Carlo Goldoni

Gli Innamorati

Commedia rappresentata per la prima volta in Venezia nell’Autunno dell’Anno 1759

Edizione di riferimento

Tutte le opere di Carlo Goldoni, vol. VII, a cura di Giuseppe Ortolani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1946

ALL’ILLUSTRISS. SIGNOR BARONE

ANTONIO ANCAJANI

NOBILE SPOLETINO

Mi è sempre rimasta impressa nell’animo, Illustriss. Si. gnor Barone, la somma cortesia con cui Ella voleami ospite in casa sua nel mio ritorno da Roma, e avrei approfittato delle grazie sue, se il desiderio di riveder la Toscana non mi avesse preventivamente determinato a prendere il più disastroso cammino. Ho abbracciato con giubbilo gli amici miei di Firenze, ma mi è costato il discapito di non conoscere in Lei un Cavaliere degnissimo di essere conosciuto ed amato. Ho concepita assai più una tal perdita ora ch’Ella si è qui portata, perché la gentilezza sua, e il tratto amabile, e il saggio suo ragionare mi fanno maggiormente pentire di non avere tre anni prima di sì gran bene partecipato. Vorrei risarcirmi, se io lo potessi, ma Ella è qui per un affare piissimo che l’interessa, ed io sono malamente occupato, ma quasi continuamente occupato. So non pertanto, ch’Ella ne’ suoi respiri legge le opere mie volentieri, e va talvolta al Teatro a vederle rappresentare, e parla poi di essi e di me in una maniera che vale a colmarmi di onore e di consolazione. Avvi una spia onorata, che mi riporta i sentimenti di Lei cortesi ed umani. Questi è un amico ch’io stimo ed amo, e so essere da Lei amato e stimato; è questi il Signor Marco Milesi, giovane di bel talento, di cuore aperto e d’illibato costume, ed è quegli appunto, che procurommi da lungi il di Lei patrocinio, e cose di Lei m’ha detto capaci d’innamorare ogni uomo onesto e sincero. No, non tema, Illustrissimo Signor Barone, ch’io voglia ridirle in faccia tutto ciò che di Lei mi ha detto, e quanto io medesimo ho potuto poi rilevare. Non vorrei eccitare la di Lei modestia a rimproverare l’amico, e meritarmi io il di Lei sdegno, in tempo che bramo sempre più assicurarmi del suo benignissimo metto. Questo foglio Le caderè sotto gli occhi, perch’io intendo di pubblicarlo nel secondo Volume della mia novella Edizione, nel presentarle con esso una mia Commedia, raccomandata al nome suo venerabile, per una testimonianza del mio rispetto e del mio umilissimo aggradimento. Egli è certo ch’io desidero di piacerle, e che cercherò di evitare tutto ciò che Le potesse esser discaro, e principalmente le lodi, di cui so Ella essere saggiamente nemico. Ma Ella da troppa gente avrebbe a guardarsi, se tutti coloro temer volesse che la conoscono, ed anelano a pubblicare le sue lodi. Non può certamente sdegnare, che dicasi della di Lei casa principalmente quel che le storie ne dicono, sendo l’illustre di Lei Famiglia una delle quattro principali dell’Umbria, decorata mai sempre dai primi onori Ecclesiastici e secolari con Porpore Cardinalizie, con varie Croci, fra quali l’insigne luminosa di Malta, che maggiormente splende nel Signor Commendatore di Lei Fratello. Nell’armi e nelle lettere parimenti si è sempre segnalata la sua Famiglia, e ciò si sa comunemente de’ suoi Maggiori, e s’Ella volesse dare ad intendere di non avere in sé i medesimi fregi, non gli riuscirebbe di farlo, giacché pubblico si rende il di Lei talento e il di Lei sapere col libro utile che ha sotto il torchio, risguardante il Commercio attivo e passino della Città di Spoleto. Cosa bensì potrà parere maravigliosa, che un Cavaliere di sangue illustre, ricco di beni di fortuna, e non bisognevole di commerciare, impieghi il suo tempo e le sue attenzioni in cosa utile non per sé stesso, ma per la Patria. Ciò spiega il vero carattere del buon Cittadino, e dà sempre più a conoscere, che la Mercatura non è messe indegna de’ Cavalieri, e che tutti deonsi onoratamente impiegare al pubblico bene, a contribuire alla pubblica felicità. Fin qui non può Ella rimproverarmi di aver detto cosa che potesse nascondersi, sendo il Pubblico di tutto ciò prevenuto. Molto più dir potrei delle di Lei particolari Virtù, ma qui incontrerei lo scoglio della modestia, che sta nel di Lei cuore come regina al governo della bontà, della gentilezza, della pietà, della cortesia. Passerò oltre adunque, senza qui trattenermi, e Le chiederò permissione di seco Lei consolarmi del felicissimo matrimonio da tre anni contratto fra l’unico gentilissimo di Lei Nipote e la Nobilissima egregia Dama de’ Lanieri di Perugia, Famiglia anch’essa delle quattro suddette più rinomate dell’Umbria. Grande so essere stato il di Lei contento per una sì preziosa unione; accresciuto si è il di Lei giubbilo per la Bambina che ne ha prodotta, e mi aspetto vedere compita la sua allegrezza con prole maschile, ch’io lor desidero di vero cuore, e che la Provvidenza ad una sì pia e sì religiosa Famiglia non può mancar di concedere. Porgono voti all’Altissimo per ogni di Lei serena felicità fra gli altri Popoli dell’antichissima e valorosa di Lei Città, i poveri di quell’Ospitale, al di cui bene Ella presiede ed invigila con tanto esimia e singolare carità, con tanto incomodo della persona e sagrifizio de’ propri danari, e queste voci sono a Dio più vicine, e queste opere sono a Dio le più care. Ella per altro, Illustrissimo Signor Barone, che sa conoscere la vera pietà, separata dal rigoroso abbandono di tutti gli onesti piaceri di nostra vita, non ricusa di trattenersi talvolta piacevolmente, e so, come dissi a principio, che non isdegna di leggere le mie Commedie, ed ecco perché indotto mi sono a dedicargliene una umilmente, supplicandola di volerla ricevere come un tributo alla cortesia con cui mi soffre e mi onora, ed ossequiosamente mi dico

Di V. S. Illustrissima

Umiliss. Devotiss. e Obbligatiss. Serv.

Carlo Goldoni

L’AUTORE A CHI LEGGE

Poche sono quelle Commedie, nelle quali non entrino innamorati, e in quasi tutte l’onesto amore è il principale movente della Comica azione. Questa Commedia, adunque, che ha per titolo gl’Innamorati, dee rappresentar un amore più violento di tutti gli altri. Due persone che si amano fedelmente, perfettamente, dovrebbero esser felici, tanto più ch’io non figuro ostacoli che attraversino le loro brame, ma la pazza gelosia, che nella nostra Italia principalmente è il flagello de’ cuori amanti, intorbida il bel sereno, e fa nascer e le tempeste anche in mezzo alla calma. Per maggiormente spiegare il carattere de’ veri amanti, affascinati dalla passione, convien che sien leggieri, fantastici e quasi irragionevoli i motivi de’ gelosi sospetti, e ciò per rendere vieppiù ridicola una debolezza che inquieta il Mondo, e arriva a far impazzire chi a tempo non sa guardarsene, o moderarla. Darsi de’ pugni pel capo, stracciarsi le vesti, minacciare la propria vita sono galanterie di questo gentile amore. Non è da romanzo il coltello, con cui si vuol ferire l’amante invasato da quest’amore. Ne ho veduti degli esempi cogli occhi miei, e se non mi vergognassi, direi da chi li ho veduti. Povera gioventù sconsigliata! Volersi tormentar per amore! Voler che il balsamo si converta in veleno! Pazzie, pazzie. Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’io vi presento; ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi.

PERSONAGGI

Fabrizio, vecchio, cittadino

Eugenia , nipote di Fabrizio

Flamminia , nipote di Fabrizio, vedova

Fulgenzio , cittadino, amante di Eugenia

Clorinda , cognata di Fulgenzio

Roberto , gentiluomo

Ridolfo , amico di Fabrizio

Lisetta , cameriera in casa di Fabrizio

Succianespole , vecchio servitore di Fabrizio

Tognino , servitore di Fulgenzio

La scena si rappresenta in una stanza comune,in casa di Fabrizio, in Milano.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Flamminia e Eugenia

Eugenia: Che cosa avete, signora sorella, che mi guardate così di mal occhio?

Flamminia: Eugenia mia, compatitemi; mi fate tanto venir la bile che oramai non vi posso più guardar con amore.

Eugenia: Bella davvero! E che cosa vi ho fatto che non mi potete vedere?

Flamminia: Non posso sofferir quella maniera aspra, litigiosa, indiscreta, con cui solete trattare il signor Fulgenzio. Egli è innamorato di voi perdutamente; si vede, si conosce che spasima, che vi adora, e voi non cercate che d’inquietarlo, e corrispondergli con mala grazia.

Eugenia: In verità mi fareste ridere; avete tanta compassione per il signor Fulgenzio?

Flamminia: Ho per lui quella carità ch’egli merita e che voi dovreste usargli per giustizia e per gratitudine. È un uomo civile, è un uomo ricco, è di buonissimo core. Considerate che voi avete pochissima dote; che nostro zio, a forza di spendere in corbellerie ha precipitata la casa; che io mi sono maritata come il cielo ha voluto e che ho penato tre anni in povertà col marito e quando è morto ho avuto scarsa occasione di piangere. Così e peggio potrebbe capitare di voi che non siete nel migliore stato del mio. Il signor Fulgenzio che vi ama tanto e che ha detto di volervi sposare, è l’unico, forse, che possa fare la vostra fortuna: ma voi, sorella cara, lo perderete, lo perderete senz’altro; e ci scommetto che ieri sera si è più del solito disgustato, e starete un pezzo a vederlo!

Eugenia: Ed io scommetto che non passano due ore che Fulgenzio è qui, e mi prega, e se voglio mi domanda ancora perdono.

Flamminia: Voi l’avete ingiuriato ed egli vi chiederà il perdono?

Eugenia: Eh! non sarebbe la prima volta.

Flamminia: Vi fidate troppo della sua bontà.

Eugenia: E anch’egli si può compromettere dell’amor mio.

Flamminia: L’amate, dunque, e lo trattate sì male?

Eugenia: E che cosa finalmente gli ho fatto?

Flamminia: Niente! In tutto il tempo che viene qui, è mai passato un giorno o una sera senza che voi l’abbiate fatto inquietare?

Eugenia: Son sempre io quella che lo fa inquietare? Parmi ch’egli sia sofistico e puntiglioso assai più di me.

Flamminia: Non è vero.

Eugenia: Oh, voi sapete bene quello che vi dite.

Flamminia: Specialmente poi lo tormentate sempre sul proposito di sua cognata.

Eugenia: Sua cognata io non la posso vedere.

Flamminia: Ma cosa vi ha fatto quella povera donna?

Eugenia: Non m’ha fatto niente, ma io non la posso vedere.

Flamminia: Quest’odio è cattivo, sorella cara. Il cielo vi castigherà.

Eugenia: Io non le porto odio, ma non la posso vedere.

Flamminia: Eppure ella vi ha fatto delle finezze.

Eugenia: Si tenga le sue finezze; meno che io la vedo, sto meglio.

Flamminia: Che cosa vi siete cacciata in testa? Che Fulgenzio sia impazzito per la cognata? Sapete pure ch’egli la serve e l’assiste perchè gli fu raccomandata da suo fratello!

Eugenia: Sì, va bene, ma che bisogno c’è ch’egli vada a spasso con lei e pianti me qui sola come una bestia?

Flamminia: Orsù, sorella, io vi consiglio, per vostro meglio, abbandonare ogni cattivo pensiero e di questa donna vi prego a non ne parlare.

Eugenia: Oh sì, vi prometto di non parlarne mai più.

Flamminia: Se lo farete, farete bene. (dopo una pausa) Ma torno a dire, io dubito che il signor Fulgenzio, per oggi almeno, non si lasci vedere.

Eugenia: Possibile? Non è mai stato un giorno senza venire.

Flamminia: Se non fosse in collera, a quest’ora sarebbe venuto.

Eugenia: Anzi, l’aveva detto di venire questa mattina.

Flamminia: Oh, non viene assolutamente.

Eugenia: Quasi quasi gli manderei a dir qualche cosa.

Flamminia: Vi dispiace, eh, che non venga?

Eugenia: Sicuro che me ne dispiace. Gli voglio bene davvero!

Flamminia: E sempre lo disgustate.

Eugenia: Ho questo temperamento. Per altro lui lo sa che io gli voglio bene.

Flamminia: Un poco più d’umiltà, sorella.

Eugenia: E voi che tenete sempre da lui.

Flamminia: Io tengo dalla ragione! (guai se non facessi così, è una vipera!).(da sè)

Eugenia: Chi viene?

Flamminia: È il servitore del signore Fulgenzio.

Eugenia: Non ve l’ho detto? Quanto credete che sia lontano il padrone?

Flamminia: Aspettate prima. Chi sa che non mandi qualche ambasciata che vi dispiaccia.

Eugenia: Ha della roba il servitore.

Flamminia: Povero galant’uomo! è di bonissimo core.

SCENA SECONDA

Tognino e dette

Tognino: Servo di lor signore.

Eugenia: Addio, Tognino. Che fa il padrone?

Tognino: Sta bene. La riverisce e le manda questo biglietto.

Flamminia: E qui che ci avete?

Tognino: Un po’ di frutta.

Flamminia: Poverino!

Eugenia: Sentite come mi scrive!(a Flamminia)

Flamminia: È sdegnato?

Eugenia: Vorrebbe far lo sdegnato, ma non lo sa fare. Sentite come principia: Crudelaccia!

Flamminia: Via, via, è parola d’amore.

Eugenia: Mi prendo la libertà di mandarvi due frutta perchè possiate raddolcirvi la bocca che avete per solito amareggiata di fele.

Flamminia: È amore, è amore!

Eugenia: Sarei venuto in persona se non avessi temuto accrescere i vostri sdegni.

Flamminia: Sentite? (ad Eugenia)

Eugenia: Ma ci verrà! (a Flamminia) Vi amo teneramente e appunto per questo, stando da voi lontano intendo unicamente di compiacervi.

Flamminia: Sentite?(con più forza)

Eugenia: Ma ci verrà! Bramerei due righe di vostra mano per assicurarmi se vi è rimasta nel cuore qualche scintilla d’amore per me.

Flamminia: Via, rispondetegli, e usategli un poco di carità.

Eugenia: Siete molto compassionevole.

Flamminia: Oh. io non posso vedere a penare nessuno.

Eugenia: Con questi uomini non bisogna esser poi tanto corrive, e non è sempre ben fatto far loro conoscere che si amano tanto.

Flamminia: Io non l’ho mai usata questa politica e non la saprei usare.

Eugenia: Scrivetegli voi per me.

Flamminia: Volete che lo faccia davvero?

Eugenia: Sì, fatelo che mi farete piacere. Io ci metto assai tempo a scrivere; voi scrivete meglio, e più presto.

Flamminia: Avvertite ch’io voglio scrivere a modo mio.

Eugenia: Sì, scrivete come vi pare.

Flamminia: Voglio scrivere per placarlo e non per irritarlo di più.

Eugenia: Credete che io abbia piacere a disgustarlo? Signora no. Fate anzi una bella lettera che lo consoli il mio caro coruccio bello.

Flamminia: In nome vostro.

Eugenia: In nome mio: ci s’intende.

Flamminia: Aspettate, quel giovane, che or ora vengo con la risposta. (a Tognino)

Tognino: Dove vuole ch’io posi questo canestro?

Flamminia: Date qui, date qui. Guardate, Eugenia, che belle frutta! Sa che vi piacciono e  ve le manda. Invece di star sulle sue vi manda le frutta! Un uomo, come questo, non lo trovate più. Io so che se avessi un amante simile, lo vorrei propriamente adorare. (parte coi frutti)

SCENA TERZA

Eugenia e Tognino

Eugenia: A che ora è venuto a casa, iersera, il vostro padrone?

Tognino: È venuto prima del solito, non erano ancor suonate le due.

Eugenia: Che ha detto sua cognata quando l’ha veduto venir sì presto?

Tognino: Ha mostrato di aver piacere.

Eugenia: Aveva compagnia la signora Clorinda?

Tognino: Oh, da lei non ci vien mai nessuno; ella è di natural melanconico. Suo marito è anche qualche poco geloso: è andato a Genova per affari, l’ha raccomandata al fratello ed ella non tratta con nessun altro.

Eugenia: Le fa buona compagnia il signor Fulgenzio?

Tognino: Quando è in casa procura di divertirla.

Eugenia: E la diverte bene? (con un poco di sdegno)

Tognino: (Se parlo, non vorrei far male). (da sè) La diverte, m’intendo, così: mangiano insieme.

Eugenia: Ridono, a tavola?

Tognino: Qualche volta.

Eugenia: È grazioso veramente, il vostro padrone... mi ha detto che gioca, qualche volta, con sua cognata: è egli vero?

Tognino: Sì signora, giocano, qualche volta.

Eugenia: E vanno a spasso la sera.

Tognino: Io non lo so, veramente.

Eugenia: Perchè me lo volete negare? Persone mi hanno detto per certo che li han veduti a spasso anche ier sera.

Tognino: Può essere.

Eugenia: Mi fareste venir la rabbia, Può essere? dite che è di sicuro.

Tognino: Lo sa di certo?

Eugenia: Fate conto ch’io l’abbia veduto.

Tognino: Bene. Quando lo sa, perchè me lo domanda?

Eugenia: (Come ci casca bene il baggiano!) (da sè) E a che ora son tornati a casa?

Tognino: A tre ore in circa.

Eugenia: Hanno cenato subito?

Tognino: Subito.

Eugenia: E poi avranno giocato una partitina.

Tognino: Hanno giocato una partitina.

Eugenia: (Venga da me che sta fresco). (da sè)

SCENA QUARTA

Flamminia e detti.

Flamminia: Ecco qui la lettera bell’e fatta. La volete sentire?

Eugenia: Date qui, non preme.

Flamminia: Signora no, ve la voglio far sentire. "Mio bene...

Eugenia: Ma bene! (con caricatura)

Flamminia: Cosa vorreste significare?

Eugenia: Niente, dico che dite bene.

Flamminia: Sentite: Mi hanno tanto consolato le vostre righe, che non ho termini sufficienti per ispiegarvi il giubbilo del mio cuore.

Eugenia: Eh, che giubbilo? (con ironia)

Flamminia: No, forse?

Eugenia: Sì! (con ironia caricata)

Flamminia: Siete pure sguaiata Mi pare un secolo che non vi vedo, caro il mio bene

Eugenia: Ma bene.

Flamminia: Io non vi capisco.

Eugenia: Mi capisco da me.

Flamminia: (Pazza). Venite a consolare la vostra cara gioietta.

Eugenia: Con quella bella grazietta! (con ironia)

Flamminia: Che modo è questo?

Eugenia: Ci fò la rima.

Flamminia: Mi fareste dir delle brutte rime! Finiamola! Vedrete ch’io non son la crudelaccia, ma la vostra fedele, sincera amante. Eugenia Pandolfi. Vi pare che non abbia scritto a dovere?

Eugenia: Ottimamente. Date qui che la voglio sigillar io.

Flamminia: Eh, la so sigillar da me.

Eugenia: La voglio consegnare io a Tognino acciò possa dir che l’ha ricevuta da me.

Flamminia: Fin qui non avete torto... eccola. (dà la lettera ad Eugenia).

Eugenia: Venite qui, Tognino.

Tognino: Eccomi.

Eugenia: Dite al vostro padrone che mia sorella Flamminia in nome mio gli ha scritto una bella lettera, e che io medesima, con le mie mani l’ho lacerata.(straccia la lettera)

Flamminia: Che? Siete impazzita davvero?Mi fate di queste scene?

Eugenia: E ditegli che venga da me, che gli darò la risposta in voce. (a Tognino).

Tognino: Come comanda.

Flamminia: Non glielo dite che ha stracciata la lettera.

Eugenia: Anzi, glielo deve dire! Tognino, se glielo dite vi do un testone di mancia.

Tognino: Sarà per sua grazia, non mancherò di servirla.

Flamminia: Dico che non gli dite nulla! (a Tognino)

Tognino: Perdoni, la sua signora sorella ha delle maniere obbliganti...un testone vale, in Milano, quarantacinque soldi di buona moneta. (parte)

SCENA QUINTA

Flamminia ed Eugenia

Flamminia: E perchè avete fatto questa baggianata?

Eugenia: L’avete mai letto il libro del Perchè? Leggetelo e lo saprete.

Flamminia: Sguaiaterie, vi dico; e ne son stucca, e ristucca.

Eugenia: Gran premura aveva ieri sera il signor Fulgenzio di andare a casa!

Flamminia: È andato via per la rabbia.

Eugenia: Eh, pensate...è andato via perchè aveva un impegno.

Flamminia: E con chi?

Eugenia: Col diavolo, che se lo porti.

Flamminia: Sorella, voi vi volete precipitare.

Eugenia: Quando si tratta di quelle maledette bugie, non le posso soffrire.

Flamminia: Vi ha detto qualche cosa il servitore?

Eugenia: Niente.

Flamminia: Non istate a credere sì facilmente...

Eugenia: O già, io non credo a nessuno.

Flamminia: A Fulgenzio potete credere.

Eugenia: Peggio.

Flamminia: E a me?

Eugenia: Peggio.

Flamminia: Già, chi non dice a modo vostro ha il torto, presso di voi. Ecco qui nostro zio.

Eugenia: Chi diavolo c’è con lui?

Flamminia: Un forastiere, mi pare.

Eugenia: Ha sempre seco delle seccature.

Flamminia: Sì, chi sentirà lui sarà qualche gran personaggio. Sarà di costa di re. Egli magnifica tutte le cose e si fa burlare da tutti.

SCENA SESTA

Fabrizio, Roberto e dette.

Fabrizio: Signore nipoti, ecco qui un cavaliere che vi vuol conoscere e favorire, il conte d’Otricoli, una delle prime famiglie d’Italia, di una ricchezza immensa.

Roberto: Mi fa troppo onore il signor Fabrizio; io non merito nessuno di questi elogi.

Fabrizio: Eh, non serve dire e non dire: questi è il primo cavalier del mondo. In materia di cavalleria non c’è altrettanto in tutta l’Europa; fate il vostro dovere col signor Conte.(alle donne, con qualche risetto)

Flamminia: Signore, attribuisco a mia singolar fortuna l’onor di conoscere un cavaliere di tanta stima.(a Roberto)

Roberto: Posso il consolarmi...

Fabrizio: Vede signor Conte? Questa è Flamminia, mia nipote. è vedova, ma ha avuto per marito il primo mercante di Milano.

Flamminia: (È morto miserabile, il povero disgraziato).(da sè)

Fabrizio: È una donna che per una casa non si dà la compagna. Non c’è in tutta Milano, non c’è in tutta Italia una donna come Flamminia.

Roberto: Mi rallegro infinitamente con la signora.

Flamminia: Mio zio si diverte, non ho questi meriti.

Fabrizio: Via, signora Eugenia, ditegli qualche cosa; fate conoscere il vostro spirito la vostra vivacità. Non c’è, veda, non c’è in tutto il mondo una giovane come lei. Balla in un modo che i primi ballerini sono rimasti storditi. Canta poi di un gusto, che chi la sente more. Parla che non c’è stata mai, da che mondo è mondo, una parlatrice compagna.

Roberto: È ammirabile la signora, per la virtù e per il merito della bellezza.

Eugenia: Vi prego non secondare mio zio nel piacer di mortificarmi.

Roberto: È ancora zittella la signora Eugenia? (a Fabrizio)

Fabrizio: Sì signora. M’è stata richiesta dalla prima nobiltà di Milano ma io non l’ho voluta dare a nessuno. Ho delle idee grandiose sopra di lei.

Roberto: In fatti ella merita una fortuna corrispondente alle sue rare prerogative.

Fabrizio: Al giorno d’oggi c’è poco da compromettersi, ci sono più debiti che ricchezze. Dei Conti d’Otricoli non ve n’è che uno solo al mondo.

Roberto: Io vaglio molto meno degli altri; le mie fortune sono assai limitate. Quelle di che mi pregio si è la sincerità e l’onore.

Fabrizio: Nipoti mie, questo è l’esempio dei cavalieri onorati, è il libro aperto che insegna agli uomini la sincerità.

Flamminia: Lo conoscerete da un pezzo, questo signore. (a Fabrizio)

Fabrizio: Quest’è la prima volta che ho l’onor di vederlo.

Flamminia: (E pare sieno trent’anni che lo conosce!) (da sè)

Fabrizio: È stato diretto a me da un amico mio di Bologna, che è il fior de’ galantuomini, ed il più bravo pittore che sia stato al mondo, dopo Zeusi e Apelle. Signor Conte, ella si diletterà di pitture.

Roberto: Certamente, me ne diletto assaissimo.

Fabrizio: Eh, gli uomini grandi, gli uomini dal talento sublime come quello del signor Conte, non possono non intendersi di ogni cosa. Vedrà nella mia miserabile casa, nel povero mio tugurio, nella mia capannuccia, dei tesori, in materia di quadri delle cose stupende, cose che non le ha il Re di Francia. Originali dei primi maestri dell’arte. Signore nipoti, conducete questo cavaliere a vedere la mia miserabile galleria. Fategli vedere quel quadri maraviglioso, quell’opera insigne del pittor de’ pittori. Vedrà, signor cavaliere, un quadro spaventosissimo del Tiziani di cui mi hanno offerto due mila doppie ed io l’ho avuto per cento zecchini! Che dice, eh? Per cento zecchini un quadro che vale due mila doppie. Cosa vuol dire intendersi delle cose! Oh io poi per conoscerla non la cedo ai primi conoscitori del mondo.

Eugenia: (Poveri danari gettati! Ha tutte copie e gliele fanno pagare per originali!). (da sè)

Roberto: Si vede che siete assai di buon gusto... avrò occasion d’ammirare.

Fabrizio: Eh. picciole cose. Compatirà la miseria. Ehi, fategli vedere quei quattro pezzi stupendi del Wandich, quelle due cene singolarissime insigni del Veronese, quella meraviglia del Guercino, quell’aurora inimitabile di Michel’Angelo Buonarotti, quella notte inestimabile del Correggio. Tesori, signor Conte, tesori.

Roberto: Voi a quel che sento avete una galleria da monarca.

Fabrizio: Picciole cosarelle da pover’uomo. Si serva, favorisca di andare con le mie nipoti.

Flamminia: Ma noi non ce n’intendiamo di quadri e non sapremmo distinguere come voi...(a Fabrizio)

Fabrizio: Che serve? Se non ve n’intendete voi se ne intende il signor Cavaliere. Ho un affare, per ora, che mi trattiene. Servitelo intanto, che poi verrò io pure e gli farò vedere di quelle cose che non avrà mai vedute.

Roberto: Mi sarà carissima la vostra compagnia (ma più quella delle sue nipoti).(da )

Flamminia: (Anderò io, sorella, non c’è bisogno che voi ci venghiate!) (ad Eugenia)

Eugenia: (Anzi io ci voglio venire.) (a Flamminia)

Flamminia: (E se arriva il signor Fulgenzio?) (ad Eugenia)

Eugenia: (Che importa a me ch’ei mi trovi col forastiere!) (Oh questa è bella! Va egli a spasso con sua cognata? Voglio ancor io trattar con chi m’aggrada!) (da sè e parte)

Flamminia: (Gran testa originale è costei!) (da sè e parte)

Fabrizio: Vada, signor Cavaliere, s’accomodi.

Roberto: Mi prevalerò delle vostre grazie. (in atto di partire)

Fabrizio: Eh favorisca.

Roberto: Che mi comandate?

Fabrizio: Oggi avrà la bontà di restare a mangiare una cattiva zuppa con noi.

Roberto: Oh questo poi...

Fabrizio: Oh, non c’è risposta.

Roberto: No certo.

Fabrizio: Per sicurissimo.

Roberto: Ne parleremo.

Fabrizio: Mi dà parola?

Roberto: Contentatevi...

Fabrizio: Mi dà parola?

Roberto: Non so che dire.

Fabrizio: Compatirà la miseria, ma sentirà un paio di piatti, che i simili non li avrà la tavola dell’Imperadore, e saranno fatti dalle mie mani.

Roberto: Non posso ricusar le vostre grazie. (Egli ingrandisce tutte le cose, ma non credo si dia un pazzo più grande di lui). (da sè e parte)

SCENA SETTIMA

Fabrizio e Succianespole

Fabrizio: Sono in impegno di farmi onore. Voglio che tutti possan dir bene di me. Se vado anch’io per il mondo mi verranno incontro con le carrozze, coi tiri a sei, con le trombette. Mi dispiace che non ci ho altri che un servitore solo, vecchio e stordito. Ma farò io. I buoni piatti li farò io. Ehi, Succianespole.

Succianespole: Signore.

Fabrizio: Come stiamo in cucina?

Succianespole: Bene.

Fabrizio: È acceso il foco?

Succianespole: Gnor no.

Fabrizio: Perchè non è acceso il foco?

Succianespole: Perchè non c’è legna.

Fabrizio: Non mi star a far lo scimunito che oggi ho da dar da pranzo a un’Eccellenza.

Succianespole: Ci ho gusto.

Fabrizio: Succianespole, che cosa daremo oggi da pranzo a sua Eccellenza? (ridente con confidenza)

Succianespole: Tutto quello che vorrà Vostra Eccellenza.

Fabrizio: Qualche volta mi faresti arrabbiare con questa tua flemmaccia maledetta.

Succianespole: Io son lesto.

Fabrizio: Lo sai fare il pasticcio di maccheroni?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Un fricandò alla francese?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Una zuppa con le erbucce?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Con le polpettine?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: E coi fegatelli arrostiti?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Hai denari per ispendere?

Succianespole: Gnor no.

Fabrizio: T’ho pur dato uno zecchino!

Succianespole: Quanto giorni sono?

Fabrizio: L’hai speso?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Eh, il tuo salario, che ti ho dato, l’hai speso?

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: E non hai più un quattrino?

Succianespole: Gnor no.

Fabrizio: Maledetto sia il gnor sì e il gnor no! Si sente altro da te che gnor sì e gnor no?

Succianespole: Insegnatemi che cosa ho da dire.

Fabrizio: Bisogna pensare a trovar denari.

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Quante posate ci sono?

Succianespole: Sei, mi pare.

Fabrizio: Sì, erano dodici. Sei le ho impegnate, restano sei. Siamo in quattro, impegnamone due.

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: Và al monte e spicciati.

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: E non mi far aspettare due ore.

Succianespole: Gnor no.

Fabrizio: Andremo a spendere quando torni.

Succianespole: Gnor sì.

Fabrizio: C’è vino?

Succianespole: Gnor no.

Fabrizio: C’è pane?

Succianespole: Gnor no.

Fabrizio: Che tu sia maledetto. Gnor sì, che tu sia bastonato!

Succianespole: Gnor no. (parte con una riverenza, poi torna)

Fabrizio: Io non so come vada. In casa mia non vi è mai il bisogno e ormai ho dato fine a tutto. Ma non importa. Io ho da avere delle fortunaccie. I gran soggettoni ch’io tratto, i principi, i cavalieri ch’io servo mi faran cavalcare con le staffe d’oro. Semino per raccogliere e il grano della mia testa m’ha da rendere il cento per uno. Che si impegni e che si spenda: e poi?... in carrozza, in carrozza.

Succianespole: In carretta. (spuntando dalla scena, e subito parte)

Fabrizio: Il diavolo che ti porti. (gli corre dietro e parte)

SCENA OTTAVA

Lisetta e Ridolfo

Lisetta: Che mi comanda il signor Ridolfo?

Ridolfo: Ho necessità di parlar con una delle vostre padrone.

Lisetta: Dica pure a quale di esse ho da far l’ambasciata.

Ridolfo: Veramente l’affare appartiene alla signora Eugenia, ma io parlerei più volentieri alla signora Flamminia.

Lisetta: Perdoni la curiosità. So che V.S. è amico molto del signor Fulgenzio: ci sarebbe forse qualche novità tra lui e la padroncina?

Ridolfo: Per l’appunto vi è una novità non indifferente.

Lisetta: (La prima l’ho indovinata; vo’ un po’ veder se indovino ancor la seconda).Viene forse per trattare il come e il quando per concludere queste nozze?

Ridolfo: Tutto al contrario. Vi dirò quel ch’io son per fare perchè Fulgenzio m’ha detto di dirlo pubblicamente. L’amico, per mezzo mio, si licenzia dalla signora Eugenia. Desidera farlo con civiltà, ma qui non lo vedrete mai più. (Se costei glielo dicesse prima di me, mi farebbe piacere) (da sè)

Lisetta: Ma perchè una risoluzione di questa natura?

Ridolfo: Questo poi non l’abbiamo a cercar nè voi nè io; Fulgenzio e la signora Eugenia sapranno eglino la cagione.

Lisetta: Oh, è facile indovinare il perchè. Avranno gridato insieme.

Ridolfo: Può essere.

Lisetta: E se hanno gridato faranno la pace.

Ridolfo: Mi par difficile.

Lisetta: L’hanno fatta tante altre volte!

Ridolfo: Questa volta l’amico è risolutissimo. Per quanto gli abbia io suggerito di pensarvi, di star a vedere, di non precipitare una risoluzione di questa natura ha battuto sodo, mi ha risposto come un cane arrabbiato e fino con le lagrime agli occhi mi ha pregato per carità ch’io venissi a disimpegnarlo.

Lisetta: Non ci credo e non ci crederò mai. Ne ho vedute tante di queste scene, che non ci credo.

Ridolfo: Orsù, in ogni modo io mi vo’ disimpegnar dalla mia commissione: parlar con una di esse, spiegar l’intenzione dell’amico Fulgenzio, e nasca quel che sa nascere, io non vò strolicar d’avvantaggio.

Lisetta: Se voi parlate di ciò alla signora Eugenia, la fate cascar morta: almeno usatele carità. Non le date il colpo tutto ad un tratto.

Ridolfo: Credetemi, io lo faccio mal volentieri. Ho pregato l’amico di dispensarmi: gli ho anche detto all’amico che mi lagnerei se, dopo di aver fatto io questo passo, lo riconoscessi pentito. Tant’è, è costantissimo, vuol ch’io lo faccia. Chiamatemi la signora Flamminia.

Lisetta: È di là ora con un forastiere che per ordine di suo zio gli fà veder certi quadri.

Ridolfo: E la signora Eugenia dov’è?

Lisetta: Ella pure si è messa della partita. Oh, aspettate! Che il signor Fulgenzio abbia saputo del forastiere e che si sia sdegnato per questo?

Ridolfo: Oibò, mi ha detto di certa lettera, ma non l’ho capito. Orsù, fatemi un poco parlare o coll’una o coll’altra.

Lisetta: Povera padrona. Andrò, signore...Oh! chi è qui?

Ridolfo: Per bacco! È qui Fulgenzio.

Lisetta: Non ve l’ho detto?

Ridolfo: Verrà a cercar di me.

Lisetta: Eh sì, verrà a cercar di voi!

SCENA NONA

Fulgenzio e detti.

Fulgenzio: (Una parola). (a Ridolfo, chiamandolo in disparte con ansietà)

Ridolfo: (Non l’ho ancora potuta vedere). (piano a Fulgenzio)

Fulgenzio: (Non le avete parlato?)

Ridolfo: (No, vi dico).

Fulgenzio: (Non sa niente la signora Eugenia di quello che vi avevo raccomandato?)

Ridolfo: Ma se non ho veduto nè lei nè la sorella.

Fulgenzio: (Lisetta è informata di nulla?)

Ridolfo: (Sì, qualche cosa le ho detto).

Fulgenzio: Caro amico, compatitemi per carità. Dopo che da me partiste mi sono sentito gelar il sangue. Sarei caduto per terra se il sevitore non mi sosteneva. Ah, quell’indegno del servitore è la causa di tutto. La povera Eugenia è gelosa, e l’eccesso della sua gelosia è partorito da un eccesso di amore. Buon per me che non le avete parlato. Lisetta, per l’amor del cielo, non dite niente alla vostra padrona. Tenete queste poche monete, godetele per amor mio, e voi, Ridolfo amatissimo, perdonate le mie debolezze, e ricevete le mie suse in questo tenero sincero abbraccio.

Lisetta: (Mi pareva impossibile che non avesse ad esser così). (da sè)

Ridolfo: Amico, vi compatisco ma non mi mettete più in tali impegni.

Fulgenzio: Avete ragione. Ringraziamo il cielo che è andata bene. Lisetta, dovè la signora Eugenia?

Lisetta: È di là che si veste (Non gli dico niente del forastiere). (da sè)

Fulgenzio: Se volesse favorir di venire...

Lisetta: Glielo dirò, signore. (in atto di partire)

Fulgenzio: Ehi; è in collera?

Lisetta: Non mi pare.

Fulgenzio: Via, chiamatela.

Lisetta: (Oh, questi si amano daddovero!) (da sè e parte)

SCENA DECIMA

Fulgenzio e Ridolfo

Ridolfo: Amico, a rivederci.

Fulgenzio: Andate via?

Ridolfo: Volete ch’io resti?

Fulgenzio: No, no, se vi preme, andate pure.

Ridolfo: Sì, vado. Conosco benissimo che il restar solo non vi dispiace. Vi compatisco, ma permettetemi che qualche cosa vi dica, per amicizia. Se conoscete che la persona che amate meriti l’amor vostro, disponete l’animo a sofferir qualche cosa. Tutti in questo mondo ci dobbiamo compatire l’un l’altro, e specialmente la donna merita di essere un poco più compatita. Se poi vi sembra aver giusto motivo di dolervi di lei, pensateci prima di risolvere, ma quando avete pensato, ma quando avete risolto, non fate che la ragion v’abbandoni, e che l’affetto vi acciechi, vi trasporti, e vi avvilisca a tal segno.(parte)

SCENA UNDICESIMA

Fulgenzio, poi Eugenia.

Fulgenzio: Dice bene l’amico, dice benissimo. Dalle donne qualche cosa convien soffrire; quando si sa specialmente che una donna vuol bene, non serve il sofisticare, non conviene pesare le parole con la bilancia dell’oro, e guardare i moscherini col microscopio per ingrandirli. Son troppo caldo, lo conosco da me; ma in avvenire voglio assolutamente correggermi, vo’ moderarmi. Già so che mi vuol bene. Se vuol dire, lasciarla dire. Eccola. Voglia il cielo ch’ella sia di buon umore. Mi pare ilare in volto. Ma qualche volta sa fingere. Non vorrei che dissimulasse. Orsù, non principiamo a sofisticare.

Eugenia: Serva umilissima, signor Fulgenzio.(affettando allegria)

Fulgenzio: Quest’umilissima si poteva lasciar nella penna.

Eugenia: Mi scappò, non volendo. La riverisco. Che fa? Sta bene?

Fulgenzio: Eh! Sto bene io. Ed ella come sta? (intorbidandosi un poco)

Eugenia: Benissimo. Ottimamente.

Fulgenzio: Me ne consolo. È molto allegra questa mattina.

Eugenia: Quando sono in grazia sua sono sempre allegrissima.

Fulgenzio: (C’è del torbido: non mi vorrei inquietare, ma ho paura non potermi tenere). (da sè)

Eugenia: Che dice ella di queste belle giornate?

Fulgenzio: Con questo ella, con questo ella mi ha un pochino sturbato, signora mia.

Eugenia: Questa mattina sono stata in complimenti, e mi è restato il lei fra le labbra.

Fulgenzio: In complimenti con chi?

Eugenia: Con certe amiche che son venute a favorirmi. Anzi mi hanno detto, che vogliono venir questa sera, per condurmi a spasso con loro.

Fulgenzio: E che cosa avete risposto?

Eugenia: Che ci anderò volentieri.

Fulgenzio: Senza di me?

Eugenia: Sicuro.

Fulgenzio: Mi piace. S’accomodi.

Eugenia: Oh bella! Mi avete mai condotta una sera a spasso?

Fulgenzio: Non vi ho condotta, perchè non mi avete comandato di farlo.

Eugenia: Eh, dite perchè avete degli altri impegni.

Fulgenzio: Io? Che impegni?

Eugenia: Eh via, che serve? Se avete in casa qualche mazzo di carte che vi avanzi, favorite portarmelo, che mi divertirò un poco dopo cena a giocare una partita con mia sorella.

Fulgenzio: Che novità è questa? Che discorso è questo? Cosa c’è sotto a questo vostro ragionamento?

Eugenia: Niente, signore. Faccio per non andare a letto sì presto. Voi avete fretta di partire la sera, e vi compatisco, perchè avete i vostri interessi, avete degli affari importanti, ed io starò a divertirmi con mia sorella, o anderò a spasso con le mie amiche.

Fulgenzio: Eh, signora Eugenia, ci conosciamo.

Eugenia: Prenderete anche ciò in mala parte?

Fulgenzio: Ci conosciamo, vi dico, ci conosciamo.

Eugenia: Sì, ci conosciamo e ci conosciamo.

Fulgenzio: Ma il mio servitore in casa vostra non ci verrà più.

Eugenia: Che importa a me che ci venga nè il servitor, nè il padrone?

Fulgenzio: Eh già; queste sono le solite sue buone grazie.

Eugenia: Ha tabacco?

Fulgenzio: Se sono andato a far quattro passi con mia cognata...

Eugenia: Che cosa c’entra vostra cognata? Che importa a me di vostra cognata?

Fulgenzio: So quel che dico; e non avrete più il divertimento di tirar giù quel balordo del mio servitore.

Eugenia: Mi maraviglio di voi, che parliate così. Vi torno a dire, non m’importa nè di lui, nè di voi.

Fulgenzio: Nè di me? Non v’importa di me? Nè di lui nè di me? Non ve n’importa? (passeggiando in giro con isdegno)

Eugenia: Fermatevi, che mi fate girar il capo.

Fulgenzio: Nè di lui, nè di me? (si dà un pugno nella testa)

Eugenia: Facciamo scene?

Fulgenzio: Nè di lui. nè di me?(si batte il capo a due mani)

Eugenia: Animo; finiamo queste sguaiaterie. (fra lo sdegno e l’amore)

Fulgenzio: Non posso più. (si abbandona sopra una sedia)

Eugenia: Avvertite che siete pazzo davvero.

Fulgenzio: Son pazzo, son pazzo?(seguita a battersi)

Eugenia: Non la volete finire?(con un poco di tenerezza)

Fulgenzio: Cagna! Crudele!

Eugenia: Bell’amore! a ogni menoma cosa subito si sdegna, và in bestia, non può soffrir niente il signor delicato. Finalmente chi vuol bene ha da compatire; e ad una donna le si deve donar qualche cosa. Bella maniera di farsi amare!

Fulgenzio: Sì, avete ragione. (placato)

Eugenia: Ogni giorno siamo alle medesime.

Fulgenzio: Compatitemi, non farò più.

Eugenia: Non mi fate di queste ragazzate, che non ne voglio.

Fulgenzio: Andrete a spasso questa sera?(ridente amoroso)

Eugenia: Se mi parerà.(scherzando con amore)

Fulgenzio: Con chi anderete?

Eugenia: Eh! (come sopra)

Fulgenzio: Con me anderete.

Eugenia: Sicuro! (ironica)

Fulgenzio: Non volete venire con me? (un poco sdegnato)

Eugenia: Se ci veniste volentieri.

Fulgenzio: Ma carda Eugenia, possibile che ancora non siate certa dell’amor mio? In un anno incirca che ho la consolazione della vostra cara amicizia, v’ho dato io scarse prove d’amore? Ancora mi volete fare il torto di dubitarne? So che vi sta sul core quella povera mia cognata. Ma sapete il debito che mi corre. Mio fratello, che l’ama teneramente, me l’ha con calore raccomandata. Sono un galantuomo, sono un uomo d’onore. Non posso abbandonarla, non posso trattarla con inciviltà; se siete una donna ragionevole, appagatevi dell’onesto, compatite le mie circostanze, e per l’amor del cielo, Eugenia mia, non mi tormentate.

Eugenia: Via, avete ragione. Non vi tormenterò più. Compatitemi; conosco che ho fatto male...

Fulgenzio: Basta così, che mi si spezza il core per la tenerezza.

Eugenia: Mi vorrete sempre bene?

Fulgenzio: Credetemi, che domandandomi questa cosa, voi mi offendete.

Eugenia: Ve la domando, perchè vorrei sentirmelo replicare ogn’ora, ogni momento.

Fulgenzio: Sì, cara, ve ne vorrò in eterno; e se il cielo vuole, non passerà gran tempo che sarete mia.

Eugenia: E che cosa aspettate?

Fulgenzio: Il ritorno di mio fratello.

Eugenia: Non potete maritarvi senza di lui?

Fulgenzio: La convenienza vuol ch’io l’aspetti.

Eugenia: Io lo so, perchè differite.

Fulgenzio: E perchè?

Eugenia: Perchè avete paura di disgustare vostra cognata?

Fulgenzio: Maladetta sia mia cognata; maladetto sia quando parlo.<P>

Eugenia: Eccolo qui, non si può parlare.

Fulgenzio: Ma se sempre mi provocate.

Eugenia: Mi voglio mettere a non dir più una parola.

Fulgenzio: Non potete parlare senza dire delle sciocchezze?

Eugenia: Le sciocchezze le dite voi, signor insolente.

Fulgenzio: Or ora vi faccio vedere un qualche spettacolo.

Eugenia: Ehi, chi è di là?

Fulgenzio: Non chiamate. (arrabbiato)

Eugenia: Pazzo.

Fulgenzio: Anderò via

Eugenia: Andate.

Fulgenzio: Non ci tornerò più.

Eugenia: Non m’importa.

Fulgenzio: Diavolo, portami. Portami, diavolo. (parte correndo)

Eugenia: Che vita è questa? Che amor maladetto! non posso resistere, non posso più. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Flamminia e Ridolfo

Flamminia: Scusate, signor Ridolfo, la libertà che mi sono presa. Perdonatemi, se vi ho incomodato.

Ridolfo: Anzi è onor mio il potervi obbedire.

Flamminia: Quant’è che non avete veduto il signor Fulgenzio?

Ridolfo: L’ho veduto qui, non sono ancora due ore. Mi figuro che si saranno pacificati colla signora Eugenia.

Flamminia: Oh caro signor Ridolfo, sono cose da non credere, e da non dire.Si erano pacificati, e tutto ad un tratto sono andati giù di bel nuovo, e il signor Fulgenzio è partito gridando, chiamando il diavolo, che pareva un’anima disperata.

Ridolfo: Possibile che abbiano sempre a far questa vita? Si amano o non si amano?

Flamminia: Sono innamoratissimi, ma sono tutti e due puntigliosi. Mia sorella è sofistica. Fulgenzio è caldo, intollerante, subitaneo. Insomma si potrebbe fare sopra di loro la più bella commedia di questo mondo.

Ridolfo: E che cosa posso far io per servire la signora Flamminia?

Flamminia: Vi dirò, signore. Io sono naturalmente di buon core, portata a far del bene a tutti, se posso. Specialmente per mia sorella che l’amo come mio sangue, e che fuori di certe picciole debolezze prodotte da questo suo amore, è la più buona ragazza di questo mondo. Mi dispiace vederla afflitta. Dopo che è partito il signor Fulgenzio con quella manieraccia, come vi ho detto, è andata nella sua camera, si è messa a piangere dirottamente, e non vi è stato caso di poterla quietare. Supplico pertanto il signor Ridolfo volersi prender l’incomodo di ricercar Fulgenzio, e con bel modo persuaderlo di tornar qui, per consolare questa povera figlia; e gli dica pure che piange, che si dispera, e lo persuada ad essere un poco più umano, un poco più tollerante, e sopra tutto vi supplico, per amor del cielo, insinuargli di ommettere ogni riguardo, di superare ogni difficoltà, e di concludere queste nozze; e vi prego dirgli altresì, che mia sorella ha promesso a me che sarà più cauta per l’avvenire, che non gli darà più disgusti, che non parlerà più di quella tal persona che egli sa: anzi fatemi il piacer di dirgli...

Ridolfo: Adagio, signora mia, che di tante cose non me ne ricorderò più nessuna.

Flamminia: Torniamo da capo.

Ridolfo: Non basterebbe ch’io gli dicessi che venga qui?

Flamminia: Si; ma vorrei che fosse da voi prevenuto.

SCENA SECONDA

Fabrizio, Succianespole colla sporta, e detti.

Fabrizio: Flamminia, preparatemi una camiscia, che son tutto sudato. (Ridofo lo saluta)

Flamminia: Ditelo a Lisetta, signore. Ella è appunto nella vostra camera.

Fabrizio: Riverisco il signor Ridolfo.

Ridolfo: Ho fatto già il mio dovere.

Fabrizio: Compatitemi. Ho tanto camminato,. ho tanto faticato, che mi gira la testa. Ma ho fatto poi una spesa, che ne anche il governatore... Succianespole, è vero?

Succianespole: Gnor sì.

Flamminia: Andate a mutarvi. (a Fabrizio)

Succianespole: Ch’io vada? (a Fabrizio)

Fabrizio: Aspetta.

Succianespole: Con questo peso... (a Fabrizio)

Fabrizio: Aspetta. Lasciami veder quel cappone. Osservate. Si è mai veduto da che mondo è mondo un cappone compagno? Lasciami vedere quella vitella. Ah? Che dite? È da dipingere? È cosa rara? Eh, la vitella che ho io in questo paese non l’ha nessuno. Signor Ridolfo, questa vitella è un butirro, è un balsamo. Resti a mangiarne un pezzetto con noi.

Ridolfo: Vi ringrazio, signore...

Fabrizio: No, no, assolutamente. Guardate queste animelle: che roba! che piatto! che esquisitezza! Ne avete da mangiar una anche voi.

Ridolfo: Vi supplico dispensarmi...

Fabrizio: Non mi fate andar in collera. Io poi... io poi... Ah? che piccioni! Avete mai veduti piccioni simili? Signor no, e signor no. Questi sono piccioni, che li salvano solamente per me. E sentirete che salsa ch’io ci farò. Io, io, colle mie mani. E il Signor Ridolfo resterà a favorire con noi.

Ridolfo: Siete tanto obbligante, che non si può dire di no.

Succianespole: Una parola. (a Fabrizio)

Fabrizio: Cosa vuoi? (accostandosi)

Succianespole: (E le posate?) (piano a Fabrizio)

Fabrizio: (È vero. Non importa; darai a me una posata di stagno; mettila bene sotto la salvietta, che non si veda).

Succianespole: Gnor sì .

Fabrizio: Presto, va’ in cucina a lavorare.

Succianespole: Gnor sì (s’incammina adagio)

Fabrizio: Fa’ presto.

Succianespole: Gnor sì (come sopra)

Fabrizio: Ma spicciati.

Succianespole: Gnor sì. (come sopra, e parte)

Flamminia: Signor zio, a quel ch’io vedo, vogliamo andar a tavola molto tardi.

Fabrizio: Eh, non dubitate di niente. Se vado io in cucina in tre quarti d’ora fò da mangiare per cinquecento persone.

Flamminia: Ih che sparata!

Fabrizio: Per modo di dire, per modo di dire.

Flamminia: E non andate a mutarvi?

Fabrizio: Sì, c’è tempo. Dov’è Eugenia?

Flamminia: Nella sua camera.

Fabrizio: E il signor Conte dov’è?

Flamminia: A guardare i quadri.

Fabrizio: Lo compatisco: non si può saziare. Andatelo a chiamare il signor Conte, che favorisca di venir qui.

Flamminia: E perchè ha da venir qui? Non istà bene dov’egli sta?

Fabrizio: Ditegli che venga qui. Gli voglio far conoscere questo degno galantuomo del signor Ridolfo. Vedrete un gran cavaliere, signor Ridolfo: un pezzo grosso; uno di quelli, che fanno tremare. Ma via, chiamatelo. (a Flamminia)

Flamminia: Senza che m’incomodi, eccolo ch’egli viene da sè.

Fabrizio: È un’arca di scienze, è un mostro di virtù. Resterete maravigliato. (a Ridolfo)

SCENA TERZA

Roberto e detti, poi Lisetta

Roberto: Queste signore si sono annoiate di me; le compatisco, hanno pensato meglio lasciarmi solo.

Fabrizio: Dov’è Eugenia? Presto, chiamatela. (a Flamminia)

Flamminia: Voglio far altro io, che chiamarla.

Fabrizio: Uh siete pure svenevole. Lisetta. (chiama)

Lisetta: Che comanda?

Fabrizio: Di’ subito ad Eugenia, che venga qui.

Lisetta: Se mi domanda il perchè?

Fabrizio: Dille che venga qui, che una persona la vuol vedere, e le vuol parlare.

Lisetta: (Può essere che il signor Ridolfo le abbia a dir qualche cosa per parte del signor Fulgenzio. Con questa speranza la farò venire). (da sè, e parte)

Flamminia: (Andate, signor Ridolfo, a ritrovare il signor Fulgenzio, e fatelo venir qui, e ditegli tutto quello che vi ho detto). (piano a Ridolfo)

Ridolfo: (Sì, se me ne ricorderò). (piano a Flamminia) Con sua licenza, signor Fabrizio.

Fabrizio: Come? Andate via? Non mi avete dato parola di restar con noi?

Ridolfo: Tornerò verso l’ora del pranzo.

Fabrizio: Vi aspetto. Non si dà in tavola senza di voi. Signor Conte, questi è il primo causidico di Milano, il primo curiale del mondo, il più bravo legale di tutto il regno della Giurisprudenza.

Roberto: Me ne rallegro infinitamente.

Ridolfo: L’amicizia che ha per me il signor Fabrizio, lo fa trascendere in soverchie lodi.

Fabrizio: Ha qualche causa in Milano il signor Conte?

Roberto: Ne avevo una, per dirla, ma siamo per convenire cogli avversari, e terminarla amichevolmente.

Fabrizio: No, non la termini amichevolmente. Si lasci servire dal signor Ridolfo, dal principe dei curiali; gliela farà guadagnare senz’altro.

Roberto: Ma se già ho i miei legali.

Fabrizio: Che legali? che legali? Sono tutti ignoranti. Questi è il legale, e non ve n’è altri fuori di lui. Faccia a mio modo, si metta nelle di lui mani. Signor Ridolfo, vada a casa del signor Conte, si faccia informare, e si faccia consegnar le scritture.

Ridolfo: Ma se sta per accomodarsi... (a Fabrizio)

Fabrizio: Non vi ha da essere accomodamento. Il signor Conte vuol essere servito da lei, e con chi crede vossignoria aver a che fare? Col primo cavaliere dello Stato Romano, che ha feudi con padronanza assoluta, ch’è conosciuto da tutta l’Europa, è stimato e venerato da principi e da potentati.

Roberto: Basta, basta, signor Fabrizio. Non mi mettete in ridicolo.

Fabrizio: Parlo con ogni rispetto. So quel che dico e la verità s’ha da dire.

Flamminia: (Andate, che si fa tardi). (a Ridolfo)

Ridolfo: Con vostra permissione. Vado per ritornare tra poco. (a Fabrizio, e parte)

SCENA QUARTA

Flamminia, Fabrizio e Roberto, poi Succianespole

Fabrizio: Grand’uomo! grand’uomo! Si chiamerà contento di lui. (a Roberto)

Roberto: (Dica quello che vuole, io non voglio far una lite per dargli gusto). (da sè)

Flamminia: E così, signore zio, non vi siete mutato?

Fabrizio: Mi muterò. Voglio andare in cucina a lavorar per il mio padrone: il signor conte d’Otricoli. Dica: gli piace la salsa verde?

Roberto: Si signore, mi piace.

Fabrizio: Bene, si farà la salsa verde per il mio padrone. Dica: gli piace lo stufato?

Roberto: Anzi moltissimo.

Fabrizio: Si farà lo stufato per il mio padrone. Succianespole.

Succianespole: Signore.

Fabrizio: Lo stufato e la salsa verde per il mio padrone.

Succianespole: Gnor si. (parte)

Fabrizio: Succianespole poi è un uomo di garbo. Non fò per dire, ma un servitore come lui non si trova. Fidato, attento, sollecito, pontuale, bravo cuoco, buono spenditore: è l’oracolo dei servitori.

SCENA QUINTA

Eugenia e detti.

Eugenia: Che mi comanda il signore zio? (melanconica)

Fabrizio: State qui state a far compagnia a questo cavaliere.

Eugenia: Non c’è il signor Ridolfo? (Se lo sapeva, non ci veniva). (da sè)

Roberto: La mia compagnia non piace alla signorina.

Fabrizio: Eh, cosa dice mai? Lo riceve per grazia, per onore, per gloria. Si accomodino. Una sedia al padrone. (porta una sedia a Roberto) Ecco due sedie per le mie signore nipoti. (porta le sedie) Stiano in allegria, si divertano ch’io anderò a lavorare; anderò a far il cuoco. Chi sono io? Sono il cuoco del mio padrone.(parte)

SCENA SESTA

Flamminia, Eugenia, Roberto, tutti a sedere.

Roberto: È sempre così gioviale il signor Fabrizio?

Flamminia: Lodo la vostra modestia, dovevate dire così caricato.

Eugenia: è di buon cuore, ma anche il buon cuore, quando eccede, è soverchio (sempre in aria melanconica).

Roberto: Che ha la signora Eugenia, che mi par melanconica? (a Flamminia)

Flamminia: Non saprei, avrà i suoi motivi.

Eugenia: Diteglielo liberamente, se ha piacere di saperlo. Io non mi vergogno di manifestare una verità, che non mi fa disonore. Sono innamorata, signore, di uno che dovrebbe essere mio consorte; so di avergli dato un disgusto, me ne dispiace, e non son contenta se non lo vedo pacificato. (Così non mi seccherà più costui colle sue sguaiataggini). (da sè)

Flamminia: Sentite, che bel carattere è quello di mia sorella? La sincerità non vi è oro che la paghi.

Roberto: Mi piace tanto la verità in bocca di una fanciulla, e sono sì poco avvezzo a sperimentarla, che sempre più la signora Eugenia mi obbliga a riverirla e ad amarla.

Eugenia: Sono tenuta alla vostra bontà, e mi rincresce che inutilmente impiegate il vostro amore e la vostra stima. (con serietà)

Roberto: Non per questo cesserò di sperare.

Eugenia: E in che volete sperare?

Roberto: Nelle vicende della fortuna, nei casi che possono impensatamente accadere; in qualche esempio di mutazioni accadute. Chi sa? anche i grandi amori sono soggetti alle loro peripezie. Anzi, quando le cose sono giunte all’eccesso, per lo più sono forzate a retrocedere, a diminuire. Caso mai che il vostro amante non fosse fido, quanto voi siete, avrò sempre anticipata la mia onesta dichiarazione.

Flamminia: Non dice male il signor Conte. Il suo amore non pregiudica nè voi, nè il signor Fulgenzio, e non si possono prevedere i casi. (Io non vorrei vedere nessuno scontento) (da sè)

Eugenia: Per me non vi hanno da essere altri casi, o di Fulgenzio, o di nessun altro.

Roberto: Così dovete dire, e mi compiaccio ma dei casi ne potriano succedere.

Eugenia: Non vorrei che foste l’augello del malaugurio

Roberto: No, signora, non mi prendete in cattiva parte.

Flamminia: È un cavalier di garbo, il signor Conte. (ad Eugenia) Convien compatirla. Parla così, perch’è innamorata. (a Roberto)

Roberto: Siatelo, che il cielo vi benedica. Ma state allegra. Io non vi darò molestia su questo punto. Divertiamoci; parliamo di cose liete. (ad Eugenia)

Eugenia: È impossibile, signore; ho il core troppo angustiato.

SCENA SETTIMA

Lisetta e detti.

Lisetta: (Signora, ho veduto venire il signor Fulgenzio). (ad Eugenia)

Eugenia: (Come l’hai veduto?) (a Lisetta)

Lisetta: (Dalla finestra).

Eugenia: (Era solo?)

Lisetta: (Parlava col signor Ridolfo).

Eugenia: (Parveti che fosse sdegnato?)

Lisetta: (Anzi mi parve allegro, e l’ho veduto venire saltellando verso la casa).

Eugenia: (Sia ringraziato il cielo. Ridolfo lo avrà placato. Ha fatto bene mia sorella a servirsi di lui).

Roberto: (Ha degl’interessi la signora Eugenia?). (piano a Flamminia)

Flamminia: (Credo sia venuto l’amico). (piano a Roberto)

Eugenia: Flamminia. (con bocca ridente)

Flamminia: È venuto? (ad Eugenia)

Eugenia: Sì. (come sopra)

Roberto: Lode al cielo, vi vedo pure colla bocca ridente.(ad Eugenia)

Flamminia: Chi sa se ha veduto il signor Ridolfo. (ad Eugenia)

Eugenia: Sì, l’ha veduto. È allegro. Non è egli vero, Lisetta?

Lisetta: Verissimo.

Eugenia: Eccolo, eccolo. (ridente)

Roberto: (Fa invidia un sì bell’amore). (da sè)

SCENA OTTAVA

Fulgenzio e detti.

Fulgenzio: (Entra, vedendo Roberto resta un poco sospeso) (Chi è costui?)

Flamminia: Venga, venga, signor Fulgenzio. Questo cavalier forastiere è venuto qui in questo momento. È vero? (a Roberto) È un amico di nostro zio, e parte presto di Milano. È vero? (a Roberto)

Roberto: Sì signora, come comanda.

Fulgenzio: Son servitor umilissimo a quel signor forastiere, e a lor signore ancora. (con serietà)

Eugenia: Si fa sempre desiderare il signor Fulgenzio. (allegra)

Fulgenzio: Troppe grazie, signora. Io non merito di essere desiderato. (mostrando indifferenza)

Flamminia: Accomodatevi. (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Ben volentieri. (prende una sedia, e la porta presso a Flamminia)

Eugenia: Poni qui una sedia, Lisetta. Favorisca presso di me. (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Grazie. Sto ben dove sono.

Eugenia: Venite qui, con licenza di questo signore, vi ho da dir una cosa. (con allegria a Fulgenzio)

Fulgenzio: Non mancherà tempo. (fingendo allegria)

Eugenia: Chi ha tempo, non aspetti tempo. (con allegria)

Fulgenzio: È molto allegra la signora Eugenia. (Questa è la pena che si prende, quando parto da lei sdegnato). (da sè)

Roberto: La sua allegrezza è frutto della vostra venuta, signore.

Fulgenzio: Della mia venuta? (con serietà)

Roberto: Sì, mi consolo con voi, che avete la sorte di possedere il più bel cuore del mondo.

Fulgenzio: II signor forastiere venuto in questo momento, è stato di già informato dalla signora Eugenia?

Eugenia: Vi dispiace che si sappia, che noi ci vogliamo bene?

Fulgenzio: Non signora; non mi dispiacerebbe, se si dicesse la verità.

Eugenia: Per parte mia non v’è dubbio; se voi poi non vi sentite in istato di confermarlo...

SCENA NONA

Fabrizio col grembiale da cucina, e detti

Fabrizio: Flamminia.

Flamminia: Signore. Bella figura!

Fabrizio: Sapete voi dove sia lo zucchero?

Flamminia: Sì signore; è sull’armadio nella mia camera.

Fabrizio: Voglio fare un dolce e brusco per il mio padrone. Oh compatisca, signor Fulgenzio; l’avevo preso per il signor Ridolfo. Bravo; è venuto a favorirci, ho piacere, vuol restare a pranzo con noi?

Fulgenzio: Vi ringrazio... signore...

Fabrizio: Signor Conte, si contenta che si inviti a pranzo con noi questo nobile cittadino? È una perla, veda, è oro colato.

Roberto: Signore, non siete padrone voi in casa vostra?

Fabrizio: No, fin tanto che il signor Conte sta in Milano, egli è il padrone di casa mia.

Fulgenzio: Ci sta molto il signor Conte in Milano? (a Fabrizio)

Fabrizio: Oh, ci starà un pezzo. Ha una lite, e gliela dirige quell’uomo grande, quell’uomo celebre del signor Ridolfo.

Fulgenzio: (E queste signore mi hanno dato ad intendere che parte presto. Le bugie non si dicono a caso). (da sè)

Fabrizio: Signor Conte, io ho degli affari; non potrò essere continuamente a servirla. Ecco chi la servirà. Il primo letterato d’Europa. Uno che vanta il sangue puro purissimo della più cospicua cittadinanza sino al tempo dei Longobardi. Intendente di tutto, specialmente di quadri. Ha veduto la mia piccola galleria? (a Roberto)

Roberto: Sì signor, l’ho veduta e ammirata.

Fabrizio: Ma in due ore non si può veder tutto.

Fulgenzio: Sono due ore che è qui il signor Conte? (a Fabrizio)

Fabrizio: Sì certo, è venuto a favorirmi per tempo.

Fulgenzio: (E mi dissero ch’era venuto in quel punto! Questo non si chiama sottilizzare. Sono bugie patenti) (da sè)

Fabrizio: Oggi, signor Fulgenzio, avrete l’onor di pranzare col primo lume della nobiltà, colla prima stella d’Italia, col più ricco cavaliere privato dei nostri giorni.

Roberto: (E tira innanzi così). (da sè)

Fulgenzio: Ma io, signore, non posso profittar delle vostre grazie.

Fabrizio: Che serve?

Fulgenzio: No certo.

Fabrizio: Via, dico.

Fulgenzio: Non posso.

Fabrizio: Ed io voglio. Comando io in questa casa... No non comando io, comanda il padrone, e il padrone lo pregherà di restare.

Roberto: Signore, s’egli non può, o non vuole, perchè lo vogliamo obbligare? (a Fabrizio)

Fulgenzio: (Costui non vorrebbe che ci restassi, converrà ch’io ci stia per iscoprire il disegno). (da sè)

Eugenia: (Stupisco che non abbia piacere di restar a pranzo con me. Ci pensa poco, al vedere). (da sè)

Fabrizio: Via, signor Fulgenzio, faccia un’azione eroica.

Fulgenzio: (Mi fa specie che Eugenia non mi dice niente ch’io resti. Segno che non le preme). (da sè)

Flamminia: Mi maraviglio di voi, signor Fulgenzio, che vi fate tanto pregare.

Fulgenzio: Mi farei pregar meno, se non temessi di recar disturbo alla compagnia.

Eugenia: Che ragioni fiacche! dite che non volete restare perchè vi preme di andare a casa, per non lasciar sola la signora Clorinda vostra cognata. Ecco il perchè. Ha ragione, signor zio. Non l’obbligate a dar un dispiacere a quella povera signorina.

Fulgenzio: (Sì: vuol rimproverar me, perch’io non abbia occasione di rimproverar lei). (da sè)

Eugenia: (Ora mangia il veleno. Lo conosco. Ci ho gusto). (da sè)

Flamminia: (Se foste mia figlia, vi darei degli schiaffi). (da sè)

Fabrizio: Via, signor Fulgenzio, mi lasci andare in cucina, mi consoli con un bel sì.

Fulgenzio: Per far vedere che qualcheduno s’inganna, resterò a godere le vostre grazie.

Fabrizio: Oh bravo !

Eugenia: (Ora sono contenta!) (da sè)

Flamminia: E viva il signor Fulgenzio.

Fabrizio: Ma facciamo le cose ben fatte. Signor Fulgenzio, Eugenia mia nipote vi supplica di una grazia.

Fulgenzio: Io non son degno dei comandi della signora Eugenia.

Fabrizio: Via, che occorre? Ci conosciamo. Eugenia mia nipote vi prega, vi supplica, che subito andiate a casa, che prendiate la signora Clorinda vostra cognata, e che la conduciate qui a pranzo con noi .

Fulgenzio: La signora Eugenia mi prega di questo?

Eugenia: Io non mi sono mai sognata questa bestialità.

Fabrizio: Bestialità la chiamate?

Eugenia: Sì, vi par cosa propria incomodar una signora a quest’ora?

Fabrizio: È ora incomoda questa? Vi mancano due ore a mezzogiorno. Ha tempo quanto vuole a vestirsi, a conciarsi, e a venire a bell’agio.

Flamminia: (Pare che c’entri il diavolo a bella posta.) (da sè)

Eugenia: Basta, io lascio fare al signor Fulgenzio.

Fabrizio: Pregatelo. (ad Eugenia)

Eugenia: Oh, questo poi no.

Fabrizio: Lo prego io dunque. (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Dispensatemi. Son certo che mia cognata non ci verrà.

Eugenia: (È certo che non verrà, perchè sa che colei non mi può vedere). (da sè)

Fabrizio: Proviamo, andate a dirglielo in nome mio.

Fulgenzio: No certo, signore. Scusatemi, non ci vado.

Fabrizio: E volete che stia a mangiar sola? Non è dovere.

Fulgenzio: Piùttosto non ci resterò nemmen io.

Eugenia: Sì, piùttosto andrà con lei, a servirla di compagnia; lasciatelo andare.

Fulgenzio: (Se non crepo, è un prodigio).(da sè)

Flamminia: (Ma giusto cielo! che testa è quella?) (da sè)

Fabrizio: Orsù, non occorre altro. (So io quel che farò. Anderò io a invitarla). Succianespole.

SCENA DECIMA

Succianespole e detti.

Succianespole: Signore. (con una stoviglia in mano)

Fabrizio: (Tieni questo grembiale, che or ora vengo, e senti: cresci qualche cosa per due persone di più). (a Succianespole)

Succianespole: (E le posate?) (a Fabrizio)

Fabrizio: (Oh diavolo! come faremo?)

Succianespole: (Come faremo?)

Fabrizio: (Ingegnati).

Succianespole: (Vi sono quelle di legno).

Fabrizio: (Sciocco! la riputazione. Zitto, l’ho trovata. Farò così, me ne farò prestar due dalla signora Clorinda. È una donna di garbo, non dirà niente a nessuno. Farò bene?)

Succianespole: (Gnor sì).

Fabrizio: (Va a lavorare).

Succianespole: (Gnor si). (parte)

Fabrizio: Con licenza di lor signori.

Flamminia: Dove va, signor zio?

Fabrizio: Succianespole si è scordato di comprare una cosa. Vado io, e torno subito. (Eh, per ripieghi non c’è un par mio. Starei bene a una Corte, maggiordomo, primo ministro. Non sono morto. Chi sa!) (da sè e parte)

SCENA UNDICESIMA

Flamminia, Eugenia, Fulgenzio e Roberto

Roberto: (In questa casa vi è il più bel divertimento del mondo. (da sè)

Eugenia: Mi dispiace del sagrifizio che oggi deve fare il signor Fulgenzio.

Fulgenzio: E a me dispiace, che ogni sagrifizio è male accettato.

Roberto: Signori miei, amore non si pasce di sdegno, ma di dolcezze. (a Fulgenzio e ad Eugenia)

Flamminia: Bravo, dite lor qualche cosa, che non istiano sempre ingrugnati. (a Roberto)

Fulgenzio: Sarei più fortunato, se avessi il merito del signor Conte.

Roberto: Io non ho merito alcuno; ma vi accerto bensì, che se avessi un’amante, come questa gentil signora, mi chiamerei fortunato.

Fulgenzio: E chi v’impedisce una sì gran fortuna?

Roberto: Io non faccio mal’opera con nessuno...

Fulgenzio: Se parlate per me...

Eugenia: Se parlate per lui, mi rinunzia solennemente. (a Roberto)

Fulgenzio: Ella interpreta i miei sentimenti a misura delle sue inclinazioni.

Flamminia: Il signor Conte non è capace di interrompere il corso dei vostri amori.

Fulgenzio: Sì. È arrivato in questo momento, e parte prestissimo di Milano.

Flamminia: Io ho parlato così...

Eugenia: Eh, lasciatelo dire. Non sapete com’è fatto? Ha voglia di taroccare.

Fulgenzio: E voi avete voglia di vedermi fare delle pazzie. Ma questo gusto non ve lo darò più. Ho fissato di non volermi più scaldare il sangue per voi. Signor Conte, da dove viene ora, se è lecito?

Roberto: Da Roma, signore.

Fulgenzio: Che dice di quella gran città?

Roberto: Bella, magnifica, piena di meraviglie.

Flamminia: A noi non importa di Roma.

Eugenia: Lasciatelo dire; lasciate che si diverta.

Fulgenzio: Mi dicono che a Roma ci sono delle belle donne, è egli vero?

Roberto: Sì, certo, ed hanno una galanteria sorprendente.

Fulgenzio: Sono così ostinate, come le milanesi?

Flamminia: Questa poi, compatitemi..(a Fulgenzio)

Eugenia: A Roma, signore, degli uomini incivili ve ne sono ? (a Roberto)

Roberto: Via, via, non vi lasciate trasportar dalla collera.

Fulgenzio: Andrei a Roma pur volentieri.

Eugenia: Andate, che sarete la consolazione di Pasquino.

Fulgenzio: Fa caldo oggi, mi pare. (si alza affettando indifferenza, ma si siede che freme)

Flamminia: (Signor Conte, vorrei pregarvi di una finezza). (al Conte)

Roberto: (Comandatemi). (a Flamminia)

Flamminia: (Fate mostra di aver da fare qualche cosa. Andate di là per un poco). (al Conte)

Roberto: (Sì, è giusto, lasciamoli in libertà). (a Flamminia) Signora Eugenia, si ricordi dei casi che possono nascere. Con licenza di lor signori. (parte)

SCENA DODICESIMA

Flamminia, Eugenia e Fulgenzio

Fulgenzio: E di quali casi intende di dire?

Flamminia: Chi lo sa, gli badate voi? Noi non ci pensiamo nemmeno. Eugenia non lo può vedere.

Fulgenzio: Così credo ancor io.

Flamminia: Caro signor Fulgenzio, siete assai sospettoso.

Eugenia: Non parlate, sorella, chè or ora lo farete dar nelle furie.

Fulgenzio: Oh, non vi è dubbio. Non vi è pericolo che mi vediate infuriare. Ho preso un altro sistema, son diventato pacifico. Non mi riscaldo più.

Flamminia: Via dunque; siate buono. Mia sorella, poverina, credetelo, vi ama di vero cuore. Io l’ho veduta piangere...

Eugenia: Non le credete. Lo dice a posta. (a Fulgenzio)

Flamminia: A che servono ora codeste scene? Io non le voglio assolutamente. Vado di là, perchè il signor Conte non dica. (Sorella, abbiate giudizio!). (piano ad Eugenia) (Abbiate carità, signor Fulgenzio).(piano a Fulgenzio) Ah poveri innamorati! (a tutti e due, e parte)

SCENA TREDICESIMA

Fulgenzio ed Eugenia

Fulgenzio: (Per me ho finito d’essere innamorato). (passeggia)

Eugenia: (Voglio piùttosto mettermi un sasso al collo, e andarmi a gettar nel Naviglio). (da sè)

Fulgenzio: (Si vede chiaro, che è annoiata di me).(come sopra)

Eugenia: (Ha il cuore con tanto di pelo).(da sè)

Fulgenzio: (Ci scommetterei la testa, che il Conte le piace). (come sopra)

Eugenia: (Finto! doppio come le cipolle!) (da sè)

Fulgenzio: (Son pur pazzo io a perdere il mio tempo, e a perdere la salute ed il riposo per lei). (come sopra)

Eugenia: (Lo vedrebbe un cieco, che ha più premura per la cognata, che per me).  (da sè)

Fulgenzio: (Penerò un poco, ma lo supererò questo indegnissimo amore). (come sopra)

Eugenia: (Se ora mi tratta così, guai a me se fosse mio sposo).(da sè)

Fulgenzio: (Farò un viaggio; me ne scorderò). (come sopra)

Eugenia: (Ha una faccia, che pare il vero demonio). (da sè)

Fulgenzio: (E stimo che non mi dice niente).(come sopra)

Eugenia: (Che ho da fare io con questo girandolone? Meglio che me ne vada). (in atto di partire)

Fulgenzio: Buon viaggio. (forte)

Eugenia: Felice ritorno (si volta)

Fulgenzio: Vada, vada, che il signor Conte l’aspetta.

Eugenia: Perchè non va a dire alla signora cognata, che resta a pranzo fuori di casa?

Fulgenzio: (Maladetta!) (si va sdegnando a poco a poco)

Eugenia: Perchè non le va a chieder licenza di restar qui?

Fulgenzio: (Le si possano seccar le labbra). (come sopra)

Eugenia: Ma ora che ci penso: non vorrà che lo sappia la sua signora cognata che resta qui, avrà paura, avrà soggezione.

Fulgenzio: (Possa parlare per l’ultima volta) (come sopra)

Eugenia: Mi spiacerebbe che avesse da disgustare la sua signora cognata.

Fulgenzio: Lasciate star mia cognata. (acceso di collera)

Eugenia: Oh oh, quel bravo signore che non va più in bestia!

Fulgenzio: (Non posso resistere). (da sè e tira fuori il fazzoletto)

Eugenia: Non dubiti, che avrà finito di arrabbiarsi per me.

Fulgenzio: (Straccia il fazzoletto coi denti)

Eugenia:  Mi duole del tempo che ha gettato con una pazza.

Fulgenzio: (Seguita a stracciare il fazzoletto)

Eugenia:  Ma si consoli, che dormirà i suoi sonni...

Fulgenzio: (Tira fuori nascostamente un coltello)

Eugenia: Eh dico, signor Fulgenzio. (timorosa, vedendo il coltello)

Fulgenzio: Che vuol da me?

Eugenia: Cos’avete in mano?

Fulgenzio: Niente.

Eugenia: Voglio vedere.

Fulgenzio: Non ho niente, vi dico.

Eugenia: Non facciam ragazzate.

Fulgenzio: All’onore di riverirla. (in atto di partire)

Eugenia: Fermatevi.

Fulgenzio: Ha qualche cosa da comandarmi?

Eugenia: Che c’è in quella mano?

Fulgenzio: Niente. (mostra la mano vuota)

Eugenia: In quell’altra?

Fulgenzio: Niente.

Eugenia: Non facciamo scene, vi dico.

Fulgenzio: Che scene, che scene? Le fa ella le scene. Io non faccio scene.

Eugenia: Mettete giù quel coltello.

Fulgenzio: Che cosa vi sognate voi di coltello?

Eugenia: Che serve? Non mi fate arrabbiar d’avvantaggio, datelo qui. (si accosta per averlo)

Fulgenzio: Che cosa credete voi ch’io voglia fare di questo coltello?

Eugenia: Che lo so io?

Fulgenzio: Voglio mondare una mela.

Eugenia: Fulgenzio. (intenerendosi)

Fulgenzio: Lasciatemi stare. (con più caldo)

Eugenia: Fulgenzio. (come sopra)

Fulgenzio: Lasciatemi stare. (crescendo il caldo)

Eugenia: Per carità.

Fulgenzio: Per me non c’è carità, nè amore, nè compassione. (come sopra)

Eugenia: Ascoltate una parola almeno.

Fulgenzio: Cosa volete dirmi? (con isdegno)

Eugenia: Una parola sola.

Fulgenzio: Via; ditela. (come sopra)

Eugenia: Placatevi, se volete ch’io parli.

Fulgenzio: Ah! (sospira con isdegno)

Eugenia: Datemi quel coltello.

Fulgenzio: Signora no.

Eugenia: Ve lo domando, se non per l’amore che mi portate, per quello almeno che mi avete portato.

Fulgenzio: Ah! (si lascia cadere il coltello di mano)

Eugenia: (Maladetto coltello!). (lo prende velocemente e lo getta via)

Fulgenzio: (Mi sento morire). (da sè)

Eugenia: Vi sono io così odiosa, che volete morire piùttosto che volermi bene.

Fulgenzio: Sì, voglio morire piùttosto che vedervi in braccio ad un altro.

Eugenia: Ma come è possibile mai, che vi passino per mente pensieri così indegni di voi e di me? Io amar altri che il mio Fulgenzio? Io darmi ad altri fuorchè al mio bene, all’anima mia, al mio tesoro? Non sarà mai, non sarà mai. Morirei prima di farlo.

Fulgenzio: Lo posso credere ?

Eugenia: Se non lo dico di core, il cielo mi fulmini.

Fulgenzio: Ma perchè addomesticarvi col signor Conte? Perchè trattarlo subito con confidenza? e palesargli l’impegno che avete meco? E perchè darmi ad intendere vostra sorella ch’ei parte presto, ch’era venuto poc’anzi? perchè dirmi delle bugie? perchè darmi occasione di sospettare?

Eugenia: Ah Fulgenzio, non sono io che vi do occasion di sospettare, ma la poca fede che avete di me fa inquietar voi, ed insulta la mia onoratezza: quali domestichezze ho io praticate col Conte, oltre l’onesta convenienza di sedere in conversazione, unicamente per compiacere a mio zio? M’imputate a delitto l’avergli palesato l’amor che ho per voi? Lodatemi anzi d’averlo fatto. Segno che vi amo davvero, e che la mia sincera dichiarazione tende a disingannare chi per avventura si lusingasse di me. La povera mia sorella conosce il vostro temperamento. Le sarà parso vedervi entrare burbero e sospettoso. Amore l’indusse al desio di acchetarvi, e la debolezza le die’ il cattivo consiglio. Tutto ciò non sarebbe niente, se voi non foste mal prevenuto. E qual motivo avete di sospettare di me? V’ho date io scarse prove dell’amor mio? Vi pare che sia di voi poco accesa? Sono inquieta, è vero; ma le mie inquietudini sono partorite da more. Vi tormento, sì, qualche volta, ma chi ama davvero soffre un leggier travaglio, in grazia di quell’oggetto che piace.  Fulgenzio mio, non vi tormenterò più. Voi mi abbandonerete, ed io vi amerò in eterno. Troverete un’amante di me più amabile, più ricca, più meritevole, ma non più tenera, nè più fedele. Se vi dà la pena il vedermi, privatemi della vostra vista, ma conservatemi i giorni vostri. Vivete, o caro. se non per me, almeno per voi medesimo. Ancor che mio non siate sì, ve lo giuro, io sarò sempre vostra, e lo sarò fin che viva, e lo sarò colla maggior tenerezza del cuore.

Fulgenzio: Anima mia dolcissima, cuor mio caro, vi domando perdono, compatitemi per carità. (s’inginocchia ai piedi di Eugenia, e restano tutti e due senza parlare)

SCENA QUATTORDICESIMA

Fabrizio, Clorinda e detti.

Fabrizio: Oh, ecco qui la signora Clorinda.

Fulgenzio: Oimè! che dirà il signor Fabrizio, se mi ha veduto in quest’atto? (Fabrizio e Clorinda restano un poco indietro ammirati)

Eugenia: (Ah, trema della cognata; gli duole che lo abbia veduto ai miei piedi). (da sè)

Clorinda: (Povero signor Fulgenzio! mi dispiace che rimasto sia sconcertato. Compatisco l’amore, e mi sovviene che il mio caro sposo faceva meco lo stesso). (da sè)

Fabrizio: Eugenia, che cos’è stato? è venuto male al signor Fulgenzio?

Eugenia: Mi par di sì, domandatelo a lui.

Fabrizio: Vi è venuto qualche male, signore? (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Sì, certo, mi è venuto un giramento di capo: non avete osservato, ch’io era caduto in terra? (Non sappia, ch’io mi gettava ai piedi della nipote). (da sè)

Eugenia: (Si scusa per cagione della cognata). (da sè)

Fabrizio: Ora, come vi sentite?

Fulgenzio: Un poco meglio.

Fabrizio: Aspettate, che vi voglio guarir del tutto. Vado a prendere un maraviglioso, stupendo arcano del famosissimo, magnificentissimo Cosmopolita. (parte)

SCENA QUINDICESIMA

Eugenia, Clorinda e Fulgenzio

Clorinda: Scusate, signora Eugenia, se son venuta a recarvi incomodo. Il signor Fabrizio, a forza di buone grazie, mi ha, posso dir, violentata.

Eugenia: Infatti, senza una violenza non si potevano sperar queste buone grazie.

Fulgenzio: (Oh cieli! prevedo qualche nuovo disastro). (da sè)

Clorinda: Voi mi mortificate, signora. Sapete che ho per voi quella stima e quel rispetto che meritate; ma dacchè partì mio marito, non sono uscita di casa.

Eugenia: Nè anche la sera?

Clorinda: Ah sì, una sera con mio cognato; ve l’ha egli detto?

Eugenia: Oh, non mi ha detto niente. Egli non mi usa simili confidenze.

Clorinda: Male, signor cognato; quando si ama, si dice tutto.

Eugenia: Che ha il signor Fulgenzio, che è ammutolito?

Fulgenzio: Niente, signora. (Cielo, aiutami). (da sè)

Eugenia: Fa così in casa, signora Clorinda?

Clorinda: No, per dirla; è piùttosto gioviale.

Eugenia: Sì, non è accigliato, se non quando viene da me. Qui è dove gli si promove la malinconia.

Fulgenzio: Signora, non potere dire che sia stato sempre così.

Eugenia: È vero, è da poco tempo; da che vi sono diventata noiosa.

Clorinda: Eppure mi parla sempre di voi con un amore grandissimo. (ad Eugenia)

Eugenia: Gioca in casa il signor Fulgenzio? (a Clorinda)

Clorinda: Sì, qualche volta.

Eugenia: E da me grida, bestemmia; tira fuori i coltelli. (Dove è andato quel maladetto coltello, che glielo voglio rendere or ora). (mostra di cercar il coltello)

Clorinda: (Perchè le fate di queste scene?) (piano a Fulgenzio)

Fulgenzio: Perchè, perchè... ora non posso parlare. (guardandosi da Eugenia)

Eugenia: Che cosa sono questi segreti? Se avete dei segreti, non avete tempo di comunicarveli in casa? Anche qui venite a fare ci ci? Questo è un volere provocare la mia sofferenza. (parte)

Clorinda: Che vuol dire questo discorso? (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Eh, sia maladetto quando siete venuta qui. (corre dietro ad Eugenia)

Clorinda: Che modo è questo? Mio cognato mi perde il rispetto? Che Eugenia sia gelosa di me? Sarebbe un insulto troppo grave al decoro mio. Fortuna che non è lontano l’arrivo di mio consorte. Che fo? resto, o men vado? La prudenza insegna dissimulare. Saprò farlo col padrone di questa casa, ma non con quell’incivile di mio cognato. (parte)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Lisetta e Tognino.

Lisetta: Ma che desinare arrabbiato è stato quello di questa mattina!

Tognino: Io non ne saprei indovinare il perchè.

Lisetta: Qualche briga vi è stata tra la signora Clorinda e il signor Fulgenzio.

Tognino: La mia padrona è di temperamento quieto e pacifico. Non vi è stato mai che dire con suo marito, e con suo cognato si amavano come fratelli.

Lisetta: E quest’amore innocente, e questa loro buona corrispondenza, è quella che fa delirar la signora Eugenia.

Tognino: Me ne sono avveduto questa mattina quando elle mi ha tirato giù per saper quel che fanno e quel che non fanno. Io ho parlato alla buona, non credendo mai che fosse gelosa di una cognata.

Lisetta: Non è vero che sia gelosa.

Tognino: E che cos’è dunque?

Lisetta: È puntigliosa. Non le dispiacciono le attenzioni che usa il signor Fulgenzio alla signora Clorinda perchè li dubiti innamorati, ma perchè vorrebbe ella sola esser servita, corteggiata, distinta, e non soffre che l’amante usi la menoma attenzione a qualsisia persona di questo mondo. Lo vorrebbe sempre qui, lo vorrebbe sempre con lei; crede che la premura per la cognata, distragga il signor Fulgenzio dall’assiduità di servirla; s’immagina che gli possano insinuare delle massime poco a lei favorevoli. Sa di aver poca dote. Ha sdegno che la signora Clorinda abbia portato in casa seimila scudi. Dubita che il signor Fulgenzio la stimi e la veneri anche per questo e che concepisca dell’avversione alla di lei povertà. Noi donne, se nol sapete, siamo di per solito ambiziosette. Abbiamo a sdegno quelle che sono o quelle che possono più di noi. Ogni una vorrebbe esser la sola stimata, la sola riverita ed amata da colui specialmente che si è dichiarato per lei, e ogni cosa le fa ombra; e chi più, chi meno, dubita, sospetta, s’inquieta. Ed ecco le fonti donde derivano le smanie della padrona: amore, timore, vanità, e sospetto.

Tognino: E quale, di queste passioni, nel cuore della signora Eugenia, è la dominante?

Lisetta: Oh, l’amore, l’amore. Se non amasse tanto non sarebbe nè sospettosa nè sofistica, a questo segno. La vanità d’esser la distinta provien dall’amore: che importerebbe a lei che il signore Fulgenzio facesse la corte alla cognata se non avesse per lui della tenerezza e se non credesse di essere amata?

Tognino: Ma quando termineranno questi loro deliri?

Lisetta: Subito che il signor Fulgenzio l’avrà sposata.

Tognino: E perchè non la sposa?

Lisetta: Intesi dire che non lo fa se non torna il di lui fratello.

Tognino: Io credo che debba esser qui a momenti; Una lettera venuta questa mattina mi pare lo faccia poco lontano.

Lisetta: Voglia il cielo che finiscan di penare. Vi assicuro che delle stravaganze della signora Eugenia, ne risento anch’io la mia parte!

Tognino: Parmi sentir del rumore di là dove mangiano!

Lisetta: Sono alle bottiglie. Avranno gli spiriti in moto.

Tognino: Ho curiosità di sentire. Sempre mi trema il cuore per il mio padrone.

Lisetta: Aspettate. Senza che andiamo di là, da questa tenda si può rilevar qualche cosa.(va alla porta, e guarda dal buco della chiave)

Tognino: È un po’ troppo caldo il padrone. (da sè)

Lisetta: O diancine! Non sono in allegria, no. Ho sentito delle parole di sdegno! (a Tognino, scostandosi dalla porta)

Tognino: Lasciate che senta.(si accosta alla porta)

Lisetta: Guardate da dietro la tenda. (a Tognino) (dubito che non voglia finir in bene). (da sè)

Tognino: Vi sono de’ guai, la mia padrona piange. (scostandosi)

Lisetta: Piange la signora Clorinda? (corre a vedere alla porta)

Tognino: (Quella buona signora non merita queste afflizioni) (da sè).

Lisetta: II signor Fabrizio è in collera; ha gettato via la salvietta, e si è partito di tavola. (stando presso la porta)

Tognino: E il mio padrone che cosa fa?

Lisetta: Aspettate. (guarda)

Tognino: (Dubito di qualche gran precipizio). (da sè)

Lisetta: È sdraiato sopra la tavola, colla testa cacciata fra le braccia. Ho veduto che il signor Ridolfo gli parla, ma egli non gli risponde.

Tognino: Lasciatemi un po’ vedere. (si accosta alla porta)

Lisetta: Sì, soddisfatevi. (si ritira dalla porta)

Tognino: (Non vorrei nemmeno conoscerlo, non che essere al suo servizio. Mi fa compassione). (da sè, guarda)

Lisetta: (Certo, se durano a far questa vita, io non ci sto). (da sè)

Tognino: La signora Eugenia è balzata in piedi. (a Lisetta)

Lisetta: Lasciate vedere. (corre alla porta e guarda)

Tognino: Che cosa fa? (con ansietà)

Lisetta: Se ne va via. (osserva)

Tognino: E la mia padrona?

Lisetta: Si asciuga gli occhi. (osserva)

Tognino: E il padrone?

Lisetta: Non si move. (osserva)

Tognino: E la signora Flamminia?

Lisetta: Par che pianga ella pure. (osserva)

Tognino: E quel forastiere?

Lisetta: Prende tabacco, e non parla. (osserva)

SCENA SECONDA

Eugenia e detti.

Eugenia: Che fate lì a quella porta?

Lisetta: Niente, signora. (Lisetta e Tognino si spaventano)

Eugenia: Andate via.

Lisetta: Perdoni. (ad Eugenia)

Tognino: Compatisca. (ad Eugenia)

Eugenia: Levatevi di qui vi dico.

Lisetta: (Oh, le fuma il capo davvero). (da sè e parte)

Tognino: (Povero padrone! Voglio vedere se ha bisogno di nulla). (da sè, e parte)

SCENA TERZA

Eugenia da sola.

Eugenia: (Ponendosi a sedere con sdegno)No, non voglio più far questa vita. Se tirerò innanzi così, diverrò tisica, morirò disperata. Veggo da me medesima, che di giorno in giorno vo dimagrando; e per chi? Per un ingrato. Non serve dire: Fulgenzio è un ingrato. Ha sempre finto volermi bene, ma non me ne ha mai voluto. Nelle occasioni si conosce chi ama. Se avesse per me quella premura che dovrebbe, cosa gl’importerebbe disgustar per me la cognata? Oh! gliel’ha raccomandata il fratello. Il fratello è fratello, e l’amante è amante; e se ho d’amare, voglio essere amata, e chi mi ama ha da scordarsi d’ogni altro affetto. Ma è impossibile, mi dirà taluno, trovar un uomo come tu vorresti. Bene, se non c’è, non m’importa. Andrò in un ritiro; andrò lontana dal mondo. Già il signor Fulgenzio è annoiato di me, ed ha ragione di esserlo, perchè sono assai delicata. Si è pacificato più volte; si è umiliato; mi ha domandato perdono, non vorrà più farlo, ed io non voglio esser la prima. È meglio così. Ho risolto; voglio andarmi a chiudere in un ritiro. Sarà contento; non mi vedrà più. Avrà finito di essere tormentato. Servirà la cognata; troverà un’altra amante; si mariterà. (a poco a poco si dispone a piangere)

SCENA QUARTA

Flamminia e la suddetta.

Flamminia: Che fate qui da voi sola?

Eugenia: Niente. (nascondendo le lagrime)

Flamminia: Eh via, finiamola.

Eugenia: Lasciatemi stare. (come sopra)

Flamminia: Pare che lo facciate apposta perchè il signor Fulgenzio si stanchi e vi perda l’amore.

Eugenia:  Che importa a me del suo amore?

Flamminia: Eh via! Si sa che vi preme.

Eugenia:  No davvero, non ci penso più.

Flamminia: È quella maledetta bile che vi fa parlar così!

Eugenia: Aspettate domani e vedrete se è bile o cos’è!

Flamminia: E che cosa volete fare, domani?

Eugenia: Voglio ritirarmi dal mondo.

Flamminia: Sì sì; dormiteci sopra e non sarà altro.

Eugenia: Sorella voi ancora non mi conoscete.

Flamminia: Vi conosco purtroppo! (un poco alterata)

Eugenia: Sono un’irragionevole, vero? (sdegnata)

Flamminia: Avete delle ore buone ma altresì delle ore molto cattive.

Eugenia: Ora sono nelle mie ore pessime. Lasciatemi stare. (come sopra)

Flamminia: Nostro zio è fuor di sè.

Eugenia: Che gli ho fatto io?

Flamminia: Cosa avete fatto alla signora Clorinda?

Eugenia: Già, tutti proteggono quella gran dama: io sono il cane del macellaio, ossa e busse!

Flamminia: Dovevate portar rispetto al padrone di casa che l’ha invitata.

Eugenia: Ma che cosa le ho fatto?

Flamminia: Che lo so io? È venuta a tavola con le lagrime agli occhi.

Eugenia: Ah, sapete perchè è venuta con le lagrime agli occhi? Perchè ha trovato qui suo cognato!

Flamminia: Io so che si è doluta molto di lui e dice che le ha perduto il rispetto.

Eugenia: Sì, ha ragione; pretende che non si parta da lei, che stia seco a pranzo a farle fresco su la minestra se scotta, e se non lo fa dice che le perde il rispetto.

Flamminia: Questa, finalmente, è una cosa che dee durar poco.

Eugenia: E come, durar poco?

Flamminia: Se vien il consorte, Fulgenzio avrà finito.

Eugenia: E quando arriverà questo suo consorte?

Flamminia: Intesi dir che l’aspettano oggi.

Eugenia: Oggi? (un poco placata)

Flamminia: Così ha detto la signora Clorinda.

Eugenia: E sì, se tornerà suo marito, non seguiteranno a convivere insieme? (alterata)

Flamminia: Può esser di no. Se il signor Fulgenzio vi sposa, non sarà cosa illecita che lo preghiate di metter su casa da sè.

Eugenia: E la metterebbe, poi? (placata)

Flamminia: Son persuasa di sì: sapete che non vi sa negar cosa alcuna.

Eugenia: Guardate la bella premura ch’egli ha di me! Si move egli per venirmi a vedere? Sa staccarsi un momentino dalla cognata?

Flamminia: Eccolo, eccolo ch’egli viene!

Eugenia: Non gli dite niente ch’avea risolto d’abbandonarlo!

Flamminia: Io non fo di queste pazzie.

Eugenia: Vien molto adagio. Sarà sdegnato?

Flamminia: Parlategli con umiltà.

Eugenia: Ho da pregarlo? Oh questo poi no.

Flamminia: L’ha fatto egli tante volte con voi!

Eugenia: Basta. Se le cose andassero veramente come voi dite, e se veramente mi volesse bene...

Flamminia: Se non vi amasse non verrebbe qui...

Eugenia: Zitto zitto. Sentiamo cosa dice.

SCENA QUINTA

Fulgenzio e dette

Fulgenzio: Signora Eugenia, mi permettete ch’io vi dica una cosa forse da voi non preveduta. Ho piacere che vi si trovi anche la signora Flamminia.

Flamminia: (Oh, vi è del male; non l’ho mai veduto più burbero come ora). (da sè)

Eugenia: (Che sì, che vuol fare il bravo.) (da sè)

Fulgenzio: Voi sapete ch’io v’amo, ma sapete oltresì ch’io sono uomo d’onore. (ad Eugenia)

Eugenia: Io non so nessuna di queste cose.

Fulgenzio: Come? Mettereste in dubbio la mia onoratezza?

Flamminia: Non le badate, signor Fulgenzio. Io la conosco questa mozzina, lo dice apposta per farvi arrabbiare.

Fulgenzio: La signora Eugenia può dir quel che vuole; può burlarsi di me, può deridermi, può insultarmi, ma non mi può intaccar nell’onore.

Eugenia: Se fossi un uomo, mi sfiderebbe alla spada.

Fulgenzio: Felice voi, che potete scherzare. Nello stato in cui mi trovo, non fo poco, se ho tanto fiato da poter parlare. L’amor che ho per voi, è arrivato all’eccesso, è arrivato a farmi perdere la ragione, son divenuto brutale, nemico degli uomini e di me stesso. Ma tutto questo sarebbe poco, se non mi facesse essere indiscreto, incivile, e quel ch’è peggio, ingrato al mio sangue e sprezzatore del decoro della famiglia. Che dirà di me mio fratello? che dirà egli, quando saprà che per cagion vostra ho perduto il rispetto alla di lui moglie?

Eugenia: Oh oh, ecco qui, ecco qui donde derivano le smanie del signor Fulgenzio! Ecco lo sforzo della delicatezza d’onore! Ha detto una parola torta alla dilettissima sua cognata. Ha commesso un error grandissimo. Si sente morire d’averlo fatto. Bisogna rendere soddisfazione a questa illustre signora. Volete che vada io a domandarle scusa per voi?

Flamminia: Che manieraccia è questa? Lo voglio dire al signore zio. (ad Eugenia) Per l’amor del cielo, signor Fulgenzio, non le badate.

Fulgenzio: Non mettete in ridicolo una cosa seria. (ad Eugenia)

Eugenia: Io voglio ridere quanto mi pare.

Fulgenzio: Ridete pure a vostro talento. La vostra ilarità in un caso simile dipende, o da poco amore, o, compatitemi, da poca ragione.

Eugenia: Sì, sono una pazza. Non lo sapete?

Fulgenzio: No signora; sapete esser saggia, quando volete.

Eugenia: Ma questa volta son pazza. Ditelo liberamente.

Flamminia: Se non lo dice egli, lo dirò io.

Eugenia: Voi non c’entrate, signora. (a Flamminia)

Flamminia: Meritereste che tutti vi abbandonassero.

Eugenia: Basta che non mi abbandoni il cielo.

Flamminia: Il cielo non assiste a chi ha massime come le vostre.

Eugenia: Che? sono una bestia io? non merito l’assistenza del cielo?

Flamminia: L’ingratitudine è odiosa agli uomini e ai numi. Voi trattate male con chi vi ama; cercate di affliggere le persone innocenti; odiate chi vi consiglia al bene; tradite voi stessa; calpestate i doni del cielo: e non arrossite di voi medesima?

Fulgenzio: Via, signora Flamminia, non l’affliggete d’avvantaggio. Io non ho cuore di vederla mortificata. Eugenia è assai ragionevole per conoscere da sè stessa i trasporti della passione. Sono stato io più debole è più mentecatto di lei, doveva conoscere il peso delle sue parole, compatirla e dissimulare. La collera mi ha trasportato. Ella non mi ha sforzato a insultar mia cognata; sono stato io l’incauto, il malaccorto, il furente. Eugenia mi ama, ed è per amore gelosa.

Eugenia: Io non sono gelosa di vostra cognata.

Fulgenzio: Lo so: è uno sdegno da voi concepito per timore di non essere preferita; ma, cara Eugenia, disingannatevi; vi amo e vi stimo sopra tutte le cose di questo mondo.

Flamminia: (Parla in una maniera, che farebbe intenerire i sassi. Possibile ch’ella voglia essere così caparbia?) (da sè)

Eugenia: Se conoscete dunque il motivo delle mie inquietudini, perchè non cercate la via di rendermi consolata? (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Sì, cara, vi chiedo scusa della poca attenzione che avessi avuta per voi; cercherò in avvenire di meglio meritarmi l’affetto vostro; e spero vicino il tempo di potervi dare la più vera testimonianza dell’amor mio.

Eugenia: Sarebbe tempo che il mio cuor respirasse.

Flamminia: Abbiate giudizio. Se siete in pace, sappiateci stare.

Fulgenzio: Eugenia carissima, voi mi avete da accordare una grazia.

Eugenia: Non siete voi padrone di comandarmi?

Fulgenzio: Me l’avete da far con buon animo.

Eugenia: Se non desidero che compiacervi!

Fulgenzio: Mi avete a permettere, ch’io possa ricondurre mia cognata alla propria casa.

Eugenia: Se qui l’ha condotta il signor zio, perchè non può egli restituirla dove l’ha presa?

Fulgenzio: Il signor Fabrizio è sdegnato; non si lascia vedere; e poi aspettasi mio fratello, e non ho piacere che trovi in casa degli sconcerti.

Eugenia: Sì, sì, avete ragione. Accompagnatela pure. (dissimulando)

Fulgenzio: Me lo dite di cuore?

Eugenia: Anzi.

Fulgenzio: Ho paura che vogliate dissimulare, e che dentro di voi non siate contenta.

Flamminia: Che volete voi sottilizzar d’avvantaggio? È una cosa giusta; lo conosce e l’accorda. Fate quest’atto di onestà, di dovere e poi subito tornate qui. (a Fulgenzio)

Eugenia: No, no, che non s’incomodi a ritornare.

Fulgenzio: La sentite, signora Flamminia?

Flamminia: Ho sentito tanto che basta, e non ne voglio sentire di più. (Le caccierei la testa nel muro). (da sè, e parte)

SCENA SESTA

Fulgenzio ed Eugenia

Fulgenzio: Questa è la grazia che avete promesso accordarmi?

Eugenia: Io non v’impedisco che la conduciate.

Fulgenzio: Ma con malanimo.

Eugenia: Non dovete badare all’animo mio; basta che soddisfacciate al vostro.

Fulgenzio: Io non sono portato per altro che per l’adempimento del mio dovere.

Eugenia: Adempitelo.

Fulgenzio: Sì in ogni maniera l’adempirò. Posso tutto sagrificarvi fuor che l’onore di me e della mia famiglia. Se quest’atto del mio dovere mi ha da costare la perdita dell’amor vostro, ne verrà in conseguenza il fine della mia vita, ma non per questo un uomo d’onore dee preferire al decoro la sua passione.

Eugenia: Fatemi almeno un piacere.

Fulgenzio: Oh cielo! comandatemi.

Eugenia: Andate, finitela, e non mi tormentate di più.

Fulgenzio: E ho da lasciarvi qui in questo stato?

Eugenia: Un uomo d’onore non ha da preferire la passione al decoro. Ma che dico io di passione? Andate, andate, che mi sono abbastanza disingannata.

Fulgenzio: Ah nemica della ragione, nemica di me e di voi medesima!

Eugenia: Avvertite che insolenze io non ne voglio soffrire.

Fulgenzio: Farò una risoluzione da disperato.

SCENA SETTIMA

Ridolfo e detti.

Ridolfo: Amico, una parola.

Fulgenzio: Ah Ridolfo, soccorretemi per carità!

Eugenia: Soccorretelo quel povero sfortunato. Levatelo dalla presenza di una irragionevole, di una ingrata. (a Ridolfo)

Ridolfo: Perdonatemi, signora, s’io vi dispiaccio. Mi preme l’onor dell’amico. La signora Clorinda ha risolto di partir sola. Ricusa la mia compagnia, ricusa ogni altro, se non la riconduce il cognato.

Eugenia:  E perchè non va egli a servirla? È un’ora che glielo dico; ed egli persiste ad importunarmi.

Ridolfo: Via dunque, rammentatevi del fratello, e fate il vostro dovere. (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Andiamo. (a Ridolfo, sdegnoso contro Eugenia)

Ridolfo: Ogni onestà lo richiede. (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Sì, andiamo. (smanioso e incerto)

Ridolfo: Ma se ve lo dice ella stessa. (a Fulgenzio, accennando Eugenia)

Fulgenzio: Sì, vi dico; andiamo. (come sopra)

Ridolfo: Compatitelo, signora Eugenia.

Fulgenzio: Barbara! (ad Eugenia, fremendo)

Eugenia: Sono stanca.

Fulgenzio: Ingrata! (come sopra)

Eugenia: O andate voi, o vado io.

Fulgenzio: Andrò io, maladetta! (parte correndo)

Ridolfo: Compatitelo. (ad Eugenia)

Eugenia: Andate, andate con lui. (sdegnosa)

Ridolfo: Siete sdegnata meco?

Eugenia: Andate, signor protettore. (come sopra)

Ridolfo: Protettore di chi?

Eugenia: Della parentela.

Ridolfo: Vi compatisco, perchè siete una donna (parte)

SCENA OTTAVA

Eugenia sola

Eugenia: Sia ringraziato il cielo, sarà finita. È meglio così. Già se Fulgenzio fosse mio sposo, non avrei un’ora di bene; e s’ei lo facesse, lo farebbe per forza. Si vede chiaro che non mi ama. Ed io sarei stolida, se volessi amarlo. Quest’angustia di cuore, che ora mi sento, non è amore, è sdegno. Sdegno non già perchè il perfido mi abbandoni, ma ira contro me stessa per avergli creduto. E sarò così sciocca di andarmi a chiudere in un ritiro per la perdita di un ingrato? Darò a lui questa soddisfazione, acciò se ne vanti, e vada raccontando agli amici la mia disperazione, come un trionfo della sua perfidia? No, non fia vero; vada egli, ed ammiri la mia costanza. Ma quale costanza, se mi sento morire?

SCENA NONA

Fabrizio, Roberto e detta.

Fabrizio: Cospetto di bacco! chi sono io in questa casa? Sono il padrone, o sono qualche stivale?

Eugenia: Con chi l’avete, signore zio?

Fabrizio: L’ho con voi, sciocca.

Eugenia: Con me?

Fabrizio: Sì, con voi. Io sono il padrone; e non ci sono in questa casa altri padroni che io; e una nipote, che dipende da me, non dee far all’amore, senza che io lo sappia; e molto meno parlare di maritarsi. Insolente!

Eugenia: (Or ora mi sente, con queste sue baggianate). (da sè)

Roberto: Signore, non la mortificate così. (a Fabrizio)

Fabrizio: La vede, signor Conte? Questa è la più stolida ragazza di questo mondo. Non sa che si faccia, non sa che si dica; non è buona da nulla; e parla di maritarsi.

Eugenia: (Non vorrei che mi tirasse a cimento). (da sè)

Roberto: Ma voi, signore, me l’avete pure lodata, avete pur detto che non c’è in tutto il mondo una giovane come lei.

Fabrizio: Mi disdico di quel che ho detto. È una sciocca, è una frasca, è un’impertinente.

Eugenia: Signor Conte, siccome non avrete dato fede all’elogio, spero non crederete al biasimo con cui vorrebbe discreditarmi.

Roberto: Tant’è vero ch’io non lo credo, che se mai per avventura accadesser di que’ casi da me previsti, non avrei alcuna difficoltà ad offerirvi la mano.

Fabrizio: Come? Il signor Conte si degnerebbe di sposar mia nipote?

Roberto: Sì, certo, e mi chiamerei felice, se avessi la sorte di conseguirla.

Fabrizio: Ah nipote, questa sarebbe per voi una gran fortuna, e per me una gloria immortale. Il signor conte d’Otricoli, cavaliere sublime, illibato, celebre, dovizioso, rampollo illustre di eccelsi progenitori, il fiore della nobiltà, l’esempio della onoratezza, il prototipo della vera cavalleria! Felice voi, felice me, felice la nostra casa! Dice davvero? (al Conte)

Roberto: Io non ho tutti i pregi dei quali mi caricate: ma vanto quello della sincerità; e ve lo dico di core.

Fabrizio: Senta, signore, la collera fa dire delle pazzie; per altro Eugenia è un portento: fa invidia a tutte le donne, è una gioia, è un incanto. Sa di tutto, sa far di tutto, ha una mente chiarissima, ha un cuor bellissimo: saggia, morigerata, obbediente. Ha tutte le buone parti immaginabili della bontà.

Roberto: Credo tutto, ma ella ha il cuor prevenuto per altro amante.

Fabrizio: Siete voi impazzita per il signor Fulgenzio, per quello stolido? per quell’ignorante? uomo vile, indegno della mia casa, spiantato, vagabondo, plebeo?

Eugenia: Signore, non vi ricordate voi d’averlo lodato?

Fabrizio: Che lodare! che lodare! io non fo conto di quella sorta di gente.In casa mia non ci verrà più. E se voi ardirete d’amarlo...

Eugenia: Acchetatevi, che già è finita. Fulgenzio è da me licenziato.

Fabrizio: Oh brava! Sente, signor Conte? Queste si chiamano donne. Questo è pensar giusto, pensar con prudenza.

Roberto: Signora Eugenia, sarebbe per avventura venuto il caso?

Eugenia: (Ah, una vendetta sarebbe pure opportuna). (da sè)

Fabrizio: Via, risolvete. In un momento potete diventare una gran dama, una gran signora, una principessa.

Roberto: Non tanto, signora. Ma uno stato comodo non vi mancherà. (ad Eugenia)

Eugenia: (Quand’è fatta è fatta. Può essere che quell’ingrato frema, e si disperi, e si penta, quando mi avrà perduta). (da sè)

Fabrizio: Via. Cuor mio, risolvete. (ad Eugenia)

Eugenia: Signore, disponete di me. (a Fabrizio)

Fabrizio: Oh bocca d’oro! L’avete sentita? (al Conte)

Roberto: Tocca a voi a terminare di consolarmi. (a Fabrizio)

Fabrizio: Per me ve l’accordo subito, in questo momento.

Roberto: (Signore, vostra nipote vale un tesoro; ma le convenienze della mia casa esigono qualche dote). (piano a Fabrizio)

Fabrizio: (Dote!) (a Roberto, con maraviglia)

Roberto: La volete maritar senza dote?

Fabrizio: (Ho sempre a che fare con degli spiantati). (da sè)

Eugenia: Signore, la mia dote ci deve essere. Me l’ha lasciata mio padre, e mio zio non la può negare.

Fabrizio: Bisogna vedere se il signor Conte la può assicurare.

Eugenia: Un cavalier così ricco? (a Fabrizio)

Fabrizio: Ricco! ricco! che so io, se sia ricco?

Roberto: Fareste meglio, signore, a esaltar meno le persone non conosciute, e a risparmiare gli insulti ai cavalieri onorati. Voi mi avete promesso vostra nipote; ella v’ha acconsentito. Penserò io a farmi render giustizia. (parte)

SCENA DECIMA

FABRIZIO ed Eugenia

Fabrizio: Orsù, io non voglio impegni. Ho data la parola, converrà mantenerla. (ad Eugenia)

Eugenia: Ma signore...

Fabrizio: Non c’è altro signore; converrà ch’io trovi la dote, e voi lo dovete sposare. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Eugenia sola.

Eugenia: Povera me! cosa ho fatto? Ma ho fatto bene. Fulgenzio mi veda sposa, e crepi di gelosia. So che viverò poco, che già a quest’ora mi principia a rodere il verme di una patetica disperazione; ma prima di morire, avrò la consolazione di vederlo fremere e delirare. Fremere e delirare? perchè? Se non ha per me quell’amore ch’io mi credeva, di che ha da fremere e delirare? Stolta ch’io sono; riderà piuttosto, se crederà ch’io mi sia legata altrui per isdegno. Farò forza a me stessa, cercherò che il Conte mi piaccia; imiterò l’indifferenza di quel perfido, di quel disumano... Oh cieli! eccolo. A che viene a tormentarmi l’indegno? Non posso reggere a quella vista. Sarà meglio ch’io mi allontani (in atto di partire)

SCENA DODICESIMA

Fulgenzio e detta.

Fulgenzio: Fermatevi, signora Eugenia.

Eugenia: Che pretendete da me? (con isdegno)

Fulgenzio: Ascoltatemi per carità.

Eugenia: L’avete servita la signora Clorinda? (con ironia)

Fulgenzio: No, non è ancora partita.

Eugenia: E che fa in casa mia? Perchè non l’accompagnate? (con isdegno)

Fulgenzio: Finito ho l’obbligo di servirla, terminato ho l’incarico di accompagnarla

Eugenia: E perchè? (sostenuta)

Fulgenzio: Perchè è giunto in Milano il di lei consorte.

Eugenia: È arrivato il signor Anselmo? (meno sostenuto)

Fulgenzio: Sì, è arrivato poc’anzi, non ritrovò in casa la sposa Seppe dov’era; è’ venuto egli stesso a vederla, ad abbracciarla. Fa ora i suoi convenivoli con il signor Fabrizio e colla signora Flamminia. Chiese di voi, le fu risposto che siete in camera ritirata e parte a momenti accompagnata dal caro sposo.

Eugenia: E voi? (patetica)

Fulgenzio: Resterò qui, se mel concedete.

Eugenia: Non volete essere col fratello a discorrere degli affari vostri?

Fulgenzio: In due parole ho seco lui trattato, e concluso il maggior affare che mi premesse.

Eugenia: Cioè gli avrete reso conto della custodia, in cui gli teneste la sposa.

Fulgenzio: No, ingrata. Gli palesai l’amor mio: gli spiegai la brama di avervi in moglie. Il mio caro fratello me l’accorda placidamente; mi esibisce poter condurre la moglie in casa. È pronto dividere, s’io lo voglio, l’abitazione e le facoltà. Mi ama tanto, che nulla seppe negarmi, e permettetemi ch’io lo dica, se il zio non vi può dar dote, brama ch’io sia contento, e non avrà per voi meno stima e meno rispetto.

Eugenia: (Ah incauta! ah ingrata! perchè impegnarmi col Conte?) (smaniosa e plangente)

Fulgenzio: Oh stelle! così accogliete una nuova, che mi lusingai dovesse rendervi consolata? Ardireste voi paventare, ch’io frequentassi con passione mia cognata? Non fate a lei, non fate a me un sì gran torto. Pure, se l’impressione nell’animo vostro non può per ora scancellarsi, vi prometto, vi giuro di non trattarla, di non vederla mai più.

Eugenia: Povera me ! son morta. (si abbandona sopra una sedia)

Fulgenzio: Eugenia, che cosa è questa?

Eugenia: Ah sì, Fulgenzio, maltrattatemi, disprezzatemi, che avete giusta ragion di farlo.

Fulgenzio: No, cara, voglio amarvi teneramente.

Eugenia: Non merito l’amor vostro.

Fulgenzio: Voi sarete la mia cara sposa.

Eugenia: No, non deggio esserlo; abbandonatemi.

Fulgenzio: Non dovete esserlo? Anima mia, perchè mai?

Eugenia: Perchè ad altri ho data la mia parola.

Fulgenzio: E a chi? (tremante)

Eugenia: Al conte Roberto.

Fulgenzio: Quando?

Eugenia: Poc’anzi.

Fulgenzio: E perchè?

Eugenia: Per vendetta.

Fulgenzio: Contro di chi vendetta?

Eugenia: Contro di me medesima; contro il mio cuore, contro la mia colpevole debolezza. Oimè, mi sento morire. (si copre col fazzoletto e resta così)

Fulgenzio: Ah perfida! ah disleale! quest’è l’amore? questa è la fedeltà?No, che non aveste amore per me. Furono sempre finti i vostri sospiri. Mendaci sono ora le vostre smanie. Me ne sono avveduto della vostra inclinazione pel mio rivale. Erano pretesti per istancarmi le gelosie mal fondate, i sospetti ingiuriosi, le invettive e gl’insulti. Godi, o barbara, della mia disperazione, trionfa della mia buona fede, deridi un misero che per te more, ma trema della giustizia del cielo. Ti lascio in preda del tuo rossore; parlino per me i tuoi rimorsi; e per ultimo dono di chi tu sprezzi, assicurati di non vedermi mai più (in atto di partire)

Eugenia: (Svenuta cade sopra una sedia vicina)

Fulgenzio: (Sentendo strepito si volta) Oimè; che è questo? Eugenia, Eugenia, aiuto, soccorso!

SCENA TREDICESIMA

Flamminia, Lisetta e detti.

Flamminia: Che cos’è?

Lisetta: Cos’è stato?

Fulgenzio: Soccorretela.

Flamminia: Sorella.

Lisetta: Signora padrona. (l’alzano e la rimettono sulla sedia)

Fulgenzio: Ah! se non mi amasse... Ma oh cieli! potrebbe fingere? È perchè fingere, se non mi amasse?

Lisetta: Via, via, è rinvenuta.

Flamminia: Ah, sorella mia, ve l’ho detto. Siete nemica di voi medesima.

Eugenia: Deh lasciate ch’io mora.

Fulgenzio: Ah no, vivete; il cielo mi vuol infelice. Pazienza. Vi amerò da lontano, benchè mia non sarete.

Flamminia: E perchè non ha da esser vostra? (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Perchè ad altri si abbandonò per vendetta.

Flamminia: Volete dire, perchè ha dato parola al conte Roberto? (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Ah sì, fortunatissimo Conte.

Flamminia:  Fortunato voi vi potete chiamare, che aveste me in aiuto; fortunata Eugenia, che ha una sorella che l’ama. Il Conte fu da me illuminato. Seppe che lo faceva per astio, per capriccio, per disperazione. Non è sì pazzo a volersi nutrire una serpe nel seno; e lascia in libertà la fanciulla.

Eugenia: Oimè, dite il vero? (alzandosi con tenerezza a Flamminia)

Flamminia: Così è, sorella, Fulgenzio è vostro.

Eugenia: No, che non sarà mio.

Fulgenzio: Perchè no, crudele?

Eugenia: Perchè non lo merito.

Fulgenzio: Lo conoscete il torto che mi faceste?

Flamminia: Via, non parlate altro. (a Fulgenzio)

Eugenia: Lasciatelo dir, che ha ragione. (a Flamminia, con tenerezza)

Fulgenzio: Abbandonarmi per così poco! (ad Eugenia)

Flamminia: Ma via, dico. (a Fulgenzio)

Eugenia: Sì, insultatemi, che mi si conviene. Conosco l’amor grande che per me avete; so di non meritarlo. Usatemi carità, se vi aggrada; siatemi rigoroso, se il vostro cuor lo comporta; in ogni guisa mi duole d’avervi offeso, e vi domando perdono.

Fulgenzio: Ah non più, idolo mio!

Eugenia: Sì, perdonatemi.

Flamminia: O che sian benedetti!

Lisetta: Mi fanno piangere.

SCENA QUATTORDICESIMA

Fabrizio e detti.

Fabrizio: Cosa fa qui questo temerario?

Flamminia: Abbiate pazienza, signore. Questi ha da essere lo sposo di mia sorella.

Fabrizio: Non è degno d’imparentarsi con me.

Flamminia: Sentite. La sposerà senza dote.

Fabrizio: Senza dote? (a Flamminia)

Flamminia: Si, signore.

Fabrizio: La prendete voi senza dote? (a Fulgenzio)

Fulgenzio: Non ci ho veruna difficoltà.

Fabrizio: Caro nipote, il cielo vi benedica. (l’abbraccia)

SCENA ULTIMA

Roberto, Ridolfo e detti.

Ridolfo: Ecco qui il signor Conte, il quale persuaso dalle mie ragioni, si contenterà che il signor Fabrizio gli faccia una semplice scusa.

Fabrizio: Scusatemi, signor Conte. Il cielo ha voluto così. Mia nipote merita molto, e la fortuna le ha concesso in isposo il re de’ galantuomini, il più bravo giovane di questo mondo, il più saggio, il più dotto, il più nobile cittadino di Milano.

Roberto: Scuso in voi la più sonora, la più ridicola caricatura del mondo.

Fabrizio: Viva mille anni il Conte dei Conti, il Cavaliere dei Cavalieri!

Fulgenzio: Deh concedetemi che io le porga la destra. (a Fabrizio)

Fabrizio: Sì, generoso nipote: eroe del Ticino, gloria del nostro secolo!

Eugenia: Caro sposo, finalmente siete mio, vostra sono. Oh quante stravaganze prodotte furono dal nostro amore! Vicendevoli sono state le nostre gelosie, i nostri affanni, le nostre pene. Chi potrà dire che non fummo noi, e che non siamo tuttavia Innamorati? Oh quanti si saranno specchiati in noi! Deh quelli almeno, che si trovassero nel caso nostro, alzin le mani, ed applaudiscano alle  nostre consolazioni.

FINE DELLA COMMEDIA

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Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2011