Carlo Goldoni

 MEMORIE

Parte prima

Edizione di riferimento:

"Memorie per l'istoria della sua vita e del suo teatro : rivedute e corrette" collezione: Biblioteca classica economica; edizione: Sonzogno; Milano, 1908

Edizione elettronica di riferimento

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Memorie

SCRITTE DAL MEDESIMO

 PER L’ISTORIA DELLA SUA VITA

 E DEL SUO TEATRO

--- RIVEDUTE E CORRETTE ---

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AVVERTENZA.

Avendo in animo di raccogliere nella Biblioteca Classica Economica le migliori commedie di Carlo Goldoni, mi parve opportuno di farle precedere dalle Memorie scritte dal medesimo. Il lettore troverà in esse tutte le vicende ora liete e ora triste della sua vita, narrate con una ingenuità senza pari, e scoprirà il modo nel quale andò svolgendosi a poco a poco il genio drammatico del nostro immortale poeta. Oltre di ciò le Memorie del Goldoni formano un libro di amena e istruttiva lettura, poiché in esse quasi ad ogni pagina si incontrano descrizioni e giudizi di città, d’uomini e di costumi di una maravigliosa verità. La gioventù studiosa in ispecie, leggendo questo libro con occhio attento, vi attingerà non solo un grandissimo diletto, ma eziandio un profondo ammaestramento, sia per la condotta della vita, come per quella degli studi. La continua e acuta osservazione dei vizi e delle virtù degli uomini, in mezzo ai quali viveva il Goldoni, valse mirabilmente a fecondare in lui quei germi di cui gli fu tanto cortese la natura. Se a quella osservazione profonda avesse accoppiato con maggiore assiduità lo studio dei classici e l’efficace pazienza della lima, il Goldoni sarebbe riuscito senza dubbio il primo commediografo del mondo.

Ma tutti codesti pregi delle Memorie venivano, per così dire, appannati da un difetto capitale per noi, che volevamo introdurlo in una Biblioteca di Classici. Il Goldoni scrisse le sue Memorie in Francia e in lingua francese, e quelle che si conoscono generalmente in lingua italiana sono una traduzione. Le Memorie in francese uscirono alla luce in Parigi l’anno 1787, e nell’anno seguente lo Zatta le pubblicò tradotte in lingua italiana a Venezia. Altre traduzioni vennero poi fatte in Toscana; ma tanto queste come quella di Venezia, e non esclusa l’ultima di Firenze del 1861, sono traduzioni orribili per ciò che riguarda la lingua. Io, per migliorare questo libro, che credo utile e di piacevole lettura, consultai il testo francese, raffrontai le varie traduzioni e poi, senza nulla togliere della semplicità e vivezza dello stile, procurai di correggere i vocaboli, le frasi e i costrutti, che ritraevano evidentemente dall’indole della lingua francese. Con questo bucato credo che siano scomparse dalle Memorie del Goldoni, se non tutte in grandissima parte, le macchie che offendevano l’occhio dei lettori, i quali tengono in qualche pregio la purezza e la proprietà della lingua nativa. Con ciò non pretendo dire che la traduzione delle Memorie del nostro autore non sia capace di una maggiore perfezione; ma credo di potere affermare coscienziosamente, che la presente edizione delle Memorie di Carlo Goldoni è di gran lunga migliore di tutte le precedenti.

Francesco Costero.

PREFAZIONE

Non vi è buono o cattivo Autore, di cui la vita non sia in fronte alle sue opere o nelle memorie del suo tempo. È vero che la vita di un uomo non dovrebbe comparire alla luce se non dopo la morte di lui, ma tali ritratti eseguiti in distanza rassomigliano essi poi agli originali? Se ne assume l’incarico un amico, le lodi alterano la verità; se un nemico, in luogo di critica s’incontra satira.

La mia vita non ha importanza. Ma può fra qualche tempo avvenire che in un angolo d’antica biblioteca si trovi una collezione delle mie opere. Saravvi forse alcuno curioso di sapere chi fosse quell’uomo singolare, che ha avuto in mira la riforma del teatro del suo paese, che ha posto in scena e sotto il torchio centocinquanta commedie in verso e in prosa, tanto di carattere come d’intreccio; ed ha veduto, vivendo, diciotto edizioni del suo teatro. Si dirà senza dubbio: quest’uomo doveva esser molto ricco; perché lasciare la sua patria? Ah! convien dunque rendere ben intesa la posterità che solo in Francia trovò il Goldoni il suo riposo, la sua tranquillità, la sua prosperità, e che ha terminato la sua professione di poeta drammatico con una commedia francese, la quale, sul teatro di quella nazione, ebbe un favorevole incontro.

Ho pensato, che l’Autore sapesse egli solo delineare un prospetto verace e completo del suo carattere, de’ suoi aneddoti e de’ suoi scritti; ed ho creduto, che, pubblicando egli stesso le Memorie della sua vita, e non essendo smentito dai Suoi contemporanei, la posterità potesse rapportarsi alla sua buona fede. Giusta questa idea, vedendo nel 1760 che dopo la mia prima edizione di Firenze ponevasi ovunque a saccheggio il mio teatro, e che se n’erano fatte quindici edizioni senza il mio consenso e senza darmene parte, e quel che è peggio ancora, tutte malissimo impresse; mi venne in animo di farne una seconda edizione a mie spese, e di inserire in ogni volume, invece di prefazione, una parte della mia vita, immaginandomi che al termine dell’opera l’istoria della mia persona unitamente a quella del mio teatro potrebbe riuscire completa.

Sbagliai. Non avrei mai sospettato che il destino fosse per farmi passar l’Alpi, quando incominciai a Venezia questa edizione del Pasquali, in ottavo, con figure.

Chiamato nel 1761 in Francia, continuai a somministrare le correzioni e i cambiamenti che io mi era proposti per l’edizione di Venezia. Ma il tumulto di Parigi, le mie nuove occupazioni e la distanza dei luoghi diminuirono dal canto mio l’attività, e portarono tal lentezza nell’esecuzione, che un’opera la quale doveva essere condotta fino al trigesimo volume, e compiuta nello spazio di otto anni, non è per anche, in capo a venti, se non al tomo XVII, né vivrei tanto da veder giunta quest’edizione al suo termine. Quello che m’inquieta, e mi preme presentemente, è l’istoria della mia vita. Essa non è di alcun momento, lo ripeto, ma quel che io ne ho pubblicato fino ad ora nei diciassette primi volumi fu così bene accolto, che il pubblico m’impegna a continuare; tanto più che tutto quello che ho fin qui detto non riguarda che la mia persona, laddove ciò che mi resta a dire dee trattare del mio teatro in particolare, di quello degl’italiani in generale, e in parte di quel dei francesi, che io stesso ho visto sì dappresso. I costumi di due nazioni, il loro gusto messo a confronto, tutto ciò che ho veduto, tutto quel che ho osservato, potrebbe divenir piacevole, e anche istruttivo per i dilettanti.

Mi propongo adunque di affaticarmi quanto io potrò, e ciò con un piacere inesprimibile, per arrivare al più presto possibile a far parola del mio caro Parigi, che mi ha sì bene accolto, tanto divertito, sì utilmente occupato. Comincio dal rimpastare e tradurre in francese tutto ciò che si trova nelle prefazioni storiche dei diciassette volumi del Pasquali. Questo è il compendio della mia vita, dalla mia nascita fino al principio di ciò che dicesi in Italia Riforma del Teatro Italiano. Si vedrà come questo genio comico, che fu sempre la mia passione dominante, si è in me manifestato, e poi svolto, e quanti siano stati gli sforzi inutilmente tentati per disgustarmene, e i sacrifici da me fatti a quest’idolo imperioso, che mi trasse dietro a sé stesso. Tutto questo formerà la prima parte delle mie Memorie.

La seconda comprenderà la istoria di tutte le mie produzioni, il segreto degli accidenti che me ne hanno somministrato l’argomento, il buono o cattivo incontro delle mie commedie, la rivalità destata dalla mia buona riuscita; le cabale che ho schernite, le critiche che ho rispettate, le satire che ho sofferte in silenzio, e gl’intrighi dei commedianti che io ho superati. Si vedrà che la natura umana è l’istessa per tutto, che per tutto s’incontra la gelosia, e che per tutto l’uomo pacifico e di sangue freddo giunge a farsi amare dal pubblico, e a stancar la perfidia de’ suoi nemici.

La terza parte di queste Memorie conterrà la mia emigrazione in Francia. Provo tal compiacenza di poterne parlare a mio bell’agio, che fui tentato di dar principio di lì alla mia opera. Ma in tutto vuolsi metodo. Sarei stato forse in obbligo di ritoccare le due parti precedenti, ma non mi piace riandare le cose già fatte.

Ecco quanto io aveva da dire a’ miei lettori. Prego i medesimi a leggermi, e far grazia di credermi: la verità fu sempre la mia virtù favorita, ed ho sempre trovato buono il seguirla. Essa mi ha risparmiato la pena di studiar la menzogna, e mi ha sottratto al dispiacere del rossore.

PARTE PRIMA

CAPITOLO I.

Nascita e genitori.

Nacqui a Venezia l’anno 1707, in grande e bella abitazione situata tra il ponte di Nomboli e quello di Donna Onesta, al canto di via di Cà Cent’anni, nella parrocchia di San Tommaso.

Giulio Goldoni, mio padre, era nato nella medesima città: tutta la sua famiglia però era di Modena. Carlo Goldoni mio avo fece i suoi studi nel famoso collegio di Parma. Vi conobbe due nobili veneziani, e strinse con essi la più intima amicizia. Questi lo impegnarono ad andar seco loro a Venezia. Suo padre era morto; gliene accordò il permesso suo zio, colonnello e governatore del Finale in quel tempo. Seguì pertanto i compagni nella loro patria; vi si stabilì; vi fu incaricato di una commissione onorevolissima e lucrosissima nella camera dei Cinque Savi del Commercio, e sposò in prime nozze la giovine signora Barili, nata a Modena, figlia e sorella di due consiglieri di stato del duca di Parma. Questa dunque era la mia nonna paterna.

Venuta essa a morte, il mio avo fece conoscenza con una vedova rispettabile, madre di due sole fanciulle. Sposò la madre e diede in matrimonio a suo figlio la maggiore. Erano esse della famiglia Salvioni e godevano, senza esser ricche, una onesta comodità. Mia madre era bruna di colorito ma bella, un poco zoppa ma sagacissima. Ogni loro assegnamento passò in mano di mio nonno.

Egli era un brav’uomo, ma punto economo. Amava i piaceri, e si affaceva benissimo all’amenità dei veneziani. Teneva a pigione una bella villa appartenente al duca di Massa di Carrara sopra il Silo nella Marca Trevisana, sei leghe distante da Venezia. Qui viveva lautamente. I benestanti del luogo mal soffrivano che Goldoni richiamasse nella propria casa tutte le persone del villaggio, non meno che i forestieri. Uno dei vicini fece le pratiche per togliergli l’abitazione. Mio nonno andò a Carrara, prese a fitto tutti i beni posseduti dal duca nello Stato Veneto e ritornò trionfante della vittoria, divenuto però più ricco a proprie spese. Aveva in casa commedia e opera; tutti i migliori attori, tutti i più rinomati musici stavano al suo comando, vi si concorreva da ogni parte. Io nacqui in questo strepito, in questa dovizia; potevo disprezzar gli spettacoli, potevo non amare l’allegria?

Mia madre mi diè alla luce quasi senza dolore, onde mi amò anche di più; e io non detti in pianto, vedendo la luce per la prima volta. Questa quiete pareva manifestare fin d’allora il mio carattere pacifico, che non si è mai in seguito smentito.

Ero la gioia di casa. La mia governante diceva che avevo ingegno. Mia madre prese cura di educarmi, e il mio genitore di divertirmi. Fece fabbricare un teatro di marionette, le maneggiava in persona con tre o quattro suoi amici, e in età di quattr’anni trovai esser questo un delizioso divertimento.

Nel 1712 morì mio nonno. Un mal di petto acquistato in una partita di piacere lo condusse alla tomba in sei giorni. Mia nonna lo seguì poco dopo. Ecco l’istante di una mutazione terribile nella nostra famiglia, la quale precipitò tutt’a un tratto dalla comodità più felice nella mediocrità più disagiata.

Mio padre non ebbe l’educazione che gli si conveniva. Non gli mancava ingegno, ma non si era avuta bastantemente cura di lui. Non potè mantenersi nell’impiego del padre, che un accorto Greco seppe togliergli. I beni liberi di Modena erano venduti, i beni di sostituzione ipotecati. Non restavano che quelli di Venezia, che formavano la dote di mia madre e l’assegnamento di mia zia.

Per colmo di disgrazia, mia madre diede alla luce un secondo figlio, Giovanni Goldoni, mio fratello. Mio padre era alle strette, e siccome non gradiva troppo di gemere sotto il peso di riflessioni ipocondriache, prese risoluzione di fare un viaggio a Roma per distrarsi. Dirò nel seguente capitolo ciò che vi fece e quello che divenne. Ritorniamo frattanto a me, giacché sono l’eroe dell’opera.

Mia madre restò sola alla direzione della casa con sua sorella e i due figli. Collocò il minore in collegio; e occupandosi di me unicamente, volle allevarmi sotto i suoi occhi. Ero docile, quieto, obbediente, e di quattro anni leggevo, scrivevo e sapevo a mente il catechismo. Mi fu assegnato un maestro. Amavo molto i libri; imparavo con facilità la grammatica, i principi della geografia e quelli dell’aritmetica. La mia lettura favorita però era quella degli autori comici. Ne era ben provvista la piccola biblioteca di mio padre; ne leggevo sempre qualcuno nei momenti di libertà, e ne trascrivevo i pezzi che più mi davan piacere. Mia madre, purché non mi trattenessi in puerili trastulli, non si prendeva la minima cura della scelta dei miei libri.

Fra gli autori comici che leggevo e rileggevo spessissimo, il Cicognini era quello che preferivo a ogni altro. Questo autore fiorentino, pochissimo conosciuto nella repubblica delle lettere, aveva fatto parecchie commedie d’intreccio, sparse di sentimenti noiosi, patetici, e di facezie triviali: vi si trovava nulladimeno molto diletto, e aveva l’arte di mantenere la sospensione e di piacere con lo scioglimento. Presi per esso un’infinita propensione; lo studiai molto, ed ebbi all’età di otto anni la temerità di abbozzare una commedia. Ne feci la prima confidenza alla governante, che la trovò piena di grazia; mia zia si burlò di me; mia madre mi sgridò e mi abbracciò nello stesso tempo; e il mio precettore asserì esservi spirito e buon senso oltre le forze della mia età. Il più singolare però fu che il mio compare, uomo in carica e assai più ricco di denaro che di cognizioni, non volle mai credere che quella fosse opera mia; sosteneva che il mio maestro l’aveva rivista e corretta. Questi trovò ingiurioso il giudizio: la disputa prendeva fuoco; sopraggiunse fortunatamente un terzo soggetto in quell’istante, e li calmò. Era questi il signor Vallè, poi abate Vallè di Bergamo. Questo amico di casa mi aveva visto lavorare intorno a quella composizione, ed era stato testimone delle mie fanciullesche fole e arguzie. Lo avevo pregato di non parlarne ad alcuno; egli aveva serbato il segreto e in questa occasione, facendo tacere l’incredulo, rese giustizia alle mie buone disposizioni. Nel primo volume della mia edizione del Pasquali, avevo citato per prova di questa verità l’abate Vallè, che nel 1770 ancora viveva, dubitando io fortemente che vi fossero altri compari che non mi prestasser fede. Se il lettore mi domandasse qual era il titolo della mia composizione, non sarei in grado di soddisfarlo, poiché questa fu una bagattella cui niente riflettei nell’eseguirla. Non starebbe che a me l’assegnarglielo presentemente, ma mi compiaccio dir le cose come sono, piuttosto che abbellirle. Insomma quella commedia, o per meglio dire quella puerile follia, corse per tutte le conversazioni di mia madre, e ne fu spedita una copia al mio genitore. Eccoci al momento di ritornare a lui.

CAPITOLO II.

Primo viaggio. - Studi di Umanità.

Mio padre, che non doveva restare a Roma se non per qualche mese, vi si trattenne quattro anni. In questa gran capitale del mondo cristiano aveva un amico intimo, il signor Alessandro Bonicelli veneziano, che aveva recentemente sposato una romana ricchissima e che godeva di un brillantissimo stato. Il signor Bonicelli ricevè affettuosamente il suo amico Goldoni: lo alloggiò in sua casa, lo presentò in tutte le sue conversazioni e a tutte la sue conoscenze, e lo raccomandò vivamente al signor Lancisi, primo medico e cameriere segreto di Clemente XI. Questo celebre dottore, che arricchì la repubblica letteraria e la facoltà medica di eccellenti opere, strinse singolare amicizia con mio padre, che aveva ingegno e cercava occupazione. Lancisi lo consigliò a darsi alla medicina; gli promise favore, assistenza, protezione. Mio padre vi acconsentì; fece i suoi studi nel collegio della Sapienza, e la sua pratica nell’ospedale di Santo Spirito. Al termine di quattro anni fu laureato dottore, e il suo mecenate lo mandò a cominciare l’esercizio della sua professione a Perugia. Le prime mosse di mio padre furono felicissime. Aveva la scaltrezza di non impegnarsi nella malattia che non conosceva, guariva i suoi malati, ed era molto in moda in quel paese il medico veneziano.

Mio padre, ch’era forse buon medico, era ancora graziosissimo in conversazione. Riuniva alla naturale giocondità del suo paese l’uso della buona compagnia, ov’egli era vissuto. Si guadagnò la stima e l’amicizia dei Baglioni e degli Antinori, due delle più nobili e ricche famiglie della città di Perugia.

In questo paese, appunto, e in tal felice condizione ricevè il primo saggio delle buone disposizioni del figlio suo maggiore. Quella commedia, comunque informe ella fosse, lo lusingò infinitamente; poiché calcolando con i principi dell’aritmetica diceva tra sé: se nove anni danno quattro carati di spirito, diciotto possono darne dodici, e per progressione successiva si può giungere fino al grado della perfezione.

Il mio genitore si determinò a volermi presso di sé; e questo fu un colpo di pugnale al cuore di mia madre. Ella vi resisté in principio, esitò in seguito, e terminò con acconsentirvi. Si presentò un’occasione la più favorevole del mondo. La nostra casa era in buonissima lega con quella del conte Rinalducci di Rimini, il quale con la moglie e con la figlia si trovava allora a Venezia. Il padre abate Rinalducci, benedettino e fratello del conte, che doveva andare a Roma, prese l’impegno di passare per Perugia e di condurmivi. Si fanno i fagotti, giunge il momento, bisogna partire. Non vi parlerò dalle lacrime della mia tenera madre; chiunque abbia figli conosce momenti sì crudeli; io pure sentivo il più forte affetto per chi mi aveva portato nel seno, e mi aveva allevato e accarezzato, ma l’idea di un viaggio è per un giovane una distrazione seducente.

C’imbarcammo, il padre Rinalducci e io, al porto di Venezia in una specie di feluca denominata Peota Zuechina, e veleggiammo per Rimini. Il mare non mi fece alcun male, anzi avevo un ottimo appetito. Sbarcammo all’imboccatura della Marecchia, ov’erano alcuni cavalli ad aspettarci. Mi vidi nel più grande imbroglio, quando mi si propose di salire a cavallo. Per le strade di Venezia non si vedono cavalli; vi sono due scuole di cavallerizza, ma ero troppo giovane per profittarne. Avevo visto nella mia fanciullezza i cavalli in campagna, li temevo e non ardivo accostarmi. Le strade dell’Umbria che dovevamo attraversare essendo montuose, il cavallo era la vettura più comoda per i viandanti; bisognava adattarvisi. Mi si prende a traverso il corpo, e mi si getta sulla sella. Misericordia! stivali, sproni, briglie, frusta! Che fare di tutto ciò? Sbalzavo come un sacco: il reverendo padre rideva di tutto cuore, i servitori si burlavano di me, e io pure ridevo. A poco a poco mi addomesticai col mio puledro, lo regalavo di pane e di frutta; divenne amico, e in sei giorni di tempo arrivammo a Perugia.

Mio padre fu contento di vedermi, e molto più di vedermi in buon essere; gli dissi con un’aria d’importanza che avevo fatto il mio viaggio a cavallo. M’applaudì sorridendo e mi abbracciò teneramente. Trovai la nostra abitazione molto malinconica, e in una strada disagiosa e bruttissima. Pregai mio padre di sloggiare dalla medesima, ma non poteva: la casa era congiunta al palazzo Antinori, non pagava pigione, ed era vicinissimo alle monache di Santa Caterina delle quali era medico.

Vidi la città di Perugia; fui condotto da mio padre stesso dappertutto. Cominciò dalla sontuosa chiesa di San Lorenzo, ch’è la cattedrale del paese, ove si conserva e si espone l’anello con cui san Giuseppe sposò Maria Vergine. È una pietra di una trasparenza turchina e d’un contorno molto cupo; tale a me parve: si dice però, che questo anello cambi miracolosamente colore e forma ai vari occhi che vi si appressano. Mio padre mi fece osservar la fortezza che Paolo III fece fabbricare al tempo che Perugia godeva di libertà repubblicana, sotto pretesto di regalare ai Perugini un ospedale per i malati e i pellegrini. Vi fece introdurre dei cannoni dentro carri carichi di paglia; indi si gridò: Chi vive? Bisognò rispondere: Paolo III. Osservai bellissimi palazzi, belle chiese, amene passeggiate; domandai se vi era sala di spettacolo, mi fu risposto di no; tanto peggio, io soggiunsi, non ci resterei per tutto l’oro del mondo. In capo a qualche giorno mio padre determinò di farmi continuare gli studi; era giusto ed ero io pure di tal volere; essendo in voga i gesuiti, mi propose ai medesimi e vi fui ricevuto senza difficoltà. Le classi di belle lettere in Italia non sono distribuite come in Francia. Non ve ne sono che tre: grammatica inferiore, grammatica superiore, altrimenti detta umanità, e rettorica. Quelli che profittano e impiegano bene il tempo, possono terminare il loro corso nello spazio di tre anni.

A Venezia avevo fatto il primo anno di grammatica inferiore, avrei perciò potuto entrare nella superiore; ma il tempo ch’avevo perduto, la distrazione del viaggio, i nuovi maestri ch’ero per avere, persuase mio padre a farmi ricominciare; e fece benissimo, perché voi vedrete, mio caro lettore, come questo grammatico veneziano, il quale non mancava di vantarsi di aver composto una commedia, si trovò rimpicciolito in un istante.

L’anno letterario era inoltrato, e fui ricevuto nella classe inferiore come uno scolaro già formato e istruito per la superiore. Mi fecero alcune interrogazioni, risposi male: mi fecero spiegare, io balbettavo; mi si fece fare il latino: un mare di solecismi e modi barbari. Fui deriso, ed ero divenuto lo scherno de’ miei compagni: si divertivano essi a sfidarmi, tutte le mie battaglie erano perdite; mio padre era in disperazione; e io ero mortificato, sbalordito, e mi credevo stregato.

Si avvicinava il tempo della vacanze; si doveva fare l’esperimento della propria capacità, il che si chiama in Italia latino del passaggio, perché questo piccolo lavoro deve decidere del merito degli scolari, o per farli salire a un’altra classe, o per farli rimanere nella medesima. Tale era al più la sorte che dovevo augurarmi.

Arriva il dato giorno; il reggente detta, gli scolari scrivono, ognuno meglio che può. Riunisco tutte le mie forze; mi rappresento al pensiero il mio onore, la mia ambizione, il mio genitore, mia madre, vedo che i vicini mi guardano con la coda dell’occhio e ridono: facit indignatio versum. La rabbia e la vergogna mi accendono: leggo il tema, sento fresca la testa, leggera la mano, feconda la memoria: termino prima degli altri, sigillo il mio foglio, lo porto al reggente e parto contento di me.

Otto giorni dopo si chiama e si aduna la scolaresca; si pubblica la decisione del collegio. Prima nomina: Goldoni nella classe superiore. Ecco un frastuono universale nella medesima, e si tengono molti indecenti discorsi. Si legge ad alta voce la mia traduzione; neppure uno sbaglio di ortografia: mi chiama il reggente alla cattedra, e mentre mi alzo per andarvi, vedo mio padre alla porta e corro ad abbracciarlo.

CAPITOLO III.

Continuazione del capitolo precedente. - Nuovo divertimento comico.

- Arrivo di mia madre a Perugia.

Il Padre reggente volle parlarmi in particolare, e mi usò espressioni gentilissime. Mi disse che malgrado i grossi errori, che facevo di tempo in tempo nelle consuete mie lezioni, aveva scorto in me un certo ingegno e alcuni tratti di aggiustatezza, che incontrava ora qua ora là ne’ miei temi e nelle mie versioni. Aggiunse che quest’ultimo saggio lo aveva convinto che io mi era tenuto nascosto per malizia, e scherzò sopra l’accortezza dei Veneziani. - Mi fate troppo onore, mio reverendo Padre, gli dissi; troppo ho sofferto in tre mesi per divertirmi a mie spese: no, non facevo l’ignorante, io era tale in realtà. Questo è un fenomeno che neppur io saprei spiegare. -

Mi esortò il reggente a continuare nello studio; e siccome egli pure doveva passare alla classe superiore ove io ero per entrare, mi assicurò della sua benevolenza. Mio padre, contento di me, procurò di ricompensarmi e divertirmi nel tempo delle vacanze. Sapeva benissimo che amavo gli spettacoli, e poiché li amava egli pure, mise insieme una compagnia di giovani; gli fu data una sala nel palazzo Antinori, ove egli fece erigere un piccolo teatro e addestrò gli attori; vi recitammo commedie. Negli Stati del Papa (eccettuate le tre Legazioni) non son permesse sul teatro le donne. Ero giovine, non ero brutto; mi si assegnò una parte di donna, mi fu data la prima parte, fui incaricato del prologo. Era questo prologo una composizione così singolare, che mi è rimasta sempre impressa nella memoria: bisogna che ne faccia dono al lettore. Nello scorso secolo la letteratura italiana era così corrotta e alterata, che poesia e prosa erano un’ampollosità. Le metafore, le iperboli e le antitesi si sostituivano al senso comune. Questo depravato gusto non era ancora totalmente estirpato nel 1720, e mio padre vi si era assuefatto. Ecco qui pertanto il principio del bel pezzo che mi si fece spacciare. Benignissimo cielo (dicevo ai miei uditori) ai rai del vostro splendidissimo sole, eccoci quali farfalle che, spiegando le deboli ali dei nostri concetti, portiamo a sì bel lume il volo ecc. ecc.

Tale grazioso prologo mi guadagnò uno staio di confetti, dai quali fu inondato il teatro e io quasi accecato. Questo è l’ordinario applauso negli Stati del Papa.

La rappresentazione nella quale avevo recitato era la Sorellina di don Pilone; fui molto applaudito, poiché in un paese ove gli spettacoli son rari, gli spettatori non son difficili a contentarsi. Conobbe mio padre che non mancavo d’intelligenza, ma che non sarei stato mai buon attore; né s’ingannò. I nostri spettacoli durarono sino alla fine delle vacanze. All’apertura delle scuole presi il mio posto e a fin d’anno passai alla rettorica, e così diedi compimento agli studi di umane lettere, avendo guadagnato l’amicizia e la stima dei Gesuiti; essi mi fecero l’onore di offrirmi un posto nella loro società, che non accettai. In questo tempo seguirono molti cambiamenti nella nostra famiglia. Mia madre, che non poteva più lungamente tollerar la lontananza del figlio maggiore, pregò il consorte di ritornare a Venezia o permetterle di raggiungerlo ov’egli era. Dopo molte lettere e discussioni, fu deciso che madama Goldoni venisse a riunirsi col resto della famiglia in compagnia di sua sorella e del figlio minore. Tutto fu eseguito. A Perugia non potè mia madre goder mai un solo giorno di buona salute; l’aria del paese era per lei fatale poiché, nata e assuefatta al temperato clima di Venezia, non poteva reggere ai rigori d’un paese montuoso; soffrì molto e fu ridotta quasi a morte. Seppe però superare gl’incomodi e i pericoli, in quanto credè necessaria la mia permanenza in quella città per non espormi a interrompere gli studi, che erano già sì bene inoltrati.

Terminate le umane lettere e compiuto il corso di rettorica, indusse mio padre a compiacerla, ed egli vi condiscese di buon animo. La morte del suo protettore Antinori gli aveva cagionato difficoltà. I medici di Perugia non lo guardavano di buon occhio; prese perciò il partito di abbandonare il Perugino, e di ravvicinarsi alle lagune adriatiche.

CAPITOLO IV.

Viaggio a Rimini. - Studio di Filosofia. - Prima relazione con i comici.

Fu eseguito in pochi giorni il disegno. Presa una carrozza a quattro posti, dove entrò anche mio fratello, sebbene non compreso nei patti, prendemmo la volta di Spoleto, ch’era più comoda, e arrivammo a Rimini, ove si trovava riunita tutta la famiglia del conte Rinalducci e dove fummo accolti con grandissima gioia.

Era per me necessario non interporre una seconda volta lacune nelle mie letterarie occupazioni; mio padre mi destinava alla medicina, e io dovevo studiare la filosofia. I Domenicani di Rimini erano in gran reputazione per la logica, che apre la strada a tutte le scienze fisiche e speculative. Il conte Rinalducci ci fece fare la conoscenza del professor Candini, e io venni affidato alla sua cura. Non potendo tenermi in casa propria il signor conte, fui collocato a dozzina dal signor Battaglini negoziante e banchiere, amico e compatriota di mio padre. Malgrado le rimostranze e i rammarichi di mia madre, che non avrebbe mai voluto distaccarsi da me, tutta la mia famiglia prese la strada di Venezia, ove non dovevo riunirmi ad essa che quando si fosse creduto a proposito di richiamarmi. S’imbarcarono per Chioggia in una barca di quel paese; il vento era favorevole e arrivarono prestissimo; ma essendo mia madre alquanto affaticata, vi si trattennero per riposarsi.

Chioggia è una città a otto leghe da Venezia, fabbricata sopra palafitte come la capitale: vi si contano quarantamila anime, tutta plebe: pescatori, marinai, donne che lavorano galloni e trine, delle quali si fa un commercio considerabile; e non vi è che un piccolo numero di persone che s’innalzino sopra il volgo. In questo paese si divide tutta la popolazione in due classi: ricchi e poveri. Quelli che portano parrucca e mantello sono i ricchi; quelli che non hanno che berretto e cappotto sono i poveri, e spesso questi ultimi hanno quattro volte più denaro degli altri. Mia madre stava benissimo in questo paese, poiché l’aria di Chioggia era simile alla sua aria nativa; l’abitazione era bella, e vi godeva un colpo d’occhio piacevole e una deliziosa libertà. Sua sorella era compiacente, mio fratello era ancora un fanciullo che non s’esprimeva, e mio padre, che aveva certi disegni in capo, li comunicò a sua moglie, da cui furono approvati. - Converrebbe, diceva egli, non ritornare a Venezia che in uno stato da non esser a carico di alcuno. - Per questo effetto era necessario che andasse prima a Modena da sé stesso, per assestare gli affari della famiglia: così fu fatto. Ecco mio padre a Modena, mia madre a Chioggia e io a Rimini.

Caddi ammalato: si manifestò il vaiuolo, ma d’indole benigna. Il signor Battaglini non ne diede parte ai miei parenti che quando mi vide fuor di pericolo; non è possibile destare una maggiore attenzione ed esser meglio serviti di quello che io fui in tale occasione.

Appena fui in grado di uscire il mio ospite, vigilante e zelantissimo del mio bene, mi sollecitò ad andare a rivedere Padre Candini. Vi andai mio malgrado: questo professore, quest’uomo celebre mi annoiava a morte. Era affabile, savio, dotto e aveva molto merito, ma era affatto Tomista, né poteva scostarsi dal suo metodo ordinario. Le sue digressioni, i suoi giri scolastici mi parevano inutili, e i suoi barbara e i suoi baralipton mi sembravano ridicoli. Io scrivevo sotto la sua dettatura, ma invece di badare ai miei quaderni pascevo lo spirito d’una filosofia molto più utile e dilettevole, leggendo Plauto, Terenzio, Aristofane e i frammenti di Menandro. È ben vero che non facevo una brillante figura nei circoli che si tenevano giornalmente. Avevo però l’accortezza di far comprendere ai miei compagni che né una stupida infingardaggine né una crassa ignoranza mi rendevano indifferente alle lezioni del maestro, la prolissità delle quali mi stancava e mi veniva a nausea: vi erano molti che pensavano come me.

La filosofia moderna non aveva ancora fatto i considerabili progressi che fece poi: bisognava attenersi (per gli ecclesiastici soprattutto) a san Tommaso, o a Scoto, o alla peripatetica, o alla mista; che tutte insieme non fanno altro che allontanarsi dalla filosofia del buon senso. Avevo gran bisogno, per alleviare la noia che mi opprimeva, di procurarmi qualche piacevole distrazione: mi se ne porse l’opportunità, e io ne approfittai; né dispiacerà forse di passar meco dai circoli filosofici a quelli di una compagnia di commedianti. Ve n’era una a Rimini che mi parve deliziosa. Era la prima volta che vedevo le donne sul teatro, e trovai che ciò abbelliva la scena in una maniera più seducente. Rimini è nella legazione di Ravenna, si ammettono le donne sul teatro, né vi si veggono, come a Roma, uomini senza barba o con barbe ancor nascenti.

Andai alla commedia molto modestamente in platea nei primi giorni, e vedevo alcuni giovani come me tra le scene; tentai di penetrarvi, né vi trovai difficoltà; davo furtive occhiate a quelle signorine, ed esse mi fissavano arditamente. A poco a poco mi addomesticai e di discorso in discorso, di domanda la domanda, intesero che ero veneziano. Erano tutte mie compatriote. Mi fecero carezze e mi usarono attenzioni senza fine. Il direttore medesimo mi colmò di gentilezze e mi pregò di pranzare da lui: vi andai, né vidi più il reverendo Padre Candini.

Erano i commedianti per terminare le recite pattuite, e dovevano partire; la loro partenza mi dava veramente pena. Un venerdì, giorno di riposo per tutta l’Italia fuori che per lo Stato Veneto, fu fatta una scampagnata ov’era tutta la compagnia. Il direttore annunziò la partenza tra otto giorni, e aveva già assicurata la barca che doveva condurli a Chioggia. - A Chioggia? dissi pieno di stupore. - Sì, signore, noi dobbiamo andare a Venezia, ma ci tratterremo quindici o venti giorni a Chioggia, per darvi qualche rappresentazione di passaggio. - Ah mio Dio! mia madre è a Chioggia, e io la vedrei con molto piacere. - Venite con noi. - Sì sì, (tutti gridarono un dopo l’altro) con noi, con noi, nella nostra barca; ci starete bene, non spenderete nulla; si gioca, si canta, si ride, ci divertiamo. - Come resistere a tanto allettamento? Perché perdere un’occasione cosi bella? Accetto, mi impegno, e fo i miei preparativi.

Incomincio dal parlarne al mio ospite che vi si oppone vivissimamente; insisto, ed egli ne rende inteso il conte Rinalducci. Erano tutti contro di me. Fo sembiante di cedere, sto quieto; il giorno fissato per partire mi metto in tasca due camicie e un berretto da notte; vado al porto, entro per primo nella barca, mi nascondo sotto la prua, e avendo il mio calamaio da tasca scrivo al signor Battaglini. Mi scuso dicendo che la voglia di riveder mia madre mi rapisce, lo prego di dare in dono le mie robe alla governante, che mi aveva assistito nella malattia, e gli dichiaro che parto. Questa è una mancanza che ho fatta, lo confesso; ne ho fatte ancora dell’altre, e le confesserò in ugual modo. Giungono i commedianti. - Dov’è il signor Goldoni? - Ecco Goldoni che vien fuori dalla sua cantina; si pongono tutti a ridere, mi fanno festa, mi accarezzano, e si fa vela. Rimini, addio.

CAPITOLO V.

La barca dei commedianti. - Grande stupore di mia madre. - Lettera gradevole del mio genitore.

I miei commedianti non erano quelli di Scarron; presentava peraltro un piacevole colpo d’occhio, questa compagnia imbarcata. Dodici persone fra comici e attrici, un suggeritore, un macchinista, un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due nutrici, ragazzi d’ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni e un agnello: pareva l’arca di Noè.

La barca essendo spaziosissima, vi erano molti spartimenti e ogni donna aveva il suo bugigattolo con tende; era stato accomodato un buon letto per me accanto al direttore, e ciascuno era ben allogato.

Il soprintendente generale del viaggio, che nel tempo stesso era cuoco e cantiniere, suonò un campanello ch’era il segno della colazione. Tutti si adunarono in una specie di salone formato nel mezzo del naviglio, sopra le casse, le valigie e le balle; eranvi sopra una tavola ovale caffè, tè, latte, arrosto acqua e vino. La prima amorosa chiese un brodo, ma non ve n’era; eccola nella maggior furia, e ci volle molta pena per calmarla con una tazza di cioccolata; era appunto la più brutta e la più incontentabile.

Dopo la colazione fu proposta una partita per aspettare il pranzo. Giocavo benissimo a tressette, gioco favorito di mia madre da cui l’avevo imparato. Eravamo dunque per cominciare una partita di tressette e di picchetto; ma una partita di faraone cominciata sulla coperta della nave trasse a sé tutta la compagnia. Il banco indicava piuttosto passatempo che interesse, né l’avrebbe sotto altro titolo sofferto il direttore. Si giocava, si rideva, si scherzava, e si facevano burle a vicenda: ma la campana annunzia il pranzo, e tutti vi concorrono. Maccheroni! tutti vi si affollano sopra, e se ne divorano tre zuppiere; bue alla moda, pollame freddo, lombi di vitella, frutta, eccellente vino: ah, che buon pranzo - oh, che appetito! La tavola durò quattro ore; si suonarono diversi strumenti e si cantò molto. La servetta cantava a meraviglia; io la guardavo attentamente, ed essa mi faceva una sensazione singolare: ma ahimè! successe un caso che interruppe il brio della compagnia. Scappò dalla sua gabbia un gatto, che era il trastullo della prima amorosa; ella chiama tutti in soccorso, e gli si corre dietro; ma il gatto, che era selvatico come la sua padrona, sgusciava, saltava, si rimpiattava dappertutto, e vedendosi inseguito si arrampicò sull’albero del legno. Madama Clarice si trova impacciata; un marinaio sale per riprenderlo, e il gatto si slancia in mare e vi resta. Ecco la sua padrona in disperazione; vuol fare strage di tutti gli animali che scorge, vuol precipitar nella tomba del suo caro gattino la sua cameriera: tutti ne prendono la difesa, e diviene generale l’altercazione. Sopraggiunge il direttore; ride, scherza, fa carezze all’afflitta dama, che termina col ridere ella stessa: ed ecco il gatto in oblio.

Ma basti fin qui; ed è forse troppo abusare del mio lettore trattenerlo sopra queste frivolezze, che non ne valgono la pena. Il vento non era favorevole, onde restammo in mare tre giorni. Sempre i medesimi divertimenti, i medesimi piaceri, il medesimo appetito. Arrivammo a Chioggia il quarto giorno. Non avevo l’indirizzo dell’abitazione di mia madre, ma non stetti molto tempo in cerca. Madama Goldoni e sua sorella portavano la cresta, erano nella classe dei ricchi e ognuno le conosceva. Pregai il direttore di accompagnarmi fin là; egli accondiscese con buona grazia e ci venne; fece passare l’ambasciata e io restai nell’anticamera. - Signora, egli disse a mia madre, vengo da Rimini, e ho nuove da darvi del vostro signor figlio. - Come sta mio figlio? - Benissimo. - È contento del suo stato? - Signora, non troppo: soffre molto. - Perché? - Per essere lontano dalla sua tenera madre. - Povero ragazzo, vorrei averlo presso di me. - (Ascoltavo tutto, e mi batteva il cuore.) - Signora, continuò il comico, gli avevo esibito di condurlo meco. - Perché non l’avete fatto? - Lo avreste voi approvato? - Senza dubbio. - Ma i suoi studi? - I suoi studi? Non ci poteva ritornare? E poi vi son maestri dappertutto. - Lo vedreste voi dunque con piacere? - Col più gran giubilo. - Signora, eccolo. - Apro la porta, entro e mi getto ai piedi di mia madre; ella mi abbraccia, e le lacrime c’impediscono di parlare. Avvezzo il comico a simili scene, ci disse alcune cose piacevoli, prese congedo da mia madre e se ne andò. Resto seco e confesso con sincerità la sciocchezza che avevo fatto; ella mi riprende, mi abbraccia, ed eccoci l’un dell’altro contenti. Torna mia zia che era uscita di casa; altro stupore, altri abbracci: mio fratello era a dozzina. Il giorno dopo il mio arrivo, mia madre ricevé una lettera del signor Battaglini di Rimini, con la quale le dava parte della mia sciocchezza; se ne doleva amaramente e le dava avviso che avrebbe ricevuto speditamente un mio bauletto pieno di libri, di biancheria e robe, di cui la sua governante non sapeva che fare. Ne fu dolentissima mia madre, e voleva sgridarmi; ma a proposito di lettera, si ricordò che ne aveva una di mio padre, importantissima; andò a cercarla e me la consegnò: eccone il contenuto:

 

«Pavia, 17 marzo 1721.

«Mia cara consorte,

«Ho una buona nuova da darti; riguarda nostro figlio e ti darà molto piacere. Ho lasciato Modena, come tu sai, per andare a Piacenza a dar sesto ad alcuni affari col signor Barilli, mio cugino, che mi è ancora debitore di un resto di dote materna; e se mi riesce di riunir questa somma con gli arretrati che mi son toccati a Modena, ci potremo ristabilire con tutto l’agio. Mio cugino non si trovava a Piacenza ed era partito per Pavia, onde assistere agli sponsali di un nipote di sua moglie. Mi trovavo per strada e il viaggio non era lungo; presi dunque il partito di raggiungerlo a Pavia. Lo veggo, gli parlo, confessa il suo debito, e ci accomodiamo. Mi pagherà in sei anni di tempo. Ma ecco quel che mi è accaduto in questa città. Al mio arrivo vado a smontare all’albergo della Croce Rossa, e mi si chiede il nome per farne rapporto al tribunale di polizia; il giorno dopo l’albergatore mi presenta uno staffiere del governatore, che mi prega con buonissima maniera di portarmi con tutto mio comodo al palazzo del governo. Malgrado il termine a vostro comodo, non mi trovavo punto accomodato in tal momento, non potendo indovinare quello che si fosse voluto da me. Nell’uscire andai subito a casa di mio cugino, e dopo la sistemazione dei nostri affari gli partecipai questa maniera d’invito, che non lasciava di tenermi inquieto, e gli domandai se conosceva il governatore di Pavia personalmente. Mi disse di sì, che lo conosceva da lungo tempo, ch’era il marchese Goldoni-Vidoni, una delle buone famiglie di Cremona, e senatore di Milano. A questo nome di Goldoni sbandii dall’animo ogni timore e concepii delle idee lusinghiere; né m’ingannai. Mi portai dopo pranzo dal governatore, che mi fece l’accoglienza più compita e graziosa. Il rapporto del mio cognome gli aveva risvegliata la voglia di conoscermi; ci trattenemmo in conversazione molto tempo; gli dissi che ero originario di Modena, ed egli mi fece l’onore di avvertire che la città di Cremona non era molto distante da quella di Modena. Arrivò gente, e mi pregò di essere a pranzo con lui il giorno dopo. Non mancai d’esservi, come puoi credere. Eravamo soli quattro a tavola, e si pranzò molto bene; gli altri due commensali partirono dopo il caffè, sicchè restammo soli il governatore e io. Parlammo di parecchie cose, principalmente della mia famiglia, del mio stato e della mia situazione; insomma, per abbreviare la lettera, mi promise che avrebbe procurato di far qualche cosa per il mio figlio maggiore. A Pavia vi è una università celebre quanto quella di Padova, e vi sono parecchi collegi dove si ricevono gratuitamente gli alunni; il signor marchese s’impegnò a ottenere per me uno di tali posti nel collegio del Papa; e se Carlo si porterà bene, avrà premura di lui. Non scriver nulla sopra tal proposito a tuo figlio; al mio arrivo lo farò tornare, e voglio riserbarmi il piacere di metterlo al fatto di tutto io medesimo. Non tarderò molto, lo spero.»

 

Tutto il contenuto di questa lettera era fatto per lusingarmi e per farmi concepir le speranze più estese. Compresi allora l’imprudenza del temerario mio passo, e temevo l’indignazione di mio padre, come pure che non diffidasse della mia condotta in una città più distante nella quale avrei potuto avere maggiore libertà. Mia madre mi assicurò che avrebbe procurato di garantirmi dai rimproveri del mio genitore, e che prendeva ogni carico sopra di sé, tanto più che le pareva sincero il mio pentimento.

Ero abbastanza ragionevole per la mia età; ma ero soggetto a certe scappate irriflessive, e queste mi hanno fatto molto torto. Voi lo vedrete e mi compatirete forse qualche volta.

CAPITOLO VI.

Ritorno di mio padre. - Dialogo fra mio padre e me. - Nuove occupazioni. - Tratto di giovinezza.

Mia madre voleva farmi vedere e presentarmi a tutti i suoi conoscenti; ma tutto il mio vestiario consisteva in un vecchio soprabito, che mi aveva fatto per mare da abito, da veste da camera e da coperta.

Fece venire un sarto, e appena fui in stato di comparire i miei primi passi furono rivolti verso i miei compagni di viaggio, che mi videro con piacere. Erano ritenuti in Chioggia per venti recite ancora, io avevo i miei biglietti d’ingresso, e mi ero proposto di profittarne col permesso della mia tenera madre. Era essa in molta amicizia coll’abate Gennari, canonico della cattedrale. Questo buon ecclesiastico era un poco rigorista. La Chiesa Romana non proscrive in Italia gli spettacoli, né i comici sono scomunicati: ma l’abate Gennari sosteneva che le commedie che si davano allora erano pericolose per la gioventù. Non aveva forse torto; onde mia madre mi proibì lo spettacolo. Bisognava obbedire: non andavo alla commedia, andavo bensì a trovare i comici, e la servetta più frequentemente che gli altri; ho avuto sempre da quel tempo in poi per le servette un gusto di preferenza.

In capo a sei giorni giunge mio padre. Io tremo, e mia madre mi nasconde nello stanzino della toeletta, incaricandosi del resto. Sale, ed essa gli va incontro insieme con mia zia; ed ecco i consueti abbracci. Egli pare alquanto burbero e disgustato, né ha la solita ilarità; si crede che possa essere stanco. Entrano in camera. Ecco le sue prime parole: - Dov’è mio figlio? - Mia madre risponde bonariamente: - Nostro figlio minore è alla sua dozzina. - No, no, replicò mio padre in collera: domando del maggiore; deve esser qui, voi me lo nascondete, fate male, questo è un impertinente che bisogna correggere. - Mia madre sconcertata non sapeva che dire: pronunziò delle parole vaghe. - Ma... come!... - Egli la interrompe pestando i piedi. - Sì, il signor Battaglini mi ha messo al fatto di tutto, mi ha scritto a Modena, e io nel ripassarvi vi ho ritrovata la lettera. - Con aria afflitta mia madre lo prega di udirmi, prima di condannarmi. Egli sempre in collera torna a domandare dov’ero. Non potei più ritenermi; apro l’invetriata, ma non ardisco avanzarmi. - Ritiratevi, dice mio padre alla moglie e alla sorella, - lasciatemi solo con questo bel soggetto. - Esse escono e io mi accosto tremante: - Ah padre! - Come, signore! in qual modo siete voi qui? - Padre mio... vi sarà stato detto... - Sì, signore: m’è stato detto che, malgrado le rimostranze, i buoni consigli, e a dispetto di chiunque, voi avete avuto l’insolenza di lasciar Rimini improvvisamente. - Ma, padre mio, che cosa facevo a Rimini? Era per me tempo perduto. - Come! tempo perduto? lo studio della filosofia tempo perduto? - Ah! la filosofia scolastica, i sillogismi, gli entimemi, i sofismi, nego, probo, concedo; padre mio, ve ne ricordate? - (Non può astenersi dal fare un piccolo movimento di labbra, che indica voglia di ridere. Ero abbastanza accorto per avvedermene, onde presi coraggio). - Ah padre mio! ripresi, fatemi imparare la filosofia dell’uomo, la buona morale, la fisica sperimentale. - Suvvia, suvvia: come sei venuto qua? - Per mare. - Con chi? - Con una compagnia di comici. - Di comici! - Padre mio, son gente di garbo. - Come si chiama il direttore? - In scena è Florindo, e si chiama Florindo de’ Maccheroni. - Ah! Ah! lo conosco, è un brav’uomo: recitava la parte di don Giovanni nel Convitato di Pietra. Si mise in testa di mangiare i maccheroni che appartenevano ad Arlecchino, ed ecco l’origine del suo cognome. - Padre mio, vi assicuro che questa compagnia… - Dov’è andata? È qui? - Sì, padre mio. - Dà commedie qui? - Sì. - Andrò a vederla. - E io? - Tu briccone? Come si chiama la prima amorosa? - Clarice. - Ah! ah! Clarice? eccellente! brutta, ma molto spiritosa. - Padre mio… - Converrà dunque che vada a ringraziarli. - E io? - Disgraziato! - Vi chiedo perdono. - Andiamo, andiamo per questa volta. - Entra mia madre, che aveva udito tutto, e si mostra contentissima di vedermi riconciliato con mio padre. Gli parla dell’abate Gennari, non per impedirmi di andare alla commedia, poiché mio padre l’amava quanto me, ma per farlo consapevole che questo canonico, affetto da diverse malattie, lo aspettava con impazienza; egli aveva parlato a tutta la città del famoso medico veneziano allievo del celebre Lancisi, ch’era aspettato quanto prima, e doveva soltanto mostrarsi, per aver più malati di quello che ne potesse desiderare. Successe così di fatto: ognuno voleva il dottor Goldoni; aveva i ricchi e i poveri, e i poveri pagavano meglio dei ricchi.

Prese dunque a pigione un appartamento più comodo e si stabilì a Chioggia, per restarvi finché la fortuna gli si fosse mantenuta favorevole, o qualche altro medico alla moda non fosse venuto a soppiantarlo. Vedendomi ozioso e mancando in città buoni maestri per occuparmi, volle egli stesso far qualche cosa di me. Mi destinava alla medicina, e nell’aspettare le lettere di chiamata per il collegio di Pavia mi ordinò di andar seco alle visite che giornalmente faceva. Era di pensiero che un poco di pratica precedente allo studio della teoria fosse per darmi una cognizione superficiale della medicina, e fosse utilissima all’intelligenza dei termini tecnici e dei primi principi dell’arte. Non era la medicina di troppo mio piacere, ma non bisognava esser recalcitrante, poiché si sarebbe detto che non volevo far nulla. Seguii dunque mio padre; vedevo con lui la maggior parte dei malati, tastavo i polsi, guardavo le orine, esaminavo gli sputi, e molte altre cose che mi ripugnavano. Pazienza. Finché la compagnia continuò le sue recite, e ne eseguì trentasei, credetti compensata ogni mia perdita. Era mio padre molto contento di me, e più ancora mia madre; ma uno dei tre nemici dell’uomo, e forse due o tutti e tre, vennero ad assalirmi e a turbar la mia pace. Fu chiamato un giorno mio padre in casa di una malata molto giovane e bella: mi condusse seco, non avendo il minimo sentore di qual malattia si trattasse. Quando vide che bisognava fare delle ricerche e delle osservazioni locali mi fece uscire, e da quel giorno in poi, tutte le volte ch’entrava in camera della signorina, ero condannato ad aspettarlo in una piccolissima e oscurissima stanza. La madre della giovane ammalata, cortesissima e assai garbata, non soffriva che restassi solo; veniva a tenermi compagnia, e mi parlava sempre di sua figlia. Questa, mercè l’abilità e le premure di mio padre, era fuori d’impiccio; stava bene, e la visita di quel giorno doveva essere l’ultima. Le feci dunque il mio complimento, la ringraziai della bontà avuta per me, e terminai col dire: - Se non ho più l’onore di vedervi... - Come? mi disse ella, non ci rivedremo più? - Se non ci viene mio padre. - Potrete peraltro venir voi. - A che fare? - A che fare? Ascoltate. Mia figlia sta bene, non ha più bisogno del signor dottore, ma non mi dispiacerebbe che di tempo in tempo avesse una visita per amicizia, per vedere se le cose vanno bene, se ella avesse bisogno di purgarsi; se non avete occupazioni più importanti, veniteci qualche volta, ve ne prego. - Ma la signorina mi gradirà? - Ah mio caro amico! non parliamo di questo: mia figlia vi ha veduto, né altro bramerebbe che stringere relazione con voi. - Signora, questo è per me molto onore. Ma se mio padre lo venisse a sapere? - Non lo saprà; e poi, mia figlia è sotto la sua cura: non può disapprovare che il figlio venga a vederla. - Ma perché non mi ha lasciato entrare in camera? - Perché... la camera è piccola, c’è afa. - Sento rumore; esce mio padre. - Andiamo, andiamo, venite a rivederci. - Quando? - Questa sera, se volete. - Se posso. - Mia figlia ne sarà contentissima. - E io pure. -

Esce mio padre, e ce ne andiamo; rumino tutta la giornata, faccio riflessioni, cambio parere ogni momento. Giunge la sera; mio padre va ad un consulto, e io sul far della notte ritorno alla porta dell’ammalata che sta bene. Entro; mi sono fatte mille convenienze, mille gentilezze; mi esibiscono rinfreschi, e non ricuso. Si cerca nella dispensa, ma non vi è più vino: bisogna andare a provvederlo e io metto mano alla tasca. Si picchia alla porta, aprono; è il servitore di mia madre, che mi aveva visto entrare e che conosceva quella canaglia; fu veramente un angelo che lo mandò: mi dice una parola all’orecchio; io ritorno in me ed esco subito.

CAPITOLO VII.

Partenza per Venezia. - Colpo d’occhio di questa città.

 - Collocamento in casa di un procuratore.

Ritornato in me dall’accecamento in cui mi aveva posto la fervidezza della gioventù, guardavo con orrore il pericolo che avevo corso. Ero naturalmente allegro, ma sottoposto fin dall’infanzia a vapori ipocondriaci e malinconici, che tetramente offuscavano la mia mente. Assalito da un accesso violento di questa malattia letargica cercavo di distrarmi, e non trovavo modo. I miei comici erano partiti, né Chioggia mi offriva più divertimento alcuno di mio gusto. La medicina non mi andava a genio, ero divenuto triste e pensieroso, e smagrivo a colpo d’occhio. Non tardarono ad accorgersene i miei genitori, e mia madre ne tenne proposito per prima: le confidai i miei disgusti. Un giorno nel quale eravamo tutti a tavola in famiglia, senz’alcuno di fuori e senza servitori, fece cadere il discorso sul conto mio. Fuvvi un dibattimento di due ore, e mio padre assolutamente voleva che io mi dessi alla medicina. Avevo un bell’agitarmi, far minacce, brontolare, egli non dava quartiere; finalmente mia madre gli dimostra che ha torto, ed ecco come. - Il marchese Goldoni, dice, vuol prendersi cura di nostro figlio; se Carlo è un buon medico, il suo protettore potrà favorirlo, è vero, ma potrà dargli dei malati? Potrà impegnare il mondo a preferirlo a tanti altri? Potrebbe procurargli un posto di professore a Pavia: ma quanto tempo e quanta fatica per giungervi! All’opposto, se mio figlio studiasse la legge, se fosse avvocato, un senatore di Milano potrebbe fare la sua fortuna senza la minima pena e senza la minima difficoltà. - Mio padre non rispose, rimase per qualche momento in silenzio. Indi, volto verso di me, mi disse scherzoso: - Ameresti il Codice e il Digesto di Giustiniano? - Sì, padre mio, risposi, assai più degli aforismi d’Ippocrate. - Tua madre, soggiunse, è donna; pure mi ha presentate delle buone ragioni, e potrei aderirvi; frattanto non bisogna stare senza far nulla, e seguiterai a venir meco. - Eccomi tuttavia in rammarico. Mia madre prende allora vivamente le mie difese; consiglia mio padre di mandarmi a Venezia, e di collocarmi in casa di mio zio Indric, uno dei migliori procuratori della curia della capitale, proponendosi di accompagnarmi ella stessa e di restar meco sino alla mia partenza per Pavia. La zia spalleggia la proposta della sorella; alzo le mani e piango dalla gioia: mio padre vi acconsente. Andrà dunque a Venezia speditamente.

Eccomi contento; le mie malinconie si dissipano nell’istante, e quattro giorni dopo partiamo mia madre e io. Non vi erano che otto leghe di traversata: arrivammo a Venezia all’ora di pranzo, andammo in casa del signor Bertani, zio materno di mia madre, e il giorno appresso andammo in casa del signor Indric.

Fummo ricevuti gentilmente. Il signor Paolo Indric aveva sposato una mia zia paterna. Un buon marito e buon genitore, una buona madre e buona consorte, figli benissimo educati, formavano una piacevole famiglia. Fui stabilito nello studio, ed ero il quarto apprendista; godevo però quei privilegi, che la parentela non poteva non procurarmi. La mia occupazione mi pareva più piacevole di quella che mio padre mi dava a Chioggia; ma questa doveva essere per me al pari dell’altra inutile. Supponendo che io dovessi esercitare la professione di avvocato a Milano, non avrei potuto profittare della pratica nella curia di Venezia, ignota a tutto il resto d’Italia; né si sarebbe mai presagito che, mediante avvenimenti singolari e violenti, dovessi un giorno arringare in quel medesimo palazzo, dove mi riguardavo allora come forestiero. Adempiendo esattamente al mio dovere e meritandomi gli elogi dello zio, non lasciavo di approfittare del dilettevole soggiorno a Venezia e di divertirmi. Era questo il mio paese natio ma, troppo giovane quando l’avevo lasciato, non lo conoscevo quasi più.

Venezia è una città sì straordinaria, che non è possibile formarsene una giusta idea senza averla veduta; le carte, le piante, gli esemplari, le descrizioni non bastano; bisogna vederla. Tutte le città del mondo si assomigliano più o meno; questa non ha somiglianza con alcuna. Ogni volta che l’ho riveduta dopo lunghe assenze, è sorto in me un nuovo stupore. Mano mano ch’io crescevo negli anni, che aumentavano le mie cognizioni e avevo confronti da fare, vi scoprivo nuove singolarità, nuove bellezze.

La vidi questa volta qual giovane di quindici anni, che non può valutare a fondo ciò che vi è di più notevole, né può confrontarla che con piccole città in cui ha vissuto. Ecco quel che mi ha colpito di più. Una prospettiva meravigliosa al primo ingresso, un’estensione considerabilissima di piccole isolette, così bene ravvicinate e sì ben riunite per mezzo di ponti, che credereste vedere un continente alzato sopra una pianura, e bagnato da tutte le parti da un immenso mare che lo circonda. Non è mare bensì una vastissima laguna, più o meno coperta d’acqua all’imboccatura di più porti con canali profondi, che conducono i piccoli e grandi navigli nella città e nei dintorni. Se entrate dalla parte di San Marco, attraverso una quantità prodigiosa di bastimenti di ogni sorta, vascelli da guerra, vascelli mercantili, fregate, galere, barche, battelli, gondole, mettete piede a terra sopra una riva chiamata la Piazzetta, ove vedete da una parte il Palazzo e la Chiesa Ducale, che annunziano la magnificenza della Repubblica, e dall’altra la piazza di San Marco circondata da portici fabbricati sul disegno del Palladio e del Sansovino.

Inoltratevi per le strade di Merceria fino al ponte di Rialto, e camminate sopra pietre quadre di marmo d’Istria leggermente scalpellato per impedire che vi si sdruccioli; percorrete un luogo che rappresenta una fiera perpetua, e arrivate a quel ponte che con un solo arco di ottanta piedi di larghezza attraversa il Canal grande, assicura con la sua altezza il passaggio alle barche e ai battelli nel tempo del maggior flusso del mare, offre tre differenti vie ai passeggieri, e sostiene sopra la curva ventiquattro botteghe con le rispettive abitazioni e coi loro tetti coperti di piombo. Confesso che questo colpo d’occhio mi parve meraviglioso, né l’ho trovato descritto da nessuno dei viaggiatori che ho letto. Chiedo scusa al mio lettore se ho dato un po’ troppo luogo alla compiacenza. Non ne dirò altro per ora, riservandomi di dar qualche idea dei costumi e usi di Venezia, delle sue leggi e della sua costituzione, man mano che l’occasione mi condurrà su tal proposito, e che la mia mente avrà acquistato una maggior fermezza e precisione di giudizio. Terminerò questo capitolo con una succinta relazione dei suoi spettacoli. Le sale per gli spettacoli in Italia hanno il nome di teatri. Ve ne sono sette a Venezia, e ognuno porta il nome del Santo titolare della rispettiva parrocchia.

Il teatro di San Giovanni Crisostomo era allora il primo della città, e vi si davano le opere serie. Qui Metastasio presentò la prima volta i suoi drammi, e Farinelli, Faustina e la Cozzoni fecero sentire il loro canto. Quello di San Benedetto ha preso oggi il primo posto. Gli altri cinque si chiamano: San Samuele, San Luca, Sant’Angelo, San Cassiano e San Moisé. Di questi sette teatri, ve ne sono ordinariamente due per l’opere serie, due per l’opere buffe, e tre per le commedie. Parlerò di tutti in particolare, quando sarò divenuto l’autore di moda di questo Paese, poiché non ve n’è alcuno che non abbia avuto qualche mia opera, e che non abbia contribuito al mio onore e al mio vantaggio.

CAPITOLO VIII.

Partenza per Pavia. - Arrivo a Milano. - Primo colloquio col marchese Goldoni. - Difficoltà superate.

A Venezia adempivo molto bene in casa del procuratore al mio dovere nell’impiego, e avevo acquistato molta facilità nel fare il sommario dei processi. Mio zio mi avrebbe voluto presso di sé, ma sopraggiunse una lettera di mio padre che mi richiamava. Era rimasto vacante un posto nel collegio del Papa, ed era già stato fissato per me; ce ne dava parte il marchese Goldoni, consigliandoci di partire.

Lasciammo Venezia mia madre e io, e ritornammo a Chioggia. Si fanno i fagotti, si legano, ed ecco mia madre in pianti, e così mia zia. Mio fratello, che si era fatto uscire dalla dozzina, sarebbe volentieri partito meco: la separazione fu commovente e patetica. ma la carrozza arriva e convien lasciarci. Si prese la strada di Rovigo e Ferrara, e di là arrivammo a Modena, ove restammo per tre giorni in casa del signor Zavarisi, notaio accreditatissimo in quella città e nostro prossimo parente per parte di donne.

Questo bravo e degno giovane aveva in mano tutti gli affari di mio padre; era quello che maneggiava le nostre rendite al tribunale della città, e ritirava le pigioni delle nostre case; ci somministrò denaro, e noi andammo a Piacenza.

Non mancò mio padre di portarsi là a far visita al cugino Barilli, che non aveva interamente adempiuto ai suoi impegni, e lo indusse con buona maniera al pagamento di due annate delle quali andava debitore; di maniera che eravamo ben provvisti di contante, e ci fu utilissimo in alcuni casi non preveduti nei quali ci trovammo dipoi.

Arrivando a Milano prendemmo alloggio all’albergo dei Tre Re, e il giorno seguente andammo a far visita al marchese e senatore Goldoni.

Non potevamo esser ricevuti più graziosamente; il mio protettore parve contento di me, e io lo ero pienamente di lui. Parlò del collegio e destinò il giorno che dovevamo essere a Pavia; ma il signor marchese, guardandomi con maggior attenzione, domandò a mio padre e a me perché fossi in abito secolare, e perché non avessi il collare. Non sapevamo dove andasse a parare questo discorso: in sostanza si seppe allora per la prima volta che, per entrare nel collegio Ghislieri, detto il collegio del Papa, bisognava necessariamente: 1. Che i convittori fossero tonsurati; 2. Che avessero un attestato della loro civile condizione, e della loro condotta; 3. Altro attestato di non aver contratto matrimonio; 4. La fede battesimale.

Mio padre e io restammo senza parola dallo stupore, nessuno avendocene avvertiti. Il signor senatore era persuaso che dovessimo esserne informati, avendone incaricato il suo segretario, e avendo dato al medesimo una nota per spedircela. Il segretario se n’era scordato, e la nota era rimasta nella segreteria. Molte scuse, molti perdoni: il padrone era buono, e noi non avremmo guadagnato nulla a esser cattivi.

Bisognava però rimediarvi, e mio padre prese l’espediente di scrivere alla consorte, che si trasferì a Venezia e sollecitò il tutto da ogni parte. Gli attestati di stato libero e di buoni costumi non incontravano difficoltà, ancor meno la fede battesimale

La più grave difficoltà era la tonsura. Il Patriarca di Venezia non voleva concedere le lettere dimissorie senza la costituzione del patrimonio ordinato dai canoni della Chiesa. Come fare?

Beni di mio padre nello Stato Veneto non esistevano, quelli di mia madre erano beni surrogati; bisognava ricorrere al senato per aver la dispensa. Quanti prolungamenti! Quante contraddizioni! Quanto tempo perduto! Il segretario senatoriale, con le sue scuse e il mal garbo, ci costò caro. Pazienza. Mia madre tanto si adoperò, che finalmente riuscì; ma mentre ella si affatica per suo figlio a Venezia, cosa faremo noi a Milano? Ecco quel che facemmo. Restammo quindici giorni a Milano, desinando e cenando in casa del mio protettore, che ci faceva vedere ciò che vi era di più bello in questa città magnifica, che è capitale della Lombardia Austriaca. Per ora non farò parola di Milano, dovendo rivederla; ne parlerò ad agio, quando sarò più degno di parlarne. Nel frattempo mi si fa cangiar costume. Prendo il collare, e quindi partiamo per Pavia ben muniti di lettere commendatizie. Alloggiamo, ci mettiamo a dozzina in una buona e civil casa, e son presentato al superiore del collegio ove dovevo esser ricevuto.

Avevamo una lettera del senatore Goldoni per il signore Lauzio, professore di legge. Mi condusse egli stesso all’università, dove lo seguii nella classe che occupava, e non perdei tempo mentre aspettavo il titolo di collegiale.

Era il signor Lauzio un giureconsulto del più gran merito. Aveva una biblioteca ricchissima di cui ero padrone, come lo ero della sua tavola, e la sua consorte aveva molta bontà per me. Era ancora molto giovine e sarebbe stata bella, se non fosse stata enormemente sfigurata da un mostruoso gozzo, che dal mento scendeva alla gola. Non son rari questi gioielli a Milano e a Bergamo; quello però di Madama Lauzio era di una specie particolare, avendo intorno a sé una piccola famiglia di altri piccoli gozzi. Un gran flagello per le donne è il vaiolo; ma non credo che una giovane, che ne fosse bezzicata, baratterebbe mai la sue bezzicature con un gozzo milanese. Profittai molto della biblioteca del professore, percorsi le istituzioni del gius Romano e arricchii la mente delle materie alle quali ero destinato. Non sempre mi fermavo sopra i testi della Giurisprudenza; vi erano palchetti forniti ancora di una collezione di commedie antiche e moderne, e questa era la mia lettura favorita. In tutto il tempo della mia dimora a Pavia mi ero proposto di dividere le mie occupazioni fra lo studio legale e il comico; ma il mio ingresso nel collegio mi cagionò più dissipazione che studio, e feci bene a mettere a profitto quei tre mesi che dovetti aspettare le lettere dimissorie e gli attestati di Venezia.

Rilessi con maggior cognizione e maggior piacere i poeti greci e latini, e dicevo a me stesso: vorrei poterli imitare nei loro disegni, nel loro stile, nella lor precisione, ma non sarei contento se non giungessi a porre nelle mie produzioni una maggior commozione, caratteri meglio espressi, più arte comica, e scioglimenti più felici. Facile inventis addere. Dobbiamo rispettare i gran maestri che ci hanno spianata la strada delle scienze e delle arti; ma ogni secolo ha il suo genio e ogni clima il suo gusto nazionale. Gli autori greci e romani hanno conosciuto la natura, l’hanno seguita da vicino; ma l’hanno esposta senza illusione e senza destrezza. Questa è la ragione per la quale i Padri della Chiesa hanno scritto contro gli spettacoli, e i Papi li hanno proscritti; ma la decenza li ha corretti, e l’anatema è stato revocato in Italia; molto più dovrebbe esserlo in Francia; questo è un fenomeno che io non posso concepire.

Scartabellando sempre in questa biblioteca, vidi Teatri inglesi, Teatri spagnoli, Teatri francesi, ma non trovai Teatri italiani. Vi erano qua e là produzioni italiane di antica data, ma veruna raccolta, veruna collezione che potesse far onore all’Italia. Vidi con pena che mancava qualcosa di essenziale a questa nazione, che aveva conosciuto l’arte drammatica prima di qualunque altra delle moderne; né potevo comprendere come l’Italia l’avesse negletta, avvilita e imbastardita. Desideravo però con passione di veder la mia patria rialzarsi a livello delle altre, e mi ripromettevo di contribuirvi. Ma ecco una lettera da Venezia, che ci porta le dimissorie, gli attestati, la fede battesimale. Poco mancò che quest’ultimo recapito non ci ponesse in un nuovo impiccio. Bisognava aspettare due anni, perché giungessi all’età richiesta per il mio ricevimento nel collegio; non so qual fosse il santo che fece il miracolo; so bene, che andai un giorno a letto con sedici anni, e il giorno dopo allo svegliarmi ne avevo diciotto.

CAPITOLO IX.

Allogamento in collegio e dissipazioni.

Mia madre aveva rimediato con accortezza al difetto di patrimonio per conseguire le lettere dimissorie dal patriarca di Venezia. Le fece spedire un segretario del senato, il signor Cavanis, a condizione che, essendo io nel caso di abbracciare lo stato ecclesiastico, vi fosse una rendita assicurata a mio favore.

Ricevei dunque la tonsura per mano del cardinal Cusani, arcivescovo di Pavia; e uscito dalla cappella di sua eminenza, andai con mio padre a presentarmi al collegio.

Il superiore, che si chiama Prefetto, era l’abate Bernerio, professore di gius canonico nell’università, protonotario apostolico, che godeva, in virtù di una bolla di Pio V, il titolo di Prelato, suddito immediato della Santa Sede.

Fui ricevuto da prefetto, viceprefetto e camarlingo. Mi fanno una breve predica, mi presentano ai più anziani del collegio, ed eccomi allogato; mio padre mi abbraccia, mi lascia, e il giorno dopo prende la volta di Milano per ritornarsene a casa. Abuso forse un po’ troppo della vostra compiacenza, caro lettore, trattenendovi con frivolezze che non debbono importarvi, e che per di più non vi divertono. Ma vorrei parlarvi di questo collegio ove avrei dovuto fare la mia sorte, e dove feci la mia disgrazia. Vorrei confessarvi i miei errori, e nel tempo stesso provarvi che alla mia età e nello stato in cui mi trovavo, era necessaria una virtù superiore per evitarli. Ascoltatemi con pazienza.

Eravamo in questo collegio ben trattati e benissimo alloggiati. Avevamo la libertà di uscire per andare all’università, e andavamo dappertutto. L’ordine era di uscire a due a due, e così ritornare. Noi però ci lasciavamo alla prima svolta di strada, assegnandoci un punto di riunione per il ritorno nel modo ordinato; e se rientravamo soli, il portinaio la prendeva in celia e non ne faceva parola. Questo posto equivaleva per lui a quello di guardaportone di un ministro di stato.

Eravamo ben forniti di abiti, e con l’eleganza medesima degli abati che girano per le conversazioni: panno d’Inghilterra, seta di Francia, ricami e guarnizioni, con una specie di veste da camera senza maniche per sopravveste e una stola di velluto appesa alla spalla sinistra con l’arme Ghislieri ricamata in oro e argento, sormontata dalla tiara pontificia e dalle chiavi di san Pietro. Questa toga chiamata sovrana, che è la divisa del collegio, dà un’aria d’importanza che reprime la bizzarria della gioventù. Questo collegio non era, come vedete, una comunità di fanciulli: si faceva precisamente ciò che piaceva, ed eravi molta dissipazione all’interno, molta libertà all’esterno. Ivi ho imparato la scherma, il ballo, la musica e il disegno, come pure tutti i giochi possibili di trattenimento e d’azzardo. Questi ultimi, benchè proibiti, erano ciò nondimeno frequenti, e quello della primiera mi costò caro.

Quando eravamo usciti guardavamo l’università da lontano, e andavamo a rimpiattarci nelle case più piacevoli. A Pavia i collegiali sono riguardati come gli ufficiali di guarnigione: li detestano gli uomini, e le donne li ricevono.

Piaceva alle signore il mio gergo veneziano, che mi dava qualche vantaggio sopra i compagni; la mia età e la figura non dispiacevano; le mie strofette e canzoni non erano ascoltate con disgusto. Era mia colpa se impiegavo male il tempo? Sì, perché in quaranta che eravamo ve n’erano alcuni savi e costumati, che avrei dovuto imitare: Ma non avevo che sedici anni, ero allegro, ero debole, amavo il piacere, e mi lasciavo sedurre e rapire.

Basta così per questo primo anno di collegio: si avvicinano le vacanze, che cominciano verso la fine di giugno, e non si torna che alla fine di ottobre.

CAPITOLO X.

Prime vacanze. - Lettura piacevole. - Partenza per Modena. - Avventura comica.

Quattro mesi di vacanze! Sessanta leghe per andare a casa mia, altrettante per ritornare agli studi. È vero che non si pagava dozzina in quel collegio, ma la spesa del viaggio non era indifferente. Avrei potuto restare a dozzina in Pavia, ma nessun collegiale forestiero vi restava. In tal tempo non si porta la sovrana, e non avendo l’arme del Papa sopra le spalle, vi era da temere che gli abitanti di Pavia volessero contrastarci certi diritti di preferenza che eravamo assuefatti a godere; e poi ero sicuro di dare a mia madre il più gran piacere, andando a riunirmi con lei. Presi dunque questo partito; ed essendo scarso di denaro feci il viaggio per acqua, avendo per servitore e mia guida un fratello del cantiniere del collegio. Nulla di particolare in questo viaggio; avevo lasciato Chioggia in abito secolare e vi ritornai in abito ecclesiastico. Il collare non m’ispirava troppa devozione; ma mia madre, che era piena di pietà, credè ricevere in casa un apostolo: mi abbracciò con una certa considerazione, e mi pregò di correggere mio fratello che le dava qualche dispiacere.

Era questi un vivacissimo e impetuosissimo ragazzo che marinava la scuola per andare a pescare, che a undici anni si batteva come un demonio e si burlava di chiunque. Mio padre, che lo conosceva a fondo, lo destinava alla guerra: mia madre ne voleva fare un frate, e questo era un soggetto continuo di dispute fra loro. Mi presi poca briga di mio fratello; cercavo solo di distrarmi, né sapevo trovarne i mezzi. Chioggia mi parve sgradevole più che mai: avevo altre volte una piccola biblioteca, vi cercai il mio antico Cicognini, e non ne trovai che una parte: mio fratello si era servito del resto per farsi i ricci. Il canonico Gennari era sempre l’amico di casa. Mio padre l’aveva sanato da tutti i mali che aveva, e da quelli che non aveva. Stava più spesso da noi che in casa sua. Lo pregai di procurarmi qualche libro, ma nel genere drammatico, se fosse stato possibile. Il signor canonico non era troppo addomesticato colla letteratura; mi promise, ciò nonostante, di far di tutto per trovarne, e mantenne la parola. Mi portò pochi giorni dopo una vecchia commedia rilegata in cartapecora; e, senza darsi la pena di leggerla, me l’affidò facendomi promettere di restituirgliela speditamente, poiché l’aveva presa senza dir nulla nello studiolo di uno dei suoi confratelli. Era la Mandragola di Machiavelli, che non conoscevo ma ne avevo inteso parlare, e sapevo bene che non era una produzione castissima.

La divorai alla prima lettura, e la rilessi dieci volte. Mia madre non badava al libro che leggevo, essendomi stato dato da un ecclesiastico; ma mio padre mi sorprese un giorno in camera, nel tempo appunto che facevo note e osservazioni sopra la Mandragola. La conosceva e sapeva quanto questa produzione era pericolosa per un giovinetto di diciassette anni; volle sapere da chi l’avevo avuta, e glielo dissi; mi sgridò acerbamente e si accapigliò con quel povero canonico, che aveva peccato solo di trascurataggine. Avevo ragioni giustissime e molto ben fondate per scusarmi in faccia a mio padre, ma non volle ascoltarmi.

Non era già lo stile libero né l’intreccio scandaloso che mi facevano trovar buona questa composizione, anzi la sua lubricità mi ripugnava. Vedevo da me che l’abuso di confessione era un delitto abominevole davanti a Dio e agli uomini; ma era questa la prima produzione di carattere che cadevami sotto gli occhi, e n’ero rimasto incantato. Avrei desiderato che gli autori italiani avessero continuato dietro questa commedia a scriverne delle oneste e decenti, e che caratteri attinti dalla natura fossero subentrati agl’intrighi romanzeschi. Era riservato a Molière l’onore di nobilitare e di render utile la scena comica, esponendo i vizi e le ridicolezze alla correzione e al riso. Non conoscevo ancora questo grand’uomo, poiché non intendevo il francese; mi ero proposto di impararlo, e presi intanto l’abitudine di osservare gli uomini da vicino e di non trascurare gli originali.

Erano prossime al termine le vacanze, e bisognava partire. Dovendo andare a Modena un abate di nostra conoscenza, mio padre profittò dell’occasione e mi fece prendere quella strada, tanto più volentieri perché in quella città mi si doveva somministrar denaro.

Imbarcammo, il mio compagno di viaggio e io, col corriere di Modena; vi arrivammo in due giorni, e andammo ad alloggiare in casa di un fittavolo di mio padre che dava a pigione stanze mobiliate. Vi era in questa casa una donna di servizio, né vecchia né giovane, né bella né brutta, che mi guardava con occhio amichevole e si prendeva cura di me con attenzioni singolari: scherzavo seco ed ella vi si prestava con buona grazia, e di tempo in tempo lasciava cadere qualche lacrima. Il giorno della mia partenza mi alzo di buon’ora per fare il mio baule; ed ecco Tognetta (questo era il nome della ragazza) che viene nella mia camera e mi abbraccia senza altri preliminari. Io non ero tanto libertino da trarne partito; la sfuggo, ella insiste e vuol partir meco. - Con me? - Sì, mio caro amico, se no mi getto dalla finestra. - Ma io vado in un calesse di posta. - Ebbene, saremo noi due soli. - E il servitore? - È fatto per andar dietro. - Il padrone e la padrona di casa cercano Tognetta dappertutto. Entrano, la trovano in un fiume di lacrime. - Che è stato? - Eh, non è niente. - Io tiro a sbrigarmi: bisogna partire. Avevo destinato per Tognetta uno zecchino: ella piange, non so come fare. Stendo il braccio e le offro la moneta; la prende, la bacia, e tutta piangente se la mette in tasca.

CAPITOLO XI.

Viaggio per Pavia. - Buon incontro a Piacenza. - Colloquio col marchese Goldoni. - Secondo anno di collegio.

Avevo tanto che bastava per pagare la posta fino a Pavia; ma non avendo trovato in Modena il cugino Zavarisi, che aveva ordine di darmi denaro, ne sarei rimasto sprovvisto in collegio, dove i convittori hanno bisogno di un peculio per i piccoli piaceri.

Arrivo lo stesso giorno a Piacenza sul far della sera, e avendo una lettera di raccomandazione di mio padre per il consigliere Barilli, vado a trovarlo. Mi riceve pulitamente, mi esibisce di alloggiarmi in casa sua, e io accetto come conviene. Era però ammalato, e aveva volontà di riposarsi; l’avevo io pure; perciò cenammo in fretta e andammo a letto presto. Sempre almanaccavo sopra la mia condizione, ed ero perfin tentato di chiedere in prestito cento scudi al mio caro parente, che mi pareva tanto buono e compito; ma egli non aveva più alcun debito con mio padre, avendo corrisposto anche avanti la scadenza coi due ultimi pagamenti, e temevo che la mia età e qualità di scolaro non fossero garanzie troppo sicure per ispirargli fiducia. Andai a letto in compagnia delle mie irresoluzioni e dei miei timori, ma grazie al cielo né gl’impicci né i dispiaceri ebbero mai il sopravvento sul mio appetito e sul mio sonno. Dormii dunque tranquillamente. Il giorno dopo il signor consigliere mi fa chiedere se voglio far colazione in sua compagnia. Essendo già vestito e in ordine, scendo e tutto era pronto. Un brodo per il mio ospite e una tazza di cioccolata per me. Facendo colazione e chiacchierando, ecco come la conversazione divenne interessante. - Mio caro figlio, mi disse, io son vecchio, ho avuto un pericoloso colpo, e aspetto di giorno in giorno gli ordini della Provvidenza per sloggiare da questo mondo. - Io volevo replicare con quelle cortesi espressioni che sogliono usarsi in simili casi, ma m’interruppe dicendo: - Da parte le lusinghe, amico mio: siamo nati per morire, e la mia carriera è inoltratissima. Ho soddisfatto vostro padre riguardo a un resto di dote che la mia famiglia doveva alla sua; ma scartabellando i fogli e i registri dei miei affari domestici, ho trovato un conto aperto tra il signor Goldoni, vostro nonno, e me. - Oh cielo! (dicevo tra me stesso) gli saremmo forse debitori di qualcosa? - Ho bene esaminato, aggiunse il consigliere, ho ben collazionato le lettere e i libri, e son sicuro di dovere ancora una somma ai suoi successori. - Respiro: voglio parlare, egli m’interrompe e continua il suo discorso. - Non vorrei morire, dice, senza adempiere il mio dovere; ho eredi che non aspettano che la mia morte per dissipare i beni che ho loro mantenuti, e il vostro signor padre stenterebbe molto a farsi pagare. Ah! se fosse qui, con qual piacere gli darei questo denaro! - Signore, risposi con aria d’importanza, io sono pur suo figlio: pater et filius censentur una et eadem persona, dice Giustiniano, e voi lo sapete meglio di me. - Ah ah! diss’egli, voi dunque studiate legge? - Sissignore, risposi; sarò addottorato quanto prima e andrò a Milano, dove penso di esercitare la professione d’avvocato. - Mi guarda sorridendo, e mi domanda: - Che età avete? - Ero un po’ imbrogliato, poiché la mia fede di battesimo e il mio ricevimento in collegio non andavano d’accordo; risposi nulladimeno con sicurezza e senza mentire: - Signore, ho in tasca le patenti del mio collegio: volete vederle? Vedrete che sono stato ricevuto di diciotto anni compiuti; corre il mio secondo anno; diciotto e due fanno venti: io entro nel vigesimo. Annus inceptus habetur pro completo, e secondo il codice veneto si acquista la maggior età a ventun’anni. - Cercavo d’imbrogliar l’affare, ma in sostanza non ne avevo più che diciannove.

Il signor Barilli però non si lasciò prender nella rete: vedeva bene che ero ancora nella minore età, e che avrebbe rischiato il suo denaro. Avevo però una raccomandazione di mio padre a mio favore: come doveva credermi capace d’ingannarlo? Ma mutò discorso: mi domandò perché non avessi abbracciata la professione di mio padre, e non parlò più di denaro.

Risposi che il mio genio non era per la medicina; e ritornando subito al proposito che m’interessava, dissi: - Sarei troppo ardito, signore, se vi domandassi di qual somma voi siete debitore a mio padre? - Duemila lire, rispose; duemila lire però di questo paese (seicento lire tornesi circa). Il denaro è là in quella cassetta - ma non vi metteva le mani. - Signore, soggiunsi con una curiosità un po’ ardita, questa somma è in oro o in argento? - È in oro, rispose, in zecchini fiorentini, che dopo quelli di Venezia sono i più ricercati. - Sono molto comodi, dissi, a trasportarsi. - Vorreste, riprese egli con un’aria burlesca, assumervene l’incarico? - Volentieri, signore, risposi: vi faccio subito la ricevuta, e ne darò avviso a mio padre per rendergliene conto. - Ma dissiperete voi, diss’egli, dissiperete questo denaro? - Ah! signore, risposi con serietà, voi mi conoscete: non son capace di una cattiva azione. Mio padre ha destinato il camarlingo del collegio per cassiere del piccolo assegnamento che ritiro: vi professo sull’onor mio che depositerò gli zecchini in mano di questo degno abate, appena giungo a Pavia. - In conclusione, egli disse, voglio riposare sopra la vostra buona fede. Fatemi la ricevuta, di cui ecco l’esemplare che avevo già preparato. - Prendo la penna; il signor Barilli apre la cassetta e mette gli zecchini sopra il tavolo; io li guardo con tenerezza. - Ma aspettate, aspettate, soggiunge. Siete per viaggio, ci sono i ladri. - Lo informo che vado per la posta e non vi è nulla da temere. Credendomi solo, vi trova sempre del rischio. Faccio entrare il fratello del cantiniere, che era la mia guida; il signor Barilli sembra contento, e gli ripete la stessa predica che a me. Io tremo sempre; ma finalmente mi consegna il denaro, ed eccomi consolato. Desiniamo, il signor consigliere e io: vengono dopo pranzo i cavalli, saluto, mi pongo in viaggio e prendo la volta di Pavia. Giunto appena in questa città, vado a depositar gli zecchini nelle mani del cassiere, cui ne chiedo sei per me, e me li dà; poi seppi così ben disporre del rimanente di quella somma, che mi bastò per tutto l’anno di collegio e per il ritorno. In quell’anno ero un po’ meno svagato che nell’altro; seguivo le lezioni all’università, e accettavo di rado i divertimenti che mi si proponevano. In ottobre e novembre si addottorarono quattro dei miei compagni. Pare che in Italia non si possa fare nessuna cerimonia che non sia celebrata da un sonetto; avevo il credito di facilità nel far versi, ed ero divenuto il panegirista dei buoni e dei cattivi soggetti. Nelle vacanze di Natale il signor marchese Goldoni venne a Pavia alla testa di una commissione del Senato di Milano per visitare un canale nel Pavese, che aveva dato luogo a parecchi litigi; mi fece l’onore di cercarmi e di condurmi seco. In capo a sei giorni ritornai al collegio, glorioso della parte onorevole che avevo sostenuta. Questa ostentazione mi fece un torto infinito. Risvegliò l’invidia dei miei compagni, i quali forse da quel momento meditarono la vendetta contro di me, che fecero scoppiare l’anno appresso. Due di loro mi tesero un laccio, che poco mancò non mi rovinasse. Mi condussero in un cattivo luogo, che non era di mia relazione; volevo partirne, ma le porte erano chiuse; saltai dalla finestra e ciò fece strepito, e il prefetto del collegio lo seppe. Dovevo giustificarmi, e non potevo farlo senza aggravare i colpevoli; in simil caso si salvi chi può. Uno fu espulso, l’altro fu posto in carcere; ma ecco un infinito numero di nemici contro di me. Giungono le vacanze, e avevo molta voglia di andare a passarle a Milano, per prevenire il mio protettore del disgusto che mi era accaduto; ma due persone del mio paese, che incontrai per caso al gioco della pallacorda, mi fecero mutare idea. Erano questi il segretario e il maestro di casa del Residente della Repubblica di Venezia a Milano. Questo ministro (il signor Salvioni) era morto da poco tempo e bisognava che il suo seguito e i suoi equipaggi andassero a Venezia. Questi due signori, che erano a Pavia per noleggiare un battello coperto, mi esibirono di condurmi seco; mi assicurarono che la compagnia era piacevole, che non mi sarebbe mancato buon trattamento, né gioco, né buona musica, e tutto gratis: potevo ricusare una sì bella occasione? Accettai senza esitare nemmeno un istante; ma siccome non partivano tanto in fretta dovevo aspettare, e il collegio era per chiudersi. Il prefetto, garbatissimamente e forse anche per dar nel genio al mio protettore, volle tenermi in casa sua, ed ecco un nuovo delitto per i compagni. Questa parzialità del superiore a mio riguardo li irritò maggiormente: scellerati! Me la fecero pagar cara.

CAPITOLO XII.

Viaggio dilettevolissimo. - Discorso da me composto. - Ritorno a Pavia per la Lombardia.

- Incontro piacevole. - Pericolo di assassinio. - Fermata a Milano in casa del marchese Goldoni.

Tosto che la compagnia fu in ordine per la partenza, mi fece avvertire. Andai alla riva del Ticino ed entrai nel battello coperto, ove tutti si ritrovarono. Nulla di più comodo ed elegante di questo piccolo naviglio chiamato burchiello, fatto venire da Venezia espressamente. Consisteva in una sala e stanza contigua, coperte di legname con balaustrato sovrapposto, ornate di specchi, pitture, sculture, scaffali, panche e sedie della maggior comodità. Era ben diverso dalla barca dei commedianti di Rimini.

Eravamo dieci padroni e parecchie persone di servizio; vi erano letti sotto la prua e la poppa, ma non si doveva viaggiar che di giorno. Si era stabilito che ci saremmo coricati in buoni alberghi o, dove non ve ne fossero, avremmo domandato ospitalità ai ricchi Benedettini che possedevano beni immensi lungo le due rive del Po. Tutti quei signori sonavano qualche strumento. Vi erano tre violini, un violoncello, due oboi, un corno da caccia e una chitarra. Io solo non ero buono a nulla, e me ne vergognavo; ma procurando di supplire al difetto di utilità, mi occupavo per due ore del giorno a mettere in buoni o cattivi versi gli aneddoti e i divertimenti del dì precedente. Questa bizzarria dava sommo piacere ai miei compagni di viaggio, ed era dopo il caffè il comun nostro divertimento.

La loro occupazione favorita era la musica. Intatti sul far della sera prendevano posto sopra una specie di coperta, che forma il tetto dell’abitazione galleggiante, e facevano risuonar l’aria dei loro armoniosi concerti, traendo a sé da tutte la parti le ninfe e i pastori di quel fiume già tomba di Fetonte. Direte forse, caro lettore, che il mio racconto è enfatico? Può darsi; ma tale appunto dipingevo nei miei versi la nostra serenata. Fatto sta che le rive del Po, chiamato dai poeti italiani il re dei fiumi, erano affollate dagli abitanti di quelle vicinanze che vi correvano per ascoltare e, coi cappelli in aria e fazzoletti spiegati, ci significavano il loro piacere, non meno che i loro applausi. Arrivammo a Cremona circa alle sei di sera. Era già corso il grido che vi dovevamo passare, e le rive del fiume erano piene di gente che ci aspettava. Smontammo dalla barca. Fummo ricevuti con impeto di gioia, e fatti subito entrare in una bellissima casa, situata fra la campagna e la città, ove si dette un concerto e vari musici del paese ne accrebbero il divertimento. Vi fu gran cena, si ballò tutta la notte, e finalmente rientrammo col sole nella nostra nicchia, ove trovammo i nostri deliziosi materassi. Fu ripetuta all’incirca la stessa scena a Piacenza, alla Stellada ed alle Bottrighe, in casa del marchese Tassoni. In tal guisa fra il riso, i giochi e i passatempi arrivammo a Chioggia, ove io dovevo separarmi dalla società più amabile e più piacevole del mondo. I miei compagni di viaggio vollero usarmi la garbatezza di smontar meco. Li presentai a mio padre, che li ringraziò di cuore, pregandoli inoltre di rimanere a cena in casa sua; ma erano in necessità di restituirsi a Venezia la stessa sera. Mi pregarono di dar loro i versi da me fatti sul viaggio; chiesi tempo per metterli in pulito, promettendo di spedirglieli, né mancai.

Eccomi a Chioggia, ove mi annoiavo sempre, secondo il solito. Narrerò in breve il poco che vi feci, e come avrei desiderato affrettarmi a partire. Mia madre aveva fatto conoscenza con una religiosa del convento di San Francesco. Questa era Donna Maria Elisabetta Bonaldi, sorella del signor Bonaldi, notaio e avvocato veneziano. Le religiose avevano ricevuto da Roma una reliquia del loro serafico fondatore, che si doveva esporre con pompa ed edificazione, e vi bisognava il discorso panegirico. La signora Bonaldi, ponendo fiducia nel mio collare, mi credeva già moralista, teologo e oratore. Proteggeva un giovane abate, che aveva grazia e memoria; mi pregò dunque di comporre il discorso e di affidarlo al suo protetto, sicura che lo avrebbe portato a meraviglia. Le mie prime parole furono di scusa e rifiuto, ma riflettendo che al collegio si faceva ogni anno il panegirico di Pio V, e un collegiale per lo più ne assumeva l’incarico, accettai l’occasione di esercitarmi in un’arte, che non mi pareva poi in fondo difficilissima. Feci il discorso nello spazio di quindici giorni. L’abatino l’imparò a mente, e lo portò come avrebbe potuto fare un espertissimo predicatore. Il discorso produsse il più grande effetto: si piangeva, si sputava da tutte le parti, né si si stava fermi sulle seggiole. L’oratore s’impazientiva, picchiava mani e piedi; crescevano intanto gli applausi, finché il povero diavolo gridò dal pulpito: Silenzio! e tutti tacquero. Si sapeva benissimo che era mia composizione: quanti complimenti! quanti presagi felici! Avevo avuto l’arte di dar molto nel genio alle religiose, dirigendo loro un’apostrofe in modo delicato, con attribuir loro tutte le virtù senza il difetto della bigotteria. (Avevo piena cognizione di esse, e sapevo benissimo che non erano bigotte.) Tutto questo mi guadagnò un magnifico regalo di trine, dolci e ricami.

Il lavoro della mia orazione, e il pro e il contro che vi vennero dietro, mi occuparono tanto tempo che mi condusse al termine delle vacanze. Scrisse mio padre a Venezia, perché mi si procurasse una vettura che mi conducesse a Milano: si presentò per l’appunto l’occasione, e andammo a Padova mio padre e io. Vi era un vetturino milanese sul punto di fare il viaggio di ritorno, persona conosciutissima e fidata; partii dunque in calesse solo con lui. Quando fummo fuori città, il mio conducente incontrò uno dei suoi compagni che doveva fare lo stesso viaggio, e non aveva nel calesse che una sola persona. Era una donna, che mi parve giovane e bella; fui curioso di vederla da vicino, e al primo desinare restò appagata la mia curiosità. Vidi una veneziana che giudicai dell’età di trent’anni, oltremodo garbata e amabile; si fece tra noi conoscenza, e si fissò con i vetturini, che, per essere meno sbalzati dal calesse sulla strada cattiva, ci saremmo seduti insieme in uno dei due, e l’altro sarebbe andato a vuoto alternativamente.

I nostri colloqui furono piacevolissimi, ma decentissimi. Vedevo per altro che la mia compagna di viaggio non era una vestale, e aveva il tono della buona compagnia; ma passammo le notti in camere separate con la maggior regolarità. Arrivando a Desenzano, in riva al lago di Garda, tra la città di Brescia e quella di Verona, ci fecero smontare in un albergo che guardava sul lago.

Vi si trovavano in quel giorno molti viandanti, e non vi era che una camera con due letti per madama e per me. Cosa fare? Bisognava pur adattarsi: la camera era molto grande, e i letti non si toccavano. Ceniamo, ci diamo a vicenda la buona notte, e ciascuno si ficca sotto le sue lenzuola. Prendo subito sonno secondo il solito, ma lo interrompe un violento fracasso, e mi sveglio repentinamente. Non vi era lume; ma al chiaror della luna, che passava per le finestre senza imposte e senza tende, vidi la donna in camicia e un uomo ai suoi piedi. Domando: cos’è? La bella eroina, con una pistola in mano, mi dice in tono di fierezza e di scherno: - Aprite la porta, signor abate, gridate al ladro, e poi tornate a letto. - Non tardo un istante, apro, grido, vien gente e il ladro è preso: fo poi delle domande alla mia compagna, che non si degna darmi conto della sua bravura. Pazienza; me ne ritorno a letto e dormo fino al giorno dopo.

La mattina partendo fo ringraziamenti alla mia compagna: ella sempre scherza; così continuiamo il nostro viaggio per Brescia, e arriviamo a Milano. Là ci lasciamo officiosamente: io contentissimo della sua ritenutezza, ella forse scontenta della mia continenza.

Andai a smontare all’abitazione del signor marchese Goldoni, e restai in casa sua sei giorni per aspettare il termine delle vacanze. Mi furon tenuti dal mio protettore discorsi molto gradevoli e tali da ispirarmi molta speranza e molto ardore: mi credevo al colmo della felicità, ed ero sull’orlo della mia rovina.

CAPITOLO XIII.

Terzo anno di collegio. - Mia prima e ultima satira. - Espulsione dal collegio.

Avevo intesa a Milano la morte del superiore del collegio, e conoscevo il signor abate Scarabelli suo successore. Arrivato a Pavia andai a presentarmi al nuovo prefetto, il quale, essendo in stretta amicizia col senatore Goldoni, m’assicurò della sua benevolenza. Feci visita anche al nuovo decano degli alunni, che dopo le solite cerimonie, mi domandò se volessi sostenere quell’anno la mia tesi di gius civile; aggiunse che toccava a me; che per altro, quando non mi fosse premuto, gli avrebbe fatto comodo mettere un altro al mio posto. Gli dissi francamente che, toccando a me, avevo giuste ragioni per non cedere, e mi pareva mill’anni di finire gli studi per andare a stabilirmi a Milano. Pregai lo stesso giorno il prefetto di far tirare a sorte i punti che dovevo difendere. Fu scelto il giorno, mi furono assegnati gli articoli, e dovetti nelle vacanze di Natale sostener la mia tesi. Tutto andava a meraviglia. Ecco un bravo giovane che ha volontà di farsi onore, ma ha bisogno nel tempo stesso di divertirsi. Esco due giorni dopo per far visite; comincio dalla casa che più m’importava. Non usando guardaportoni in Italia, suono il campanello, aprono, e mi vengono a dire che la signora è malata e la signorina non riceve. Mi dimostro dolente e lascio i miei complimenti. Vado in altro luogo e vedo il servitore: - Si può aver l’onore di vedere queste signore? - Padron mio, sono tutti in campagna. - (E io avevo veduto due cappelli alla finestra). Non mi raccapezzo, vado in un terzo luogo, non c’è nessuno. Confesso che n’ero punto all’estremo e mi credetti insultato, senza poterne indovinar la cagione. Lasciai dunque di espormi a nuovi dispiaceri, e immerso nel turbamento e nell’ira me ne tornai a casa. La sera al caminetto, ove son soliti concorrere gli alunni, raccontai fingendo indifferenza il caso avvenutomi. Alcuni mi compatirono, altri si burlarono di me; vien l’ora della cena, andiamo al refettorio, e quindi si sale nelle nostre camere. Mentre andavo ripensando al dispiacere che provavo, sento picchiare alla porta; apro, entrano quattro dei miei compagni e mi annunciano di aver cose serie da comunicarmi. Non avevo tante sedie da offrir loro; il letto fece da canapè: ero in atto di ascoltarli, e tutti e quattro volevano parlare in una volta. Ciascuno aveva da raccontare il suo caso, ciascuno da proporre il suo parere. Finalmente, ecco quanto risultò. I cittadini di Pavia erano nemici giurati della scolaresca, e nel tempo delle ultime vacanze avevano congiurato contro di noi. Essi avevano decretato nelle loro assemblee, che qualunque zitella avesse ricevuto in casa scolari, non fosse chiesta in matrimonio da verun cittadino; e ve n’erano quaranta che avevano firmato. Si era fatto correre questo decreto per ogni casa: le madri e le figlie erano in convulsione, onde tutto in un tratto divenne lo scolaro per esse un oggetto pericolosissimo. Il sentimento comune dei miei quattro compagni era di vendicarsi; io non avevo gran voglia di mescolarmici, ma mi trattarono da vile e poltrone, ed ebbi la melensaggine di piccarmi e di promettere che non mi sarei ritirato dall’impegno. Credevo di aver parlato a quattro amici, ed erano traditori, che solo bramavano la mia rovina; l’avevan contro di me meditata fino dall’anno precedente, e avevano tenuto vivo l’odio nel cuore per lo spazio di un anno, cercando di valersi della mia debolezza per farlo scoppiare. Fui la loro vittima: non ero ancora nel diciottesimo anno, e avevo a che fare con vecchi volponi di ventotto in trent’anni. Questa buona gente aveva l’uso di portare in tasca pistole. Io non ne avevo mai prese in mano, ma me ne provvidero generosamente; le trovavo belle, la maneggiavo con piacere e n’ero divenuto pazzo.

Avevo addosso armi da fuoco, e non sapevo che cosa farne; avrei ardito forzare una porta? Indipendentemente dal pericolo, l’onoratezza e la convenienza vi si opponevano. Volevo disfarmi di questo peso inutile, ma i miei buoni amici venivano spesso a farmi visita e a rinfrescar la polvere dello scodellino. Mi raccontavano le inaudite prodezze del loro coraggio, gli ostacoli che avevano superato, i rivali che avevano atterrato, e io pure avevo francamente saltati cancelli, sottomesse madri e figlie, e fatto fronte ai bravi della città; eravamo tutti quanti in egual modo veridici, e tutti quanti forse della stessa bravura. Finalmente vedendo i perfidi che, malgrado le pistole, non facevo dir di me, si diportarono in altro modo. Fui accusato presso i superiori di avere armi da fuoco per le tasche; essi mi fecero un giorno perquisire, mentre entravo, dai servitori del collegio e furon trovate le pistole. Non essendo a Pavia il prefetto del collegio, mi sequestrò in camera il viceprefetto. Avevo appunto voglia di profittare di questo tempo per lavorare intorno alla mia tesi; ma i miei finti fratelli vennero nuovamente a tentarmi, seducendomi in maniera per me più pericolosa, poiché tendeva a solleticare il mio amor proprio. - Voi, mi dissero, siete poeta, e avete armi per vendicarvi molto più potenti e sicure delle pistole e dei cannoni. Un tratto di penna lasciato andare a proposito, è una bomba che schiaccia l’oggetto principale, e i cui pezzi finiscono da destra e sinistra chi è d’appresso. Coraggio, coraggio! esclamarono tutti in una volta, noi vi procureremo aneddoti singolari; farete le vostre e insieme le nostre vendette. - Vidi bene a qual pericolo e a quali inconvenienti mi si voleva esporre, e posi loro davanti gli occhi le spiacevoli conseguenze ch’erano per risultarne. - Niente affatto, risposero, nessuno lo saprà. Eccovi quattro buoni amici, quattro uomini d’onore; vi promettiamo la più precisa circospezione, e vi facciamo il solenne e sacro giuramento che nessuno lo saprà. - Ero debole per temperamento, pazzo per occasione: cedetti; presi l’impegno di appagare i miei nemici, e posi loro le armi in mano contro di me. Avevo deliberato di comporre una commedia secondo il gusto di Aristofane; ma non mi sentendo forze bastanti per riuscirvi, e poi il tempo essendo corto, composi un’Atellana, genere di commedia informe presso i Romani, che conteneva soltanto satire e facezie. Il titolo della mia Atellana era Il Colosso. Per dare alla mia statua colossale la perfezione della bellezza in tutte le sue proporzioni, presi gli occhi della signorina tale, la bocca di questa, la gola di quell’altra ecc.; nessuna parte del corpo era trascurata; ma artisti e amatori, tutti d’opinione diversa, trovavano difetti dappertutto. Era una satira che doveva ferire la delicatezza di parecchie famiglie onorate e rispettabili; ebbi la disgrazia di renderla gradevole con motti piccanti, e con i dardi di quella vis comica, che maneggiavo con molta naturalezza e punta prudenza.

I quattro nemici trovarono gustosa l’opera, e fecero venire un giovane che ne ultimò due copie in un giorno; se ne impadronirono i furbi, facendola correre per i circoli e i caffé. Non dovevo essere nominato, e mi fu reiterato il giuramento; né mancarono di parola. Il mio nome non fu palesato; ma siccome avevo fatto in altro tempo una quartina, nella quale si trovava il mio nome, cognome e patria, posero la medesima a piè del Colosso, come se io stesso avessi avuto l’audacia di vantarmene.

L’Atellana faceva la novità del giorno: gl’indifferenti si divertivano dell’opera e condannavano l’autore. Ma dodici famiglie gridavano vendetta: mi si voleva morto. Ero per buona sorte ancora in arresto. Parecchi miei compagni furono insultati, il collegio del Papa era assediato, fu scritto al prefetto ed egli tornò precipitosamente. Avrebbe desiderato salvarmi; scrisse perciò al senatore Goldoni, e questi spedì lettere al senatore Erba Odescalchi, governatore di Pavia. Si adoperarono in mio favore l’arcivescovo che mi aveva tonsurato e il marchese Ghislieri che mi aveva nominato: tutte le mie protezioni e tutti i loro passi furono inutili. Io dovevo essere sacrificato e, senza il privilegio del luogo ove mi trovavo, la Giustizia si sarebbe di me impadronita. Insomma mi si annunciò l’esclusione dal collegio, e si aspettò che fosse sedata la burrasca per farmi partire senza pericolo.

Che orrore! che rimorsi! che pentimenti! Eclissate le mio speranze, sacrificato il mio stato, perduto il mio tempo; parenti, protezioni, amici, conoscenze, tutti contro di me; ero afflitto, desolato: stavo nella mia camera, non vedevo alcuno, alcuno non veniva a trovarmi. Che doloroso stato! che disgraziata condizione!

CAPITOLO XIV.

Viaggio malinconico. - Disegni andati a vuoto. - Incontro singolare.

Stavo nella mia solitudine oppresso dalla tristezza, circondato da oggetti che mi tormentavano senza posa, e pieno di disegni che si succedevano gli uni agli altri. Avevo sempre avanti gli occhi il torto che avevo fatto a me stesso, e l’ingiustizia che avevo commessa contro gli altri; e quest’ultima riflessione mi faceva una sensazione anche maggiore della sciagura che avevo meritato. Se dopo sessant’anni rimane ancora a Pavia qualche memoria della mia persona e della mia imprudenza, ne domando perdono a coloro che io avessi offesi, assicurandoli che ne fui punito abbastanza, e credo espiato ormai il mio fallo. Mentr’ero riconcentrato nei miei rimorsi e nelle mie riflessioni, mi giunge una lettera di mio padre. Terribile aumento di cordoglio e di disperazione. Eccola:

«Vorrei, mio caro figlio, che quest’anno tu potessi passar le vacanze a Milano. Mi sono impegnato di andare a Udine nel Friuli veneziano, per intraprendere una cura che potrebbe riuscir lunga, né so se nel tempo medesimo, o in appresso, io sia per essere obbligato a portarmi nel Friuli austriaco per curare altra persona che ha la stessa malattia. Scriverò al signor marchese, rammemorandogli le generose esibizioni a noi fatte; procura però dal canto tuo di esser sempre meritevole delle buone grazie di lui. Tu mi avvisi di dover quanto prima sostener la tua tesi: cerca di cavartene con onore. Questo è il mezzo di piacere al tuo protettore, e di arrecare la maggior contentezza a tuo padre e a tua madre, che ti amano di cuore ecc.»

Questa lettera terminò di colmare il mio avvilimento: come, dicevo a me stesso, come ardirai tu di comparire in faccia ai tuoi genitori, ricoperto di vergogna e del disprezzo universale? Paventavo a segno questo terribile momento, che fresco ancor di una mancanza, ne meditavo un’altra che poteva compiere la mia rovina.

No, che non sarà possibile che io mi esponga ai rimproveri, tanto più dolorosi quanto più meritati; no, che non mi presenterò alla irritata mia famiglia. Chioggia non mi rivedrà mai più, andrò in tutt’altro luogo. Voglio andar vagando per tentar la fortuna, riparare il mio sbaglio o perire. Sì, andrò a Roma: là forse ritroverò quel buon amico di mio padre, da cui ha ricevuto tanto bene, e che non mi abbandonerà. Ah! se potessi diventare discepolo di Gravina, l’uomo più istruito nelle belle lettere e più dotto nell’arte drammatica! Oh Dio, se prendesse affetto per me come fece per Metastasio! Non ho forse, io pure, disposizioni e ingegno? Sì: a Roma, a Roma. Ma come farò ad andarvi? Avrò denaro che basti? Andrò a piedi. A piedi? Sì: a piedi. E il baule, e le robe? Vadano al diavolo baule e robe. Quattro camicie, calze, golette e berretti da notte, ecco il bisognevole. - Vaneggiando in tal guisa e in tal modo farneticando, empio una valigia di biancheria, la pongo in fondo al baule e la destino ad accompagnarmi a Roma. Siccome dovevo andarmene speditamente, scrissi al camerlingo del collegio per aver denaro. Rispose che non aveva più in mano verun capitale di mio padre, che peraltro il mio viaggio per acqua e il mio trattamento sarebbero stati pagati sino a Chioggia, e che il provvisioniere del collegio mi avrebbe dato un piccolo involto, di cui mio padre gli avrebbe reso conto.

Il giorno appresso allo spuntar dell’alba sono cercato con una carrozza: si carica il mio baule, e il provvisioniere vi sale meco; arriviamo al Ticino, entriamo in un piccolo battello, e andiamo là dove questo fiume mette foce nel Po, a incontrare un’ampia e cattiva barca carica di sale. Son consegnato dal mio conduttore al padrone della medesima, cui parla all’orecchio; quindi mi dà un piccolo involto da parte del camarlingo del collegio, mi saluta, mi augura buon viaggio e mi lascia. La mia maggior premura è di esaminare il piccolo tesoretto. Apro l’involto. Oh cielo! qual piacevole stupore per me! Vi trovo quarantadue zecchini fiorentini (venti luigi all’incirca). Buoni per andar a Roma! Farò dunque il viaggio per la posta e col mio bagaglio. Ma come mai il camarlingo, che non aveva capitale alcuno di mio padre, mi ha potuto affidare tanto denaro? Nel tempo che facevo queste riflessioni e mille dilettevoli disegni, torna indietro col suo battello il provvisioniere. Si era sbagliato: questo era denaro del collegio, e doveva esser pagato a un mercante di legname; riprese dunque il suo involto e mi lasciò trenta paoli, che formano il valore di quindici franchi, Eccomi abbastanza ricco: per andare a Chioggia non mi occorreva denaro, ma per andare a Roma? Gli zecchini che avevo avuto in mano mi facevano sempre più girar la testa; bisognava però consolarsene, e ritornar di nuovo alla disgustosa alternativa del pellegrinaggio. Avevo il letto sotto la prua e il baule presso di me; desinavo e cenavo col mio ospite, ch’era il conduttore della barca; mi faceva discorsi da dormire in piedi. Dopo due giorni arrivammo a Piacenza, dove il padrone aveva qualche affare; prese dunque terra e vi si fermò. Credetti giunto il momento propizio per andarmene. Prendo meco la valigia e dico al mio uomo che, avendo commissione di farla recapitare al consigliere Barilli, mi prevalgo dell’opportunità. Il manigoldo m’impedisce di uscire; aveva già avuto ordine espresso di impedirmelo, e siccome persistevo nel mio volere, egli minacciò di ricorrere al braccio del governo per ritenermi. Bisogna cedere alla forza, morir di spasimo, andare a Chioggia, o gettarsi nel Po. Rientro nel mio bugigattolo; le disgrazie non mi avevano ancor fatto piangere, ma questa volta piansi. La sera mi si chiama a cena, e io ricuso di andarvi; pochi minuti dopo sento una voce ignota, che in tono patetico pronuncia queste parole: Deo gratias. Ancora ci si vedeva abbastanza: guardo per una fessura attraverso la porta e vedo un religioso che viene alla mia volta; apro l’uscio ed egli entra. Era un domenicano di Palermo, fratello di un famoso gesuita rinomatissimo predicatore; si era imbarcato a Piacenza quello stesso giorno, dirigendosi a Chioggia come me. Sapeva le mie avventure, ché il padrone della barca lo aveva messo al fatto di tutto, e veniva a offrirmi quelle spirituali e temporali consolazioni che il suo stato lo poneva in diritto di propormi, e delle quali pareva aver bisogno la mia condizione. Aveva nel suo discorso molta dolcezza e molta unzione, e mi parve che gli cadesse qualche lacrima; vidi almeno che avvicinava agli occhi il fazzoletto. Mi sentii commosso e mi abbandonai del tutto alla sua pietà. Intanto il padrone ci fece dire ch’eravamo aspettati; il reverendo non avrebbe voluto perdere la cena, ma vedendomi penetrato di compunzione, fece pregare il padrone di volere attendere qualche momento; indi a me rivolto, mi abbraccia, piange, e mi fa vedere che sono in uno stato pericoloso, e che il nemico infernale può di me impadronirsi e trascinarmi in un abisso eterno. Soggetto, come ho già detto, a crisi d’ipocondria, mi trovavo in uno stato far pietà. Accortosene il mio esorcista, mi propone di confessarmi, e io mi getto ai suoi piedi: - Benedetto sia Dio, egli dice; fate intanto, figlio caro, la preparazione: io torno subito - e se ne va a cena senza di me. Resto in ginocchio e fo l’esame di coscienza; in capo a mezz’ora torna il Padre con una bugia in mano, e si pone a sedere sopra il mio baule; io dico il Confiteor, dando principio alla confessione generale con la dovuta attrizione e sufficiente contrizione. Si trattava della penitenza: consisteva il primo punto nel risarcire il torto fatto a quelle famiglie, contro le quali avevo lanciato i satirici miei strali. - Come fare adesso? - Dovendo voi aspettare, dice il Reverendo, di essere in stato di ritrattarvi, non vi è frattanto che l’elemosina che possa calmare lo sdegno d’Iddio, poiché l’elemosina è la primaria opera meritoria che cancella il peccato. - Sì, Padre mio, la farò. - Nossignore, replica lui; il sacrificio bisogna farlo nell’atto. - Ma io non ho che trenta paoli. - Ebbene, figlio mio, spogliandosi del denaro che si ha, si acquista molto maggior merito. - Trassi allora di tasca i miei trenta paoli, e pregai il mio confessore d’incaricarsi di dispensarli ai poveri: accettò volentieri, e mi diede l’assoluzione. Volevo continuare, avendo alcune cose da dire, delle quali credevo di essermi dimenticato, ma il reverendo Padre cascava di sonno e chiudeva gli occhi a ogni poco. Mi disse di star quieto, mi prese per mano, mi diede la benedizione e andò a letto. Restammo in viaggio otto giorni: ogni dì avrei voluto confessarmi, ma non avevo più denaro per la penitenza.

CAPITOLO XV.

Arrivo a Chioggia. - Seguito di aneddoti del reverendo Padre. - Viaggio a Udine.

- Saggio sopra questa città e sulla provincia del Friuli.

Tremante arrivai a Chioggia col mio confessore, che aveva preso l’impegno di riconciliarmi con i genitori. Mio padre era a Venezia per un affare e mia madre, vedendomi giungere, venne a ricevermi piangendo, non avendo mancato il camarlingo del collegio di avvertire prima la famiglia col ragguaglio della mia condotta. Non costò molto al reverendo Padre commuovere il cuore di una tenera madre. Ella aveva spirito e fermezza, e volgendosi verso il domenicano che la stancava: - Reverendo, gli disse, se mio figlio avesse fatta una bricconata, non lo avrei più guardato; ma è reo d’inconsiderazione, onde gli perdono. - Avrebbe vivamente desiderato il mio compagno di viaggio che mio padre fosse stato a Chioggia, perché lo presentasse al priore di San Domenico. Gli disse dunque mia madre che aspettava il marito nella giornata; ne parve contento il reverendo Padre, e senza complimenti s’invitò a pranzo da sé stesso.

Mentre eravamo a tavola, giunge mio padre; mi alzo e vado a chiudermi nella camera accanto. Egli entra e vede un gran cappuccio: - Questi, dice allora mia madre, è un religioso forestiero che ha chiesto ospitalità. - E quest’altro coperto? questa sedia? - Non si potè far a meno di parlare di me. Mia madre incomincia a piangere, il religioso predica, né omette in tale occasione la parabola del figliuol prodigo; mio padre era buono e mi amava sommamente. Alle corte, mi fanno venire, ed eccomi ribenedetto. Dopo pranzo mio padre accompagnò il domenicano al suo convento. Non lo si voleva ricevere, poiché tutti i frati debbono avere un permesso scritto dei loro superiori, che chiamano obbedienza e serve di recapito e di passaporto; questo reverendo ne aveva uno, ma vecchio e lacero da non potersi leggere, e il suo nome non era noto. Mio padre però, che aveva credito, lo fece ricevere ugualmente a condizione che si sarebbe trattenuto poco tempo. Finiamo la storia di questo buon religioso. Tenne discorso con i miei genitori sopra una reliquia che aveva incassata in un orologio di argento; li fece genuflettere e mostrò loro una specie di cordoncino avvolto a un fil di ferro: era un frammento di cintolo di Maria Vergine, servito ancora al suo Divino Figliuolo. L’autenticità si ratificava, secondo lui, per mezzo di un miracolo costantissimo; ed era, che gettando questo cintolo in un braciere, il fuoco rispettava la reliquia, e il cordoncino si riaveva illeso; e tuffandolo nell’olio, questo diveniva miracoloso e produceva guarigioni meravigliose. I miei genitori avrebbero avuto molta voglia di vedere il miracolo, ma non poteva ottenersi senza preparativi e religiose cerimonie, e in presenza di un certo numero di persone devote per edificazione e maggior gloria di Dio. Furono fatti molti discorsi a tal proposito; e siccome mio padre era medico delle religiose di San Francesco, seppe così ben maneggiare presso di esse, che si determinarono in forza delle istruzioni del domenicano a permettere che si facesse il miracolo, fissando giorno e luogo ove si sarebbe eseguita la cerimonia. Il reverendo Padre frattanto si fece dare una buona provvisione d’olio e qualche denaro per dir messe, avendone bisogno per il viaggio. Tutto fu eseguito, ma il giorno appresso il vescovo e il podestà, informati di una funzione religiosa che era stata fatta senza permesso, e nella quale un frate forestiero aveva ardito vestir stola, adunar gente e vantar miracoli, procederono entrambi alla verifica dei fatti. Il miracoloso cintolo che resisteva al fuoco non era in sostanza che fil di ferro artificiosamente accomodato per inganno degli occhi; insomma le religiose furono solennemente sgridate e il frate sparì.

Alcuni giorni dopo, mio padre e io partimmo per il Friuli, e passammo per Portogruaro, ove mia madre aveva qualche capitale nell’ufficio della Comunità. Questa piccola città, che è limitrofa al Friuli, è la residenza del vescovo di Concordia, città antichissima ma quasi abbandonata a motivo dell’aria cattiva. Cammin facendo si passò il Tagliamento, ora fiume, ora torrente, che bisogna guadare non essendovi ponti o barche per attraversarlo, e finalmente arrivammo a Udine, che è la capitale del Friuli veneziano. I viaggiatori non fanno menzione alcuna di questa provincia, che meriterebbe peraltro onorevol luogo nei loro racconti. L’oblio di una regione così considerabile d’Italia mi è sempre dispiaciuto: ne farò qualche parola io di passaggio.

Il Friuli, che si chiama ancora in Italia Patria del Friuli, è una vastissima provincia che dalla Marca Trevisana si estende fino alla Carinzia, ed è divisa tra la Repubblica di Venezia e gli Stati Austriaci. L’Isonzo ne fa la spartizione, e Gorizia è la capitale della parte austriaca. Non vi è provincia in Italia ove vi sia tanta nobiltà come in questa. Quasi tutte le terre sono feudali e dipendono dai rispettivi loro sovrani, ed ha inoltre il castello d’Udine una sala di parlamento nella quale gli Stati si radunano; singolar privilegio, che non esiste in nessun’altra provincia d’Italia.

Il Friuli ha sempre dato uomini grandi alle due nazioni, e ve ne sono molti alla corte di Vienna, molti nel Senato di Venezia. Esisteva in altro tempo un patriarca di Aquileia, che faceva a Udine la sua residenza, non avendo mai potuto Aquileia risorgere, da che Attila re degli Unni la saccheggiò e la rese inabitabile. Questo patriarcato è stato soppresso da poco in qua e la sua sola diocesi, che comprendeva l’intera provincia, è stata divisa in due arcivescovadi: uno a Udine, l’altro a Gorizia. È benissimo tenuta nel Friuli l’agricoltura, e i prodotti della terra, tanto in grano che in vino, sono abbondantissimi e della miglior qualità; qui appunto si fa il Picolit, che imita tanto il Tokai, e dalle vigne d’Udine ricava Venezia una gran parte dei vini necessari al consumo del pubblico. Il linguaggio friulano è particolare, ed è difficile a intendersi quanto il genovese, anche per gl’italiani. Pare che questo gergo si accosti molto alla lingua francese. Tutti i termini femminili che in Italiano finiscono in a, nel Friuli terminano in e; e tutti i plurali dei due generi terminano in s.

Non so come queste desinenze francesi, unitamente a una quantità prodigiosa di voci francesi, abbiano potuto penetrare in un paese sì lontano. È vero che Giulio Cesare passò le montagne del Friuli, le quali per questo hanno pure il nome di Alpi Giulie; ma i Romani non terminavano le loro voci femminili né alla francese né alla friulana. Ciò che vi è di particolare nel comun gergo del Friuli è che chiamano la notte sera, e la sera notte. Verrebbe la tentazione di credere che il Petrarca parlasse dei Friulani, allorchè disse nelle sue canzoni: Gente a cui si fa notte avanti sera. Ma partiremmo male da questo principio per credere che questa nazione non sia ingegnosa e attiva al par d’ogni altra d’Italia. Vi è fra le altre cose a Udine un’accademia di belle lettere sotto il titolo degli Sventati, il cui emblema è un mulino a vento nel grembo di una valle con quest’epigrafe: Non è quaggiuso ogni vapore spento. Le lettere vi si coltivano benissimo. Vi sono artisti di molto merito, e vi si trova conversazione sommamente affabile e graziosa.

Udine, posta a ventidue leghe da Venezia, è governata da un signore veneto che ha titolo di luogotenente, e vi è inoltre un consiglio di nobili del paese, che tengon seggio nel palazzo della città e adempiono alle cariche della magistratura subordinatamente.

La città è bellissima: le chiese sono riccamente decorate, e le pitture di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, ne fanno il principale ornamento. Vi è un luogo per il passeggio nel mezzo della città, sobborghi piacevoli e dintorni deliziosi. Il palazzo immenso e i magnifici giardini di Passiriano dei conti Manin, nobili veneziani, formano un soggiorno da monarca. Chiedo perdono al lettore se la digressione gli sembra un po’ lunga: avevo caro di render qualche giustizia a un paese che ne è degno per tutti i riguardi.

CAPITOLO XVI.

Serie occupazioni. - Teresa: aneddoto piacevole.

Mio padre esercitava a Udine la sua professione, e io vi ripresi il corso degli studi. Il signor Morelli, celebre giureconsulto, dava in casa propria un corso di gius civile e canonico per istruzione di uno dei suoi nipoti. Ammetteva alle lezioni anche persone del paese, e io pure ebbi la fortuna di essere in quel numero. Confesso che profittai più in sei mesi, in questa occasione, che in tre anni a Pavia.

Avevo molta voglia di studiare ma, essendo giovane, mi abbisognava qualche distrazione piacevole; cercai perciò divertimenti e ne trovai di differenti specie. Ora voglio render conto di quelli che mi hanno dato molto piacere e nel tempo stesso molto onore, e terminerò con altri che non mi han dato né onore né piacere. Avevamo passato un carnevale patetico e disgustoso, a cagione d’un orribile avvenimento che aveva messo la città in costernazione, Un gentiluomo di antica e ricca casa era stato ucciso con una fucilata nell’uscire dalla commedia; non si conosceva l’autore dell’omicidio; vi erano dei sospetti, ma nessuno ardiva parlarne. Viene la quaresima. Vado il giorno delle ceneri ad ascoltare padre Cattaneo, agostiniano riformato, e trovo ammirabile la sua predica. Esco di chiesa, e ritengo a memoria parola per parola i tre punti della sua divisione; procuro di riunire in quattordici versi l’argomento, lo sviluppo e la morale, e credo di averne fatto un sonetto assai passabile. Vado il giorno medesimo a farlo sentire al signor Treo, gentiluomo d’Udine eruditissimo in belle lettere e di sommo gusto per la poesia; egli pure trovò assai passabile il sonetto. Mi fece il favore di correggere qualche parola, e m’incoraggiò a farne altri. Tenni sempre dietro con esattezza al mio predicatore: feci ogni giorno lo stesso lavoro, e mi trovai alla terza festa di Pasqua con trentasei prediche eccellenti in trentasei sonetti, fra buoni e cattivi. Avevo preso la precauzione di mandarli al torchio, tostochè avevo messo insieme materia sufficiente per un foglio in quarto; onde nell’ottava di Pasqua pubblicai il mio libretto alla rustica, dedicato ai deputati della città. Molti ringraziamenti da parte dell’oratore, molta riconoscenza da parte dei primari magistrati; insomma molti applausi. La novità piacque, e la rapidità del lavoro fece stupire anche di più. Bravo Goldoni! Ma piano: non gli profondete ancora i vostri elogi.

Stava lungi quattro passi dalla mia porta una certa giovane che mi piaceva infinitamente, e alla quale avrei fatto volentieri la corte. Convien forse, caro lettore, che vi faccia il ritratto della mia bella? che le dia color di rose e gigli, lineamenti di Venere, ingegno di Minerva? No, questi bei ragguagli non v’importerebbero. Mi trattengo con voi nel mio studiolo, come mi tratterrei in conversazione. La materia delle mie Memorie non merita né maggiore eleganza né maggiore industria. Vi sono alcuni che dicono: bisogna elevarsi, il pubblico merita rispetto; io credo di rispettarlo benissimo se gli presento la verità nuda e senza orpello. Non conoscevo che di nome i genitori della signorina; la vedevo alla finestra, la seguivo in chiesa e al passeggio modestissimamente, né mancavo di darle qualche segno della mia inclinazione. Non so se ella se ne accorgesse, ma la sua cameriera non tardò a scoprirmi. Un giorno questa maligna venne a trovarmi: mi parlò molto di sé stessa e della sua padrona, e mi assicurò che potevo contare sull’una e sull’altra. Domandai se potevo arrischiarmi a scrivere: - Sì, mi disse senza lasciarmi finire, scrivete pure alla mia padroncina; prendo l’impegno di darle la vostra lettera e di portarvi la risposta. - Veramente volevo scriver nell’atto, e la pregai di aspettare. - Ma no, mi disse, vado alla santa Messa; non la trascuro mai, ci vado ogni giorno; ma tornerò all’uscire di chiesa. - Ella parte e io scrivo la mia lettera, nella quale dopo i complimenti d’etichetta e le solite espressioni di tenerezza, chiedo a madamina un rendez-vous nelle regole. Ritorna Teresa (questo era il nome della cameriera), prende la lettera e nell’atto di partire mi presenta la guancia. Non vi è l’uso in Italia di baciare le donne così innocentemente come in Francia, e poi era brutta da far paura; ricusai dunque sin che potei, ma mi saltò al collo e bisognò a ogni costo baciarla. Due giorni dopo, incontrandomi Teresa per strada, mi porse con destrezza un foglio che misi subito in tasca. Era una lettera della signorina in replica alla mia; la trovai però sì mal scritta, che stentai molto a raccapezzarvi qualcosa. Rilevai a un dipresso che non poteva ricevermi in casa senza il consenso dei genitori, e che se volevo parlare dalla strada di notte, sarebbe stata qualche quarto d’ora alla finestra per sentirmi. In Italia è uso antico fare all’amore al sereno; bisognava uniformarvisi. Lo stesso giorno, capitatovi a un’ora avanti l’alba, vidi aprirsi l’imposta dalla finestra e comparire una testa in cuffia da notte; parlavo a quella testa, ed essa mi rispondeva; di tanto in tanto dicevo espressioni affettuose, e mi rispondeva sullo stesso tono. Incoraggiato dalla facilità che credevo scorgervi, vado un passo più avanti, quando tutto a tratto sento uno scroscio di risa e vedo chiudersi la finestra. Non intendevo che affare fosse questo; me ne torno a casa soddisfatto da una parte, malcontento dall’altra. Conviene aspettar Teresa. La vedo il giorno dopo mentre mio padre era in casa. Scendo, raggiungo la devota sulla piazza della cattedrale, e la interrogo sopra la risata della notte scorsa. - Voi avete detto, ella rispose, cose spiritose; la mia padrona ha riso, poiché non è bigotta, ma risovvenendosi della sua verecondia ha chiuso la finestra. Seguitate, seguitate, ella soggiunse, e non temete. - Avevo qualche altra cosa da dirle; ma - Orsù, ella riprese, è tardi, non voglio perder la Messa. - Vedevo bene che la Messa andava mal d’accordo col mestiere di mezzana, e costei non poteva essere che una civetta, com’era di fatto. Ma, essendo io innamorato, credetti di dovermela seco passar bene, e continuai per qualche tempo le mie conversazioni notturne; ma non più alla medesima finestra ove compariva la testa in cuffia da notte, bensì a un’altra molto distante. Ne chiesi la ragione. La signorina temeva la vicinanza della signora madre, ed ero perciò più riservato nei miei discorsi: mi si lanciava di tempo in tempo qualche espressione un po’ libera, e io con facilità rispondevo. Si udivano i soliti scrosci di risa, ma la finestra non si chiudeva più. Un giorno nel quale stimolavo Teresa perché mi procurasse un abboccamento diurno con la sua padrona, minacciandola di abbandonare tutto se non l’ottenevo, - State quieto, ella mi disse, vi penso al pari di voi; parlerò alla lavandaia di casa, che sta a Chiavris, distante mezzo miglio, ed è questo appunto il luogo ove spero di potervi rendere contento. Ma sentite, sentite, ella soggiunse, voi dovete conoscere le signorine; esse son capricciose; ve ne son poche che siano capaci di un perfetto disinteresse, e la mia padrona non è delle più generose. Se voi voleste farle un regaluccio, credo che quest’attenzione avvantaggerebbe molto il vostro affare. - Come, dissi, ella accetterebbe un regalo? - Non da voi, riprese la strega, ma se glielo presentassi io non lo ricuserebbe. - E che cosa potrei darle? - Ieri, vedete, non più lontano di ieri, la padroncina mi dimostrò il più gran desiderio di avere un finimento di quelle gioie di Vienna colorate, che sono ora di moda e che tutte le donne vogliono avere. - Dove si vendono? - Oh! non ce ne sono di belle in questo paese, bisognerebbe farle venire da Venezia: un finimento completo, croce, orecchini, collana e spilli. - Ma cara mia Teresa, avete sentito Messa? - Non ancora. - Andateci. - Come? ricusereste forse di obbligare una giovane amabile e graziosa, che amate, per la quale avete stima, e potreste un giorno possedere? - Calma, calma, v’intendo; avrò il finimento e ve lo darò in proprie mani. - E io lo presenterò alla padroncina, e voi la vedrete ornata con le gioie del suo caro Goldoni. - Del suo caro Goldoni? Credete che io sia caro alla signorina? - Un po’ lo siete e lo sarete di più. - Quando avrò regalato le gioie? - Sì, certamente. - Suvvia, la vostra padroncina le avrà. - Tanto meglio. - Teresa, buon giorno. - Addio, signore. Datemi un abbraccio. - (Che il diavolo ti porti.)

Vado a casa d’un orefice di mia conoscenza e gli do la commissione; la riceve, e in capo a quattro giorni giunge la cassetta. Che superbo finimento! costava però dieci zecchini, senza porto e spese di commissione. Vedo Teresa, le fo cenno; viene, prende la cassetta e la porta seco; il giorno appresso, che era domenica, vado in chiesa, e mi si presenta subito all’occhio la signorina guarnita delle mie gioie, che imitavano per eccellenza i rubini e gli smeraldi.

Ero contento come un re; ma intanto la signorina non mi aveva fatto l’occhio dolce come avrei desiderato, non mi aveva dato alcun segno di soddisfazione, e gli abboccamenti notturni erano stati sospesi da qualche giorno a motivo di alcune ciarle del vicinato. Teresa non mancò di venire a trovarmi, e dirmi le più belle cose del mondo da parte della sua padrona; e siccome le feci comprendere che esigevo qualcosa di più, m’invitò a Chiavris il giovedì seguente, in casa della lavandaia, dove si riservava la signorina di darmi prova del suo affetto e riconoscenza. Bene, benissimo! a giovedì.

Il tempo mi sembrava molto lungo, e ruminavo giorno e notte. Qual prova di affetto dovevo mai aspettarmi? A vent’anni non manca la temerità. Insomma viene il giorno, mi porto alla casa della lavandaia e vi arrivo per primo. In capo a una mezz’ora vedo Teresa, sola; tremo di sdegno e la ricevo malissimo. Ella mi prega di calmarmi e mi fa salire in una soffitta, ove non vi era che un letto molto sudicio e una sedia di paglia strappata; la sollecito a parlarmi, a dirmi, ed ella mi prega di nuovo di calmarmi e ascoltarla. - Ahimè! mio caro amico, ella disse, sono disgustatissima della mia padrona; dopo la attenzioni che voi avete avuto per lei, dopo avermi promesso, manca di parola, trova pretesti per non venir meco. - Come! dissi interrompendola, trova pretesti? non verrà? Si burla forse di me? - Uditemi sino al termine, riprese la furba; ne sono offesa quanto voi e più di voi, poiché la figura che ella mi fa fare è di tal conseguenza da mettermi in desolazione. - Poneva nel discorso un calore e una veemenza sì straordinaria, che la credetti veramente penetrata di zelo per me, e cercavo di calmarla. Cambiò realmente tono, e prendendo un’aria tenera e patetica, continuò dicendomi: - Udite, voglio porvi davanti agli occhi tutti i tratti di perfidia di questo piccolo mostro che ci ha ingannato. Sapeva l’ingrata, sì sapeva, che avevo inclinazione per voi. Mi rimproverò da principio una passione che avevo nutrito in cuore, obbligandomi a sacrificare per lei le mie brame e le mie speranze, e m’incaricò di adoperarmi presso di voi in suo favore. Il mio stato, la mia docilità, il mio carattere m’impegnarono; feci sforzi che mi son costati sospiri e lacrime; e preparata come già ero a vedervi felice a mie spese, m’inganna, mi dichiara la sua indifferenza per voi e mi ordina di non parlargliene più. - Gridai allora preso dalla collera: - E le mie gioie? - Teresa grida ancor più forte di me: - Le tien chiuse. - Confesso schiettamente, che i dieci zecchini che avevo spesi davano molto impulso al mio risentimento, non meno che le notti che avevo passato, le speranze concepite e il rossore di vedermi ingannato. Ero sul punto di dar nelle furie; ma la saggia e prudente Teresa mi prende per la mano e volgendo verso me i suoi languidi sguardi: - Mio caro amico, mi disse, siamo stati entrambi ingannati: bisogna vendicarsi, e rendere all’ingrata il disprezzo che merita: io son pronta a lasciarla in questo punto, e per poco che vogliate fare per me, io non avrò mai altra ambizione che di nutrir affetto per voi. - Tutto questo discorso mi sbalordì; non me l’aspettavo, ma cominciai ad aprir gli occhi. - Voi dunque mi amate, cara zitella mia, tranquillamente le dissi. - Sì, rispose abbracciandomi, vi amo con tutto il cuore, e son pronta a darvene le prove più convincenti. - Vi sono molto grato, risposi; datemi dunque tempo di riflettere, e saprete la mia maniera di pensare. - Dopo un secondo abbraccio ci lasciammo, prendendo ognuno diversa strada.

Arrivato in città, vado subito in casa di una crestaia che conoscevo, e ch’era quella della signorina C***. Mi ero imbattuto in lei in qualche luogo di divertimento, avevo scherzato seco sulla mia avventura, e mi pareva adatta a ciò che volevo fare. Le raccontai la mia storia dal principio alla fine, la pregai di sciogliere il nodo, e le promisi uno zecchino se arrivava a scoprirmi la verità. Prese con piacere l’impegno e vi riuscì a meraviglia, talchè dopo tre giorni mi posi al fatto di tutto con la maggior chiarezza e col miglior garbo che potessi desiderare. Fatto questo, vidi Teresa, le diedi appuntamento in casa della lavandaia e vi andai di buon’ora per arrivarvi il primo; condussi con me tre persone in un cabriolet, e le nascosi dietro un canto dello stanzone ove si facevano i bucati. Avevo concertato l’affare con la padrona della casa, ed ero sicuro del fatto. Ecco che giunge Teresa, contenta di me. Voleva salire: - No, no, le dissi, andiamo sotto il pergolato, respireremo miglior aria. - Ivi assisi sull’erba, vuole incominciare a parlarmi della sua padrona e prorompe in nuove invettive. Io le tronco la parola; e con tono serio e importante: - Non si tratta più, dissi, della signorina C***, ora non si tratta che di Teresa, ch’è un’indegna e mi ha ingannato. - A queste parole sembra sbalordita e si sforza di piangere: le rammemoro alcuni tratti della sua malignità, ella nega tutto, e vanta la sua innocenza. Fo allora uscire le tre persone che avevo nascoste: Teresa nel veder la crestaia, cessa di fare smorfie e prende l’aria di sfacciataggine, dicendo ad alta voce: - Ah civetta, tu mi hai tradita! - Quindi, indirizzando a me il suo discorso: - Sì, signore, mi dice arditamente, vi ho ingannato, non ve lo nascondo. - A tali parole comincia ciascuno a ridere, e io fremo di rabbia. - Aspetta scellerata, le dico allora. Qui voglio fare il tuo processo verbale. Chi scrisse la prima lettera che mi consegnasti? - Essa risponde ridendo - Io. - A chi parlai in strada per più notti? - A me. - E lo scroscio di risa? - Veniva da me. - Fosti tu a chiudere la finestra? - No, fu la mia padrona che si burlava di voi. - La tua padrona d’accordo con te? - Sì, poiché vi credeva mio amante. - Io tuo amante? - Non ero forse conveniente per voi? - Sfacciata! - E le mie gioie? - Le gode la mia padrona. - Come? - Le ha pagate. - A chi? - A me. - Ah ladra! - Avevo voglia di romperle la faccia: mi assistè la prudenza. Pago di averle tolta la maschera, mi rivolgo ai testimoni della sua indegnità e dico: - L’abbandono a voi: sia ricolmata di rossore e di disprezzo; la sua padrona sarà informata del suo procedere. - Compiuta così la mia vendetta, parto soddisfatto.

CAPITOLO XVII.

Viaggio a Gorizia e Vipacco. - Piacevole divertimento campestre. - Corsa in Germania.

Non vidi più l’iniqua strega. Seppi dalla crestaia ch’era stata licenziata, e si credeva fosse partita dalla città. Per riparare al tempo perduto, feci conoscenza con la figlia di un acquacedrataio, con la quale incontrai assai meno difficoltà, ma molto più pericolo. Toccai di volo questo secondo aneddoto friulano nell’edizione del Pasquali, e ho perciò creduto di doverne parlare affinché non si pensi che abbia fatto racconti a capriccio. Ma siccome il caso non merita troppo di occupare i lettori, passerò sotto silenzio i particolari e dirò solo che corsi i più grandi rischi, che mi si voleva ingannare in maniera molto più seria, e che ritornando in me stesso me ne sbrogliai ben presto per andare a unirmi con mio padre.

Era alloggiato a Gorizia in casa dell’illustre suo malato, il conte Lantieri, luogotenente generale degli eserciti dell’Imperatore Carlo VI, e ispettore delle truppe austriache nella Carniola e nel Friuli tedesco. Fui benissimo accolto da quell’amabile signore, che era la delizia del suo paese. A Gorizia non facemmo lunga permanenza, ma passammo di lì a poco a Vipacco, borgo considerabilissimo nella Carniola, alla sorgente di un fiume da cui prende nome, feudo della casa Lantieri. Vi passammo quattro mesi col maggior diletto del mondo. In quel paese i signori si fanno visita in famiglia; genitori, figli, maestri, persone di servizio, cavalli, tutto si mette in moto in una volta e tutti son ricevuti e han quartiere. Si vedono spesso trenta padroni in un medesimo castello, ora in casa di alcuni ora in casa d’altri; il conte Lantieri però, che era considerato malato, non andava in alcun luogo e riceveva tutti.

La sua tavola non era delicata, ma copiosissima. Mi ricordo ancora del piatto di arrosto, che era il piatto d’etichetta: un quarto di montone o di capriolo, o un petto di vitella ne faceva la base; vi eran sopra lepri o fagiani con un ammasso di starne, pernici, beccaccini e tordi, e terminavano la piramide lodole e beccafichi. Questo bizzarro insieme era subito distribuito; appena giunto, andavano in giro gli uccelletti; ora questi ora quelli tiravano a sé la selvaggina per tagliarla, e gli amatori delle carni ne vedevano allo scoperto grossi pezzi, che vieppiù aguzzavano l’appetito.

Era pure d’etichetta portare tre minestre in ogni pranzo: una zuppa con contorni, un’altra zuppa d’erbe nella prima portata, e orzo mondo tra i piatti di mezzo; e si condiva quest’orzo col sugo dell’arrosto, e mi si diceva che ciò conferiva molto alla digestione. I vini erano eccellenti; vi era un certo vino rosso, che si chiama fabbrica figli e dava motivo a graziose lepidezze. Quello che m’infastidiva un po’ erano i brindisi che bisognava indirizzare ogni momento. Il giorno di san Carlo, il primo fu per sua Maestà Imperiale, e furono presentati a ciascuno dei commensali in tale occasione certi vasi da bere di una specie del tutto singolare. Era questa una macchina di vetro dell’altezza di un piede, composta di diverse palle che andavano degradando, e ch’erano separate da tubi; terminava in un’apertura bislunga che si presentava comodissima alla bocca, e dalla quale si faceva uscire il liquore. Si empiva il fondo di questa macchina, che si chiamava glo glo, avvicinandone poi la sommità alle labbra e tenendo elevato il gomito; il vino che passava per i tubi e le palle faceva un suono armonioso; onde tutti i commensali, tutti insieme, formavano un accordo del tutto nuovo e piacevolissimo. Non so se in quel paese persistano ancora tali usanze: tutto varia, e ivi pure potrebbe essere variato il costume; ma se vi fossero in quei paesi persone del tempo antico, come me, avranno forse caro che ne abbia risvegliato in loro la rimembranza.

Il conte Lantieri era contentissimo di mio padre, poiché andava molto migliorando ed era prossimo alla guarigione. Aveva inoltre riguardi per me, e per procurarmi distrazione fece mettere in ordine un teatro di marionette, ch’era quasi in abbandono, ma molto ben corredato di figure e di decorazioni.

Io ne profittai e divertii la compagnia con la rappresentazione di un grand’uomo, fatta espressamente per i comici di legno; era lo Starnuto di Ercole di Pier Iacopo Martelli bolognese.

Quest’uomo celebre era il solo che avrebbe potuto lasciarci un teatro completo, se non avesse avuto la follia d’immaginare certi versi di nuovo genere per gl’Italiani, di quattordici sillabe rimati due a due, come i versi francesi a un dipresso. Parlerò dei versi martelliani nella seconda parte di queste Memorie poiché, a dispetto della loro proscrizione, mi son preso il diletto di farli trovar buoni cinquant’anni dopo la morte del loro autore. Martelli aveva dato in sei volumi composizioni drammatiche d’ogni genere possibile, cominciando dalla tragedia più grave fino alla farsa dei burattini, da lui detta bambocciata, il cui titolo era Lo Starnuto di Ercole. L’autore col brio della sua immaginazione inviava Ercole nel paese dei Pigmei; questi piccini, sbigottiti alla vista di una montagna animata che aveva gambe e braccia, si nascondevano nei loro buchi. Un giorno in cui Ercole, sdraiato nell’aperta campagna, dormiva tranquillamente, i timidi abitanti uscirono dai loro ricoveri; armati di spine e di giunchi salirono sopra l’uomo mostruoso e lo coprirono da capo a piedi, come farebbero le mosche assediando un pezzo di carne putrefatta. Si sveglia Ercole; sente roba nel naso, starnuta; i suoi nemici cascano da ogni banda, ed ecco terminata la rappresentazione. Vi si trova disegno, condotta, intreccio, catastrofe, accidenti; lo stile è buono e ben mantenuto; i pensieri, i sentimenti, tutto è proporzionato alla corporatura dei personaggi; i versi pure sono corti: tutto annuncia i Pigmei. Bisognò fare un burattino gigantesco per il personaggio d’Ercole: insomma tutto ebbe buon effetto, e il divertimento riuscì molto piacevole. Scommetterei di essere stato il solo che abbia immaginato di eseguire la bambocciata del signor Martelli.

Terminate le rappresentazioni, e la cura del conte Lantieri andando di bene in meglio, mio padre cominciò a discorrere di ritornarsene a casa. Mi si propose di fare un giro col segretario del conte, ch’era incaricato di commissioni del suo padrone. Mio padre mi accordò quindici giorni di assenza, e si partì per la posta in un calessino a quattro ruote. Arrivammo di primo lancio a Leiback, capitale della Carniola, sopra un fiume dello stesso nome. Non vidi altro di straordinario che certi gamberi di una bellezza meravigliosa, grandi quanto le aragoste, essendovene alcuni della lunghezza di un piede. Di là passammo a Graz, capitale della Stiria, ove trovasi un’antichissima e celeberrima università di maggior concorso che quella di Pavia, essendo i Tedeschi molto più studiosi e meno dissipati degl’Italiani. Avrei volentieri gradito di poter spingere il mio viaggio fino a Praga, ma il mio compagno di viaggio e io eravamo affrettati, lui dagli ordini del padrone e io da quelli di mio padre. Tutto quel che potemmo fare fu di non ritornare per la medesima strada; traversammo la Carinzia e vedemmo Trieste, considerabile porto di mare sull’Adriatico; di là passammo per Aquileia e Gradisca, e ci restituimmo a Vipacco due giorni più tardi di quel che ci era stato prescritto.

Subito che ritornai, mio padre prese congedo dal conte Lantieri, che gli regalò una rispettabile somma di denaro in ricompensa delle sue cure, unendovi una bellissima scatola col suo ritratto e un orologio d’argento per me. Un giovane della mia età doveva essere molto contento d’avere un orologio d’argento. Oggi sdegnano di portarlo i lacchè. Nel prender la posta a Gorizia, pregai mio padre di preferire il cammino di Palmanova, che non avevo veduta; ma in sostanza lo facevo per non passar da Udine, ove l’ultimo fatto mi faceva temere qualche spiacevole incontro; vi acconsentì di buona voglia, e arrivammo all’ora del primo pranzo.

Palma, o Palmanova, è una delle più fortificate e considerevoli città d’Europa: appartiene ai Veneziani ed è il baluardo meglio difeso per i loro Stati dalla parte della Germania. Le fortificazioni sono così ben disposte ed eseguite, che i forestieri vanno a vederle per curiosità, come un capo d’opera di architettura militare.

La Repubblica di Venezia manda a Palma un provveditore generale per governarla. Questi presiede al civile, al criminale e al militare, e rende conto al Senato di tutto quello che può importare al governo. Andammo a far visita al provveditore generale, che mio padre aveva conosciuto a Venezia. Il degno senatore ci ricevè con molta bontà: aveva veduto la mia quadragesima poetica e mi fece le sue congratulazioni; ma, guardandomi con un amaro sogghigno, mi disse che le prediche del padre Cattaneo, da quello che appariva, mi avevano poco santificato, facendomi comprendere che era informato delle ultime mie imprudenze; né questo era molto difficile, data la vicinanza dei luoghi. Ne ebbi rossore e mio padre, che se ne accorse, me ne chiese ragione. Risposi che non avevo capito nulla, ed egli non insistè sull’argomento. Restammo a cena in casa di sua eccellenza, e di lì partimmo il giorno appresso. Avvicinandoci al Tagliamento, che dovevamo ripassare, ci fu detto che il torrente era furiosamente straripato e non era possibile attraversarlo. Siccome non eravamo troppo lontani da Udine, mio padre pensò di andare ad aspettare tranquillamente in quella città che le acque del torrente ritornate fossero al naturale loro stato. Udine mi faceva spavento, e vi trovavo mille difficoltà. Mio padre insisteva, e io adducevo sempre nuove ragioni. Egli s’impazientiva; smontammo in un’osteria e vi si fece refezione a guisa di pranzo; quivi combinando mio padre i discorsi del generale di Palma con quelli che facevo per non ripassare da Udine, mi strinse a tal segno che mi trovai obbligato a manifestargli più modestamente che potei tutto ciò che mi era accaduto. Si divertì dell’avventura di Teresa, mi consigliò a ricavarne profitto per diffidare del carattere delle donne sospette; ma circa il caso dell’acquacedrataia, parlandomi più da amico che da padre, mi fece rilevare i miei errori, e mi fece piangere. Finalmente fummo per buona sorte avvisati che il Tagliamento era in stato da potersi guadare, onde riprendemmo il viaggio che avevamo interrotto

CAPITOLO XVIII.

Ritorno a Chioggia. - Partenza per Modena. - Orribile spettacolo. - Malinconie. - Guarigione a Venezia.

Arrivammo a Chioggia e fummo ricevuti come una madre riceve un figlio caro, e come una buona moglie accoglie il diletto consorte dopo una lunga assenza. Ero contentissimo di rivedere la virtuosa mia madre, per la quale avevo un tenero affetto. Dopo essere stato sedotto e ingannato, avevo bisogno di riscuotere amore. È vero che di specie assai diversa era quest’amore; ma nell’aspettativa di poter gustare le delizie di una passione onesta e gradevole, l’amor materno faceva la mia consolazione. Ci amavamo entrambi; ma qual differenza dall’amore di una madre per suo figlio a quello di un figlio per sua madre! I figli amano per gratitudine; le madri per impulso di natura, e l’amor proprio non ha la minima parte nel loro tenero affetto. Amano i frutti del loro coniugale amore, concepiti con soddisfazione, portati con pena nel seno e messi al mondo con tanto tormento; li hanno veduti crescere di giorno in giorno, hanno goduto i primi tratti della loro innocenza, e si sono assuefatte ad averli sempre avanti agli occhi, ad amarli, a prenderne cura. Io sono perfin di parere che quest’ultima ragione prevalga su tutte le altre, e che una madre non avrebbe meno amore per un figlio che le fosse stato barattato a balia, se lo avesse ricevuto in buona fede per suo, se si fosse presa il pensiero della sua prima educazione, e si fosse assuefatta ad accarezzarlo, a tenerselo caro.

Ecco una digressione estranea a queste Memorie; qualche volta ho voglia di ciarlare, e senza tener dietro allo spirito, mi curo soltanto dell’analisi del cuore umano. Riprendiamo il filo del discorso.

Ricevè mio padre una lettera da suo cugino Zavarisi, notaio a Modena, ed eccone il contenuto. Il duca aveva rimesso in vigore un antico editto, col quale era proibito a qualunque possessore di fondi e beni stabili di assentarsi dai suoi Stati senza permesso, e tal permesso costava caro. Il signor Zavarisi diceva inoltre nella sua lettera che, essendo andate a vuoto a riguardo mio le nostre mire per Milano, consigliava mio padre di inviarmi a Modena, ove vi era un’università come a Pavia, ove compiere i miei studi di legge, ottener laurea e finalmente patente di avvocato. Questo buon parente, che ci era veramente affezionato, ricordava a mio padre che i nostri antenati avevano sempre tenuto cospicui posti nel ducato di Modena, che avrei potuto far rivivere l’antico credito della famiglia ed evitare nel tempo stesso la spesa di un permesso che bisognava rinnovare ogni due anni, dicendo infine che si sarebbe addossato lui stesso la cura della mia persona, e mi avrebbe cercato una buona e onesta dozzina. Eravi poi un poscritto col quale dichiarava di aver posto gli occhi su di me per un ottimo accasamento. Questa lettera diede motivo a molti ragionamenti e a un’infinità di pro e contro tra mia madre e il mio genitore. La vinse il padrone, e fu deciso che partissi speditamente col corriere di Modena. Vi sono a Venezia corrieri che corrono, e corrieri che non corrono. I primi si chiamano corrieri di Roma, i quali ordinariamente non vanno che a Roma e Milano; straordinariamente poi dappertutto dove la Repubblica li spedisce. Questi impieghi sono stabiliti fino al numero di trentadue, e godono qualche considerazione fra la cittadinanza. Rispetto agli altri corrieri, però, la cosa è molto diversa, non essendo essi che semplici conduttori di barche da trasporto pagati dai noleggiatori; sono peraltro in grado di avanzare la lor sorte col profitto che ricavano dai ripostigli delle barche, ove tengono in custodia i diversi involti che ricevono. Son comodissime queste barche, e sono in numero di cinque: di Ferrara, di Bologna, di Modena, di Mantova e di Firenze. Vi si può avere il vitto, volendo, con tutta la convenienza; e il prezzo è discretissimo. Il solo inconveniente è di dover mutare barca tre volte in uno stesso viaggio. Ogni Stato per dove debbon passare questi corrieri pretende aver diritto di impiegare le proprie barche e i propri marinai, non avendo mai pensato i diversi Stati limitrofi a un provvedimento che ridondi a vantaggio comune senza incomodare i passeggeri. Desidero che i padroni del Po leggano le mie Memorie, e profittino dell’avviso.

Eccomi dunque nella barca corriera di Modena, dove eravamo quattordici passeggeri: il nostro condottiero, chiamato Bastia, era un uomo molto avanzato in età, molto magro e di burbera fisonomia; onestissimo peraltro, e nel tempo stesso devoto.

Fummo trattati tutti insieme nel primo desinare all’albergo, ove il padrone della barca fece la provvisione necessaria per la cena, che si fa in viaggio.

Al farsi della notte si accendono due lampioni che illuminano dappertutto; quand’ecco il corriere compare in mezzo a noi colla corona in mano, e ci prega e ci esorta garbatamente a recitare in sua compagnia una terza parte del rosario e le litanie della Madonna. Ci prestammo quasi tutti alla religiosa insinuazione, e ci distribuimmo da due lati per spartirci i Pater e Ave che si recitavano con molta devozione. In un canto della barca vi erano tre dei nostri compagni di viaggio, che col cappello in testa sconciamente ridevano, ci contraffacevano e si burlavano di noi. Accortosene Bastia, pregò questi signori d’avere almeno convenienza, non volendo aver devozione. I tre incogniti gli ridono sul muso, e Bastia soffre, né fa più parole, non sapendo con chi avesse da fare; ma un marinaio che li aveva riconosciuti dice al corriere che quelli erano tre Ebrei. Bastia monta in furia, e va gridando come un indemoniato: - Come! Voi siete Ebrei, e a desinare avete mangiato porco? - A questa uscita inaspettata ciascuno incomincia a ridere, gli Ebrei inclusi. Bastia séguita avanti, dicendo: - Compiango quei disgraziati che non conoscono la nostra religione, ma disprezzo quelli che non ne osservano alcuna. Voi avete mangiato porco, siete birbanti. - A tal discorso gli Ebrei in furia si scagliano addosso al conduttore; prendemmo allora il giusto partito di difenderlo, e forzammo gli Israeliti a starsene da loro. Interrotto il rosario, fu rimesso al giorno dopo. Cenammo con molta allegria, ci coricammo sui materassi, e non ci fu nulla di straordinario nel resto del viaggio. Vicino a Modena mi domandò Bastia ove andavo ad alloggiare; per vero dire, non lo sapevo neppur io, dovendo cercarmi la dozzina il signor Zavarisi. Bastia allora mi pregò di andare a star con lui; sperava, avendo conoscenza col medesimo, che egli l’avrebbe approvato, come effettivamente fece mio cugino; onde andai a stare in casa di questo corriere che non correva. Era una casa di devoti. Il padre, il figlio, le ragazze, la nuora, i bambini avevan tutti la più gran devozione. Veramente non mi divertivo, ma siccome erano gente buona, che viveva con saviezza e in pace, ero pienamente soddisfatto delle loro attenzioni: si rende infatti sempre stimabile chi adempie i doveri dell’umana società. Mio cugino Zavarisi, contentissimo di avermi vicino, mi presentò subito al rettore dell’università, e mi condusse in casa di un celebre avvocato del paese, dal quale dovevo istruirmi nella pratica e dove presi il mio posto nell’atto. Eravi in questo studio un nipote del celebre Muratori, il quale mi procurò la conoscenza di suo zio, uomo fondato in ogni genere di letteratura, che faceva tant’onore alla sua nazione e al suo secolo, e che sarebbe stato cardinale, se avesse sostenuto meno nei suoi scritti gl’interessi della casa d’Este. Questo nuovo compagno mi fece vedere tutto ciò che vi era di più bello nella città. Il palazzo ducale, tra l’altre cose, è della più gran bellezza e magnificenza, e la collezione di pitture sì preziosa, ch’esisteva in Modena ancora in quel tempo e che il re di Polonia comprò al prezzo considerevole di centomila zecchini. Ero curioso di vedere la famosa secchia che fu il soggetto della Secchia Rapita del Tassoni. La vidi nel campanile della cattedrale, ove sta sospesa perpendicolarmente a una catena di ferro. Mi divertii molto, e credei che il soggiorno di Modena fosse per convenirmi, a motivo della conversazione delle persone di lettere di cui abbonda, e della frequenza dei divertimenti teatrali che vi si danno, non meno che per la speranza che avevo di risarcirvi le mie perdite.

Ma uno spettacolo orribile da me veduto pochi giorni dopo il mio arrivo, una tremenda cerimonia, una pompa di religiosa giurisdizione, mi ferì l’animo sì fortemente che rimase turbato il mio spirito, restarono agitati i miei sensi. Vidi in mezzo a una folla di popolo un palco eretto all’altezza di cinque piedi, sopra il quale compariva un uomo a testa nuda con le mani legate. Era questi un abate di mia conoscenza, uomo di lettere coltissimo, celebre poeta, conosciutissimo, e che godeva di somma stima in Italia; era l’abate J. B. V. Un religioso teneva un libro in mano, un altro interrogava il paziente, e questi rispondeva con risentimento. Gli spettatori battevano le mani e lo incoraggiavano; crescevano intanto gl’ingiuriosi modi e i rimproveri, e l’uomo infamato fremeva. Non potei più reggere; partii pensoso, stordito, agitato, e la malinconia tornò subito ad assalirmi: rientro in casa, mi serro nella stanza immerso nelle riflessioni più cupe e umilianti sull’umanità. Grande Iddio! dicevo allora a me stesso: a quali cose noi siamo sottoposti in questa vita fugace che siamo astretti a trascinare! Ecco un uomo accusato di aver tenuti discorsi scandalosi con una donna, che formava la sua delizia. Chi lo ha denunziato? La donna medesima. Oh cielo! non basta l’esser disgraziato per esser punito? Riandai la serie di tutti gli avvenimenti accadutimi, e che avrebbero potuto essermi dannosi: la malata di Chioggia, la cameriera, la friulana acquacedrataia, la satira di Pavia, e altre mancanze delle quali avevo da rimproverarmi. Mentre ero nelle mie tristi meditazioni, ecco il vecchio Bastia, che avendo saputo del mio ritorno, viene a propormi di andare a recitare il rosario con la sua famiglia. Avendo bisogno di distrazione, accettai con piacere; dissi il rosario con molta devozione, e vi trovai il mio contento.

Fu portato da cena, e si parlò dell’abate V. Io dimostrai l’orrore che mi aveva fatto quell’apparecchio: il mio ospite, ch’era del partito della società secolare di questa giurisdizione, trovò la cerimonia magnifica ed esemplare. Gli domandai come lo spettacolo era andato a terminare; mi rispose, che l’orgoglioso era stato umiliato; finalmente il pertinace aveva ceduto, era stato obbligato a confessare ad alta voce tutti i delitti, a recitare una formula di ritrattazione che gli fu presentata, e aveva avuto la condanna a sei anni di prigione. La vista terribile dell’uomo oppresso non mi lasciava mai; non vedevo più alcuno, andavo ogni giorno alla messa con Bastia, alla predica, alle orazioni della sera, agli uffizi con lui; era contentissimo di me, e cercava di fomentare in me quello spirito di religione che compariva in tutte le mie azioni e nei miei discorsi, con racconti di visioni, miracoli e conversioni.

Il partito era preso; avevo con fermezza risoluto di entrar nell’ordine dei cappuccini. Scrissi a mio padre una lettera molto studiata, che non aveva però senso comune, e lo pregai d’accordarmi il permesso di rinunciare al mondo e d’imbacuccarmi in un saio. Mio padre, che non era balordo, si guardò dal contrariarmi, mi lusingò anzi molto e parve contento dell’ispirazione che gli accennavo; mi pregò soltanto di andare da lui, ricevuta appena la sua lettera, promettendomi che tanto lui come mia madre nulla più gradivano che di soddisfarmi. A questa risposta, mi disposi alla partenza. Bastia che non doveva in quel giorno condurre la barca a Venezia, mi raccomandò al suo compagno ch’era per partire. Presi congedo dalla devota famiglia, mi raccomandai molto alle loro preghiere, e partii negl’impeti più fervorosi della contrizione. Arrivato a Chioggia, i miei cari genitori mi riceverono con carezze senza fine. Domandai loro la benedizione, me la diedero piangendo; parlai della mia nuova idea, non la disapprovarono. Mio padre mi propose di condurmi a Venezia, e io ricusai con devota franchezza; ma dicendomi che l’oggetto era di presentarmi al guardiano dei cappuccini, vi acconsentii con tutto il piacere. Andiamo a Venezia, vediamo i nostri parenti, i nostri amici, desiniamo in casa degli uni, ceniamo in casa degli altri. Mi procurano un sollazzo che non m’aspettavo; mi conducono alla commedia, e in capo a quindici giorni non si parla più di clausura. Si dissipano le mie malinconie e si rischiara la mente. Compiangevo sempre la persona che avevo veduta sul palco, ma riconobbi che non era necessario rinunziare al mondo per evitare simil sorte.

CAPITOLO XIX.

Sempre a Chioggia. - Assenza di mio fratello minore. - Nuovo impiego.

- Aneddoto di una religiosa e di un’educanda.

Mio padre mi ricondusse a Chioggia e mia madre, ch’era piena di pietà senza esser bigotta, fu molto contenta di rivedermi nella solita disposizione d’animo. Le divenivo sempre più caro e meritevole d’attenzione, a motivo dell’assenza del figlio minore. Mio fratello, destinato già per il militare, era partito per Zara, capitale della Dalmazia. Fu indirizzato al signor Visinoni, cugino di mia madre, capitano dei dragoni e aiutante maggiore dal provveditor generale di quella provincia, la quale appartiene alla Repubblica di Venezia. Questo bravo ufficiale, che tutti i generali che si succedevano a Zara volevano aver presso di sé, si era incaricato dell’educazione di mio fratello, che collocò in seguito nel suo reggimento.

Quanto a me, non sapevo che cosa diventare. Avevo provato all’età di ventun’anni tanti sinistri accidenti, mi erano accadute tante catastrofi singolari, tante avventure disgustose, che non mi facevo più alcuna illusione e non vedevo altro partito nel mio spirito che l’arte drammatica, che amavo sempre e che avrei intrapresa da gran tempo, se fossi stato padrone della mia volontà. Mio padre, dolente di vedermi divenuto lo scherzo della fortuna, non si perdé punto d’animo in certi casi, che divenivano seri per lui e per me. Aveva fatto spese considerabili e inutili per darmi uno stato, e avrebbe voluto procurarmi un impiego decente e lucroso, che non gli fosse di dispendio. Non era facile a trovarsi; lo trovò tuttavia, e tanto di mio genio che posi in dimenticanza tutte le perdite che avevo fatte, e non ebbi più nulla che mi rincrescesse.

La Repubblica di Venezia manda a Chioggia per governare un nobile veneziano col titolo di podestà; questo conduce seco un cancelliere criminale, impiego che corrisponde a quello di luogotenente criminale in Francia, e questo cancelliere deve avere nel suo ufficio un aiuto col titolo di coadiutore.

Questi posti sono più o meno lucrosi, secondo i luoghi in cui si esercitano; sono però sempre piacevolissimi, poiché si sta alla tavola del governatore, si fa conversazione con sua eccellenza, si vede ciò che vi è di più grande nella città e, per poco che uno lavori, se la passa molto bene. Mio padre godeva la protezione del governatore, che in quel tempo era il nobile Francesco Bonfadini, se la passava in ottima armonia col cancellier criminale, e conosceva bene il coadiutore. Alle corte, mi fece ricever per aggiunto a quest’ultimo. La durata dei governi veneti è determinata: si varian sempre in capo a sedici mesi. Quando entrai nel posto, n’eran già passati quattro; e poi, essendo io soprannumerario, non potevo pretendere verun emolumento; godevo bensì tutte le delizie della società, buona tavola, molto gioco, accademie, balli, festini. Era un impiego d’incanto; ma siccome non son cariche permanenti, ed è in arbitrio del governatore di darne la commissione a chi gli pare, vi sono alcuni di questi cancellieri che marciscono nell’inazione, e ve ne sono ancora di quelli che passano avanti agli altri e non hanno tempo di riposarsi. Il solo merito personale li fa ricercare, ma il più delle volte le protezioni la vincono. Ero prevenuto della necessità di assicurarmi una reputazione, e nella qualità di soprannumerario cercavo tutti i mezzi d’istruirmi e di rendermi utile. Il coadiutore non amava troppo il lavoro; io glielo risparmiavo quanto mi era possibile, e in capo a qualche mese mi resi abile al par di lui. Non tardò molto ad accorgersene il cancelliere, e senza passare per il canale del coadiutore mi dava commissioni spinose, e io ebbi la fortuna di accontentarlo. La procedura criminale è una lezione importantissima per la cognizione dell’uomo. Il colpevole cerca di nascondere il suo delitto o di diminuirne la bruttezza; egli è naturalmente avveduto, o lo diviene per timore; sa di dover fare con gente istruita, con gente del mestiere, ma pure non dispera di poterla ingannare. La legge ha prescritto ai criminalisti certe formule d’interrogazione che bisogna seguire, affinchè l’interrogatorio non sia fraudolento, e la debolezza e l’ignoranza non siano sorprese. Pure bisogna un po’ conoscere e procurar d’indovinare il carattere e l’interno dell’uomo che si deve esaminare e, tenendo la via di mezzo tra rigore e umanità, deve cercarsi lo svolgimento della verità senza violenza. Quello che più m’importava era il sunto del processo e la relazione per il mio cancelliere; dal qual sunto e dalla qual relazione dipendono il più delle volte lo stato, l’onore e la vita di un uomo. I rei son difesi, la materia è discussa, ma la prima impressione viene dal rapporto. Guai a quelli che fanno il sommario dei processi senza i necessari lumi, e le relazioni senza ponderazione! Né mi state a dire, caro lettore, che mi esalto: voi vedete, che quando cado in errore non me lo risparmio; convien dunque che io mi compensi, quando sono contento di me. I sedici mesi della residenza del podestà eran prossimi al loro termine. Il nostro cancellier criminale era già destinato a Feltre, e mi propose il posto di primo coadiutore, se volevo seguirlo; incantato da questa proposta, presi il tempo conveniente per parlarne a mio padre, e il giorno appresso furono fissate la nostre convenzioni. Finalmente eccomi stabilito. Fin allora non avevo guardato gl’impieghi che da lontano; possedendone uno, ch’era di mio piacere e mi conveniva, mi ero assolutamente proposto di non lasciarlo; ma l’uomo propone e Dio dispone.

Alla partenza del nostro governatore da Chioggia, ognuno si diede moto per fargli onore: i begli spiriti della città, se pur ve n’erano, fecero un’adunanza letteraria, nella quale fu celebrato in versi e in prosa il pretore illustre che li aveva governati. Cantai io pure tutte le glorie dell’eroe della festa, e particolarmente mi estesi sulle virtù e qualità personali della signora governatrice. L’uno e l’altra avevano molta bontà per me, e a Bergamo, ove lo li ho veduti in carica qualche tempo dopo, e a Venezia, ove sua eccellenza era stato insignito del grado di senatore, mi hanno sempre onorato della loro protezione.

Tutti partirono; io restai a Chioggia, aspettando che il signor Zabottini (questo era il nome del cancelliere) mi chiamasse a Venezia per il viaggio di Feltre. Avevo sempre coltivato la conoscenza delle religiose di San Francesco, ove si trovavano bellissime educande, e la signora B. ne aveva una sotto la sua direzione, bellissima, ricchissima e amabile. Essa mi sarebbe moltissimo andata a genio; ma la mia età, il mio stato, la mia fortuna non potevano permettermi di accarezzare una tale idea. La religiosa per altro non mi toglieva di speranza, e quando andavo a trovarla, non mancava mai di far scendere la signorina al parlatorio. Sentivo che mi ci sarei affezionato, e la direttrice ne pareva contenta; pure io non sapevo persuadermene. Un giorno però le parlai della mia inclinazione e del mio timore; mi fece coraggio, e mi confidò il segreto. Quella signorina aveva del merito e dei beni; ma vi era dell’oscuro sopra la sua nascita. Questo piccolo difetto è nulla, diceva la dama velata; la giovane è savia e ben educata, vi sto garante del suo carattere e della sua condotta. Ha un tutore, continuò a dire, e bisognerà guadagnarselo, ma lasciate fare a me. È vero che questo tutore, vecchissimo e rovinato nella salute, ha qualche pretesa sopra la pupilla, ma ha torto, e siccome in questo ci ho interesse ancor io, lasciate fare a me - replicò di nuovo - disporrò le cose per il meglio. - Confesso, che dopo questo discorso, dopo questa confidenza e incoraggimento, cominciai a credermi felice. La signorina N. non mi vedeva di malocchio, e io guardavo la cosa per fatta. Tutto il convento si era accorto della mia inclinazione per l’educanda, e vi furono delle signorine che, conoscendo gl’intrighi del parlatorio, ebbero pietà di me e mi posero al fatto di ciò che succedeva; ed ecco come. Le finestre della mia camera corrispondevano per l’appunto dirimpetto al campanile del convento. Vi si erano spartite nel fabbricarlo diverse vetrate cieche, attraverso le quali si vedeva confusamente la figura delle persone che vi si accostavano. Avevo veduto più volte a queste aperture, che erano lunghi quadrati, delle figure e dei cenni; potei comprendere col tempo che questi segni indicavano le lettere dell’alfabeto, che si formavano delle parole, e che si poteva parlar da lontano; avevo quasi ogni giorno mezz’ora di questa muta conversazione, i cui discorsi peraltro erano savi e decenti.

Col mezzo appunto di questo alfabeto, intesi che la signorina N. era per maritarsi col suo tutore. Sdegnato dalla maniera di procedere della dama B., andai a trovarla il giorno dopo, risolutissimo a esternarle tutto il mio risentimento. Chiamata, ella viene, mi guarda fissamente e accorgendosi che ho del rancore, avveduta com’era, non mi dà tempo di parlare, mi attacca per prima con vigore e con una specie d’impeto.

- Ebbene, signore, mi disse, voi siete dolente, vi conosco al viso. - Volevo parlare, ella non mi ode, rinforza la voce, e continua: - Sissignore, la signorina N. si marita, ed è per sposarsi col suo tutore. - Volevo alzar la voce anch’io: - Zitto zitto, ella grida, ascoltatemi; questo matrimonio è opera mia: dopo le mie riflessioni l’ho secondato, e per causa vostra ho cercato di sbrigarlo. - Per causa mia? dissi. - Zitto, ella replica, conoscerete la condotta di una donna accorta, e che ha propensione per voi. Siete voi, proseguì, siete voi in stato di prender moglie? No, per cento ragioni. La signorina doveva aspettare il vostro comodo? No: non n’era padrona, bisognava maritarla. L’avrebbe potuta sposare un giovane, e voi l’avreste perduta per sempre. Si marita a un vecchio, a un uomo cagionevole e che non può vivere a lungo; e benché io non conosca i piaceri e disgusti del matrimonio, pure so che una moglie giovane deve abbreviar la vita di un marito vecchio; e così voi possederete una bella vedova, che non avrà avuto di moglie che il nome. State dunque quieto su questo punto, essa avrà avvantaggiati i suoi interessi, sarà molto più ricca che non è attualmente; frattanto voi farete il vostro viaggio. Né abbiate timore alcuno riguardo a lei: no, mio caro amico, non temete; ella vivrà nel mondo col suo vecchione, e io veglierò sempre sulla sua condotta. Sì, sì, ella è vostra, ve ne sto garante, e vi do la mia parola d’onore. -

Ecco la signorina N. che giunge e si accosta alla grata. La direttrice mi dice con aria di mistero: - Congratulatevi con madamina per il suo matrimonio. - Non posso più reggere; fo la mia riverenza e me ne vado senza dir altro. Non vidi più né la direttrice né l’educanda, e grazie a Dio non tardai molto a scordare tutte e due.

CAPITOLO XX.

Arrivo a Feltre. - Compagnia di comici. - Spettacolosa comitiva.

- Prime opere comiche. - Amori.

Non appena ricevetti la lettera d’avviso per andare a Feltre, feci partenza da Chioggia accompagnato da mio padre, e andai con lui a Venezia a presentarmi a sua eccellenza Paolo Spinelli, nobile veneziano, podestà o governatore, che dovevo seguire. Andammo inoltre a far visita al cancelliere Zabottini, sotto i cui ordini ero per intraprendere le mie occupazioni. Lasciai Venezia pochi giorni dopo, e arrivai in capo a quarantott’ore al luogo di residenza.

Feltre è una città che fa parte della Marca Trevisana, provincia della Repubblica di Venezia, sessanta leghe distante dalla capitale, e ha vescovado e molta nobiltà. La città è montuosa, scoscesa e talmente in ombra di neve in tutto l’inverno che, le porte delle abitazioni nelle strade più anguste rimanendo chiuse dal ghiaccio, bisogna uscire per le finestre dei primi piani. Si attribuisce tra l’altro a Cesare il seguente verso latino: Feltria perpetuo nivium damnata rigori.

Qui giunto prima degli altri al fine di ricevere dal mio predecessore la consegna degli archivi e dei processi incominciati, intesi con piacevole stupore che vi era in città una compagnia di comici, fatta venire dal passato governatore e che contava di dare alcune rappresentazioni all’arrivo del nuovo. Il direttore di questa compagnia era Carlo Veronese, quello stesso che trent’anni dopo venne a Parigi a recitar le parti di Pantalone nella commedia italiana, conducendo seco le due figlie, la bella Carolina e la graziosa Camilla. La compagnia non era cattiva; il direttore, malgrado il suo occhio di vetro, sosteneva le parti di primo amoroso, e rividi con piacere quel Florindo dei Maccheroni da me conosciuto a Rimini, che per esser vecchio non recitava se non da re nella tragedia, da padre nobile nella commedia.

Quattro giorni dopo giunse il governatore in compagnia del cancelliere e di un altro ufficiale di giustizia col titolo di vicario, il quale in questo paese, come in molti altri dello Stato veneto, unisce il suo voto nei giudizi e nelle sentenze a quello del podestà.

Misi pertanto da parte per qualche mese qualunque idea di piacere e divertimento, e mi occupai con serietà del lavoro, tanto più che dopo questo secondo governo, nel quale tenevo il posto di coadiutore, potevo aspirare a quello di cancelliere. Percorsi i fogli della cancelleria e, trovandovi una commissione del Senato trascurata dai miei predecessori, ne resi conto al mio principale, che giudicò l’affare importante e m’incaricò di continuarlo con tutto l’impegno.

Era questo un processo criminale originato da un taglio di legnami da costruzione fatto nelle foreste della Repubblica, ed erano implicate in questa colpa duecento persone. Abbisognando trasferirsi sul luogo per contestare il delitto, vi andai io medesimo con agrimensori e guardie, traversando dirupi, torrenti e precipizi Questo processo faceva grande strepito; era sottosopra tutto il paese, poiché da cent’anni si tagliavano i boschi impunemente; vi era perciò da temere qualche tumulto, che avrebbe forse potuto piombare su quel povero diavolo di coadiutore, da cui era stato svegliato il can che dormiva. Per buona sorte questo grandioso processo finì come il parto della montagna. La Repubblica si accontentò soltanto di garantire le sue boscaglie per il tempo a venire, il cancelliere non vi perdè nulla, e il coadiutore restò libero della sua paura. Poco tempo dopo mi s’incaricò di un’altra commissione molto più piacevole e di maggior diletto. Si trattava di un processo verbale da eseguirsi dieci leghe lontano dalla città, per una rissa accompagnata da una scarica d’armi da fuoco con ferite pericolose. Siccome questo era un paese piano, nel quale si cammina costeggiando sempre terre e abitazioni di campagna deliziose, impegnai parecchi miei amici a seguirmi; eravamo dodici, sei uomini e sei donne, con quattro servitori. Ciascuno era a cavallo, e impiegammo dodici giorni in questa piacevole spedizione. In tutto questo tempo non desinammo né cenammo mai nel medesimo luogo, e per dodici notti non si prese mai riposo in letto.

Andavamo spesso a piedi per strade amenissime, circondate di verdeggianti viti e ombreggiate da ramose piante di fico, facendo colazione col latte e qualche volta col quotidiano cibo dei contadini, che è la polenta di granturco, con la quale si facevano anche arrosti gustosissimi. Per tutto ove giungevamo si facevano feste, banchetti, allegrie; dove passavamo la sera, vi era ballo che durava tutta la notte, e le nostre donne sostenevano la loro parte al pari degli uomini. Si trovavano in questa compagnia due sorelle, una delle quali era maritata, l’altra no. Quest’ultima mi andava molto a genio; posso dire che per lei sola avevo messo insieme questo divertimento. Ella era savia e modesta, quanto sua sorella era matta; la singolarità del nostro viaggio ci somministrò il comodo di palesarci a vicenda i nostri sentimenti, onde divenimmo amanti l’uno dell’altra. Il mio processo verbale fu spedito in fretta, in due ore. Nel ritorno prendemmo una strada diversa per variare il piacere, ma all’arrivo a Feltre eravamo tutti avviliti, rovinati e rotti, talché io ne risentii per un mese e la povera Angelica ebbe la febbre per quaranta giorni.

I sei cavalieri della nostra cavalcata vennero a propormi un’altra sorta di divertimento. Nel palazzo del governo vi era una sala di spettacolo: avevamo voglia di cavarne profitto, e mi fecero l’onore di dirmi che soltanto a riguardo mio avevano concepito il disegno, e che perciò mi lasciavano padrone della scelta della rappresentazione e delle parti.

Feci loro i miei ringraziamenti, accettai la proposta, e col dovuto permesso di sua eccellenza e del mio cancelliere mi posi alla testa di questo nuovo passatempo. Avrei avuto desiderio che questo fosse del genere comico; ma poiché le arlecchinate non mi piacevano, e d’altro canto mancavano buone commedie, scelsi il genere tragico. Siccome in questo tempo si rappresentavano ovunque le opere del Metastasio senza musica, misi le ariette in recitativi, procurai di avvicinarmi meglio che potei allo stile di quel dilettevole autore, e scelsi per le nostre rappresentazioni la Didone e il Siroe. Feci la distribuzione delle parti, adattandole al personale dei miei attori, dei quali avevo piena cognizione; riservai per me le ultime, e feci benissimo, essendo nel tragico compiutamente cattivo.

Per buona sorte avevo composto due piccole rappresentazioni, vi recitai due parti di carattere e così riparai alla mia reputazione. La prima era il Buon Padre, la seconda la Cantatrice. L’una e l’altra si trovarono buone, e la mia maniera di recitare assai passabile per un dilettante. Vidi l’ultima di queste due composizioni a Venezia poco tempo dopo. Un giovane avvocato se n’era impadronito, la dava per sua e ne riceveva i complimenti; ma avendo avuto l’ardire di farla stampare sotto il suo nome, ebbe il dispiacere di vedere smascherato il suo plagio. Feci tutto quel che potei per impegnare la mia bella Angelica ad accettare una parte nelle nostre tragedie, ma non fu possibile; ella era timida, e poi non l’avrebbero permesso i suoi genitori. Venne bensì a vederci, ma questo piacere le costò molte lacrime, poiché era gelosa e soffriva molto nel vedermi in familiarità con le mie belle compagne.

La povera ragazza mi amava teneramente e con piena fiducia; l’amavo io pure con tutta l’anima, e posso dire che questa sia la prima donna che veramente abbia amato. Aspirava a divenir mia moglie, e tale sarebbe realmente divenuta, se alcune particolari e ben fondate riflessioni non mi avessero distolto. Sua sorella maggiore era stata una rara bellezza, e divenne brutta dopo i primi parti. La minore aveva la medesima carnagione, i medesimi lineamenti, ed era una di quelle delicate bellezze che l’aria stessa fa appassire, e che il minimo incomodo scompone: io n’ebbi un’evidente prova. La fatica del viaggio fatto insieme l’aveva enormente cambiata. Ero giovane; e se mia moglie dopo qualche tempo avesse perduta la sua freschezza, prevedevo quale sarebbe stata la mia disperazione. È vero che questo era troppo ragionare per un innamorato, ma o fosse virtù o debolezza o incostanza, lasciai Feltre senza sposarla.

CAPITOLO XXI.

Riflessioni morali. - Mutazione di stabilimento di mio padre.

- Imbarco per Ferrara. - Cattivo incontro. - Arrivo a Bagnacavallo.

- Viaggio a Faenza. - Morte del mio genitore.

Il distacco da quell’amabile oggetto, che mi aveva fatto gustare la prime delizie di un amore virtuoso, mi costò pena. Bisogna peraltro dire che l’amore non fosse di tempra molto vigorosa, poiché abbandonai la mia bella. Un po’ più di spirito, un po’ più di grazia, mi avrebbero forse fissato; ma non vi era che bellezza, e questa ancora mi appariva in declino: ebbi tempo di riflettere, e l’amor proprio prevalse sulla passione. Mi bisognava pertanto una distrazione, e ne ebbi di molte specie. Mio padre, che non sapeva fissarsi in nessun luogo (mania che per eredità ha lasciato a suo figlio) aveva mutato paese. Ritornando da Modena, ove si era trasferito per affari di famiglia, passò per Ferrara e qui gli fu proposto un vantaggiosissimo partito per andare a stabilirsi a Bagnacavallo, in qualità di medico con onorario fisso. L’affare era buono, accettò la proposta, e io dovevo riunirmi seco in tal luogo appena fossi libero.

Partito da Feltre, passai per Venezia senza fermarmi e m’imbarcai col corriere di Ferrara. Vi era in barca molta gente, ma mal combinata. Fra gli altri vi si trovava un giovane magro, pallido, con capelli neri, voce fessa e svantaggiosa fisonomia, figliuolo d’un macellaio di Padova, che faceva il grande. Si annoiava, il signore, e invitava tutti a giocare, ma nessuno gli dava retta; io solo ebbi l’onore di accomodar seco la partita. Mi propose subito un piccolo faraone tra noi soli, ma siccome il corriere non l’avrebbe permesso, ci determinammo a un gioco puerile chiamato calacarte Quello che ha più carte alla fine della mano vince una puglia, e quello che si trova ad avere ammassate più picche ne vince un’altra. Perdevo sempre le carte e non avevo mai picche nel mio gioco, sicchè, a trenta soldi la puglia, mi truffò due zecchini; ero almeno in questo sospetto; pagai per altro senza dir parola.

Arrivato a Ferrara e avendo bisogno di riposo, andai a prendere alloggio all’albergo di San Marco, ov’era la posta dei cavalli: mentre desinavo solo solo nella mia camera, ecco farmi visita il mio giocatore, che mi propone la rivincita. Ricuso; egli si burla di me, e tira fuor di tasca un mazzo di carte e una manciata di zecchini, proponendomi il faraone; io però insisto sempre nella negativa. - Andiamo, andiamo, egli disse, signore, avete il diritto di rifarvi; son galantuomo, voglio concedervelo e voi non potete ricusarlo Non mi conoscete, egli proseguì; per assicurarvi sul conto mio, tenete il banco voi e io punterò. - La proposta mi parve onesta, e non essendo ancora bastantemente accorto per prevedere gli stratagemmi dei signori giocatori di vantaggio, credei bonariamente che avrebbe deciso la sorte, e che avrei potuto essere nel caso di riguadagnare il mio denaro. Levo fuori dalla mia borsa dieci zecchini per far fronte a quelli dal mio competitore; mescolo, fo alzar le carte, l’amico ne punta due; io vinco, ed eccomi allegro come Arlecchino. Mescolo nuovamente; il galantuomo raddoppia la sua scommessa, vince e fa paroli: questo paroli decideva del banco; non potei ricusare di starvi; lo tengo e vinco; il furbo bestemmia come un vetturale, prende la carte cadute sulla tavola, le conta, trova una carta impari, dice esser falso il taglio, sostiene d’aver vinto e vuole impadronirsi del mio denaro. Io mi oppongo ed egli cava una pistola di tasca; do addietro, e i miei zecchini non son più miei. Allo strepito della mia voce tremante e lamentevole entra un servente dell’albergo, il quale, d’accordo forse con quel mariolo, ci annuncia esser entrambi incorsi nelle pene più rigorose imposte ai giochi d’azzardo, minacciando ambedue di andare a denunziarci se ricusavamo di dargli qualcosa. Immantinente gli diedi un zecchino, presi la vettura di posta e partii arrabbiato di aver perduto il mio denaro, e molto più di essere stato messo in mezzo. Giunto a Bagnacavallo, ritrovai tutta la mia allegria nel rivedere i miei cari genitori. Mio padre aveva avuto una fiera malattia mortale, e l’unico suo rammarico era quello, diceva, di morire senza vedermi. Ahimè! mi vide, io pur lo vidi, ma questo reciproco piacere non fu di lunga durata. Bagnacavallo è un grosso borgo nella legazione di Ravenna, ricchissimo, fertilissimo e di sommo commercio. Dopo essere stato presentato nelle buone conversazioni del paese, mio padre per procurarmi nuovi piaceri mi condusse a Faenza. Fu in questa città che si cominciò a conoscere la materia argillosa, composta di creta e sabbia, di cui si è poi fatta quella terra smaltata detta dagl’Italiani maiolica e dai Francesi fayence. Vi sono in Italia molti piatti di questa terra, dipinti da Raffaello d’Urbino e dai suoi scolari. Questi piatti son contornati di eleganti cornici, e si custodiscono preziosamente nelle gallerie di pitture. Io ne ho veduto una copiosissima e ricchissima collezione a Venezia nel palazzo Grimani a Santa Maria Formosa. Faenza è un’assai graziosa città della Romagna, ma non vi son gran cose da vedere. Vi fummo benissimo accolti e trattati dal marchese Spada; si videro alcune commedie, date da una compagnia volante, e in capo a sei giorni ritornammo a Bagnacavallo. Poco dopo si ammalò mio padre. Era già scorso un anno da che era stato assalito dall’ultima malattia: si accorse, ponendosi in letto, che questa ricaduta doveva esser seria, e il suo polso annunziava il pericolo in cui era; la febbre infatti divenne maligna nel settimo giorno, e andava sempre di male in peggio. Vedendosi agli estremi, mi chiamò al capezzale, mi raccomandò la sua cara moglie, mi disse addio e mi diede la benedizione. Subito dopo fece venire il confessore, ricevè i sacramenti, e il decimoquarto giorno il mio povero padre più non esisteva. Fu sepolto nella chiesa di San Girolamo a Bagnacavallo il 9 marzo 1731. Non mi tratterrò qui a dipingere la fermezza di un padre virtuoso, la desolazione di una tenera moglie, e la sensibilità di un amato e riconoscente figlio. Darò rapidamente un’idea dei momenti più crudeli della mia vita; questa perdita costò cara al mio cuore, e cagionò una mutazione grandissima nel mio stato e nella mia famiglia. Io asciugavo la lacrime di mia madre, ella le mie; ne avevamo entrambi bisogno. La nostra prima cura fu di partire, per andare a riunirci con la zia materna che si trovava a Venezia, e alloggiammo con lei in casa di uno dei nostri parenti, ove per buona sorte vi era un appartamento da dare a pigione.

In tutto il viaggio della Romagna fino a Venezia mia madre non fece altro che parlarmi del mio impiego nelle cancellerie di Terraferma, da lei chiamato impiego da zingari, poiché bisognava far la posta agl’impieghi e mutar sempre paese. Voleva viver meco, vedermi sedentario presso di sé, e con le lacrime agli occhi mi scongiurava e m’istigava ad abbracciar la professione di avvocato. Al mio arrivo a Venezia tutti i nostri parenti, tutti i nostri amici si unirono con mia madre per il medesimo fine: resistei finchè mi fu possibile, ma finalmente bisognò cedere.

Avrò fatto bene? Mia madre avrà goduto lungo tempo la compagnia di suo figlio? Aveva tutta la ragione di sperarlo; ma la mia costellazione attraversava sempre i miei disegni. Talìa mi aspettava al suo tempio; ella mi ci trasse per tortuosi sentieri, facendomi provare pruni e spine prima di concedermi qualche fiore.

CAPITOLO XXII.

Mio dottorato. - Singolarità che lo precedono.

Vedendomi sul punto di comparire in toga lunga nelle grandi sale del palazzo, ove pochi anni avanti ero comparso sempre in abito corto, andai a trovare mio zio Indric, in casa del quale avevo fatto la pratica. Ebbe caro di rivedermi e mi assicurò che potevo far conto su di lui. Mi convenne peraltro superare molte difficoltà.

Per essere riconosciuto avvocato in Venezia è necessario rifarsi dall’essere addottorato nell’università di Padova, e per ottener le patenti di dottore bisogna aver fatti gli studi di legge nella medesima città e avervi passati cinque anni consecutivi, con gli attestati di aver percorse tutte quante la diverse classi di quelle scuole pubbliche. I soli forestieri possono presentarsi al collegio, sostener le loro tesi ed essere subito addottorati. È vero che io ero originario di Modena: ma nato a Venezia come mio padre, potevo godere il vantaggio dei forestieri? non lo so. Una lettera peraltro, scritta d’ordine del duca di Modena al suo ministro a Venezia, mi fece ascrivere nella classe dei privilegiati.

Eccomi dunque nella possibilità di andare a Padova e di ricevervi la laurea dottorale; ma ecco un nuovo ostacolo assai più forte. Nella curia di Venezia non si segue che il codice Veneto, né si citano mai Bartolo, Baldo, o Giustiniano; questi autori son quasi ignoti; a Padova però bisogna conoscerli. Succede dunque a Venezia come a Parigi: i giovani perdono tempo in uno studio inutile. Io pure avevo perduto il mio in ugual modo che gli altri, e benchè avessi studiato il gius romano a Pavia, a Udine, a Modena, dopo quattr’anni ero fuori d’esercizio, avevo perduto la traccia delle leggi imperiali, e mi vedevo nella necessità di tornar di nuovo scolaro. M’indirizzai a uno dei miei antichi amici. Il signor Radi, da me conosciuto fino dai miei primi anni, avendo impiegato molto meglio di me il suo tempo, era divenuto buon avvocato ed eccellente maestro di legge per istruire i candidati, che per lo più non andavano a Padova fuorchè quattro volte all’anno, per farsi soltanto vedere e riportare i loro attestati. Radi era un brav’uomo, ma era appassionato per il gioco, e appunto per tal ragione non si ritrovava in troppa comodità; i suoi scolari profittavano delle sue lezioni, e spesso del suo denaro. Quando egli mi credè in stato di potermi esporre, andammo insieme a Padova. Confesso che, quantunque istruito come già ero, e pieno di quell’ardire che l’uso del mondo mi aveva fatto acquistare, non lasciavano ciò nonostante di farmi una certa apprensione quelle gravi e imponenti fisonomie, dalle quali dovevo esser giudicato; il mio amico si burlava di me, assicurandomi che non vi era nulla da temere; che queste erano cerimonie che non si potevano evitare, e che bisognava veramente esser del tutto ignorante per non esser coronato colla laurea dell’università.

Giunti nella gran città dei dottori, andammo subito a casa del signor Pighi, professore di gius civile, per pregarlo di compiacersi di essere il mio promotore, cioè quello che in qualità di assistente mi doveva presentare e sostenere. Egli mi concesse questa grazia, e accettò con garbata maniera un vassoietto d’argento da me offertogli in dono. Andammo dipoi all’ufficio dell’università per depositare in mano del cassiere la somma che i professori soglion dividersi tra loro, e questa anticipazione si fa a titolo di deposito; ma in questo luogo si dice appunto come al teatro: quando è alzato il sipario non si rendon quattrini. Conveniva far le solite visite a tutti i dottori del collegio, e con biglietti ne sbrigammo molte. Giunti però alla casa del signor abate Arrighi, uno dei primi professori all’università, l’usciere aveva l’ordine di farci entrare. Lo trovammo nel suo gabinetto di studio, e gli si fece il complimento di voler onorarmi della sua persona e nel tempo stesso accordarmi la sua indulgenza. Parve sommamente meravigliato nel sentirci limitare il discorso a questa secca e inutile officiosità, ma noi non sapevamo che cosa volesse dire: ecco però di che si trattava. Era comparso un nuovo ordine, pubblicato per comando dei Riformatori degli Studi di Padova, in vigor del quale chi aspirava alla laurea, prima di presentarsi al collegio adunato, doveva sostenere un esame particolare, per distinguere così se realmente fosse stato abbastanza istruito e perciò degno di esporsi. Il signor Arrighi stesso, mosso da un eccessivo zelo, vedendo che l’atto pubblico dei candidati non era che un gioco, che troppo si favoriva la giovanile infingardaggine, che si sceglievano le questioni a piacere, che si comunicavano anche gli argomenti, che si suggerivano tacitamente le risposte, e che in sostanza si facevan dottori senza dottrina; aveva affrettato e ottenuto questo famoso ordine, il quale avrebbe distrutto l’università di Padova, se fosse lungamente durato. Dovevo dunque sostenere quest’esame, e il mio esaminatore doveva essere l’abate Arrighi. Pregò pertanto il signor Radi di passare nella sua biblioteca, e si accinse subito all’opera. Non mi risparmiò in nulla; dal Codice di Giustiniano saltava ai Canoni della Chiesa, e dai Digesti alle Pandette.

Rispondevo ora bene ora male, e forse più male che bene, dimostrando per altro molta cognizione e non minor franchezza. Il mio esaminatore però, rigorosissimo ed esigente, non era interamente di me contento, e avrebbe voluto che avessi studiato un altro poco. Gli dissi però apertamente che ero venuto a Padova per essere addottorato, che la mia reputazione restava troppo compromessa se fossi tornato senza la laurea, e che il mio deposito era già fatto. - Come! egli riprese, voi avete già depositato il vostro denaro? - Sì, signore. - Ed è stato accettato senza mio ordine? - Il cassiere lo ha ricevuto senza la minima difficoltà, ed eccone qui il riscontro. - Tanto peggio: voi correte il rischio di perderlo. Avete coraggio di esporvi? - Sì, signore, sono determinato di uscirne a qualunque costo: amo piuttosto rinunciar per sempre a essere avvocato, che ritornare una seconda volta. - Siete molto ardito. - Signore, curo il mio decoro. - Basta dunque così; stabilite il giorno, io mi ci troverò; ma badate bene: la più piccola mancanza vi farà andare a vuoto il colpo. - Io fo la mia reverenza, e me ne vado.

Radi aveva inteso tutto, ed era più in timore di me. Conoscevo purtroppo anch’io che le mie risposte non erano state esatte, ma nel collegio dei dottori le questioni son limitate, né si fa percorrere il caos immenso della giurisprudenza da un termine all’altro. Il giorno seguente andiamo all’università, per esser presenti all’estrazione dei punti che la sorte mi aveva destinati. Quello di gius civile riguardava la successione degl’intestati, e quello di gius canonico verteva sulla bigamia. Conoscevo bene i titoli dell’uno e i capitoli dell’altro; ma li ripassai quel medesimo giorno nella biblioteca del dottor Pighi, mio promotore, e mi applicai seriamente fino all’ora di cena. Ci ponevamo appunto a tavola, l’amico e io, quando entrano nella stanza cinque giovani e vogliono cenar con noi. Volentierissimo: fummo serviti, si cena, si ride, ci divertiamo. Uno di questi cinque scolari era un candidato non passato all’esame del professor Arrighi. Strepitava dunque contro quest’abate, Corso di nazione, e motteggiava sulla barbarie del paese e di questo regnicolo. Do la buona notte ai miei signori. Domani è il giorno del mio dottorato, è necessario che vada a riposarmi. Si burlano di me, levano di tasca mazzi di carte e uno di loro mette zecchini sulla tavola. Radi per primo fa il suo libriccino per puntare; giochiamo, passiamo la notte giocando, e Radi e io perdiamo tutto il denaro. Giunge il bidello del collegio e mi porta la toga che devo mettermi. Si sente la campana dell’università; bisogna partire, bisogna esporsi senza aver chiuso occhio, e col rammarico di aver perso tempo e denaro.

Che importa? Suvvia, coraggio: io giungo, e il mio promotore mi viene incontro, mi prende per mano e mi colloca accanto a sé ad una balaustra in faccia al semicerchio della numerosa adunanza. Io mi alzo, quando tutti hanno preso posto; comincio dal recitar il cerimoniale d’uso, e propongo le due tesi che dovevo sostenere. Uno dei deputati all’argomentazione mi avventa un sillogismo in barbara, con citazioni di testi alla maggiore e alla minore: riprendo l’argomento, e nella citazione di un paragrafo, sbaglio dal numero 5 al numero 7. Il mio promotore mi avverte sotto voce di questa lieve mancanza, e io cerco di correggermi. Si alza allora dalla sedia il signor Arrighi, e dice ad alta voce indirizzando le parole al signor Pighi: - Signore, protesto che non soffrirò la minima contravvenzione alle leggi del nuovo ordine. I suggerimenti ai candidati sono in questo momento proibiti. Si passi pur sopra per questa volta, vi avverto bensì per l’avvenire. - Ben mi accorsi che restarono tutti irritati da questa uscita fuor di proposito; afferrai dunque l’istante favorevole, e ripresi il fondo della mia tesi, unitamente alle proposizioni dell’argomento. Sostituii al metodo scolastico la dottrina, i ragionamenti, le discussioni dei compilatori e degli interpreti. Feci un’intera dissertazione sopra quanto può estendersi la materia delle successioni ab intestato: tutti mi applaudirono; onde, vedendo che il mio ardire era perdonato, mi rivolsi di botto dal gius civile al canonico. Intrapresi a discutere l’articolo della bigamia e lo trattai come il primo, percorsi le leggi dei Greci e dei Romani, né mancai di citare i concili; ero veramente stato favorito dalla sorte nell’estrazione dei punti; li sapevo a mente e mi feci un onore immortale. Si raccolgono i voti. Il cancelliere ne pubblica il resultato: passo nemine penitus, penitusque discrepante, cioè neppure un voto contro, incluso quello del signor Arrighi, che anzi era contentissimo. Il mio promotore allora, dopo avermi messo in capo la laurea, fece l’elogio del candidato, ma siccome io non avevo tenuto lo stile solito, creò nell’atto prosa e versi latini, che fecero ad ambedue molto onore.

Subito che il candidato è approvato, ognuno entra. Tutti dunque entrano, e io rimasi stordito dai complimenti e dagli abbracci. Radi e io ritornammo al nostro albergo, contentissimi che la cosa avesse avuto termine, e imbrogliatissimi vedendoci senza denaro. Bisognava cercarne; ne trovammo senza molto incomodo, e partimmo gloriosi e trionfanti per Venezia.

CAPITOLO XXIII.

Ricevimento nel corpo degli avvocati. - Presentazione al palazzo.

- Dialogo con una donna.

Arrivato a Venezia, dopo aver abbracciato mia madre e la zia, ch’erano nel colmo dell’allegrezza, andai a trovare lo zio procuratore, e lo pregai di collocarmi presso un avvocato per istruirmi nel formulario che si tiene dalla curia. Mio zio, che era in grado di scegliere, mi raccomandò al signor Terzi, uno dei migliori avvocati e consultori della Repubblica. Dovevo starvi due anni, ma vi entrai nell’ottobre 1731 e ne uscii, fatto già avvocato, nel maggio 1732. Per quel che pare, si guardò soltanto la data dell’anno e non quella dei mesi; sicchè adempii a tutte le formalità in otto mesi. In tutti i miei collocamenti vi doveva essere qualcosa di straordinario, e quasi sempre, per dire il vero, a mio vantaggio. Ero nato felice; se non sono stato sempre tale, è colpa mia. A Venezia gli avvocati debbono avere l’abitazione, o almeno lo studio, nel quartiere ove risiede la curia. Presi dunque a pigione un appartamento a San Paterniano, e mia madre con la zia non mi lasciarono. Vestii la toga conveniente al mio nuovo stato, ch’è come la patrizia, imbacuccai la testa in un’immensa parrucca, e con impazienza aspettai il giorno della presentazione al palazzo. Questa presentazione non si fa senza cerimonie. Il novizio deve aver due assistenti, che si chiamano Compari di Palazzo. Li cerca il giovane nel numero dei vecchi avvocati che hanno per lui maggiore affezione: io scelsi il signor Uccelli e il signor Roberti, ambedue miei vicini. Andai pertanto in mezzo ai due Compari a piè della grande scala nel gran cortile del palazzo, facendo per un’ora e mezza tante riverenze e tanti contorcimenti, che avevo rotto il dorso e la parrucca era divenuta una giubba di leone. Ognuno che passava davanti a me diceva il suo parere sul conto mio: gli uni, ecco un giovane che ha buona indole; gli altri, ecco un nuovo scopatore del palazzo; questi mi abbracciavano, quelli mi ridevano in faccia. Infine salii la scala e mandai il servitore a cercare una gondola, per non farmi vedere per strada arruffato com’ero, fissando per punto di riunione la sala del gran Consiglio, dove mi posi a sedere sopra un banco e donde vedevo passar tutti senza esser veduto da alcuno. Facevo intanto le mie riflessioni sopra lo stato ch’ero per abbracciare. A Venezia sono iscritti al registro ordinariamente 240 avvocati: ve ne sono dieci o dodici di prim’ordine, venti circa che occupano il secondo; tutti gli altri vanno a caccia di clienti, e i procuratorelli fanno loro volentieri da cane da caccia, a condizione di spartire la preda. Ero in timore, essendo l’ultimo arrivato, e mi dispiaceva di aver lasciato le Cancellerie. Vedevo però dall’altra parte che non vi era stato più lucroso e di maggiore estimazione di quello dell’avvocato. Un nobile veneziano, un patrizio membro della Repubblica, che sdegnerebbe esser negoziante, banchiere, notaio, medico e professore di un’università, abbraccia la professione di avvocato, l’esercita al palazzo e dà il nome di confratelli agli altri avvocati. Non ci vuol altro che fortuna; perché dovevo averne meno di un altro? Bisognava porsi al cimento ed entrare senza timore nel caos forense, ove la fatica e la probità conducono al tempio della fortuna. Mentre stavo là solo, facendo castelli in aria, vedo avvicinarsi a me una donna di circa trent’anni, non sgradevole di figura, bianca, tonda e grassa, col naso schiacciato e gli occhi tristi, con molto oro al collo, agli orecchi, alle braccia, alle dita e in un arnese che annunciava essere ella una donna di comune sfera, ma in sufficiente comodità. Mi si appressa e mi saluta: - Signore, buon giorno. - Buon giorno, signora. - Permettete che vi faccia le congratulazioni? - Di che cosa? - Del vostro ingresso nel Foro; vi ho veduto nel cortile, quando facevate i vostri salamelecchi. Perbacco, signore, siete molto ben pettinato! - Non è vero? Non sono un bel ragazzo? - La pettinatura però non cambia niente: il signor Goldoni fa sempre la sua figura. - Voi dunque, signora, mi conoscete? - Non vi vidi io quattr’anni or sono nel paese dei curiali in lunga parrucca e mantello? - È vero, avete ragione, ero allora in casa del procuratore. - Così è: in casa del signor Indric. - Conoscete dunque anche mio zio? - In questo paese, cominciando dal doge, conosco fino all’ultimo copista della corte. - Siete maritata? - No. - Siete vedova? - No. - Oh! non ardisco domandarvi di più. - Meglio. - Avete qualche impiego? - No. - Alla vostr’aria mi sembrate donna di garbo. - Tale sono realmente. - Avete dunque delle rendite? - Niente affatto. - Ma siete ben vestita; come fate dunque? - Io sono figlia del palazzo, e il palazzo mi mantiene. - Oh questa sì ch’è singolare! siete figlia del palazzo, voi dite? - Sì, signore; mio padre ci era impiegato.- Che cosa ci faceva? - Stava in orecchi alle porte, e andava poi a portar le buone nuove a quelli che aspettavano grazie, sentenze o giudizi favorevoli; aveva buone gambe e arrivava sempre il primo. Mia madre poi era sempre qui come me. Essa non era superba, riceveva la sua mancia e s’incaricava di commissioni. Sono nata e cresciuta in queste sale dorate e io pure, come vedete, sulla mia persona ho dell’oro. - La vostra storia è singolarissima. Voi dunque seguite le tracce di vostra madre? - No, signore, fo un’altra cosa. - Cioè? - Sollecito i processi. - Sollecitate i processi? Non intendo. - Sono conosciuta come Barabba; si sa benissimo che tutti gli avvocati e tutti i procuratori sono miei amici, e parecchie persone s’indirizzano a me, perché procuri loro consigli e difensori. Quelli che ricorrono a me ordinariamente non son ricchi, e io vado intorno a novizi o a sfaccendati, che altro non chiedono se non lavoro per farsi conoscere. Sapete voi, signore che, quantunque mi vediate così, ho fatto la fortuna d’una buona dozzina dei più famosi avvocati della curia? Suvvia, coraggio, signore, se volete farò anche la vostra. - Mi divertivo a sentirla e, siccome non arrivava il mio servitore, continuavo la conversazione. - Ebbene, signorina, avete presentemente fra mano qualche buon affare? - Sì, signore: ne ho parecchi, anzi ne ho di eccellenti. Ho una vedova che è incorsa nel sospetto di aver occultato il suo scimmiotto; un’altra che vorrebbe far valere una convenzione di matrimonio concertata dopo il fatto; ho fanciulle che fanno istanza di esser dotate; ho donne che vorrebbero litigare pel divorzio; ho figli di famiglia perseguitati dai loro creditori; come vedete, avete da scegliere. - Mia buona donna, le dissi, fino ad ora avete parlato voi, io vi ho lasciata dire; ora tocca a me. Sono giovane, sono per intraprendere la mia professione, e desidero occasioni per produrmi e stare occupato; ma la voglia di lavorare e il prurito di litigare non mi faranno mai dar principio colle cattive cause che mi proponete. - Ah, ah, ella disse ridendo, voi disprezzate i miei clienti, perché vi avevo avvertito che non vi era da guadagnar nulla; ma sentite: le mie due vedove sono ricche, sarete ben pagato, e sarete pagato anticipatamente, se volete. - Vedo venire da lontano il servitore; mi alzo, e dico alla ciarliera in tono di voce intrepido e risoluto: - No, voi non mi conoscete, io sono uomo d’onore. - Ella mi prende allora per la mano, e mi dice con aria grave: - Bravo. Continuate sempre nei medesimi sentimenti. - Ah, ah, io le dissi, voi mutate linguaggio? - Sì, ella riprese, - e quello che io prendo adesso, vale assai più dell’altro di cui mi ero servita. La nostra conversazione non è stata senza mistero; ricordatevene, e guardatevi di non parlarne a veruno. Addio, signore: siate sempre saggio, siate sempre onorato, ve ne troverete bene. - Ella se ne va, e io resto nella maggior meraviglia. Non sapevo che cosa volesse dire questo; intesi bensì dopo essere questa un’esploratrice venuta per scandagliarmi, ma non seppi, né volli sapere, chi me l’avesse indirizzata.

CAPITOLO XXIV.

Felice condizione di un buon avvocato. - Tratto singolare

di un avvocato veneziano. - Almanacco di mia invenzione. -

Amalasunta, tragedia lirica da me composta.

Ero già avvocato, già ero stato presentato alla curia, e non si trattava che di aver clienti: mi portavo ogni giorno al palazzo a udire le arringhe dei maestri dell’arte; e guardavo per ogni dove se il mio aspetto risvegliava effetti simpatici in qualche litigante, che avesse avuta volontà di produrmi almeno in una causa di appello. Un avvocato novizio non può figurare e farsi onore nei tribunali di prima istanza, ma solo nelle Corti superiori può far spiccare la scienza, la facondia, la voce, la grazia, quattro mezzi in egual modo necessari perché in Venezia un avvocato sia posto nel primo grado. Lo zio Indric mi prometteva molto; incessantemente mi davano a sperare gli amici; ma frattanto bisognava passare tutto il dopopranzo e una buona parte della sera nello studio, per non perdere l’istante fortunato che poteva giungere. Uno dei guadagni più grandi dell’avvocato veneziano sono i pareri: a un avvocato di prima classe un parere di soli tre quarti d’ora si paga due o tre zecchini, e prima di comparire avanti al giudice vi sono talvolta in una causa di conseguenza e complicata dodici, quindici, venti pareri da dare. Se l’avvocato ha commissione di scrivere e firmare una petizione o una risposta, nel corso degli atti della lite, gli si consegnano sul fatto quattro, sei, dodici zecchini. Le difese non si fanno per scritto a Venezia. L’avvocato perora a viva voce, e gli vien pagata l’arringa in proporzione all’importanza della causa e al merito del difensore. Tuttavia questo ascende a moltissimo. Nella mia solitudine e nei momenti di noia, mi divertivo a far tra me stesso il calcolo che un avvocato, che abbia credito e fortuna, può guadagnare senza darsi gran briga quaranta mila lire all’anno: e questo è molto per un paese, ove il vivere è la metà meno caro che a Parigi.

Mi viene ora a memoria un tratto singolare d’uno dei più famosi avvocati del mio tempo. Questi era un uomo che aveva guadagnato molto, e che si trovava in uno stato comodissimo a Venezia; aveva perciò fatto fabbricare una bella ed elegante abitazione in una città di terraferma, e quivi spiegava tutto il suo fasto, tutta la sua magnificenza. Un giorno che uno dei suoi clienti andò a trovarlo a casa per consultarlo e dirgli che doveva partire per Milano, l’avvocato lo pregò di fargli costruire una carrozza e di mandargliela alla sua casa di V. Il cliente accettò con piacere l’incombenza, fece eseguire la commissione sotto i suoi occhi, e il legno riuscì della maggior bellezza. Lo spedì secondo l’intelligenza, e ne diè parte al committente senza parlargli di prezzo. Torna a Venezia il cliente, e si porta col suo procuratore a consultar l’avvocato sullo stato dei propri affari. Questi, a mezzo del colloquio, ricordandosi della carrozza, che aveva veduta e di cui era rimasto pienamente contento, gliene chiede il conto. Il cliente ricusa di darlo, anzi prega il suo difensore di compiacersi di accettarla come una testimonianza di amicizia e di considerazione. L’avvocato lo ringrazia e figura d’insistere sul pagamento; ma i tre quarti d’ora passavano, ed essendovi nell’anticamera altri litiganti che aspettavano coll’orologio alla mano, fu ripreso subito il consulto. Finito il tempo ciascuno si alza e l’avvocato accompagna alla porta il suo cliente, come è costume; il procuratore gli presenta tre zecchini, lui li prende e rientra nello studio. Parve singolare al procuratore questo atto, né potè dispensarsi dal parteciparlo agli amici; questi lo dissero ad altri, e qualcuno ne rese inteso l’avvocato. Ecco la sua risposta e la sua giustificazione: - Il signor conte mi ha fatto un dono, io l’ho ringraziato, ed eccoci pari; gli ho dato un parere, mi ha pagato, e siamo egualmente pari; mi rido degli sciocchi e tiro avanti. - A dire il vero aveva ragione quest’uomo di ridersi del mondo: la sua tavoletta era sempre piena di nomi di clienti, e i suoi quarti d’ora erano sempre impiegati. Non veniva altro a casa mia che qualche curioso per investigarmi, o qualche pericoloso cavillatore; nulladimeno li ascoltavo pazientemente, davo loro i miei pareri, non stavo coll’orologio alla mano, li tenevo quanto volevano, li accompagnavo alla porta; ma nessuno dava. Questa è la sorte dei principianti; v’abbisognano tre o quattr’anni prima di giungere a farsi un nome e a guadagnare denaro. Sono per altro di ferma opinione che, se avessi continuato la mia professione nella curia, avrei fatto il mio viaggio molto più presto di parecchi altri miei confratelli; infatti in sei mesi di tempo avevo difeso una causa e l’avevo vinta. Ma la mia costellazione mi minacciava già un nuovo cambiamento che non mi fu possibile evitare, e riserbo al capitolo seguente l’origine e le conseguenze di un rovescio più grande ancora di quello che avevo provato in collegio a Pavia.

Frattanto passavo il tempo nel mio studio, solo o male accompagnato, facendo almanacchi. Fare almanacchi, tanto in italiano come in francese, significa occuparsi di oggetti inutili e immaginari; questa volta però vi era differenza, poiché realmente mi riuscì di fare un almanacco che fu stampato, che si gustò molto e ottenne sommo applauso. Lo intitolai L’esperienza del passato. Astrologo dell’avvenire. Almanacco critico per l’anno 1732. Vi era un discorso generale sull’anno, e altri quattro sopra le quattro stagioni, in terzine intrecciate alla maniera di Dante, contenenti alcune critiche sui costumi del secolo, e ciascun giorno dell’anno era accompagnato da un pronostico che racchiudeva sempre una lepidezza, una critica o un’arguta espressione. Non starò qui a render conto di una ragazzata che non ne merita la pena; trascriverò soltanto il distico del giorno di Pasqua, giacchè questa faceta espressione, ch’era forse una delle meno argute, fece un effetto mirabile perché il pronostico s’avverò, e mi procurò sommi favori e molto gradimento. Eccovi in versi italiani la predizione:

In sì gran giorno una gentil contessa

 Al parrucchier sacrifica la Messa.

 

Questa piccola operetta, qualunque fosse, mi divertì molto; poiché in tal tempo non vi erano in Venezia spettacoli, e oltre a ciò le mie diverse occupazioni mi avevano impedito di pensarvi. Le critiche e le facezie dell’almanacco erano veramente del genere comico, e ogni pronostico avrebbe potuto fornire il soggetto di una commedia. Mi si risvegliò allora la brama di riprendere l’antica idea, e sbozzai qualche rappresentazione; ma riflettendo che il genere comico non conveniva del tutto alla gravità della toga, credei più degna del mio stato la maestà tragica, divenendo perciò infedele a Talia per seguire i vessilli di Melpomene.

Siccome nulla voglio nascondere al mio lettore, è necessario che gli riveli un segreto. I miei affari andavano male e mi trovavo dissestato (si vedrà speditamente come e perché): lo studio non mi fruttava nulla, e avevo bisogno di trar profitto dal mio tempo. In Italia i guadagni della Commedia sono dell’ultima mediocrità per l’autore; non vi era che l’Opera, che potesse farmi avere cento zecchini in un tratto. Con questa mira composi una tragedia lirica intitolata Amalasunta. Credei di far bene, e trovai persone che me ne parvero contente; è bensì vero che non le avevo scelte tra gl’intenditori. Parlerò dunque di questa tragedia in musica in altra occasione. Ecco qua lo zio Indric, che viene a propormi una causa: bisogna sentirlo.

CAPITOLO XXV.

Prima arringa. - Avventure con una zia e una nipote.

La causa che mio zio veniva a propormi era una contestazione proveniente da una servitù idraulica. Un mugnaio aveva comprato un filo d’acqua per dar moto ai suoi mulini, e il proprietario della sorgente l’aveva deviato; si trattava dunque di ristabilire l’attore in tutti i suoi diritti, dei danni sofferti e ogni altro interesse. La città di Crema aveva preso parte e causa in favore del mugnaio. Esisteva un modello dimostrativo ed erano nati processi verbali, atti, violenze, ribellioni. La causa era mista di civile e criminale, e dovevano giudicarla gli Avogadori, magistratura autorevolissima, simile appunto a quella dei tribuni del popolo romano. Avevo per avvocato contrario il celebre Cordelina, l’uomo più dotto e più eloquente della curia di Venezia. Egli doveva parlare il primo, e io rispondere sul fatto senza scritti e meditazioni. Si dà l’appuntamento del giorno, e io mi porto al tribunale della Avogaria. Il mio avversario parla per un’ora e mezza, lo ascolto e non lo temo. Finita la sua arringa, do principio alla mia: procuro, mediante un patetico preambolo di conciliarmi il favore del giudice. Era la prima volta che mi esponevo e avevo bisogno d’indulgenza. Entro in materia, attacco di fronte l’arringa di Cordelina. I miei fatti son veri, buona la mia voce, la mia eloquenza non dispiace; parlo per due ore, concludo, e mi trovo dalla testa ai piedi in un mar di sudore.

Mi aspettava il servitore in una camera vicina, ove mi mutai la camicia: era stanco, sfinito. Ecco mio zio: - Caro nipote, abbiamo vinto e la parte contraria è condannata alle spese. Coraggio, caro amico, egli continua, coraggio: questo primo saggio vi annuncia per un uomo che deve conseguire un bell’avviamento; non vi mancheranno clienti. - Eccomi dunque felice. Cielo! che destino! che rovesci!

Il disgraziato avvenimento che son per raccontarvi, annunciato da me stesso nel passato capitolo, avrebbe potuto essere inviluppato tra gli aneddoti dei due anni precedenti, ma mi è piaciuto piuttosto di riunire la storia che di troncarne il filo e di sbocconcellarla. Mia madre era stata in strettissima lega con la signora St. e la signora Mar., due sorelle divise d’azienda domestica tra di loro, benché abitanti nella medesima casa. Dopo averle perdute di vista a motivo dei suoi viaggi, ella ne rinnovò la conoscenza appena ci ristabilimmo a Venezia. Fui presentato a queste dame; e siccome la fanciulla era la più ricca, abitava perciò il primo piano e teneva conversazione, la quale noi frequentavamo a preferenza dell’altra. La signorina Mar. non era giovane, ma conservava ancora molti bei pregi: all’età di quarant’anni era fresca come una rosa, bianca come la neve, con vivace colorito naturale, occhi grandi, vispi e spiritosi, una bocca amabile e un aspetto di salute molto piacevole; il solo naso guastava un poco la sua fisonomia. Aveva un naso aquilino un po’ troppo rialzato, che peraltro le dava un’aria d’importanza quando si metteva sul serio. Aveva sempre ricusato di maritarsi, benchè pel suo onesto contegno e per la sua fortuna non le fossero mai mancati partiti e, non so se per mio bene o per mia disgrazia, io fui l’avventurato mortale che seppe il primo andarle a genio. Eravamo d’accordo; ma non ardivamo dircelo, poiché la signorina faceva la vereconda e io temevo un rifiuto. Ne feci la confidenza a mia madre, a cui non dispiacque; anzi, credendo il partito per me conveniente, s’incaricò d’intraprenderne il trattato. Procedeva bensì molto lentamente per non distrarmi dalle occupazioni, e avrebbe voluto che avessi un po’ più di stabilità nella mia professione. Frattanto andavo a passar le sere in casa della signorina Mar., ove scendeva anche sua sorella per far la partita, conducendo seco le due figlie già d’età nubile: la maggiore era deforme, l’altra era ciò che si dice in francese une laideron, ch’è quanto dire una donna brutta ma non sgradevole. Aveva peraltro due begli occhi neri e furbi, una piccola maschera d’Arlecchino molto gustosa, e delle grazie naturali e incitanti. Non era amata dalla zia, per essere stata più volte d’ostacolo alle sue passeggere inclinazioni, onde non mancava di fare il possibile per toglierle il posto a riguardo mio. In quanto a me, mi divertivo con la nipote e stavo forte con la zia. In questo mentre s’introdusse in casa della signora Mar. un’Eccellenza che fece l’occhietto alla bella, ed ella cadde nella rete. Né l’una né l’altro si amavano: la signorina teneva al titolo e il signore alla dote. Frattanto io mi vidi decaduto dal posto d’onore che fin allora avevo occupato; me ne offesi, e per vendicarmi feci la corte alla detestata rivale, spingendo tant’oltre la mia vendetta, che in due mesi di tempo divenni ne compiutamente amante, e feci colla mia non spiacevole brutta un buon contratto di matrimonio in tutte le regole e forme. Vero è che la madre della signorina e i suoi aderenti non mancarono di scaltrezza per farmi cadere nei lacci. La nostra convenzione però conteneva alcuni articoli del maggior mio vantaggio: dovevo ricevere una rendita che apparteneva alla signorina; sua madre doveva cederle i suoi diamanti; e oltre a ciò dovevo metter le mani sopra una somma considerabile di un amico di casa che non si volle nominare. Continuavo sempre a farmi vedere dalla signorina Mar. e vi passavo le sere secondo il mio solito; la zia però diffidava della nipote, vedendo che usavo con lei attenzioni non tanto riservate. Sapeva che da un certo tempo salivo sempre al secondo piano avanti di entrare nel primo; il dispetto la divorava, e voleva disfarsi della sorella, delle nipoti e di me. Sollecitò a quest’effetto il suo matrimonio col gentiluomo, che credeva di aver nella rete, facendogli parlare per convenir del tempo e delle condizioni. Ma qual fu mai la sua meraviglia e umiliazione, quando ebbe in risposta che sua eccellenza domandava la metà dei beni della signorina in donazione, e l’altra metà dopo la sua morte. Si abbandonò allora ai più violenti impeti di rabbia, odio e disprezzo, mandò un formale rifiuto al suo pretendente, poco mancando che non morisse di dolore. Le persone di casa, che ascoltano e parlano, riferirono tutto ciò che sapevano alla sorella maggiore; ed ecco la nipote in ugual modo che la madre nel più gran giubilo. La signorina Mar. non ardiva dir nulla; divorava bensì in segreto il suo rancore, e vedendomi affettare attenzioni per la nipote, con quei suoi occhi grossi accesi di collera, mi vibrava sguardi terribili. In questa compagnia eravamo tutti cattivi politici. La signorina Mar., che non sapeva come procedevano le cose tra me e la nipote, sperava sempre di potermi strappare all’oggetto della sua gelosia, e mediante la differenza delle loro fortune credeva di potermi rivedere ai suoi piedi; ma il tratto di perfidia di cui io son per accusarmi la disingannò interamente. Avevo composto una canzonetta per la mia bella, avevo fatto compor la musica da un dilettante pieno di buon gusto, e avevo ideato di farla cantare in una serenata sul canale dove corrispondeva la casa di quelle signore. Credei che questo appunto fosse il momento favorevole per far eseguire la mia idea, sicuro di far piacere all’una e rabbia all’altra. Un giorno in cui eravamo nella sala della zia, facendo la partita intorno alle nove ore di sera, si sente nel canale una strepitosa sinfonia sotto il balcone del primo piano, e per conseguenza sotto le finestre del secondo. Ognuno si alza, ponendosi in situazione di goderne. Finita l’introduzione, si ascolta la voce amabile di Agnese, che era la cantatrice di moda per le serenate, la quale per la bellezza della sua voce e per la chiarezza della sua espressione fece molto bene gustar la musica, e applaudir pienamente le armoniche strofette. Ebbe sorte questa canzonetta a Venezia, poiché si cantava dappertutto; suscitò peraltro inquietudine nello spirito delle due rivali, ciascuna delle quali aveva diritto di appropriarla a sé stessa. Procurai di acquietar sotto voce la nipote, assicurandola che la festa era stata dedicata a lei sola, e lasciai l’altra nell’agitazione e nel dubbio. Tutti mi facevano complimenti. Io mi schermivo e mantenevo l’incognito, non dispiacendomi peraltro di esser bersaglio del loro sospetto. Il giorno dopo mi portai alla casa di quelle signore all’ora solita. La signorina Mar., che mi faceva la posta, mi vide entrare: mi venne incontro, mi fece passare nella sua camera, volle che sedessi accanto a lei, e con viso serio e appassionato mi disse: - Voi ci avete regalato un divertimento bellissimo; siamo però più femmine in questa casa: a chi mai ha potuto esser diretta questa festa galante? Io non so se tocchi a me ringraziarvi. - Signorina, le risposi, non son io l’autore della serenata. - M’interrompe allora con aria brusca, e quasi minaccevole: - No, non vi nascondete, ella disse; vi sforzate invano. Ditemi solamente se questo divertimento è stato immaginato per me o per altri, e vi avverto che questa dichiarazione può divenir seria, che sarà decisiva, e non vi dirò altro. - Se fossi stato libero non so che cosa avrei risposto, ma ero nei lacci, onde non avevo che una sola risposta da dare. - Signorina, le dissi, nella supposizione che io fossi l’autore della serenata, non avrei mai ardito di indirizzarla a voi. - Perché? ella riprese. - Perché, risposi, le vostre mire sono troppo superiori alla mie, né vi sono che i signori grandi, che possano meritare la vostra stima. - Basta così, ella soggiunse, alzandosi; ho inteso tutto. Andate. Signore, voi ve ne pentirete. - Ella aveva ragione; me ne sono infatti molto pentito. Ecco dichiarata la guerra. La signorina Mar., offesa di vedersi soppiantata dalla nipote e temendo di vederla maritata prima di sé, rivolse le mire da un’altra parte. Stava dirimpetto alle sue finestre una famiglia rispettabile, non titolata, ma bensì in parentela con alcune famiglie patrizie, il figlio maggiore della quale aveva fatto la corte alla signorina Mar. ed era stato rigettato. Ella procurò di far nuova lega col giovane, che non ricusò; gli comprò una carica onorevolissima nel palazzo, e in sei giorni di tempo tutto fu accordato e fu eseguito il matrimonio. Il signor Z., che era il nuovo sposo, aveva una sorella che doveva maritarsi nel medesimo mese a un gentiluomo di terraferma, e questi erano due matrimoni di persone molto benestanti; la mia bella e io dovevamo fare il terzo, e quantunque mendichi come eravamo in sostanza, pur bisognava figurare di esser ricchi e rovinarci. Ecco ciò che mi ha dissestato, ecco ciò che mi ha ridotto all’estreme angosce. Come fare a sbrogliarsene? Lo vedrete nel capitolo seguente.

CAPITOLO XXVI.

Seguito del capitolo precedente.

Mia madre nulla sapeva di ciò che seguiva in una casa ove ella non andava troppo spesso, ma la signorina Mar. si valse maliziosamente delle cerimonie d’uso per informarla: le mandò un biglietto di matrimonio. Mia madre ne fu sommamente meravigliata, me ne tenne proposito e fui obbligato a confessar tutto; procurando però di render meno reprensibile la sciocchezza da me fatta, col dire d’aver fatte valer per buone promesse ch’erano sottoposte a cauzione, e finalmente aggiungendo che alla mia età una donna di quarant’anni non mi conveniva. Quest’ultima ragione acquietò mia madre più che le altre. Mi domandò se il tempo del mio matrimonio era stato fissato, e io le dissi di sì, come pure che vi erano ancora tre buoni mesi di tempo.

In Venezia, per maritarsi in buona regola e con tutte le follie del costume, abbisognano molte più cerimonie che in qualunque altro luogo.

Prima cerimonia: la firma del contratto con l’intervento dei parenti e degli amici; formalità che noi avevamo evitato, avendo firmato il nostro alla chetichella. Seconda cerimonia: la presentazione dell’anello. Non è già questo l’anello nuziale, ma una gioia o un solitario che il futuro sposo deve regalare alla sua bella. Sono invitati in quel giorno parenti e amici; grand’apparato in casa, molto fasto, la massima gala, né si fa mai veruna adunanza in Venezia senza che vi siano rinfreschi costosissimi. Non avevamo potuto evitarlo: il nostro matrimonio, benchè ridicolo, doveva far dello strepito; bisognava fare come gli altri e andare fino in fondo. Terza cerimonia: la presentazione delle perle. Alcuni giorni precedenti quello della benedizione nuziale, la madre o la parente più prossima dello sposo si porta a casa della signorina e le presenta un vezzo di perle fini, che ella porta regolarmente al collo da quel giorno fino al termine dell’anno del suo matrimonio. Vi sono poche famiglie che abbiano di proprio questi vezzi di perle, o che vogliano farne la spesa; si prendono bensì a nolo, e se sono punto belli, il nolo è carissimo. Questa presentazione porta seco balli, banchetti, abiti e per conseguenza molte spese. Non farò parola dell’altre cerimonie successive che sono a un dipresso simili a quelle che si fanno dappertutto. Mi fermo unicamente su quella delle perle, che avrei dovuto fare e non feci per cento ragioni, la prima delle quali era di non aver più denaro.

Quando vidi avvicinarsi quest’ultimo preliminare di nozze, feci far parola alla mia pretesa suocera, affinchè ella mi assicurasse le tre condizioni del nostro contratto. Si trattava di rendite, delle quali bisognava darmi i titoli; di diamanti, che la madre doveva rimetter nelle mani della sua figliola o nelle mie avanti il giorno della presentazione delle perle, e di farmi passare in tutto o in parte quella somma considerabile che il protettore incognito le aveva promesso. Ecco il risultato del colloquio, di cui si era incaricato uno dei miei cugini. Le rendite della signorina consistevano in una di quelle pensioni vitalizie, che la Repubblica aveva destinato a un certo numero di zitelle: è necessario però che ognuna aspetti la vacanza del posto, e ne dovevano morire quattro prima che la signorina St. ne potesse godere; ella stessa poteva morire avanti di giungere a conseguire il primo posto. I diamanti poi erano destinati alla figlia, ma la madre, che era ancor giovane, non voleva privarsene in vita, né li avrebbe dati che dopo morte. Riguardo a quel signore che, non si sa perché, doveva dar il denaro, aveva intrapreso un viaggio, né era per tornar così presto. Eccomi pertanto molto bene accomodato e contento. Non avevo assegnamenti bastanti per sostenere un mantenimento costoso, e molto meno per eguagliare il lusso delle due coppie fortunate; il mio studio non rendeva quasi nulla, avevo contratto debiti, mi vedevo sull’orlo del precipizio, ed ero fidanzato. Ruminai, riflettei e sostenni l’atroce guerra dell’amore e della ragione; quest’ultima facoltà dell’anima la vinse sopra l’impero dei sensi. Partecipai a mia madre la mia condizione, ed ella convenne meco con le lacrime agli occhi che, per evitare la rovina, era necessario un violento partito. Impegnò i suoi capitali per pagare i miei debiti a Venezia; io le cedei i miei di Modena per il suo mantenimento, e presi la risoluzione di partire.

Nel momento più seducente per me, dopo il felice primo saggio dato al palazzo, in mezzo ancora alle acclamazioni della curia, lascio patria, parenti, amici, amori, speranze, professione. Parto e metto piede a terra a Padova. Il primo passo era fatto, gli altri non mi costarono più nulla; grazie al mio buon temperamento, eccettuata mia madre, mi scordai di tutto il resto, e il piacere della libertà mi consolò della perdita della signorina. Scrissi, partendo da Venezia, una lettera alla madre della sventurata, attribuendo a lei sola la causa immediata del partito al quale ero stato ridotto; l’assicurai che quando fossero state mantenuto le tre condizioni, non avrei tardato a ritornare; ma nell’aspettar la risposta seguitavo sempre il mio viaggio. Portai meco il mio tesoro: era l’Amalasunta, che avevo composta nei momenti d’ozio e sopra la quale avevo delle speranze che credevo ben fondate, sapendo che l’Opera di Milano era una della più considerabili d’Italia e d’Europa.

Mi ero proposto di presentare il mio dramma alla direzione, che era in mano della nobiltà di Milano, e avevo fatto conto che la mia opera sarebbe stata bene accolta e non mi sarebbero mancati cento zecchini; ma a chi fa i conti senza l’oste, convien farli due volte.

CAPITOLO XXVII.

Viaggio da Padova a Milano. - Fermata a Vicenza e Verona. - Corsa per il lago di Garda a Salò.

- Conforto inaspettato in questa città. - Fermata a Brescia. - Incontro piacevole a Bergamo.

Viaggiando da Padova a Milano giunsi a Vicenza, ove mi fermai per quattro giorni. Conoscevo in questa città il conte Parmenione Trissino, della famiglia del celebre autore della Sofonisba, tragedia composta alla maniera dei Greci, e una delle migliori produzioni del buon secolo della letteratura italiana. Avevo conosciuto il signor Trissino a Venezia fino dalla prima gioventù. Avevamo ambedue gusto per l’arte drammatica; gli feci vedere l’Amalasunta che egli applaudì freddamente, e mi consigliò di attendere all’arte comica. Fui dolente che non avesse trovato bella la mia opera, e attribuii la sua freddezza alla preferenza che dava alla commedia. Vidi con piacere a Vicenza il famoso teatro Olimpico del Palladio, celeberrimo architetto del secolo decimosesto nativo di questa città, e ammirai l’arco trionfale che, senza altri ornamenti che quello della regolarità delle proporzioni, passa per il capo d’opera dell’architettura moderna. Esistono i bei modelli, ma son rari gl’imitatori.

Da Vicenza passai a Verona, ove desideravo conoscere il marchese Maffei, autore della Merope, opera felicissima, imitata con non minor felicità. Quest’uomo versato in ogni genere di letteratura vedeva meglio di chiunque altro che il teatro italiano aveva bisogno di riforma. Tentò d’intraprenderla e pubblicò un volume col titolo Riforma del Teatro Italiano, contenente la Merope e due commedie, le Ceremonie e il Raguetto. La tragedia fu applaudita generalmente, ma le due commedie non ebbero il medesimo successo. Non essendo Maffei a Verona, presi la volta di Brescia e mi fermai ad alloggiare a Desenzano, sul lago di Garda, in quel medesimo albergo ove pochi anni avanti avevo corso il rischio di essere assassinato. Domandai alla gente dell’osteria se si ricordavano di questo fatto; mi dissero di sì, e che lo scellerato, dopo aver commessi altri delitti, era stato condannato alla forca. Essendo a cena alla tavola comune, e malgrado il dispiacere e l’amorosa passione mangiando col miglior appetito del mondo, mi trovai accanto un abate di Salò. La conversazione piacevole dell’abate mi porse occasione di andare a vedere questo grazioso paese, ove si cammina fra verdi piante d’arancio all’aria aperta, costeggiando sempre un lago delizioso. Un’altra ragione mi determinò a deviare dalla strada che mi ero prefissa. Mi trovavo molto corto di danari. Avendo per buona sorte mia madre un’abitazione di sua proprietà a Salò, ed essendo io conosciuto dal fittuario, potevo sperare di trarne profitto.

Da Desenzano a Salò non vi erano che quattro leghe, che facemmo a cavallo per goder meglio la piacevole passeggiata, e me ne venni il terzo giorno solo solo, essendomi molto divertito e con qualche zecchino anticipatomi dal fittuario di mia madre. Pagai al vetturino, che mi aveva aspettato, i suoi tre giorni di fermata, e ripresi la strada di Brescia.

Da Vicenza avevo scritto al signor Novello, conosciuto a Feltre in qualità di vicario del governo e che era in quel tempo assessore del governatore di Brescia. Andai pertanto a smontare al palazzo del governo, ove il signor Novello mi fece un’accoglienza graziosissima, e siccome ricordava alcune bagattelle comiche da me composte a Feltre, mi domandò la sera, in tempo di cena, se avevo altro dello stesso genere da fargli sentire. Gli parlai della mia opera: era curiosissimo di sentirla; concertammo dunque per il giorno seguente. Invitò a pranzo varie persone di lettere, che sono in grandissimo numero e degne di somma stima in questo paese, e il giorno appresso, dopo il caffè, lessi il mio dramma, che fu ascoltato con attenzione e unanimemente applaudito. Le persone che mi avevano giudicato erano colte, dovevo dunque esser contento. Fecero anche l’analisi della mia composizione. Il carattere di Amalasunta era ben immaginato e sostenuto, e poteva passare per una lezione di morale per le regine madri, incaricate della tutela e dell’educazione dei loro augusti figli. I buoni e cattivi cortigiani posti a contrasto formavano un quadro piacevole, e la disgraziata catastrofe di Atalarico e il trionfo di Amalasunta presentavano uno scioglimento, che comprendeva al tempo stesso la severità che esige la tragedia e le grazie proprie del melodramma. Lo stile parve a quest’assemblea giudiziosa più tragico che musicale, e avrebbero desiderato che io avessi soppresse le arie e la rima per farne, secondo loro, una buona tragedia. Li ringraziai dell’indulgenza, ma non ero punto inclinato a profittare dei consigli. Una tragedia, fosse anche stata eccellente come quelle di Corneille o Racine, mi avrebbe procacciato in Italia molto onore e pochissimo lucro, e io avevo bisogno dell’uno e dell’altro. Lasciai dunque Brescia, fermamente deciso a non fare la minima variazione sul mio dramma e di proporlo all’Opera di Milano.

Da Brescia a Milano si poteva andare per una strada più corta, ma io avevo voglia di vedere Bergamo, e perciò presi la volta di questa città. Traversando il paese degli arlecchini, guardavo per ogni dove se ravvisavo qualche idea di quel personaggio comico, che forma la delizia del teatro italiano; non incontrai però mai né quei visi neri, né quegli occhi piccoli, né quei vestiti di quattro colori che fanno ridere; vidi bensì delle code di lepre sopra i cappelli, ornamento anche al giorno d’oggi dei contadini di questa regione. Parlerò della maschera, del carattere e dell’origine degli arlecchini in un capitolo che deve essere destinato alla storia delle quattro maschere della commedia italiana.

Giunto a Bergamo smontai a un’osteria dei sobborghi, non salendo le vetture alla città, che resta altissima e sommamente scoscesa, e andai a piedi fino al quartiere del governo, che occupa appunto la sommità di quell’alpestre montagna. Stanco all’estremo, e maledicendo la curiosità che mi aveva trascinato in questo luogo senza conoscere alcuno, e nel bisogno di prender riposo, mi ricordai che il signor Porta, mio antico compagno nella cancelleria criminale di Chioggia, era stato nominato cancellier civile di Bergamo. Cercai la sua abitazione e la trovai; ma il mio amico non vi era, essendo sei leghe lontano per una commissione relativa alla sua carica. Pregai il cameriere di volermi permettere di riposar un momento, e parlando con lui domandai chi fosse il governatore della città. Qual buona nuova! Qual cosa inaspettata e piacevole per me! Era sua eccellenza Bonfadini, quello stesso che fu a Chioggia, dal quale avevo servito in qualità di vice-cancelliere: mi trovai dunque tutt’a un tratto in un paese di conoscenza; andai al palazzo e mi feci annunciare. Stavo aspettando in anticamera che mi facesse entrare, allorché sento il governatore stesso che ride dicendo ad alta voce: - Ah! ah! l’astrologo! Ecco l’astrologo. Fatelo passare. Signore, voi vedrete adesso l’astrologo. - Non sapevo che cosa volesse dire, ed ero in timore che mi si volesse mettere in ridicolo: entrai, ma molto sconcertato. Mi rianima il governatore e mi pone subito in calma; mi viene incontro, e presentandomi alla signora governatrice e alla conversazione, dice: - Ecco qui il signor Goldoni; vi ricordate, signore, della contessa C., sulla quale abbiamo tanto scherzato riguardo all’eterna sua toeletta, alle mosse perdute e al pronostico dell’anonimo? Ebbene, l’autore di quell’almanacco critico che avete letto è il signor Goldoni. - Ciascuno allora mi usa gentilezze, il governatore mi esibisce quartiere e tavola; io accetto e ne profitto per quindici giorni, conducendo la vita più piacevole del mondo. Bisognava per altro far conversazione con le dame, e io non ero né fortunato né ricco. Il governatore, garbatissimo e sommamente prudente, non mi chiese il motivo del viaggio; dopo pochi giorni però credei bene di metterlo al fatto delle mie avventure e del mio stato. Ne parve commosso, e mi offrì di tenermi in sua casa per tutto il tempo dei dieci mesi che ancora gli restavano per compiere il periodo del suo governo. Non potevo accettare, e per questa ragione lo ringraziai, pregandolo di favorirmi piuttosto lettere di raccomandazione per Milano. Me ne diede parecchie; e una tra le altre, della signora governatrice per il residente di Venezia, mi fu utilissima.

Spirati i quindici giorni, presi congedo da sua eccellenza. Non ero di buon umore; egli mi fece molte domande, ma non osai dir nulla; ben si accorse però che il mio impiccio procedeva da mancanza di denaro. Mi offre dunque la borsa, ricuso. Egli insiste; prendo allora con la maggior modestia dieci zecchini di cui volevo fargli l’obbligazione, ma egli non volle. Che bontà! che grazia! Bisognava partire; e il giorno dopo mi misi in viaggio.

CAPITOLO XXVIII.

Arrivo a Milano. - Prima visita al residente di Venezia. - Lettura dell’Amalasunta.

Eccomi a Milano; eccomi in questa metropoli della Lombardia, antico retaggio del dominio spagnolo, ove avrei dovuto comparire col mantello e col collare secondo la foggia castigliana, se la musa satirica non mi avesse allontanato dal posto cui ero destinato. Ora ci vengo a contender l’onor del coturno; non avrò peraltro la gloria del trionfo che calzando il socco. Andai ad alloggiare al Pozzo, uno dei più famosi alberghi di Milano. Per presentarsi con vantaggio, se uno non è ricco, bisogna almeno comparir di esserlo. Il giorno appresso portai al residente di Venezia la lettera di raccomandazione della signora governatrice. Era allora in tale impiego il signor Bartolini, segretario del Senato, già vicebailo a Costantinopoli, uomo ricchissimo, magnifico e considerato a Milano in egual modo che a Venezia. Pochi anni dopo fu dichiarato per scrutinio gran cancelliere della Repubblica e godè per lungo tempo, anzi fino alla morte, di questa carica che dà il titolo di eccellenza a chi l’esercita, e il posto immediatamente dopo la nobiltà dominante.

L’inviato di Venezia, essendo il solo ministro estero che risieda a Milano, a motivo dei giornalieri affari che corrono tra i due Stati limitrofi, gode la più alta considerazione e va del pari con i gran signori del ducato di Milano. Questo ministro mi accolse con una bontà ingenua e in modo da far coraggio. Faceva gran caso della dama mia protettrice, e mi offrì tutto quello che poteva dipendere dalla sua persona e dal suo credito; ma con un’aria grave e ministeriale mi domandò la cagione che mi conduceva Milano, e quali fossero le avventure motivate nella lettura dalla signora Bonfadini. Era giusta la domanda e semplice fu la mia risposta. Gli raccontai dal principio alla fine tutta la storia della zia e della nipote: il signor residente conosceva i soggetti, il mio racconto dunque lo fece molto ridere e, riguardo al timore che dimostravo di essere inquisito e molestato, mi assicurò che a Milano non avevo nulla da temere. La naturalezza del mio discorso e l’esposizione delle mie avventure avevano fatto capire al ministro che non ero ricco; mi domandò pertanto nobilmente se avevo per allora bisogno di qualche cosa; lo ringraziai. Mi trovavo ancora qualche zecchino di Bergamo, ed era meco la mia opera; non avevo bisogno di alcuno. Il signor Bartolini m’invitò a pranzo il giorno seguente; accettai l’invito, presi congedo e me ne andai.

Ero impaziente di presentare la mia composizione e di farne la lettura. Eravamo appunto di carnevale, vi era Opera a Milano, e conoscevo Caffariello primo attore della medesima, come pure il direttore e compositore dei balli e sua moglie, prima ballerina, il signore e la signora Grossatesta. Credei più conveniente e più vantaggioso per me farmi presentare al direttore degli spettacoli di Milano da persone cognite. Era appunto quel giorno un venerdì giorno di vacanza quasi per tutto in Italia; la sera dunque andai in casa della signora Grossatesta, che teneva conversazione alla quale concorrevano gli attori, le attrici e i ballerini dell’Opera. Questa eccellente ballerina mia compatriota, da me conosciuta a Venezia, mi ricevé garbatissimamente e il marito di lei, che era modenese, uomo di molto spirito e coltissimo, disputò molto con sua moglie sopra l’articolo della mia patria, sostenendo con molta galanteria essere io originario della sua. Era molto presto ed eravamo quasi soli; profittai dunque del momento per far noto ad essi il mio disegno. Ne furono incantati: mi promisero di presentarmi, e mi anticiparono le loro congratulazioni riguardo all’accoglienza favorevole della mia opera. Andava sempre più aumentando la conversazione: arriva Caffariello, mi vede, mi riconosce, mi saluta con aria da Alessandro, e prende il suo posto accanto alla padrona di casa. Pochi minuti dopo è annunciato il conte Prata, uno dei direttori degli spettacoli, e quello appunto che conosceva più degli altri l’arte drammatica. La signora Grossatesta mi presenta al signor conte, gli parla della mia opera, ed egli s’impegna a propormi all’assemblea della direzione; avrebbe bensì avuto caro che io mi fossi compiaciuto di dargli qualche idea della medesima privatamente. La mia compatriota pure avrebbe gradito di sentirla, e io nulla più desideravo che leggerla. È avvicinato subito un tavolino, una bugia, e ciascuno prende il suo posto. Io mi accingo alla lettura e annuncio il titolo di Amalasunta; Caffariello canta il nome di Amalasunta, e gli par lungo e ridicolo: tutti ridono. - Non rido però io, grida allora la signora; - e il rosignolo tace. Leggo i nomi dei personaggi, che nella mia composizione erano nove; a un tratto si sente una vocina, che si partiva dalla bocca di un vecchio castrato, il quale cantava nei cori, e gridava come un gatto: - Troppi, troppi, vi sono almeno due personaggi di più. - Vedevo bene di essere in cattive acque, e volevo desistere dalla mia lettura; ma il signor Prata fece tacer l’insolente, che non aveva il merito di Caffariello, e a me rivolto disse: - Signore, è vero che ordinariamente non vi sono in un dramma che sei o sette personaggi; quando però l’opera n’è degna, si soggiace con piacere alla spesa di due personaggi di più. Abbiate, egli soggiunse, abbiate pure la compiacenza di proseguir la lettura, se vi aggrada.

Riprendo dunque la mia lettura. Atto primo, scena prima: Clodesilo e Arpagone. Ecco il signor Caffariello, che mi domanda qual sia il nome del primo soprano dell’opera. - Signore, io gli dissi, è Clodesilo. - Come? egli rispose, voi fate aprir la scena dal primo attore, e lo fate comparire nel tempo in cui vien la gente, cerca posto e fa strepito? perbacco! io non sarei vostro primo uomo davvero. - Che pazienza! il signor Prata prende la parola, e soggiunge: - Vediamo se la scena è piacevole. - Leggo la prima scena, e mentre recito i miei versi un estenuato musico trae di tasca un rotolo di fogli di musica, e va al cembalo per ripassare un’aria della sua parte. La padrona di casa mi fa allora mille scuse, e il signor Prata mi prende per mano conducendomi in uno stanzino da toeletta, lontanissimo dalla sala. Quivi il conte mi fa sedere, siede egli pure accanto a me, mi placa riguardo alla villana condotta di una compagnia di simili stolidi, e mi prega di far la lettura del mio dramma a lui solo, per poterne giudicare e dir sinceramente il suo parere. Fui contentissimo di quest’atto di compiacenza, lo ringraziai, e intrapresi la lettura della mia composizione leggendo dal primo verso fino all’ultimo, senza risparmiargli una virgola. Mi ascoltò attentamente e con pazienza, e giunto al termine, ecco a un bel circa il risultato della sua attenzione e del suo giudizio: - Mi pare, egli disse, che non abbiate male studiata l’arte poetica di Aristotele e di Orazio, e che abbiate scritto la vostra composizione secondo i veri principi della tragedia. Voi dunque non sapevate che il dramma in musica fosse un’opera imperfetta, sottoposta a regola e usi, privi, è vero, di senso comune, ma che bisogna seguire a rigor di lettera? Se foste stato in Francia, avreste potuto darvi maggior pensiero per piacere al pubblico, ma qui bisogna rifarsi dal piacere agli attori e alle attrici, bisogna contentare il compositore di musica, convien consultare il pittore delle decorazioni: ogni cosa ha le sue regole, e sarebbe un delitto di lesa drammaturgia se si osasse di violarle e non si osservassero. Ascoltate (egli proseguì), sono per indicarvi alcune di queste regole, che sono immutabili e che voi non conoscete. Ciascuno dei tre principali soggetti del dramma dee cantar cinque arie: due nel primo atto, due nel secondo e una nel terzo. La seconda attrice e il secondo soprano non possono averne che tre; e le ultime parti debbono contentarsi di una, o di due al più. L’autore delle parole deve somministrare al musico le differenti ombre che formano il chiaroscuro della musica, e osservar bene che non vengano di seguito due arie patetiche, essendo inoltre necessario spartire con la medesima precauzione le arie di bravura, le arie d’azione, i mezzo-carattere, i minuetti e i rondò. Convien soprattutto badar bene di non dare arie d’affetto e di commozione, o arie di bravura, o rondò alle seconde parti. Bisogna che questa povera gente si contenti di ciò che loro è assegnato, essendo loro proibito di farsi onore. - Il signor Prata voleva dir di più. - Basta così, io ripresi, signore, non vi date la pena di dirmi altro. - Lo ringraziai nuovamente e presi da lui congedo. Conobbi allora che le persone che avean dato giudizio della mia composizione a Brescia avevano ragione. Rilevai che il conte Trissino di Vicenza aveva anche più ragione degli altri, e che io solo avevo il torto.

CAPITOLO XXIX.

Sacrifizio della mia Amalasunta. - Visita impensata al signor residente.

- Conforto anche più impensato per me. - Arrivo di un anonimo a Milano.

- Apertura dello spettacolo per mezzo mio. - Piccola operetta da me composta. -

 Partenza del residente per Venezia.

Entrato in casa avevo freddo, caldo, ed ero nella maggiore umiliazione. Levo di tasca il mio scritto e mi vien voglia di lacerarlo. Il giovane dell’albergo domanda gli ordini per la cena. - Non cenerò, fatemi un buon fuoco. - Avevo sempre in mano la mia Amalasunta. Ne rileggevo alcuni versi e li trovavo pieni di grazia. Maledette regole! la mia composizione è buona, ne son sicuro; sì, ella è buona; è bensì cattivo il teatro, gli attori, le attrici, i maestri di musica, i decoratori - che il diavolo se li porti! e te pure, disgraziata mia composizione che mi sei costata tanta pena e che hai deluse la mie speranze, te divorino adesso le fiamme. La getto nel fuoco e sto a vederla bruciare a sangue freddo con una specie di compiacimento. Il dispiacere e la collera avevano bisogno di sfogo; rivolsi la vendetta contro me stesso, e così ebbi le mie soddisfazioni. Tutto era finito. Non pensavo più alla mia composizione: ma rivoltando la cenere con le molle, e radunando i frammenti del mio manoscritto per compierne la combustione, mi venne in pensiero che in nessun caso non avevo mai fatto per i miei disgusti il sacrificio della cena: chiamo il giovane, ordino che apparecchi e che mi porti subito da mangiare. Non aspettai molto, mangiai bene, bevvi meglio, andai a letto e riposai con la maggior tranquillità. Quello che mi accadde di straordinario fu che la mattina mi risvegliai due ore più presto del solito. Nello svegliarmi il mio spirito avrebbe inclinato dalla cattiva parte, ma dissi allora a me stesso: su via, su via, bando al cattivo umore, ci vuol coraggio; si vada dal signor residente di Venezia; egli mi ha invitato a pranzo, ma è necessario parlargli da solo a solo, conviene dunque andarvi subito. Mi vesto e ci vado.

Vedendomi il ministro alle nove di mattina, dubitò che mi avesse là condotto qualche urgente motivo. Mi ricevè alla toeletta, gli feci intendere che mi davan fastidio i testimoni, ed egli ordinò che tutti uscissero; gli raccontai allora la storia della veglia, gli delineai al vivo il quadro della conversazione disgustosa che mi aveva stomacato, gli parlai del giudizio del conte Prata, e terminai col dire che ero l’uomo più impacciato del mondo.

Si divertì molto il signor Bartolini al racconto della scena comica dei tre attori eroici, e chiese di leggere la mia opera. - La mia opera, signore? più non esiste. - Che cosa ne avete fatto? - L’ho bruciata. - L’avete bruciata! - Sì, signore. Ho bruciato ogni mio capitale, ogni mio bene, la mia fortuna, le mie speranze. - Allora sì che diè nel ridere il ministro; ma dal riso e dalle ciarle ne risultò che io restai nella casa di lui, che mi ricevè in qualità di gentiluomo di camera, mi assegnò un bellissimo appartamento e al fin dei conti, nello scacco che avevo toccato, era maggiore il guadagno della perdita. Il mio impiego non mi occupava che per commissioni piacevoli: andare, per esempio, a complimentare i signori veneti che erano in viaggio, o in casa del governatore, o dai magistrati di Milano per affari della Repubblica. Queste occasioni non erano frequenti, e avevo perciò tutto il comodo di divertirmi e scegliere occupazioni a mio piacere. Capitò in città al principio della quaresima un ciarlatano di una specie molto rara, la cui memoria merita forse di esser registrata negli annali del secolo. Buonafede Vitali di Parma era il suo nome, e si faceva chiamar l’Anonimo. Discendeva da buona famiglia, aveva avuto un’eccellente educazione ed era stato gesuita: sentendo disgusto per il chiostro, si diede alla medicina e ottenne la cattedra di professore nell’università di Palermo. Quest’uomo singolare, a cui veruna scienza era straniera, aveva una smodata vanità di far valere l’estensione del suo sapere; e siccome era miglior parlatore che scrittore, abbandonò il posto onorevole che teneva e prese il partito di fare il saltimbanco per arringare il pubblico; ma non essendo abbastanza ricco per contentarsi della pura gloria, traeva profitto dal suo ingegno e vendeva i suoi medicamenti. Era per lui un bel fare il mestiere del ciarlatano; i suoi specifici erano buoni, e la sua scienza e facondia gli avevano acquistato un credito e una considerazione non comuni. Risolveva pubblicamente tutte le questioni più difficili che gli venivan proposte in tutte le scienze e materie più astratte. Si proponevano sul suo teatro empirico problemi, punti di critica, di storia, di letteratura ecc.; rispondeva nell’atto, e faceva dissertazioni soddisfacentissime. Pochi anni dopo passò a Venezia e fu chiamato a Verona, a motivo di una malattia epidemica che faceva perire chi n’era attaccato. Il suo arrivo in questa città fu come l’apparizione di Esculapio in Grecia, guarì tutti con mele appiole e vino di Cipro. Fu chiamato per riconoscenza il primo medico di Verona, ma non potè goderne lungamente, essendo morto l’anno stesso compianto da tutti, fuorchè dai medici.

A Milano aveva l’Anonimo la soddisfazione di veder la piazza, ov’egli si mostrava al pubblico, sempre piena di gente a piedi e in carrozza; ma siccome i dotti eran quelli che compravano meno degli altri, bisognava fornire il palco di oggetti attraenti per intrattenere il pubblico ignorante; e il novello Ippocrate spacciava i suoi rimedi, profondeva la sua retorica attorniato dalle quattro maschere della commedia italiana. Buonafede Vitali aveva pura passione per la commedia, e teneva a sue spese una compagnia completa di commedianti, i quali dopo avere aiutato il loro principale a ricevere il denaro che gli si gettava nei fazzoletti, e a rimandar gli avventori pieni di piccoli vasetti o scatolette, davano in seguito rappresentazioni in tre atti, al lume di torce di cera bianca e con una certa magnificenza.

Volevo fare amicizia con l’Anonimo, non solo per il piacer di conoscere quest’uomo straordinario, quanto ancora i suoi seguaci. Andai un giorno a trovarlo sotto pretesto di comprare un poco del suo alexifarmaco; in questa occorrenza promossi varie questioni sopra la malattia che avevo o credevo d’avere, e si accorse che la sola curiosità mi aveva tratto alla sua casa: mi fece portare una buona tazza di cioccolata e mi disse esser quello il miglior medicamento per il mio stato. Trovai molta urbanità e grazia nelle sue maniere, e ci trattenemmo insieme per qualche tempo. Era tanto amabile in privato, quanto era dotto in pubblico. Nel corso della nostra conversazione essendomi palesato per persona che aveva aderenza col residente di Venezia, credè che io potessi essergli utile riguardo a un disegno che aveva immaginato Me lo partecipò: m’impegnai a servirlo e vi riuscii con la maggiore facilità. Ecco di che cosa si trattava.

Non vi annoiate, mio caro lettore, di questa digressione; vedrete quanto ella è per esser necessaria alla connessione della mia storia. Nella quaresima erano sospesi a Milano gli spettacoli, come è uso per tutta l’Italia. Il teatro comico doveva riaprirsi a Pasqua, ed era stata già fissata una della migliori compagnie di commedianti, ma il direttor di essa, essendo stato chiamato in Germania, partì senza dir nulla e mancò ai Milanesi. Trovandosi pertanto la città senza spettacoli, era sul punto di rivolgersi a Venezia e Bologna per mettere insieme una compagnia. L’Anonimo dunque avrebbe desiderato che si fosse data la preferenza alla sua, non eccellente, ma che peraltro poteva far conto su tre o quattro soggetti di merito, il cui insieme si combinava a meraviglia. Infatti il signor Casali che recitava le parti di primo amoroso, e il signor Rubini che sosteneva stupendamente quelle di Pantalone, furono l’anno dopo chiamati a Venezia, il primo per il teatro di San Samuele, l’altro per quello di San Luca. M’incaricai con piacere di tal commissione, perché in qualunque modo doveva essermi dilettevole. La partecipai al mio ministro, che si diede la cura di parlarne egli stesso alle principali dame della città; ne tenni discorso al conte Prata, che avevo sempre coltivato; misi in opera il mio credito e quello del residente di Venezia sul governatore; insomma in tre giorni fu firmato il contratto. L’Anonimo restò contento, e io ebbi per mancia un secondo palchetto di faccia, che poteva contenere dieci persone. Profittando dell’occasione di questa compagnia con la quale trattavo familiarmente, mi rimisi a comporre alcune bagatelle teatrali. Non avrei avuto tempo bastante per fare una commedia, non essendo l’accordo fatto con l’Anonimo che per la primavera e l’estate fino al mese di settembre; e siccome tra i suoi stipendiati vi era un compositore di musica, e un uomo con una donna che cantavano assai bene, feci un intermezzo a due voci, intitolato il Gondolier Veneziano, che fu eseguito, ed ebbe tutto il buon successo che una simile composizione poteva meritare. Ecco la prima opera comica di mia composizione che comparve in pubblico e successivamente al torchio, essendo stata stampata nel quarto volume delle mie opere comiche, edizione di Venezia del Pasquali.

Nel tempo che si eseguiva a Milano il mio Gondolier Veneziano, con commedie a braccia, si annunziò la prima rappresentazione del Belisario, e si continuò ad annunziarla per sei giorni prima di esporla, allo scopo di eccitare la curiosità del pubblico e assicurarsi un buon introito. I comici non s’ingannarono: il teatro di Milano di quel tempo (chè anch’esso ebbe nelle fiamme il destino quasi ordinario di tutti i teatri) era il più grande d’Italia dopo quello di Napoli. Nella prima rappresentazione del Belisario fu così considerabile il concorso, che si stava pigiati dalla folla, incluse le corsie. Ma che detestabile rappresentazione! Giustiniano era un imbecille, Teodora una cortigiana e Belisario un predicatore. Compariva in scena privo di occhi. Arlecchino era il conduttore del cieco e gli dava dei colpi di stecca per farlo andare; tutti erano nauseati, io poi più degli altri, avendo distribuito parecchi inviti a persone di primo merito. Il giorno dopo vado da Casali, che mi riceve ridendo e mi dice in tono di beffa: - Ebbene, signore, che pensate voi del nostro famoso Belisario? - Penso, risposi, che questa è un’indegnità che non mi aspettavo. - Eh via! egli riprese, voi non conoscete i comici. Non vi è compagnia che non si serva di tempo in tempo di queste astuzie per far denaro, e questo si chiama in gergo comico un’arrostita. - Che cosa significa, io gli dissi, un’arrostita? - Ed egli: - Significa in buon toscano, una corbellatura; in lingua lombarda, una minchionada; e in francese, une attrape. I comici hanno l’uso di servirsene e il pubblico è assuefatto a soffrirle. Non tutti sono delicati, e l’arrostite andranno sempre avanti, fino a tanto che non siano soppresse da una riforma. - Vi prego, soggiunsi allora, mio signor Casali, di non arrostirmi per la seconda volta, consigliandovi di bruciar piuttosto il vostro Belisario, giacchè credo che non vi sia cosa più detestabile. - Avete ragione, rispose; sono però persuaso, che di questa cattiva rappresentazione se ne possa fare una buona. - Senza dubbio, risposi, la storia di Belisario può fornire un’eccellente composizione. - Su via, replicò Casali, voi avete genio a lavorare per il teatro, fate che questo sia il primo vostro passo. - No, risposi, non comincerò mai con una tragedia. - Fatene una tragi-commedia. - Ma non sul gusto della vostra. Non vi saranno maschere, non vi saranno buffonerie. Vedrò, mi proverò. - Aspettate un momento: ecco qui Belisario. - Io non so che farmene. Il mio lavoro sarà ricavato dalla storia. - Tanto meglio. Vi raccomando il mio amico Giustiniano. - Farò quello che posso. - Io non son ricco, procurerò peraltro... - Discorsi inutili. Io lavoro per divertimento. - Amico, vi confido il segreto: l’anno venturo debbo andare a Venezia: se potessi portarvi meco un Belisario... Oh! là un Belisario coi fiocchi. - Forse lo avrete. - Bisogna promettermelo. - Ebbene, ve lo prometto. - Parola d’onore? - Parola d’onore.

Ecco Casali contento: lo lascio, e vado a casa nella ferma risoluzione di mantenere la promessa con tutta l’esattezza e l’impegno, Sentendo il signor residente che ero tornato, mi fece chiamare per dirmi ch’era per partire per Venezia, a motivo di alcuni suoi particolari affari, avendo avuto il permesso dal Senato di assentarsi per qualche giorno da Milano. Il suo segretario era milanese, ma non stavano bene insieme; questo era un po’ troppo delicato, e il ministro, vivace e soggetto a impeti violentissimi. Mi fece l’onere d’incaricarmi di parecchie commissioni e tra le altre, siccome una sorda voce faceva temere una guerra che poteva stare a cuore alla Lombardia, mi incaricò di scrivergli giornalmente e di stare attento a tutto ciò che poteva succedere. Era questo invero un usurpare i diritti del segretario, ma io non potevo oppormi, e oltre a ciò il ministro non avrebbe inteso ragione su questo punto. Non mancai di eseguire le commissioni affidatemi, né tardai molto nel tempo stesso a intraprendere l’opera che avevo promesso sulla parola d’onore. Ero arrivato in pochi giorni alla fine del primo atto: lo avevo comunicato al Casali, che n’era rimasto incantato e avrebbe voluto copiarlo in quel momento. Successero però due casi in una volta: il primo di essi mi fece rallentare il lavoro, e il secondo interromperlo per lungo tempo.

CAPITOLO XXX.

Incontro di una Veneziana. - Milano sorpresa dalle armi del re di Sardegna.

- Mio imbroglio a motivo della guerra e della Veneziana.

- Ritorno del residente da Venezia a Milano. - Sua e mia partenza per Crema.

Passeggiando un giorno in campagna verso Porta Tosa col signor Carrara, gentiluomo bergamasco e mio intimo amico, ci fermammo alla famosa osteria della Cazzuola che i Milanesi pronunziano casseula, perché i Lombardi hanno il dittongo eu come i Francesi e lo pronunciano in egual modo. Non si fanno a Milano passeggiate, né si mette insieme divertimento di qualunque sorte sia, in cui non si discorra di mangiare: agli spettacoli, alle conversazioni di gioco, a quelle di famiglia, siano esse di cerimonia o di complimento, alle corse, persino alle conferenze spirituali sempre si mangia. Per questa ragione appunto i Fiorentini, che generalmente son sobri ed economi, chiamano i Milanesi lupi lombardi. Ordinammo il Carrara e io una piccola merenda, consistente in una polpettina (cioè polpette di carne battuta) con alcuni uccelletti e gamberi; e aspettando che fosse pronta la colazione, si fece un giro per il giardino. Al ritorno, nel passar dalla parte della cucina dell’osteria, vidi a una finestra del primo piano un bellissimo visetto che fingeva di nascondersi dietro la tenda. Corro subito a prenderne notizia. L’oste non conosceva punto la persona. Vi era giunta da tre giorni per la posta in compagnia di un uomo in buon arnese, che si era allontanato da lei il giorno dopo, né più era ricomparso. Si vedeva essere nel maggior cordoglio e si supponeva veneziana. Giovane, bella, veneziana e afflitta! - Andiamo, dissi al compagno, bisogna andare a consolarla. - Salgo, e Carrara mi vien dietro; picchio, la bella non vuol aprire; parlo veneziano e mi manifesto per uomo addetto al residente di Venezia. Apre allora i due battenti della porta, e mi riceve struggendosi in lacrime e nella massima desolazione.

Che spettacolo attraente e da far colpo! Una bella donna che piange ha certamente qualche diritto sopra un animo sensibile. Dividevo con lei le sue pene, facevo il possibile per calmarla, e il mio amico Carrara se la rideva. Che uomo duro! Come poteva ridere? Io ero di cera e m’intenerivo di minuto in minuto. Giunsi finalmente ad asciugar le lacrime dell’amata mia compatriota e a farla parlare. Era, per quello che mi disse, una fanciulla di buonissima casa di Venezia, divenuta amante di una persona di condizione superiore alla sua. Aveva concepito la speranza di farne il suo sposo; ma avendo trovato opposizioni da ogni parte, non vide altro scampo che quello di andare in paese straniero. Aveva fatto la sua confidenza a uno zio materno, che l’amava molto ed ebbe la debolezza di secondarla. Si erano dati tutti e tre alla fuga, avevano preso la strada di Milano ed erano passati per Crema. Furono inseguiti e raggiunti in quella città; lo zio fu arrestato e condotto in carcere, e i due amanti ebbero la fortuna di salvarsi. Arrivati a Milano di notte, avevano preso alloggio nell’osteria dove eravamo; il suo amante era uscito la mattina di buon’ora per cercare un quartiere in città, ma non era più ritornato. Erano oramai tre giorni che la signorina si trovava sola e fuori di speranza di rivedere il suo rapitore, il suo indegno seduttore; e intanto le lacrime raddoppiate di questa languente bellezza compiono il racconto, ed eccitano al colmo la mia sensibilità. Carrara, che non rideva più ma era bensì irritato che la lunga nenia c’impedisse di merendare, mi fece riflessioni estremamente patetiche sopra il suo appetito. Il cuore non mi permetteva di lasciare la mia compatriota senza fissare con lei qualche provvedimento. La pregai pertanto, per accontentare il ghiotto compagno, di permetterci di far portare la merenda nella sua camera; ella vi acconsentì con buona maniera, e fummo serviti. Mentre eravamo a tavola, io continuavo il colloquio con la signorina, e Carrara mangiava sempre e si burlava di me. Incominciava a farsi sera e conveniva partire; presi pertanto congedo dalla mia bella compatriota, le promisi di tornare a vederla il giorno dopo e, augurandole affettuosamente la buona sera, la pregai di confidarmi il suo nome. Parve che su questo punto avesse qualche difficoltà; ma finalmente mi disse all’orecchio che si chiamava Margherita Biondi. Seppi poi che non era né Margherita né Biondi, né nipote né fanciulla; ma era giovane, bella, amabile, aveva l’aria civile e io ero in buona fede. Potevo mai abbandonarla nel cordoglio o nell’afflizione? Nel ritorno in città bisognò sopportare tutte le beffe e corbellature di Carrara; ciò peraltro non m’impedì di mantener la parola alla bella forestiera. Le trovai un bellissimo appartamento ammobiliato e di buon’aria sulla Piazza d’Armi, andai a desinar seco il giorno dopo, e la condussi in una buona carrozza a prender possesso del nuovo quartiere. Mi pregò di adoperarmi a favore di suo zio per farlo uscire di prigione, di farne parola col residente di Venezia al suo ritorno a Milano, come pure d’indurre questo ministro ad aggiustare i suoi affari con i genitori, né seppi negarle nulla. Andavo a trovarla spessissimo e la sua compagnia mi riusciva gradita un giorno più dell’altro. Ero contentissimo del mio stato, e quest’ultima avventura aumentava le delizie della mia condizione; ma non ero fatto per godere a lungo di una felicità, qualunque fosse. I piaceri e i disgusti si succedevano per me rapidamente; e il giorno nel quale godevo di più era quasi il punto di una nuova disgrazia. Era una mattina in camera di buonissima ora il mio servitore; aprì la cortine, e vedendomi sveglio: - Ah! signore, mi disse, ho una gran nuova da darvi. Quindicimila Savoiardi, a piedi e a cavallo, vengono a impadronirsi della città e si vedono schierati in piazza del Duomo. - Sbalordito da questa novità così inaspettata, feci cento interrogazioni in una volta al mio staffiere, che non sapeva dirmi altro. Mi vesto in fretta, esco e vado al caffè. Dieci persone mi parlano tutte insieme, ognuno vuol essere il primo a informarmi. Vi erano diverse opinioni, ma ecco il fatto. Cominciata la guerra del 1733, chiamata la guerra di don Carlo, il re di Sardegna si dichiarava del partito di questo principe, e riuniva le sue armi a quelle della Francia e della Spagna contro la casa d’Austria. I Savoiardi, che avevan fatto la loro marcia di notte, comparvero sul far del giorno alle porte di Milano; il generale chiese le chiavi della città, e poiché Milano è troppo vasta per porsi in stato di difesa, furono portate le chiavi. Senza internarmi di più nella cosa, credetti di saperne abbastanza per darne subito parte al mio residente. Rientro a casa, scrivo, spedisco un espresso a Venezia, e tre giorni dopo torna il ministro alla sua residenza. Non tardarono frattanto a comparire anche le truppe francesi e a riunirsi alle sarde loro alleate, mettendo insieme quell’esercito formidabile che gl’Italiani chiamavano l’esercito dei Gallo-Sardi.

Disponendosi dunque gli alleati a far l’assedio del castello di Milano, fecero gli approcci per mettersi in stato di battere la fortezza, onde gli abitanti della Piazza d’Armi furono obbligati a sloggiare. La mia povera veneziana, che si trovava in questo numero, mi fece avvertire del suo turbamento; accorsi subito, la feci uscir prontamente e, non volendo collocarla in un quartiere appartato, fui forzato ad affidarla a un mercante genovese, in casa del quale non potevo vederla che in mezzo a una famiglia numerosa ed eccessivamente inquieta. Gli assedianti formarono subito le loro trincee e strade coperte; l’assedio si eseguiva col maggior ardore, le batterie dei cannoni facevano scariche giorno e notte, e ad essi rispondevano quelli della fortezza, venendo talvolta a farci visita in città qualche bomba mal diretta. Pochi giorni dopo un corriere della Repubblica di Venezia portò al mio ministro una lettera ducale in cartapecora con sigillo di piombo con ordine di partir da Milano e di andare per tutto il tempo della guerra a stabilire la sua residenza in Crema. Mi partecipò subito il signor residente tal notizia; approfittò di questa occasione per disfarsi del segretario, che non gli andava a genio, mi affidò questo onorevole e lucroso incarico e mi ordinò di star pronto per il giorno dopo. Siccome avevamo bisogno in Milano di un corrispondente nel tempo della nostra assenza, proposi il mio amico Carrara, che fu approvato dal ministro e venne perciò ad abitare nel nostro palazzo. Preparai subito i fagotti, ammassai i miei fogli e andai a fare i saluti alla bella veneziana, che piangeva, ch’era in timore e nella maggior desolazione. Mi raccomanda vivamente suo zio, appunto in carcere a Crema. Procuro di consolarla, e dò del denaro tanto a lei quanto al suo albergatore; questo complimento pare che contribuisca molto a calmarla. Ci abbracciamo, poi torno a casa e parto col ministro sul far del giorno. Arrivato a Crema, la mia prima premura fu di portarmi alle carceri: domando del signor Leopoldo Scacciati, ch’era lo zio in questione. Non c’era più: le mie raccomandazioni avevano anticipato la sua scarcerazione; era uscito il dì precedente al mio arrivo ed era partito per Milano. Quest’uomo, che non poteva avere il minimo sentore della mia partenza da quella città, come avrebbe fatto a ritrovar la signorina Biondi in un paese sì vasto e popolato? Questa riflessione mi dava somma inquietudine: scrissi al mercante genovese, scrissi al signor Carrara, ed ecco a un dipresso la risposta di quest’ultimo: «Il vostro Leopoldo Scacciati è giunto a Milano. È venuto al palazzo, credendo di trovarvi. Il guardaportone lo ha fatto salire; mi ha parlato e ha reclamato sua nipote. Io l’ho condotto in casa del genovese, e ho creduto di rendervi un servigio grandissimo facendogli consegnare questa giovane, che vi era a carico e che non ne meritava la pena.» Lontano da quest’oggetto incantatore, dovei confessare che il mio amico si era portato benissimo, e non avendo dopo ricevuto notizia alcuna né della giovane né di suo zio, la loro ingratitudine mi dispiacque, però molto leggermente. Posi in dimenticanza l’una e l’altro, e mi diedi seriamente ad adempiere i doveri della mia carica.

CAPITOLO XXXI.

Restituzione del castello di Milano. - Assedio di Pizzighettone. - Armistizio. - Resa della fortezza. -

Nuove occupazioni teatrali. - Visita importuna. - Rottura fra il residente e me.

Crema è una città della Repubblica di Venezia, governata da un nobile veneziano col titolo di podestà, quarantotto leghe distante dalla capitale e nove dalla città di Milano. Quivi il residente di Venezia era a portata di vigilare sugli avvenimenti e sui disegni delle potenze belligeranti senza compromettere la Repubblica, che era neutrale e che riconoscere non poteva i nuovi padroni del Milanese. Questo ministro però non era il solo che ne avesse l’incarico. Fu contemporaneamente spedito da Venezia nella stessa città di Crema un senatore col titolo di provveditore straordinario, e ambedue facevano a gara i loro sforzi per avere corrispondenze e per spedire al senato recenti e sicure notizie. Avevamo per conto nostro ogni giorno dieci, dodici e qualche volta venti lettere da Milano, Torino, Brescia e da tutti i paesi di mezzo, ove si trattava di passaggio di truppe, di foraggi, di magazzini. Toccava a me aprirle e farne gli estratti, confrontandole e formando un dispaccio ricavato dalle relazioni che parevano più uniformi e meglio provate. Dopo questo lavoro il ministro faceva una scelta, vi univa le sue riflessioni, le sue osservazioni; onde qualche volta erano da noi spedite alla capitale quattro staffette in un giorno. Questo esercizio mi teneva, è vero, molto occupato, ma mi divertiva infinitamente. Mi ponevo così al fatto della politica e della diplomazia; cognizioni che mi furono poi utilissime, quando venni nominato, quattr’anni dopo, console di Genova a Venezia.

In capo a venti giorni d’assedio e quattro di breccia aperta, il castello di Milano fu costretto a capitolare e arrendersi, avendo chiesto e ottenuto tutti gli onori militari, tamburo battente, bandiere spiegate e carriaggi coperti fino a Mantova, luogo di riunione generale dei Tedeschi, che non avevano ancora messo insieme forze bastanti per opporsi ai progressi dei loro nemici. Gli eserciti alleati, che approfittavano del tempo favorevole, posero alcuni giorni dopo l’assedio a Pizzighettone, piccola città di frontiera nel cremonese dove il Serio si unisce all’Adda, città benissimo difesa e con una fortezza considerabilissima. Essendosi pertanto molto avvicinato a Crema il teatro della guerra, eravamo più a portata di prima d’aver notizie, giacché s’udivano distintamente le cannonate. Non durarono molto tempo le ostilità perché i Tedeschi, che aspettavano ordini da Vienna e da Mantova, chiesero un armistizio di tre giorni, che fu loro concesso senza difficoltà. In tale occorrenza fui spedito in qualità di spione onorato al campo degli alleati. Non è possibile delineare esattamente il meraviglioso quadro di un campo di battaglia in armistizio; è la festa più magnifica, lo spettacolo più straordinario che mai si possa immaginare. Un ponte costruito sulla breccia apre la comunicazione fra assedianti e assediati; si vedono ovunque tavole imbandite, gli ufficiali si regalano scambievolmente; dentro e fuori, sotto tende e baracche, si danno balli, banchetti, concerti; vi concorre tutta la gente dei dintorni, a piedi, a cavallo, in calesse; vi si portano viveri da tutte le parti; vi regna al momento l’abbondanza; vi concorrono ciarlatani e giocatori: insomma è una fiera piacevole, è un concorso delizioso. Io ne godevo per qualche ora ogni giorno e, nel terzo appunto, vidi uscire la guarnigione tedesca con gli onori medesimi concessi a quella di Milano. Mi divertivo molto a vedere i soldati francesi e piemontesi, nell’uscire dalla piazza sotto le loro bandiere, rimpiattarsi tra le file dei loro compatrioti e disertare impunemente. La sera, tornato a casa, facevo il rapporto al mio ministro di ciò che avevo veduto e udito, e potevo assicurarlo per mezzo dei colloqui da me tenuti con alcuni ufficiali, che gli eserciti uniti dovevano andare ad accamparsi nei ducati di Parma e Piacenza, per garantirli dalle incursioni che si potevano temere da parte dei Tedeschi. I fatti corrisposero alle notizie che mi erano state date: gli alleati sfilarono a poco a poco verso il cremonese e si stabilirono nei dintorni di Parma, ove la duchessa vedova regnante, alla testa della reggenza, governava i suoi stati. L’allontanamento delle truppe diminuì molto il mio lavoro, e mi diè ozio per dedicarmi a occupazioni più piacevoli. Ripresi il mio Belisario, vi lavorai con assiduità e ardore, né lo abbandonai se non quando lo credei finito e mi parve di poterne esser contento. In questo mentre mio fratello, che dopo la morte del signor Visinoni aveva lasciato il servizio di Venezia, si era trasferito a Modena nella speranza di essere impiegato dal duca; ma, non avendo potuto ottenere nulla da questa parte, venne a unirsi meco a Crema. Lo ricevetti con amorevolezza e lo presentai al signor residente. Questo ministro gli diede subito il posto di gentiluomo già da me occupato; ma se uno aveva la testa calda, l’altro l’aveva bollente, onde non potevamo stare insieme. Fu dunque dal signor residente ringraziato, e se ne partì di malumore. La cattiva condotta di mio fratello mi fece demeritare un pochino la stima del ministro. Non mi guardava più con la stessa bontà e amicizia. Si era acquistata la sua confidenza un ipocrita domenicano, e quando io non ero al palazzo s’impacciava di scrivere sotto la sua dettatura. Tutto ciò mi aveva un poco alienato l’animo. Il mio superiore e io non eravamo che due persone reciprocamente disgustate, e il caso che io sono per raccontare cagionò finalmente la totale rottura. Ero un giorno nella mia camera, quando mi si annuncia un forestiero che vuol parlarmi. Dico che si faccia entrare, e vedo un uomo magro, piccolo, zoppo, non troppo ben vestito, e con una fisionomia molto dubbia. Gli chiedo il nome: - Signore, egli dice, sono il vostro servitore Leopoldo Scacciati. - Ah! Ah! il signore Scacciati? - Certo; quello appunto che aveste la bontà di far scarcerare e di proteggere. - Donde venite? - Da Milano. - E cosa fa la vostra signora nipotina? - Sta a meraviglia; voi la vedrete. - La vedrò? E dove mai? - Qui. - Ella è qui? - Sì, signore, all’albergo del Cervo, ove vi aspetta e vi prega di venire a pranzo da lei. - Piano, signor Scacciati; che avete fatto in tutto questo tempo a Milano? - Io vi conoscevo molti ufficiali, ed essi mi facevano l’onore di venire a trovarmi. - A trovarvi? - Sì, signore - E la signorina? - Oh! ella faceva gli onori della tavola. - Soltanto della tavola? - Sopraggiunge uno staffiere e interrompe una conversazione che avrei voluto prolungare un poco di più, dicendomi che il ministro mi vuole. Prego allora il signor Scacciati di trattenersi e avere la compiacenza di aspettarmi. Salgo; il signor residente mi presenta un manoscritto da copiare. Era il manifesto del re di Sardegna con le ragioni che lo avevano fatto piegare al partito dei Francesi. Questo quinterno era prezioso, poiché l’originale era sotto il torchio a Torino e conveniva spedirlo copiato a Venezia. Il ministro non desinava né cenava quel giorno al palazzo; onde ordinò che gli portassi manoscritto e copia la mattina dopo di levata. Il quaderno era molto voluminoso e male scritto, ciò nonostante bisognava sbrigarlo. Entro nel mio quartiere, avviso il signor Scacciati che non potevo in verun modo in quel giorno desinare in città, ma che bensì sarei andato a trovar la sua nipote la sera, appena avessi potuto. Mi fa intendere che la signorina deve partire speditamente. Ripeto le medesime parole con atto d’impazienza, e lo zoppo fa una giravolta e se ne va. Mi metto subito all’opera; desino con una tazza di cioccolata, lavoro fino alle nove della sera, termino, serro le due copie nella mia segreteria e me ne vado all’albergo del Cervo. Trovo la bella veneziana che faceva una partita di faraone con quattro signori che non conoscevo. Finiva appunto il taglio mentre entravo; tutti s’alzano, mi fanno molte garbatezze, si fa portare la cena e mi si dà il posto di distinzione accanto alla signorina. Avevo una fame disperata e mangiai per quattro. Finita la cena, si riprende il gioco. Io punto e vinco; non ardivo però di andarmene il primo. Si passa la notte giocando. Guardo l’orologio, erano le sette della mattina. Vincevo sempre, ma non potendo trattenermi di più, fo alla conversazione le mie scuse e parto. Quattro passi lontano dall’albergo incontro uno dei nostri staffieri. Il signor residente mi aveva fatto cercare dappertutto; si era alzato alle cinque, mi aveva fatto chiamare e gli era stato detto che avevo dormito fuori dal palazzo. Era nella maggior furia. Corro, entro in casa, vado nella mia camera, prendo i due quaderni e li porto al ministro. Mi riceve malissimo, e sospetta che sia stato a comunicare il manifesto del re di Sardegna al provveditore straordinario della Repubblica di Venezia.

Mi ferisce vivamente l’animo una simile accusa, e mi pone in desolazione. Mi lascio vincere contro il solito da un impulso di vivacità, e il ministro minaccia di farmi arrestare. Esco e vado a rifugiarmi in casa del vescovo della città, che prende le mie difese e s’impegna a riconciliarmi col residente. Lo ringraziai, poiché avevo già risoluto, né altro volevo che giustificarmi e partire. Il ministro ebbe tempo d’informarsi dove avevo passata la notte, e si era ricreduto sul mio conto; io però non volli più espormi a simili disgusti e gli chiesi il permesso di dimettermi. Me lo concesse e io gli feci le mie scuse, i miei ringraziamenti. Misi in ordine i miei fagotti, accaparrai un calesse per Modena, ove stava tuttavia mia madre, e tre giorni dopo partii.

CAPITOLO XXXII.

Arrivo a Parma. - Terribile spavento dei Parmigiani. - Battaglia di Parma del 1733.

- Morte del generale tedesco. - Veduta del campo dopo la battaglia. -

Mutazione di viaggio. - Avvenimento dolorosissimo per me.

Giunto a Parma il 28 giugno 1733, vigilia di san Pietro, giorno memorabile per questa città, andai a prendere alloggio all’albergo del Gallo. La mattina uno spaventoso strepito mi sveglia. Balzo dal letto, apro la vetrata della mia camera, e vedo la piazza piena di gente: chi corre da una parte, chi dall’altra; alcuni si urtano, altri piangono, chi urla, chi è in desolazione; donne che portano i figli sulle braccia, altri che li trascinano sul terreno. Qua si vedono persone cariche di sporte, panieri, bauli e fagotti; là vecchi che cadono, malati in camicia, carrette sossopra, cavalli in fuga. Che cos’è questo, dicevo tra me: è la fine del mondo? Mi metto il gabbano sopra la camicia, scendo in un baleno, entro in cucina, domando, fo ricerche, e nessuno mi risponde. L’albergatore ammassa l’argenteria e sua moglie, tutta scapigliata, tiene in mano un piccolo scrigno e altre robe nel grembiule; voglio parlare, ella mi serra la porta in faccia e parte correndo. Che cos’è questo? che cos’è questo? domando a tutti quelli che incontro. In questo mentre vedo un uomo all’ingresso della stalla, lo riconosco per il mio vetturino e mi accosto a lui: egli era in grado di appagare la mia curiosità. - Ecco, signore, egli disse, tutta una città in spavento, e non senza ragione: i Tedeschi sono alle porte, e se entrano è inevitabile il saccheggio. Tutti si salvano nelle chiese: ciascuno porta i suoi capitali sotto la custodia di Dio. - Ma i soldati, risposi, in simili casi daranno luogo alla riflessione? eppoi i Tedeschi son tutti cattolici? - Mentre discorrevo così col mio conduttore, ecco che si muta scena: si ascoltan gridi di gioia, si suonano le campane, si tirano mortaretti. Tutti escono di chiesa, tutti riportano i loro beni: chi si cerca, chi s’incontra, chi s’abbraccia. E qual fu mai la cagione di questo cambiamento? Eccovene per l’intero il racconto. Un doppio spione, al soldo degli alleati come pure dei Tedeschi, era stato la notte precedente al campo dei primi nel villaggio di San Pietro, una lega distante dalla città, e aveva riferito che un distaccamento di truppe tedesche doveva foraggiare nei dintorni di Parma, con intenzione di fare una sorpresa alla città. Il maresciallo di Coigny, che comandava l’esercito, distaccò due reggimenti, Piccardia e Champagne, e li spedì per fare una ricognizione; ma siccome questo bravo generale non mancava mai di precauzione e vigilanza, fece subito arrestare lo spione, di cui diffidava, e fece mettere tutto il campo in armi. Non sbagliò; giunti i due reggimenti in vista delle fortificazioni della città, scoprirono l’esercito tedesco, composto da quarantamila uomini condotto dal maresciallo di Mercy con dieci pezzi di artiglieria da campagna. Facendo i Francesi la loro marcia per la strada maestra, attorniata da larghe fosse, non potevano retrocedere: si avanzarono dunque bravamente, ma furono quasi tutti sbaragliati dall’artiglieria nemica. Questo fu appunto per il comandante francese il primo segnale della sorpresa.

Lo spione fu impiccato sul fatto, e l’esercito si mise in marcia raddoppiando il passo. La strada era angusta e la cavalleria non poteva avanzare; la fanteria però caricò sì vigorosamente il nemico, che lo sforzò a retrocedere: ed ecco il momento in cui lo spavento dei Parmigiani si convertì in giubilo. Tutti correvano allora sulle mura della città, e io pure vi accorsi. Non si poteva vedere una battaglia più da vicino; il fumo impediva di ben distinguere gli oggetti, ma era sempre un colpo d’occhio rarissimo, che ben pochi possono darsi il vanto d’aver goduto. Il fuoco continuo durò nove ore senza interruzione, e finalmente la notte separò i due eserciti: i Tedeschi si dispersero nelle montagne di Reggio, e gli alleati restarono padroni del campo di battaglia. Il giorno dopo vidi condurre a Parma sopra una lettiga il maresciallo di Mercy, ucciso nel calor della battaglia. Fu imbalsamato e mandato in Germania, o così fu fatto al principe di Wittemberg, che aveva incontrato la stessa sorte. Il dì seguente però, a mezzogiorno, si offrì agli occhi miei uno spettacolo molto più orribile e disgustoso. Lo formavano i cadaveri, ch’erano stati spogliati nella notte e si facevano ascendere a venticinquemila, tutti nudi e ammonticchiati. Si vedevano ovunque gambe, braccia, crani e sangue. Che eccidio!

Attesa la difficoltà di sotterrare tutti questi corpi trucidati, i Parmigiani temevano un’infezione dell’aria; ma la Repubblica di Venezia, che è quasi limitrofa ai domini parmigiani, e interessata perciò a garantire la salubrità dell’aria, spedì calcina in grande abbondanza, al fine di sgombrare dalla superficie della terra tutti i cadaveri. Il terzo giorno dopo la battaglia volevo continuare il mio viaggio per Modena, ma il vetturino mi fece avvertire che le strade per quella parte erano divenute impraticabili a motivo delle continue scorrerie delle truppe dei due partiti, aggiungendo che se volevo andare a Milano, sua patria, mi ci avrebbe condotto; e se a Brescia, conosceva un compagno che era per partire per quella città con un abate, di cui appunto potevo esser compagno di viaggio. Accettai quest’ultima proposta, convenendomi più Brescia, e partii il giorno dopo col signor abate Garoffini, giovane coltissimo e gran dilettante di spettacoli.

Per strada si parlò molto; e siccome io pure avevo la malattia degli autori, non lasciai di tenergli discorso del mio Belisario. L’abate pareva desideroso di sentirlo, onde nel primo desinare levai dal baule la mia composizione e ne cominciai la lettura. Non avevo nemmeno terminato il primo atto, quando il vetturino venne a sollecitarci a partire. L’abate ne era dolente, perché ci aveva preso un po’ di gusto: - Suvvia, dissi, leggerò in vettura in egual modo che qui. - Riprendiamo ognuno nel calesse i nostri posti: e siccome i vetturini vanno per lo più di passo, continuai la lettura senza la minima difficoltà. Mentre eravamo entrambi occupati, si ferma il calesse e vediamo davanti a noi cinque persone con baffi, montura e sciabola in mano, che ci comandano di scendere. Conveniva recalcitrare agli ordini di questi signori? Scendo dalla mia parte, l’abate dall’altra; uno di loro mi chiede la borsa, e io gliela do senza farmi pregare; un altro mi strappa l’orologio, un terzo fruga le mie tasche e mi prende la tabacchiera, che era di semplice tartaruga. Gli altri due fecero lo stesso all’abate; e tutti poi diedero addosso alle valigie, al mio piccolo baule e ai nostri sacchi da notte. Quando il vetturino si vide scarico, fece prendere il galoppo ai suoi cavalli, e io presi il mio; saltai una fossa molto larga e mi salvai attraversando i campi, sempre col timore che quella canaglia volesse far guerra anche al mio pastrano, al vestito, ai calzoni, alla mia vita; conoscendomi fortunato abbastanza per esserne uscito col mezzo del denaro e dei capitali, come pure per aver salvato dal naufragio il mio Belisario. Avendo perduto di vista gli aggressori, e non sapendo che cosa fosse del mio compagno di viaggio, trovai un viale d’alberi e mi riposai tranquillamente presso un ruscello, servendomi del cavo della mano per attingere acqua da dissetarmi, che trovai deliziosa, Riposato e messo un poco in calma il mio spirito, non scorgendo persona alla quale indirizzarmi, m’incamminai alla ventura per il viale, persuaso che dovesse far capo a qualche luogo abitato. Non stetti molto a incontrare contadini che lavoravano le campagne, mi avvicini confidentemente e feci loro il racconto del mio avvenimento. Ne avevano già qualche notizia, avendo veduto passare i malvagi dai quali ero stato spogliato, per una strada traversa, carichi come muli. Erano disertori, che assalivano i passeggeri non risparmiando né villaggi né fattorie. Ecco i frutti disgraziati della guerra, che vanno a ferire indistintamente amici e nemici, e pongono in desolazione gl’innocenti. - Come mai, io dissi, come possono questi assassini disfarsi impunemente degli oggetti rubati senza essere arrestati? - A questa domanda tutti quei contadini volevano rispondermi in una volta, e la loro impazienza manifestava appunto il loro sdegno. Eravi a poca distanza dal luogo ove ci trovavamo una società di persone ricche, tollerata per l’oggetto di comprare la spoglie delle vittime della guerra, e i compratori non stavano a esaminare se le robe portate loro provenivano dal campo di battaglia o dalla strada maestra. Era per tramontare il sole. Quella buona gente mi esibì un piccolo avanzo della loro merenda, che malgrado la mia sciagura fu da me assaporata con molto appetito, proponendomi nel tempo stesso di andare a passare la notte nella loro casa. Ero per accettar con riconoscenza l’ospitalità offertami, ma un rispettabil vecchio, capo della famiglia e nonno dei miei benefattori, mi avvertì che in casa loro non vi era che paglia e fieno per riposarsi, ed era per ciò meglio condurmi a Casalpusterlengo, di lì distante una lega, dove il curato, uomo garbatissimo e pieno di compiacenza. si sarebbe fatto un piacere di accogliermi e darmi alloggio. Tutti applaudirono alla proposta. Uno dei giovani s’incaricò di condurmi e io lo seguii benedicendo il cielo, che tollera da una parte i malvagi e anima dall’altra i cuori sensibili e virtuosi.

CAPITOLO XXXIII.

Ospitalità del curato di Casalpusterlengo. - Lettura del Belisario. - Arrivo a Brescia.

- Inaspettato incontro. - Provvedimento spiacevole, ma necessario. - Viaggio a Verona.

Giunto a Casalpusterlengo, pregai il conduttore di andar prima ad avvisare il curato del caso succedutomi. Questo buon pastore viene pochi minuti dopo al mio incontro, mi porge la mano e mi fa salire nella sua casa. Rapito dalla buona accoglienza, rivolgo gli occhi verso il giovane che mi aveva scortato, e ringraziandolo gli manifesto il dispiacere di non poterlo ricompensare. Il curato se ne accorge, dà qualche soldo al contadino, che parte contento. Questo è ben poco, ma prova abbastanza la maniera di pensare di un uomo giusto e compassionevole.

In campagna si cena presto. Quando arrivai la cena del curato era già pronta, né stetti a far complimenti: egli spartì meco quel che la sua governante aveva preparato. La nostra conversazione cadde subito sulla guerra, e raccontai quel che avevo veduto a Parma, Milano e Pizzighettone. Giunto ad alcune particolarità sopra i miei impieghi e le mie occupazioni, il discorso secondo il solito andò a far capo all’articolo del Belisario. Il curato, ecclesiastico savissimo e sommamente esemplare, non condannava gli spettacoli onesti e nel limite del buon costume, e pareva ansioso di sentir la lettura della mia composizione; ma essendo io molto stanco, fu rimesso questo divertimento al giorno di poi, e andai a riposare in un letto delizioso, ove posi in dimenticanza tutti quanti i miei disgusti, tranquillamente dormendo fino alle dieci della mattina. Appena svegliato, mi fu portata una buona tazza di cioccolata; e dopo, siccome il tempo era bello, me ne andai a passeggiare sino a mezzogiorno, ora del desinare. Ci rivedemmo con piacere, desinammo in compagnia di due altri abati della parrocchia, e dopo pranzo intrapresi la lettura della mia composizione. Mi domandò il permesso il signor curato di far venire anche la sua donna di servizio e il suo agente; quanto a me, avrei voluto che facesse venire tutta la gente del villaggio. Con estremo piacere fu gustata la lettura. I tre abati, che non erano balordi, presero di mira i passi più importanti e di maggior vivezza; e i campagnoli mi attestarono coi loro applausi che la mia composizione era a portata di chiunque, e che poteva piacere tanto ai dotti quanto agl’ignoranti. Il signor curato si congratulò meco, e mi ringraziò della compiacenza; gli altri due abati fecero lo stesso, e ciascuno voleva tenermi a pranzo; io però non avevo intenzione d’incomodar più il mio buon ospite, premendomi molto di continuare il viaggio. Mi domandò il curato in qual modo facevo conto di partire; per me ero dispostissimo ad andare a piedi, ma quella degna persona non me lo permise. Mi diede il suo cavallo, mandò meco il servitore, e gli ordinò di pagare per me il pranzo. Partii dunque il giorno dopo, confuso e ricolmato di benefici e di gentilezze. Giunto a Brescia, ero più impacciato che mai: non avevo altro compenso che di andare al palazzo del governatore, che non conoscevo; ma potevo trovare in città la stessa cordialità trovata in un borgo? Uno dei miei maggiori dispiaceri era di non poter rimunerare il servitore del curato. Lo pregai di aspettarmi a un piccolo albergo dove eravamo smontati, e diressi i miei passi verso il palazzo del governo. Voltando alla cantonata di una strada che mi avevano insegnato, vedo un uomo che zoppicando mi viene incontro. Era il signor Leopoldo Scacciati, zio della mia bella compatriota. Stupito di vedermi come ero io d’incontrarlo, mi fa le sue lagnanze per non avermi più riveduto a Crema all’albergo del Cervo. Lo pongo al fatto della mia precipitosa partenza, gli fo il racconto dell’avvenimento spiacevole da me provato recentemente, e gli dipingo il doloroso stato in cui mi vedevo ridotto. Quest’uomo, qualunque fosse, pareva veramente commosso fino al punto di piangere, e mi pregò di andare a sua casa. In quel momento mi abbisognava tutto; non sapendo per altro quello che Scacciati e la nipote facessero a Brescia, ricusai di andarvi. Lo zoppo, assai più piccolo di me, mi salta al collo, mi prega, mi abbraccia, mi rammenta le sue obbligazioni, la sua riconoscenza, il suo attaccamento per me, mi prende per mano, mi trascina seco. La sua abitazione non era molto lontana: arriviamo alla porta, mi serra dentro, indi grida quanto può: - Margherita, Margherita, abbiamo il signor Goldoni! - Scende la signora Margherita, mi abbraccia, mi persuade a salire, mi fa violenza, e io salgo con loro, Mi domandò subito la veneziana molte cose riguardanti la mia persona; avrei voluto soddisfarla, ma ricordandomi del servitore del curato, dimostrai una certa inquietudine, della quale mi domandarono il motivo; lo dissi, e Scacciati partì per dar qualche quattrino a quel buon uomo che mi aspettava. Rimasto solo con la mia compatriota, le fo il quadro della mia storia, ed ella mi renda conto della sua. Scacciati non era suo zio, ma bensì un birbante che l’aveva rapita ai genitori e l’aveva venduta a un uomo ricco, che l’abbandonò in capo a due mesi, pagando meglio il rapitore che la signorina. Ella era stanca di condurre i suoi giorni con un vagabondo di tal sorta, il quale con profusione spendeva quello che lei guadagnava con ripugnanza. Aveva messo insieme a Milano molto oro; con tutto ciò erano partiti da questa città con più debiti che capitali. Fecero a Brescia altrettanto. Scacciati era l’uomo più vizioso del mondo, e il meno ragionevole. Ella voleva disfarsene, e chiese a me consiglio per eseguire l’idea. Se fossi stato ricco, l’avrei liberata subito dalla schiavitù del suo tiranno; ma nella condizione in cui ero, non potei darle altro consiglio che quello di ricorrere ai genitori, procurando di avvicinarsi di nuovo a quelli che avevano tutto il diritto di reclamarla.

Mentre ci trattenevamo in tali discorsi, entra lo zoppo e vedendoci ambedue accanto scherza, e crede subito che la signorina si sia data premura di farmi scordare i miei dispiaceri. Che uomo cattivo! altro non conosceva che la dissolutezza. Veramente mi dispiaceva di trovarmi costretto a condannarlo, mentre egli faceva di tutto per obbligarmi. - Ebbene, egli disse, giacché oggi non abbiamo da noi veruno, ceneremo tutti tre insieme. Venite, venite meco. - Gli vado dietro, ed egli mi conduce in una camera ben ammobiliata, dove era un letto a padiglione. - Questa, soggiunse, è la camera da cerimonia della signorina; voi l’occuperete solo o accompagnato, come più vi piacerà. - Il luogo mi fece orrore, e volevo andarmene nell’atto; ma prima l’uomo accorto, avvedutosi della mia ripugnanza, mi fece vedere un’altra stanzetta che non ricusai, attesa l’ora e lo stato critico nel quale mi trovavo; gli dissi bensì nel tempo medesimo, che ero risoluto a partire il giorno dopo.

Avendo tentato invano di farmi restar di più, Scacciati con tutta l’effusione di cuore e nella maniera più amichevole, che io avrei molto ammirata se non fosse provenuta da un’anima corrotta, mi disse che sapeva bene che mi trovavo nella maggior costernazione, e che perciò mi esibiva tutti gli aiuti dei quali dovevo aver bisogno. - Ebbene, risposi, giacchè voi siete disposto ad obbligarmi, prestatemi sei zecchini, e io ve no farò la ricevuta. - Mi diede i sei zecchini, ricusò il foglio, e senza ascoltarmi di più uscì dalla stanza dove eravamo e fece portar la cena.

Cenammo molto bene, e me ne andai a riposare nel mio letticciolo. La mattina feci colazione in compagnia dello zio e della supposta nipote; ringraziai ambedue, e partii per la posta verso Verona. Siccome non avrò più occasione di parlare di queste due persone, dirò in due parole al lettore che pochi anni dopo vidi la signorina maritata a Venezia molto bene, e che il signor Scacciati terminò coll’essere condannato alla galera.

CAPITOLO XXXIV.

Verona. - Suo anfiteatro, opera dei Romani. - Commedia di giorno, contro l’uso d’Italia.

- Fortunato incontro. - Lettura e accoglienza del Belisario. - Prima lega con i comici.

Cammin facendo nella sassosa pianura da Brescia a Verona riflettevo sopra gli avvenimenti, ora buoni ora cattivi, trovando sempre il male accanto al bene, e il bene accanto al male. L’ultimo compenso avuto a Brescia fissò maggiormente il mio pensiero. Sono spogliato da birbanti, da un birbante mi vien dato soccorso. Com’è possibile che in un cuore delittuoso possa penetrar la virtù? No: Scacciati non fu generoso verso di me che per amor proprio o per ostentazione. Qualunque però sia il motivo che lo determinasse, gli dovrò sempre riconoscenza.

La provvidenza usa diversi mezzi per dispensare i suoi favori, si serve spesso del malvagio per soccorrere l’uomo di garbo, e noi dobbiamo sempre benedire l’autore del beneficio ed esser grati a chi ne fu il mezzo secondario. Arrivato a Desenzano, desinai in quella medesima osteria sul lago di Garda dove ero stato ad alloggiare due volte, e arrivai a Verona sul far della notte. Verona è una delle belle città d’Italia; meriterebbe senza dubbio che mi occupassi delle sue bellezze, dei suoi ornamenti, delle sue accademie e degl’ingegni da essa prodotti e coltivati in tutti i tempi; ma una tal digressione mi condurrebbe troppo lungi; mi limiterò a far parola di quel monumento che può aver relazione con le presenti Memorie. Trovasi in Verona un anfiteatro, opera dei Romani. Non si sa se la sua costruzione rimonti ai tempi di Traiano o di Domiziano; è però tuttora così ben conservato, che se ne può far uso ai nostri giorni come quando fu costruito. Questo vasto edificio, che si chiama in Italia l’Arena di Verona, è di figura ovale, l’interno gran diametro è di duecentoventicinque piedi e il piccolo più di centotrentatré. Quarantacinque gradinate di marmo lo circondano, e possono contenere ventimila persone a sedere col massimo comodo. Nello spazio che ne compone il centro si danno spettacoli d’ogni sorta: corse, giostre, combattimenti di tori; e nell’estate vi si recitano commedie, senz’altro lume che quello del giorno naturale. A tale effetto si erige nel mezzo della piazza, sopra cavalletti fortissimi, un teatro di legno, che si disfà nell’inverno e si monta di nuovo nella bella stagione, e vengono le migliori compagnie d’Italia a esercitarvi a vicenda il loro ingegno. Per gli spettatori non vi sono palchetti, formandosi mediante un bel recinto di panche una vasta platea con sedie. La plebe prende posto con pochissima spesa sulle gradinate, che sono in faccia al teatro, e malgrado la meschinità del prezzo d’ingresso, non vi è platea in Italia che renda quanto l’Arena. Il giorno dopo il mio arrivo, nell’uscir dall’albergo vidi avvisi teatrali, e lessi che si rappresentava quel giorno Arlecchino muto per timore. Ci vado dopo pranzo e mi pongo nel recinto in mezzo all’Arena, ov’era una comitiva numerosissima. S’alza il sipario. I comici dovevano scusarsi per aver mutato la rappresentazione: non si recitava il Muto per timore, ma un’altra commedia che non ricordo. Ma qual piacevole meraviglia fu la mia! L’attore che si presenta ad arringare il pubblico è appunto il mio caro Casali, promotore e proprietario del Belisario. Lascio il posto per salir subito sul palco; ma siccome il luogo non era troppo vasto, non mi si voleva lasciar entrare. Cerco del signor Casali; viene, mi vede, rimane in estasi. Mi fa salire, mi presenta al direttore, alla prima attrice, alla seconda, alla terza, a tutta la compagnia. Tutti volevan parlarmi: Casali mi strappa dal circolo e mi conduce dietro una scena; in questo tempo si muta la decorazione, mi trovo allo scoperto, fuggo, son fischiato. Cattivo presagio per un autore. I Veronesi però mi hanno in seguito ben indennizzato di questo piccolo disgusto. La compagnia era appunto quella di cui Casali mi aveva parlato a Milano, addetta al teatro Grimani a San Samuel in Venezia, ove andava tutti gli anni per fare le sue recite l’autunno e l’inverno, passando poi l’estate e la primavera in terraferma. Direttore era il signor Imer genovese, uomo sommamente garbato, che m’invitò a desinare con lui l’indomani, giorno di vacanza; accettai l’invito promettendogli in cambio la lettura del Belisario. Eravamo tutti d’accordo e contenti. Vado dunque il giorno dopo a casa del direttore, e vi trovo adunata tutta compagnia. Voleva Imer fare il regalo ai suoi compagni di una novità, di cui Casali li aveva già avvertiti. Il pranzo era splendido e l’allegria dei comici piacevolissima. Si facevano brindisi, si cantavano canzonette da tavola. Questa era gente che mi preveniva in ogni cosa; insomma erano arruolatori che facean di tutto per ingaggiarmi. Finito il pranzo ci radunammo nella camera del direttore, e io lessi il mio scritto. Fu ascoltato con attenzione, e al termine della lettura l’applauso fu completo e generale. Imer, in tono magistrale, mi prese per mano, e mi disse: - Bravo! - Tutti si congratulano meco, Casali piange dal contento. Mi domandò molto cortesemente uno degli attori se i suoi compagni potevano essere sì fortunati da recitare per primi la mia rappresentazione. Casali si alza, e con deciso tono risponde: - Sì, signore, il signor Goldoni m’ha fatto l’onore di lavorar per me. - E prendendo la composizione, che era restata sulla tavola, soggiunge: - Con buona licenza dell’autore vado a farne la copia io medesimo. - E senza aspettar risposta la porta seco. Imer mi tira da parte e mi prega di accettare un quartiere da servitù nella stessa casa accanto al suo, come pure di non sdegnare la sua tavola per tutto il tempo che la compagnia resta a Verona. Nella condizione in cui ero nulla potevo ricusare.

CAPITOLO XXXV.

Unione degli intermezzi colla commedia. - Opera comica ignota affatto in Lombardia e nello Stato veneto.

- La Pupilla, intermezzo. - Regalo di Casali da me bene impiegato. - Mio arrivo a Venezia.

- Colpo d’occhio della città di notte. - Mio accesso al nobile Grimani. - Sue promesse, mie speranze.

Imer, senza aver avuto una ben regolata educazione, aveva tuttavia ingegno e cognizioni; era appassionato per la commedia e, naturalmente eloquente, avrebbe sostenuto a meraviglia le parti di amoroso all’improvviso, secondo l’uso d’Italia, se il suo personale e la sua figura avessero corrisposto all’ingegno. Corto di corpo, grosso, senza collo, con piccoli occhi e un piccolo naso schiacciato, si rendeva ridicolo in tutte le azioni serie; molto più che non erano allora di moda i personaggi caricati. Avendo voce, immaginò d’introdurre nella commedia gl’intermezzi in musica, che per lungo tempo furono uniti all’opera seria, e poi soppressi per dar luogo ai balli. L’opera comica ebbe principio a Napoli e a Roma, ma non se ne aveva cognizione in Lombardia e nello Stato Veneto, di modo che l’idea d’Imer ebbe successo. La novità fece molto piacere e produsse ai comici molto guadagno. Aveva nella compagnia per gl’intermezzi due attrici: una vedova bellissima e di somma abilità, chiamata Zanetta Casanuova, che recitava le parti di giovane amorosa nella commedia; e un’altra donna non comica, ma che aveva una voce gradevolissima. Era questa la signora Agnese Amurat, quella stessa cantatrice da me impiegata nella serenata di Venezia. Queste due donne non conoscevano una nota di musica, come pure Imer, ma tutti e tre avevan gusto, orecchio delicato, esecuzione perfetta; insomma il pubblico era contento. Il primo intermezzo col quale si diede principio fu La Cantatrice, operetta da me fatta a Feltre per un teatrino di conversazione, contribuendo in tal modo ai vantaggi della compagnia di Venezia senza saperlo e senza esser conosciuto. Dovevo dunque goder molto credito nell’animo del direttore, a cui Casali mi aveva già manifestato per autore della Cantatrice, ed ecco la vera ragione delle tante garbatezze di cui egli mi ricolmò. Per il solito non si dà nulla per nulla, né sarebbe stato bastante il mio Belisario, se non avessi prima dato anche qualche saggio nella poesia drammatica. Imer, che veramente avea buon occhio, prevedeva che il Belisario avrebbe fatto fortuna dappertutto, e benché non ne provasse rammarico, avrebbe però voluto che il suo nuovo impiego e la sua persona avessero avuto qualche parte nei buoni successi che si aspettava. Mi pregò dunque di comporre un intermezzo a tre voci e di terminarlo il più presto possibile, per aver tempo di farlo mettere in musica.

Lo feci pertanto in tre atti e lo intitolai La Pupilla, prendendone l’argomento dalla vita privata del direttore. Mi ero accorto che aveva una decisa inclinazione per la vedova sua compagna, e vedevo che ne era geloso; mi presi dunque gioco di lui. Egli se ne avvide subito, ma l’intermezzo gli parve così ben fatto, e la critica sì conveniente e delicata, che mi perdonò volentieri la burla; anzi mi ringraziò, mi applaudì e lo spedì subito a Venezia al maestro di musica già avvertito. Frattanto era stato copiato il Belisario ed erano distribuite le parti. Alcuni giorni dopo se ne fece la prima prova, con lo scritto alla mano, e la composizione ebbe maggior effetto nella seconda lettura di quello che aveva avuto nella prima. Il Casali, sempre più di me contento, dopo avermi assicurato che il direttore e il proprietario del teatro si sarebbero dati pensiero di ricompensarmi, mi chiese in grazia di aver la compiacenza di ricevere da lui privatamente un contrassegno di gratitudine, presentandomi sei zecchini. Mi tornò subito in quell’istante in memoria lo Scacciati: ringrazio il Casali, prendo i sei zecchini con una mano e li spedisco allo Scacciati con l’altra. Ecco il mio costume. Ho procurato sempre di evitar le bassezze, né sono mai stato orgoglioso; ho soccorso quando ho potuto tutti quelli che hanno avuto bisogno di me, e ho ricevuto senza difficoltà, e domandato anche senza arrossire, i soccorsi che mi erano necessari. Restai tranquillamente a Verona sino alla fine di settembre. In seguito partii per Venezia con Imer nel suo calesse di posta, e vi arrivammo lo stesso giorno alle otto di sera. Mi fa smontare a casa sua, mi mostra la camera destinatami, e mi presenta alla moglie e alle figlie; siccome avevo gran voglia di andare a vedere la mia zia materna, li pregai di dispensarmi dal cenare con loro. Ero ansiossimo di aver notizia della signora *** e di sua figlia, come pure di sapere se avevano ancora pretese su di me. Mi assicurò mia zia che potevo viver quieto sopra questo punto, e che le due dame, antiche quanto il tempo, avendo inteso aver io preso qualche impegno con i comici, mi reputavano indegno di accostarmi a loro, né avevan per me che sdegno e disprezzo. - Tanto meglio, dissi, tanto meglio: questo è un vantaggio di più di cui sarò debitore al mio ingegno. Sto con i comici, come un artista nella sua bottega. Essi son gente di garbo, e assai più stimabili degli schiavi dell’orgoglio e dell’ambizione. - Parlerò in seguito dei miei affari di famiglia. Mia madre, che si trovava ancora a Modena, stava bene e i miei debiti erano quasi pagati per intero. Cenai con la zia e con i parenti. Dopo essermi congedato da loro per andare a casa del mio ospite, presi la strada più lunga e feci il giro dal Ponte di Rialto e dalla piazza di San Marco, godendo del grazioso spettacolo di questa città, ammirabile ancor più di notte che di giorno. Non avevo ancor veduto Parigi; avevo bensì veduto di fresco parecchie città ove la sera si passeggia al buio. Posso dunque dire che i fanali di Venezia formano una decorazione utile e piacevole, tanto più che i privati non ne sono aggravati, poiché un’estrazione di più all’anno del gioco del Lotto è destinata a farne la spesa. Indipendentemente da questa illuminazione generale, vi è quella delle botteghe, che stanno aperte in ogni tempo fino alle dieci di sera, e una gran parte di esse non chiude che a mezzanotte, e parecchie altre non chiudono affatto. Si trovano a Venezia, a mezzanotte come a mezzogiorno, i commestibili esposti in vendita, tutte le osterie aperte, e cene belle e preparate negli alberghi e nei quartieri a dozzina; poiché non son troppo comuni a Venezia i desinari e le cene di società; ma le conversazioni e i ritrovi di lire o soldi mettono insieme compagnie di maggior brio e libertà.

Nell’estate la piazza San Marco e i suoi dintorni sono frequentati la notte come il giorno; e i caffè sono sempre pieni di persone allegre, e di uomini e donne di ogni sorta. Si canta per le piazze, per le strade, nei canali; cantano i mercanti smerciando le loro mercanzie, cantano i lavoranti nell’uscire dal lavoro, canta il gondoliere mentre aspetta il suo padrone. Il carattere della nazione è l’allegria, e quello della lingua veneziana la lepidezza. Nel piacevole incanto di riveder la mia patria, che mi pareva sempre più straordinaria e dilettevole, tornai al mio nuovo quartiere ove Imer mi aspettava; mi annunciò che sarebbe andato il giorno dopo dal signor Grimani, proprietario del teatro, e mi avrebbe condotto seco e presentato a sua eccellenza, quando non avessi avuto altri impegni. Siccome ero libero, accettai la proposta e andammo insieme. Il signor Grimani era l’uomo più garbato del mondo; non aveva quell’incomoda alterezza che fa torto ai grandi, mentre umilia gl’inferiori. Illustre per nascita, stimato per le sue doti intellettuali, aveva solo bisogno d’essere amato, e la sua dolcezza gli cattivava tutti gli animi. Mi accolse pertanto con bontà, mi persuase a lavorare per la compagnia che tratteneva a suo servizio, e per darmi maggior coraggio mi fece sperare che, essendo egli proprietario anche del teatro di San Giovan Crisostomo e impresario della grand’Opera, avrebbe procurato di impiegarmi e interessarmi in questo spettacolo. Contentissimo di sua eccellenza Grimani non meno che dei buoni uffici che mi rendeva allora Imer con lui, ad altro non pensai che a meritare i suffragi del pubblico. La prima rappresentazione del Belisario era stata fissata per santa Caterina, tempo in cui terminano le vacanze della curia e in cui tornan tutti dalla campagna; si facevano frattanto le prove, ora della tragicommedia, ora dell’intermezzo; e siccome le mie occupazioni non erano di gran rilievo, preparai qualcosa di nuovo per il carnevale.

Intrapresi la composizione di una tragedia intitolata Rosimonda, e di un altro intermezzo intitolato La Birba. Per la rappresentazione seria era destinata la Rosimonda del Muti, cattivo romanzo del secolo passato che mi aveva suggerito l’argomento: e avevo modellato l’altra sull’idea dei saltimbanchi della piazza di San Marco, dei quali avevo già ben studiato il linguaggio, le ridicolezze, le caricature e le furberie. I tratti comici da me usati negl’intermezzi erano semi che gettavo nel mio campo, per raccoglierne un giorno frutti maturi e piacevoli.

CAPITOLO XXXVI.

Prima rappresentazione del Belisario. - Buon successo. - Rappresentazione della Pupilla.

- Quella di Rosmonda. - Quella della Birba. - Termine dei teatri.

Finalmente il 24 novembre 1734 andò per la prima volta in scena il mio Belisario. Era il mio primo passo, e non poteva riuscire né più bello né più soddisfacente per me. La rappresentazione fu ascoltata con un silenzio straordinario, quasi ignoto negli spettacoli d’Italia. Il pubblico, assuefatto allo strepito, rompeva il freno tra atto e atto; e con gridi di gioia, battimani e segni ripetuti a vicenda, ora dalla platea, ora dai palchetti, si profondevano all’autore e agli attori gli applausi più strepitosi. Alla fine della rappresentazione tutti codesti impeti di soddisfazione, per vero dire poco comuni, raddoppiavano in maniera che gli attori stessi n’erano commossi. Gli uni piangevano, gli altri ridevano ed era la gioia medesima che produceva effetti diversi.

In Italia non vi è l’uso di chiamar l’autore per vederlo e applaudirlo sul palcoscenico. Quando si presentò il primo amoroso per far l’invito, tutti gli spettatori gridarono ad una voce: Questa, questa, questa; onde fu calato il sipario. Si espose il giorno dopo la stessa rappresentazione, si continuò a recitarla fino al 14 di dicembre e si chiuse con essa il divertimento teatrale dell’autunno. Questo principio fu felicissimo per me, tanto più che la composizione non era del pregio in cui si teneva, e io stesso ne fo adesso sì poco conto che non comparirà nella raccolta delle mie opere. A Venezia è così ben conosciuta e coltivata la buona letteratura quanto in qualunque altro luogo; ma gl’intendenti non poterono astenersi dall’applaudire l’opera, benchè ne rilevassero le imperfezioni. Vedendo essi la superiorità della mia composizione sulle farse, sulle solite puerilità dei comici, presagivano da questo primo saggio un seguito capace di svegliare emulazione e spianare la via alla riforma del teatro italiano. Il principal difetto della mia composizione era la presenza di Belisario con gli occhi cavati e sanguinosi; all’infuori di questo essa, intitolata da me tragicommedia, non era priva di grazie e dilettava lo spettatore in modo evidente e naturale. I miei eroi erano uomini e non semidei, le loro passioni avevano quella parte di nobiltà ch’era conveniente al loro grado; ma facevano comparire l’umanità quale la conosciamo, non portando vizi e virtù a un eccesso immaginario.

Lo stile non era elegante e la mia versificazione non è mai giunta al sublime; ecco appunto ciò di che abbisognava per ricondurre alla ragione un pubblico assuefatto all’iperbole, alle antitesi, e al ridicolo del gigantesco e dei romanzi. Alla sesta rappresentazione del Belisario, credè Imer di potervi unire la Pupilla; questa composizioncella fu benissimo accolta dal pubblico. Imer era d’opinione che l’intermezzo sostenesse la tragicommedia, laddove questa appunto sosteneva l’intermezzo. In qualunque modo vi guadagnai molto per parte mia perché il pubblico, vedendo che mi presentavo in tutti due i generi in maniera affatto nuova, mi fece degno della stima generale dei miei compatrioti, ed ebbi incoraggiamenti chiari e lusinghieri. In quest’occorrenza appunto conobbi sua eccellenza Niccolò Balbi, patrizio e senator veneziano, la cui sincera e costante protezione mi fece in ogni tempo il più grand’onore, e i cui consigli, credito e aderenze furono sempre del maggior mio vantaggio.

Il 17 gennaio si rappresentò per la prima volta la Rosmonda. Essa non cadde, ma dopo il Belisario non potevo sperare un successo così splendido; fu ripetuta in quattro rappresentazioni molto passabili, e alla quinta Imer la spalleggiò con un nuovo intermezzo. La Birba piacque sommamente: questa bagattella piena d’arguzie, e molto bizzarra sostenne Rosmonda per quattro altre recite; bisognò peraltro tornare al Belisario. La ripetizione ebbe il medesimo successo della prima volta; onde il Belisario e la Birba furono esposte unitamente fino al martedì grasso, e chiusero il carnevale. Con questo si diè termine all’anno comico.

I teatri non si riaprono a Venezia che al principio di ottobre; vi è però nei quindici giorni dalla fiera dell’Ascensione una grand’opera e qualche volta due, che hanno venti sole rappresentazioni. Il nobile Grimani, proprietario del San Samuele, dava in questa stagione un’opera per suo conto: e siccome mi aveva promesso di occuparmi in questo spettacolo, mantenne la parola. Non si doveva esporre in quell’anno un dramma nuovo; si era scelta la Griselda, opera d’Apostolo Zeno e di Pariati, che lavoravano insieme, prima che Zeno partisse per Vienna al servizio dell’imperatore: e il maestro che doveva mettere in musica era l’abate Vivaldi, che si chiamava per la sua capigliatura ‘il prete rosso’. Si conosceva più per questo soprannome che per il suo vero casato. Questo ecclesiastico, eccellente sonator di violino e mediocre compositore, aveva allevato e addestrato al canto la signorina Giraud, giovane cantatrice, nata a Venezia e figlia d’un parrucchiere francese. Non era bella, ma aveva grazia, un gentil personale, occhi belli, bei capelli, una graziosa bocca, poca voce ma molta azione. Era appunto quella che doveva rappresentar la parte di Griselda. Il signor Grimani dunque mi mandò a casa del maestro per fare a quest’opera le necessarie modifiche, tanto per accorciare il dramma, quanto per variare le condizioni dell’arte ad arbitrio degli attori e del compositore. Andai dall’abate Vivaldi, e mi feci annunziare per parte di sua eccellenza Grimani; trovai quell’uomo circondato di musica e col breviario in mano. S’alza, si fa un segno di croce in tutta la sua lunghezza e larghezza, mette da parte il breviario e mi fa il solito complimento: - Qual’è il motivo che mi procura il piacere di vedervi, signore? - Sua eccellenza Grimani mi ha incaricato dei cambiamenti che voi credete necessari nell’opera per la prossima fiera, onde io vengo appunto a intendere quali siano le vostre intenzioni. - Ah! ah! Voi dunque siete incaricato dei cambiamenti della Griselda? Non è più addetto agli spettacoli del signor Grimani il signor Lalli? - Il signor Lalli che è molto avanzato in età, godrà sempre il profitto delle lettere dedicatorie e della vendita dei libretti, cose delle quali non m’incarico. Io avrò il piacere di occuparmi in un esercizio che deve divertirmi, e avrò l’onore di cominciare sotto gli ordini del signor Vivaldi. - L’abate riprende il suo breviario, si fa un altro segno di croce e non risponde. - Signore, gli dissi allora, non vorrei distrarvi da un’occupazione così religiosa; tornerò in altro momento. - So molto bene, mio caro signor Goldoni, che avete genio per la poesia, ho veduto il vostro Belisario e mi è molto piaciuto, ma qui la cosa differisce assai; si può fare una tragedia, un poema epico, quello che volete, e non saper poi fare una quartina per la musica. - Mi fareste la grazia di mostrarmi il vostro dramma? - Sicuro, sicuro; vi voglio compiacere; dove diavolo si è cacciata questa Griselda? Era pur qui... Deus in adiutorium meum intende... Domine... Domine... Domine... Or ora era qui. Domine ad adiuvandum.. Ah! eccola. Esaminate un po’ questa scena fra Gualtiero e Griselda: è veramente una scena che va al cuore. L’autore vi ha posto in ultimo un’aria patetica; ma la signorina Giraud non ama il canto lugubre: ella desidererebbe un pezzo di espressione e di moto, un’aria che esprima la passione in differenti guise: con discorsi, per esempio, interrotti, con sospiri vibrati, con azione, con moto; non no se m’intendete. - Sì, signore, capisco a meraviglia; e poi ho avuto l’onore di sentire la signorina Giraud altre volte, so che la sua voce non è grandissima. - Come, signore! voi insultate la mia scolara? Ella è buona a tutto, ella canta tutto. - Sì signore, avete ragione, datemi dunque il libretto e lasciatemi fare. - Non posso disfarmene, ne ho troppo bisogno e me ne fanno troppa premura. - Ebbene, se voi siete sollecitato, prestatemelo per un momento: vi soddisferò seduta stante. - Ora? - Sissignore. -

Burlandosi l’abate di me, mi presenta il dramma e mi dà carta e calamaio; ripiglia il suo breviario, e passeggiando torna a recitare salmi e inni. Rileggo la scena che era già nota, fo la ricapitolazione di ciò che il maestro desiderava, e in meno di un quarto d’ora stendo sul foglio un’aria di otto versi divisa in due parti; chiamo l’ecclesiastico e gli fo vedere la composizione. Vivaldi legge, aggrinza la fronte, rilegge daccapo, prorompe in gridi di gioia: getta il suo breviario per terra e chiama la signorina Giraud. Ella viene: - Ah! le dice, eccovi un uomo raro, un poeta eccellente. Leggete quest’aria: è stata fatta da questo signore senza muoversi di qui in meno di un quarto d’ora. - Indi a me rivolto: - Ah! signore, vi domando perdono. - Mi abbraccia, e protesta che non avrà mai altro poeta che me. Mi affidò il dramma, mi ordinò altre variazioni, e sempre di me contento, l’opera riuscì a meraviglia.

Eccomi dunque iniziato nell’opera, nella commedia e negl’intermezzi, che furono i precursori delle opere comiche italiane.

CAPITOLO XXXVII.

I miei comici a Padova. - Mutazioni succedute nella compagnia. - Mia predilezione per una bella comica.

- Griselda, tragedia. - Viaggio a Udine. - Colloquio con la mia antica acquacedrataia.

- Spettacolo preparato all’apertura del teatro di Venezia. - Morte della mia bella comica.

La compagnia Grimani era passata a Padova per farvi le sue recite nella stagione della primavera, aspettandomi con impazienza per porre in scena le mie rappresentazioni. Sbrogliato dall’opere di Venezia mi trasferii a Padova, e sul teatro appunto di questa città comparvero per la prima volta le mie composizioni. Gli applausi dei miei confratelli dottori eguagliarono quelli dei miei compatrioti. Trovai nella compagnia molte mutazioni: la servetta era partita per Dresda, per prender servizio a quella Corte, ed essendo stato ringraziato l’Arlecchino, s’era fatto venire il signor Campagnani di Milano, che tra i dilettanti era la delizia del suo paese, ma inaccettabile come professionista. La perdita più considerevole era quella della vedova Casanova, la quale, malgrado la lega in cui era col direttore, si era impegnata al servizio del re di Polonia; per il canto le fu sostituita la signora Passalacqua, che si addossò anche le parti di servetta, essendosi fatto acquisto per le parti di prima amorosa della signora Ferramonti, graziosa attrice, giovane, bella, amabilissima, molto colta, piena d’ingegno e di qualità eccellenti. Mi accorsi subito del suo merito, sentii per lei un affetto particolare, divenni amico del marito, che non aveva impiego tra i comici, e avevo concepito l’idea di rendere questa giovane una vera attrice. Non lasciarono le altre donne di esserne gelose; provai pertanto parecchi disgusti, e ne avrei sofferti anche di più, se la morte non l’avesse tolta al mondo in quell’anno stesso. Dopo alcuni giorni che ero a Padova, il direttore mi parlò delle nuove rappresentazioni che bisognava preparare per Venezia. La signora Collucci, soprannominata la Romana, era la prima amorosa della compagnia a vicenda con la Bastona, e malgrado i suoi cinquant’anni, che abbigliamento e belletto non potevano nascondere, aveva un suono di voce così chiaro e dolce, una pronuncia talmente giusta e tante grazie così schiette e naturali, che pareva ancora nella maggior freschezza dell’età. La signora Collucci possedeva una tragedia del Pariati intitolata Griselda, ed era appunto la sua rappresentazione favorita; ma essendo in prosa, fui incaricato di metterla in versi. Nulla per me di più facile, giacchè mi ero occupato di questo stesso soggetto a Venezia, e la Griselda di Pariati altro in sostanza non era che l’opera da lui stesso composta in compagnia di Apostolo Zeno. Mi accinsi con piacere a contentar la Romana, non seguendo con precisione gli autori del dramma, anzi facendovi molte variazioni; vi aggiunsi il padre di Griselda, padre virtuoso che aveva veduto salire al trono senz’orgoglio sua figlia, e la vedeva scendere dal medesimo senza il minimo rincrescimento. Immaginai questo nuovo personaggio, perché avesse parte anche il mio amico Casali. L’episodio diede alla tragedia un’aria di novità, la rese più piacevole e mi fece passare per autore della rappresentazione. Nell’edizione delle mie opere fatta a Torino nel 1777 da Guibert e Orgeas, questa Griselda si trova stampata come una composizione di mia pertinenza; ma siccome ho in sommo orrore i plagi, protesto adesso solennemente di non esserne l’autore.

Avevano i miei comici compiuto a Padova il numero delle rappresentazioni convenute, e andavano facendo i fagotti per passare a Udine, nel Friuli veneziano.

Imer mi fece la proposta di condurmi seco. Non avendo più da temere nulla da parte dell’acquacedrataia, che era già maritata, accondiscesi a seguire la compagnia, non viaggiando però col direttore. Gli feci le mie scuse, e partii in una buona vettura con la signorina Ferramonti e il buon uomo di suo marito. Le mie opere furono a Udine applauditissime, e avendovi già la prevenzione degli Udinesi a mio favore, fu trovato l’autore del Quaresimale poetico anche poeta drammatico, a parer loro, assai buono. Quell’acquacedrataia, da me non mai amata, bensì conosciuta e frequentata, e che terminò col mettermi in grandissimo travaglio, seppe che ero a Udine e volle vedermi. Era maritata a un uomo della sua condizione, e mi scrisse una lettera molto astuta e allettante. Andai a trovarla a un’ora fissata, e scorsi in lei una gran mutazione; il nostro trattenimento non fu lungo; non avevo voglia di sacrificar per lei le mie nuove inclinazioni, perciò la rividi una seconda volta e non più. D’altra parte troppo mi stavano a cuore le occupazioni teatrali, e desideravo far qualcosa di straordinario all’apertura del teatro della capitale. Ruminai parecchie idee, ne comunicai alcune al direttore, ed ecco quella sulla quale ci fermammo e cui diedi esecuzione. Era un divertimento diviso in tre parti diverse, che appunto equivalevano ai tre atti di una rappresentazione ordinaria. La prima parte consisteva in un’assemblea letteraria; tutti gli attori all’alzar del sipario si trovavano a sedere distribuiti sul palcoscenico, vestiti alla paesana. Il direttore dava principio con un discorso sopra la commedia e i doveri dei comici, e terminava col fare al pubblico un complimento. Gli attori e le attrici recitavano uno per volta strofe, sonetti, madrigali secondo la qualità del loro impiego, unitamente a parecchi versi che si dicevano dalle quattro maschere, per allora a viso scoperto, nelle lingue dei personaggi che rappresentavano.

La seconda parte consisteva in una commedia d’un solo atto a braccia, nella quale procuravo di far nascere scene molte gradevoli per i nuovi attori. La terza conteneva un’opera comica di tre atti in versi, intitolata La Fondazione di Venezia.

Questa composizioncella, che era forse la prima opera comica comparsa nello Stato veneto, si trova nel vigesimo ottavo volume delle mie opere nell’edizione di Torino. Imer fu contentissimo dell’idea e della maniera con la quale l’avevo eseguita. N’era incantata tutta la compagnia; non c’era che la Bastona che si lamentasse di me, dicendo ad alta voce che nella ciarlataneria della mia apertura avevo fatto per la signora Ferramonti (la quale in sostanza era una seconda attrice) una composizione in versi che le prime avean tutto il diritto di reclamare, e incitava la Romana a lagnarsene e a molestarmi. - Ahimè! la povera Ferramonti non fu per molto tempo l’oggetto della gelosia dei suoi camerati. Era gravida, e il tempo del parto si manifestava con preliminari sommamente incomodi. La natura le ricusò il suo aiuto, e la levatrice si trovò nella più grande difficoltà. Fu fatto venire il professore; essendo il feto mal voltato, convenne ricorrere all’operazione cesarea. Il figlio era già morto e la madre lo segui poco dopo.

Venne a trovarmi il marito nella maggior desolazione, e io non ero men desolato di lui; non potevo più vedermi in questa città, né sostener più a lungo la vista di quelle donne che godevano della mia afflizione; onde, sotto pretesto di andare a trovar mia madre, che era di ritorno da Modena, partii per Venezia.

CAPITOLO XXXVIII.

Ritorno a Venezia. - Colloquio con mia madre. - Condotta dell’antica mia bella. - Ritorno

a Venezia della compagnia dei comici. - Propensione per la signora Passalacqua. - Sue infedeltà.

Giunto a Venezia, la mia maggior premura fu quella di andar subito ad abbracciare mia madre. La conversazione fu lunga: i miei capitali di Venezia erano liberi da ogni ipoteca, le rendite di Modena erano aumentate e mio fratello era rientrato in servizio. Avrebbe desiderato mia madre che mi dessi un’altra volta alla professione di avvocato. Le feci vedere che, avendo una volta abbandonato quella professione, ed essendo comparso in patria sotto un aspetto affatto diverso, non potevo più sperare in quella fiducia che avevo demeritato, e che la vita intrapresa mi pareva in ugual modo onorevole e lucrosa. Essa allora con le lacrime gli occhi soggiunse che non osava opporsi ai miei voleri, che aveva sempre da rimproverarsi di avermi distolto dalle cancellerie criminali, e che perciò mi lasciava padrone di scegliere lo stato che più mi fosse piaciuto, riconoscendo che erano in me ragione, onoratezza e operosità. La ringraziai, l’abbracciai per la seconda volta, e di discorso in discorso venni all’argomento di St. e di sua figlia, molto contento che il disprezzo da queste dame dimostrato per il mio nuovo impiego mi rendesse libero da ogni timore e impiccio. - Niente affatto, replicò mia madre, t’inganni. La signora St. e sua figlia son venute a trovarmi, e ricolmandomi di gentilezze mi hanno parlato di te come di un giovane stimabile a da ammirare; la fama dei tuoi ottimi successi ti ha reso degno della loro considerazione, anzi tuttora contano su di te. - No, ripresi allora in tono di sdegno, no, madre mia, non sarà possibile che io possa mai legarmi con una famiglia che mi ha deluso, rovinato, e in ultimo mi ha avuto a vile. - Non t’inquietare per questo, ella soggiunse; esse continuano sempre a esser ricche come prima; andrò a restituir loro la visita, ne terrò proposito, e m’impegno di tirarti ben presto fuori d’ogni difficoltà. Parliamo di altre cose: che hai fatto nel tempo della nostra separazione? - L’appagai nel momento, la misi al fatto di parecchie avventure, occultandone una gran parte, e la feci ridere, piangere, tremare. Desinammo in compagnia dei nostri parenti; essa moriva di voglia di ridire alla conversazione, in tempo di tavola, ciò che le avevo raccontato; ma imbrogliandosi a ogni poco, non faceva che risvegliar maggiormente la curiosità di chi l’udiva; ero dunque obbligato a ricominciar sempre io. L’allegria del pranzo mi ravvivava; dicevo pertanto anche le cose da me taciute. - Ah, briccone, ella diceva di tempo in tempo, questa cosa non me l’avevi detta, quella neppure, neppur quest’altra. - Insomma passai molto piacevolmente la mia giornata, e feci ridere a mie spese i vecchi e le vecchie zie, che non ridevano mai. Per vero dire avevo forse molta più grazia nel parlare che nello scrivere.

Verso la fine del mese di settembre ritornò alla capitale la compagnia dei miei comici; si replicarono le prove della nostra apertura, e il 4 ottobre si andò in scena. Da quella novità rimasero tutti colpiti. L’assemblea letteraria fu gustata molto. La commedia di un sol atto andò a terra, a cagione dell’Arlecchino che non incontrava; l’Opera comica fu bene accolta, e rimase al teatro. Il direttore era soddisfatto che la parte musicale prevalesse, benchè non fosse troppo contento della signora Passalacqua: la sua voce era falsa, monotona la maniera, ingrata la fisonomia. Volendo Imer sostenere gl’intermezzi in tutti i modi, gliene propose la maniera un sonatore dell’orchestra. Questo buon vecchio di sessanta anni aveva sposato di fresco una signorina che non passava i diciotto. La istruiva nel canto sul suo violino, ed essa mostrava un’ottima disposizione. Incontrando molto spesso Imer, mi pregò di averne cura e io me ne incaricai con tutto il piacere, trovandola bellissima e docilissima. La signora Passalacqua ne divenne gelosa, e avendo già fatto tentativi inutili a Udine per guadagnarmi, il colpo non le andò a vuoto a Venezia. Ricevo un giorno un biglietto di sua mano, col quale mi prega di andare a casa sua verso le cinque della sera; non posso per ragioni di convenienza ricusare; ci vado, ed essa mi riceve in abbigliamento da ninfa di Citera: mi fa sedere sopra un canapè accanto a sé, e mi dice le cose più lusinghiere e galanti del mondo; già la conoscevo bene, onde stetti in guardia, sostenendo la conversazione con eroico contegno. E poi non l’amavo; era magra, aveva gli occhi verdi, e copriva la faccia pallida e giallastra con un’infinità di belletto. Annoiata dalla mia indifferenza, adoprò allora tutte quante le armi della scaltrezza: - E sarà possibile, mi disse in tono appassionato, che di tutte le donne della compagnia, io sia la sola ad aver la disgrazia di dispiacervi? So esser giusta; ho saputo rispettare il merito finchè vi vidi avere una propensione per la signora Ferramonti; ma vedervi oggi preferire a tutte una giovane stupida e una donna senza ingegno e senza educazione, questa è cosa che fa vergogna a voi ed è umiliante per me. Oh Dio! Non aspiro già alla fortuna di possedere il vostro cuore: non ho merito bastante per nutrirne la speranza; ma son comica, non mi trovo altro stato, non ho altro partito; giovane, senza esperienza, abbisogno di consiglio, di esercizio, di protezione. Se avessi la fortuna di piacere a Venezia, sarebbe stabilita la mia reputazione, assicurata la mia sorte; voi frattanto potreste contribuire alla mia felicità col vostro ingegno e con le vostre cognizioni, e sacrificando per me i vostri momenti d’ozio potreste rendermi felice; ma voi mi abbandonate, mi disprezzate. Oh cielo! che mai vi feci? - Le scappava dagli occhi qualche lacrima. Confesso che il discorso mi aveva già intenerito, il pianto poi terminò di compiere la mia disfatta: le promisi assistenza, premure, buoni uffici, ma non era contenta; avrebbe voluto il sacrificio totale della moglie del suonatore. La proposta mi disgustò; le dissi dunque esser questo troppo pretendere, e perciò ero determinato ad andarmene. La signora Passalacqua mi trattiene, prende un’aria di vivacità, guarda il cielo, trova il tempo bellissimo e mi propone di andare a prendere il fresco in sua compagnia in una gondola, fatta già venire a riva; ricuso ed ella scherza e insiste, mi prende per un braccio e mi trascina. Come fare per non andar seco?

Entriamo in questa vettura, ove si stava con la stessa comodità che nel più delizioso salottino, e c’inoltriamo nella vasta laguna dalla quale è circondata Venezia. L’astuto gondoliere chiude la piccola cortina di dietro, usa il remo come timone della gondola e la lascia dolcemente andare secondo il riflusso del mare. Si parlò di molte cose allegramente e con piacere; in capo a un certo tempo la notte ci parve molto inoltrata, né sapevamo ove fossimo. Voglio guardar l’orologio, ma è troppo buio per vederci. Apro dunque la finestrella di poppa e chiedo al gondoliere che ora sia: - Non ne so nulla, signore, risponde; credo che sia appunto l’ora degli amanti. - Andiamo, andiamo senz’altro indugio, gli dico, a casa della signora. - Egli allora ripiglia il remo, gira la prua della gondola verso la città, e ci canta cammin facendo la ventiseiesima stanza del decimo canto della Gerusalemme liberata.

Entrammo in casa della signora Passalacqua alle ore dieci e mezzo di sera. Ci fu portata una deliziosa cenetta; cenammo da soli e la lasciai a mezzanotte, partendo nella più ferma determinazione di esser grato delle garbatezze di cui mi aveva ricolmato. Dovendo aspettare che mia madre trovasse un quartiere conveniente per collocarmi seco, stavo sempre in casa del direttore della compagnia. Il giorno successivo alla sera singolare della quale ho parlato, vidi il mio ospite e gli dissi che il carattere fiero e geloso del vecchio sonatore mi aveva disgustato, e perciò lo pregavo dispensarmi dalle premure delle quali mi aveva incaricato riguardo alla giovane. Scarabocchiai quindi un intermezzo per la signora Passalacqua, e andai a trovarla per leggerle le prime prove della mia riconoscenza. Intanto fu messa in scena la Griselda. La tragedia fu ricevuta dal pubblico come un’opera nuova; piacque molto e richiamò molto popolo. La Romana, quantunque su questo teatro da venti anni, fu applaudita come la prima volta; Casali si guadagnava l’affetto del pubblico e faceva piangere; e Vitalba, che aveva tanto ben sostenuto la parte del Belisario, superò sé stesso in quella di Gualtiero. Vitalba qui mi dà motivo di parlare della signora Passalacqua: egli era un bell’uomo, un comico eccellente, un gran corteggiatore di donne, un sommo libertino. Aveva già presa di mira la Passalacqua e, per vero dire, non occorreva darsi molta pena per soggiogarla. Frattanto, nel tempo in cui frequentavo la compagnia di questa comica, seppi che anche Vitalba andava a trovarla: ebbi anche notizia che avevano goduto insieme parecchie ricreazioni; ne fui sdegnato e mi allontanai da questa donna infedele, senza neppur degnarla di una lagnanza e senza addurre motivi del mio ritiro.

Ella mi scrisse una lettera molto tenera e di lamento, e io le specificai nella risposta tutto ciò che avevo da dirle riguardo al suo cattivo procedere; me ne mandò una seconda nella quale, senza negar cosa alcuna e senza scusarsi, mi pregò in grazia di portarmi casa sua per l’ultima volta, avendo confidenze da farmi riguardo ai suoi affari, al suo onore, alla sua vita. Andrò, non vi andrò? Stetti perplesso per qualche tempo; finalmente, o fosse curiosità o bisogno di sfogar la rabbia, presi la risoluzione di andare. Entro dopo essermi fatto annunciare, e la trovo sdraiata su un canapè col capo appoggiato a un guanciale: la saluto, ella non dice parola; le domando che cosa ha da dirmi, non risponde; mi salta il fuoco al viso, la collera mi accende, mi acceca, lascio libero il corso al risentimento, e senza alcun riguardo la opprimo con tutti i rimproveri che merita. La comica non replica parola, solo si asciuga di tempo in tempo gli occhi; temendo le insidiose sue lacrime, voglio partire. - Sì, andate pure, essa mi dice con voce tremante; la mia risoluzione è presa, avrete notizia di me tra pochi istanti. - Il suono di queste vaghe espressioni non mi arresta, prendo addirittura la porta, mi volgo per dirle addio, e la vedo con un braccio in aria e uno stiletto in mano con la punta al petto. Una tal vista m’inorridisce; perdo il cervello, corro, mi getto ai suoi piedi, le strappo lo stile di mano, le asciugo la lacrime, tutto le perdono, tutto le prometto, e rimango da lei. Desiniamo insieme, ed eccoci come prima. Contento della mia vittoria, benedicevo il momento in cui mi ero voltato addietro nell’uscire: ero amante, e l’amavo davvero, ed ero contento che mi amasse. Cercavo persino ragioni per scusare la sua mancanza. Vitalba l’aveva sorpresa, essa n’era pentita e aveva rinunciato a lui, per sempre e poi per sempre. In capo a pochi giorni però ebbi notizia, da non poterne dubitare, che la signora Passalacqua e il signor Vitalba avevano desinato e cenato insieme burlandosi di me.

CAPITOLO XXXIX.

Il Convitato di Pietra sotto il titolo di Don Giovanni Tenorio, ossia il Dissoluto.

- Completa vendetta contro la Passalacqua. - Viaggio a Genova.

- Colpo d’occhio di questa città. - Origine del lotto reale. - Mio matrimonio. - Ritorno a Venezia.

Non è per abbellire le mie Memorie, né per ricevere congratulazioni sulla mia balordaggine, che nel precedente capitolo ho fatto una descrizione minuta delle infedeltà di una comica che mi ha tradito; ma avendo innestato quest’aneddoto in un’opera destinata a vendicarmi, credetti necessario far precedere il racconto dell’episodio prima di passare a far parola del soggetto principale. Tutti conoscono quella cattiva rappresentazione spagnuola, dagli Italiani chiamata Il Convitato di Pietra e dai Francesi Le Festin de Pierre. Io l’ho sempre riguardata con orrore, né ho mai potuto intendere come questa farsa si sia sostenuta per sì lungo tempo, abbia richiamato in folla gli spettatori e fatto la delizia di un paese colto. N’erano maravigliati i comici italiani stessi; e, o per burla o per ignoranza, alcuni dicevano che l’autore del Convitato di Pietra aveva fatto il patto col diavolo perché lo sostenesse. Non mi sarebbe mai caduto in pensiero di fare il minimo lavoro su questa composizione; ma imparata la lingua francese quanto bastava per darle una lettura, vedendo che Molière e Corneille se n’erano occupati, mi accinsi anch’io a fare alla mia patria il bel regalo di questo tema, a oggetto di mantenere la parola al diavolo con un po’ più di decenza. Vero è che, non potendo darle lo stesso titolo perché nella mia rappresentazione la statua del commendatore non parla, non cammina, né va a cena in città, la intitolai Don Giovanni, a somiglianza di Molière, aggiungendovi: o il Dissoluto. Credetti di non dover sopprimere il fulmine che lo incenerisce, perché l’uomo malvagio deve esser punito; maneggiai bensì questo avvenimento in modo che comparir potesse un immediato frutto dello sdegno di Dio, e potesse pur provenire da una combinazione di cause seconde, diretta sempre dalle leggi della Provvidenza. Siccome in questa commedia, che è di cinque atti in versi sciolti, non avevo dato luogo all’Arlecchino e all’altre maschere italiane, supplii alla parte comica con un pastore e una pastorella, che insieme a don Giovanni dovevan far riconoscere la Passalacqua, il Goldoni e il Vitalba, rendendo nota sulla scena la maligna condotta dell’una, la buona fede dell’altro e la malvagità del terzo. Elisa si chiamava la pastorella, e la Passalacqua appunto aveva nome Elisabetta. Il nome di Carino dato al pastore era, eccettuatane una lettera, il diminutivo del mio nome battesimale (Carlino), e Vitalba sotto il nome di Don Giovanni rappresentava esattamente il carattere suo naturale. Mettevo in bocca a Elisa i discorsi dei quali la Passalacqua si era servita per ingannarmi; le facevo far uso in scena di quelle lacrime e di quel coltello medesimo di cui ero stato la vittima, e mi vendicavo della perfidia della comica, nel tempo che Carino si vendicava della sua infedele pastorella. Era ultimata la composizione, né d’altro si trattava che di farla recitare: purtroppo avevo previsto che la Passalacqua non avrebbe acconsentito a porre in scena sé stessa. Ne avvertii il direttore e il proprietario del teatro, e senza far lettura della rappresentazione dispensai la parti. La Passalacqua, che subito conobbe il personaggio che doveva sostenere, andò a lagnarsi col direttore e con sua eccellenza Grimani. Protestò all’uno e all’altro che assolutamente non sarebbe comparsa in questa commedia, prima che l’autore non vi avesse fatte mutazioni grandissime; ma fu deciso ch’ella recitasse la parte d’Elisa com’era, o uscisse dalla compagnia. Spaventata da tale alternativa, prese il suo partito, imparò la parte e la portò perfettamente.

Nella prima rappresentazione, avvezzo il pubblico del Convitato di Pietra a vedere Arlecchino salvarsi dal naufragio coll’aiuto di due vesciche e don Giovanni uscire all’asciutto dall’acque del mare senz’avere scomposta la pettinatura, non sapeva che cosa significasse quell’aria di nobiltà data dall’autore a questa rancida buffoneria; ma siccome era a notizia di molte persone l’avventura succedutami con la Passalacqua e Vitalba, l’aneddoto ravvivò la rappresentazione, tutti trovarono da divertirsi, e notarono che la commedia ragionata è sempre preferibile alla triviale e insulsa. Il mio Don Giovanni acquistava ogni giorno sempre più credito e concorso; fu recitato senza interruzione fino al martedì grasso, e con questo si chiuse il teatro.

Malgrado il suo buon effetto, non era destinato ad aver luogo nella raccolta delle mie opere, e così ancora doveva essere del Belisario; poiché era quello, per vero dire, il Convitato di Pietra riformato, ma la riforma non era quella che avevo di mira. Trovando a Bologna questa composizione stampata e orribilmente maltrattata, acconsentii a darle posto nel mio teatro, solo perché se il mio Don Giovanni non era del nuovo genere propostomi, non era però assolutamente di quello da me rigettato. La compagnia di San Samuele doveva quell’anno passare la primavera a Genova e l’estate a Firenze, e siccome vi erano sei attori nuovi, credè Imer necessaria la mia presenza, proponendomi per questo di condurmi seco. Si trattava di andare a vedere due delle più belle città d’Italia; ero libero dal pensiero di qualunque spesa, e l’occasione mi parve magnifica. Ne parlai con mia madre, e con lei le mie ragioni erano sempre buone; partii dunque per Genova in compagnia del direttore. Il viaggio fu felice, il tempo sempre bello; c’incomodò solamente un poco il calore del sole più che il freddo della stagione nel traversare l’alta montagna denominata la Bocchetta. Dopo esser passati per il ricchissimo e delizioso villaggio di San Pier d’Arena, scoprimmo Genova dalla parte del mare. Che spettacolo piacevole e meraviglioso! È un anfiteatro in semicerchio, che forma da un lato il vasto bacino del porto, elevandosi dall’altro gradatamente sul declivio della montagna con fabbriche immense, che sembrano da lungi situate le une sopra le altre, e terminano con terrazze, balaustre e giardini che servono di tetto alle diverse abitazioni.

In faccia a questi differenti ordini di palazzi, di alberghi e di appartamenti urbani, gli uni incrostati di marmo, gli altri ornati di pitture, si vedono i due moli dai quali è formata l’imboccatura del porto, opera degna dei Romani, avendo i Genovesi, malgrado la violenza e la profondità del mare, superato la natura che si opponeva al loro collocamento. Scendendo dalla parte del fanale diretti alla porta di San Tommaso, vedemmo quell’immenso palazzo Doria ov’ebbero quartiere tre sovrani nello stesso tempo, e andammo in seguito all’albergo di Santa Marta per aspettare che ci fosse assegnato l’appartamento destinatoci.

Facendosi appunto in quel giorno l’estrazione del lotto, avevo voglia di andarla a vedere. La lotteria che dicesi in Italia il Lotto reale di Genova, e a Parigi il Lotto reale di Francia, non era in Venezia ancora stabilita; si trovava bensì qualche occulto prenditore che accettava biglietti per Genova; e io tra l’altre cose avevo in tasca un riscontro relativo a una giocata da me fatta a casa. Questo gioco fu inventato a Genova e ne diede la prima idea il caso. I Genovesi tirano a sorte due volte l’anno il nome di cinque senatori, i quali debbono subentrare a quelli che escono di carica. Tutti questi nomi messi nell’urna e che possono uscire, sono conosciutissimi; alcuni privati della città incominciarono a dir fra loro: scommetto che alla prossima estrazione uscirà il tale; l’altro diceva: e io scommetto il tal altro; e la scommessa era alla pari. Poco tempo dopo vi furono persone accorte che tennero banco pro o contro, con condizioni vantaggiose per i giocatori. Il governo ciò seppe, e i piccoli banchi subito si proibirono; ma essendosi presentati appaltatori, furono esauditi. Ecco pertanto stabilito il lotto, in principio per due sole estrazioni; si accrebbe bensì il numero di esse di lì a poco. Oggi si trova quasi dappertutto, né starò a esaminare se sia bene o male. M’impaccio sempre di tutto senza decider nulla; e procurando di guardar la cose dalla parte dell’ottimismo, a me sembra che il lotto di Genova sia una buona rendita per il governo, un’occupazione per gli sfaccendati e una speranza per gl’infelici. Riguardo a me, quella volta trovai il lotto molto piacevole: vinsi un ambo di cento doppie, ed ero più che contento. Ebbi però in quel paese una fortuna molto più grande, e che formò la delizia della mia vita. Sposai una giovane savia, onesta, graziosa, che m’indennizzò di tutte le male azioni fattemi dalle donne e mi riconciliò col bel sesso. Sì, mio lettore, mi ammogliai; ed ecco come. Il direttore e io eravamo alloggiati in una casa annessa al teatro. Dirimpetto alle finestre della mia camera avevo qualche volta veduto una ragazza che mi pareva assai bella, e con la quale avevo desiderio di far conoscenza. Un giorno, essendo al balcone sola, la salutai con qualche dimostrazione di tenerezza; mi fa una riverenza, dispare subito, né si lascia in seguito rivedere. Ecco stimolata la mia curiosità e il mio amor proprio: procuro di sapere chi siano le persone che abitano in faccia al mio quartiere, e sento che vi sta il signor Conio, notaio del collegio di Genova, uno dei quattro notai deputati alla banca di San Giorgio; uomo rispettabile e che aveva del bene, ma per essere aggravato da una numerosissima famiglia, non era così comodo quanto avrebbe dovuto. Va benissimo: voglio far conoscenza del signor Conio a qualunque costo. Era a mia notizia che Imer aveva fondi su quella banca provenienti dai fitti dei palchetti che negoziava in quella piazza per mezzo di sensali di cambio; lo pregai di affidarmi uno di quei fondi, come fece senza alcuna difficoltà, e mi portai a San Giorgio per presentarlo al signor Conio e profittar così dell’occasione per scandagliare il suo carattere. Trovai il notaio circondato di gente; aspettai che fosse solo, mi accostai al banco e lo pregai di avere la compiacenza di farmi pagare la valuta della mia rendita.

Mi accolse questo brav’uomo con la maggior garbatezza, ma mi disse che avevo sbagliato la via, poiché tali biglietti non si pagavano alla banca; che peraltro qualunque agente di cambio o negoziante mi avrebbe a vista sborsato il mio denaro. Gli feci pertanto le mie scuse, dicendo che ero forestiero, ero suo vicino. Volevo dirgli molte cose; ma l’ora essendo avanzata, mi domandò permesso di chiudere il banco, soggiungendo che si sarebbe parlato con comodo cammin facendo. Usciamo insieme; mi propone di andare a prendere una tazza di caffé per aspettare l’ora del pranzo, e io accetto, giacchè si prendono in Italia dieci tazze di caffè al giorno. Entriamo nella bottega di un acquacedratraio e prendiamo posto; e siccome il signor Conio mi aveva veduto con i comici, mi domandò quali erano le mie parti in scena. - Signore, gli dissi, la vostra domanda non mi offende punto, poiché chiunque altro si sarebbe ingannato al pari di voi. - Quindi gli manifestai quello che realmente ero e ciò che facevo, ed egli si scusò. Amava gli spettacoli, andava al teatro comico, aveva veduto le mie rappresentazioni ed era fuor di sé dalla gioia di aver fatto la mia conoscenza, com’io di aver fatto la sua. Eccoci l’uno e l’altro avvicinati: veniva spesso da me, e io da lui; così vedevo la signorina Conio e in lei trovavo ogni giorno nuove grazie, nuovo merito. In capo a un mese feci io stesso al signor Conio la richiesta di sua figlia. Non ne fu stupito; si era già accorto benissimo della mia inclinazione, né temeva un rifiuto da parte della signorina; ma saggio e prudente qual era, domandò tempo e fece scrivere al console di Genova a Venezia per avere informazioni riguardanti la mia persona. Reputai giustissima la dilazione, e nel tempo medesimo scrissi ancor io. Partecipai a mia madre la nuova idea, le feci il ritratto della sposa, e la pregai di spedir subito tutti gli attestati necessari in simili occasioni.

In capo a un mese ricevetti da lei l’assenso insieme coi fogli richiesti, e alcuni giorni dopo il signor Conio ebbe per parte sua le più belle testimonianze in mio favore; onde il nostro matrimonio fu fissato a luglio, fu assegnata la dote e firmato il contratto. Nulla sapeva Imer di tutto questo, avendo io le mie ragioni per temere che non frastornasse il disegno. Ne fu dolentissimo, poiché doveva andar a Firenze a passarvi l’estate, e bisognò che vi andasse senza di me. Promisi, ciò nonostante, di non abbandonar la compagnia, di lavorare per Venezia, di trovarmici in tempo, e non mancai di parola. Eccomi il più contento e il più felice uomo del mondo: ma potevo mai avere una soddisfazione senza che fosse seguita da un disgusto? La prima notte di matrimonio mi sopraggiunge la febbre e viene per la seconda volta ad assalirmi il vaiolo, che avevo già avuto a Rimini nella prima gioventù.

Pazienza! Per buona fortuna non era maligno, né diventai più brutto di quello che ero. Quanto pianse al capezzale del mio letto la mia povera moglie! Essa era la mia consolazione, e tale è sempre stata.

Partimmo finalmente per Venezia al principio di settembre. O cielo! Quante lacrime sparse! che crudele separazione per lei! lasciava in un tratto padre, madre, fratelli, sorelle, zii e zie; ma se n’andava peraltro con suo marito.

CAPITOLO XL.

Ritorno a Venezia con mia moglie. - Rinaldo di Montalbano, tragicommedia.

- Enrico Re di Sicilia, tragedia. - Arrivo a Venezia del famoso Arlecchino Sacchi e della sua famiglia.

- Loro entrata nella compagnia di San Samuele. - Acquisto di altri buoni soggetti.

- L’uomo di mondo, commedia di carattere in tre atti, parte scritta e parte a braccio.

Arrivato a Venezia con mia moglie, la presentai a mia madre e alla zia; mia madre rimase incantata dalla dolcezza della nuora e la zia, benchè non troppo pieghevole, riguardò la nipote come una buona amica. Era un insieme di famiglia da innamorare; vi regnava la pace ed ero il più felice uomo del mondo. I comici, che non contavano altrimenti su di me, furono contenti di rivedermi, tanto più che avevo loro portato una buona rappresentazione, il Rinaldo di Montalbano, tragicommedia in versi di cinque atti. Questo tema, preso dal fondo delle vecchie commedie italiane, era cattivo quanto l’antico Belisario e il Convitato di Pietra. Pure l’avevo purgato dai grossolani difetti che lo rendevano insopportabile, avvicinandolo quanto mi fu possibile all’indole dell’antica cavalleria, e alla decenza propria di una rappresentazione nella quale compariva Carlo Magno. Il pubblico, assuefatto a veder Rinaldo paladino di Francia comparire al consiglio di guerra involto in un mantello strappato, e Arlecchino difendere il castello del suo padrone e sbaragliare i soldati dell’imperatore a colpi di pignatte e pentole rotte, ebbe piacere che l’eroe calunniato sostenesse la sua causa nobilmente, né vide con rincrescimento abolite affatto buffonerie fuor di proposito. Il Rinaldo di Montalbano ebbe applausi, ma non quanto il Belisario e il Convitato di Pietra. Si diè termine con questo alla stagione d’autunno; io non l’aveva destinato alla stampa, e fui dolente di trovarlo impresso nell’edizione di Torino.

Il primo anno di matrimonio mi aveva tenuto occupato in modo che non avevo avuto tempo di mettere insieme verun lavoro comico. Era necessario far qualche cosa di nuovo per l’inverno. Trovandomi una tragedia, sbozzata a Genova, di cui ero al quart’atto, feci prestissimo il quinto; mutai, corressi in fretta, insomma misi in stato gli attori di esporre questa rappresentazione al principio di carnevale.

Il titolo era Enrico Re di Sicilia, soggetto preso nel Matrimonio per vendetta, che è una novella inserita nel romanzo Gil Blas. Era sullo stesso gusto di Bianca e Guiscardo di M. Saurin dell’Accademia di Francia, ma né la tragedia dell’autore francese né la mia ebbero un gran successo; convien dunque dire che vi sono temi disgraziati che non sono fatti per riuscire. I comici per altro compensarono il danno con la replica del Rinaldo, e chiusero con esso l’anno comico. Si fecero nella quaresima alcune mutazioni in questa compagnia, che fu portata, per quanto era possibile, a perfezione. Fu presa in cambio della Bastona madre, la Bastona figlia, attrice eccellente, piena d’intelligenza, nobile nel serio e graziosissima nel comico. A Vitalba, primo amoroso, era subentrato Simonetti, meno brillante ma più decente, istruito e docile. Era stato fatto acquisto del Pantalone Golinetti, mediocre nelle parti in maschera, ma molto più abile per rappresentare i caratteri di giovane veneziano a viso scoperto; e il dottor Lombardi, che per figura e ingegno era unico in questo impiego. Per mia buona sorte la Passalacqua era stata licenziata; veramente non avevo verso lei rancore alcuno, ma stavo meglio quando non la vedevo. Il soggetto però che rese la compagnia completamente buona fu il famoso Arlecchino Sacchi, la cui moglie recitava passabilmente le seconde parti di amorosa e la sorella, eccettuato un poco di caricatura, molto bene quelle di servetta. Eccomi (andavo dicendo tra me), eccomi nella miglior condizione; adesso sì che posso dar lo scatto alla mia immaginazione; abbastanza ho lavorato sopra temi rancidi, ora bisogna creare, conviene inventare. Ho tra mano attori che promettono molto; ma, per impiegarli utilmente, è necessario rifarsi dallo studiarli: ciascuno ha il suo carattere naturale, e se l’autore ne assegna al comico uno che sia appunto analogo al suo proprio, la riuscita è sicura. Suvvia (continuavo sempre nella mie tacite riflessioni), ecco forse il momento di tentar quella riforma avuta di mira da sì lungo tempo. Sì, bisogna trattare soggetti di carattere; sono essi la sorgente della buona commedia: da questi appunto incominciò la sua professione il gran Molière; e felicemente giunse a quel grado di perfezione dagli antichi solamente indicatoci, e non eguagliato ancor dai moderni. Facevo male a incoraggiarmi così? No; poiché all’arte comica tendeva la mia inclinazione, e la buona commedia doveva essere il mio scopo. Mi sarei fatto torto, se avessi avuto l’ambizione di stare a confronto coi maestri dell’arte; ma io ad altro non aspiravo che a riformare gli abusi del teatro del mio paese, non essendo poi necessaria una somma scienza a ciò conseguire. In conseguenza di tali ragionamenti che a me parevano giusti, cercai nella compagnia l’attore più a proposito per sostenere un carattere nuovo e nello stesso tempo piacevole. Mi determinai per il Pantalone Golinetti, non per adoprarlo con una maschera, che nascondendo la faccia impedisce all’attore sensibile di manifestar sul volto la passione che lo anima; facevo solo gran caso della sua maniera di stare nelle conversazioni, ove lo avevo veduto e studiato; onde credetti di poterne fare un personaggio eccellente, né m’ingannai. Misi dunque in ordine una commedia di carattere, il cui titolo era Momolo cortesan. Momolo, in lingua veneziana, è il diminutivo di Girolamo, ma non è possibile tradur bene con un altro aggettivo francese quello di cortesan. Questo termine non nasce da una corruzione della parola cortigiano; deriva bensì piuttosto dalle voci courtoisie e courtois, cortesia, cortese. Gli Italiani medesimi non avevan cognizione, generalmente parlando, del cortesan veneto, onde sin da quando feci stampare questa composizione, la intitolai L’Uomo di mondo, e dovendo metterla in francese il suo conveniente titolo credo sarebbe Homme accompli. Vediamo se sono in errore. Il vero cortesan veneto è un uomo di probità, capace di render servigi e cortese. È generoso senza profusione, allegro senza esser leggero, amatore delle donne senza compromettere il suo decoro, amator dei piaceri senza rovinarsi; in tutto si mescola per il solo bene degli affari, preferisce la tranquillità, né sa soffrir la soperchieria; affabile con tutti, fervido amico, zelante protettore. Non è dunque questi L’uomo di mondo? E qui forse mi si dirà: se ne trovano molti di codesti cortesan a Venezia? Sì, non se ne scarseggia; ve ne sono di quelli che più o meno posseggono le qualità di questo carattere; trattandosi però di metterlo in atto agli occhi del pubblico, convien sempre manifestarlo in tutta la sua perfezione. Affinché un carattere qualunque faccia più effetto sulla scena, fui sempre di sentimento che bisognasse porlo in contrasto con caratteri opposti: introdussi perciò nella mia rappresentazione un maligno veneziano che imbroglia i forestieri. Il Cortesan, senza conoscere le persone ingannate, le difende dalle insidiose trame di costui e smaschera il briccone. Arlecchino poi non è in questa commedia un servitore stordito, ma un uomo senza volontà di far nulla, che pretende di esser mantenuto dalla sorella nei propri vizi. Il Cortesan procura un collocamento alla giovane e pone il pigro nella necessità di lavorare per vivere; infine l’uomo di mondo compie il suo bellissimo ufficio ammogliandosi lui stesso, e scegliendo tra le donne di sua conoscenza quella che ha meno pretese e più merito. Questa rappresentazione ebbe un successo mirabile, e ne ero veramente contento. Vedevo i miei compatrioti abbandonare l’antico gusto della farsa, e avevo avanti gli occhi l’annunciata riforma, senza però poter ancora vantarmene. Questa composizione non era in dialogo, né altro vi era di scritto che la parte dell’attore principale. Tutto il resto era a braccio; benchè gli attori fossero ben combinati, non erano però tutti in stato di adempiere la loro parte con abilità. Non vi si poteva pertanto scorgere quell’uguaglianza di stile che qualifica gli autori. Era per me impossibile riformar tutto in una volta senza irritare gli amatori della commedia nazionale; aspettavo dunque il momento favorevole per assalirli di fronte con più vigore e sicurezza.

CAPITOLO XLI.

Gustavo Vasa, opera. - Breve digressione sopra Metastasio e Apostolo Zeno.

- Colloquio con quest’ultimo sulla mia composizione. - Il Prodigo, commedia in tre atti,

parte scritta e parte a braccio. - Lagnanze degli attori in maschera.

- Le trentadue disgrazie di Arlecchino, commedia a braccio.

- Alcune parole sopra l’Arlecchino Sacchi. - La notte critica, commedia a braccio.

I miei comici dovevano andare nella primavera e nell’estate a far le loro recite in terraferma; avrebbero perciò desiderato che io li seguissi, ma dicevo loro col vangelo alla mano: uxorem duxi, sono ammogliato. Mi confermò anche nell’idea di restare a Venezia un’altra ragione. Il proprietario di quel medesimo teatro ove si davano le mie commedie nell’autunno e nell’inverno, mi aveva incaricato di un dramma in musica per la fiera dell’Ascensione dello stesso anno. Ultimata quest’opera nella quaresima, avevo caro di presiedere io stesso all’esecuzione. Doveva metterla in musica il celebre Galuppi, denominato Buranello, e ne pareva contento; ma avanti di rilasciargliela, rammentandomi di quanto mi ero ingannato nell’Amalasunta, né sapendo se con precisione avessi adempiuto a tutte le stravaganze che si chiamano regole del dramma in musica volevo, prima di esporla al pubblico, sottoporla all’occhio e al giudizio di qualcuno. Scelsi per mio giudice e consigliere Apostolo Zeno, tornato da Vienna, dove gli era succeduto l’abate Metastasio. A questi due illustri autori deve l’Italia la riforma dell’Opera. Prima di loro altro non si vedeva, negli spettacoli musicali, che divinità, diavoli, macchine, meraviglie. Lo Zeno credette il primo che la tragedia potesse rappresentarsi benissimo in versi lirici senza avvilirla, e si potesse anche cantare senza affievolir punto la sua energia. Dette esecuzione a tale idea nel modo più soddisfacente per il pubblico, e più glorioso per sé medesimo e per la sua nazione. Si scorgono nelle sue opere gli eroi come realmente erano, o almeno quali gli storici ce li rappresentano; i caratteri sono ben sostenuti con vigore, ben condotto il disegno, e gli episodi sempre legati alla unità dell’azione; maschio e robusto ne è lo stile, e le parole delle arie adattate felicemente alla musica del tempo. Il Metastasio, suo successore, portò la tragedia lirica al colmo della perfezione di cui erano capaci il suo puro ed elegante stile, i suoi fluidi e armoniosi versi, una chiarezza ammirabile nei sentimenti, un’apparente facilità che nasconde il penoso lavoro della precisione; una commovente energia nel linguaggio delle passioni, i ritratti, i quadri, le ridenti descrizioni, la dolce morale, la filosofia insinuante, l’analisi del cuore umano, le cognizioni sparse senza profusione e usate con arte, le arie, o per meglio dire i madrigali incomparabili, ora sul gusto di Pindaro e ora su quello di Anacreonte, l’hanno reso veramente ammirabile e degno d’una corona immortale, conferitagli dagli Italiani né mai ricusatagli dagli stranieri. Se avessi l’ardire di far confronti, potrei mettere in campo l’affermazione che Metastasio ha imitato Racine e Zeno Corneille nella robustezza. I loro geni corrispondevano ai loro caratteri. Metastasio era in conversazione dolce, garbato, piacevole; Zeno serio, profondo, istruttivo. M’indirizzai dunque a quest’ultimo per l’analisi del mio Gustavo. Trovo questo rispettabile uomo nel suo gabinetto; mi riceve urbanissimamente e ascolta la lettura del mio dramma senza far parola. M’accorgo per altro dai moti dei suoi lineamenti quali erano i buoni e i cattivi pezzi della mia composizione; e terminata la lettura, gli domando il suo parere. - Molto bene, risponde prendendomi per mano; - questo è un dramma veramente a proposito per la fiera dell’Ascensione. - Purtroppo intesi quello che voleva dire ed ero per fare a pezzi il mio foglio, ma egli me lo impedì, dicendomi per consolarmi che il mio dramma, quantunque mediocre, era cento volte migliore di tutti quelli, gli autori dei quali, sotto pretesto d’imitazione, null’altro facevano che copiare. Non osò nominar sé stesso; io però conoscevo benissimo i plagiari dei quali aveva ragione di lamentarsi.

Misi a profitto le mute correzioni del signor Zeno, e variai nella mia composizione alcuni luoghi che avevan fatto digrignare i denti al mio giudice. Fu pertanto eseguita quest’opera: erano buoni gli attori, eccellente la musica, magnifici i balli, ma del dramma non si diceva nulla; me ne stavo dunque dietro la cortina, partecipando ad applausi che non mi appartenevano, e dicendo fra me per pormi in calma: - Non è questa la mia professione: avrò la rivincita alla prima commedia. -

L’opera da me preparata per gli attori era Il Prodigo. Non ne rintracciai il soggetto nella classe dei viziosi, bensì dei ridicoli. Il mio Prodigo non compariva giocatore, dissoluto, splendido; la sua prodigalità altro non era che debolezza; dava per il solo piacere di dare, e aveva in fondo un cuore eccellente. La sua dabbenaggine, unitamente alla sua credulità, lo esponeva al disordine e alla derisione. Questo carattere era affatto nuovo; ne conoscevo però gli originali, e li avevo veduti e studiati in riva alla Brenta, tra gli abitanti di quelle deliziose e magnifiche ville, ove spicca l’opulenza e si rovina la mediocrità. L’attore eccellente, che sostenne così bene l’elegante personaggio del Cortesan veneziano, rappresentò con la maggior perfezione il torpido e insensibile carattere del mio Prodigo. Avevo messo al fianco dell’uomo ricco ed enormemente liberale, un maligno e accorto agente che, profittando delle inclinazioni del suo padrone, gli somministrava tutte le opportunità e i mezzi di soddisfarsi. Ogni volta che si trattava di trovar denaro, il buon uomo terminava col dire al traditore, da cui era sedotto: caro vecio, fè vu. Questo modo di dire fece riconoscere a Venezia alcune persone cui era famigliare. Si faceva di tutto per indovinare il modello; io l’avevo ricavato dalla folla della gente ricca, che è ludibrio della propria debolezza e dei seduttori; ma si combinò disgraziatamente che un aneddoto di mia invenzione fu trovato storico, e poco mancò che non mi rovinasse.

La bella del Prodigo era una giovinetta che sarebbe anche divenuta sua moglie, se fosse stato meno in disordine. Trovasi un giorno la signorina nella sua abitazione sulla Brenta, in compagnia dei suoi genitori. L’amante le offre un anello di prezzo: essa lo ricusa. Poco tempo dopo il procuratore del Prodigo torna da Venezia con la lieta nuova della vincita di una lite. L’uomo generoso vuol dimostrare in qualche modo il suo giubilo, il suo contento, e non avendo denaro regala al procuratore l’anello: egli l’accetta e se ne va. In questo mentre la signorina è consigliata a gradire il regalo per impedir così che il giovane stolto se ne disfaccia male a proposito. Essa torna; tien discorso sull’anello e fa le sue scuse per averlo ricusato, non avendo potuto riceverlo senza il dovuto permesso, che aveva appunto ottenuto. Ahimè, l’anello non c’è più; ed ecco l’amante nella massima desolazione, ecco il Prodigo disperato. Che turbamento! che imbroglio! È questo uno di quei felici colpi di scena che divertono gli spettatori, che producono vicende e conducono con la massima naturalezza l’azione al suo scioglimento.

Correva voce che una tale avventura fosse succeduta a un personaggio di alta condizione, al quale io professavo molte particolari obbligazioni. Per buona sorte questo signore non se ne accorse, o finse di non accorgersene. A lui pure stavano a cuore i miei felici successi, e la mia composizione avendo avuto un’ottima riuscita, n’era contento al par di me. Il Prodigo andò in scena per venti sere di seguito, e lo accompagnò la stessa buona sorte anche nella replica di carnevale; ma i personaggi in maschera si lagnavano fortemente di me, perché non davo loro da occuparsi, anzi contribuivo alla loro rovina, e molti dilettanti e protettori li sostenevano. Dopo tali lagnanze, e in conseguenza della condotta propostami, diedi al principio dell’anno comico una commedia a soggetto intitolata: Le trentadue disgrazie di Arlecchino. Il Sacchi era quegli che doveva eseguirla a Venezia, onde ero sicurissimo del buon esito. Questo attore, conosciuto sul teatro italiano sotto il nome di Truffaldino, aggiungeva alle grazie naturali e proprie della sua parte, uno studio continuato dell’arte comica e dei differenti teatri d’Europa. Antonio Sacchi possedeva una viva e rara immaginazione, e recitava a meraviglia le commedie dell’arte; laddove gli altri Arlecchini non facevano che ripetere le stesse cose egli, internato sempre nel fondo della scena, per mezzo di facezie affatto nuove e inaspettate risposte, manteneva sempre viva la rappresentazione, sicché si accorreva da ogni parte in folla per sentire il Sacchi. I suoi tratti comici e le sue lepidezze non eran tratte dal linguaggio del popolo, né da quello dei commedianti. Aveva messo a contribuzione gli autori comici, i poeti, gli oratori, i filosofi; si udivano, nelle sue parti all’improvviso, pensieri degni di Seneca, di Cicerone, di Montaigne; e aveva l’arte di appropriare in modo le massime di quei grand’uomini alla semplicità del carattere del balordo, che la proposizione stessa, degna di ammirazione nell’autor serio, faceva sommamente ridere quando veniva dalla bocca di questo attore eccellente. Parlo del Sacchi come appunto parlerei di un uomo del passato perché, a motivo della sua età tanto avanzata, altro non rimane all’Italia se non il rammarico di averlo perduto, senza speranza di veder riempito il suo posto. La mia rappresentazione, sostenuta da quell’attore, ebbe tutto il successo che una commedia a soggetto poteva avere. Tutti i dilettanti delle maschere e degl’intrecci a braccio erano contenti di me, e conobbero che nelle mie trentadue disgrazie vi era più condotta e senso comune che nelle commedie dell’arte. Osservando che il maggior diletto della mia composizione risultava dagli accidenti da me ammassati gli uni sugli altri, profittai della scoperta e quindici giorni dopo esposi una commedia dello stesso genere, molto più corredata di colpi di scena e di casi, e la intitolai La notte critica, o I cento quattro avvenimenti della medesima notte. Simile rappresentazione poteva veramente chiamarsi la prova dei comici, perché era sì complicata e lavorata con tal sottigliezza che non vi voleva altri che gli attori ai quali l’affidai, per poterla eseguire in una maniera così esatta e con tanta facilità.

N’ebbi la conferma quattro anni dopo. Mi trovavo a Pisa in Toscana, dove una conversazione di campagna pensò in ossequio mio di rappresentarla. Il giorno dopo sentii dire in un Caffè in lungarno: - Dio mi guardi dal mal di denti, e dai Cento quattro accidenti! - Ciò prova che il buon successo delle composizioni teatrali dipende il più delle volte dall’esecuzione degli attori. Non occorre dissimulare questa verità: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri. Dobbiamo amarci, dobbiamo stimarci a vicenda, servatis servandis.

CAPITOLO XLII.

Mutazione del mio stato. - Oronte re degli Sciti, opera.

Avevo appagato il gusto strambo dei miei compatrioti, dai quali ricevevo ridendo le congratulazioni, e morivo di voglia di condurre una volta con sollecitudine a termine la bramata riforma. Ma un avvenimento, accadutomi appunto in quest’anno, mi fece interrompere per qualche mese il corso dei miei lavori favoriti. Era morto da poco il conte Tuo, console di Genova a Venezia. I parenti di mia moglie, che avevano credito e protezioni, domandarono l’impiego per me e l’ottennero di botto. Eccomi in seno alla patria incaricato dei segreti di una Repubblica straniera, Avevo però bisogno di tempo per conoscere bene un impiego del quale non avevo ancora la minima idea. I Genovesi non tenevano a Venezia altro ministro che il console; avevo dunque mille commissioni: spedivo ogni otto giorni dispacci, mi davo briga delle novità e ardivo far da politico; imparata quest’arte a Milano, non me n’ero scordato. Si gradivano a Genova le mie relazioni, le riflessioni, le congetture; né me la passavo male nel corpo diplomatico di Venezia.

Il nuovo stato e le nuove incombenze non m’impedirono di riprendere le mie occupazioni teatrali; anzi nel carnevale di quello stesso anno diedi un’opera al teatro di San Giovanni Crisostomo e una commedia di carattere a quello di San Samuele. L’opera, intitolata Oronte re degli Sciti, ebbe un successo stupendo. La musica del Buranello era divina, le decorazioni del Jolli magnifiche e gli attori eccellenti; del libretto non se ne parlava punto, ma l’autore delle parole non godeva meno degli altri del buon esito del grazioso spettacolo. Al teatro comico, all’opposto, ove facevo recitare nel tempo medesimo una nuova commedia intitolata La Bancarotta, tutti gli applausi, tutti i battimani e tutti i bravo erano per me solo. Un fallito di malafede è un delinquente, che abusando della fiducia del pubblico, disonora sé stesso, rovina la sua famiglia, ruba, tradisce i privati e offende generalmente il commercio. Iniziato per mezzo del mio nuovo impiego nella cognizione dei negozianti, non sentivo parlare che di fallimenti. Vedevo bene che tutti quelli che si ritiravano dal commercio, o fuggissero o si lasciassero arrestare, non dovevano la loro rovina che all’ambizione, alla dissolutezza, alla cattiva condotta, e partendo dall’emblema della commedia: ridendo castigat mores, fui di parere che anche il teatro potesse erigersi a liceo, per prevenir gli usi e impedirne le conseguenze. Non mi limito in questa rappresentazione ai soli mercanti che falliscono, ma fo conoscere nel tempo stesso anche quelli che contribuiscono di più ai loro disordini, e mi stendo fino ai legali, i quali col gettar talvolta polvere negli occhi dei poveri creditori, dànno agio ai falliti fraudolenti di rendere i fallimenti più lucrosi e impuniti.

Non so se questa mia composizione abbia prodotto qualche conversione; so bensì che è stata applaudita universalmente, e i negozianti stessi, che avrei appunto dovuto temere, furono i primi a dimostrare contentezza, alcuni con tutto il sentimento, altri per politica. Fu pertanto recitato Il Fallimento senza interruzione per tutto il resto del carnevale, e con esso si chiuse l’anno comico 1740. Vi erano in questa commedia molte più scene scritte che nelle due precedenti; mi avvicinavo adunque adagio adagio alla libertà di scrivere addirittura per intero le mie composizioni, né tardai molto ad arrivarvi, malgrado le maschere che m’infastidivano.

CAPITOLO XLIII.

Spiacevole scoperta nel nuovo impiego. - Commissione difficile ultimata felicemente.

- Calunnie smentite. - Sospensione delle mie rendite di Modena. -- Arrivo di mio fratello a Venezia.

- Mutazione della compagnia di San Samuele. - Ritratto della servetta. -

La donna di garbo, commedia di carattere in prosa di tre atti, la prima scritta per intero.

Mi trovavo colmo di onori, di allegrezza e di contento; ma voi ben sapete, caro lettore, che i giorni felici non durano mai lungamente per me. Quando mi fu offerto il consolato di Genova, lo accettai con riconoscenza e rispetto, senza domandare qual fosse la provvigione di tal carica. Ecco una delle solite mie sciocchezze, che non mi costò meno delle altre.

L’unico mio pensiero pertanto fu subito quello di rendermi degno della benevolenza della Repubblica che mi onorava della sua fiducia. Presi un quartiere capace di pormi in grado di ricevere i ministri esteri, aumentai servizio, tavola e trattamento, e fui di parere di non dover fare diversamente. Scrissi in capo a qualche tempo al segretario di Stato col quale ero in corrispondenza, toccandogli del mio nuovo modo di vivere. Ecco pressappoco quanto il signor segretario mi fece l’onore di comunicarmi per mia consolazione. Il conte Tuo (mio predecessore) aveva servito la Repubblica per vent’anni senza il minimo emolumento; il Senato era di me contento, e il governo trovava giusto che io fossi ricompensato; ma per la guerra di Corsica, la Repubblica non era in stato di aggravarsi d’un dispendio, al quale aveva già desistito di pensar da lungo tempo. Che triste annuncio per me! Il guadagno del consolato ascendeva a soli scudi cento all’anno. Ero nell’intenzione di fare i miei ringraziamenti sull’istante; ma mi trattenne una lettera di un senatore genovese, pervenutami col corriere successivo, con la quale m’incaricava di una commissione spinosa e m’incoraggiava a continuare l’esercizio della mia carica.

Un uomo incaricato d’affari della Repubblica di Genova, che riuniva in una Corte straniera la commissione del Senato e la riscossione delle rendite assicurate in vari uffici dai particolari, aveva abusato della fiducia dei Genovesi, era fuggito sottraendo somme considerabili e viveva tranquillamente a Venezia. Il senatore dunque mi spediva alcune cambiali sopra il banchiere Santin Cambiasio, e carta bianca per conseguire l’arresto della persona e dei capitali del suo debitore. L’incombenza era delicata e l’esecuzione mi pareva difficile. Ciò nonostante conoscevo bene il mio paese: in un governo ove son quasi tanti i tribunali di prima istanza, quante sono le materie sottoposte alla controversia, se l’affare lo merita, si trova facilmente la maniera di ottener giustizia senza ledere in minima parte la delicatezza del diritto delle genti.

Fui ascoltato, fui ben servito, il mio cliente fu di tutto indennizzato, e il denaro e i capitali passarono dalle mie mani in quelle del signor Cambiasio a disposizione del patrizio genovese. Un affare di tal natura condotto sì bene e ultimato felicemente mi procurò un infinito onore, ma la mia costellazione non indugiò a porre in azione le sue influenze per opprimermi. Nell’inventario dei capitali ricuperati esistevano due scatole d’oro con diamanti, delle quali ero incaricato di procurar la vendita. Le affidai a un sensale; questo disgraziato le impegnò a un ebreo, lasciò la polizza del pegno e fuggì. N’ero pertanto mallevadore io, bisognava pagare per riaverle. Somministrò l’occorrente il signor Cambiasio a conto del senatore, e mio suocero pagò a Genova l’equivalente mediante una voltura di partite riguardanti un resto di dote di sua figlia di cui mi andava debitore.

Tutti questi fatti furono contestati a Genova e a Venezia, e restarono ampiamente smentiti i discorsi tenuti sopra di me. Alcune persone di traffico, irritate meco a motivo della mia rappresentazione del Mercante fallito, non cessarono di molestarmi. Imer, direttore della compagnia di San Samuele, era stato dichiarato procuratore del signor Berio genovese, suo cognato, per ritirare la somma di millecinquecento ducati in moneta veneta. Avendo egli facoltà di sostituire altri procuratori, mi nominò in sua vece. Ritirai il denaro, spedii seicentoventi ducati al signor Berio per il canale dei signori Sembro e Simone fratelli Maruzzi banchieri, dei quali conservo ancora la ricevuta, e rimisi ogni residuo fino al totale al signor Imer, da cui ebbi una quietanza che passò per mano di notaio. Fui tacciato di aver dato altro destino a quest’ultima somma, ma non durai fatica a provare il contrario; i discorsi peraltro e gli scritti di quel tempo potrebbero sussistere anche dopo la mia morte; per questo appunto ho desiderio che sussista in queste Memorie la mia difesa e giustificazione. Ho un nipote del mio stesso nome; se non ho altri beni da lasciargli, goda almeno la reputazione di quello zio che gli ha tenuto luogo di padre, e gli ha procurato un’educazione della quale ha felicemente profittato.

Non ero pertanto in acque troppo buone al principio del 1740, anzi per sovraccarico di disgrazie mi trovai privo a un tratto della miglior parte delle mie rendite. In questo tempo era accesa la guerra tra i Francesi e gli Spagnoli da una parte, e gli Austriaci dall’altra. Si chiamava: la guerra di don Filippo, ed era inondata di truppe straniere la Lombardia per installare questo principe negli Stati di Parma e Piacenza. Il duca di Modena, unite le sue forze a quelle dei Borboni, era generalissimo del loro esercito, e aveva sospeso il pagamento delle rendite della banca ducale, chiamate luoghi di monte, per sostener la spese della guerra. Un vuoto di tal sorta nei miei affari domestici terminò di pormi in costernazione, né potevo più mantenermi nel mio stato. Presi dunque l’espediente di andare a Milano per cercar denaro a qualunque costo, per poi passare a Genova e ripetere giustizia. In conseguenza di ciò scrissi alla Repubblica, esposi la necessità di un viaggio, chiesi il permesso di mettere un altro in mia vece, e aspettai l’assenso del Senato. In questa aspettativa, in mezzo ai miei disgusti e incagli, giunse da Modena mio fratello, dolente al pari di me della sospensione delle nostre rendite, ma molto più disgustato per non aver ottenuto avanzamento alcuno nella nuova promozione fatta da S. A. S. nelle truppe. Aveva con fermo proposito abbandonato il servizio, e se ne veniva a godere la sua pace a mie spese.

Da un’altra parte i comici mi domandavano nuove composizioni. Era l’unica mia consolazione; ma partito il Sacchi, era andata con lui la metà dei suoi compagni, e si era ritirato anche il Pantalone Golinetti; sicchè gli attori essenziali erano affatto nuovi per me. Studiando fra loro il soggetto che più d’ogni altro poteva convenirmi, l’antica predilezione per le servette mi determinò per la signora Baccherini, la quale era subentrata in tale ufficio alla sorella del Sacchi.

Essa era una giovine fiorentina bellissima, molto allegra e sommamente sfarzosa; di una struttura tonda e grassoccia, carnagione bianca, occhi neri, molta vivacità e una pronuncia graziosissima. Non possedeva, è vero, l’ingegno e l’esperienza di chi l’aveva preceduta, ma si scorgevano in lei disposizioni felici, da esigere soltanto esercizio e tempo per giungere alla perfezione. Ci unimmo dunque in buona amicizia, avendo bisogno l’uno dell’altra; io lavoravo per la sua gloria, ella dissipava il mio malumore. È uso inveterato tra i comici italiani, che le servette diano ogni anno e in più volte rappresentazioni che si chiamano trasformazioni, come lo Spirito folletto, la Serva incantatrice, e altre di simil genere, nelle quali comparendo l’attrice in differenti forme, muta spesso abiti, rappresenta diversi personaggi e parla varie lingue. Fra quaranta o cinquanta servette che potrei nominare, non ve n’erano che due che fossero tollerabili. I loro caratteri comparivano troppo artificiali, caricate le maniere, i linguaggi balbettati, difettosa l’illusione; laddove, affinché una donna sostenga piacevolmente tutte queste metamorfosi, sarebbe necessario che realmente avesse in sé stessa quella grazia che si finge nella rappresentazione. La bella fiorentina moriva di voglia di far mostra del suo visetto sotto differenti abbigliamenti. Corressi la sua follia e procurai nel tempo stesso di accontentarla.

Ideai una commedia nella quale, senza variar linguaggio e vestiario, potè rappresentare molti personaggi, cosa non molto difficile per una donna, e molto meno poi per una donna di spirito. Questa rappresentazione aveva per titolo La donna di garbo. Piacque infinitamente quando se ne fece la lettura, e la Baccherini n’era incantata; ma gli spettacoli erano per finire a Venezia, e la compagnia doveva andare a Genova per passarvi la primavera; là appunto doveva esser recitata per la prima volta. Mi determinai dunque di trovarmi anch’io alla prima sua recita; ma diventai a un tratto lo scherzo della fortuna. Una serie di singolari avvenimenti sconvolse le mie idee, né potei veder recitare la mia composizione che quattro anni dopo.

CAPITOLO XLIV.

Preparativi per il viaggio. - Pretese di mio fratello - Lettera da Genova. - Morte della Baccherini.

- Nuova commissione a Venezia. - Statira, opera seria. - Brutto regalo di mio fratello.

- Sottigliezze di un falso capitano. - Mia grande sciagura. - Partenza per Venezia.

Partiti i comici rimasi isolato, poiché nella condizione spiacevole in cui ero qualunque altra conversazione mi annoiava. Mi occupavo dunque soltanto del mio viaggio: mia madre e la zia non avevano bisogno di me, la moglie mi seguiva; il solo fratello era a carico di tutti.

Aveva la più alta idea di sé stesso e si meravigliava della mia maniera di pensare, perché non secondavo punto i suoi sentimenti. Avrebbe, per esempio, preteso che lo proponessi a surrogarmi nell’impiego nel tempo della mia assenza da Venezia, ovvero che lo mandassi a Genova per sollecitare i salari del mio impiego: ma io non lo credevo atto a nessuna di codeste commissioni, e attendevo alle mie faccende aspettando lettere da Genova per dare effetto all’idea propostami.

Giungono le lettere, mi si concede il domandato permesso e si approva il sostituto: eccomi contento. Andrò a Modena per ripetere i pagamenti delle mie rendite; passerò a Genova a fare istanze per l’onorario della mia carica, e assisterò alle prove della Donna di garbo; la Baccherini forse avrà bisogno di me, o almeno le sarà caro rivedermi. Le attrattive di quest’amabile attrice avvaloravano ancor più le mie premure, e mi congratulavo meco vedendola sostenere una parte di tanto rilievo nella mia rappresentazione.

Ma, oh cielo! il fratello della signora Baccherini, che era ancora a Venezia, viene a casa mia; mi si presenta nella maggior costernazione, e senza proferir parola mi dà a leggere una lettera proveniente da Genova: sua sorella era morta. Che fiero colpo per me! non era l’amante che piangeva la sua bella, ma l’autore che dolevasi della perdita di un’eccellente attrice. Mi vide addolorato anche mia moglie, ma essa era abbastanza ragionevole per uniformarsi alle mie idee. Dopo questo avvenimento non mutai pensiero; fui bensì meno sollecitato a partire, anzi credetti di poter differire ancora la mia partenza. Una società di nobili veneziani aveva preso a fitto per cinque anni il teatro di San Giovanni Crisostomo, e mi aveva chiesto un’opera per la fiera dell’Ascensione. Avevo ricusato di soddisfarla, ma divenuto padrone del mio tempo, accettai la commissione e terminai in pochi giorni un’opera intitolata Statira, che già avevo nel mio portafogli. Assistei alle prove e all’esecuzione di questo dramma; profittai dei diritti d’autore, e oltre a ciò di una straordinaria ricompensa datami da quegli impresari generosi. Avevo dunque motivo di esser contento per aver prolungato il mio soggiorno a Venezia; ma pagai ben caro in seguito un tal piacere, e a mio fratello soltanto dovetti l’obbligo del travaglio crudele in cui mi trovai.

Un giorno egli entra in casa mia alle due dopo mezzodì, e picchia col bastone alla porta della mia stanza: apro, lo vedo col cappello sugli occhi, con volto acceso e sguardo scintillante. Non sapevo se ciò proveniva da collera o allegrezza, quando fissandomi con aria sdegnosa - Perbacco! mi dice. Fratello, non vi burlerete sempre di me! - Su qual proposito? gli risposi. - Io non so far versi, rispose; ciascuno peraltro ha la sua abilità, e or ora ho fatto una grande scoperta. - Se questa è per esservi utile, soggiunsi, ne avrò estremo piacere. - Sì, utile e onorevole per me, e molto più onorevole e utile per voi. - Per me? - Sì, ho fatto recentemente la conoscenza di un capitano raguseo, d’un uomo... d’un uomo insomma che non ha l’uguale. Egli è in corrispondenza colle principali Corti d’Europa, e ha commissioni da far spavento; adesso è incaricato di arruolare un nuovo reggimento di duemila schiavoni. Ma, oh cielo! Se il governo di Venezia penetrasse mai una tal cosa, saremmo perduti. - Fratel mio… Fratel mio…, mi son lasciato scappare di bocca. Voi conoscete l’importanza della circospezione. - Ero per fargli alcune riflessioni. - Ascoltatemi, riprese subito interrompendomi, si tratta per me di un posto di capitano: ho servito, come sapete, in Dalmazia, lo sa pure il mio amico; anzi ha conosciuto a Zara lo zio Visinoni; insomma, mi destina una compagnia. Per voi poi, egli proseguì, per voi fratel mio, ha in vista un’altra cosa. - Per me? Che diavolo vuol far di me? - Vi conosce per fama e vi stima; dovete essere auditore; sarete il gran giudice del reggimento.- Io? - Sì, voi. - Entra in quell’istante il servitore e ci avvisa che è pronto in tavola. - Va al diavolo, rispose mio fratello, abbiamo degli affari, non vedi? lasciaci in pace. - Ma non potremmo noi, ripresi allora, differire il discorso al dopo desinare? - Niente affatto: ora è necessario aspettare. - Perché? - Perché sta per venire il signor capitano – Che? Lo avete invitato? - Trovate forse mal fatto l’essermi presa la libertà di invitare un amico? - Il signor capitano è vostro amico? - Non ne dubito. - Ma come! avete fatto con lui appena conoscenza, ed è già vostro amico? - Oh! noialtri militari non siamo cortigiani: ci conosciamo di primo acchito; stringono la nostra lega l’onore e la gloria, e diveniamo amici un momento dopo. - Arriva mia moglie, e ci prega di terminare. - Oh Dio! grida mio fratello, siete, signora mia, molto impaziente. - Non son io, essa rispose, è vostra madre che s’impazientisce. - Mia madre... Mia madre… Desini dunque, e vada a letto. - Il vostro parlare, dissi allora, puzza molto fratel mio, di polvere da schioppo. - È vero, è vero, me ne dispiace; ma il capitano non dovrebbe indugiar di più. - Si sente picchiare ed è il signor capitano: un mare di complimenti, un mare di scuse; finalmente eccoci a desinare. Quest’uomo aveva più cera di cortigiano che di militare. Scaltro, affabile, manieroso, di viso pallido e lungo, naso aquilino e occhi tondi e verdastri, molto galante, attento a servir le signore, diceva cose morali alle vecchie e teneva discorsi piacevoli alle giovani, senza che le belle storielle gl’impedissero di ben mangiare. Si prese il caffè senza alzarci da tavola, e intanto mio fratello mi rinfrescava la memoria di tutto quel resto di bottiglie che avevo, per farne dono al suo amico. Finalmente il Raguseo, mio fratello e io andammo a chiuderci nel mio studio.

Siccome la raccomandazione avuta dal fratello non mi dava un’idea vantaggiosa in favore dell’uomo a me ignoto, non mancando costui di scaltrezza e previsione, mi espose in un rapidissimo ed elegantissimo preambolo nome, patria, condizione, titoli, prodezze; dando fine col pormi sott’occhio le patenti scritte in lingua italiana, dalle quali constava la commissione di arruolare duemila uomini di nazione illirica per un nuovo reggimento al servizio della potenza dalla quale veniva incaricato. In queste lettere il Raguseo era dichiarato colonnello del nuovo reggimento, con facoltà di nominare a suo arbitrio gli ufficiali, il giudice, i furieri e i provvisionieri ecc. Vi era la sottoscrizione del sovrano, come pure quella del ministro e segretario di Stato del dipartimento di guerra col sigillo della corona.

Non avendo io cognizione bastante di codeste firme straniere, diffidavo sempre di un uomo che vedevo per la prima volta, e aspettando di esser meglio in grado di verificarne l’autenticità, feci alcune domande al signor capitano, cui non mancò di dare risposte soddisfacenti. Gli domandai subito per qual caso noi saremmo stati così felici, tanto io che mio fratello, da muovere la sua benevolenza in nostro favore. - Il vostro signor fratello, egli rispose, è un uomo, che può essere utilissimo alle mie mire. Conosce la Dalmazia e l’Albania dove ha servito, e queste appunto sono le due provincie capaci di somministrare begli uomini per un reggimento. Ho fatto conto di munirlo di lettere e denaro per spedirlo a far colà coscritti senza indugio. - A questo discorso mio fratello si getta al collo del Raguseo gridando: - Vedrete, vedrete, amico mio: vi condurrò dalmati, albanesi, croati, morlacchi, turchi, diavoli; lasciatemi fare, gospodina, gospodina, dobro jutro, gospodina! -

Il capitano, anch’esso schiavone, si burlava forse del saluto illirico e fuor di proposito di mio fratello, e incominciò a ridere; indi voltandosi verso me: - Per voi poi signore, egli mi disse, mi fo un onore pregandovi di accettare nel mio reggimento la carica di auditor generale. Voi siete uomo già perito nella curia e il vostro titolo di console... Ma a proposito del posto che occupate, debbo domandarvi una grazia. Io mi trovo a Venezia, cioè in un paese libero, ma l’affare di cui attualmente vi parlo è dell’ultima delicatezza, potendo irritare il governo a motivo dei suoi nazionali dalmati; sono attorniato da spie che non mi lasciano; temo qualche sorpresa: se voi poteste collocarmi in casa vostra, non sarei forse in salvo dalle persecuzioni della Repubblica, ma avrei tempo di evitarle. - Signore, gli dissi, il mio quartiere non è abbastanza comodo. - Grida allora mio fratello, interrompendomi: - Cederò io la camera al signor capitano. - Mi schermisco, ma inutilmente: ecco il Raguseo in casa.

Veramente la compagnia di quest’uomo era piacevolissima, e benchè non fossi tanto facile a lasciarmi vincere, tuttavia duravo fatica a guardarlo sempre con sospetto. Non volevo peraltro aver nulla da rimproverarmi. Di mano in mano che sentivo parlare di persone interessate nel segreto dell’affare in questione, correvo subito per informazioni. Trovai alcuni negozianti incaricati delle uniformi del reggimento, e parlai con ufficiali ingaggiati dal colonnello designato. Quest’uomo ricevette una lettera di cambio di sei mila ducati sui fratelli Pommer, banchieri tedeschi; non fu accettata perché mancante di lettera d’avviso, ma le firme erano perfettamente imitate; sicchè finalmente credetti e caddi nella rete.

Tre giorni dopo entra il Raguseo in casa mia, agitato e nella maggior costernazione; doveva pagare sei mila lire in quel giorno, né aveva potuto ottenere dilazione alcuna; era perciò esposto a molestie: la natura del debito andava a scoprir tutto; era in disperazione: tutto era perduto. Il suo discorso mi commuove, mio fratello mi stimola, la mia sensibilità mi determina. Fo non pochi sforzi per ammassare questo denaro, ho la fortuna di riuscire nell’intento, consegno nel giorno stesso la somma al mio ospite, e il dì seguente lo scellerato s’invola. Eccomi nei guai: mio fratello va in traccia di lui per ammazzarlo; egli però era felicemente fuori pericolo. Tutte le persone rimaste vittime degl’inganni del Raguseo si adunarono in casa nostra; noi intanto eravamo forzati a soffocare i giusti nostri lamenti, per evitare l’indignazione del governo e le risate del pubblico. Qual partito prendere? Il ladro era partito da Venezia il 15 settembre 1741. Io m’imbarcai con mia moglie per Bologna il 18.

CAPITOLO XLV.

Imbarco per Bologna. - Guadagni casuali in questa città. - Cattiva nuova. - Viaggio a Rimini. - Arrivo.

- Presentazione al duca di Modena. - Osservazioni sul campo degli Spagnoli. - Compagnia di comici a Rimini.

- Il mondo della luna, commedia. - Movimenti delle truppe austriache. - Ritirata degli Spagnoli.

Malinconico, pensoso e immerso nel cordoglio, ero per passare una cattiva notte in quella stessa barca corriera da me trovata in altri tempi comodissima e sommamente piacevole. Mia moglie, più ragionevole di me, invece di lagnarsi della propria condizione cercava tutti i mezzi per consolarmi. Rianimato dal suo esempio e consiglio, procurai di sostituire ai disgusti del passato la speranza di un più felice avvenire. Presi sonno, e mi trovai allo svegliarmi come un uomo che ha fatto naufragio e nuotando giunge a salvamento. Giunto al ponte di Lagoscuro sul Po, una lega distante da Ferrara, presi la posta e arrivai la sera a Bologna. Ero molto pratico di quella città, e v’ero conosciutissimo. Subito si portarono da me i direttori degli spettacoli, e mi domandarono alcune composizioni; feci difficoltà, ma essendo in bisogno di denaro, essi non trascurarono d’esibirmene, né io trascurai d’accettarlo. Affidai loro tre miei originali, perché ne facessero estrarre le copie. Bisognava dunque aspettare; aspettai senza però perdere il tempo.

Avevo avuto da Venezia la richiesta di una commedia senza donne e suscettibile di qualche esercizio militare, per un collegio di Gesuiti. Il finto capitano appunto, da cui ero stato ingannato, mi tornò subito alla memoria, e me ne somministrò l’argomento. Intitolai pertanto la mia rappresentazione L’Impostore; feci uso di tutta l’energia che lo sdegno poteva ispirarmi, collocando mio fratello in tutta l’estensione del fatto, nulla risparmiando a me stesso e dando alla mia balordaggine tutto il ridicolo che meritava. Questo piccolo lavoro mi produsse un infinito bene, e dissipò dal mio animo il turbamento che la malignità di un birbante vi aveva destato. Mi credetti vendicato.

Ultimata la mia composizione e restituitimi dai direttori i manoscritti, ero per partir per Modena. Si trovava a Bologna un eccellente attore per le parti di Pantalone, il quale per essere molto comodo, aveva piacere di starsene in riposo nella bella stagione e fare il comico nell’inverno solamente. Quest’uomo, chiamato Ferramonti, non mi aveva lasciato un momento in tutto il tempo del mio soggiorno a Bologna, ed essendo stato fissato da una compagnia di comici che era a Rimini al servizio del campo spagnolo, prossimo a mettersi in viaggio, venne a farmi i suoi saluti. - Voi dunque partite per Rimini, gli dissi, e io vado a Modena. - E che cosa mai andate voi a fare a Modena? Tutti sono in costernazione; manca il duca. - Come, manca il duca? - Sì, egli si è impegnato in una guerra rovinosa. - Lo so, ma dov’è presentemente? – Si trova a Rimini al campo degli Spagnoli, ove passerà tutto l’inverno. - Eccomi nel maggior rammarico; il colpo è andato a vuoto, e tutto per colpa mia, poiché ho perduto troppo tempo. - Deh venite, soggiunse il Ferramonti, venite a Rimini con me; vi assicuro che vi troverete una compagnia comica assai buona: vi presenterò ai miei compagni, essi debbono già conoscervi, debbono già stimarvi. Venite, venite con me, farete qualche cosa per noi. - Veramente la proposta non mi dispiaceva, ma volevo prima sentir mia moglie; essendo essa genovese, eravamo appunto in strada per andare a rivedere i parenti. Povera figliuola! Era la bontà, la compiacenza in persona, approvava sempre tutto quello che proponeva suo marito. Pago pertanto di vedermi in pace e soddisfatto, presi coraggio per dare effetto alla nuova idea; onde partimmo, tre giorni dopo, in compagnia del buon vecchio veneziano. Giunti in vista delle fortificazioni di Rimini, fummo arrestati al primo posto avanzato e fatti scortare fino alla gran guardia. Qui il comico fu messo in libertà sulla buona fede della dichiarazione del suo stato, e io con la moglie fummo spediti alla corte di Modena.

Avevo conoscenza con parecchie persone d’ogni ceto, addette al servizio di S. A. S.; fui perciò ben accolto, mi fu fatta molta festa, mi si trovò un comodo appartamento, e il giorno dopo fui presentato a questo principe, che mi ricevè con bontà, domandandomi qual fosse il motivo che mi conduceva a Rimini, Non stentai punto a dirgli la verità; ma alle parole di banca ducale e di rendite indugiate, Sua Altezza voltò il discorso alla commedia, alle mie rappresentazioni, ai miei successi, e terminò l’udienza due minuti dopo. Vidi bene che da questa parte non vi era nulla da sperare, onde mi rivolsi ai comici, e vi trovai meglio il mio conto.

Andai a desinare in casa del direttore, e Ferramonti aveva già parlato molto di me. Vi si trovavano tutti. La prima amorosa era un’attrice eccellente, ma molto avanzata in età; bella, ma stupida e male educata. Colombina, bruna, fresca e bizzarra, era prossima a partorire e (sia detto tra parentesi) diventò subito mia comare. Era la servetta, e lì stava il mio forte. Tutti mi chiedevano copioni, e ciascuno avrebbe voluto essere soggetto principale; a chi dar la preferenza? Mi levò d’imbroglio il signor conte di Grosberg. Questo bravo ufficiale, brigadiere dell’esercito di Sua Maestà Cattolica nel reggimento delle guardie svizzere, era uno di quelli che prendevano parte più degli altri allo spettacolo; proteggeva sopra tutto l’Arlecchino, onde mi pregò di lavorare per questo personaggio; ciò che feci con molto più piacere, in quanto era buono l’attore e generoso il protettore. Faceva da Arlecchino il signor Bigottini, molto abile nel recitare la sua parte e insuperabile nelle metamorfosi o trasformazioni. Il signor conte di Grosberg ricordava una rappresentazione dell’antica fiera di Parigi, intitolata Arlecchino imperatore nella luna. Pensava che l’argomento potesse far spiccare il suo protetto, né aveva torto. Lavorai dunque su questo titolo la composizione di mio genio, ed ebbe buon successo; ne furon tutti contenti e io pure. Terminò il carnevale e si chiuse il teatro. Il signor de Gages, il quale dopo il generalissimo era il general comandante, faceva osservare in tutto l’esercito il più esatto buon ordine e la disciplina più rigorosa: nessun gioco, nessun ballo, nessuna donna sospetta. Si viveva a Rimini come in un convento.

Gli Spagnoli corteggiavano le signore del paese alla maniera castigliana, ed esse avean molto caro di vedere i figli di Marte piegar le ginocchia davanti a loro. Le conversazioni erano numerose e senza tumulto, e vi spiccava la galanteria senza scandalo. Godevo pertanto come gli altri di questa dolce calma sparsa nelle migliori case della città, facendo la corte alle dame con la nobile continenza degli Spagnoli, e vedendo qualche volta la mia comare coll’allegria italiana. Aspettavo intanto la buona stagione per andare a Genova. Ma che traversie! che rivoluzioni! che avvenimenti! Le truppe tedesche accantonate nel bolognese fecero alcune evoluzioni che incussero timore agli Spagnoli. Essi non eran disposti ad aspettare il nemico a piè fermo, onde secondo che i primi avanzavano verso la Romagna, gli ultimi battevano in ritirata e andavano a spartire il loro campo tra Pesaro e Fano. Tutti gli Spagnoli che si trovavano a Cesena, Cervia e Cesenatico, vennero a riunirsi in Rimini al grosso dell’esercito, onde fui obbligato a far parte del mio quartiere; ma questo non è ancor tutto, anzi non è nulla. Mio fratello, il mio amabile fratello, venne in quel tempo stesso da Venezia in compagnia di due ufficiali veneziani per proporre al signor de Gages la leva di un nuovo reggimento, ove mi serbava la carica di auditore. Purtroppo avevo imparato a diffidare delle proposte: non volli neppure ascoltarle; era però necessario alloggiarli e mantenerli. Dopo tre giorni si mosse l’esercito, e mio fratello con i suoi compagni lo seguirono. Io rimasi a Rimini più impacciato che mai. Suddito del duca di Modena e console di Genova a Venezia, essendo queste due nazioni in quella guerra del partito dei Borboni, avevo ragion di temere che gli Austriaci mi prendessero per un uomo sospetto. Comunicai i miei timori a persone del paese di mia conoscenza, e tutti li trovarono giusti e mi consigliarono a partire. Ma come fare? Non vi erano cavalli né vetture. Tutto aveva trascinato seco l’esercito. Alcuni mercanti forestieri erano nel mio medesimo caso. Me la intesi con loro: prendemmo la parte del mare e noleggiammo una barca per Pesaro. Il tempo era bello, ma per essere stata burrascosa la notte, il mare si trovava tuttavia agitato. Le donne soffrivano molto, e la mia sputava perfin sangue; perciò ci fermammo alla rada della Cattolica, a mezza strada del viaggio proposto, e terminammo il cammino per terra sopra un carretto da contadini, lasciando alla guardia delle robe alcuni dei nostri servitori, che dovevano riunirsi con noi a Pesaro, ove arrivammo stanchi, rotti senza conoscenze e senza quartiere. Tutto questo era il minore dei mali che ancora ci sovrastavano.

CAPITOLO XLVI.

Cattivo alloggio. - Nuova spiacevole. - Intrapresa rischiosa.

- Tristo avvenimento. -Laborioso viaggio. - Felicità inaspettata.

Tutto nella città di Pesaro era in confusione, dovendo essa ricever più gente di quella che poteva contenere. Mancava posto negli alberghi, né si trovavan camere da appigionare. Il conte di Grosberg era a Fano; tutti gli ufficiali di mia relazione erano occupati, e le persone addette al servizio del duca di Modena non potevano esibirmi altro che la tavola. Uno staffiere modenese cui era toccata una soffitta mi cedè, col pagarlo, il suo bell’appartamento. Il giorno dopo lasciai mia moglie nella soffitta e andai all’imboccatura della Foglia, per vedere se vi erano giunte le mie robe. Vi trovai tutti i miei compagni di viaggio che vi si erano portati per lo stesso scopo e avevan passato la notte alloggiati anche peggio di me. Frattanto nessuna barca da Rimini, nessuna notizia delle nostre robe. Ritorno in città. Vi era appunto ritornato anche il conte di Grosberg che, mosso a compassione dei miei casi, mi dà alloggio in casa sua: eccomi contento. Due ore dopo però ricado in una terribile costernazione. Incontro uno di quei commercianti da me veduti in riva al mare, triste e agitato. - Ebbene, signore, gli dissi, abbiamo nulla di nuovo? - Ahimè! egli mi rispose, tutto è perduto; gli ussari austriaci si sono impadroniti della Cattolica: la nostra barca, le nostre robe, i nostri servi sono adesso nella loro mani. Ecco qui la lettera del mio corrispondente di Rimini che me ne dà parte. - Oh cielo! che cosa dunque faremo? - Non so altro – risponde, e mi lascia bruscamente. Resto senza parole. La perdita fatta era per me irreparabile. Mia moglie e io eravamo benissimo corredati: avevamo tre bauli, due valigie, cassette, fagotti, ed eravamo rimasti senza camicia.

Ai mali grandi abbisognano grandi rimedi. Formo il mio disegno, lo credo buono e vado subito a comunicarlo al mio protettore. Lo trovo avvertito dell’invasione della Cattolica e convinto della perdita delle mie robe. - Andrò dunque, gli dissi, a fare i miei reclami; finalmente non son militare, non ho interesse alcuno con la Spagna, né altro chiedo che una vettura per me e mia moglie. - Ammira il conte di Grosberg il mio coraggio, e per sbrigarsi forse di me, procura di farmi avere il passaporto dal commissario tedesco che a tale effetto seguiva le truppe spagnuole, e dà gli ordini occorrenti perché mi si procuri una vettura. La posta non aveva corso in quel tempo e tutti i vetturini si tenevano nascosti. Se ne trovò finalmente uno, che fu forzato a condurmi e fu trattenuto durante la notte nelle scuderie del signor Grosberg, e il giorno dopo si partì di buonissima ora. Non ho fatto parola alcuna della mia sposa per non annoiare il lettore, Si può immaginare facilmente quale doveva essere la condizione d’una donna che perde a un tratto i suoi cenci. Ma essa era di cuore troppo buono e ragionevole; insomma, eccola in viaggio con me. Il vetturino, uomo molto scaltro e avveduto, venne in cerca di noi senza darci il minimo segno di scontento, onde partimmo dopo una piccola colazione molto allegri e in pace. Da Pesaro alla Cattolica corrono dieci miglia; ne avevamo già fatte tre, quando sopraggiunse a mia moglie un urgente bisogno di scendere. Fo fermare, smontiamo e facciamo un poco di strada a piedi per arrivare a qualche diroccato tugurio; lo scellerato che ci conduceva volta indietro i cavalli, prende il galoppo verso Pesaro e ci pianta in mezzo alla strada maestra, senza modo e senza speranza di provvedere ai casi nostri.

Non si vedeva passare anima vivente. Nessun abitante per le case, neppure un contadino nei campi; tutti temevano l’avvicinarsi dei due eserciti. Ecco mia moglie in pianti; io alzo gli occhi al Cielo e mi sento ispirato. - Coraggio, mia cara amica, coraggio: di qui alla Cattolica mancano sei sole miglia. Siamo giovani e siamo ben costituiti per sostenerle: non convien retrocedere, né conviene aver nulla da rimproverarsi. - Essa aderisce alla proposta con la maggior grazia del mondo, onde continuiamo a piedi l’intrapreso viaggio. In capo a un’ora di cammino, incontrammo un ruscello troppo largo per saltarlo, e troppo profondo perché mia moglie lo potesse guadare; si vedeva, è vero, un piccolo ponte di legno per comodo dei pedoni, ma le tavole eran rotte e marcite. Non mi perdo d’animo; m’inginocchio e mia moglie avviticchia le sue braccia al mio collo, mi alzo ridendo, attraverso il fiume con un’allegrezza indicibile, e dico a me stesso ‘omnia bona mea mecum porto’. Avevamo bagnati i piedi e le gambe; pazienza. Andiamo avanti, quand’ecco di lì a poco un altro ruscello simile al primo. Lo stesso fondo, lo stesso ponte fracassato. Ma senza la minima difficoltà lo passammo nello stesso modo, e sempre collo stesso buonumore. L’affare però variò molto quando, avvicinandoci alla Cattolica, incontrammo un torrente molto più esteso, che con grand’impeto menava le sue acque; ci ponemmo pertanto a sedere a piè d’un albero, aspettando che la provvidenza ci presentasse un mezzo per traversarlo senza pericolo. Non si vedevano passare né vetture, né cavalli, né carrette, né v’era in quei contorni neppure un’osteria; affaticati, e scorsa la giornata senza prendere il minimo cibo, avevamo bisogno di rifocillarci. M’alzo e procuro d’orientarmi. - Questo torrente, io dissi, deve necessariamente scaricarsi nel mare. Seguiamo i suoi argini, ne troveremo l’imboccatura. - Camminando sempre oppressi dalla costernazione e sostenuti dalla speranza, scoprimmo da lungi alcune vele che c’indicavano la vicinanza del mare; prendemmo coraggio e raddoppiammo il passo. A proporzione che avanzavamo, vedevamo divenir praticabile il torrente, e tostoché distintamente scoprimmo un battello, si diè in salti e in grida di gioia. Erano pescatori, che ci ricevettero umanissimamente e ci trasportarono alla riva opposta; ci ringraziarono mille volte per un paolo che diedi loro.

Dopo questa prima consolazione, ne venne una seconda che non fu meno piacevole e necessaria: una frasca attaccata a una rustica abitazione ci annunciò il mezzo di rinfrescarci; vi trovammo latte e uova fresche. Eccoci contenti. Il riposo e il poco cibo che prendemmo ci diede bastante forza per compiere il viaggio, onde ci facemmo condurre da un servente dell’albergo al primo posto avanzato degli ussari austriaci. Presento subito al sergente il mio passaporto. Costui stacca due soldati per scortarci, e traversando grani calpestati e viti e alberi a terra, giungiamo finalmente al quartiere del colonnello comandante.

Fummo da principio accolti come due persone che viaggiavano a piedi, ma letto il passaporto rimessogli dai due soldati che ci avevano condotti, ci fa sedere e guardandomi con aria di bontà: - Come? egli mi disse, voi siete il signor Goldoni? - Ahimè! purtroppo è così, signore. - L’autore del Belisario? l’autore del Cortesan veneziano? - Quello stesso. - E questa è la signora Goldoni? - Sì, ed è tutto il bene che mi rimane. - M’era stato detto che eravate a piedi. - Purtroppo è vero, signore. - Qui gli raccontai l’azione indegna fattaci dal vetturino di Pesaro; gli dipinsi al vivo il quadro del nostro doloroso viaggio, e terminai con tenergli proposito delle nostre robe arrestate, facendogli capire che le mie mire, i miei mezzi e il mio stato dipendevano del tutto dalla loro perdita o recupero. - Adagio, rispose il comandante; per qual ragione eravate voi dietro l’esercito? Quale motivo vi unisce agli Spagnoli? - Siccome la verità non mi aveva mai fatto torto, anzi era sempre stata il mio appoggio e la mia unica difesa, gli feci il compendio degli avvenimenti, gli parlai del consolato di Genova, delle rendite di Modena, delle mie vedute per esserne indennizzato; dicendogli infine che per me tutto era perduto, quando fossi rimasto privo dello scarso avanzo della mia lacera fortuna. - Consolatevi, egli mi disse in tono amichevole; voi non lo perderete. - A questo dire, mia moglie si alza piangendo dal contento. Voglio dimostrare la mia gratitudine, il colonnello non mi ascolta; chiama e ordina che sia fatto venire il servitore e tutte le mie robe. - Con un patto però, disse; che andiate pure dove volete, fuorché a Pesaro: ve lo proibisco. - Oh! no certamente, risposi; le vostre dimostrazioni di bontà, signore, le mie obbligazioni... - Non mi dà tempo di dir tutto, ha da fare; mi abbraccia, bacia la mano a mia moglie e si rinchiude nel suo gabinetto. Il suo cameriere ci accompagna a un albergo molto proprio; gli offro uno zecchino, lo ricusa nobilmente e se ne va. Una mezz’ora dopo arriva il mio servitore che si struggeva in lagrime, per la consolazione di vedersi in libertà e trovarci contenti. I nostri bauli erano aperti; avendone con me le chiavi, ben presto un magnano li mise in stato di essere servibili. Noleggiai il giorno dopo di buonissima ora una carretta per il mio bagaglio, presi la posta per la moglie e per me, e andammo così a ritrovare i nostri amici di Rimini.

CAPITOLO XLVII.

Arrivo a Rimini. - Felice incontro. - Onorevole e lucrosa commissione.

- Rinuncia al consolato di Genova. - Altra commissione anche più lucrosa.

-Marcia dei Tedeschi di Rimini diretta a inseguire gli Spagnoli. - Partenza per la Toscana.

Giunto al primo posto avanzato delle truppe, spiego il mio passaporto, onde mi si fa scortare fino al corpo di guardia di Rimini. Il capitano era a tavola, e appena sente che vi sono un uomo e una donna arrivati per la posta ci fa passare; la prima persona che entrando mi si presenta all’occhio è il signor Borsari, mio amico e compatriota, e primo segretario del principe Lobkowitz, feld-maresciallo e comandante generale dell’esercito imperiale. Sapeva benissimo, il signor Borsari, che avevo passato l’inverno a Rimini ed ero partito per seguir gli Spagnoli, onde lo posi al fatto dei motivi del mio ritorno, della singolarità del mio viaggio e del disegno di portarmi a Genova. - No, egli disse, finché resteremo qui voi non andrete a Genova. - Ma che farò qui? rispondo. - Vi divertirete. - Oh questo è il miglior mestiere che conosca; peraltro è necessario darsi qualche occupazione. - Noi, noi vi occuperemo; presentemente abbiamo una commedia assai passabile. - E quali sono gli attori principali? - Vi è la signora Casalini, buonissima attrice, vi è la signora Bonaldi. - Forse la servetta? - Sì. - Meglio, meglio: questa è la mia comare, la rivedrò con sommo piacere. - Frattanto, mentre ragionavamo così, il signor Borsari e io, mia moglie sosteneva con qualche ripugnanza la conversazione dei signori ufficiali tedeschi, che non piegavano le ginocchia davanti alle donne come gli Spagnoli. Mi fece cenno di non poterne più; onde prendemmo congedo dalla compagnia, rimanendo con il signor Borsari. Il mio servitore era ad aspettare alla porta per avvertirmi che il solito appartamento era allocato; ma mi promise il signor Borsari di farmelo avere, mutando quartiere all’ufficiale che lo abitava, il quale era di sua conoscenza. Ci condusse frattanto a casa sua e ci propose una camera accanto alla sua, che con piacere accettammo e fu da noi occupata per soli tre giorni. Il dì seguente fui presentato da questo buon amico al suo padrone. Aveva già il principe inteso parlare di me: mi comunicò le sue idee per una festa e m’incaricò dell’esecuzione.

L’imperatrice regina Maria Teresa maritava l’arciduchessa sua sorella al principe Carlo di Lorena. Il maresciallo Lobkowitz voleva che Rimini desse qualche dimostrazione di gioia per quell’augusto imeneo; mi ordinò pertanto una cantata, e si rapportò a Borsari e a me per la scelta del compositore e per il numero e la qualità delle voci. Ci lasciò arbitri e assoluti padroni di tutto, solo raccomandandoci l’ordine e la prontezza. Si trovava appunto a Rimini un maestro di musica napoletano chiamato Ciccio Maggiore, professore non di prim’ordine, ma passabile in tempo di guerra. Lo incaricammo del lavoro, si fecero venire da Bologna due cantori e due cantatrici, e io adattai la parole alla vecchia musica del nostro compositore. In capo a un mese fu eseguita la nostra cantata nel teatro della città, col contento di chi l’aveva ordinata e con soddisfazione degli ufficiali forestieri e della nobiltà del paese. Il compositore e io fummo generosissimamente ricompensati dal generale tedesco; e oltre a ciò il napoletano, che non era sciocco, mi aveva suggerito un mezzo in più, da lui forse altra volta esperimentato per ottimo, al fine d’aumentare il nostro profitto.

Si fece molto nobilmente legare una quantità considerevole di esemplari della nostra cantata già messa alle stampe; andammo in una bella carrozza a presentarla a tutti gli ufficiali di stato maggiore dei diversi reggimenti acquartierati nella Città e circondari, e portammo a casa una borsa ben piena di zecchini di Venezia, doppie di Spagna e quadrupli di Portogallo, che colla massima tranquillità e convenienza dividemmo tra noi. Mi fu scritto in questo tempo da Genova che un negoziante veneto, senza mira alcuna di pregiudicarmi, domandava il mio impiego di console, nel caso che io non avessi più la volontà di continuarlo, esibendosi di prestar servizio senza onorario alcuno; contentissimo di un titolo che, riguardo al suo stato, poteva essergli molto più vantaggioso che a me. Così il senato di Genova non mi rigettava, ma mi poneva nel caso o di dimettermi o di servir gratis. Adottai il primo di questi due partiti, ringraziai la Repubblica, né più vi pensai. E poi avevo tanto sofferto che, per vero dire, mi piaceva di stare un poco in pace: avevo denaro, non avevo nulla da fare ed ero felice. Rimini, per tutti quelli che l’avevan veduta al tempo del soggiorno degli Spagnoli, non si riconosceva. Vi erano divertimenti di ogni sorta: balli, accademie, giochi pubblici, conversazioni allegre, gioventù vivace; vi si trovavano passatempi adatti a qualunque stato e carattere. In quanto a me, amavo mia moglie, dividevo con lei i piaceri, ed ella mi seguiva dovunque. Nella sola casa della mia comare ricusò di venir meco; non che essa mi impedisse di andarvi, ma quell’attrice non le andava a genio, e dei gusti non si può disputare. Finalmente la mia povera comare fu obbligata a partire. Gli ufficiali tedeschi volevano nel carnevale l’opera, e i comici furono costretti a cedere il posto. Il conte Novati milanese, luogotenente dell’esercito delle loro maestà imperiali, s’era preso il carico del nuovo spettacolo, e mi fece l’onore di propormene la direzione. L’accettai con piacere, né ebbi luogo di pentirmene, facendomi godere la generosità di quel signore vantaggi che non avrei mai potuto aspettarmi. Andava dunque di bene in meglio: la fortuna a mio riguardo aveva voltato faccia, ed effettivamente dopo l’ultima disgrazia della Cattolica e quella del mio ritorno a Rimini, non ho più sostenuto quei colpi terribili, dai quali pareva sempre che dovessi rimanere annientato. L’opera terminò col carnevale, e succedettero alle distrazioni divertenti gli affari di politica e di guerra.

Al principio della quaresima il feldmaresciallo austriaco richiamò tutte le truppe accantonate nella Romagna, e io godei il piacevole colpo d’occhio di una rivista generale di quarantamila uomini. Era questo il segnale della partenza degli Austriaci; onde ci salutammo coll’amico Borsari, e quaranta giorni dopo non vi era più un Tedesco in quel paese, che oggi si chiama Romagna e che al tempo degli Imperatori romani dicevasi Esarcato di Ravenna.

Io pure volevo partire; ma il viaggio di Genova essendo allora divenuto inutile per me, libero e padrone com’ero della mia volontà, e sufficientemente provvisto di denaro, misi in esecuzione un altro mio antico disegno. Volevo veder la Toscana, volevo percorrerla e abitarla per qualche tempo, abbisognandomi trattar familiarmente con i Fiorentini e i Senesi, testi viventi della buona lingua italiana. Ne feci parte a mia moglie, e non le tacqui che questa strada ci avvicinava a Genova: essa parve contenta, e restò dunque deciso il viaggio per Firenze.

CAPITOLO XLVIII.

Arrivo a Firenze. - Alcune parole sopra questa città. - Gita a Siena. - Conoscenza

 del cavalier Perfetti e suo straordinario ingegno. - Conversazioni di Siena. - Viaggio a Volterra.

 - Veduta delle catacombe. - Rarità raccolte in quel paese e in Peccioli. - Arrivo a Pisa.

Non era ancora aperta nel 1742 la nuova strada che da Bologna conduce a Firenze; presentemente vi si va in un giorno, quando prima ne abbisognavano almeno due per attraversare le alte montagne tra le quali è racchiusa la Toscana. Non essendo dunque possibile evitare le cattive strade, scelsi la più corta e affidai la mia roba a un vetturale. Si venne per la posta fino a Castrocaro, di là attraversammo a cavallo le alpi di San Benedetto, e finalmente arrivammo al bel paese cui è dovuto il rinascimento delle lettere.

Non mi estenderò sulla bellezza e le delizie della città di Firenze. Tutti gli scrittori, tutti i viaggiatori le rendono giustizia. Belle strade, palazzi magnifici, giardini deliziosi, passeggiate amenissime, molte conversazioni, molta letteratura, molte rarità, le arti in credito, stimati gl’ingegni, sommamente coltivata l’arte agraria, eccellenti le produzioni della terra, favorito il commercio, un ricco fiume che attraversa la città, un porto di mare considerabilissimo nelle sue dipendenze, begli uomini, belle donne, buon umore, spirito, forestieri di ogni nazione, divertimenti di ogni sorta. È un paese da incantare. Quattro mesi mi trattenni con gran piacere in questa città, e feci conoscenze ragguardevoli: quella del senatore Rucellai, auditore della giurisdizione; del dottor Cocchi, medico sistematico e piacevole filosofo; dell’abate Gori, antiquario dottissimo ed eruditissimo nella lingua etrusca; e quella dell’abate Lami, autore di un giornale letterario, la miglior opera che si sia fin qui veduta in Italia in questo genere. La mia idea era di passar l’estate a Firenze e l’autunno a Siena; ma la voglia che avevo di conoscere di persona e sentire il cavalier Perfetti mi determinò a partire nei primi giorni d’agosto. Era il Perfetti uno di quei poeti che fanno composizioni in versi all’improvviso, e che solamente s’incontrano in Italia; ma talmente ad ogni altro superiore, e tanto sapere ed eleganza aggiungeva alla facilità della sua versificazione, che meritò di essere coronato a Roma nel Campidoglio, onore che a nessun altro è stato conferito dopo il Petrarca. Quest’uomo celebre, molto avanzato in età, raramente vedevasi nelle conversazioni e molto meno in pubblico. Mi fu detto, che doveva comparire il giorno dell’Assunzione all’Accademia degli Intronati di Siena. Subito partii con la mia fida compagna. Fummo ammessi, e ci fu dato posto nell’accademia come forestieri. Il Perfetti era a sedere su una specie di cattedra. Uno degli accademici gli diresse il discorso, e siccome non poteva svincolarsi dal soggetto della solennità che correva, e in considerazione della quale appunto si era adunata l’Accademia, gli propose per argomento il giubilo degli angeli al presentarsi del corpo immacolato della Vergine. Il poeta cantò per un quarto d’ora parecchie strofe alla maniera di Pindaro: nulla di più bello, nulla di più meraviglioso; era il Perfetti un Petrarca, un Milton, un Rousseau, insomma mi compariva Pindaro istesso. Avevo veramente caro di averlo sentito. Andai a fargli visita il giorno dopo, e la sua conoscenza me ne fece fare mille altre: trovai le conversazioni di Siena graziosissime. Tutte le partite di gioco son precedute da una conversazione letteraria; ciascuno legge la sua composizione o quella di un altro, mescolandosi in ciò le signore nello stesso modo che gli uomini. Così almeno si faceva al mio tempo; ora poi non so se la galanteria vi abbia ottenuto la preferenza esclusiva, come vedesi esser accaduto in tutto il resto d’Italia. Desideroso di percorrere la Toscana, presi partendo da Siena la strada di quel paese paludoso che si chiama Maremma, terreno vastissimo e inutile, messo in gran parte a cultura mercè delle cure del marchese Ginori di Firenze, che vi aveva anche stabilito una manifattura di porcellana; e salii alla città di Volterra, una delle antiche repubbliche di Toscana, fabbricata sulla cima di una montagna altissima e scoscesa. Questo paese, che pochi viaggiatori vanno a vedere, è degno di considerazione pel sito e per le vestigia che ancora vi si trovano dei monumenti degli Etruschi e del paganesimo, loro religione. Entrai carponi nelle catacombe, le percorsi con l’aiuto del lume di alcune torce, e conobbi in tale occasione quanto era grande la mia poltroneria. Le due guide che mi precedevano si consigliavano a vicenda sopra i luoghi da scegliere per passeggiare il sotterraneo: - No, non andiamo, diceva l’uno, perché non è gran tempo che è rovinata la volta. - Andiamo dunque di qui, diceva l’altro. - Ma se cadesse l’altra parte della volta? dicevo allora io mezzo tremante. - Eh! eh! Questo non succede ogni giorno - mi risposero. Insomma ne uscii, grazie a Dio, e feci anche fermo proposito di non tornarvi più. Che cosa vidi in sostanza? Nulla: dunque ero stato il trastullo della mia curiosità. In una parola, altro non feci se non ciò che avevano fatto molti altri prima di me. Quello che osservai con maggior piacere e senza pericolo, furono i testacei ammucchiati su quell’alte montagne una mezza lega almeno elevate dal Mediterraneo alla loro cima; questa fu la prima volta che ebbi davanti gli occhi questa prova incontestabile delle grandi rivoluzioni della natura, l’origine delle quali è ancora incerta e il cui meccanismo non è stato ancora scoperto. Portai meco mucchi di conchiglie ammassate, unitamente ad alcuni pezzi benissimo lavorati di alabastro di Volterra, trasparente e molto tenero. Aggiunsi a queste mie nuove ricchezze parecchi piccoli tubi, lavoro di certi insetti, i quali formano in essi il loro ricovero in tempo d’inverno, e che non si trovano se non nel paese di Peccioli da me attraversato. Sul far della notte mi trovai alle porte di Pisa, e andai a prendere alloggio all’albergo della Posta.

CAPITOLO XLIX.

Alcune parole sopra la città di Pisa. - Avventura nella colonia degli Arcadi. -

Nuovo impiego. - Felici successi. - Distrazioni.

Pisa è un paese molto importante. L’Arno, che attraversa la città, è più navigabile di quello di Firenze, e il canale di comunicazione fra questo fiume e il porto di Livorno procura allo Stato considerevoli vantaggi. Vi è a Pisa un’università molto antica, e frequentata quanto quelle di Pavia, Padova e Bologna.

L’ordine dei cavalieri di Santo Stefano, fondato nel 1562 da Cosimo I de’ Medici, tiene il suo capitolo generale in questa città ogni tre anni. I bagni di Pisa sono saluberrimi, l’aria della città e dei dintorni si reputa la migliore d’Italia, e vi si trova acqua pura, leggera e passante quanto quella di Nocera. Non dovevo trattenermi che alcuni giorni, e vi passai tre anni consecutivi. Mi vi ero fissato senza volerlo, e avevo preso impegni senza pensarci: il mio genio comico era affievolito, ma non estinto. Offesa Talia dalla mia diserzione, mi spediva di tempo in tempo alcuni emissari per richiamarmi ai suoi vessilli. Cedetti finalmente alla dolce violenza di una seduzione per me tanto piacevole, e lasciai per la seconda volta il tempio di Temi per ritornare a quello d’Apollo. Farò dunque il possibile per restringere in poche parole il corso di un triennio che richiederebbe per sé stesso un volume.

I primi giorni dopo l’arrivo a Pisa mi divertivo a esaminare tutte le rarità che ne meritavano la pena: la cattedrale ricchissima di marmi e pitture; il singolar campanile, che sommamente pende al di fuori e comparisce diritto nell’interno, e il camposanto circondato da un magnifico loggiato, e pieno di terra a tal segno impregnata di sali alcalini e calcarei, che in ventiquattr’ore riduce i cadaveri in cenere. Cominciavo bensì ad annoiarmi, non conoscendo nessuno. Un giorno, passeggiando verso la fortezza, vidi un gran portone aperto, e carrozze ferme e molta gente che entrava. Do un’occhiata dentro, e vedo in fondo un vastissimo giardino con una quantità grande di persone tutte a sedere sotto una specie di pergola. Mi appresso di più, e trovo un uomo in livrea che se ne sta là con maniere e aria d’uomo d’importanza; gli domando di chi è il palazzo, e qual sia il motivo per cui si aduna in quel luogo tanta gente. Quel servitore, garbatissimo e molto istruito, non ricusò di appagare la mia curiosità. - L’adunanza che costì vedete, signore, mi disse, è una colonia degli Arcadi di Roma, chiamata Colonia Alfea o di Alfeo, fiume celebre in Grecia, da cui era bagnata l’antica Pisa in Aulide. - Gli domando se potevo godere di tal festa io pure: - Volentieri, mi risponde, e mi accompagna subito egli stesso fino all’ingresso del giardino: ivi mi presenta a un servitore dell’accademia, e questi mi fa prender posto nel circolo. Me ne sto là ascoltando, sento del buono, sento del cattivo, e applaudo del pari l’uno e l’altro. Tutti avevano gli occhi su di me e parevano desiderosi di sapere chi fossi. Mi venne l’estro di contentarli. L’uomo che mi aveva condotto al posto non era molto lontano dalla mia sedia; lo chiamo, e lo prego d’andare a chiedere al capo dell’adunanza se fosse permesso a un forestiero d’esprimere in versi il piacere che provava in quell’istante. Dal capo dell’accademia si annuncia la mia richiesta ad alta voce, e l’assemblea tutta vi condiscende. Avevo in mente un sonetto da me composto appunto in una simile occasione nella mia gioventù; mutai in fretta alcune parole che riguardavano il locale, e recitai i miei quattordici versi con quel tono e con quella inflessione di voce che ravvivano la rima e il sentimento. Il sonetto passò per fatto su due piedi, e riscosse sommi applausi. Non so se il consenso dovesse durar di più; so bene che ognuno si alzò, e mi vennero tutti attorno. Ecco intavolate molte relazioni, ecco molte compagnie da scegliere: quella del signor Fabbri fu per me la più piacevole e vantaggiosa. Era cancelliere della giurisdizione dell’ordine di Santo Stefano, e presiedeva all’assemblea degli Arcadi sotto il titolo pastorale di Guardiano. Trattai in séguito tutti i pastori dell’Arcadia da me veduti in adunanza. Desinai in casa degli uni, cenai in casa degli altri; ed essendo i Pisani officiosissimi verso i forestieri, concepirono amicizia e considerazione per me. Mi ero lor manifestato per avvocato veneziano, e avevo raccontato una parte de’ miei casi; vedendo essi pertanto che ero un uomo senza impiego, ma suscettibile di averne, mi proposero di riprendere la lasciata toga, e mi promisero clienti e libri nel tempo stesso. Qualunque forestiero, purchè addottorato, poteva nella curia di Pisa esercitare le sue funzioni liberamente; intrapresi dunque con molto ardore l’esercizio della professione d’avvocato civile e criminale. In tutto mi mantennero i Pisani la loro parola, e io ebbi la fortuna di accontentarli. Lavoravo giorno e notte, avevo più cause di quante ne potessi sostenere, e avevo trovato il segreto di diminuirne il costo con soddisfazione dei clienti, provando loro il male che facevano a litigare e procurando di aggiustarli con la rispettiva parte contraria: pagavan bene i miei pareri ed eravamo tutti contenti. Mentre i miei affari andavano di bene in meglio, e il mio studio fioriva in modo da ispirare gelosia ai miei confratelli, il diavolo fece venire a Pisa una compagnia di comici. Non potei tenermi dall’andare a vederli, e mi venne il prurito di dar loro qualcosa di mio. Per una rappresentazione di carattere erano troppo mediocri, onde rilasciai loro la mia commedia a braccia intitolata I cento quattro accidenti successi in una stessa notte. In tale occasione provai appunto il disgusto riferito nel cap. XLI.

Mortificato per la caduta della mia rappresentazione, mi proposi di non vedere mai più commedianti né pensare alla commedia, onde raddoppiai l’ardore nel mio lavoro giuridico, e vinsi tre liti in un mese. Mi fece anche infinito onore il buon esito di una difesa criminale. Un figlio di famiglia aveva derubato il suo pigionale, era stata forzata una porta e doveva esser condannato alla galera. Si trattava di una famiglia rispettabile, di un figlio unico, con sorelle da maritare. Non bisognava salvarlo? Indennizzata la parte querelante, feci mutare la serratura dell’appartamento del primo, affinché la chiave del secondo potesse aprirlo: il giovane aveva sbagliato il piano e aveva aperto per inavvertenza l’altro quartiere; il denaro era esposto e l’occasione l’aveva sedotto. Diedi principio alla mia memoria col settimo verso del Salmo 25: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine. Scordatevi, o signore, le mancanze della mia gioventù e quelle della mia ignoranza. Fiancheggiai la perorazione con autorità classiche e decisioni della Rota Romana e della Camera Criminale di Firenze, chiamata il magistrato degli Otto; impiegai tutto il raziocinio, risvegliai tutto il patetico. Non si trattava d’un delinquente abituato al delitto, che s’ingegnasse di palliare la sua reità, ma d’un inconsiderato che confessava il suo fallo apertamente, non chiedendo grazia se non in considerazione dell’onore di un padre rispettabile, non meno che di due signorine ragguardevoli e prossime a maritarsi. Insomma il mio ladroncello ebbe la condanna del carcere per tre mesi soli: restò di me contentissima la famiglia, e lo stesso giudice criminale mi fece le sue congratulazioni. Eccomi dunque sempre più affezionato a una professione che mi recava in un tempo medesimo molto onore, molto piacere e un ragionevole guadagno.

In mezzo ai miei lavori e occupazioni venne una lettera da Venezia, che mi mise in moto lo spirito e il sangue. Era una lettera del Sacchi. Ritornato questo comico in Italia, appena seppe che ero a Pisa, mi chiese una commedia e mi spedì egli stesso il soggetto, sopra il quale mi lasciava libertà di lavorare a mio piacere. Che tentazione per me! Il Sacchi era un attore eccellente, e la commedia era stata la mia passione; sentii rinascere l’antico genio, lo stesso entusiasmo, lo stesso fuoco. Il soggetto propostomi era Il servitore di due padroni. Conoscevo bene qual partito poteva trarsi dall’argomento della rappresentazione, e dall’attore principale che doveva recitarla: morivo dunque di voglia di riprovarmi di nuovo. Non sapevo come fare: piovevano le liti e i clienti. Ma il mio povero Sacchi? Ma il servo di due padroni? Orsù, ancora per questa volta; ma no… ma sì… Insomma scrivo, rispondo, m’impegno. Il giorno lavoravo per la curia, la notte per la commedia. Terminata pertanto la composizione, la spedii a Venezia senza che nessuno lo sapesse: non era a parte del segreto altri che mia moglie. Così essa era a parte di tutti i miei travagli. Ahimè! vegliavo le intere notti.

CAPITOLO L.

Aggregazione agli Arcadi di Roma. - Commedia intitolata Il figlio

di Arlecchino perduto e ritrovato. - Causa importante trattata a Pisa. - Altra causa

a Firenze. - Viaggio a Lucca. - Musica straordinaria. - Graziosa opera. - Delizioso viaggio.

Nel tempo che stavo scrivendo la mia commedia, facevo chiudere al farsi della notte la porta, né andavo a passar le sere al caffè degli Arcadi. Me ne rimproverarono la prima volta che vi comparvi, e me ne scusai sotto pretesto di gravi affari del mio studio. Quei signori avevan caro di vedermi occupato, ma non volevano dall’altro canto che dimenticassi il delizioso divertimento della poesia. Arriva il signor Fabbri, che mostra estremo piacere a vedermi; trae dalla sua tasca un grosso involto e mi presenta due diplomi, fatti venire espressamente per me: uno era la patente che mi aggregava all’Arcadia di Roma sotto il nome di Polisseno; e l’altro mi dava l’investitura delle campagne Tegee. Tutti allora in coro mi salutarono sotto il nome di Polisseno Tegeo, e cordialmente mi abbracciarono come loro compastore e confratello. Come voi ben vedete, caro lettore, noi altri Arcadi siamo ricchi; possediamo terre in Grecia e le aspergiamo coi nostri sudori per raccogliervi frasche d’alloro, mentre i Turchi vi seminan grano, vi piantan viti, solennemente burlandosi delle nostre canzonette e dei nostri titoli. Malgrado le mie occupazioni, non lasciavo di comporre di tempo in tempo sonetti, odi e altre cose in poesia lirica per le sedute della nostra accademia. Ma i Pisani avevano un bell’esser contenti di me: tale non ero io, poiché per dire il vero non sono mai stato buon poeta; così potevo forse chiamarmi per l’invenzione, e il teatro ne potrebbe essere una prova, e verso questa parte appunto si rivolse il mio genio. Poco tempo dopo il Sacchi mi diede notizia del buon successo della mia commedia. Il servo di due padroni riscuoteva molti applausi, se ne facevano tante ricerche che non si poteva desiderar nulla di più, e mi mandò nel tempo stesso un regalo che mai mi sarei aspettato; ma mi chiese un’altra commedia, e mi lasciò padrone della scelta del soggetto. Bramava bensì che la mia ultima composizione, fondata unicamente sul rigiro comico, avesse per base una favola piacevole, suscettibile di tutti i sentimenti patetici che si convengono a una commedia. Conoscevo benissimo che parlava da uomo, e avevo un gran desiderio di accontentarlo. Il suo modo di procedere m’impegnava anche di più. Ma il mio studio... Ecco alla tortura il mio cervello. Quando avevo scritto l’ultima commedia, avevo detto: - Ancora per questa volta. - C’erano tre soli giorni di tempo per rispondere e in questi tre giorni, camminando e desinando e dormendo, non sognavo che il Sacchi, né avevo per il capo che lui; bisognava pur levarmi di testa questo soggetto, per esser buono a qualche altra cosa.

Immaginai pertanto la commedia, conosciuta in Francia in ugual modo che in Italia, sotto il titolo del Figlio d’Arlecchino perduto e ritrovato. Non si può concepire l’ottimo successo che ebbe questa bagattella: fu appunto quella che mi fece venire a Parigi; composizione veramente per me avventurosa, ma che non vedrà mai la luce pubblica finché sarò in vita, né mai entrerà nel mio teatro italiano. Fu da me composta in un tempo nel quale il mio animo era troppo agitato, e quantunque avessi corredato la commedia di scene molto piacevoli, non ebbi poi tempo di condurle con la precisione che qualifica le buone opere. Vi saranno forse stati diamanti, ma incastonati nel rame. Si conosceva che qualche scena era stata fatta da un autore, ma l’insieme dell’opera da uno scolaro. Confesso bensì che lo scioglimento della commedia poteva passare per un capolavoro dell’arte, se alcuni difetti essenziali non avessero recato anticipatamente un pregiudizio all’insieme. L’errore principale era l’inverosimiglianza che vi si ravvisa in tutti i punti. Ne ho dato sempre il giudizio a mente fredda, né mi son mai lasciato sedurre dagli applausi. Terminata che l’ebbi, le diedi con attenzione una lettura. Vi trovai tutto il bello che poteva renderla piacevole, e tutte le imperfezioni delle quali era piena; ciò nonostante la mandai al suo destino.

L’Italia non aveva gustato che i primi saggi della riforma da me ideata, e vi erano tuttavia molti partigiani dell’antico gusto comico. In quanto a me, vivevo sicuro che il mio, senza molto allontanarsi dalla comune e trita condotta, doveva piacere e doveva parimente stupire per quel misto di espressioni comiche e patetiche che avevo destramente adoperato. Seppi in seguito quanto era stato fortunato il successo della commedia e ne restai attonito. Ma quale non fu la mia meraviglia quando la vidi, al mio arrivo in Francia, applaudita, ripetuta e innalzata alle stelle sul teatro della commedia italiana! Bisogna ben dire che, intervenendo agli spettacoli, gli uomini si formino idee e prevenzioni differenti, poiché i Francesi applaudivano al teatro italiano ciò che forse avrebbero condannato in quello della loro nazione. Frattanto, dopo aver mandato il figlio di Arlecchino al signor Sacchi, che doveva esserne il padre, ripresi il consueto corso delle mie giornaliere occupazioni. Avevo da spedire parecchie cause; incominciai dunque da quella che a me pareva più importante. Il cliente da difendere era un contadino: si avverta che i contadini della Toscana stanno molto bene, litigano sempre, e pagano benissimo. La maggior parte di loro ha possessi a fitto enfiteutico per loro, i figli e i nipoti. All’entrata del fitto danno una somma conveniente e un’annua rendita, e riguardano i beni come appartenenti a loro, vi si affezionano, hanno cura di migliorarli, e alla fine del fitto i proprietari ci guadagnano. Il mio litigante aveva da farla con un priore d’un convento, che pretendeva far annullare l’affitto per la ragione che i frati son sempre pupilli, e che si poteva ricavar dalle loro terre un maggiore profitto. Venni in chiaro del motivo. Una vedovella protetta dal reverendo padre voleva levar di possesso quel povero villano.

Feci una scrittura di rilievo anche per la nazione, diretta a provar l’importanza della conservazione delle locazioni enfiteutiche, vinsi la lite, e tal difesa mi fece un onore infinito. Pochi giorni dopo fui obbligato a recarmi a Firenze per sollecitare un ordine del governo per far chiudere in un convento una signorina durante una lite già incominciata. Una figlia maggiore e ricca erede aveva firmato un contratto di matrimonio con un gentiluomo fiorentino, ufficiale nelle truppe di Toscana, e voleva sposare un altro giovane per il quale aveva una maggiore inclinazione.

Essendo il cliente e io nella capitale, ella maneggiò col suo nuovo pretendente in maniera da eludere i nostri passi. La lite andava a mutar faccia e poteva divenir seria; aderimmo adunque ad alcune proposte che ci vennero fatte. La signorina era ricca, e l’affare restò ultimato all’amichevole.

Ritornato da Firenze, rimasi impegnato per un’altra lite ad andare a Lucca. Avevo caro di vedere questa Repubblica, non estesa né potente, ma ricca, piacevole e saviamente governata. Condussi meco anche la moglie, e vi passammo i sei giorni più deliziosi del mondo. Era settembre, il giorno dopo l’Esaltazione della Santa Croce, festa principale della città; nella cattedrale vi è un’immagine del Salvatore, chiamata il Volto Santo, che si espone in quel giorno con una pompa così splendida e una musica sì numerosa in voci e strumenti, che non ho veduto mai la simile né a Roma né a Venezia.

Vi è una fondazione fatta da un devoto lucchese, che ordina di ricevere in quel dato giorno alla cattedrale tutti i musici che vi si presentano, e di pagarli non in proporzione ai loro meriti, ma al viaggio da essi fatto; e la ricompensa è fissata a un tanto per lega o per miglio. Una musica di tal sorte doveva essere più clamorosa che piacevole; ma l’opera che vi si dava in quello stesso tempo era una delle più scelte e delle meglio composte. La graziosa Gabrielli fu la delizia di quel musicale spettacolo. Solo quando cantava era di buonumore. Il celebre Guadagni, suo eroe in scena e in segreto, aveva sottoposto all’impero d’amore i capricci della virtuosa; la faceva cantar sempre, onde il pubblico avvezzo a vederla malinconica, disgustata, scortese, godeva della sua bella voce e della superiorità delle sue doti.

Assestati i miei affari e appagata la mia curiosità, lasciai con dispiacere quel rispettabile paese, il quale sotto la protezione dell’imperatore pro tempore gode una pacifica libertà, e s’occupa del più salutare e più esatto buon ordine. Avevo anche caro di osservare e far vedere a mia moglie una parte importantissima della Toscana; e a tal effetto attraversammo i territori di Pescia, Pistoia e Prato. Non si possono trovare colline meglio esposte, terreni meglio coltivati, campagne più ridenti e più deliziose. Se l’Italia è il giardino d’Europa, la Toscana è il giardino d’Italia.

CAPITOLO LI.

Ritorno a Pisa. - Arrivo di mio cognato da Genova. - Sua partenza con mia moglie per questo paese.

- Disgusto provato nell’ impiego. - Raffreddamento del mio zelo. - Colloquio singolare con un comico.

- Nuova commedia composta a sua richiesta. - Viaggio a Livorno.

Dopo alcuni giorni dal ritorno a Pisa, arrivò da Genova il fratello maggiore di mia moglie per reclamare da parte dei suoi maggiori l’impegno da me preso di andare a vederli. Essendomi per due volte assentato per cagione d’affari, non potevo prendermi l’ardire di una terza per puro oggetto di piacere; la moglie non diceva nulla, io conoscevo peraltro il suo desiderio di rivedere la famiglia e prevedevo il dispiacere di mio cognato, nel caso che fosse stato obbligato a ritornare a casa da solo. Disposi le cose con soddisfazione di tutti tre: la moglie partì per Genova con suo fratello, e io restai solo e in pace, tutto occupato negli affari del mio studio. Avevo cause in tutti i tribunali della città, clienti in ogni ceto: nobili di prima classe, cittadini dei più ricchi, negozianti del maggior credito, curati, frati, affittuari facoltosi, e perfino uno dei miei confratelli che, trovandosi implicato in una causa criminale, mi scelse per difensore. Ecco dunque tutta la città dalla mia; tutti almeno avrebbero così creduto, ed ero anch’io in tale opinione; non indugiai però molto ad accorgermi dell’inganno. L’amicizia e la considerazione mi avevano, è vero, naturalizzato nei cuori dei particolari, ma in sostanza ero sempre forestiero, quando questi stessi individui si adunavano in corpo. Passò all’altra vita un vecchio avvocato pisano, il quale secondo l’uso del paese era difensore fisso di parecchie comunità religiose, di alcune società d’arti e mestieri e di diverse altre case della città; carica che gli procurava in vino, grano, olio e denaro, uno stato convenientissimo, sgravandolo anche dalle spese di casa. Alla sua morte feci domanda di tutti questi posti vacanti, per averne se non altro qualcuno; furono ottenuti tutti dai Pisani e restò escluso il solo Veneziano.

Mi si diceva, per consolarmi, che non erano che soli due anni e mezzo che mi trovavo a Pisa, e che all’opposto fino da quattr’anni almeno i miei antagonisti facevano passi per succedere al vecchio avvocato allora morto; erano già stati presi impegni e corse parole, ma alla prima occasione sarei stato assolutamente contento.

Tutto ciò poteva esser vero; ma di venti impieghi neppure uno per me! Tale avvenimento mi risvegliò un po’ di malumore, e talmente m’indispose, che non riguardavo più il mio impiego se non come uno stato precario e casuale. Un giorno, in cui me ne stavo concentrato in simili pensieri, mi si annuncia un forestiero che vuole parlarmi. Vedo un uomo dell’altezza di quasi sei piedi, grasso e grosso in proporzione, che attraversa la sala con una canna d’India in mano e un cappello tondo all’inglese. Entra nel mio studio a passi contati, e io mi alzo: costui fa un gesto pittoresco per dire di non incomodarmi; si avanza, e io lo fo sedere: ecco il nostro colloquio.

- Signore, mi disse, io non ho l’onore di esser conosciuto da voi; voi però dovete conoscere a Venezia mio padre e mio zio; sono il vostro servo umilissimo Darbes. - Come! Il signor Darbes? Il figlio del direttore della posta del Friuli, quel figlio che si credeva perduto, di cui s’erano fatte tante ricerche e che si era così amaramente pianto? - Sì, signore: quel figliuol prodigo appunto, che non si è ancora prostrato alle ginocchia di suo padre. - Perché dunque differite di dargli questa consolazione? - La mia famiglia, i miei parenti, la mia patria non mi rivedranno che gloriosamente cinto d’alloro. - Qual è dunque il vostro stato, signore? - A questa domanda si alza il Darbes dalla sedia, batte la mano sulla pancia e in tono di voce misto di fierezza e buffoneria: - Signore, egli disse, fo il comico. - Tutte le doti, risposi, sono stimabili, purchè chi le possiede sappia farle valere. - Io sono, egli soggiunse, il Pantalone della compagnia, che attualmente si trova a Livorno; né posso chiamarmi l’infimo tra i miei camerati, e il pubblico non sdegna di concorrere in folla alle rappresentazioni alle quali prendo parte. Il Medebac, nostro direttore, ha fatto cento leghe per dissotterrarmi: non fo disonore ai parenti, al paese, alla professione, e senza vantarmi, signore (dandosi un altro colpo sulla pancia), se è morto Garelli, è subentrato Darbes. - Nell’atto appunto, che son per fargli le mie congratulazioni, egli si mette in una tal positura comica che mi fa ridere e m’impedisce di andare avanti. - Non crediate, signore, egli prosegue, che per vanagloria vi abbia esagerato i vantaggi di cui godo nella mia professione: ma son comico, mi fo conoscere a un autore, e ho bisogno di lui. - Voi avete bisogno di me? - Sì, signore, anzi vengo al solo scopo di chiedervi una commedia: ho promesso ai miei compagni una commedia del signor Goldoni, e voglio mantenere la parola. - Voi dunque volete, gli dissi sorridendo, una mia produzione? - Sì, vi conosco per fama; so che siete garbato quanto abile. Non mi darete una negativa. - Ho molte occupazioni, non posso farlo. - Rispetto le vostre occupazioni; farete questa composizione quando vorrete, a tutto vostro comodo.

Nel tempo che andiamo chiacchierando in tal guisa, tira a sé la mia scatola, prende una presa di tabacco, vi insinua alcuni ducati d’oro, poi la chiude e la rimette sulla tavola con uno di quei lazzi che sembrano nascondere ciò che appunto si ha caro di far palese; apro allora la scatola, né voglio aderire alla celia. - Eh via, via, egli dice, non vi dispiaccia; questo è un piccolo acconto per la carta. - Insisto per restituire il denaro; molti gesti, molti atti, molte riverenze: si alza, retrocede, prende la porta, e se ne va. Che mai avrei dovuto fare in tal caso? Presi l’espediente che mi parve migliore. Scrissi al Darbes che poteva star sicuro della commedia richiesta, e lo pregai di dirmi se gli piaceva meglio di averla col Pantalone in maschera o a viso scoperto. Il Darbes non tardò un momento a rispondermi. In questa lettera di risposta non potevano esservi positure ridicole o contorcimenti di persona, ma vi erano tratti singolarissimi.

«Avrò dunque (diceva) una commedia del Goldoni? Questa sì, sarà la lancia e lo scudo di cui armato andrò a sfidare i teatri tutti del mondo. Quanto sono felice! Ho scommesso cento ducati col direttore che avrei avuto un’opera di Goldoni; se vinco la scommessa, il direttore paga e la rappresentazione resta a me. Benché ancor giovane, benchè non abbastanza noto, andrò a sfidare i Pantaloni di Venezia: Rubini a San Luca e Currini a San Samuele. Attaccherò Ferramonti a Bologna, Pasini a Milano, Bellotti detto Tiziani in Toscana, Golinetti nella sua solitudine, Garelli nella tomba.» Terminava con dirmi, che desiderava una parte da giovane senza maschera, indicandomi per modello un’antica commedia dell’arte, intitolata Pantalone paroncino. Questo termine di paroncino, tanto per la traduzione letterale quanto per il carattere del soggetto, corrisponde esattamente alla parola francese petit-maître, poiché paron nel dialetto veneziano esprime la medesima cosa che padrone in toscano e maître in francese; onde paroncino è il diminutivo di parone, come petit-maître è il diminutivo di maître.

Ai miei tempi i paroncini veneziani recitavano a Venezia la medesima parte che i petits-maîtres a Parigi; ma tutto varia. Ora in Francia non ve ne son più, e forse neanche in Italia. Feci dunque per Darbes la commedia richiestami sotto il titolo di Tonin bella grazia, che si poteva tradurre in francese Toinet le gentil. Ultimai la composizione in tre settimane e la portai io stesso a Livorno, città che conoscevo, distante da Pisa quattro sole leghe e dove avevo amici, clienti, corrispondenti. Darbes, che aveva già strombazzato il mio arrivo, venne subito a trovarmi all’albergo ov’ero alloggiato, e io gli feci la lettura della mia commedia; ne parve contentissimo, e con molti complimenti e con riverenze e parole tronche mi lasciò con galante modo la scommessa da lui vinta, e per evitare i ringraziamenti fuggì col pretesto di andare a comunicare il mio lavoro al direttore. Renderò conto di quest’opera nell’occasione della sua prima rappresentazione a Venezia: ora debbo trattenere il lettore sopra qualche altra cosa più importante.

CAPITOLO LII.

Visita del signor Medebac, che mi obbliga ad andare a desinar da lui. - Ritratto

 della signora Medebac. - La commedia detta Donna di garbo da me veduta per la prima volta.

- Riepilogo di questa rappresentazione. - Impiego con Medebac. - Addio a Pisa. - Partenza.

Dopo il colloquio tenuto con Darbes, guardo l’orologio e vedo che sono le due dopo mezzogiorno. Era troppo tardi per andare a mangiare da qualcuno dei miei amici, onde feci ordinare il pranzo alla cucina dell’albergo. Mentre si apparecchiava, mi venne annunziato il signor Medebac. Entra, mi ricolma di garbatezze e m’invita a desinare a casa sua. La minestra era già in tavola: dunque lo ringraziai. Darbes, ritornato da me in compagnia del direttore, va a prendere il mio cappello e il bastone e me li presenta. Medebac insiste; Darbes mi prende per il braccio sinistro, l’altro per il braccio destro; mi si gettano addosso, mi trascinano; bisogna andare.

Nell’entrare in casa del direttore, venne a incontrarmi alla porta dell’anticamera la signora Medebac, attrice stimabile per i suoi costumi non meno che per il suo ingegno: era giovane, bella, ben fatta. Mi fece la più garbata e graziosa accoglienza. Insomma, andammo a tavola. Il desinare era di famiglia, ma per altro assai decente e servito con la massima pulitezza. Essendosi in quel giorno messo l’affisso per una commedia dell’arte, mi si usò anche la gentilezza di mutarla e di rappresentare Griselda, aggiungendovi: tragedia del signor Goldoni. Benchè questa composizione non fosse interamente mia, n’era lusingato il mio amor proprio, onde andai a vederla nel palchetto che mi era stato assegnato. Fui estremamente contento della signora Medebac, che recitava la parte di Griselda. La sua naturale dolcezza, la voce espressiva, l’intelligenza, l’azione la rendevano agli occhi miei un’attrice stimabile al disopra di tutte quelle che già conoscevo. Fui però assai più contento il giorno seguente alla rappresentazione della Donna di garbo, fin allora la mia commedia favorita. L’avevo composta a Venezia per la signora Baccherini, e dovevo vederne a Genova la prima recita; ma morì l’attrice avanti di rappresentarla, onde non ebbe luogo altrimenti il mio viaggio per Genova; era dunque la prima volta che compariva ai miei occhi. Che piacere per me vederla recitare così bene!

Ecco appunto l’opportunità di entrar nei particolari di questa rappresentazione, da me solamente annunciata nel capitolo XLIII. Rosaura, figlia di una lavandaia di Pavia, aveva occasione di vedere molti studenti e alcuni professori dell’università in casa di sua madre; era anche nel caso di coltivare la sua inclinazione alle lettere, e di procurarsi nel tempo stesso un onorevole collocamento. Fu ingannata da un giovane, che dopo averle tutto promesso l’abbandonò. Rosaura corre dietro al suo amante e giunge prima di lui; viene accettata, con l’aiuto di un servitore che conosce, come cameriera della cognata del suo infedele; procura di entrare in grazia ad ognuno, e giunge a metter la famiglia in impegno di occuparsi a suo favore. Il padre è avvocato, ed ella ha cognizione del gius romano e della pratica della curia. Il figlio maggiore ha passione per il gioco del lotto; Rosaura gli parla delle fasi della luna, d’influenze, costellazioni, sogni, cabale, combinazioni. La moglie è civetta, e la servente mette in vista tutto ciò che può lusingare la civetteria. La fanciulla ha un’inclinazione segreta, e Rosaura se n’accorge benissimo, la fa parlare, promette di secondarla, dà coraggio all’amante timido e s’impegna a sollecitare la loro unione. Brighella fa da servitore molto accorto, né vi è astuzia che non conosca. Arlecchino poi è un servo balordo che fa tutte le scimmiottate possibili, e ora diverte gli uni, ora accarezza gli altri. Lo scopo principale di Rosaura però è di guadagnare il capo di casa; giunge infatti a guadagnarlo in modo, che egli si determina a sposarla. Torna Florindo: quest’è il nome del perfido amante; il padre gli dichiara la sua inclinazione, la sua idea, e il figlio si oppone; bisogna dunque che egli renda ragione dell’opposizione, ed eccolo forzato a confessare i suoi impegni con la cameriera della cognata. Il padre, vedendo l’impossibilità di sposarla, costringe il figlio a dar soddisfazione alla giovane da lui ingannata, obbligandolo a mantener la parola. Florindo recalcitra; tutti son contro di lui; ne arrossisce, ne è confuso, e la sposa. Ecco il trionfo di Rosaura. Non è essa Donna di garbo? Benchè questo titolo abbia eccitate molte critiche, io non l’ho mutato, facendo Rosaura stessa la sua giustificazione al termine della commedia. Tutti, essa dice, mi hanno finora chiamata donna di garbo, perché ho saputo lusingare la loro passioni, e mi sono uniformata ai loro caratteri e ai loro umori. Confesso dunque che questo titolo non mi conviene, poiché per meritarlo avrei dovuto essere più sincera e meno seducente. Ora se Rosaura è stata nel corso della rappresentazione una donna scaltra e insidiosa, con quest’ultime espressioni diviene una donna ragionevole, una Donna di garbo. Fu fatta anche un’altra critica alla mia composizione. Si diceva che Rosaura, per donna, era troppo istruita. Su questo punto rimisi tutta la mia difesa in mano al bel sesso, né mi mancarono i mezzi di smentire appieno l’ingiustizia e i pregiudizi.

Contento dell’esecuzione della commedia, mi congratulai colla signora Medebac e con suo marito. Quest’uomo, a cui eran note le mie opere e a cui avevo fatto confidenza dei dispiaceri provati a Pisa, mi tenne alcuni giorni dopo un discorso molto serio e importante per me. È necessario che ne renda conto ai miei lettori, poiché fu appunto in conseguenza di questo colloquio con Medebac che rinunziai allo stato nuovamente da me abbracciato da tre anni, e tornai a battere il sentiero abbandonato. - Se voi siete deciso, mi disse un giorno Medebac, a lasciar la Toscana, e avete fatto proposito di ritornare in seno dei vostri compatrioti, parenti e amici, ho una proposta da farvi, che vi servirà almeno di riprova del conto che fo della vostra persona e del vostro ingegno. Vi sono a Venezia, egli proseguì, due teatri per le commedie. Io m’impegno di averne un terzo, e prenderlo a fitto per cinque o sei anni, quando vogliate farmi l’onore di lavorare per me. - Una tale proposta mi parve lusinghiera; e poi non occorrevano sforzi per farmi prendere l’aire all’arte comica. Ringraziai il direttore della fiducia che aveva in me, accettai la proposta, si fecero le dovute convenzioni e fu su due piedi stipulato il contratto. Non sottoscrissi però in quel momento medesimo, volendone prima passar parola a mia moglie, non ancora tornata dalla sua corsa a Genova. Conoscevo, è vero, la sua docilità, ma le dovevo riguardi di stima e amicizia. Ella giunge, approva tutto, e spedisco a Livorno la mia firma.

Ecco la mia musa, la mia penna impegnata agli ordini d’un privato. Un autore francese troverà forse singolare un tal impiego. Un uomo di lettere dev’essere sempre libero, e deve disprezzare la tortura e la schiavitù. Rispondo: se quest’autore è ben provvisto come Voltaire, o cinico come Rousseau, non ho nulla da dire; quando sia uno di quelli che non ricusano di spartir con altri il provento della stampa, lo prego in grazia di voler porgere orecchio alla mia giustificazione. In Italia il prezzo più alto per l’ingresso al teatro comico non passa il valore di un paolo romano, che sono dieci soldi in Francia. È vero che tutti quelli che vanno nei palchetti pagano pure il biglietto d’ingresso; ma i palchetti non appartengono al proprietario del teatro, onde l’introito non può esser considerevole; di maniera che la parte che tocca all’autore non merita assolutamente la pena di badarvi. Altri incoraggiamenti si offrono in Francia per le persone d’ingegno: sono le gratificazioni della Corte, le pensioni, la beneficenza del re. Niente di tutto ciò in Italia, e questa è la cagione per cui tanti begli ingegni, onde sopra d’ogni altra è feconda questa terra, gemono nel torpore e nell’ozio. Alcune volte mi vien la tentazione di riguardarmi come un vero fenomeno; mi son dato in braccio senza riflessione al genio comico, che mi ha sempre a sé trascinato, e ho perduto tre o quattro volte le occasioni più felici per migliorare la mia sorte; sempre son ricaduto nelle stesse reti; ma non me ne pento; avrei forse trovato dappertutto maggior comodità, ma minor soddisfazione. Ero pertanto contentissimo del mio stato e dei patti fissati con Medebac; le mie composizioni si ricevevano senza leggerle e si pagavano senza attenderne l’esito. Una sola delle mie commedie valeva per cinquanta, e se mai impiegavo maggior attenzione e zelo per procurar loro un buon successo, mi eccitava al lavoro il solo onore, ed era mia ricompensa la sola gloria. Fu nel mese di settembre del 1746 che mi legai con Medebac, dovendo andare a unirmi seco a Mantova nell’aprile dell’anno seguente. Avevo dunque sei mesi di tempo per mettere in assetto i miei affari a Pisa, spedire alcune cause già incominciate, cedere ad altri quelle che non potevo tirare avanti, prender congedo dai miei giudici e clienti, e in ultimo fare il mio congedo poetico dall’accademia degli Arcadi. Furono da me adempiuti tutti questi doveri, e partii dopo Pasqua.

CAPITOLO LIII.

Congedo da Firenze. – Il Sibillone, divertimento letterario. - Partenza dalla Toscana

e miei disgusti. - Passaggio dell’Appennino. - Passaggio per Bologna e Ferrara.

- Arrivo a Mantova. - Miei incomodi, e partenza per Modena.

- Aggiustamento dei miei affari con la banca ducale. - Viaggio per Venezia.

Prima di lasciar la Toscana avevo caro di rivedere un’altra volta la città di Firenze, che ne è la capitale. Nel far le mie visite e prender congedo dalle persone di mia conoscenza, mi fu proposto di andare all’accademia degli Apatisti. Ne avevo già contezza; si trattava di vedere in quel giorno il Sibillone, divertimento letterario, che vi si dava di tempo in tempo, né da me ancora veduto. Il Sibillone, o la gran Sibilla, è un ragazzo di dieci o dodici anni che vien posto in cattedra in mezzo alla sala dell’assemblea. Una persona scelta a caso nel numero degli assistenti, indirizza una domanda a codesta giovine Sibilla; il ragazzo deve nell’atto stesso pronunziare una parola, e questo è l’oracolo della profetessa e la risposta alla questione proposta. Queste risposte, questi oracoli, dati da uno scolaro senza dar luogo a riflessione, non hanno per lo più senso comune, e perciò sta sempre accanto alla cattedra uno degli accademici che, alzandosi dalla sedia, sostiene che il Sibillone ha ben risposto, e si accinge a dar nel momento l’interpretazione dell’oracolo.

Per far conoscere al lettore fin dove può giungere l’immaginazione e l’ardire di uno spirito italiano, renderò conto della domanda, della risposta, e dell’interpretazione di cui fui testimone. L’interrogatore, ch’era forestiero come me, pregò la Sibilla di aver la compiacenza di dirgli perché le donne piangano più spesso e più facilmente degli uomini. La Sibilla per risposta pronunziò la parola paglia, e l’interprete indirizzando il discorso all’autore della questione, sostenne che l’oracolo non poteva essere né più decisivo né più soddisfacente. Il dotto accademico interprete, che era un abate di circa quarant’anni, grasso, grosso e di voce chiara, sonora e piacevole, parlò per tre quarti d’ora continui. Incominciò dal fare l’analisi di tutte le piante fragili, provando, che la paglia sorpassa tutto in leggerezza. Dalla parola paglia passò alla donna, e svolse con non minor velocità che chiarezza una specie di saggio anatomico del corpo umano. Descrisse minutamente la sorgente delle lacrime nei due sessi, provò la delicatezza di fibra nell’uno e la resistenza nell’altro. Terminò insomma con lusingare dolcemente le signore che vi si trovavano presenti, attribuendo le belle prerogative della sensibilità alla debolezza, e fu ben cauto nel parlare di lacrime artificiose. Confesso che rimasi colpito. Non si poteva far uso di maggiore scienza, erudizione e precisione in una materia che finalmente non ne pareva suscettibile. Tali esercizi, per vero dire, sono sforzi d’ingegno, son pressappoco sul gusto del Capolavoro dello sconosciuto; è però sempre vero che questi rari ingegni sono da stimarsi sommamente, non mancando loro se non incoraggiamento per mettersi a livello di tanti altri, e trasmettere con gloria i loro nomi alla posterità. Rientrato a casa, trovai la lettera di porto che aspettavo da Pisa. I miei bauli si trovavano alla dogana di Firenze; andai perciò il giorno dopo a farne la spedizione per Bologna, e non indugiai a seguirli. Dalla porta della città, che lasciavo con tanto dispiacere, fino a Cafaggiolo, abitazione di campagna del granduca quattordici miglia distante dalla capitale, godevo sempre della piacevole esposizione e dell’industriosa cultura del paese toscano; ma appena bisognò cominciare ad arrampicarsi per l’Appennino, vidi una maravigliosa mutazione nel suolo, nell’aria, in tutta la natura. Passai col dispiacere del confronto quelle tre alte montagne, il Giogo, l’Uccellatoio e la Raticosa, desiderando che Fiorentini e Bolognesi trovassero il mezzo di agevolare quest’alpestre cammino, per cui rendevasi noiosa e difficilissima la comunicazione di codesti due paesi importanti. Ebbero effetto i miei desideri poco tempo dopo. Giunti a Bologna, avevamo bisogno mia moglie e io di riposarci, onde non visitammo nessuno; si riprese in capo a ventiquattr’ore il viaggio, e arrivammo a Mantova alla fine di aprile.

Medebac, da cui ero aspettato con impazienza, mi accolse con giubilo, avendomi già preparato un quartiere in casa della signora Balletti. Era questa una vecchia comica, che sotto il nome di Fravoletta era stata eccellente nella parte di servetta, e godeva nel suo ritiro d’una comodità molto piacevole, conservando ancora alla grave età di ottant’anni qualche resto della primitiva bellezza, e un lampo della vivacità e bizzarria della sua mente. Essa era matrigna di madamigella Silvia, che fece le delizie del teatro comico italiano a Parigi, e nonna della signora Balletti, alla quale vidi fare a Venezia la più bella comparsa per la sua bravura nel ballo, primeggiando poi in Francia anche nella commedia. Passai a Mantova un mese intero in termini molto cattivi e quasi sempre a letto; l’aria di codesto paese paludoso non era per me. Diedi al direttore due nuove commedie composte per lui espressamente. Ne parve molto contento, né disapprovò che andassi ad aspettarlo a Modena, ove doveva trovarsi egli pure per passarvi l’estate; feci assai bene a venirmene via; alla seconda posta mi sentii sollevato in modo che arrivai a Modena in perfetto stato di salute. La guerra aveva avuto termine; l’infante don Filippo era in possesso dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, e il duca di Modena era già tornato al suo paese. La banca ducale proponeva accomodamenti ai creditori: avevo dunque sommo piacere di essere in grado d’attendere da me stesso ai miei interessi.

Giungono a Modena alla fine di luglio Medebac e la sua compagnia. Diedi loro una terza commedia, e serbai per Venezia l’esposizione delle mie prime novità. Era questo il paese dove avevo gettato i fondamenti del Teatro Italiano, ed era appunto là che dovevo lavorare alla costruzione del nuovo edificio. Non avevo da combatter rivali; avevo però da superare alcuni pregiudizi. Se il lettore ha avuto la compiacenza di seguirmi fin qui, la materia che son per offrirgli lo muoverà forse a continuarmi la sua benevolenza e attenzione.

Il mio stile sarà sempre lo stesso, cioè senza eleganza, senza pretesa, ma animato dallo zelo per la mia arte e dettato dalla verità.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 03 marzo 2011