Carlo Goldoni

 

AMOR FA L'UOMO CIECO

 

Intermezzo di due parti per musica.

 

  

 

Edizione di riferimento

Tutte le Opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, Mondadori, Milano 1951

 

 

 

 

PERSONAGGI

LIVIETTA

CARDONE suo amante.

MINGONE   servo che non parla.

 

PARTE PRIMA

 

SCENA PRIMA

 

Città.

LIVIETTA in abito di Cittadina e MINGONE

 

Livietta:                                   Vi sto ben?

Vi comparisco?

Eh, che ti par? (al Servidore)

Benché nata contadina,

Non sto ben da cittadina?

Non è ver?

Oh, lo credo; non giurar.

 

Poco vi vuole a far che incivilisca

Donna nata fra' boschi. Il sesso nostro

Ha un certo natural costume antico,

Che della vanità fu sempre amico;

Io non son già la prima

Che a spese d'un merlotto

Cambiasse condizion. Tante e poi tante,

Ch'erano femminacce da dozzina,

S'hanno ingrandito coll'altrui rovina.

Tutto il suo consumò per mia cagione

Il semplice Cardone; anzi non solo

Dissipò i beni sui,

Ma s'ingegnò di consumar l'altrui.

Ora ch'egli è mendico,

Processato dal Foro, e ch'è ridotto

All'ultima malora,

Sarei ben pazza a coltivarlo ancora.

Eccolo: oh com'è brutto!

E pur mi parve bello;

Or che non ha denar, non è più quello.

Vuò ritirarmi: seguimi, Mingone;

Non dubitar, non vi sarà divario:

Se non Cardone, io ti darò il salario. (si ritira)

 

SCENA SECONDA

CARDONE  mal vestito, e detti ritirati.

 

Cardone:                                 Per pietà, chi mai m'insegna

Qualche asilo, qualche albergo?

Buona gente...

(Parlo al vento, alcun non sente):

Fate un po' la carità!.

 

Eccomi alfin ridotto

Mendico, abbandonato

Sol per una ragazza,

Bellina sì, ma troppo vana e pazza.

Chi mi conoscerebbe? Oh, voglia il cielo

Ch'io non sia conosciuto!

Ho fatto un tal intacco,

Che, se mi scopre la Giustizia, io sono

Per lo meno appiccato. Almen crepasse

Quell'avido mio zio, che inutilmente

Un tesoro conserva! Ah, ch'io frattanto

Perdo il tempo qui invano, e i sbirri, oh Dio!

Van me forse cercando. E dove mai,

Dove addrizzarmi posso,

Misero me! se non ho un soldo addosso?

Livietta:                           Olà, paggio, vien qui, prendi: codesta

E una dobla di Spagna;

Vanne dal pasticcier: di' che mi mande

Due preziose vivande;

Poiché questa mattina

Viene a pranzo con me la Contessina.

Cardone:                         (Povere doble mie!)

Livietta:                           Fermati; e questi

Due zecchini ti do, perché tu compri

Di Borgogna e Tocai qualche bottiglia,

E il resto cioccolato con vainiglia.

Cardone:                          (Ed io muoio da fame). Olà, Mingone,

Ferma; non mi conosci? Io son Cardone.

Livietta:                           Stelle, che vedo mai! Così pezzente,

Così sporco Cardone? Agli occhi miei

Quello tu non rassembri, e quel non sei.

Cardone:                          Ah, pur troppo son quello. Ah tu, Livietta,

Deh non mi abbandonar! Vedi in qual stato

Son ridotto per te?

Livietta:                           Per me? Tu menti.

Che facesti per me?

:Cardone::                                                         Non tel rammenti?

Chi dal bosco ti trasse?

Chi ti fe' cittadina?

Chi gli abiti, le gioje, e chi il denaro

Ch'ora spendi, ti dié? Stelle! che sento?

Non lo rammenti più?

Livietta:                           Non mel rammento.

Cardone:                         Ah barbara, ah crudele!

Io ti trassi dal nulla, e tu nel nulla

Mi riducesti: oh memorando eccesso!

Oh barbara natura! oh ingrato sesso!

Livietta:                           Ma chi fu la cagione

Del precipizio tuo, se non tu stesso?

Di me ti lagni adesso?

Fu la tua vanità, la tua superbia,

Che per mostrarti allora

Grande più che non eri e dovizioso,

Ti faceva far meco il generoso.

Io chiesi e non rubbai;

Donasti, ed io pigliai;

Se volesti così, non far schiamazzo:

Io savia fui, se tu facesti il pazzo.

Cardone:                         Hai ragione; gli è vero: il pazzo io fui.

Imparate, imparate,

Uomini delle donne adoratori:

Questi sono alla fine i nostri onori.

Crudel, dunque sin tanto

Che suonava il contante,

Cardone era il tuo amante;

Senza denari adesso,

Il povero Cardon non è lo stesso.

Pazienza!

Livietta:                                            Èver: l'indovinasti. Io voglio

Un marito che possa

Mantenermi un braccier e sei staffieri,

Due donne, otto cavalli e due cocchieri.

Vuò pizzetti, vuò stoffe e vuò ricami,

Vuò gioje alla gran moda

E il paggio che mi regga ancor la coda.

Cardone:                         Lodo la sua intenzion, ma non la credo

Facile da eseguir.

Livietta:                                                        Forse eseguita

La vedrà questo mese.

Cardone:                                                              Ha già il partito

Sì tosto preparato?

Livietta:                          Sì signor, l'ho trovato.

Cardone:                         Col braccier, coi staffieri?

Livietta:                           E i cavalli, e i cocchieri.

Cardone:                         Mi consolo, signora.

                                           E la carrozza?

Livietta:                           E la carrozza ancora.

 

La carrozza ci sarà,

E la voglio a tiro a sei,

Col staffiere, — col bracciere.

Senza questa a' cenni miei,

Non mi voglio maritar.

Ha capito? così va;

S'ella ben non l'ha capita,

Or la torno a replicar.

 

Cardone:                          (Ecco pur troppo il femminil costume,

L'ambizion delle donne è il solo nume).

Non mi vuoi?

Livietta:                                  Non ti voglio.

Cardone:                                 Eh via...

Livietta:                                           Sei sordo?

Cardone:                         Dunque, che far dovrò?

Livietta:                                           Fa ciò che vuoi:

Io penso ai fatti miei, tu pensa ai tuoi.

Cardone:                        Mingon, parla per me.            (a Mingone)

Livietta::                                   Taci, non voglio

Moltiplicarmi il tedio

Con le tue voci ancor. (a Mingone)

Cardone:                                Dunque ti lascio;

Dunque parto, crudel.

Livietta:                                  Va pur.

Cardone:                                Ma dimmi,

Che t'ho fatto, ben mio? Cara Livietta,

Bella più di Cleopatra,

Io ti fui più fedel di Marcantonio.

Ma dillo tu, faccia di testimonio. (a Mingone)

 

Gioia mia, devo partire

Così afflitto e sconsolato?

Disgraziato, che t'ho fatto?

Niente affatto. Dillo tu...

Come fu... Parla per me. (a Mingone)

Sei tu sola il mio tesoro,

Per te languo, per te moro,

Senza te non posso stare.

Dillo tu, non è così? (a Mingone)

Signor sì, che così è.

 

Livietta:                           Ma questo pianto tuo quasi mi move

I dolori di corpo.

Cardone:                                Orsù, t'intendo.

                                          Morto mi vuoi veder? Morrò, già vado,

Vado della Giustizia

Da me stesso in le man; io le mie colpe

Pubblicherò; dirò che per Livietta

Tutto il mio consumai,

Indi quello degli altri ancor rubbai.

Mi caccieran prigione,

Mi manderanno a morte;

E allor della mia sorte

Tu contenta sarai...

Oh non ti avessi conosciuta mai!

 

                                                  Parto dunque, o mia diletta,

                                 Ma il mio cuor resta con te.

Livietta:                                   Non chiamarmi tua diletta,

                                                          Che il mio cor non è per te.

Cardone:                                 Tu sei come tartanella,

                                                          Che nel mare a vento in poppa

                                                          Veleggiando se ne va.

Livietta:                                           Rider mi fa.

Cardone:                                         Uh, chi viene contro a me?

Livietta:                                           Ben, chi viene?

Cardone:                                 Vedo gente tutta armata;

                                                          Questa certo è la giornata

                                                  Di dovermi moschettar.

                                                          Ta ta ta ta ta ta bu...

                                                          Gioia bella, questo core,

                                                          Perché tu gli dai tormento,

                                                          Io già sento — consumar.

Livietta:                                   Non parlarmi più d'amore,

                                                          Perché non mi dai tormento,

                                                          Né mi sento — consumar.

 

 

PARTE SECONDA

 

SCENA PRIMA

Cortile.

CARDONE: Solo, vestito da pazzo.

 

Cardone:                                 Quanto mi vien da ridere,

                                                           Quando vi penso su.

 

E pur è ver; sono gli umani eventi

Regolati in tal guisa

Che l'uom sagace e accorto

Per comprenderne il filo ha il cervel corto.

Chi l'avrebbe mai detto? Io fingo il pazzo

Per sottrarmi così dalla Giustizia;

E dalle mie pazzie

Spaventato mio zio, sordido avaro,

Se n'è crepato, e mi lasciò il denaro.

Or così facilmente

Pagherò i creditori, e la Giustizia

Render potrò placata,

Quando s'abbia la parte accomodata.

 

Colpo più bello al mondo

Certo giammai non fu.

Quanto mi vien da ridere,

Quando ci penso su.

 

SCENA SECONDA

LIVIETTA e detto.

 

Livietta:                           (Oh stelle! ecco Cardone. Ei per la morte

Del ricchissimo zio, ricco è tornato.

Sarà meco sdegnato; e perché mai

Travestito in tal guisa?

Ei mi muove alle risa.

Tornarlo a lusingar sarà mio impegno,

Se tanto vale un femminile ingegno).

Cardone:                          (Livietta qui? vuò seguitar il pazzo;

Vuò veder che sa dire;

Vuò veder che sa fare;

Della crudel mi voglio vendicare).

Livietta:                           M'è permesso, signor?...

Cardone:                          Donna, t'arresta;

E pria di penetrar in queste soglie,

Dimmi se sei donzella, o se sei moglie.

Livietta:                           Non mi conosce?

Cardone:                                                        No.

Livietta:                                                                   Non son io quella?...

Cardone:                         Sei donzella, o sei moglie?(irato)

Livietta:                                                                         Io son donzella.

Cardone:                         Ti voglio maritar.

Livietta:                                                          Già mi rammento

L'impegno che con lei...

Cardone:                                                    Taci; il tuo sposo

Sai qual esser dovrà?

Livietta:                                                            Se non m'inganno,

Vossignoria sarà...

Cardone:                                                          Sarà un malanno.

Livietta:                           Quest'è troppo rigor.

Cardone:                                                             Orsù, comprendo

Che a femmina gentile

Tutto donar si può. Senti.

Livietta:                                                                        Che brama?

Cardone:                          Sarò tuo cavalier, tu la mia dama.

Mi conosci?

Livietta:                                                Non è...

Cardone:                                                             Ti stimo un mondo

Se il mio nome tu sai.

Livietta:                                                               Non è Cardone?

Cardone:                         È un'altra cosa che finisce in one.

Livietta:                           Come sarebbe a dir?

Cardone:                                                             Mutiam discorso.

La pantera con l'orso,

La tigre col leone,

Livietta con Cardone

Non si ponno veder uniti a un tratto,

Perché bestiacce son contrarie affatto.

Livietta:                           (E pazzo, o tal si finge?)

Cardone:                                                                   Io vuò proporti

Una cosa da fare, e se la fai,

Premio condegno avrai.

Livietta:                                                                     Che far degg'io?

Cardone:                          Vuò che vadi lassù, dove risplende

Cintia, ovvero la luna,

E che mi sappia dir s'abbia gran fondo,

E se nel centro suo v'è un altro mondo.

Livietta:                           (Oh poverina me! ch'egli è impazzito).

Povero mio Cardone, anima mia,

Che vuol dir tal disgrazia? Ah, che ne fui

Fors'io l'empia cagione.

Non mi conosci più? pover Cardone!

Cardone:                          (S'intenerisce).

Livietta:                           (Vuò scoprirne il vero).

Cardone:                          Indi, dopo un tal viaggio,

Vuò che vada nel regno di Plutone,

Proserpina a baciar.

Livietta:                                                              Pover Cardone!

Oh Dio! che tal disgrazia

M'opprime, mi sorprende; io non resisto,

Io mi sento morir.

Certo il meschino

Per amore è impazzito.

Io, donna ingrata,

Io ne fui la cagion.

Di già m'aspetto

Un fulmine dal ciel che mi sprofondi.

Vedo aprirsi la terra.

Più rimedio non v'è. S'egli tornasse...

Ah, che il cervel non torna. Oh me infelice,

Cardone, mio tesoro!

Oh Dio! non posso più; già manco; io moro. (finge svenire)

Cardone:                          Le credo, o non le credo?

M'accosto, o non m'accosto?

Divento molle, o mi mantengo tosto?

Temo non me la ficchi.

È troppo, è troppo scaltra.

È vero da una parte, ma dall'altra

Mi muove a compassione.

Il rimorso, il dolore,

Potria farla morir. Che tentazione!

Ora non occorr'altro. L'ho pensata:

Vuò accostarmi pian piano, e se la vedo

Far un picciolo moto,

Ritorno a far il pazzo, e non le credo.(s'accosta e l'osserva)

 

Non si move,

Non rifiata,

Chiusi ha gli occhi,

Freddo il naso.

Saria pur il brutto caso!

Vuò chiamarla: Livietta...

(Livietta si move)

Sull'erbetta — alla françois...

Ah ah ah ah ah ah ah.

S'è quietata. — Quei tremori

Forse son gli ultimi moti.

Sfortunata! — E già spirata.

Oh mia bella — morticella,

Livietta bella, bella,

Livie... (come sopra)

Sol, fa, mi, do, re.

Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah.

 

Livietta mia, bellissima Livietta,

O sbrigati a morire, o sorgi e vivi.

(Livietta fa de' moti)

Par che patisca anch'io

De' moti convulsivi.

Ah questo è stato certo

L'ultimo suo sospiro.

Se n'è andata.

Non v'è più dubbio: ha fatta la frittata.

Oh povera Livietta! Io ti voleva

Pur il gran ben! Benché mi fosti ingrata,

Io non fui meno amante. Or che la sorte

Mi tornò a favorir, teco averei

Tutti divisi li tesori miei.

(Livietta si move)

Zitto, che non è morta. Avessi almeno

Qualche spirto eccellente

Per farla rinvenir. Sentito ho a dire

Che l'oro il cuor consola:

Vuò farne esperienza. (la tocca con una borsa di denari)

Prendi Livietta, sì, prendi, cuor mio,

Refrigerio dall'oro, e vivi...

Livietta:                                                                        Oh Dio! (rinviene)

Cardone:                          Il prodigio è già fatto.

Livietta:                                                                  Ah dove sono?

Cardone:                          Sei presso al tuo Cardone.

Livietta:                           Io mi credea nel regno di Plutone.

Cardone:                          Che mai fu che ti oppresse?

Livietta:                                                                            Ah fu il dolore

Di vederti... Ma dimmi, hai tu perduto

Veramente il cervello?

Cardone:                                                                Eh no, mia vita,

Fu questa una malizia

Per fuggire il rigor della Giustizia.

Livietta:                           Ma perché finger meco?

Cardone:                                                                    Per provarti

S'eri compassionevole,

E s'era del tuo amor più meritevole.

Livietta:                           Traditor, non lo sai?

Cardone:                          Io so che mi sprezzasti.

Livietta:                                                                   Allor burlai.

Cardone:                          Dunque...

Livietta:                                              Dunque d'avermi

Quasi fatta morir, la penitenza

Ora devi tu far.

Cardone:                                                     Mia vita, imponi,

                                           Tutto farò per te.

Livietta:                                                          Di cento doppie

Fammi il picciolo dono,

E ogni ingiuria passata io ti perdono.

Cardone:                          Cento doppie? Son poche. Io vuò donarti

Più assai della metà

Della mia eredità.

Livietta:                                                          Così mi piaci,

Così bello tu sei, così t'adoro.

Tu sarai la mia pace, il mio tesoro.

 

Oh come sei bello;

Oh come sei caro!

(Ma senza denaro

Non eri così).

Io t'amo sì, sì.

T'adoro costante

(Ma fin che il contante

Durar ti saprà).

(E questa l'usanza

Moderna ed antica.

Chi 'l prova, lo dica.

Oh l'uomo è pur brutto,

Qualora, distrutto,

Denari non ha).

Cardone:                          Dunque sperar io posso

Nell'amor tuo, nella tua fé?

Livietta:                                                                          Sì, caro,

Di me ti puoi fidar.

Cardone:                                                           Ma mi sovviene

Lo strapazzo, l'ingiurie...

Livietta::                                                                    Eh tu non sai,

Che fingendo così teco burlai?

Cardone:                          Ti credo, o non ti credo?

Livietta::                                                                     Oh Dio! crudele,

Vuoi vedermi morir? Già vado...

Cardone:                                                                                  Ah ferma.

Senti, dammi una prova

Del fedele amor tuo.

Livietta:                                                               Son pronta; chiedi.

                                           Che pretendi, mio ben?

Cardone:                                                                   La man di sposa

                                           Dammi, e ti crederò.

Livietta::                                                              Ben volentieri.

Ma tu la contradote

Fammi di diecimila scudi.

Cardone:                                                                       Io sono

Questa somma prontissimo a donarti.

Livietta:                           Egualmente son io pronta a sposarti.

Cardone:                          Dammi dunque la destra.

Livietta:                                                                         Eccola. E poi

Sarai cortese e generosomeco?

Cardone:                          Son tutto tuo.

Livietta:                                                    (Amor fa l'uomo cieco).

Cardone:                                 Oh che sorte, che piacere!

Se farai un bel puttino,

Galantino, — tenerino;

E da quel poi sentirai

Quel caretto oà oà.

Livietta:                                   Mio consorte, oh che godere!

Quando in casa tornerai,

E dal caro fantolino

Piccinino, — galantino,

Cinguettando l'udirai

Chiamar mamma, e dir papà.

Cardone:<                                 Quando poi sarà avanzato,

Fra me stesso ho decretato

Insegnargli un po' a cantare,

Acciò il buffo possa fare

Per diletto, or qua, or là.

Livietta:                                   E se fosse una bambina,

La faremo ballerina,

E saremo sempre in tempo

D'insegnarle a solfeggiare.

Che ti pare?

Cardone:                                                              Canti pure,

Suoni pure, balli pure;

A me tutto piacerà.

a due                                               Si canti, si balli,

                                                        Che il tempo sen va.

                                                        La lara la là. (ballano il minuetto, e con questo)

 

Fine dell'Intermezzo.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 11 dicembre 2004