Carlo Goldoni

 MEMORIE

Parte seconda

Edizione di riferimento:

"Memorie per l'istoria della sua vita e del suo teatro: rivedute e corrette; collezione: Biblioteca classica economica; edizione: Sonzogno; Milano, 1908

Edizione elettronica di riferimento

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PARTE SECONDA

CAPITOLO I.

Ritorno a Venezia. - Medebac prende a fitto il teatro di S. Angelo. - Tonino bella grazia,

L'uomo prudente, I due gemelli veneziani, commedie di carattere, ciascuna di tre atti in prosa.

- Epilogo di codeste composizioni. - Felice successo.

Quale contentezza per me tornar di nuovo, in capo a cinque anni, nella mia patria, che mi era stata sempre cara, e che compariva sempre più bella ai miei sguardi ogni qual volta avevo la sorte di rivederla! Mia madre, dopo l’ultima partenza da Venezia, aveva preso a pigione per sé e sua sorella un appartamento nel circondario di San Giorgio, nei dintorni di San Marco. Il quartiere era bello, passabile il locale. Andai dunque a riunirmi a quella tenera madre, che mi accarezzava e non si lamentava mai di me. Mi chiese nuove di mio fratello, ma fui nel caso di fare a lei la stessa domanda. Né l’una né l’altro sapevamo che cosa ne fosse. Essa lo credeva morto e piangeva; ma io, che lo conoscevo un po’ meglio, ero sicuro che fosse per tornare un giorno a carico mio, né m’ingannai.

Medebac aveva preso a pigione il teatro Sant’Angelo, che non essendo dei più vasti affaticava meno gli attori, e conteneva un sufficiente numero di persone per dare ragionevoli introiti. Non mi ricordo della commedia che fu rappresentata all’apertura di codesto teatro. So bensì che quella compagnia comica giuntavi allora, dovendo lottare con competitori abilissimi e abituati agli usi della capitale, stentò molto a procacciarsi protettori e simpatizzanti. Fu la Griselda che cominciò a dar qualche credito al nostro teatro di lì a poco. Questa tragedia per sé stessa piacevole, e la destrezza dell’attrice che l’abbelliva ancora di più, fecero una sensazione generale nel pubblico in favore della signora Medebac; e la Donna di garbo, rappresentata alcuni giorni dopo, terminò di stabilire la sua reputazione.

Darbes, Pantalone della compagnia, stato fin allora ben accolto e molto applaudito nelle parti relative alla sua maschera, nulla aveva ancora recitato a viso scoperto, nel che appunto era capace di fare la più bella figura. Non ardiva esporsi nelle commedie da me fatte per il Pantalone Golinetti al teatro di San Samuele, e io pure ne convenivo per quella gran ragione, che le prime impressioni non si cancellano così facilmente; onde torna sempre bene l’evitare i confronti, per quanto è possibile. Non poteva dunque Darbes comparire che nella commedia veneziana da me lavorata espressamente per lui, e quantunque dubitassi con fondamento che Tonino bella grazia non valesse quanto il Cortesan Veneziano, pure bisognava rischiare il tentativo.

Se ne fecero le prove. I comici ridevano come pazzi, e io al par di loro. Fummo perciò d’opinione che il pubblico potesse far lo stesso; ma questo pubblico appunto, che comunemente dicesi non aver testa, l’ebbe in ciò così ferma e decisa fin dalla prima rappresentazione di questa commedia, che fui costretto a ritirarla subito. In simili casi non è stato mai mio costume scagliarmi contro gli spettatori o i comici. Mi son sempre rifatto dall’esaminar me medesimo freddamente, e appunto questa volta conobbi d’avere io tutto il torto

Una commedia andata a terra non merita che se ne dia l’estratto; il male è che è stampata; peggio per me e per quelli che si daranno la pena di leggerla. Dirò solamente, per procurar qualche scusa alle mie mancanze, che quando scrissi questa commedia ero fuori d’esercizio da quattr’anni; che avevo la testa piena di occupazioni relative al mio stato; che avevo dispiaceri, ch’ero di cattivo umore, e che per colmo di disgrazia essa fu trovata buona dagli stessi comici. Facemmo a mezzo dello sbaglio, e a mezzo ne pagammo la pena. Il povero Darbes era mortificatissimo; bisognava ingegnarsi a consolarlo. A tal fine intrapresi una nuova composizione dello stesso genere, facendolo comparire con la maschera in una commedia nella quale acquistò molto onore, e che ebbe un fortunatissimo successo. Era questa L’Uomo prudente, commedia in prosa di tre atti.

Pantalone, ricco negoziante veneto, stabilito a Sorrento nel regno di Napoli, aveva due figli di primo letto, Ottavio e Rosaura, ed era per ammogliarsi con Beatrice, figlia d’un mercante del medesimo luogo. Pessimo parentado. La matrigna era una civetta di cattivo carattere, il figliastro libertino, e la giovane una sciocca; Beatrice aveva i suoi cicisbei, il giovane le sue belle, la signorina i suoi intrighi. Pantalone, uomo saggio e prudente, procura di vincerli con la dolcezza, e nulla conclude; prova a minacciarli; le minacce irritan costoro maggiormente, e l’urto li mette in disperazione. Beatrice, furiosa e istigata dai malvagi consigli delle persone che ha sempre attorno, porta la sua collera e la sua malignità fino al punto di disfarsi del marito; con questa idea guadagna e impegna nel delitto anche il figliastro, scellerato e indegno quanto lei; questi provvede il veleno, e l’altra coglie il momento che il cuoco è in faccende per gettare un po’ d’arsenico nella zuppa destinata al rispettabile vecchio. Rosaura possiede una cagna che ama alla follia; volendo farle far colazione si serve di una parte di quella zuppa. La cagna ne mangia, cade convulsa, muore. Rosaura è in disperazione. Ne fa al suo amante la confidenza; egli indovina donde viene il colpo, né può avere altro sospetto che sulla matrigna e sul figliastro; s’adopera dunque a tutt’uomo per la vita di Pantalone e va subito a denunciare il delitto. La giustizia si assicura di Beatrice e di Ottavio. L’Uomo prudente occulta il corpo del delitto, facendosi egli stesso difensore delle accuse date: mancano prove. La pignatta avvelenata più non esiste. Un’altra cagna, viva, sana e simile a quella rimasta morta illude il fatto, e un’energica e patetica perorazione del padre e marito, convince e muove il giudice. Ecco assolti gli accusati: il tenero affetto di Pantalone guadagna i cuori dei suoi nemici, e la prudenza di lui salva l’onore della famiglia.

Questa commedia era stata da me composta quando ero occupato a Pisa a difender cause criminali. La favola non era inventata di pianta. Un tale orribile delitto fu commesso in un paese della Toscana, e io avevo caro di far conoscere ai miei compatrioti quali erano state le mie occupazioni in cinque anni d’assenza. Questa commedia ebbe a Venezia un completo successo. Il veleno, la perorazione forense e certi tratti di cui era piena, non potevan dirsi, per verità, propri della buona commedia; ma per il Pantalone nulla si poteva desiderare di più, per aver la comodità di far valere la superiorità del suo ingegno nei differenti chiaroscuri che doveva esprimere; né altro appunto ci volle per farlo generalmente proclamare l’attore più perfetto che fosse allora sul teatro. Perché meglio stabilisse però la sua reputazione, bisognava fargli fare una bella figura anche a viso scoperto. Questa era la mia idea, e questo era il mio scopo principale. Nel tempo dunque che Darbes godeva gli applausi per la rappresentazione dell’Uomo prudente, io ne lavoravo per lui un’altra intitolata I due gemelli veneziani. Avevo intanto avuto tempo e comodo bastante per esaminare i diversi caratteri dei miei attori. Nel Darbes conobbi due pregi opposti e abituali nella macchina, nella figura e nell’azione. Ora era l’uomo più allegro e vivace del mondo, ora prendeva l’aria, i tratti e i discorsi d’un inetto, di un balordo; queste variazioni succedevano in lui senza pensarvi, e con la maggior naturalezza. Una scoperta di tal sorte mi risvegliò l’idea di farlo comparire sotto questi differenti aspetti in una rappresentazione medesima. Il primo dei due fratelli chiamato Tonino era stato mandato da suo padre a Venezia, e l’altro detto Zanetto a Bergamo in casa di uno zio. Il primo era allegro, elegante a piacevole; l’altro grossolano e senza garbo.

Doveva quest’ultimo sposar Rosaura, figlia d’un negoziante veronese, onde partì per andare a unirsi colla futura sposa; l’altro teneva appunto dietro alla sua bella nella stessa città; ecco come i due gemelli vengono a incontrarsi senza saperlo. La somiglianza non poteva essere più perfetta, poiché ambedue la parti eran recitate da un solo attore; i nomi però eran differenti, onde l’intreccio per l’attore doveva esser più difficile e per lo spettatore più dilettevole. Vi è poi in questa commedia un personaggio episodico che somministra molta parte, che prepara accidenti e compie la catastrofe. È questi un impostore chiamato Pancrazio che, essendo amico del suocero futuro di Zanetto, aspira a guadagnare il cuore e la mano di Rosaura, nascondendosi sotto il velo dell’ipocrisia. Quest’uomo astuto si fa padrone dell’animo del semplice bergamasco, con fargli credere che non vi è al mondo nulla di più pericoloso delle donne. Zanetto, che a motivo della sua imbecillità non può vantarsi di ottenere i favori del sesso, trova che Pancrazio ha ragione; ma la carne lo tormenta, onde il malvagio amico gli dà una polvere per difendersi dagli stimoli. Il povero diavolo la trangugia e s’avvelena. Eccoci a un nuovo veleno. Veramente feci male a usarlo in due commedie consecutive; molto più che sapevo bene al par d’ogni altro che tali mezzi non eran quelli della buona commedia, ma la mia riforma era ancora nella culla; e poi qual diversità tra le conseguenze prodotte dal veleno nella prima, da quelle che ne derivano nella seconda! Il delitto, nella commedia dell’Uomo prudente, desta sentimenti patetici, che toccano il cuore; e quello dei Due gemelli produce, malgrado il suo orrore, accidenti divertevoli degni della verità comica. Non vi può esser nulla di più piacevole che la follia in questo babbeo, il quale, credendo di giungere a vendicarsi della crudeltà delle donne col disprezzo, soffre e si rallegra nel tempo medesimo. Io m’ero molto arrischiato, lo confesso, ma conosceva un poco il mio paese, onde questa commedia andò alle stelle.

Ciò che poi contribuì infinitamente al buon successo di questa rappresentazione fu la maniera incomparabile sostenuta dal Pantalone, che si vide al colmo della gloria e del contento. Il direttore non era meno soddisfatto, vedendo assicurata la sua impresa; io pure ebbi la mia parte di contentezza, trovandomi acclamato ed essendomi fatta festa più di quello che meritavo.

CAPITOLO II.

 Critiche delle mie commedie. - Ingiuriosi libercoli contro i comici. - Storia riguardante i medesimi.

 - La Vedova scaltra, commedia di tre atti in prosa. - Estratto di questa composizione.

- La Putta onorata, commedia veneziana di tre atti in prosa. - Suo estratto. - Buon successo.

 Dopo il mio ritorno a Venezia avevo esposte tre altre commedie nuove, senza che alcuna critica fosse venuta a frastornare la mia tranquillità. Nella novena di Natale però vi furono persone sfaccendate che, trovandosi prive del divertimento degli spettacoli teatrali, fecero comparire alcuni libercoli contro i comici e contro l’autore. Non si faceva parola alcuna della mia prima commedia andata a terra; anzi la critica feriva direttamente il paese più che il mio lavoro, pretendendosi che la commedia del Tonino bella grazia, quantunque buona, fosse però troppo vera e troppo piccante; onde mi si condannava solamente di averla messa la scena a Venezia. Riguardo poi all’altre due, si diceva che nell’Uomo prudente vi era più furberia che prudenza, e si disapprovava nei due Gemelli veneziani la parte di Pancrazio. Queste critiche avevano del buono e del cattivo, avevan ragione, avevan torto, e le espressioni piccanti che vi si leggevano eran compensate da mille elogi e incoraggiamenti: dunque non potevo esserne disgustato. Si prendeva però in esse di mira la compagnia Medebac principalmente, e si chiamava la compagnia dei saltatori: simili discorsi erano tanto più cattivi, in quanto che fondati sopra alcuni principi di verità. La signora Medebac era figlia di un ballerino da corda, Brighella suo zio aveva fatto il pagliaccio, e il Pantalone aveva sposato la cognata del capo di quei saltatori.

Frattanto questa famiglia, sebbene cresciuta in un ceto screditato e pericoloso, viveva nella più esatta regolarità di costumi, né mancava di cultura e di educazione. Medebac, comico abile, amico e compatriota di quella buona gente, vedendo che parecchi di loro avevano ottime disposizioni per l’arte comica, li consigliò a mutare stato. Essi di buon grado aderirono al suggerimento, e Medebac li addestrò. I nuovi comici fecero progressi molto rapidi, e giunsero in pochissimo tempo a far fronte colla loro bravura alle più vecchie e accreditate compagnie d’Italia.

Ora meritava codesta compagnia, ch’era divenuta buona ed erasi diportata sempre con onoratezza, il rimprovero della sua prima professione? Si scopriva in ciò chiaramente una pretta malignità, e tutto dipendeva dalla gelosia dei suoi rivali, e dagli altri spettacoli di Venezia che cominciavano a temerla; e siccome conoscevan bene di non poterla distruggere, avevano la bassezza di disprezzarla. Quando vidi a Livorno questi comici la prima volta presi una parziale affezione per essi, per i loro meriti, per la loro condotta, e procurai dal canto mio di portarli con le mie premura e fatiche a quel grado di considerazione di cui sono stati poi meritevoli dovunque. Avevano un bel dire e un bel fare i nemici di Medebac: i comici andavano ogni giorno più prendendo piede, e la rappresentazione di cui son ora per render conto, stabilì affatto il loro credito e li mise in stato di godere con sicurezza una perfetta tranquillità.

Il carnevale del 1748 fu aperto con La Vedova scaltra. Questa vedova veneziana, stata per qualche tempo infermiera del suo vecchio e infermo marito possessore di una fortuna considerevole, aspirava a indennizzare i perduti giorni col mezzo di un matrimonio più conveniente. Fece a una festa da ballo conoscenza con quattro forestieri: Milord Ronebif inglese, il cavaliere le Bleau francese, don Alvaro di Castiglia spagnolo, e il conte di Bosconero italiano. I quattro viaggiatori, colpiti dalla bellezza e dall’ingegno della vedovella, le fanno la corte, procurando ciascuno dal canto suo di meritar la preferenza sopra gli altri rivali. Milord le manda un bel diamante, il cavaliere le dà un bel ritratto, lo Spagnuolo l’albero genealogico dalla sua famiglia, e il conte italiano le dirige una lettera molto tenera, nella quale parecchi tratti di gelosia manifestano il carattere della sua nazione. La vedova fa le sue riflessioni sopra l’incontro di questi suoi nuovi adoratori; trova l’inglese generoso, il Francese galante, lo Spagnolo rispettabile e l’Italiano amoroso. Palesa qualche inclinazione per quest’ultimo, ma la cameriera, francese di nazione, si fa avanti alla sua padrona e le prova che non può esser felice che sposando un francese. Rosaura (questo è il nome della vedova) prende tempo a decidere. Il primo e secondo atto passano in visite, tentativi, rivalità, essendo sempre in contrasto i caratteri della rispettive nazioni; da tutto ciò risulta un complesso comico molto vario, molto decente. Debbo rimproverarmi solamente di aver dato un po’ troppo di caricatura alla parte del cavaliere, ma non ho colpa: avevo veduti a Firenze, Livorno, Milano e Venezia parecchi Francesi, onde incontrati gli originali ne avevo fatto la copia. Giunto poi a Parigi, ho conosciuto il mio errore, poiché non ho mai veduto quelle figure ridicole da me trovate in Italia; onde, o la maniera di pensare e di essere ha da venticinque anni a questa parte mutato in Francia affatto indole, o i Francesi nei paesi stranieri hanno piacere di far torto a sé stessi. L’ultimo atto di questa commedia è il più importante e il più vivace. La vedova, a cui con tutta ragione diedi l’epiteto di scaltra, vuole assicurarsi sempre più dell’attaccamento e della sincerità dei suoi quattro pretendenti: approfitta perciò del carnevale di Venezia, e mascherandosi in quattro diverse forme fa, una volta dopo l’altra, da compatriota dei quattro suoi forestieri. Seria con l’Inglese, capricciosa col Francese, grave e severa con lo Spagnolo, e amorosa col Romano. Mediante la maschera, la simulazione dei costumi e della voce inganna sì bene i suoi amanti, che i primi tre cadono nella rete e preferiscono di sostener la donna del loro paese; il solo conte ricusa i tentativi dell’incognita, per non mancare alla fedeltà della sua bella. La vedova allora dà una festa da ballo in casa propria e fa invitare i quattro forestieri, che non mancano d’intervenirvi. Palesa ad alta voce la prova ch’essa aveva fatto della loro sincerità e offre la mano al conte, che trovasi al colmo del contento.

Milord approva il suo modo di agire; il cavaliere domanda il posto di cicisbeo; e lo Spagnolo, sdegnato dall’astuzia, condanna gl’Italiani e parte; si principia il ballo, e così termina la rappresentazione.

Benché avessi dato parecchie composizioni di esito felicissimo, niuna per altro era pervenuta al punto di questa. Fu rappresentata trenta volte di seguito, ed è stata esposta ovunque con la stessa buona sorte. Il principio dunque della mia riforma non poteva esser più splendido. Tenevo ancora un’altra commedia per il carnevale, ma era necessario che la chiusa del teatro non smentisse i fortunati successi di quest’anno decisivo; seppi perciò trovar l’opera adattata a coronare le mie fatiche.

Avevo veduto al teatro di San Luca una commedia intitolata Le Putte di Castello, commedia popolare, il cui soggetto principale era una Veneziana priva d’intelletto, senza costumi e senza condotta. Quest’opera comparve avanti la legge della censura degli spettacoli. Tutto era cattivo: caratteri, intreccio, dialogo; tutto pericoloso; frattanto era una commedia secondo il gusto della nazione, divertiva il pubblico, tirava la gente, e si rideva a quelle disdicevoli buffonerie.

Ero sì contento di questo pubblico, che incominciava a preferir la commedia alla farsa e la decenza alla sciocchezza, che per impedire il male che quella rappresentazione poteva produrre negli animi ancor vacillanti, ne diedi un’altra dello stesso genere, ma molto più onesta e istruttiva, col titolo La Putta onorata, la quale poteva dirsi appunto il contravveleno delle Putte di Castello. L’eroina della mia commedia era di condizione volgare, ma per i suoi costumi e la sua condotta piaceva a ogni ceto di persone, non meno che a tutti i cuori onesti e sensibili. Bettina, orfana, sostentandosi col lavoro delle proprie mani, è forzata a convivere in compagnia della sorella e di Arlecchino suo cognato, entrambi pessimi soggetti. Bettina è savia senz’esser ritrosa o bigotta, e ha un amante che spera di poter un giorno sposare; questi è Pasqualino, che passa per figlio di un gondoliere veneziano, giovane di una condotta regolare, ma privo d’impiego e di fortuna. La ragazza, che molto lo ama, non gli permette di andare a trovarla in casa, né lo vede, né gli parla che dalla sua finestra; ma la sorella, dolente di veder questo giovane passeggiare per strada, lo fa qualche volta entrare. Bettina va sempre a chiudersi in camera, temendo i pericoli dell’amore e le ciarle dei vicini. Pantalone, negoziante veneziano, conosceva bene questa fanciulla, la stimava molto e le dava di tempo in tempo qualche aiuto, avendole perfin promesso di maritarla; ma confidando essa al medesimo la sua inclinazione, egli non va d’accordo che sposi un uomo senza stato e senza fortuna. Il marchese di Ripaverde vede Bettina, se ne innamora e fa tentativi per sedurla; la sorella e il cognato sono del suo partito, ma non è possibile scuotere la fermezza della virtuosa orfanella: il marchese la fa rapire ed essa resiste sempre; le fa persino la proposizione di maritarla al vero amante, che era figlio del suo gondoliere, ma Bettina ricusa di accettare il matrimonio per mezzo suo. Questa rappresentazione ha molto brio, molto intreccio, molti accidenti. Il marchese essendo ammogliato, giunge alla signora marchesa consorte la notizia della nuova passione del marito; essa prende a sdegno Bettina, ma vedutola e parlatole, diviene la sua amica e la sua protettrice. Intanto Lelio, creduto figlio di Pantalone, arriva da Livorno, ove era stato allevato fin dai primi anni; non conosce di persona suo padre, e differisce di andarlo a trovare, per godere con libertà i divertimenti del carnevale di Venezia. Lelio è un libertino che scarseggia a danari, e che ne cerca da ogni parte; il marchese gli propone di bastonare un uomo che gli aveva mancato di rispetto, e Lelio s’incarica di eseguire la commissione. Pantalone si difende, e nel difendersi dice il suo nome; Lelio allora riconosce il padre e fugge; ma è arrestato, e si risolve di relegarlo nelle isole dell’Arcipelago. La vera madre di questo disgraziato, moglie del gondoliere del marchese, è forzata a parlare; Lelio è suo vero figlio e Pasqualino quello di Pantalone. Essa era stata nutrice di quest’ultimo e l’aveva barattato per far la sorte di suo figlio. Bettina vede il suo amante divenuto ricco, e per tal ragione crede d’averlo perduto per sempre; ma Pantalone ricompensa la virtù dichiarandola sua figliastra. Nel compendio che attualmente fo di questa commedia si potrebbe scorgere una doppia azione; ma leggendo la composizione si vedrà che l’azione è unica, e che il riconoscimento di Pasqualino era troppo necessario alla catastrofe di Bettina. Vi sono in questa commedia scene di gondolieri veneziani prese dalla natura, e sommamente divertenti per quelli che hanno cognizione del linguaggio e dei modi del mio paese. Veramente volevo riconciliarmi con questa classe di servitori, ben meritevole di qualche attenzione, e che era malcontenta di me. A Venezia i gondolieri hanno posto agli spettacoli solamente quando la platea non è piena, e siccome non potevano entrare mai alle mie commedie ed erano obbligati ad aspettare i padroni per strada o nelle rispettive gondole, io stesso li avevo intesi caricarmi di titoli molto faceti e propriamente da scena. Perciò m’adoprai affinchè ottenessero alcuni posti negli angoli della platea; essi rimasero incantati vedendo rappresentare sé stessi, e io divenni il maggior loro amico. Questa commedia ebbe il miglior successo che potessi desiderare, e la chiusura del teatro non poteva esser più bella né più soddisfacente. Ecco dunque la mia riforma già ben avanti. Che felicità! che piacere per me!

CAPITOLO III.

Critiche, controversie e opinioni diverse sopra le mie nuove commedie.

- Mio modo di pensare sull’unità di luogo. - Spiegazione e utilità del termine protagonista.

- Alcune parole sopra le commedie dai Francesi chiamate drammi.

Mentre andavo lavorando sopra gli antichi fondamenti della commedia italiana, e producevo solamente commedie, parte scritte e parte a braccio, mi lasciavano godere con tutta pace gli applausi della platea. Ma manifestatomi appena per autore, inventore e poeta, si svegliarono dal loro letargo gli spiriti, e mi credettero degno delle loro critiche, della loro attenzione. I miei compatrioti, abituati da tanto tempo alle farse triviali e abiette, e alle rappresentazioni gigantesche, divennero a un tratto censori austeri delle mie produzioni, facendo risuonar nei circoli i nomi di Aristotele, d’Orazio, e del Castelvetro. Le mie opere erano divenute la gazzetta del giorno. Veramente potrei dispensarmi dal rammentare oggi quelle controversie, che erano allora disperse dal vento e soffocate dal grido dei miei ottimi successi; ma ho avuto caro di farne menzione al fine di avvertire i lettori del mio modo di pensare relativamente ai precetti della commedia e al metodo propostomi nell’esecuzione. Le unità richieste per la perfezione delle opere teatrali furono in ogni tempo oggetto di discussione tra gli autori e i dilettanti. Riguardo all’unità dell’azione e a quella del tempo, nulla avevan da rimproverarmi i critici delle mie commedie di carattere; pretendevano bensì che avessi mancato solamente all’unità del luogo. L’azione delle mie commedie però succedeva sempre nella città medesima, e i personaggi non uscivano mai da essa; scorrevano, è vero, diversi luoghi, ma costantemente dentro la cerchia delle stesse mura: credetti però, come tuttora credo, che così l’unità di luogo fosse mantenuta abbastanza. In tutte le arti, in tutte le scoperte, l’esperienza ha preceduto sempre i precetti; e benchè in seguito gli scrittori abbiano assegnato un metodo pratico per l’invenzione, i moderni autori non han per questo perduto il diritto d’interpretare gli antichi. In quanto a me, non trovavo nella Poetica di Aristotele, né in quella d’Orazio, il precetto chiaro, assoluto e ragionato della rigorosa unità di luogo; mi sono nulladimeno fatto sempre un piacere di sottoporvi il mio soggetto, tutte le volte che l’ho creduto opportuno, non sacrificando però mai una commedia che potesse esser buona, a un pregiudizio mediante il quale si potesse render cattiva. Gl’Italiani non sarebbero stati contro di me tanto rigidi, e molto meno per le mie prime produzioni, se non fossero stati provocati dal malinteso zelo dei miei fautori. Questi innalzavano a un grado troppo sublime il merito delle mie composizioni, onde la gente colta e istruita altro non condannava che il fanatismo.

Presero sempre più calore le controversie riguardo alla mia ultima composizione. I miei atleti sostenevano che la Putta onorata fosse una commedia senza difetti, e i rigoristi trovavano mal scelto il protagonista.

Chiedo scusa ai lettori se oso servirmi di una parola greca, che deve esser cognita bensì, ma non molto usata. Infatti questo termine non si trova in alcun dizionario francese o italiano. Eppure alcuni celebri autori della mia nazione se ne son serviti, e comunemente se ne servono. Castelvetro, Crescimbeni, Gravina, Quadrio, Muratori, Maffei, Metastasio e molti altri hanno adottato il termine protagonista per esprimere il soggetto principale della rappresentazione; vedrete dunque l’utilità di questo grecismo, che racchiude in sé stesso il valore di cinque parole, onde domando il permesso di farne uso ancor io, per evitar la monotonia di una frase che nel corso della mia opera potrebbe divenir noiosa. Avevo dunque male scelto il carattere del protagonista, perché non l’avevo desunto né dalla classe dei viziosi, né da quella dei ridicoli. Anzi la Putta onorata era un soggetto virtuoso, non meno che piacevole per i costumi, la dolcezza e la condizione; mi ero perciò allontanato, secondo loro, dallo scopo principale della commedia, che consiste nell’incutere l’abborrimento del vizio e nel correggere i difetti. I miei critici avevan ragione, io però non avevo torto. Volevo cominciare in modo da allettare la mia patria per cui faticavo; il soggetto era nuovo, piacevole, nazionale, e proponevo ai miei spettatori un modello da imitare. Purché s’ispiri la probità, non è meglio guadagnare i cuori colle dolci attrattive della virtù che coll’orrore del vizio? Quando parlo di virtù non intendo dire quella virtù eroica, che commuove colle sventure e invita al pianto col linguaggio. Tali opere, cui in Francia si dà il titolo di drammi, hanno certamente il loro merito, ed è un genere di rappresentazioni teatrali che tien luogo tra la commedia e la tragedia. Possono dirsi un divertimento di più per gli animi sensibili: infatti le disavventure degli eroi tragici commuovono da lungi, laddove quelle dei nostri uguali debbono toccare il cuore maggiormente. La commedia, che in sostanza altro non è che un’imitazione della natura, non esclude i sentimenti patetici e virtuosi, purché però non resti affatto spogliata di quei bizzarri tratti comici che forman la base fondamentale della sua esistenza.

Dio mi guardi dalla folle pretesa di fare il precettore. Partecipo solamente ai lettori quel poco che ho imparato, quel poco che so; nei libri meno stimati si trova sempre qualche cosa degna d’attenzione.

Terminerò frattanto questo capitolo col fare qualche parola sopra il dialetto veneziano, di cui feci uso e nella Putta onorata e in parecchie altre commedie del mio teatro. Il linguaggio veneziano è senza dubbio il più dolce e il più piacevole di tutti i dialetti d’Italia. È chiara, facile, delicata la pronuncia, facondi ed espressivi i termini, armoniose e piene d’arguzia le frasi; e come il fondo del carattere della nazione veneziana è la bizzarria, così il fondo del linguaggio è la facezia. Ciò però non impedisce che questa lingua sia suscettibile di trattare in grande le materie più gravi e più importanti. Perorano gli avvocati in dialetto veneziano, e si pronunciano nello stesso idioma le arringhe dei senatori, senza mai degradare la maestà del trono e la dignità della curia; i nostri oratori hanno la fortunata facilità naturale di accompagnare all’eloquenza più sublime il modo di esprimersi più piacevole. Procurai di dare un’idea dello stile vivace ed energico dei miei compatrioti nella commedia intitolata L’Avvocato veneziano. Questa rappresentazione fu accolta, intesa e gustata molto dovunque, essendo stata tradotta anche in francese. Il buon successo dunque delle prime mie composizioni veneziane mi incoraggiò a farne altre. Se ne trova un numero considerevole nella mia collezione, e son forse quelle che mi fanno più onore e alle quali mi guarderei dal fare la minima mutazione. Diedi e darò sempre nelle mie edizioni la spiegazione dei termini più difficili per l’intelligenza dei forestieri: onde, per poco che si conosca la lingua italiana, non si stenterà molto a leggere e comprendere a fondo l’idioma veneto come il toscano.

CAPITOLO IV.

La buona moglie, seguito della Putta onorata, commedia veneziana di tre atti in prosa.

- Felice successo. - Aneddoto di un giovane convertito. - Pensieri sopra i soggetti popolari.

- Il Cavaliere e la Dama, o I Cicisbei, commedia di tre atti in prosa.

- Buon successo. - Critica di un incidente della medesima commedia.

La Putta onorata, con la quale si era chiuso il teatro nell’anno comico 1748, fece con la sua ripetizione l’apertura dell’anno seguente, sostenendosi sempre con la stessa buona sorte, né cessò che per dar luogo alla prima rappresentazione della Buona moglie. Questa commedia era il seguito della precedente; infatti i personaggi venuti in scena nella prima comparivano pure in questa, e mantenevano il consueto loro stato e i rispettivi loro caratteri; altro non eravi che Pasqualino il quale, trascinato al vizio dalle cattive pratiche, aveva mutato affatto costumi e condotta. Apre la scena Bettina accanto alla culla del suo bambino: lo bagna delle sue lacrime e si lamenta del marito. Egli gioca, si rovina, dorme fuori casa; ed essa, benchè in disperazione, non tralascia di amarlo.

Pantalone aveva dato alcuni capitali a suo figlio per intraprendere un piccolo traffico. Pasqualino dissipa quasi tutto; Lelio e Arlecchino lo seducevano, vivendo a sue spese e facendogli pagare tutte le ricreazioni di cui erano sempre i promotori. Costoro lo conducono un giorno all’osteria con donne sospette, e con compagni dissoluti e libertini. Giuntane a Pantalone la notizia, si porta subito a sorprenderli; Pasqualino si nasconde alla vista del padre e i commensali partono; Arlecchino, cattivo soggetto, indica Pasqualino al padre e segue i compagni. Pantalone nel primo impeto avrebbe l’intenzione di dar sfogo alla sua collera, ma tornato in sé va dicendo: - Ah no, è necessario provar piuttosto la dolcezza; una tenera correzione vale forse più dei rimproveri e del castigo; vedrò mio figlio, gli parlerò da padre, né cesserò mai di esser tale quando in lui riconosca ragione e cuor di figlio. - Dopo ciò fa uscire il giovane, che senza parole e tremante prende il mantello e vuol partire.

- Fermatevi, gli dice il padre con aria di bontà e tenerezza, fermatevi figlio mio, io non voglio né sgridarvi, né minacciarvi, e molto meno punirvi; conosco troppo bene che, sedotto dai cattivi consigli, avete scosso il giogo dell’obbedienza filiale, e che forse più non sono in grado di poter esercitare sopra voi i miei diritti; vi prego dunque. Sì mio caro figlio, io vi amo sempre, e solo vi prego di volermi prestare orecchio. - Pasqualino commosso alle dolci maniere di suo padre, lascia cader qualche lacrima. Pantalone allora prende una sedia e fa sedere il figlio accanto a sé, gli dipinge al vivo il carattere delle sue conoscenze, gli fa il quadro dello stato in cui lo ha ritrovato e gli pone sott’occhio il torto che fa al suo nome, alla sua reputazione, a suo padre, alla tenera moglie, al caro figlio. Pasqualino si getta ai piedi del genitore ed è pentito; ecco dunque il padre al colmo della gioia.

Mi si fece credere che questa scena avesse prodotto a Venezia una conversione, facendomi conoscere il giovane ch’era stato nel caso di Pasqualino ed era ritornato in seno alla famiglia. Se la storia è vera, convien dire che questo giovane, prima di entrare a teatro, avesse realmente nel suo interno qualche buona disposizione a emendarsi, e se la mia composizione potè contribuirvi in qualche parte, avvenne forse per l’espressione energica di Pantalone, che aveva l’arte di ricercare gli affetti e di commuovere i cuori al pianto. Ecco due felicissime rappresentazioni, il soggetto principale delle quali era stato da me desunto dalla classe del popolo. Cercavo di tenere dietro alla natura per tutto, trovandola sempre bella, quando in special modo mi somministrava modelli virtuosi e sentimenti della più sana morale. Eccovene però adesso una appartenente alla sublime arte comica, intitolata Il Cavaliere e la Dama.

Era molto tempo che guardavo con meraviglia quegli esseri singolari chiamati in italiano cicisbei, martiri della galanteria e schiavi dei capricci del bel sesso. La commedia di cui son ora per render conto, ha relazione ai medesimi: bene è vero che non potevo pubblicare nell’affisso il titolo di cicisbeo, per non irritare preventivamente la numerosa brigata dei galanti; onde occultai la critica sotto il manto di due personaggi di virtuoso carattere, posti a contrasto con altri ridicoli. Donna Eleonora, d’illustre nascita ma di mediocre fortuna, aveva sposato un gentiluomo napoletano molto ricco, rifugiato a Benevento per avere avuto la disgrazia di uccidere un uomo in duello, essendo per tal ragione confiscati tutti i suoi beni. La signora, che null’altro avea portato in dote che nobiltà, si trovava in cattive acque, tanto più che suo marito le domandava continuamente aiuti, e la lite intrapresa contro il fisco non era ancora al suo termine. Essa è donna di ammirabile saviezza e d’una delicatezza senza pari; e poiché va debitrice della pigione di casa, spropriasi di alcune gioie per pagarla. Anselmo, proprietario della medesima, uomo avanzato in età e molto onesto, conoscendo la probità e indigenza della dama, ricusa di ricevere il suo avere; essa insiste, ma egli la prega con tal buona grazia, che trovasi obbligata a ritenere in mano il denaro. Giunge un momento dopo il procuratore di lei, e sotto pretesto delle spese occorse per la lite, le porta via fino all’ultimo soldo che avea già scorto colla coda dell’occhio sulla tavola. Don Rodrigo, persona di una delle primarie famiglie del regno di Napoli, professava per donna Eleonora molta considerazione ed affetto, ma non era suo cicisbeo: essa lo stimava in ugual modo, lo vedeva di tempo in tempo in casa sua, ma non l’avrebbe mai sofferto in qualità di galante. Quest’uomo rispettabile, che conosceva appieno la delicatezza di donna Eleonora, cercava pretesti per procurarle soccorsi; ma avendo essa bastante svegliatezza per accorgersene, trovava sempre buone ragioni per schermirsi, senza alterezza e senza dar segno di ricusare. Nondimeno due dame della città, ciascuna col rispettivo cicisbeo, credevano assolutamente che don Rodrigo fosse il favorito di donna Eleonora, e venuta loro la curiosità di sapere come si diportasse nell’assenza del marito, vennero un giorno a farle visita in compagnia dei loro cavalieri. Si vede in questa scena il marito di una essere il cicisbeo dell’altra, e si conosce la reciproca loro soddisfazione; si sentono i discorsi di quella compagnia galante, e si può così avere un’idea dell’indole delle conversazioni di tal sorta. Ma ciò può conoscersi anche meglio nei dialoghi a due; ne riporterò un saggio che ho preso dalla natura, e trovasi nella settima scena del primo atto.

Una signora maritata si lamenta col cicisbeo che il suo lacchè le ha mancato di rispetto; risponde il cavaliere che bisogna punirlo: - A chi tocca se non a voi, risponde la dama, farmi obbedire e rispettare dai miei domestici? - La brevità, di cui son forzato a far uso negli estratti delle mie commedie, non mi permette di estendermi sulla parte episodica di questa composizione, onde convien passare al suo scioglimento. Muore il marito di donna Eleonora a Benevento. Le dame sempre curiose non tralasciano di portarsi a casa della vedova in compagnia dei loro cicisbei, sotto pretesto di complimento. Non vi è guardaportone, e i servitori sono tutti in faccende; le signore dunque salgono liberamente, i cavalieri dànno loro il braccio, ed entrano senza farsi annunziare. La padrona di casa è sorpresa; molte scuse, molte cerimonie, molta sensibilità affettata da una parte; molta riservatezza e gran contegno dall’altra. Giunge in questo mentre don Rodrigo; ecco in moto tutta la galante compagnia: gesti, cenni, tocchi di gomito, maliziosi sogghigni. Donna Eleonora, stanca e annoiata, chiede il permesso di ritirarsi; è troppo giusto, troppo giusto, prendono a dire le sue buone amiche; la povera dama è addolorata, toccherebbe a don Rodrigo a consolarla. Questo parlare è piccante per la vedova, onde prega Rodrigo di lasciarla sola; egli allora mostra una lettera del defunto, con la quale gli raccomanda la moglie e lo prega, purchè la dama vi acconsenta, di succedere al suo posto; le dame e i cavalieri animano a ciò l’afflitta vedova: essa chiede un anno di tempo per determinarsi, e don Rodrigo è contento. I galanti si burlano del ritardo, e così termina la commedia. Questa fu applaudita sommamente, ebbe quindici recite di seguito, e si chiuse con essa l’autunno.

Mi aspettavo sempre sussurri e lamenti, ma all’opposto le donne savie ridevano del carattere delle donne galanti, e queste rovesciavano il ridicolo sulle seguaci di donna Eleonora, alle quali davano il nome di rustiche e selvagge. Fui però censurato relativamente a un aneddoto da me non inserito nell’estratto della commedia per non renderlo troppo prolisso. Un giovane cavaliere pretendeva di essere il cicisbeo di donna Eleonora, ed era perciò deriso per tutte le conversazioni. Scommette un giorno un orologio d’oro che sarebbe giunto a vincerla. Una proposta di tal natura dà motivo a una controversia con don Rodrigo, dopo la quale il giovine inconsiderato manda al medesimo un biglietto di sfida, di cui ecco la risposta, che appunto forma il soggetto di tutta la critica. «Tutte le leggi, signore, mi proibiscono di accettare la vostra sfida. Se altro non vi fosse da temere che i castighi, mi esporrei di buon grado a sopportarli al solo scopo di convincervi del mio coraggio; ma il disonore unito al delitto di duellante m’impedisce assolutamente di portarmi in un luogo determinato. Ho sempre al fianco una spada per difendermi e per respingere gl’insulti. Voi dunque mi troverete sempre pronto a corrispondervi ovunque avrete l’audacia di provocarmi. Sono ecc.» Sosteneva l’autor della critica che don Rodrigo avesse mancato al punto d’onore; bene è vero però che egli non ardì manifestarsi; onde questo libello anonimo disparve il giorno dopo la sua apparizione.

CAPITOLO V.

Prova della Vedova scaltra. - Parodia critico-satirica di questa commedia. - Mia apologia.

-  Trionfo. - Quando fu istituita la censura delle rappresentazioni teatrali in Venezia.

Se avevo presentato composizioni d’un esito felicissimo, nessuna poteva vantar quello della Vedova scaltra; ma nessuna aveva incontrato critiche sì forti e pericolose. I miei nemici e quelli dei comici tentarono un colpo, dal quale potevamo esser tutti in ugual modo oppressi, se non avessi avuto coraggio bastante per sostenere la comune causa. Alla terza prova della commedia comparvero gli affissi del teatro San Samuele, che annunciavano La Scuola delle Vedove. Alcuni mi avevano detto che doveva essere la parodia della mia composizione. Nulla di questo, anzi era la mia Vedova stessa; vi avean parte i quattro forestieri delle rispettive nazioni, vi era l’intreccio medesimo, i mezzi stessi. Tutta la variazione consisteva nel dialogo, che era pieno d’invettive e di insulti contro me e i comici.

Un attore recitava alcune frasi del mio originale, e un altro soggiungeva sciocchezze, sciocchezze; si ripeteva qualche vivace espressione e facezia della mia commedia, e tutti allora in coro gridavano scempiaggini, scempiaggini. Un lavoro simile non era costato all’autore molta pena, poiché aveva seguito il mio disegno, il mio andamento, e il suo stile non era niente più felice del mio; frattanto gli applausi risonavano per ogni parte, e i sarcasmi e i tratti satirici eran fatti risaltar maggiormente dalle risate, dai gridi di bravo e dai replicati battimani. Io me ne stavo in maschera in un palchetto, osservando il più rigido silenzio e chiamando ingrato il pubblico. Avevo però tutto il torto, poiché quel pubblico congiurato contro di me, finalmente non era il mio.

Infatti tre quarti degli spettatori eran composti di gente unicamente intesa alla mia rovina, e poi tanto Medebac quanto io avevamo a combattere con sei altri spettacoli che si davano in città; ognuno aveva i suoi amici, i suoi aderenti, e la maldicenza dava divertimento agl’indifferenti. Presi nel momento stesso la mia risoluzione, e benchè avessi dato parola di non rispondere alle critiche, pure questa volta sarebbe stata troppa viltà dal canto mio, se non avessi arrestato il corso di quel torrente che minacciava la mia distruzione. Rientro in casa, do i miei ordini perché si ceni, si vada a letto e mi si lasci in quiete, e mi chiudo subito nel mio studiolo. Prendo con rabbia la penna, né la depongo fino a che non mi credo soddisfatto. Il mio lavoro era un’apologia in azione con un dialogo a tre personaggi, intitolata Prologo apologetico della Vedova scaltra. Non mi estesi sulla meschinità della composizione de’ miei nemici, ma procurai di far conoscere unicamente il pericoloso abuso della libertà degli spettacoli, e la necessità d’un provvedimento politico per la conservazione della decenza teatrale. Avevo fatto attenzione, in quella pessima parodia, a certe proposizioni che ferir dovevano la delicatezza della Repubblica riguardo ai forestieri. Il popolo di Venezia si serve, per esempio, della parola panimbruo per insultare i Protestanti; questa è una parola vaga, come quella a un dipresso di Ugonotto in Francia; il gondoliere di milord adunque, nella Scuola delle Vedove, trattava di panimbruo il suo padrone, né si risparmiava verun altro forestiero; ond’ero sicuro che le mie osservazioni non potevano far andare a vuoto lo scopo propostomi. Dopo aver così sostenuto l’interesse della società civile, passai a trattare la mia causa, provando l’ingiustizia che mi si faceva soffrire, ribattendo con brave ragioni le critiche fattemi, e rispondendo alle impertinenti satire con osservazioni onestissime. Messa in ordine la mia apologia, non andai già a presentarla al governo, per evitare così tutti i contrasti delle giurisdizioni e protezioni, ma mandai addirittura alle stampe il mio libretto, indirizzando solamente al pubblico i miei lamenti. Non era possibile che tenessi celata la mia idea, onde si riseppe, si temè e si fece il possibile per impedirne l’esecuzione.

Il protettore di Medebac era un soggetto del primo ordine della nobiltà e nelle prime cariche di Stato, il quale avrebbe dovuto favorirmi; ma egli temeva, all’opposto, che la mia temerità non cagionasse la mia perdita non meno che quella del suo protetto; onde mi fece l’onore di venire a trovarmi e mi consigliò di ritirare subito il prologo; e vedendomi tenace, fecemi la confidenza che correvo rischio di dispiacere al tribunale supremo che ha la presidenza della polizia dello Stato. Ero così fermo nella mia risoluzione, che nulla poteva rimuovermi; risposi pertanto colla massima franchezza a sua eccellenza che il mio lavoro era già alla stampa, e che lo stampatore doveva esser cognito, onde il governo poteva togliergli il manoscritto; ma che peraltro sarei subito partito per farlo stampare in qualche paese estero. Questo signore restò veramente stupito della mia fermezza; e siccome già mi conosceva bene, mi usò la grazia di rapportarsi al mio parere; mi prese confidenzialmente per la mano, e mi lasciò padrone della mia volontà. Il giorno seguente comparve il mio libretto, di cui avevo fatto tirare tremila esemplari, che senza indugio feci distribuire gratis a tutti i casini di conversazione, alle porte degli spettacoli, ai miei amici, ai miei protettori e a tutti i miei conoscenti. Ecco il risultato della pena che m’ero data, ed ecco il mio trionfo. Fu soppressa subito la Scuola delle Vedove, e due giorni dopo fu pubblicato un decreto del governo che ordinava la censura delle produzioni teatrali. La mia Vedova scaltra andò dunque avanti con maggior strepito e concorso di prima; così furono umiliati i nostri nemici, e noi raddoppiammo di zelo e di attività. Se il mio lettore fosse desideroso di conoscere l’autore della Scuola delle Vedove non potrei soddisfarlo. Io non nominerò mai quelle persone che hanno avuto l’intenzione di farmi del male.

CAPITOLO VI.

L’Erede fortunata, commedia di tre atti in prosa. - Sua caduta.

- Partenza del Pantalone Darbes. - Mio impegno col pubblico.

Eravamo prossimi alla fine del carnevale 1749, e andavamo avanti a meraviglia con la superiorità su tutti gli altri spettacoli; ma dopo la battaglia da me sostenuta e la vittoria riportata, mi abbisognava un componimento di strepito per coronare il mio anno. Troppo aveami tenuto occupato la malignità dei miei nemici, perché io potessi dare esecuzione all’idea di una chiusura magnifica da me sbozzata già da qualche tempo. Non volevo perciò arrischiare una commedia che tenevo nel portafogli e di cui non ero troppo contento. Avrei gradito piuttosto di riempire il resto del carnevale con repliche; ma Medebac mi fece avvertire che nel corso dell’anno non avevamo dato che due sole produzioni nuove, e che il pubblico, il quale pareva contento della difesa della Vedova scaltra, non sarebbe poi forse stato così discreto nel perdonarci la penuria di cose nuove; onde era assolutamente necessario garantirsi dai suoi rimproveri e terminare con una commedia nuova. Aderii a tali osservazioni che non eran mal fondate, e diedi L’Erede fortunata, commedia in prosa di tre atti. Essa cadde, come avevo già previsto; e siccome il pubblico facilmente dimentica ciò che lo ha divertito e nulla perdona quando trovasi annoiato, ci vedemmo quasi ridotti a chiudere il teatro con nostro scontento. Sopraggiunse anche nel tempo stesso a turbarci un altro accidente, molto più rincrescevole e d’una conseguenza molto più pericolosa. Darbes, quel Pantalone eccellente, uno dei sostegni della nostra compagnia, fu chiesto alla Repubblica di Venezia dal ministro sassone per passare al servizio del re di Polonia; dovette perciò partire speditamente, lasciando subito di recitare per occuparsi soltanto del suo viaggio. Questa perdita per Medebac era tanto più considerevole, in quanto non si conoscevano soggetti capaci da sostituirlo, onde vedemmo nel giovedì grasso disdire i palchetti per l’anno seguente. Punto dal canto mio da questo cattivo umore del pubblico, e avendo la presunzione di valer qualcosa, composi il complimento l’ultima sera per la prima attrice, facendole dire in cattivi versi, ma chiarissimamente e decisivamente, che quello stesso autore che lavorava per lei e i suoi compagni s’impegnava di dare, nell’anno seguente, sedici commedie nuove.

La compagnia per un verso, e il pubblico per l’altro, mi diedero una prova certa e molto gradita della loro fiducia; poiché i comici non esitarono punto a contrarre impegni sulla mia parola, e otto giorni dopo restarono affittati per l’anno seguente tutti i palchetti. Quando presi quest’impegno, non avevo in testa neppure un sol soggetto. Frattanto bisognava mantenere la parola o crepare: i miei amici tremavano per me, i nemici mi burlavano, e io confortavo gli uni e mi ridevo degli altri. Vedrete dunque nei capitoli successivi come mi tirai fuori d’impegno.

CAPITOLO VII.

Scoperta di un nuovo Pantalone. - Il Teatro Comico, commedia di tre atti in prosa;

suo estratto. - Le Donne puntigliose, commedia in prosa di tre atti; suo estratto.

- Il Caffè, commedia come sopra, sua analisi, buon successo.

Ecco un anno per me terribile, di cui ancor’oggi non posso ricordarmi senza spavento. Dovevo dar sedici commedie di tre atti, ciascuna delle quali doveva durare due ore e mezzo, secondo l’uso d’Italia. Quello però che m’inquietava più d’ogni altra cosa, era la difficoltà di trovare un attore abile e piacevole quanto quello che perdevamo. Usavo dal canto mio tutte le diligenze possibili, usava le sue anche Medebac, per trovare in terraferma qualche buon soggetto; finalmente scoprimmo un giovane che con sommo applauso recitava le parti di Pantalone nelle compagnie volatili. Si fece venir subito a Venezia per provarlo. Possedeva ottime disposizioni con la maschera, ed era assai migliore a viso scoperto. Aveva una bella figura, una bella voce, e oltre a ciò cantava a meraviglia. Era Antonio Mattiuzzi detto Collalto, della città di Vicenza. Quest’uomo di buona educazione, e che non mancava d’ingegno, conosceva solamente la antiche commedie dell’arte, onde aveva bisogno di essere istruito nel nuovo genere che introducevo. Presi per lui molta propensione e n’ebbi somma cura; egli mi ascoltava con somma fiducia, e la sua docilità mi impegnava a suo favore un giorno più dell’altro; seguii dunque la compagnia a Bologna e Mantova, per portare a perfezione un buon attore divenuto già un amico. Nei cinque mesi trascorsi in quelle due città della Lombardia non perdetti tempo, e lavorai giorno e notte; ritornammo poi al principio dell’autunno a Venezia, ove eravamo aspettati con la massima impazienza. Aprì gli spettacoli una commedia che aveva per titolo Il Teatro Comico. L’avevo già annunciata e fatta pubblicare nell’affisso per commedia di tre atti, ma per vero dire altro non era che una Poetica messa in azione e distribuita in tre parti.

Nel comporre quest’opera mi venne l’intenzione di porla alla testa d’una nuova edizione del mio teatro; ma prima ebbi caro d’istruire le persone che non hanno piacere di leggere, impegnandole così ad ascoltare in scena quelle massime e correzioni che avrebbero forse recato noia in un libro. Il luogo della scena in questa commedia è fisso, poiché nel teatro stesso appunto debbono i comici riunirsi per provare una commediola intitolata Il Padre rivale di suo figlio. Il direttore apre la scena con Eugenio suo compagno, cui tien discorso dell’impaccio e dei rischi della sua direzione. Compare poi la prima attrice, e le dispiace di esser arrivata troppo presto, lamentandosi dell’infingardaggine dei compagni. Questi tre attori di discorso in discorso cadono sull’impegno del loro autore, dal quale prima del termine dei teatri erano state promesse al pubblico sedici commedie nuove da eseguire nel corrente anno. La signora Medebac assicura tutti che l’autore manterrà la sua parola, annunziando intanto i seguenti titoli. Il Teatro comico; Le Donne puntigliose; Il Caffè; Il Bugiardo; L’Adulatore; L’Antiquario; La Pamela; Il Cavalier di buon gusto; Il Giocatore; La Finta Malata; La Moglie prudente; L’Incognita; L’Avventuriero onorato; La Donna volubile e I Pettegolezzi. Eugenio osserva che nel numero delle sedici commedie nominate e da lui ben contate, non era incluso Il Padre rivale di suo figlio, di cui si faceva allora la prova. Questa, soggiunse allora il direttore, è un’operetta che l’autore ci ha data per sovrappiù. In questo mentre entra Collalto in abito da città, tutto tremante per il timor del pubblico; il direttore gli fa coraggio, ed egli recita a meraviglia una scena da me composta espressamente per gli applausi, ed è ricevuto nella maniera più decisiva e più atta a incoraggiare. Compaiono gli attori e le attrici, uno dopo l’altro, e il direttore suggerisce ora qua e ora là avvertimenti, che senza pretese né pedanteria possono addirittura chiamarsi regole dell’arte e veri principii d’una nuova Poetica. Indi riassume la prova della piccola commedia, e quivi appunto compare il Pantalone con la maschera. È trovato buono e acquista subito una grande considerazione. È interrotta la ripetizione: un autore viene a proporre alla compagnia temi del cattivo gusto dell’antica commedia italiana. Feci comparire con arte questa scena per fornire al direttore l’occasione di scoprirne i difetti, tenendo intanto discorso sul nuovo metodo. I gravi ragionamenti del direttore sono ravvivati dalle buffe espressioni dell’autore; onde una tale scuola, invece di annoiare, addiviene divertente, tanto più che questo poeta termina col diventar comico. Si riprende la prova, il Pantalone fa molto ridere quando si presenta in scena con la sua bella, facendo poi piangere allorché scopre la rivalità di suo figlio. Segue una nuova interruzione per l’arrivo di una donna ignota, che si dà l’aria di persona di qualità e saluta le attrici in aria di protezione. Si metton tutti in rispetto, le si dà una sedia ed è pregata di accomodarsi. Questa è una attrice dell’Opera Buffa, che viene a offrire alla compagnia i suoi pregi; i comici allora si rimettono tutti a sedere. Il direttore fa i suoi ringraziamenti alla cantatrice, dicendole che il suo teatro non abbisogna del divertimento del canto. La virtuosa trovasi impacciata tra la superbia e il bisogno e l’autore, che la conosce, le partecipa il partito che ha preso, e la consiglia a seguirne l’esempio; essa vi acconsente e si raccomanda. Insomma il direttore la prende in prova. Ecco un nuovo motivo per rientrare in qualche particolare sulla commedia riformata. Finalmente la prova è finita. Pantalone sacrifica il suo amore alla tenerezza paterna, e così termina con applausi la rappresentazione.

Ora non ho tempo di render conto delle congratulazioni ricevute dai miei amici e dello sbalordimento dei miei avversari; non son qui per vantarmi delle mie idee; di null’altro si tratta che di farne conoscere l’esecuzione. Pochi giorni dopo fu data la prima rappresentazione delle Donne puntigliose. Rosaura, moglie di un ricco negoziante, che godeva il privilegio di nobiltà concesso ai negozianti del suo paese, ha la sciocca ambizione di portarsi nella capitale per figurarvi e introdursi nelle conversazioni delle dame di qualità. Essa tien tavola in casa sua, e questo appunto è il mezzo per aver gente; vi corrono la dame, le une senza saputa delle altre. Rosaura è ricevuta in alcune buone case, sempre in compagnia di molti uomini e mai con donne. Una contessa, che vanta nobiltà di antica data ma di meschine finanze, prende l’impegno di dare una festa da ballo in casa sua e di far ballare Rosaura con la persona più grande della città; vi son condizioni, in questo maneggio, onerosissime per la forestiera; pure vi si sottopone senza difficoltà, poiché conviene aver riguardo alla delicatezza della dama venale. Un amico di entrambe avanza una proposta già concertata. Le due dame sono di diverso parere, segue una scommessa, la vince la contessa, e Rosaura paga. Incomincia intanto la festa, e il concorso non può essere né più numeroso né più scelto; ecco in ballo la dama di provincia, e le altre n’escono una dietro l’altra. Rosaura va in furia, ma viene in suo soccorso la riflessione; apre gli occhi e confessa che è meglio esser la prima in un paese piccolo che l’ultima in uno grande, e così lascia la capitale. Il compendio che vo attualmente facendo non racchiude che l’azione principale della commedia, giacchè il ridicolo infinito che ne formava l’argomento, mi somministrò in copia lepidezze comiche per piacere, e buona morale per istruire. Ultimai questa commedia nel mio soggiorno a Mantova, e l’esposi per prova nel teatro di quella città. Essa incontrò moltissimo, ma corsi il rischio di tirarmi addosso l’indignazione di una delle prime dame del paese. Essa erasi trovata nel medesimo caso della contessa protettrice di Rosaura, né ci correva gran tempo, onde tutti quanti avevan gli occhi rivolti verso il suo palchetto; per mia buona sorte però questa dama aveva tanta perspicacia da non dar retta alla malignità dei derisori; infatti applaudiva ella essa a tutti i passi che le potevan essere affibbiati. Mi avvenne dopo la stessa cosa a Firenze e a Verona, e si credè in ciascuna di codeste città che avessi preso in esse il mio soggetto. Ecco una nuova evidente prova che la natura è la stessa dappertutto, e che attingendo alla sua feconda sorgente i caratteri non possono mai fallire. A Venezia questa commedia incontrò meno che negli altri luoghi, e doveva appunto esser così.

Le mogli dei patrizi non si trovano mai e poi mai nel caso che venga loro disputata la preminenza, né hanno idea delle frascherie di provincia. Questa commedia essendo ricavata dalla classe dei nobili, la seguente fu presa da quella dei borghesi, ed era La Bottega del Caffè. Il luogo della scena, che è fisso, merita qualche attenzione. Esso consiste in un quadrivio della città di Venezia. Vi sono di faccia tre botteghe. Quella di mezzo è un caffè, l’altra a destra è allogata a un parrucchiere, e l’ultima sinistra a un uomo che tien gioco. Vi è poi da una parte una casetta che rimane fra due strade, abitata da una ballerina, e dall’altra una locanda. Ecco un’unità di luogo esattissima; questa volta i rigoristi saranno contenti di me, ma saranno poi contenti dell’unità d’azione? Non troveranno forse che il soggetto di una tale commedia è complicato, divisa l’attenzione? Alle persone che terranno simili discorsi ho l’onore di rispondere, che nel titolo di questa commedia non presento una storia, una passione, un carattere; ma una bottega di caffè, ove seguono in una volta varie azioni e dove concorrono parecchi per diversi interessi; onde se ho avuto la fortuna di stabilire una connessione essenziale tra questi oggetti differenti, rendendo gli uni agli altri necessari, credo certamente di avere appieno adempiuto al mio dovere, superando appunto per tal ragione maggiori difficoltà. Per ben giudicarne, bisognerebbe dare un’intera lettura alla commedia, poiché vi sono in essa tanti caratteri quanti personaggi. Quelli che figurano di più sono due coniugati; il marito è sregolato, e la moglie sofferente e virtuosa. Il padrone della bottega del caffè, uomo di garbo, servizievole e officioso, si prende a cuore questo sfortunato matrimonio, e arriva a corregger l’uno rendendo l’altra felice e contenta. Vi è poi un maldicente ciarlone, soggetto veramente comico e originale: uno di quei flagelli dell’umanità, che inquieta tutti, reca noia alle conversazioni del caffè, e molesta più d’ogni altro i due amici del caffettiere. Ecco come il malvagio è punito; egli scopre per buffoneria i raggiri di un biscazziere birbante addetto al caffè, onde costui è subito arrestato, e il ciarlone vilipeso è messo fuori come delatore. Questa commedia ebbe un successo fortunatissimo; infatti l’insieme e il contrasto dei caratteri non potevano fare che non incontrasse; quello del maldicente poi era inoltre affibbiato a parecchie persone già cognite. Una di queste se la prese meco orribilmente, e mi minacciò. Si discorreva di spade, di coltelli, di pistole; ma ansiosi forse di veder sedici commedie nuove in un anno, mi dettero tempo d’ultimarle.

CAPITOLO VIII.

Il Bugiardo, commedia di tre atti in prosa, a imitazione del Bugiardo di Corneille.

- L’Adulatore, commedia di tre atti in prosa. - Estratto di questa rappresentazione.

- La Famiglia dell’Antiquario, commedia come sopra.

- Suo compendio. Traduzione fattane da un autore francese.

Nel tempo in cui cercavo dappertutto soggetti di commedia, mi ricordai di aver veduto recitare a Firenze in un teatro di dilettanti il Bugiardo del Corneille tradotto in italiano; e siccome una composizione veduta recitare si tiene a memoria sempre più facilmente, mi ricordavo benissimo di quei luoghi che più mi avevano colpito, rammentandomi inoltre di aver detto nell’atto di sentirla: questa è una buona commedia, ma il carattere del bugiardo potrebbe trattarsi in maniera più comica. Siccome non avevo tempo di star perplesso sulla scelta degli argomenti, mi determinai a questo, somministrandomi l’immaginazione, in me allora pronta e vivissima, tal fecondità comica, che mi era perfino venuta la tentazione di creare di pianta un nuovo Bugiardo. Ma rinunziai a questo disegno. Presane la prima idea da Corneille, rispettai il maestro e mi feci un onore d’intraprendere il lavoro sulle sue tracce, aggiungendo soltanto quello che mi pareva necessario per il gusto della mia nazione e per la durata della rappresentazione. Immaginai, per esempio, un amante timido, per cui risalta infinitamente l’audace carattere del bugiardo, ponendolo in certe scene molto comiche. Lelio dunque, che è il bugiardo, arriva a Venezia al lume della luna, e sentendo una serenata sul canale, si ferma per goderne. Questo era un divertimento ordinato per Rosaura sua bella da Florindo, che per timidezza non voleva comparirne autore. Lelio in questo mentre vede a una terrazza due donne; si accosta, entra con esse in discorso e trova entrambe molto di suo piacere; fa cadere in bel modo il discorso sopra la serenata, e sente che le signorine non sanno indovinare chi ne sia l’autore; onde Lelio si arroga modestamente il merito di aver loro procurato il divertimento. Non avendo le due sorelle la minima conoscenza di lui, Lelio dà loro francamente a intendere di trovarsi a Venezia da lungo tempo e di essere amante: gli si chiede di quale di loro due, ma ecco appunto il segreto che non può ancora manifestare. Questa scena è a un dipresso la stessa di Corneille; infatti mi tenni esattamente sul medesimo piede di quella fatta dall’autore tra il bugiardo e il padre. Oltre a ciò nella scena decima sesta del second’atto vi è un sonetto dell’amante timido che mette nel massimo impaccio il bugiardo. Florindo, sempre amante e sempre timido, non osando dichiararsi apertamente, getta un foglio sulla terrazza della sua bella con alcuni versi che, benchè non lo nominino addirittura, sono tali però da farne ben supporre l’autore. Rosaura si accorge del foglio, lo apre, legge, ma nulla comprende. Giunge appunto Lelio e le domanda che cosa legge. Un sonetto, essa risponde, indirizzato a me; ma non ne raccapezzo l’autore. Le chiede allora se trova i versi ben fatti, tenero e rispettoso lo stile. Rosaura ne sembra contenta, onde Lelio non esita un momento ad arrogarsene il merito. Nei versi di Florindo però vi son certe affermazioni contraddicenti tutto quel che Lelio aveva spacciato fin allora. Ecco il bugiardo in imbroglio. Rivolge però con tanta destrezza tutte le espressioni a suo favore, che arriva finalmente a farsi credere autore. Non riporterò il sonetto di Florindo né le sottigliezze di Lelio, perché si può legger tutto questo nell’originale già stampato. Terminerò bensì il mio estratto con assicurare il lettore che questa scena ebbe molto incontro, e la rappresentazione tutto il successo desiderabile.

L’argomento del Bugiardo di carattere assai più comico che vizioso, me ne suggerì un altro molto più malvagio e pericoloso: parlo dell’Adulatore. In Francia quello di Rousseau non incontrò punto; il mio in Italia fu benissimo accolto, ed eccovene la ragione. Il poeta francese aveva trattato quest’argomento più da filosofo che da autore comico, laddove io, ispirando orrore per un vizioso, avevo cercato i modi di ravvivare la commedia con episodi comici e arguti concetti. Don Sigismondo, ch’è l’adulatore, occupa la carica di primo segretario di don Sancio, governatore di Gaeta nel regno di Napoli. Questo don Sancio è un uomo spensierato; donna Luisa, sua moglie, è ambiziosa; e Isabella loro figlia una stordita, senza ingegno né educazione. Il segretario le conosce a fondo, le adula, le inganna e trae partito dalle loro debolezze per assicurare la propria sorte.

L’adulazione di questo cattivo soggetto non si limita alla sola casa di cui si è già reso padrone; procura anche per la città di avere dalla sua i mariti per poi corrompere le mogli, approfittando dell’imbecillità del suo principale per allontanar le persone che non gli vanno a genio. Non è già adulatore per l’unico piacere di esser tale, come è appunto il cattivo di Gresset, poiché nella sua commedia l’adulazione altro non è che il mezzo di giungere a soddisfare i suoi vizi. È orgoglioso, libertino e avido di denaro al tempo stesso; e quest’ultima passione lo conduce alla rovina. Ha la bassezza di far diminuire le provvisioni della gente di servizio del governatore per aumentare il proprio guadagno. I domestici s’indirizzano a lui per riparare a questo danno. Son benissimo accolti, sono blanditi, accarezzati; ma nulla concludono. Questi disgraziati dunque fanno tra loro lega, e conoscendo bene l’autore della loro perdita, gridano vendetta. Si discorre subito di fucilate, di coltellate. Il cuoco prende l’impegno di avvelenarlo, ed eseguisce l’idea. Ecco don Sigismondo vittima della propria malvagità; muore però pentito, confessa i suoi falli e don Sancio riconosce i propri: la sola governatrice piange la perdita dell’Adulatore. Mi dispiaceva di esser stato obbligato a usare il veleno per lo scioglimento di questa commedia, ma d’altro canto non potevo far diversamente. Lo scellerato meritava castigo; essendo protetto dal governatore e non bastantemente noto alla Corte di Napoli, immaginai un genere di morte che avevasi ben meritato. D’altra parte la mia riforma non era ancora giunta a quel punto a cui finalmente la condussi di lì a poco. Osavo adunque di tempo in tempo qualche licenza del gusto della nazione, sempre però contento quando trovavo uno scioglimento naturale e da far colpo.

Ma eccovi ora una commedia di genere adatto diverso dalla precedente: ella è desunta dalla classe dei ridicoli, alternativa opportuna nella produzione successiva di molto opere. Questa è La famiglia dell’Antiquario, e la sesta delle sedici ideate. L’intitolai più semplicemente da principio L’Antiquario essendone egli infatti il protagonista; ma temendo che i litigi tra sua moglie e la nuora non dividessero la pubblica attenzione, diedi alla commedia un titolo che comprende vari soggetti in una volta, molto più che le ridicolezze delle due donne e quella del capo di famiglia si davan la mano, e contribuivano del pari alla moralità e all’andamento comico dell’opera. Il nome di Antiquario si dà in Italia tanto a chi dottamente si occupa allo studio delle antichità, quanto a chi raccoglie senza intelligenza copie per originali e inutilità per monumenti preziosi; il mio soggetto è ricavato appunto da questi ultimi. Il conte Anselmo, molto più ricco di denaro che di cognizioni, diviene amante di quadri, medaglie, pietre incise, e di tutto ciò che apparisce raro e antico. Si fida di birbanti che lo ingannano, e mette insieme con una spesa grandissima una ridicola galleria. Ha poi una moglie la quale, benchè in procinto di esser nonna, ha tutte le pretese della gioventù; onde la nuora, che non può soffrire la subordinazione, freme di non esser la padrona assoluta. Il conte Giacinto, figlio dell’una e marito dell’altra, non osando dare il minimo dispiacere a sua madre e d’altro canto volendo contentare sua moglie, trovasi imbrogliatissimo e fa le sue lagnanze al capo di casa. Questi è seriamente occupato sopra un Pescennio, medaglia rarissima, da lui appunto comprata allora allora a caro prezzo, e ch’era falsa; onde rimanda il figlio bruscamente, né si prende briga dei pettegolezzi della famiglia. Frattanto vanno sì oltre le cose, che l’Antiquario non può più esimersi dall’occuparsene; ma non volendo stare a tu per tu con donne così poco ragionevoli, chiede un congresso di famiglia. È fissato il giorno e vi concorrono anche parecchi amici comuni: uno dei primi è il figlio, e l’ultime a comparire sono le signore accompagnate dai rispettivi cicisbei. Tutti prendono posto. Il conte Anselmo è in mezzo al circolo, e comincia il discorso sulla necessità della pace domestica; ma nel voltarsi a diritta e a sinistra, pone gli occhi sopra un cammeo appeso alla catena dell’orologio della nuora. Crede subito di scorgervi una preziosa antichità, onde vuol vederlo più d’appresso; lo scioglie, tira fuori la lente, esamina il gioiello, vi vede una bellissima testa, e bramerebbe farne acquisto. Gli vien subito ceduto il cammeo; egli va in estasi dal contento, e fa i suoi ringraziamenti alla nuora; sua moglie, offesa, si alza e se ne va. Ecco finita l’assemblea; è rimessa dunque la grande questione a un’altra seduta.

Succedono in questo intervallo molto cose disgustose per l’Antiquario; egli mostra la sua galleria ad alcuni intenditori, dai quali viene fatto chiaro del suo errore e disingannato; egli ne è pienamente convinto e rinuncia alla sua follia. Quindi, conoscendo la necessità di ristabilire la pace nella sua casa, intima una seconda assemblea e tutti al solito vi concorrono. Vengono proposti molti modi; dispiacciono gli uni alla suocera, e gli altri son rigettati dalla nuora; ma se ne trova finalmente uno soddisfacente per entrambe, e consiste nello stabilire due famiglie e separare le due donne per sempre. Rimangono tutti contenti, e in questa maniera termina la commedia.

Alcuni anni dopo vidi recitare a Parma questa commedia, tradotta in francese dal signor Collet, segretario di gabinetto di S. A. R. l’infanta. Questo autore, stimabilissimo per tutti i riguardi, e conosciutissimo a Parigi per varie belle opere da lui presentate nel teatro francese, ha tradotto con la maggior perfezione la mia composizione, e senza dubbio è quegli appunto che l’ha fatta valere qualche cosa. Ne variò bensì lo scioglimento, perché fu d’opinione che questa commedia finisse male, lasciando partire la matrigna e la figliastra fieramente corrucciate, onde ne fece veder sulla scena la riconciliazione. Se questa pace fosse potuta essere stabile, avrebbe fatto molto bene; ma chi può assicurare che queste due capricciose donne non rinnovassero un momento dopo le loro controversie? Forse sarò in errore, ma pure son d’opinione che il mio scioglimento sia propriamente in natura.

CAPITOLO IX.

Pamela, commedia di tre atti in prosa senza maschere. - Analisi della medesima.

- Il Cavaliere di buon gusto, commedia di tre atti in prosa - Mediocre successo.

- Epilogo di questa commedia. - Il Giocatore, in tre atti. - Sua caduta.

- Proibizione del gioco d’azzardo e soppressione del ridotto a Venezia.

Da qualche tempo il romanzo Pamela era la delizia degli Italiani, e tutti gli amici mi tormentavano perché ne facessi una commedia. Conoscevo quest’opera e non mi dava fastidio trarne partito, per colpire le menti e ravvicinarne gli oggetti. Lo scopo morale però dell’autore inglese non conveniva ai costumi e alle leggi della mia nazione. A Londra un lord non deroga punto alla nobiltà sposando una contadina, laddove a Venezia un patrizio che sposi una plebea priva i figli del patriziato, e perde ogni diritto alla sovranità. La commedia, che è o dovrebbe essere la scuola dei costumi, non deve esporre le debolezze umane se non per correggerle; onde non conviene arrischiare il sacrificio d’una posterità disgraziata sotto pretesto di ricompensare la virtù. Avevo dunque rinunciato alle attrattive di questo romanzo; ma poi, nella necessità in cui ero di moltiplicare i soggetti, e sollecitato a Mantova e a Venezia da persone che continuamente m’incitavano a lavorarvi, vi accondiscesi di buon grado. Non mi accinsi però all’opera se non dopo avere immaginato uno scioglimento che, lungi dall’esser pericoloso, potesse servire di modello ai virtuosi amanti, e render la catastrofe soddisfacente e piacevole al tempo stesso. Apre la scena Pamela con Jevre, vecchia governante di casa; essa piange la padrona morta da qualche mese, e così pone al fatto il pubblico della sua condizione. Essa è una campagnola, che milady avea presa in qualità di cameriera, ma che amava qual figlia e alla quale aveva procurato un’educazione al di sopra della sua condizione. Cade il discorso sopra il figlio della defunta, e Jevre fa sperare a Pamela che milord Bonfil mai dimenticato non avrebbe le raccomandazioni della madre che la riguardavano. Mediante alcune interrotte espressioni accompagnate da qualche sospiro, Pamela lascia trasparire la sua inclinazione per il giovane padrone. Vuol abbandonare Londra, vuol ritornare in seno alla sua famiglia, ed ecco il contrasto dell’amore e della virtù. Nel corso della commedia vedesi il giovane lord ardere del fuoco medesimo di Pamela. Essa è saggia. Milord fa i tentativi possibili per sottoporla ai suoi voleri, ma Pamela è immutabile ed egli divien furioso. Milady Dauvre, sorella di milord Bonfil, si accorge della passione del fratello e gli chiede Pamela. Esita Bonfil dapprincipio; acconsente, e poi revoca il consenso; rinchiude Pamela; ed eccolo nella più grande agitazione. L’amico suo lord Arthur va un giorno a trovarlo, e ben si avvede del suo rammarico; procura di sollevarlo e gli propone tre differenti partiti per ammogliarsi; Bonfil non ne trova alcuno di suo genio. Segue tra questi due amici una scena che è una specie di discussione sopra la scelta della moglie, sulla libertà inglese e sugl’inconvenienti delle unioni ineguali relativamente alla successione. Quest’ultimo articolo fa sensazione sull’animo di Bonfil , che ne è vivamente colpito; ma non sa determinarsi a rinunciare a Pamela. Essa aveva scritto a suo padre e lo aveva informato del suo impaccio, dei suoi timori. Egli giunge, si presenta a milord, gli chiede la figlia e milord ricusa di renderla. Andreuve (così chiamasi il vecchio) domanda seriamente a milord quali mire abbia sopra di lei. Milord confessa allora la sua passione: ama Pamela e si reputerebbe felice se potesse farla sua moglie; non l’interesse pertanto, ma la sua condizione e la nascita glielo impediscono. Il vecchio, commosso dai sentimenti di milord, veduto il momento di far la felicità di sua figlia. gli confida il suo più gran segreto. Andreuve non è il suo nome; egli è il conte d’Auspingh scozzese, che nelle rivoluzioni di quel regno fu annoverato tra i ribelli della corona britannica e si salvò sulle montagne d’Inghilterra, comprando col denaro restatogli terreno bastante per lavorare e sussistere. Egli dà prove del suo antico stato, e cita testimoni tuttora viventi che ben lo possono riconoscere. Milord esamina le carte, vede i testimoni, sollecita la grazia per l’uomo prescritto, l’ottiene senza difficoltà e sposa Pamela: ecco la virtù ricompensata, ecco salva la convenienza. Il più singolare di questa commedia però si è, che dopo tale riconoscimento in cui dovrebbe appunto aver termine l’azione secondo le regole dell’arte, vi sono alcune scene che, invece di annoiare, divertono quanto le precedenti e forse anche più.

Pamela ignora tutto quello che è seguito fra Bonfil e suo padre: non conosce il suo nuovo stato ed è pronta a lasciare l’amante; questi si diverte a tormentarla: dice che è per ammogliarsi, che è per sposare la contessa d’Auspingh, e ne fa egli stesso l’elogio. Pamela è in angustie; intanto giunge suo padre e l’anima ad abbracciare milord; ma essa nulla comprende; si cerca di porla al fatto di tutto, ed essa non crede; la saluta Jevre col nome di padrona e milady Dauvre viene a farle il suo complimento; insomma Pamela è assicurata della sua felicità; sempre però modesta e riconoscente, varia condizione, ma non varia carattere. Non ho fin qui fatto menzione di un personaggio che infinitamente ravviva il serio della commedia. Il cavalier Hernold, nipote di milady Dauvre, giovane Inglese che aveva fatto di fresco il giro d’Europa, porta seco per mancanza di principi e cognizioni tutte le ridicolezze dei paesi che ha percorsi. Va in casa di Bonfil, lo trova a prendere il tè in compagnia; comincia a parlare della vivacità francese e si burla del serio de’ suoi compatrioti; gli si esibisce del tè ed egli lo ricusa, vantando la cioccolata di Spagna e il caffè di Venezia; non farebbe altro che ciarlare, tien discorso della galanteria di Parigi, dei divertimenti d’Italia, e loda molto gli arlecchini, trovando le arlecchinate piene di grazia. Tutti quelli della conversazione si annoiano e se ne vanno. Ecco, dice allora a Bonfil il cavaliere, ecco persone che non hanno viaggiato. - Se voi, signore, aveste fatto precedere ai viaggi, risponde Bonfil, lo studio e le cognizioni, non avreste certamente limitato le vostre osservazioni alla sola galanteria francese e alle arlecchinate italiane. - La Pamela, secondo la definizione dei Francesi, è piuttosto un dramma; ma il pubblico la trovò dilettevole, ed essa riportò la palma sopra tutte le mie opere fino a quel tempo rappresentate.

Dopo una commedia di sentimento, ne feci immediatamente succedere un’altra relativa agli usi della società civile, intitolata Il Cavalier di buon gusto, titolo che si poteva tradurre in francese L’Homme de goût. È vero che questo titolo darebbe in Francia la idea di un uomo istruito nelle belle arti, laddove l’italiano di buon gusto, o come lo dipinge la mia commedia, è un uomo di mediocre fortuna che trova il mezzo di avere una deliziosa casa, servitù scelta, un eccellente cuoco e comparisce nella società qual uomo ricchissimo, senza però far torto ad alcuno e senza dissestare i propri affari. Non mancano i curiosi che vorrebbero indovinare il suo segreto; vi sono anche maldicenti che osano denigrare la sua reputazione; e sono quelli che più frequentano la tavola di lui e continuamente profittano della sua generosità. Il conte Ottavio, protagonista, è un uomo di una certa età, molto allegro, molto piacevole, e che scherza sempre col bel sesso senza voglia o timore di contrarre impegni. Amministra le sostanze di un nipote, la madre del quale non ama troppo il cognato. Essa incute diffidenza nell’animo di suo figlio riguardo allo zio. Il conte se ne accorge, ride, e per togliere affatto di speranza la vedova di suo fratello, le fa credere che è per ammogliarsi quanto prima a pregiudizio del suo erede. Getta su tal proposito qualche lontana e ambigua proposizione, ma tutte le volte che si tratta di manifestare l’oggetto del suo cuore, presenta per sua bella Pantalone, mostrando un suo trattato di commercio con questo negoziante, dal qual traffico ricava capitali sufficienti per sostenere la vita elegante che gode. Le scene che direttamente riguardano il Cavalier di buon gusto sono piacevolissime; istruisce, per esempio, il suo segretario, corregge il bibliotecario, addestra il suo nuovo maestro di casa, licenzia i servitori cattivi e ricompensa i buoni. Queste son piccole lezioni che giovano senza annoiare. Questa commedia, benché riuscisse molto bene, ebbe però la disgrazia di succedere a Pamela che aveva fatto delirar tutti; riportò infatti un più felice incontro nella sua replica l’anno dopo. Lo stesso accadde a quella del Giocatore, nona commedia del mio impegno, che non essendo mai potuta risorgere come la sua antecedente, la giudicai, stando al pubblico, commedia andata a terra senza riparo. Avevo inserita con molta felicità anche nella commedia del Caffè, terza commedia di quell’anno, una parte di giocatore, che fu sostenuta a viso scoperto dal nuovo Pantalone nel modo più piacevole; ma, essendo di parere di non aver detto abbastanza sopra questa disgraziata passione, mi proposi di trattar questa materia a fondo; tuttavia il giocatore episodico del Caffè prevalse su quello che nell’altra commedia era il soggetto principale. Bisogna però aggiungere che in quel tempo eran tollerati a Venezia tutti i giochi d’azzardo, ed era in voga il famoso ridotto, che arricchiva questi e rovinava quelli, ma richiamava giocatori dalle quattro parti del mondo e faceva girare molto denaro. Sarebbe stato perciò inopportuno mettere allo scoperto le conseguenze di questo pericoloso divertimento, e molto più la mala fede di certi giocatori unitamente agli artifici dei mezzani di gioco; onde in una città di duecentomila anime la mia commedia non poteva far sì che non avessi molti nemici. A un tratto la Repubblica di Venezia proibisce i giochi d’azzardo e sopprime il Ridotto. Vi saranno forse dei privati che si lamenteranno di questa abolizione, però basterà dire, per provarne la saviezza, che quei medesimi del Gran Consiglio che amavano il gioco, diedero i loro voti per l’esecuzione del nuovo decreto. Non pretendo di scusare con questo la caduta della mia commedia mendicando ragioni estranee; essa cadde, dunque era cattiva, e non è poco per me che di sedici commedie andasse a terra questa sola. Il pubblico richiedeva sempre Pamela. Questa volta ricusai di contentarlo: troppo mi premeva di adempiere al mio impegno, trovandomi ancora sette rappresentazioni nuove da dare. Sapevo bene che i miei partigiani me ne avrebbero condonate alcune per la soddisfazione di tornare a vedere quella dalla quale erano stati divertiti; ma i malvagi mi avrebbero insultato; onde preferii la gloria di confondere i nemici al dolce piacere di appagare il desiderio degli amici. Ero quasi sicuro del successo della commedia che davo: la feci dunque annunciare e la pubblicai negli affissi con tutta fiducia, né m’ingannai.

CAPITOLO X.

Libercolo dei miei avversari. - Il Vero Amico, commedia di tre atti senza maschere.

- Sua buona riuscita e analisi. - La Finta Malata, commedia. - Suo incontro. - La Moglie prudente,

in tre atti senza maschere. - Alcune parole sopra questa composizione. - Buon successo.

La quantità di commedie che andavo esponendo l’una dietro l’altra, non dava tempo ai miei nemici di far scoppiare il loro odio contro di me. Ma nei dieci giorni di riposo durante la novena di Natale, non mancarono di farmi il bel regalo di un libercolo contenente più ingiurie che critiche. In conseguenza della caduta della mia ultima commedia, si andava dicendo che Goldoni aveva consumato tutto quanto il suo fuoco, incominciava a declinare e sarebbe finito male; come pure che sarebbe stato umiliato il suo orgoglio. Mi dispiaceva quest’ultima espressione solamente. È vero che mi si poteva accusare d’imprudenza per aver contratto un impegno che poteva costarmi la salute o la reputazione; ma d’orgoglio non ne ho assolutamente mai avuto, o almeno non mi sono mai accorto di averne. Non feci caso alcuno a questo libercolo, anzi sempre più mi persuasi della necessità di ristabilire sul mio teatro il vero gradimento, il brio, l’istruzione e l’antico credito.

La commedia del Vero Amico, che esposi all’apertura del carnevale, appagò pienamente tutte quante le mie mire, e l’argomento mi fu somministrato da un aneddoto storico che trattai per altro con tutta quella delicatezza di cui era meritevole. L’eroe della commedia è Florindo, che ha un amico intimo a Verona chiamato Lelio. Egli va a trovarlo al solo scopo di godere della sua compagnia, e resta un mese in casa sua. Lelio deve sposare Rosaura, figlia d’un uomo ricco, ma sordido e avaro; conduce dunque in casa della bella l’amico: questi se n’innamora, e accorgesi di più che la signorina è colpita al par di lui, onde risolvesi a lasciar Verona. Beatrice, zitella inoltrata in età e zia di Lelio, dolente della partenza di Florindo di cui appunto sperava di far la conquista, dichiarasi a lui apertamente. Florindo meravigliato, non ardisce disgustare palesemente la zia del suo amico; le fa bensì i suoi ringraziamenti e le dice, senza contrarre impegno di sorta, varie cose sempre decenti e piene di grazia. Giunge in questo tempo Lelio, e prega Beatrice di lasciarlo un momento solo con l’amico; essa impegna il nipote a opporsi alla partenza di Florindo, ed esce molto contenta di lui. La scena dei due amici è importantissima: Lelio si lamenta della sua bella. Da qualche giorno è male accolto, mal veduto, non più amato. A tale oggetto incarica l’amico Florindo di portarsi a scandagliare il cuore di Rosaura. Che dura commissione, per un amante! si oppone, ma inutilmente; lo esige l’amicizia, egli va. Il nuovo colloquio tra Rosaura e Florindo compie la disfatta di ambedue. Ecco due amanti disgraziati, vittime dell’onore e della passione più viva. Florindo torna alla prima idea; convien partire. In questo mentre riceve da Rosaura una lettera nella quale sembra che accrescasi il suo amore per la disperazione della perdita di lui; egli dunque prende il partito di risponderle per disingannarla ed annunziarle la partenza. Scrive: tutto in un tratto sopraggiunge il servitore, e gli dà tremando, l’avviso che Lelio è assalito da due persone armate e si difende con svantaggio. Florindo afferra la spada, corre alla difesa dell’amico, e lascia sulla tavola la lettera già incominciata. Entra da una parte Beatrice, mentre Florindo esce dall’altra; s’accorge della lettera e legge le seguenti espressioni: «Purtroppo conosco, signorina, la bontà che per me avete, e mi sento troppo debole e troppo grato per potervi guardare con indifferenza. Il mio amico mi ha ricevuto in casa: mi ha partecipato i segreti tutti del suo cuore; sarebbe certamente un mancare all’amicizia e all’ospitalità...» La lettera non dice di più, e la parola ospitalità fa credere a Beatrice che il foglio riguardi lei; crede dunque che Florindo veramente l’ami, e trovandolo eccessivamente delicato si propone di fargli animo. Torna Florindo e fa ricerca della lettera. Beatrice, che l’aveva nascosta, ben se ne avvede e scherza. A un tratto entra Lelio e abbraccia il suo amico, il suo liberatore. Beatrice aggiunge che lo deve anche abbracciare come parente, facendo allora vedere la lettera. Lelio va in estasi dal piacere udendo che il suo caro amico gli divenga zio. Ecco Florindo nel più grande impaccio; convien tradire il segreto di Rosaura, o sacrificarsi a Beatrice. Si appiglia all’ultimo partito, onde la zia esce tutta orgogliosa del trionfo delle sue attrattive. Lelio allora accresce all’amico la sua confidenza avendo concepito contro di lui in qualche occasione alcuni leggeri sospetti. Quest’ultimo avvenimento lo pone in quiete interamente. Va in casa della sua bella, e presenta Florindo come futuro sposo della zia: che martirio per l’uno, che desolazione per l’altra! Al principio di quest’estratto ho annunziato il padre di Rosaura come un eccessivo avaro; egli aveva promesso la figlia in matrimonio a Lelio che, non essendo ricco, faceva capitale su ventimila scudi, dote della signorina. Confida dunque alla sua figlia con le lagrime agli occhi che l’istante di sborsare questa somma sarà quello della sua morte. Rosaura, che non ama Lelio, calma il padre e lo assicura che ne sarà al possesso per tutto il tempo della sua vita; onde l’avaro sparge la voce che ha fatto parecchie perdite, che si trova in miseria, e che non può salvarsi dal maritare la figlia senza dote. Lelio dunque, vedendosi decaduto quanto all’amore e quanto alla fortuna, rinunzia a Rosaura e prega l’amico di adempire per lui a tutti i doveri della convenienza. Florindo, che è ricco e sempre amante, prende il violento partito di svelare a Lelio l’intelligenza del suo cuore con quello di Rosaura; e dopo aver messo in vista le testimonianze già date della sua delicatezza e amicizia, gli domanda il permesso di sposare Rosaura.

Lelio non ha motivo di lagnarsi dell’amico; è lui che lo ha introdotto, che lo ha messo nel caso d’apprezzare il merito della fanciulla e di porvi affetto. Ben conosce tutti i sacrifici fatti da Florindo per riguardo a lui, e poiché il partito di Rosaura non gli conviene più, gliela cede senza difficoltà. Se ne fa al padre la proposta, ed egli ne è contentissimo, purchè ciò succeda senza dote. Tutto resta fissato. Si fa un’adunanza per la sottoscrizione del contratto. Ma qual disturbo! Si dà avviso all’avaro che il suo scrigno è rubato. Si corre, si arresta il ladro, si pone in salvo il tesoro. Il padre dunque torna a vista di tutti ad abbondare di denaro, e la figlia torna così ad essere nuovamente una ricca erede; onde Florindo non può sposarla che a scapito della fortuna del suo amico. In conseguenza di ciò non esita a dare a Lelio l’ultima prova di amicizia e probità: sposa Beatrice e adopra tutto il suo credito e affetto per indurre Rosaura a presentar la mano al primo suo pretendente. Essa penetrata dal cordoglio e dall’ammirazione, avendo già perduto la speranza di possedere il suo amante, consente di appagarlo dando la mano a Lelio, il quale spera di guadagnare in seguito il cuore di lei.

Questa commedia è una delle mie favorite, ed ebbi sommo piacere di vedere anche il pubblico d’accordo con me; ero bensì meravigliato io stesso di aver potuto impiegarvi il tempo e le cure necessarie in un anno per me sì laborioso.

Ma eccovene ora un altra che non mi costò minor fatica e che non ebbe minore successo: cioè La finta malata. Prima di render conto di questa composizione, vi farò ben conoscere l’originale che me ne somministrò l’argomento. La signora Medebac, attrice veramente eccellente e affezionatissima alla sua professione, era donna soggetta a fisime; era spesso malata o credeva d’esserlo, qualche volta non avendo in sostanza altro che alcune volontarie ipocondrie. In questo caso l’unico compenso era quello di dare a recitare una bella parte a un’attrice subalterna; allora la malata guariva all’istante. Mi presi dunque la libertà di rappresentare la signora Medebac istessa; essa, per vero dire, un poco se ne accorse, ma trovando la sua parte graziosissima, volle assumerne l’impegno e la sostenne infatti perfettamente.

Rosaura amava il dottor Onesti, giovane medico tanto amabile in conversazione quanto dotto nella sua arte. Il padre del dottore essendo stato buon amico di Pantalone, genitore di Rosaura, il figlio andava di tempo in tempo a farle visita, ma non così frequentemente quanto la fanciulla avrebbe bramato. Essa pertanto si finge un giorno malata, ed è fatto venire il medico. Il male va crescendo e si fa serio a proporzione che aumenta l’amorosa passione; dà in convulsioni, piange, ride, canta, fa urli spaventevoli. Pantalone vuol fare consulto, e nomina egli stesso i medici consulenti; tutti vi concorrono. L’adunanza è composta di tre medici: il dottore Onesti, il dottor Buonatesta, il dottor Malfatti e il signor Tarquinio, chirurgo di casa. L’Onesti, medico curante, conoscendo la malata più degli altri, fa la narrazione dei sintomi della malattia accusando un’alterazione di mente piuttosto che un male fisico. Il signor Buonatesta però, dopo aver bene esaminato l’ammalata, pensa diversamente; e il signor Malfatti ora è del parere dell’uno e ora del parere dell’altro; mentre il chirurgo, domandato il permesso, dice ancor egli il suo sentimento, e conclude per la cavata di sangue. Sono figlio d’un medico, medico sono stato io pure per un momento, e condanno il poco senno di coloro che fanno l’elogio o la satira della medicina in generale. Dovendo dunque parlare di quest’arte, che per necessità bisogna rispettare, metto in scena nella mia commedia tre medici, uno onorato e prudente, l’altro ciarlatano, il terzo ignorante. Queste appunto sono la tre classi che si possono incontrare nella medicina; Dio ci guardi sempre dalle due ultime, ma in special modo dalla seconda, che è senza dubbio la più pericolosa. Non mi estenderò ulteriormente nell’analisi di questa commedia, della quale si prevede lo scioglimento fin dal primo atto. Un’amica di Rosaura scopre il segreto e s’adopera per la saluta e felicità di lei, parlandone al padre e obbligandolo a guarire la figlia con quell’elisir che più le conviene. La difficoltà più considerevole però che questa buona amica si trova in necessità di superare, è la ripugnanza del dottore. Questa non dipende in lui da mancanza di considerazione e di affetto per Rosaura, ma bensì dal timore che il mondo non dica avere il medico sedotto la malata, ed è abbastanza delicato per ricusarla; ma l’amica di Rosaura sa con lui maneggiare così bene che distrugge tutti gli ostacoli, e il matrimonio si fa. Malgrado la semplicità del soggetto, questa rappresentazione fu generalmente bene accolta e sommamente applaudita; deve però forse il suo buon successo alla bravura dell’attrice, che si compiaceva di rappresentare sé medesima e che lo faceva ciò senza sforzo. Anche i tre differenti caratteri dei medici e d’uno speziale sordo e novellista, che intendeva tutto a rovescio e preferiva la lettura delle gazzette a quella delle ordinazioni, non vi contribuirono meno. L’indole dunque assai comica del soggetto e la vivacità dell’attrice fecero la sorte della Finta Malata, nel modo stesso che un vero merito fece quella della Moglie prudente, di cui sono ora per render conto.

Donna Eularia è la femmina più saggia e giudiziosa del mondo, laddove Roberto suo marito è l’uomo più stravagante ed irregolare della terra.

Egli è geloso; sua moglie non bramerebbe altro che di condurre una vita tranquilla e ritirata, ma egli la sforza a veder gente, perché non nasca il dubbio della gelosia di lui. Per far conoscere bene questa commedia, bisognerebbe tenerle dietro scena per scena, poiché è lavorata con tal arte che senza il dialogo non è possibile giudicarne; onde sarebbe per me passare la misura propostami, se dessi un estratto lungo quanto la commedia. Il soggetto mi fu somministrato da quelle medesime società da cui presi quello del cavaliere e della dama, ciò è dalla classe dei cicisbei. In Italia vi sono mariti che soffrono con rabbia questi esseri singolari, che sono i secondi padroni delle famiglie sregolate. Don Roberto era la persona meno in grado di tollerare costoro in casa propria; ma un uomo che cerca di avanzarsi nel mondo e che ha bisogno di protettori e di amici, può egli tenere la moglie chiusa in casa?

In questa commedia una dama di provincia, che non conosce punto i costumi della capitale, trova i galanti sommamente ridicoli; onde don Rodrigo va pienamente d’accordo con questa donna giudiziosa, stringe con lei amicizia e si risolve di andare a godere la tranquillità che dolcemente offre a tutti una piccola città quasi ignorata. Con piacere vi consente donna Eularia, anzi anima suo marito a dar effetto all’idea, coronando così, mediante una virtuosa rassegnazione, il bel merito della sua lunga sofferenza. Il pubblico che sempre più s’affezionava a questa prudente e disgraziata donna, parve molto contento di uno scioglimento che prometteva la sua pace; onde la rappresentazione terminò con applausi, felicemente sostenendosi fino all’altra commedia nuova che vi fu sostituita.

CAPITOLO XI.

L’Incognita, commedia romanzesca di tre atti in prosa.

- L’Avventuriere onorato, commedia di tre atti in prosa. - Analogia del protagonista con l’autore.

- La Moglie capricciosa. - I Pettegolezzi. commedia di tre atti ed in prosa.

- Fortunato successo di queste quattro commedie

- Adempimento del mio impegno. - Soddisfazione del pubblico.

Dopo la Pamela, e soprattutto nel tempo dell’esito equivoco del Cavalier di buon gusto e della caduta del Giocatore, i miei amici volevano assolutamente qualche altro soggetto romanzesco, per risparmiarmi, dicevano, la pena dell’invenzione. Stanco delle loro istigazioni terminai la questione col dire che, invece di leggere un romanzo per farne una commedia, avrei più gradito comporre una commedia da cui potesse ricavarsi un romanzo. Alcuni si misero a ridere, altri mi presero in parola: - Fateci dunque, mi dissero, un romanzo in azione, o almeno una commedia intrecciata quanto un romanzo. - Si, ve la farò. – Sì? - Sì, parola d’onore. - Ritorno in casa e, caldo del mio nuovo impegno, do principio alla commedia e al romanzo nel tempo stesso, senza avere soggetto né per l’una né per l’altro. - È necessario, dicevo tra me, molto intreccio, sorpresa, meraviglia, e insieme vivacità e sentimento comico e patetico. Un’eroina richiamerebbe forse l’attenzione più che un eroe; ma dove andrò a cercarla? Vedremo. Per ora prendiamo per protagonista un’incognita. - E getto addirittura sulla carta L’Incognita, commedia. Atto primo, scena prima. - Questa donna peraltro deve avere un nome, oh sì certamente: ebbene, diamole quello di Rosaura. Va benissimo: ma dovrà poi venir sola sola a dare al pubblico le prime notizie dell’argomento? Questo no, poiché sarebbe un difetto delle antiche commedie. Facciamola pertanto comparire con... sì: con Florindo. Rosaura e Florindo. - Ecco come cominciai e continuai l’Incognita, fabbricando un vasto edificio senza sapere se ne formassi un tempio o un ridotto. Ogni scena me ne produceva un’altra, e ogni avvenimento me ne faceva nascer quattro; onde alla fine del primo atto il quadro era sbozzato, né altro mancava se non di riempirlo. Io stesso ero stupito della quantità e novità degl’incidenti somministratimi dall’immaginazione.

Al termine del secondo atto pensai allo scioglimento, anzi fin d’allora incominciai a prepararlo perché riuscisse appunto meraviglioso e inaspettato, ma non tale da sembrar disceso dal cielo. Il soggetto della commedia è una figlia incognita, affidata nella sua infanzia da un forestiero a una contadina, con denaro bastante per impegnarla ad averne cura. Questa ragazza divien grande, bella, ben fatta, e ha due amanti: Florindo l’uno, che realmente ama; Lelio l’altro, per lei insopportabile. Rapita dal primo, il secondo l’insegue, onde si trova ora in potere dell’uno, ora dell’altro, ma sempre però in condizioni da non far temere per la sua innocenza. In tale stato trova un protettore zelante; la moglie di lui ne è gelosa, ed ecco nuove disgrazie, nuovi casi: essa passa da una sventura all’altra; divien sospetta, è arrestata e rinchiusa, insomma è lo scherzo della fortuna. In una parola la commedia e il romanzo terminano secondo il solito: Rosaura si trasforma nella contessa Teodora, figlia d’un nobile napoletano, e dà la mano a Florindo a lei uguale di condizione. I miei amici ne furono contenti, come pure il pubblico, confessando tutti unanimemente che la mia commedia avrebbe potuto somministrare materiali sufficienti per un romanzo di quattro grossi volumi in ottavo.

Fresco di una commedia romanzesca, misi mano a un altro soggetto, che per quanto non presentasse alcunché di meraviglioso, poteva esser collocato nella classe dei Tom Jones, dei Tompsons, dei Robinsons, e loro simili, per motivo delle singolari combinazioni. Il protagonista peraltro aveva qualche principio storico, poiché se L’Avventuriero onorato, che dà titolo alla commedia, non è in tutto e per tutto il mio vero ritratto, ha provato almeno tanti avvenimenti e ha esercitato tanti mestieri, quanti ne ho provati ed esercitati io stesso; onde, siccome il pubblico, plaudendo questa composizione, mi faceva la grazia di appropriarmi fatti e massime che mi facevano onore, non potei occultare di aver dato nel comporla un’occhiata ai casi miei. Frattanto la mia produzione, e per la parte storica e per la favolosa, fu ricevuta con favore. L’Avventuriere onorato ebbe un successo deciso e costante, e mi compiacqui insieme del buon incontro della composizione e dell’onore dell’allegoria. Era però necessario uscire da questo genere di commedie di sentimento, e ritornare ai caratteri e al vero comico; tanto più che eravamo prossimi alla fine del carnevale, e per conseguenza nella necessità di ravvivare lo spettacolo ponendolo alla portata di tutti. La Donna volubile fu dunque la penultima composizione dell’anno. Avevamo appunto nella compagnia un’attrice, ch’era la donna più capricciosa del mondo; non feci altro che farne la copia, onde alla signora Medebac, che conosceva bene l’originale, non dispiacque - per quanto buona e cara - di burlarsi un po’ della collega. Un carattere di tal sorta per sé stesso è comico, ma potrebbe facilmente divenir noioso quando non fosse sostenuto da scene e tratti piacevoli. Si possono mettere in ridicolo i continui cambiamenti d’abiti, cappelli e divertimenti alla moda, ma per rendere la donna volubile un soggetto da commedia occorre la comicità di un cervello capriccioso. Una donna innamorata che un’ora dopo non vuol più amare; che spaccia massime rigide, e intanto si accende di una passione del tutto contraria alla sua maniera di pensare; ecco il personaggio comico. Lo scioglimento della commedia è quello appunto che convenir poteva a una follia meritevole di correzione; infatti, determinatasi finalmente Rosaura al matrimonio, tutti la evitano, nessuno vuol saperne nulla. La signora Medebac sostenne la sua parte a perfezione, e la sua dolcezza naturale fece spiccare a meraviglia la dappocaggine della donna volubile; onde questa commedia ebbe il maggior effetto desiderabile. Mi restava ancora da dare una sola commedia nell’anno per adempire pienamente al mio impegno.

Ma eravamo alla penultima domenica del carnevale e non avevo ancora scritto un verso di questa commedia, non l’avevo nemmeno immaginata. Esco quello stesso giorno di casa, e per distrarmi vado a piazza di San Marco, osservando se qualche maschera o ciarlatano mi somministrasse un soggetto da commedia o da balletto per gli ultimi giorni di carnevale. Sotto l’arco dell’orologio m’imbatto appunto in un uomo che mi dà nell’occhio e mi dà quello che cerco. Era un vecchio armeno mal vestito, molto sudicio e con lunga barba, che girava per le strade di Venezia vendendo certi frutti secchi del suo paese, che chiamava abagigi. Quest’uomo s’incontrava dappertutto, e l’avevo visto tante volte; era così noto e deriso, che volendo burlarsi di una giovane in cerca di marito le si proponeva Abagigi. Non ci volle altro perché ritornassi a casa contentissimo. Entro, mi chiudo immediatamente nello studiolo ed immagino una commedia popolare intitolata I Pettegolezzi. Sotto questo titolo appunto essa viene presentata a Parigi nel teatro comico italiano, tradotta in francese dal signor Riccoboni figlio. Il traduttore però ha destramente variato il personaggio di Abagigi, ignoto in Francia, in quello di un ebreo mercante d’occhiali; ma né l’ebreo in francese, né l’armeno in italiano sostengono le parti di protagonista, poiché ad altro ambedue non servono se non a formare il nodo della favola.

Frattanto ecco in compendio il soggetto principale di questa commedia, felicemente riuscita nelle due lingue. Checchina passa per figlia di un marinaio veneziano, cui era stata affidata fin dall’infanzia. Giunta all’età nubile, le si trova un conveniente partito; ma nascono pettegolezzi che guastano tutto. Una donna ammessa al segreto confida a una delle sue amiche che Checchina non è figlia del marinaio; costei rifà il discorso a un’altra, e così di bocca in bocca, d’orecchio in orecchio (sempre però col patto del segreto) si divulga l’arcano. Ecco pertanto riguardata la giovine promessa in matrimonio come bastarda, ed ecco per tal ragione interrotte le nozze. Giunge a Venezia il vero padre della fanciulla, che torna dalla schiavitù e sembra alle maniere Levantino; trovatosi egli per caso con l’armeno mercante di abagigi, vengono presi in scambio l’uno per l’altro, e per questo solo motivo Checchina si crede figlia di quel brutto barbone. Ecco nuovi pettegolezzi: basta che a una donna sola nasca il dubbio, perché tutto il quartiere sia dello stesso sentimento. Checchina dunque è disprezzata, le ridono in faccia. la chiamano signorina Abagigi ed è ridotta alla disperazione. Finalmente il padre putativo e il vero un giorno s’incontrano. Si viene in chiaro di tutto; Checchina pertanto ritorna al suo stato, sposa il fidanzato, mutan tono i pettegolezzi e così termina la commedia molto allegramente. Non potè andare in scena che il martedì grasso, e fece la chiusura del carnevale. Il concorso fu così grande e straordinario, che il costo dei palchetti aumentò di tre o quattro volte, e furono a tal segno tumultuosi gli applausi, che la gente di fuori era in dubbio se ciò fosse per allegria o fosse scoppiata una sommossa. Io me ne stavo tranquillo nel mio palchetto, attorniato dagli amici che piangevano di gioia. Tutto a un tratto viene a cercarmi una folla di gente che mi obbliga a uscire, mi porta e mi trascina mio malgrado al Ridotto, mi fa passeggiare di stanza in stanza, e mi fa raccogliere complimenti e congratulazioni che volentieri avrei evitato, se mi fosse stato possibile. Troppo stanco per sostenere una cerimonia di tal sorta e non sapendo donde nascesse quell’entusiasmo, mi dispiaceva che la commedia fosse posta al di sopra di tante altre che mi erano assai più care. Poi compresi il motivo di una così universale acclamazione: era il trionfo del mio impegno adempiuto.

CAPITOLO XII.

Seguito dei miei penosi lavori. - Ingratitudine del direttore. - Proposta della prima

edizione del mio Teatro. - Primo volume delle mie opere. - Viaggio a Torino.

- Alcune parole su questa città. - Molière, commedia in cinque atti in versi.

- Storia di questo lavoro. - Successo a Torino. - Viaggio a Genova. - Ritorno a Venezia.

- Prima rappresentazione del Molière in questa capitale. - Buona riuscita.

Molta era la felicità che all’età di quarantré anni possedevo nell’invenzione ed esecuzione dei miei temi: ma finalmente ero un uomo come gli altri; ed essendo alterata dall’assiduità del lavoro la mia salute, caddi malato, e così pagai il fio della mia follia.

Sottoposto, secondo il mio solito, a qualche accesso d’ipocondria, che assaliva in un tempo medesimo corpo e spirito, sentii che si rinnovava in me con maggior violenza di prima. Ero spossato dalla fatica, ma l’afflizione contribuiva non poco; bisogna dir tutto: ormai non debbo nascondere nulla al mio lettore.

Nel corso di un anno avevo scritte sedici commedie, e quantunque il direttore non le avesse richieste, pure non lasciò di trarne profitto. Qual vantaggio ne avevo ricavato per me? Neppure un quattrino sopra il prezzo convenuto per un anno. Neppur la minima gratificazione; molti elogi, molti complimenti, mai però il più piccolo riconoscimento. N’ero dolente ma non ne facevo parola. Frattanto, non vivendosi di gloria, non mi restava altro partito che la stampa delle mie opere. Ebbene, chi lo avrebbe mai creduto? Medebac stesso vi si oppose, e alcuni dei suoi protettori gli davano ragione. Costui mi contrastava quello che è diritto di ogni autore, col pretesto di aver comprato le mie opere. Siccome dovevo ancora star qualche tempo con lui, non potevo, o per meglio dire non volevo, essere in lite con quelle persone appunto che necessariamente dovevo vedere ogni giorno. Troppo ero amico della mia pace per sacrificarla all’interesse; onde cedetti le mie pretese, mi contentai del permesso di far stampare ogni anno un sol volume delle mie commedie e conobbi bene, da questo singolar permesso, che Medebac faceva conto che io fossi addetto a lui per tutta la vita. Io però aspettavo il termine del quinquennio per fargli tanti ringraziamenti. Diedi dunque i manoscritti di quattro commedie al libraio signor Antonio Bettinelli, da cui fu intrapresa la prima edizione dei mio Teatro, e ne fu pubblicato il primo volume a Venezia l’anno 1751. Siccome la compagnia dei miei comici doveva passare la primavera e l’estate a Torino, pensai che la mutazione dell’aria ed il divertimento di un viaggio potessero contribuire a ristabilire la mia salute. Seguii perciò con tal fine la compagnia a mie spese, e avendo l’intenzione di portarmi poi anche a Genova, condussi meco la mia cara compagna.

Non conoscevo Torino, e la trovai deliziosa. L’uniformità delle fabbriche nelle strade principali produce un colpo d’occhio graziosissimo, e sono parimenti bellissime le piazze e le chiese. La fortezza offre una stupenda passeggiata e nelle abitazioni reali, tanto in città come in campagna, si trova gusto e magnificenza. I Torinesi poi sono per loro natura molto garbati, molto puliti, partecipando assai dei costumi e usi dei Francesi, dei quali parlano la lingua con tutta dimestichezza; anzi, vedendo arrivare nella loro patria un Milanese, un Veneziano o un Genovese, hanno perfino l’abitudine di dire: - Ecco un Italiano. - In Torino i miei comici recitavano le mie commedie, ed erano frequentate e anche applaudite, quantunque vi fossero alcuni esseri singolari che dicevano a ciascuna delle mie novità: - C’est bon, mais ce n’est pas Molière. - Veramente mi si onorava più di quello che meritavo, non avendo io mai avuto la pretesa di esser messo a confronto dell’autore francese; sapevo bensì che tutti quelli che davano un giudizio così vago e poco ragionato non andavano allo spettacolo, se non per girare i palchetti e farvi crocchio. Conoscevo benissimo Molière, e rispettavo questo maestro dell’arte al pari dei Piemontesi; per questo appunto mi venne voglia di dar loro sopra di ciò una prova convincentissima. Composi subito una commedia in cinque atti e in versi, a scena fissa e senza maschere, il cui titolo e soggetto principale era Molière medesimo. Due aneddoti della sua vita privata me ne porsero argomento. Il primo è il suo matrimonio ideato con Isabella, figlia della Béjard, e l’altro la proibizione del Tartufo. Questi due fatti storici così bene si prestano l’uno all’altro, che l’unità d’azione osservasi perfettamente. Agl’impostori di Parigi, inviperiti contro la commedia di Molière, giunse notizia che l’autore aveva spedito al campo di Luigi XIV una domanda per ottenere il permisso di presentarla a teatro; erano dunque nel timore che gli venisse concessa la revoca della proibizione. Misi nella commedia un uomo della loro classe chiamato Pirlone, ipocrita in tutto il rigor del termine, il quale s’introduce nella casa dell’autore e scopre alla Béjard l’amore di Molière per sua figlia, a lei ignoto, persuadendola a lasciare il suo compagno e direttore. Fa lo stesso con Isabella, e le fa vedere lo stato di commediante come strada della perdizione, procurando inoltre di sedurre la Forêt, loro serva che, più sveglia delle padrone, burla chi voleva burlar lei, seducendo l’ipocrita e togliendogli mantello e cappello, dei quali fa dono a Molière, che compare in scena con le vesti stesse dell’impostore. Ebbi anche l’ardire di rappresentare nella mia commedia un ipocrita molto più espressivo di quello di Molière; bene è vero però che allora i falsi devoti avevano perduto in Italia non poco del loro antico credito. Nell’intervallo tra gli ultimi due atti della commedia si finge che sia recitato l’Ipocrita di Molière al teatro dell’Hôtel de Bourgogne; nel quinto atto tutti i personaggi della mia commedia vengono a complimentare Molière, e in questo mentre Pirlone, nascosto in uno stanzino ove aspettava la Forêt, esce suo malgrado alla vista di ciascuno, tollerando tutti i sarcasmi ben da lui meritati. Molière poi, per colmo della gioia, sposa Isabella a dispetto di sua madre, che aspirava a sposar lei il genero. In questa commedia vi sono molti particolari relativi alla morte di Molière. Baron, comico della compagnia di Molière, era figurato dal personaggio di Valerio; Leandro era il ritratto di La Chapelle, amico dell’autore conosciutissimo nella sua storia; ed il conte Lasca rappresentava uno di quei Piemontesi che giudicavano le composizioni teatrali senza averle vedute, mettendo a confronto male a proposito il veneziano con l’autore francese, che è quanto dire il discepolo col maestro. Questa commedia è in versi; benché avessi fatto tragicommedie in versi sciolti, ciò nonostante questa fu la prima commedia da me composta in versi rimati. Siccome si trattava di un autore francese che aveva molto scritto in questo stile, bisognava imitarlo; onde non trovai se non i versi chiamati martelliani, che più si accostassero agli alessandrini; di questo genere di versificazione ho fatto già parola nel capitolo XVII della prima parte delle mie Memorie.

Terminata la composizione e distribuite le parti, ne feci fare due prove; indi partii per Genova senza vederla rappresentare. I comici e alcuni altri della città erano al fatto dell’allegoria del conte Lasca, onde li avevo incaricati di darmene notizia; seppi dunque alcuni giorni dopo che la commedia aveva avuto un gran successo, che era stato perfin riconosciuto l’originale della critica, e che il medesimo si era dimostrato ingenuo a segno da confessare apertamente di averla meritata.

A Genova mi trattenni tutta l’estate, conducendovi una vita deliziosa nel più perfetto riposo. Ah quant’è dolce, specie dopo aver molto lavorato, passare qualche giorno senza far nulla! Frattanto andavamo a gran passi verso la stagione dell’autunno, e il tempo cominciava a raffrescare; ripresi dunque la strada che mi riconduceva al lavoro. Giunto a Venezia, trovai stampato il mio primo volume, e qualche denaro dal libraio; ricevei al tempo stesso un orologio d’oro, una tabacchiera dello stesso metallo e un vassoio d’argento con cioccolata, unitamente a quattro paia di manichetti di punto Venezia. Questi erano regali delle persone cui avevo dedicato le prime quattro Commedie.

Alcuni giorni dopo arrivò anche Medebac, e mi parlò molto del successo del Molière a Torino: e siccome avevo gran desiderio di vederlo rappresentare, andò in scena a Venezia nell’ottobre 1751. Questa commedia conteneva due novità in una: il soggetto e la versificazione. Infatti i versi martelliani erano già in dimenticanza, poiché la monotonia della cesura e la rima troppo frequente e sempre accoppiata avevano disgustato le orecchie italiane, nel tempo in cui viveva ancora il loro autore; onde tutti erano preoccupati contro di me, che pretendevo di far rivivere un genere di versi già proscritto. L’effetto però smentì la preoccupazione; i miei versi piacquero quanto la rappresentazione; dimodochè per voce pubblica il Molière ebbe posto accanto alla Pamela.

CAPITOLO XIII.

Il padre di famiglia, commedia di tre atti. - Analisi di questa commedia.

- L’Avvocato veneziano. - Suo compendio. - Il Feudatario, suo estratto.

- La Figlia obbediente. - Singolarità dei suoi episodi.

Se mi fosse lecito dar giudizio del valore della mia composizioni, direi sicuramente molte cose a favore del Padre di famiglia, di cui adesso sono per dar conto; ma non giudicando le medesime che in conseguenza della decisione del pubblico, non posso collocarlo se non nella seconda classe delle mie commedie. Infatti, lavorato questo importante soggetto con tutta la premura che osservazioni e zelo mi avevano ispirato, ero perfin tentato d’intitolarlo la Scuola dei padri; ma non toccando far scuola che ai grandi maestri, potevo forse ingannarmi come l’autore della Scuola delle vedove. Vedute da me nel mondo madri compiacenti, matrigne ingiuste, figli mal allevati e precettori pericolosi, non feci altro che riunire in un sol quadro tutti questi oggetti diversi delineando al vivo, nella natura di un padre saggio e prudente, la correzione del vizio e il vero esempio della virtù. Vi è poi in questa commedia un altro padre, che formando l’episodio produce l’intreccio e porta allo scioglimento. Questi ha due figlie, una allevata in casa e la seconda da una zia, in cui è raffigurato allegoricamente il convento; giacchè in Italia non è permesso di pronunciare sul teatro questa parola. La prima figlia è riuscita benissimo e l’altra ha tutti i difetti possibili, nascosti sotto il manto dell’ipocrisia. Era mia intenzione dar la preferenza all’educazione domestica, e il pubblico lo intese benissimo e approvò.

A questa commedia critico-morale feci succedere un soggetto pure importante e virtuoso che incontrò infinitamente, e fu dal pubblico collocato nella classe delle mie prime produzioni. Questo è l’Avvocato veneziano. È vero che nella commedia dell’Uomo prudente avevo dato saggio del mio antico stato di criminalista in Toscana; ma con questa volli rinfrescare la memoria ai miei compatrioti, che ero stato avvocato civile anche a Venezia. Alberto deve portarsi a difendere una causa a Rovigo, capitale del Polesine negli Stati di Venezia. Arriva in questa città, e le sue conoscenze lo introducono nelle buone conversazioni, nelle quali s’imbatte in Rosaura, che è l’avversaria di Florindo suo cliente; Alberto trova bellissima e amabile questa signorina, e se ne innamora. Un giorno Florindo si reca in casa del suo avvocato, lo trova occupato nel suo affare, e si trattiene a discorrere con lui sopra le ragioni della parte contraria. Alberto non ne fa caso alcuno, ed è sicuro della vittoria. Intanto dà negli occhi a Florindo una tabacchiera, che si trova sul tavolo dell’avvocato; l’apre casualmente, vi vede il ritratto di Rosaura ed entra subito in diffidenza del suo difensore. Alberto però, sincero quanto intrepido, confessa la sua passione e procura di porre in calma l’animo agitato di Florindo, accertandolo della sua probità. Con tutto questo il cliente non pare troppo contento; Alberto allora impiega tutta la sua eloquenza per fargli capire che, nel caso in cui si trovano, l’onore dell’avvocato è nelle mani del cliente, e per conseguenza il difetto di fiducia da parte sua gli farebbe perdere reputazione. Florindo resta convinto e si arrende. Si presentano davanti al giudice la parti litiganti, e Alberto difende la causa con tutta la forza ed energia che può ispirargli l’onore e il dovere; vince la lite e rende infelice la sua bella. Rosaura aveva un amante che l’avrebbe sposata, se fosse stata ricca, ma l’abbandona nel vederla soccombente. Alberto peraltro, dopo aver adempiuto il suo dovere, appaga l’inclinazione del suo cuore, e siccome fu strumento della rovina di Rosaura, le offre la mano, la sposa, e divide seco la sua fortuna. Tutti furon contenti della mia commedia; i miei confratelli poi, assuefatti a veder la toga posta in ridicolo in tutte le antiche commedie dell’arte, erano molto soddisfatti della bella comparsa ond’io l’onorai. Ciò nonostante i maligni non lasciarono di avvelenare l’intenzione dell’autore unitamente al buon esito della commedia. Uno fra gli altri gridava ad alta voce che la mia commedia non era se non una critica agli avvocati, che il mio protagonista poteva dirsi un essere immaginario, giacchè non se ne trovava uno sul registro che fosse capace d’imitarlo: avevo mostrato il carattere dell’avvocato incorruttibile per far spiccare la debolezza e avidità di tanti altri che non lo sono; nominando inoltre quelli di maggior grido per il loro ingegno, come i più da temersi per la probità. Forse si stenterà a credere che l’autore della critica fosse di quel medesimo corpo rispettabile, ma il fatto purtroppo è questo. Quest’uomo audace ebbe perfino l’imprudenza di vantarsene; ma fu punito col disprezzo universale e forzato a mutar professione.

Passiamo ora di volo da questa felice commedia a un’altra che non fu meno fortunata: Il Feudatario, il cui soggetto principale è un’erede presuntiva di un feudo caduto in altre mani. Le differenze insorte fra la giovane erede e il possessore della terra in questione vengono accomodate col matrimonio dei due; ma vi sono incidenti molto attraenti, e la commedia è ravvivata da alcune scene e da caratteri del tutto nuovi e originali. I sindaci della comunità di Montefosco aspettano il nuovo signore che deve andare a prender possesso della sua terra; procurano perciò di adunare tutti i ricchi fittuari e lavoratori del loro villaggio, mettono insieme il discorso per il ricevimento, e salgono al castello, ove trovano madre e figlio. La vista della marchesa li turba, perché non han preparato verun complimento per lei; onde, essendo indecenza non indirizzarle parola, chiedono tempo e il ricevimento è rinviato. Le donne pure vanno in gala a fare la corte alla marchesa, da cui ricevono rinfreschi dei quali non hanno idea: prendono il caffè senza mettervi zucchero, e trovan la bevanda detestabile; la cioccolata sembra loro migliore, e la bevono alla salute della padrona. Questa provvista di caratteri ridicoli fu da me fatta pochi anni avanti a Sanguinetto, feudo del conte Leoni nel Veronese, quando vi fui condotto da questo signore per compilarvi un processo verbale. Veramente non saprei dire se questa commedia abbia in sostanza lo stesso merito del Padre di famiglia; è bensì certo che ebbe molto successo, e che in conseguenza della decisione dei miei giudici mi trovo in dovere di rispettarla. Il medesimo caso avvenne alla Figlia obbediente, inferiore a mio parere al Padre di famiglia; essa incontrò quanto la commedia precedente. Rintracciando la causa di questo fenomeno, non saprei trovarla che nella leggiadria comica, di cui le due ultime abbondano, laddove il principal merito dell’altra consiste nella morale e nella critica. Questo prova che generalmente piace assai più il divertimento dell’istruzione. In questa commedia però il soggetto primario non è molto importante, mancando esso di sospensione e prevedendosi la catastrofe fino dal principio dell’azione; onde tutta la sua buona sorte dipende dagli originali episodi comici.

Rosaura, figlia di Pantalone, sacrifica il suo amore al rispetto che deve al padre, il quale, benchè non condanni la diversa inclinazione della figlia, pure nell’assenza del suo amante contrae impegno con un ricco forestiero, ed è schiavo della sua parola. Il personaggio cui Rosaura è destinata dal genitore è di carattere così singolare, che si sarebbe forse trovato favoloso e quasi impossibile, se non si fosse conosciuto l’originale. Nelle sue stravaganze però non vi era nulla che facesse torto ai costumi e alla probità; anzi era nobile, giusto e generoso, ma il suo modo di condursi, i colloqui per monosillabi, le prodigalità a contrattempo e le bizzarre osservazioni, benchè sensate, lo rendevano assai comico e facevano parlare molto di lui. Potevo perder di vista un simile originale? Lo rappresentai dunque qual era, sempre però decentemente, in modo che anche le persone cui era noto e che avevan per lui affezione, non ebbero il minimo motivo di lagnarsi di me. Un altro personaggio poi, meno nobile ma non meno comico, contribuì sommamente alla vivacità di questa commedia. Era il padre di una ballerina che si gloriava della ricchezza della figlia, frutto - diceva - dell’ingegno della ragazza senza oltraggio alla sua virtù. Una volta, a Bologna, mi ero ammalato. Quest’uomo veniva a trovarmi durante la convalescenza, né d’altro mai parlava se non di prìncipi, re, magnificenze, e sempre della delicatezza di sua figlia. Andai adunque la prima volta che uscii di casa a restituirgli la visita, ma sua figlia non v’era; mi mostrò egli stesso tutte le argenterie: - Vedete, vedete, andava gridando, ecco vassoi d’argento, zuppiere d’argento, piatti d’argento; è d’argento anche lo scaldino; tutto è d’argento a casa nostra. - Si potevano mai trascurare il padre contento, la figlia felice, la virtù ricompensata?

Quest’episodio fa ottima lega nella commedia con quello dell’uomo stravagante; ambedue concorsero al buon incontro della Figlia obbediente, che sposa l’amante al solo scopo di soddisfare il desiderio del padre. Questa commedia fu applaudita, fu ripetuta, e chiuse la stagione dell’autunno 1751.

CAPITOLO XIV.

La Serva amorosa. - La Moglie di buon senso. - I Mercanti e Le Donne gelose.

- Quattro commedie in tre atti in prosa. - Loro compendio. - Buon successo.

Nei giorni di riposo a motivo della novena del Natale, successe un avvenimento assai felice per Medebac, né meno piacevole per me.

Marliani, Brighella della compagnia, aveva moglie. Essa, che aveva fatto la ballerina di corda come lui, era una giovane veneziana molto bella, molto amabile, piena di vivacità e ingegno, e che manifestava disposizioni felicissime per la commedia. Lasciato il marito per alcune giovanili scapataggini, dopo tre anni tornò a riunirsi con lui e prese la parte di servetta sotto il nome di Corallina nella compagnia Medebac. Ella era tutta grazia e recitava la parti di servetta; non trascurai dunque di adoprarmi per lei, presi cura della sua persona e composi una commedia per la sua prima recita. La signora Medebac mi suggeriva idee stupende, tenere, o di comicità semplice e intelligente; e la signora Marliani, con la sua vivacità e naturale accortezza, dava nuovi impulsi alla mia immaginazione, risvegliandomi il coraggio di lavorare in quel genere di commedie che richiede appunto artificio e finezza. Incominciai con la Serva amorosa, cioè la serva di generoso carattere, giacché l’aggettivo amoroso in italiano si adatta tanto all’amicizia quanto all’amore. Corallina dunque, giovane vedova, in passato serva di Ottavio, vecchio negoziante veneziano, affezionata per pura amicizia e senza interesse alcuno a Florindo, figlio di primo letto dell’antico padrone, lo ospita in casa sua prendendosi cura con tutto il cuore di questo disgraziato giovane, scacciato per istigazione di un’avida e barbara matrigna dall’abitazione paterna. Non è tutto. Florindo ama Rosaura, unica figlia di Pantalone, e ben conosce l’inclinazione della ragazza verso di lui; ma la severità del padre lo pone fuori d’occasione di ammogliarsi, e d’altra parte si crede in obbligo di sposar Corallina per debito di riconoscenza. La virtuosa donna lo disinganna circa il timore di dispiacerle ammogliandosi con un’altra; e poi tanto si adopra, che finalmente persuade Pantalone a concedere a Florindo la propria figlia, quando rientri nella casa paterna. Per conseguir quest’intento, bisogna guadagnarsi la confidenza di Ottavio e distruggere tutti gli artifici e le calunnie di una femmina malvagia e molto amata dal marito. Corallina vi riesce a meraviglia; Ottavio, convinto della falsità della moglie, riconosce appieno l’innocenza del figlio, e a favore di lui rivolge il proprio testamento. Questa commedia riportò un completo incontro; Corallina fu sommamente applaudita, ma divenne per la signora Medebac una rivale formidabile. In tale condizione era assolutamente necessario accontentare la moglie del direttore, essendo troppo giusto sostenere e appagare quest’attrice, che per tre anni era stata la principal colonna del nostro edificio.

A tale scopo attesi subito a una commedia espressamente lavorata per lei, ch’era la Moglie saggia. La contessa Rosaura ha la disgrazia di avere un marito brutale, spregiatore della dolcezza della moglie e cicisbeo della marchesa Beatrice, cattiva quanto lui. Si andava generalmente dicendo per Venezia, che la prima scena di questa commedia era un capolavoro. Essa presentava l’anticamera della marchesa, nella quale si vedevano alcuni servitori che bevevano il miglior vino di casa e facevano al vivo il ritratto dei padroni, che avevan là cenato; lacerandoli con le loro maldicenze, informavano il pubblico del soggetto della commedia e dei caratteri dei personaggi. La contessa Rosaura faceva tutto il possibile per guadagnare il cuore del consorte, ma quest’uomo duro e senza senno preferiva, alle carezze di una moglie amabile, il pazzo orgoglio d’una cicisbea imperiosa e piena di capricci. Un giorno Rosaura prende partito di andare ella stessa a fare una visita alla marchesa, a cui pone sotto gli occhi, con tutta la possibile decenza, i disgusti che è forzata a soffrire, pregandola di compiacersi di adoprare tutto il suo credito presso il conte per impegnarlo a renderle un po’ più di giustizia. Beatrice, che non è sciocca, comprende subito le intenzioni della contessa, e se la cava con espressioni vaghe e complimenti. Essa però sfoga col conte tutto il suo furore e malanimo, e lo istiga a tal segno, che finalmente lo determina a disfarsi della moglie. Il marito crudele concepisce pertanto il barbaro disegno di avvelenarla; per buona sorte la contessa n’è avvertita e lo inganna, facendogli credere di aver trangugiato la micidiale bevanda; onde parla al medesimo come una vittima spirante, che sempre però lo ama e gli perdona. Il conte, penetrato e pentito, confessa i suoi falli e grida aiuto per richiamare in vita la cara consorte; compare allora la cameriera, che si accusa di aver saputo il segreto, di aver barattata la boccetta e di aver così, a dispetto del padrone, salvato la vita alla signora. Egli, rapito dalla gioia, abbraccia di cuore la moglie, ricompensa la cameriera, detesta la marchesa e ne prende congedo immediatamente. Ecco il felice scioglimento della commedia, che fu generalmente e costantemente applaudita, ed ecco la signora direttrice guarita dalle convulsioni che la gelosia le aveva procurato.

Avendo fatto fare una magnifica figura alla vecchia e alla nuova attrice, non bisognava dimenticarsi del Collalto, eccellente ed essenziale attore quanto le sue compagne. Egli aveva avuto parte nei Due Gemelli, ma non era riuscito bene quanto Darbes, suo predecessore, per cui era stata composta la commedia. Immaginai dunque per questo nuovo attore una commedia dello stesso genere, mettendo in scena Pantalone padre e Pantalone figlio; il primo con la maschera, l’altro a viso scoperto, e ambedue nel medesimo costume. Questa commedia aveva per titolo, nella prima origine, I due Pantaloni, ma attesa la difficoltà d’incontrare in seguito due attori abili quanto Collalto, mutai nello stamparla questi due personaggi, dando il nome di Pancrazio al padre e quello di Giacinto al figlio, e facendoli entrambi parlar toscano. Con questa mutazione guadagnai la possibilità di farli comparire insieme sulla scena; avevo per necessità dovuto evitarlo, quando sosteneva le due parti un solo attore. La commedia, quanto alla meraviglia di vedere un sol uomo in due personaggi, scapitò assai, ma la composizione è sempre la stessa, e mi accingo appunto a dir qualche cosa relativamente alla sua nuova forma, nella quale fu intitolata I Mercanti. Pancrazio, negoziante veneziano, ha un amico intimo che esercita la stessa professione ed è un olandese molto ricco, chiamato Rainemur, abitante lo stesso paese insieme a Giannina sua figlia, sommamente istruita e giudiziosa. Giacinto, figlio di Pancrazio, è portato ai divertimenti e ai piaceri, senza però esser libertino. S’innamora di Giannina, ne è corrisposto, e lo sarebbe ancor più se avesse buon senso quanto la sua bella: ella stessa però si prende a cuore di correggerlo, ottiene l’intento, e lo sposa. Ecco tutta la sostanza e lo scioglimento della commedia; i caratteri opposti del padre e del figlio, unitamente all’interposizione dell’amico olandese, producono scene assai piacevoli. Non potrei darne i particolari senza passare i limiti propostimi in queste Memorie, onde mi contenterò solamente di dire che la commedia felicissima nell’esito coll’illusione de’ due Pantaloni, non lo fu meno in parecchi teatri d’Italia, recitata come si vede stampata.

Ero pertanto contentissimo della riuscita di tre commedie date nel corso di un carnevale; ma avvicinandosi a gran passi la fine dell’anno comico, era necessario chiudere la stagione con qualcosa che divertir potesse le persone che non concorrono agli spettacoli se non negli ultimi giorni, senza disgustare d’altro canto quelli che lo frequentano tutto l’anno. Avevo provveduto per tempo; già da un mese avevo composto una commedia a questo scopo. Il titolo era Le Donne gelose, commedia all’uso di Venezia. Il principale personaggio è una giovane vedova chiamata Lucrezia, che ha la sorte di vincere di tempo in tempo al gioco del lotto, e che con tal mezzo fa molta più figura di quello che le permetta il suo stato. Questo è un primo motivo di gelosia e maldicenza per le sue vicine e conoscenti; ma ve ne sono anche altri più efficaci. Mariti, padri di famiglia innamorati, vanno a casa di Lucrezia, gli uni per consultarla sopra i buoni o cattivi numeri del lotto, e gli altri per prendere a nolo abiti da maschera sopra i quali essa fa un piccolo traffico. È la gelosia un animale di cento teste, fra le persone di basso ceto in special modo. Gli uomini hanno un bel dire e un bel fare; dalle rispettive mogli sono contati tutti i loro passi, interpretate sinistramente tutte le loro parole, e riguardate come infedeltà le loro pìù semplici azioni; Lucrezia è la bestia nera del quartiere. Ella però nulla teme, si difende a meraviglia con la sua avvedutezza, col mezzo dei servizi che rende e con le prove più convincenti della sua onestà; in una parola giunge a umiliare e confondere le maldicenti, obbligando le gelose nemiche al silenzio.

Questa commedia produsse il miglior effetto; la parte di Lucrezia, sostenuta da Corallina, fu rappresentata con tanta verità ed energia, che la composizione ebbe il successo più splendido. Tanto peggio per la signora Medebac; la povera donna ricadde subito nelle solite convulsioni.

CAPITOLO XV.

Viaggio a Bologna. - Fortunata relazione con un senatore di questa città.

- Sue gentilezze a mio riguardo. - I Bisticci domestici commedia in tre atti.

- Suo bel successo - Il Poeta fanatico, commedia in tre atti. - Sua storia. - Suo giudizio.

Le ipocondrie della signora Medebac avevano quasi quasi risvegliato anche le mie; con questa differenza però, che ella era malata solamente d’animo, io invece di corpo. Ancora mi risentivo, come purtroppo sempre mi sono risentito, del lavoro di sedici commedie. Avendo bisogno di mutar aria, andai con i miei comici a Bologna. Arrivato in questa città, vado nel caffè posto in faccia alla chiesa di San Petronio, entro a tutti ignoto, e alcuni minuti dopo compare un signore del paese, che indirizzando il discorso verso un tavolino attorniato da cinque o sei persone di sua conoscenza, dice loro in buon linguaggio bolognese: - Sapete, amici miei, che cosa c’è di nuovo? - Che mai? - gli vien da tutti risposto. - Abbiamo per novità che or ora è arrivato Goldoni. - Per me è lo stesso, dice uno. - Che importa a noi? risponde l’altro. - Il terzo però con maggior convenienza: - Se così è lo vedrò con piacere. - Oh! oh! che bella cosa da vedersi, replicano tosto i primi due. - Questi, soggiunge l’altro, è pur l’autore di quelle belle commedie. - Viene a un tratto interrotto il discorso da una persona, che non aveva ancora parlato, e che grida ad alta voce: - Certo, certo, Goldoni è un grande autore, un autor sublime, che ha soppresso le maschere e rovinato l’arte comica. - In questo medesimo istante appunto giunge il dottor Fiume, che dice, venendo di slancio ad abbracciarmi: - Benvenuto, benvenuto, caro Goldoni! - La persona che aveva manifestato la voglia di conoscermi mi si accosta, e gli altri sfilan via uno dopo l’altro senza proferir parola. Questa scenetta mi divertì moltissimo; frattanto rividi con piacere il dottor Fiume, che pochi anni prima era stato mio medico, usai garbatezze al gentile bolognese, che aveva avuto un poco più di buona opinione di me, e tutti insieme andammo a casa del senatore di Bologna, marchese Albergati Capacelli. Questo signore, conosciutissimo nella repubblica delle lettere per la traduzione di parecchie tragedie francesi, per alcune buone commedie del suo sacco, e soprattutto per l’apprezzamento di Voltaire, aveva, oltre il sapere e il suo bel genio, le migliori qualità per la declamazione teatrale, potendosi dire che non vi fosse in Italia comico o dilettante capace di sostenere come lui le parti eroiche nella tragedia, e quelle di amoroso nella commedia. Era insomma la delizia del suo paese, ora a Zola, ora a Medicina, sue terre; recitavano con lui attori e attrici, amici suoi, che egli animava con la sua intelligenza ed esperienza. Ebbi dunque la fortuna di contribuire ai suoi piaceri componendo cinque commedie per il suo teatro, delle quali renderò conto al termine di questa seconda parte. Il signor Albergati ebbe sempre molta bontà e amicizia per me; infatti alloggiavo in sua casa ogni volta che andavo a Bologna, né mai si è scordato di me, anche nel tempo dell’attuale nostra lontananza, avendomi perfino diretto ultimamente una delle sue commedie, preceduta da una graziosa lettera per me onorevolissima.

Nel mio soggiorno a Bologna non perdetti tempo, poiché lavorai per il mio teatro e composi una commedia intitolata I puntigli domestici, con la quale fu aperto a Venezia l’anno comico 1752. In questa commedia compaiono persone di qualità. Vi è una vedova con due figli, unitamente al cognato, capo della famiglia. Tutti sono assennati, si amano a vicenda e sembrano fatti per godere la più dolce tranquillità; ma i servi di casa, sempre in conflitto, anzi litiganti per vocazione, procurano di trascinare i padroni nelle contese domestiche; perciò comincia negli uni e negli altri a montare la discordia, e il disordine aumenta a segno che si arriva a parlare di separazione. Un avvocato li tormenta e consiglia sempre di far causa. S’adopera per la loro pace un comune amico, il quale per primo articolo di conciliazione propone di metter fuori i servitori. Questo punto incontra molta difficoltà, poiché ogni padrone vorrebbe tenere il suo, ma alla fine dei conti questo è l’unico espediente per ristabilir la pace. Si rinnova la servitù, e così cessano tutte le differenze e i padroni si riconciliano senza difficoltà. Avevo messo insieme la sostanza della commedia in parecchie conversazioni, che avevo ben conosciuto esser guastate dalla troppa propensione per i domestici. Ebbi sommo piacere di veder applaudire una morale utilissima, a mio parere, per le famiglie che vivono sotto il medesimo tetto.

Da questo piacevole soggetto passai a un altro molto comico. Mi si era presentato un uomo molto ricco che, avendo un’unica figlia giovane, bella e piena di disposizioni felicissime per la poesia, ricusava di maritarla per la sola ragione di voler godere da solo i pregi di questa graziosa musa. Teneva di tempo in tempo in casa sua alcune adunanze letterarie, e tutti vi concorrevano con piacere, al solo scopo di vedere la figlia, il cui padre era di un ridicolo insoffribile. Mentre la fanciulla recitava versi, quest’uomo infatuato stava in piedi, guardava a diritta e sinistra, intimava silenzio, s’inquietava se si starnutiva, reputava indecenza prendere tabacco, e faceva tanti gesti e smorfie che si faceva fatica a trattener le risate. Terminato il canto, il padre era il primo a batter le mani; poi usciva dal circolo e, senza riguardo per i poeti che recitavano le loro composizioni, andava dietro la sedia di ognuno dicendo sfacciatamente ad alta voce: - Avete sentito mia figlia? Eh! Eh! che ne dite voi, eh? Vi corre pur tanto da questi! - Io stesso mi sono imbattuto parecchie volte in simili scene, anzi l’ultima in cui mi trovai finì male, perché gli autori vennero sul serio a contesa fra loro, e lasciarono il posto molto bruscamente. Inoltre questo padre fanatico voleva andare a Roma, per far coronare sua figlia in Campidoglio. Gli fu impedito dai parenti, ci si mescolò persino il governo; onde la signorina fu maritata a suo dispetto, e quindici giorni dopo egli cadde malato e il dispiacere lo tolse di vita. Da questo aneddoto ricavai una commedia intitolata Il Poeta fanatico, dando al padre ora il buono e ora il cattivo gusto della poesia, per diffondere così maggior brio nella composizione; bene è vero però, che questa commedia non è paragonabile con la Metromania di Pirone, anzi può assolutamente dirsi una delle mie più deboli commedie. Ciò non ostante ebbe a Venezia qualche successo, ma dovette questo vantaggio alle grazie di cui fu da me rivestito il soggetto principale. Collalto recitava da giovane improvvisatore, e piaceva moltissimo per la leggiadria del suo canto nella recita dei suoi versi. Brighella servitore era poeta egli pure, con versi buffi e uscite burlesche; con tutto ciò una commedia senza sentimento, senza intreccio e senza sospensione, malgrado i bei particolari, non può essere assolutamente se non un cattivo lavoro. Perché dunque è stampata? Perché i librai s’impadroniscono arbitrariamente di tutto, senza prima consultar gli autori viventi.

CAPITOLO XVI.

Avviso a Medebac della nostra separazione per l’anno seguente. - Impegno col proprietario

del teatro San Luca. - La Locandiera, commedia in tre atti senza maschere. - Magnifico successo.

- Convulsioni della signora Medebac. - L’Amante militare, in tre atti. - Buon successo.  Le Donne curiose,

- commedia in tre atti, ultima del mio impegno con Medebac. - Allegoria di questa commedia. - Buon successo.

- Tre nuove commedie date a Medebac nell’atto della separazione. - Loro titoli e argomenti.

Giunti alla novena del Natale del 1751, era tempo di ricordare al Medebac che eravamo vicini al termine del nostro impegno, e di avvertirlo che non contasse più su di me l’anno dopo. Gliene tenni io stesso proposito all’amichevole e senza formalità, ed egli rispose con molta garbatezza che n’era dolentissimo, ma che d’altro canto ero padrone della mia volontà. Adoperò bensì tutti i mezzi possibili perché restassi con lui, mi fece parlare da parecchie persone, ma la mia risoluzione era già presa; onde in quei dieci giorni di riposo aprii trattato con sua eccellenza Vendramin, nobile veneziano proprietario del teatro San Luca. Siccome dovevo tuttavia lavorare per quello di Sant’Angelo fino al chiudersi dell’anno comico 1752, adempii al mio dovere e diedi al direttore più composizioni di quanto vi fosse tempo per far rappresentare; gliene rimasero alcune di cui si valse dopo la nostra separazione.

La signora Medebac era sempre malata, e le sue ipocondrie divenivano ogni giorno più incomode e ridicole; piangeva e rideva al tempo stesso, urlava, faceva mille. La sua famiglia la credè persino indemoniata; onde fecero venire alcuni esorcisti che la caricarono di reliquie, con i quali devoti monumenti ella si baloccava e scherzava, come farebbe un bambino di quattro anni. Vedendo la prima attrice nell’assoluta impotenza di esporsi sul teatro, feci per l’apertura del carnevale una commedia appoggiata tutta sulla servetta. La signora Medebac cominciò ad alzarsi la mattina di Natale, manifestando un sufficiente stato di salute; ma quando seppe che si era pubblicata per il giorno dopo, nell’affisso, La Locandiera, commedia nuova fatta espressamente per Corallina, andò subito a rimettersi a letto, con convulsioni di tal nuova invenzione che facevano impazzire la madre, il marito, i parenti, i domestici. Il 26 dicembre aprimmo dunque gli spettacoli con La Locandiera. Questa parola viene da locanda, che in Italia significa quel che in francese si dice hôtel garni. Veramente in francese non vi è termine proprio per indicare l’uomo o la donna che tien locanda; se si volesse tradurre questa commedia in francese, bisognerebbe desumerne il titolo dal carattere, e questo senza dubbio sarebbe La Femme adroite. Mirandolina dunque tiene locanda a Firenze, e mediante il suo ingegno e le sue buone grazie vince, anche senza volerlo, il cuore di tutte le persone che alloggia in sua casa. Di tre forestieri che albergano nella locanda, due amano la bella locandiera e il terzo, che è il cavalier di Ripafratta, non suscettibile di affetto per le donne, tratta Mirandolina sgarbatamente e deride la debolezza dei suoi compagni. Contro quest’uomo rozzo e selvaggio appunto essa dirige tutte le sue batterie; in cuore non lo ama, ma è punta e vuole assolutamente, per amor proprio e per onore del suo sesso, vederlo sommesso, punito e umiliato. Incomincia ad adularlo in bella maniera, fingendo di approvar pienamente il suo costume e il disprezzo per le donne: affetta ella pure disprezzo per gli uomini, e detesta i due forestieri che la importunano. Solo nell’appartamento del cavaliere figura di entrare con piacere, sicura di non essere annoiata da ridicole sciocchezze. Con quest’artificio acquista subito la stima del cavaliere che l’ammira, la crede degna della sua confidenza e la guarda come una donna di buon senso, dando tutti i segni di vederla con piacere. Profitta l’accorta Locandiera di momenti così favorevoli, e raddoppia le attenzioni per lui. Intanto l’uomo duro incomincia a concepire qualche sentimento di riconoscenza; diviene amico della donna che trova singolare e rispettabile. S’annoia se non la vede, la va a cercare; alle corte, se ne innamora. Ecco Mirandolina al colmo della soddisfazione. Ma la sua vendetta non è ancora completa; si propone di vederlo ai suoi piedi, ed essendovi giunta lo tormenta, lo pone in desolazione, lo rende disperato e, per meglio terminar la scena, sposa sotto i suoi occhi un uomo del suo stesso ceto cui aveva dato parola da molto tempo. Il successo di questa commedia fu sì strepitoso, che fu messa a confronto e quasi al disopra di quel che avevo fatto in questo genere, in cui coll’artificio supplisco alla assenza di un vero interesse.

Si stenterà forse a prestar fede, senza leggerla, che l’idea, la condotta ed il trionfo di Mirandolina siano verosimili nel corto spazio di ventiquattr’ore. Mi adularono forse in Italia, ma pure mi si fece credere che non avessi mai fatto nulla di più naturale e meglio condotto, e dicevano esser l’azione completa e sostenuta perfettamente. In conseguenza della gelosia fomentata nell’animo della signora Medebac dai significanti progressi di Corallina, quest’ultima rappresentazione avrebbe dovuto metterla sotterra, ma siccome le sue fisime erano di una specie particolare, lasciò il letto due giorni dopo e chiese di troncare il corso alle rappresentazioni dalla Locandiera e rimettere in scena la Pamela. Il pubblico non aveva più per essa simpatia; ma siccome il direttore non credette di potersi opporre al desiderio della moglie, ricomparve sul teatro la Pamela, dopo la quarta rappresentazione di una commedia nuova che aveva successo. Queste sono le solite guerricciole, che seguono dove il dispotismo si prende gioco della ragione. Per me non avevo da dir nulla; si trattava di due mie figlie, ed ero tenero padre sì dell’una come dell’altra.

Dopo alcune recite della Pamela era giusto che toccasse parlare anche a me; onde feci vedere al direttore, che avevamo ancora alcune nuove commedie da dare, e non conveniva soddisfare i capricci a scapito del proprio vantaggio. Mi fu dato orecchio e andò in scena per la prima volta l’Amante militare, da me immaginato in seguito alle cognizioni acquistate nelle guerre del 1732 e del 1740. Don Alonso, alfiere in un reggimento spagnuolo, nel tempo del quartiere d’inverno, si trova albergato in casa di Pantalone, negoziante veneziano, e diviene amante dell’unica figlia del suo buon ospite.

In don Alonso avevo dipinto il carattere dei savi e onorati ufficiali da me conosciuti, e nel don Garcias, luogotenente della medesima nazione, feci la copia di quelli che si fan lecita qualche giovanile scapataggine. Il nerbo principale della commedia consiste negli amori di don Alonso e Rosaura, nella prudenza dell’uno, nel timore dell’altra. Mentre si trovavano un giorno da solo a sola, il tamburo annuncia la partenza. Nell’atto stesso don Alonso lascia la sua bella, né servono a fermarlo pianti, carezze e preghiere. Torna dopo avere adempiuto il suo dovere e il generale, che fa molto caso di un giovane militare fornito d’onore e di coraggio, non gli nega il permesso di ammogliarsi. Questa commedia ebbe tutto l’incontro che poteva mai desiderarsi, e fu dal pubblico annoverata nella classe delle mie più felici composizioni. Eccovene però un’altra che si sublimò anche di più, e nella quale Rosaura e Corallina sostennero di concerto due parti quasi eguali, senza poter decidere quale delle due riscuotesse maggior applauso. Questa fu Le Donne curiose, commedia che, sotto un titolo mascherato, altro in sostanza non figurava se non una loggia di Liberi Muratori.

Essendo Pantalone, negoziante veneziano, alla testa di una brigata di persone del suo stesso ceto, prende a pigione una casetta nella quale spesso adunasi questa compagnia per desinare, cenare e tener discorso sopra affari o novità del giorno. Ne sono escluse le donne; ed ecco quanto basta per renderle curiose, sospettose, impazienti. Le une pensano che vi si giochi di grosso, altre che vi si facciano prove per la ricerca della pietra filosofale, e le ultime sostengono finalmente che si ricusa di condurvi la proprie donne, perché ve ne hanno di forestiere. Riesce loro pertanto di guadagnare il servitore di Pantalone, che volentieri si presta al desiderio della padroncina, e promette di introdurla con le sue amiche nel casino del padrone. Prende costui l’impegno di commettere un’imprudenza, nella speranza che da ciò sia forse per ridondar più bene che male, né s’inganna. Infatti fa entrare nell’appartamento del gran segreto le donne curiose, e le nasconde in uno stanzino da cui possono vedere e sentir tutto comodamente. Vedono dunque e senton tutto, e nulla scorgono di male; onde alla metà della cena escon fuori e vanno di corsa ad abbracciare i loro padri, i fratelli e i mariti. Il servitore n’è sgridato, ma in fin dei conti non dispiace ai padroni che siano disingannate su tal punto le loro donne, trovandosi così nel caso di godere più in pace innocenti piaceri. Questa commedia fu estremamente applaudita. I forestieri ne riconobbero tosto il mistero, e i Veneziani dicevano, che se Goldoni avesse veramente indovinato il segreto dei Liberi Muratori, l’Italia avrebbe fatto male a proibirne l’adunanze. Con Le Donne curiose si chiuse l’anno comico, e questa fu la composizione che compì l’impegno col Medebac. Siccome avevo pronte tre altre commedie, regalai anche queste con tutto il buon animo al direttore nel momento della nostra separazione. La prima era La Castalda, commedia di tre atti. La Castalda ora è la casiera di un’abitazione di campagna, ora la giardiniera, ora la moglie del giusdicente, e alcune altre volte la donna di basso servizio. Corallina riunisce in sé tutti gli uffici che riguardano gl’interessi di Pantalone, e termina col diventar padrona di casa sposandolo. La seconda ha per titolo Il Contrattempo, o Il Ciarlone imprudente, commedia in tre atti. È una dolce e utilissima scuola diretta a evitare i pericoli dell’imprudenza e delle ciarle, poiché Ottavio, uomo di un certo merito e che non manca d’ingegno, perde la sua fortuna a causa di alcuni sconsiderati discorsi e uscite inopportune. La terza è La Donna vendicativa, commedia in tre atti, che non è che un leggiero tratto di vendetta dell’autore. Corallina, irritatissima di vedermi partire, vedendo l’inutilità delle sue premure per ritenermi, mi giurò un odio eterno. A tale oggetto appunto usai la galante attenzione di destinar per lei la parte della Donna vendicativa; essa non volle rappresentarla, ma ebbi molto caro di corrispondere con una dolce e decente celia alla vivezza della sua collera.

CAPITOLO XVII.

Passaggio dal teatro Sant’Angelo a quello San Luca. - Mie nuove condizioni. - Fanatismo

del marito della prima attrice. - Pretese ridicole di Medebac e del libraio. - Viaggio in Toscana.

- Edizione del mio Teatro a Firenze. - Proibizione della mia edizione a Venezia. - L’Avaro geloso,

 commedia di tre atti in prosa. - Mediocre incontro. - Discorsi dei miei amici. - La Donna di testa

debole, commedia di tre atti in prosa. Sua caduta. - Osservazioni sopra l’esito di queste due commedie.

Dal teatro Sant’Angelo passai a quello San Luca, che non aveva alcun direttore; i comici si spartivano fra loro tutto il provento e il proprietario del locale, che godeva soltanto il beneficio dei palchetti, assegnava loro provvisioni in proporzione al merito e all’anzianità. Dovevo dunque trattare con questo patrizio, e rimettere nelle sue mani tutti i lavori, che mi eran sempre pagati nell’atto e prima di leggerli. I miei emolumenti erano quasi raddoppiati; avevo piena facoltà di far stampare le mie opere, né obbligo alcuno di seguire la compagnia in terraferma; perciò la mia condizione era divenuta assai più lucrosa e onorevole. Ma quale stato può mai trovarsi al mondo tanto felice, che seguito non sia da qualche amarezza? La prima attrice della compagnia si avvicinava a gran passi all’età di cinquant’anni, ed era già arrivata un’avvenente giovane fiorentina per le parti di seconda donna; onde correvo rischio di trovarmi spesso obbligato a dare le parti gravi alla giovane e quelle d’amorosa alla vecchia. La signora Gandini, ch’era la prima donna, aveva bastante senno per non permetterlo, ma suo marito dichiarò decisamente di mai e poi mai soffrire che venisse fatto il minimo torto a sua moglie. In tali occasioni il proprietario dei teatro, che aveva tutto il diritto di parlar da padrone, non ardiva dar licenza a due personaggi dei più anziani, stati un tempo di grandissimo vantaggio alla compagnia. Mi risolsi di parlare in particolare al signor Gandini, domandando a lui per quanto tempo credeva che sua moglie potesse esercitare la professione e godere dei guadagni del teatro. - Mia moglie, rispose, può fare sul teatro una bella figura ancora per dieci anni. - Ebbene, quando sia così, io risposi, ho la parola del padrone che le sarà assicurata la pensione e l’intera sua parte per lo spazio di dieci anni, promettendovi dal canto mio di farla agire e applaudire, purchè mi lasciate la libertà d’impiegarla a modo mio. - No signore, rispose bruscamente; mia moglie è prima attrice; mi farò piuttosto impiccare, che vederla degradata - e mi volse le spalle in modo assai villano. Giurai però di deluderlo, e vedrete alla terza commedia di quest’anno se mi riuscì di mantener la parola. Siccome la compagnia doveva andare a passar la primavera e l’estate a Livorno, avevo fatto conto di restare a Venezia, mia unica cura essendo la prima edizione delle mie opere. Pubblicati già dal libraio Bettinelli i primi due volumi, andai a portargli anche il manoscritto del terzo; ma quale non fu la mia meraviglia, quando quest’uomo flemmatico mi disse con maniere fredde, anzi ghiacciate, che non poteva ricevere da me i miei originali, perché li ritirava da Medebac, a conto del quale appunto andava ormai il proseguimento della mia edizione!

Riavuto dal mio stupore, facendo succedere allo sdegno la calma: - Amico, gli dissi, siate cauto; voi non siete ricco, e avete figli; non vogliate andare incontro alla vostra perdita, né mi astringete a procurarla. - Egli insiste. Bettinelli, cui forse troppo di leggeri avevo acconsentito di concedere la privativa della stampa delle mie opere, era certamente stato subornato con denaro, onde in tal condizione mi trovavo costretto a combatter contro Medebac, dal quale era contrastata la proprietà delle mie composizioni, e nel tempo stesso contro il libraio, già in possesso della facoltà di pubblicarle. Avrei vinto senz’alcun dubbio la causa, ma bisognava litigare; e litigare è scomodo dappertutto; in questo caso presi la risoluzione più sbrigativa. Me n’andai a Firenze, e qui diedi principio a una nuova edizione, lasciando Medebac e Bettinelli nella libertà di farne un’altra a Venezia; pubblicai però un prospetto che mise entrambi in costernazione, giacchè facevo con esso la promessa di parecchie correzioni e cambiamenti. A Firenze venni indirizzato al signor Paperini, stampatore accreditatissimo e onoratissimo; in due ore restarono fissate tutte le nostre convenzioni, e in questa guisa nel maggio del 1753 andò sotto il torchio a Firenze il primo volume delle mie opere. Questa fortunata edizione di dieci volumi in ottavo, fatta per sottoscrizione con anticipo delle spese a mio carico, fu condotta fino a millesettecento esemplari e risultò interamente sottoscritta alla pubblicazione del sesto volume. Cinquecento erano i sottoscrittori di Venezia, quantunque se ne fosse perfino proibita l’introduzione negli Stati della Repubblica. Questa proscrizione delle mie opere nella mia patria comparirà, per vero dire, singolare, ma in sostanza altro non era se non un affare di commercio, poiché Bettinelli aveva trovato protezioni per far valere il suo privilegio esclusivo, e lo appoggiava anche il corpo dei librai, perché si trattava di un’edizione forestiera. Frattanto, malgrado la proibizione e le cautele dei miei nemici, ogni volta che usciva dal torchio uno dei miei volumi, partivano cinquecento copie per Venezia. Si era trovato sulle rive del Po un asilo per depositarle. Una compagnia di nobili veneziani andava a prendere il contrabbando ai confini, lo introduceva nella capitale e ne faceva a vista di tutti la distribuzione, nulla mescolandosi il governo in questo affare, che considerava più ridicolo che importante. Stando io a Firenze e i miei nuovi comici a Livorno, andavo di tempo in tempo a trovarli; anzi consegnai al primo amoroso due commedie fatte malgrado le laboriose e assidue cure della mia edizione. Ai primi d’ottobre ci riunimmo tutti a Venezia, e per prima commedia presentammo L’Avaro geloso. Mi riuscì di dipingere il protagonista di questa commedia nella sua vera natura. Fu appunto a Firenze, ove a scorno dell’umanità viveva quest’uomo, che me ne fu fatta la genuina storia e il ritratto. Costui era dominato da due vizi egualmente odiosi, e per il contrasto delle sue passioni si trovava spesso in condizioni veramente comiche. È una cosa ben bizzarra vedere un marito eccessivamente geloso ricevere un vassoio di argento con cioccolata, o una boccetta d’oro piena d’acqua odorosa, e poi tormentar la moglie per aver dato motivo ai suoi adoratori di farle simili doni. La malvagità di questo carattere è, parlando schietto, ripugnante; tuttavia la commedia si sarebbe sostenuta, se l’attore incaricato della parte principale non fosse stato per natura tanto disgraziato e sgradito al pubblico. Per una parte così cattiva credetti di far bene scegliendo un uomo che vi si adattasse per la sua magrezza, la fisonomia e la voce fessa; ma m’ingannai. Assegnata di lì a pochi anni la medesima parte al Rubini, Pantalone della compagnia, questa stessa commedia, andata a terra la prima volta che fu rappresentata, divenne una delle commedie favorite di questo attore eccellente. I miei amici non erano punto disturbati dal triste esito della mia prima commedia, e i frequentatori del teatro Sant’Angelo dicevano allegramente che mi sarei pentito d’aver lasciata una compagnia che faceva spiccare le mie composizioni.

Tali discorsi non m’inquietavano, poiché vivevo nella sicurezza d’impor silenzio a tutti con la terza commedia, benchè stessi in infinito timore per il successo della seconda ch’ero per dare. Questa fu La Donna di testa debole, o La Vedova infatuata. Donna Violante è una vedova infatuata delle sue attrattive e del suo ingegno, e che si dà grande aria di letterata. Il suo cattivo gusto però la determina sempre alle opere più screditate, fa versi che la rendono ridicola, e la sua leggerezza le fa prendere per elogi le derisioni. Troppo è sincero don Fausto perché possa piacerle: egli è sfortunato ma costante; onde col mezzo della fermezza e pazienza giunge a disingannare pienamente l’amante, si guadagna la sua totale confidenza e le fa deporre a poco a poco tutte le ridicole pretese. Alla prima recita questa commedia andò a terra; cosa da me già preveduta, ond’ebbi per mia disgrazia il rammarico di veder verificato il prognostico.

Mi accorsi troppo tardi delle condizioni sfavorevoli a me e ai miei comici: infatti essi non erano abbastanza instruiti nel nuovo metodo delle mie commedie, né io avevo avuto tempo d’insinuar loro quel gusto, tono e maniera naturale ed espressiva, che era il pregio dei comici del teatro Sant’Angelo. Un’altra cosa, da valutarsi anche più, era la maggior vastità del teatro San Luca, per cui in esso le azioni semplici e delicate, le furberie, gli scherzi, il vero genere comico, perdevano molto. Si poteva certo sperare che col tempo il pubblico si adattasse al locale, e ascoltar potesse con maggior attenzione le commedie ben condotte e prese dalla natura; ma sarebbe stato necessario imporsi con argomenti robusti, con azioni che senza esser gigantesche si elevassero sopra l’ordinaria commedia. Ecco qual era la mia prima idea; ma il carico della mia edizione non mi lasciò padrone del mio volere, e non eseguii questo colpo strepitoso, né adoprai lo sforzo d’immaginazione necessario per prender posto con onore nel nuovo teatro, in cui doveva sempre più avanzare la mia riforma e sostenere la mia reputazione, se non alla terza commedia.

CAPITOLO XVIII.

La Sposa persiana, commedia di cinque atti in versi a scena fissa.

- Estratto. - Magnifico successo.

In vista dello scopo propostomi, andavo in cerca di un argomento che potesse somministrarmi arguzie, diletto e spettacolo a un tempo stesso. A questo fine avevo sfogliato la storia delle nazioni moderne del Salmon, tradotta dall’inglese in italiano. Non vi trovai la favola che forma il soggetto della composizione che avevo disegnato; ma da questo libro esatto, istruttivo e piacevole ricavai le leggi, i costumi e gli usi dei Persiani, e dalle narrazioni particolareggiate dell’autore inglese composi la commedia a cui diedi il titolo di Sposa persiana. Il soggetto non è eroico. Un ricco finanziere d’Ispahan, chiamato Machmut, costringe suo figlio Thamas a sposar suo malgrado Fatima, figlia di Osmano, ufficiale negli eserciti del Sophi. Eccoci ai soliti accidenti delle nostre commedie: una ragazza promessa in matrimonio a un giovine che ha il cuore preoccupato per un’altra. Frattanto i nomi di Fatima, di Machmut e di Thamas annunziavano al pubblico qualcosa di straordinario; e la sala del finanziere, ammobiliata di un sofà e di guanciali alla maomettana, unitamente agli abiti e ai turbanti all’uso orientale, risvegliavano l’idea di una nazione straniera. Ciò che è straniero desta sempre curiosità. Quello poi che allontana anche di più questa commedia asiatica dalle nostre commedie ordinarie sono i serragli della casa di Machmut, uno per lui e l’altro per il figlio; costume ben diverso dagli usi d’Europa, ove padri e figli possono aver benissimo molte più donne che in Persia, non mai alcun serraglio. Thamas ha nel suo una schiava di Circassia chiamata Ircana, per cui nutre un tenero affetto: essa, orgogliosa anche in servitù, pretende che il suo amante e padrone non divida le grazie sue con verun’altra donna, neppure con quella destinatagli per moglie dal genitore. Ecco dunque un carattere nuovo affatto per i nostri climi; poiché in Francia come in Italia una favorita non impedirebbe al suo amico di contrarre un utile e decoroso legame, purchè continuasse a praticarla o le facesse uno stato da consolarla nella sua afflizione. Esaminiamo ora la condotta di questa commedia che fu una delle più felici, fissò nuovamente l’attenzione del pubblico su di me, e assicurò la sorte dei miei nuovi comici. Apre la scena Thamas con Alì suo amico, a cui si manifesta amante d’Ircana, lagnandosi del padre che lo sforza ad avere una moglie. Qui è necessario sapere, lettore, che in Persia i serragli non impediscono agli uomini d’aver mogli legittime: anzi i genitori contraggono impegni per i figli senza consultarli, fino dall’infanzia. Thamas adunque strepita contro quest’uso barbaro, ingiurioso alle leggi di natura; onde Alì procura di consolarlo. Fatima, gli dice, sta per giungere; essa potrebbe esser più bella e amabile di Ircana; conviene aspettare, convien vederla. Il giovane persiano, quantunque amante della schiava, non disapprova il sentimento dell’amico. Potrebbe intatti Fatima andargli a genio più d’Ircana, ed egli lo brama per non turbar la pace del genitore. Ma che! rivede Ircana: questa seduttrice e imperiosa donna adopera ogni sua arte per tenerlo avvinto nei soliti lacci; prega, piange, chiede la libertà, vuol partire, vuol morire, e non vuol che il suo sangue scorra sul letto nuziale del padrone. Vinto, Thamas si arrende, tutto le promette, ed eccola contenta.

Nella maggior desolazione si presenta al padre, e gli descrive la situazione in cui si trova. Non gli si dà ascolto: l’impegno è indissolubile, il matrimonio è già concluso; potente e formidabile è Osmano; sta per giunger Fatima, bisogna accoglierla. La sposa compare nel secondo atto con un numeroso seguito, preceduta da una musica orientale e ricoperta da un velo, che la nasconde fino a che non si abbocca con lo sposo. Ritiratosi ognuno, Thamas la prega di scoprirsi; essa è bella, ma non è Ircana. Accortasi Fatima della freddezza dello sposo, teme quel che vi è tra le femmine persiane di più vergognoso, cioè il divorzio, onde procura di guadagnarsi l’amichevole affetto del giovine, che già crede prevenuto. Thamas resta incantato del suo carattere, e sinceramente le confida la sua passione. Allorchè si accese per la schiava non l’aveva ancor vista. Fatima gli chiede almeno la sua stima: Thamas non può negarle rispetto e ammirazione. Rimasta sola si lagna anch’essa delle barbare leggi del paese, che sacrificano i figli agl’interessi delle famiglie (accade più o meno anche in Europa); ma ammette che Thamas è amabile, e spera di conquistare il suo amore col tempo. Nel serraglio del giovine vi è una vecchia chiamata Curcuma, destinata al servizio delle schiave. Questa è un’europea intrigante e cattiva, che non ha verun riguardo anche per le donne del suo paese, e che sparge nella commedia molte facezie e molto brio. S’imbatte in Fatima e le parla come è solita di parlare alle schiave. Fatima le risponde da padrona e le volta le spalle. La vecchia audace si offende; onde, vedendo Ircana, non manca d’irritarla contro la rivale e d’ispirarle sempre più vendetta e gelosia. Viene Thamas per assicurare Ircana che essa avrà sempre la preferenza nel suo cuore. A questa dichiarazione la Circassa, più che mai furiosa, non gli presta fede e dice che non c’è via di mezzo: o Fatima o Ircana debbono andarsene o morire. La prima, curiosa di conoscer l’altra, entra al terzo atto nel serraglio. Le schiave più docili e un po’ ragionevoli hanno piacere di ricevere la sposa del padrone, e procurano di onorarla con lusinghieri e ampollosi elogi secondo lo stile asiatico; Ircana non vorrebbe entrare nel gregge, ma è spinta dalla curiosità e viene a vedere la sua nemica. Segue fra le rivali un dialogo, tanto dolce e garbato da parte di Fatima, quanto fiero e insolente da parte d’Ircana: l’una mantiene il tono modesto col quale si respingono gli insulti senza manifestarne il dispiacere; l’altra è irritatissima. Più che la morte, dice partendo, detesto una donna che deve avere il veleno in cuore, ma affetta dolcezza a parole.

Thamas, nuovamente istigato dalla favorita, viene a sfogare la collera contro l’innocente vittima della sua passione; è risoluto a immergerle un pugnale nel petto. Giunge opportunamente Machmut per arrestare il colpo, e nel tempo stesso compare il padre di Fatima a chieder ragione dei disgusti che provar si fanno a sua figlia. Thamas evita l’incontro del padre sdegnato; Machmut addebita a Ircana i traviamenti del figlio e, assoluto padrone in casa propria, si determina a vendere questa schiava che semina la discordia dappertutto. Osmano approva l’idea e si offre di comprarla. Intanto si fa venire Ircana, tradita per denaro da Curcuma, che la fa uscire da una parte del serraglio mentre Thamas la cerca altrove. Eccola ad un tratto sulla scena, incatenata, furiosa, disperata e divenuta schiava di Osmano.

Al principio del quarto atto Thamas cerca la sua schiava e ne chiede a Curcuma. La vecchia è confusa, ma giunge in tempo Alì, che ha veduto Ircana carica di catene e trascinata dalla gente di Osmano verso Julfa. Thamas parte con la ferma risoluzione di morire o di ricondurla seco; ha la sorte di raggiungerla; combatte coi negri di Osmano, ne uccide alcuni, ritorna vittorioso con l’amante, la fa rientrare nel suo serraglio e aspetta a piè fermo Osmano, che viene a rivendicare la schiava. Ecco suocero e genero in procinto di terminar la contesa con la morte dell’uno o dell’altro. Fatima difende al tempo stesso genitore e consorte coprendo col suo petto ora l’uno ora l’altro per proteggerli dai colpi. Però l’ufficiale, più vigoroso e animato alla vendetta del giovanotto, vibra a Thamas un colpo quasi mortale. Fatima a tal vista cade su un sofà priva di sensi; l’affetto paterno vince l’impeto della vendetta; Osmano chiama gente a soccorrere la figlia. Accorre Curcuma, si appressa a Fatima e, sotto pretesto di prestarle sollievo, la spoglia delle gioie di cui è adorna e se le mette in tasca.

All’inizio del quinto atto si vedono Ircana e Curcuma vestite da uomo, all’uso degli eunuchi del serraglio. Con tal mezzo la vecchia, per timore che possa scoprirsi il furto, ha concepito l’idea di salvarsi, procurando di far fare lo stesso alla Circassa che ha tutta da temere da parte di Machmut e d’Osmano. Sopraggiunge qualcuno, ed esse si ritirano. Questi è Thamas, che è sempre innamorato d’Ircana, ma non può resistere a un sentimento di riconoscenza verso Fatima, che l’ha salvato dal furore paterno; benchè non l’ami, la compiange e vuole almeno remunerarla dandole qualche speranza o motivo di consolazione. Fa cercare Fatima, e l’attende assiso sul sofà. Frattanto Ircana, dal luogo ov’è nascosta, non ha potuto penetrar con sicurezza il disegno di Thamas; ha bensì inteso che fa cercare Fatima, e questo basta per accender in lei furiosamente odio e gelosia. All’istante si risolve: estrae dalla sua cintura un pugnale e s’avventa per immergerlo in seno all’amante. Fatima giunge a tempo per veder snudare il pugnale, onde avverte con un grido lo sposo, che balza su e manda a vuoto il colpo d’Ircana. I gridi di Fatima e i rimproveri di Thamas fan correre gente. Osmano richiede la schiava già comprata; Machmut vuol farla arrestare; ma Ircana impugna alto il pugnale ed è per uccidersi.

Fatima allora si getta ai piedi del genitore, chiedendogli di consegnarle Ircana. - Punirla tocca a me sola, dice, che sono l’offesa. I padre e lo sposo non sdegnino di concedermi questa soddisfazione. - Tutto le viene concesso. Ecco pertanto Ircana schiava di Fatima, da cui appunto è subito rimessa in libertà. La Circassa è umiliata; non proferisce parola, alza gli occhi al cielo, sospira, e parte. Thamas, penetrato vivamente dalla virtuosa bontà di Fatima, abbraccia la consorte, e così termina la commedia.

Essa ebbe il massimo successo: infatti andò in scena tante volte, che gli spettatori ebbero persino il tempo di trascriverla; di lì a poco fu pubblicata senza data. Delle soddisfazioni che mi procurò questa commedia son debitore affatto alla signora Bresciani, che recitava Ircana e per cui appunto l’avevo immaginata e composta. Gandini non voleva che fosse usurpato nulla sui diritti dell’impiego di sua moglie, e avrebbe avuto ragione se fosse stata prossima alla cinquantina; onde, per evitar liti, feci per la seconda amorosa una parte di maggior spicco rispetto a quella della prima attrice. Posso ben dire che la mia fatica fu ricompensata, non essendo possibile rappresentare una passione così viva e travolgente con maggior forza, energia e verità della signora Bresciani. E invero tale fu l’impressione che fece in una commedia sì fortunata quest’attrice, la quale al brio e all’intelligenza aggiungeva la grazia di una voce armoniosa e di una piacevolissima pronunzia, che non si chiamò in seguito con altro nome, se non con quello d’Ircana.

CAPITOLO XIX.

Ostinazione del marito della prima attrice. - Sua collera e sua risoluzione.

- Ircana a Julfa, seguito della Sposa Persiana. - Estratto. - Buon successo.

Il diletto che il pubblico prendeva alla parte d’Ircana poteva far nascere il dubbio che avessi sbagliato il titolo della commedia, o portato pregiudizio all’azione principale. Si può vedere dall’estratto che ne ho dato, che Fatima è la protagonista e Ircana l’antagonista; ma non c’era da illudersi: la schiava di venticinque anni sbaragliava la sposa di cinquanta.

Il pubblico, affezionato alla bella Circassa, era dolente di vederla partire sospirando; onde avrebbe voluto sapere dov’era andata e che era avvenuto di lei. Mi si chiedeva il seguito della Sposa Persiana, benchè la sposa in quanto tale non interessasse nessuno. Avrei soddisfatto la richiesta con piacere, ma non potevo. Gandini, sommamente irritato contro il pubblico e contro di me, diceva che l’avevo ingannato, che gli avevo fatto un tiro da meritar la forca, che avevo avuto l’arte diabolica di sacrificare sua moglie senza che lui se ne accorgesse. La mia intenzione però non era di fargli torto, ma di forzarlo ad accettare il vantaggioso partito da me propostogli; e questo era un rendergli servizio malgrado la sua brutalità.

Sempre più ostinato, quest’uomo irragionevole andò ad avvertire il proprietario del teatro che sua moglie non avrebbe certo recitato il seguito della Sposa Persiana, di cui aveva inteso parlare. Sua eccellenza Vendramin lo ricevette molto male, onde, non potendo sfogare la collera col superiore, mise in pezzi il proprio orologio, gettandolo nella vetrata di un paravento del quale mandò i vetri in pezzi. Fece ancor peggio: andò al palazzo del ministro di Sassonia, che cercava comici per il re Augusto di Polonia, e s’impegnò per Dresda unitamente alla moglie; e scomparvero entrambi senza dir nulla. Non vi fu uno che se ne mostrasse dolente, e io molto meno degli altri, poiché restai in libertà di lavorare a mio piacere, e contentai i miei compatrioti dando loro finalmente il seguito tanto bramato.

Il titolo della seconda commedia fu Ircana a Julfa. Julfa, o Zulfa, è una città distante una lega da Ispahan, abitata da una colonia di Armeni che Schah Abas aveva fatto venire in Persia per maggior vantaggio del commercio. Forzata Ircana a uscire da Ispahan, prende la risoluzione di andare a Julfa. Sempre innamorata, sempre ambiziosa, sceglie un luogo che non la tenga troppo lontana dal suo caro, facendosi scortare in abito virile, come già era, da un eunuco nero chiamato Bulganzar. All’alzar del sipario mirasi il sole che comincia a spuntar dall’orizzonte, la porta di Julfa chiusa dal ponte levatoio, e Ircana che dorme a piè d’un albero. In quel tempo il negro passeggia, e informa gli spettatori sul luogo e sulle intenzioni della Circassa. Viene abbassato il ponte levatoio che dà ingresso alla città, da cui escono gli Armeni e prendono differenti strade per andare a scorrere i mercati della regione. Ne restano solo due, cioè Demetrio e Zaguro. Bulganzar, avido e in malafede, propone agli Armeni di vender loro una schiava. In quest’istante Ircana si sveglia, si alza, si accorge dell’intenzione dell’eunuco e si avanza, esibendosi ella stessa per schiava, senza altro chiedere se non asilo e sussistenza. Si sottoporrà di buon grado a prestar qualunque servizio, a condizione di non esser rivenduta e d’esser lasciata stare in fatto di sesso. I mercanti si disputano l’acquisto. Ircana chiede di scegliere il proprio padrone, e viene accontentata. Il preferito è Demetrio; Zaguro, geloso, giura di vendicarsi.

All’apertura del secondo atto, compaiono quattro donne armene con lunghe pipe in bocca, che fumano e bevono caffè; sono la moglie, la cognata e le due figlie di Demetrio. Egli appunto giunge con Ircana, che fa passare per un giovane schiavo sotto il nome d’Ircano, allo scopo d’evitare i sospetti delle sue donne, il difetto nazionale delle quali è la gelosia. Seguono parecchie scene comiche e dilettevoli tra la circassa e la armene che, trovando il supposto schiavo molto amabile, lo accarezzano e cercano di piacergli.

Bulganzar ritorna a Julfa, e trova modo di parlare a Ircana segretamente. In questo abboccamento l’avverte che Thamas, venuto a conoscenza della sua dimora, sta per giungere a trovarla. Ircana è felice di rivederlo, ma non cambia carattere. Sempre fiera e innamorata, abbraccia l’amico, ma poi accommiata bruscamente lo sposo della rivale. Thamas, appassionato e disperato, è pronto a sacrificar per lei la sposa. Non le resta da dire se non ne quale specie di sacrificio esiga: Dimmi che tu sei libero, risponde Ircana; nulla mi curo di sapere come lo sei divenuto. E così lo lascia.

Nel terzo e quarto atto questa donna corre spaventosi pericoli. Scoperto da Zaguro il suo sesso, la moglie di Demetrio si crede ingannata ed è risoluta a vendicarsi. A tal fine fa scendere la schiava in un sotterraneo per farvela perire; ma è fortunatamente salvata dalle armene, le quali ancora non la conoscono.

Nel quinto atto Alì, amico intimo di Thamas, dà luogo alla felice peripezia dei due amanti desolati. Cerca Ircana a Julfa e incontra Thamas per la strada di Ispahan. Ecco le nuove delle quali è nuncio: Fatima, avendo perduto la speranza di guadagnare il cuore del suo sposo, altro non chiede che la morte, per evitare la vergogna di vedersi rimandare alla casa paterna. Machmut è afflitto quanto lei e teme la vendetta di Osmano, partito alla testa di un esercito per far guerra ai Turchi. Alì fa una proposta che vien subito accettata, e che riconduce la pace negli agitati spiriti. Si offre di sposar Fatima egli stesso. Questa donna disgraziata, divenuta libera dal primo matrimonio, crede poter benissimo disporre della propria volontà senza attendere il consenso paterno; onde accetta di essere sposa d’Alì, e Machmut stesso fa cassare il matrimonio del figlio secondo le leggi del paese. Tornato Thamas dagli Armeni offre la sua mano a Ircana senza rimproverarsi un nuovo delitto. Eccola pertanto al colmo della gioia, ecco entrambi contenti. Per mezzo di replicati battimani, il pubblico mi ringraziò di avere concluso la catastrofe d’Ircana in un modo così soddisfacente. Il medesimo pubblico però andava dicendo il giorno dopo: ma questa sposa di Thamas sarà poi felice? Machmut perdonerà a suo figlio tutti i disgusti provati? Vorrà ricever bene una donna stata l’origine del disturbo e della desolazione di casa? E Osmano sarà contento di veder passare la figlia dal letto di Thamas a quello d’Alì? Dicevasi insomma, che il romanzo era stato molto ben condotto innanzi, ma non era finito. Io pure conoscevo bene tal verità, tanto che tenevo già in ordine nella mia immaginazione una terza commedia che diedi l’anno successivo, sotto il titolo Ircana a Ispahan. Ebbe essa tale successo che superò le altre due, procacciando sempre il medesimo diletto e nulla lasciando a desiderare ai partigiani della Circassa.

CAPITOLO XX.

Ircana a Ispahan, commedia di cinque atti in versi, compimento della Sposa Persiana.

- Analisi di questa commedia. - Felice successo.

Non andò in scena questa terza commedia persiana se non un anno dopo la seconda, e tre dopo la prima; ho creduto di doverle collocare in questo luogo, una dietro l’altra, per presentare così tutta in una volta al lettore la connessione di tre differenti azioni riguardanti un soggetto medesimo. Il pubblico aveva ben ragione di domandare dopo il matrimonio d’Ircana: sarà felice? Sin dal principio della commedia si vede chiaro che felice non è; infatti Machmut, attorniato da’ suoi ministri, schiavi e domestici, protesta ad alta voce di diseredare Thamas, ordinando severamente che sia proibito al figlio ingrato l’ingresso in casa sua.

Fatima avverte che Thamas e Ircana sono stati visti sulla strada d’Ispahan; teme nuovi insulti da parte della sua nemica, chiede di essere scortata alla casa del nuovo sposo, che si è recato a Julfa e non è ancora ritornato. Machmut si oppone, dichiarando Fatima sua figlia ed erede; ella però si esprime col linguaggio della virtù e cerca di ricondurlo alla ragione; tutte le sue rimostranze sono inutili. Thamas è proscritto senza scampo; Alì e Fatima devono far le sue veci. Ciò che inquieta Machmut è il timore che Osmano disapprovi le disposizioni prese senza il suo consenso. Il guerriero è per arrivare a momenti; Machmut si determina di andare a incontrarlo, e prega Fatima di restare qual padrona nella sua casa. Tanto in questa terza commedia quanto nella seconda, adottai alcune mutazioni di scena che mi parvero necessarie: si passa infatti dalla città alla campagna, e là si vedono Thamas e Ircana alle porte di Ispahan che passeggiano, guardandosi l’un l’altro senza parlare, nota essendo a entrambi la loro proscrizione. Langue l’uno di dolore, freme l’altra di sdegno. In questo tempo esce Machmut da Ispahan con cavalli e numeroso seguito. Thamas sbigottisce; Ircana lo fa nascondere nel bosco e s’impegna a far fronte lei stessa allo sdegno del padre irritato. Ecco una scena che potrebbe farmi onore, se fossi capace di tradurre con precisione in francese i versi italiani. Per vero dire oso sperare che il pensiero sia nuovo e felice; gl’Italiani almeno l’hanno creduto tale; onde procurerò ora di farne conoscere il vero spirito. Machmut, sdegnato alla vista d’Ircana, cerca il figlio biecamente guardando intorno, ma non lo trova; s’appressa a lei con aria minacciosa e le chiede:

 

MAC        (Qui la perfida Ircana?) Empia, dov’è mio figlio?

IRC          Al genitor dolente nuova funesta io porto.

Ah il figlio tuo...

MAC        Che avvenne?

IRC           Il tuo diletto è morto!

MAC.       Morto Thamas? oh Numi! la vista, ahi, mi si oscura.

Ah de’ miei sdegni ad onta langue in me la natura.

Tu senza pianto agli occhi, barbara, lo dicesti?

Il figlio mio chi ha ucciso?

IRC          Crudel! tu l’uccidesti.

MAC.       Io l’uccisor del figlio? No, perfida, il mio sdegno

Seco a ragion mi accese, ma non fino a tal segno.

L’odiai sposo infedele, l’odiai di te consorte:

Sì che bramai punirlo, ma non colla sua morte.

Tu, di furore accesa, perfido core ingrato,

Per vendicar tuoi scorni, tu l’averai svenato.

IRC          No, di sua mano istessa Thamas ferir si vide.

Muoio, diss’ei cadendo, e il genitor mi uccide.

Sì il padre mio, soggiunse, padre inumano, ingrato,

Che del mio cuore ad onta, m’ha all’imeneo forzato;

Pianger, pregar non valse del genitore al piede,

Seco vantar fu vano l’amor mio, la mia fede;

Strinsi l’odiata sposa a mio dispetto al seno:

Sarà contento il padre, sarà contento appieno.

Ecco, alzando la destra, ecco il tremendo effetto...

MAC       Ah tu, crudel, lasciasti ch’ei si ferisse il petto?

IRC          Sì, a quella vista in seno intenerir m’intesi,

Ma dal tuo cuore istesso a incrudelire appresi.

Dissi fra me in quel punto: s’io lo sottraggo a morte,

Sposo di me infelice, qual sarà la sua sorte?

Esule, in odio al padre, senza soccorso e amici,

Meco dovrà, vivendo, menar giorni infelici.

Pria di penar coll’odio del genitore intorno,

Di lunga etade i danni finiscano in un giorno.

Ei mi preceda a morte, lo seguirò fra poco:

Vivremo entrambi uniti per sempre in miglior loco.

Giace colà fra i tronchi il figlio tuo ferito,

E di seguirlo è pronto il mio coraggio ardito.

MAC.      Thamas, se spiri ancora, il mio soccorso aspetta;

Vedrai nel sangue mio, vedrai la tua vendetta.

Sulla caduta spoglia voglio morir... [1]

IRC                                                                      Signore [2],

Giunge il figliuolo estinto a impietosirti il core?

Morto lo piangi, e in vita d’odio nutristi il vanto?

MAC        Ah! non credea che il perderlo mi avesse a costar tanto.

       Lasciami andar.

IRC                                     Ti arresta; gente pietosa accorse

       All’infelice appresso, della sua vita in forse.

MAC        Morto non è?

IRC                                  No, ancora a palpitar lo vidi.

Ma se ti mira e trema, col suo timor l’uccidi.

Rustica man con l’erbe lascia che a vita il renda,

E della cura il fine dal nostro cor si attenda.

MAC        Deh, al genitore il figlio pietoso ciel ridoni.

IRC          Se lo rivedi in vita, signor, di’, gli perdoni?

MAC       Sì, l’amor mio mel chiede.

IRC          Spera che il ciel pietoso

Ricompensar non lasci quest’amor generoso.

Prendi il duol che provasti qual pena al tuo rigore:

La gioia inaspettata premio sia dell’amore.

MAC       Che a rivederlo almeno vada tra fronda e fronda...

IRC          Odi, pria di vederlo, ed il tuo cuor risponda

Se gli perdoni, e teco lo guidi alle tue porte,

Che sarà poi di questa sua misera consorte?

MAC       Fa ch’egli viva, e spera.

IRC          Sì, Machmut pïetoso;

Spero nel cuor d’un padre benefico, amoroso

Parmi veder fra l’ombre di quelle piante... è desso:

Thamas, Thamas, deh vieni al genitore oppresso [3].

Eccolo ch’egli vive, il cielo a te il ridona [4].

Thamas, ritorna in vita. Il padre a noi perdona.

A queste voci esce Thamas dal bosco, si getta ai piedi del genitore e Ircana fa lo stesso; Machmut li stringe entrambi al seno, ed ecco un nuovo trionfo per la Circassa, trionfo che non sarà l’ultimo.

Ella entra pertanto in qualità di sposa in quella stessa abitazione in cui non era che schiava, e vi dimora col suo amante divenuto finalmente consorte; vi si trova però anche Fatima; onde malgrado il vantaggioso stato dell’una e la docilità dell’altra, non cessa la gelosia di tormentarle. Informato Osmano del divorzio e nuovo matrimonio di sua figlia, lascia il campo e a mano armata vola ad assalire Machmut persino nel suo recinto. Ircana lo respinge con la sciabola alla mano, e la guardia del re lo arresta per avere abbandonato il posto senza permesso del governo. Nel quarto atto Ircana, inquieta sempre e sempre gelosa di Fatima, insiste perché Thamas abbandoni la casa paterna, e nel quinto Osmano, rimesso in libertà e nel primiero posto mediante una considerabil somma sborsata da Machmut, approva il matrimonio di Fatima con Alì, e li accoglie in casa. Nulla dunque ha più da temere la Circassa, e null’altro a desiderare, ond’ecco il fine di tutte le sue avventure.

Il felice successo di questa commedia, che oltrepassò quello delle due precedenti, l’ho annunciato al principio di questo capitolo. Sia che queste debban dirsi commedie, oppure drammi o tragi-commedie, generalmente incontrarono dappertutto e furono recitate in tutti i teatri. Se esse non hanno bastante merito per essere stimate, non si potrà almeno negar loro gli omaggi che si sogliono concedere a ciò che ha buon esito.

CAPITOLO XXI.

La Cameriera brillante, commedia in prosa di tre atti. - Suo mediocre successo.

- Il Filosofo inglese, commedia di cinque atti in versi e a scena fissa. - Suo magnifico

incontro. - La Madre amorosa, commedia di tre atti in prosa, suo buon successo.

- Le Massere, commedia in versi di cinque atti.

Convien ritornare all’anno 1753, da cui io m’ero allontanato per non interrompere il seguito delle tre Persiane. Dopo la prima di queste commedie orientali, ne presentai una di tre atti in prosa, di gusto familiare, intitolata La Cameriera brillante. In Italia l’aggettivo brillante si adopera in diverso senso; in francese si direbbe soubrette, femme d’esprit. La scena si figura in una villa di Pantalone. Questo negoziante veneziano ha due figlie, e ognuna di esse ha il suo amante. Flaminia ama Ottavio che ha più nobiltà che sostanze, e Clarice ama Florindo, plebeo ma ricco. Le due sorelle pertanto, la maggiore delle quali è molto quieta e la minore all’opposto vivacissima, vengono a contrasto intorno al merito dei rispettivi amanti; Argentina, cameriera d’entrambe, procura di placarle e di appagare il loro desiderio. Essa è benvoluta dal padrone di casa, cui fa fare ciò che vuole: onde un giorno, malgrado l’austerità di lui, fa venire gli amanti delle due ragazze, li fa pranzare con lui a dispetto della sua avarizia, e giunge perfino a ottener l’assenso che si reciti una commedia in casa, e l’obbliga a prendervi parte. In questa commedia appunto, di cui Argentina avea fatto l’abbozzo, vengono scoperti gli amori delle figlie di Pantalone, e riesce alla cameriera di effettuare il loro matrimonio.

La commedia era molto allegra, molto dilettevole, e Argentina sostenne la sua parte con somma valentia e vivacità; insomma fu molto applaudita; ma i versi della Sposa Persiana avevan fatto impazzire tutti, e il pubblico chiedeva versi. Bisognò accontentarlo, onde il carnevale seguente misi in scena il Filosofo inglese. La scena rappresentava un crocicchio della città di Londra con due botteghe, una delle quali è un caffè e l’altra una libreria.

In quel tempo si spacciava in Italia con molta voga lo Spettatore inglese, foglio periodico, che si vede ora per le mani di tutti. Le donne veneziane non erano allora troppo amanti di leggere; ma preso gusto alla lettura di tal opera, cominciarono a divenir filosofesse. In quanto a me ero incantato al veder l’istruzione e la critica introdursi negli spogliatoi delle mie care compatriote; onde composi la commedia di cui darò l’estratto.

Il garzone del caffè e quello della libreria aprono la scena, parlando dei fogli periodici che compaiono giornalmente a Londra, e facendo cadere il discorso sui soggetti originali che frequentano le loro botteghe; danno in questo modo al pubblico un’idea del disegno della commedia e del carattere dei personaggi. Giacomo Mondoille è un filosofo che gode la più alta stima. La signora de Brindes, donna che non manca di cognizioni, vedova di un inglese milionario, conosce il merito del Mondoille, gli professa stima in pubblico e amore in segreto. Milord Wambert ama la signora de Brindes e vorrebbe sposarla; pertanto confida la sua passione e le sue mire a Giacomo Mondoille, che da uomo ingenuo gli fa rilevare che una donna dotta non è adatta a un giovane tutto dedito al gran mondo e punto propenso alla letteratura. Il lord gli crede e rinuncia del tutto alla sua idea. Ma i maligni, che ben si accorgono dell’inclinazione della vedova e ritengono che il filosofo non ricuserà di mutar stato, dicono pubblicamente che il matrimonio è già stabilito. Milord Wambert presta orecchio ai discorsi dei pubblico e si reputa ingannato; onde va in traccia di Mondoille e lo minaccia. L’uomo intrepido risponde, ragiona e fa arrossire il giovine lord; egli perciò restituisce all’uomo saggio tutta la stima e amicizia.

Vi sono poi in questa commedia due personaggi comici, uno dei quali si vanta di aver scoperto la causa del flusso e riflusso del mare, e l’altro di aver trovato la quadratura del cerchio. I loro discorsi, la maniera di condursi, i ragionamenti, le critiche, ravvivarono a segno questa composizione, che essa pure riportò un successo fortunatissimo. Avrei voluto di buon grado appagare il pubblico, e levargli la voglia dei versi. Anche la prosa aveva i suoi partigiani; onde, essendo d’uopo accontentare i primi senza disgustare i secondi, diedi agli amanti della vera commedia la Madre amorosa, commedia in prosa di tre atti.

Donna Aurelia, vedova d’un uomo di qualità, vive con Lauretta sua figlia nella casa del defunto, insieme con donna Lucrezia, sua cognata e moglie di don Ermando. Lauretta si trova nell’età nubile; e siccome il suo genitore è morto senza far testamento, lo zio e la zia si sono impadroniti dei beni e della persona di lei, avendo volontà di collocarla con un finanziere ricchissimo, che possiede però più vizi che virtù. La madre, che nutre per lei un tenero affetto, vi si oppone con tutte le forze. Ma la stordita, che per voglia di maritarsi sposerebbe il primo venuto, è d’accordo con i suoi maggiori, mentre questi altro in sostanza non cercano, se non di disfarsi di lei con poca spesa per godere i frutti della sua eredità. Donna Aurelia ha un bel dire e un bel fare, ma non è ascoltata. La legge concede ai parenti del padre la tutela dell’orfana, e Lauretta chiede marito.

Amico di donna Aurelia è don Ottavio, uomo di somma saviezza, di nobil nascita e onoratissimo, che è in relazione con lei fin da quando viveva il marito, cui aspirava a succedere. Lei professa dal canto suo molta considerazione per l’uomo stimabile, e fa conto di sposarlo dopo un anno di vedovanza e dopo aver collocato Lauretta. Ma per amore della figlia ingrata sacrifica piuttosto il suo vantaggio e la sua inclinazione, tanto adoprandosi con preghiere, lacrime e persuasioni, che finalmente l’obbliga a dar la sua mano a Lauretta. Questa, contenta di trovare un marito, non vi si oppone. Frattanto la generosità di don Ottavio concede ai suoi zii vita natural durante il frutto dei beni della nipote, e la madre aggiunge a tanti sacrifici quello ancora della sua dote in favore della figlia, altro per sé non riservando che una scarsa rendita per vivere in un convento. Ci voleva veramente questo trionfo dell’amor materno per far scordare ai dilettanti dei versi che la mia commedia era in prosa. Essa ebbe un buon successo; le donne tutte andavano orgogliose della virtù d’Aurelia, ma forse nessuna sarebbe stata capace d’imitarla. Non mancava molto alla chiusura della stagione, onde bisognava divertire il pubblico e ringraziarlo del suo favore. Fui di parere che Le Massere, commedia veneziana, avrebbe potuto soddisfare le mie intenzioni; la presentai dunque con tutta fiducia, né ebbi motivo di pentirmene.

Il soggetto è preso dalle persone del più basso ceto della società civile; ma la natura in tutte le classi offre sia cittadini ragguardevoli, sia difetti da correggere. La commedia è più divertente che istruttiva. Hanno le massere di Venezia, per privilegio incontrastabile, un giorno di libertà nel corso del carnevale, e se ne valgono per divertirsi. Esse ricuserebbero senza dubbio le migliori condizioni, piuttosto di perdere il diritto a tal giornata. La parte più gradevole sono le loro critiche e maldicenze a proposito delle cattive gestioni domestiche. La morale che non servirebbe a nulla per le donne di servizio, ma diviene utilissima per la correzione delle padrone. Non darò l’estratto della commedia, che non sarebbe interessante; mi accontento di dire, che malgrado l’inconsistenza, piacque moltissimo. Non c’è da meravigliarsi; commedia in versi, tema veneziano, ultimi giorni di carnevale: poteva mai fallire il colpo?

CAPITOLO XXII.

 Lettera di mio fratello. - Suo arrivo a Venezia con i figli. - Mia malattia a Modena. - Malinconie a Milano.

All’inizio del 1754 ricevetti una lettera di mio fratello, dopo dodici anni che non avevo nuove da lui; me le dava dunque tutte in una volta, e cominciava dalla battaglia di Velletri cui si era trovato al seguito del duca di Modena, fino al giorno in cui gli era piaciuto scrivermi. La sua lettera proveniva da Roma, dove si era accasato con la vedova di un avvocato. Aveva due figli: un maschio di otto anni e una femmina di cinque. La moglie era morta. Annoiatosi di un paese ove i militari non si consideravano né eran riguardati per utili, desiderava vivamente avvicinarsi al fratello e presentargli i due rampolli della famiglia Goldoni. Ben lontano dall’offendermi di una dimenticanza e di un silenzio di dodici anni, m’adoprai subito per codesti due fanciulli che potevano aver bisogno della mia assistenza, e invitai mio fratello a ritornare liberamente nella mia casa. Scrissi senza interpor dilazione a Roma, che gli venisse fornito il denaro che poteva occorrergli; onde nel marzo dello stesso anno strinsi al seno con la più schietta soddisfazione questo fratello, stato sempre a me caro, unitamente ai due nipoti che adottai per miei propri figli. Mia madre, che era ancora in vita, ebbe un piacere stragrande di rivedere questo figlio, che già più non considerava nel numero dei viventi; e mia moglie, di cui la bontà e dolcezza non si smentirono mai, accolse i due fanciulli come se fossero i suoi, dandosi cura della loro educazione.

Circondato pertanto da tutto ciò che nel mondo avevo di più caro, e contentissimo del buon successo delle mie composizioni, ero l’uomo più felice della terra, ma estremamente stanco. Mi risentivo sempre del lavoro immenso cui dovetti attendere per il teatro Sant’Angelo, non meno che dei versi ai quali incautamente avevo assuefatto il pubblico, e mi costavano molto più della prosa. Le malinconie tornarono a occuparmi l’animo con maggior violenza del solito. La nuova famiglia che mi trovavo in casa rendeva la mia salute più che mai necessaria, e la paura di perderla faceva crescere il mio male, che procedeva da turbamenti fisici e morali. Ora un umore esaltato riscaldava l’immaginazione, altre volte una soverchia apprensione mi alterava. Il nostro spirito ha un sì stretto vincolo col corpo, che tolta la ragione (qualità distintiva dell’anima immortale), altro non saremmo che mere macchine. Nello stato in cui ero, avevo bisogno di esercizio e distrazione; onde presi il partito di fare un piccolo viaggio, conducendo meco tutta la famiglia. Appena giunto a Modena, fui assalito da un male di petto; tutti erano in timore per me, ed io nulla temevo. Questo appunto è sempre stato il mio modo di vivere: coraggio nel pericolo e timori ridicoli nella prosperità. Mi ero già ristabilito a meraviglia, ma non avevo tempo di divertirmi. I miei comici essendo a Milano, andai ad unirmi a loro, sempre in compagnia della moglie, del fratello e dei suoi figli. La spesa non mi sgomentava, poiché la mia edizione andava di bene in meglio e il denaro fioccava da tutte le parti; bene è vero che in mia casa poco si fermava. Anche a Milano era andata in scena La Sposa persiana, e aveva avuto l’esito medesimo di Venezia; mi si colmava perciò di elogi, di regali e d’attenzioni; mi rimettevo sempre più in salute, e a poco a poco si dissipavano le malinconie; insomma conducevo una vita piena di delizie. Questa felicità peraltro, questo benessere, questa pace non ebbero lunga durata. I comici del teatro San Luca avevano acquistato un eccellente attore, Angeleri, milanese, che aveva un fratello nella curia di Milano e parenti stimabilissimi nella classe della borghesia.

Anche lui era ipocondriaco, ed avevo seco avuto a Venezia parecchi colloqui sugli stravaganti effetti delle nostre malinconie. All’arrivo a Milano, lo incontro in peggior condizione di prima; da una parte era combattuto dal desiderio di far conoscere la singolarità del suo ingegno, ma dall’altra lo riteneva il rossore di comparir sul palcoscenico nel proprio paese. In tale stato soffriva infinitamente, vedendo sotto i suoi occhi applauditi i compagni senza che riportare anche lui la sua parte di applausi. Aumentavano perciò ogni giorno le sue malinconie, e i colloqui con lui le risvegliavano anche in me.

Angeleri cedette finalmente al violento impulso del suo genio: va sul palcoscenico, è applaudito, rientra fra le quinte, e cade morto all’istante. Resta vuota per tale accidente la scena, gli attori non vengono più fuori, a poco a poco spargesi la nuova, e giunge fino al palchetto dove era io. Oh cielo! è morto Angeleri! il mio compagno di malinconie! Nell’istante medesimo esco come un forsennato, vado non so dove, e mi trovo a casa senza neppure vedere la strada. Tutti vedono la mia agitazione; me ne chiedono il motivo, e io grido: - Angeleri è morto! - e mi getto sul letto. Mia moglie, che ben conosceva la mia natura, procurò di calmarmi e mi consigliò un salasso. Credo che avrei fatto bene a seguire il suo consiglio, ma in mezzo ai fantasmi che mi soffocavano, riconoscevo la mia balordaggine e mi vergognavo di cedervi. Lo sconcerto stato sì forte che mi causò una malattia, e durai più fatica a risanar lo spirito che il corpo. Il dottor Baronio, mio medico, dopo aver adoperato per ristabilirmi i soccorsi della sua arte, mi tenne un giorno un discorso che mi risanò perfettamente. - Voi dovete, mi disse, guardare il vostro male come un fanciullo che viene ad assalirvi con una spada; se starete in guardia non vi ferirà; ma se gli presentate il petto voi stesso, basterà un fanciullo ad uccidervi. -

Sono debitore a quest’apologo della mia salute: l’ho sempre ricordato e ne ho avuto bisogno in ogni età. Infatti questo maledetto fanciullo tuttora mi minaccia di tempo in tempo, e mi conviene ogni volta fare sforzi per disarmarlo.

CAPITOLO XXIII.

La Villeggiatura, commedia di tre atti in prosa. - Compendio. - Buon successo.

- La Donna forte, commedia di cinque atti in versi. - Felice esito.

- Il Vecchio bizzarro, commedia di tre atti in prosa. - Caduta. - Malignità dei miei nemici.

- Il Festino, commedia in versi di cinque atti. - Effetto ammirabile di questa commedia.

Durante la convalescenza a Modena e negl’intervalli della mie malinconie a Milano non persi mai di vista il teatro, onde ritornato a Venezia con sufficienti materiali per l’anno comico 1754, ne feci l’apertura con una nuova commedia intitolata La Villeggiatura.

Nel viaggio avevo percorse parecchie di quelle abitazioni di campagna che circondano la Brenta, ove il lusso spiega con pompa tutto il suo fasto. I nostri maggiori si recavano una volta in questi luoghi per raccogliere le loro sostanze, e oggi vi si va per dissiparle. Nel tempo della villeggiatura infatti si tien grosso gioco, tavola aperta, si fan feste da ballo, si danno spettacoli, ed è appunto qui che i cicisbei italiani senza vincoli e senza noia fanno più progressi che in qualunque altro luogo. Siffatte differenti pitture furono da me disegnate di lì a poco tempo in tre commedie consecutive, delle quali sarà dato l’estratto nei capitoli seguenti. Nel presente altro non fo che toccar di volo la galanteria delle conversazioni di campagna.

Don Gaspare e donna Lavinia sua moglie sono i padroni della casa in cui è posta la scena. Il marito non si mescola punto negl’intrighi della conversazione; se ne sta con le contadine del villaggio, e si diverte a far burle e girar le campagne. Donna Florinda, della conversazione anch’essa di donna Lavinia, ha il suo cicisbeo come la padrona di casa. Vi entra subito la gelosia: il passeggio dà luogo a incontri casuali che si credono combinati. Ecco perciò le amiche in bisticcio, e un immaginario dolor di capo scioglie la conversazione nel colmo della migliore stagione. La dame partono per la città e i lor galanti le seguono, e così termina la commedia. Non può dirsi veramente che in questo lavoro vi sia alcunché di singolare, ma le particolarità della galanteria riescono piacevolissime, e i differenti caratteri dei personaggi producono un dialogo vivissimo e una critica vera e pungente. Fu indovinato e applaudito lo scopo della mia composizione; benché la commedia fosse in prosa, ebbe più incontro di quello che mi ero immaginato. Vedevo bene per altro che non conveniva abusare della pazienza del pubblico, onde ne misi in scena una di cinque atti in versi, intitolata La Donna forte, la quale, benchè non sia la donna forte della Scrittura, è pure una di quelle che potrebbe servir d’esempio a molte altre. La marchesa di Montroux si è maritata per ubbidienza, soffocando in cuore un’innocente passione. Don Fernando, uomo altrettanto furbo che malvagio, s’innamora di codesta dama poco tempo dopo il matrimonio, e siccome ben ne conosce la saviezza, dispera di poterla vincere. Non dimentica che la marchesa aveva nutrito da ragazza un’innocente passione per il conte Rinaldo, onde procura di riunire nuovamente i due amanti, col perverso disegno di profittare della più piccola debolezza della dama per obbligarla a ricompensare la sua mediazione. La signora Montroux ricusa assolutamente di vedere il conte. Don Fernando vince la cameriera; questa introduce il conte nell’appartamento della padrona, e il furbo profitta di questo abboccamento involontario per ispirar timore nell’animo della marchesa. Essa disprezza le minacce del seduttore, ma da questo scellerato viene accusata davanti al marito d’infedeltà. L’innocente donna è perfino minacciata di morte, ed è lo stesso Don Fernando che le annuncia lo sdegno e le idee di vendetta del marchese, dandole a scegliere il ferro o il veleno; le propone bensì di salvarla, quando però ella sia con lui meno fiera. La marchesa è pronta a morire, ma Don Fernando vuol darle tempo a riflettere, e così la lascia chiudendo a chiave la porta. La marchesa non teme la morte, ma vedendo che una tragica fine le farebbe perdere l’onore, prende il più violento partito e il solo che le resta, precipitandosi dal balcone della sua camera. La caduta è fortunata, poiché Fabrizio, cameriere del suo consorte, la salva e la conduce a casa sua, facendo in modo che ci vada anche don Fernando e cada nelle reti, senza che possa preventivamente averne il minimo sospetto. Fabrizio non manca di passarne subito l’avviso al padrone, onde il marchese, reso testimone delle proposte indegne di Don Fernando, riconosce l’innocenza della moglie e l’enormità del delitto dello scellerato. Fabrizio inoltre, che ha preveduto una contesa tra i due gentiluomini, non manca d’informarne il tribunale: perciò Don Fernando viene arrestato per ordine del governo.

La commedia ebbe molto incontro, e gl’intenditori mi assicurarono che sarebbe riuscita bene tanto in prosa come in versi, poiché il fondo, la condotta, l’intreccio e la morale, tutto insomma a parer loro era buono, lo scioglimento soprattutto.

Con la Donna Forte si compì la stagione autunnale; onde preparai per carnevale una commedia in prosa, il cui argomento non mi sembrava capace di versi. Questa fu Il Vecchio bizzarro. In italiano la parola bizzarro si usa talvolta per capriccioso, fantastico e anche stravagante, come in francese; adoperandosi poi, anche più spesso, come sinonimo di gaio, vivace, piacevole; onde la traduzione più conveniente sarebbe L’Aimable Vieillard. Venutomi alla memoria Il Cortesan veneziano presentato quindici anni avanti al teatro San Samuele e con tanto incontro recitato dal pantalone Golinetti, avevo voglia di comporre una commedia dello stesso genere per Rubini, pantalone del teatro San Luca. Golinetti però era giovane e Rubini aveva almeno cinquant’anni; onde, siccome era mia intenzione valermene in questa commedia a viso scoperto, bisognava la parte all’età. Gli uomini bizzarri in gioventù sono tali anche da vecchi. Rubini n’era la prova, essendo tanto piacevole in scena quanto in compagnia.

Credetti che la composizione di gusto veneziano avesse almeno l’incontro medesimo del Cortesan, ma m’ingannai grandemente. Rubini, che non aveva mai recitato senza maschera, si trovò così confuso e impacciato che non aveva più né grazia, né brio, né senso comune. La commedia pertanto andò a terra nel modo più crudele e umiliante per lui e per me. Si poté appena terminare, e nel calare il sipario venivan fischi da ogni parte. In tale stato di cose uscii subito dalla platea per evitare i mali uffici che mi potevano esser resi; andai al Ridotto e, mascherato, mi lanciai tra la folla che vi si raduna dopo lo spettacolo. Ebbi tempo e comodo di sentire gli elogi che si facevano di me e della mia commedia. Percorsi le stanze da gioco; dappertutto vi eran circoli e si parlava di me. Goldoni, dicevano alcuni, ha finito; e altri: Goldoni ha vuotato il sacco. Fu tra l’altre da me riconosciuta la voce di una maschera che parlava nel naso e diceva forte: il portafogli è esaurito. Gli venne domandato di qual portafogli intendesse parlare: - Eh! intendo dire, rispose, quei manoscritti che hanno fornito a Goldoni tutto ciò che ha fatto fin qui. - Tutti risero di questo parlatore nasale. Il mio scopo era di andare in traccia di critiche, e altro non incontravo se non ignoranza e animosità.

Ritorno dunque a casa; passo la notte senza prender sonno, e studio il modo di vendicarmi dei derisori; finalmente lo trovo, e allo spuntar del giorno metto mano a una commedia di cinque atti in versi, intitolata Il Festino. Mandavo un atto dietro l’altro al copista, e i comici imparavano via via la loro parte; onde in quattordici giorni fu annunciata al pubblico nell’affisso, e il decimoquinto andò in scena. Qui appunto poteva ben dirsi verificato l’assioma: facit indignatio versus.

La sostanza del componimento è parimente desunta dalla classe dei cicisbei. Un marito obbliga la moglie a dare una festa da ballo alla sua cicisbea. In una sala contigua si riunisce un crocchio di persone stanche del ballo, e il lor discorso cade sul Vecchio bizzarro. Ripetei tutte le proposizioni ridicole da me intese al Ridotto, facendo parlare i personaggi pro e contro. La mia difesa venne pienamente approvata dal pubblico con grandi applausi. Si vedeva chiaramente che Goldoni non aveva finito, che il sacco non era vuoto, né esaurito il portafogli. Sentite, cari miei confratelli: non vi è altro modo di far le proprie vendette col pubblico, se non sforzarlo ad applaudirci.

CAPITOLO XXIV.

 Nuova edizione delle mie opere col titolo: Nuovo teatro del signor Goldoni. 

- Viaggio a Bologna.- Spiacevole avventura a Pontelagoscuro.

- Generosità di un ministro della dogana - Lamenti dei Bolognesi riguardo alla mia riforma.

- Osservazioni sopra le quattro maschere della commedia italiana e sulle commedie a braccio.

 In mezzo alle mie giornaliere occupazioni non perdetti di vista la stampa delle mie opere; e siccome nell’edizione di Firenze avevo pubblicato solo le commedie composte per i teatri San Samuele e Sant’Angelo, cominciai a mandare alle stampe anche le produzioni fatte nei primi due anni dell’impegno con quello di San Luca. Il libraio Pitteri di Venezia s’incaricò di ultimare a proprio conto questa edizione in ottavo, distinta col titolo di Nuovo Teatro del signor Goldoni, onde somministrati materiali sufficienti per un lavoro di sei mesi, andai a unirmi ai miei comici, partiti già per Bologna con intenzione di passarvi la primavera. Giunto a Pontelagoscuro, una lega lontano da Ferrara, ove pagasi il dazio della dogana, mi dimenticai di far visitare il baule; per tal ragione uscito appena dal borgo venni arrestato. Avevo una provvisioncella di cioccolata, caffè e candele di cera, cose tutte di contrabbando, e che perciò dovevano essere confiscate. Vi era una multa considerevole da pagare, e negli Stati della Chiesa i doganieri non sono punto condiscendenti. L’ufficiale della dogana colla sua sbirreria trova, frugando nel mio baule, alcuni volumi della mie commedie e ne fa l’elogio; erano appunto la sua delizia, e le recitava lui stesso nella sua conversazione; mi do adunque a conoscere e l’ufficiale, incantato, meravigliato e vinto dalle mie maniere, mi fa sperar tutto. Se fosse stato solo, mi avrebbe anche lasciato partire; ma le guardie non avrebbero mai aderito a perdere i loro diritti. Ordina pertanto che si ricarichi il baule e mi fa ritornare alla dogana del Ponte. Il direttore delle gabelle non vi era, onde il mio protettore andò a cercarlo a Ferrara; ritornò in capo a tre ore, e portò seco l’ordine della mia libertà, mediante esborso di poco denaro a titolo di diritto sul mio equipaggio. Mia intenzione era di ricompensare in qualche modo questo ministro del servigio che mi aveva reso; ma egli ricusò due zecchini che lo pregai di accettare, e anche la mia cioccolata di cui volevo fargli parte. Altro non mi restò dunque che ringraziarlo e ammirarlo nel tempo stesso. Appuntai bensì il suo nome sul mio libretto di ricordi, e gli promisi un esemplare della nuova edizione delle mie Opere, che egli accettò con somma gratitudine. Montai in calesse, ripresi il viaggio e arrivai la sera a Bologna.

In questa città, madre delle scienze e Atene d’Italia, era stato fatto il lamento, alcuni anni avanti, che la mia riforma tendeva alla soppressione delle quattro maschere della Commedia italiana. I Bolognesi si sentivan portati a questo genere di commedie più che gli altri; anzi vi erano tra loro alcune persone di merito, le quali per divertimento creavano commedie a braccio che, recitate assai bene da altri cittadini abilissimi, formavano la delizia del loro paese. Dunque i dilettanti dell’antica commedia, vedendo che la nuova faceva progressi così rapidi, andavano strepitando dovunque ch’era una cosa indegna per un Italiano portar pregiudizio a un genere di componimento comico nel quale l’Italia era divenuta celebre, e che verun’altra nazione aveva saputo imitare. Ma quello che faceva anche maggior breccia negli animi sollevati era la soppressione delle maschere, minacciata dal mio metodo; dicendosi che per due interi secoli questi personaggi erano stati il divertimento d’Italia, e che perciò non conveniva privarla di una maniera comica ch’ella stessa aveva creato e per tanto tempo sì ben sostenuto.

Avanti di esporre ciò che allora avevo in animo su questo punto, penso che non debba dispiacere al lettore di esser intrattenuto per pochi minuti sopra l’origine, uso ed effetto di queste quattro maschere. La commedia, ch’è stata in ogni tempo lo spettacolo favorito delle nazioni colte, aveva avuto la stessa sorte delle arti e dalle scienze, ed essa pure era stata coinvolta nella rovina dell’impero e nella decadenza delle lettere. Nel seno fecondo degli italiani non giacque però mai affatto estinto il germe comico. I primi che si occuparono di farlo rinascere, non trovando in un secolo d’ignoranza scrittori abili, ebbero l’ardire di mettere insieme alcune selve comiche, di distribuirle in atti e scene, e di esporne improvvisando i sentimenti, pensieri e frizzi tra loro avanti concertati. Quelli che sapevano leggere (e non erano i grandi, o i ricchi), trovarono che nelle commedie di Plauto e Terenzio vi erano sempre padri ingannati, figli dissoluti, giovani innamorate, servitori birbanti, cameriere corrotte; indi, percorrendo le differenti regioni d’Italia, presero da Venezia e da Bologna i padri, i servi da Bergamo, e dagli Stati di Roma e dalla Toscana le amorose, gli amorosi e le servette. Nè si ricerchino prove scritte, poiché si tratta di un tempo in cui non si scriveva; eccovi bensì come provo la mia asserzione. Pantalone è sempre stato veneziano; Brighella e Arlecchino sempre bergamaschi; convien dunque inferire che i luoghi dai quali gl’istrioni hanno preso i personaggi comici, chiamati le quattro maschere della commedia italiana, fossero i sopra indicati. Quello che dico in proposito non è interamente di mia immaginazione, poiché tuttora ho con me un manoscritto del decimoquinto secolo, benissimo conservato e rilegato in cartapecora, contenente centoventi soggetti o abbozzi di commedie italiane, denominate commedie dell’arte, la cui base fondamentale riguardo alla parte comica è sempre Pantalone, negoziante veneziano; il Dottore, giureconsulto di Bologna; Brighella e Arlecchino, servi bergamaschi, l’uno astuto, l’altro balordo. La loro antichità e permanente esistenza ne provano indubitatamente l’origine. Riguardo poi al loro uso, Pantalone e il Dottore, chiamati dagli Italiani i due vecchi, sostengono le parti di padre e vestono col mantello.

Il primo è un negoziante, perché Venezia in quei tempi remoti era il paese che faceva il più esteso e ricco commercio d’Italia. Questo personaggio ha conservato sempre l’antica foggia veneziana: infatti la veste nera e il berretto di lana che a Venezia son tuttora uso, unitamente alla camiciola rossa e i calzoni tagliati a mutande, con calze rosse e pianelle, rappresentano al naturale il vestiario dei principali abitanti delle lagune adriatiche. La sola barba, riguardata in quei secoli come uno dei più begli ornamenti dell’uomo, è stata modernamente figurata con un poco di caricatura e perciò resa ridicola. Il secondo vecchio, chiamato il Dottore, fu preso dal ceto dei curiali per fare il contrapposto del dotto al commerciante, e fu scelto bolognese, perché malgrado l’ignoranza di quei tempi, esisteva a Bologna un’università che conservava sempre gl’impieghi e onorari dei professori. L’abito pertanto del dottore ritiene tuttora l’antica foggia dell’università e della curia di Bologna, che è uguale a un dipresso a quella che si pratica al giorno d’oggi, e la maschera singolare che gli copre la fronte e il naso è stata immaginata in conseguenza di una macchia di vino che deformava il volto d’un giureconsulto di quei tempi. Così porta una tradizione che vive tuttavia nei dilettanti delle commedie dell’arte. Finalmente Brighella e Arlecchino, che in Italia hanno anche il nome di Zanni, furono presi da Bergamo, poiché il primo essendo sommamente furbo e il secondo completamente balordo, tali estremi non si trovano se non nella classe del popolo di codesta città. Brighella rappresenta un servitore imbroglione, furbo e birbante, e il suo vestito è una specie di livrea, con maschera nera, indicante con caricatura il colorito degli abitanti di quelle montagne, tutti bruciati dall’ardore del sole. Vari comici hanno preso il nome in questa parte di Finocchio, Fichetto e Scappino, ma sotto questi nomi esiste sempre il servo medesimo ed il medesimo bergamasco. Anche gli Arlecchini sono stati chiamati diversamente: vi sono Traccagnini, Truffaldini, Gradellini e Mezzettini, ma sempre però gli stessi balordi, i medesimi bergamaschi; il loro abito figura quello di un povero diavolo che va radunando i pezzi di differente roba e colore che trova casualmente per via, rassettando con essi il suo vestito; il cappello pure corrisponde alla sua mendicità; la coda di lepre, che ne è l’ornamento, si usa ancor’oggi per l’abbigliamento ordinario dei contadini di Bergamo.

In tal modo credo di aver dimostrato bastantemente l’origine e l’uso delle quattro maschere della commedia italiana, onde non mi resta a parlare se non del loro effetto. La maschera deve sempre pregiudicare all’azione dell’attore, tanto nel manifestare l’allegrezza come il dolore. Perché sia pure il personaggio amabile, severo, piacevole, ha sempre al viso la stessa pelle e non mostra altro. Egli ha un bel variar di tono, non sarà mai capace di far conoscere con i moti dei suoi lineamenti, che sono gl’interpreti del sentimento del cuore, le differenti passioni che agitano l’anima. Fra i Greci e i Romani le maschere erano una specie di strumento per portar lungi la voce, immaginato per far così sentir meglio i personaggi nella vasta estensione dei teatri. Le passioni e i sentimenti non erano in quel tempo condotti a quel punto di delicatezza che attualmente si richiede; si vuole oggi che l’attore abbia dell’anima, ma l’anima sotto le maschere è come il fuoco sotto la cenere. Ecco la ragione per la quale avevo concepito l’idea di riformare le maschere della commedia italiana, sostituendo le buone commedie alle insulse farse. Ma di giorno in giorno andavano aumentando i lamenti, e i due partiti divenivano per me sempre più disgustosi; procurai per ciò di accontentare gli uni e gli altri, e mi sottoposi a dar fuori alcune commedie a braccio, senza però desistere dal porre in scena la mie commedie di carattere. Feci agire le maschere nelle prime, e mi valsi dell’arte comica nobile e dilettevole nelle seconde; in questa maniera ognuno aveva la sua parte di piacere, onde col tempo e con la pazienza giunsi a vederli tutti d’accordo, ed ebbi inoltre la soddisfazione di trovarmi autorizzato a secondare il mio gusto, che in capo ad alcuni anni divenne il gusto più generale e più adottato in Italia.

CAPITOLO XXV.

Altri lamenti dei Bolognesi contro la mia riforma.

- Terenzio, commedia di cinque atti in versi. - Estratto. - Magnifico successo.

Avevo già perdonate ai partigiani delle commedia con le maschere le lagnanze che mi avevano fatte, per essere dilettanti abilissimi, che avevano il merito di rendere piacevoli le commedie a braccio. Quello però che più d’ogni altro mi pungeva, erano le grida di vendetta dirette contro di me da personaggi di qualità, per la ragione che aveva messo in ridicolo i cicisbei senza riguardo alla nobiltà.

Veramente non mi sentivo di fare su questo proposito le mie scuse, e molto meno di correggermi, ma facevo troppo conto sui suffragi dei Bolognesi per non cercare di convertire i malcontenti e rendermi meritevole della loro stima. Immaginai una commedia, il cui argomento era appunto degno di un paese ove generalmente fiorivano le arti, le scienze e la letteratura più che in qualunque altro luogo. Presi per soggetto la commedia Terenzio, nel modo stesso che pochi anni avanti avevo fatto del Terenzio francese. È questa una delle mie commedie favorite; mi costò molta pena, mi procurò molta contentezza e meritò l’elogio universale dei Bolognesi; potrei io dunque negarle la preferenza? Rendo ora conto di questa figlia a me cara; e per farla meglio conoscere, comincio dal trascrivere la lista di personaggi: il Prologo, Lucano senatore, Livia figlia adottiva di Lucano, Lelio patrizio, Publio pretore di Roma, Terenzio africano schiavo di Lucano, Creusa giovine greca schiava di Lucano, Critone ateniese nonno di Creusa, Fabio adulatore aderente di Lucano, Lisca parassita, Damone eunuco schiavo di Lucano, un segretario, sei littori al seguito del pretore, clienti di Lucano, seguito di Lucano, seguito del pretore. La scena si finge in una stanza del palazzo di Lucano.

Un personaggio calzato col coturno si presenta solo sulla scena, si annunzia per il Prologo e arringa il pubblico intorno alla commedia che sta per rappresentarsi. Dà alcune notizie preliminari per la più facile intelligenza di una composizione, che per l’epoca di due mila anni fa si discosta dai nostri usi e costumi, e tien discorso delle azioni principali, degli episodi, dei caratteri, della critica e della morale della commedia. « Voi direte, signori (prosegue il Prologo), che la commedia deve aggirarsi sopra i nostri costumi, i nostri vizi, le nostre ridicolezze, e avete ben ragione; ma possiamo però talvolta valerci benissimo dei morti, affine di correggere i vivi; infatti voi vedrete sfacciato l’adulatore, indiscreto il parassita, insolente l’eunuco; tutti questi sono originali presi dall’antichità, ma peraltro se ne incontrano copie molteplici e somigliantissime nel nostro secolo.» Discorre in seguito il Prologo sul carattere di Livia, che, vinta dal merito di Terenzio, fa inutili sforzi per sostenere l’orgoglio delle eroine romane. «Gli autori tragici esaltarono, dice, quella fierezza che è spinta fino al fanatismo, laddove all’opposto il nostro autore ne ha ricavato le arguzie più vive. » Finalmente il Prologo termina il suo discorso con chiedere al pubblico un benigno compatimento a nome dell’autore.

Atto I. - Apre la scena Lucano, seguito da Damone eunuco e suo schiavo. Questi si lagna col padrone che le faccende più grossolane e faticose vadano tutte a pesare unicamente sulle sue spalle, e che Terenzio, schiavo al pari di lui, a null’altro sia riserbato che a far ridere il pubblico. Aggiunge a tali lagnanze che questo sfacciato satirico, chiamato poeta, ha avuto l’ardire di burlarsi di lui nella commedia intitolata L’Eunuco, e perciò chiede una riparazione di onore; dopo la qual ciarlata avverte Lucano esservi nell’anticamera Lelio, che desidera parlargli; a quest’avviso Lucano va in furia contro lo schiavo, perché fa aspettare l’amico di Scipione; e Damone parte. L’oggetto per cui vien Lelio è di complimentare Lucano per i fortunati successi di Terenzio, e aggiunge alle proprie congratulazioni quelle di Scipione il giovine, chiedendo in nome di quest’eroe e da parte degli edili la libertà dello schiavo africano, meritevole degli onori e dei diritti della cittadinanza romana. Lucano promette la liberazione di Terenzio; ma oltre alla medesima, Lelio domanda in nome dell’autore comico il permesso di sposar Creusa, giovine greca. Lucano ama svisceratamente la sua schiava, onde Terenzio può sperare di godere la sua libertà a condizione di rinunziare a Creusa. Allora Lelio gli parla e da filosofo e da amico; ma Terenzio vede venir Creusa, e la bellezza dell’avvenente schiava basta a scusarlo, sicchè Lelio confessa tacitamente che Terenzio ha ragione, e se ne va.

Creusa resta inquieta, sbigottita: Lucano, ella dice, l’ha guardata con aria minacciosa; Terenzio le dice che la loro passione non è più un segreto; ella teme dunque lo sdegno di un padrone cui ha avuto la disgrazia di piacere; la morte non la spaventa ma, dovendo morire, vorrebbe morir moglie di Terenzio. Egli le mette sott’occhio tutti gli ostacoli che si oppongono alla loro unione, ed ella perciò propone di sposarlo occultamente; ma Terenzio non potrebbe in modo alcuno far forza alla sua passione e nasconderla, quando avesse sposata Creusa; onde da questo rifiuto essa trae motivo di temere quel che ha sempre sospettato: cioè che Livia lasci trasparire la sua inclinazione per Terenzio, e che Terenzio possa restarne sedotto; egli però, da sincero e affettuoso amante, l’assicura della propria fedeltà. In questo istante son sorpresi da Livia, che rimanda Creusa bruscamente. La scena che segue tra Livia e Terenzio, è veramente comica; in essa il poeta si prende gioco dell’orgoglio della dama romana nella maniera più decente e artificiosa. Egli la pone nel maggiore impaccio, e la lascia qual uomo che ha per lei rispetto ed ammirazione, e non ardisce dir altro; ella soffre il contrasto dell’amore e della fierezza, e termina col dire: «Sì, voglio che Terenzio sia mio, ma sempre in catene; e quando non possa pubblicamente godere il suo affetto, impedirò fin che vivo che una rivale ne vanti il possesso. Sia amore, invidia od orgoglio che mi guidi, son donna, son Romana, ad ecco bastanti ragioni per sostenere i miei diritti.»

Atto II. Fabio adulatore e Lisca parassita vengono entrambi a far la corte a Lucano: il primo per giungere colla sua protezione a qualche posto lucroso, e l’altro per essere ammesso alla sua tavola. Vengo, dice l’adulatore, a tributare incenso alla vanità di un senatore romano, superbo di comparire in Campidoglio con un numeroso seguito di fautori e clienti. E io vengo, ripiglia il parassita, per spartire con l’oppressore del popolo le spoglie degli oppressi. Il loro dialogo va finalmente a cadere su Terenzio. Egli è un uomo, al parer loro, molto felice, senza però alcun merito e ingegno; ha copiato Menandro, e di due commedie dell’autore greco ne ha fatta una all’uso romano. Comparisce intanto Lucano: ecco in abbondanza elogi da tutte le parti, è chiamato padre del popolo, gloria del Senato, e Terenzio onor di Roma. In tal guisa questi maligni soggetti parton contentissimi per aver veduto sorridere dalla compiacenza uno di quei padri coscritti che tremar facevano l’universo. Lucano fa venir Creusa, e le parla qual padrone e amante; essa rispetta la sua catena e chiede solo la libertà del suo cuore. Non potendo egli forzarla ad amarlo, chiede che gli si conceda almeno la speranza: Ingannami, dice, ma concedimi le tue grazie. Creusa però è abbastanza coraggiosa per gloriarsi di sincerità. In questo mentre Damone annunzia a Lucano che il Senato lo chiama, ond’egli parte; l’eunuco profitta del momento per scherzare goffamente con Creusa, ma essa lo disprezza, e segue fra loro un piccolo alterco. Creusa gli dice: Sei perfido; ed egli risponde: E tu Greca. Lo chiama malvagio, ed egli replica: E tu Greca. Aggiunge il titolo di scellerato, ed egli sempre: E tu Greca. Irritata Creusa gli domanda quello che intende dire con quella parola. Questo vocabolo, risponde Damone, racchiude in sé tutto quanto il male che mai dir si possa di una creatura umana. Giunge in quel mentre Livia, comanda allo schiavo di partire e dà a Creusa un disegno da ricamare per farne un arazzo, severamente ordinando di non uscire di camera finché non sia ultimato il lavoro. Creusa esamina il disegno e vi ravvisa la propria figura e quelle di Terenzio e di Lucano, unitamente a un littore armato di verghe che minaccia i due schiavi. Con aria maliziosa domanda Livia a Creusa se il quadro le piace, ed essa risponde senza scomporsi che per renderlo perfetto manca una terza figura muliebre, in abito di Romana, che solleciti il castigo dei due disgraziati innocenti. Ecco Terenzio: il disegno continua ad aver luogo nella scena, e il poeta comico approfitta per burlarsi di Livia e incoraggiare la giovine greca a disprezzare le minacce. Sopraggiunge Lelio e sollecita Terenzio perché vada in Campidoglio, ove il Senato ed il popolo romano lo invitano. Terenzio nel partire usa termini che lusingano la credulità dell’orgogliosa Romana e rassicurano la giovane schiava.

Atto III. - Damone, sempre invidioso e nemico di Terenzio, consulta Lisca per appagare il suo odio. Il parassita gli dice che per umiliare Terenzio altro non ci vorrebbe che una commedia alla maniera di Plauto; ma Damone non conosce né Plauto né le sue commedie. Il mio scopo in questa scena era di dare un’idea succinta di questo autore che aveva preceduto Terenzio; Lisca ne dice quanto basta per istruzione di chi non legge. Dopo di che prende l’impegno di agire in favore di Damone a patto che gli regali alcuni fagiani, allora molto rari e che venir si facevano dalla Grecia. Arriva Fabio, e partecipa a Lisca e Damone la fortuna di Terenzio, cui gli Edili hanno aggiudicato in pieno Senato una gratificazione di centomila nummi (cioè cinquantamila lire) in ricompensa della commedia intitolata Eunuco; tutti e tre d’accordo strepitano fieramente contro l’ingiustizia dei Romani, ma sopraggiunto Terenzio, lo ricolmano di elogi e complimenti; il poeta però, che ben li conosce, li disprezza e li lascia; onde Fabio e Lisca, per vendicarsene, l’accusano avanti a Lucano di avere spinto la sua audacia fino al punto di pretendere il cuore di Livia. Lucano non ne sembra dolente. Terenzio, risponde, sta per divenire cittadino romano, e questo titolo gli dà il diritto di pretendere gli onori della repubblica; il suo ingegno e la sua reputazione lo debbono certamente mettere in grado di aspirare alle parentele più rispettabili; confessa inoltre che la brama di allontanare Terenzio da Creusa è anche più forte della sua stima. Intanto fa venire a sé la figlia, e qui v’è una scena del genere appunto di quelle di Terenzio. Livia, in faccia al padre, sostien l’orgoglio del suo sesso e della sua nascita, e dimostra di conoscere la distanza immensa che corre tra lei e Terenzio; onde Lucano non vuol forzarla, e la lascia in piena libertà sulla scelta dello sposo. Livia però vanta tra le sue virtù una cieca sottomissione ai voleri del genitore, e siccome lo vede indeciso, termina pregandolo di porgerle un’occasione di attestare la sua obbedienza.

Lucano spera che Terenzio non ricuserà l’onore di essergli genero. Segue una scena nella quale ambedue parlano di amore, matrimonio, sacrifizio e riconoscenza, ma ciascuno si riferisce a una persona diversa. L’equivoco si sostiene fino al termine con somma naturalezza: Terenzio non rileva l’errore se non all’arrivo di Creusa. Irritato Lucano dalla resistenza della giovane greca, le dà l’annunzio che Terenzio sta per mutare stato, deve sposar Livia, e per una schiava greca potrà nutrire solo disprezzo. Si rivolge a Terenzio perché confermi egli stesso tal verità, onde il poeta trovasi in impaccio. Ma se ne sbriga dicendo, in senso equivoco, che bisogna rispettare tutto ciò che vien dalla bocca di un senatore romano.

Atto IV. - Terenzio, in mezzo agli onori e ricompense ond’è colmato, non può godere appieno la sua felicità, quando non divida i favori della sorte con l’arbitra del suo cuore. Damone intanto annunzia al poeta un Greco di barba grigia che parlar vorrebbe a Lucano. Terenzio, cui è nota la Grecia, avrebbe caro di vederlo, onde Damone esce e introduce l’Ateniese. Critone entrando si lagna del disprezzo dei Romani verso i forestieri, ma Terenzio guadagna la confidenza del vecchio dichiarandosi schiavo Africano, e molto più presto l’ottiene, allorchè Critone riconosce in Terenzio quell’autore, per cui rivive fra i Romani il nome e la gloria del poeta Menandro. Di discorso in discorso il vecchio si manifesta per avo di Creusa: Terenzio prova un piacer sommo per tale incontro, e interroga subito il Greco sopra il suo stato, le sue vicende e le sue intenzioni.

Critone racconta le proprie disgrazie unendovi quelle di Creusa; dice che ella è stata venduta a Lucano da un mercante di schiavi chiamato Lisandro di Tracia per duemila sesterzi, col patto però di renderla al prezzo stesso non ad altri che a chi gliel’aveva venduta. Il mercante di Tracia è morto e Critone, che tutto ha perduto nel naufragio da cui è appena scampato, salvato avea per sorte il contratto, firmato di proprio pugno da Lucano. Terenzio offre il prezzo del riscatto di Creusa e impegna il Greco a rappresentare il personaggio di Lisandro; tanto più che entrambi esser debbono a un dipresso dell’età stessa, potendo la barba e il gergo straniero molto imporre all’altrui credenza. Tutta la diversità consiste nell’esser Critone robusto e diritto, mentre il Trace, al dir del Greco, era curvo e malconcio; si prova Terenzio a farlo star curvo, ma egli ci riesce malamente, soffre, e sospetta che l’autor comico voglia far di lui un personaggio da commedia. Intanto Terenzio vede venir Lucano, onde fa piegare il vecchio suo malgrado e lo presenta al padrone; la scena che segue è interessante e comica: Terenzio espone a Lucano la richiesta del mercante di schiavi e gli fa vedere il contratto firmato da lui stesso; Lucano non può, senza commettere ingiustizia, ricusare la restituzione della giovane greca. Dolendogli però di privarsene, fa al vecchio molte domande, mentre egli soffre infinitamente di stare sì a lungo in quella positura. Terenzio non lascia di farlo curvare ancor più; dopo essersi burlato tanto di Lucano, quanto di Critone, esce per andare a ricevere in nome del padrone il prezzo del riscatto di Creusa, conducendo seco il Greco estremamente affaticato. Lucano non risente ancor dispiacere di aver dato la libertà a Creusa poiché, se i genitori la reclamano, egli spera di vincerli, proponendosi di ricolmarli di benefizi e di maritar Creusa a qualcuno de’ suoi favoriti. Così ella non lascerebbe Roma, ed egli sempre l’avrebbe presso di sé.

Atto V. - Damone, alla testa degli schiavi del suo padrone, fa disporre le sedie per il pretore romano e per la gente del seguito, che stanno per adunarsi in casa di Lucano per la cerimonia della manomissione di Terenzio. Mentre escon gli schiavi da una parte, Creusa entra dall’altra; ella è già libera, e sa benissimo che Terenzio ha molto contribuito alla sua felicità, onde se prima lo amava per inclinazione, aggiunge ora all’amore la riconoscenza. Sopraggiunge Livia, e domanda a Creusa se la voce che corre ha fondamento, e se è vero che sta per ricuperare la libertà; la Greca le risponde in modo da sconcertare l’orgoglio d’una Romana; la scena è pungente, e resta interrotta da Damone che avvisa Creusa che Lucano la chiama. Alla sesta scena compare il pretore romano, preceduto da timpani e strumenti da fiato, dai littori e da uno scriba. Da un’altra parte entrano Lucano e Terenzio, seguiti da Lelio, da Fabio e da molti favoriti e amici. Prende ognuno il suo posto, indi segue la cerimonia della manomissione nella maniera allora in uso, che si può vedere nell’originale della mia commedia stampata, e che ho descritto seguendo la storia.

Terenzio fa il suo ringraziamento da filosofo e poeta, e il Pretore esce con tutto il suo seguito. Sul finir della commedia si tratta degli amori di Terenzio e Creusa. Lucano finalmente cede ogni sua pretesa e fa in favore della Greca, già libera, il sacrificio del suo affetto; Livia nasconde il livore sotto l’apparenza di un forzato eroismo; e in questa guisa Terenzio gode il frutto del suo merito e talento. Se qualche autore francese crede degna della sua attenzione questa Commedia, troverà in cattivi versi materia bastante per farne dei buoni.

CAPITOLO XXVI.

Ritorno a Venezia. - Deliziosa villeggiatura. - Recito in commedia. - Riesco male in una parte

d’amoroso. - Mi riscatto nelle parti caricate. - Il Cavalier Giocondo, commedia in versi di cinque atti.

- Mio giudizio sopra questa composizione. - Idea di tre commedie consecutive.

Molto contento del successo del mio Terenzio, me ne tornai a Venezia e andai a passare il resto dell’estate a Bagnoli, luogo delizioso nel distretto di Padova, appartenente al conte Widiman, nobile veneziano e feudatario nei domini imperiali. Questo ricco e generoso signore vi conduceva sempre in sua compagnia una numerosa e scelta brigata; vi si recitavano commedie nelle quali aveva parte egli pure; e serio com’era, ciò nonostante non ci poteva trovare Arlecchino più svelto e più allegro di lui. Aveva studiato con somma attenzione il Sacchi, e lo imitava stupendamente. Io somministrava piccoli abbozzi, ma non avevo avuto mai l’ardire di recitarvi. Alcune signore della conversazione mi obbligarono a prendere una parte di amoroso; le accontentai, ed esse ebbero di che divertisi e ridere a mie spese. Ne rimasi corrucciato, e il giorno appresso sbozzai una commediola, intitolata La Fiera, nella quale invece di fare una sola parte per me, ne feci quattro: cioè il Ciarlatano, il Giocolere, il Direttore di spettacoli e di Venditor di Storie. Nei tre primi personaggi contraffacevo i gondolieri di piazza San Marco, e sotto la maschera del quarto spacciavo strofette critiche e allegoriche, che finivano in una lagnanza dell’autore sulle burle che gli erano toccate. La celia fu trovata buona, ed eccomi vendicato a modo mio. Alla fine di settembre lasciai la compagnia di Bagnoli, e me ne ritornai a casa per assistere all’apertura del teatro. Presentammo per la prima volta il Cavalier Giocondo, commedia di cui mi sarei forse scordato affatto, se non l’avessi veduta stampata mio malgrado nell’edizione di Torino. Nella prima recita non andò a terra: era in versi, non era dispiaciuta a nessuno, ma io solo ne ero disgustato. Il fondo di essa può veramente dirsi cosa da nulla: un balordo chiamato Giocondo, cui è stato dato per burla il titolo di cavaliere, si tiene in conto di gran viaggiatore per aver percorso la Lombardia per trenta leghe di circuito. In conseguenza dei suoi grandi viaggi ha preso una grandissima affezione ai forestieri, e ne riceve in casa di ogni specie. La signora Possidaria, sua moglie, leggera e folle quanto il marito, fa goffamente gli onori di casa; onde tutti due pagano a gran prezzo il piacere di essere adulati da questi, truffati da quelli e disprezzati da tutti. La morale della commedia potrebbe essere di qualche utilità quando fosse meglio condotta, e di differenti personaggi meglio connessi e più importanti.

Ho l’impressione che l’individuo incaricato della correzione delle bozze dell’edizione di Torino avesse preso a noia questa commedia al pari di me, poiché non può concepirsi la quantità d’errori. Lasciamo dunque in abbandono questa povera disgraziata, di cui forse taluni mi chiameranno padre snaturato; ma io parlerei dei miei figli, se ne avessi, come parlo delle produzioni del mio ingegno. Dopo questa commedia in versi ne presentai un’altra la quale, malgrado lo svantaggio della prosa, piacque molto ed ebbe molto incontro. Vedrete, mio caro lettore, che nel darvi nel capitolo XXIII l’estratto di una commedia intitolata La Villeggiatura, dico di averne tre altre sopra il soggetto medesimo, delle quali eccovi i titoli: Le smanie della Villeggiatura, Le avventure della Villeggiatura, Il ritorno dalla Villeggiatura. In Italia, ma principalmente a Venezia, questa smania, queste avventure e questi dispiaceri somministrano certe ridicolezze propriamente degne del teatro comico. Non si avrà forse in Francia idea di un tal fanatismo, per cui si rende la campagna un affare di lusso, piuttosto che di sollievo e passatempo. Io peraltro ho veduto, dacché sono a Parigi, parecchie persone le quali, senza aver un pollice di terreno da coltivare, tengono con somma spesa la loro ville, ove si rovinano al pari degli Italiani; onde la mia commedia, dando un’idea della follia dei miei compatrioti, fa intendere di passaggio che dovunque gli uomini si sconcertano nei loro interessi, quando nella mediocrità della fortuna voglion porsi a livello dell’opulenza. Nei capitoli che seguono vedrete l’analisi di queste tre commedie.

CAPITOLO XXVII

Le smanie della Villeggiatura, commedia in prosa di tre atti.

Filippo, uomo di una certa età, molto allegro, manieroso e liberale, ama dividere con gli amici i comodi della sua fortuna. Possedendo una villa a Montenero, poche miglia distante da Livorno, vi va a passare la bella stagione con la signorina Giacinta sua figlia; vi conduce parenti, amici, tien tavola aperta, accoglie molta gente, sempre però senza soggezione e senza dissestare i propri affari. Leonardo poi, che con mediocri sostanze pretende di figurare al pari degli altri, ha preso a pigione una villa egli pure a Montenero accanto a quella di Filippo, e vuol competere col suo vicino.

Apre la scena Leonardo, fa osservazioni e calcoli con Paolino, suo cameriere e confidente, riguardo al dissesto dei suoi affari e alla necessità di porvi rimedio. Ma siccome il vicino sta per andare in campagna, bisogna seguirlo ed è necessario trovar denaro a qualunque costo. Leonardo ha uno zio molto vecchio e ricchissimo: i beni dello zio pagheranno i debiti del nipote. La signorina Vittoria, sorella di Leonardo, fa essa pure i preparativi per la villeggiatura di Montenero; ha già in casa quattro persone tutte occupate a lavorar per lei, e aspetta con impazienza un abito alla moda, senza il quale mai e poi mai si cimenterebbe a comparire in un luogo, ove il lusso e il buon gusto vanno a gara.

Vi sono in Italia sarti da uomini e sarti da donne. Quest’ultimi avevano inventato una guarnizione per gli abiti del tutto nuova, alla quale avean dato il nome francese di mariage; consisteva in due nastri di diverso colore intrecciati fra loro in modo particolare, e accomodati sopra una stoffa senza opera; l’abilità dunque del sarto stava unicamente nel variare i colori dei nastri e nel combinarli bene. La signorina Vittoria, avendo inteso che la sua vicina compare in campagna col mariage, vuole assolutamente averne uno essa pure, ma il sarto, a cui va debitrice di molto, non è punto disposto a compiacerla; questo affare è per lei della più gran conseguenza, onde prega il fratello di differire la partenza; ma egli non può, perché impegnato a partire in compagnia di Giacinta, che ama ed è ricca, e lui spera di sposarla. Giacinta non ama perdutamente Leonardo, pure non lo disprezza; non sentendo inclinazione per altri, non ricuserebbe di dare a lui la sua mano. Ma lo crede geloso, e non si mariterebbe mai se non a condizione di non essere molestata. Un certo Guglielmo, giovane di buona famiglia, cortese, garbato, ma estremamente furbo e accorto, ama parimente Giacinta, aspira a possederla, e sa nascondere la sua fiamma e le sue mire; guadagna però l’amicizia del padre, e questi lo ammette alla conversazione e gli offre un posto nella sua carrozza. Leonardo che, invitato pur da Filippo, avrebbe dovuto occupare il quarto posto, è geloso di Guglielmo e ricusa di combinarsi con lui; perciò si scusa, differisce la partenza e spera di accontentare così la sorella, cui manca ancora il mariage. Niente affatto: il mariage è all’ordine; ella ha trovato il modo di averlo, ed è pronta a partire; onde la novità della sospensione del viaggio le reca sommo rammarico, l’addolora, la pone nella più gran furia. Le si fa credere che neppur Giacinta parta, e ciò vale ad acquietarla alquanto; ma si determina di andare di persona a trovarla per accertarsi se veramente ella resti o vada, e per osservare se il così vantato mariage di lei sia più bello del suo. Leonardo frattanto va a trovare un suo conoscente, intimo di Filippo, e lo informa della sua inclinazione per Giacinta; lo prega di tenerne proposito col genitore, e nel tempo stesso gli confida la sua gelosia, fondata sulla libertà da Filippo concessa alla figlia, e soprattutto sul pericolo di vederla in compagnia di giovani che danno cagione a ciarle sulla condotta di lei. Fulgenzio, amico di Leonardo e di Filippo, s’incarica di tutto; proponendosi intanto di fare al primo qualche rimostranza relativamente alla sua smania per la campagna, e alla dissipazione del suo tempo e delle sue sostanze. Non manca di parola e va a trovare il suo vecchio amico, che dopo i soliti convenevoli l’invita ad andare con lui a Montenero. - Vi ringrazio, risponde Fulgenzio; son già stato in campagna per aver occhio alla raccolta del mio grano, e vi sono andato anche per quella dell’uva; altro presentemente non mi occorre. Trovo ridicolo andare in campagna, quando i primi freddi ci richiamano subito in città. -

Quindi Fulgenzio fa cadere il discorso su Giacinta. Avrebbe da proporre per lei a Filippo un buon partito, ma è trattenuto dalla condotta tanto del padre che della figlia. Si spiega: Filippo conduce in campagna Guglielmo; ciò non torna bene per nessun conto; la gente mormora, e il pretendente vi rinunzierà. Filippo riconosce che l’amico ha ragione, perciò gli dà parola di allontanar Guglielmo dalla sua conversazione, e così rimanda Fulgenzio contento. Ma il debole padre ne parla alla figlia, la quale, benchè non ami Guglielmo, si accorge che tutto questo è opera di Leonardo e vuole sostener l’impegno; fa pertanto vedere al padre l’indecenza e l’inconveniente di negare a un uomo onorato una cortesia offertagli volontariamente; e termina con dire che per quella volta egli non può assolutamente dispensarsi di condurlo seco. Filippo presta fede alla figlia, la conosce cortese e ragionevole, onde a Guglielmo non vien dato congedo dalla brigata. Queste mutazioni nell’animo di Filippo ne cagionano altrettante in casa di Leonardo; questi, assicurato da Fulgenzio, che Guglielmo sarebbe stato licenziato, si risolve a partir per Montenero, e la signorina Vittoria è contenta. Sentendo poi Leonardo che deve intervenirvi anche il suo rivale, cambia idea, non vuol partire, e ne rimane sconcertatissima la sorella. Questa signorina, imbrogliata e sommamente in collera per sentirsi dire ora sì ora no, prende la risoluzione di andar ella stessa da Giacinta, sua cara amica, ma che non può soffrire; ci va e la scena riesce piacevolissima: è un quadro al naturale della gelosia delle donne e dell’odio dissimulato.

Verso la fine dell’ultimo atto Fulgenzio ritorna alla casa dell’amico Filippo, ottiene il permesso di nominare il pretendente della figlia, e questi è Leonardo. Filippo, che non ha contezza alcuna del dissesto dell’economia domestica del suo vicino, acconsente e decide di parlarne a Giacinta. Fulgenzio rammenta sempre a Filippo che ciò deve succedere a condizione che Guglielmo non sia della compagnia; ma intanto Guglielmo si trova appunto nel quartiere della signorina pronto alla partenza. Compare infatti un momento dopo, e Fulgenzio si meraviglia di vederlo; ma Filippo, per sbrogliarsene, gli chiede in grazia che vada a far preparare i cavalli per la partenza. Intanto sopraggiunge Leonardo e incontra Guglielmo che sta uscendo. I discorsi che si tengono tra Filippo e Fulgenzio richiamano la curiosità di Giacinta. Essa dunque si presenta, impone a tutti silenzio, perora la sua causa e vince la lite; ed ecco con qual mezzi. Troppo bene si è accorta che Leonardo ha propensione per lei, ed ella non lo guardava con indifferenza; ma egli non si è dichiarato che in quel momento. Lungi dall’opporsi alle proposte di un uomo stimabile, si fa anzi un onore e un piacere di aderire alle paterne insinuazioni, riguardando come un preciso dovere uniformarsi ai suoi desideri. Ma fino a quel momento non era debitrice a Leonardo di cosa alcuna, e ancor meno suo padre; onde, essendo ambedue nell’impegno di condurre seco in campagna un uomo onorato, giovine savio e rispettabile, sarebbe un’azione sommamente indegna non condurlo. Chiunque esigesse per prima testimonianza di considerazione il sacrificio della civiltà e della convenienza, non potrebbe mai sperare di meritar la sua stima e di possedere il suo cuore. Filippo resta incantato dalla prontezza e dall’energico parlare di sua figlia; e Leonardo, che è innamorato ed è inferiore d’ingegno alla sua bella, rimane persuaso dalle sue ragioni e la lascia arbitra del suo volere; Fulgenzio poi dice da sé solo che, se fosse giovane, non sposerebbe Giacinta quand’anche avesse un milione di dote. Frattanto arriva Guglielmo, i cavalli sono pronti, la brigata è combinata; tutti stanno per partire, altro non vi è che una piccola mutazione proposta da Giacinta medesima, cioè che Leonardo andrà in compagnia sua e del genitore, e una vecchia zia e Guglielmo con la signorina Vittoria e la sua cameriera. Troppo è accorto il giovane per dolersi del cambio; sa soffrire e aspettare il momento favorevole; lo troverà infatti in campagna, e saprà approfittarne. Questo appunto è il soggetto principale della seconda commedia.

CAPITOLO XXVIII.

Seguito del capitolo precedente. - Le Avventure della villeggiatura, commedia in prosa di tre atti.

Il seguito delle Smanie della villeggiatura, da me presentato un anno dopo, ha per titolo Le avventure della Villeggiatura, nella quale fra riso, giochi e passatempi sempre dispendiosi e sempre vari, procuro di criticare la follia della dissipazione e i pericoli di una libertà senza limiti. Intervengono anche in questa seconda commedia, a eccezione del vecchio Fulgenzio, i personaggi medesimi che hanno avuto parte nella prima, con altri sette, che sono la signora Sabina vecchia zia della signorina Giacinta, la signora Costanza e Rosina sua figlia, parenti di Filippo e di Leonardo, e un giovine chiamato Tognetto, figlio del medico del villaggio, che per la sua imbecillità si rende il ridicolo del paese.

Nella prima di queste composizioni non ho fatto parola alcuna di un altro personaggio del tutto comico e originale che ha parimenti parte nella presente, e questi è un parassita che va a prender posto ora in casa degli uni ora in casa degli altri, uno di quei soliti impiccioni che entrar vogliono in tutto, che divertono la brigata, che adulano i padroni e sono un vero tormento per la servitù. La gente di servizio di Filippo unitamente a quella dei suoi ospiti parenti aprono la scena. Brigida cameriera di Giacinta dà loro la colazione con vino, cioccolata, caffé e biscotti; intanto si tien crocchio sopra i padroni, e secondo il solito se ne dice male. Tutti gli altri servitori servono poi a turno la colazione nelle rispettive case. Nel primo atto non si trova nulla d’importante, e solo comincia a destare qualche grato effetto il principio del secondo. In esso compare Giacinta malinconica, pensosa, e in compagnia della cameriera che la interroga sul motivo della sua malinconia. Giacinta, dopo aver alcun tempo resistito alle istanze di Brigida, è forzata a manifestare il mistero e a confidarle il suo impaccio, la sua passione, il suo stato. Guglielmo, quel tanto savio e cortese giovane, per il quale ella pure professava quella stima di cui i suoi costumi e la sua condotta sembravano meritevoli, senza aver però mai per l’avanti sentito alcun affetto, veruna inclinazione per lui; quel giovane, non con altro fine da lei impegnato a essere della conversazione che per superare i fastidiosi ridicoli ostacoli di Leonardo, quel giovine insomma colla sua dolcezza e assiduità, profittando delle occasioni, dei luoghi, del tempo, della libertà, aveva saputo in modo tale insinuarsi nel cuore di lei, che ella arde per lui d’una fiamma divoratrice, capace quasi di condurla a morte. Brigida non si sarebbe mai aspettata dalla sua padrona una simile confessione, e ne resta tanto più meravigliata in quanto tutta la brigata crede Guglielmo innamorato della signorina Vittoria, e tutti sono di sentimento, dopo il viaggio da questo giovane e dalla signorina fatto insieme nella stessa carrozza, che sia già un pezzo avanti la loro unione. Giacinta assicura che tutto questo non è per parte di Guglielmo se non un’astuzia, per meglio occultare la sua vera inclinazione; Brigida pertanto procura di far coraggio alla padrona con porle sott’occhio che, non avendo ancora sposato Leonardo, potrebbe benissimo impegnare il genitore a rendere pago il suo desiderio; ma Giacinta ha dato già la sua parola, ha già firmato il contratto, onde è disposta piuttosto a morire che mancare al suo dovere. Nel corso della commedia Giacinta fa di tutto per evitare l’incontro di Guglielmo, ma il giovane, cui troppo bene è noto il carattere di lei, la segue dovunque. Questa signorina lascia dopo pranzo tutta la compagnia, e va sola in un boschetto a piangere in libertà. Guglielmo va a trovarla e approfitta dell’occasione per parlarle in modo decisivo. Le domanda se restar debba in vita o morire. - Adempite al dovere che vi corre, e lasciatemi in pace. - Il giovine insiste ed ella, richiamando tutto il suo spirito in aiuto del cuore, prende il tono di donna sdegnata e dice: - Voi avete mancato alla convenienza, alla buona fede, all’ospitalità, tendendo lacci al mio cuore e abusando della credulità di un’altra donna per celare i vostri fini. La sposa di Leonardo non può ascoltarvi più, e la signorina Vittoria non merita d’esser tradita. - Leonardo li sorprende e si fa render conto del loro colloquio. Guglielmo vedesi compromesso, ma Giacinta non manca di fermezza d’animo. - La signorina Vittoria, dice, è appunto il soggetto del nostro colloquio. Guglielmo ne è amante: anela a diventarle consorte, ed in questo stesso istante s’indirizzava per tal fine alla sposa del fratello per conseguirne l’assenso. - A questo discorso non può Guglielmo retrocedere senza rischio, onde trovasi forzato a confermare l’asserzione di Giacinta. Con tutto questo Leonardo non si lascia metter nella rete, sospetta sempre, ma al tempo stesso ammira Giacinta e promette a Guglielmo la sorella. Leonardo scrive una lettera, che fa copiare a Paolino suo cameriere con ordine di dargliela alla presenza di tutta la brigata, fingendo che sia una lettera proveniente da Livorno. In essa finge che suo zio, in imminente pericolo di morte, lo chiami alla città; convien dunque partire immediatamente, onde conduce seco la sorella e il futuro cognato. L’occulto rammarico, gl’interrotti sospiri e le furbesche occhiate son confuse tra i complimenti di quelli che partono e degli altri che restano. Son già tutti fuori, la sola Giacinta manca. - Grazie al cielo, ella dice, eccomi una volta sola! adesso posso finalmente dare sfogo alla mia passione e sciogliere il freno alla lagrime! - Qui essa interrompe a un tratto la declamazione, si avanza e fa al pubblico il seguente discorso: «Signori, l’autore della commedia mi aveva assegnato in questa scena un monologo, pieno dei sentimenti patetici di cui la mia condizione poteva esser suscettibile. Ho creduto bene di sopprimerlo, terminando qui la commedia, perché quel poco che ancor resta a svolgersi servirà di materia a una terza commedia sullo stesso soggetto, che avrem l’onore di presentarvi dopo questa.» Necessaria a me parve una simile dichiarazione per prevenire i lamenti dei rigoristi; frattanto l’azione principale della commedia è condotta completamente a termine. Il matrimonio di Leonardo con Giacinta, unitamente a quello di Guglielmo con Vittoria, non formano lo scopo principale del mio disegno. Infatti m’ero proposto di far conoscere nella prima commedia la passione smoderata che han gl’Italiani per le villeggiature, e volevo nella seconda dar convincenti conferme dei pericoli originati dalla libertà che regna in simili compagnie. Avevo adempiuto al mio dovere ed ero pronto a fare una dissertazione per sostenere che le due commedie erano finite; ma conveniva mettere in scena la terza commedia da me già promessa; la feci dunque senza interpor dilazione, ed eccovene l’estratto nel capitolo che segue.

CAPITOLO XXIX.

Seguito dei due capitoli precedenti. - Il Ritorno dalla villeggiatura, commedia

di tre atti in prosa, e ultima delle tre commedie consecutive sullo stesso soggetto.

Leonardo e la sorella di ritorno a Livorno erano affogati dai debiti, e si vedevano per ogni parte assediati dai loro creditori; conveniva dunque pagare o pregare, ma essi non facevano né l’una cosa né l’altra. Superbi nella loro indigenza, rimandavano i mercanti con cattivo garbo, e questi li perseguivano per via di giustizia.

Leonardo non aveva altro rimedio fuorchè quello di ricorrere al signor Bernardino, suo zio, e pregarlo di dargli qualche acconto sui beni di cui credevasi erede presuntivo. Ma il carattere di questo zio essendo quello d’un uomo duro e inflessibile, Leonardo non ardisce di esporsi da solo; a tale oggetto si raccomanda a Fulgenzio, che lo accompagni, e vanno insieme.

Il personaggio di Bernardino non sarebbe soffribile sul teatro, quando nella stessa commedia comparisse più di una volta. Do questa scena intera che indispettiva anche me mentre la componevo.

SCENA V

Camera in casa di Bernardino.

Bernardino in veste da camera all’antica, e Pasquale servitore; poi Fulgenzio.

 

BER. Chi è che mi vuole? Chi mi domanda? (a Pasquale).

PAS. È il signor Fulgenzio che desidera riverirlo.

BER. Padrone, padrone. Venga il signor Fulgenzio, padrone.

FUL. Riverisco il signor Bernardino.

BER. Buon giorno, il mio caro amico. Che fate? State bene? È tanto che non vi vedo.

FUL. Grazie al cielo sto bene, quanto è permesso a un uomo avanzato che principia a sentire gli acciacchi della vecchiaia.

BER. Fate come fo io, non ci badate. Qualche male si ha da soffrire; ma chi non ci bada, lo sente meno. Io mangio quand’ho fame, dormo quando ho sonno, mi diverto quando ne ho volontà. E non bado; non bado. E a che cosa s’ha da badare? Ah, ah, ah, è tutt’uno! non ci s’ha da badare. (ridendo).

FUL. Il cielo vi benedica: voi avete un bellissimo temperamento. Felici quelli che sanno prendere le cose come voi le prendete.

BER. È tutt’uno, è tutt’uno. Non ci s’ha da badare. (ridendo).

FUL. Sono venuto a incomodarvi per una cosa di non lieve rimarco.

BER. Caro signor Fulgenzio, sono qui, siete padrone di me.

FUL. Amico, io vi ho da parlare del signor Leonardo vostro nipote.

BER. Del signor marchesino? Che fa il signor marchesino? Come si porta il signor marchesino?

FUL. Per dir la verità, non ha avuto molto giudizio.

BER. Non ha avuto giudizio? Eh capperi! Mi pare che abbia più giudizio di noi. Noi fatichiamo per vivere stentatamente; ed ei gode, scialacqua, tripudia, sta allegramente: e vi pare ch’ei non abbia giudizio?

FUL. Capisco che voi lo dite per ironia, e che nell’animo vostro lo detestate, lo condannate.

BER. Oh! io non ardisco d’entrare nella condotta dell’illustrissimo signor marchesino Leonardo. Ho troppo rispetto per lui, per il suo talento, per i suoi begli abiti gallonati. (ironico).

FUL. Caro amico, fatemi la finezza, parliamo un poco sul serio.

BER. Sì, anzi, parliamo pure sul serio.

FUL. Vostro nipote è precipitato.

BER. È precipitato? È caduto forse di sterzo? I cavalli del tiro a sei hanno forse levato la mano al cocchiere?

FUL. Voi ridete, e la cosa non è da ridere. Vostro nipote ha tanti debiti, che non sa da qual parte scansarsi.

BER. Oh! quando non c’è altro male, non è niente. I debiti non faranno sospirar lui, faranno sospirare i suoi creditori.

FUL. E se non vi è più roba, né credito, come farà egli a vivere?

BER. Niente; non è niente. Vada un giorno per uno da quelli che hanno mangiato da lui, e non gli mancherà da mangiare.

FUL. Voi continuate sul medesimo tuono, e pare che vi burliate di me.

BER. Caro il signor Fulgenzio, sapete quanta amicizia, quanta stima ho per voi.

FUL. Quand’è così, ascoltatemi come va, e rispondetemi in miglior maniera. Sappiate che il signor Leonardo ha una buona occasione per maritarsi.

BER. Me ne consolo, me ne rallegro.

FUL. Ed è per avere ottomila scudi di dote.

BER. Me ne rallegro, me ne consolo.

FUL. Ma se non si rimedia alle sue disgrazie, non avrà la figlia, e non avrà la dote.

BER. Eh! un uomo come lui? Batte un piè per terra, e saltano fuori i quattrini da tutte le parti.

FUL. (Or ora perdo la sofferenza. Me l’ha detto il signor Leonardo). Io vi dico che vostro nipote è in rovina. (sdegnato).

BER. Sì eh? Quando lo dite, sarà così. (fingendo serietà).

FUL. Ma si potrebbe rimettere facilmente.

BER. Benissimo, si rimetterà.

FUL. Però ha bisogno di voi.

BER. Oh! questo poi non può essere.

FUL. E si raccomanda a voi.

BER. Oh il signor marchesino! È impossibile.

FUL. È così, vi dico; si raccomanda alla vostra bontà, al vostro amore. E se non temessi che lo riceveste male, ve lo farei venire in persona a far un atto di sommissione, e a domandarvi perdono.

BER. Perdono? Di che mi vuol domandare perdono? Che cosa mi ha egli fatto da domandarmi perdono? Eh! mi burlate: io non merito queste attenzioni; a me non si fanno di tali uffizi. Siamo amici, siamo parenti. Il signor Leonardo? Oh! il signor Leonardo mi scusi, non ha da far con me queste cerimonie.

FUL. Se verrà da voi, l’accoglierete con buon amore?

BER. E perché non l’ho da ricevere con buon amore?

FUL. Se mi permettete dunque, lo farò venire.

BER. Padrone, quando vuole; padrone.

FUL. Quand’è così, ora lo chiamo, e lo fo venire.

BER. E dov’è il signor Leonardo?

FUL. È di là in sala, che aspetta.

BER. In sala, che aspetta? (con qualche meraviglia).

FUL. Lo farò venire, se vi contentate.

BER. Sì, padrone; fatelo venire.

FUL. (Sentendo lui, può essere che si muova. Per me mi è venuto a noia la parte mia). (parte).

 SCENA VI

Bernardino, poi Fulgenzio e Leonardo, poi Pasquale.

 

BER. Ah, ah, il buon vecchio! se l’ha condotto con lui. Ha attaccato egli la breccia, e poi ha il corpo di riserva per invigorire l’assalto.

FUL. Ecco qui il signor Leonardo.

LEO. Deh! scusatemi, signor zio...

BER. Oh! signor nipote, la riverisco; che fa ella? Sta bene? Che fa la sua signora sorella? Che fa la mia carissima nipote? Si sono bene divertiti in campagna? Sono tornati con buona salute? Se la passano bene? Sì, via, me ne rallegro infinitamente.

LEO. Signore, io non merito di esser da voi ricevuto con tanto amore, quanto ne dimostrano le cortesi vostre parole; onde ho ragion di temere, che con eccessiva bontà vogliate mascherare i rimproveri che a me sono dovuti.

BER. Che dite eh? Che bel talento che ha questo giovane! Che maniera di dire! che bel discorso! (a Fulgenzio).

FUL. Tronchiamo gl’inutili ragionamenti. Sapete quel che vi ho detto. Egli ha estremo bisogno della bontà vostra, e si raccomanda a voi caldamente.

BER. Che possa... In quel ch’io posso... Se mai potessi...

LEO. Ah! signor zio... (col cappello in mano).

BER. Si copra.

LEO. Pur troppo la mia mala condotta...

BER. Metta il suo cappello in capo.

LEO. Mi ha ridotto agli estremi.

BER. Favorisca. (mette il cappello in testa a Leonardo).

LEO. E se voi non mi prestate soccorso...

BER. Che ora abbiamo? (a Fulgenzio).

FUL. Badate a lui, se volete. (a Bernardino).

LEO. Deh! signor zio amatissimo... (si cava il cappello).

BER. Servitor umilissimo. (si cava la berretta).

LEO. Non mi voltate le spalle.

BER. Oh! non farei questa mal’opera per tutto l’oro del mondo. (colla berretta in mano).

LEO. L’unica mia debolezza è stata la troppa magnifica villeggiatura. (sta col cappello in mano).

BER. Con licenza. (si pone la berretta). Siete stati in molti quest’anno? Avete avuto divertimento?

LEO. Tutte pazzie, signore; lo confesso, lo vedo, e me ne pento di tutto cuore.

BER. È egli vero che vi fate sposo?

LEO. Così dovrebbe essere, e ottomila scudi di dote potrebbono ristorarmi. Ma se voi non mi liberate da qualche debito...

BER. Sì, ottomila scudi sono un bel denaro.

FUL. La sposa è figliuola del signor Filippo Ganganelli.

BER. Buono, lo conosco, è un galantuomo; è un buon villeggiante; uomo allegro, di buon umore. Il parentado è ottimo, me ne rallegro infinitamente.

LEO. Ma se non rimedio a una parte almeno delle mie disgrazie...

BER. Vi prego di salutare il signor Filippo per parte mia.

LEO. Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie...

BER. E ditegli che me ne congratulo ancora con esso lui.

LEO. Signore, voi non mi badate.

BER. Sì, signore, sento che siete lo sposo, e me ne consolo.

LEO. E non mi volete soccorrere?...

BER. Che cosa ha nome la sposa?

LEO. E avete cuore d’abbandonarmi?

BER. Oh! che consolazione ch’io ho nel sentire che il mio signor nipote si fa sposo.

LEO. La ringrazio della sua affettata consolazione, e non dubiti che non verrò a incomodarla mai più.

BER. Servitore umilissimo.

LEO. (Non ve l’ho detto? Mi sento rodere; non la posso soffrire). (a Fulgenzio, e parte).

BER. Riverisco il signor nipote.

FUL. Schiavo suo. (a Bernardino, con sdegno).

BER. Buondì, il mio caro signor Fulgenzio.

FUL. Se sapeva così, non veniva a incomodarvi.

BER. Siete padroni di giorno, di notte, a tutte le ore.

FUL. Siete peggio d’un cane.

BER. Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio.

FUL. (Lo scannerei colle mie proprie mani). (parte).

BER. Pasquale?

PAS. Signore.

BER. In tavola. (parte).

Questa scena, per sé medesima di nessuna importanza, produce nulladimeno in questa commedia un effetto mirabile. Fulgenzio, irritato dalle ripulse di Bernardino e dolente di avere esposto agli insulti il suo amico Leonardo, s’adopera all’estremo per questo giovane, e fa per lui più di quello che non avrebbe forse potuto fare lo zio. Filippo ha in Genova alcune rendite male amministrate da un corrispondente trascurato o birbante. Fulgenzio dunque lo impegna a dare in dote alla figlia tutti i beni che possiede in quella città, con carta di procura che autorizzi la riscossione delle rendite. Inoltre impegna nel tempo stesso Leonardo ad affidargli l’amministrazione delle sue entrate di Livorno, incaricandosi di pagare i suoi debiti in Toscana. Questo accomodamento riesce tanto più utile a ciascuno, in quanto l’allontanamento di Giacinta e Guglielmo è il solo mezzo di metter in tranquillità due famiglie che la vicinanza avrebbe rese sempre più infelici.

CAPITOLO XXX.

La Peruviana, commedia in versi di cinque atti. - Un curioso accidente, commedia in prosa di tre atti.

- Buon successo. - La Donna di maneggio, commedia di tre atti in prosa. - Felice successo. - L’Impresario di Smirne,

commedia di tre atti ed in prosa. - Le Donne di casa soa, commedia sul gusto veneziano di cinque atti in versi.

Avendo dato di seguito gli estratti di tre commedie, rappresentate in tre anni diversi, bisogna adesso ritornare al 1755. La prima che presentai fu La Peruviana; a tutti è noto il romanzo intitolato Lettere di una Peruviana; ne seguii la tracce ravvicinandone gli oggetti principali. Procurai d’imitare lo stile semplice e naturale di Zilia, né punto mi scostai dall’originale della signora de Graffigny. Ne feci una commedia romanzesca, ebbi la sorte di riuscirvi, ma non starò qui a dar l’estratto di una composizione il cui fondo è troppo noto. A questa ne feci seguire un’altra in prosa, ed ebbe per titolo Un Curioso Accidente. Il fatto è vero: questo curioso e singolare accidente era successo a un grosso negoziante olandese, e due dei suoi corrispondenti a Venezia me lo parteciparono appunto come soggetto adatto per una commedia. Altro dunque non feci che mutare il luogo della scena e mascherare i nomi, di buon grado prestandomi a delineare il quadro senza però recare offesa alcuna agli originali.

Filiberto, ricco negoziante olandese, alloggia in casa sua il signor de la Cotterie, giovane ufficiale francese prigioniero di guerra e ferito, che gli è stato raccomandato da un suo corrispondente di Parigi.

Filiberto si affeziona al suo ospite alla maniera degli Olandesi, che col più intenso sentimento del cuore si attaccano a chi abbiano una volta considerato amico. Il negoziante ha una figlia da maritare, chiamata Giannina, ch’è savia, ma è donna; e de la Cotterie è onoratissimo, ma è giovane. A proporzione che egli vede guarire le sue ferite, sente divenir più pericolose quelle del cuore; teme perciò le conseguenza di un amor nascente, conosce il suo stato, vede l’impossibilità di sposare una signorina ricchissima; onde si determina di partire. La scena è aperta da Guascogna, suo cameriere, che sta facendo i fagotti per la partenza del padrone; Marianna, cameriera di Giannina, che ha delle pretese sul servitor francese, si lamenta di questa precipitosa risoluzione; s’intrattiene con lui, e questo colloquio fornisce appunto l’argomento della commedia. Filiberto non ha neppure l’ombra del dubbio che possa esservi una reciproca inclinazione tra la figlia ed il giovane ufficiale; ma vedendo il giovane, già lasciato dal medico e dal chirurgo, divenir malinconico e afflitto un giorno piú dell’altro, sospetta che alcuni taciti disgusti gli cagionino una malattia di cuore, e ne tien discorso alla figlia in modo da farle temere che si sospetti esserne lei la cagione. Ma il buon padre, che l’aveva già promessa in matrimonio a un giovane molto ricco aspettato di ritorno dalle Indie, troppo ha fiducia nella virtù di sua figlia per dubitarne; inclina piuttosto a credere che il giovane ufficiale ami Costanza, amica di Giannina; ed essa, ponendo in dimenticanza la buona fede che sommamente regna fra le donne della sua nazione, approfitta dell’errore del padre contestando che de la Cotterie ama realmente Costanza, ma per essere il padre di lei un ricchissimo e scortesissimo finanziere, dispera di poterne giungere al conseguimento. Filiberto ne parla a de la Cotterie che, avvertito da Giannina, conferma l’asserzione; il negoziante dunque s’incarica di farne la domanda, ma il venal finanziare ricusa subito il partito. Filiberto è irritato, e in vendetta consiglia l’ufficiale di portar via Costanza e gli somministra il denaro occorrente per effettuare il disegno. Il giovine approfitta del consiglio, riceve il denaro e rapisce invece la figlia di Filiberto. Fin qui il fatto storico; io poi l’avevo adornato e rifiorito in una maniera decente e assai piacevole. Figurai che la signorina rapita fosse nascosta in casa di una zia, ponendo così il padre nel caso di esser forzato a concederla al rapitore. Come però trovare il modo di giustificarlo? qui veramente mi costò un po’ di fatica: un uomo onorato, un militare... Ne sono uscito molto bene. L’età, l’amore, la comodità, il consiglio del padre. In una parola, leggete la commedia e vedrete che a tutto si è pensato, a tutto vi è risposta. Essa ebbe un pienissimo incontro. Se ne giudicò assai delicata la condotta, finissimo e molto piacevole il lavoro; vi sono scene ed equivoci che nascono spontaneamente e si sostengono senza sforzo, talchè essa è una delle mie commedie favorite.

Eccovene però un’altra che incontrò anche di più, ed è La Donna di maneggio, commedia di tre atti in prosa. Donna Giulia, moglie di don Properzio, è una dama di qualità, che per il suo ingegno e le amabili maniere gode la stima dei suoi uguali e la protezione della Corte. Ella è attiva, cortese, generosa, si prende a cuore gli affari altrui come quelli della famiglia, protegge le arti e le scienze, solleva i poveri, riconduce la pace nelle famiglie discordi e la consolazione a coloro i cui affari sono in disordine.

Ecco il ritratto della donna stimabile che forma il protagonista della commedia, e di cui avevo l’originale sotto gli occhi. Non sarebbe possibile che ne dessi l’estratto senza descriverne tutte le particolarità dal principio al fine: dirò dunque soltanto che vi si trova azione, divertimento caratteri, sospensione, brio comico; chi bene intende l’italiano, non ne sarà scontento.

Alle tre piacevoli commedie da me date, ne feci succedere una quarta di genere totalmente diverso. Questa è L’Impresario di Smirne, commedia di tre atti, ch’era in versi la prima volta che la diedi, e che ebbe poi maggiore incontro ridotta in prosa, come sta attualmente. Un Turco chiamato Alì, negoziante di Smirne, si reca per alcuni affari a Venezia; va all’Opera e gli viene l’idea che uno spettacolo di quella sorte fosse per avere un fortunato successo nel suo paese, ove i forestieri sono in maggior numero dei nazionali: esamina, calcola, ne fa oggetto di commercio, si dirige a persone che fanno in Italia il mestiere di mediatori di spettacoli, e là loro la commissione di trovare i soggetti necessari per effettuare i suoi disegni. Ma che imbroglio per un Turco! Fissa quattro cantatrici, e ciascuna di loro pretenda la prima parte; perde la pazienza, ne cerca altre, ma le pretese son sempre le stesse. Gli uomini pure di questo mestiere non sono più docili delle donne; anzi s’imbatte in un cantore senza barba che sommamente lo affligge e lo mette nella maggior disperazione. Il giorno della partenza era fissato, tutti dovevano ritrovarsi in un dato luogo per imbarcarsi, a tutti vi si trovano: si aspetta l’Impresario, e in vece sua compare un uomo con una borsa di denaro che dà l’avviso della partenza di Alì per Smirne, e dà a ciascun musico per parte di questo onorato musulmano un quarto dei loro appuntamenti in cambio dei modi impropri di cui sarebbero piuttosto stati meritevoli. Questa commedia è un’amplissima e completa critica dell’insolenza dagli attori e delle attrici, e della pigra impotenza dei direttori: ottenne il più grande incontro.

Con una commedia del gusto veneziano intitolata Le Donne di casa soa, che si tradurrebbe in buon toscano Le Donne casalinghe, posi fine al carnevale del 1755. Essa piacque molto ed è stata sempre accolta con somma festa e applauso, e chiuse la stagione nella maniera più splendida e fortunata. Ne darei con piacere l’estratto, e son di sentimento che ne varrebbe la pena, ma vado a seconda del tempo: oggi è cattivo, e io pure son di cattivo umore; e poi il pregio principale di questa commedia consiste nel dialogo; e siccome i Veneziani hanno l’uso di servirsi continuamente nei loro discorsi di lepidezze, paragoni e proverbi, o non sarebbe possibile tradurli, o si tradurrebbero male. Feci questa commedia a bella posta in Italia per dare vieppiù coraggio alle virtuose massaie, e correggere nel tempo stesso le cattive. Se in Francia se ne facesse una simile, essa riuscirebbe utile a Parigi come a Venezia.

CAPITOLO XXXI.

Viaggio a Parma. - Tre opere comiche composte per ordine di S. A. R.: La buona Figlia, Il Festino

e I Viaggiatori ridicoli. - I tre maestri di cappella che scrissero la musica. - Ritorno a Venezia

con un titolo e una pensione. - Il Padre per amore, commedia in versi di cinque atti.

- La Guerra, commedia di tre atti in prosa. - Il Medico Olandese, commedia di tre atti in prosa.

Nel marzo nell’anno 1756 fui chiamato a Parma per ordine di S. A. R. l’Infante don Filippo. Questo principe, che teneva di guarnigione una truppa francese numerosissima e ben disciplinata, voleva l’opera comica italiana. Mi fece dunque l’onore d’incaricarmi di tre composizioni per l’apertura del nuovo spettacolo. Giunto a Parma fui condotto a Colorno, ov’era la corte, e fui presentato al signor Du Tillot, allora sopraintendente generale degli affari domestici di S. A. R. e che in seguito divenne ministro di Stato, e fui decorato del titolo di Marchese di Felino. Questo bravo e degno Francese, pieno di vivacità ingegno e probità, mi accolse benignamente, mi diede un bellissimo appartamento, mi assegnò un posto alla sua tavola e m’indirizzò per le necessarie istruzioni al signor Jacobi, incaricato della direzione degli spettacoli. Andai lo stesso giorno alla commedia della Corte, e fu questa la prima volta che vidi comici francesi; rimasi incantato dalla loro maniera e sommamente meravigliato del silenzio che regnava nella platea. Ora non mi ricordo qual fosse la commedia che si recitava quel giorno; rammento bensì che, vedendo in scena il primo amoroso abbracciare con ardore la sua amante, questa naturalissima azione, lecita ai Francesi e proibita agl’Italiani, mi piacque a tal segno che gridai quanto potei: - Bravo! - La mia indiscreta e incognita voce irritò subito la taciturna assemblea, il principe volle sapere donde veniva; dovetti dunque esser nominato, e si trovò degna di scusa la meraviglia di un autore italiano. Questa scappata mi procurò per altro il vantaggio di esser presentato a tutto il pubblico; dimodochè, essendomi portato dopo lo spettacolo nelle sale del ridotto, mi vidi circondato da moltissima gente e feci conoscenze che mi resero in seguito il soggiorno a Parma piacevolissimo, talchè ne partii con rammarico. Ebbi anche l’onore pochi giorni dopo di baciare la mano all’Infante, all’Infanta e alla Principessa Reale loro figlia. Godei per qualche tempo le delizie di Colorno, e mi ritirai in seguito a Parma per intraprendere con tutta tranquillità il lavoro commessomi. Terminai le tre commedie ordinatemi: la prima fu La buona Figlia, la seconda Il Festino, la terza I Viaggiatori ridicoli. Il soggetto della Buona Figlia lo ricavai dalla mia commedia di Pamela, e Duni ne fece la musica. L’opera incontrò molto, e avrebbe incontrato anche di più se migliore fosse stata l’esecuzione; ma troppo tardi fu preso l’impegno di trovare buoni attori. Però questa medesima opera ebbe una sorte migliore in mano di Piccini, che alcuni anni dopo, avendo avuto la commissione di un’opera comica per Roma, preferì questo vecchio dramma a tutti i nuovi che gli vennero proposti. Da Ferradini poi fu scritta la musica del Festino, e Mazzoni scrisse quella dei Viaggiatori ridicoli. Questi due maestri di cappella riuscirono entrambi perfettamente, poiché i drammi furono ben accolti tanto alla lettura che alla rappresentazione; con tutto questo però non bastavano gli sforzi dei compositori per supplire ai difetti degli attori, e trattandosi dell’opera comica principalmente, ho veduto spesso le opere mediocri sostenersi per solo effetto della buona esecuzione, e all’opposto rarissimamente riuscire la buone opere eseguite male.

Quanto a me, la commissione fu onorevolissima e fortunata, poiché venni largamente remunerato del mio tempo e delle fatiche; e partii da Parma con la patente di Poeta e di persona addetta all’attual servizio di S. A. R. con pensione annua, che anche il duca regnante ebbe la clemenza di mantenermi.

Nel tempo del soggiorno a Parma non perdei di vista i miei comici di Venezia. Veduta rappresentare dagli attori francesi Cénie, commedia della signora di Graffigny, la trovai bellissima e su quel modello ne feci un’altra in italiano, col titolo, Il Padre per amore. Tenni dietro all’autrice francese, per quanto una composizione straniera poteva uniformarsi al gusto italiano. Cénie non era che un dramma affettuoso e dilettevole, ma privo affatto di energia comica.

Un aneddoto della raccolta delle Cause celebri mi somministrò il mezzo di ravvivarlo. Due nasi mostruosi, e somigliantissimi nella loro deformità, avevano dato luogo a un processo, che aveva tenuto nel più grande imbroglio per molto tempo i difensori e i giudici. Applicai pertanto uno di questi due nasi al marito della governante, e l’altro all’impostore che voleva soppiantarla. Chi conosce la composizione francese potrà giudicare se io l’abbia guastata, o resa piacevole senza recar pregiudizio alla nobiltà e importanza del soggetto. Vero è che gl’Italiani non si accorsero che fosse un’imitazione; ma io lo dissi a tutti, credendomi abbastanza onorato di dividere gli applausi con una donna rispettabile, che faceva onore alla sua nazione e al suo sesso.

La vista di Parma mi aveva anche richiamato alla memoria la battaglia che vi avevo veduta nel 1746; laonde per variare soggetti nelle mie opere composi una commedia intitolata La Guerra. Avevo trattato un tema di questa sorte nella commedia L’amante militare, ma troppe cose mi restavano da dire sull’argomento, onde mi estesi in questa assai più che nell’altra. L’azione principale è l’assedio di una fortezza; e il luogo della scena è ora il campo degli assedianti, ora la piazza assediata. Non si nominano né il luogo né le potenze belligeranti, per evitar l’inconveniente di dispiacere alla nazione cui venisse l’idea di essere stata meno ben trattata. La composizione è più comica che importante. Il quadro dell’armistizio, delineato dietro le tracce di quello da me veduto all’assedio di Pizzighettone, forma un colpo d’occhio maraviglioso, e diffonde molta vivezza nella commedia. Vi è un luogotenente storpiato che, malgrado le grucce, vuol essere a parte di tutti i divertimenti, si batte da paladino e vuole far fronte a tutte le donne del paese. Non tratto con troppo riguardo un commissario di guerra, che anticipava le paghe agli ufficiali con un interesse proporzionato ai rischi della guerra. Ebbi forse torto, ma non l’avevo inventato io: me ne avevano parlato, me l’avevano presentato, e per questo lo misi in scena senza nominarlo. La commedia non lascia d’avere i suoi innamorati; ve ne sono nel campo, ve ne sono nella città; si vedono ufficiali arditi, famiglie in disordine, ma la pace tutto accomoda. E con la pace appunto si pone termine alla commedia. La Guerra ebbe un successo sufficiente, e si sostenne sino alla fine dell’autunno; ma la commedia che le seguì e fece l’apertura del carnevale, fu molto più fortunata e produsse molto maggior guadagno ai comici e contento all’autore: questa fu Il Medico olandese. Feci a Colorno la conoscenza del signor Duni. Quest’uomo, che indipendentemente dal suo ingegno aveva molto brio e molta letteratura, era soggetto come me a vapori ipocondriaci. Facevamo perciò lunghe passeggiata insieme, e i nostri discorsi andavano quasi sempre a cadere sopra i nostri mali, reali o spesso immaginari. Mi raccontò un giorno che era stato a Leida, in Olanda, per vedere il celebro Boerrhaave, e consultarlo intorno ai sintomi della sua malattia. Quest’uomo tanto rinomato, a cui venivan lettere fino dalla China con l’indirizzo Al signor Boerrhaave, in Europa, aveva un’egual cognizione sia delle malattie del corpo come dello spirito; onde propose per unico rimedio all’ipocondriaco professore di musica di cavalcare, divertirsi e vivere secondo il suo solito, guardandosi da qualunque specie di medicamento.

Questa ordinazione mi parve del tutto conforme a quella del mio medico di Milano, da cui venni risanato con l’apologo del fanciullo. Feci l’elogio del dotto olandese; anzi Duni, che lo aveva veduto per più mesi, mi raccontò varie particolarità dei suoi usi e costumi, e mi parlò della signorina Boerrhaave, ch’era giovane, ricca, bella e non ancor maritata. Di discorso in discorso venne il mio amico a far parola sull’educazione delle signorine olandesi; le quali, incapaci di mancare ai loro doveri, godono una deliziosa libertà e ordinariamente non si maritano che per ragioni di convenienza. L’ascoltai con molta attenzione e mi formai in mente alcuni embrioni di commedia, che vidi poi nascere a poco a poco col soccorso della riflessione e della morale.

Occultai bensì in questa commedia il nome di Boerrhaave, sotto quello di Bainer, medico e filosofo olandese. Feci andare alla casa di lui un Polacco che soffre la stessa malattia del signor Duni, e che da Bainer vien trattato nello stesso modo; ma alla fin dei conti questo Polacco sposa la figlia del medico.

Duni vide la mia commedia qualche tempo dopo, e avrebbe voluto essere stato guarito come il malinconico del Nord; ma la musica non fa in Olanda la stessa fortuna che a Londra e a Parigi.

CAPITOLO XXXII.

Critiche dei nemici. - Difese dei partigiani. - Accusa di aver mancato nella purità della lingua toscana.

- Il Tasso fu criticato in ugual modo. - Commedia di cinque atti ed in versi, intitolata Torquato Tasso.

- Notizie preliminari, riguardanti la sua vita. - Riassunto della commedia.

Il viaggio di Parma, il diploma e la pensione che ne avevo ottenuto, risvegliarono l’invidia e lo sdegno dei miei nemici. Costoro sparsero voce a Venezia, nel tempo della mia assenza, che ero morto; e vi fu un frate che audacemente asserì d’essersi trovato alle mie esequie. Ma giunto in patria sano e salvo, i perversi spiriti si vendicarono della mia buona sorte. Non erano gli autori, miei antagonisti, che mi tormentavano, ma solo i partigiani dei diversi teatri di Venezia.

Alcuni letterati, che avevano qualche considerazione per me, si presero l’incarico di difendermi; ed ecco perciò una guerra dichiarata, nella quale mi toccava d’essere vittima innocente di tutti gli animi irritati. È sempre stato mio costume occultare i nomi dei malvagi; posso però ben onorarmi del nome dei miei difensori. Padre Roberti gesuita, oggi abate Roberti, uno dei più illustri poeti della soppressa Compagnia, pubblicò un poema in versi sciolti intitolato La Commedia, nel quale, parlando della mia riforma e facendo l’analisi di alcune scene delle mie commedie, incoraggiava i suoi e miei compatrioti a seguire l’esempio e il metodo dell’autore veneto. Dietro l’abate Roberti venne il conte Verri milanese, che intitolò la sua opera La Vera Commedia; fece in essa estratti di quelle mie che gli parvero migliori, esponendole quali modelli da imitarsi per condur felicemente al termine la riforma del Teatro italiano. Il Museo di Apollo, poema in versi martelliani di sua eccellenza Niccola Beregan, nobile veneziano, era lo scritto più ragguardevole di tutti. Infatti l’opera, benissimo composta e ricca di dotte note, fu dal pubblico gustata con estremo piacere e mi fece un infinito onore. Altri patrizi veneziani scrissero in favor mio in occasione delle dispute che andavano a prender fuoco un giorno più dell’altro. Il conte Gaspare Gozzi, letterato dottissimo e autore di alcune tragedie e commedie italiane, prese egli pure il mio partito, e mi onorò nelle sue poesie dei suoi elogi; il conte Orazio Arrighi Landini, fiorentino, trovò parimenti degne della sua musa toscana le opere dell’autore veneziano. Ogni giorno uscivano composizioni pro e contro; io per altro avevo il vantaggio che tutte le persone affezionate a me erano, per costumi, doti intellettuali e reputazione, le più saggie e considerate d’Italia.

Non dimenticherò mai il signor Stefano Sugliaga della città di Ragusa, attualmente segretario reale e imperiale a Milano. Quest’uomo dottissimo, questo filosofo stimabile, caldo e affezionatissimo amico, di cui il cuore e la borsa erano sempre aperti per me; quest’uomo insomma, il cui ingegno e carattere eran ben degni di un ugual rispetto, si accinse alla risposta ai satirici dardi vibrati contro di me. L’energica ed eloquente sua prosa faceva molto più effetto dell’orpello dei versi e delle poetiche immagini. Uno dei difetti ond’io venivo vivamente censurato era quello della purità della lingua. Come Veneziano, avevo lo svantaggio di avere succhiato col latte l’uso di un dialetto piacevole e seducente, ma che non era toscano. Imparai e coltivai in seguito colla lettura il linguaggio dai buoni autori italiani; ma con tutto ciò sempre tornano a riprodursi alcune delle natie prime impressioni, malgrado l’attenzione che si ponga a evitarle. Feci un viaggio in Toscana, ove mi trattenni per quattro anni, con l’unico scopo di rendermi questa lingua familiare, e feci fare a Firenze la prima edizione delle mie Opere, sotto gli occhi e la censura dei dotti di quel paese, per renderla così netta da qualunque difetto di lingua. Tutte le mie precauzioni non bastarono per contentare i rigoristi. Secondo loro avevo sempre mancato in qualcosa, e mi si rimproverava sempre il peccato originale del venezianismo. In mezzo a tanto noiose baie, mi ricordai un giorno che il Tasso pure era stato vessato per tutto il tempo della sua vita dagli Accademici della Crusca, i quali sostenevano che La Gerusalemme Liberata non era passata per il buratto, emblema della loro Accademia. Trovandomi nel mio studio. volsi l’occhio ai dodici volumi in quarto delle opere di questo autore, ed esclamai: - Mio Dio! sarà dunque necessario esser nato in Toscana per ardire di scrivere in lingua italiana? - Ciò detto, passai a una meccanica osservazione sui cinque volumi del Dizionario della Crusca, nei quali trovai più di seicento vocaboli e una quantità grande di espressioni approvate dall’Accademia e rigettate affatto dall’uso; percorsi alcuni autori antichi, che fan testo di lingua, ma non si potrebbero imitare oggi senza rimprovero, e terminai col dire: - È vero che bisogna scrivere in buon italiano, ma è altresì necessario scrivere in modo da essere intesi in tutte le regioni d’Italia; infatti fece malissimo Tasso a riformare il suo poema per dar nel genio agli Accademici della Crusca. Tutti leggono la Gerusalemme Liberata, nessuno la Gerusalemme Conquistata. -

Perdei molto tempo in tali osservazioni e ricerche, ma anche dal tempo perduto seppi ricavar profitto, poiché scelsi il Tasso appunto per soggetto di una nuova commedia. Siccome avevo messo in scena Terenzio e Molière, immaginai di far così anche del Tasso; soggetto non straniero nella classe drammatica, giacchè l’Aminta è un capolavoro, il Torrismondo è una tragedia benissimo fatta, e la commedia Intrighi d’amore, se non è un’opera eccellente, non lascia però di manifestare l’indole di un uomo di genio. La vita del Tasso somministra per sé stessa parecchi aneddoti molto importanti per una composizione teatrale; e i suoi amori, che sono stati appunto la sorgente delle sue disgrazie, formano l’azione principale della mia commedia.

Tutti sanno che il Tasso divenne amante della principessa Eleonora, sorella di Alfonso d’Este duca di Ferrara; il rispetto però di cui è degna questa illustre casa, tuttora regnante in Italia, mi fece mutare il grado della principessa in quello di una marchesa favorita del duca e benvoluta dalla principessa. Si trovavano in quel tempo alla corte di Ferrara due altre Eleonore: una era moglie di un cortigiano chiamato don Gherardo, e l’altra cameriera della marchesa. Raccapezzai l’aneddoto nel dizionario del Moreri, e se il fatto non è abbastanza autentico per la storia, lo credo almeno sufficiente per dar materia a un’opera comica; giacchè non mi pare straordinario incontrare in Italia tre nomi simili in una stessa corte. Apre la scena il Tasso, componendo un madrigale in lode di Eleonora. Sopraggiunge don Gherardo che lo cerca da parte del duca, onde il Tasso accorre agli ordini del padrone. Il cortigiano intanto resta solo, e scartabellando tra i fogli trova il madrigale, lo legge e si mette in testa che sua moglie Eleonora sia il soggetto dei versi e della passione del poeta. Quest’uomo indiscreto è anche imprudente al punto di lagnarsene; la moglie gli presta fede, né la notizia le dispiace; ma anche la cameriera, che è la terza Eleonora, ha le sue pretese sul madrigale. Il duca però non si lascia ingannare: sospetta della marchesa, ed ecco il Tasso in disgrazia. Tutti quelli che hanno letto la vita di quest’uomo celebre devono sapere ch’è originario di Bergamo, e che per un viaggio de’ suoi genitori nacque a Sorrento nel regno di Napoli. Le due città si contrastavano appunto l’onore di esser patria del Tasso, e tali pretese erano favorite dai rispettivi sovrani. In conseguenza di questi contrasti, simili a quelli della Grecia sulla nascita di Omero, introdussi nella mia commedia un Veneziano e un Napoletano che parlano entrambi il linguaggio del loro paese, e che profittano della scontentezza del preteso loro compatriota per impegnarlo a lasciar Ferrara. L’incontro dei due forestieri produce alcune scene comiche e piacevoli, e la dolcezza del dialetto veneziano posta in opposizione alla brutta e veemente pronunzia napoletana, formano un singolare e dilettevole contrasto. Feci aver parte con destrezza in questa medesima composizione a un personaggio fiorentino, sotto il nome di Cavalier del Fiocco, il quale non era un vero accademico della Crusca, avendo io troppo rispetto per quella illustre e dotta società per esporre uno dei suoi membri alle risa pubbliche. Il Cavalier del Fiocco altro non era se non uno di quegli abietti rifiuti dell’Accademia che, affettando il rigorismo della lingua toscana, cadono nell’assurdità; e tale appunto era la maggior parte di quelli che ce l’avevano col mio stile. Non intendo comprendere in questa classe i Granelloni, società letteraria stabilita a Venezia, della quale i conti fratelli Gozzi erano ai miei tempo l’ornamento principale. Il Tasso tormentato dall’amore, congedato dal sovrano e annoiato dal Fiorentino era prossimo a lasciar Ferrara, sempre però indeciso se ceder dovesse alle premurose istanze del Veneziano, o piuttosto a quelle del Napoletano. In questo mentre giunge da Roma un personaggio chiamato Patrizio che, a nome degli accademici di quella capitale del mondo cristiano, invita il Tasso ad andare a ricevere in Campidoglio la corona poetica di cui era stato onorato il Petrarca. Il Tasso dunque, preferendo l’onore a qualunque altro vantaggio, accetta la proposta e abbandona le rive del Po per cercare consolazione sul Tevere; ove veramente l’avrebbe forse trovata, se la morte non avesse reciso il filo dei suoi giorni e delle sue speranze. Questa commedia ebbe un incontro sì generale e costante, che per voce pubblica fu messa nella classe, non dirò già delle migliori, ma delle più felici mie produzioni.

CAPITOLO XXXIII.

Avvertimento sulla data delle mie Commedie. - L’Egoista, commedia di cinque atti in versi.

- Qualche parola su questa commedia. - La bella Selvaggia, commedia di cinque atti in versi. -

Il Campiello, commedia di cinque atti in versi liberi. - Magnifico successo.

- La buona Famiglia, commedia di tre atti in prosa. - Mediocre incontro.

Continuando a render conto delle mie commedie dell’anno 1755, trovo che L’amante di sé stesso appartiene a quest’epoca; quantunque in un’edizione straniera porti la data del 1747, tempo nel quale scrivevo per il teatro Sant’Angelo e tre anni avanti che incominciassi a far uso del verso nelle commedie. In quest’occasione avverto il lettore di non prestar fede alle date delle mie Opere stampate, essendo quasi tutte false. Parlo dunque adesso dell’Egoista.

Il conte dell’Isola, protagonista della commedia, apre la scena con il signor Alberto; prendono la cioccolata insieme, e, ciarlando, fanno conoscere il carattere del conte. Questi è un giovine di qualità, che ha ingegno e ama tutto quello che il mondo ha di amabile, procurando però di goderne senza verun disturbo e senza prender decisa passione a veruna cosa. Agisce infatti nella commedia in conseguenza dei suoi principi. È alloggiato in casa di un amico in campagna ove sono alcune signore, trattando le quali ora fa la corte a questa ora a quella; ma per poco che egli vedasi compromesso o inquietato, si ritira immediatamente da qualunque impegno. Il conte è unico nella sua famiglia, ed è ricco; si vorrebbe perciò dargli moglie. Egli non ha avversione al matrimonio, ma si propone di essere o buon marito o buon amico; e come non sarà molesto alla moglie, così non vuole che la moglie sia tale in alcun modo a lui. Havvi nel castello di Monte Rotondo, ove è posta la scena, una signorina di qualità chiamata Donna Bianca, la quale sembra al conte oggetto degno della sua attenzione e di qualità personali analoghe alla sua maniera di pensare. Si mescolano nell’affare gli amici, sì dell’una come dell’altra parte, e segue il matrimonio. La commedia ebbe sufficiente incontro, e le fu dato posto nella seconda classe delle mie commedie.

Alcuni giorni dopo feci andare in scena La Bella Selvaggia, commedia il cui argomento è desunto dai viaggi dell’abate Prévot. Gli Spagnuoli fanno la scoperta di una nuova isola della Guiana nell’America meridionale. Delmira, figlia di Camur e amante di Zadir, cade con gli altri selvaggi in potere degli Europei. Don Ximenes, comandante spagnuolo, getta gli occhi addosso a Delmira, la trova bella e vuole impadronirsene. L’amorosa Selvaggia preferisce la morte alla privazione del suo amante; difende i suoi diritti, ma la forza prevale sulla giustizia. Essa dirottamente piange, e le sue lacrime giungono finalmente a intenerire il cuore dello Spagnuolo, che rinunzia alle sue pretese in grazia di un amore sì virtuoso. Si vede chiaro che questa è una commedia romanzesca. Ebbe nulladimeno un meraviglioso incontro: il diletto vi era sostenuto a meraviglia, e io avevo saputo trovar materia comica fin sul fiume delle Amazzoni.

Nelle due commedie delle quali ho parlato vi era più affetto che divertimento; onde, essendo necessario rallegrare il teatro, misi in scena per la fine dell’autunno una commedia sul gusto veneziano in versi liberi, intitolata Il Campiello. Questa è una di quelle commedie dette dai Romani tabernariæ, e dai Francesi populaires, ovvero poissardes. Questo Campiello, che è il luogo della scena fissa, è circondato da casucce abitate da gente del basso popolo; si gioca, si balla, si fa chiasso, e ora è il soggiorno del buon umore, ora il teatro delle risse. Viene aperta la scena con una specie di lotto chiamato la venturina, e compare nel Campiello un giovane con un paniere pieno di bei vasi di maiolica, che si fa sentire col suo grido ben noto; all’udirlo si affacciano subito sulle porte, alle finestre, ai terrazzini, madri e figlie.

Questo mercantucolo tiene un sacchetto in mano, dal quale fa estrarre da ciascuna delle concorrenti una pallottola per un tenue prezzo; il premio del lotto poi consiste in un vaso di maiolica. La donne adunate non possono evitare di entrare in contrasto: ciascuna vuole esser la prima, ognuna vanta diritti di preferenza. Il pubblico intanto viene a cognizione, per mezzo di questo litigio, del nome, stato, difetti, caratteri e intrighi di queste vicine rissose e ciarliere. Ogni ragazza ha il suo amante; la gelosia le molesta, la maldicenza le mette in discordia, e l’amore le calma. La commedia presenta singolari avventure, molte scene comiche, molta vivezza, e una morale adatta al genere delle persone di cui tratta e applicabile alle donne di qualunque ceto. Il Campiello piacque moltissimo, e tutto era ricavato dal modo di vivere del basso popolo, con quella verità che purtroppo conoscevasi da ciascuno; di modo che i grandi restarono contenti al pari degli inferiori, avendo io già assuefatto i miei spettatori a preferir sempre la semplicità al bello artificioso, e agli sforzi dell’immaginazione l’ingenua natura.

A una commedia così allegra ne feci succedere una piena di morale, il cui titolo era La buona Famiglia. Questa fra le mie commedie può dirsi la più utile per la civile società; infatti fu gustata molto e applaudita dalle persone di senno, dai buoni economi delle famiglie, dai padri saggi, dalle madri prudenti; ma siccome non è questa la classe degli uomini e delle donne che fanno la fortuna degli spettacoli, così ella ebbe poche rappresentazioni, e fu più spesso recitata nelle case particolari che nei pubblici teatri. La buona famiglia di cui parlo è composta da un padre, una madre, due figli e un nonno; essi formano l’insieme più dolce, saggio e virtuoso; regna fra loro la pace, e la concordia forma la loro felicità. Vi sono peraltro in casa parenti pericolosi, cioè una moglie pazza e un marito libertino; i cattivi guastano i buoni, cosicché costa infinita pena e pazienza al saggio e rispettabil vecchio ricondurre i figli all’abbandonato sentiero della virtù. La commedia è in prosa, non prolissa, e si legge senza difficoltà anche da un forestiero, per poco che sappia l’italiano. Ma La buona Famiglia, che non ebbe gran sorte sulla scena, non l’avrà forse migliore nella lettura; né io mi cimenterò neppure a darne l’estratto, temendo si dica che è un sermone grossolano.

CAPITOLO XXXIV.

Conoscenza della signora de Boccage fatta a Venezia. - Alcune parole sopra questa

 signora rispettabile e sopra le sue opere. - La Dalmatina, commedia di cinque atti in versi.

- Felice successo. - I Rusteghi, commedia veneziana di tre atti in prosa. - Sua analisi e incontro.

Nel 1757 ebbi l’onore di far conoscenza a Venezia della signora de Boccage. Questa Saffo parigina, amabile quanto dotta, onorava in quel tempo con la sua presenza la mia patria, e riceveva gli omaggi dovuti al suo raro ingegno e alla sua modestia. Fui debitore di questa fortuna al nobile veneziano Farsetti, che dando un pranzo all’imitatrice di Milton, non ritenne immeritevole di entrar nel numero dei commensali un discepolo di Molière; e la signora de Boccage medesima fa menzione di questa giornata nella sua decimottava lettera sull’Italia. La dolce e istruttiva conversazione fu per me il preludio della soddisfazione che doveva un giorno portarmi il soggiorno a Parigi; e la sua presenza m’ispirò ben presto l’idea di un’opera teatrale che riuscì meravigliosamente e mi fece onore. Avendo letto Le Amazzoni della signora de Boccage, immaginai una commedia dello stesso genere, con la sola differenza che per soggetto di tragedia essa aveva scelto le eroine del Termodonte, e io per soggetto di commedia una sensibile e coraggiosa donna della Dalmazia; l’intitolai La Dalmatina. I Veneziani fanno gran il conto dei Dalmatini che, limitrofi del Turco, nel difendere le proprie possessioni garantiscono i diritti dei loro sovrani. La Repubblica estrae da essa il fiore delle sue truppe, e io tra le donne di quella coraggiosa popolazione scelsi l’eroina del mio dramma. Zandira, accompagnata dal genitore, s’imbarca sopra un vascello mercantile per andare a trovare Radovich, da lei non conosciuto, ma destinatole come sposo. Vengono sbalzati da un impetuoso vento verso le coste dell’Africa, dove sono assaliti dai barbareschi. Il padre soccombe al peso dell’età e delle sventure, mentre la figlia fatta schiava è condotta a Tetuan. Si trovava nel loro naviglio un giovane greco, Lisauro, riguardato da Zandira con molta amicizia. Essa, avendo perduto la speranza di esser moglie di chi avrebbe dovuto possederla, né avendo mai veduto l’uomo cui era destinata, crede di poter cedere alle premurose insinuazioni del giovane greco, che avvertito dell’avversione nazionale dei Dalmatini per i Greci si è spacciato per cittadino di Spalato, capitale della Dalmazia veneta. Informato Radovich della schiavitù della sua bella, si porta a Tetuan per riscattarla; Zandira, senza conoscere il suo liberatore, protesta recisamente che non uscirà mai di schiavitù, se Lisauro non viene liberato. Il Dalmatino frattanto vede la sua bella, la trova di suo gusto, ne resta incantato e le perdona un affetto ch’egli suppone innocente verso un disgraziato della sua nazione; quindi acconsente di procurare il riscatto di lui. Il Greco è un perfido che ha già ingannato di fresco una sua compatriota, ed ora vuole abusare della buona fede della nuova amante e della generosità del benefattore. Ibrahim, governatore di Tetuan, riceve il prezzo convenuto e dà libertà agli schiavi; ma Alì, il corsaro di cui Zandira era divenuta schiava per diritto di conquista e che la riservava per il proprio serraglio, si sdegna che il governatore ne abbia disposto senza il suo consenso; onde vedendo la sua preda prossima a scappargli di mano, di nuovo la rapisce e la costringe a seguire i suoi passi. Radovich e Lisauro inseguono il rapitore, lo assalgono. Alì, che ha seco gente, si difende. Ecco sciabole in aria; Zandira trova per caso tra gli alberi una scure da tagliar legna; coraggiosa la impugna e fa prodigi di valore. Il corsaro cade a terra; mentre Radovich continua a inseguire i Turchi, Lisauro s’impadronisce di Zandira e vuol rapirla. Ella si difende fino al ritorno di Radovich, cui nasconde per prudenza l’indegna azione del Greco; ma questo nuovo attentato la provoca a sdegno, in modo che Lisauro le diviene odioso. Sono tutti arrestati per ordine del governatore, che vuol essere informato dell’accaduto; e trovando che Alì ha meritato la morte, dà ragione agli Europei, e mostra che in Africa regna giustizia ed equità al pari che in Europa. Lisauro finalmente è smascherato: ciò nonostante Radovich gli perdona, parte con la sua sposa, e così termina la commedia con la maggior contentezza del pubblico. In quel giorno il teatro era pieno di Dalmatini, i quali furono di me sì contenti, che mi ricolmarono di elogi e di regali. Ma ciò che mi appagò ancor più fu d’essere andato a genio al mio amico Sugliaga, persona che fa tanto onore a quell’illustre nazione.

Dopo una commedia di tanto brio comico e di tanto incontro, ne presentai un’altra di stile veneziano, che lungi dal raffreddare il teatro, lo scaldò in modo ch’ella sola sostenne lo spettacolo per tutto il resto dell’autunno. Il titolo di questa commedia è I Rusteghi. Sono quattro cittadini veneziani del medesimo stato, della stessa fortuna e di ugual carattere: uomini rigidi e insocevoli, seguaci degli usi antichi e nemici terribili delle mode, del divertimento e della conversazione. Questa uniformità di caratteri, invece di render monotona la commedia, forma anzi un quadro affatto nuovo e piacevole; poiché ciascuno di loro si mostra con chiaroscuri propri e particolari, provando che i caratteri degli uomini sono inesauribili. L’educazione, le abitudini diverse, le differenti condizioni, sono le cose che fanno veder gli uomini di uno stesso carattere sotto aspetti diversi. Le mogli, d’altronde, contribuiscono a raddolcire la ruvidezza dei mariti, o piuttosto a renderli più ridicoli che mai. Tre dei miei rusteghi hanno moglie. Margherita, donna fastidiosa, collerica e ostinata, rende Leonardo suo marito insoffribile. Marina, con la sua stupidità e balordaggine, non può nulla sull’animo di Simone suo sposo. E Felicita, donna manierosa e accorta, fa di Canciano tutto ciò che vuole, e sa in modo adularlo che, per quanto selvatico, non può negarle cosa alcuna. Giunge perfino a far tollerare al marito ch’ella tratti e riceva in casa il conte Riccardo. Canciano, da una parte rimproverato dai rusteghi suoi compagni e dall’altra dominato affatto dalla moglie, e che vorrebbe esser compiacente all’una senza separarsi dalla società degli altri, si rende il personaggio più comico della commedia, riunendo in sé il ridicolo dell’austerità e della propria debolezza. Felicita non limita la sua ambizione ad addomesticare il marito, ma prende addirittura di mira tutta quanta la compagnia dei Rusteghi. Si tratta di maritare la figlia di Leonardo e Margherita col figlio di Maurizio, che forma il quarto originale della commedia. I genitori dei futuri coniugi dispongono il matrimonio all’uso antico. Canciano, che deve intervenire alle nozze, ne fa parola a sua moglie, invitata anch’essa ad assistere alla cerimonia nuziale. Felicita ora va in casa degli uni, ora degli altri, e tanto dice e tanto fa che si muta del tutto quanto era stato disposto. Infatti vi sarà buon pranzo, buona cena, festa da ballo, e il conte Riccardo pure sarà della conversazione. I Rusteghi, costretti a dare il loro assenso, ne restano essi stessi meravigliati e sono obbligati a confessare che Felicita ha molto acume.

Ella è realmente saggia e cortese, onde non cerca che d’ispirar loro il diletto d’una dolce compagnia. Ella ha guadagnato molto sulla rusticità dell’animo degli amici del marito; la sua famiglia non sarà più nell’inquietudine, ed ella godrà così il piacere di aver incivilito il suo sposo. La morale di questa commedia non è, per vero dire, di gran necessità nei tempi nei quali siamo, poiché non se ne trovano quasi più di codesti adoratori dell’antica semplicità. Ciò nonostante vi sono uomini che la fanno da severi in famiglia e in qualunque altro luogo sono compiacenti. Io li compiango, quando abbiano da fare con mogli simili a Marina, e ancor più se ne hanno una come Margherita; onde desidero loro una Felicita.

CAPITOLO XXXV.

Il Ricco insidiato, commedia di tre atti in prosa. - Suo buon successo. - La Vedova spiritosa,

commedia in versi di cinque atti, ricavata dai racconti morali del signor Marmontel.

- Alcune parole sopra questo autore. - La Donna di governo, commedia in prosa di tre atti.

- I Morbinosi, commedia di gusto veneziano di cinque atti in versi. - Suo bellissimo successo.

Incomincereste voi forse, mio caro lettore, ad annoiarvi di questa immensa raccolta di estratti, di compendi e di argomenti di commedie? Parlando schietto mi sento stanco e affaticato io pure; ma mancherei al mio impegno, quando non rendessi conto di tutte quante le mie opere, né si distinguerebbero, scorrendo le diverse edizioni del mio Teatro, la commedie che mi appartengono da quelle che male a proposito alcuni editori mi hanno attribuito. Tollerate dunque di grazia il resto di questa lunga nenia, che io me ne sbrigherò con la maggior celerità. Intanto ecco un altro mucchietto di soggetti, i cui estratti però non saranno lunghissimi.

Il Ricco Insidiato: il conte Orazio, di limitatissime sostanze, trovasi tutto a un tratto per la morte di uno zio ricco di cinquantamila lire di rendita, e padrone d’uno scrigno ragguardevolissimo. Il conte è da tutti accarezzato, adulato; tutti cercano di guadagnare la sua affezione; tutti gli sono amici. Si accorge per altro di essere ingannato; e con animo di assicurarsene, fa comparire un falso testamento dello zio che lo priva della successione. Resta allora abbandonato da tutti; onde apre gli occhi, tien conto dei buoni amici e si toglie d’attorno gli adulatori; sposa inoltre una signorina, della costanza e dell’affetto della quale aveva già tutte le prove immaginabili. Eccolo perciò ricco più di prima, e ricco realmente, poiché accomoda i suoi affari in modo da conservare intatti i suoi fondi e goderne tranquillamente.

Questa commedia piacque sommamente e riportò molti applausi. Ora vediamo l’altra che le seguì. A Parma avevo letto Il Mercurio di Francia, di cui a quel tempo era estensore Marmontel. Questo autore conosciutissimo nella repubblica delle lettere, segretario perpetuo dell’Accademia di Francia, rendeva il giornale divertente con i suoi racconti morali, pieni di buon gusto e immaginazione. Lo scrupolo o l’Amore scontento di sé stesso, era uno di questi racconti che più mi piaceva; onde, trovando il tema adatto al teatro, ne feci una commedia dal titolo La vedova spiritosa, che ottenne un successo felicissimo e costante. Ometto l’estratto, perché i racconti morali di Marmontel sono per le mani di tutti; anzi Lo scrupolo trovasi appunto nel primo volume della raccolta. Non mi diffonderò di più sulla commedia seguente, che non lo merita per la sua debolezza, ed è La Donna di governo. Nulla vi è di sì comune e meno importante che questa razza di serve padrone, le quali ingannano i padroni per mantenere i propri amanti. La servetta della compagnia, che per verità era un discreto personaggio, credette che mi burlassi di lei nella parte che le era assegnata, e non aveva tutti i torti; il malumore la rese goffa e ridicola; fosse per difetto della commedia ovvero dell’esecuzione, cadde alla prima recita e fu ritirata immediatamente. Una commedia veneziana rianimò subito dopo il teatro; fu questa I Morbinosi. Morbia nel linguaggio veneto significa allegria, passatempo, divertimento; onde I Morbinosi possono addirittura chiamarsi persone di buonumore, partigiani dell’allegria. Il fondo della commedia era storico. Uno di questi uomini briosi propose un picnic in un giardino dell’isola della Giudecca, pochissimo distante da Venezia. Mise insieme una compagnia di centoventi compagni e io pure ero nel numero. Eravamo tutti alla stessa tavola, serviti, con un ordine mirabile e con meravigliosa precisione. A desinare non vi furono donne, ma ne sopraggiunsero molte fra il dessert e il caffè. Quindi fu dato principio a un grazioso ballo, e così passammo piacevolmente la notte. Il soggetto della questa commedia non era in sostanza che una festa, con piacevoli aneddoti e caratteri comici; ne trovai a sufficienza nella nostra stessa brigata, e procurai di approfittarne senza portar offesa a nessuno. Insomma la commedia incontrò moltissimo, e fin dalla prima recita aveva due o trecento persone ad applaudirla, onde non poteva mancare di ottenere un ottimo effetto. Con essa appunto si chiuse la stagione.

Nella quaresima mi pervenne una lettera da Roma. Il conte *** si trovava nell’impegno di sostenere il teatro di Tordinona. Egli aveva posto gli occhi su di me; mi chiedeva commedie per i suoi comici e m’invitava ad andare personalmente a dirigerli. Non ero mai stato a Roma, e le condizioni che mi proponeva erano onorevolissime: potevo io ricusare un’occasione così favorevole e vantaggiosa? Ciò nonostante non potevo accettare senza il consenso del patrizio, da cui mi era stata affidata la direzione del suo teatro a Venezia. Gli partecipai dunque la proposta, e lo assicurai che non avrei mai lasciato mancare composizioni nuove ai suoi comici. Egli acconsentì senza la minima difficoltà e dimostrò molta compiacenza. Accettai dunque l’invito, e mi rifeci subito dal chiedere notizie relativamente al locale del teatro di Tordinona e agli attori. La persona incaricata della mia corrispondenza non mi disse nulla sopra questi due articoli, che mi parevano della maggiore importanza. Costui si figurava che io, giunto a Roma, fossi in grado di soffiar commedie come si soffia il vetro per fare i bicchieri, e solo mi diè contezza della sua premura per trovarmi a pigione un bell’appartamento posto nel miglior quartiere di Roma, in casa di un abate molto civile e cortese, che per le sue relazioni era in grado di rendermi il soggiorno di Roma più piacevole. Accettai la proposta, né potendo far cosa alcuna per gli attori di Roma, che non conoscevo, impiegai tutto il tempo per i comici di Venezia.

CAPITOLO XXXVI.

Seconda lettera da Roma. - Partenza con mia moglie. - Visita a Loreto.

- Alcune osservazioni sopra questo santuario e le sue ricchezze.

- Arrivo a Roma. - Colloquio col conte *** e i suoi comici.

Mi era già noto che, da qualche tempio le mie commedie si recitavano a Roma nel teatro Capranica, e che vi erano applaudite in egual modo che a Venezia. Andavo adunque a lottare contro me medesimo, e volevo fare in modo che la mia presenza e le mie cure facessero dare la preferenza al nuovo spettacolo che doveva aprirsi sotto la mia direzione. Io non aveva mai arrischiato alcuna delle mie commedie senza aver prima cognizione degli attori che dovevano eseguirle; onde scrissi di nuovo a Roma per essere informato del carattere e attitudine dei comici destinatimi. La risposta fu che neppure il signor conte *** conosceva i suoi attori, la maggior parte dei quali erano Napoletani, e non si recavano a Roma se non alla fine del mese di novembre. Mi si faceva inoltre notare in quella lettera, che il signor conte *** non chiedeva commedie nuove; che però potevo portar meco tutte quelle da me composte ultimamente per Venezia; come pure che avrei veduto ed esaminato la compagnia da me medesimo; e che finalmente in un mese di tempo si potevano benissimo metterci in condizioni di far l’apertura del nuovo spettacolo. Al principio d’ottobre m’imbarcai con mia moglie, e non volendo fare un tal viaggio solo, non potevo avere compagnia più gradita di questa. Andammo direttamente a Bologna e appunto qui, incerto se dovevo prendere la strada di Firenze o di Loreto, preferii quest’ultima per appagare la curiosità e la devozione a un tempo stesso.

Non può vedersi nulla di più ricco del santuario della Madonna di Loreto. Tutti i viaggiatori ne parlano con ammirazione, e tutti conoscono quel tempio magnifico e quella cappella miracolosa. Altro non facevo, visitando tali meraviglie, che verificare sul posto ciò che avevo ammirato da lungi. Vidi tutto, tutto esaminai, financo le cantine. Non è possibile trovarne di più vaste e meglio fabbricate. Sono serbatoi vastissimi di eccellenti vini per uso di un’infinità di preti, coadiutori, penitenzieri, viaggiatori, pellegrini, domestici e oziosi; e questo prova l’immensità dei capitali che la pietà cristiana ha consacrato alla devozione dei forestieri come al comodo degli abitanti.

La piccola città di Loreto sembra una continua fiera di corone, medaglie e immagini; e chi attraversa la regione pare che sia in dovere di comprare tal religiosa mercanzia per regalarne i forestieri. Facendo io pure la mia provvista come gli altri, e mi divertivo a interrogare il mercante sull’utile del suo commercio. - Ah! signore, mi disse, un tempo coll’aiuto di Maria Vergine benedetta la gente della nostra condizione faceva rapidamente fortuna; ma da qualche anno a questa parte la Madre di Dio, irritata dai nostri peccati, ci ha abbandonato. Lo smercio delle nostre mercanzie va di giorno in giorno diminuendo; noi abbiamo appena da vivere, e se non fossero i Veneziani, saremmo obbligati a chiuder bottega. - Legati e ben assestati i miei involti, il mercante mi fa il conto con rigorosa esattezza. Pago senza stiracchiare il prezzo; ed il buon uomo si fa un segno di croce col denaro da me datogli, talché me ne vado edificatissimo. Feci vedere all’abate Toni di Loreto, al quale ero stato raccomandato, gli oggetti che avevo comprato; e da lui intesi che il mercante mi aveva riconosciuto per Veneziano, e perciò mi aveva fatto pagare la mercanzia un terzo più del prezzo ordinario. Era tardi, ed ero sollecitato a partire; non ebbi tempo di andare a provare al mio devoto ch’era un birbante.

Ripresi pertanto la strada di Roma e, giunto felicemente in quella capitale, diedi subito avviso al signor conte *** del mio arrivo. Il giorno dopo mi manda il suo cameriere, e mi invita a pranzo da lui. Vi era già alla mia porta la carrozza per condurmi, onde mi vesto, vado, e vi trovo adunati tutti i comici. Dopo i soliti complimenti, dirigo il discorso a quello ch’era più vicino a me, domandandogli in bella maniera qual fosse il suo impiego. - Signore, egli mi disse con aria d’importanza, fo da Pulcinella. - Come! (gli risposi) il pulcinella! in dialetto napoletano? - Sì, signore, nella stessa maniera che i vostri arlecchini parlano bergamasco o veneziano. Sono dieci anni (né lo dico per vantarmi) che fo il divertimento di Roma. Il signor Francesco, che qui vedete, recita da popa (cioè servetta), e il signor Petrillo, ch’è là, sostiene le parti di madre e di cicalona; e tutti insieme abbiamo per dieci anni continui sostenuto il teatro Tordinona. - A questo discorso mi caddero le braccia, e diedi un’occhiata al signor conte, ch’era in quel momento assai più impacciato di me. - Troppo tardi, amico, egli mi disse, mi accorgo dell’inconveniente: procuriamo di rimediarvi, se è possibile. - Feci allora intendere agli attori napoletani e romani, che da qualche tempo le maschere non avevano più luogo nelle mie commedie. - Ebbene, ciò non vi dia fastidio, signore (risposemi subito il celebre Pulcinella), noi non siamo figure di legno, abbiamo sufficientemente spirito e memoria: vediamo di che cosa si tratta. - Tiro fuori tasca la commedia che avevo loro destinata, e propongo di farne lettura: tutti prendon posto, e io leggo La vedova spiritosa. La composizione piace infinitamente al signor conte; e i comici, i quali non osavano forse manifestare i loro pensieri, se ne stavano interamente a tutto ciò che faceva chi era padrone della scelta delle commedie. Viene pertanto immediatamente ordinata la copia delle parti, e i comici se ne vanno. Ci mettiamo a tavola, ed io non posso astenermi dal manifestare al signor conte la paura d’aver preso ambedue un’abbaglio: egli col chiamarmi a Roma, e io con esservi andato.

CAPITOLO XXXVII.

Prima visita al cardinal Nipote. - Presentazione al Santo Padre. - Mia balordaggine.

- Generosa esibizione del cardinale Porto-Carrero e dell’ambasciatore di Venezia.

- Alcune parole sulla chiesa di San Pietro. - Carattere del mio ospite. - Sue attenzioni a mio riguardo.

 Mentre i comici si preparavano per provare le parti, l’unico mio pensiero fu di veder Roma e le persone alle quali ero raccomandato. Aveva una lettera del ministro di Parma per il cardinale Porto-Carrero, ambasciatore di Spagna, e una del principe Rezzonico, nipote del pontefice regnante, per il cardinal Carlo Rezzonico, suo fratello

Incominciai dal presentare quest’ultima al cardinal Padrone, che mi accolse con benignità somma e con tutta la familiarità di cui ero onorato dai suoi illustri parenti di Venezia; inoltre non tardò molto a procurarmi l’udienza del Santo Padre, al quale venni pochi giorni dopo presentato solo solo e nel suo gabinetto particolare: favore non tanto comune.

Questo pontefice veneziano, del quale avevo avuto l’onore di far conoscenza nella sua città episcopale di Padova, e la cui esaltazione era stata cantata dalla mia Musa, mi fece l’accoglienza più graziosa; mi trattenne per tre quarti d’ora continui, parlandomi sempre dei suoi nipoti e delle sue nipotine e dimostrando un estremo piacere per le nuove che ero in grado di comunicargli su di loro. Indi suonò il campanello ch’era sulla tavola, e questo fu il segno del mio congedo. Nell’andarmene facevo profonde riverenze e ringraziamenti; ma il Santo Padre non pareva soddisfatto, agitava i piedi, le braccia, tossiva, mi guardava fisso, ma non dicevami cosa alcuna. Che balordaggine dal canto mio! Penetrato dall’onore che ricevevo ed estatico per tal piacere, mi ero scordato di baciare il piede al successore di san Pietro. Finalmente ritorno in me stesso, e mi prostro; son ricolmato da Clemente decimoterzo di benedizioni, e parto mortificato della mia stolidezza, e nel tempo stesso edificato della sua indulgenza. Continuai le visite per parecchi giorni. Il cardinale Porto-Ferrero mi offrì un posto alla sua tavola e una carrozza a mia disposizione; e sua eccellenza il cavalier Correr, ambasciatore di Venezia, mi fece le medesime esibizioni; io ne profittai, particolarmente della carrozza, la quale è a Roma necessaria come a Parigi.

Vedevo cardinali, principi principesse, ministri esteri; e quando ero ricevuto, mi veniva il giorno dopo fatta visita dagli staffieri per complimentarmi sul mio arrivo, onde conveniva a questi dar tre paoli, a quelli dieci, secondo il grado dei loro padroni, e tre zecchini a quelli del papa; questo è l’uso del paese; il prezzo è fatto, non v’è da stiracchiare. Nel fare le mie visite, non omettevo di osservare nel medesimo tempo i preziosi monumenti di quella città, una volta capitale del mondo ed ora sede dominante della religione cattolica.

Non farò menzione dei capolavori che son noti a tutto il mondo. Mi limiterò soltanto a richiamare alla memoria l’effetto che produsse sul mio animo e sui miei sensi la veduta di San Pietro. Avevo cinquantadue anni la prima volta che vidi questo sacro edifizio. Dopo l’età della ragione fino a quel tempo ne avevo inteso parlare con entusiasmo: avevo percorso gli storici e i viaggiatori che ne fanno esatte descrizioni e ragionati racconti, e però ero di parere che vedendolo la prevenzione avrebbe forse diminuito in me la meraviglia. Ma che! tutto ciò che avevo inteso era al di sotto di quanto vedevo: tutto quello che da lontano mi pareva esagerato, mi si ingrandiva sotto gli occhi infinitamente. Io non sono intendente di architettura, né andrò ora a studiare i termini d’arte per esprimere l’incanto che provai; ma son persuaso che ciò dipendeva da un’esattezza di proporzioni in tutta quell’immensa estensione.

Quanto da una parte gli oggetti di costruzione e d’ornamento destano meraviglia, altrettanto dall’altra il santuario di questa basilica eccita devozione. I corpi dei santi Pietro e Paolo sono nei sotterranei dell’altar maggiore, e i Romani, che generalmente sono piuttosto devoti, non omettono di concorrervi con frequenza, in attestato della loro venerazione verso i principi degli apostoli. Il mio ospite, per esempio, non avrebbe lasciato per tutto l’oro del mondo di fare la sua orazione alla cattedrale: amante com’era dei divertimenti, tornava talvolta a casa a mezzanotte, e ricordandosi di non aver fatto la visita ai santi suoi protettori, benchè restasse in un quartiere lontanissimo dalla chiesa di San Pietro, vi andava sempre, faceva la sua preghiera alla porta, e se ne ritornava contento.

Bisogna che in questa occasione faccia conoscere al mio lettore quest’uomo che, a dir vero, aveva alcune singolarità, ma era di cuore eccellente e d’una sincerità senza pari. Era l’abate *** corrispondente di parecchi vescovi della Germania riguardo agli affari della Dateria. Mi aveva allogato un quartierino di quattro stanze, con otto finestre di fronte alla più bella strada di Roma, detta il Corso, ove tutti si adunavano per vedere le corse dei barberi e le maschere nel carnevale.

L’abate *** aveva una moglie e una figlia assai belle, non era ricco, ma si trattava bene. Ogni giorno veniva in tavola un piatto fatto di sua mano, né mai lasciava di avvisare i commensali che quello era un piatto pel signor avvocato Goldoni cucinato dal suo servo ***, e soggiungeva che nessuno osasse toccarlo senza il permesso del signor avvocato. Dava talvolta accademie in casa sua; la signorina cantava a meraviglia, ed era accompagnata da cantanti e suonatori di prim’ordine, che si trovano a Roma copiosissimi in ogni classe e in ogni ceto. Al dire del mio caro abate *** tutti questi divertimenti si davano sempre in riguardo del signor avvocato Goldoni, ond’io non potevo fargli maggior dispiacere che andare a pranzo fuori, o passar la sera in qualche altro luogo. Entrando un giorno in casa, e sentendo dire che non desinavo quella mattina seco lui, andò fortemente in collera, e ne rimproverò mia moglie. - Ebbene, nessuno mangerà (andava dicendo) la pietanza da me fatta per l’avvocato Goldoni, - indi passando in cucina, dà un’occhiata malinconica alle vivande deliziose da lui stesso fatte con tanto studio e piacere, e vinto dalla collera, getta furiosamente nel cortile la casseruola. La sera torno, e l’abate era a letto, né volle vedermi; tutti gli altri ridevano ed io, all’opposto, ne provavo sommo rincrescimento; ma il servitore mi portò il biglietto d’invito per intervenire il giorno dopo alla prova della mia commedia; ciò m’importava più d’ogni altra cosa, onde posi in dimenticanza il caro abate, e dormii tranquillo.

CAPITOLO XXXVIII.

Prima prova della Vedova di spirito. - Cattivo preludio. - Caduta di questa commedia.

- Buranello, musico famoso, non ha verun incontro al teatro Aliberti. - Singolarità delle platee di Roma.

- Mio nuovo accordo col conte ***. - Felice successo delle mie commedie al teatro Capranica. -

 Pamela maritata, commedia di tre atti in prosa, composta per gli attori di questo teatro.

Andai dal signor conte *** per assistere alla prova della mia composizione, e i comici pure vi eran concorsi. Avevano studiato le loro parti, e la sapevano a mente a meraviglia; onde edificato della loro attenzione, mi ero proposto di secondare il loro zelo e di aiutarli quanto valevano le mie forze. Si dà principio: donna Placida e donna Luisa erano due giovani romani, un ragazzo parrucchiere, e un garzone legnaiuolo. Oh cielo! che declamazione caricata! che goffaggine nei movimenti! nessuna verità, nessuna intelligenza. Dico in generale qualche cosa sopra il cattivo gusto della declamazione, e il Pulcinella, ch’era sempre l’oratore della compagnia, mi risponde prontamente: - Signore, ciascuno ha la sua maniera; questa è la nostra. - Prendo il mio partito, né dico altro; solamente fo loro osservare che la commedia mi pareva un po’ troppo lunga. Questo era il solo articolo sul quale andavamo d’accordo; onde l’abbreviai di un buon terzo per diminuirmi la pena d’ascoltarli; e comunque ne fossi nauseato, intervenni nulladimeno al restante delle prove fino all’ultima.

In Roma gli spettacoli si aprono tutti il 26 dicembre. Ero tentato di non lasciarmi vedere; ma siccome il signor conte mi aveva destinato un posto nel suo palchetto, non potevo per educazione ricusare di andarvi. Vado: il teatro era già illuminato; si stava per alzare il sipario, né si vedevano più di cento persone nei palchetti, e più di trenta nella platea. È vero che ero avvertito essere il teatro Tordinona quello dei carbonai e dei barcaioli, e che senza Pulcinella i dilettanti delle farse non ci sarebbero concorsi; ma credevo sempre che un autore fatto venire espressamente da Venezia dovesse destare la curiosità e far correre la gente fin dal centro della città: ma troppo eran noti a Roma i miei attori. Si alza finalmente il sipario: compariscono i personaggi e recitano in quel modo stesso che avevano tenuto alle prove. Il pubblico perde la pazienza, vuole Pulcinella; e la rappresentazione va di male in peggio. Non posso più reggere, mi sento venir male. Domando in grazia al signor conte di uscire; ed egli me lo concede con molta gentilezza, offrendomi anche la sua carrozza. Lascio dunque il teatro Tordinona, e vado a trovar mia moglie che era a quello d’Aliberti. Prevedendo essa al par di me la caduta della mia commedia, era andata all’Opera in compagnia della figlia del mio ospite. Entro nel loro palchetto, e prima che apra bocca, entrambe s’accorgono alla mia fisonomia del mio dispiacere. - Consolatevi, mi dice ridendo la signorina, la cosa non va molto bene neppur qui: la musica non piace punto: non vi è un’aria, un recitativo, un rondò piacevole; il Buranello sì è questa volta dimenticato di sé stesso. - Siccome essa pure cantava, era in grado di giudicarne; infatti si vedeva che tutti erano del suo parere. Le platea di Roma sono terribili, e gli abati sentenziano in maniera decisiva e tumultuante; non vi sono guardie, non vi è buon ordine: i fischi, gli urli, le risate e le invettive suonano per ogni parte. Ma d’altro canto, felice chi piace ai collarini! Mi trovai nel medesimo teatro alla prima rappresentazione dell’opera di Ciccio De Maio. Gli applausi erano in egual modo clamorosi. Una parte degli spettatori uscì alla fine della rappresentazione per ricondurre a casa il maestro in trionfo, e l’altra restò nel teatro gridando sempre Viva Maio! Viva Maio! fino all’estinzione dell’ultimo lume. Che sarebbe avvenuto di me, se fossi restato a Tordinona fino al termine della commedia? Questa riflessione mi faceva tremare. Il giorno dopo vado dal conte ***, determinatissimo di non più espormi a tal pericolo. Per mia buona sorte avevo da fare con un uomo giusto e ragionevole; infatti conosceva bene egli medesimo l’impossibilità di trar partito dai suoi comici, salvo che lasciandoli in libertà di fare a modo loro: ed ecco in poche parole il partito al quale fummo obbligati a ricorrere. Fu fissato che i Napoletani esponessero pure i soliti loro abbozzi, con intermezzi in musica, dei quali io avrei messo insieme i soggetti sopra arie in parodia. In pochi giorni il nostro disegno ebbe esecuzione, poiché trovammo nelle botteghe dei venditori di musica i migliori spartiti delle mie Opere Buffe. Roma è un seminario di cantanti; ne trovammo due buoni e sei passabili, ed esponemmo per primo intermezzo Arcifanfano re dei pazzi, musica del Buranello. Questo piccolo spettacolo piacque molto, e il teatro Tordinona si sostenne in modo che il signor conte non vi fece gran perdita. Andai a terra a Tordinona, e fu per me un dispiacere profondissimo; ma venni indennizzato dagli attori del Capranica. Questo teatro che da alcuni anni si era del tutto dedicato alle mie opere, rappresentava in quel tempo la mia Pamela. Una tale commedia, per esser così ben recitata, e per il suo bell’incontro, sostenne da sola lo spettacolo dal principio dell’apertura del teatro fino al chiudersi di esso, cioè dal 26 dicembre fino al martedì grasso. Ogni volta che v’intervenivo era per me un giorno di trionfo. Gli attori del Capranica, che avevo colmato di elogi perché veramente ne erano degni, mi fecero pregare di scrivere una commedia per il loro teatro. Non avevano bisogno di una commedia fatta apposta per loro, essendo già padroni di quelle che facevo stampare ogni anno; onde tal richiesta non era se non una buona grazia che volevano usarmi in riconoscenza dei profitti che aveano ricavato dalle mie composizioni. Condiscesi ai loro desiderii senza far sembiante di accorgermi di una simile intenzione, e chiesi se avevano qualche tema da darmi; mi proposero adunque il seguito di Pamela, e io promisi che l’avrebbero avuto avanti la mia partenza. Mantenni la parola, e ne furono contenti; e io non meno di loro per la maniera nobile e generosa con la quale vennero ricompensate le mie cure.

Questa commedia si trova nelle raccolte delle mie opere sotto il titolo di Pamela maritata. Una figlia savia, dotata d’ingegno e d’ottimi costumi, divenir non poteva se non una moglie virtuosa e prudente; onde Pamela, amata dal marito e rispettata da tutti, e in uno stato di opulenza, nulla aveva da desiderare, nulla da temere. Tutto ciò era da ammirarsi; ma non vedevo nella condizione di lei la minima traccia che fornir potesse un soggetto da commedia, ed essendo nell’impegno di trovarne uno, non volevo cadere al solito nel romanzesco; onde ricorsi alla gelosia, la quale, senza uscire dall’ordine delle passioni ordinarie, agir poteva sul cuore di milord Bonfil, conosciuto già fin dalla prima commedia per sensibilissimo e sottoposto ad ipocondriaci assalti, propri della sua nazione. Pamela però era sempre nel suo operare precisa, e milord sempre ragionevole. Come mai dunque il germe della discordia poteva penetrar loro in seno per renderli infelici? Confesso schiettamente che durai fatica a mettere insieme un nodo che non aveva per base se non fallaci apparenze, e molto più poi per condurlo sino allo svolgimento senza variare il carattere degli eroi che le rappresentavano, né mancare alle leggi della verosimiglianza. Forse sarò stato in errore, ma credetti di aver fatto un’opera che, senza uscire dalle comuni vie della natura, offrisse un piacevole e delicato argomento. Non l’ho veduta recitare, ma seppi che riportò a Roma un successo meno splendido di quello della precedente Pamela; né mi meravigliai, perché nella seconda vi era più studio e maggior finezza, laddove nella prima si trovava maggior affetto e maggior intreccio. Insomma una era fatta per il teatro, l’altra per il tavolino.

Domando scusa a chi me l’ordinò, se mancai di soddisfare al suo intento. Mi avevano assegnato il soggetto, e non ho da rimproverarmi d’averlo negletto.

CAPITOLO XXXIX.

Il carnevale di Roma. - Corsa dei barberi. - Impaccio del mio ospite. - Divertimenti della quaresima.

- Messa pontificale. - La funzione della lavanda. - Il Miserere della cappella del Vaticano.

- La festa dei santi Pietro e Paolo. - Ragioni che m’impedirono di andare a Napoli. - Partenza da Roma.

L’apertura del carnevale segue quasi per tutta l’Italia alla fine di dicembre o al principio di gennaio. A Roma questo tempo di allegrezza o follia, singolare per la libertà delle maschere, non incomincia che negli ultimi otto giorni, né le maschere si tollerano se non dalle due dopo mezzogiorno fino alle cinque. Tutti al far della notte debbono andare a viso scoperto; onde può dirsi che il carnevale di Roma non ha che 24 ore di durata. Quest’intervallo però è impiegato molto bene. Non è possibile farsi un’idea del brio e della magnificenza di questi otto giorni. Per quanto è lungo il Corso, si vedono quattro file di carrozze ornate riccamente: le due file laterali sono spettatrici delle altre due che girano nel mezzo; e una folla di maschere a piedi, che non è gente di basso ceto, corre sui marciapiedi, canta, fa mille curiose buffonerie, lazzi lepidissimi, gettando nelle carrozze confetti a staia, che vengono con ugual profusione restituiti; di modo che la sera si cammina sopra farina zuccherata. In quei giorni si dà una corsa di barberi, e il vincitore riporta un drappo d’oro o d’argento. I cavalli sciolti, senza guida alcuna e già addestrati alla corsa, irritati da punte di ferro e incitati dai gridi e battimani del popolo spettatore, partono dalla porta della città e son ripresì al palazzo di San Marco, dove viene assegnato il premio al primo che arriva.

Avevo tutto il comodo di godere questo grazioso colpo di vista senza uscire dalla mia camera; ma dal mio ospite mi era stata destinata una finestra nella sala del suo appartamento, dov’era affisso un cartello nel quale si leggeva a lettere cubitali: Finestra per il signor Avvocato Goldoni.

Sessanta erano le persone invitate dall’abate, e le finestre non eran che otto. La gente dunque che sopraggiungeva non badava al cartello, e ciascuno procurava di prender posto per primo, onde il mio povero abate era impacciatissimo per serbarmi un posto. Potevo andare nella mia camera con sua moglie e la mia; niente affatto: mi voleva assolutamente nella sala. Mi presentano; tutto era pieno, ognuno peraltro cerca di restringersi, e mi viene assegnato il posto; ma ecco delle signore: conviene dar loro la precedenza; esco dunque con gli altri, e resto fuori di posto. L’abate allora infuria e nella maggior collera mi afferra per il braccio, mi tira in camera, fa uscire la moglie e la figlia, mi spinge per forza al parapetto della finestra e si pone accanto a me, trattenendovisi fino al termine del divertimento, indicandomi le carrozze dei principi e principesse, e quelle dei cardinali, di cui conosceva i cocchieri, e mi nomina i cavalli della corsa da lui distinti dalle divise. Finita la festa, l’impiccio del mio povero abate divenne più grande. Tutta la gente ch’era in casa non se ne andava. Egli ne aveva invitata una buona parte a cena, né più si ricordava del nome, né del numero delle persone invitate. Tra i componenti quella conversazione si trovavano dilettanti di musica; si mette dunque insieme su due piedi un’accademia, si gioca, si canta, tutto va a meraviglia, ma nessuno pensa ad andarsene: come fare? Il povero abate vien da me tutto tremante, e mi chiede consiglio per cavarsi d’impaccio. - Niente, amico mio, gli rispondo, niente paura; voi avete fatto la corbelleria, bisogna pagarla - Ma noi siamo, dice, quaranta, cinquanta.... - Ebbene, coraggio caro abate, coraggio: mandate subito a cercare dei violini, mettete in ordine in fretta un piccolo rinfresco, fate ballare tutta questa gente, e cavatevela nella miglior maniera che potete. - Egli trova ottimo il mio consiglio; fu data la festa da ballo, furono sufficienti i rinfreschi, la serata riuscì magnifica, ognuno partì contento.

Prossimi alla fine del carnevale, passammo questi ultimi giorni di giubilo ora in casa di questi, ora in casa di quelli con sommo piacere. Venuta la quaresima, variò la scena ma non diminuì il divertimento: infatti si trova musica dappertutto, e dappertutto tavoli da gioco. Fra i giochi d’intrattenimento, quello di maggior uso è la Bestia, e in questo appunto osservai una pulitezza verso le signore che non ho, per vero dire, veduta praticare in verun altro luogo; cioè se la signora è in pericolo di soccombere alla giocata, bisogna concederle grazia, vale a dire convien giocare una carta bassa per evitarle il dispiacere di perdere. Tutti i piaceri da me goduti fino a quel tempo a Roma erano nulla in confronto a quelli che provai nella settimana santa; in tali giorni consacrati del tutto alla divozione, si conosce la maestà del pontefice e la grandezza della religione. Nulla di più magnifico e imponente che la celebrazione di una messa pontificale nella basilica del Vaticano: il papa vi figura da sovrano, con tal pompa e apparato che conciliano la devozione e la meraviglia. Tutti i cardinali, principi della Chiesa e presuntivi eredi del trono, vi assistono; il tempio è immenso, immenso il corteggio. Anche la cerimonia della Lavanda non mi sembrò meno grandiosa, poiché si vede dovunque lavar piedi ai poveri, i quali rappresentano gli apostoli; ma quella tiara a tre corone, quei berretti rossi, e quella gran gerarchia di vescovi e patriarchi riempie di stupore e colpisce l’immaginazione. Un altro spettacolo religioso da me parimente ammirato in quella chiesa, mi sembrò piacevole non meno che degno di ammirazione: il Miserere del venerdì santo. Entrate in San Pietro, e tale è la distanza che corre dalla porta all’altar maggiore, che non vi lascia scorgere se vi sia gente o no; e quando siete a portata di vedere e sentire, vedete soltanto una numerosissima assemblea di musici in tonaca e collare, e vi par di sentire tutti gli strumenti possibili, mentre non ve n’è neppur uno. Io non sono della professione, né posso spiegare per conseguenza questa varietà, questa gradazione di voci in uno stesso accordo che produce tale illusione. Tutti i compositori bensì debbono conoscere questo capolavoro della loro arte.

Restai a Roma fino alla festa dei santi Pietro e Paolo, e osservai tutto ciò che non avevo ancor veduto, tanto in città come nella campagna. Desideravo vivamente andare a Napoli, ne ero quasi alle porte, ed ebbi perfino occasioni di andarvi senza un soldo di spesa, ma ecco le ragioni che m’impedirono una tal soddisfazione. Quando dovevo partir da Venezia per Roma, partecipai la mia intenzione al ministro di Parma, che mi procurò l’accoglienza di S. A. R. e m’inviò lettere di raccomandazione per l’ambasciatore di Spagna. Scrissi al ministro medesimo per andare a Napoli, e non ebbi risposta alcuna; reiterai le mie istanze, ma con lo stesso risultato. Essendo pertanto a mia notizia che in quel tempo tra la corte di Parma e quella di Napoli non regnava troppo buona intelligenza, interpretai il silenzio del ministro come un rifiuto del principe, e non volli rischiare di perdere per un divertimento la benevolenza di un mio protettore e padrone. Vidi dunque a Roma la vigilia di San Pietro illuminata quell’immensa cupola, come pure quella famosa girandola che assomiglia a un torrente di fuoco lanciato in aria colla violenza dei vulcani; e la cerimonia della chinea, presentata al Santo Padre dal conestabile Colonna in nome del re di Napoli.

L’aria di Roma incominciava a divenire perniciosa. I Romani stessi la temevano, e infatti dal mese di luglio fino a quello d’ottobre la città resta deserta. Me ne partii dunque il secondo d’agosto con rincrescimento grandissimo del mio buon ospite, da cui per vero dire ero stato sempre colmato di attenzioni. Egli non cessò mai di scrivermi e d’inviarmi ogni anno l’almanacco di Roma, fino all’ultima sua malattia.

CAPITOLO XL.

Nuove commedie presentate a Venezia nel tempo della mia assenza. - La Sposa sagace,

commedia di cinque atti in versi. - Felice successo. - Lo Spirito di contraddizione,

commedia di cinque atti in versi. - Alcune parole sul medesimo soggetto già trattato da Dufreny.

- La Donna sola, di cinque atti in versi. - Il segreto di questa commedia. - Buon successo.

- La buona Madre, commedia di tre atti in prosa. - Poco incontro. - Le Morbinose,

commedia di gusto veneziano di cinque atti in versi. - Magnifico successo.

Ritornando alla mia patria presi la strada della Toscana, attraversando con infinito piacere quel delizioso paese, ove per quattro anni consecutivi mi ero dilettevolmente occupato. Rividi quasi tutti gli antichi amici, e mi discostai un poco dal mio cammino per dar di nuovo un’occhiata a Pisa, Livorno e Lucca. Incominciavo già a fare le mie dipartenze coll’Italia, senza ancor sapere di doverla abbandonare per sempre. Arrivato a Venezia, la mia maggior premura fu d’informarmi subito del successo riportato dalle mie nuove commedie, recitate nel tempo della mia assenza. Ne avevo già ricevuto notizie a Roma, ma tra queste ve n’erano di contraddittorie, e nessuna coi particolari. La prima ad esservi presentata fu La Sposa sagace, commedia lavorata da me con cura; ed ebbi molto caro di intendere ch’essa aveva corrisposto al mio desiderio. Sposa in italiano non vuol sempre dire donna maritata. Infatti anche una ragazza promessa in matrimonio, e che in Francia direbbesi la prétendue o la future, in Venezia si chiama sposa. La donna della mia commedia non è, a dir vero, né sposa, né maritata. Ella stessa si figura di essere e l’una e l’altra, a causa di un impegno clandestino da lei contratto. Donna Barbara, che è la signorina in questione, ha la disgrazia di dover trattare con un padre debole e con una matrigna ingiusta. Il primo non dà mai retta alla lagnanze della figlia, la seconda la mette alla disperazione. La giovane ha per amante un ufficiale, che deve partir subito. Temendo di perderlo, accetta un contratto di matrimonio segreto che sottoscrive di proprio pugno, insieme a due servitori che servono da testimoni, e in virtù di tale atto si crede maritata. Non è questione di sapere se l’impegno sia valido o insussistente: la sostanza è che il militare, come persona della conversazione della matrigna, deve frequentare la casa di lei, occultare la propria inclinazione e il suo titolo, e mantenersi a un tempo amante dell’una e cicisbeo della seconda. Un soggetto di tal sorta sembrerà forse un po’ pericoloso, ma di fatto non è tale: poiché tutte quante le scene sono convenientemente condotte, e la signorina sostiene la sua parte in modo da non comprometter punto né il proprio decoro, né la propria delicatezza. Finalmente ella giunge a vincere il padre; la commedia dunque termina col matrimonio dei due amanti e con la desolazione della matrigna, che diviene perciò lo scherno di tutta la conversazione. Questa commedia riuscì molto allegra e divertente; infatti mi assicurarono che il suo successo non poteva esser migliore.

La successiva fu Lo spirito di contraddizione. A Venezia non avevo quella collezione di autori francesi che adesso sono il più prezioso ornamento della mia piccola biblioteca, né avevo contezza alcuna dello Spirito di contraddizione di Dufreny; ma siccome questo vizio è uno dei più incomodi per la civile società, non poteva certamente obliarlo. Ho veduto rappresentare a Parigi la composizione dell’autore francese, l’ho letta e confrontata anche in seguito con la mia; posso francamente dire che abbiamo trattato ambedue lo stesso soggetto, ma i nostri metodi non han tra loro somiglianza alcuna. Infatti quella di Dufreny è di un solo atto in prosa, e la mia è di cinque in versi; e credo, se non erro, che in quella siavi più arte che natura, e nella mia più natura che arte; se il mio lettore le confrontasse, vedrebbe forse che non ho torto.

Passiamo alla terza commedia, cioè La Donna sola. La signora Bresciani, che recitava sempre le prime parti e godeva una stima ben meritata, non tralasciava d’avere anche lei i suoi difetti. Aveva fra l’altre cose un’estrema gelosia delle sue compagne, né poteva soffrire che verun’altra attrice riportasse applausi. Mi dispiaceva una ridicolezza di tal sorte nella signora Bresciani; onde ricorsi al mio costume di punire con dolcezza i miei attori, quando mi recavano dispiacere. Composi perciò una commedia nella quale non c’era che una sola donna, poiché tanto nel titolo come nel soggetto volevo dire alla signora Bresciani: - Volevi esser sola; eccoti contenta. - a dir vero ella aveva molto ingegno, onde non si sentì burlata; anzi trovò la commedia di suo gusto e vi si prestò con buona grazia e con affetto. In una parola l’attrice piacque molto, e la commedia ebbe grandissimo incontro.

Ecco tre composizioni che ebbero un buonissimo successo: ma la quarta, cioè La buona madre, non ebbe la stessa fortuna. Negli anni antecedenti avevo fatto La buona figlia, La buona moglie, La buona famiglia; onde, benchè sia vero che la bontà non possa mai dispiacere, il pubblico però si annoia presto di tutto, e ancorché sia vario il soggetto, non ama la ripetizione dei medesimi motivi o la somiglianza dei caratteri. La buona Madre non fu né disprezzata né applaudita; fu ricevuta freddamente, e non ebbe che quattro rappresentazioni. Ecco dunque una commedia onesta andata a terra onestamente.

L’ultima, con cui si chiuse il carnevale del 1753, riuscì in modo che venni colmato di lettere, elogi e racconti particolareggiati che non finivano mai: ebbi di che leggere e di che divertirmi per tre poste consecutive.

Le Morbinose era il titolo di questa felice commedia. Avevo già l’anno precedente presentato a Venezia I Morbinosi, dei quali ho già reso conto nel capitolo XXXV, dove ho spiegato il vocabolo veneziano. Nel nostro caso si adopera al femminile, che può essere sostantivo e aggettivo; significa donne di bel tempo. Il luogo della scena è a Venezia e i personaggi sono tutti veneziani, fuorchè un forestiero, che per il suo linguaggio toscano e per le abitudini contratte nel suo paese fa da contrapposto all’idioma e ai costumi veneziani. Questo forestiero chiamato Ferdinando, essendo raccomandato a buoni cittadini di Venezia, ha moltissime conoscenze. È ben ricevuto in molte conversazioni, ma le donne del paese, che formano la principal delizia del brio nazionale, trovano il toscano affettato, lezioso e lo deridono; approfittano del carnevale per fargli burle, al solo scopo di raddolcire la sua naturale rustichezza e dargli il tono e l’affabilità veneziana, e giungono sì abilmente al loro intento che il signor Ferdinando s’innamora d’una di queste signorine, la sposa e si stabilisce a Venezia per sempre. Facevo la corte alle donne del mio paese, ma nello stesso tempo procuravo il mio vantaggio; giacché per incontrare il genio del pubblico è necessario rifarsi dal lusingare il bel sesso.

CAPITOLO XLI.

Ritorno a Venezia. - Non avevo fatto nulla per l’apertura del teatro. - Facilità acquistata con l’esperienza.

- Gli Innamorati, commedia di tre atti in prosa. - Poche parole sopra questo componimento. - Suo bel successo.

- La Casa nuova, commedia veneziana di tre atti in prosa. - Suo compendio. - Magnifico successo.

Ebbi appena tempo di riposarmi, che dovetti rimettermi al lavoro. Ero tornato il primo giorno di settembre, e l’apertura degli spettacoli seguiva al quattro del mese dopo, e nulla avevo di fatto. Troppo piacevoli erano state per me le distrazioni trovate a Roma perché avessi tempo da potermi occupare. Per quanto fossi laborioso, amavo il piacere; e senza perdere di vista i miei impegni, approfittavo di tutti i momenti di libertà che potevo prendermi, fidando nella mia facilità, e lavorando con maggiore ardore allorché mi trovavo sollecitato a terminar qualche cosa. Conviene inoltre aggiungere che il tempo, l’esperienza e l’uso mi avevano resa familiare in modo l’arte comica, che immaginati i soggetti e fatta la scelta dei caratteri, tutto il resto non era più per me che un passatempo. Altre volte mi conveniva far quattro operazioni, prima di giungere alla costruzione e alla correzione di una commedia. La prima operazione consisteva nel disegno e divisione delle tre parti principali: cioè esposizione, intreccio e svolgimento. La seconda nella distribuzione dell’azione in atti e scene. La terza nel dialogo delle scene più importanti. E la quarta nel dialogo generale della commedia in tutta la sua estensione. Mi era accaduto spesso che, giunto a quest’ultima, avevo variato quanto vi era di fatto nella seconda e nella terza. Le idee si formano per successione, una scena produce l’altra, e un vocabolo trovato a caso fornisce talvolta un pensiero nuovo. In capo a qualche tempo mi è riuscito di ridurre le quattro operazioni a una sola. Infatti ora tengo il metodo di mettermi prima in testa il disegno e le tre divisioni della composizione, e poi comincio subito: Atto primo, scena prima; e così proseguo fino al termine, avendo per altro sempre di mira la massima che tutte le linee debbon tendere a un punto fisso, cioè allo svolgimento dell’azione, parte principale; per la qual cosa sembra che tutta la macchina sia preparata. Di rado m’ingannai negli svolgimenti delle mie commedie, anzi posso arditamente dire, giacchè l’han detto tutti, né mi par cosa difficilissima, che si può facilmente avere un felice svolgimento, quando sia ben preparato fin dal  principio della commedia, né venga mai perduto di vista nel corso del lavoro.

Cominciai dunque, e finii in quindici giorni, una commedia di tre atti in prosa, intitolata Gli Innamorati. Il titolo non prometteva nulla di nuovo, perché poche sono le commedie senza amori; vero è che ne conosco alcuna in cui gl’innamorati siano della tempra di quelli che hanno parte in questa; poiché l’amore sarebbe certamente il flagello più spaventevole della terra, se rendesse gli amanti così furiosi e disgraziati come i due soggetti principali della mia commedia. Ne avevo per altro veduto gli originali a Roma; ero stato amico e confidente d’entrambi, come pure testimone della loro passione, della loro tenerezza, e spesso ancora dei loro eccessi di furore e dei loro impeti ridicoli. Più di una volta avevo inteso le loro reciproche lagnanze, le grida, le disperazioni e mi ero trovato a veder strappare fazzoletti, rompere cristalli, impugnare coltelli: benchè i miei innamorati vadano in eccessi, il loro carattere non cessa per questo di esser vero. In questa mia composizione, io stesso lo confesso, vi è molto più di realtà che di verosimiglianza: ne delineai un quadro da muovere alcuni al riso e altri a spavento. In Francia non si sarebbe accettato; in Italia lo si trovò giusto un pochino esagerato, e persone di mia conoscenza si vantarono d’aver vissuto più o meno le stesse vicende. Non feci dunque male a dipingere in grande la follia d’amore in un paese ove il clima riscalda i cuori e le teste più che altrove.

A questa commedia, che ebbe una riuscita migliore di quella che mi aspettavo, ne feci seguire un’altra che la sorpassò di gran lunga, il cui titolo ora La Casa nova, commedia veneziana. Avevo mutato casa, e siccome andavo sempre in cerca di argomenti comici, ne trovai uno negli impicci del trasloco. Non trassi il soggetto della commedia da me stesso, ma l’occasione fornì il titolo e la fantasia fece il resto. Si apre pertanto la scena con tappezzieri, pittori e falegnami che lavorano nell’appartamento. Una donna di servizio dei nuovi locatari sgrida, per ordine dei padroni, gli operai perché ritardano il lavoro, e tiene un discorso come appunto avrei tenuto io stesso a quella gente, le cui cattive ragioni avevano stancato la mia pazienza per due mesi filati. Lucietta, ch’è ciarliera quanto mal dir si possa, dopo avere adempiuto la sua commissione, sta divertendosi col tappezziere facendo al vivo il ritratto del suo principale e delle padrone; in tal guisa resta il pubblico piacevolmente informato dell’argomento della commedia, come dei caratteri dei personaggi. Anzoletto, ch’è il nuovo locatore, è un giovane di buona famiglia senza padre e madre, che ha una sorella nubile, ha beni, ma si trova in gran disordine per aver sposato di recente una donna senza fortuna con molte pretese e civetteria. Meneghina, sorella di Anzoletto, ha un amante chiamato Lorenzin. Questi abita dirimpetto alla casa ch’ella è per lasciare, onde sono ambedue nel dispiacere di doversi allontanare. Lorenzin però, per esser cugino germano di due sorelle dalle quali è occupato il secondo piano, non perde la speranza di riveder la sua bella. Intanto la signora Cecilia, ch’è la moglie e ha scelto l’appartamento, ci comparisce con un conte forestiero che hai l’onorevole carica di suo cicisbeo. Meneghina l’aveva preceduta, ed era molto malcontenta della camera che le era destinata. In Italia gli ultimi che arrivano sono i primi a ricever visita; per tal ragione dunque le due sorelle del secondo piano domandano il permesso di far visita alle nuove arrivate, ed ecco queste nel maggiore imbroglio; vorrebbe ognuna esser visitata lei sola; d’altronde l’appartamento non è pronto. Fanno rispondere che non c’è nessuno in casa.

La signorina però non ha altra premura maggiore che di far visita alle sue parenti di sopra, onde ci va senza farne parola alla cognata. Viene ben accolta, con molte cerimonie; si dànno dell’Illustrissima, i titoli si sprecano. La due sorelle del secondo piano, la prima delle quali era maritata, conoscevano l’inclinazione del cugino per Meneghina. Quando lei si era fatta annunciare, Lorenzin era appunto da loro, onde l’avevano nascosto in uno stanzino per farle una sorpresa. Quando il giovane dovrebbe uscire, si annuncia che la signora Cecilia sale; Lorenzin rimane nascosto all’insaputa di Meneghina. Cecilia sgrida la cognata perché è salita in visita senza avvertirla. Meneghina, che ha già fatto la visita, saluta e se ne va.

La conversazione delle tre signore che rimangono riesce molto comica. Vi si trova un miscuglio di superbia e di piccolezza, un’infinità di pretesa e di ciarle, e soprattutto indiscrezione da parte di Cecilia riguardo alla cognata. Le due sorelle se ne prendono gioco, e domandano a lei la ragione per cui Anzoletto non dà marito a Meneghina. Cecilia, sempre pronta a dirne più male che bene, risponde ch’essa aveva un amante dirimpetto alle finestre della casa da lei ultimamente lasciata, e che questi era un cattivo soggetto, dicendone financo il nome. Le due sorelle allora prendono le difese del cugino: la conversazione termina male, ecco tutti in scompiglio; Lorenzin, che ha ascoltato tutto, vuole assolutamente sfogar la collera col marito di Cecilia. Ma vi è di peggio per Anzoletto: il proprietario della vecchia casa gli ha messo i mobili sotto sequestro per pigioni non pagate, e i proprietari della nuova minacciano di far lo stesso. Anzoletto pertanto si ritrova nel maggior impiccio, e ricorre al conte da cui vorrebbe in prestito denaro; ma il cicisbeo della moglie non è troppo cortese verso il marito. Mentre tutto è scompiglio nel primo appartamento, si tratta con ogni premura nel secondo dell’accomodamento delle cose. Anzoletto ha uno zio molto ricco, ma disgustatissimo della condotta di suo nipote. Questo zio, che si chiama Cristoforo, è un vecchio amico del marito della sorella maggiore che abita il secondo appartamento: ella dunque lo manda a cercare, e gli partecipa l’inclinazione di Lorenzin verso la signora Meneghina. Cristoforo è un po’ selvatico ma di buon cuore, ama la nipote e acconsente a maritarla. Paga i debiti di Anzoletto e si rappacifica con lui, ma a condizione che tanto lui quanto sua moglie cambino modo di vivere. Ecco il germe del Burbero benefico. La Casa nova fu ricevuta con estremo piacere; chiuse le rappresentazioni autunnali, e si è sempre sostenuta nella classe di quelle composizioni che hanno un costante incontro, e che a teatro compariscono sempre nuove.

CAPITOLO XLII.

La Donna stravagante, commedia di cinque atti in versi.

- Le Baruffe Chiozzotte, commedia di tre atti in prosa. - Suo stupendo successo.

- Proposta della mia edizione del Pasquali. - Lettura di un autore francese.

Con la commedia La Donna stravagante fu aperto il carnevale del 1760. Il carattere principale della commedia era così cattivo, che le donne non avrebbero mai tollerato che si credesse desunto dalla natura; onde fui costretto a dirlo un soggetto di pura invenzione. Donna Livia è la maggiore di due sorelle le quali, avendo perduto il padre e la madre, vivono sotto la guida del cavalier Riccardo, loro zio paterno. Donna Rosa è la minore, d’indole dolce e giudiziosa, quanto la sorella è fiera, iraconda, capricciosa; onde la bontà dell’una serve di contrasto alla cattiveria dell’altra. Donna Livia è gelosa di sua sorella, e fa soffrir mille morti a un amante che l’adora; tratta villanamente anche la sorella minore, che non ha inclinazioni né voglie, ed con tali stravaganze è cagione di un’infinità d’impacci e travagli per lo zio cavaliere, che d’altro non si occupa che della felicità delle nipoti.

Questo zio affettuoso e saggio vorrebbe procurare a entrambe una vantaggiosa sistemazione. A tal fine interroga la maggiore sulla scelta del suo stato; ma Livia teme male a proposito una rivale nella sorella; onde per assicurarsene vuole che questa parli per prima. - Ciò non è giusto, dice allora il cavaliere; tocca a voi parlare per prima. - Oh! per me è tutt’uno, replica donna Livia; cedo volentieri a Rosa la precedenza: a me piace così, e così voglio. - Voi lo volete, risponde il cavaliere di malumore; ebbene sarete contenta: la prima a parlare sarà donna Rosa. - Frattanto si presentano a lei, che è la meno bella ma la più ragionevole, parecchi partiti. Allora donna Livia reclama i suoi diritti, ed è capace di tali e tante stravaganze, che son bastanti a fornire materia per una commedia di cinque atti; e finisce per sposare in segreto l’amante che tanto aveva fatto soffrire, e che le aveva proposto suo zio medesimo. Questa commedia ebbe un sufficiente incontro; essa però era fatta per averne uno maggiore, se la signora Bresciani, un po’ capricciosa di sua natura, non avesse creduto di rappresentar sé stessa; onde il suo cattivo umore indebolì l’effetto.

Rimediai ai demeriti acquistatimi con questa attrice eccellente, componendo una commedia intitolata Le Baruffe Chiozzotte. La commedia, espressamente fatta per il gusto del basso popolo, produsse un effetto mirabile. La signora Bresciani, malgrado l’accento toscano, avea saputo prender così bene le maniere e la pronuncia veneta, che piaceva nelle commedie gravi e sublimi come in quelle di basso stile. Non darò l’estratto della commedia, il cui fondo è un niente, e che deve il suo buon esito al quadro dipinto al naturale. Ero stato nella mia gioventù a Chioggia in qualità di coadiutore del cancelliere criminale; impiego che corrisponde a quello di sostituto del luogotenente criminale. Avevo dunque trattato con quella numerosa e tumultante popolazione di pescatori, di marinai e donnicciole, che non hanno altro salotto che la pubblica via. Conoscendo i loro costumi, il linguaggio, il brio e la malizia, mi trovavo in condizione di dipingerli; e nella capitale, non più di venticinque miglia distante da questa città, si conoscevano perfettamente gli originali. La commedia dunque ebbe un successo dei più splendidi, e con essa restò chiuso il carnevale.

Il giorno seguente delle Ceneri, mi ritrovai a una di quella cene di magro con le quali i nostri ghiotti di Venezia danno principio alle loro colazioni quaresimali. Al banchetto c’era tutto ciò che l’Adriatico e il Lago di Garda può somministrare in fatto di pesce. Il discorso andò a cadere sopra gli spettacoli, né si ebbe riguardo alla modestia dell’autore, che vi si trovava presente come commensale. Annoiato pertanto di sentir sempre risuonarmi all’orecchio gli stessi discorsi, per allontanar da me tutti i complimenti e gli elogi, parlai di una nuova idea. I vini e i liquori avevano già rallegrati gli animi; tuttavia si fece silenzio e mi si prestò attenzione. Una nuova edizione del mio Teatro era il punto su cui volevo trattenerli; procurai di esser breve, ma dissi quanto bastava per illustrare la mia intenzione. Riscossi applauso, fui incoraggiato; e subito vennero portati carta e calamaio. La conversazione era composta di diciotto persone senza me; fu dunque subito aperto un foglio di sottoscrizione, e ciascuno prenotò dieci esemplari: feci dunque in una sola serata centottanta firme.

Ecco l’origine dell’edizione del Pasquali. Di essa ho già parlato nella Prefazione, onde non stancherò oltre il lettore, avendo ora più piacere di partecipargli una lettera pervenutami da Ferney alcuni giorni dopo. Crederete che fosse del signor Voltaire? no, v’ingannate; ne ho ricevuto, è vero, parecchie da questo grand’uomo, da quest’uomo unico, ma allora non avevo l’onore di essere in corrispondenza con lui. La lettera do cui parlo era firmata Poinsinet. Io non lo conoscevo, ma lui si dichiarava per autore. Mi scriveva di alcune composizioni da lui presentate all’Opera buffa di Parigi; mi diceva di trovarsi a Ferney in casa di un amico, da cui aveva avuto l’incarico di dirmi parecchie cose per parte sua, e mi pregava di dirigergli la risposta a Parigi. L’oggetto che l’aveva indotto a scrivermi era l’idea da lui concepita di tradurre in francese tutto il mio teatro Italiano. Per tal motivo chiedeva senza troppe cerimonie i manoscritti delle mie commedie non ancora stampate, unitamente ad aneddoti che mi riguardassero. Da principio mi credei onorato che un autore francese volesse occuparsi dei miei lavori; ma d’altra parte trovai le sue domande un po’ troppo precipitate; e non conoscendolo in modo alcuno, gli risposi pulitamente, ma in termini da distoglierlo dall’impresa. Infatti gli comunicavo che stavo per assumere una nuova edizione con correzioni e cambiamenti; e le mie commedie essendo piene di diversi dialetti italiani, la traduzione del mio teatro si rendeva quasi impossibile. Credevo di aver detto abbastanza: niente affatto. Ecco una seconda lettera in data di Parigi: «Attenderò, signore, le correzioni e i cambiamenti che vi siete proposto di fare nella nuova edizione. Rispetto ai diversi dialetti italiani, state tranquillo; ho con me un servitore che ha percorso tutta l’Italia, che li conosce tutti, ed è in grado di spiegarmene il significato: ne sarete contento». Questa proposta mi dispiacque oltre modo; e credetti che l’autore francese si burlasse di me. Vado immediatamente casa del signor conte Baschi, ambasciatore di Francia a Venezia; gli partecipo le due lettere del signor Poinsinet e gli domando informazioni sulla persona che mi scriveva. Ora non ho memoria precisa di ciò che S. E. mi disse relativamente al signor Poinsinet; ricordo bensì che mi rimise una lettera giuntagli allora, unitamente ai dispacci della Corte. Conteneva una nuova sommamente piacevole per me, di cui renderò conto nel seguente capitolo.

CAPITOLO XLIII.

Contenuto della lettera da Parigi. - Sono chiamato in quella città.

- Ordini dell’ambasciatore di Francia per farmi partire. - Mie osservazioni.

- Son costretto a lasciare la patria. - Ultime commedie per Venezia.

- Todero Brontolon, commedia veneziana di tre atti in prosa. - Compendio. - Ottima riuscita.

La lettera rimessami dal signor ambasciadore di Francia veniva dal signor Zannuzzi, primo amoroso del Teatro italiano in Parigi. Quest’uomo stimabile per i suoi costumi non meno che per il suo ingegno, aveva portato in Francia il manoscritto della mia commedia intitolata Il Figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato. Presentata ai suoi compagni questa composizione e da loro trovata buona, fu recitata; piacque moltissimo e confermava, a quanto diceva, quella reputazione che le mie opere godevano in Francia da gran tempo, e la mia persona vi era desiderata. In conseguenza di questo preliminare Zannuzzi era incaricato dai primi gentiluomini di Camera del Re e sovrintendenti agli spettacoli di Sua Maestà di farmi la proposta di un impegno per due anni con onorevole provvigione. Il signor conte Baschi mi fece anche notare la premura del signor duca di Aumont, primo gentiluomo di camera in attual servizio, per sollecitare la mia partenza; aggiungendo che, se mai fosse nata qualche difficoltà, egli avrebbe spedite lettere formali per chiedermi al Governo della Repubblica. Era gran tempo che desideravo di vedere Parigi, ed ero perciò tentato di rispondere subito affermativamente; ma avevo vari doveri da compiere, e chiesi tempo.

Ero pensionato dal duca di Parma, ed avevo in Venezia un impegno; bisognava dunque domandare il permesso al principe, e combinare nel tempo stesso l’approvazione del nobile veneziano proprietario del teatro San Luca. L’una e l’altra cosa non mi parevano difficili da conseguire; ma d’altro canto portavo grande affetto alla mia patria, vi ero amato, applaudito, accarezzato; non vi si udiva più critica alcuna contro di me; vi godevo una deliziosa tranquillità. In Francia non ero chiamato che per soli due anni; ma vedevo troppo bene che, espatriato una volta, avrei durato fatica a rimpatriare; e oltre a ciò, divenuto precario il mio stato, pensavo che sarebbe stato necessario sostenerlo con assidui e laboriosi lavori; mentre temevo sommamente i tristi giorni della vecchiaia, che diminuiscono le forze mentre i bisogni crescono. Ne feci parola a tutti gli amici e protettori di Venezia, e feci loro vedere che per me non riguardavo il viaggio di Francia come una partita di piacere, ma era forza l’attendervi per assicurarmi una volta uno stato. Aggiunsi anche a codeste persone, le quali dimostravano il desiderio che restassi a Venezia, che nella mia qualità di avvocato potevo ottenere ogni sorta d’impiego e alle cariche della magistratura, e terminai il discorso con la sincera non meno che decisiva protesta che, quando mi si fosse assicurato uno stato a Venezia, che fosse a titolo d’impiego o di pensione, avrei preferito certamente la mia patria a tutto il resto dell’universo.

Il mio discorso fu udito con molto piacere e con somma attenzione; furono trovate giuste le mie osservazioni, onesto il mio procedere; tutti quanti assunsero l’incarico di cercar mezzi per appagare le mie brame. Si tennero diverse adunanze sul mio conto, ed eccone il risultato. In uno Stato repubblicano le grazie non sono concesse che per la pluralità dei voti, ed è necessario che i postulanti chiedano e richiedano per lungo tempo avanti di poter esser mandati a partito; riguardo poi alle pensioni, se vi è concorso di postulanti, le arti utili hanno sempre la preferenza sugli ingegni piacevoli e rinomati. Questa osservazione doveva bastare assolutamente per determinarmi a non più pensarvi.

Scrissi dunque a Parma e ottenni il permesso di partire; superai con un poco di pena l’opposizione del proprietario del teatro San Luca; e quando mi vidi in libertà, diedi parola all’ambasciadore di Francia, e ne passai per conseguenza l’avviso al signor Zannuzzi a Parigi; ma siccome era troppo giusto assegnare un tempo conveniente ai miei comici per provvedersi di un compositore, la mia partenza da Venezia restò fissata per l’aprile 1761. In questo intervallo scrissi tre commedie, la prima delle quali era intitolata Todero Brontolon, commedia veneziana. Ci fu un vecchio in Venezia, ma non so precisamente quando, chiamato Todero, uomo il più aspro, il più fastidioso e il più incomodo del mondo, il quale lasciò di sé una reputazione sì buona, che quando s’incontra anche adesso a Venezia un uomo garritore, si chiama subito Todero Brontolon. Conoscevo uno di questi vecchi d’umor nero, che teneva in scompiglio tutta la sua famiglia e principalmente la nuora, donna bellissima e amabile, resa anche maggiormente infelice dal marito che tremava al solo aspetto del vecchio padre. Volli vendicare questa brava donna che vedevo spesso, delineando il ritratto del suocero e del marito. Ella, essendo a parte del segreto, ebbe piacere più degli altri del successo della commedia, perché gli originali avevan riconosciuto benissimo sé stessi; e infatti li vide entrambi tornare dalla commedia, uno in furia e l’altro umiliato.

Eccovi pertanto un ristretto della favola da me immaginata, sulle tracce di tali caratteri reali. Todero è un ricco negoziante che tiene sotto il giogo della più dura e umiliante dipendenza Pellegrino suo figlio e Marcolina sua nuora, i quali non sono ragazzi, poiché Zanetta, loro figlia, è da marito. Questo assoluto e dispotico capofamiglia dà ricetto in casa sua a Desiderio, suo uomo di fiducia e favorito. Costui, pieno di scaltrezza e malizia, impadronitosi dell’animo del vecchio, domina nella famiglia al pari del padrone; benché dall’uomo selvatico sia non meno sgridato e strapazzato degli altri, egli però ha l’arte di far così bene la vittima, quanto sa far bene il ladro. L’impertinente spinge tant’oltre la sua sfacciataggine che, avendo un figlio chiamato Nicoletto, impegna Todero a concedergli Zanetta, sua nipote senza parlarne prima ai genitori. A quest’ultimo abuso del padrone e impudenza del favorito, Marcolina non può tacere; essa è madre, essa è donna, onde sveglia dalla sua indolenza il marito e impedisce il sacrificio della figlia; e tanto fa, tanto si adopra, che giunge finalmente a scoprire al vecchio padrone tutte le ribalderie del favorito; lo fa scacciare di casa, impegna il marito a rendersi utile a suo padre, e colloca la figlia onorevolmente. Il vecchio brontolone confessa allora che la nuora è perspicace, e brontolando l’abbraccia. La commedia piacque tanto che si sostenne fino al chiudersi dell’autunno 1760.

Per l’apertura del carnevale dell’anno 1761, tenevo da parte La Scozzese, commedia che non era di mia invenzione, ma che non mi fece meno onore. La parte storica consiste in un aneddoto che a me parve piacevolissimo. Non potrei farla meglio conoscere che col darne un estratto ricavato dalla prefazione posta nell’edizione del Pasquali: esso dunque formerà il soggetto del capitolo seguente.

CAPITOLO XLIV.

 Estratto della Prefazione della Scozzese (tomo XIII del mio Teatro nell’edizione Pasquali).

Chi si diverte a leggere le novità che giornalmente accadono, deve ricordare che nel 1750 comparve in Italia e altrove una commedia francese che aveva per titolo Il Caffè o La Scozzese. Nella prefazione di questa commedia si legge che era opera del signor Hume, pastore della Chiesa di Edimburgo, capitale della Scozia; ciò nondimeno tutti sapevano che il signor di Voltaire ne era l’autore. Uno dei primi ad averla in Venezia fui io. L’illustre patrizio veneto Andrea Memo, uomo dotto, di finissimo gusto e versato nella letteratura, trovò questa composizione bellissima e me la inviò, credendo che potessi valermene per il mio teatro. La lessi dunque con attenzione; mi piacque infinitamente, e la trovai anche del genere che avevo adottato. L’amor proprio mi fece prendere maggior affetto, vedendo che l’autore francese mi aveva fatto l’onore di nominarmi nel discorso preliminare. Ebbi insomma gran voglia di tradurre la Scozzese per farla conoscere e gustare alla mia nazione; ma nel rileggerla mi accorsi che sui teatri d’Italia, nell’attuale stato, non avrebbe avuto successo. È vero, come appunto dice l’autor medesimo, che quest’opera è fatta per piacere in tutte le lingue, poiché vi si dipinge al vivo la natura che è la stessa dappertutto; questa natura però si modifica differentemente secondo i climi; e però fa d’uopo esporla secondo i costumi e la consuetudini di quel paese nel quale uno si risolve d’imitarla. Le mie commedie, per esempio, sono stato bene accolte in Italia, ma in Francia non lo sarebbero in ugual modo; e converrebbe farvi mutazioni non piccole per procurare accoglienza ad alcune.

Ma avendo dato parola di presentare la Scozzese sul teatro San Luca, e riguardandone di pericoloso esito la rigorosa traduzione, ad altro non pensai se non a imitarla; e feci una commedia italiana sul fondo, sui caratteri e sull’intreccio dell’originale francese. Il successo non poteva essere né più generale né più strepitoso: tanto l’autore francese quanto io riportammo la rispettiva parte di merito e d’applauso. Qui forse si andrà dicendo che fu temerità la mia di pretendere di dividere l’onore della Scozzese per averla soltanto vestita all’italiana; ma questo rimprovero appunto mi obbliga a partecipare ai lettori un aneddoto singolare, accaduto quell’anno. Tutti e tre i teatri comici di Venezia presentarono la commedia uno dopo l’altro. Quello del Medebac fu il primo, ma la Scozzese era celata sotto il titolo della Bella Pellegrina: Lindana era rappresentata come un’avventuriera, e a Friport, che è quel marinaio inglese, grossolano e rozzo per abitudine, ma generoso di carattere, si era sostituito un zerbinotto veneziano; il fondo della composizione non fu variato, ma furono variati i caratteri, onde il soggetto aveva perduto ogni importanza e nobiltà. Perciò la commedia ebbe l’incontro che meritava, e cessò alla terza rappresentazione. Il teatro San Samuele aveva anch’esso la sua Scozzese da produrre; e vi fu annunciata La vera e legittima Scozzese, tradotta parola per parola dall’originale francese; con tutto questo ella andò a terra malamente alla prima recita. Io poi avevo ceduto il posto a tutti, e la mia Scozzese comparve per ultima. Ma qual fortunato successo per me! Fu ascoltata con tale attenzione, e venne in tal modo applaudita, che se mai fossi stato suscettibile di gelosia, non avrei potuto fare che non la sentissi per tutto il resto delle mie composizioni. La caduta dunque delle due precedenti commedie fece spiccare maggiormente il successo della mia, poiché si sostenne sempre e dovunque nello stesso modo, e fu messa accanto a tutto ciò che avevo fatto di più piacevole nelle mie opere. Sapevano che il fondo non era mio, ma l’arte e le cure impiegatevi per accomodarla ai nostri usi e costumi equivalsero al merito dell’invenzione. Non starò qui a render conto di tutti i cambiamenti che credetti opportuni; giacché siffatte particolarità non potrebbero importare se non agl’intendenti delle due lingue, i quali possono soddisfarsi più ampiamente con la lettura e il confronto nei due idiomi. Eccovi bensì il cambiamento più essenziale, e più a proposito per colpir l’attenzione dei forestieri che non sanno l’italiano.

Lord Murray, che forma il nodo della commedia e produce l’effetto principale sull’eroina del dramma, non compare nell’originale francese che al terzo atto, onde fin qui lo spettatore altro non fa che divertirsi alla malvagità di Frelon e del carattere singolare di Friport, mediocremente dilettandosi delle sventure e delle virtù di Lindana; soltanto a metà commedia la passione dei due virtuosi amanti comincia a mostrarsi nel suo pieno vigore, ciò che per gl’italiani è troppo tardi. Nella mia Scozzese il lord si presenta subito al primo atto, e scopre in una scena comica e dilettevole, da lui sostenuta con la cameriera di Lindana, lo stato e condizione di questa forestiera; dopo la quale scena, e l’altra che segue immediatamente tra la Scozzese e l’inglese, mette al fatto lo spettatore della loro passione e dei loro caratteri. Si comincia perciò a prendere affetto fin da questo momento alla virtù dell’una e all’inclinazione dell’altro; e stabilita questa base, tutto il resto va a meraviglia.

Nella scena quinta del secondo atto dell’originale francese m’imbattei in una difficoltà che mi trattenne alcun poco. Dapprima Friport s’indirizza a Fabrizio per vedere Lindana; Fabrizio lo annuncia: ma che? tutto a un tratto, e senza che sia effettuato il cambiamento della decorazione, si vede lo stesso Friport in camera della Scozzese; nella versione è stampata si legge due volte di seguito scena V, e non si sa perché. Non avevo tempo né modo di confrontare le varie edizioni, e quantunque conoscessi la delicatezza dei francesi riguardo all’unità di luogo, mi presi la libertà di far uscire Lindana della sua camera per venire in sala ad ascoltare un uomo che non conosceva; feci per altro ciò in modo ragionevole e che offender non potesse in modo alcuno la modestia e riservatezza di lei.

Ella sa che suo padre è nell’Indie, onde, venendole annunciato un marinaio che ha premura di parlarle in segreto, spera che possa essere un amico dal padre, e perciò si determina a uscire spinta dall’ansietà di averne nuove. La scena pertanto segue con la massima naturalezza e in luogo accessibile a chiunque. Questa mutazione fu particolarmente notata; anzi i Veneziani credettero perfino che i comici del teatro San Samuele si fossero ingannati nella loro traduzione. Chi aveva letto la commedia stampata conobbe che il traduttore non aveva torto, né mai potevasi concepire come questa doppia scena fosse eseguibile a Parigi. Frattanto, nell’aspettativa che più sicure notizie mi chiarissero in proposito, provavo il maggior piacere di aver appagato il genio dei miei compatrioti, divenuti così esatti e difficili a esser contentati quanto i forestieri. Feci anche un altro cambiamento essenziale; e questo fu nel personaggio di Frelon, che poteva far qualche sensazione a Londra e Parigi, ma veruna in Italia, poiché quivi i giornalisti son rari, ed è impedito per legge di polizia fare il maldicente. Sostituii dunque a questo carattere ignoto quello di uno di quegli uomini sfaccendati che frequentano i caffè per raccogliere le novità giornaliere, che poi spacciano a diritto e rovescio; né giungendo ad appagare la propria e l’altrui curiosità si sfogano con menzogne, non risparmiando la beffe e la maldicenza. Il signor de La Cloche compariva cattivo per gusto, mentre Frelon pareva tale per venalità.

Chiedo scusa all’autore francese di avere avuto l’ardire di metter mano nella sua composizione; ma l’esperienza ha provato che senza l’opera mia non si sarebbe gustata in Italia; onde quest’illustre poeta, che tanto onora la sua patria, deve apprezzare gli applausi della mia.

CAPITOLO XLV.

Una delle ultime sere di Carnevale, ultima commedia da me data a Venezia avanti la mia partenza,

commedia veneziana di tre atti in prosa. - Allegoria della composizione. - Suo magnifico incontro.

- Cinque commedie, che formano un piccolo Teatro di conversazione:

L’Uomo di spirito, La Donna di spirito, L’Apatista, La Locanda della posta, e L’Avaro.

Ecco l’ultima composizione, da me presentata a Venezia prima di partire: Una delle ultime sere di Carnevale, commedia di gusto veneziano e allegorica, nella quale prendevo commiato dalla patria. Zamaria fabbricatore di stoffa dà una festa ai suoi confratelli, invitandovi anche Anzoletto, che loro somministra i disegni per i lavori. L’assemblea di questi operai rappresentava la compagnia dei comici, e il disegnatore ero io.

Una ricamatrice francese, chiamata la signora Gâteau, si trova a Venezia per affari; conosce Anzoletto; ama lui al pari dei suoi disegni; lo impegna ed è per condurlo a Parigi: ecco un enigma che non era difficile a indovinare.

Gli operai sentono con sommo rincrescimento la notizia dell’impegno di Anzoletto, e fanno il possibile per ritenerlo; ma sono da lui assicurati che la sua assenza non passerà due anni. Accoglie le loro dimostrazioni di dispiacere e le loro lagnanze con riconoscenza, e risponde ai rimproveri con fermezza d’animo. Anzoletto, che va facendo la sue cerimonie e i suoi ringraziamenti con i commensali, non è altro che Goldoni che li fa al pubblico. La commedia incontrò molto, e chiuse l’anno comico 1761. L’ultima sera di carnevale fu la più splendida per me, poiché tutta la platea risuonava di applausi, in mezzo ai quali si sentiva distintamente gridare: - Buon viaggio! Felice ritorno! Non mancate! - Confesso che ne fui commosso fino al punto di piangere.

Qui termina la collezione delle mie commedie composte per il pubblico di Venezia; e qui pure dovrebbe parimenti aver termine la seconda parte di queste memorie; ma non posso finirla senza render conto anche delle composizioni che si trovano stampato nel mio Teatro. Esse sono commedie da me composte per il marchese Albergati Capaceli, senatore di Bologna. Sono assai più corte dell’altre, di minor numero di personaggi, e formano un Teatrino di conversazione. Sono lavorate con molta attenzione; hanno avuto buonissimo incontro, e alcune sono state anche recitate con gran successo nei teatri pubblici. Ne darò un’idea più succinta che mi sarà possibile.

Il Cavalier di spirito, commedia di cinque atti in versi: è questi un uomo colto e amabile che forma la delizia di tutte le conversazioni. È il ritratto fedele del giovine senatore, che recitava a meraviglia la parte principale della commedia. La donna bizzarra, commedia di cinque atti in versi: è una giovane vedova, bella, di merito e di belle qualità, ma ch’è guastata dalla civile società; e per voler troppo piacere, cade in ridicolezze. L’Apatista, commedia di cinque atti in versi: il protagonista è un uomo di mente fredda, sempre calmo, sempre uguale a sé stesso, che gode i doni della fortuna senza eccesso, che soffre le avversità senza lagnarsene, che offeso si difende senza collera, e che prende finalmente moglie senza passione. Sfido qualunque comico a sostenere questo carattere con tanta intelligenza e verità, quanta n’espresse il signor marchese Albergati. La Locanda della Posta, commedia di un solo atto in prosa: il soggetto è storico, l’intreccio è comico, felicissimo lo svolgimento. Sono anche di parere che non sarebbe difficile da tradurre in francese. L’Avaro, commedia di un sol atto in prosa: questa è l’ultima delle cinque produzioni fatte per il mio Teatro di conversazione; e siccome il titolo esprime uno dei caratteri generalmente più noti e che sembrano esauriti dai gran maestri dell’arte, sono per questo a darne un ragguaglio un po’ più esteso. Apre la scena don Ambrogio, facendo da solo a solo alcune considerazioni sul proprio stato. Ha di recente perduto il suo figlio unico; sente nel cuore la voce della natura; ma siccome il mantenimento del figlio gli costava caro, gli riesce meno difficile consolarsi. Si trova nell’impaccio di dover pensare alla nuora, che è tuttavia in casa sua; e riguarda questa spesa come insopportabile; vorrebbe disfarsene; ma siccome bisogna restituirle la dote, non può decidersi. La vedova è giovane, né le mancano partiti. L’Avaro li accetta tutti; ma venuto al proposito della dote, non ne va avanti veruno. Sostiene inoltre di aver più speso per la nuora di quello che abbia ricevuto dal contratto matrimoniale di lei; mostra a tutti la nota delle spese fatte per lei; la porta sempre addosso; la legge tre o quattro volte al giorno, la tiene la notte sotto il capezzale. Un amante più accorto degli altri offre a don Ambrogio di sposar sua nuora senza esborso di dote, purché il suocero si obblighi a dargliela dopo la sua morte. L’avaro acconsente, ma a condizione che lo sposo pensi ad alimentarla. L’amante trova la proposta ridicola, ma siccome è innamorato, teme di perdere l’occasione di sposare la sua bella. Ha anche timore dell’uomo sordido, perché lo minaccia di una lite; onde accorda tutto, e così segue il matrimonio. Questa, a dir vero, è una commedia di poco momento, ed è questo un avaro di nuova specie, che non può stare al confronto degli altri; con tutto ciò mi riuscì d’infondervi brio comico e affetto quanto poteva bastare per renderlo passabile; onde riportò il successo che poteva desiderarsi.

Fin ad ora ho reso conto delle commedie da me composte in Italia, che sono state recitate prima della mia partenza. Ne resta tuttavia una non ancora rappresentata, che si trova stampata nel decimo settimo volume dell’edizione Pasquali e nell’undecimo di quella di Torino. Essa è di cinque atti in versi, e ha per titolo La Pupilla: composizione tutta quanta di fantasia, lavorata sulla maniera degli antichi e unicamente destinata alla stampa, affinchè nel mio Teatro vi fossero produzioni di ogni genere e un’idea dello stile comico di tutti i tempi. Il soggetto della Pupilla è semplice. Non vi sono caratteri, non vi è complicazione nell’intreccio: ha una condotta naturale e senza artificio. Procurai però di ravvivare la sterilità dell’antica commedia con scene equivoche, allo scopo di aumentare l’effetto e sostenere maggiormente la sospensione. Anche la catastrofe non è nuova; e consiste in un tutore innamorato della pupilla, che finalmente scopre per l’unica sua figlia, e diviene per questo, suocero di chi per l’avanti aveva riguardato come rivale. Lo stile, di cui mi son servito non è il medesimo delle altre mie commedie, avendo voluto avvicinarmi con esso un poco più agli scrittori del buon secolo; riguardo poi alla versificazione, ho imitato quella dell’Ariosto nelle sue Commedie.

CAPITOLO XLVI.

Partenza da Venezia. - Malattia a Bologna. - Presentazione delle mie Opere

alla corte di Parma e a quella della Langravia di Armstadt.

- Visita dei nostri parenti a Genova. - Imbarco col corriere di Francia. - Pericolo per mare.

 - Questione curiosa. - Sbarco a Nizza. - Passaggio del Varo. - Arrivo in Francia.

Dopo l’ultima commedia e i complimenti di congedo da me fatti al pubblico, ad altro non pensai se non ai preparativi della partenza. Cominciai dall’assestamento della famiglia. Mia madre era morta, e mia zia andò a convivere con i suoi parenti. Cedetti al fratello tutto ciò che avevamo di rendita, misi in convento la figlia di lui, e destinai il nipote a seguirmi in Francia. Era bensì necessario qualcuno a Venezia che avesse cura della mia nipote, di cui mi ero incaricato. Non v’era da contar sul suo genitore, perché militare. Ebbe la compiacenza di accettarne in vece mia l’incarico un amico, il signor Giovanni Cornet, fratello minore del signor Gabriello Cornet, ambedue negozianti veneti e originari di Francia. Non sto qui a far parola del merito di questa degna e rispettabile famiglia, poiché è nota per il suo credito in commercio non meno che per la probità. Era uscito allora di torchio il secondo volume delle mie Opere, delle quali avevo già cominciato l’edizione a Venezia: il numero degli associati era grande, e non potevo tornare indietro. Fornii dunque materiali bastanti per la continuazione. Il signor conte Gaspare Gozzi s’incaricò della correzione delle stampe, e l’illustre senatore Niccolò Balbi mi accertò della sua protezione; e siccome il signor Pasquali era uno stampatore onesto e stimato, nulla perciò avevo da temere riguardo all’esecuzione. Insomma partii da Venezia con mia moglie e il nipote al principio del mese d’aprile 1761. Arrivato a Bologna, subito mi ammalai; tuttavia mi si fece fare per forza un’opera buffa. Essa risentiva della mia febbre; ma per buona sorte toccò a lei sola morire. Ristabilito in salute, ripresi tosto il viaggio e passai per Modena, ove rinnovai al mio notaio la procura riguardante la cessione da me già fatta al fratello, e partii per Parma il giorno dopo. Mi trattenni in questa città otto giorni piacevolmente; e siccome avevo dedicata la nuova edizione del mio Teatro all’infante don Filippo, ebbi l’onore di presentarne al medesimo i due primi volumi, e baciai la mano alle loro Altezze Reali. Vidi in tale occasione per la prima volta l’Infante don Ferdinando, allora principe ereditario, ora duca regnante, che si degnò parlarmi, augurandomi il buon viaggio in Francia. - Siete, mi disse, molto fortunato, poiché tra poco vedrete il re mio nonno. - Dalla dolce affabilità di questo principe presagii il futuro bene de’ suoi sudditi, né m’ingannai. L’Infante don Ferdinando infatti è la delizia dei suoi popoli, e l’augusta arciduchessa consorte dà il compimento alla pubblica felicità, non meno che alla gloria del suo governo. In questa occasione appunto ritornai in amicizia, dopo tre anni di discordia, con l’abate Frugoni. Questo nuovo Petrarca aveva egli pure la sua Laura a Venezia, onde cantava da lungi le grazie e le doti della bella Aurisbe Tarsense, pastorella arcade, dalla quale andavo ogni giorno. Il Frugoni, di me geloso, non aveva rincrescimento della mia partenza. Avevo anche lui da presentare alcuni libri a S. A. S. la principessa Enrichetta di Modena, vedova duchessa di Parma e in ultimo Langravia d’Armstadt. Questa principessa, che risedeva al Borgo San Donnino tra Parma e Piacenza, si trovava allora a Cortemaggiore, sua villa. Deviai alcune miglia per avere l’onore d’ossequiarla; fui benissimo accolto, benissimo alloggiato, tanto io come tutta la mia gente, e vi passammo tre giornate deliziose. Alcune dame e alcuni cortigiani, che recitavano le mie commedie nel teatro della Langravia, avrebbero voluto darmi un piccolo divertimento; ma il caldo era eccessivo, e io dovevo partire per Piacenza. Giunto in questa città fummo colmati di nuove cortesie e di nuovi piaceri. Il marchese Casati, uno de’ miei sottoscrittori, ci attendeva con impazienza, e nella sua casa trovammo quanto può desiderarsi di dilettevole: bel quartiere, sontuoso trattamento, amabile compagnia. La signora marchesa e sua nipote ci procurarono tutti i passatempi possibili; onde ci restammo quattro giorni: non volevano lasciarci partire. Ma avevo perduto troppo tempo ed erano già tre mesi che eravamo usciti da Venezia; malgrado il caldo insopportabile convenne partire. Appunto a Piacenza dovevo sceglier la strada per passare in Francia; ma siccome mia moglie desiderava vivamente di rivedere i suoi parenti prima di lasciare l’Italia, preferii la strada di Genova a quella di Torino. Passammo otto giorni molto allegramente nella patria della mia sposa: onde nell’istante della nostra partenza i pianti e i singhiozzi non ebbero mai fine. Si rendeva tanto più dolorosa la nostra separazione, in quanto i nostri parenti disperavano di più rivederci. Promettevo, è vero, di ritornare in capo a due anni, ma essi non lo credevano; insomma fra gli addii, gli abbracci, i pianti, i gridi, imbarcammo nella feluca del corriere di Francia, e si fece vela verso Antibo, costeggiando sempre quelle piaggie chiamate dagl’Italiani Riviera di Genova. Un uragano però ci discostò dalla rada, e poco mancò che non fossimo sommersi nel passare il capo di Noli. Diminuì peraltro il mio spavento una bella scena avvenuta in quel frattempo. Trovavasi nella feluca un Provinciale carmelitano che storpiava l’italiano come io scorticavo il francese. Il frate cadeva nel maggiore spavento ogni volta che vedeva venire da lungi una di quelle montagne d’acqua che minacciavano di sommergerci. Gridava a gola aperta: la voila, la voila; e siccome in italiano si dice la vela per dire in francese la voile, credetti che il carmelitano pretendesse che i marinai raddoppiassero la vele, e perciò volevo fargli conoscere l’errore in cui era; ma egli sosteneva intrepidamente che quanto dicevo non aveva senso comune. Nel tempo di tale controversia si passò felicemente il Capo, ed entrammo in rada. Allora soltanto riconobbi il mio torto ed ebbi la schiettezza di confessare da me stesso la mia ignoranza.

La burrasca c’impedì la continuazione del viaggio e il corriere, che non poteva fermarsi, prese il cammino di terra a cavallo, esponendosi ad attraversar montagne molto più pericolose del mare. Non fu possibile prender nuovamente imbarco che dopo quarantott’ore; ma siccome il mare era tuttavia in tempesta, presi terra a Nizza, ove le strade erano almeno praticabili. Lascia la feluca e feci cercare una vettura. Ne fu trovata casualmente una, giunta il giorno precedente, ed era una berlina che aveva portato a Nizza la famosa signorina Deschamps, scappata dalle carceri di Lione. Mi fu fatta la storia di una parte delle sue avventure, e andai a dormire nella camera che le era stata destinata, ma ch’essa aveva rifiutato per avervi trovato una cimice. Trovai comodissima la vettura preparatami e fissai il prezzo per Lione, a condizione di passare da Marsiglia e trattenermici qualche giorno. Siccome il vetturino era di quel paese, non vi fu difficoltà nelle nostre convenzioni. Insomma partii da Nizza il giorno seguente: attraversai il Varo, che separa la Francia dall’Italia, e rinnovai gli addii al mio paese, invocando l’ombra di Molière perché felicemente mi guidasse nel suo.

Note

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[1] Avviandosi verso la scena

[2] Arrestandolo

[3] Chiamandolo

[4] a Machmut

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Ultimo aggiornamento: 03 marzo 2011