Carlo Goldoni

 

LA FAVOLA DE’  TRE GOBBI

 

Intermezzo di due parti per musica

rappresentato per la prima volta in Venezia

l’anno 1749.

  

 

Edizione di riferimento

Tutte le Opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, Mondadori, Milano 1951

 

 

AMICO LETTORE

 

La mia benemerita Signora Nonna. Quand’ io ero bambino, mi raccontava delle Novelle, o siano Fole, che in Veneziano si dicon Fiabe. Fra l’ altre mi raccontò parecchie volte quella bellissima de’  Tre Gobbi, che poi mi è sempre restata in mente, e che ora ho scelta per argomento del presente Intermezzo. Questa Novella, o sia Fiaba, dovrebb’ essere a tutti nota, poiché quasi da tutti si ram memora, allora specialmente che non avendo in pronto materia, su cui ragionare, suol dirsi: «Raccontiamoci quella delli tre Gobbi». Ciò non ostante, non essendo ella stata in que’  tempi da verun valente uomo a perpetua memoria scritta e registrata, si è quasi smarrita la tradizione, conservata felicemente dalla mia sudetta Signora Nonna. Vi è chi ha preteso di ravvivarla nelle Novelle Arabe, ma quella non è la leggittima, mentre molto prima che uscissero alla luce tali Novelle, passava per bocca delle donne e dei bambini la Favola dei tre Gobbi. Mi diceva dunque la buona Vecchia così: «Era una volta una certa Donna, chiamata Vezzosa, della quale erano innamorati tre Gobbi; e così... » Ma che occorre che mi vada faticando a narrarla in prosa, s’ ella è già scritta in versi? Chi vuol sapere la Favola dei tre Gobbi, legga il mio Intermezzo; e chi non crede che questa sia la vera, esca fuori con altra tradizione tanto autentica quanto la mia, e mi rimproveri di mendace. Tre Gobbi innamorati di una donna! Oh che bella favola! Una donna adesca tre uomini! Oh bella istoria!

 

 

PERSONAGGI

Madama VEZZOSA                        La Sig. Maria Angela Paganini.

Il Marchese PARPAGNACCO        Il Sig. Carlo Paganini.

Il Conte BELLAVITA                       Il Sig. Francesco Carattoli.

Il Baron MACACCO Tartaglia       Il Sig. Giuseppe Cosimi.

 

 

 

PARTE PRIMA

 

SCENA PRIMA

Camera con due porte.

Madama VEZZOSA con un Servitore.

 

Sì, lo so, non replicar;

Tutti muoiono per me.

Poverini! Sai perché?

Perch’io sono la Vezzosa,

Tutta grazia e spiritosa.

Che! tu ridi? Ignorantaccio!

Chiedi a tutta la città

Se dichio la verità.

(parte il Servo)

 

Per tutte le botteghe

So che di me si parla,

Per le vie, per le piazze e per le case;

In ogn’ angolo alfin della città

Non si fa che parlar di mia beltà.

Io però non son pazza;

Non mi fo vagheggiar per ambizione;

Non cerco cicisbei belli e graziosi,

Ma ricchi, di buon core e generosi.

So che la gioventù passa e non dura,

Onde chi non procura

Per tempo stabilir la sua Fortuna,

Arriva la vecchiezza,

Ed allora può dirsi: addio bellezza.

(Torna il Servo e le parla piano)

Come? Chi è? Il marchese Parpagnacco?

Venga, venga, è padrone. (parte il Servo)

Costui fa il signorone,

Benché nato villan, ma non importa;

In oggi chi ha denaro in quantità

Porta nel suo taschin la nobiltà.

 

 

SCENA SECONDA

Il Marchese PARPAGNACCO e detta.

 

Parpagnacco:                  Riverente m’ inchino

A quella bella grazia,

Che di farmi languir non è mai sazia.

Madama:                         Io faccio riverenza

A quei vezzosi rai,

Che di farmi penar non cessan mai.

Parpagnacco:                  Ah madama Vezzosa,

Siete molto graziosa!

Madama:                         Ah Parpagnacco mio,

Siete tutto bellezza e tutto brio!

Parpagnacco:                  Non dico per lodarmi,

Ma dacché son marchese,

Faccio maravigliar tutto il paese.

Quand’ ero alla montagna,

D’ essere mi pareva un contadino,

Ora d’ esser mi pare un ballarino.

Madama:                         Certo che un uomo siete

Veramente ben fatto.

V’ è un certo non so che dietro la schiena;

Ma è una cosa da niente, e non dà pena.

Parpagnacco:                  Si, vi dirò il perché: come ricolma

Di pesanti pensieri ho la mia mente,

Par che il dorso s’ incurvi, e non è niente.

Madama:                         Niente, niente, signor, lo dico anch’ io.

Anzi grazia gli dà quel monticello;

E poi chi ha del denaro è sempre bello.

Parpagnacco:                  Denar? Voi lo sapete:

Feudi, ville, campagne,

Palazzi, servitù, sedie e carrozze,

Ori, argenti, diamanti e ricche spoglie

Non mi mancano mai.

Voi lo sapete,

Io possiedo un tesoro.

Madama:                         (Certamente ha costui la gobba d’ oro).

Parpagnacco:                  Una cosa mi manca.

Madama:                                                            E cosa è mai?

Lei ha feudi e campagne,

Palazzi, servitù, sedie e carrozze,

Ori, argenti, diamanti e ricche spoglie.

Parpagnacco:                  Mi manca... lo dirò... una bella moglie.

Madama:                         Ritrovarla conviene; una tal donna

Sarà ben fortunata.

Se la trovi, signore.

Parpagnacco:                                                   Io l’ ho trovata.

Madama:                         E chi è mai? E chi è mai? Sarà sicuro

Giovine com’ è lei, graziosa e bella.

Parpagnacco:                  Lo volete saper? Voi siete quella.

Madama:                         Io? davvero! Lo credo? Oh me felice!

Oh che sorte! Oh che grazia! Oh che contento!

Quasi impazzir dall’ allegria mi sento.

(Se mi credi, minchion, la sbagli affé.

Voglio la borsa tua, non voglio te).

Parpagnacco:                  Questa vostra allegrezza

M’ empie il cor di dolcezza;

Sudo, smanio e deliro;

Rido per il contento, e poi sospiro.

Quegli occhietti belli, belli,

M’ hanno fatto innamorar;

Quei labbretti cari, cari,

Mi potrebber consolar.

Quel ch’ io vedo e ch’ io non vedo,

Mi fa sempre sospirar.

Occhi vezzosi,

Labbri amorosi,

Via non mi fate più delirar.

Di penar son ormai stracco,

Del mio mal chiedo pietà.

Il marchese Parpagnacco

Di Madama ognor sarà.

Sì, vezzosetta,

Cara, caretta,

Non saprei...

Non vorrei...

Che m’ aveste ad ingannar.

Madama:                         Io ingannarvi, signor? Mi meraviglio.

In casa mia non vien nessun al mondo;

Io non sono di quelle... Eh faccia grazia:

Dove ha comprato mai quel bel diamante

Spiritoso e brillante? Certamente è un incanto!

Parpagnacco:                  Le piace?

Madama:                                          Signor sì, mi piace tanto.

Parpagnacco:                  Padrona.

Madama:                                          Meraviglio.

Parpagnacco:                                                       Eh via.

Madama:                                                                          No certo.

Parpagnacco:                  Mi fa torto.

Madama:                                              Ma poi... Non vuò, non vuò.

Parpagnacco:                  Eh lo prenda...

Madama:                                                  Via, via, lo prenderò...

Parpagnacco:                  Dunque, mia cara sposa...

(Viene il Servo e parla a Madama)

Madama:                         Con licenza: (il barone Macacco

Mi viene a visitar? Non so che dire,

Farlo indietro tornar non è creanza).

Venga pur, ch’ io I’ attendo in questa stanza.

(Parte il Servo)

Oh gioia mia diletta,

Son imbrogliata assai. Vien mio fratello,

Uomo senza cervello e assai manesco;

Se vi vede con me, voi state fresco.

Parpagnacco:                  Dunque che deggio far?

Madama:                                                                  Io vi consiglio,

Per fuggir il periglio,

Nascondervi colà.

Parpagnacco:                                                   Poi, se mi trova?

Madama:                         Lasciate far a me.

Difendervi prometto.

Parpagnacco:                  Che mi spiani la gobba io già m’ aspetto. (si ritira in una camera)

Madama:                         Vi vuol un po’  d’ ingegno

A far l’ amor con questo e con quell’ altro,

E vi vuol pronto labbro ed occhio scaltro.

 

 

SCENA TERZA

Il Baron MACACCO e detta.

 

Macacco:                          Ma ma ma ma ma ma ma ma madama,

Vi chie chiedo perdono.

Madama:                         Del barone Macacco io serva sono.

Macacco:                          Cosa fa fa fa fate?

Madama:                         Io sto be be be bene.

Macacco:                          Non mi co co co co co corbellate.

Madama:                         Pensi lei; signor sì,

Parlo anch’ io qualche volta co così.

Macacco:                          Io son inna na na na namorato

Di voi, mia be be bella,

Viver non po po posso

Senza chia chia chia chia chiamar aita

Da voi, che che che siete la mia vita.

Madama:                         (Che ti venga la rabbia!

Oh che bella figura!

Questo può dirsi un mostro di natura).

Macacco:                          Le ra ga ga ga gazze

Mi co co corron dietro.

Vorriano ch’ io fo fo fo follemente

Le amassi, ma non fa fa fanno niente.

 

Sono ancora raga gazzo,

Non ci penso un ca ca cavolo,

Le ma mando tutte al diavolo

Queste donne bu bugiarde,

E maliarde — se senza pietà.

Per voi sola divengo pa pazzo

E vi voglio be be be be bene,

Di ca ca ca cavarmi di pene

Mi farete la ca carità.

 

Madama:                         Caro signor Macacco,

Quando lei fosse sposo,

Sarebbe poi geloso?

Macacco:                                                           Pe pensate!

Vorrei che la mia sposa

Fosse co co co co co corteggiata,

E spiritosa chia chia chia chiamata.

Madama:                         Non vi saria pericolo

Che gli facesse torto,

Poiché più bel di lei

Che si trovi nel mondo io non saprei.

Macacco:                          Io sono ben fa fatto.

Son be be be be bello in conclusione,

E non son un co co co cornacchione.

Madama:                         (Che faccia di ca ca ca ca castrone). (viene il Servo)

Mi permette?

Macacco:                                                   Sì sì, signora sì.

Madama:                         (Oh questa è bella affé.

Se quest’ altro sen vien, saranno tre.

Sì, sì, venga ancor lui,

Soggezion non mi prendo di costui). (parte il Servo

Giacché non è geloso,

Caro signor Barone,

Con buona permissione,

Un altro cavalier vuol visitarmi,

Onde la prego in libertà lasciarmi...

Macacco:                          Fa fa fa fate pure,

So anchi ch’ io la usanza,

Mi mi mi riti ti ro in questa stanza. (entra in un’ altra camera)

Madama:                         Questo sarebbe il caso

Per una cui piacesse

Di vivere al gran mondo.

Ha la vita piegata e il capo tondo.

 

 

SCENA QUARTA

Il Conte BELLAVITA e detta; poi PARPAGNACCO e MACACCO

 

CON.                                Al volto porporino

Di madama Graziosa umil m’ inchini.

Madama:                         Io dalle grazie sue resto stordita,

E riverisco il conte Bellavita.

Conte:                              Di me non vi dolete,

Se tardi mi vedete.

Sono stato finor da certe dame

Che vogliono ballar con fondamento,

A insegnarle di vita il portamento.

Madama:                         Già si sa, già si vede:

La sua vita ben fatta è cosa rara;

Vezzi e grazie da lei ciascuno impara.

Conte:                              Veda, signora mia,

Osservi in cortesia:

Questi due monticelli,

Ch’ io tengo uno per parte,

Son fatti con tal arte

Ch’ uno con l’ altro in equilibrio accorda,

E sembro appunto un ballarin da corda.

Madama:                         Non ne dica di più, lo so, lo credo,

Lo capisco, lo vedo:

Lei è tutto ben fatto;

Lei è tutto gentil. (Lei è un bel matto).

Conte:                              Senta, signora mia, per dir il vero,

Io son un cavaliero

Ameno e disinvolto;

Se lei mi osserva in volto,

Un certo non so che vi vederà

Che s’ accosta di molto alla beltà.

Circa la grazia poi, non fo per dire,

Osservi la presenza:

Col piè sempre in cadenza,

Nelle braccia grazioso,

Nel gestir manieroso,

Si può dire ch’ io sia cosa compita.

E poi che serve? Il conte Bellavita.

 

Veda che garbo,

Veda che brio:

Tutto son io

Grazia e beltà.

Io con le dame

Son tutto amore,

Son l’ amorino

Caro, carino,

Son per le donne

Tutto bontà.

Ma a chi m’ offende

Sono terribile:

Con braccio orribile,

Con luci irate,

Tiro stoccate

Di qua, di Ià.

Fatene stima,

Non mi lasciate,

Se voi bramate

D’ esser felice;

Ognun mi dice

Ch’ io sono bello,

Ch’ io sono quello

Che fa l’ onore

Della città.

 

Madama:                         Non si stia a faticare:

Sempre meno dirà di quel che appare.

Ma, se tanto è grazioso,

Sarà anco generoso.

Conte:                                                                   Eh cosa importa?

Dov’ è grazia e beltà,

Non si ricerca generosità.

Madama:                         Signor, lei mi perdoni, in questo sbaglia.

Un amante, ancorché bello e grazioso,

Quando si mostra avaro,

Alla donna non puol esser mai caro.

Conte:                              Dunque con i miei vezzi

Io non posso da voi sperar affetto?

Madama:                         Per me vi parlo schietto:

Se mi volete innamorar da buono,

Fate che della borsa io senta il suono.

Conte:                              Sarà dunque un amor interessato.

Madama:                         Sarà l’ amor che dalle donne è usato.

Conte:                              Parmi di sentir gente.

Madama:                                                              Ah dite piano,

Poiché tengo un germano

Ch’ è piuttosto cervello stravagante;

Se ci sente, vorrà far l’ arrogante.

Conte:                              Tiriamoci più in qua. Torniamo un poco

Al discorso di prima.

Per esempio, volendo

Darvi un segno d’ amor, quest’ orologio,

Dite, saria opportuno?

Madama:                         Ah sì, ne ho perduto uno

Simile appunto a quello.

Conte:                              Guardate con che grazia io vel presento.

Madama:                         Oh che grazia gentil! Siete un portento.

Conte:                              Mi vorrete poi bene?

Madama:                                                              Uh tanto, tanto.

Conte:                              Vi piace il volto mio?

Madama:                                                              Siete un incanto.

Conte:                                               Vezzosa gradita,

                 Mio dolce tesoro.

Madama:                                          Per voi, Bellavita,

                 Io smanio, io moro.

a due                                                   Che dolce contento

                 Ch’ io provo, ch’ io sento!

                 Che brio! che beltà!

Conte:                                               Oimè, sento gente.

Madama:                                          No, no, non è niente;

                 Sarà mio fratello.

Conte:                                               Ha poco cervello,

                 Tremar ci farà.

Madama:                                          Non tema di nulla;

                 Stia fermo, stia qua.

Parpagnacco:                                   Padron riverito. (esce)

Conte:                                               Son servo obbligato.

Parpagnacco:                                   È tutto compito. (a Madama)

Conte:                                               È assai ben creato. (a Madama)

Madama:                                          Sorella gli sono,

                 Spiacermi non sa.

Parpagnacco:

Conte:

}

a due

(Fratello più buono (ciascuno da sé)

Di lui non si dà).

Madama:                                          Per fino ch’ ei parte,

                 Celatevi là. (piano a Parpagnacco

Parpagnacco:                                   È troppa bontà.

Madama:                                          Andate in disparte,

                 Che poi partirà. (piano al Conte )

Conte:                                               È troppa bontà.

Parpagnacco:

Conte:

}

a due

Gli son servitore.

Comandi, signore,

Ma con libertà. (si ritirano)

Madama:                                          Oh questa sì ch’ è bella!

                 M’ hanno creduto affé.

Macacco:                                           Non c’ è più più nessuno;

                 To to to tocca a me.

Madama:                                          E questo bel Macacco

                 Da me cosa vorrà?

Macacco:                                           Mia ca ca ca ca cara.

Madama:                                          Mio be be be be bello.

a due                                                   Son qua qua qua qua qua.

Parpagnacco:

Conte:

}

a due

Un altro suo fratello

Codesto ancor sarà?

Madama:                                          Or sono nell’ imbroglio,

                 Non so cosa sarà.

Parpagnacco:

Conte:

}

a due

Eh ben, quanti fratelli

Avete, mia signora?

Madama:                                          Patroni cari e belli,

                 Io non glielo so dir.

Parpagnacco:                                   Voi siete menzognera.

Conte:                                               Voi siete lusinghiera.

a due                                                   Scoperta siete già.

Madama:                                          Andate, che vi mando,

                 Andate via di qua.

Macacco:                                          Co cosa mai sarà?

 

TUTTI

Che razza maledetta,

Che rabbia che mi fa!

 

 

 

PARTE SECONDA

 

SCENA PRIMA

Giardino.

Il PARPAGNACCO da una parte.

Il Conte BELLAVITA dall’altra.

 

Parpagnacco:                                   Corpo di Bacco!

                 Son Parpagnacco.

Conte:                                                Femmina ardita,

                 Son Bellavita.

a due                                                   Le mie vendette

                 Teco vuò far.

                 Ecco il rivale,

                                                           Lo voglio sfidar.

Conte:                                                Ponete mano.

Parpagnacco:                                   Fuori la spada.

a due                                                   Brutto villano,

                 Ti voglio scannar.

                 Alto, ferma,

(si azzuffano!

                 Tira, vieni.

                                                           Oh che poltrone,

                 Non sa tirar!

 

 

SCENA SECONDA

Il Baron MACACCO e detti.

 

Macacco:                          CO co co cosa fate?

Parpagnacco:                  Lasciatelo ammazzar.

Conte:                                                                    Non mi tenete.

Macacco:                          Ama ma ma ma ma

Ma mazzatevi pur quanto volete.

Parpagnacco:                  Ma tu pur sei rivale.

Conte:                              Tu pur Vezzosa adori.

Parpagnacco:

Conte:

}

a due

Voglio cavarti il cor; cedila, o mori.

Macacco:                          No no no, ca ca ca cari fratelli,

Ve la ce ce ce cedo;

Non voglio andar per quelle luci belle

A farmi bu bu bu bucar la pelle.

Conte:                              Ehi tiratevi in qua:

Ditemi in confidenza,

Siete voi di Vezzosa innamorato?

Macacco:                          So sono, e non so sono;

Ma io son buo buo buono;

Non ho ge gelosia,

E ho gusto d’ama mare in compagnia.

Parpagnacco:                  Eh ehm, signor Barone,

Una parola in grazia.

Macacco:                          Ve ve vengo.

Parpagnacco:                  Amate veramente

Voi pure la Vezzosa?

Macacco:                          Vi dirò una co cosa,

L’amo anchi chi chi ch’io,

Ma di voi non pre prendo soggezione,

Io sono un buon co co co compagnone.

Conte:                              Venite qua, sentite,

Di voi poco m’importa.

Mi basta che colui vada in malora.

Macacco:                          Lascia scia scia scia sciate

Fa fa fa fare a me.

Parpagnacco:                           Caro Macacco,

Non ho finito ancor.

Macacco:                                   La la va lunga.

Parpagnacco:                  Io di voi son contento.

Non vorrei che colui venisse qui.

Macacco:                          Sì sì sì sì si sì sì sì sì sì.

Conte:                              Un poco di creanza, padron mio; (a Parpagnacco)

                                           Voglio parlar anch’io.

Parpagnacco:                  Quest’azione non è da cavaliero.

Macacco:                          Mi mi mi son venuti

                                           In cu cu cu cu cupola da vero.

Conte:                                               Vi prego di core (a Macacco)

Di farmi un favore.

Parlate a Madama,

Pregate per me.

Eh bene! Che c’è?

(a Parpagnacco che ascolta)

Che bella creanza!

Sentite, direte (a Macacco)

Ch’io l’amo e l’adoro,

Ch’ell’è il mio tesoro,

Che andar le vorrei

A far riverenza.

Ma che impertinenza! (a Parpagnacco)

Tiratevi in là.

M’avete capito? (a Macacco

V’aspetto poi qua.

                                                           Potete anche dirle

La gran differenza

Che passa, e che v’è,

Tra quello e fra mea:

Io son tutto grazia,

Di lui malagrazia

Maggior non si dà.

Un po’ di creanza, (a Parpagnacco)

Tiratevi in là.

Macacco:                          Su subito va vado.

Parpagnacco:                  Sentite ancora me.

Macacco:                          Non po po posso.

Parpagnacco:                  Un galantuom s’ascolta.

Macacco:                          Pa pa pa parlerete un’altra volta.

Parpagnacco:                  Una sola parola, e poi andate.

Macacco:                          V’ho inte te te te teso

Se senza che che che che che parlate.

V’ho ca ca ca capito. (a Parpagnacco )

Pa pa pa parlerò.

Voi sarete se servito. (al Conte)

Il mezzan vi fa farò;

Son di buon co co co core;

L’accialin vi ba ba ba ba

Ba ba ba ba batterò. (parte)

 

 

SCENA TERZA

Il CONTE ed il MARCHESE

 

Conte:                              Veramente voi siete i1 bel soggetto.

Parpagnacco:                  Oh che gentile aspetto!

Che amabile figura!

Conte:                              Che gran caricatura!

Parpagnacco:                                                       Ah gobbo!

Conte:                                                                                     Ah monte!

                                           Oh che caro Marchese!

Parpagnacco:                                                             Oh che bel Conte!

Conte:                              Che sì, che il mio bastone

                                           Ti rompe quel gobbone.

Parpagnacco:                  Che sì, che sì, che con un temperino

Ti taglio quel gobbino.

Conte:                              Io timore non ho.

Parpagnacco:                                                 Non ho paura.

Conte:                              Faccia di bernardon!

Parpagnacco:                                                       Brutta figura!

 

 

SCENA QUARTA

MADAMA vestita alla veneziana, e detti.

 

Madama:                         Olà, olà, fermeve,

Cossa diavolo feu?

Dise, cossa gh’aveu?

Se ve disè più robba,

La stizza ve farà crescer la gobba.

Parpagnacco:                  Veneziana gentil, chi siete voi?

Conte:                              Cercate voi di me?

MAD,                                Domando tutti do. Son vegnua qua

Per parte de Madama, mia parona,

A farve reverenza,

E a dirve do parole in confidenza.

Parpagnacco:                  Dite, dite.

Conte:                                                    Parlate.

Parpagnacco:                  V’ascolto con diletto.

Conte:                             Mi balza il cor per l’allegria nel petto.

Madama:                         La sa che tutti do sè innamorai

Per éla spasemai.

Anca èla la dise

Che sè le so raise.

La ve vuol tutti do per so morosi,

Ma ghe despiase assae che siè zelosi.

Savè che zelosia

Dal mondo xe bandia.

No la se usa più. Nualtre donne

Savè che la volemo a nostro modo.

Chi ne sa segondar,

Qualcossa puoi sperar.

Ma chi troppo pretende e xe ustinà,

Lo mandemo ben ben de là da Stra.

Donca pensèghe ben:

O amarla in compagnia, se la ve preme,

O andarve a far squartar tutti do insieme.

Parpagnacco:                  (II dilemma va stretto).

Conte:                              (Non v’è la via di mezzo).

Parpagnacco:                  (O star cheto, o lasciarla!)

CoN.                                  (O soffrire un compagno, o non amarla!)

Madama:                         (Son due pazzi a consiglio).

Parpagnacco:                  (Che faccio?)

Conte:                                                      (A che m’appiglio?)

Parpagnacco:                  Conte.

Conte:                                             Marchese.

Parpagnacco:                                                   Che facciamo noi?

Conte:                              Cosa pensate voi?

Parpagnacco:                  Penso che si può amare in compagnia.

Conte:                              Penso al diavol mandar la gelosia.

Madama:                         (Eccoli già cangiati.

Affé, ci son cascati).

Parpagnacco:                  Andate da Madama...

Conte:                              E ditele in mio nome...

Parpagnacco:                  Che d’amarla con altri io mi contento.

Conte:                              Pur che non lasci me, n’ami anche cento.

Madama:                         Bravi, cussì me piase,

Star da boni compagni. Za la donna

Gh’à eI cuor come i melloni:

Una fetta per un contenta tutti.

Cari i mi cari putti,

Chi crede d’esser solo, se ne mente,

Ché le donne d’un sol no xe contente.

Parpagnacco:                  Dunque andiam da Madama.

Madama:                         No, no, aspettèla qua,

Che za la vegnirà. Lassè che vaga

Mi dalla mia parona

A portarghe sta niova cussì bona.

 

Sieu tanto benedetti,

O cari sti gobbetti!

Staremo allegramente

In pase tra de nu;

Caro quel muso,

Caro colù!

Via che la vaga.

De chi è sti mondi?

Tutti i xe nostri,

Tutto è per nu.

Caro quel gobbo,

Caro colù!

Mi za son donna Betta,

Che gh’à la lengua schietta.

Se vu sarè zelosi,

Redicoli sarè,

E chi è zeloso...

Za m’intendè... (parte)

 

 

SCENA QUINTA

Il CONTE ed il MARCHESE

 

Parpagnacco:                  Dunque sarem d’accordo;

Dunque anderemo insieme

Alla conversazion?

Conte:                                                                Sì, non mi preme.

Venite da Madama,

Venga il terzo, ed il quarto, ed aneo il quinto:

So che il merito mio sarà distinto.

Parpagnacco:                  Sapete, signor Conte,

Perché una tal risposta

Diedi alla cameriera?

Perché la mia maniera,

Il mio garbo, il mio tratto,

Darà a voi, darà a tutti scaccomatto.

Conte:                              Veramente voi siete un bel Narciso.

Parpagnacco:                  Oh che leggiadro viso!

Che grazia avete voi!

Lo giuro da marchese,

Siete una figurina alla chinese.

 

Se vi guardo ben bene nel volto,

Voi mi fate di risa crepar.

Quel visino così disinvolto

E una cosa che fa innamorar.

Che ti venga la rabbia nel dorso;

Guarda l’orso, — mi vuole graffiar.

Pretension veramente da pazzo,

Con quel grugno voler far l’amor.

Zitto, zitto; non tanto schiamazzo,

Che Madama vi vuole sposar.

Oh che matto che sei da ligar!

 

Conte:                              Cotanta impertinenza

Io soffrire non voglio.

Parpagnacco:                                                      Siate buono.

Che s’io caccio la spada,

Griderete pietà, soccorso invano.

Conte:                              Misero voi, sio torno a metter mano.

Parpagnacco:                  Ma vien Madama.

Conte:                                                               Non ci vegga irati.

Parpagnacco:                  Lo sdegno sospendiam.

Conte:                                                                        Cessino l’onte.

Parpagnacco:                  V’abbraccio, amico.

Conte:                                                                  Ed io vi bacio in fronte.

 

 

SCENA SESTA

MADAMA, servita da MACACCO, e detti.

 

Madama:                         Bravi, così mi piace.

Amici in buona pace.

Parpagnacco:                  Madama, son per voi.

Conte:                              Son qui, son tutto vostro.

Madama:                         Aggradisco d’ognun le grazie sue;

Ma vi voglio d’accordo tutti due.

Parpagnacco:                  Io per me son contento.

Conte:                              Di farlo io non mi pento.

Macacco:                          Ed io non sche sche scherzo,

Se se se siete due, fa farò il terzo.

Madama:                         Caro il mio Parpagnacco,

Contin grazioso, amabile Macacco,

Venite tutti tre,

Che male già non v’è:

Mentre c’insegna l’odierna moda

Che il galantuom lasci godere e goda.

Parpagnacco:                  Io per vostro riguardo il tutto accordo.

Conte:                              Io sarò, se il volete, e cieco, e sordo.

Macacco:                          Ed io per per fa fa farvi piacere,

Vi farò da ca ca ca candeliere.

Madama:                         Andiamo dunque uniti

A cantare e a ballare,

E per divertimento

Venga ognuno a suonar qualche istrumento. (parte)

Parpagnacco:                  Sì, vengo, e suonerò

Con Madama gentil quanto potrò. (parte)

Conte:                              Corpo di Bacco, anch’io

Voglio suonar coll’istrumento mio. (parte)

Macacco:                          Ed io pur, che che che non son merlotto,

Voglio suo suo suonar il ciffolotto. (parte)

 

 

SCENA ULTIMA

PARPAGNACCO con chitarra, il CONTE con violoncello,

MACACCO con flauto e MADAMA con cembalo.

 

Parpagnacco:                           Oh bella cosa ch’è

                 L’amar e non temer!

                 Che amabile goder

                 In buona società!

Conte:                                       Che bell’amar così,

                 Senza tormento al cor!

                 Oh che felice amor,

                 Che gusto ognor mi dà!

Macacco:                                   Ca ca ca caro amor,

                 Be bella libertà!

                 Do donne di bon cor,

                 Fa fate carità.

Madama:4                                Chi vuol amar con me

                 Contento ognor sarà;

                 Ma pensi ognun per sé,

                 Ch’io voglio libertà.

a quattro                                    Viva l’amore, viva il buon core,

                 Viva l’amarsi con libertà.

Parpagnacco:                           Senti, senti il chitarrino,

                 Dice evviva il Dio bambino.

Conte:                                       Senti, senti il violoncello,

                 Dice evviva il viso bello.

Macacco:                                   Se se senti il ciffoletto,

                 Dice evviva un bel visetto.

Madama:                                  Ed il cembal senti, senti,

                 Dice evviva i tre contenti.

 

TUTTI

 

         Viva, viva l’allegria,

                 Bell’amar in compagnia.

                 Che piacere al cor mi dà

                 Questa cara libertà.

 

Fine dell’Intermezzo

 

 

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Ultimo aggiornamento: 09 dicembre 2004