Carlo Goldoni

 

LA PUTTA ONORATA

COMMEDIA VENEZIANA.

Rappresentata per la prima volta in Venezia il Carnovale dell'Anno 1748

 

 

 

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere di Carlo Goldoni, vol. II, a cura di Giuseppe Ortolani, Mondadori, Milano 1936

 

 

 

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE DON GIUSEPPE ARCONATI VISCONTI

REGIO FEUDATARIO DI ARCONATE, LOMAZZO, CERIMEDO, FENEGRÒ,

GUANZATE E ROVELASCA, GENTILUOMO DI CAMERA ED INTIMO

ATTUAL CONSIGLIERE DI STATO DELLE LORO MAESTÀ IMPERIALI,

CONSIGLIERE NEL SUPREMO CONSIGLIO D'ITALIA E COMMISSARIO

GENERALE DE' CONFINI DELLO STATO DI MILANO, ALTRO DE' SIGNORI

LX. DECURIONI DI QUELL'ECCELLENTISSIMO GENERAL CONSIGLIO E REGIO

L. T. DEL V. SPEDAL MAGGIORE DELLA MEDESIMA CITTÀ DI MILANO ECC.

 

Io, per dir vero, del numero di quei non sono, che possano la ragione della fortuna lagnarsi. Ella mi ha fatto sempre del bene, e me lo ha fatto anche quando meno lo meritavo, e mi ha ella porta la mano più d'una fiata a risorgere, qualora ingrato a' suoi doni le voltai, per così dire, le spalle.

Pregiatissimo dono della fortuna rimarco io l'onor massimo dell'alto Patrocinio vostro, Eccellentissimo Signore, onore e dono che io confesso non meritare, e che di custodir mi prefiggo gelosamente quanto la mia medesima vita, giacché del pari nell'animo mio risento il piacer di essere, e quello di essere cosa vostra.

Quelli che hanno l'immagine della fortuna nell'oro e nell'argento e nella vita comoda collocata, si rideranno di me, che in mezzo alle fatiche e alli stenti, e assai mediocremente in arnese, e incerto sempre del mio destino, fortunato mi vanto; ma io conosco me stesso, e so di meritar molto meno, e assaissimo mi compiaccio di quel cortese compatimento, che dall'Universale esigono le mie fatiche; e molto più di consolazione mi empie e di giubilo, quello che degnossi di accordarmi l'E. V., Cavaliere di tanta scienza ripieno, e di sì fino discernimento, i di cui giudizi possono assicurar chi che sia nel dubbio e incerto cammino della Virtù e del Merito.

Fu nel mese di Giugno dell'anno scorso ch'io ebbi la prima volta l'invidiabil contento di baciarvi la mano, e di vedere cogli occhi miei nel vostro venerabile aspetto i raggi luminosi di quella grand'anima, che ripiena di tutte le morali virtù rende Voi la delizia della vostra gran Patria, l'esempio dell'uomo nobile e del vero Cavaliere Cristiano.

Oh qual giornata per me felice fu quella! Non so ricordarmene senza novello giubilo, facendo in me una tal rimembranza l'effetto che suol produrre nei ciechi l'immagine delle più belle e più rare cose vedute.

In fatti, se io sapessi descrivere le delizie della vostra Villa di Castellazzo (ove in quel felice giorno vi trovai), cose avrei a scrivere degne di maraviglia, né poche pagine basterebbono a dare altrui un'idea vera di tutte quelle magnifiche cose, che formano un soggiorno degno di Voi.

La vastità del palazzo, la ricchezza delle suppellettili, la estensione del gran giardino, in cui si vedono variamente architettati e distinti i più bei verdi d'Italia; la quantità delle fontane e de' giochi d'acqua, tuttoché procurata dall'arte ed estratta di sotterra a forza di macchine, e mantenuta con una eccedente spesa; il parco de' cervi; il serraglio delle fiere, il grato e scelto pomario; la biblioteca, ricca di scelti e copiosi libri; la camera delle Matematiche, in cui si vedono tutte le più scelte macchine che servono allo studio ed alle esperienze della meccanica Filosofia; una Statuaria di antichi celebrati marmi, fra' quali ammirasi la magnifica statua colossale di Pompeo, la quale dal Campidoglio di Roma con immensa spesa fu trasportata dal vostro grand'Avo ad arricchire la Lombardia con uno de' più preziosi avanzi dell'antichità, cose queste son tutte che richiederebbono altro luogo per essere scritte, ed altra mano che le scrivesse; cose elleno sono, che richiamano tutto giorno e i lontani e i vicini all'ammirazione, e voi con tanta umanità e cortesia trattar solete i quotidiani numerosi Ospiti vostri, ai quali non manca mai, nel tempo della Vostra villeggiatura, né lauta mensa, né agiato riposo, né musica, né altri piaceri di questa vita, il condimento dei quali si è la Vostra erudita, graziosa, amabile conversazione.

E non dovrò io render grazie alla mia fortuna per avermi ella fatto partecipe di tante sì rare cose ? Sì, che le sarò sempre grato, ed or piucché mai, poiché fortuna sola, e non grado alcuna di merito fa sì ch'io possa porre in fronte ad una delle miserabili mie Commedie il nome grande, il venerabile nome di V. E., e fregiando in sì alto modo le imperfette Opere mie, tentar gloriosamente gli auspici di un Protettore eccelso e magnanimo.

Ma no, non è questo puro dono della fortuna; egli è, Eccellentissimo Signore, un tratto della vostra benignità, la quale non sa che spargere a larga mano le beneficenze e le grazie, e Voi formate la fortuna di quelli che vi servono, riconoscono, e ammirano da vicino le Vostre peregrine virtù.

Che manca in Voi di ammirabile e grandioso? Non la antichità del sangue, il quale sino nel decimoquarto Secolo sparso fu da' gloriosi Vostri Antenati a pro della Patria, ed in servigio di Filippo Maria Visconti Duca di Milano.

Non grado e dignità, poiché tante ne ha profuse in Voi l'imperadore Carlo Sesto, e tante la Invitta e Gloriosa Regina Vostra Sovrana, che vi rendono in altra guisa noto al Mondo e ragguardevole per ogni dove.

Non virtù, non valore, non ottima, regolata prudenza, onde negli affari economici, politici e militari, e nei Consigli e nei Governi ove foste con tanto merito destinato, deste saggio mai sempre di pronto spirito e di robustezza di animo, e sopra tutto di dolce adorabile benignità, la quale siccome è a Voi medesimo la virtù prediletta, così porge a me la dolce lusinga, che aggradire vi degnerete quest'umile offerta dell'ossequioso rispetto mio, concedendomi ch'io possa in faccia del Mondo gloriarmi di essere, quale con profonda umiliazione ho l'onore di protestarmi

Di V. E.

Torino, il primo di Maggio 1751.

Umiliss. Devotiss. ed Obbligatiss. Serv.

CARLO GOLDONI

 

 

 

LETTERA DELL'AUTORE

AL BETTINELLI

 

Scrittagli l'anno 1751 da Turino, mandandogli la presente Commedia.

 

Dappoiché pare a voi che la Putta Onorata possa apportarvi qualche utilità coll'essere data al pubblico, io voglio compiacervi anche di questa, quantunque non abbia quella opinione di essa, che voi avete. Sia stata qual si voglia la sua riuscita sul Teatro, non potrà certamente ritrovare quel gradimento fra' Leggitori fuori di Venezia, che ritrovò fra gli Spettatori sulle Scene Veneziane. Otto personaggi, che dentro vi favellano nel nativo linguaggio di quella Città, mi fanno dubitare che perdendosi nella non bene intesa lingua il sapore de' sentimenti, rimanga scipita e forse rincrescevole. Né mi sgomenterei gran fatto, se la favella in essa usata fosse stata tratta dal parlare degli uomini colti, perciocché non si discosterebbe lungo tratto da quella, che per tutta l'Italia è intesa; ma avendo io in più luoghi imitato le azioni e i ragionamenti della minuta gente, mi convenne attenermi a que' modi di dire, che più a tal qualità di persone si confanno. È a ciascheduno palese, quanto sia diverso in ogni Città il ragionare degli uomini qualificati da quello delle genti d'altra condizione, e che queste ultime sì dagli altri lo hanno diverso, che quasi nati sembrano in altro Paese; perciocché oltre alla differenza di molti vocaboli e della pronuncia ancora, hanno altresì certe forme particolari o di sentenze, o di proverbi, o di diciture in gergo, che piacevolissime sono a chi le intende, ma riescono a chi non è più che pratico oscurissime. Fra tutti quelli che hanno grandissima copia di sì fatte forme di favellare, sono i Gondolieri di Venezia, i quali furono da me nella presente Commedia imitati con tanta attenzione che più volte mi posi ad ascoltarli, quando quistionavano, sollazzavansi o altre funzioni facevano, per poterli ricopiare nella mia Commedia naturalmente. Questa stessa esattezza, che fece così grata la mia fatica in una Città, dove tali cose sono sotto gli occhi ogni dì, e tali vocaboli si odono sempre; temo che la renderà forse noiosa a quelli che, nati lontani da essa, non intendono la proprietà de' vocaboli Veneziani. E più mi conferma l'osservazione che ho fatta nel vederla a recitare; poiché in Venezia dovete ricordarvi quante e quante sere fu replicata la prima volta, e come in calca venivano le persone per aver luogo nel Teatro ad udirla, e nell'anno susseguente ancora non ebbe peggior fortuna; né minor piacere fece agli ascoltanti di Verona, come quelli a' quali quel ragionare non è affatto nuovo; ma allontanata di là, non ebbe la stessa riuscita; appunto perché, rimanendo oscura per metà, non poteva più essere gradita interamente. Quello ch'io vidi quando fu rappresentata dubito che accada quando sarà venuta alla luce, e tanto più perché nel leggere il movimento dell'azione è perduto; che pur talvolta dà tanto spirito anche alle cose non affatto evidenti, che le fa comprendere agli ascoltanti. Con tutto ciò, poiché voi così desiderate, io non sono per contrastare alla vostra volontà; ma in ciò solamente a Voi mi raccomando, che i più oscuri modi di favellare sieno almeno, come nel primo tomo si è fatto, con alcune postille dichiarati; e quanto si può venga aperto il senso di quelli, acciocché il non intenderli non disgusti altrui dal leggere. In questa forma facendo, son certo che, se non darà tutto quel diletto a' Forestieri che può dare a' Leggitori Veneziani, si renderà almeno men faticosa, e perciò più facilmente si potrà ritrovare chi la legga senza rincrescimento. Non dubito che adoprerete in ciò tutta la diligenza, e promettendovi pel venturo ordinario la Buona Moglie, che a questa, quasi secondogenita, vien dietro, col cuore vi abbraccio.

 

 

Personaggi

 

Ottavio, marchese di Ripaverde.

La marchesa Beatrice, sua moglie.

Pantalone de' Bisognosi, mercante veneziano creduto padre di Lelio e protettore di

Bettina, fanciulla veneziana.

Catte, lavandaia moglie di Arlecchino e sorella di Bettina.

Messer Menego Cainello, barcaiuolo del marchese, e creduto padre di Pasqualino.

Lelio, creduto figlio di Pantalone, poi scoperto figlio di messer Menego.

Pasqualino, creduto figlio di messer Menego, poi scoperto figlio di Pantalone.

Donna Pasqua, da Pelestrina moglie di messer Menego.

Brighella, servitore del marchese.

Arlecchino, marito di Catte.

Nane, barcaiuolo.

Tita, barcaiuolo.

Un Giovane, caffettiere.

Un Ragazzo, che all'uso di Venezia accenna ad alta voce dove si vendono i viglietti della commedia.

Scanna, usuraio.

Un capitano di sbirri con i suoi uomini.

 

La scena si rappresenta in Venezia.

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

Camera del Marchese.

Il marchese Ottavio in veste da camera al tavolino scrivendo

e la marchesa Beatrice in abito di gala.

 

Ottavio: Sì signora, v'ho inteso; lasciatemi scrivere questa lettera.

Beatrice: Questa sera vi è la conversazione in casa della Contessa.

Ottavio: Ho piacere. Amico carissimo.  (scrivendo)

Beatrice: Spero che verrete anche voi.

Ottavio: Non posso. Se non ho risposto alla vostra lettera...

Beatrice: Ma a casa chi mi accompagnerà?

Ottavio: Manderò la gondola. Vi prego perdonarmi, perché...

Beatrice: E volete ch'io torni a casa sola?

Ottavio: Fatevi accompagnare. Vi prego perdonarmi, perché gli affari miei...

Beatrice: Ma da chi mi ho da far accompagnare?

Ottavio: Dal diavolo che vi porti. Gli affari miei me l'hanno impedito.

Beatrice: Andate là, marito mio, siete una gran bestia.

Ottavio: Per altro non ho mancato di servirvi...

Beatrice: Con voi non posso più vivere.

Ottavio: E voi crepate. Ho parlato al consaputo mercante...

Beatrice: Bella creanza!

Ottavio: E mi ha assicurato, che quanto prima...

Beatrice: Quanto prima me n'andrei da questa casa.

Ottavio: Oh volesse il cielo! Quanto prima vi manderà la stoffa...

Beatrice: Questa è una commissione di qualche dama.

Ottavio: Sì, signora. (scrive)

Beatrice: Me ne rallegro con lei.

Ottavio: Ed io con lei. (scrive)

Beatrice: Fareste meglio a provvederla per me quella stoffa, che ne ho bisogno.

Ottavio: Cara signora marchesa, favorisca d'andarsene.

Beatrice: Meritereste d'aver una moglie come dico io...

Ottavio: Peggio di voi non la troverei mai. (scrive)

Beatrice: Poter del mondo! Che potete dire di me?

Ottavio: Andate andate, fatemi questo servizio.

Beatrice: È nota la mia prudenza...

Ottavio: Gnora sì. (scrive)

Beatrice: Si sa la mia delicatezza.

Ottavio: Gnora sì. (scrive)

Beatrice: Son una donna d'onore.

Ottavio: Gnora sì. (scrive)

Beatrice: Siete un pazzo.

Ottavio: Gnora... no. (scrive)

 

 

SCENA SECONDA

Brighella e detti.

 

Brighella: Lustrissima, l'è qua el sior conte, che l'è venudo a prenderla per servirla alla conversazion.

Beatrice: Signor consorte, comanda niente?

Ottavio: Gnora no. (scrive)

Brighella: Vuol venire con me?

Ottavio: Gnora no. (scrive)

Beatrice: Vuol ch'io resti?

Ottavio: Gnora no. (scrive)

Beatrice: Dunque vado.

Ottavio: Gnora sì, gnora sì, gnora sì.

Beatrice: (Vado, vado, e non mi faccio pregare. Questa è l'arte nostra. Fingere col marito di amar ciò che si odia, e di non voler tutto quello che si desidera). (da sé, e parte)

 

 

SCENA TERZA

Il marchese Ottavio e Brighella.

 

Ottavio: Maledetta costei! Non la posso vedere, e pretenderebbe ch'io fossi geloso. Sarei tre volte pazzo. Pazzo, perché non è una bellezza da far prevaricare. Pazzo, perché io non le voglio bene; e pazzo, perché la gelosia non è più alla moda. Brighella, hai tu veduto Bettina?

Brighella: Lustrissimo sì, l'ho vista. Gh'ho dito le parole ma ho paura che no faremo gnente

Ottavio: Perché?

Brighella: Perché l'è una puta troppo da ben.

Ottavio: Di chi è figlia? L'hai saputo?

Brighella: So padre el giera un patron de tartana, ma l'è morto e no la gh'ha né padre, né madre.

Ottavio: E ora chi l'ha in custodia?

Brighella: Una so sorela maridada, che ha nome siora Cate, mugier d'un certo Arlechin Batocchio, che xe veramente un batocchio da forca.

Ottavio: Si potrebbe vedere d'introdursi per via di costoro?

Brighella: La lassa far a mi; parlerò a sta siora Cate; so che la xe una dona de buon cuor, e spero che col so mezzo se farà qualcossa.

Ottavio: La ragazza mi piace. La terrò sotto la mia protezione.

Brighella: La protege un certo vecchio mercante, che i ghe dise Pantalon dei Bisognosi.

Ottavio: Un mercante cederà il luogo ad un marchese.

Brighella: Ma lu lo fa a fin de ben, e solamente per carità.

Ottavio: Eh, me ne rido di questa sorta di carità. Basta, oggi anderemo a ritrovarla.

Brighella: La sappia, lustrissimo, che ho scoverto un'altra cossa.

Ottavio: Che è innamorata?

Brighella: La l'ha indivinada.

Ottavio: Già me l'immaginava. La modestina! Andiamo, andiamo.

Brighella: E sala chi è el so moroso?

Ottavio: Qualche rompicollo.

Brighella: Pasqualin, fio de Menego Cainello, barcariol de casa de V.S. illustrissima.

Ottavio: Buono, buono! ed egli le corrisponde?

Brighella: L'è morto per ela.

Ottavio: Dunque si potrebbe fare questo matrimonio... E poi colla mia protezione... sì, sì. Va là, chiamami Cainello e fa che venga da me.

Brighella: La servo subito. (Matrimoni fatti per protezion? Alla larga). (da sé, e parte)

 

 

SCENA QUARTA

Il marchese Ottavio, poi Menego.

 

Ottavio: Così è. Potrei servirmi di quel giovane o per barcaiuolo, o per staffiere, o per cameriere; e della ragazza per donna di governo. È una giovane che mi piace assai.

Menego: Lustrissima, son qua ai so comandi.

Ottavio: Ditemi, come siete contento del mio servizio?

Menego: Contentissimo. Quando a la fin del mese scorre le monee [1], mi no cerco altro. De ela no me posso lamentar. La xe un zentilomo de buon cuor, tagiao a la veneziana [2]; ai so tempi la vien zoso co la molente, e mi per ela starave in pope tre dì e tre notte senza magnar. Ma quela lustrissima de la parona, la me compatissa, no la gh'ha gnente de descrizion. La matina apena zorno la me fa parechiar. Presto, Menego, in pope. Andè da la conzateste, fe che la vegna subito. Animo, andè a levar el miedego, che la parona gh'ha el mal de mare. Cerchè el barbier, che ghe vegna a meter un servizial. A mezza matina: Menego, in pope. La parona in ziro per mezza Venezia. Dopo disnar in Piazza, e Menego co la barca a Reduto. La sera a la comedia; se torna a casa a sett'ore; sona la mezza note, ma el mezzo ducato no se usa.

Ottavio: Povero Catinello, vi compatisco. Siete solo, e solo non potete supplire a tutto. Ditemi, non avete voi un figlio?

Menego: Lustrissimo, sì.

Ottavio: Che mestiere gli fate fare?

Menego: Mi vogio ch'el fazza el mestier de so pare, ma elo nol gh'ha gnente de genio. Una volta ho provà a farlo star in pope, e el xe andà in acqua a gambe levae.

Ottavio: Ma bisogna veder d'impiegarlo.

Menego: Se el se vol impiegar, mi ghe posso comprar un batèlo e ch'el s'inzegna. Mi me sfadigo, e lu no vogio ch'el fazza el zentilomo. Chi lo vede, tuti i dise che a mi nol me somegia gnente; e ghe xe dei baroni che parla e che dise, se la m'intende. Ma dona Pasqua mia mugier, no ghe digo per dir, la xe sempre stada, in materia de ste cosse, sutila come l'ogio [3].

Ottavio: Vive vostra moglie?

Menego: Lustrissimo sì, per grazia del cielo.

Ottavio: Dove si ritrova?

Menego: A Pelestrina, dove la xe nassua [4]. La xe andada a trovar i so parenti; sta sera o domatina l'aspeto.

Ottavio: Orsù, mandatemi vostro figliuolo, che lo voglio vedere.

Menego: Vussustrissima sarà servida. Ma adesso no saveria in dove trovarlo.

Ottavio: E bene, lo manderete da me, quando l'averete ritrovato.

Menego: Ancuo comandela la barca?

Ottavio: Per me no. Guardate se la vuole la marchesa.

Menego: Eh, a ela no ghe manca barche. Ogni zorno ghe ne xe tre o quatro che fa regata per arivar a la machina. Sta matina sior conte ha buo el primo [5]. Dopo se gh'ha calumà drio [6] el secondo e el terzo, e per quel che vedo, a vussustrissima ghe toccherà el porcheto [7]. (parte)

Ottavio: Quanto sono piacevoli questi barcaruoli! Ma quanto per altro è bella la mia Bettina! Se la prendo in casa, non vorrei che nascesse qualche strepito con mia moglie. Procurerò di maritarla con questo giovinotto. Intanto... basta... il danaro fa tutto. Argent fait tout. (parte)

 

 

SCENA QUINTA

Strada con veduta di un'altana annessa alla casa di Bettina.

Bettina sull'altana facendo le calze.

 

Bettina: Oh caro sto sol! Co lo godo! Sia benedeto st'altana [8]! Almanco se respira un puoco. Mi, che no son de quele che vaga fora de casa, se no gh'avesse sto liogo, morirave de malinconia. E po qua semo fora dei petegolezzi. In sta corte no ghe sta nissun; nissun me sente, nissun me vede. No posso veder pezo, quanto quel star in compagnia de certe frasche, che no le fa mai altro che dir mal de questa e de quela. Anca de mi le dirà qualcossa, perché me pratica per casa sior Pantalon; ma che le diga quel che le vol; el xe vecchio, el me fa da pare, el me agiuta per carità. Dise el proverbio: mal no far, e paura no aver. El m'ha anca promesso de maridarme; ma se no me tocca Pasqualin, no vogio altri marii. Velo qua ch'el vien, siestu benedio. Caro quel muso! caro quel pepolo [9]! Co lo vedo, se me missia[10] tuto el sangue che gh'ho in te le vene.

 

 

SCENA SESTA

Pasqualino col tabarro alla veneziana, e detta.

 

Pasqualino: Tiolè [11], chi la vol veder, sempre su l'altana a farse veder da tutti, a recever i basamani.

Bettina: Vardè che sesti [12]! Stago qua per vu, caro fio. No podè dir che m'abiè visto a parlar co nissun.

Pasqualino: Mi no vogio che stè in altana. Sè troppo bassa.

Bettina: Se passerè, no ve vederò.

Pasqualino: Co passerò, subierò. No me fe andar in còlera.

Bettina: No, vissere, no andar in còlera, che farò a to muodo.

Pasqualino: Ma ogio mo da star sempre qua impalao [13]?

Bettina: Cossa voressistu far?

Pasqualino: Vegnir in casa.

Bettina: Oh, in casa no se vien.

Pasqualino: No? Per cossa?

Bettina: Le pute da ben no le receve in casa i morosi.

Pasqualino: Me la disè ben granda! Toni, el segondo zorno che l'ha fato l'amor con Pasquetta, el xe andà in casa de più de diese, e Tonina ghe ne tiol in casa quanti ghe ne va.

Bettina: Se le fa mal, so dano. Mi son una puta da ben.

Pasqualino: E mi cossa songio? Qualche scavezzacolo [14]?

Bettina: No, no digo questo. Sè un puto bon e modesto; ma in casa no se vien per adesso.

Pasqualino: Quando donca ghe vegnirogio?

Bettina: Co m'averè dao el segno [15].

Pasqualino: El segno ve lo dago anca adesso.

Bettina: M'aveu gnancora fato domandar?

Pasqualino: Mi no; no gh'avè né pare, né mare.

Bettina: Gh'ho ben mia sorela maridada. Ela la me xe in liogo de mare.

Pasqualino: Ben, parlerò mi con ela.

Bettina: Fe quel che volè; ma sentì, bisogna dirlo anca a sior Pantalon.

Pasqualino: Gossa gh'ìntrelo quel vecchio? Xelo vostro barba?

Bettina: El xe un mio benefator, che m'ha promesso la dota.

Pasqualino: Piase? Gh'avè un benefator? Ho inteso. So che ora che xe.

Bettina: Coss'è, sior pezzo de strambazzo? Cossa credeu? Che sia qualche frasca? Son una puta da ben, onorata. Se gh'ho un benefator, el xe un vecchio, che lo fa per carità. Me maravegio dei fati vostri.

Pasqualino: Mo via, no andè in còlera.

Bettina: Co i me intaca in te la reputazion, no varderia in tel muso a mio pare.

Pasqualino: No me par d'aver dito...

Bettina: Avè dito anca tropo.

Pasqualino: Eh via, averzì, che faremo pase.

Bettina: Se sè mato, andeve a far ligar.

Pasqualino: Cussì me strapazzè? No me volè ben?

Bettina: Ve vogio ben anca troppo; ma me preme la mia reputazion sora tuto.

Pasqualino: Donca cossa ogio da far?

Bettina: Parlè co mia sorela.

Pasqualino: Co vostra sorela parlerò volentiera; ma no voria che ghe fusse quel aseno d'Arlechin vostro cugnà.

Bettina: Aspetè, la manderò in corte.

Pasqualino: Sì ben, pol esser che femo groppo e macchia [16].

Bettina: Come sarave a dir?

Pasqualino: Che vegna in casa con ela.

Bettina: Vegnirè, co sarà el so tempo. No vogio far come ha fato tante altre. Le ha tirà in casa i morosi, i morosi s'ha desgustà, e ele le ha perso el credito. Me arecordo, che me diseva mia mare povereta:

 

"Pute da maridar, prudenza e inzegno:

No stè a tirar i moroseti in casa;

Perché i ve impianta alfin co bela rasa,

E po i ve lassa qualche bruto segno". (parte)

 

 

SCENA SETTIMA

Pasqualino e poi Catte.

 

Pasqualino: Brava, cussì me piase. Se vede che la xe una puta da ben. Ho fato per provarla; ma se la me averziva la porta, mai più meteva pie in casa soa. So anca mi come che la va co le pute, e so che quando le averze la porta, la reputazion facilmente la va drento e fuora. Ma vien siora Cate so sorela. Se ho da dir la verità, me vergogno un puoco; ma bisogna farse anemo e parlar schieto.

Catte: El tempo se va iscurindo; ho paura che vogia piover. (osservando il cielo)

Pasqualino: Patrona, siora Cate.

Catte: Oh bondì siorìa, sior Pasqualin.

Pasqualino: La gh'ha paura de la piova?

Catte: Sì ben, perché ho fato lissia [17]. Vorave destender, ma no me fido.

Pasqualino: Se la fusse una puta, dirave che el so moroso ghe vol poco ben.

Catte: Ah, lo savè anca vu quel proverbio:

"Quando la puta lava, e vien el sol,

Segno ch'el so moroso ben ghe vol".

Ma ve dirò, no gh'ho miga lavà mi, savè. Ha lavà Betina, mia sorela; e se piove, xe segno che el so moroso la minchiona.

Pasqualino: E sì mo, el so moroso ghe vol ben e el dise dasseno.

Catte: Ma chi èlo sto so moroso? Lo cognosseu?

Pasqualino: Pussibile, siora Cate, che no lo sapiè?

Catte: Mi no, da dona onorata.

Pasqualino: Mi ve lo dirave; ma me vergogno.

Catte: Oh via, via, v'ho capìo. Ve cognosso in ti occhi. Vu sè quelo che ghe vol ben.

Pasqualino: Sì ben, xe la veritae. Betina xe la mia morosa.

Catte: Ma diseme, che intenzion gh'aveu?

Pasqualino: Intenzion bela e bona.

Catte: Come sarave a dir?

Pasqualino: De sposarla. E za che no la gh'ha né pare, né mare, e che vu sè so sorela e che sè maridada, ve la domando a vu per mugier.

Catte: Disè, fio, missier Menego, vostro pare, saralo contento?

Pasqualino: Mi no gh'ho dito gnente.

Catte: Che mistier gh'aveu per le man?

Pasqualino: Mio pare el voleva che fasse el barcariol; ma mi no lo vogio far. Piutosto meterò suso una botegheta e m'inzegnerò.

Catte: Botega de cossa, fio mio?

Pasqualino: No so gnanca mi. Me giera vegnù in testa de far el strazzariol [18]. Ghe n'ho visto tanti a scomenzar a vender de le scatole rote, dei feri vecchi e de le strazze su le balconae de le boteghe serae, e in poco tempo i ha messo peruca, i ha averto botegoni spaventosi, e i ha comprà de le masserie intreghe.

Catte: Sì, disè ben; ma la farina del diavolo la va tuta in semola. Co i vede che uno ha bisogno de vender, i paga do quelo che val sie; e co uno gh'ha vogia de comprar, i vende per dodese quelo che val quatro. E po quel nolizar la roba a certe fegure; fornir casa a certe squaquarine [19]. Basta, el xe un mistier che no me piase gnente.

Pasqualino: Meterò suso una botega da caffè.

Catte: Oh, caro fio, ghe ne xe tanti, che i se magna un con l'altro. Fuora dei primi posti e de le boteghe inviae [20], credème che i altri i frize [21]. Quando un zovene averze botega da niovo, specchi, quadri, piture, lumiere, caffè d'Alessandria, zucchero soprafin, cosse grande. Tuti corre, per far aventori se ghe remete del soo, e po bisogna siar [22]; i aventori v'impianta e se canta la falilela [23]. Per far ben, bisognerave aver la protezion d'un per de quele zentildone salvadeghe [24], che fa cantar i merloti: ma po no basta el cafè e le acque fresche. Chi vol la so grazia, bisogna baterghe l'azzalin [25], e la botega da caffè la deventa botega da maroni.

Pasqualino: Donca cossa ogio da far?

Catte: Ghe penseremo. Mia sorela no gh'ha gnente a sto mondo. Ma un certo sior Pantalon dei Bisognosi gh'ha promesso, co la se marida, dusento ducati. Co queli v'inzegnerè.

Pasqualino: Caspita! Con dusento ducati posso averzer mezzà.

Catte: Saveu lezer e scriver?

Pasqualino: Un puoco.

Catte: Gh'aveu bona chiaccola?

Pasqualino: Parole no me ne manca.

Catte: Sì ben, in poco tempo farè la vostra fortuna. Presto presto deventè lustrissimo. Che bela cossa veder el pare in pope, e el fio sentà in trasto! Mia sorela de lavandera deventar lustrissima! Oe, de sti casi ghe n'ho visto più che no gh'ho cavei in testa. Pasqualin, stè alegramente, e no ve dubitè: parlerò a mia sorela, parlerò a sior Pantalon, e credo che faremo pulito. Parecchiè un bel anelo e a mi parecchieme la sansaria. (Povero puto, el me fa pecà! Son proprio compassionevole de la zoventù. Se no fusse maridada, mia sorela poderave forbirse la bocca. Varè [26] co belo ch'el xe; se nol fa proprio cascar el cuor!) (da sé; parte ed entra in casa)

Pasqualino: Oh che cara siora Cate! La val un milion. Gh'ho speranza che per mi la farà pulito. Dusento ducati per qualcun no i xe gnente, ma per chi gh'ha giudizio i xe qualcossa. Certo che chi vol meter a l'ordene una novizza a la moda, ghe va la dota e la soradota; ma mi no farò cussì. Un per de manini, la so vesta e el so zendà, una vestina da festa, e basta. Disnar? Gnente. Nozze? Via! El pan dei minchioni xe el primo magnà. (parte)

 

 

SCENA OTTAVA

Camera in casa di Bettina

Bettina e Catte.

 

Bettina: E cussì, coss'alo dito?

Catte: Ch'el ve vol per mugier.

Bettina: E vu cossa gh'aveu resposo?

Catte: Che vederemo.

Bettina: Dovevi dirghe de sì a dretura. Coss'è sto vederemo? La saria bela che el se pentisse. Sentì, se el me lassa, povereta vu, varè.

Catte: Ih! Ih! Sè molto insatanassada. Gh'avè una gran vogia de mario.

Bettina: V'aveu maridà vu? Me vogio maridar anca mi.

Catte: Ben, abiè un poco de pazienza.

Bettina: In sta casa no ghe vogio star più.

Catte: Se no volè star, andè via.

Bettina: Vardè che risposte da mata! A una puta, se no volè star, andè via? Sentì, me vôi maridar, ma no vôi miga far come avè fato vu.

Catte: Cossa voressi dir? Come ogio fato mi?

Bettina: Eh, ben ben. la fornera m'ha contà tuto. Taso perché sè mia sorela, no me vogio tagiar el naso e insanguenarme la boca [27].

Catte: Senti sa, frasca. Te darò de le slepe [28].

Bettina: A mi slepe? Oh, la xe morta quela che me le podeva dar.

Catte: E mi te son in liogo de mare. Mi te dago da magnar.

Bettina: Seguro! Vu me dè da magnar? Quel povero vecchio me manda la spesa a mi, e con quela vivè vu e vostro mario.

Catte: Certo, siora, ve fazzo anca la massèra.

Bettina: E le mie scarpe? Vu me le avè fruae. Tuto el zorno in rondon [29] co la mia vesta e col mio zendà. De boto no ghe n'è più filo.

Catte: E ben, fèvene far un altro.

Bettina: Certo, i se impala i bezzi. Povero sior Pantalon. Ghe vuol descrizion.

Catte: Se el vol vegnir qua a seccarme la mare, sto vecchio minchion, ch'el spenda.

Bettina: Se lo desgusterè, nol vegnirà più.

Catte: Cossa importa? Ghe ne vegnirà un altro.

Bettina: Oh, questo po no.

Catte: Se ti savessi, minchiona; ghe xe un marchese che te vol ben.

Bettina: Mi no ghe penso gnente.

Catte: Altro che sior Pantalon! El gh'ha i zechini a palae [30].

Bettina: Che el se li peta.

Catte: Nol vol miga gnente de mal; ghe basterave vegnir qualche volta a brusar un fasseto.

Bettina: No, no, no, ch'el vaga, che el diavolo lo porta.

Catte: Uh povera mata! L'altro zorno l'è passà per cale, e tute ste done le ghe lassava suso i occhi. Se ti vedessi quant'oro ch'el gh'ha su la velada!

Bettina: Voleu fenirla, o voleu che ve manda?

Catte: Via, via, frasconcela, un poco più de respeto.

Bettina: E vu un poco più de giudizio.

Catte: Adesso adesso i pavari i mena le oche a bever [31].

Bettina: Siora sì, quando che le oche no le gh'ha cervelo.

Catte: Siora dotoressa de la faveta! Oh via, la se consola che xe qua el so vecchio. L'ho cognossuo in tel tosser. El me fa voltar el stomego.

Bettina: Mi ghe vogio ben come s'el fusse mio pare, e lu el me trata come fia.

Catte: Gnanca a ti no te credo ve, mozzina maledeta!

Bettina: Chi mal fa, mal pensa, sorela cara.

 

 

SCENA NONA

Pantalone e dette.

 

Pantalone: (Di dentro) Pute, se pol vegnir?

Bettina: La vegna, la vegna, sior Pantalon.

Pantalone: La nostra casa xe deventada una galarìa. Sempre antigaggie.

Pantalone: Cossa feu, fie mie, steu ben?

Bettina: Mi stago ben, e ela?

Pantalone: Cussì da vecchio.

Catte: Caro sior Pantalon, nol diga sta bruta parola. Lu vecchio? S'el par un omo de quarant'ani! In verità ch'el fa vogia, el consola el cuor. Giusto adesso disevimo ben de elo. Certo no gh'ho lengua bastante de lodarme de la so carità. Se nol fusse elo, poverete nu. Mio mario no vadagna. I vadagni de le done se sa cossa che i xe. No me vergogno a dirlo, ancuo no savemo come far a disnar. El ciel l'ha mandà. Sìelo benedeto! Me dónelo gnente?

Bettina: (Oh che gaìna [32]! Oh che finta!) (da sé)

Pantalone: Cara fia, dove che posso, comandeme; savè che lo fazzo de bon cuor; tiolè sto mezzo ducato, andeve a comprar qualcossa.

Catte: El cielo ghe renda merito. La resta servida, la se comoda. Betina gh'ha da parlar. Vago a comprar una polastra. Bondì a vussustrissima. (Per mezzo ducato se pol far manco che minchionar un vecchio?) (da sé, parte)

 

 

SCENA DECIMA

Pantalone e Bettina

 

Pantalone: (Sta dona va via e la ne lassa soli. Vardè che poco giudizio. Sta puta no la sta ben in sta casa; ghe remedierò mi). (da sé)

Bettina: Xelo straco? Che el se senta.

Pantalone: Sì ben, fia mia, me senterò; senteve anca vu.

Bettina: Sior sì; farò la mia calza.

Pantalone: Eh, no importa che laorè. Senteve qua, e parlè un pocheto con mi.

Bettina: Se parla co la boca, e no co le man. Vogio mo dir che se pol parlar e laorar.

Pantalone: Brava, sè una puta valente: ma diseme, cara vu, voleu sempre star in casa co vostra sorela?

Bettina: Oh questo po no.

Pantalone: Cossa mo gh'averessi intenzion de far?

Bettina: Mi, sior Pantalon, no me vergogno gnente a dirghe la verità. Mi me voria maridar.

Pantalone: No la xe gnanca cossa da vergognarse. Megio maridada, che puta. Diseme, fia mia, gh'aveu mo gnente che ve daga in tel genio?

Bettina: Sior sì, gh'averave mi un caeto che no me despiase.

Pantalone: Cara fia, chi xelo?

Bettina: Oe, mi no posso taser. El fio de missier Menego Cainelo.

Pantalone: Sentì, Betina, mi no ve digo che quel puto no sia da ben e de boni costumi; ma bisogna considerar che nol gh'ha mistier. A far i maridozzi se fa presto, ma po bisogna pensar a quel ch'ha da vegnir. Co no gh'è da magnar, l'amor va zoso per i calcagni [33].

Bettina: Pazienza! Se incontrerò mal, ghe penserò mi. I me dirà: astu volesto, magna de questo [34].

Pantalone: Oh, quante che ho sentio a dir cussì, e po, co le s'ha visto in miseria, piene de fioi e de desgrazie, le ha maledio l'ora e el ponto che le s'ha maridao. No, fia mia, no vogio che ve precipitè. Savè che ve vogio ben, ma de cuor; non abiè tanta pressa. Chi sa, pol esser che ve capita qualche bona fortuna.

Bettina: Eh, sior Pantalon, a una povereta no ghe pol capitar fortuna.

Pantalone: Una puta onorata pol esser sposada da chi se sia.

Bettina: Xe passà el tempo che Berta filava. Me recordo che me contava la bon'anema de mia nona, e anca de mia mare che ai so zorni se stimava più una puta da ben, che una puta rica. Che quando un pare voleva maridar un fio, el cercava una puta de casa soa, modesta e senza ambizion, e nol ghe pensava né de nobiltà, né de bezzi, perché el diseva che la mazor dota che possa portar una mugier, xe el giudizio de saver governar una casa. Ma adesso se vede tuto el contrario. Una povera puta da ben, anca che la sia bela, nissun la varda. Per maridarse ghe vol do cosse: o assae bezzi, o poca reputazion.

Pantalone: No, Betina, no bisogna giudicar segondo le apparenze del mazor numero. Se fa anca adesso dei matrimoni a l'antiga, ma no i se sa, perché se parla più dei mati che dei savi. Chi se marida a forza de bezzi, se compra una galìa in vita. Chi se marida senza reputazion, se acquista la berlina per sempre; e chi fa far sta sorte de matrimoni, meriterave la forca. Via, non ve vogio sentir a far sta sorte de descorsi. Sapiè che fazzo tanta stima de vu, che se no fusse avanzao in etae, Betina... sì ben, no gh'averave difficoltà de tiorve mi per mugier.

Bettina: Ben, ben, la ringrazio del so bon amor. (si scosta un poco)

Pantalone: Coss'è? Cossa vol dir? Ve tirè da lonzi [35]. Aveu paura de starme arente [36]?

Bettina: (No voria che la carità de sto vecchio deventasse pelosa). (da sé)

Pantalone: Orsù, parlemose schieto. Mi v'ho tiolto a proteger per carità. V'ho promesso de maridarve; v'ho promesso dusento ducati; son galantomo, ve ne darò anca tresento, ma no vogio butarli via, no vogio che ve neghè. Ve torno a dir, colona mia, che se no ve despiasesse sta etae... se no v'importasse tanto d'un zovene che ve poderia rovinar, e fessi capital d'un vecchio che ve voria tanto ben...

Bettina: Ancuo xe un gran vento. Con grazia, cara ela, che vaga a serar el balcon.

Pantalone: (Ho inteso, no femo gnente). (da sé)

Bettina: Oimei, se sta megio.

Pantalone: Coss'è, fia mia, el mio descorso v'ha fato vegnir fredo? Che cade, parlerne schieto; respondeme con libertà.

Bettina: Co la vol che ghe parla schieto, ghe parlerò. Mi fin adesso ho lassà che el me vegna per casa, perché no m'ho mai insunià che cussì vecchio el se avesse da inamorar: da resto, ghe zuro da puta onorata, che no l'averave lassà vegnir. Se el ben che el m'ha fato, el l'ha fato per carità, el cielo ghe ne renderà merito; ma se el l'ha fato con segondo fin, ghe protesto che l'ha speso mal i so bezzi. Se i dusento ducati per maridarme la me li vol dar de bon cuor, da pare e da galantomo, aceterò la so carità: ma se el gh'avesse qualche segonda intenzion, l'aviso che mi vecchi no ghe ne vogio.

Pantalone: Quel che ho fato, l'ho fato volentiera e lo farò in avegnir. Sì ben, sarò mi vostro pare; ve tegnirò sempre in conto de fia. Me consolo de véderve cussì bona, cussì sincera. Me vergogno de la mia debolezza, e bisogna che pianza, no so se per causa vostra o per causa mia.

Bettina: Oh via, sior Pantalon, la vaga a Rialto, che xe tardi.

Pantalone: Sì ben, vago via, ma tornerò. Ve contenteu che torna?

Bettina: Come che l'è vegnù fin adesso, el ghe pol vegnir anca per l'avegnir.

Pantalone: Sì ben, careta. (le fa uno scherzo)

Bettina: Animo, un poco de giudizio. Se vede ben che i vecchi i torna a deventar puteli.

Pantalone: No so cossa dir. Ve vogio ben, ma no ve credè miga che ve vogia ben per malizia. Ve vogio ben de cuor, e vederè quel che farò per vu. Aspeto Lelio, mio fio, da Livorno. I me scrive ch'el xe riuscio più tosto mal che ben, onde subito ch'el vien, fazzo conto de maridarlo e ritirarme in ti mi loghi, sul Teragio. Se vorè, sarè parona de tuto.

Bettina: Mi no vogio tante grandezze. Me basta quel che el m'ha promesso.

Pantalone: Fia mia, no ve ustinè in te la vostra opinion. Ascoltè i vecchi, e sapiè che la zoventù se precipita per voler far a so muodo. Più che se vive, più s'impara. Mi che ho vivesto più de vu, ve posso insegnar. Ve prego, acetè i mi consegi, se no volè acetar el mio cuor. Sième una fia obediente, se no ve degnè de deventarme mugier. (parte)

 

 

SCENA UNDICESIMA

Bettina, poi Catte

 

Bettina: Vogio el mio Pasqualin e no vogio altri. Quelo xe da par mio. No vogio entrar in grandezze. Ghe ne xe pur tropo de quele mate che per deventar lustrissime no le varda a precipitarse. I titoli no i dà da magnar. Quante volte se vede la lustrissima andar per ogio, con un fasseto sotto el zendà e un quarto de farina zala in t'un fazzoleto? Ghe n'è de quele che incontra ben e che de poverete le deventa riche; ma po le xe el béco mal vardà [37]. La madona no le pol veder; le cugnae le strapazza: la servitù le desprezza; el mario se stufa e la lustrissima maledisse la scufia e chi ghe l'ha fata portar.

Catte: Uh, sorela cara, son intrigada morta.

Bettina: Cossa gh'è? Cossa gh'aveu?

Catte: Oh sia maledeto quando ho lassà quela porta averta.

Bettina: Xe stà portà via qualcossa?

Catte: Eh giusto! Quel sior marchese che ve diseva, l'ha trovà averto, e el xe vegnù drento a dretura.

Bettina: El xe un bel temerario. Presto, fèlo andar via.

Catte: Oh, figureve! El vien su per la scala. Gh'ho un velen che crepo.

Bettina: E mi gh'ho paura che vu, siora...

Catte: Velo qua ch'el vien.

 

 

SCENA DODICESIMA

Il marchese Ottavio e dette

 

Ottavio: Buon giorno, giovinotte.

Catte: Strissima, sior marchese.

Ottavio: Siete voi la Catte?

Catte: Siora Cate, per servirla.

Ottavio: E quella è la Bettina vostra sorella?

Catte: Lustrissimo sì.

Bettina: (Suo come un vovo fresco). (da sé)

Ottavio: Che vuol dire che non mi saluta nemmeno? (a Catte)

Catte: Povereta! La xe zoveneta, la se vergogna.

Bettina: (Sia malignazo sta casa. Se ghe fusse un'altra porta, anderave via). (da sé)

Ottavio: Bella ragazza, vi riverisco. (a Bettina)

Bettina: Strissima. (con rustichezza)

Ottavio: Ma perché così poco cortese?

Bettina: Trato come so.

Ottavio: Se siete bella, siate anche buona.

Bettina: O bela o bruta, no son per ela.

Ottavio: (Eppure questa sua sprezzatura mi alletta). (da sé)

Bettina: (Sielo maledeto in te la peruca [38]). (da sé)

Ottavio: Signora Catte.

Catte: Lustrissimo.

Ottavio: Beverei volentieri un cafè.

Catte: Caffè nu no ghe ne avemo. Qualche feta de polentina.

Ottavio: Ma la bottega non è molto lontana. Potreste fare il favore d'andarlo a prendere. Tenete. (le dà del denaro)

Catte: Volentiera, lustrissimo.

Bettina: (No no, no stè andar in nissun liogo). (piano a Catte)

Ottavio: Fate portare de' bozzolai.

Catte: La vol dir dei buzzolai. Lustrissimo sì. Cari sti foresti! I gh'ha delle parole che fa inamorar. (parte)

 

 

SCENA TREDICESIMA

Il marchese Ottavio e Bettina

 

Bettina: (Gran poco giudizio de sta mia sorela). (da sé)

Ottavio: Venite qua; sedete. (il Marchese siede)

Bettina: Mi no son straca.

Ottavio: Ma perché volete star in piedi?

Bettina: Perché vôi vegnir granda.

Ottavio: Grande siete abbastanza. Sarebbe bene che diventaste un poco più grossa.

Bettina: A ela no gh'ho da piaser.

Ottavio: Forse sì.

Bettina: Oh, mi ghe digo de no.

Ottavio: No certo?

Bettina: No seguro.

Ottavio: Ma sedete qui un poco.

Bettina: Non posso in verità.

Ottavio: Non potete? Perché?

Bettina: Perché no vogio.

Ottavio: Bene. Dunque mi leverò io.

Bettina: (E mia sorela no vien). (guardando la porta)

Ottavio: Ditemi, sono d'oro quei smanigli? (accostandosi)

Bettina: Sior sì, d'oro. (con cera brusca)

Ottavio: Lasciateli un poco vedere.

Bettina: Che el vaga a veder la roba soa.

Ottavio: Non siate così ruvida.

Bettina: Per lu no son né ruspia, né molesina.

Ottavio: La mano si tocca per civiltà.

Bettina: Mi no son civil, son ordenaria.

Ottavio: Dunque datemi la mano per obbedienza.

Bettina: Che el vaga a comandar a le so massère.

Ottavio: Io non pretendo comandarvi; ma vi dico bene, che un cavaliere par mio merita più rispetto.

Bettina: Mi no so più de cussì, e se no ghe comoda, che el se la bata.

Ottavio: Mi mandate via?

Bettina: Oh! l'ho mandà che xe un pezzo.

Ottavio: E non pensate che io posso fare la vostra fortuna?

Bettina: Povera la mia fortuna! Sì ben, sti siorazzi co i ha speso diese ducati, i crede de aver fata la fortuna de una puta.

Ottavio: Voi non mi conoscete, e perciò parlate così.

Bettina: Ma, el diga, me vorlo fursi per mugier?

Ottavio: Io no, perché ho moglie.

Bettina: El gh'ha mugier, e el vien in casa d'una puta da ben e onorata? Chi credelo che sia? Qualche dona de quele del bon tempo? Semo a Venezia, sala. A Venezia ghe xe del bagolo [39] per chi lo vol, ma se va sul liston in Piazza; se va dove ghe xe le zelosie e i cussini sul balcon, o veramente da quele che sta su la porta; ma in te le case onorate a Venezia no se va a bater da le pute co sta facilitae. Vu altri foresti via de qua, co parlè de Venezia in materia de done, le metè tute a mazzo; ma, sangue de diana! no la xe cussì. Le pute de casa soa in sto paese le gh'ha giudizio e le vive con una regola, che fursi fursi no la se usa in qualche altro liogo. Le pute veneziane le xe vistose e matazze; ma in materia d'onor dirò co dise quelo:

 

"Le pute veneziane xe un tesoro,

Che no se acquista cussì facilmente,

Perché le xe onorate come l'oro;

E chi le vol far zoso, no fa gnente.

Roma vanta per gloria una Lugrezia,

Chi vol prove d'onor, vegna a Venezia".

 

Ottavio: Brava la mia Bettina. (accostandosi)

Bettina: Ghe digo che la tenda a far i fati soi.

Ottavio: Guardate questi orecchini. Vi piacciono? (tira fuori di tasca uno scatolino con un paio di pendenti di diamanti)

Bettina: Gnente affato.

Ottavio: Se li volete, sono vostri.

Bettina: Che el se li peta.

Ottavio: Sono diamanti, sapete?

Bettina: No me n'importa un figo.

Ottavio: Oh via, v'intendo. Vorrete comprarli a vostro modo. Tenete questa borsetta di zecchini. (le mostra una piccola borsa)

Bettina: A mi i bezzi no me fa gola.

Ottavio: Ma che cosa vi piace?

Bettina: La mia reputazion.

Ottavio: Pregiudico io la vostra riputazione?

Bettina: Sior sì; un cavalier in casa d'una povereta se sa che nol va per fogie de pori [40].

Ottavio: Vi mariterò.

Bettina: No gh'ho bisogno de ela.

Ottavio: Credete che io non sappia che siete innamorata di Pasqualino, figlio di Catinello?

Bettina: Se el lo sa, gh'ho gusto che el lo sapia. Vogio ben a quelo, e no vogio altri.

Ottavio: Ora sappiate che Catinello è mio barcaiuolo.

Bettina: De questo no me n'importa gnente.

Ottavio: Vedete che io posso contribuire alla vostra felicità.

Bettina: In tel nostro matrimonio no la gh'ha da intrar né poco, né assae.

Ottavio: Io vi posso anche dare una buona dote.

Bettina: Ghe digo che no gh'ho bisogno de ela.

Ottavio: Ah sì, avete il vostro mercante. Di quello avete bisogno. Quello vi gradisce.

Bettina: Quelo xe un omo vecchio. El m'ha cognossua da putela, e la zente no pol pensar mal.

Ottavio: Orsù, meno ciarle. Viene egli in casa vostra? Ci posso e ci voglio venire ancor io.

Bettina: In casa mia?

Ottavio: In casa vostra.

Bettina: La sarave bela!

Ottavio: La vedremo.

Bettina: Me ne rido de ela e de cinquanta de la so sorte. Qua ghe xe bona giustizia, e no gh'ho paura de bruti musi, sala? E se no la gh'averà giudizio, sta doneta, sti do soldi de formagio [41], ghe lo farà acquistar, e farà che la se recorda, fin che la vive, de Betina veneziana.

Ottavio: (Costei è un diavolo). (da sé) Ma ecco il caffè.

 

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Giovine col caffè e biscottini, e detti.

 

Giovine: Strissima.

Ottavio: Favoritemi. Bevete un cafè. (a Bettina)

Bettina: Mi no gh'ho bisogno del so caffè. Gh'ho un tràiero anca mi da cavarme una vogia.

Ottavio: Ma bevetelo per farmi piacere.

Bettina: Giusto per questo no lo vogio bever. E ti sa, toco de sporco, se ti vegnirà più in sta casa, te buterò zo per la scala. (al Giovine)

Giovine: M'ha mandao siora Cate...

Bettina: Siela maledia ela, ti, e sto lustrissimo de faveta.

Ottavio: Eh via, siate buona, bevete il caffè, e poi me ne vado subito.

Bettina: No vogio bever gnente. Credeu che no sapia l'usanza de vualtri siori? Subito per le boteghe: oe, sono stato dalla tale, gh'ho pagato il caffè; sono stato in conversazione; gh'ho toccato la mano. Eh, poveri sporchi! Betina no se mena per lengua.

Ottavio: Ma io non sono di quelli.

Bettina: O de quei, o de quei altri, batevela, che farè megio.

Ottavio: Bevete il caffè.

Bettina: No vogio.

Ottavio: Non mi fate andare in collera.

Bettina: Varè che casi!

Ottavio: Quest'è un affronto.

Bettina: No so cossa farghe.

Ottavio: Me la pagherete.

 

 

SCENA QUINDICESIMA

Arlecchino e detti.

 

Arlecchino: Coss'è sto strepito? Coss'è sto negozio? (osserva il caffè e i biscottini)

Ottavio: Chi siete voi?

Arlecchino: Son el patron de sta casa.

Ottavio: Il marito forse della signora Catte?

Arlecchino: Per servirla.

Ottavio: Oh caro galantuomo! Lasciate che io teneramente vi abbracci. Siete arrivato in tempo da farmi ragione. Vostra cognata con poca civiltà ricusa di bevere un caffè, ch'io mi son preso la libertà di far portare in casa vostra.

Arlecchino: Nostra cognata ricusa de bever el caffè? Via, senza creanza, bevì quel caffè. (a Bettina)

Bettina: Uh, puoco de bon! Me maravegio dei fati vostri. No vôi bever gnente.

Arlecchino: Orsù, sta differenza l'agiustarò mi. Èla contenta? Se remettela in mi? (ad Ottavio)

Ottavio: Benissimo, in voi mi rimetto.

Arlecchino: Dà qua quel caffè, qua quei buzzolai. (al Giovine) La osserva e la considera la prudenza dell'omo. Mia cugnada no vol gnente, e quando la donna no la vol, ustinada, no la vol. Mandarli indrio sarave un affronto a vussustrissima, onde per giustar la facenda de sto caffè e de sti buzzolai, me ne servirò mi; e che sia la verità, la staga a veder e la giudichi del spirito de sto toco d'omo. (va mangiando i biscottini bagnati nel caffè)

Ottavio: Bravo, mi piace. (Costui mi pare a proposito per il mio bisogno). (da sé)

Bettina: Postu magnar tanto tossego.

Ottavio: (Sarà meglio che mi vaglia di lui, che ha della autorità sopra la cognata).

Arlecchino: (Seguita il fatto suo)

Bettina: (No vedo l'ora d'andar via da sta zente). (da sé)

Ottavio: Amico, buon pro vi faccia. (ad Arlecchino)

Arlecchino: Védelo? Adesso xe giustà tuto. Gh'ala con mia cugnada qualche altra differenzia de sta natura? (il Giovine caffettiere parte)

Ottavio: (Ho da parlarvi da solo a solo). (piano ad Arlecchino)

Arlecchino: Siora cugnada, poderessi far la finezza de andar via de qua?

Bettina: Mi stago qua de casa.

Arlecchino: No la vol andar via? Femo una cossa; troveremo un altro mezzo termine per giustar anca questa. Anderemo via nu. (ad Ottavio)

Ottavio: Farò come volete. Andiamo pure.

Bettina: (Magari a quarti, co fa la luna). (da sé)

Ottavio: Bettina, vi saluto.

Bettina: Strissima. (con sprezzatura)

Ottavio: Siete pur vezzosa.

Bettina: (El xe pur mato). (da sé)

Ottavio: Eppure vi voglio bene.

Bettina: (E pur no lo posso veder). (da sé)

Ottavio: Spero che un giorno vi moverete a pietà.

Bettina: (Spero che un zorno i lo ligherà a l'ospeal). (da sé)

Ottavio: Amico, andiamo.

Arlecchino: La vaga, che la perseguito.

Ottavio: Bettina, vi lascio il core. (parte)

Bettina: Magari ch'el lassasse anca la coraela.

Arlecchino: Vardè se sì mata! Recusar el caffè, recusar i regali. Una povera puta recusar le finezze d'un cavalier! Eh, cugnada cara, se farè cussì, farè la muffa. (parte)

 

 

SCENA SEDICESIMA

Strada.

Bettina Sola.

 

Bettina: Gran desgrazia de nualtre pute! Se semo brute, nissun ne varda; se semo un puoco vistose, tuti ne perseguita. Mi veramente no digo d'esser bela; ma gh'ho un certo no so che, che tuti me corre drio. Se avesse volesto, saria un pezzo che saria maridada, ma al tempo d'adesso ghe xe puoco da far ben. Per el più la zoventù i xe tuti scavezzacoli. Ziogo, ostaria e done, queste xe le so più bele virtù. Tanti se marida per quela poca de dota, i la magna in quatro zorni, e la mugier, in vece de pan, tonfi [42] maledeti. E pur anca mi me vôi maridar, e credo che el mio no l'abia da esser compagno dei altri. Basta, sia come esser se vogia, no me n'importa. Dise el proverbio: Chi se contenta, gode. Xe megio magnar pan e ceola con un mario che piase, che magnar galine e caponi con un omo de contragenio. Sì ben, soto una scala, ma col mio caro Pasqualin. (parte)

 

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Strada.

Il marchese Ottavio incontrandosi con Pasqualino

 

Pasqualino: M'ha dito sior pare che vussustrissima me cercava. Son qua a recever i so comandi.

Ottavio: Ah, siete voi figlio di Catinello?

Pasqualino: Lustrissimo sì, per servirla.

Ottavio: Bravo, mi piacete. Siete un giovine ben fatto.

Pasqualino: Tuta bontà de vussustrissima.

Ottavio: Ditemi, avete verun impiego?

Pasqualino: Lustrissimo no. Fin adesso mia mare m'ha mandà a scuola. Ho imparà a lezer e a scriver, e un puoco de conti, ma mio pare vuol che fazza el barcariol. Mi no so vogar. Sto mistier no me piase, onde me racomando a la protezion de vussustrissima, che la me fazza la carità d'impiegarme in qualcossa anca mi, gramo zovene, che me possa inzegnar.

Ottavio: Avete abilità da tener una scrittura?

Pasqualino: M'inzegnerò.

Ottavio: Avete buon carattere?

Pasqualino: No fazzo per dir, ma scrivo stampatèlo.

Ottavio: E bene, vi terrò al mio servizio. Averete due incombenze. Copierete le lettere, e terrete i libri della scrittura di casa.

Pasqualino: Grazie a la bontà de vussustrissima. Spero che no la s'averà da doler de mi.

Ottavio: Ma ditemi, caro... Pasqualino, non è vero?

Pasqualino: Ai comandi de vussustrissima.

Ottavio: Vorrei che mi parlaste con sincerità.

Pasqualino: Mi la sapia che busie no ghe ne so dir.

Ottavio: Mi è stato detto che siete innamorato, è vero?

Pasqualino: Gh'ala paura che no fazza el mio debito? Anca che fusse inamorà, no ghe saria pericolo che abandonasse el mezzà.

Ottavio: Non dico per questo; ma anzi, amando io la vostra persona, bramerei di sapere se siete innamorato con idea di ammogliarvi e stabilirvi in casa mia colla moglie ancora.

Pasqualino: (Oh magari!) (da sé) Per dirghela, lustrissimo, ho fato l'amor a una puta e ghe vogio ben, e se podesse, la tioria volentiera.

Ottavio: È giovine da bene e onorata?

Pasqualino: Come l'oro.

Ottavio: Non occorr'altro. Sposatela, e assicuratevi della mia protezione.

Pasqualino: Oh sielo benedetto! Vedo veramente che la me vol ben.

Ottavio: Ha dote questa ragazza?

Pasqualino: Un vecchio gh'ha promesso dusento ducati.

Ottavio: Non è bene che cotesto vecchio le dia la dote. I dugento ducati glieli darò io.

Pasqualino: Oimè! Sento che l'alegrezza me sera el cuor.

Ottavio: In casa mia vi sarà destinata la vostra camera. Vostra moglie terrà le chiavi di tutto, e voi, se averete giudizio, sarete più padrone che servitore.

Pasqualino: Mi resto incantà.

Ottavio: Addio, Pasqualino, portatevi bene. Andate a ritrovare la vostra sposa e sollecitate le vostre nozze. I giovani stanno meglio colla moglie al fianco. Badano più al loro dovere. (O per una via, o per l'altra, Bettina verrà senz'altro nelle mie mani). (da sé)

Pasqualino: Lustrissimo, no so cossa dir. Vedo che la me vol un gran ben.

Ottavio: Oh, se sapeste quanto bene vi voglio! Basta, un giorno lo saprete. (parte)

 

 

SCENA DICIOTTESIMA

Pasqualino, poi Menego

 

Pasqualino: Cossa mai porlo far de più? Darme do cariche in t'una volta, tiorme in casa, maridarme, darme la dota! Porlo far de più? De ste fortune se ghe ne trova poche.

Menego: Coss'è, sior canapiolo [43] dal tabarielo? Seu gnancora stufo de sticarla [44] da cortesan? Me par che sarave ora de meterve la valesana, la vostra baretina rossa, e col vostro cievoleto [45] in man trarve fuora e laorar per el mastego [46].

Pasqualino: Eh, missier pare, altro che valesana e bareta rossa! Deboto me vederè co la peruca, col tabaro de scarlato e co la pena in rechia.

Menego: Comuodo? Senza che mi sapia? Coss'è sta novitae? Caro sior, la me la conta.

Pasqualino: El lustrissimo sior marchese, nostro paron, m'ha tiolto in tel so mezà.

Menego: E a mi no se me dise gnente? Cossa songio mi? Un pampano [47]?

Pasqualino: Col ve vederà, el ve lo dirà. No gh'avè gusto, missier pare, che sia impiegao?

Menego: Gh'averave gusto, se te vedesse montà su una pope; se te vedesse a un tragheto, o in casa de qualche paron; e far el mistier che fa to pare, che ha fato to nono, to bisnono, e tuta la nostra famegia. Cossa credistu, toco de frasca, ch'el mistier de barcariol no sia onorato e civil? Pezzo de mato! Nualtri servitori de barca in sto paese formemo un corpo de zente, che no se trova in nissun altro paese del mondo. Servimo, xe vero, ma el nostro xe un servir nobile, senza isporcarse le man. Nualtri semo i secretari più intimi dei nostri paroni, e no gh'è pericolo che da la nostra boca se sapia gnente. Nu semo pagai più dei altri, mantegnimo le nostre case con proprietà; gh'avemo credito coi boteghieri; semo l'esempio de la fedeltà; semo famosi per le nostre bote [48], e per la prontezza del nostro inzegno; e sora tuto semo tanto fedeli e sfegatai per la nostra patria, che sparzeressimo per ela el sangue, e faressimo custion co tuto el mondo, se sentissimo a dir mal de la nostra Venezia, che xe la regina del mar.

Pasqualino: Xe vero, disè ben; lodo el vostro mistier, ma mi no lo so far.

Menego: Se no ti lo sa, imparelo; nissun nasse maestro, e l'omo fa tuto quelo ch'el vol.

Pasqualino: Ma v'ho da dir un'altra cossa, missier pare.

Menego: Dì suso mo.

Pasqualino: El paron me voria maridar.

Menego: Via, sporco! Maridarte! Come! Con che fondamento? Co la protezione del paron? Sì ben, ghe ne xe tanti e tanti che se marida co la dota de la protezion, ma po cossa succede? El protetor se stuffa; la dota va in fumo; la mugier la xe mal usada, e el mario patisse el dolor de testa. Tra de nu no se fa sta sorte de matrimoni. Le nostre mugier le xe poverete, ma da ben; polenta, ma a casa soa; sfadigarse, ma viver con reputazion; portar la bareta rossa, ma col fronte scoverto, senza che gnente ne fazza ombra. Abi giudizio: no far che te senta mai più a dirme che ti te vol maridar. Parechiete a montar in pope d'una gondola o d'un batelo, o a rampegarte su le scale de corda a piantar la bandiera sul papafigo. (parte)

Pasqualino: Che vol dir, in bon venezian, andar per mozzo su una nave. Pazienza. Tuto soporterò, ma xe impossibile che lassa la mia Betina. Mio pare me fa paura, ma se vol el paron, bisognerà che anca lu el se contenta. El me dise de la protezion, del dolor de testa, e de la reputazion. So benissimo cossa che el vol dir, ma mi digo che una mugier onorata pol star anca in mezo d'una armada; e ho leto a sto proposito un poeta venezian, che dise:

 

"L'omo sora la dona gnente pol,

Se la dona co l'omo gnente vol."

 

Note

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[1] Quando sono pagato.

[2] Uomo alla mano e generoso.

[3] Dilicatissima in cose d'onore.

[4] Nata.

[5] Aver el primo. Modo di dire, tratto da chi vince gli altri concorrenti nella gara del vogare che dicesi regata.

[6] Calumarse drio. Calarsi dietro a uno.

[7] Aver l'ultimo premio nella regata, ch'è un porcellino.

[8] È una fabbrichetta di tavole sopra il tetto, e sporta in fuori dalla facciata d'alcune casette, sulla quale si mettono ad asciugare i pannilini.

[9] Uomo bassotto.

[10] Si mescola.

[11] Ecco qua.

[12] Che modi.

[13] Ritto in piedi.

[14] Rompicollo, scorretto.

[15] L'anello.

[16] Stabilire e eseguire a un tratto.

[17] Il bucato.

[18] Rigattiere, venditore di panni vecchi e robe adoperate.

[19] Femmine di mondo, ma delle più vili.

[20] Che hanno concorso.

[21] La fanno male.

[22] Fermarsi, tirarsi indietro.

[23] Si fallisce.

[24] Cortigiane, che menano pel naso gli uomini semplici.

[25] Batter l'azzalin, significa ruffianare.

[26] Vedete.

[27] Dicesi di chi ha da sparlare d'un congiunto, che dicendo male di lui, svergogna anche se stesso.

[28] Schiaffi.

[29] Qua e là.

[30] In grande abbondanza.

[31] I paperi meneranno le oche a bere, è proverbio toscano. Significa, i più giovani daranno norma ai più attempati.

[32] Scozzonata.

[33] Si dimentica, viene a noia.

[34] Chi così ha voluto, così abbia. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

[35] V'allontanate.

[36] Appresso.

[37] Essere il mal veduto da tutti in casa.

[38] Maledizione che si usa da certi della plebe ai signorotti.

[39] Pasatempo.

[40] Non ci va per nulla o per poco, come sono le buccie de' porri.

[41] Figura e persona di piccolo conto.

[42] Pugna.

[43] Signorino, galante, ridicolo.

[44] Ingegnarsi d'apparire da qualche cosa.

[45] Remo.

[46] Per aver di che mangiare.

[47] Pampino, e significa qui: uomo da nulla, da non farne caso.

[48] Motti, facezie.

 

 

 

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2005