio e di fisionomia ridente,  seppe così ben nascondere il suo naturale e le sue maniere proprie,  che negli sguardi e nei moti si vedeva l’asprezza del carattere,  e nello stesso tempo la bontà di cuore del protagonista. Costava minor fatica al signor Bellecour il carattere di Dorval,  perché flemmatico al pari dell’attore medesimo; con tutto questo egli vi si adoperò con quella intelligenza e perfezione d’arte che si richiedevano per farlo spiccare,  e faceva un meraviglioso contrasto con la vivacità di Geronte. La parte di Dalancour non era di un’importanza conveniente alla capacità e all’alto ingegno del signor Molé; tuttavia la recitò per compiacenza e la cedette pochi giorni dopo. Ma alla morte del signor Bellecour prese quella di Durval,  e la sostenne a perfezione. Benché stimassi molto il signor Molé,  tuttavia confesso con sincerità che in questa occasione mi riempì di meraviglia; e avendolo veduto sempre superare tutti gli altri nella rappresentazione dei caratteri vivaci,  nelle energiche passioni,  nelle scene più importanti,  ero stupito nel vederlo prendere il tono,  il gesto e la freddezza d’animo di un personaggio tanto opposto al suo naturale e al suo gusto; ed ecco l’uomo abile,  ecco il vero comico.

Nuova affatto per il teatro,  e anche non facile a sostenersi,  era la parte della Dalancour recitata dalla signora Préville; mai per un’attrice di tanto merito nulla poteva osservi di difficile. Difatti ella rappresentava ugualmente bene parti tanto diverse quanto sono quelle di civetta,  di semplice e di donna sensata. La signorina Doligny poi diede in questa commedia nuove prove del suo ingegno,  zelo e precisione,  non essendo possibile rappresentare con più verità e grazia la parte di amante timida e onesta. La signora Bellecour,  con la sua naturale allegria e l’elegante azione,  diede tutto il brio immaginabile alla parte di governante; il signor Feuilli fece sì ben valere la piccola parte di servitore,  che partecipò agli applausi del pubblico come gli altri.

Fin dalla prima lettura tutti i comici presero passione per la commedia. Al Teatro francese l’accoglienza o disapprovazione della composizioni si comunica per biglietti segreti,  sottoscritti dai componenti l’assemblea. In quel giorno tutti questi biglietti altro non erano che elogi per me e per la mia opera. Infatti l’approvazione del pubblico ha dimostrato in seguito che i comici avevano dato il loro giudizio con intelligenza; e se talvolta accettavano cattive commedie,  ciò dipendeva da cause estranee che li inducevano a operare contro il proprio convincimento.

  CAPITOLO XVI.

  Osservazioni riguardanti il Bourru bienfaisant. - Colloquio con Gian Giacomo Rousseau.

  Il mio Burbero benefico non poteva incontrare miglior fortuna,  e io ebbi veramente sorte nel trovare in natura un carattere nuovo per il teatro,  un carattere che si presenta ovunque,  e nondimeno era sfuggito alle ricerche degli autori antichi e moderni. Ne sarà stata forse causa l’opinione che un uomo burbero,  siccome riesce tedioso alla civile società,  sia per essere sgradevole anche sulla scena; e certamente,  quando si voglia riguardare sotto questo aspetto,  convien dire che abbian fatto benissimo a non valersene punto nelle loro opere: anzi me ne sarei astenuto anch’io,  se altre mire non mi avessero fatto sperare di trarne profitto. L’oggetto principale della commedia è la beneficenza; e la vivacità dell’uomo benefico fornisce la parte comica,  inseparabile nella commedia. Virtù dell’animo è la beneficenza; difetto di temperamento è il rozzo e scortese tratto; l’uno e l’altro però son benissimo conciliabili in uno stesso soggetto; secondo questi principi architettai il mio disegno; ed è la sensibilità che ha reso sopportabile il mio Burbero.

Alla prima rappresentazione mi ero nascosto,  come avevo sempre fatto in Italia,  dietro la tela che chiude la decorazione: nulla vedevo,  ma udivo gli attori e gli applausi del pubblico. Passeggiavo nel tempo dello spettacolo da un lato all’altro,  accelerando il passo nelle scene più vivaci e rallentando nei momenti di maggior affetto e passione,  contentissimo degli attori e facendo eco agli applausi del pubblico.

Terminata la rappresentazione,  sento battimani e grida senza fine. Mi si appressa il signor Dauberval,  quegli appunto che doveva condurmi a Fontainebleau; al primo vederlo,  credo che mi cerchi per farmi partire; ma niente affatto; mi dice anzi: - Signore,  venite,  bisogna farsi vedere. - Farmi vedere? a chi? - Al pubblico,  che assolutamente vi domanda. - No,  no certamente,  amico caro; partiamo piuttosto,  partiamo subito; non sarebbe possibile che io sostenessi… - Sopraggiungono i signori le Kain e Brizard,  che mi prendono per la braccia e mi tirano per forza sul palcoscenico. Benché avessi veduto molti altri autori sostenere con coraggio una simile cerimonia,  io non vi ero assuefatto,  non essendovi uso in Italia di congratularsi con i poeti in pubblico. Non potevo concepire come un uomo potesse tacitamente dire agli spettatori: - Signori,  eccomi qua,  applauditemi. - Dopo aver sostenuto per alcuni secondi quella condizione,  per me singolare e scomoda,  rientro fra le scene,  attraverso le sale d’aspetto e vado a trovare la carrozza che mi attendeva,  e in questo passaggio incontro un’infinità di gente che viene a cercarmi. Non conosco nessuno,  discendo con la persona che mi accompagna,  entro nella mia carrozza ove la moglie e il nipote avevano già preso posto. Piangevano entrambi di consolazione per il felice successo della commedia,  e li faceva ridere come matti la mia comparsa sul palcoscenico. Ero stanco,  avevo bisogno di dormire. Contento il cuore e tranquilla la mente,  avrei passato nel mio letto una notte soave,  ma in un legno di posta chiudevo appena l’occhio,  che a ogni istante ero svegliato dalle scosse; insomma dormicchiando,  discorrendo,  sbadigliando,  giungemmo alfine a Fontainebleau. Qui mi riposo,  poi desino,  passeggio e vo a vedere la rappresentazione della mia commedia,  sempre però dietro la scena. Nel capitolo precedente ho fatto menzione del suo buon incontro alla corte. Benchè non fosse allora permesso di applaudire nella casa del re,  tuttavia si scorgeva benissimo,  da certi moti naturali e permessi,  l’effetto grande che la commedia produceva sull’animo degli spettatori. il giorno dopo ebbi l’onore di essere presentato al re,  nel suo gabinetto particolare,  dal signor maresciallo di Duras. Sua Maestà e tutta quanta la famiglia reale mi diedero segni della solita loro benignità.

Non ritornai a Parigi se non in occasione della seconda recita della commedia,  durante la quale vi fu qualche agitazione in platea,  che indicava un principio di malumore. Ero nel solito mio posto,  quando il signor Feuilli venne a farmi questo discorso: - No,  non vi date pena,  è tutto una cabala. – Come? risposi. Eppure non c’è stata nella prima rappresentazione. - Non c’è stata perché i gelosi non vi temevano,  burlandosi di uno straniero che aveva la pretesa di presentare una commedia in francese,  onde la cabala non era ancora preparata. Con tutto questo,  state pur certo che nulla avete a temere; il colpo è fatto,  ed è assicurato il felice successo. - Difatti la commedia andò sempre di bene in meglio fino alla duodecima rappresentazione,  dimodoché i comici e io d’accordo non la ritirammo,  se non per farla nuovamente comparire in una stagione più vantaggiosa. Nessuno diceva male del mio Bourru bienfaisant,  ma se ne parlò in diverse maniere: taluni credevano che fosse un lavoro tratto dal mio Teatro italiano,  e altri sospettavano che l’avessi scritta in italiano e poi tradotta in francese. I primi potevano persuadersi del contrario riscontrando la collezione delle mie Opere; gli ultimi,  seppur tuttora ve ne sono,  mi è facile disingannarli. Non solo mi proposi di scrivere la commedia in francese,  ma ebbi di mira la maniera francese nell’immaginarla,  e infatti essa porta fedelmente l’indole della sua origine tanto nei pensieri come nelle immagini,  tanto nei costumi come nello stile. Se ne son fatte due differenti traduzioni in Italia,  le quali,  benchè non siano cattive,  non s’avvicinano all’originale. Io medesimo mi son provato per divertimento a tradurne alcune scene,  e posso dire di aver sentita tutta la fatica di tal lavoro,  non meno che la difficoltà di riuscirvi; vi son certe frasi,  certi modi convenzionali che nella traduzione perdono ogni sale. Esaminiamo per esempio nella scena XVII del secondo atto,  il vocabolo jeune homme pronunciato da Angelica,  e vedremo che non vi è l’equivalente in italiano. La parola giovane è troppo modesta e al disotto della condizione di Angelica; giovinetto sarebbe affettato in bocca a una ragazza timida e morigerata; per ben tradurlo sarebbe necessario valersi di una perifrasi,  che altro non sarebbe che dar troppa chiarezza al senso sospeso,  e conseguentemente guastare la scena. I caratteri del signore e della signora Dalancour sono immaginati e trattati con una delicatezza,  conosciuta soltanto in Francia. In tutta la mia commedia questi due personaggi sono quelli di cui più mi compiaccio. Una moglie che rovina manifestamente il marito,  un marito che inganna sua moglie per soverchio affetto,  sono esseri che purtroppo esistono,  né son rari nelle famiglie; onde io me ne valsi come episodi,  benchè avessi potuto farne soggetti principali da riuscir forse nuovi al pari del Burbero benefico. Ho dunque immaginato e scritto questa commedia in francese,  ma non sono stato tanto ardito da produrla senza aver preventivamente consultato le persone che erano in grado d’istruirmi e correggermi,  e ho tratto profitto dai loro pareri.

Circa a quel tempo era di ritorno a Parigi il signor Rousseau ginevrino. Tutti si affrettavano a vederlo; ma egli non era visibile a tutti. Io lo conosceva unicamente per fama,  e avevo gran desiderio di aver un colloquio con lui,  allo scopo di sottoporre la mia commedia al giudizio di un uomo tanto profondo conoscitore della lingua e della letteratura francese. Per essere sicuro di venir bene accolto,  era necessario avvertirlo; a tale effetto presi l’espediente di scrivergli,  manifestandogli il vivo desiderio che avevo di fare la sua conoscenza. Mi rispose garbatissimamente che non usciva di casa,  e mai andava in luogo alcuno; se volevo prendermi l’incomodo di salir quattro scale in via Plâtrière,  alla locanda Plâtrière,  gli avrei fatto sommo piacere. Accetto l’invito,  e ci vo pochi giorni dopo.

Mi pare a proposito render qui conto del mio colloquio col cittadino di Ginevra. Il risultato della nostra conversazione non fu molto importante,  e non si parlò della mia commedia se non incidentalmente. Mi valgo però di questa opportunità per parlare di un uomo straordinario,  che aveva ingegno straordinario,  debolezza e pregiudizi incredibili. Salgo dunque al quarto piano della locanda indicatami,  picchio: aprono,  e mi si presenta una donna,  né giovane,  né bella,  né graziosa. Domando se il signor Rousseau è in casa. – C’è e non c’è,  risponde la donna,  che credevo tutt’al più la sua governante; e domanda il mio nome. Mi fo conoscere ed ella allora risponde: - Oh! Appunto vi si aspettava. Vado subito ad avvisare mio marito. -

Entro un momento dopo,  vedo il celebre autore dell’Emilio che sta copiando musica. Quantunque avvertito,  non potevo tenermi dal fremere tra me di sdegno. Mi accoglie con modi schietti e amichevoli; si alza,  e tenendo un quaderno in mano: - Guardate,  dice,  se vi è alcuno,  che copi la musica come me. Sfido,  che dal torchio esca uno spartito così bello ed esatto come esce di casa mia. Andiamo,  andiamo a scaldarci,  prosegue. - E non si doveva fare che un passo per accostarci al caminetto. Non essendovi fuoco domanda un ceppo,  che è portato dalla Signora Rousseau. Io mi alzo,  faccio posto e offro una sedia alla signora: - No,  no,  non v’incomodate,  risponde il marito: mia moglie ha da fare; è occupata. - Sentivo lacerarmi il cuore. Veder fare il copista a un letterato di quella fatta,  e a sua moglie la serva,  era veramente per i miei occhi uno spettacolo desolante,  né potevo celare la mia pena e la mia meraviglia,  benchè non dicessi nulla. Quest’uomo,  che non era un balordo,  purtroppo si accorse che il mio animo era angustiato; onde fattemi diverse domande,  fui forzato a confessargli la cagione del mio silenzio e sbalordimento. - Come? prese a dire. Voi mi compiangete perché mi occupo a copiare? Siete dunque di parere che facessi meglio a comporre libri per gente che non sa leggere,  o a somministrare materia per articoli a giornalisti maligni? Siete in errore: io amo la musica per passione,  copio eccellenti originali,  ciò mi dà da vivere e mi diverte,  e questo è quanto basta per me. Ma voi,  voi medesimo,  proseguì sempre,  che cosa andate facendo? Siete venuto a Parigi a lavorare per i comici italiani; costoro sono tanti infingardi: non si curano delle vostre commedie. Eh via! Andatevene,  ritornate a casa vostra,  so che siete desiderato,  siete aspettato... - Signore,  gli risposi interrompendolo,  avete ragione: io per la negligenza dei miei comici avrei dovuto abbandonare Parigi,  ma mi trattennero altre considerazioni. Ho di recente composto una commedia in francese... - Voi avete composto una commedia in francese? rispose subito in aria di grande stupore. Che cosa volete farne? - Darla a teatro. - A quale? - Al francese. - E voi siete quello che mi rimprovera ch’io perdo tempo: siete ben voi che lo perdete,  e senza frutto. - Ma la mia commedia è già accettata. - Possibile? Basta; non mi maraviglio: i comici non hanno senso comune,  ricevono e ricusano a capriccio; sta bene che il vostro lavoro sia stato ricevuto,  ma non sarà rappresentato,  e peggio per voi se mai lo fosse. - Ma,  signore,  come potete dar giudizio di un’opera,  che non avete veduta? - Io conosco il gusto degli Italiani tanto bene quanto quello dei Francesi; c’è troppa distanza dall’uno all’altro,  e col vostro permesso non è possibile cominciare all’età vostra a scrivere e comporre in una lingua straniera. - Le vostre considerazioni,  signore,  sono giustissime,  non lo nego; ma si possono superare benissimo le difficoltà che dite. Ho affidato la mia commedia a gente d’ingegno,  a persone intelligenti che ne sembrano contente. - Eh,  siete adulato,  siate ingannato,  ne porterete la pena. Fatemi un po’ vedere la vostra commedia; io son franco,  sincero,  e vi dirò la verità. -

Qui appunto volevo condurlo,  non già per consultarlo,  ma per vedere se dopo la lettura del mio lavoro avesse sempre persistito nella poca fiducia che mi dimostrava. Siccome,  il manoscritto era in mano del copista del Teatro francese,  promisi al signor Rousseau di rimetterglielo non appena mi fosse stato restituito; era di fatto mia intenzione di mantener la parola. Nel capitolo seguente si vedrà la ragione che me ne distolse.

CAPITOLO XVII.

  Seguita il capitolo precedente. - Aneddoti che riguardano

Gian Giacomo Rousseau. - Alcune considerazioni sopra questo soggetto.

  Comparve,  sono già tre anni,  un libro intitolato Confessioni di Gian Giacomo Rousseau,  cittadino di Ginevra,  le quali altro non sono che aneddoti riguardanti la sua vita di lui scritti da lui medesimo. In quest’opera non ha avuto per sé stesso il minimo riguardo,  anzi ha cavato fuori delle singolarità che potrebbero fargli torto,  quando la celebrità del suo nome non lo difendesse da ogni critica.

Mi è però nota un’avventura accadutagli negli ultimi anni della sua vita e che non si trova nelle sue Confessioni; egli l’aveva forse dimenticata,  oppure non ebbe tempo di collocarla con le altre in questo libro,  che è postumo. Benché l’aneddoto non mi riguardi direttamente,  ne fo menzione perché fu appunto la causa che m’impedì di comunicare al signor Rousseau il mio Burbero benefico. Questo dotto straniero aveva a Parigi molti amici e ammiratori. Nel numero d’entrambi era il signor *** che lo amava,  stimava e compiangeva nel tempo medesimo,  conoscendo bene le angustie della sua vita,  non meno che il suo ingegno. Questo signor *** offrì un giorno al letterato di Ginevra un appartamento ben ammobiliato,  bellissimo,  comodissimo,  prossimo al giardino delle Tuileries,  e per non offendere la delicatezza dell’amico gliel’offrì al prezzo medesimo che egli pagava alla locanda. Rousseau si accorse bene dell’intenzione di quest’uomo generoso,  e ricusando bruscamente ogni esibizione,  gridò ad alta voce che non voleva essere ingannato. Il signor ***,  che pure era filosofo,  ma essendo Francese sapeva unire la gentilezza alla filosofia,  non ebbe a sdegno la ripulsa; conosceva troppo bene quell’uomo e gli perdonava di buon animo ogni sua debolezza; onde non cessò di vederlo e di salire tranquillamente a un quarto piano per trattenersi con lui.

Siccome aveva inteso parlare delle Confessioni, aveva desiderio di vederle,  o interamente o in parte,  e rammentandosi di aver nel suo portafoglio alcuni Caratteri del secolo,  da lui medesimo composti alla maniera di Teofrasto e La Bruyère,  propose all’amico la lettura reciproca delle due opere. Fu dal Rousseau accettata la proposta a patto che il signor *** gradisse una cena frugale alla locanda Plâtrière. A tale invito questi fece intendere che sarebbero stati più comodi a casa sua. - Non importa,  rispose l’altro; ciò deve seguire a casa mia,  o altrimenti non si leggerà; vi permetto al più di portare una bottiglia del vostro vino,  giacché in questa locanda me lo danno molto cattivo. - A tutto si adatta il docile Francese; ma essendo per sua disgrazia troppo garbato e troppo cortese,  manda a Rousseau un paniere di sei bottiglie di eccellente vino e altre sei di malaga perfetto. Una tale improvvisata cagionò al Ginevrino un pessimo umore. Giunge il Francese,  se ne accorge e ne chiede la cagione. - Non sarà mai possibile,  risponde l’uomo sdegnato,  che tra noi due si bevano dodici bottiglie di vino. Dunque ne ho levato dal vostro paniere una soltanto,  e questa basta per una piccola refezione. Rimandato perciò subito il restante,  se volete cenare in mia casa. - La minaccia non era da recar spavento,  ma quello che importava sommamente al commensale era la promessa lettura. Per buona sorte aveva appunto seco il servitore,  onde rimandò indietro il paniere. Rousseau allora fu contento,  e incominciò a leggere per primo. Questo rinvio del vino fece loro perder tempo,  e la lettura restò dalla signora Rousseau,  che aveva bisogno della tavola alla quale erano i due amici,  per apparecchiare. Si sarebbe potuto leggere anche senza tavola,  ma la cena fu allestita in un momento: consisteva in una pollastra e in un’insalata. Finita la cena,  tocca a leggere al signor ***. Egli legge un capitolo che va a meraviglia ed è applaudito; ne legge un secondo: a questo Rousseau si alza e,  in aria di persona inquieta e sommamente irritata,  si mette a passeggiare per la stanza. Interrogato sul motivo della repentina collera: - No,  non si viene in casa di gente dabbene per insultare. - Come! rispose l’altro; e di che cosa vi lagnate mai? - Eh,  non avete a che fare con un balordo. Nel vostro scritto altro non fate che delineare con un colorito anche troppo caricato e con modi satirici il mio ritratto. Questa è un’azione empia e indegna. - Piano,  dice il Francese; io vi amo,  vi stimo,  e voi mi conoscete; è un uomo duro,  collerico,  fastidioso quello che ho voluto ritrarre... se ne incontrano spesso nella civile società. - Sì sì,  so benissimo,  risponde Rousseau,  che nell’animo degli ignoranti io passo per tale. Li compiango,  e li disprezzo: ma non soffrirò mai,  che un uomo come voi,  un amico,  vero o falso che sia,  venga a prendersi gioco di me. - Insomma il signor *** ebbe un bel dire e un bel fare,  ma non potè ottenere nulla. Gian Giacomo era troppo indispettito; terminarono corrucciandosi sul serio,  e corsero poi lettere pungentissime da una parte e dall’altra.

Essendo io in amicizia col letterato francese,  e avendolo veduto il giorno dopo la contesa avuta con Rousseau in una conversazione dove ci trovavamo spesso,  fummo informati di quanto gli era accaduto. Taluni risero,  altri fecero le loro osservazioni,  e io pure non mancai di fare le mie. Rousseau era burbero come da sé stesso aveva confessato nella controversia sostenuta col suo amico; non aveva che ad appropriarsi la beneficenza,  per dire che anch’io avevo voluto rappresentarlo nel Burbero benefico. Mi guardai bene dall’espormi al pericolo di soffrire le sue stravaganze,  e non lo vidi più. Quest’uomo era nato con disposizioni felicissime,  e infatti ne ha dato le maggiori prove; ma siccome era di religione protestante e aveva fatto opere non ortodosse,  fu costretto ad abbandonare la Francia,  da lui adottata per patria; sciagura che lo rese appunto irrequieto. Credeva gli uomini ingiusti e li disprezzava; ma il disprezzo non poteva tornare a suo vantaggio. Quante generose esibizioni,  quante protezioni ha ricusato! Il suo lettuccio gli era assai più caro di un palazzo. Taluni nella sua fierezza scorgevano grandezza d’animo; altri solo orgoglio. Comunque sia,  egli è da compiangere; le sue debolezze non offendevano nessuno,  mentre il suo ingegno lo rendeva rispettabile. È morto da filosofo com’era vissuto,  onde la repubblica delle lettere deve essere grata all’uomo generoso che onorò le sue ceneri.

CAPITOLO XVIII.

Matrimonio di Monsieur, fratello del re. - Il parco di Versailles.

- Vestizione della principessa Luisa nel convento delle Carmelitane di S. Dionigi.

Nel maggio 1771 si celebrò a Versailles il matrimonio del conte di Provenza,  nipote di Luigi XV e fratello del Delfino,  con Maria Luisa di Savoia,  primogenita del re di Sardegna. Quest’avvenimento raddoppiò la gioia dei Francesi; questo principe era caro allo stato,  e le sue virtù intellettuali e morali lo rendevano maggiormente caro. La principessa poi,  per l’ingegno e le cognizioni,  era la delizia del suo sposo. Il conte di Provenza si chiama oggi solamente Monsieur, e la sua consorte Madame: in Francia questi sono i titoli del primo fratello e della cognata del re. Tre quarti del mondo devono saperlo; io dunque non pretendo d’istruire se non gli stranieri,  che forse potrebbero ignorarlo. Le feste di giubilo date in occasione di questo matrimonio furono magnifiche al pari di quelle dell’anno precedente; e siccome nelle nozze del Delfino passai tutto il tempo negli appartamenti,  in questi volli godere i giardini.

Il parco di Versailles è per sé stesso delizioso. Io non ne ho fin qui fatto menzione: ecco l’opportunità di parlarne. La sua vastità è immensa; eleganti e variati gli appartamenti; e in ogni parte si scorge una profusione preziosa di marmi e statue originali di diversi celebri artisti moderni,  o copie esattissime degli antichi capolavori della statuaria. S’incontrano poi ovunque viali bene assettati e decorati,  i quali colla lor verdura formano alcuni rustici e ombrosi nascondigli; vi sono vasche riccamente adorne,  aiole graziosamente disegnate,  fontane magnifiche,  zampilli d’acqua di altezza meravigliosa. Il recinto degli agrumi è un capolavoro,  essendo straordinaria la quantità e grossezza degli alberi ad onta della contrarietà del clima. Quello però che forma la bellezza e ricchezza principale di questi giardini d’incanto sono i boschetti. Questa specie di sale o stanze non è aperta a tutti; si vede solo seguendo la corte nei giorni solenni o per l’arrivo di qualche illustre forestiero. Negli altri tempi sono chiusi,  essendovi bensì qualcuno cui per grazia si affida la chiave; e io aveva la fortuna di possederne una,  con la quale potevo percorrerli a mio piacere e farne godere gli amici. I boschetti sono dodici: la Sala da ballo,  la Girandola,  la Colonnati,  le Cupole,  l’Encefalo,  l’Obelisco,  la Stella,  il Teatro d’acqua,  i Bagni d’Apollo,  le Tre fontane,  l’Arco trionfale e il Labirinto. Quest’ultimo è stato disfatto al principio di questo regno e vi si è sostituito un giardino all’inglese. Si osservano in questi boschetti capolavori di scultura e d’architettura. I più degni di attenzione sono i Bagni d’Apollo e la Colonnati. Si vede nel primo un gruppo di sette figure di marmo bianco,  unico per grandezza e perfezione,  e si ammira nell’altro un peristilio circolare composto da trentadue colonne di diversi marmi scelti. Il giorno delle nozze,  di cui parlo,  tutti questi boschetti erano aperti. Vi era festino in quello dalla Sala da Ballo e in quello della Colonnati,  oltre che nella sala dei Castagni. Gli altri poi offrivano vari divertimenti per trattenere il pubblico,  essendosi fatti venire apposta i piccoli spettacoli di Parigi.

I forestieri che non conoscono questa capitale,  saranno forse desiderosi di sapere in che consistono i piccoli spettacoli di cui parlo. Nel seguente capitolo li soddisferò,  e termino il presente riportando un tratto eroico che concerne la religione non meno che l’umanità. In questo medesimo anno 1771,  in mezzo alle grandiose feste ed altre allegrie della corte,  la principessa Luisa,  figlia del re Luigi XIV,  abbandonò il mondo e andò a chiudersi per tutto il tempo di sua vita in un chiostro,  scegliendo l’ordine più umile ed austero. Nel convento delle Carmelitane di San Dionigi la devota principessa vestì l’abito di santa Teresa; non già per timore che il soggiorno reale fosse d’impedimento all’esercizio della sua pietà e virtù,  ma perché la corruzione del nostro secolo aveva bisogno di un luminoso e imponente esempio per ricondurre le anime timide sul sentiero della pietà e della cristiana perfezione. Dio volle scegliere una principessa del sangue Borbonico per servir loro d’incoraggiamento.

CAPITOLO XIX.

I piccoli spettacoli di Parigi. - I Boulevard, le fiere, le passeggiate di questa capitale e dei dintorni.

Si chiamano in Parigi piccoli spettacoli,  quelli che accompagnano le diverse fiere della città,  e nel resto dell’anno si vedono sui boulevard. Non entrerò a parlare della loro origine; mi limiterò a come li trovai al mio arrivo e al loro successivo progresso. Tanto nelle fiere come sul boulevard del Tempio la platea di Nicolet aveva allora il primo posto. Erano funamboli con patente del re,  e dopo i soliti esercizi d’agilità davano alcune piccole rappresentazioni in dialogo. I boulevard erano la mia passeggiata favorita: li riguardavo come un sollievo salubre e dilettevole in una città vasta e popolatissima,  ove le strade non sono troppo larghe e l’altezza degli edifici impedisce di goder l’aria. Sono bastioni spaziosissimi che circondano la città. Quattro filari di grossi alberi formano in mezzo una larga e magnifica strada per le carrozze,  e due viali laterali quella per i pedoni. Si scopre la campagna,  si godono punti di vista deliziosi e vari nei dintorni di Parigi,  e vi si trovano riuniti diversi divertimenti graziosissimi. Una folla di popolo infinita,  una quantità di carrozze da sbalordire e una turba immensa di piccoli mercanti,  che scappano fra la ruote e le carrozze con ogni genere di mercanzia,  palchi eretti sui marciapiedi per le persone che gradiscono di vedere ed esser vedute,  botteghe da caffè ben accomodate,  orchestre e voci italiane e francesi,  pasticcieri,  trattori,  ristoratori,  burattini,  ballerini da corda,  ciarlatani che annunziano giganti,  nani,  bestie feroci,  mostri marini,  figure in cera,  automi,  ventriloqui,  il gabinetto di Comus,  dotto fisico e matematico,  meraviglioso e dilettevole.

Vidi un giorno alla porta della platea di Nicolet,  che per terza commedia vi si esponeva Coriolano,  tragedia di un atto solo. Il cartello mi parve tanto straordinario che entrai subito,  per timore che potesse mancarmi posto,  ma poi mi trovai nella galleria quasi solo. Pochi minuti dopo vidi avvicinarsi un giovine ben formato e malissimo vestito. La gente cominciava già a venire,  onde credendolo uno spettatore come me,  mi ritirai per fargli posto; costui era un attore della compagnia di Nicolet,  che doveva sostenere la parte di Coriolano; non avendo di proprio una decente spada,  veniva a pregarmi di prestargli la mia. Non conoscendolo stetti un poco indeciso,  facendogli diverse domande per assicurarmi che fosse veramente addetto allo spettacolo. Gli domandai se il Coriolano annunziato nell’affisso fosse una tragedia o una parodia,  ed egli mi accertò esser un’opera serissima e benissimo fatta; mi disse quanto bastava per tranquillarmi,  onde gli detti la spada,  contentissimo di vederla poi lampeggiare nella destra di questo valoroso capitano. Aspettai un pezzo,  e con molta impazienza,  l’esecuzione della commedia che mi aveva là richiamato. I ballerini sulla corda mi fecero fremere,  e le due prime composizioni a dialogo dormire dalla noia. Finalmente. ecco la tanto desiderata composizione del Coriolano. Ma che! vedo attori malissimo vestiti,  odo versi malissimo recitati; con tutto questo m’accorsi che l’opera non era priva di merito,  e che l’autore aveva trattato con molto accorgimento il suo soggetto. In tutta la storia di Coriolano non si trova che un solo istante di effetto,  ed è quando il condottiero viene per far vendetta dell’ingratitudine della sua patria,  e si lascia disarmare dalle lagrime di Volunia sua madre e di Veturia sua consorte. Sopra questo stesso soggetto abbiamo sette o otto tragedie in cinque atti,  quasi tutte mal riuscite. Il solo de La Harpe ha saputo rendere importanti e dilettevoli i primi quattro atti del suo Coriolano; ciò non ostante,  io sosterrò sempre che l’autore della tragedia di un atto solo aveva saputo dare al suo soggetto tutta l’estensione di cui la storia era suscettibile,  evitando il pericolo di diventar noioso. Non dirò del suo stile,  perché fu più quel che indovinai di quello che intesi. Posso bensì dire che gli attori di Nicolet non erano fatti per questo genere di rappresentazioni,  e lo spettacolo in generale era malissimo ordinato. Oggi la cosa va molto meglio,  poiché i piccoli spettacoli stabiliti in seguito a Parigi hanno destato la sua emulazione,  e l’hanno messo nella necessità di provvedersi di migliori soggetti.

L’Ambigu-comique fu il primo divertimento che comparisse sui boulevard dopo quello di Nicolet. Lo spettacolo ebbe principio con burattini,  chiamati comici di legno,  e vi era un’orchestra benissimo montata dalla quale erano eseguite arie note; i burattini facevano la caricatura degli attori dei grandi spettacoli dove quelle arie erano state cantate. La novità piacque moltissimo ed ebbe un concorso grande; ma era tale da non poter andare molto avanti,  onde il direttore pensò di mutare i comici di legno in altrettanti piccoli attori viventi,  benissimo istruiti nell’azione e nel ballo. Vi furono autori che non sdegnarono di comporre alcuni graziosi drammi proporzionati agli attori e al teatro. Insomma l’Ambigu-comique era divenuto lo spettacolo di moda; non saprei dire se il direttore sia ricco,  ma ha avuto tempo e mezzi per divenirlo.

Alcuni anni dopo si aprì un terzo spettacolo sul boulevard di San Martino col titolo di Variétés amusantes. Esso era meglio provveduto di attori,  superò tutti gli altri e fu in seguito trasferito al Palazzo Reale,  ove godè sempre lo stesso credito e fortuna. La sala dei Piccoli Comici,  stabilita nel luogo stesso,  non è meno frequentata. Sono ragazzi e ragazze che accompagnano sì destramente coi loro gesti la voce degli uomini e delle donne che cantano fra le quinte,  che a prima vista fu creduto e scommesso che erano i ragazzi medesimi che cantavano. I due spettacoli e alcune altre curiosità che si vedono al Palazzo reale godono il privilegio di essere esenti dal seguire le fiere della città,  sostenute più dall’interesse dei proprietari dei terreni che da quello del commercio. Torre,  macchinista italiano,  fu il primo che aprisse un Vauxhall d’estate sui boulevard,  che però non ebbe lunga durata. Vi fu eretta un’immensa fabbrica vicino ai Campi Elisi sotto il titolo di Colosseo,  e gl’impresari andarono in rovina; infatti far pagare l’ingresso in un passaggio chiuso,  angusto e senza diletti,  in un paese ove vi sono tante passeggiate pubbliche,  spaziose,  amene e dilettevoli,  era una pessima speculazione.

Indipendentemente dalle Tuileries e dai boulevard,  si trovano passeggiate amenissime senza uscire di città. Il giardino del Luxembourg è vastissimo e molto frequentato: anzi questo è il luogo di concorso della gente sensata,  dei religiosi,  dei filosofi e delle famiglie dabbene. All’Arsenale si gode la vista della campagna e del fiume; e la stessa veduta e aria si trova tanto al giardino dell’Infanta come a quello detto Cour la Reine; gli altri due giardini del Tempio e del Palazzo Soubise sono utilissimi per le loro situazioni. I luoghi per altro più importanti,  in cui ci si può istruire e divertire nello stesso tempo,  sono il Giardino delle piante e il Gabinetto del re. Contiene il primo tutti i semplici più rari e utili,  e l’altro offre una collezione immensa d’animali d’ogni specie e di minerali di diverse regioni. Il signor conte di Buffon,  sovrintendente del Giardino e Gabinetto,  si è reso celebre per la sua Storia naturale. Istruito in tutti i sistemi compresi nei tre regni della natura,  li ha tutti esaminati profondamente,  sommamente delucidati e ne ha assegnati dei nuovi,  con un dottissimo e soddisfacente metodo. La nobiltà e chiarezza del suo stile hanno reso tale studio non meno piacevole che importante.

Il signor conte de la Billarderie di Angeviller,  nominato a questo ufficio in sopravvivenza,  dà ora prove del suo merito e delle sue cognizioni nella carica che occupa di direttore e sovrintendente generale delle fabbriche del re e delle accademie reali. Ebbi l’onore di far la sua conoscenza a Versailles,  e mi ha sempre onorato della sua cortese bontà. Sono perciò lieto di aver trovato l’opportunità di professargli la dovuta riconoscenza.

Mi resta ancora qualcosa da dire intorno alle passeggiate di questa capitale e dei suoi dintorni. I Campi Elisi,  per esempio,  meritano di essere menzionati. Sono un luogo immenso,  ombreggiato da alberi distribuiti in simmetria,  ove la folla che lo frequenta è tale che sembra aver spopolata la città. Tuttavia si trova grandissimo popolo dappertutto. Vi è grande affluenza nel bosco di Boulogne,  nel parco di Saint-Cloud,  e Belleville,  al prato di San Gervasio,  e ovunque si scorge il gusto e il brio nazionale. Parigi è bella,  i suoi dintorni deliziosi,  amabili gli abitanti; malgrado ciò vi sono taluni che non vi sanno trovare alcun piacere. Si dice che per godere occorre molto danaro; e questo è falso,  perché nessuno ha meno danaro di me: eppure godo,  mi diverto e sono contento. Vi sono divertimenti per tutti i ceti: limitate i vostri desideri,  misurate i vostri mezzi,  e se non starete bene qui,  starete male in qualunque luogo.

CAPITOLO XX.

L’Avare fastueux,  commedia di cinque atti. - Estratto.

  Dopo il fortunato successo del Bourru bienfaisant non avevo composto nessun’altra cosa,  poiché scherzando dicevo di voler riposare tranquillamente all’ombra degli allori; ma in sostanza era il timore di non riuscire la seconda volta bene come la prima che mi tratteneva dall’arrendermi ai desideri degli amici e di soddisfare me stesso. Cedetti finalmente alle altrui sollecitazioni e agl’impulsi dell’amor proprio.

Posi gli occhi sopra l’Avare fastueux. Un carattere simile è tanto in natura,  che non mi dava fastidio se non per la quantità troppo grande di originali; onde credetti bene di ricavare il mio protagonista dalla classe delle persone divenute facoltose per guadagni,  al fine evitare il rischio d’offendere i grandi. La commedia,  pochissimo nota e che molti avrebbero desiderato conoscere,  fu soggetta a singolari peripezie. Ne esporrò il soggetto e parlerò degli aneddoti che la riguardano.

Il signor di Casteldoro,  divenuto ricchissimo,  ha col variare della sorte variato anche nome. L’avarizia ha contribuito alla sua ricchezza,  e questa al fasto. Egli è giovane e può ammogliarsi,  ma lo sgomenta la spesa del matrimonio. Avendo per altro comprato una carica che lo nobilita,  crede di aver male impiegato il denaro se non ha eredi; onde si determina ad accasarsi,  ed eccolo perplesso sulla scelta della sposa. La nobiltà fomenta il suo orgoglio,  ma vince l’interesse. Dorimene,  sua sorella,  prende l’assunto di trovargli un partito. Conoscendo ella la signora Araminta,  che ha cento mila scudi da dare in dote a sua figlia,  fa venire entrambe a Parigi e le alloggia in casa sua al secondo piano nella casa dove abita col fratello. La sua mediazione è felice,  poiché pare che le due parti vadano d’accordo; ma la singolarità del contratto forma l’azione principale della commedia. Apre la scena il signor di Casteldoro,  fa osservazioni che informano il pubblico del suo stato e dei suoi disegni,  e chiama Frontino,  suo cameriere,  agente e uomo di fiducia. Trattasi di dare un pranzo; occorre far grande sfoggio di apparecchio,  ma molta economia nei piatti. Poi fa chiamare Dorimene,  e Frontino esce.

Il fratello e la sorella discorrono intorno al matrimonio; Dorimene ha caro di esser riuscita in quest’affare,  benché tema che Eleonora non sarà troppo contenta dello sposo. Casteldoro scherza e fa vedere che i centomila scudi gli stanno a cuore assai più dell’affetto della signorina. Poi informa la sorella del magnifico pranzo,  ed essa esce.

Entra Fortino e annuncia che è arrivato il sarto in carrozza. L’equipaggio di costui spaventa Casteldoro: - Ma io avrò,  dice fra sé,  abiti ricchi e tutti si rallegreranno con me; converrà nominare il sarto che li ha fatti. - Compare il sarto,  Casteldoro fa l’ordinazione di quattro abiti di panno con ricami sfarzosissimi,  ma posti in maniera da poterli staccare; e propone al sarto di restituirglieli nello spazio di otto giorni,  pagando la somma convenuta. L’artigiano che si muove in carrozza sdegna la meschina proposta,  onde l’avaro manda a chiamare il suo sartuccio ordinario,  e così termina il primo atto.

Il secondo atto è cominciato da Eleonora e Dorimene,  che è riuscita ad allontanare per poco la figlia dalla madre per interrogarla sulla sua inclinazione. La giovane tergiversa,  ma Dorimene la circuisce con tale destrezza che Eleonora è forzata a confessare di avere il cuore già occupato. Giunge Araminta,  la quale si lagna di sua figlia ch’è divenuta insopportabile per la malinconia,  la rimprovera e le dà precetti sul matrimonio. Ecco il signor di Casteldoro con uno scrignetto in mano,  seguito da un mercante di gioie; apre lo scrigno,  mostra ad Araminta i diamanti che ha intenzione di acquistare,  e le chiede consiglio. Ella se ne intende assai,  avendo mercanteggiato anche in questo genere. Li trova bellissimi,  stupendamente assortiti,  ma giudica che il prezzo eccessivo,  e consiglia di non fare la pazzia di comprarli. Il signor di Casteldoro parla sottovoce al gioielliere e lo prega di affidargli i diamanti per qualche giorno; il gioielliere acconsente e se ne va. Casteldoro presenta a Eleonora lo scrignetto,  essa lo ricusa; Araminta non può astenersi dal condannare la prodigalità del futuro genero; ma siccome i diamanti son già comprati,  persuade la figlia ad accettare il dono del futuro sposo. Regalati i diamanti,  Casteldoro prega Eleonora di comparire con i medesimi al sontuoso pranzo di quel giorno. Araminta trova ridicola l’ostentazione,  mentre l’uomo fastoso la trova necessaria per comparire a un pranzo di trenta persone. Questa sontuosità irrita maggiormente la futura suocera,  perché crede di aver a fare con un dissipatore,  ed è in timore per sua figlia. Ecco nuovamente Frontino,  che consegna al padrone una lettera. È scritta dal marchese di Courbois,  che sta per giungere a Parigi in compagnia del visconte suo figlio e gli chiede un invito a cena. Egli gradirebbe sommamente che il marchese si trovasse al suo banchetto,  e prova dispiacere che arrivi di sera. Partecipa alle dame l’arrivo del marchese e di suo figlio,  e questi appunto è il giovine amante di Eleonora. Ella si turba,  e parte con Dorimene; Araminta la segue e torna un momento dopo. Ecco una scena che forse al lettore non dispiacerà di veder recata per intiero.

Araminta e Casteldoro

ARA. Niente,  niente,  grazie al cielo spero che non sia niente.

CON. Ho piacere che la signorina stia bene,  ma conviene aver cura della sua salute. Ho mandato ad avvertire i convitati,  e li ho pregati per questa sera.

ARA. E avrete trenta persone a cena?

CON. Così spero,  signora.

ARA. Permettete ch’io parli a cuore aperto,  e vi dica tutto quello che penso.

CON. Anzi mi fate un piacere grandissimo.

ARA. Non è una follia manifesta dar da pranzo e cena a trenta persone,  delle quali venti almeno si burleranno di voi?

CON. Si burleranno di me?

ARA. Sì,  senza dubbio. Non crediate che sia avara,  grazie al cielo non ho questo difetto; ma non posso soffrire che si getti il denaro male a proposito.

CON. Ma,  signora mia,  in un giorno come questo,  in una tal circostanza…

ARA. Sono vostri parenti quelli che avete invitati?

CON. No,  signora. Avremo nobili,  letterati,  persone togate: una compagnia scelta,  tutte persone distinte di merito.

ARA. Male,  malissimo: vanità,  ostentazione,  follia. Amico,  voi non conoscete il valore del denaro.

CON. Io non conosco il valor del danaro? (meravigliato)

ARA. No,  non lo conoscete. Vostra sorella mi ha fatto credere che eravate economo,  e io l’ho creduto. Se avessi saputo la verità,  non avrei accordato mia figlia a un uomo che getta il suo denaro come fate voi.

CON. Voi credete ch’io getti il mio denaro?

ARA. Oh! Me ne sono accorta quando ho saputo che avevate speso una somma considerevole per comprare un titolo che non rende che vanità,  e nessun beneficio reale.

CON. Come! Non vedete voi con piacere che il titolo e il rango da me acquistato imprimeranno un carattere rispettabile al sangue divostra figlia?

ARA. Tutto al contrario. Vi avrei dato mia figlia più volentieri quando eravate il signor Anselmo Colombani,  commerciante,  piuttosto che adesso che siete divenuto il conte di Casteldoro,  gentiluomo novello.

CON. Ma,  signora mia....

ARA. I vostri vecchi hanno accumulato e voi distruggete.

CON. Distruggo? Io? Voi siete in errore,  voi non mi conoscete.

ARA. Sì,  sì,  vi conosco. Scommetto che,  senza avere alcuna cognizione di diamanti e senza consigliarvi con chi potrebbe istruirvi,  sarete solennemente gabbato dal gioielliere.

CON. Oh circa quei diamanti…

ARA. Oh! circa quei diamanti. So quel che volete dirmi. Sono destinati per l’ornamento della contessa di Casteldoro. E che cos’é la signora contessa di Casteldoro? Mia figlia,  signore,  è stata allevata bene,  comodamente,  ma modestamente. Noi abbiamo sempre accordato tutto e con abbondanza alla convenienza,  alla decenza,  e niente al fasto,  niente alla vanità. L’ornamento di mia figlia è sempre stata la modestia,  l’obbedienza,  il rispetto,  e son certa ch’ella non si scorderà mai l’educazione ch’io ho procurato di darle.

CON. Ma signora... (un poco alterato).

ARA. (con calore). Ma,  padron mio... (raddolcendosi un poco). Vi domando scusa. Mi riscaldo un po’ troppo forse,  ma vi vedo ingolfato in un eccesso di spese che mi fan tremare. Si tratta di mia figlia; le do centomila scudi di dote.

CON. (in un tono un po’ alto). Non ho io fondi bastanti per assicurarla?

ARA. Sì,  sì,  fondi. I fondi si mangiano. Voi principalmente che avete la vanità di esser grande,  magnifico,  generoso.

CON. Ma vi replico,  madama,  che non mi conoscete.

ARA. Eh! Se foste differente da quel che siete,  avevo in mente di proporvi il più bel progetto del mondo. Grazie al cielo,  ho venticinquemila lire di rendita per me sola. Mi sarei accomodata con voi; avrei vissuto con mia figliuola,  e avremmo fatto di due famiglie una sola famiglia; ma con un uomo come voi,  il ciel me ne guardi!

CON. (da sé.)(Mi farebbe dar la testa nelle muraglie.) Ascoltatemi di grazia (ad Araminta). Voi mi prendete in isbaglio. Vi sono pochi al mondo che conoscano l’economia come io la conosco,  e voi vedrete e toccherete con mano... (piano e con ansietà).

ARA. Non vedrò niente. Voi vorreste darmi ad intendere una cosa per l’altra,  ma non ci riuscite. Circa a mia figlia... L’ho promessa... le parlerò... vedremo... ma non fate alcun capitale sopra di me. Non vorrei,  per tutto l’oro del mondo,  aver a fare con un uomo che ha le mani forate,  che spende a rotta di collo,  come voi fate (parte).

CON. Non avrei mai creduto di dover passare per prodigo (parte).

  Fine dell’atto secondo.

Vedremo il resto nel seguente capitolo.

CAPITOLO XXI.

  Seguito del capitolo precedente.

  ATTO III. Frontino annuncia al padrone un autore di poco credito,  Giacinto. Questi entra,  e dopo aver parlato di una sua commedia respinta dai comici,  si vanta di aver fatto la genealogia del signor di Casteldoro,  della famiglia di Colombier,  che egli fa discendere da Cristoforo Colombo. L’idea non dispiace all’uomo fastoso,  onde anche l’autore è pregato di rimanere a cena; ma siccome si tratta di sborsar denaro,  l’autore è rimandato bruscamente.

Uscito Giacinto,  la Fleur,  servitore del marchese di Courbois,  annuncia l’arrivo dei suoi padroni. Padre e figlio fan conto di stare in casa del signor di Casteldoro,  e mandano dalla zia la signorina Courbois,  che è con loro. Ma non è troppo contento Casteldoro che gli si chieda ospitalità con tanta franchezza; non lo dimostra però,  ed esce per aver nuove della salute dalla futura sposa. Rimangono in scena Frontino e la Fleur,  e ognuno fa il quadro del carattere del proprio padrone. Quello di la Fleur è ridicolo; parla in un modo particolare,  non termina mai le frasi: ne dice solo metà,  e il resto bisogna indovinarlo; ha poi frequenti intercalari,  come - bene,  bene,  benissimo - che caccia dappertutto. La casa non è ricca,  ma il servizio non è grave anzi vi si sta benissimo. Frontino si lagna sommamente del suo stato: il padrone è avaro. La Fleur avrebbe delle occasioni molto buone per meglio allogarlo,  ma considerato il tempo che serve Casteldoro,  lo crede affezionato al suo padrone. - È vero,  ho per lui molta affezione,  risponde Frontino; ma non per questo voglio essere uno schiavo in catene.

Il colloquio è interrotto dal marchese e dal visconte,  che ambedue chiedono del padrone di casa; mentre lo si va a cercare,  i due ospiti rendono palese il motivo del loro viaggio. Il visconte ama Eleonora,  e il marchese avrebbe una grande consolazione se potesse effettuarsi questo matrimonio. Casteldoro è loro amico,  onde sperano entrambi di poter giungere all’intento per suo mezzo. Entra frattanto Casteldoro. Dopo le solite cerimonie prega il visconte di recarsi a far visita a sua sorella,  e parla delle due forestiere senza nominarle,  e senza sapere come stiano le cose fra il giovane visconte e la signorina. Il marchese resta solo con Casteldoro. Riporto la scena che segue fra loro,  per far meglio conoscere il carattere del marchese.

  Il Conte e il Marchese.

  MAR. Orsù,  giacché siamo... (guardando intorno.)Avete tempo?

CON. Sono agli ordini vostri,  signor marchese.

MAR. Siete mio amico.

CON. Quest’è un titolo di cui mi onoro.

MAR. Bene,  bene,  benissimo.

CON. (È ridicolo qualche volta.)

MAR. Vorrei dunque pregarvi.... ma.... amico,  liberamente,  francamente....

CON. (Scommetto che è venuto per domandarmi denaro in prestito.)

MAR. Voi conoscete la mia casa.

CON. Sicuramente.

MAR. Ho due figlioli e conviene ch’io pensi.... la figlia è ancora...: bene,  bene,  benissimo... ma il cavaliere... è in un’età ... mi capite?

CON. Comprendo press’a poco,  signore,  che voi pensate seriamente a collocare la vostra famiglia,  e vi lodo moltissimo. Ma a proposito di collocamento,  mi credo anch’io in dovere di parteciparvi il mio prossimo matrimonio.

MAR. Ah,  ah! siete disposto anche voi ancora.... bene. Bene,  benissimo.

CON. Oggi si deve sottoscrivere il contratto,  e mi reputo fortunato che il signor marchese mi faccia l’onore....

MAR. A meraviglia. Ma... nel medesimo tempo... se voi voleste farmi il piacere...

CON. Se sapeste,  signor marchese,  quanto ho dovuto spendere in questa occasione!... non si finisce mai. Sono... in verità... sono esausto affatto.

MAR. Bene,  bene,  benissimo.

CON. Male,  male,  malissimo.

NAR. Ascoltate. Voi siete amico della signora Araminta.

CON. Sì,  signore. Oh! ella,  per esempio,  è una donna ricca. Ella potrebbe esser al caso vostro.

MAR. Sì,  così è... precisamente per questo.... Se voi voleste parlare alla signora Araminta.... ma senza.... come si chiama sua figlia?

CON. Signorina Eleonora.

MAR. Ah,  sì,  signorina Eleonora.

CON. (Eh che uomo singolare! Convien capirlo per discrezione.) Parlerò segretamente alla signora Araminta.

MAR. Ma bisognerebbe che ciò fosse fatto in maniera.... Voi mi capite.

COM. Vi metterò tutta la premura possibile,  e mi lusingo che acconsentirà al vostro desiderio,  purché abbia le sue sicurezze.

MAR. Cospetto!... s’ella mi dà... io non ho.. io non sono... ma… i miei beni.

CON. Quanto vorreste signor marchese?

MAR. Mi hanno detto che.... centomila scudi,  mi pare. Non chiedo di più.

CON. (Centomila scudi!) Il prestito è troppo forte. Non so se la signora Araminta vorrà acconsentire.

MAR. Quando le parlerete? Perché quando ho una cosa in testa... detto fatto... Sono così di natura.

CON. Oggi le parlerò assolutamente.

MAR. E vi lusingate che ella voglia… bene,  bene,  benissimo.

CON. Credo che se la signora Araminta si trova in stato di soddisfare il vostro desiderio,  lo farà volentieri,  prima per me,  che son vicino a diventare suo genero.

MAR. (con sorpresa) Come... che.... voi?...

CON. Sì,  signore,  quella che devo sposare è sua figlia.

MAR. Ah! questa sì.... da quando?... È ben vero.... È possibile?

CON. Ma donde viene,  signor marchese,  questo eccesso di meraviglia? Avete qualcosa da obiettare al mio matrimonio?

MAR. Non dico... ma mio figlio... con qual fondamento?... (Oh,  che sciocchezza!)

CON. La signora Araminta destina,  è vero,  centomila scudi di dote a sua figlia; ma credete voi che per questo non avrà denaro da prestarvi?

MAR. (ancor più meravigliato) A prestarmi? A me? A prestarmi?

SCENA X.

Il Cavaliere,  e detti.

  CAV. (ritorna dalla porta da cui era uscito. Accenna coll’azione la sorpresa e ilrammarico. Passa dietro al conte,  senza farsi vedere,  e fa cenno al marchese di non parlare.)

CON. (al marchese) Se volete,  le parlerò.

MAR. (al cavaliere in maniera che il Conte crede che parli con lui) Sì,  sì,  ho capito.

CAV. (entra nell’appartamento).

CON. Dirò dunque alla signora Araminta....

MAR. No,  no. Non crediate che… no,  vi dico,  no.

CON. Sì o no? signore,  non vi capisco.

MAR. Prestarmi!... a me?... come?... Io sono,  è vero.... ma non sono poi.... bene,  bene,  benissimo. Non sono poi....

CON. Signore,  vi chiedo scusa. Ho degli affari. Devo uscir di casa. Ecco là il vostro appartamento. (Non vi è in tutto il mondo un uomo ridicolo come questo.) (parte).

MAR. Al diavolo.... non sa quel che dice (entra nell’appartamento).

  Fine dell’atto terzo.

Nella prima scena dell’atto quarto il visconte si lagna dell’impegno contratto da Eleonora,  e nella terza Casteldoro si lagna delle cattive maniere usategli dalla futura sposa e dalla madre,  onde gli vien desiderio di sciogliersi. Ha veduto la signorina di Courbois e ne è rimasto incantato,  prova solo dispiacere per i centomila scudi della signora Araminta. Qui ha luogo una scena tra il marchese e Casteldoro. nella quale l’avaro fastoso fa pompa delle sue ricchezze e si vanta di aver regalato alla sua sposa centomila franchi di diamanti. Il marchese resta sbalordito,  e parte ripetendo più volte: - Centomila franchi,  in diamanti! bene,  bene,  benissimo.

Casteldoro peraltro nutre la speranza di poter sposare la signorina di Courbois senza perdere i centomila scudi della signora Araminta; rende intesa di tutto la sorella,  ed ecco le sue idee. - Farò in modo,  egli dice,  che la signora Araminta conceda al visconte la figlia unitamente ai centomila scudi,  e che il marchese conceda a me sua figlia con la stessa somma; in questo modo il padre appaga le brame del figlio,  e la signora la figlia senza levarsi nulla di tasca,  e tutti restano contenti. -

Dorimene,  che aveva a cuore il fratello non meno che il bene dell’amica,  desidera vivamente che questo disegno,  quantunque strano,  riesca. Ma ecco Eleonora e il visconte; la scena tra loro è piacevolissima,  ma viene interrotta dalla signora Araminta,  col pretesto ch’ella vada a parlare colla modista che l’aspetta. Eleonora esce con Dorimene. Restata sola col visconte,  Araminta gli parla colla solita franchezza: ella conosce la sua inclinazione per Eleonora e ha molta stima per lui; gli darebbe con piacere la figlia,  giacché l’impegno con Casteldoro non sarebbe d’impedimento. La difficoltà è che gli affari della casa di Courbois sono in pessimo stato,  ed è già noto il loro dissesto. Il visconte vede che ella ha ragione. Confessa che quando suo padre gli cedesse la direzione di tutti gli affari,  spererebbe di assestarli in modo da proseguire poi senza ostacolo la sua via nel servizio,  che per mancanza di mezzi si vede in procinto di abbandonare. Araminta rimane commossa dalla condizione del giovane,  di cui conosce il merito e la probità. - Voi dunque,  dice,  non siete in grado di ammogliarvi. Rimanete libero,  e lasciate pure che mia figlia segua il suo destino; quando vi possano riuscir gradite le prove dalla mia sincera amicizia,  vi offro di buon cuore la somma che vi occorre per comprare un decoroso posto nel reggimento,  né altre garanzie vi domando che la vostra parola d’onore. -

Commosso il visconte risponde: - E se morissi,  signora? - Ebbene,  se moriste,  risponde Araminta,  avrei perduto il mio danaro,  ma non il piacere di aver favorito un uomo dabbene. - Dopo ciò vanno insieme a casa di Dorimene; il visconte intanto chiama La Fleur perché avvisi il padre,  nel caso che chieda di lui. Ecco il marchese; ordina la carrozza ed è in furia contro il cocchiere. La Fleur lo difende dicendogli che quello di Casteldoro gli ha negato la paglia per i cavalli; il marchese non può crederlo. - No,  Casteldoro non è avaro. - La Fleur sostiene il contrario,  e racconta al padrone ciò che Frontino gli ha comunicato in confidenza. Il marchese rammenta i centomila franchi in diamanti; La Fleur scopre il mistero dei diamanti presi in prestito. - Come! esclama il marchese; un avaro nascosto,  un uomo falso! Egli è… così va bene… l’uomo il più meschino del mondo. Mia figlia?... No,  egli non avrà… Centomila franchi in diamanti,  e niente paglia? -

Nel quinto atto,  facendosi notte,  Casteldoro fa accendere le lumiere e i candelabri. Frontino chiama La Fleur per farsi aiutare. Egli acconsente,  sperando di passarsela bene. Frontino però non gli promette gran cose. Almeno una bottiglia di vino,  dice La Fleur; ma l’altro risponde che neppur questa è sicura: - Il mio padrone ha sempre in tasca pallottole di carta,  e ne cava fuori una ogni volta che compare in tavola una bottiglia; di modo che alla fine del pranzo sa quante se ne son portate ed è difficilissimo trafugarne. -

Ma ecco nuovamente Casteldoro in aria furiosa e brusca,  perché tutti lo disprezzano,  perché vien respinto da ogni parte. Manda via La Fleur e ordina a Frontino di spegnere tutti i lumi. Frontino obbedisce con rincrescimento,  e Casteldoro spegne da sé col fazzoletto l’ultimo lume; restano al buio. Egli vuole uscire,  ma sentendo gente che entra,  si nasconde. È questi La Fleur,  meravigliato di veder spenti tutti i lumi. Incontra Frontino,  si riconoscono,  cominciano di nuovo a chiacchierare. Casteldoro è testimone di quel che si dice di lui,  e ciò somministra materia a parecchie scene comiche,  i cui particolari riuscirebbero troppo prolissi; eccone una.

Il Marchese,  poi Araminta

MAR. È vero,  è vero… senza un grano di biada!

ARA. Sì,  sì,  andrò nel suo gabinetto... (parlando verso la scena da cui viene) Oh! riverisco il signor marchese.

MAR. Servitore. Come va?... Sista bene?

ARA. Ai vostri comandi. E voi,  signore?

MAR. Io... bene,  bene,  benissimo... desideravo per l’appunto... mio figlio vi avrà parlato.

ARA. Vostro figlio,  madama Dorimene e mia figlia non hanno fatto che stordirmi,  tormentarmi... sono così stanca che non ne posso più.

MAR. Voi dite dunque,  madama... ma... voi mi conoscete... Io non ho.. è vero,  ma... i miei beni,  le mie terre… il bosco. Il marchesato,  sette fontane,  contea costa,  bassa contea,  campo verde,  baronia... bene,  bene,  benissimo... due milioni,  madama.

ARA. A che servono i vostri milioni? Il mio povero marito con niente ha fatto milioni,  e voi con i milioni non avete niente. Il punto è che mio marito non perdeva di vista i propri interessi,  e aveva una moglie che sapeva dirigere la famiglia. Ma per voi,  signor marchese,  sia detto fra noi,  tutto è in disordine in casa vostra.

MAR. È vero che la marchesa,  buona memoria... era un po’ troppo portata... e la povera donna sempre perdeva. Io... non ho altro piacere... ho questa passione... ho bravi cani... ho caccie superbe... ma... mio figlio,  bene,  bene,  benissimo... oh! mio figlio è un ragazzo... che un giorno.. un giorno... i nostri feudi,  le nostre terre.

ARA. Eh! se i beni vostri,  se le vostre terre fossero nelle mie mani,  questo giorno non tarderebbe ad arrivare.

MAR. Bene,  bene,  benissimo... prendete... fate... Io mi abbandono a voi... oh,  di buon cuore!

ARA. Credete,  signor marchese,  che una donna della mia sorte sia fatta per essere l’agente di un privato? (con un poco di alterezza).

MAR. No... non dico questo... voi siete ancora... e io... non sono così vecchio che... mi capite.

ARA. Voi scherzate,  signor marchese.

MAR. Io?... oh! quando dico... bene,  bene,  benissimo.

ARA. Non ho alcuna idea di maritarmi; ma se mai dovessi fare la corbelleria,  io non fo caso ai titoli,  ma ai fondi e ai capitali.

MAR. Tutto,  tutto... se voi voleste... non ci sareste che voi... padrona di tutto... Carta bianca,  madama,  carta bianca: bene,  bene,  benissimo. Carta bianca.

ARA. Carta bianca?

MAR. Assoluta.

 

Sopraggiunge il visconte,  viene informato e aggiunge le sue alle preghiere del padre,  perché Araminta s’incarichi della direzione dei loro affari in qualità di signora marchesa di Courbois. Ciò nonostante ella è indecisa; ma,  gettatasi ai suoi piedi Eleonora,  si determina ad accettare.

Frattanto Dorimene intende ciò che accade,  è lieta del bene di Eleonora,  ma le dispiace che il matrimonio sia fatto senza renderne consapevole suo fratello. - Egli avrebbe avuto mia figlia,  - dice la signora Araminta,  - se non fosse stato così fastoso. - E io gli avrei dato la mia,  - dice il marchese,  - se non fosse così avaro.

Nel tempo di questo diverbio,  entra l’Avaro fastoso. Informato di tutto,  prende il suo partito. La cena è pronta e non conviene perderla. I commensali si trovan già tutti insieme,  e non vuole che si burlino di lui; onde,  fattili passare,  annuncia loro che l’oggetto per cui li ha invitati è di festeggiare il matrimonio del visconte di Courbois. Essi però non si lascian così facilmente ingannare: i servitori hanno già parlato,  i difetti e i vizi del signor Casteldoro sono palesi; egli è aborrito per la sua avarizia,  non meno che disprezzato per il suo fasto e orgoglio.

  CAPITOLO XXII.

 Seguito dei due capitoli precedenti. - Aneddoti riguardanti L’Avaro fastoso.

La persona cui feci vedere prima d’ogni altro la mia composizione,  quando la credetti in stato di poter comparire in pubblico,  fu il signor Préville,  a cui appunto avevo destinato la parte del marchese. Gradivo di sapere il suo sentimento riguardo a questo personaggio e al complesso della commedia.

A me parve contento dell’uno e dell’altra. Gli feci osservare la difficoltà di sostenere al naturale la parte: - Conosco,  mi rispose,  un così bel carattere in natura. - In conseguenza dell’incoraggimento di questo attore stimabile,  feci fare la lettura della mia commedia all’assemblea del Teatro francese,  la quale ebbe voti pro e contro; insomma,  venne accettata salvo correzione.Io non ero assuefatto a questa sorta di accoglienza; ciò nonostante dissi a me stesso: non mostriamo orgoglio né ostinazione. Indi,  ripreso sott’occhio il mio scritto,  tolgo qualcosa,  ne aggiungo qualche altra,  correggo,  pulisco,  lo rendo migliore,  se ne fa una seconda lettura,  è bene accolta e viene inclusa nel repertorio per la villeggiatura di Fontainebleau. Doveva appunto esser recitata fra le prime al teatro della corte. Ma che! il signor Préville si ammala lo stesso giorno dell’arrivo,  ed è obbligato a stare in letto per un mese,  né migliora che verso la fine della villeggiatura; ed ecco L’Avaro fastoso destinato pel giorno antecedente alla partenza del re.

Allora tutti i ministri,  i forestieri,  gl’impiegati erano già partiti; oltre a ciò i comici erano affaticati,  e non avevano gran voglia d’imparare,  e ancor meno di provare. Conoscendo dunque la condizione critica in cui si trovava la mia commedia,  chiedo rispettosamente di sospenderne l’esecuzione; ma siccome nel repertorio non ve ne erano altre,  mi si fece credere indispensabile il rappresentarla. Vo dunque alla recita e mi metto nel solito posto del teatro,  cioè dietro alla tenda.

Vi era in platea sì poca gente che non poteva in alcun modo ritrovarsi il buono o cattivo effetto della composizione; insomma,  ella terminò senza alcun segno di approvazione né disapprovazione. Torno a casa senza veder nessuno: tutti erano occupati a fare i loro fagotti. Io pure faccio i miei; tutti partono,  parto anch’io.

Ebbitutto il tempo di fare per strada le mie considerazioni. La freddezza glaciale con cui era stata ascoltata la commedia poteva benissimo derivare,  sia dalla scarsità degli spettatori,  come dal momento in cui fu rappresentata; ma conobbi che anche qualche attore si era ingannato nell’esecuzione della sua parte. La signora Drouin,  attrice eccellente per le parti caricate,  rappresentò quella di Araminta da nobile matrona; ma è tutta mia la colpa: si rammenti il lettore quella scena nella quale la signora Araminta,  alla presenza delvisconte,  compie quel grand’atto di generosità; ebbene,  fondandosi su questo,  l’attrice si figurò che la sua parte dovesse esser grave e sostenuta. L’onoratezza,  la beneficenza e la generosità possono trovarsi in tutti i ceti egualmente. Una commerciante che fa una bell’azione lascia ella per questo diessere una rivendugliola? La signora Araminta ne fa una proporzionata alle sue facoltà,  ma non lascia per questo di essere una madre austera e un’amica petulante. La sua parte dunque poteva essere importante per incidenza,  e comica per carattere. Il signor Bellecour recitò l’Avaro fastoso quasi all’eroica,  sostenendo le scene di fasto a meraviglia,  ed essendo impacciatissimo in quelle d’avarizia. Qui pure la colpa è mia: avrei dovuto assegnare questa parte a un attore capace di rappresentare i personaggi gravi e le parti caricate. Riguardo al signor Préville non ho per verità nulla a dire,  poiché la sua parte era di una difficoltà straordinaria,  né aveva avuto tempo di rendersi familiari tutte quelle espressioni tronche,  che esigevano un’infinita destrezza,  per far comprendere ciò che l’attore non finiva di pronunziare. Lo sbaglio fu tutto mio: poiché dovevo fare le mie rimostranze,  e ricorrere alle mie protezioni,  affinchè la mia commedia non fosse rappresentata a Fointanebleau. Insomma,  ricapitolando le inavvertenze da me commesse,  giunto appena a Parigi scrissi ai comici e ritirai la mia composizione. Gli amici erano impazienti di vedere sul teatro di Parigi L’Avare fastueux,  e a loro dispiacque molto la notizia che l’avevo ritirato. Mi rimproveravano,  erano meco in collera,  mi tormentavano perché ne permettessi la rappresentazione; e per incoraggirmi dicevano che molte composizioni,  cadute nella prima rappresentazione,  erano poi salite in credito. Non avevan forse torto,  e io di buon animo avrei secondato i loro consigli e appagati i loro desideri,  se i comici avessero dimostrato la determinazione di tornare a recitarla; ma forse ne erano scontenti quanto me. La composizione era nata sotto una cattiva stella; bisognava temerne le sinistre influenze,  bisognava condannarla all’oblio,  e il mio rigore andò tant’oltre che arrivai perfino a negarla a parecchie persone,  che me la chiedevano per leggere soltanto. Peraltro non fu possibile opporsi alla richiesta d’uno dei più gran signori del regno,  le cui preghiere sono comandi. Recatomi a fargli omaggio della mia commedia,  una rispettabile signora s’incaricò della lettura,  che adempì con la grazia e facilità,  che a lei erano tanto naturali; ma alla prima entrata del marchese fu stupita della singolarità della parte di cui non era avvisata. Allora il signor *** afferrò l’originale,  e lesse egli stesso la scena come tutte le altre riguardanti il personaggio,  con speditezza,  facilità e precisione tali,  che si sarebbe preso assolutamente per autore della commedia. Confesso che non seppi in quel momento por freno né alla gioia né all’ammirazione. Terminata la lettura,  tutti parvero contenti: ma era quello il soggiorno della bontà e della garbatezza,  e non potevo incontrarvi che buone grazie.

CAPITOLO XXIII.

  Matrimonio del conte d’Artois fratello del re. - Arrivo a Parigi del cavalier Giovanni Mocenigo, 

nuovo ambasciatore di Venezia. - Suo felice negoziato per la soppressione del diritto fiscale

sull’eredità dei non nazionali. - Mie attenzioni per gl’Italiani. - Nuova edizione del Metastasio.

- Incisori italiani che vi si sono resi chiari.

Nel novembre 1773 fu celebrato a Versailles il matrimonio del conte d’Artois,  fratello di Luigi XVI,  con Maria Teresa di Savoia,  figlia del re di Sardegna e sorella di Madama. Le feste ordinate per tale occasione furono eseguite con la solita pompa e magnificenza. Quando la stagione fu contraria agli spettacoli campestri del parco,  altrettanto riuscirono splendidi gli appartamenti per le diverse sale da ballo e da gioco,  come pure per la quantità di forestieri accorsi da ogni parte per ritrovarsi a queste nozze e passar l’inverno a Parigi. Circa a quel tempo il cavalier Giovanni Mocenigo venne in qualità d’ambasciatore di Venezia,  per subentrare al cavalier Sebastiano Mocenigo suo fratello,  che terminava i quattro anni di ambasceria. Il nuovo ministro della Repubblica era appunto uno dei miei antichi protettori; avevo infatti ricevuto da lui prove di benevolenza,  essendosi compiaciuto di alloggiarmi nella sua casa per molto tempo con tutta la mia famiglia. Egli inoltre,  unitamente ai Balbi,  Querini,  Valier,  Berengan e Barbarigo,  protesse la mia prima edizione di Firenze,  facilitandone l’introduzione a Venezia ad onta della crudele e ostinata guerra che mi facevano i librai. Ma ecco qui una nova e più significante conferma della sua bontà a mio riguardo. Nell’occorrenza del matrimonio con la nipote del doge Loredan,  ebbe la degnazione di scrivermi il seguente biglietto: «Il serenissimo doge mi ha permesso d’invitare alle mie nozze alcuni dei miei amici. Voi siete in questo numero: vi prego dunque d’intervenire,  che vi sarà la vostra posata.» Non mancai. Vi era una tavola di cento persone nella sala chiamata dei Banchetti,  e un’altra di ventiquattro alla quale il nipote del doge faceva gli onori di casa. Io ero appunto a quest’ultima. Al secondo servito lasciammo tutti il nostro posto e andammo nella gran sala,  a fare il giro di quell’immenso convito,  fermandoci or dietro gli uni or dietro gli altri. Io specialmente godetti tutte le gentilezze che si profondevano a un autore che aveva la sorte di piacere.

Il cavalier Giovanni Mocenigo,  durante il corso dell’ambasciata,  rese alla sua nazione un importante servigio. Trattò con la corte di Francia l’estinzione reciproca del diritto di fisco sui beni ereditari dei non nazionali,  e vi riuscì. La notizia di tal successo fu per me di soddisfazione grandissima,  e quantunque non ci avessi molto interesse,  non ritrovandomi nulla da lasciare dopo morte ai miei eredi,  godevo assai per quei Veneziani che hanno affari in Francia. Ho sempre riguardato i miei compatrioti amichevolmente,  ed essi in casa mia sono sempre stati i benvenuti. Mi son trovato,  è vero,  più di una volta ingannato,  ma i cattivi non mi hanno mai potuto privare del pacere di rendermi utile; e spero che nessun Italiano sia partito malcontento di me. Soddisfattissimo del mio soggiorno in Francia,  amo molto conversare di tempo in tempo con la gente della mia nazione,  o con Francesi che posseggano la lingua italiana. Il luogo dove più frequentemente ne incontro è la casa della signora Boccage. Non vi è infatti forestiero ragguardevole per qualità o per meriti che,  arrivato a Parigi,  non procuri di fare la corte a questa rispettabilissima dama. In casa appunto della signora feci una scoperta della maggior importanza e piacevolissima per me. Un giorno che dovevo pranzarvi,  la signora contessa Bianchetti,  nipote della signora Boccage,  mi presenta una signora che avrei dovuto conoscere,  ma che in veruna maniera riconoscevo,  e restai meravigliato sentendomi salutare in ottimo veneziano da questa stessa persona,  che fino allora aveva parlato perfettamente il francese. Era la moglie del signor de La Borde,  amministratore generale dei regi beni e sorella del signor Le Blond,  che successe al padre nel consolato di Francia a Venezia. Avevo conosciuto questa signora nella sua prima gioventù,  ed era la minore di tre sorelle chiamate le tre bellezze di Venezia.

Dopo il dialetto toscano e veneziano,  quello che mi diverte più d’ogni altro è il genovese. Iddio (dicono gl’Italiani) nell’assegnare a ciascuna nazione il suo linguaggio,  dimenticò i Genovesi; essi dunque ne composero uno a loro capriccio,  che risente ancora la confusione delle lingue della torre di Babele. Questo linguaggio è quello di mia moglie; io lo capisco e lo parlo abbastanza bene. Avevo avuto occasione altre volte di parlare frequentemente con un Genovese mio amico,  allontanatosi da Parigi per alcuni suoi affari; se ho perduto il piacere di trattenermi con lui,  mi è restato quello di pranzare spesso da sua moglie.

Frequenta la casa di lei una brigata graziosissima. Il signor Valmont de Bomare,  il naturalista,  che non ricusa di istruire e di divertire nel tempo stesso i commensali,  quando lo si interroga intorno alle sue vaste cognizioni. Il signor Coqueley de Chaussepierre,  avvocato al parlamento,  che adorna col suo brio i ragionamenti seri e i galanti. V’intervengono pure altre amabili e rispettabili persone. A tavola si ragiona,  si passano in rassegna le notizie del giorno,  si parla di spettacoli,  di recenti scoperte,  di proposte,  di avvenimenti. Ognuno dice il suo parere e,  se mai insorge qualche discussione,  la padrona di casa,  piena di cognizioni e discernimento,  prende le parti della riconciliazione. Se le mie Memorie hanno la sorte di valicare i mari,  il mio amico *** vedrà che non mi sono scordato di lui; altro in sostanza non fo che render giustizia alla verità,  nulla essendovi di più caro per me dell’opportunità di parlare degli amici che amo e amerò costantemente,  siano essi Italiani o Francesi.

La nazione francese oggidì mi è cara al pari della mia,  ed è un gran piacere per me quando incontro Francesi che parlano l’italiano. Ne rammenterò alcuni,  che,  per quanto valgo a giudicarne,  lo parlano e lo scrivono meglio degli altri. La signora Pothouin,  vedova da poco tempo del signor Pothouin,  avvocato al parlamento di Parigi,  è donna amabile non meno che rispettabile per il brio e l’ingegno,  quanto era il consorte per la scienza e l’integrità. Sebbene non sia mai stata in Italia e abbia cominciato lo studio della lingua italiana molto tardi,  né lo abbia continuato che per due soli anni,  la signora Pothouin è certamente in grado di sostenere con gl’Italiani qualunque lungo colloquio,  valendosi dei migliori vocaboli,  dei modi più usati,  delle frasi meglio composte. Anche il signor presidente Tachar aggiunge alle sue vastissime cognizioni e al gusto della letteratura francese,  quello della lingua e letteratura italiana. Quando occupava l’importantissima e laboriosa carica di soprintendente all’Isole del Vento in America,  trovava tempo per scrivermi,  e la nostra corrispondenza era sempre in italiano. In quel tempo non era,  a dir vero,  troppo sicuro nel dialetto toscano,  ma sbagliava di rado. Dopo il suo ritorno d’America fece un viaggio in Italia,  compiuto il quale non parve più in tutti i suoi discorsi e lettere un Francese imitatore degl’Italiani,  ma uno che appartenesse alle due nazioni in ugual modo. La signora baronessa de Bordic ha molto gusto e facilità per la lingua italiana. Ebbi l’onore di vederla e fare la sua conoscenza a Parigi,  ove ella si rese per qualche tempo la delizia di quanti la frequentavano: era stimata per le sue qualità,  ammirata per l’ingegno,  affettuosamente amata e gradita per la dolcezza dei suoi versi; insomma era adorata. La signora de Bordic si trova ora a Nimes,  e io tuttora mi dolgo della privazione della sua compagnia. Ma la sua corrispondenza me ne dàqualche compenso,  e le lettere di cui mi onora di tempo in tempo provano lo studio ch’ella fa della nostra lingua e dei nostri autori. Il signor Cousin,  avvocato del re nel baliaggio di Caux,  è parimente un gran dilettante di lingua italiana: io non ho mai avuto l’onore di vederlo,  ma egli mi ha fatto quello di scrivermi da Dieppe ove dimora,  sempre in italiano e qualche volta anche nel dialetto veneziano.

La letteratura italiana è molto gustata in Francia; i nostri libri vi son bene accolti,  benissimo pagati,  e le biblioteche di Parigi ne sono riccamente fornite. Il fu signor Floncel ne aveva una di sedici mila volumi,  tutti quanti in lingua italiana,  e il signor Molini,  libraio italiano in questa capitale,  ne fa un commercio considerevole. La quantità degli esemplari delle mie commedie spacciate in questo paese è prodigiosa,  e la premura con cui si è ora aperta la soscrizione della nuova edizione dell’Opere del Metastasio è anche maggiore. Questa stupenda edizione,  condotta ed eseguita dalla diligente cura del signor Pezzana,  è ornata di tutte le grazie dell’arte tipografica. Essa è bella,  ma è anche cara; due cose,  che mai non vanno disgiunte. Vi sono rami preziosissimi,  e vi si ammira fra l’altre cose un Polifemo del Bartolozzi,  e in parecchie stampe l’eccellenza del disegno e del bulino del signor Martini. È questi uno dei migliori allievi del signor Le Bas,  parmigiano,  uomo onestissimo,  savissimo e sommamente istruito,  artista che fa onore all’Italia. Presentemente trovasi a Parigi,  dove ha stabilito la sua dimora come me,  e ha fatto benissimo.

CAPITOLO XXIV.

Morte di Luigi XV. - Incoronazione di Luigi XVI. - Nascita del duca di Angoulême.

- Malattia delle principesse di Francia. - Loro convalescenza a Choisy.

- Matrimonio della principessa Clotilde,  sorella del re.

- Servigi da me prestati a lei e alla principessa Elisabetta. - Nuovi benefici del re a mio riguardo.

Alla gioia che il matrimonio tra i principi aveva diffuso per tutto il regno successe la più cupa tristezza. Cadde malato Luigi XV,  e presto si palesò in lui il vaiolo del genere più maligno e complicato. Questo sovrano,  benché fosse molto vigoroso e ben conformato,  dovette soccombere alla violenza di questo flagello dell’umanità. Quale afflizione per la Francia,  che gli aveva conferito il titolo di bien-aimé,  qual desolazione per la famiglia che lo adorava,  qual perdita per i suoi antichi servi,  affezionati a lui più per sentimento che per dovere.

Egli era il più clemente tra i re,  il padre più tenero,  il padrone più dolce che vi fosse mai stato. Eccellenti erano le doti del suo cuore e felicissime quelle della mente. Ma tergete pure una volta,  Francesi,  le vostre lacrime. La Provvidenza vi diede un successore le cui virtù formeranno la vostra felicità. Voi avete sempre avuto costume di qualificare parecchi dei vostri re con titoli e nomi eternati poi dalla posterità; quale sarà pertanto l’epiteto che ora sceglierete per Luigi XVI? La bontà,  la giustizia,  la clemenza,  la beneficenza sono doveri assoluti per tutti quelli che Dio ha destinato a governare gli uomini. È dunque necessario che la scelta del titolo che può convenirgli sia dedotta dalle sue qualità personali. I suoi costumi,  la condotta,  lo zelo per il bene pubblico,  la pace e perfetta calma d’Europa,  la sua religione,  la moderazione,  la probità che esige,  l’esempio che ne dà: eccovi virtù rare,  essenziali,  di gran lunga più utili allo Stato che non l’amore della conquista; ecco sorgenti inesauribili di lode,  ecco monumenti sacri all’immortalità. All’età di trentatré anni non può la pubblica voce determinare gli onori e i titoli dovuti al carattere di un sovrano che aspira alla gloria di meritarli; ma io sono ormai troppo vecchio per attendere la scelta,  onde me ne anticipo il contento nominandolo in cuore Luigi il Saggio.

Ahimè! quante vicende avvengono mai all’umanità! Sono ora costretto a ricordare un nuovo soggetto di spavento e di dolore. Le tre figlie di Luigi XV,  che mai aveano lasciato il letto dell’augusto loro genitore in tutto il corso della malattia,  furono assalite dai medesimi sintomi e corsero lo stesso pericolo. Queste principesse destavano troppa simpatia per non tener tutti in inquietudine riguardo al loro stato di salute; ma Dio ce le preservò,  strappando dalle fauci della morte questo esempio eroico di amor filiale.

A Choisy passarono il tempo della convalescenza; e siccome non meno degli altri avevo sofferto in quella terribile occasione,  andai col loro seguito a respirare io pure l’aria salubre di quel luogo delizioso. Un giorno,  trovandomi a pranzo dalle principesse e dame di compagnia,  alla cui tavola non vi era altr’uomo che il principe di Condé,  madama Adelaide mi fece l’onore di nominarmi a questo principe del sangue,  che subito ebbe la degnazione di guardarmi con bontà. Mi accostai rispettosamente,  mi parlò del Burbero benefico. Miera già noto che egli stesso l’aveva recitato a Chantilly,  e che aveva a meraviglia sostenuto la parte di Geronte,  onde mi valsi dell’occasione per tributargli congratulazioni e ringraziamenti.

Ritornato a Parigi,  intesi parlare del matrimonio proposto tra la principessa Clotilde,  sorella del re di Francia,  e il principe di Piemonte,  erede presuntivo della corona di Sardegna. Questa novità essendo per me importantissima,  andai a Versailles per esserne meglio informato; la proposta era vera,  ma se ne faceva mistero,  e solo sette mesi avanti la celebrazione del matrimonio ebbi ordine di portarmi dalla principessa per darle qualche istruzione nella lingua italiana. Obbedii: ma che poteva ella imparare in sette mesi? Ben mi guardai di farle percorrere la via consueta. Essa conoscendo benissimo la grammatica francese,  non le proposi altro da imparare che i verbi ausiliari della grammatica italiana. La facevo legger molto,  e le osservazioni e brevi digressioni che opportunamente frammischiavo alla lettura,  valevano a mio parere più della lunga e noiosa litania delle regole e delle scolastiche difficoltà. Le mie letture tendevano anche a uno scopo più importante,  che era di farle conoscere gli autori classici italiani per i loro nomi,  alcuni aneddoti e i titoli delle loro opere,  procurando di erudirla nel tempo stesso intorno ai costumi d’Italia. La principessa,  sommamente docile e compiacente,  era dotata di una portentosa facilità a imparare e di una memoria felicissima. Le davo lezione ogni giorno,  ed essa faceva progressi mirabili,  benché le nostre conferenze fossero spesso interrotte da gioiellieri,  orefici,  pittori e mercanti. Entravo talvolta nel suo quartiere per esser testimone della scelta delle stoffe,  del prezzo delle gioie,  della somiglianza dei ritratti. Tuttavia m’ingegnavo di trar profitto anche da questi inconvenienti,  facendole ripetere in italiano i nomi delle cose vedute,  che erano state contrattate per lei e indi comprate o respinte. Avemmo altre distrazioni: un viaggio a Reims per la consacrazione del re e la nascita del duca d’Angoulême. Questo principe,  figlio del conte d’Artois,  essendo il primo frutto di tre matrimoni dei principi di Francia,  importava molto allo Stato: infatti le dimostrazioni di gioia corrisposero al contento del pubblico.

Malgrado tutte queste interruzioni,  la mia augusta scolara sapeva mettere così utilmente a profitto il suo tempo,  che pronunziava l’italiano assai bene e lo leggeva ancor meglio; era senza dubbio in grado di leggere e intendere gli epitalami che i poeti piemontesi dovevano già averle destinato. Il suo matrimonio fu celebrato per procura verso il fine del mese d’agosto del 1775 nella cappella di Versailles; nella quale occasione vi furono feste splendide e spettacoli magnifici. La principessa partì adorata e pianta. Tutti quelli che l’avevano servita e le erano stati vicini ebbero dimostrazioni della sua bontà; né deve sembrare cosa straordinaria se in questa gran folla passasse in dimenticanza qualcuno; la disgrazia fu che questa dimenticanza andò appunto a cadere sopra di me.

Riguardo ai miei servigi e spese non avevo domandato nulla,  e nulla avevo ricevuto; ma nella persuasione che non avrei perduto nulla,  me ne stavo tranquillo,  né ardivo far parola. Varie persone che s’adopravano per me,  impazientite dal mio silenzio,  non perdettero tempo per sapere a qual partito dovessi attenermi: avevano più coraggio di me,  e la loro mediazione mi fu utilissima.

Si credeva a corte che la mia pensione di tremilaseicento franchi mi obbligasse al servizio di tutta la famiglia reale,  ignorando essere questa una ricompensa largitami per avere insegnato l’italiano alle principesse; onde gl’incaricati alle spese riguardanti la principessa di Piemonte furono convinti che dovessi essere remunerato; ma siccome gli affari che appartenevano a questa signora erano terminati,  fui perciò obbligato ad aspettare. Dovevo essere nuovamente impiegato dalla principessa Elisabetta,  altra sorella del re,  alla quale occasione dovevo serbare le mie domande. Attesi dunque lungo tempo,  stando sempre nel mio quartiere a Versailles. Finalmente giunse il giorno che ebbi ordine di recarmi da madama Elisabetta. Questa giovane vivace,  allegra,  amabile,  era in età più adatta al divertimento che alle occupazioni. Ritrovatomi qualche volta presente alle sue lezioni di lingua latina,  mi ero accorto che aveva molte disposizione per imparare,  ma le rincresceva approfondire le difficoltà spinose. Seguii all’incirca il metodo adottato per la principessa di Piemonte,  né la tormentai con declinazioni e coniugazioni che le avrebbero recato fastidio. Essa voleva fare della sua occupazione un divertimento: onde procurai che le mie lezioni fossero dilettevoli trattenimenti. Si leggevano spesso le mie commedie; e nelle scene a due personaggi ne facevano lettura la principessa e la sua dama d’onore,  traducendo ognuna la sua parte; se erano a tre,  vi suppliva la dama di conversazione; e se ve ne erano di più,  traducevo io tutte le altre. Questo esercizio era utile e piacevole; ma si può sperare che la gioventù si diverta per lungo tempo di una cosa medesima? Passammo dalla prosa ai versi: e Metastasio tenne occupata la mia augusta scolara per qualche tempo. Mi davo ogni cura per accontentarla,  ed essa lo meritava; questo era il servizio più dolce e piacevole del mondo.

Ma io invecchiavo,  e l’aria di Versailles non mi era favorevole; i venti chevi dominano e soffiano quasi perpetuamente assalivano i miei nervi,  risvegliavano le antiche malinconie e mi cagionavano palpitazioni di cuore; sicchè fui costretto ad abbandonare la Corte e ritirarmi in Parigi,  dove respirai un’aria meno pungente e più confacente al mio temperamento. Mio nipote,  benchè impiegato nel dipartimento della guerra,  poteva benissimo prendere il mio posto; egli lo aveva già occupato con le principesse,  ed ero sicuro di tutto il favore di madama Elisabetta. Era questo il momento di accomodare le cose mie; né rimasi ozioso. Presentai al re una memoria protetta dalle principesse. La regina ebbe la bontà di adoprarsi a mio favore,  e il re ebbe quella di concedermi sei mila franchi di gratificazione straordinaria,  e un onorario di milleduecento franchi annui in testa a mio nipote. Amici,  voi che avete rimproverato tanto il mio ritegno e la mia pazienza,  vedete adesso,  se ho avuto torto d’aspettar tutto dalla benignità del re; mirate i suoi nuovi benefici: trovate voi mediocre la ricompensa? Ma che ho iomai fatto per meritarne una più considerevole?

CAPITOLO XXV.

Partenza del cavalier Giovanni Mocenigo,  ambasciatore di Venezia. - Il cavalier Zeno gli succede.

- Proibizione dei giochi rovinosi in Parigi. - Alcune parole sopra un nuovo libro intitolato

La Passione del Gioco. - Alcune osservazioni sopra i giochi di conversazione.

  Tutto ciò che nel precedente capitolo ho detto non ha relazione all’anno medesimo. La connessione delle materie m’obbliga talvolta ad abbandonar l’ordine dei tempi,  ma non tardo a ritornarvi: ed eccomi perciò all’anno 1776. In quest’anno la contessa d’Artois partorì una principessa,  cui il re assegnò immediatamente il titolo di Mademoiselle. Ecco il tempo nel quale il cavaliere Giovanni Mocenigo ambasciatore di Venezia terminò il quarto anno della sua ambasciata,  ed ebbe per successore il cavalier Zeno. Questo patrizio veneto veniva allora di Spagna,  ove i giochi erano permessi,  e li trovò ancor più in uso in questa capitale. Si giocava in casa dei signori,  si giocava in casa di qualche ministro estero. Siccome il gioco era appunto la passione che predominava,  il signor Zeno riceveva moltissima gente in casa sua,  trattava tutti alla grande,  e vi si giocava in ugual modo.

Precisamente in questo tempo,  il governo francese cominciava ad aprire gli occhi sopra questa dannosa tolleranza che conduceva la gioventù e le famiglie intere alla rovina. Furono perciò proibiti i giochi d’azzardo. Alcuni ministri esteri pretendevano di godere i privilegi del corpo diplomatico,  e questa resistenza produsse cattive conseguenze. Comparve anche un libro intitolato La passione del gioco, del signor di Saulx. Quest’opera è un trattato completo che comprende la moralità,  l’ordine e la politica di un simil soggetto. È insomma un libro classico,  di cui mancava la collezione delle opere che possono dirsi utili alla società,  e non dubito che abbia contribuito molto alla soppressione dei giochi pericolosi. Il signore di Saulx non lascia di battere,  benchè leggermente,  anche i giochi che si chiamano di trattenimento o conversazione,  non intendendo proscriverli,  bensì moderarli. Sembrava che i piccoli giochi fossero divenuti ormai necessari. Non è di fatto possibile passare una serata senza far qualcosa. Dopo le novità del giorno,  dopo la critica del prossimo e talvolta degli stessi propri amici,  bisogna per necessità giocare.

È vero che il gioco è un divertimento onesto e piacevole; ma non tutti gradiscono divertirsi allo stesso modo; ne è causa la diversità dei temperamenti. Quante persone non vi sono di modi soavi e di pulitissimo tratto,  che mutano poi tono,  carattere e anche aspetto,  poste a un tavolo da gioco? Un uomo generoso divien talvolta furibondo,  anche per una perdita leggera. La cagione non è,  egli dice,  la perdita del danaro,  bensì l’amor proprio. Può darsi; ma gioco anch’io,  e dico con sincerità di aver più piacere di vincere sei franchi che di perderli. Segno esattamente la mia vincita e la perdita e sono lietissimo quando mi ritrovo,  alla fine del mese,  qualche scudo di guadagno. In quel momento non è già l’amor proprio che mi accarezza,  ma è che un luigi di più o di meno nella mia piccola borsa fa una piccola differenza,  che mi cagiona un piccolo piacere o un piccolo disgusto. Parlo di me; nessuno applichi a sé stesso quello che dico e quello che penso. Il compito più penoso per una padrona di casa è combinare le partite in modo che l’amor proprio degli uni non offenda quello degli altri. Ma indipendentemente dai difetti dei diversi caratteri,  che con ragione convien perdonare,  nessuna cosa è più da temersi degli effetti dell’antipatia,  che si manifesta al gioco più che altrove. Che a un giocatore,  per esempio,  piaccia piuttosto perdere con una bella donna che con me,  questo è troppo naturale; ma che questo stesso giocatore se la prenda contro di me più che con altri,  questo sì che mi farebbe andare in collera,  se fossi capace di sdegno! Insomma ciò si vede accadere ogni giorno,  benché l’uomo prudente finga di non accorgersene. Premesso ciò,  le padrone di casa debbono dunque studiare la simpatia e l’antipatia delle persone che tengono a conversazione; debbono conoscere l’indole dei loro giocatori,  e saperli ben appaiare. Chiedo scusa al bel sesso,  che in proposito dev’essere più istruito di me,  ma ho anche un altro avvertimento da dare. Non bisogna che le padrone di casa siano le prime a incominciar la partita,  lasciando accomodare gli altri nella maniera che loro piace: ciò è avvenuto più d’una volta sotto i miei occhi,  e io stesso sono stato testimone delle lagnanze di quelli che si son creduti mal collocati. La tombola è un gioco comodissimo per evitare tutti questi inconvenienti,  potendosi adunare alla stessa tavola moltissima gente. La signora che fa gli onori della partita vi assiste parimente,  e ognuno resta contento; ma è questo,  a parer mio,  il gioco più insipido e noioso che si sia mai immaginato. Concedo che in tutti i giochi possa molto la sorte; ma quando ho in mano un mazzo di carte fo almeno qualcosa,  mentre alla tombola non fo nulla. Se vinco agli altri giochi,  posso compiacermi di avervi contribuito colle mie combinazioni,  e se perdo nutro la speranza di aver evitato molti colpi sinistri,  ai quali un altro sarebbe forse soggiaciuto; così il mio amor proprio rimane in qualche maniera soddisfatto. Ma in codesto maledetto gioco di palline io sono sempre la vittima. È stata anche immaginata la tombola Delfino,  ancor peggiore perché convien prima determinare i numeri; io ho avuto sempre il dispiacere di scegliere male. Sento intorno a me vociare terni,  quaterne,  cinquine,  mentre io non ho altro che estratti e qualche ambo; divento giocatore senza volerlo; me la prendo con quelli che vincono,  perché la loro vincita deve per necessità accrescere la mia perdita,  onde il mio amor proprio ne resta offeso non meno che l’interesse della mia borsa. A tutto ciò si aggiunge la noia; insomma,  non può esservi regalo più sgradito per me che farmi l’onore d’offrirmi una cartella. Ne fo la confidenza al mio lettore,  ma mi guarderei bene dal parlare così nelle conversazioni alle quali ho lasorte di essere ammesso; onde,  se le amabili e rispettabili persone che ho l’onore di trattare getteranno per caso un’occhiata sulle presenti Memorie,  spero chenon mi negheranno un benigno perdono in riguardo della mia sincerità

CAPITOLO XXVI.

I Volponi,  opera comica in tre atti. - Arrivo degli attori

dell’Opera Comica Italiana a Parigi per recitare sul teatro dell’Opera.

Nel 1777 mi fu domandata una nuova opera buffa per Venezia. Benché avessi fatto proposito di non farne più,  nella speranza che a Parigi potesse riuscirmi di qualche vantaggio,  acconsentii per compiacere i miei amici,  e composi un dramma in maniera che potesse piacere all’una e all’altra nazione ugualmente. Il titolo era I Volponi. Questi erano cortigiani divenuti gelosi di un forestiero,  cui usavano le maggiori garbatezze per divertirlo,  mentre in segreto tramavano cabale per rovinarlo. La composizione offriva dunque intreccio,  brio,  effetto,  e ne risultava una lezione di morale utilissima. In questo tempo si trattava appunto di far venire a Parigi gli attori dell’opera comica italiana,  da noi chiamati i buffi e a Parigi les bouffons. Questo vocabolo in Italia sarebbe ingiurioso: non è tale in Francia,  e non è in sostanza che una cattiva traduzione del primo. La musica della Buona figliuola del signor Piccini,  quella della Colonia del signor Sacchini,  e i progressi che giornalmente faceva a Parigi il gusto del canto italiano,  determinarono i direttori dell’Opera a introdurre questo spettacolo forestiero,  le cui rappresentazioni furono esposte nel gran teatro di questa città. Tale idea solleticava infinitamente il mio amor proprio; anzi ebbi la temerità di credermi necessario. Non vi era alcuno che conoscesse l’opera comica italiana meglio di me,  sapendo che da parecchi anni altro non si rappresentava in Italia che farse,  la cui musica era eccellente e detestabile la poesia.

Prevedevo bene che cosa conveniva fare per render piacevole a Parigi questo spettacolo: bisognava creare uno stile diverso; era necessario comporre nuovi drammi nel gusto francese. Più volte avevo fatto per Londra questa specie di lavoro ed ero sicuro del fatto mio,  né altri meglio di me poteva rendersi utile in tale occasione. Sapevo per esperienza quanto il lavoro fosse difficile e penoso,  ma mi ci sarei rivolto con un infinito piacere,  sì per il vantaggio che poteva ridondarmene,  come per l’onore della mia nazione. Inoltre era da scommettere che il teatro francese,  facendo venire attori forestieri,  non si sarebbe accontentato della vecchia musica e ne avrebbe fatto comporre una nuova,  al signor Piccini che ivi appunto si trovava,  ovvero al signor Sacchini che stava a Londra. Tenevo dunque pronta la mia opera comica,  ed ero quasi sicuro che me ne sarebbero state ordinate altre,  poiché non credevo convenirsi alla dignità del primario spettacolo della nazione di trattenere per lungo tempo il pubblico con una musica cantata e ricantata nelle accademie e nelle conversazioni di Parigi. Aspettavo pertanto che me ne fosse fatta parola,  o di esser sopra ciò consultato e messo all’opera… ma che! nessuno me ne parlò. Arrivarono a Parigi gli attori italiani tra i quali ne conoscevo alcuni; non fui però a vederli,  né intervenni alla prima loro recita. Ve ne erano tra essi dei buoni,  ve n’erano dei mediocri,  e la loro musica era eccellente: ciò nonostante uno spettacolo di tal sorta cadde,  come avevo previsto,  a motivo dei drammi,  che eran fatti per dispiacere in Francia ed essere di disonore all’Italia.

Il mio amor proprio avrebbe dovuto sentire una certa compiacenza vedendo verificata appieno la mia predizione; ma all’opposto ne fui veramente afflitto. Quantunque non fosse troppo di mio genio l’opera comica,  sarei stato lietissimo se avessi udito musica italiana sopra parole italiane; parole peraltro che si fossero potuto leggere con diletto,  e tradurre in francese senza rossore. Queste cattive opere comparvero al pubblico tradotte e stampate,  e la miglior traduzione di esse era appunto la meno sopportabile; più i traduttori si sforzavano di esporre il testo fedelmente,  più facevano conoscere le sciocchezze degli originali. Io m’ero figurato che questa compagnia italiana fosse per andarsene alla fine dell’anno; ma,  per quello che si vedeva,  era impegnata per due,  e per questa ragione restò a Parigi anche l’anno seguente. Fu appunto in questo secondo anno che mi si fece l’onore di cercarmi,  e mi fu portato uno di quei soliti cattivi drammi da accomodare. Era troppo tardi e il male era già fatto: una simil sorta di spettacolo era ormai troppo screditata. Sul principio avrei potuto sostenerlo,  ma dopo la crisi da esso sofferta credetti di non poterlo più far risorgere. Conviene anche dire che mi sentivo punto per essere stato posto in dimenticanza nel momento opportuno,  né mi ricordo di aver provato,  da moltissimo tempo,  un rincrescimento uguale a questo. Dicevano taluni,  per consolarmi,  che i direttori dell’Opera stimarono l’impiego che avrebbero potuto offrirmi troppo a me inferiore. Ma i signori direttori non sapevano di che cosa si trattasse; se essi avessero avuto la bontà di domandare su tal proposito il mio parere,  avrebbero allora veduto la necessità di avere un autore e non un rappezzatore. Vi erano anche altri che andavano dicendo (e forse senza il minimo fondamento) che si temeva che Goldoni fosse troppo caro. Quando avessero saputo prendermi,  avrei lavorato a solo titolo di cuore,  e sarei stato caro se avessero voluto mercanteggiare; ma anche in questo caso il mio lavoro li avrebbe ben compensati,  e oso dire che questo spettacolo esisterebbe ancora a Parigi.

CAPITOLO XXVII.

 Nascita del duca di Berry,  figlio del conte di Artois. - Nascita di Maria Teresa Carlotta di Francia, 

Madama,  figlia del re. - Alcune parole sull’ultima guerra,  la marina e le finanze.

- Rolando,  opera in musica del signor Piccini. - Il presente capitolo è interrotto

da una indisposizione alla quale son soggetto. - Singolarità di quest’incomodo.

- Saggia condotta del mio medico nel curarmi e sollievo che ne ottenni.

  Nel gennaio 1778 a corte e in città vi furono feste per la nascita del duca di Berry,  figlio di monsignore il conte d’Artois. Ma qual fu il giubilo dei Francesi,  allorquando nello stesso anno si manifestò la gravidanza della regina! Essa diede alla luce in dicembre una principessa,  alla quale fu posto nome Maria Teresa Carlotta di Francia,  col titolo di Madama,  figlia del re. Questo primo frutto del matrimonio del re fu riguardato come il precursore del Delfino,  che si attendeva con impazienza e che al termine di tre anni venne ad appagare i voti dei Francesi. Le feste date in quest’occasione,  come per la convalescenza della regina,  furono proporzionate alle condizioni del momento. La Francia era impegnata in una guerra,  che non aveva suscitata,  ma che conveniva sostenere per l’onore della nazione. Non entrerò nei particolari della rottura fra gl’Inglesi di Gran Bretagna e quelli dell’America settentrionale. Dirò solo che questi ultimi,  come più deboli,  ricorsero a Luigi XVI,  e il monarca,  per aver voluto adoprarsi per la pace,  si tirò addosso la guerra. Benché il regno fosse ricco,  non era in condizioni da sostenerne il peso. Era stata sommamente trascurata la marina,  e si trovavano nel maggior disordine le finanze; ma i mezzi della Francia sono inesauribili. Mentre si negoziava per riconciliare gli Americani con la lor madrepatria,  si videro uscire dai porti di Brest e di Tolone flotte tanto considerevoli,  che furono in grado di far fronte alle forze d’Inghilterra. La guerra durò cinque anni,  e il trattato di pace fu sottoscritto a Versailles nel 1783. Ecco l’origine di una nuova potenza nell’America settentrionale. Gli antichi sudditi della Gran Bretagna,  divenuti liberi e riconosciuti tali dal mondo intero,  possono un giorno divenire formidabili; e allora rammenteranno i buoni uffici ricevuti dai loro amici Francesi? In mezzo allo strepito delle armi non erano a Parigi diminuiti i divertimenti; anzi in quell’anno appunto il signor Piccini espose sul teatro dell’Opera il suo primo lavoro. La regina,  protettrice generosa delle belle arti non meno che dei celebri artisti,  aveva fatto venire in Francia questo rinomato compositore,  lo aveva provvisto alla corte di conveniente assegnamento e lasciato in libertà di lavorare per i teatri di Parigi. Il compositore italiano,  arrivato in Francia di recente,  non era in grado di scegliere i drammi che poteva credere a proposito per lui,  e il signor Marmontel si diede cura di procurargliene. Egli ridusse l’opera del Rolando di Quinaut in tre atti con alcune mutazioni,  e il signor Piccini fece valere il suo buon gusto e sapere. Ma siccome i Francesi prendono ai drammi lo stesso affetto che alla musica,  non possono soffrire che i moderni autori mettan mano nei capolavori degli scrittori antichi. Oltre a questo,  regnava a Parigi un’aperta guerra tra i partigiani di Gluck e quelli di Piccini,  e ambedue i partiti erano combattuti dagli amatori della musica francese.

Ma ahimè! in quest’istante mi assale una violenta palpitazione di cuore: è un incomodo abituale,  non posso proseguire...

Riprendo il capitolo lasciato interrotto ieri. La mia palpitazione è stata assai più veemente e più lunga del solito,  perché è durata dalle quattro del pomeriggo alle due di notte. L’incomodo non ha una periodicità regolare; mi sorprende diverse volte nell’anno,  in tutte le stagioni,  in tutti i tempi,  ora a digiuno,  ora a pranzo,  ora dopo,  di rado però nella notte. Ma ecco quel che v’è di più singolare nei suoi sintomi. Quando vuole assalirmi,  sento uno straordinario movimento nelle viscere; si altera il polso e prende una violenza spaventevole; sono convulsi i muscoli ed è oppresso il cuore. Quando poi sta per passare,  sento una scossa nella testa,  dopo la quale ritorna tutto in un tratto il polso nel naturale suo stato; come non vi è gradazione nell’accesso,  così non ve n’è al termine; è un fenomeno inspiegabile,  da paragonare alle sincopi. Avvezzo a quest’incomodo,  più molesto che doloroso,  avevo a poco a poco imparato a sopportarlo senza timore,  e cercando i mezzi possibili per sollevarmi,  continuavo il mio pranzo se mi assaliva a tavola,  o la partita se mi veniva in salotto. Nessuno si accorgeva del mio stato,  e siccome alla mia età è forza vivere con i propri nemici,  non cercavo i mezzi per guarire,  per timore di precipitare nelle voragini di Scilla mentre evitavo quelle di Cariddi. Una palpitazione però che ebbi quattro anni fa,  di trentasei ore continue,  mi parve molto seria; onde ricorsi al medico. Il signor Guilbert de Préval,  dottore reggente della Facoltà di Parigi,  me la fece cessare istantaneamente e,  senza arrischiar nulla che potesse scomporre l’economia animale del corpo,  potè ritardarne in seguito gli accessi e ridurne la durata. Questo medico mi aveva radicalmente guarito da due eruzioni della pelle che,  oltre di essere di grave incomodo,  cominciavano a diventar pericolose. Non ne risultò inconveniente alcuno e non si ripeterono più. Il professore si è fatto molti nemici nel corpo della Facoltà. Si dice che esista fra loro una legge per cui nessun membro può usare nuovi rimedi di qualunque sorta,  se prima non li ha partecipati ai confratelli; ma il signor Préval non l’ha ubbidita,  temendo forse che il suo rimedio non divenisse inutile come molti altri,  passato in mano di tutti,  e perciò egli lo spaccia in casa propria. Così il povero vi trova sollievo e il ricco non è scorticato. Fortunato quell’uomo,  si suol dire volgarmente,  che trova un amico nel suo medico. Il signor Préval è certo amico di tutti i suoi malati,  poiché è amico dell’umanità.

CAPITOLO XXVIII.

Il salone dei quadri. - Alcune parole sulle Accademie e le Società Reali di Parigi. - Il Liceo.

- Il Museo della via Delfina. - Arrivo del signor di Voltaire. - Sua morte.

Ho già fatto parola degli spettacoli di Parigi,  ma non ho ancora detto nulla del salone del Louvre,  che è uno spettacolo per gl’intelligenti e per chi ha gusto per i capolavori. Ogni biennio i pittori e scultori dell’Accademia reale vi espongono le loro opere. La quantità prodigiosa dei quadri che si vedono prova l’immenso numero degli artisti; come l’affluenza grande del popolo che vi s’incontra per l’intero corso di un mese dimostra il buon gusto,  o almeno la curiosità del pubblico. Questo salone è della maggiore utilità per i progressi dell’arte. Chi lavora per un particolare,  altro non cerca che di piacere a lui; ma chi espone le sue opere al pubblico deve far di tutto per piacere a chicchessia. Quando il catalogo dei quadri e delle statue è in vendita,  compaiono le critiche quasi nel tempo medesimo; sicché sembra che gli scrittori abbiano seguito passo passo gli artisti fin nei loro studi. I fogli periodici ne parlano con decenza,  ma gl’invidiosi li condannano e i maligni li lacerano. Il pubblico colto per altro non sta alle opinioni altrui,  ognuno ha il suo modo di vedere; gli uni trovano buono ciò che gli altri han trovato cattivo,  e così ne risulta più bene che male. Gli uomini grandi sono conosciuti,  e i mediocri guadagnano partigiani. Il ricco vuol avere nel suo gabinetto i quadri del pittore che più di ogni altro si è reso chiaro,  e il dilettante meno facoltoso si contenta della mediocrità. Vi sono poi persone che fanno lavorare pittori e scultori al solo fine di veder stampato il proprio nome nel catalogo: questo quadro è fatto per conto del signor tale; questo busto è stato scolpito per la signora tale. Vi sono anche altri che si fan ritrarre per il piacere di porre in mostra nel salone le proprie fattezze. Quello del 1779,  di cui ora parlo,  era il secondo che vedevo dal giorno del mio arrivo in Francia. Benché non sia gran dilettante di quadri,  e molto meno intelligente,  ne parlo qui perché così richiede l’opportunità,  e senza metterci del mio; ne parlo come quegli che ha assunto l’impegno di parlare di tutto.

Nella stessa maniera dirò per incidenza il mio sentimento anche sulle altre accademie reali,  e sopra altri stabilimenti che fanno onore alla Francia. Fra queste l’Accademia francese è la prima per il tempo della sua fondazione,  e ha sempre conservato il suo posto. La sua istituzione è stata utilissima per ben determinare la lingua della nazione,  il dizionario della quale è il codice che conviene consultare. I quaranta saggi di codesta rispettabile assemblea formano oggi altrettanti posti di ricompensa,  e tutti quelli che si son resi illustri nella letteratura e nelle scienze sono ammessi al concorso,  né vi ha distinzione alcuna per il duca,  il pari,  il particolare,  non ricercandosi altro requisito fuorché la probità dei costumi e dell’ingegno. Chi deve essere ammesso fa il suo ingresso in un’adunanza pubblica,  e vi recita il suo discorso di ringraziamento. Risponde in nome dell’assemblea il presidente in carica,  e questa è l’occasione nella quale fanno ambedue valere il loro ingegno. Queste composizioni ordinariamente fanno onore al corpo,  non meno che ai membri componenti la Società accademica. Con tutto questo si trova qualche persona mal disposta,  che va dicendo che l’accademia è inutile; ciò che ho detto prova il contrario. Essa infatti decreta la corona al merito,  e incoraggia gl’ingegni a rendersene degni.

Nell’Accademia delle Scienze si lavora per il bene pubblico,  laddove in quella delle Belle Lettere si ha di mira unicamente l’erudizione. Se si fa qualche scoperta nella capitale o in provincia,  l’Accademia delle Scienze ne giudica; se la rigetta non se ne parla più,  e se l’approva l’autore ne trae profitto e il pubblico può star sicuro di non essere ingannato. Tutte le Memorie che escono da quest’Accademia sono per la società intera un prezioso monumento. I suoi membri sono in corrispondenza con i dotti di tutta Europa,  e le cognizioni che di mano in mano si acquistano in un emisfero si diffondono con sommo vantaggio nell’altro. Può dunque dirsi che quanto quest’Accademia è utile ai bisogni e comodi della vita,  altrettanto quella delle Belle Lettere è vantaggiosa ai piaceri intellettuali; si coltivano in essa con ardore le belle arti,  vi s’illustrano i monumenti antichi,  vi si spiegano le difficili iscrizioni,  si pongono in chiaro i più astrusi punti di critica. Uno dei membri della società di cui parlo è il signor Bartoli,  nato a Padova e antiquario del re di Sardegna. Quest’uomo,  stimabile per la vastità dell’erudizione e delle cognizioni,  ha fissato in Francia il suo soggiorno,  non lasciando però di occuparsi dell’onor patrio e di illustrare l’italiana letteratura.

L’Accademia reale di Chirurgia è anche più utile dell’altre. Già da gran tempo i Francesi primeggiano in quest’arte sì necessaria all’umanità,  ed è appunto in questa società che sotto maestri abilissimi e dottissimi si fanno i migliori allievi. Le sue Memorie periodiche sono abbastanza note,  sono tradotte e studiate dovunque,  e contengono scoperte importanti intorno a varie malattie e rimedi,  come pure molte altre felicissime invenzioni,  in genere di strumenti e nuovi metodi per rendere più semplici le operazioni. Verso la fine dell’ultimo regno fu eretto un edificio vastissimo e comodissimo per la scuola di Chirurgia. Questo edificio abbellisce la città e fa onore all’architetto che ne concepì il disegno e ne ha presieduto l’esecuzione.

Anche l’Architettura è eretta in accademia reale. Quest’arte assai più utile della Pittura e della Scultura,  non ha fatto in Francia i progressi meravigliosi delle altre due. La galleria e il peristilio del Louvre sono monumenti antichi,  che non sono stati imitati dagli artisti moderni; la chiesa degl’Invalidi soltanto si avvicina più di ogni altra fabbrica alla bellezza e magnificenza di quelle d’Italia. Attualmente a Parigi non si fa che fabbricare,  potendosi dire che le nuove strade e i nuovi edifizi costruiti da vent’anni a questa parte sarebbero più che sufficienti a formare una città di provincia considerevole. Si vede però qualche mutazione nelle idee e nel gusto dei moderni architetti. Quanto all’interno delle case non vi è a desiderare di più,  trovandosi tutte le comodità immaginabili; riguardo all’esterno vi è ancora troppa distanza dalla maniera del Palladio e del Sansovino. Conviene sperare che gli architetti sian per arrivare alla perfezione nel modo stesso che vi sono giunti pittori e scultori loro compatrioti; frattanto io sono contentissimo di aver veduto a mio tempo andare in disuso i tetti alla mansarde. Tutto si perfeziona di giorno in giorno a Parigi; vi è incoraggiamento per gl’ingegni di ogni specie,  anche stranieri.

Nel 1785 l’Accademia delle Belle Lettere propose una medaglia d’oro di cinquecento lire tornesi per chi avesse dimostrato in un modo soddisfacente qual fosse il commercio dei Romani dopo la prima guerra punica,  fino all’innalzamento al trono di Costantino. Questa società letteraria,  non trovando nel primo anno alcuna composizione che meritasse approvazione,  propose di nuovo l’anno dopo con doppio premio lo stesso tema. Le due medaglie furono conferite al signor Francesco Mengotti. Questo giovane veneziano adempì all’impegno con tanta scienza,  dottrina e precisione,  che il suo scritto fu ammesso al concorso e coronato.

È stata parimente fondata,  non è gran tempo,  una scuola reale gratuita di Disegno,  nella quale i giovani inclinati ai lavori meccanici possono istruirsi nelle cognizioni necessarie; vi imparano a usar bene la matita; e in quest’esercizio si scorge talvolta nell’operaio un genio non ordinario che lo fa divenire artista.

Vi sono una Società reale d’Agricoltura e un ufficio accademico di Scrittura. Insomma si trovano a Parigi riuniti tutti gli aiuti immaginabili per ogni arte e scienza; ed ecco perciò vantaggi per l’industria e una vasta ricchezza per lo Stato. Fu anche stabilita,  nel 1776 una Società reale di Medicina composta dai medici della corte,  di una parte di quelli delle Facoltà e d’altri medici forestieri. Questa Società tiene essa pure le sue adunanze private e pubbliche,  e non ha niente che fare col corpo dei dottori reggenti,  e molto meno con l’Università di Parigi.

L’Università,  qualificata col titolo di Fille ainée del re,  occupaper la sua antichità e per il suo ufficio il primo posto tra gli stabilimenti del regno,  e fornisce tanto alla Chiesa come allo Stato uomini capaci di occupare cariche ragguardevoli. Essa è composta delle quattro facoltà,  di Teologia,  Legge,  Arti,  e Medicina. Questi quattro corpi esercitano le loro funzioni separatamente e in luoghi differenti,  riunendosi tutti quando le occasioni lo esigono,  al collegio di Luigi il Grande,  dove l’Università tiene le sue sedute,  ha il suo tribunale,  e dove i diversi collegi mandano i loro convittori e allievi a ricevere la ricompensa dovuta ai loro meriti. A Parigi i collegi e i convitti sono innumerevoli. È vero che la gioventù talvolta n’esce senza avere acquistato né scienza né costumi. Ma la colpa è forse dell’educazione? non credo. Chi ha fatto cattiva riuscita in una comunità,  l’avrebbe fatta anche peggiore se fosse stato educato in casa propria. I cattivi caratteri sono gli stessi dappertutto,  con la differenza che sotto la disciplina d’un direttore sono almeno costretti a frenarsi,  laddove nelle proprie case le madri specialmente son quelle che li guastano. Tra questi utili stabilimenti tiene onorevole posto il Liceo,  situato accanto al Palazzo Reale. Non è istituito dal governo,  ma da una società di rispettabili cittadini che lo fondarono e lo mantengono,  e che con una discretissima spesa offrono al pubblico comodità d’istruirsi nelle scienze e nelle belle arti. Vi è altresì il Museo in via dell’Observance,  vicino ai Francescani,  al quale presiede il signor marchese di Gouffier,  e dove si aduna un numero di soci le cui sedute sono utilissime e piacevolissime.

Fu appunto in una di queste adunanze che vidi e ammirai il signor Talassi ferrarese,  uno di quei meravigliosi ingegni che,  sopra qualunque soggetto gli sia proposto,  dicono all’improvviso,  cantando,  cento versi o strofe,  senza mai commettere un fallo,  così nella rima come nel senso. In Italia gli improvvisatori non sono rari,  ma ve ne sono dei buoni e dei cattivi; e fra tutti quelli che son venuti a Parigi a tempo mio,  il signor Talassi è certamente il migliore.

Terminerò questo capitolo col racconto di un avvenimento che importa ai letterati,  e che è costato un dispiacer sommo alla Francia e all’Europa intera. Verso il fine del 1778 venne a rivedere la patria il signor Voltaire,  evi fu accolto con acclamazione. Tutti volevano vederlo; felici quelli che potevano parlargli. Io fui di questo numero. Troppe erano le obbligazioni che gli professavo,  per non affrettarmi a tributargli personalmente omaggio e attestargli la mia riconoscenza. È già nota la sua lettera al marchese Albergati senatore di Bologna. Voltaire era l’uomo del secolo,  perciò non durai gran fatica ad acquistarmi,  sotto i suoi auspici,  una reputazione in Francia. Non starò a far l’elogio di quest’uomo celebre. Egli è già troppo noto egeneralmente stimato. Il suo genio altrettanto fecondo quanto istruttivo e splendido,  comprendeva tutte le classi delle scienza e della letteratura; aveva inoltre uno stile originale,  che egli sapeva appropriare alla differenti materie,  dando nobiltà al brio e grazia al serio. Insomma il signor Voltaire fu per qualche mese la delizia di Parigi. Soggetto però a un’abituale malattia,  che avrebbe forse potuto sostenere lungo tempo nella tranquillità del suo pacifico soggiorno di Ferney,  altro non fece che accrescerla nel tumulto di Parigi; finchè questa con grande cordoglio degli amici,  dei concittadini e degli ammiratori troncò il filo dei suoi giorni. Ahimè! il dulcis amor patriæ l’aveva sedotto,  e la filosofia cedette alla natura.

CAPITOLO XXIX.

Soppressione della Commedia italiana. - Alcune parole sulla rappresentazione della Donna gelosa

e sull’autore. - Arrivo in Francia del cavalier Dolfino ambasciatore di Venezia.

Nel 1780 avvenne una catastrofe disgustosa per i comici miei compatrioti. Ricevettero nella loro compagnia l’Opera comica,  ma i nuovi venuti scacciarono i vecchi.

Però bisogna esser sinceri. Non si può negare che gl’Italiani fossero alquanto negligenti: la commedia cantante faceva tutto,  la commedia parlante non faceva nulla. Essa era limitata alle sole recite del martedì e venerdì,  che a quel teatro sogliono dirsi i giorni cattivi; e se per caso era ammessa nei giorni buoni,  ciò succedeva al solo fine di riempire il vuoto fra le due rappresentazioni più dilettevoli per il pubblico. Alcuni di codesti attori italiani,  prevedendo la sinistra sorte che li minacciava,  si quotarono,  ciascuno per la sua parte,  per farmi lavorare. Io mi prestai con piacere e zelo,  e composi sei commedie,  tre grandi e tre piccole. Ne rimasero contenti e me le pagarono; ma da ciò che si vide poi,  non ebbero tempo di studiarle e recitarle,  poiché non ne comparve in scena neppur una. Restò insomma soppressa la commedia italiana,  e gli attori già ammessi furono congedati con pensioni e onorari adeguati alla parte che avevano sostenuto. Quelli che avevano compiuto il tempo furono indennizzati,  e furono date convenienti ricompense a quelli che erano a salario.

Fra gli Italiani non rimase che il solo Carlino,  a titolo di riconoscimento dei suoi quarant’anni di servizio,  e perché il personaggio d’Arlecchino poteva esser utile nelle commedie francesi. E poi,  Carlino non era solamente utile,  ma era divenuto necessario per non perdere i nuovi lavori del cavalier Florian. Questo giovane autore aveva l’arte di collocare eccellentemente questo personaggio grottesco. A questa sola maschera è permesso di spacciare argute balordaggini; essa è un essere immaginario,  inventato dagl’Italiani e adottato dai Francesi,  a cui si concede il diritto esclusivo di congiungere l’astuzia alla semplicità,  e nessuno meglio del signor Florian ha saputo esprimere questo carattere anfibio. Ma egli ha fatto anche di più,  poiché alle sue composizioni ha dato sentimento,  passione,  morale,  e le ha rese dilettevoli. I due biglietti,  Il buon sistema di casa,  I due gemelli bergamaschi,  Il buon padre,  sono piccoli capolavori. Egli li ha scritti unicamente per sé medesimo,  né verun altro li ha mai recitati meglio di lui nei teatri privati. Carlino era il solo che fosse in grado di farli gustare al pubblico. Era stato fatto venir d’Italia il signor Corali per avere il posto di Carlino duplicato. Il nuovo attore aveva egli pure del merito,  ma il confronto è di rado favorevole all’ultimo venuto; tuttavia Corali non fu rimandato e si rese utile all’Opera comica,  onde restò sempre con gli stessi assegnamenti da lui goduti in principio. Il signor Camerani,  che nella commedia soppressa faceva Scappino,  ebbe anch’egli congedo e pensione come i suoi compagni,  ma pochi giorni dopo fu ricevuto come attore ed ebbe il titolo di semainier perpetuo della Compagnia. Quest’uomo operosissimo,  pieno d’intelligenza e probità,  incaricato di commissioni spinose,  sa così ben conciliare gl’interessi della società con quelli dei particolari,  ch’egli è mediatore d’ogni disparere,  arbitro d’ogni riconciliazione,  amico di tutti.

L’Opera buffa,  svincolata dalla Commedia italiana,  non poteva da sola somministrare per tutto il corso dell’anno due o tre rappresentazioni al giorno. Si era recitata altre volte in questo teatro una commedia francese,  che faceva corpo colle rappresentazioni date dagli Italiani. Questi l’avevano abolita,  e l’Opera comica l’introdusse nuovamente. È benissimo composta; vi sono attori eccellenti,  che sarebbero utilissimi al teatro francese e che hanno dato rappresentazioni bellissime; farò parola soltanto della Donna gelosa edel suo autore. Questa commedia di cinque atti in versi è,  a parer mio,  una commedia che può dirsi perfetta: il soggetto sembra un po’ troppo comune,  ma è trattato in modo che lo rende quasi nuovo. L’autore ebbe l’accorgimento di render plausibile e ragionevole una gelosia mal fondata. È importante la condizione della moglie per i suoi timori fondati,  come quella del marito per la delicatezza di serbare il segreto. Tutti i caratteri della commedia son veri,  gli episodi ben adattati,  gli equivoci e le sorprese destramente combinate,  la catastrofe naturale e soddisfacente; nobile,  comico e corretto lo stile,  e i versi armoniosi e senza affettazione. Io non darò qui l’estratto di una commedia che è già stampata. poiché adesso altro non fo che precisare la cagioni che me la fanno riguardare come un lavoro benissimo composto.

Conosco che in queste mie Memorie vo a salti,  passando da una commedia a un gravissimo e nobilissimo soggetto. Nello stesso anno 1780 il cavaliere Dolfino,  ambasciatore di Venezia,  venne a occupare il posto del signor Zeno suo predecessore. Questo nuovo ministro d’una famiglia antichissima e ricchissima,  si presentò in un modo corrispondente al suo grado,  e da far onore alla sua nazione. Ma provò colpi sì dolorosi,  che l’oppressero d’amarezza,  onde benchè robusto fu costretto a cedere al peso della sua afflizione. Aveva condotto seco i due suoi figli. Ne educava uno sotto i suoi occhi,  affidando la figlia alla direzione delle nobili religiose di Panthemont. L’uno e l’altra davano grandi speranze della loro virtù ed erano la delizia di un tenero padre,  che per coltivare in loro animo e ingegno aveva procurato i vantaggi dell’educazione francese. Si ammala la figlia,  e muore; resta il figlio,  unico oggetto della paterna consolazione,  e muore anch’esso. Ecco un padre amoroso nell’abisso della più tetra desolazione! Va a Venezia per confondere la sue con le lacrime dell’afflitta madre,  e torna immerso nella più cupa tristezza. Dopo simile avvenimento il signor Dolfino non era più lo stesso. Si lasciava veder poco,  io lo vedevo di rado,  ed era penetrato dal più vivo dolore. E padre e figlio avevano bontà e amicizia grande per me; avrei potuto trattenermi dal piangere?

CAPITOLO XXX.

Nuovo incendio del teatro dell’Opera. - Nascita del Delfino. - Festa in questa occasione.

- Un teatro per l’Opera,  fabbricato sui boulevard. - Matrimonio di mia nipote in Italia.

- Elogio di un libro e del suo autore. - Alcune parole riguardanti la famiglia di uno dei miei amici.

Il teatro dell’Opera,  ridotto in cenere nel 1763,  soggiacque alla stessa sorte il 16 giugno 1781 al finire dello spettacolo. La fiamma dei lumi laterali del palcoscenico s’appiccò a una tela delle decorazioni. Uno dei due operai che debbono trovarsi costantemente alle due estremità,  in quel momento non era al suo posto; l’altro tagliò la corda dalla sua parte e la tela,  che era arrotolata,  precipitò perpendicolarmente. Il fuoco salì per conseguenza con la massima rapidità in alto e guadagnò l’intelaiatura superiore. Il fatto è che in soli tre quarti d’ora l’interno della platea fu ridotto in cenere. Quello stesso giorno avevo pranzato in casa del signor conte di Miromesnil,  fratello del guardasigilli e cancelliere in sopravvivenza. Le grida del popolo unito al suono delle campane ci avvertirono ben tosto dell’orribile infortunio. Vedemmo a un tratto un torrente di fuoco lanciarsi sul tetto della Biblioteca del Re. Non si può spiegare abbastanza in quale spavento fossimo per un prezioso monumento di quella sorte,  non meno che per il palazzo dove eravamo e per tutto il quartiere. Il signor conte di Miromesnil spediva a ogni momento gente al Palazzo Reale,  dava ordini e presiedeva egli stesso alle precauzioni necessarie pel bene pubblico e privato; era insomma allora quello che si mostra sempre in tutti gli affari,  e per le persone che gli stanno a cuore. Non vi è certo uomo più operoso,  non vi è amico più caldo,  né protettore più zelante di lui.

L’Opera non trovò da ricollocarsi così comodamente come in occasione del precedente incendio. Il teatro delle Tuileries essendo sempre occupato dalla commedia francese,  gli attori cantanti furono obbligati a dar le loro rappresentazioni sul teatrino dei Menus-Plaisirs del Re,  finché non ne fu fabbricato uno nuovo. Diversi erano i disegni relativi alla nuova fabbrica: ora n’era fissata la costruzione al Palazzo Reale,  ora al Carrousel,  ora nel circondario del Mercato,  e ora altrove. Ogni giorno veniva fuori un disegno nuovo che si dava per sicuro,  che si diceva risoluto,  che si pretendeva sottoscritto,  ma non esisteva. Eppure bisognava una volta o l’altra determinarvisi. Un tale edificio era troppo necessario per il decoro della città,  non meno che per il sollievo del pubblico,  e un caso fortunato per la Francia ne rendeva anche più urgente la costruzione. La regina era incinta,  e il teatro dell’Opera non poteva lasciare di far bella comparsa in occasione di pubbliche feste. Fu dunque rimessa ad altro tempo l’esecuzione di un edificio magnifico e solido,  e fu costruita nel frattempo,  nel solo spazio di sessantasei giorni,  sopra i boulevard,  una sala bellissima,  comodissima,  piacevolissima,  che tuttora esiste e sarà certamente per esistere lungo tempo. Questo prodigio fa operato dal signor Le Noir,  architetto abilissimo,  pieno di sapere e di gusto; egli diede alla sala una solidità più che bastante,  con la forma ed estensione di cui era suscettibile il locale. L’apertura del teatro seguì il giorno della nascita del Delfino,  e vi si espose l’opera gratis per il popolo in segno di allegrezza per il felice avvenimento. Tutti erano nella gioia,  e le feste corrisposero alla grandezza del soggetto. Il Palazzo di Città,  destinato per ricevervi il re e la regina,  fu parato riccamente. Vi fu anche un fuoco artificiale,  il cui meccanismo era meraviglioso,  ma il fuoco mancò. Coloro che in tale occorrenza più si segnalarono furono le guardie del re. Esse diedero una festa da ballo nel gran teatro di Versailles,  in ciascuna delle quattro compagnie ne furono scelte tre per ballare,  e a una di loro toccò la sorte di aprir la danza con la regina. La sala era riccamente ornata,  magnifica l’illuminazione,  in gran copia i rinfreschi,  e l’ordine di un’esattezza e precisione ammirabili. Io pure entravo a parte della gioia pubblica,  e sia per inclinazione,  sia per costume,  sia per riconoscenza,  mi consideravo Francese al pari dei nazionali. Ma un affare di famiglia non tardò molto a ricordarmi di esser nato sotto altro cielo,  e al tempo stesso un avvenimento gradito e di mio particolare vantaggio non fece che raddoppiare i piaceri da me gustati a Parigi.

Partendo da Venezia,  avevo lasciato mia nipote in convento. Arrivata a vent’anni,  bisognava che si decidesse per il mondo o per il chiostro. Di quando in quando le facevo domande nelle mie lettere per sapere il suo desiderio e vocazione,  ma ella era in tutto e per tutto rimessa al mio volere. Quanto a me,  altro non desideravo che soddisfarla; ma parendomi di scorgere nel contegno di lei qualche mistero sotto il velo della modestia,  pregai uno dei miei protettori di scandagliarla destramente,  ed ecco ciò che ne poté ricavare: Fintanto che sarò tra i ferri,  non esternerò mai la mia maniera di pensare. Da tale dichiarazione argomentai che non amava troppo il convento; tanto meglio: io non avevo beni di sostituzione per farne un assegno dotale,  e le monache non vogliono che danaro contante. In questo stato di cose scrissi una lettera alla superiora del convento,  e il senatore che avevo pregato d’incaricarsene andò in compagnia di sua moglie a trovare mia nipote,  e la condussero a casa,  dove pure non si spiegò con troppa chiarezza,  e solo quanto la modestia lo permetteva. Ella non chiedeva di essere maritata,  ma non voleva più stare in convento. Mia nipote non era fatta per restare gran tempo in una casa patrizia; onde fu messa a dozzina in casa di savia ed onorata gente. Il signor Chiaruzzi,  che era l’ospite della signorina Goldoni,  si prese contemporaneamente la cura dei miei affari,  e sua moglie si occupò dell’educazione della giovane. Ma restato vedovo in capo a due anni,  chiese in moglie mia nipote; ella ne pareva contenta,  e io non potevo esserlo di più. Tanto da mio nipote che da me fu fatta al signor Chiaruzzi la cessione di tutti i nostri beni d’Italia,  e gli atti necessari passarono per le mani del signor Lormeau,  notaio di Parigi. La sottoscrizione d’un uomo di tanta probità non poteva essere se non d’ottimo augurio per i futuri coniugi. Ebbe effetto il matrimonio,  ed essi sono attualmente felicissimi.

Questo avvenimento era necessario per assicurare la mia tranquillità. Essendomi spontaneamente incaricato dell’educazione dei due figli di mio fratello,  e avendo la gioia di vedere mio nipote in una condizione molto ragionevole e accanto a me,  volevo avere anche l’altro di veder collocata la nipote. Sarei stato al colmo della soddisfazione,  se avessi potuto assistere alle nozze; ma ero troppo vecchio per intraprendere un viaggio di trecento leghe. Grazie a Dio,  presentemente sto bene,  ma ho bisogno di precauzioni per sostenere le forze e la salute. Leggo tutti i giorni e consulto attentamente il trattato Della Vecchiaia del signor Robert,  dottore reggente della Facoltà di Parigi. I nostri medici ordinari hanno solamente cura di noi quando siamo malati,  procurando allora di guarirci; ma non si danno briga del nostro metodo di vita allorché stiamo bene. Questo libro m’istruisce,  mi serve da guida,  mi corregge e mi fa nel tempo stesso conoscere i gradi di vigore che possono ancora restarmi,  e la necessità di averne cura. L’opera è composta in forma di lettere,  di modo che quando leggo mi sembra che mi parli l’autore stesso; a ogni pagina m’incontro in me stesso e mi riconosco. I suoi avvertimenti sono salutari senza esser noiosi. Non ha la severità della scuola di Salerno,  né consiglia il regime di vita di Luigi Cornaro,  che visse cent’anni malato per morire in buona salute. In una parola,  il signor Robert è uomo savissimo e sommamente istruito. Egli può veramente dirsi uno di quelli che hanno più studiato la natura e ne conoscono gli effetti. Io ne feci la conoscenza in casa del signor Fagnan,  primo commesso del Tesoro reale. Ci incontravamo spesso; perciò anche adesso la sua vedova,  donna piena d’ingegno,  grazia e buon senso,  continua a riguardare con la medesima cordialità gli amici intimi del defunto marito.

CAPITOLO XXXI.

Il Palazzo reale. - Sua nuova forma e suoi divertimenti.

Nell’anno medesimo 1781 di cui ho parlato furono conosciute dal pubblico le mutazioni proposte sulla fabbrica del Palazzo Reale,  e di fatto il 15 ottobre si cominciò ad atterrare gli alberi nel gran viale. Quante lagnanze per questa perdita in tutta Parigi! Tutti trovavano piacevole questa passeggiata,  come era infatti: essa formava la delizia di tutti,  e nessuno sapeva persuadersi che potesse rendersi più dilettevole o più comoda; si temeva anzi che per una speculazione non si sacrificasse all’interesse del padrone il divertimento dei particolari. I proprietari delle case che fiancheggiavano il giardino erano più in agitazione degli altri,  per essere minacciati da una nuova fabbrica che andava a privarli dell’amenissima vista e dell’ingresso di quel luogo di delizia. Tutti si unirono in corpo e fecero i tentativi possibili per conservare i loro pretesi diritti; ma i principali giureconsulti li persuasero a desistere,  per essere già stato ceduto dal re il terreno alla casa d’Orléans; ormai il signor duca di Chârtres,  oggi duca d’Orleans e primo principe del sangue,  ne godeva il possesso. Le finestre e porte d’ingresso nel giardino erano soltanto tollerate,  e tranne la perdita che per questa parte ne risentivano i querelanti,  altro non si aveva di mira se non lavorare per la maggior soddisfazione del pubblico. Ma il pubblico non si fidava. Troppo dispiaceva la distruzione del magnifico viale,  dove nelle belle giornate si adunavano infinite persone,  dove le primarie bellezze di Parigi facevano pompa delle loro attrattive,  dove la gioventù correva pericoli e incontrava fortuna,  dove infine gli uomini sensati si divertivano a spese dei balordi. Ogni albero che si atterrava eccitava nell’animo degli spettatori una sensazione dolorosa. Io mi trovai per caso alla caduta dell’albero di Cracovia,  un bel castagno che intorno a sé adunava i novellatori e da tanto tempo era stato testimone della loro curiosità,  dei loro contrasti e delle loro menzogne. Entrato nella folla,  ebbi la sorte di averne un ramo che conservava le sue fresche foglie,  e lo portai a casa di miei conoscenti. Fu allora che vidi parecchie signore piangere,  e uomini accendersi di sdegno. Tutti gridavano contro il distruttore,  e io me la ridevo,  avendo fiducia nei suoi disegni; né mi sono ingannato. Insomma,  ecco rinnovato,  rifabbricato e compiuto il Palazzo Reale: si ha ora un bel dire,  un bel criticare. Quanto a me non vi entro mai senza provare nuovo piacere,  e l’affluenza di persone che lo frequenta conferma la mia opinione. Si dice che il recinto del giardino è stretto; peraltro è tuttora assai vasto per offrire viali deliziosi,  tanto d’estate come d’inverno,  e nel mezzo ha uno spazio considerevole che non è mai affollato. Non vi sarebbe aria bastante. Quelli che non cercano altro che aria,  devono preferire i Campi Elisi; ma coloro che amano trovar riunita nello stesso luogo molta gente,  piacere e comodità,  difficilmente si scosteranno dal Palazzo Reale. Portici che proteggono dalla pioggia e dal sole,  botteghe di mercanti accreditati sempre piene di avventori,  negozi di stoffe,  di gioie e di tutto ciò che può abbisognare all’abbigliamento delle signore,  al vestiario degli uomini e alla curiosità; caffè,  bagni,  trattorie,  quartieri ammobiliati,  conversazioni,  spettacoli,  quadri,  libri,  accademie,  appartamenti comodi nell’interno ed esteriormente ornati anche troppo; sempre gente: uomini d’affari,  negozianti,  politici. Ognuno vi trova occupazione e divertimento; la varietà dei piaceri corrisponde alla diversità dei gusti che vi s’incontrano. Accadono talvolta piccole risse e schiamazzi,  ma dove mai non ne seguono? La polizia vigila qui come altrove,  e vi sono guardie svizzere sempre pronte al minimo sussurro. La gente di cattivo umore trova il Palazzo Reale indecente; ma io dico che nulla vi è da temere per le persone dabbene. Io stesso,  per esempio,  ho veduto uomini alle Tuileries andar dietro a donne onoratissime e costringerle a ritirarsi,  non per altra ragione se non per avere qualcosa di singolare e straordinario nell’abbigliamento o nell’aspetto; ciò che non è mai succeduto al Palazzo Reale. Qui è troppo grande il concorso,  perché una persona sia presa di mira e circondata da una folla di curiosi e di spensierati. In alcuni giorni ed in certe ore si ha cura di separare il volgo dalla gente dabbene,  e se avviene talvolta che si confondano inopportunamente tra loro le gonnelle delle governanti e le sontuose vesti delle gran dame,  ciò avviene di passaggio,  né vi si bada; insomma è questo un luogo di traffico,  utile,  comodo,  dilettevole; evviva il Palazzo Reale!

CAPITOLO XXXII.

Il nuovo teatro per la commedia francese. - Quello della commedia italiana. - Il Magnetismo animale.

- I Palloni. - I Sonnambuli. - L’uomo di Lione che doveva camminare sull’acqua a piedi asciutti.

- Questa buffoneria compromette il Giornale di Parigi. - Sua amplissima giustificazione.

  La commedia francese lasciò le Tuileries per andare a occupare il teatro destinatole nel sobborgo di San Germano. La fabbrica è isolata e la sua facciata offre un bel colpo d’occhio,  risedendo su un terreno spazioso e comodissimo per le carrozze. Inoltre,  se malgrado la precauzioni immaginate vi si destasse un incendio,  nulla vi sarebbe da temere per il vicinato. La platea è vasta,  nobile,  comoda,  e i comici hanno introdotto nella platea un uso del tutto nuovo. Il pubblico può sedervi,  e allora paga il doppio. La novità può essere per l’introito vantaggiosa o pregiudizievole: i giovani,  per esempio,  già avvezzi a pagare venti soldi,  ci pensano due volte a pagare il doppio; quelli che una volta andavano ai posti da sei franchi trovano gradito e decente accomodarsi a sì buon prezzo. Vi è ancora un’altra osservazione da fare su questo cambiamento. Una volta il giudizio delle commedie nuove apparteneva alla platea. Ma ora la platea non è più la stessa. Gli attori dispensano biglietti per procurare il buon esito della rappresentazione,  mentre gli invidiosi ne distribuiscono altri per farla andare a terra: raddoppiare il prezzo deve diminuire gli appoggi degli uni come la cabala degli altri. È bene o male? La cassetta dei commedianti darà la risposta. Ma ella è sempre così cospicua,  e assicurata mediante il provento dei palchetti presi in affitto per il corso dell’anno,  che non è possibile che si accorgano del maggiore o minor vantaggio.

Anche i comici italiani,  l’anno seguente,  cambiarono posto. Ne avevano,  a dir vero,  più bisogno degli altri. La situazione del loro antico palazzo di Borgogna era scomodissima per il pubblico,  e molto più per gli abitanti del quartiere; io ero uno di quelli,  e ho corso talvolta qualche pericolo rientrando a casa mentre sfilavano le carrozze. In mezzo a una folla di disegni che gli architetti proponevano ogni giorno,  i comici scelsero quello il palazzo e il giardino del principe di Choiseul,  che andava a formare un nuovo quartiere,  con strade,  abitazioni e fabbriche d’ogni sorta. Gli impresari delle fabbriche dettero ai comici,  salvo le decorazioni del teatro,  la sala costruita,  ornata,  terminata e pronta a servire all’uso degli acquirenti,  per il prezzo convenuto di scudi centomila. I comici sottoscrissero il contratto e pagarono la somma fissata,  e adesso la sala è di loro proprietà. L’anno dopo vi fecero alcune mutazioni per maggior comodo del pubblico,  e queste diedero al locale un aspetto ancor più bello. Infatti è uno dei più bei teatri di Parigi; è piacevole e frequentatissimo.

Ecco pertanto i tre grandi teatri rinnovati quasi nel medesimo tempo,  ed ecco quel che i Francesi vorrebbero vedere ogni giorno. Il pubblico non si diletta che di novità; l’una fa dimenticare l’altra,  e in un gran paese si succedono rapidamente le une alle altre. È vero che quando esse danno luogo a questioni,  durano assai di più. Quella,  per esempio,  del Magnetismo animale cominciò nel 1777,  prese sempre più vigore per qualche anno e se ne parla tuttora,  come d’un problema da sciogliersi,  ovvero un fenomeno meritevole di schiarimento. Venne anche il signor Mesmer,  medico tedesco,  che prescelse i Parigini per partecipare una scoperta importantissima per l’umanità. Si trattava di guarire perfettamente qualunque sorta di malattia col semplice tatto: che cosa può esservi di più gradito e piacevole che ricuperar la salute senza il disgusto dei medicamenti? Ma io chiedo: in questa operazioni vi è qualche agente,  o non ve n’ha alcuno? Ecco appunto dove consiste il segreto della scoperta. Mesmer lo ha comunicato a una società che si è spontaneamente quotata in cento luigi a testa,  fino alla somma di scudi centomila,  con promessa di segretezza. Ma a Parigi non tutti sanno tenere un segreto,  onde si può scommettere che il mistero si svelerà: ma se non vi è nessun agente esteriore,  non vi è per conseguenza nulla da imparare,  e se l’effetto dipende dalla sola virtù del tatto,  sarebbe d’uopo aver la mano fortunata dell’inventore. Il signor Deslon faceva con le mani prodigi al pari del signor Mesmer,  né questi gli confidò in modo alcuno il suo segreto. È lo stesso Mesmer che l’ha detto,  e lo ha pure pubblicato nelle stampe. Dunque il signor Deslon lo aveva indovinato,  e il medico francese aveva l’attitudine stessa di quello tedesco. Mi era nota la probità del signor Deslon,  e tutte quante la persone rispettabili di mia conoscenza,  che familiarmente lo trattavano e spesso ricorrevano al suo magnetismo,  mi hanno sempre più allontanato dai dubbi. Insomma,  se questo rimedio non fosse buono ad altro che a guarire le malattie dell’animo,  sarebbe necessario conservarlo per il sollievo degli uomini malinconici e delle donne isteriche.

Un’altra scoperta comparve quasi contemporaneamente,  e non fece minor strepito. Il signor Montgolfier fu il primo a lanciare in aria un globo; esso si alzò fino a dileguarsi dalla vista,  volò a seconda dei venti e si sostenne fino all’estinzione del fuoco e del fumo che lo alimentavano. Questa prima esperienza dette luogo a un’infinità di altre speculazioni. Il signor Charles,  fisico dottissimo,  impiegò subito per tale effetto l’aria infiammabile; onde i globi ripieni di questo gas non abbisognano di veruna lavorazione per durar lungo tempo,  e sono salvi dalla fiamma. Vi furono uomini tanto coraggiosi che non ebbero difficoltà ad affidare la loro vita a poche corde,  che sostenevano una specie di barchetta ed erano attaccate a quel fragil pallone,  soggetto a pericoli evidenti e a casi da non poterli prevedere. Il signor marchese Arlande e il signor Pilastre de Rozier ne fecero la prima prova secondo il metodo del signor Montgolfier; e volò poco tempo dopo con la sua aria infiammabile il signor Charles in persona. Io non potei vederli senza fremere d’orrore; poiché a qual pro questo rischio e questo coraggio? se non si potrà giungere al punto importante della direzione,  la scoperta sarà sempre mirabile,  è vero,  ma senza alcuna utilità veruna; né altro potrà chiamarsi che gioco. Si è parlato tanto,  tanto è stato scritto in materia,  che posso tralasciare di dir di più; anche perché non ho cognizione alcuna nella fisica sperimentale. Terminerò bensì quest’articolo compiangendo amaramente la funesta sorte del signor Pilastre de Rozier,  vittima del suo ultimo viaggio aereostatico,  e augurando coraggio e fortuna al signor Blanchard,  che è ora l’aereonauta più costante e coraggioso.

Il furore delle scoperte si era impadronito talmente dell’animo dei Parigini,  che si andava a cercarne nella classe dei giochi di prestigio. Si erano immaginati sonnambuli che parlavano sensatamente e a proposito con persone sveglie,  attribuendo loro la facoltà d’indovinare il passato e prevedere il futuro. L’illusione però non fece molti progressi. Ve ne fu un’altra quasi nel tempo medesimo,  e questa ingannò quasi tutta Parigi. Una lettera datata da Lione annunciava un uomo che aveva trovato il modo di camminare sull’acqua a piedi asciutti,  e si proponeva di recarsi nella capitale a farne l’esperimento. Domandava perciò una sottoscrizione che lo compensasse delle spese e della fatica. Divulgatasi la notizia,  subito si esaurì la sottoscrizione,  e si fissò il giorno per vederlo attraversare la Senna. Nel giorno stabilito l’uomo non comparve,  e si trovarono pretesti per prolungare la burla. Infine si venne in chiaro che un bizzarro Lionese si era divertito della credulità dei Parigini. Ma a quanto sembrava,  la sua intenzione non era diretta a insultare una città di ottocentomila anime; e certamente convien credere che egli abbia prodotto ottime ragioni per farla passare in burla,  poiché non gli avvenne in seguito alcuna cosa disgustosa. Ciò che indusse i Parigini a prestar fede a una simile invenzione fu il Giornale di Parigi,  che l’annunziò come una verità già confermata dall’esperienza; e siccome i compilatori del foglio periodico furono ingannati essi stessi,  si giustificarono ampiamente stampando le lettere dalle quali erano stati ingannati,  con i nomi di chi le aveva scritte e indirizzate al loro ufficio.

Tre anni dopo venne a Parigi un forestiero,  il quale effettivamente alla vista d’un popolo immenso attraversò il fiume a piedi asciutti. Quest’uomo fece un mistero dei mezzi adoperati nel suo esperimento,  ed ebbe somma cura di nascondere la calzatura adoprata in questo passaggio. Per quello che si vedeva,  era sua intenzione vender caro il segreto; ma la poca utilità che se ne poteva ricavare,  non ne valeva la pena. In tutti i fiumi si trovano chiatte,  battelli per traghettare,  né avviene se non di rado di aver bisogno di soccorsi straordinari per passar l’acqua; e poi,  anche in questo caso non si potrebbero aver sempre con sé queste macchine,  che non possono essere né leggere né troppo comode a portarsi. L’esperimento ha bensì fornito una nuova giustificazione ai compilatori del Giornale di Parigi che avevano preveduto la possibilità di una simile scoperta.

CAPITOLO XXXIII.

  I giornali di Parigi. - Opere pubblicate senza periodicità fissa.

Il giornale di cui ho parlato mi richiama alla memoria l’immensa quantità di fogli che si vendono ogni giorno in Parigi. L’uomo più curioso e più disoccupato del mondo non potrebbe leggerli tutti,  ancorché v’impiegasse tutto il suo tempo; farò parola di quelli soltanto che mi sono più noti. La Gazzetta di Francia compare due volte la settimana,  e se non dà le notizie più fresche,  le dà più sicure. L’articolo di Versailles è sempre importante a cagione delle promozioni e presentazioni; è un testo sicuro e perpetuo dei titoli,  delle cariche e dignità. Il Corriere Europeo è una gazzetta inglese tradotta in francese,  nella quale si trovano ragguagli estesissimi delle discussioni e arringhe dei parlamenti,  e in cui il partito realista non è trattato diversamente dall’opposizione. Questo foglio era ricercato più d’ogni altro,  ed è stato di gran momento durante l’ultima guerra,  che ha occupato l’attenzione pubblica sulla condotta del governo britannico. Le gazzette d’Olanda,  quelle di Germania,  e alcune d’Italia che si stampano in Francia,  sono utili soltanto per confrontare la notizie. Infatti i gazzettieri si sollecitano a darne,  ma non hanno tempo di verificarle; onde qualche volta s’ingannano,  e la necessità di disdirsi somministra loro articoli per riempiere i fogli successivi. Il Mercurio di Francia,  chiamato un tempo Mercurio Galante, ha variato l’ordine della sua distribuzione. Invece di un volume al mese,  ne dà una parte ogni sabato. Il lavoro èfatto da una società di persone letterate; esso riguarda arti,  scienze,  letteratura,  teatri,  notizie politiche,  e ha sempre conservato l’antico uso degli enigmi e logogrifi di cui dà la spiegazione nel volume successivo. Il vocabolo enigma è noto a chiunque,  ma logogrifo può benissimo essere ignoto a parecchie persone: io,  per esempio,  non ne avevo notizia in Italia. Ecco la spiegazione che si trova nel dizionario del Trèvoux: «Logogrifo: sorta di simbolo in parole enigmatiche; consiste in qualche allusione equivoca,  o mutilazione di parole,  per cui variasi il senso letterale della cosa significata; è una via di mezzo fra il rebus,  e il vero e proprio enigma o emblema.» La reputazione e lo spaccio del Mercurio non sono però sostenuti da simili bagattelle,  benchè sarebbe forse minore il numero degli abbonati qualora si sopprimessero. Quando compare questo libro,  i curiosi si affrettano a vedere se hanno indovinato gli enigmi e i logogrifi del volume precedente; poi passano alle nuove composizioni dello stesso genere: le studiano,  consumano le intere giornate in questa occupazione,  che diviene per loro seria e incitante. Una dama di mia conoscenza,  che aveva il dono d’indovinare spesso alla prima,  s’imbatte un giorno in un diabolico enigma che la fa disperare. Giunge finalmente a indovinarlo,  o almeno crede. È a letto: suona,  s’alza,  grida,  e manda tosto a partecipare agli amici la sua scoperta. Il giorno seguente trovano che ella si è ingannata; non è possibile dipingere adeguatamente lo stato di desolazione in cui la vidi per quel motivo.

L’Anno letterario è un altro foglio periodico che si pubblica tutti i mesi,  e del quale era autore il signor Fréron,  uomo molto istruito e sensatissimo; nessuno poteva vantarsi di far meglio di lui l’estratto di un libro o di una composizione teatrale; era,  è vero,  qualche volta un po’ cattivo,  ma ciò dipendeva dal suo mestiere. Ciò che rendeva il giornale più importante,  era la guerra dichiarata al filosofo di Ferney. L’uomo celebre ebbe la debolezza di mostrarsene offeso. Fréron era la sua bestia nera; dovunque metteva il suo nome,  dovunque lo colmava di sarcasmi e frecciate,  e ciòsomministrava al giornalista materiali sempre nuovi per riempire i suoi fogli e divertire il pubblico. Questa produzione periodica è passata in mano a un uomo di sommo merito,  la cui penna èfelice e il criterio prezioso.

Il Giornale dei Dotti non è per tutti. Esso corrisponde al suo titolo; ma generalmente parlando piace più divertirsi che istruirsi.

La Gazzetta dei Tribunali è utile agli impiegati e curiali,  e il Giornale d’Agricoltura,  è fatto per i coltivatori: l’uno e l’altro però sono benissimo compilati,  e hanno un sufficiente numero di lettori che ricompensa la fatica dei loro autori.

Un giornale che ebbe molta fortuna,  e si legge ancora con un certo piacere,  si pubblica ogni mese col titolo Biblioteca di Romanzi.Un francese nobile e ricco possiede in Parigi una biblioteca,  che credo la più ampia e meglio provvista di quante si posseggono da persone private in Europa. Il catalogo è immenso; ma ciò che sembra incredibile,  e che io stesso vidi coi miei occhi,  è che a ciascun articolo si trova in margine un’annotazione scritta di pugno del possessore di questa preziosa raccolta; indubitata prova che non il fasto,  ma il buon gusto e l’intelligenza hanno presieduto a sì pregevole acquisto. Fra le collezioni più rare e complete si trova quella degli antichi romanzi: è il quadro più fedele dei costumi,  usi e caratteri di tutti i secoli. Parecchie persone di lettere,  incoraggiate e protette dal dotto e generoso bibliofilo,  esposero al pubblico sotto la sua direzione estratti di queste opere,  singolarissimi e importantissimi; ma in capo a qualche anno furono obbligate per alcune particolari ragioni a cercare altrove i loro materiali. Tuttavia il giornale non è meno importante,  né manca di abbonati e lettori. Esce adesso da questa medesima biblioteca una raccolta non meno utile: si tratta di una specie di storia universale della letteratura di tutte le nazioni civili,  della quale è autore il signor Dorville.

Merita pure di essere letto il Giornale di Letteratura, benissimo scritto,  e molto giudizioso nelle critiche. Passo sotto silenzio il Giornale di Bouillon come gli Avvisi di Provincia e molti altri,  non essendo possibile legger tutto e aver di tutto notizia; laonde terminerò quest’articolo col dar conto semplicemente dei due fogli che giornalmente si pubblicano coi titoli di Giornale di Parigi e Giornale di Francia,  ovvero i Piccoli Avvisi. Oggetto principale dell’ultimo è di dare avviso dei beni mobili e immobili che sono in vendita o da allogarsi,  delle cariche di cui vorrebbero disfarsi i possessori,  le domande dei privati,  gli effetti perduti o ricuperati,  le mode che si trovano dai mercanti,  i lavori degli artisti,  insomma tutto ciò che riguarda l’utilità e il comodo pubblico. Da qualche anno in qua vi sono state aggiunte notizie letterarie; vi si trovano estratti ben fatti,  critiche giudiziose,  osservazioni sensate. Né di minore utile e piacere è il Giornale di Parigi,  che dà giornalmente le novità più fresche e sicure,  e rende conto delle idee,  scoperte e discussioni di ogni genere. In esso hanno luogo i tratti di valore,  virtù e beneficenza. Bisogna dunque servirsi di questo foglio,  allorchè si vuol partecipare al pubblico le produzioni dell’ingegno e i lavori meccanici dei privati. In simili occorrenze i giornalisti non trascurano nelle loro esposizioni di far spiccare il merito,  indicando nel tempo stesso modestamente i luoghi che avrebbero bisogno di chiarimenti o correzioni.

A volte il pubblico si lamenta che il Giornale di Parigi non è abbastanza ricco di notizie; ma ve ne possono essere ogni giorno? e poi,  si può dir tutto,  scriver tutto,  stampar tutto? L’articolo dei Teatri però non manca mai,  e questo solo basta a soddisfare la maggior parte dei lettori e degli associati. Il Giornale di Francia pure si è impadronito della materia; né è male vedere le produzioni drammatiche esaminate a fondo dadue diversi autori. Esposta una commedia nuova,  il giorno dopo se ne trova in codesti giornali un sunto,  il successo e la critica; qualche volta vanno d’accordo,  e qualche altra volta sono diversi i loro sentimenti: uno è più severo,  l’altro più indulgente; senza che io li nomini,  il pubblico li conosce abbastanza. Tali sunti e critiche sono però lezioni utilissime ai giovani autori. Vi sono anche altri fogli,  che dopo qualche tempo fanno essi pure estratti e osservazioni sulle opere drammatiche già esposte,  ma questi possono dirsi soccorsi tardi e inutili; la prontezza dei giornali,  dei quali ho fatto parola,  istruisce gli autori istantaneamente,  di modo che un’opera andata a terra nella prima recita,  può risorgere nella seconda,  producendo in questa tanto piacere,  quanto avea cagionato disgusto nella precedente. Qui forse mi sarà detto: è il pubblico che indica i luoghi che lo colpiscono o lo annoiano; ma gli autori e i comici possono mai scernere la vera cagione del cattivo umore della platea? Sono gli autori dei giornali,  che secondo il proprio giudizio e quello degli spettatori,  hanno avuto il tempo di esaminare attentamente e con calma; sono essi,  ripeto,  che possono,  rendere conto dei buoni e cattivi effetti prodotti dalla composizione,  e dare salutari avvisi. Ecco il mio modo di pensare sull’utilità di queste opere periodiche,  che stimo moltissimo,  ma che a prezzo di tutto l’oro del mondo non sarebbero mai state oggetto della mia occupazione. Nulla può esservi di più penoso che esser obbligati a lavorare per forza o per amore ogni giorno impreteribilmente. Si ha un bel dividersi il lavoro con parecchi altri scrittori; gli obblighi contratti col pubblico sono terribili,  e la difficoltà di piacere a tutti mette alla disperazione.

Vi sono poi opere che non sono periodiche ed escono ogni tanto. Per esempio la Vita degli Uomini illustri, o Plutarco francese, del signor Turpin. Gli elogi di questo stimabile autore son tutti quanti ricavati dalla storia. Ma quel che in esso merita ammirazione è l’arte singolare di avvicinare i fatti senza recare noia al lettore; e col suo stile nobile,  vigoroso,  sa dare maggior risalto alla virtù,  senza avvilirla con l’adulazione. Il signor Rétif de la Bretonne è parimente un autore di una fecondità senza pari: la sue Contemporanee fra le altre sono note a tutto il mondo,  e si leggono sempre con piacere. Egli ha delineato quadri di ogni specie: se ha dipinto sulle tracce della natura convien dire che abbia molto veduto; e se un tal lavoro è parto della sua tantasia,  ha dato certamente molto nel segno. Qui mi si porgerebbe appunto l’occasione di far parola del Quadro di Parigi del signor Mercier; ma confesso schiettamente che mi trovo in imbarazzo: professo molta stima all’autore,  ma sono sdegnato contro la sua opera. Egli non sa trovare nulla di bello,  di buono,  o di tollerabile a Parigi; si suol dire che chi prova troppo non prova nulla. Il signor Mercier aveva fatto precedentemente piangere il pubblico con la rappresentazione delle sue composizioni drammatiche: è forza credere che abbia voluto rallegrarlo colla lettura del suo libro.

CAPITOLO XXXIV.

Osservazioni sopra alcune istituzioni di Parigi. .

Essendo venticinque anni che dimoro a Parigi,  debbo certamente averne piena notizia; e siccome non son nato in un deserto,  debbo per conseguenza conoscerne il pregio. Dopo aver parlato delle sue bellezze,  adesso discorrerò di volo delle comodità,  dei piaceri,  della polizia.

La città è custodita da ottocentosettantasei uomini di fanteria e centoundici di cavalleria,  che si chiamano la Guardia a piedi e la Guardia a cavallo. Dappertutto però si trovano corpi di guardia e a ogni momento s’incontrano pattuglie che danno man forte alla giustizia,  fanno arresti e conducono gli arrestati al commissario dei rispettivi quartieri. Non sono sbirri,  ma guardie ordinate militarmente e comandate da ufficiali che hanno già occupato rispettabili posti nelle truppe del re. Cinquanta commissari distribuiti nella Capitale ricevono i ricorsi dei particolari,  unitamente ai rapporti dei delatori; formano lì per lì i processi verbali e mandano gli accusati ai competenti giudici. Questi ministri subalterni sono utilissimi per verificare i fatti subito,  e per evitar noie e dispendi nei casi di lieve momento. Il luogotenente generale di polizia è il magistrato che veglia all’esecuzione esatta degli ordini,  alla sicurezza e tranquillità pubblica. Egli ha sotto di sé quattro segretari e venti ispettori; ciascuno deve adempiere ai compiti del suo dipartimento,  né vi è cosa che possa sfuggire alla sua vigilanza. Senza queste cure e precauzioni si perderebbe il frutto di tante vantaggiose e comode istituzioni che ci sono a Parigi.

Una fra le altre sono le pubbliche vetture. Molti si lagnano dei cattivi fiacres,  e con ragione; ma adesso gli appaltatori ne offrono una certa quantità di assai migliori; ma anche i più logori sono meglio che nulla; io sono nella classe dei pedoni,  e quando ne ho bisogno li trovo deliziosi. Vi sono anche portantine e sediole; queste piccole vetture costano assai meno delle altre; ma per usarle è necessario esser soli: se si è in quattro conviene il fiacre. Quello che è più da temere sono i cocchieri. Pare assolutamente che siano scelti fra gli uomini più incivili e grossolani,  né d’altro si sente parlare che delle loro impertinenze; senza il rigore del governo non sarebbe possibile trattare con loro. Però posso vantarmi di non aver avuto mai da dire con codesta sorta di gente poiché,  sapendo quanto sono avidi,  procuro sempre di appagare anticipatamente i loro desiderii,  e qualche soldo in più li contenta. Ma fo di ancor meglio. I Francesi hanno per uso di sgridarli e dar loro del tu,  mentre codesta gente priva di ogni educazione non rischia nulla ad aggravare con le sue impertinenze la cattiva opinione che si ha già del loro ceto. Io parlo con loro con garbo e dolcezza,  e son servito benissimo.

Un’istituzione ben immaginata e regolata,  è la piccola posta di Parigi,  poiché per mezzo suo si può scrivere e ricevere la risposta il giorno medesimo; cosa utilissima per il commercio,  gli affari,  i complimenti e gl’inviti. Di quest’ultimo genere appunto sono i biglietti che ordinariamente ricevo dalla piccola posta,  e trovo comodissimo poter accettare o ricusare sul momento,  senza la necessità di uscire personalmente o spedir gente. Accetto quasi sempre i pranzi,  evito per quanto posso le cene,  e non ricuso mai le partite di gioco.

Merita maggior attenzione l’istituzione delle pubbliche pompe per estinguere gl’incendi: diciassette sono i corpi delle guardie del fuoco,  e altrettanti i depositi delle pompe e carri da acqua. Al primo cenno queste guardie sono pronte a partire,  e veramente la loro attività,  zelo e coraggio sono mirabili; le ho vedute lanciarsi nelle fiamme ed esporsi ai pericoli,  senza altro eccitamento che adempiere ai doveri del loro impiego,  e non è possibile far loro accettare la minima mancia. Questo rispettabile corpo non ha bisogno di vigilanza della polizia. Il signor Moret,  direttore generale dei Pompieri,  ha saputo loro ispirare coraggio e onore.

Esistono poi in Parigi uffici relativi a qualsivoglia mestiere e impiego del basso popolo. Un garzone parrucchiere,  per esempio,  si indirizza al suo uffizio per trovare un principale; un sarto s’indirizza al suo,  per avere un garzone; i servitori fanno lo stesso per procurarsi servizio,  e le nutrici per provvedersi bambini da allattare. Quest’ultimo ufficio è più meritevole di attenzione degli altri,  poiché si tratta di affidare a donne ignote i neonati,  che esse portano con sé in campagna. Il governo ha stabilito una regola e ne cura l’esatta esecuzione. Le nutrici vengono a Parigi con attestati del loro parroco,  e il capo dell’ufficio è mallevadore della creatura. Malgrado tutte queste precauzioni può succedere che i genitori si vedano restituire un figlio che non è il loro. Le madri che allattano i propri figli ubbediscono alla legge di natura,  ed evitano tutti gl’inconvenienti. Per buona sorte questa cura materna è venuta oggi più di moda,  onde le donne una volta troppo delicate si son fatte più vigorose e robuste per sostenerla. È da sperare che questa moda non sia effimera come le altre.

Non lascerò in dimenticanza l’ufficio reale di corrispondenza estera e nazionale. Esso s’incarica di qualsivoglia affare tanto attivo come passivo,  e ha corrispondenti o ne trova nelle quattro parti del mondo. Cinquecento mila lire depositate presso un notaio garantiscono l’altrui fiducia; la intelligenti cure del direttore ne assicurano la miglior riuscita possibile.

Terminerò l’articolo delle pubbliche istituzioni con quello delle macchine a combustione per condurre acqua in abbondanza in tutte le strade e le case di Parigi. Il progetto non è nuovo,  e da molto tempo fu immaginato ed eseguito a Londra con successo. La città di Parigi vedeva la necessità di imitarlo; accondiscese alle domande d’un Inglese e gli concessee il privilegio esclusivo. Una società di cittadini francesi pieni di zelo e patriottismo,  animata dalla singolare abilità e dal sapere dei fratelli Perier,  assunse l’onere di rivendicare l’onore della nazione. I soci,  autorizzati dal governo,  comprarono ad altissimo prezzo il privilegio e si accinsero all’impresa di questa grande opera,  che può dirsi la più importante e utile per la capitale. L’esecuzione è molto inoltrata,  e le prime macchine erette a Chaillot sono riuscite a meraviglia. I signori Perier,  meccanici celebri e versati specialmente nell’arte pirotecnica e idrostatica,  hanno corrisposto benissimo in questo primo saggio della loro scienza alla reputazione che godevano; e la società continua sempre a fronteggiare con coraggio la spesa occorrente,  malgrado gli ostacoli e le critiche. Non bisogna meravigliarsi se le migliori proposte del mondo trovano opposizioni. Non tutti le vedono allo stesso modo; vi possono essere i gelosi,  gl’invidiosi,  i derisori; ma costoro non meritano attenzione: il peggio è che si trovano malcontenti anche fra le persone oneste e bene intenzionate. Una proposta che importi alle persone tutte di una città grande,  dà luogo a ognuno di esaminarne la pubblica e privata utilità. Chi non è soddisfatto può commendare l’intenzione e condannare i mezzi; incomincia a dire il suo parere,  passa quindi a stamparlo,  vi si risponde,  ed ecco che gli animi si riscaldano. Qualcosa di simile è accaduto appunto riguardo all’iniziativa di cui si tratta. Le controversie non hanno però in modo alcuno affievolito lo zelo della società né l’operosità dei direttori. Si prosegue sempre a porre i condotti per le pubbliche strade. Le grandi novità trovan sempre difficoltà per esser generalmente approvate,  come è parimente raro,  che i primi autori ne traggano profitto: sembra però che questa vada sempre più prendendo una manifesta e reale stabilità. La società ha distribuito azioni a particolari,  e queste sono rincarate in un modo prodigioso. Insomma,  la proposta è sì bella,  l’esecuzione sì felice,  l’utilità sì notevole,  la comodità sì evidente,  che non è possibile che la nazione più civile del mondo ricusi di conoscerne i vantaggi reali,  e di saperne buon grado allo zelo patriottico dei suoi concittadini.

CAPITOLO XXXV.

  Morte di Madama Sofia di Francia. - Disegno di un nuovo giornale.

- Avventura di un Americano e di una donna napoletana.

Eccomi prossimo al compimento delle mie Memorie: tuttavia sostengo coraggiosamente la fatica di un’occupazione che comincia a stancarmi. Un avvenimento funesto di cui sto per parlare mi fa sentir maggiormente il disgusto del peso che volontariamente mi sono imposto.

Cessò di vivere nel 1783 madama Sofia di Francia. Qual perdita per la corte! quale afflizione per le virtuose e gentili sue sorelle! Le sua virtù la rendevano rispettabile,  e la sua dolcezza ispirava amore e fiducia in ogni cuore. La sua anima benefica soccorreva spontaneamente l’indigenza e la sua vivacità faceva sforzi inutili per celarsi sotto il velo della pietà e della modestia. Questa principessa è stata compianta da tutti quelli che avevano avuto l’onore di starle vicino. Io pure ne sono stato non meno degli altri colpito,  trovando soltanto qualche consolazione in casa della signora Tacher,  e della signora marchesa di Chabert sua figlia. Tutti eravamo afflitti per la cagione medesima; perciò la conversazione di codeste dame mi rammemorava la dolorosa perdita,  mentre le loro attenzioni alleggerivano un poco il mio dolore. Non solo per la morte dei miei protettori,  amici e parenti mi sento naturalmente e vivamente commosso; no,  io sono facilissimo a intenerirmi: il minimo male o inconveniente che loro succeda mi sconcerta,  mi colpisce,  mi pone in desolazione. Nel tempo stesso freddamente riguardo la morte come il tributo della natura: nella ragione si deve trovare un conforto. Donde deriva che la perdita della mia augusta scolara mi affligge ancor oggi,  come nel primo giorno? Nell’omaggio di giustizia che rendo al suo merito potrebbe mai nascere il sospetto d’amor proprio o vanità? Deh! amici miei,  fatemi grazia di credere che ciò nasca piuttosto da un sincero sentimento di riconoscenza.

Sfogliando i miei ricordi,  trovo il disegno di un giornale da me ideato. Questo disegno deve parer contraddittorio all’avversione da me dimostrata nel capitolo XXXIII,  a motivo dell’assiduità che richiede un’opera periodica. Ma si sappia che io non dovevo sostenerne la cura.

Un giovane di nascita francese,  abitante in America,  era stato mandato dai suoi genitori a Parigi per farvi i suoi studi; vi era già molto inoltrato e aveva approfittato più dei mezzi d’istruirsi che delle occasioni di divertirsi. Aveva bensì sofferto molto nel lungo viaggio,  e temeva tanto il mare che assolutamente non voleva più esporvisi. Aspettando dunque il consenso della famiglia per rimanere in Francia,  andava premurosamente in traccia di occupazione. Veniva spesso a casa mia; e siccome aveva imparato assai bene la lingua italiana,  aveva intenzione di tradurre le mie opere in francese. Gliene feci conoscere le difficoltà; era ragionevole,  e rinunciò all’idea. Amava però la letteratura,  e voleva trarre qualche partito dall’italiano che aveva imparato. Per accontentarlo formai il disegno di un foglio periodico,  ed eccone qui il titolo ed il programma:

  Giornale di Corrispondenza Italiana e Francese.

«Un Italiano,  stabilito da qualche tempo in Parigi,  è in corrispondenza epistolare con parecchie persone del suo paese. Queste lettere si aggirano su tutte le materie suscettibili di annotazioni,  osservazioni e critica. La storia,  le scienze,  le arti,  le scoperte,  le proposte,  la tipografia,  i teatri,  la musica,  il buon governo,  i costumi,  gli usi,  i caratteri nazionali,  le feste pubbliche,  le cerimonie,  le novità,  gli aneddoti,  tutto vi è messo a contribuzione. Il contenuto di queste lettere sarà sempre importante,  per le scambievoli relazioni tra il paese da cui partono e quello cuisono indirizzate. Si pubblica un libro,  un dramma,  un poema,  un’opera qualunque in una delle due nazioni,  e se ne dà subito parte all’altra. Se ne spediranno reciprocamente gli estratti,  l’esame,  i confronti; le materie sottoposte a discussioni o dichiarazioni non resteranno senza risposta,  né si ometterà d’inserire discorsi,  arringhe,  dissertazioni; tutto ciò insomma,  che potrà contribuire ad allettare i lettori.

Sarà temeraria impresa proporre un nuovo giornale a Parigi? Gli autori sperano che no,  osservando che ogni giornale ha i suoi partigiani,  e il lorone può acquistare come gli altri. La lettura francese è da gran tempo il diletto dell’Italia tutta. Pare che gl’Italiani siano riconoscenti verso i Francesi,  per aver sostenuta e abbellita la grand’opera dal rinascimento delle lettere,  per il quale essi avevano lavorato per primi. Ma sembra altresì che i Francesi di quando in quando risalgano alla sorgente,  e si compiacciano di conversare con i grandi maestri del buon secolo della letteratura italiana. Questa lingua è adesso in Francia più in voga che mai. Il gusto della nuova musica vi ha molto contribuito. Tutte le biblioteche di Parigi abbondano di libri italiani,  che si leggono,  si gustano,  si traducono; e i viaggi dei Francesi in Italia sono diventati più frequenti. Insomma tutti questi oggetti sembrano giusti,  ragionevoli,  e attraenti. Se gli autori di questo giornale s’ingannano,  non sarà certamente colpa del disegnoma dell’esecuzione. Le persone che debbono occuparsene,  non mancheranno dal canto loro dimateriali importanti,  notizie sicure,  corrispondenze ben fondate,  zelo per il pubblico e attenzione per il loro proprio profitto. Si ha un bel dire: mi sacrifico,  per l’onore e il bene dell’umana società. Non vi ha che il ricco che non lavori; ma chi non è tale,  non può obliare sé stesso,  ecc.»

 

Invaghito il mio giovane americano dal programma della nuova opera,  aveva già trovato quattro compagni che lo avrebbero secondato. Io avevo loro procurato conoscenze aRoma,  Napoli,  Firenze,  Bologna, Milano e Venezia; e si aspettava di aver preparato materia bastante per il lavoro almeno di sei mesi prima di pubblicare il prospetto. In questo mentre capitò a Parigi una donna napoletana. Era un’attrice dell’Opera comica italiana,  proveniente da Londra,  ove il direttore che l’aveva fissata era fallito; essa veniva in Francia a cercar fortuna. Non era né giovane né bella,  ma scaltra e fine quanto mai,  e aggiungeva agli ordinari artifici della sua condizione quello dell’ipocrisia. Ebbi l’onore della sua prima visita. Il mio Americano la trovò subito molto amabile; egli era alquanto devoto,  e la Napoletana era sempre con la corona in mano,  e tutti i sabati accendeva un lume davanti all’immagine della Madonna di Loreto; e mentre il buon uomo imparava a pregar Dio in italiano,  dimenticava l’obbligo contratto e i suoi associati. Avevo un bel fargli lagnanze e rimproveri; era già innamorato,  né aveva altro dispiacere che di saper maritata la sua bella,  e fuori del caso di poterla sposare.

Il nuovo giornale prendeva un cattivo andamento. I giovani che vi si erano impegnati cominciavano a disprezzare chi aveva assunto l’incarico di guidarli. Feci il possibile per incoraggiarli,  e avevo sempre la speranza di ricondurre il loro capo alla ragione. Ma ecco come si perdette irreparabilmente. Va un giorno all’abitazione della maligna incantatrice e la trova inginocchiata: - Ah! sì,  sì,  venite pure,  mio caro amico,  esclamò vedendolo. Prostratevi subito davanti alla Madonna santissima,  ringraziate meco Iddio e gridate al miracolo: mio marito è morto. - Gli mostra la lettera che aveva in quell’istante ricevuta,  in cui era inclusa la fede di morte. Alle corte,  si sposano. La moglie era gelosa,  né voleva più stare a Parigi; il marito si vergognava,  né si lasciava più vedere. Partirono pertanto entrambi pochi giorni dopo,  ed ecco finito il giornale prima di aver principio. Ci lamentiamo delle donne,  che con le loro grazie c’incantano,  e con le lusinghe incatenano gli uomini,  e a volte li rovinano con i capricci: ma le loro attrattive sono conosciute,  ed è l’uomo stesso che loro somministra le armi per esser vinto. La sola ipocrisia può ingannare,  ma questo detestabile artificio è in Francia tanto raro,  quanto rara è l’imbecillità di chi si lascia ingannare. In questo paese le donne dabbene hanno più amabilità che in qualunque altro luogo,  e le donne scaltre sono meno spregevoli che altrove.

CAPITOLO XXXVI.

  Didone,  tragedia lirica in tre atti. - Nuovo genere di drammmi esposto

sul teatro dell’Opera di Parigi. - Il Barbiere di Siviglia e Il Matrimonio di Figaro

al Teatro Francese. - Alcune parole su altri autori e su persone di mia conoscenza.

Nel 1783 si rappresentò a Parigi per la prima volta l’opera Didone, parole del signor Marmontel,  musica del signor Piccini. Questa composizione è,  a parer mio,  il capolavoro dell’uno e il trionfo dell’altro. Non vi è infatti dramma in musica che più di questo si approssimi alla vera tragedia. In esso Marmontel non ha imitato nessuno,  si è reso padrone della favola e le ha dato tutta la regolarità e verosimiglianza di cui un’opera è capace. Dicono alcuni: Marmontel ha lavorato sul modello di Metastasio; ma sono in errore. Didone è stata il primo lavoro del poeta italiano,  e in realtà vi si riconosce un genio sublime,  ma si scorgono altresì gli sbalzi del fervore giovanile; onde l’autore francese non sarebbe troppo felicemente riuscito nel suo lavoro,  se si fosse posto un tal modello. Il signor Piccini,  dopo aver molto faticato sopra composizioni sguaiate,  trovò finalmente in questo da poter fare spiccare il suo ingegno e seppe trarne profitto. La signora Saint-Hubert,  attrice abile quanto brava cantante,  sostenne egregiamente la parte di Didone. Questa composizione è con ragione riguardata come un monumento prezioso dell’Opera francese.

Era già qualche anno,  che questo bello spettacolo aveva perduto molto del suo antico splendore,  ma si è valorosamente sostenuto,  dacché è stata presa la risoluzione di moltiplicare le rappresentazioni. Tempo fa l’Opera,  buona o cattiva che fosse,  si esponeva per tre o quattro mesi di seguito; perciò gli spettatori diminuivano giornalmente; ma adesso la platea è sempre piena e si dura fatica a trovar palchetti per tutto l’anno. Contribuì molto alla buona riuscita di questo spettacolo un genere di drammi del tutto nuovo che vi si introdusse; potrebbero chiamarsi opere buffe decorate. Colinetta alla Corte,  L’Imbarazzo delle ricchezze,  Panurgo nell’isola delle Lanterne, come molti altri,  non sono in sostanza che abbozzi di commedie prive d’intreccio e di affetti; il dialogo non dà tempo bastante per svolgerne il soggetto. Ma una graziosa musica,  balli bellissimi,  decorazioni magnifiche,  danno pregio all’insieme e recano piacere al pubblico. Può veramente dirsi in tal caso che la salsa vale più del pesce. Non intendo diminuire il merito degli autori cui è piaciuto occuparsi di bagattelle simili,  poiché dovettero conformarsi alla singolarità delle opere loro richieste; è riuscito a loro di ben disporre tutte le altre parti dello spettacolo che ne formavano l’oggetto principale e,  per vero dire,  sembra che il pubblico ne sia rimasto molto soddisfatto. Il pubblico,  che generalmente si accusa di esser tanto difficile e rigido,  è talvolta più indulgente e docile di quello che non si crede,  purchè gli vengano presentate le cose per quello che sono,  senza orgoglio o pretesa. Egli allora applaude i pezzi che lo divertono,  né va poi scrutinando il fondo del soggetto.

Il maggiore successo però fu riportato al Teatro francese dalla commedia Il Matrimonio di Figaro,  perché l’autore aveva fatto precedere a questo titolo l’altro della Folle Giornata. Nessuno conosce meglio del signor Beaumarchais i difetti della sua composizione. Gli è piaciuto dar prova del suo valore in questo genere,  e se avesse avuto volontà di fare del suo Figaro una commedia con le regole dell’arte,  l’avrebbe fatta di certo pari a qualunque altra; ma egli altro non ha avuto in mira che di rallegrare il pubblico,  e vi è riuscito perfettamente. Il successo stato straordinario in tutto. Ai teatri comici di Parigi si danno regolarmente due o tre rappresentazioni al giorno. Il solo Figaro riempiva tutto il tempo dello spettacolo; faceva correre in folla il pubblico due o tre ore avanti l’alzarsi del sipario,  e lo tratteneva tre quarti d’ora più del solito,  senza recargli la minima noia; eccolo alla sua ottanteseiesima rappresentazione sempre nuovo,  sempre applaudito; e ciò che è più singolare è che le stesse persone che lo criticano all’uscir dal teatro non lasciano di ritornarvi,  e si dilettano dell’oggetto delle loro critiche. Pochi anni fa il signor Beaumarchais aveva esposto una commedia col titolo il Barbiere di Siviglia, onde quel medesimo spagnuolo che portava il nome di Figaro fornì il soggetto della Folle Giornata. La prima di queste due opere piacque molto e riscosse sommi applausi. L’autore,  avendo allora avuto un processo,  aveva difeso la causa da sé. Le sue difese erano vivaci,  ingegnose,  ben scritte,  si leggevano universalmente e formavano ovunque il soggetto principale della più eleganti conversazioni; ebbe l’accorgimento d’inserire nel Barbiere di Siviglia alcuni aneddoti camuffati,  che richiamavano alla memoria quel processo e mettevano in ridicolo i suoi avversari; tutto ciò contribuì infinitamente al successo della commedia. Nell’altra poi del Matrimonio di Figaro non vi erano sarcasmi diretti ai particolari,  ma ve n’erano per chiunque in generale. Eppure nessuno poteva lagnarsi: le critiche andavano a ferire vizi e ridicolezze che ovunque s’incontrano. Tanto peggio per chi vi riconosce il proprio ritratto. Tutti gl’intelligenti e i dilettanti della buona commedia facevano risuonare dappertutto lamenti contro queste opere,  che a parer loro conducevano il teatro francese nell’avvilimento; scorgevano una specie di fanatismo ond’erano presi i loro compatrioti,  e temevano che la malattia potesse diventare contagiosa. L’esperienza però fece veder loro il contrario. Furono esposte nel tempo medesimo al Teatro francese varie nuove produzioni,  che ebbero tutto il buon successo di cui erano meritevoli. Il Coriolano,  per esempio,  del signor da la Harpe,  Il seduttore del signor de Bièvre,  Le confessioni difficili e La falsa spiritosa del signor Vigé. Quest’ultimo autore ha ricevuto molti incoraggiamenti dal pubblico. I primi saggi del suo ingegno sono stati trovati di ottimo gusto e stile; si ha dunque ragione di sperare in lui un sostegno della buona commedia.

Io mi sono molto affezionato a questo giovane autore pochè ho l’onore di conoscerlo; è fratello della signora Le Brun dell’Accademia reale di Pittura,  le opere della quale fanno così grande onore al suo sesso,  al suo paese e al nostro secolo. È genero del signor Rivière,  consigliere e segretario di legazione della corte di Sassonia,  ed è consorte di una dama che vidi nascere,  piena di virtù e d’ingegno,  i quali attestano la saggia educazione di una genitrice incomparabile,  madre di nove figli tra i quali non ve n’è uno che non corrisponda alle cure della vigilanza di lei,  e non prometta di essere la consolazione dei suoi genitori. Ho fatto questa fortunata conoscenza dalla signora Bertinazzi,  vedova del signor Carlin. Frequentavo la casa,  vivente il marito,  e non l’ho abbandonata dopo la sua morte. Non si può trovare persona più amabile della signora Carlin: molto ingegno,  molta vivacità,  sempre eguale,  sempre garbata,  sempre cortese. La sua conversazione non è numerosa,  ma ben scelta,  i suoi antichi amici sono sempre i medesimi,  ella ama il gioco come me,  è brava giocatrice e io procuro d’imitarla. Non vi è gioco che più di quello detto il Rovescino siacapace di mettere in convulsione i giocatori più flemmatici; la signora Carlin é molto vivace e non può contenersi più di un altro,  ma è tanto graziosa nei suoi impeti,  e condisce di tanta dolcezza i suoi rimproveri,  che si può dir bella nella collera.

CAPITOLO XXXVII.

Traduzione francese di una delle mie commedie. - Sua caduta al Teatro Italiano.

- Nascita del duca di Normandia. - Nuovo tipo di luminaria. - Qualche osservazione sulle mode.

Verso la fine del 1784,  mentre lavoravo alla seconda parte delle mie Memorie e facevo estratti delle mie commedie,  un amico venne a parlarmidi un affare analogo al lavoro in cui ero occupato. Un letterato,  che non ho avuto mai l’onore di conoscere,  aveva mandato al signor Courcelle,  comico del Teatro italiano,  una dalle mie commedie tradotte in francese,  e lo pregava di presentarmela e di farla recitare,  a patto che approvassi la sua traduzione; ben inteso,  diceva garbatamente,  l’onore e il guadagno avrebbero appartenuto all’autore. La commedia era Un Curioso Accidente. Sene troverà l’estratto nella seconda parte delle mie memorie,  unitamente alle notizie riguardanti il soggetto.

Per dire il vero,  trovai la traduzione esatta; lo stile non era il mio,  ma ognuno ha il proprio. Il traduttore aveva mutato il titolo in Dupe de soi-même,  né mi dispiacque,  onde diedi il consenso perché fosse recitata. Nella prima lettura i comici l’accolsero con acclamazione; fu esposta l’anno seguente,  e andò a terra di botto. Un passo della commedia,  che era riuscito piacevolissimo in Italia,  a Parigi disgustò il pubblico. Conoscendo la delicatezza dei Francesi,  avrei dovuto prevederlo; ma siccome un Francese ne avea fatta la traduzione e i comici l’avevano trovata dilettevole e graziosa,  mi ero lasciato guidare. Mi sarei forse avveduto del pericolo,  se avessi potuto assistere alla prova; ma ero malato,  e i comici avevano gran furia. Alla prima recita avevo distribuito vari biglietti per i palchi e la platea. Nessuno venne a darmi notizie: cattivo segno. Con tutto ciò me ne andai a dormire,  senza informarmi dell’avvenuto; e fu soltanto il mio parrucchiere che con le lacrime agli occhi,  il giorno appresso,  m’informò della solenne caduta della commedia,  e siccome stavo quel giorno meglio di salute,  desinai con buon appetito. Avvezzo da gran tempo ad avvenimenti ora buoni ora cattivi,  sapevo render giustizia al pubblico senza sacrificare la mia tranquillità. Il maggior dispiacere fu quello di non vedere da me più nessuno,  e che nessuno mandasse più a prender notizie della mia convalescenza. Scrissi agli amici per sapere se la mia commedia li avesse messi in collera; ma al contrario,  non ardivano manifestarmi il loro dispiacere,  per un eccesso d’amicizia e tenerezza. Finalmente ci vedemmo,  e toccò a me l’ufficio di consolatore.

I festeggiamenti pubblici mifecero tosto abbandonare la camera,  e mi ristorarono di tutti gl’incomodi della malattia e dei disgusti sofferti. La regina stava per dare allo Stato un nuovo principe. Di fatto il 27 marzo 1786 venne felicemente alla luce il duca di Normandia. In tale occasione furono fatte a Parigi luminarie secondo il solito; ma vi furono privati ricchi che in quest’occasione si segnalarono in modo nobile e totalmente nuovo. Le facciate dei loro palazzi erano da cima a fondo ornate di disegni riccamente e maestrevolmente illuminati. Non è possibile vedere decorazioni più splendide di queste. È sperabile che a Parigi questo nuovo gusto sarà continuato,  e checiascuno in proporzione delle sue forze vorrà avere d’ora in poi una luminaria alla moda.

La moda appunto è sempre stata il primo impulso del Francesi. Essi infatti danno norma all’Europa in fatto di spettacoli,  decorazioni,  abiti,  acconciature,  gioie e in ogni specie di adornamento; dappertutto si cerca d’imitare i Francesi. Al principio di ogni stagione si vede a Venezia,  in Merceria,  un fantoccio abbigliato di tutto punto,  chiamato la bambola di Francia. Questo è il prototipo a cui le donne si uniformano,  e par bella ogni stravaganza,  purché parta da questo originale. Le Veneziane amano variare come le Francesi; i sarti,  le sarte,  i mercanti ne profittano assai,  e quand’anche la Francia non somministrasse mode a sufficienza,  gli operai di Venezia hanno la furberia di far variazioni alla bambola francese,  e far passare leloro invenzioni per idee oltremontane.

Quando a Venezia presentai la commedia Le Smanie della Villeggiatura,  parlai molto di un abito per signora detto mariage; era una di stoffa liscia con una semplice guarnizione di due nastri di diverso colore,  ed era stata la bambola a darne il modello. Arrivato in Francia m’informai se questa moda esistesse ancora; nessuno ne aveva notizia e non era mai esistita,  anzi si trovava ridicola,  e si burlarono di me. Ebbi lo stesso dispiacere parlando delle vesti alla polacca,  che al momento della mia partenza la donne tutte d’Italia aveano adottato; ma dodici anni dopo vidi apparire le polacche a Parigi come una bella novità. In fatto di abbigliamento la moda ha avuto un lungo interregno in Francia; ma ora ha ripreso il suo antico impero. Quanti cambiamenti in pochissimo tempo! polacche,  levite,  guscini,  vesti all’inglese,  camicette,  pierrots,  vesti alla turca,  cappelli di cento maniere,  berretti da non dire,  pettinature! Queste ultime,  così essenziali per dar rilievo alla grazia e bellezza delle donne,  era arrivata,  qualche tempo fa all’apice della perfezione. Ma oggi,  chiedo scusa alle signore,  è ai miei occhi insopportabile. Quei capelli arruffatti,  e quei fintini che cascano sulle ciglia,  sono così svantaggiosi al visoche dovrebbero guardarsi dall’usarli. Le donne fanno malissimo a secondare la moda anche nella pettinatura; ognuna dovrebbe consultare il proprio specchio,  esaminare i suoi lineamenti e adattare alla propria fisonomia l’acconciatura dei capelli,  guidando da sé la mano del parrucchiere. Ma prima che escano dal torchio le presenti Memorie,  si vedranno forse variate le acconciature delle donne e molte altre mode cambiate; sarà,  per esempio,  diminuita l’eccedente grandezza dei ricci,  e ritagliata la tesa dai cappelli; si darà più nobiltà agli abiti da donna,  e si faranno un pochino più ampi i calzoni degli uomini.

CAPITOLO XXXVIII.

Alcune parole sopra un processo straordinario. - Gusto dei Francesi

per le canzonette. - Alcune parole sopra due stimabili autori. - Osservazione

sulla città di Saint-Germain-en-Lay. - Atti di riconoscenza verso alcuni amici.

- Mia vita ordinaria. – Segreto per addormentarmi. - Mio temperamento.

  Vi fu un processo di grande importanza a Parigi in questo medesimo anno 1785. Furono chiusi nella Bastiglia alcuni prigionieri di Stato; il re ordinò al parlamento di giudicarli e la sentenza fu pronunciata il 30 maggio dell’anno seguente. Non parlerò della sostanza di questo processo,  noto a tutti; ne hanno detto abbastanza le gazzette,  e le memorie degli accusati sono sparse dovunque. Un illustre personaggio,  vittima di un’inconcepibile frode,  restò sgravato di ogni accusa,  e assolto uno straniero implicato a torto. Fu punita una donna perversa e intrigante,  e il nome del marito contumace fu pubblicamente esposto e disonorato. Una persona che con la sua penna aveva cooperato alle truffe fu esiliata in perpetuo,  e una giovine stolida,  complice senza saperlo,  per compassione della sua ignoranza fu allontanata dalla corte.

La causa straordinariamente complicata occupò il pubblico per dieci mesi,  e fu l’argomento giornaliero di tutti i circoli e conversazioni di Parigi. Le persone che per le loro aderenze vi prendevano parte vivevano inquiete,  mentre i begli spiriti facevano strofette. Tale è l’indole della nazione: se i Francesi perdono una battaglia,  un epigramma li consola; se una nuova imposizione li aggrava,  una canzonetta li risarcisce del danno; e se un affare d’importanza li tiene occupati,  una semplice arietta li distrae. Lo stile più semplice e naturale viene sprecato da tratti maligni e punture amare.

La Francia è feconda d’ingegni: alcuni lavorano per la gloria,  altri per il diletto della società. Il signor conte di Rivarol è un giovane autore che si è fatto conoscere al pubblico con un’opera che gli fa il maggiore onore,  e prova la vastità delle sue cognizioni e l’energia della sua penna. Tutti conoscono il suo suo Discorso sulla preferenza della lingua francese,  che ha ottenuto il premio dell’Accademia di Berlino. Egli ha recentemente tradotto il poema di Dante,  e si ha motivo di sperare in lui un successore ai grandi maestri della letteratura. Ecco un altro poeta che primeggia nei due generi sopra indicati: il signor Robert,  grave e robusto nei poemi,  e dilettevole nei racconti; è un autore che non ha imitato alcuno,  il suo stile è originale,  nel suo verseggiare vi è più energia che facilità,  le rime sono copiose e sono insieme difficili e felici,  immensa l’erudizione,  chiara e vigorosa la logica. Le opere di questo scrittore non sono ancora stampate: io ne ho inteso recitare brani dall’autore parecchie volte,  ma non tanto spesso quanto avrei desiderato,  perché il signor Robert divide la sua dimora tra la capitale e Saint-Germain-en-Laye.

L’occasione di nominare quest’ultima città mi fa ricordare che ho trascurato d farne menzione in queste mie Memorie. È un soggiorno reale,  distante quattro leghe da Parigi,  la cui situazione è delle più felici. È fabbricata sopra un’altura che domina un immensa piana attraversata dalle acque della Senna; l’aria è saluberrima,  e delizioso l’aspetto. La foresta che la cinge,  senza renderla noiosa,  è vastissima,  ben tagliata,  ben disposta,  ed è abbondante di animali selvatici,  tanto quadrupedi che volatili. Il castello,  di gusto antico,  è magnifico,  ed è il luogo dove nacque Luigi XIV. Se questo monarca avesse avuto per il suo paese natio maggior affezione,  avrebbe certo risparmiato tanti milioni sacrificati nel prosciugamento delle acque paludose di Versailles,  perché per l’esecuzione delle sue magnifiche idee avrebbe ivi trovato un suolo meno ingrato,  e meglio esposto. San Germano è divenuto oggi per molti un ritiro piacevole; alcuni vi vanno a cercare la tranquillità,  altri l’economia. Ognuno trova la conversazione che più gli conviene. Se i miei interessi non mi obbligassero a stare in Parigi,  certo io andrei a profittare dei vantaggi di quel piacevole soggiorno per tutto il resto della mia vita. Ciò che m’indurrebbe ancor più,  sarebbe l’occasione di avvicinarmi a un amico rispettabile,  che amo teneramente per inclinazione e riconoscenza. Il signor Huet vi fa da diversi anni la sua dimora: io lo vedeva spesso quando era a Parigi; non vi è persona più amabile,  non vi è amicizia più salda dalla sua. Nel tempo in cui il Tesoro reale non era regolato come ora,  egli non ha mai ricusato di anticiparmi le somme che mi potevano abbisognare; anzi,  quando il re mi concedette per il Burbero benefico la gratificazione di centocinquanta luigi,  questo generoso amico mi mandò subito tre sacchetti di 1200 franchi,  e si adattò a ritirare la somma a comodo del cassiere dei Menus-Plaisirs. Sono favori che non si possono dimenticare. Mi consolo sempre più d’avere intrapreso quest’opera,  poiché mi offre l’opportunità di dare segni di riconoscenza a tutti quelli che mi hanno usato favori. È vero che i lettori di queste Memorie non hanno motivo di occuparsi delle persone che io mi fo un onore e un piacere di nominare; ma non possono sapermi mal grado ch’io faccia loro conoscere uomini che meritano di esser conosciuti.

Non dimenticherò in questo capitolo la signora de la Bergerie,  e il signor e la signora Haudry suoi genitori; essi sono nel numero delle prime conoscenze fatte a Parigi al mio arrivo; stavo in casa loro come se fossi stato nella mia; vidi nascere la figlia,  la vidi divenire ogni giorno più bella,  saggia e spiritosa. Essa ebbe la disgrazia di perdere i genitori e un zio paterno nel più bel fiore della sua gioventù. Queste perdite trassero seco quella di una porzione dei suoi beni. Il signor da la Bergerie,  giovane di una condotta poco comune,  dotato di mente ferma e di eccellente cuore,  seppe render giustizia al merito della signorina; la fece chiedere,  la sposò,  curò i suoi affari e riuscì finalmente a porla nei diritti del suo possesso di Blenau,  soggiorno graziosissimo che io godo d’inverno e non lascio,  se non con rincrescimento,  d’estate. Molti miei amici e conoscenti si portano nella buona stagione in campagna. E io resto a Parigi. Anch’io andrei volentieri per alcuni giorni,  ora in casa degli uni ora in casa degli altri; ma la poca salute di mia moglie m’impedisce di allontanarmi. Ella ha avuto quest’anno una grave malattia,  e ne è stata liberata dal suo medico,  il signor de Langlois. Questi è un uomo,  che,  oltre alla scienza,  ha la sollecitudine e dolce maniera che sono tanto adatte a consolare e calmare i malati. Ma le pleuritidi lasciano sempre vestigia pericolose,  onde non ho il coraggio di lasciarla sola. Povera donna! Ha avuto ed ha tanta attenzione per me; è giusto che anch’io ne abbia per lei. Perciò quando voglio mutar aria vado a passare qualche giorno nei dintorni di Parigi,  ora a Belle-Ville in casa della signora Bouchard e della signora Legendre sua figlia: abitazione deliziosa,  in cui si trovano riuniti la cultura e tutti i diletti immaginabili della buona conversazione. Qualche volta vado a Passy,  in casa della signora Alphand,  o della signorina Desglands,  due amabili vicine: le affabili maniere dell’una e la vivacità dell’altra sono sempre nella più perfetta armonia,  poiché sono ambedue dotate di mente sensata e di ottimo cuore. Vado pure a Clignancour a far passeggiate nel magnifico giardino del signor Agironi: è un garbato Veneziano che gode,  con patente del re,  il privilegio della vendita di un’acqua medicinale di sua invenzione. Convien dire che il suo rimedio sia buono,  perché son già vent’anni che lo spaccia a Parigi e ha fatto con esso una considerevole fortuna.

Per ilresto del tempo conduco in città il mio solito regime di vita. M’alzo alle nove della mattina,  fo colazione con ottima cioccolata: la signora Toutain,  in via des Arcis,  me ne somministra di eccellente; lavoro fino a mezzogiorno,  passeggio fino alle due. Amo la conversazione,  ne vado in cerca,  e desino spesso fuori; se in casa,  con gli amici di mia moglie. Nel numero delle persone che la compongono vi sono la signora Farinelli e sua figlia. La madre è stata una delle prime attrici d’Italia,  e la figlia insegna a suonare il pianoforte e la musica italiana e francese a Parigi; essa ha molte scolare,  e i suoi costumi e il suo ingegno le fanno onore in ugual modo. La signora Rinaldi è pure una delle nostre compatriote che qualche volta vengono a trovarci; anzi il signor Rinaldi ha voluto avere la compiacenza,  a titolo d’amicizia,  di essere il copista di questa mia opera. Egli è maestro di lingua italiana accreditatissimo: parecchi sono i maestri d’italiano in questa città,  e per me li credo tutti eccellenti; ma questo è amico mio,  io lo stimo moltissimo,  e tutti coloro cui l’ho proposto mi hanno ringraziato.

Quante digressioni! quante chiacchiere! Scusatemi,  signori: questa non può dirsi chiacchierata inconcludente. Mi ritrovo a Parigi,  presento ai parigini persone utili,  e avrei caro di poter contribuire ai vantaggi degli uni e alla soddisfazione degli altri.

Eccomi di nuovo al mio regime di vita. Mi direte che potrei dispensarmene? Avete ragione: ma la cosa mi occupa il cervello,  bisogna che trovi modo di liberarmene; non vi farò grazia nemmeno d’una virgola.

Dopo pranzo non mi piace né lavorare né passeggiare. A volta vo al teatro,  e più spesso faccio la partita fino alle nove di sera; ritorno però a casa prime delle dieci,  e prendo due o tre cioccolatini con un bicchier di vino annacquato: questa è la mia cena. Conversazione con mia moglie fino a mezzanotte; d’inverno andiamo a letto maritalmente,  ma d’estate dormiamo in due letti gemelli nella medesima camera. Di solito prendo sonno subito e passo le notti tranquillamente. Mi succede talvolta,  come succede a chiunque,  di aver la testa occupata da qualcosa che mi ritarda il sonno. In questo caso ho un rimedio sicuro per dormire: avevo da gran tempo progettato un vocabolario del dialetto veneziano,  e ne avevo anche partecipato il pensiero al pubblico,  che l’aspetta ancora. Nel lavorare intorno a quest’opera spiacevole e noiosa,  osservai che ogni volta mi veniva sonno: la misi da parte,  e profittai solamente della sua virtù narcotica. Ogni volta che sento l’animo turbato,  prendo a caso dalla mia lingua nativa un vocabolo qualunque,  e lo traduco in toscano e in francese; passo in rassegna i vocaboli che vengono dopo in ordine alfabetico,  e così son sicuro di addormentarmi alla terza o quarta versione; il mio sonnifero non ha mai fallito. Non è difficile dimostrare la causa e l’effetto: a un’idea che inquieti bisogna sostituirne un’altra che contraria o indifferente; una volta calmata l’agitazione dell’animo,  i sensi si tranquillizzano e s’assopiscono. Benché il rimedio sia eccellente,  non può esser utile a tutti. Un uomo,  per esempio,  troppo vivace e sensibile,  non vi riuscirebbe; è assolutamente necessario avere il temperamento di cui la natura mi ha favorito. Il mio morale è in perfetta analogia col fisico: non temo né il caldo né il freddo,  non mi lascio mai accendere dalla collera né inebriare dalla gioia.

CAPITOLO XXXIX.

Arrivo a Parigi dei cavalier Cappello, ambasciatore di Venezia. - Alcune parole

sopra il nuovo porto di Cherbourg. - Nuova recita del Burbero benefico a Versailles.

- Dimissione di quattro attori della Commedia Francese. - Commedie date in quel teatro

negli ultimi tempi. – Altre composizioni esposte alla Commedia Italiana.

  Avvicinandomi al termine delle mie Memorie incontro soggetti sempre più piacevoli da trattare. Il cavalier Cappello,  ambasciatore di Venezia a questa corte,  arrivò a Parigi nel dicembre 1785. È il settimo ministro dalla mia nazione che vedo in Francia. Ho conosciuto tutti gli altri,  non ho mancato di riverirli e visitarli. Tutti hanno avuto molta bontà per me; ma questo al primo vedermi mi ha accolto in modo sì gentile,  affettuoso e particolare,  che mi son sentito rapire dalla gioia,  dal rispetto e dalla gratitudine. A Venezia non avevo mai avuto l’onore di conoscerlo,  quantunque conoscessi benissimo la famiglia Cappello,  che è una delle più antiche e rispettabili della Repubblica: ma il signor cavaliere era troppo giovane,  quando lasciai il paese,  ed è una ragione di più per meravigliarmi di trovare in questo patrizio uno dei miei più caldi protettori. Non starò a farne l’elogio; la sua modestia non lo soffrirebbe,  e poi se è saggio e giusto,  adempie ai doveri dell’uomo; se è grande,  cortese,  generoso,  soddisfa a quelli del suo stato; ma le qualità del suo cuore non sono comuni. Ben pochi s’affezionano alla umanità bisognosa al pari di lui; la porta della sua abitazione è sempre aperta agli infelici,  anche i mal vestiti trovano accesso alla sua persona,  e il titolo di nazionale basta per avere diritto alla sua protezione. Mi perdoni Sua Eccellenza: non ho potuto astenermi di dare un piccolissimo saggio delle sue virtú,  e non ne dirò altro.

Lascio un soggetto che mi sta a cuore,  e passo a un altro che non è meno importante per me. Amo la Francia,  e per conseguenza mi compiaccio della gloria del suo sovrano e dei vantaggi dei suoi cittadini. Ovunque vado,  non intendo parlare che del porto di Cherbourg. Ne esisteva già in questa città uno che per la sua felice situazione arrecava notevoli vantaggi; ma non essendo né abbastanza vasto né abbastanza profondo,  non poteva ricevere che piccoli legni; adesso invece si va ponendo in stato da contenere un’armata. Quest’opera immensa è molto avanzata: in tre anni si son fatti prodigi. Si è scavato sotto il fondo del mare per fondare un terreno capace di sostenere batterie e fortificazioni,  e si deve ampliare quanto occorre per difendere i vascelli dalla violenza dei venti e delle onde. Ecco un’opera degna degli antichi Romani. Luigi XVI nulla trascura per vieppiù stabilire la sicurezza e tranquillità dei suoi Stati; è andato egli stesso a visitare i lavori e ad animare i lavoranti,  e ha sparso dovunque la beneficenza e la gioia. Quante acclamazioni,  quanti elogi,  quante benedizioni ha riportato! Io pure prendevo parte alla gioia pubblica; ma non ero meno commosso a una buona notizia che mi riguardava particolarmente. Si dovevano dare a Versailles alcuni spettacoli teatrali per stranieri illustri che veniva festeggiati,  e il mio Burbero benefico ico era nel numero delle commedie scelte per l’occasione. Il mio amor proprio ne rimase blandito,  non tanto dall’occasione,  quanto perché vi doveva prender parte il signor Préville,  recentemente ritiratosi dal teatro. Questo incomparabile attore piacque come sempre e destò ammirazione secondo il solito; onde la mia commedia si conciliò nuovi ammiratori,  e io nuovi protettori.

Il Teatro Francese ha fatto una grave perdita per il ritiro del signore e della signora Préville,  e del signor Brisard e della signorina Fanié. Vi restano però sempre buoni attori ed eccellenti attrici per conservare la reputazione che ha sempre meritato. Furono esposte in seguito parecchie composizioni tragiche e comiche,  la maggior parte delle quali ebbe successo. Siccome vo al teatro di rado,  non sono in grado di far parola delle composizioni che non conosco se non per sentito dire. Ma ho veduto L’Incostante del signor Collin,  e ho trovato graziosa la commedia ed eccellenti gli attori. Il signor Mollé fra gli altri mi è parso sempre nuovo,  sempre meraviglioso. Egli è tuttora lo stesso giovane piacevole,  vivace ed elegante,  qual era vent’anni fa. Questo celebre attore nella sua parte dell’Incostante sembrava lo stesso personaggio di Dorval nel Burbero benefico. Credo che riuscirebbe ugualmente bene in quello di Geronte. Gl’Italiani in questi ultimi tempi sono riusciti non meno felicemente.

Riccardo cuor di leone ebbe i maggiori applausi. Il signor Sedaine,  membro dell’Accademia francese,  e il signor Grétry gareggiarono l’un e l’altro in questa graziosa opera buffa; e il signor Clairval fece vieppiù apprezzare il merito del poeta e quello del maestro di musica.

Allorchè fu ritirata l’opera del del Riccardo,  pareva difficile trovarne un’altra che avesse altrettanta fortuna. Nina o La pazza per amore fece un tal miracolo: se il successo di questa commedia non superò quello della precedente,  lo ebbe almeno eguale. Quest’opera dei signor Marsoiller ebbe il vanto di rendere credibile sulla scena un essere sventurato,  benché senza macchia né delitto. Fu trovata buona e aderente al soggetto la musica del signor d’Alerac.

La signora du Gazon,  che aveva dato tante prove del suo valore in tutti i generi,  nei caratteri e nelle scene importanti,  sostenne con tanta arte e verità la parte stravagante di Nina,  che si credette perfino di vedere in lei una nuova attrice,  o per dir meglio la disgraziata creatura medesima,  di cui rappresentava il personaggio e imitava i deliri.

CAPITOLO XL ed ultimo

Complimento dell’autore. - Sue scuse. - Alcune parole sopra due autori italiani. - Conclusione dell’opera

  Eccomi finalmente arrivato al 1787,  che è l’ottantesimo dell’età mia,  e al quale ho limitato l’estensione delle mie Memorie. Sono dunque finiti i miei ottant’anni,  e la mia opera è pure finita. Ne è stato distribuito il programma; le sottoscrizioni hanno superato le mie speranze,  e il disegno del mio ritratto è compiuto.

Il signor Cochain ha voluto avere la compiacenza di usare la sua matita per arricchire la mia opera. Quest’uomo celebre,  segretario e storiografo dell’Accademia reale di pittura e cavaliere dell’ordine del re,  non ha solamente accondisceso al mio desiderio e alla mia ambizione,  ma si è degnato di anticiparne il compimento con il più schietto sentimento d’amicizia e con la generosità più obbligante. Tutto è compiuto,  tutto è in ordine; mando alla stampe i miei tre volumi,  e all’incisore il mio ritratto. Non può dunque quest’ultimo capitolo toccare gli avvenimenti dell’anno corrente; ma non mi sarà inutile per soddisfare alcuni doveri che mi restano. Comincio col ringraziare le persone che hanno avuto bastante fiducia in me per onorarmi delle loro sottoscrizioni. Non intendo parlare delle grazie e dei benefici; del re e della corte; questo non è il luogo adatto. Nel mio lavoro ho rammentato alcuni amici e protettori. Chiedo loro scusa se ho osato tanto,  senza aver prima il loro consenso. Non fu vanità: i fatti che dovevo narrare mi diedero le occasionie; i loro nomi scorsero dalla penna; il cuore colse l’istante,  e la mano non volle negare l’opera sua.

Ecco,  per esempio,  una di quelle fortunate occasioni di cui ho parlato. Giorni fa ero malato,  e il signor conte Vittorio Alfieri mi fece l’onore di venirmi a trovare. I suoi meriti mi erano già noti,  ma la sua conversazione mi avvertì del torto che avrei avuto se lo avessi dimenticato. È un letterato dottissimo e rinomato,  che primeggia principalmente nell’arte di Sofocle e d’Euripide,  e su questi sublimi modelli ha scritto le sue tragedie. Le quali in Italia hanno già avuto due edizioni,  e debbono attualmente esser alle stampe del signor Didot a Parigi. Non starò a darne ragguagli,  poiché chiunque è in grado di vederle e giudicarle.rle.

In questi giorni medesimi di convalescenza il signor Caccia,  banchiere a Parigi,  mio compatriota e amico,  mi mandò un libro che gli era stato indirizzato dall’Italia per me. Contiene una raccolta di madrigali ed epigrammi francesi,  tradotti in italiano dal signor conte Roncagli di Brescia. L’elegante poeta non ha tradotto che i pensieri; ha detto la medesime cose con meno parole,  e ha trovato nella sua lingua arguzie vivissime quanto quelle degli originali. Ebbi l’onore di conoscerlo dodici anni fa a Parigi,  e spero che avrò il piacere di rivedercelo. Questa speranza mi consola; ma di grazia si spicci,  poiché la mia vita è molto avanzata negli anni,  e quel che è peggio sono molto affaticato. Ho intrapreso un’opera troppo lunga e laboriosa per l’età mia,  e ci ho impiegato tre anni,  temendo sempre di non avere la soddisfazione di vederla finita,

Eccomi però,  grazie a Dio,  tuttora,  in vita e con la speranza di vedere i tre volumi stampati,  distribuiti e letti. Se non saranno lodati,  spero almeno che non siano oggetto di disprezzo. Non mi si accusi di vanità o presunzione se oso sperare qualche raggio di favore per le mie Memorie; poiché se avessi creduto di dover dispiacere assolutamente,  non mi sarei dato tanta cura; se nel bene e nel male ch’io dico di me la bilancia pende dalla parte buona ne sono più debitore alla natura che allo studio. Tutto lo studio da me usato nella composizione delle mie commedie è stato quello di non guastare la natura; come il principale pensiero nella compilazione di queste Memorie è stato di non dir altro che la verità. La critica dunque delle mie commedie potrebbe aver di mira la correzione e la perfezione dell’arte comica,  ma quella delle mie Memorie non produrrebbe niente a favore della letteratura. Se vi fosse pertanto qualche scrittore,  al quale venisse in mente di occuparsi di me non per altro fine che per molestarmi,  perderebbe il suo tempo. Sono nato pacifico,  ho sempre conservato la calma e nella mia età leggo poco,  e non leggo che libri dilettevoli.

FINE.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 03 marzo 2011