CARLO  GOLDONI

LA VEDOVA SCALTRA

Scritta a Venezia nel 1748

Rappresentata per la prima volta a Venezia nel 1748

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I classici Mondadori Fondazione Borletti, vol. III, A. Mondadori editore, Milano 1939

 

L’AUTORE A CHI LEGGE

Avendo io divisato e promesso in questa mia novella edizione di correggere e riformare le mie Commedie per renderle meno indegne del pubblico gradimento, dovrei nella Vedova Scaltra impiegarvi maggiore studio che in molte altre, avendone essa maggior bisogno, per essere a buone regole e a miglior lettura ridotta. Ella è la seconda Commedia di carattere che io ho composto, sendo La donna di garbo la prima, e tutte e due sentono ancora non poco del cattivo Teatro, con cui confinavano, ed hanno quel sorprendente e maraviglioso, che ho poi col tempo a verità e natura condotto. Ciò non ostante io non ardisco alterare l’intreccio ed il sistema qualunque siasi di questa Commedia, poiché‚, imperfetta come ella, ha avuto la buona sorte di piacere al Pubblico estremamente, e dura tuttavia dopo quindici anni la sua fortuna, onde crederei far un torto alla pubblica approvazione, cangiandola essenzialmente, e arrischierei di sfigurarla e di farle perdere l’acquistato concetto. Così parimenti si ‚ regolato Cornelio rispetto al Cid delle Spagne, così Moliere intorno alle sue Preziose ridicole. Furono queste due opere criticate in particolare, ma piacevano al pubblico estremamente e non ardirono di migliorarle.

Schiamazzino pure i Critici a loro posta, perché‚ nella Vedova Scaltra un Inglese, un Francese, uno Spagnuolo parlano bene l’Italiano; che gran maraviglia? come se il nostro linguaggio non fosse coltivato in tutte le più polite Corti di Europa da tutte quasi le persone di conto, e non fosse costume di parlar il linguaggio della nazione, tra la quale un si trova, quando adeguatamente favellar quello sappia; o come s’io fossi il primo Autor di azioni teatrali, che introducendo nelle sue favole Attori forestieri, parlar li faccia nella lingua del Paese, e non nella nativa, o vogliasi veder tradotta la Favola stessa, o vogliansi supporre gli Attori periti dell’idioma che parlano. L’Arlecchino, il Dottore parlano francese, per queste ragioni, a Parigi: Plauto, Terenzio han le loro Commedie la maggior parte di personaggi Greci composte, e per questo li fan essi parlar greco o latino? E nelle Tragedie sarebbe una delizia per gl’Itagliani il sentir parlar turco od arabo un Orbecche, un Solimano; parlar scita un Orente, caldeo una Semiramide, persiano un Ciro. Si dee supporre che gli uditori si figurino di sentir parlare gli Attori la loro lingua nativa, benché‚ di fatto parlino la paesana; tosto che al carattere ne conoscano la nazione, e ciò con una ragione e per una spezie di necessità; perciocché‚ le lingue straniere non sarebbero intese dalla maggior parte dell’Uditorio, di esse ignorante; e sarebbe facile che i Comici le storpiassero parlandole, onde gl’imperiti non goderebbero la Commedia, per non intenderle il linguaggio, ed i periti si sdegnerebbono in sentir maltrattati gl’idiomi.

Ma è vano ch’io cerchi su questa ed altre imputazioni giustificarmi. La Commedia è piaciuta al Pubblico, il Pubblico la difende, e su tal difesa m’acquieto. Si acchetino i Critici ancora, se loro piace; quando no, si assicurino ch’io faccio il sordo.

 

La Trama della Commedia narrata dal Goldoni

Questa vedova veneziana, che è stata durante qualche tempo infermiera del suo vecchio marito, già possessore di un’assai considerevole fortuna, aspira a rifarsi del tempo perduto con un matrimonio meglio rispondente al suo carattere.

Essa ha fatto conoscenza, al ballo, con quattro forestieri, con Milord Ronebif, inglese, col cavaliere Le Bleau, francese, con Don Alvaro di Castiglia, spagnolo, e col Conte di Bosco Nero, italiano.

I quattro viaggiatori, ammirati della bellezza e dello spirito della giovine vedovella, le fanno un’assidua corte, e cercano, ciascuno dal proprio canto, di meritare la preferenza sui propri rivali. Milord le manda un bel diamante, il Cavaliere le dà un bel ritratto, lo Spagnuolo le fa dono dell’albero genealogico della sua famiglia, e il Conte italiano le invia una lettera tutta piena di tenerezza, ma nella quale parecchi accenni gelosi manifestano il carattere nazionale.

La vedova fa le sue considerazioni sul modo di presentarsi de’ suoi nuovi adoratori. Trova l’inglese generoso, il francese galante, lo spagnolo rispettabile, l’italiano amoroso.

Ella mostrerebbe qualche simpatia per quest’ultimo; ma la sua cameriera che è di nazione francese, viene in aiuto della Padrona, e le prova che non può essere felice se non che sposando un francese.

Rosaura, così chiamasi la vedova, si prende tempo a deliberare. Il primo e il secondo atto si passano in visite, in tentativi, in rivalità; i caratteri delle varie nazioni sono in contrasto, e ne risulta un insieme comico vario e decente.

Forse ebbi il difetto di caricare soverchiamente la parte del Cavaliere, ma non è mia la colpa; avevo visto dei Francesi a Firenze, a Livorno, a Milano e a Venezia; avevo incontrato degli originali, e li avevo effigiati al vero. Non m’accorsi del mio errore che arrivando a Parigi; là io non ravvisai quei tipi ridicoli che avevo trovati in Italia; tanto da concludere che o il modo di pensare o d’essere, da venticinque anni in qua, è mutato affatto in Francia, o i Francesi si compiacciono di far torto a se stessi, quando sono in paesi stranieri.

L’ultimo atto di questa commedia è il più interessante e spiritoso; la vedova, a cui appioppai giustamente l’epiteto di scaltra, vuol meglio assicurarsi dell’affetto e della sincerità dei suoi quattro amatori; ne approfitta quindi del carneval di Venezia, e mascherandosi in quattro maniere diverse, essa fa successivamente la parte di compatriotta dei quattro forestieri.

Seria con l’inglese, scherzevole col francese, grave e severa con lo spagnuolo e amorosa col romano, con l’aiuto della maschera e con la simulazione del costume della voce, essa inganna così bene i suoi pretendenti, che i tre primi cadono nella rete, e preferiscono la donna del proprio paese, mentre il Conte è il solo che resista agli allettamenti della sconosciuta, per non mancare di fedeltà alla sua donna amata.

La vedova dà una festa da ballo in casa sua; v’invita i quattro forestieri, i quali non mancano di intervenirvi. Apertamente e ad alta voce essa dichiara la prova che ha fatto della loro sincerità, e porge la mano al Conte, che è al colmo della gioia.

Milord approva la condotta di lei, il Cavalier domanda il posto di cicisbeo. Solo lo spagnolo è stizzito di quella scaltrezza; egli detesta ora le donne italiane, e se ne va. Il ballo incomincia, e la commedia è finita. (Memorie, parte II, cap. II).

LA VEDOVA SCALTRA

Commedia in tre atti

 

PERSONAGGI

 

ROSAURA, vedova di Stefanello de’ Bisognosi e figlia del Dottore Lombardi.

ELEONORA, sua sorella.

PANTALONE DE’ BISOGNOSI, cognato di Rosaura, amante di Eleonora.

Il Dottore LOMBARDI bolognese, padre delle suddette due sorelle.

Milord RUNEBIF, inglese.

Monsieur LE BLAU, francese.

Don ALVARO De CASTIGLIA, spagnolo.

Il Conte di BOSCO NERO, italiano.

Marionette, francese, cameriera di Rosaura.

ARLECCHINO, cameriere di locanda.

Birif, cameriere di Milord.

FOLETTO, lacchè del Conte.

Servi di PANTALONE.

Un Caffettiere e i suoi garzoni.

La scena si rappresenta in Venezia

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Notte

Camera di locanda con tavola rotonda apparecchiata, sopra cui varie bottiglie di liquori con sottocoppa e bicchieretti, e due tondi con salviette, candelieri con candele.

Milord Rubenif, Monsieur Le Blau, Don Alvaro, il Conte di Bosco Nero.

Tutti a sedere alla tavola rotonda, con bicchieri in mano pieni di vino, cantando una canzone alla francese, intuonata da Monsieur Le Blau, e secondata dagli altri, dopo la quale

Mon. Evviva la bottiglia, evviva l’allegria.

Tutti. Evviva.

Con. Questo nostro locandiere ci ha veramente dato una buona cena.

Mon. È stata passabile; ma voialtri Italiani non avete nel mangiare il buon gusto di Francia.

Con. Abbiamo anche noi de’ cuochi francesi.

Mon. Eh sì, ma quando vengono in Italia , perdono la buona maniera di cuocere. Oh se sentiste cosa si mangia a Parigi! Là è dove si raffinan le cose.

Mil. Voi altri Francesi avete questa malinconia in capo, che non vi sia altro mondo che Parigi. Io sono un buon Inglese, ma di Londra non parlo mai.

Alv. Io rido, quando sento esaltar Parigi. Madrid è la reggia del mondo.

Con. Signori miei, io vi parlerò da vero italiano. Tutto il mondo è paese,

e per tutto si sta bene, quando s’ha dei quattrini in tasca e dell’allegria in cuore.

Mon. Bravo, camerata, viva l’allegria! Dopo una buona cena, ci vorrebbe a conversazione una bella giovane. Siamo vicini al levar del sole, potremo risparmiare d’andare a letto. Ma che dite di quella bella vedova che abbiamo avuto l’onore di servire alla festa di ballo la scorsa notte?

Mil. Molto propria e civile.

Alv. Aveva una gravità, che rapiva.

Mon. Pareva una Francese; aveva tutto il brio delle mademoiselles di Francia.

Con. Certo la signora Rosaura è donna di molto garbo, riverita e rispettata da tutti (e adorata da questo cuore).

Mon. (versa del vino a tutti) Alon: Viva madama Rosaura.

Mil. Viva.

Con. Viva

Monsieur le Blau intuona nuovamente la medesima canzone francese, e, dopo, tutti replicano la strofa.

SCENA II.

Arlecchino e detti.

Arlecchino. Si ferma con ammirazione ad ascoltar la canzone. Terminata che l’hanno, s’accosta alla tavola, si empie un bicchiere di vino, canta anch’egli la canzone stessa, beve, poi col bicchiere se ne va.

Con. Bravo cameriere! Lodo il suo spirito.

Alv. Voi altri ridete di simili scioccherie? In Ispagna un cameriere per tale impertinenza si sarebbe guadagnato cinquanta bastonate.

Mon. E in Francia costui farebbe la sua fortuna. I begli spiriti vi sono applauditi.

Mil. Voi altri stimate gli uomini di spirito, e noi quelli di giudizio.

Mon. Ma torniamo al nostro proposito. Quella vedova mi sta nel cuore.

Alv. Io già sospiro per lei.

Con. Vi consiglio a non fissarvi in questo pensiero.

Mon. Perché‚?

Con. Perché‚ la signora Rosaura è una donna nemica d’amore, sprezzante degli uomini e incapace di tenerezza. (Meco solo grata e pietosa.)

Mon. Eh, sia pur ella selvaggia più d’una belva, se un vero Francese, come sono io, arriva a dirle alcuni di que’ nostri concetti, fatti apposta per incantar le donne, vi giuro che la vedrete sospirare e domandarmi pietà

Alv. Sarebbe la prima donna che negasse corrispondenza a Don Alvaro di Castiglia. Gli uomini della mia nascita hanno il privilegio di farsi correr dietro le femmine.

Con. Eppure con questa né la disinvoltura francese, né‚ la gravità spagnola potrà ottenere cosa alcuna. So quel che dico; la conosco, credetelo a un vostro amico.

Mon. Stanotte la vidi guardarmi sì attentamente, che ben m’accorsi

dell’impressione che fatta avevano i miei occhi nel di lei cuore. Ah, nel darle la mano nell’ultimo minuè, mi parlò sì dolcemente, che fu miracolo che non le cadessi prostrato ai piedi.

Alv. Io non soglio vantarmi delle finezze delle belle donne; per altro avrei molto da dir per confondervi.

Con. (Ardo di gelosia.)

Mon. Monsieur Pantalone, di lei cognato, è mio buon amico. Non lascerà d’introdurmi.

Alv. Il Dottore suo padre è mio dipendente. Mi sarà egli di scorta.

Con. (Sarà mia cura di prevenirla.)

Mil. (chiama, e s’alza da sedere) Ehi?

SCENA TERZA

Arlecchino e detti, poi altri camerieri di locanda.

Arl. Lustrissimo, cossa comandela?

Mil. Vieni qui. (lo tira in disparte; gli altri tre restano a tavola, mostrando parlar fra di loro)

Arl. Son qui.

Mil. Conosci madama Rosaura, cognata di Pantalone dei Bisognosi?

Arl. La vedova? La cognosso.

Mil. Tieni questo anello, portalo a madama Rosaura. Dille che lo manda a lei milord Runebif. Dille che è quell’anello, che nella passata notte ella stessa mi ha lodato; e dille che questa mattina sarò da lei a bere la cioccolata.

Arl. Ma, signor, la vede ben....

Mil. Tieni, sei zecchini per te.

Arl. Obbligatissimo; no diseva per questo, ma no vorave che el sior Pantalon....

Mil. Vanne, o ti farò provare il bastone.

Arl. Co l’è cussì, no la s’incomoda. Anderò a servirla, e farò anca mi quel che se sol far da quasi tutti i camerieri delle locande. (parte)

Mil. Ehi? (vengono tre servitori di locanda) Prendi il lume. (ad uno de’ servitori, il quale porta un candelliere per servire il Milord) Amici, un poco di riposo.

(parte servito dal cameriere, come sopra)

Mon. Addio Milord. Andiamo a dormire per un momento anche noi. Credo non vi sarà bisogno di lume.

(tutti s’alzano)

Con. Se non ci vedremo nell’albergo, ci troveremo al caffè.

Mon. Questa mattina forse non mi vedrete.

Con. Siete impegnato?

Mon. Spero di esser da madama Rosaura.

Con. Questo è impossibile. Ella non riceve veruno.(parte seguito da un servitore col lume)

Mon. Sentite come si riscalda il Conte? Egli è innamorato più di noi, e forse gode quella corrispondenza che noi andiamo cercando.

Alv. Se fosse così, sarebbe molto geloso.

Mon. È italiano, e tanto basta. (parte seguito da un altro, come sopra)

Alv. Sia pur geloso quanto vuole, sia pur Rosaura fedele, i dobloni di Spagna sanno fare dei gran prodigi.

(parte anch’egli, servito da un altro).

SCENA IV

Giorno

Camera di Rosaura con sedie.

 Rosaura e Marionette, vestita all’uso delle cameriere francesi.

Ros. Cara Marionette, dimmi tu, che sei nata francese e sei stata allevata a Parigi, che figura farei io, se fossi colà fra quelle madame?

Mar. Voi avete dello spirito, e chi ha dello spirito, in Francia fa la sua figura.

Ros. Eppure io non sono delle più disinvolte; in Italia ne troverai moltissime più di me più briose, pronte di lingua, e sciolte nel costume.

Mar. Volete dire di quelle che in Italia si chiamano spiritose, e noi le diremmo spiritate. A Parigi piace il brio composto: una disinvoltura manierosa, una prontezza corretta, ed un costume ben regolato.

Ros. Dunque colà le donne saranno molto modeste.

Mar. Eh, non si piccano poi di tanta modestia. Tutto passa per galanteria, quando è fatto con garbo.

Ros. Ma dimmi, per essere stata tutta la notte al ballo, sono io di cattivo colore?

Mar. Siete rossa naturalmente, ma questo in Francia non basterebbe. Colà le donne per comparire hanno d’adoperare il belletto.

Ros. Questo poi non l’approverei. Non vi so vedere una giusta ragione.

Mar. Parliamoci qui tra noi. Qual è quella delle mode di noi altre donne, che sia regolata dalla ragione? Forse il tagliarci i capelli, nei quali una volta consisteva un pregio singolare delle donne? Il guardinfante, che ci rende deformi? Il tormento che diamo alla nostra fronte per sradicare i piccoli peli? Tremar di freddo l’inverno, per la vanità di mostrare quello che dovremmo tener nascosto? Eh, tutte pazzie, signora padrona, tutte pazzie.

Ros. Basta, io non mi voglio fare riformatrice del secolo.

Mar. Fate bene; si va dietro agli altri. Se vi rendeste singolare, forse non sareste considerata.

Ros. Anzi da qui avanti voglio sfoggiar le mode con un poco più d’attenzione. Sin ora fui nelle mani d’un vecchio tisico; ma giacché‚ la sorte me ne ha liberata colla sua morte, non vo’ perdere miseramente la mia gioventù.

Mar. Sì, trovatevi un giovinotto e rifatevi del tempo perduto.

Ros. Converrà ch’io faccia speditamente. È vero che il signor Pantalone mio cognato mi tratta con civiltà, ma finalmente non posso più dire di essere in casa mia, e vivo con della soggezione.

Mar. Ma non vi mancheranno partiti: siete giovane, siete bella, e quello che più importa, avete una buona dote.

Ros. In grazia di quel povero vecchio che l’ha aumentata.

Mar. Ditemi la verità, avete niente per le mani?

Ros. Così presto? Sono vedova di pochi mesi.

Mar. Eh, le mogli govani dei mariti vecchi sogliono pensar per tempo a sceglier quello che deve loro rasciugare le lagrime. Mi ricordo aver fatto lo stesso anch’io col primo marito, che ne aveva settanta.

Ros. Mi fai ridere. Il Conte non mi dispiace.

Mar. Non sarebbe cattivo partito, ma è troppo geloso.

Ros. Segno che ama davvero.

Mar. Io vi consiglierei star a vedere, se vi capita qualche cosa di meglio. Oh, se poteste avere un Francese! Beata voi!

Ros. Che vantaggio avrei a sposar un Francese?

Mar. Godereste tutta la vostra libertà, senza timore di dargli una minima gelosia; anzi con sicurezza, che quanto più foste disinvolta tanto più gli dareste nel genio.

Ros. Questa è una bella prerogativa.

Mar. I mariti Francesi sono troppo comodi per le donne. Credetelo a me, che lo dico per prova.

Ros. Mia sorella ancor non si vede.

Mar. Sarà alla tavoletta.

Ros. Non la finisce mai.

Mar. Poverina! Anch’ella cerca marito.

Ros. Bisognerà che lo provvediamo anche a lei.

Mar. Se non ci pensaste voi, vostro padre la lascerebbe invecchiare fanciulla.

Ros. Per questo la tengo meco.

Mar. È poi una buona ragazza.

Ros. Mi pare che mio cognato la miri di buon occhio.

Mar. S’ella sperasse ch’egli morisse tanto presto, quanto ha fatto il vostro, forse lo piglierebbe. Per altro mi pare abbia cera di volerlo giovane, bello e di buona complessione.

Ros. Chi è costui, che viene alla volta della mia camera?

Mar. Un cameriere della locanda dello Scudo di Francia. Lo conosco, perché vi sono stata alloggiata. È molto faceto.

Ros. Viene avanti con gran libertà. Domandagli che cosa vuole.

Mar. Lasciatelo venire, che n’avrete piacere.

SCENA V

Arlecchino e dette

Arl. Con grazia, se pol entrar? Resti servida. Obbligatissimo alle sue grazie.

Ros. Bel complimento!

Mar. Se ve lo dico; è graziosissimo.

Arl. Se la se contenta, gh’ho da far un’ambassada.

Ros. dite pure, che io vi ascolto.

Arl. Milord Runebif la reverisse.

Ros. (a Marionette) Questi è un cavaliere inglese, che ho veduto la scorsa

notte alla festa da ballo.

Mar. Lo conosco. È un cavalier generoso.

Arl. E dopo averla reverida, el dis che stamatina el vegnirà a bever la cioccolata; e per segno della verità, el ghe manda sto anello.

Ros. Mi maraviglio di te e di chi ti manda con simili ambasciate. Se Milord vuol venire da me a bere la cioccolata, è padrone, ma quell’anello mi offende. Egli non mi conosce. Digli che venga, e imparerà meglio a conoscermi.

Arl. Come! La ricusa un anello! Da chi hala imparà sta brutta usanza? Al dì d’ancuo donne che recusa regali, ghe ne son poche.

Ros. Orsù, non più repliche, riportalo a chi te l’ha dato, e digli che Rosaura non ha bisogno dei sui anelli.

Arl. Mi rest attonito, stupefatto, maraveià. El me par un insonio. Una donna recusa un anello? L’è un miracolo contro natura.

Mar. Galantuomo, lasciatemi vedere codest’anello.

Arl. Vardelo pur. Anca Marionette se farà maraveia, perché‚ gnanca in Franza no se farà sti spropositi.

Mar. Com’è bello! Varrà almeno trecento doppie, e voi lo volete lasciar andare?

Ros. Ti pare che una donna civile abbia da ricevere un regalo così alla prima, senza un poco di complimento?

Mar. Sì, sì, dite bene. Riportatelo a Milord, e ditegli che venga a bere la cioccolata. (la padrona ne sa più di me.)

Arl. Anderò, ghe lo dirò, racconteròa tutta Venezia che una donna ha ricusà un anello, ma son siguro che tutti la crederà una favola.

(parte)

Ros. Alcuni forestieri hanno di noi altre Italiane una pessima prevenzione. Credono che l’oro e le gioie, che portano dai loro paesi, abbiano a dirittura a renderci loro schiave. In quanto a me, se ho da ricever qualche regalo, voglio prima farmi pregare per accettarlo, e voglio che l’averlo accettato sia tutta la mercede di chi lo porge.

Mar. Brava, signora padrona! Questo è un bellissimo sentimento, non così famigliare a tutti, e non così facile da porsi in esecuzione. Ma torna il cameriere.

Ros. E seco vi è il Milord. Egli al certo non perde tempo.

Mar. Gl’Inglesi hanno poche parole e molti fatti.

Ros. La loro troppa serietà non mi piace.

Mar. Sì: ogni quarto d’ora dicono dieci parole.

Ros. Introduci l’Inglese e poi va a frullare la cioccolata.

Mar. Intanto passerò il tempo con Arlecchino.

Ros. Non gli dar confidenza.

Mar. Eh, so vivere anch’io. Sono Francese e tanto basta.

(parte)

SCENA VI

Rosaura, poi Milord.

Ros. Se Milord avrà per me de’ sentimenti convenevoli al mio carattere, non ricuserò d’ammetterlo alla mia conversazione. E forse col tempo ... Ma eccolo che viene.

Mil. Madama.

Ros. Milord vi son serva.

Mil. Perché‚ non vi siete compiaciuta di ricever questo picciol anello? Mi diceste iersera che vi piaceva.

Ros. Tutto quello che piace, non è lecito di conseguire.

Mil. Anzi si desidera quello che piace.

Ros. Desiderare e prendere non è il medesimo.

Mil. Madama, non replicherò per rispettare le vostre proposizioni.

Ros. Accomodatevi.

Mil. Tocca a voi.

Ros. Favorite.

Mil. Non mi tormentate con cerimonie. (siedono)

Ros. Come avete riposato bene il resto della notte?

Mil. Poco.

Ros. Vi piacque il festino di iersera?

Mil. Molto

Ros. Vi erano delle belle donne?

Mil. Sì, belle.

Ros. Milord, qual più vi piace fra quelle che si potevan dir belle?

Mil. Voi, madama.

Ros. Oh, volete scherzare?

Mil. Credete, lo dico di cuore.

Ros. Io non merito una distinzione sì generosa.

Mil. Meritate molto, e non vi degnate di accettar poco.

Ros. Non accetto, per non esser obbligata a concedere.

Mil. Io non pretendo nulla da voi. Se prendete l’anello, mi fate piacere; se l’aggradite, son soddisfatto.

Ros. Quando è così, non voglio usare atto villano con ricusare le vostre grazie.

Mil. Prendete (si cava l’anello e lo dà a Rosaura)

Ros. Vi ringrazierei, se non temessi di dispiacervi.

Mil. Se parlate, mi fate torto.

SCENA VII

Marionette, con due chicchere di cioccolata sulla guantiera, e detti.

Ros. Ecco la cioccolata.

Mil. (prende la tazza e la dà a Rosaura) Madama.

Ros. (Che stile laconico!) (beve)

Mil. (bevendo) Marionette, tu sei Francese?

Mar. Sì, signore. (fa una riverenza)

Mil. Madama dee servirsi con attenzione.

Ros. Fo quel ch’io posso.

Mil. (rimette la tazza sulla guantiera e sotto vi pone una moneta)

Mar. (guardandola, da sé) (Questa è per me. Una doppia!)

Ros. Prendi. (rimette la tazza e Marionette vede l’anello)

Mar. (piano a Rosaura) (Mi rallegro dell’anello).

Ros. (piano a Marionette) (Sta cheta.)

Mar. (Non parlo.) (porta via la guantiera)

Mil. Voi siete vedova non è così?

Ros. Lo sono, e se trovassi un buon partito, tornerei forse...

Mil. Io non ho intenzione di prender moglie.

Ros. Perché‚?

Mil. Mi piace la libertà.

Ros. E amore non vi molesta?

Mil. Amo quando vedo una donna amabile.

Ros. Ma il vostro è un amor passeggiero.

Mil. Che? Si deve amar sempre?

Ros. La costanza è il pregio del vero amante.

Mil. Costante finché‚ dura l’amore, e amante finché‚ è vicino l’oggetto.

Ros. Non vi capisco.

Mil. Mi spiegherò. Io amo voi, vi sarò fedele finché‚ vi amo, e vi amerò fino che mi sarete vicina.

Ros. Dunque, partito che sarete di Venezia, non vi ricorderete di me?

Mil. Che importa a voi ch’io vi ami in Londra, ch’io vi ami a Parigi? Il mio amore vi sarebbe inutile, ed io penerei senza frutto.

Ros. Qual frutto sperate, finché‚ mi siete vicino?

Mil. Vedervi ed essere ben veduto.

Ros. Siete un cavaliere discreto.

Mil. Una dama d’onore non fa sperare di più.

Ros. Siete adorabile.

Mil. Son tutto vostro.

Ros. Ma finché‚ state a Venezia.

Mil. Così penso.

Ros. (Che bell’umore!)

MIl. (Quanto mi piace!)

Mar. (torna) Signora, il signor Conte vorrebbe farvi una visita.

Ros. Il conte di Bosco Nero?

Mar. Per l’appunto.

Ros. Porta un’altra sedia e fàllo venire.

Mar. Obbedisco. (A questo geloso non casca mai nulla di mano.)

(porta la sedia e parte)

Mil. Madama, il Conte è vostro amante?

Ros. Vorrebbe esserlo.

SCENA VIII

Il Conte e detti.

Con. (sostenuto) Riverisco la signora Rosaura.

Ros. Addio, Conte. Sedete.

Con. Mi rallegro della bella conversazione.

Mil. Amico, avete fatto bene a venire. Io faceva morir di malinconia questa bella signora.

Con. Anzi l’averete molto ben divertita.

Mil. Sapete il mio naturale.

Ros. Marionette, con vostra permissione (s’alza e tira Marionette in disparte, e le parla piano) (Dirai ad Eleonora mia sorella che venga qui; e fà che si ponga a sedere presso a Milord. Vorrei che la cosa finisse bene.)

(Marionette parte)

Con. Non mi credevo così di buon’ora trovarvi in conversazione; si vede che siete di buon gusto.

Ros. Milord ha voluto favorirmi di venire a bere la cioccolata da me.

Con. Eh sì, siete generosa con tutti.

Ros. Conte, voi mi offendete.

Mil. (Costui è geloso come una bestia.)

Con. (ironico) Veramente non si può negare che Milord non abbia tutte le amabili qualità desiderabili in un cavaliere.

Mil. (Sono annoiato).

SCENA IX

Eleonora e detti

Ele. È permesso il godere di sì gentile conversazione?

Ros. Venite, Eleonora, venite.

Mil. (a Rosaura) Chi è questa signora?

Ros. Mia sorella.

Ele. E sua devotissima serva.

(Milord la saluta senza parlare.)

Ros. (ad Eleonora) Sedete presso a Milord.

Ele. Se me lo permette.

Mil. (senza mirarla) Mi fate onore.

Ele. Egli è Inglese, non è vero?

Mil. (come sopra) Sì, signora.

Ele. È molto tempo che è in Venezia?

Mil. (come sopra) Tre mesi.

Ele. Gli piace questa città?

Mil. (come sopra) Certamente.

Ele. Ma, signore, perché‚ mi favorisce con tanta asprezza? Sono sorella di Rosaura.

Mil. Compatitemi, ho la mente un poco distratta. (Costei non mi va a genio.)

Ele. Non vorrei sturbare i vostri pensieri...

Mil. Vi sono schiavo. (s’alza)

Ros. Dove, dove, Milord?

Mil. Alla Piazza.

Ros. Siete disgustato?

Mil. Eh, pensate. Oggi ci rivedremo. Madama, addio. Conte, a rivederci.

Ros. Permettete ch’io almeno...(vuol alzarsi)

Mil. No no, non voglio. Restate a consolare il povero Conte. Vedo ch’egli muore per voi. Vi amo anch’io, ma appunto perché‚ vi amo, godo in vedervi circondata da più adoratori, che facciano giustizia al vostro merito e applaudiscano alla mia scelta.

SCENA X.

Rosaura, Eleonora, ed il Conte.

Ele. Sorella, bella conversazione che mi avete fatta godere; vi son tenuta davvero!

Ros. Compatite. Quegli è un uomo di buonissimo cuore, ma ha le sue stravaganze.

Ele. Per me non lo tratterò più certamente.

Con. Milord ha il bellissimo cuore, ma io l’ho amareggiato dal dolor di vedermi mal corrisposto.

Ros. Di che vi lagnate?

Con. Di vedervi far parte delle vostre grazie ad un forestiero.

Ros. Ma che? Sono io cosa vostra? Mi avete forse comperata? Son vostra moglie? Pretendete di comandarmi? Dichiaratevi, con qual autorità? Con qual fondamento? Conte, io vi amo, e vi amo più di quello che voi pensate; ma non voglio per questo sagrificarvi la mia libertà. La conversazione, quand’è onesta, è degna delle persone civili. La donna di spirito tratta con tutti, ma con indifferenza. Così ho fatto sinora, e se alcuno ho distinto, voi siete quegli; ma se ve ne abusate, io vi rimetterò nella massa degli altri, e forse vi sbandirò affatto dalla mia casa. (parte)

SCENA XI.

 Eleonora ed il Conte.

Ele. Signor Conte, siete rimasto molto sconsolato. Ma vostro danno; la maledetta gelosia è il flagello delle povere donne. Fa bene mia sorella a levarvi questa pazzia dal capo. In quanto a me, se mi toccasse un marito geloso, lo vorrei far morir disperato. (parte)

Con. Come si può fare a non esser geloso? Amo una bella donna e la trovo a sedere accanto d’un altro. Oh! la conversazione è onesta e civile. Sarà non lo nego. Ma si comincia colla civiltà, e si termina colla tenerezza. Anch’io mi sono innamorato un poco alla volta. Sia maledetto chi ha introdotto il costume di questo modo di conversare. (parte)

SCENA XII

 Strada con la casa di Rosaura

 Il Dottore e Pantalone

 Pan. La xe cussì, el mio caro amigo e parente. Mio fradello Stefanelo xe morto senza fioi, e acciò no perissa la nostra casa senza eredi, me son resolto de maridarme mi.

Dott. La massima non è cattiva. Tutto sta che vi riesca d’aver figliuoli.

Pan. Ve dirò, son avanzà in età; ma siccome m’ho sparagnà in zoventù, cussì spero de valer qualcossa in vecchiezza.

Dott. Avete stabilito e fissato con chi accompagnarvi?

Pan. Mio fradelo ha tiolto per mugier siora Rosaura, e mi inclinerave a siora Eleonora, e cussì tutte do le vostre putte le sarìa in casa mia, quando che vu, colla solita vostra cortesia, no me dis‚ de no.

Dott. Io per me sarei contentissimo; e vi ringrazio della stima che fate di me e delle mie figlie. Basta che Eleonora sia contenta, prendetela ch’io ve l’accordo.

Pan. Ve dirò, la xe avezza a star in casa mia, in compagnia de so sorella, onde spererìa che no la disesse de no, e me par che no la me veda de mal occhio.

Dott. Io, se vi contentate, ne parlerò con Eleonora; voi ditene una parola a Rosaura, e fra voi e me, col consiglio della sorella, spero la cosa riuscirà in bene. Amico, vo per un affar di premura, e avanti sera ci rivedremo.

SCENA XIII.

Pantalone, poi Monsieur Le Blau.

Pan. Eppur è vero, se mi no gh’avea quella putta in casa, mi mìno me insuniava de maridarme. Gh’ho chiapà a voler ben, e no posso viver senza de ela. Mon. Monsieur Pantalone, vostro servitor di buon cuore.

Pan. Servitor obbligatissimo, monsù Le Blò.

Mon. Voi tenete in molto prezzo la vostra persona.

Pan. Perché‚ disela cussì?

Mon. Perché‚ vi lasciate poco godere dai vostri amici.

Pan. Oh la vede; son vecchio. No posso più far nottolae; el goto me piase, ma bisogna che vaga lizier, e co le donne ha battuo la ritirada.

Mon. Eppure io non mi batterei con voi a far all’amore con una bella donna. Siete vecchio ma li portate bene i vostri anni.

Pan. Certo, che schinele mi no ghe n’ho.

Mon. Evviva monsieur Pantalone de’ Bisognosi. Io ho una bottiglia di Borgogna di dodici anni, che potrebbe dar la vita ad un morto. Voglio che ce la beviamo insieme.

Pan. Perché‚ no? Per una bottiglia ghe stago.

Mon. E voi come state a vino di Cipro? una volta ne ho bevuto del buono alla vostra casa.

Pan. Gh’ho una barila preziosa, con una mare cussì perfetta, che farave deventar bone anca le lavaùre dei fiaschi.

Mon. Buono, buono. Lo sentiremo.

Pan. Quando vol‚.

Mon. Alon: chi ha tempo, non aspetti tempo.

Pan. Adesso no xe tempo. In casa ghe xe della suggezion. Lassemo che le donne le vaga fore decasa, e po staremo colla nostra libertà.

Mon. Le donne non mi mettono in soggezione. Andiamo, andiamo.

Pan. Bisogna averghe sta poca de convenienza.

Mon. Eh, madama Rosaura avrà piacere che le andiamo a far un poco di conversazione. è una donna di grande spirito: avete una gran cognata, signor Pantalone.

Pan. (Adesso ho capìo che sorte de vin ch’el vorave bever; ghe xe anca in casa quella putta. No vorave...No no, alla larga) (a Monsieur) Certo, la xe una vedoa propria, civil e modesta.

Mon. Amico, fatemi il piacere, conducetemi a darle il buon giorno.

Pan. Oh la fala, mi gh’ho nome Pantalon, no gh’ho nome condusi.

Mon. Voi che siete il padrone di casa potete farlo.

Pan. Posso farlo, ma no devo farlo.

Mon. Perché‚?

Pan. Perché‚? Ghe par a ela ch’el cugnà abbia da batter el canafio alla cugnada?

Mon. Eh, lasciate questi pregiudizi. Siate amico, siate galantuomo. Farò io lo stesso per voi.

Pan. Mi la ringrazio infinitamente, no gh’ho bisogno de sti servizi, e no son in stato de farghene.

Mon. O io son pazzo, o non mi capite. Mi piace la signora Rosaura, vorrei vederla da vicino; vi prego che mi facciate l’introduzione, e pare a voi che vi chieda una gran cosa?

Pan. Eh, una bagatela. A chi non patisce le gatorigole, no vol dir gnente.

Mon. Ma io poi vi anderò senza di voi.

Pan. La se comoda.

Mon. Ella è vedova voi non le comandate.

Pan. La dise ben.

Mon. Volevo aver a voi quest’obbligazione.

Pan. No m’importa gnente.

Mon. Un altro si pregherebbe di potermi usare una tal finezza.

Pan. E mi son tutto il contrario.

Mon. Non è galantuomo chi non sa servire all’amico.

Pan. In te le cosse lecite e oneste.

Mon. Io sono un onest’uomo.

Pan. Lo credo.

Mon. Volete una dozzina di bottiglie? Ve la manderò.

Pan. Me maraveggio dei fatti vostri. No gh’ho bisogno delle vostre bottiglie; che in ti liquori ve posso sofegar vu e cinquanta della vostra sorte. Ste esibizion le se ghe fa ai omeni de altro carattere, no a Pantalon de’ Bisognosi. M’avè inteso. Ve serva de regola; per vu in casa no ghe xe né‚ Cipro, né‚ Candia. (parte)

SCENA XIV.

Monsieur Le Blau, poi Marionette.

Mon. Ah, ah, ah. Costui mi fa rider di cuore. è un buon uomo, ma è troppo Italiano. Ma che m’importa s’ei non mi vuole introdurre? Che bisogno ho io di questo mezzo? Non ho franchezza bastante per battere e farmi aprire? (batte) O di casa!

Mar. (venendo alla finestra) Chi batte?

Mon. Vi è madama... oh! Marionette!

Mar. Monsieur le Blau?

Mon. Tu qui?

Mar. Voi in Venezia?

Mon. Sì. Madama Rosaura è in casa?

Mar. Salite, salite, che parleremo con comodo. (chiude la finestra e apre la porta)

Mon. Oh, questo è il vero vivere. (entra in casa)

SCENA XV

Rosaura a sedere, leggendo un libro, poi Marionette.

Ros. Bella erudizione che è questa! Chi ha scritto questo libro, l’ha fatto con animo di farsi ben voler dalle donne. (legge) «Il padre deve provvedere alla figlia il marito, ed ella deve provvedersi del cicisbeo. Questo sarà l’intimo segretario della signora e di esso avrà più soggezione del marito. La persona più utile ad u buon marito suol esser il cicisbeo, perché‚ questo lo solleva di molti pesi e modera lo spirito inquieto di una moglie bizzarra». Questo autore incognito non ha scritto per me. In fin, che fui maritata, non ho voluto d’intorno questi ganimedi, che pretendono comandare più del marito. Chi non ha cicisbei è soggetta ad un solo; chi ne ha, moltiplica le sue catene.

Mar. Non vorrei disturbare la vostra lezione.

Ros. Prendi questo tuo libro, non fa per me.

Mar. Che non piaccia a voi, mi rimetto; ma credetemi, che in oggi anco in Italia è la grammatica delle donne. Ma lasciamo ciò, che meno ci deve importare. Signora mia, la sorte vi offre una felicissima congiuntura di profittare del vostro merito.

Ros. In che modo?

Mar. Vi è un cavalier francese che arde per le vostre bellezze e sospira

la vostra corrispondenza.

Ros. Come si chiama questo cavaliere?

Mar. Monsieur Le Blau.

Ros. Ah, lo conosco. Ier sera ballava de’ minuè al festino con grande affettazione; quando mi dava la mano, pareva mi volesse storpiare.

Mar. Ciò non importa: è un cavaliere molto ricco e nobile, giovine, bello e spiritoso, niente geloso, niente sofistico, e poi, basta dire che sia Francese.

Ros. Tu non vuoi lasciar questo vizio di esaltare in ogni minima cosa la tua nazione.

Mar. Ma se dico la verità! Insomma egli è nell’anticamera, che aspetta la permissione di entrare.

Ros. E tu l’hai introdotto in casa con tanta facilità?

Mar. è mio paesano.

Ros. Che importa a me che sia tuo paesano? Devo saperlo anch’io.

Mar. Eh via, non mi fate la scrupolosa. Anch’egli avrà degli anelli.

Ros. Eh, non mi fare l’impertinente, che poi poi ...

Mar. Burlo, burlo signora padrona. Se non volete ch’ei passi...

SCENA XVI

 Monsieur Le Blau e dette

Mon. Marionette, dorme madama?

Mar. No, signore, ma per ora non può.

Mon. Eh, se non dorme, dunque permetta ch’io avanzi. (entra nella camera)

Mar. (a Monsieur) Che avete fatto?

Ros. Signore, qui non si costuma sì francamente...

Mon. (s’inginocchia) Eccomi ai vostri piedi a domandarvi perdono della mia impertinenza. Se avete bello il cuore, come bello è il vostro volto, spero non me lo saprete negare.

Mar. (Bravo Monsieur Le Blau!)

Ros. Alzatevi: l’error vostro non è sì grave, che v’abbiate a gettar ai piedi di chi non merita sì tenere umiliazioni.

Mon. Oh cielo! Le vostre parole mi hanno ricolmo il cuore di dolcezza.

Ros. (da sé) (Ancorché‚ vi sia un poco di caricatura, questa maniera obbliga infinitamente).

Mon. (a Marionette) (Marionette, di te non ho più bisogno; puoi andartene a far gli affari di camera).

Mar. Mi comanda, signora padrona?

Ros. Avanza due sedie...

Mar. Eccole. (a Monsieur) (Ricordatevi, Monsieur, del costume del nostro paese.)

Mon. (a Marionette) (Sì, i guanti per la cameriera. Vi saranno.)

Mar. (In quanto a questo poi, mi piace l’usanza inglese. Quel subito è la bella cosa).

SCENA XVII

Rosaura e Monsieur Le Blau.

Mon. Ah madama! il cielo, che ha fatto tutto bene, non può aver fatta voi sì bella per tormentare gli amanti; onde dalla vostra bellezza argomento la vostra pietà.

Ros. Siccome so di non esser bella, così non mi vanto di esser pietosa.

Mon. La bassa stima che volete aver di voi medesima, proviene dalla vostra gran modestia. Ma viva il cielo! Se Apelle dovesse ora dipinger Venere, non potrebbe fare che il vostro ritratto.

Ros. La troppa lode, Monsieur, degenera in adulazione.

Mon. Io vi parlo col cuore sincero, del migliore senno ch’io m’abbia, da cavaliere, da vero Francese: voi siete bella sopra tutte le belle di questa terra.

Ros. (E séguita di questo passo).

Mon. Alla bellezza naturale, avete poi aggiunta la bell’arte di perfettamente assettarvi il capo, che mi sembrate una Flora. Chi vi ha frisato, madama? La nostra Marionette?

Ros. Ella per l’appunto.

Mon. Conosco la maniera di Parigi. Ma vi domando perdono, un capello insolente vorrebbe desertare dal vostro tuppè.

Ros. Non sarebbe gran cosa.

Mon. Oh perdonatemi, sta male. Lo leverò, se vi contentate.

Ros. Chiamerò la cameriera.

Mon. No, voglio io aver l’onore di servirvi: aspettate. (Tira fuori di tasca un astuccio d’argento da cui cava le forbici, e taglia il capello a Rosaura; poi dal medesimo astuccio cava uno spillone e le accomoda i capelli. Trovando che non va bene, da un’altra tasca tira fuori un piccolo pettine dalla sua custodia e accomoda il tuppè. Da una scatola d’argento tira fuori un buffettino con polvere di Cipro, e le dà la polvere dove manca; poi dall’astuccio cava il coltellino per levar la polvere dalla fronte. Con un fazzoletto la ripulisce, e dopo tira fuori uno specchio, perché si guardi, e finalmente tira fuori una boccetta con acqua odorosa, e se la getta sulle mani per lavarsele, e se le asciuga col fazzoletto, dicendo qualche parola frattanto che fa tutte queste funzioni; e Rosaura si va maravigliando, e lascia fare; dopo, sedendo, séguita:) In verità ora state perfettamente.

Ros. Non si può negare che in voi non regni tutto il buon gusto e non siate il ritratto della galanteria.

Mon. Circa il buon gusto, non fo per dire, ma Parigi facea di me qualche stima. I sarti francesi tutti tengono meco corrispondenza per comunicarmi le loro idee, e non mandano fuori una nuova moda, senza la mia approvazione.

Ros. Veramente si vede che il vostro modo di vestire non è ordinario.

Mon. Ah, mirate questo taglio di vita! (s’alza e passeggia). Vedete quanto adornano la persona questi due fianchi! Appunto l’equilibrio i cui son eglino situati, è la ragione per cui mi avete veduto riuscire mirabilmente nel ballo.

Ros. (Non si potea far peggio.)

Mon. Ma io perdo il tempo in cose inutili, e mi scordava di dirvi che mi piacete eccessivamente; che vi amo quanto la luce degli occhi miei, e desidero la vostra corrispondenza per unico refrigerio delle mie pene.

Ros. Signore, che io vi piaccia è una fortuna, che voi mi amiate è vostra bontà; ma il corrispondervi non è in mio arbitrio.

Mon. Da chi dipendete? Non siete padrona di voi medesima?

Ros. La vedova è soggetta alla critica più d’altra donna. se mi dichiarassi per voi, non si farebbe che parlare di me.

Mon. Ma voi non avete da far caso di questa gente. Dovete vivere secondo il buon sistema delle donne prudenti.

Ros. La donna prudente o deve vivere a s‚, o deve accompagnarsi con uno sposo.

Mon. Questa proposizione potrebbe non esser vera, ma se così volete, io vi esibisco uno sposo.

Ros. E chi è questi, o signore?

Mon. Le Blau che v’adora. Io, mia cara, vi donerò la mia mano come vi ho donato il mio cuore.

Ros. Datemi qualche tempo a risolvere.

Mon. Sì, mio bene, prendete quanto tempo vi piace; ma intanto non mi lasciate morire. (s’accosta per prenderla per la mano)

Ros. Eh, monsieur, un poco più di modestia.

Mon. Non si permette alcuna piccola cosa ad uno che deve essere il vostro sposo?

Ros. è ancor troppo presto.

Mon. (torna come sopra) Ma io ardo, e non posso vivere.

Ros. (Convien finirla.) ( s’alza)

Mon. Non mi fuggite. (le va dietro) Abbiate pietà.

Ros. Modestia, vi dico. Siete troppo importuno.

Mon.(s’inginocchia) Vi domando perdono.

Ros. (E siamo da capo). Deh, alzatevi, e non mi date in simili debolezze.

Mon. Madama, un affanno di cuore m’impedisce levar da terra senza il soccorso della vostra mano.

Ros. Via, v’aiuterò a sollevarvi. (gli dà la mano, ed egli la bacia)

Mon. Non è buon amante chi non sa commetter dei furti.

Ros. Ah! monsieur, siete troppo accorto.

Mon. E voi troppo bella.

Ros. Orsù, non mi è ora permesso goder più a lungo le vostre grazie.

Mon. Sarei indiscreto, se pretendessi di prolungarvi l’incomodo. Partirò per lasciarvi in tutta la vostra libertà.

Ros. Mi riserbo ad altro tempo di rispondere alla vostra proposizione.

Mon. Questa mano è impegnata per voi.

Ros. Ed io non son lontana dall’accettarla. (Ci penserò molto bene prima di farlo.)

Mon. Addio mia regina, governatrice del mio cuore e de’ miei pensieri! Che bellezza! Che grazia! Peccato che non siate nata a Parigi! (parte)

SCENA XVIII

Rosaura sola.

Certo! se fossi nata a Parigi, varrei qualche cosa di più! Io mi pregio essere di un paese ove regna il buon gusto quanto in qualunque altro. Italia in oggi dà regola nella maniera di vivere. Unisce tutto il buono delle nazioni straniere, e lascia lor tutto il cattivo. Questo è che la rende ammirabile e fa innamorare del suo soggiorno tutte le nazioni del mondo. Questo Francese non mi dispiacerebbe, se non fosse così affettato. Dubito che le sue parole sien tutte studiate, che non sia veramente sincero e che abbia a riuscire più volubile dell’Inglese; onde se quegli non promette d’amarmi fuor di questa città, temo che questo cominci anche in essa a nausearsi dell’amor mio.

ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Il Dottore e Rosaura.

Ros. Pare che il mio genitore si sia scordato di me; non venite mai a vedermi.

Dott. Figliuola mia, lo sapete; ho i miei affari, e non avendo entrate, conviene che mi procacci il vitto co' miei sudori.

Ros. Se avete bisogno di qualche cosa, comandate.

Dott. No, non voglio caricarvi di maggiori pesi. Pur troppo tenendo con voi Eleonora vostra sorella, mi sollevate dal maggior fastidio del mondo.

Ros. Bisognerebbe procurar l'occasione di maritarla.

Dott. Per questo sono venuto da voi. Sappiate che il signor Pantalone vostro cognato inclinerebbe a sposarla.

Ros. Oh, non le date un vecchio.

Dott. Un vecchio l'avete preso anche voi.

Ros. E per questo vi dico che non lo diate a lei.

Dott. Basta, parlerò con la ragazza; e s'ella v'inclina, non le togliamo la sua fortuna.

Ros. Se v'inclina, lo faccia. Ma avvertite di non violentarla.

Dott. E voi, Rosaura, volete rimaritarvi?

Ros. Perché no? Se mi capitasse una buona occasione, forse l'abbraccerei.

Dott. Vi è un cavaliere spagnuolo, che ha dell'inclinazione per voi.

Ros. Come si chiama?

Dott. Don Alvaro di Castiglia.

Ros. Lo conosco. Era ier sera alla festa di ballo.

Dott. Egli m'ha pregato acciò l'introduca da voi, ed è venuto meco sin qui. So che è un cavaliere pieno di civiltà e di onestà; onde, se non avete cosa in contrario, mi farete piacere a riceverlo, tanto più che può darsi non sia inutile per voi la sua inclinazione.

Ros. Quando mio padre me lo presenta, non ricuso di ricevere il cavaliere spagnuolo.

Dott. Figliuola mia, sarebbe bene che vi rimaritaste. Compatitemi se ve lo dico. Una vedova sui festini non fa la miglior figura di questo mondo. (parte)

SCENA II

Rosaura poi Don Alvaro.

Ros. Mi mortifica gentilmente. Ma gran conquiste che ho fatte io ier sera! Tutti rimasero incantati. Non so che cosa avessi di straordinario. Ma ecco lo Spagnuolo. Viene con passo geometrico. Solita gravità della sua nazione.

Alv. Riverisco donna Rosaura de' Bisognosi.

Ros. M'inchino a don Alvaro di Castiglia.

Alv. Vostro padre mi ha obbligato ch'io venga a darvi il presente incomodo, ed io non ho mancato di compiacerlo, anche per il piacere di riverirvi.

Ros. Mio padre è stato troppo indiscreto andare a voi un sì gran disturbo, e condurvi ad annoiarmi della mia stucchevole conversazione.

Alv. Voi siete una dama di molto merito, e però trovo bene ricompensata qualunque pena per voi mi prendo.

Ros. Vuol favorire? S'accomodi.

Alv. (É ancor più bella di giorno che di notte.) (siede)

Ros. (Mi mette in una gran soggezione.) (siede)

Alv. Eccovi una presa del mio tabacco. (le dà il tabacco)

Ros. Veramente prezioso.

Alv. Questo l'ebbi ieri, con una staffetta speditami dalla duchessa mia madre.

Ros. Certo non può esser migliore.

Alv. Eccolo al vostro comando.

Ros. Non ricuserò l'onore di metterne un poco nella mia tabacchiera.

Alv. Servitevi della mia.

Ros. Non permetterei che doveste restarne senza.

Alv. Ebbene, datemi in cambio la vostra.

Ros. Ma la mia è d'argento, e la vostra è d'oro.

Alv. Che oro! Che oro! Noi stimiamo l'oro, come il fango. Fo più conto di una presa del mio tabacco, che di cento scatole d'oro. Favorite.

Ros. per compiacervi. (fa il cambio della scatola) Don Alvaro, come vi piace la nostra Italia?

Alv. É bella, ma non ci vedo quell'aria maestosa, che spira per tutti gli angoli della Spagna.

Ros. E delle Italiane che ne dite?

Alv. Non conoscono la loro bellezza.

Ros. Perché?

Alv. Perché? S'avviliscono troppo, e non sanno sostenere bastantemente il decoro del loro merito.

Ros. Ma che? Le vorreste superbe?

Alv. Le vorrei più gravi e meno popolari.

Ros. Ma il nostro costume è tale.

Alv. Piano, non parlo di voi. Voi non sembrate italiana. La scorsa notte mi sorprendeste. Vidi sfavillare dai vostri occhi un raggio di luminosa maestà, che tutto mi empié di venerazione, di rispetto, e di maraviglia. Voi mi sembraste per l'appunto una delle nostre dame, le quali, malgrado la soggezione in cui le teniamo, hanno la facoltà d'abbattere ed atterrare co' loro sguardi.

Ros. Vi ringrazio della favorevole prevenzione che di me avete. Ma avvertite a non ingannarvi.

Alv. Uno Spagnuolo non è capace di restare abbagliato. Noi abbiamo la vera cognizione del merito.

Ros. Lo credo, ma qualche volta la passione fa travedere.

Alv. No, no, non è possibile che gli Spagnuoli amino per una passione brutale. Prima d'accendersi, vogliono conoscere l'oggetto delle loro fiamme. La bellezza appresso di noi non è il più forte motivo de' nostri amori.

Ros. Ma di che dunque vi solete invaghire?

Alv. Del contegno e della gravità.

Ros. (Genio veramente particolare della nazione).

Alv. Non vorrei esservi di soverchio incomodo. Che ora abbiamo?

Ros. Sarà il mezzogiorno poco lontano.

Alv. Vediamo che dice il nostro infallibile. (tira fuori l'orologio) Questa è l'opera più perfetta del Quare inglese.

Ros. In Ispagna non fanno orologi?

Alv. Eh pensate, in Ispagna pochi travagliano.

Ros. Ma come vivono le genti basse?

Alv. In Ispagna non vi è gente bassa.

Ros.( Oh questo è originale!)

Alv. (mentre vuol guardare le ore, gli casca in terra l'orologio) Va' al diavolo! (gli dà un calcio, e lo getta in fondo alla scena)

Ros. Che fate? Un orologio così perfetto?

Alv. Quello che ha toccato i miei piedi, non è più degno della mia mano.

Ros. (Dice bene).

Alv. Ma voi, in mezz'ora che siete meco, non mi avete ancora richiesto cosa veruna.

Ros. Non saprei di che pregarvi, oltre l'onore della vostra visita.

Alv. La grazia d'uno Spagnuolo non si acquista sì facilmente; siete bella, siete maestosa, mi piacete, vi amo, ma per obbligarmi ad esser vostro, vi mancano ancora delle circostanze.

Ros. Favorite dirmi che cosa manca.

Alv. Sapere in qual grado di stima teniate la nobiltà.

Ros. Essa è il mio nume.

Alv. Conoscere se sapete sprezzare l'anime basse ed ignobili.

Ros. Le odio e le abborrisco.

Alv. Sperimentare se avete la virtù di preferire un gran sangue ad una vana bellezza.

Ros. Di ciò mi pregio costantemente.

Alv. Or siete degna della mia grazia. Questa è tutta per voi. Disponetene a piacer vostro. (s'alza)

Ros. Volete di già lasciarmi?(s'alza ella pure)

Alv. Non voglio più a lungo cimentare il mio contegno. Comincerei a indebolirmi.

Ros. (Voglio provarmi se so dargli gusto all'usanza del suo paese.)Da me non isperate uno sguardo men che severo.

Alv. Così mi piacete.

Ros. Vi lascerò penare prima d'usarvi pietà.

Alv. Lo soffrirò con diletto.

Ros. Ad un mio cenno dovrete trattenere sino i sospiri.

Alv. Che bel morire per una dama che sa sostener la gravità!

Ros. Principiate ora a temermi. Partite.

Alv. Sono costretto a ubbidirvi.

Ros. Non mi guardate.

Alv. Che incanto è questo! Che severità prodigiosa! Provo il massimo de' contenti nel sofferire la maggior pena del mondo.

(si volta un poco e con un sospiro parte)

SCENA III

Rosaura sola

Oh! questo è il più ameno carattere di quanti ne abbia trattati. Ha piacere di esser tormentato, e in grazia di questa sua idolatrata gravità fa più conto dei disprezzi che delle finezze. Eccomi provveduta di quattro amanti, ognuno dei quali ha il suo merito, e le sue stravaganze. L'Italiano è fedele, ma troppo geloso: l'Inglese è sincero ma incostante: il Francese è galante, ma troppo affettato: e lo Spagnolo è amoroso, ma troppo grave. Vedo che volendo levarmi dalla soggezione, uno di questi dovrei scegliere, ma quale, ancor non saprei. Dubito poi che dovrò preferire il Conte ad ogni altro, tuttoché qualche volta mi si renda molesto co' suoi sospetti gelosi. Egli è il primo che si è dichiarato; e poi ha il privilegio sopra degli altri d'essermi quasi paesano: privilegio che assai prevale in tutte le nazioni del mondo.  (parte)

SCENA IV.

Camera nella locanda.

Monsieur Le Blau ed Arlecchino.

Mon. Tu sei un uomo spiritoso; è peccato che ti perdi in una locanda, ove non può spiccare la tua abilità.

Arl. Ghe dirò patron; siccome la mia gran abilità la consiste in magnar, no me par de poder trovar meio d'una locanda.

Mon. No, amico non è questa la tua abilità. Conosco io dalla tua bell'idea, che sei un capo d'opera per fare un'ambasciata amorosa.

Arl. In verità l'è un cattivo astrologo, perché mi non ho mai fatt el mezan

Mon. Ecco come in Italia si cambiano i termini a tutte le cose. Che cos'è questo mezzano? Un ambasciatore di pace, un interprete dei cuori amanti, un araldo di felicità e contenti, merita tutta la stima, ed occupa i più onorati posti del mondo.

Arl. Ambasciator de pase, araldo di felicità e contenti, in bon italian vol dir batter l'azzalin.

Mon. Orsù, io sarò quello che metterà in luminoso prospetto la tua persona. Conosci madama Rosaura, cognata di Pantalone de' Bisognosi?

Arl. Signor sì, la cognosso.

Mon. Hai tu coraggio di presentarti ad essa in mio nome, e recarle in dono una preziosissima gioia che ti darò?

Arl. Elo fursi qualche anello?

Mon. Oh, altro che anello! É una gioia che non ha prezzo.

Arl. Perché, se l'era un anello, no la lo toleva siguro. Basta, me provarò; ma la se arecorda che ogni fadiga merita premio.

Mon. Eseguisci la commissione, e sarai largamente ricompensato.

Arl. La me diga, cara ela: Vuossioria el mai stà in Inghilterra? Salo l'usanza de quel paese?

Mon. Non ci sono stato, e non so di qual usanza tu parli.

Arl. La sappia che in Inghilterra se usa regalar avanti.

Mon. Questo da noi non si costuma. La mercede non dee precedere il merito. Opera bene, e non temere.

Arl. Basta, mi stagh sulla vostra parola.

Mon. Non voglio però che tu dica esser un servitore di locanda, che non mi conviene mandarti con questo titolo.

Arl. Chi oio da dir che son?

Mon. Devi passar per il mio cameriere, giacché, come tu sai, sono tre giorni che l'ho licenziato dal mio servizio.

Arl. Ghe vorìa mo i abiti aproposito. La vede ben...

Mon. Vieni nella mia camera. Ti vestirò alla francese.

Arl. Alla franzese! Oh magari! Anca mi, diventerò monsù.

Mon. Dovrai porti sul gusto della nostra nazione, dritto, svelto, spiritoso, pronto. Cappello in mano, riverenze senza fine, parole senza numero e inchini senza misura.

Arl. ( si va provando e non gli riesce)

Mon. Ecco la gioia che tu le devi recare. Questo è il mio ritratto; e son sicuro ch'ella apprezzerà la delicatezza di questa effige, più che la ricchezza di tutte le gioia del mondo.

Arl. Oh che zoggia! Oh che bella zoggia!

Mon. Odi, mio caro Arlecchino, odi il complimento che le dovrai fare per me; apprendilo bene, non te ne dimenticare parola, poiché in ogni accento è rinchiuso un mistero.

Arl. No la se dubita; la diga pur, che l'ascolto.

Mon. Tu le devi dir così: Madama, chi aspira a farvi l'intiero dono del rispettoso ed umile originale, v'invia anticipatamente il ritratto. Tenetelo in luogo di amoroso deposito, fintanto che la sorte gli conceda l'onore...

Arl. Basta, basta, per amor del cielo. No me ne recordo più una parola.

Mon. Orsù, vedo che tu hai poca memoria. Sai leggere?

Arl. Qualche volta.

Mon. Vieni nella mia camera, che lo registrerò sopra un foglio. Lo leggerai tante volte finché ti resti nel capo.

Arl. Se l'ho da lezer fin che el me resta nella memoria, ho paura de averlo da lezer tutto el tempo de vita mia.

Mon. Caro Arlecchino, seguimi, non ti trattenere. Sono impaziente di sentir la risposta che madama averà la bontà di mandarmi, e a misura della risposta sarai ricompensato. Avverti di custodire con ogni esattezza la gioia che or ora ti diedi. Gioja che ha fatto sospirare le prime principesse d'Europa.

Arl. Gioia che faria sospirar un pover om dalla fame.

SCENA V

Il Conte poi Folletto lacchè

Con. Rosaura restò meco sdegnata, chiamandosi offesa da' miei gelosi sospetti. Convien placarla. Finalmente conosco che la gelosia è un tormento dell'amante, e un'ingiuria all'amata. Spero con questa lettera facilitarmi il di lei perdono, e ritornare al dolce possesso della sua grazia. Lacchè!

Fol. Illustrissimo.

Con. Sai dove stia di casa il signor Pantalone dei Bisognosi?

Fol. Illustrissimo sì.

Con. Conosci la signora Rosaura sua cognata?

Fol. Illustrissimo sì, la conosco.

Con. Devi andare alla di lei casa, e portarle questa mia lettera.

Fol. Vossignoria illustrissima sarà servita.

Con. Procura farti dar la risposta.

Fol. Illustrissimo sì.

Con. Con questa occasione osserva se vi è nessuno a conversazione.

Fol. Vossignoria illustrissima lasci fare a me.

Con. Fàllo con buona maniera.

Fol. Non abbia timore, Illustrissimo, che questo è il nostro mestiere. Si stima più un lacchè che sappia portare una lettera, che uno che sappia correr la posta.

(parte)

Con. Convien poi dire la verità, i nostri servitori italiani sono tutti pieni di civiltà; qualche volta col troppo lustrarci ci burlano, ma non importa. L'adulazione è una minestra che piace a tutti.

SCENA VI.

Milord, e poi Birif.

Mil. (passeggia da sé solo, senza parlare, su e giù per la scena; poi tira fuori uno scrignetto di gioie, e le guarda, indi lo chiude, e chiama) Birif!

Bir. (viene e si cava il cappello senza parlare).

Mil. Prendi questi diamanti, portali a madama Rosaura: la conosci?

Bir. Sì signore.

Mil. Dille che mando te, non potendo andar io.

Bir. Sì signore.

Mil. Portami la risposta.

Bir. Sì signore.

(parte)

Mil. Mille ducati, ah! costan poco. Merita più . Si farà, si farà.

(parte)

SCENA VII

Arlecchino con un foglio in mano, avuto dal Francese, poi Don Alvaro.

Arl. Stavolta pol esser che arriva a far la me fortuna: a bon cont, el Frances me vestirà, e sperarìa de avanzar l'abit, se l'è galantomo come i altri Franzesi, che ho cognossù. No vorave scordarme el complimento, che ho da far a siora Rosaura. El tornerò a lezer, per cazzarmelo ben in te la memoria. (apre il foglio e vedendo venire lo Spagnuolo, lo serra e lo ripone)

Alv. Galantuomo.

Arl. (guarda intorno, non credendo parli con lui) Con chi parlelo?

Alv. Amico, parlo con te.

Arl. La ringrazio de la bona opinion.

Alv. Dimmi, conosci donna Rosaura, cognata di don Pantalone?

Arl. Signor sì, la conosco. (Diavolo tutti intorno a custìa!)

Alv. Tu avrai l'onore di presentarle in mio nome un tesoro.

Arl. Un tesoro. Una bagatella! Lo presentarò; ma la se recorda che ogni premio vol la so fadiga.

Al. Prendi, portale questo foglio, e sarai largamente rimunerato.

Arl. Elo questo el tesoro?

Alv. Sì questo è un tesoro inestimabile.

Arl. Cara éla, la perdona la curiosità, coss'èlo mo' sto tesoro?

Alv. Questo è l'albero del mio casato.

Arl. (se ne ride) (L'è un tesoro compagno de la zoggia del Franzese).

Alv. Lo darai a donna Rosaura, e le dirai così: Gran Dama, specchiatevi nei gloriosi antenati di Don Alvaro vostro sposo, e consolatevi che avrete l'onore di passare fra l'eroine spagnuole.

Arl. La senta, el tesoro lo porterò, ma tutte ste parole è impossibile che mi le diga. Se la vol che me arecorda, bisogna che la le scriva.

Alv. Sì, lo farò; vieni alla mia camera, e se mi porti una lieta risposta, assicùrati che vi sarà un piccolo tesoretto ancora per te.

Arl. No vorave che el piccolo tesoretto fusse qualche piccolo alberetto. (Ma co ste do incombenze pero de far una buona zornada).

SCENA VIII.

Camera di Rosaura, con tavolino, carta, calamaio e sedie.

Il Dottore ed Eleonora.

Dott. Figliuola mia, il partito ch'io vi propongo delle nozze del signor Pantalone è molto vantaggioso per voi, mentre se il signor Stefanello era ricco, suo fratello, che ha aggiunte alle proprie le facoltà ereditate, deve essere ricco al doppio.

Ele. Caro signor padre, per dirvi la verità, non mi dispiace altro che la sproporzione dell'età: io troppo giovine, ed egli troppo vecchio.

Dott. La di lui età avanzata non vi ha da far ostacolo. Egli è un uomo garbato, sano e gioviale; e, quello che più importa, vi vuol bene, e vi tratterà da regina.

Ele. Mentre credete voi che possa essere un matrimonio conveniente per me, non ricuserò di farlo, coll'unico oggetto di obbedire un vostro comando.

Dott. Brava, la mia figliuola; voi mi consolate. Vado subito dal signor Pantalone; e prima che qualche altra idea lo frastorni, vo' procurare d'assicurar la vostra fortuna.

SCENA IX.

Eleonora, poi Marionette.

Ele. É una gran lusinga quel dire sarò ricca, sarò padrona. Ma quell'esser vecchio il marito, non mi finisce. Marionette ti ho da dar una buona nuova. Son fatta sposa.

Mar. Me ne rallegro infinitamente; ma, s'è lecito, chi è lo sposo?

Ele. Il signor Pantalone.

Mar. E questa la chiamate una buona nuova? E ne siete allegra e contenta?

Ele. Perché no? Non è egli forse un buon partito?

Mar. Sì, per una vecchia di cinquant'anni, ma non per voi, che siete una giovanetta.

Ele. Anch'io pensava prima così; ma poi, in riguardo della sua ricchezza, l'esser vecchio mi pare che poco importi.

Mar. Importa moltissimo, importa tutto. Domandatelo a vostra sorella, che cosa voglia dire una giovane maritata ad un vecchio. Se fosse lecito il dirvi tutto, ve ne farei passare la voglia. Io non son vecchia, e dei mariti ne ho avuti tre, ma se dovessi rimaritarmi, io vorrei un giovinotto di primo pelo.

Ele. Certamente, se lo trovassi, anch'io non direi di no.

Mar. Per voi che siete una giovane di buon garbo, disinvolta e di spirito, vi vorrebbe per l'appunto un Francese.

Ele. Trovarlo un Francese, che mi volesse!

Mar. Eh, quando non volete altro, ve lo troverò io.

Ele. Ma oltre l'esser giovine, lo vorrei bello e ricco.

Mar. Di questi non ne mancano in Francia.

Ele. Dovrò io andare in Francia a maritarmi?

Mar. No, mia signora, in Venezia ne capitan tutto dì. Ce ne sarebbe uno a proposito, il quale mostra essere inclinato per vostra sorella, ed essa pare che poco gli corrisponda. Potrebbe darsi che si dichiarasse per voi.

Ele. Se ama mia sorella, non si curerà di me.

Mar. Eh, facilmente poi questi Parigini si cambiano. Con due sospiri lo fate cader in terra.

Ele. Tu me lo dipingi per incostante.

Mar. Che importa a voi? Quando siete maritata, vi basta.

Ele. E l'amor del marito?

Mar. Oh, ne sapete poco. Parliamo d'altro. Lo volete vedere questo Francese?

Ele. Lo vedrò volentieri.

Mar. Lasciate condurre l'affare a me. Già vostra sorella è perduta per ilo geloso, e non fa stima di verun altro: peggio per lei. Sarà la vostra fortuna. Un Francese! Oh che matrimonio felice!

Ele. Ma la parola che ho dato a mio padre di sposar il signor Pantalone?

Mar. Ditegli che avete cambiata opinione.

Ele. Mi chiamerà volubile.

Mar. Scusatevi con dir: son donna.

Ele. Mi sgriderà.

Mar. Lasciatelo dire.

Ele. Minaccerà.

Mar. Non vi spaventate.

Ele. Vorrà obbligarmi per forza.

Mar. La festa non si può fare senza di voi, battete sodo.

Ele. Ho paura di non resistere.

Mar. Lo dirò a vostra sorella; tutte due vi assisteremo.

Ele. Cara Marionette, mi raccomando.

SCENA X.

Rosaura e dette.

Mar. Venite, signora Rosaura, venite in soccorso delle vostra cara sorella. Suo padre la vorrebbe dare in sposa al signor Pantalone, vostro cognato; ella apprende ciò per una disgrazia, ma non ha il coraggio di opporsi ai comandi del genitore.

Ele. Cara Rosaura, mi raccomando a voi.

Ros. Non dubitate; vi amo di cuore, né voglio abbandonarvi ad una sicura disperazione. Il signor Pantalone me ne ha parlato; e quantunque mio padre gli abbia dato buone speranze, io ho posta in campo la libertà che vi si conviene nella elezion dello stato, della quale io mi sono dichiarata garante a fronte di tutto il mondo.

Ele. Quanto vi devo! Giuro che il vostro amore per me non è inferiore a quello di mia madre.

Ros. Ritiratevi nella vostra stanza.

Ele. Se mio padre viene a sollecitarmi, che cosa mi consigliate ch'io gli risponda?

Ros. Ditegli che in questo non potete risolvere senza di me.

Ele. Mi dirà che è padre.

Ros. Rispondetegli che io son quella che vi darà la dote.

Ele. Questa risposta gliela darò col maggior piacere del mondo. (piano a Marionette) (Marionette, ricordati del Francese). (parte)

SCENA XI.

Rosaura e Marionette.

Mar. Certamente una madre non farebbe tanto per la signora Eleonora quanto esibite di far voi.

Ros. L'amo teneramente. Ella è sempre stata meco, e in premio della sua rassegnazione procuro di renderla, per quanto posso felice.

Mar. V'è in sala qualcuno che chiama. Permettetemi, ch'io vada a vedere chi è.

SCENA XII.

Rosaura, poi Marionette, poi Arlecchino vestito alla francese.

Ros. É troppo barbara quella legge, che vuol disporre del cuor delle donne a costo della loro rovina.

Mar. Signora, vi è un cameriere di monsieur Le Blau, che desidera farvi un'ambasciata.

Ros. Fa' che passi.

Mar. Sapete per altro chi è costui? É il cameriere della locanda, è Arlecchino, il quale dal Cavaliere francese è stato fatto suo cameriere.

(parte)

Ros. Il Francese va replicando gli assalti; ma io, prima di cedere, farò buon uso di tutte le mie difese.

Mar. Venite, venite, signor cameriere francese.

Arl. (viene facendo molti inchini caricati a Rosaura)

Ros. Bravo, bravo non ti affaticar davvantaggio. Parla, se hai qualche cosa da dirmi per parte del tuo padrone.

Arl. (parla con linguaggio alterato) Madama, per parte del mio padrone devo presentarvi una zoggia.

Ros. A me una gioia?

Arl. A voi, madama, ma prima di darla, o per dir meglio, di presentarla, devo farvi un complimento, del qual ve assicuro che no me arecordo una parola.

Mar. Arlecchino, fai torto al tuo spirito.

Ros. Se non te lo ricordi, sarà difficile che io lo senta.

Arl. l'arte dell'omo supplisse alle avventure del caso. (Belle parole!) Ecco il gran complimento, registrato nel candido deposito di questa carta.

Ros. Bravo!

Mar. Evviva.

Arl. (presenta il foglio a Rosaura) Ecco il foglio. Leggetelo voi, poiché per confidarvi l'arcano, io non so né lezer né scriver.

Ros. Sentiamo, Marionette, che belle e galanti cose sa dire il nostro Francese.(legge): " Madama, la poca memoria del nuovo mio servitore mi obbliga ad accompagnare con queste righe un pegno della mia stima, che a voi addrizzo. Degnatevi d'aggradirlo, e assicuratevi ch'ei viene a voi accompagnato da tutto il mio cuore."

Mar. Che bello stile Francese!

Ros. Ebbene, qual è la cosa che tu mi devi presentare?

Arl. Una zoggia preziosa: una zoggia francese. Eccola. (le dà il ritratto)

Ros. É questa la gioia?

Mar. Vi par poco? Il ritratto di un Parigino?

Ros. É qualcosa di particolare.

Arl. Madama, vi prego della risposta, dalla qual dipende la consolazion del padron e l'interesse del servitor.

Ros. Volentieri. Attendimi, ché ora in un momento sono da te. (va al tavolino a scrivere)

Mar. Caro Arlecchino, qual nume tutelare ti ha provveduto di questa buona fortuna?

Arl. Za che la sorte me va beneficando sul gusto franzese, vago sperando de poderme infranzesar colla grazia de Marionette.

Mar. Se coltiverai questo ottimo gusto, credimi, farò qualche conto su di te.

Arl. Vedo adesso che gh'ho della bona disposizion, e se non ho fatto fin adesso la mia figura, è stà causa, non so se diga el fato, la sorte, la fortuna o il destino.

Mar. Grazioso, grazioso!

Ros. Prendi, ecco la breve risposta che dovrai recare a monsieur Le Blau. Non essendo una lettera, non la chiudo e non le fo la soprascritta.

Arl. Sarala una risposta consolatoria?

Ros. Mi par di sì.

Arl. Posso sperar l'effetto delle belle promesse?

Ros. Ciò dipende dalla generosità di chi ti ha mandato.

Arl. (con varie riverenze) Madama, con tutto il core.

Mar. Troppo confidente.

Arl. (facendo riverenze) Con tutto lo spirito.

Mar. Troppo elegante.

Arl. Con tutta confidenza. Bon zorno a V. S. (parte)

SCENA XIII.

Rosaura e Marionette.

Mar. Credetemi che lo spirito di costui mi piace infinitamente.

Ros. É un servitore grazioso.

Mar. Quando l'ha preso un francese, non può essere senza spirito.

Ros. Sappi, Marionette, che il signor Pantalone si è disgustato meco, per aver io parlato contro alle nozze di mia sorella. Quasi quasi pareva mi volesse licenziare di casa sua; ed io sono disposta a prevenire il di lui congedo.

Mar. A voi non mancheranno case.

Ros. Sì, ma una vedova sola non istà bene.

Mar. Conducete con voi la sorella.

Ros. Ella ancora ha bisogno di essere custodita.

Mar. Andate in casa di vostro padre.

Ros. Avrei troppa soggezione.

Mar. Maritatevi.

Ros. Questo sarebbe il partito migliore.

Mar. Dunque, perché lo differite?

Ros. Son confusa fra quattro amanti.

Mar. Sceglietene uno.

Ros. Temo ingannarmi.

Mar. Attaccatevi al Francese, e non fallirete.

Ros. Ed io lo credo peggio degli altri.

Mar. Se non lo volete voi, lasciatelo prendere a vostra sorella.

Ros. Ci penserò.

Mar. Osservate un lacchè, che viene dalla sala correndo.

Ros. Che vorrà mai? Fallo passare.

Mar. Un lacchè non ha bisogno che gli si dica. Sono sfacciati di natura.

SCENA XIV.

Foletto lacchè, e dette.

Fol. Servo umilissimo di Vossignoria Illustrissima.

Ros. Chi sei?

Fol. Sono Foletto, lacchè dell'illustrissimo signor Conte di Bosco Nero, ai comandi di V. S. Illustrissima.

Mar. Lo voleva dire, ch'era servitore di un Italiano. In Italia non vi è carestia di titoli superlativi.

Ros. Che dice il Conte tuo padrone?

Fol. L'Illustrissimo signor Conte, mio padrone, manda questa lettera all'illustrissima signora Rosaura, mia signora. (le dà la lettera).

Ros. (legge piano)

Mar. Amico, siete stato a Parigi?

Fol. Padrona no.

Mar. Saprete poco servire.

Fol. Perché?

Mar. Perché la vera scuola si trova solamente colà.

Fol. Eppure, benché non sia stato a Parigi, so anch'io una certa moda molto comoda per i servitori, e la metterò in pratica, se volete.

Mar. E qual è questa moda?

Fol. Che quando il padrone fa all'amore colla padrona, il lacchè fa lo stesso con la cameriera.

Mar. Oh, la sai lunga davvero!

Ros. Ho inteso: dirai al tuo padrone...

Fol. Ma per amor del cielo, mi onori, illustrissima padrona, della risposta in carta; altrimenti...

Mar. Non si busca la mancia, non è vero?

Fol. Per l'appunto. Chi è del mestiere, lo sa.

Mar. Che ti venga la rabbia, lacchè del diavolo!

Ros. (va al tavolino) Or vado a formar la risposta.

Fol. Francesina, come state d'innamorati?

Mar. Eh, così così.

Fol. La notte si calano prosciutti dalla finestra?

Mar. Oh, io non son di quelle.

Fol. Già me l'immagino. Ma pure, se ci venissi io, vi sarebbe niente?

Mar. Chi sa?

Fol. Stasera mi provo.

Mar. Eh birbone! Sa il cielo quante ne hai!

Fol. Certo che col salario non potrei scialare, se non avessi quattro serve che mi mantenessero.

Mar. Alla larga.

Fol. Via via, sarete la quinta.

Ros. Eccoti la risposta.

Fol. Grazie a Vossignoria Illustrissima. Ma volevo dir io, illustrissima padrona, vi è nulla per il giovane?

Ros. Sì, prendi. (gli dà la mancia)

Fol. Obbligatissimo a V. S. Illustrissima; e viva mill'anni V. S. Illustrissima Francesina, a rivederci a stasera. (parte correndo)

SCENA XV.

Rosaura, Marionette, poi Birif.

Mar. (Sì, vieni, che stai fresco)

Ros. Eppure, dal modo di scrivere del Conte, conosco ch'egli mi ama davvero

Mar. Dovreste meglio capirlo del regalo fattovi da monsieur Le Blau; egli, mandandovi il suo ritratto, mostra il desiderio che ha di star sempre con voi.

Ros. Non mi piace quell'espresione di mandarmelo come una gioia.

Mar. Via via, v'ho capito. Avete per il Conte il cuore già dichiarato. Buon pro' vi faccia.

Ros. Credimi ch'io son tuttavia indifferente.

Mar. Poter del mondo! Ecco un'altra ambasciata. Questa è una gran giornata per voi.

Ros. Costui chi sarà?

Mar. Non lo ravvisate? Un servitore inglese.

Ros. Sarà il cameriere di Milord.

Mar. (verso la porta) Passate.

Bir. (fa una riverenza) Madama.

Mar. (Oh, ecco la serietà.)

Ros. Che bramate galantuomo?

Bir. Milord Runebif manda me, perché non può venir egli qui.

Ros. Bene, e così?

Bir. Manda questa bagatella. (le dà le gioie)

Ros. Oh che bella cosa! Osserva Marionette, che magnifiche gioie!

Mar. (quest'è ben altro che la lettera amorosa!)

Ros. (E che il ritratto!) (a Birif) Ha detto nulla?

Bir. No, madama.

Ros. rigraziatelo.

Bir. Madama. (fa una riverenza, e vuol partire)

Ros. (gli vuol dar la mancia) Prendete.

Bir. Maraviglio, Madama. (non la vuole e parte)

SCENA XVI.

Rosaura e Marionette, poi Arlecchino vestito da servitore spagnuolo.

Mar. Non ha fatto così l'Italiano, no.

Ros. E non l'avrebbe fatto nemmeno il Francese.

Mar. Quest'Inglese dice davvero. Spende alla generosa e tratta da principe. Bisogna dir che sia molto ricco.

Ros. É quanto ricco altrettanto generoso. E questo mantellone chi diamine è?

Mar. Questi è Arlecchino, vestito da servitore spagnuolo.

Ros. Che mutazione è questa?

Mar. Qualche bizzaria del suo vago cervello.

Arl. (si cava il cappello) Guardi il cielo molti anni donna Rosaura.

Ros. Che scene son queste? Quante figure pretendi di fare? Chi ti manda?

Arl.(si cava il cappello) Don Alvaro di Castiglia, mio signore.

Ros. E che ti ha ordinato di dirmi?

Arl. (come sopra) Manda a donna Rosaura un tesoro.

Mar. Canchero! un tesoro? Gli sarà venuto dall'Indie.

Ros. In che consiste questo tesoro?

Arl. Ecco (si cava il cappello) Chinate il capo. Questo è l'albero della casa di don Alvaro, mio signore. (fa un inchino)

Mar. Oh che prezioso tesoro!

Ros. (lo prende) Eh, non è cosa da disprezzarsi. Ha detto altro?

Arl. Ha detto, ma tanto detto, che mai e poi mai me lo sarei ricordato, se prudentemente in questa carta non me lo avesse scritto. (dà un foglio a Rosaura)

Ros. Ora ti porterò la risposta. (va al tavolino)

Mar. Ma dimmi un poco, che pazzia è questa di mutarti d'abito?

Arl. Rispetto e gravità.

Mar. Che? Sei già entrato in superbia?

Ros. Eccoti la risposta.

Arl. Servo di donna Rosaura. (si cava il cappello e se lo rimette)

Ros. Buon giorno.

Arl. Addio, Marionette. (parte con gravità)

SCENA XVII

Rosaura e Marionette.

Mar. Oh, che figura ridicola! Se abbandona la grazia francese, ha perduto il merito.

Ros. Vuoi che ti dica che costui si porta molto bene, e che si sa perfettamente trasformare in tutti i caratteri?

Mar. Signora padrona, i vostri quattro amanti vi hanno regalata. Chi di essi vi pare che sia più meritevole della vostra gratitudine? Già m'aspetto sentirvi dire l'Inglese: quelle gioie sono assai belle.

Ros. No, Marionette, nemmen per questo lo preferisco agli altri. La pace e l'amore non si comprano con simil prezzo. E poi Milord non vuol moglie.

Mar. Dunque mi do a credere non avrete difficoltà a decidere che abbia ad essere preferito quello del ritratto.

Ros. Nemmeno. Quei finti colori non mi possono assicurare della sua fedeltà.

Mar. Fareste caso forse di quel bell'albero?

Ros. Non so disprezzare una nobiltà sì cospicua; ma ella non basta per porre in quiete il mio spirito.

Mar. Eh già, lo so. La lettera del geloso avrà il primo luogo.

Ros. Marionette t'inganni. So anch'io che un amante, per giustificarsi colla sua cara, sa fingere e sa inventare.

Mar. Dunque non ne aggradite nessuno?

Ros. Anzi tutti.

Mar. Ma tutti non li potete sposare.

Ros. Uno ne sceglierò.

Mar. E quale?

Ros. Ci penserò. E credimi che nel risolvere non mi consiglierò col cuore, ma con la mente. Non cercherò la bellezza, ma l'amore e la fedeltà. Son vedova, conosco il mondo; e so distinguere che, per scegliere un amante, serve aprire un solo occhio, ma per scegliere un marito, conviene aprirli bene tutti e due, e se non basta, aggiungervi anche il microscopio della prudenza. (parte)

Mar. E poi farà come il solito di noialtre donne, si attaccherà al suo peggio.

SCENA XVIII.

Strada.

Milord e il Conte.

Con. Milord, quant'è che non siete stato da Madama Rosaura?

Mil. (passeggia e non risponde)

Con. Veramente è una donna di grande spirito. Merita le attenzioni dei personaggi più riguardevoli. Voi avete fatta un'ottima scelta. Confesso che avevo per lei qualche poco d'inclinazione; ma, dopo che ho veduto che vi siete per lei dichiarato, ho pensato di ritirarmi. (Ei non vuol parlare; non posso scoprir nulla.) Questa sarebbe l'ora opportuna di farle una visita. Quando io ci andavo, non perdevo questi preziosi momenti. Ma che diavolo! Siete mutolo? Non parlate? Che temperamento è il vostro? Da questa vostra serietà non capisco se siete allegro o malinconico.

Mil. Questo è quello che non capirete mai.

Con. Lode al cielo, che avete parlato. Approvo molto il vostro costume; questa credo possa dirsi la più fine politica; ma noi altri Italiani non abbiamo l'abilità di praticarla. Parliamo troppo.

SCENA XIX.

Birif dalla parte di Milord, Foletto dalla parte del Conte, e detti.

Bir. Signore.

Fol. Illustrissimo. (Il Conte fa cenno a Foletto che non parli, ed egli gli dà la lettera)

Mil. (a Birif) Facesti?

Bir. (a Milord) Sì signore.

Mil. (a Birif) Aggradì?

Bir. (a Milord) Ringrazia.

Mil. Non occor'altro. (gli dà un borsellino con denari; Foletto osserva)

Bir. (fa una riverenza e parte)

Con. (fa cenno a Foletto che se ne vada. Egli stende la mano per la mancia. Il Conte lo scaccia)

Fol. (Bella Italia! Ma cattivo servire!)

Con. (Colui ha portato una risposta al Milord: dubito sia qualche ambasciata di Rosaura.) Amico, mi rallegro con voi. Ma! Così va a chi è fortunato. Le donne corrono dietro. Le ambasciate volano. Madama Rosaura...

Mil. Siete un pazzo.

Con. A me pazzo, viva il cielo! Si pentirà d'avermi ingiuriato. Risponderà all'invito della mia spada... Ma che dice la mia cara Rosaura? Mi consola o mi uccide? Leggiamo, qualunque sia, la sentenza dell'idol mio. (legge piano) Oh me felice! Oh cara Rosaura! Oh caratteri che mi rendete la pace al cuore! E fia vero che io sia degno dell'amor tuo, unico mio tesoro? Posso dunque sperar pietà? M'incoraggisci ad amarti, a serbarti fede? Sì, lo farò, mia cara, sì lo farò, non temere. Milord, no, non ti temo; ben dicesti ch'io ero pazzo a crederti amato, a temerti rivale. Io sono al possesso del di lei cuore. Rosaura sarà mia; lo bramo, lo spero, e questo foglio quasi quasi me ne assicura. (parte)

SCENA XX.

Don Alvaro passeggiando, poi Arlecchino vestito alla spagnola.

Alv. O Rosaura sa poco le convenienze, o Arlecchino è un pessimo servitore. Farmi aspettare sì lungamente, è una cosa troppo indiscreta; non la soffrirei per un milione di doppie. Se viene colui, gli voglio dare cento bastonate. Così non si tratta co' cavalieri miei pari... Ma.. forse....L'esame de' miei antenati la terrà occupata. Sono ventiquattro generazioni. Principia da un re. Tanti principi vi sono, tutti osservabili. É compatibile questa tardanza.

Arl. Cavaliere. (non veduto da don Alvaro, che passeggia)

Alv. Che rechi?

Arl. Viva il Re nostro signore. (si cava il cappello ed anco don Alvaro) Donna Rosaura vi vuole un gran bene.

Alv. Lo so. Che ha detto del mio grand'albero?

Arl. L'ha baciato e ribaciato più volte. Inarcava le ciglia, stringeva i denti per meraviglia.

Al. Le hai fatto puntualmente il complimento?

Arl. A tutta perfezione.

Alv. Che ha risposto?

Arl. Ecco i venerandi caratteri di donna Rosaura. (si cava il cappello e gli dà un foglio)

Alv. Mio cuore, preparati alle dolcezze. (legge) " Accetto con sommo aggradimento il ritratto che vi siete degnato mandarmi....". (ad Arlecchino) Che dice di ritratto?

Arl.( Oh poveretto mi! L'ho fatta. Invece de darghe la risposta che andava a lu, gh'ho dà quella del Franzese. Ma niente, spirito e franchezza, e ghe remedierò).

Alv. Ebbene, non rispondi?

Arl. L'albero della vostra casa è il ritratto della vostra grandezza.

Alv. Così l'intendevo ancor io. " Per la stima ch'io faccio dell'originale". (ad Arlecchino) E l'originale cosa c'entra?

Arl. (ad Alvaro) Ditemi un poco. Chi è il primo in quell'albero?

Alv. Un re di Castiglia.

Arl. Vedete la furberia della donna! La superbia del sesso!... Fa stima di quel re, che è l'origine o sia l'originale della vostra casa.

Alv. Così l'intendeva ancor io." Il mio non ve lo posso mandare, perché non l'ho".

Arl. Ella non ha un albero. Vedete bene.

Alv. L'intendo ancor io. " Tanto stimo questa gioia preziosa..." (ad Arlecchino) Gioia Preziosa?

Arl. Vuol dir un tesoro, che è l'albero.

Alv. L'intendo ancor io." Che lo voglio far legare in un cerchio d'oro". Oh diavolo! In un cerchio d'oro il mio albero?

Arl. Vuol dire in una cornice dorata.

Alv. Così l'intendeva ancor io. "E portarlo attaccato al petto". Un quadro di quella grandezza attaccato al petto?

Arl. Eh, non l'intendete? É frase poetica. Lo porterà sempre nel cuore.

Alv. Per l'appunto così l'intendevo ancor io. Addio. (vuol partire)

Arl. Cavaliere.

Alv. Che vuoi?

Arl. Come state di memoria?

Alv. Che temeraria domanda!

Arl. I cavalieri che promettono, mantengono la parola.

Alv. Hai ragione; non me ne ricordava. Mi hai servito bene, devo ricompensarti. Tu hai portato un tesoro a donna Rosaura; ecco un tesoretto ancor per te. (gli dà un foglio piegato)

Arl. Che è questo?

Alv. Questa è una patente di mio servitore. (parte)

Arl. Ah maledettissimo! A mi sto tesoretto? Cussì se burla i poveri galantomeni? Ma me voi vendicar. Certo, certo qualche vendetta vôi far. Ma l'è qua el Francese; presto presto, che nol me veda; che se el Spagnol n'ha burlado, questo fursi me refferà. (parte)

SCENA XXI.

Monsieur Le Blau guardandosi in uno specchietto, poi Arlecchino vestito alla francese.

Mon. Eppure questa parrucca non mi pare accomodata a dovere. Questo riccio non vuol riposarsi bene sopra quest'altro. La parte dritta mi sembra un taglio di temperino più lunga della sinistra. Ah, converrà ch'io dia il congedo al mio parrucchiere, e ne faccia venir uno di Parigi. qui non sanno pettinare una parrucca. E questi calzolai non si possono soffrire. Hanno il vizio di far le scarpe larghe, e non sanno che non è ben calzato, chi non si sente stroppiare. Ah, gran Parigi! gran Parigi!

Arl. (fa molte riverenze e inchini caricati a Monsieur).

Mon. Bravo, bravo; ti porti bene. Sei stato da Madama?

Arl. Son stato. Ah, non ci fossi stato!

Mon. Perché di' tu questo?

Arl. (con affettazione) Che bellezza! Che grazia! Che occhi! Che naso! Che bocca!

Mon. (Costui pare sia stato a Parigi. Questo è il difetto de' nostri servitori. S'innamorano anch'essi delle nostre belle.) Presentasti il ritratto?

Arl. Lo presentai; ed essa lo strinse teneramente al seno.

Mon. Ah taci, ché mi fai liquefar di dolcezza.

Arl. Non si saziava di mirarlo e baciarlo.

Mon. Oh cara! Le recitasti il mio complimento?

Arl. Lo recitai, accompagnato da qualche lagrima.

Mon. Bravo Arlecchino; l'ho detto che sei nato a posta. (lo bacia)

Arl. Ah signore, consolatevi. Ella ...oh cielo!

Mon. Che fece, caro Arlecchino, che fece?

Arl. Sentendo quelle belle parole, si svenne.

Mon. Tu mi arricchisci, tu mi beatifichi, tu m'innalzi al Trono della felicità. Ma, dimmi, ti die' la risposta?

Arl. (Diavolo! Adess che penso, l'ho dada a quell'altro) Me l'ha data...ma

Mon. Che ma?

Arl. L'ho persa.

Mon. Ah, indegno, scellerato che sei! Perdere una cosa così preziosa? Giuro al cielo, non so che mi tenga che non ti passi il petto con questa spada. (cava la spada)

Arl. L'ho trovada, l'ho trovada. (Più tosto che farme ammazzar, ghe darò quella del Spagnolo). Tegnì, eccola qua.

Mon. Ah caro il mio Arlecchino, refrigerio delle mie pene, araldo de' miei contenti! (l'abbraccia)

Arl.(Adesso el me abbrazza, e prima el me voleva sbudelar.)

Mon. Oh carta adorata, che richiudi il balsamo delle mie piaghe! Nell'aprirti mi sento strugger il cuore dal contento. Leggiamo. "Ammiro sommamente il magnifico albero della vostra casa". (ad Arlecchino) Come! l'albero della mia casa?

Arl. (Ecco la solita istoria.) Non la capite?

Mon. Io no.

Arl. Ve la spiegherò mi. Voi non siete unico di vostra casa?

Mon. Sì.

Arl. Non dovete voi ammogliarvi?

Mon. Bene.

Arl. Il matrimonio non rende i frutti?

Mon. Sicuro.

Arl. Quello che fa frutti non si dice albero?

Mon. Egli è vero.

Arl. Dunque voi siete l'albero di vostra casa.

Mon. E madama Rosaura è così sottile?

Arl. Anca de più.

Mon. Che donna di spirito! " Ed ho veduto che voi traete l'origine da principi e da monarchi". E questo che c'entra?

Arl. Eppure voialtri Francesi siete acuti, e non la capite?

Mon. Confesso il vero, non l'intendo.

Arl. Guardando el vostro ritratto, vede quella bella idea, quell'idea nobile e grande, e vi crede di razza de' principi e de' monarchi.

Mon. Sei un grand'uomo. (lo bacia) Avanti. "Se avrò l'onore di essere ammessa fra tante eroine..." Quali sono queste eroine?

Arl. Quelle che vi amano.

Mon. Dici bene, e son molte. " Sarà nobilitato anche l'albero della mia casa". E questo che vuol dire?

Arl. Allora sarà nobile lei ed anche il vecchio suo padre, che è l'albero della sua casa.

Mon. Evviva il grande Arlecchino! Meriti una recognizione senza misura.

Arl. (Oh, manco mal!)

Mon. Vo pensando che posso darti, per un'opera così bene eseguita.

Arl. Un Inglese per una cosa simile m'ha dà una borsa.

Mon. Una borsa? E poco. Non avrai fatto per lui quello che hai fatto per me. Meriti un premio illimitato, una recognizione estraordinaria. Ma eccio ch'io già m'accingo a premiarti in un a maniera corrispondente al tuo gran merito. Eccoti un pezzo di questa carta, ch'è la gioia più preziosa di questo mondo. (gli dà un pezzo di carta di Rosaura, e parte).

SCENA XXII.

Arlecchino, poi Marionette, ch'esce di casa.

Arl. (resta attonito colla carta in mano, guardando dietro a Monsieur.)

Mar. Monsieur Arlecchino, che fate voi?

Arl. Stava pensando alla generosità d'un Francese.

Mar. Di Monsieur Le Blau?

Arl. Giusto de quello.

Mar. Vi ha forse regalato?

Arl. E come!

Mar. Sentite voi che volete essere un servitor parigino, imparate le buone usanze di quel paese. Quando il servitore dell'amante guadagna qualche mancia, deve farne parte colla cameriera della sua bella. Perché poi la cameriera è quella che fa che le cose passino bene e che tutti godano.

Arl. Evviva Marionette, meriti una recognizione senza misura.

Mar. Certo ch'io ho molto giovato al tuo padrone.

Arl. Vo pensando che posso darti per un'opera così bene eseguita.

Mar. Dieci scudi non pagherebbero i buoni uffici che ho fatti per lui.

Arl. Dieci scudi? Meriti un premio illimitato, una recognizione estraordinaria. Ma ecco, ecco ch'io già m'accingo a premiarti in una maniera corrispondente al tuo merito. Para la mano. Eccoti un pezzo di questa carta, ch'èla cosa più preziosa di questo mondo.(straccia un pezzo di foglio, glielo dà, e parte)

SCENA XXIII.

Marionette sola.

Ah Italianaccio senza creanza! Mi pareva impossibile che fosti capace di sentimenti men che plebei. A me un pezzo di carta? A me uno scherzo di questa sorta? Marionette burlata e derisa? Se non mi vendico, non son chi sono. E sai chi sono? Son Marionette, son figlia della cameriera della balia del re. Son donna, e le donne sanno l'arte di pretendere e di comandare. E se pretenderò e se comanderò che tu sia bastonato, mille amatori della mia grazia faranno a gara per vendicare il decoro della mia nazione ed il disprezzo della mia condizione. (parte)

ATTO TERZO.

SCENA PRIMA.

Camera di Rosaura.

Rosaura e Marionette.

Ros. Odi, Marionette, ti voglio confidare una mia invenzione, che forse non ti sembrerà meno spiritosa di quelle che sogliono porre in uso le tue madame.

Mar. Eh, quanto a questo, ve l'ho sempre detto. Voi avete uno spirito superiore alle altre Italiane.

Ros. Voglio fare una esperienza dell'amore e della fede dei miei quattro amanti. Coll'occasione del carnovale e delle maschere, vo' travestirmi, e trovandomi separatamente, voglio fingermi con ciascheduno un'incognita amante, e vedere se in grazia mia sanno disprezzare un'avventura amorosa; anzi, perché la prova sia più efficace, mi fingerò della nazione di ciascheduno di essi, e coll'aiuto di un abito bene assetato, della maschera, delle lingue che già sufficientemente io possiedo, e di qualche caricatura all'usanza di quei paesi, cercherò di farmi credere sua paesana. Mi lusingo di riuscirvi, ché per imitare io valeva un Milano sin da ragazza. Chi saprà resistere a questa tentazione, sarà da me prediletto.

Mar. Non mi dispiace il pensiero; ma preveggo bene probabilmente, che non ne sposerete nessuno.

Ros. Perché?

Mar. Perché è difficile che un uomo resista, solleticato da una tentazione sì forte.

Ros. L'effetto deciderà. Per sostenere i vari caratteri, ho bisogno però di qualche istruzione. Tu puoi giovarmi nel personaggio francese.

Mar. E anco nell'inglese, sendo stata in Londra tre anni. Tutto consiste, vedete, in saper unire l'amoroso al serio, e in certe riverenze curiose, che sono particolari alle donne di quella nazione.

Ros. M'ingegnerò di riuscirvi.

Mar. Ma la voce vi darà a conoscere.

Ros. La maschera altera facilmente la voce.

SCENA II.

Pantalone e dette.

Pan. (di dentro) Con grazia se pol intrar?

Ros. Passi, signor cognato, e padrone.

Pan. Cara siora cugnada, son vegnù a domandarghe scusa, se stamattina gh'ho parlà con un pochetto de caldo; i omeni bisogna compatirli co i gha delle debolezze che li predomina, e spero che gnanca per questo no la me varderà de mal occhio.

Ros. Voi fate meco una parte, che toccherebbe a me piuttosto praticare con voi. Dovrei io chiedervi scusa, se con qualche asprezza mi sono opposta alle nozze di mia sorella. Caro signor cognato, se lella non vi acconsente, volete voi sagrificare a un capriccio la vostra quiete e la di lei gioventù?

Pan. Co ela no vol, pazienzia. Ma se podarave con qualche bona maniera veder de metterla a segno. Basta, pressindendo da sto negozio, sappiè fia mia, che se v'ho dà qualche motivo de andar via de sta casa, l'ho dito in atto de collera, son pentìo d'averlo dito, e ve prego de starghe, perché se andessi via, me porteressi via el cuor.

Ros. Signor Pantalone, vi ringrazio infinitamente delle vostre generose espressioni, e giacché dimostrate tanta bontà per me, ardisco pregarvi d'una grazia.

Pan. Comandé, fia, farò tutto quel che volé.

Ros. Sono stata favorita da alcune dame di varie conversazioni; vorrei questa sera, se ve ne contentate, trattarle anch'io con qualche piccolo divertimento nelle mie camere.

Pan. Sè parona me maraveggio. Comandè pur, anzi ve manderò mi le cere, el rinfresco e tutto quel che bisogna.

Ros. Sempre più s'accrescono le mie obbligazioni.

Pan. Vardè, se qualche volta ve vegnisse una bona congiuntura de lassar correr a siora Leonora qualche parola in mio favor. Insinueghe che no la pensa a frascherie, che la pensa a far el so stato.

Ros. Farò il possibile, lo farò di cuore, e spero ne vedrete gli effetti.

Pan. Sì, cara cugnada, me consolé. Nu altri poveri vecchi semo giusto co fa i putelli, gh'avemo gusto de vedarse a coccolar.

 SCENA III.

Rosaura e Marionette.

Mar. Vostro cognato vuol morire dando in simile generosità.

Ros. Amore fa fare delle gran cose.

Mar. Ma volete davvero persuadere vostra?

Ros. Pensa tu, se voglio fare una simile pazzia! L'ho detto per lusingarlo.

Mar. E la conversazione delle dame che cosa è?

Ros. Un pretesto per invitare i quattro rivali.

Mar. Siete pronta davvero nelle vostre invenzioni.

Ros. Così convien essere. Ma andiamo, ché avanti sera voglio far la scena che t'ho già detto. Gli abiti gli ho di già preparati.

Mar. Dove troverete i vostri quattro adoratori?

Ros. Al caffè. Verso sera non mancano mai.

Mar. Il cielo ve la mandi buona.

Ros. Chi non ha coraggio di procurare la sua fortuna, mostra espressamente di non meritarla. (parte)

SCENA IV.

Strada con casa di Rosaura.

Monsieur Le Blau da una parte e Don Alvaro dall'altra, tutti e due con li viglietti di Rosaura in mano, osservandoli.

Mon. (Io dunque sono l'albero di una casa? Questa frase non mi pare adatta.)

Alv. (Il mio albero è lo stesso che il mio ritratto? Ciò mi sembra manifesto sproposito.)

Mon. (La mia origine da principi e da monarchi? Sarebbe una ironica derisione.)

Alv. (Lo stipite dell'albero non può chiamarsi l'originale.)

Mon. (Sarebbe una bella figura rettorica, chiamar suo padre col titolo d'albero della sua casa!)

Alv. (Un quadro attaccato al petto? Non si può credere.)

Mon. (Arlecchino l'intende male.)

Alv. (Il servo non l'interpreta bene.)

SCENA V.

Arlecchino e detti.

Arlecchino osserva, vede i due che leggono. Si avanza fra loro pian piano; e vedendo che hanno li due viglietti in mano, dati ad essi per errore, dice loro:

Arl. Con bona grazia. (prende li due viglietti ad essi di mano e li cambia, dando ad ognuno il suo; poi, con una riverenza, alla mutola parte. Li due restano e leggono)

Mon. ("Accetto con sommo aggradimento il ritratto, che vi siete degnato mandarmi, per la stima che io fo dell'originale".) Oh, ora parla di me.

Alv. ("Ammiro sommamante il magnifico albero della vostra casa"). Questa è l'espressione che si conviene.

Mon. ("Il mio non ve lo posso mandare perché non l'ho".) Pazienza.

Alv. (" Ho veduto, che voi traete l'origine da principi e da monarchi".) Bene, così è.

Mon. (" Tanto stimo questa gioja preziosa, che la voglio far legare in un cerchio d'oro, e portarla attaccata al petto"). Oh espressioni adorabili! Oh carta per me felice! (la bacia)

Alv.("Se avrò l'onore di essere ammessa fra tante eroine, sarà nobilitato anche l'albero della mia casa".) Non sarà per lei poca gloria.

Mon.(Colui eseguì male la commissione.)

Alv. (Arlecchino falsificò il viglietto.)

Mon. (Scommetto che l'ha cambiato con quello di Don Alvaro.)

Alv. (Potrebbe avere equivocato col Francese.)

Mon. Amico, avete voi inviato qualche albero a madama Rosaura?

Alv. Ditemi prima, se voi le avete spedito il vostro ritratto.

Mon. Io non lo nego.

Alv. Ed io lo confesso.

Mon. Mi consolo con voi della stima in cui tiene la vostra casa.

Alv. Ed io mi rallegro con voi del conte che fa della vostra avvenenza.

Mon. Voi siete al possesso della sua grazia.

Alv. E voi siete l'arbitro del di lei cuore.

Mon. Dunque noi siamo rivali.

Alv. E per conseguenza nemici.

Mon. La grazia di madama Rosaura non è sì scarsa, che non possa supplire all'affetto di due amanti.

Alv. Don Alvaro di castiglia non soffre che gli si usurpi la metà del cuore della sua bella.

Mon. Che intendete di fare?

Alv. Intendo che a me la cediate.

Mon. Questo non sarà mai.

Alv. La contendano le nostre spade.

Mon. E volete morire per una donna?

Alv. Eleggete: o rinunziare o combattere.

Mon. Non ricuso il cimento.

Alv. Andiamo in luogo opportuno.

Mon. Vi seguo dove vi aggrada.

Alv. (Eppure vi converrà avvilir la mia spada.)

(parte)

Mon. Viva l'amore; viva la beltà di Rosaura; vado a combattere già sicuro di vincere.... (vuol partire)

SCENA VI

Monsieur Le Blau  e Marionette, di casa.

Mar. Eh, Monsieur Le Blau?

Mon. Marionette!

Mar. Volete vedere mademoiselle Eleonora?

Mon. Volesse il cielo ch'io avessi questa fortuna!

Mar. Ora la faccio venir alla finestra.(entra.)

SCENA VII

Monsieur Le Blau , poi Eleonora alla finestra.

Mon. l'attenderò con impazienza...Ma Don Alvaro mi aspetta al duello... E che? dovrei lasciar di veder una bella donna per battermi con un pazzo? (Eleonora viene alla finestra) Ma ecco il nuovo sole che spunta dall'oriente di quel balcone. É bella molto. Bella quanto Rosaura. Merita non inferiore la stima. Mademoiselle, non isdegnate che un cuore sorpreso dalla vostra bellezza vi consacri tutte le sue adorazioni.

Ele. Signore, io non ho l'onor di conoscervi.

Mon. Sono un vostro fedelissimo amante.

Ele. Amante di quanto tempo?

Mon. Dal momento in cui ora vi vidi.

Ele. E così presto v'innamorate?

Mon. La bellezza ha la virtù d'obbligare il cuore ad amarla.

Ele. Mi pare che vi vogliate prendere spasso di me.

Mon. Vi giuro sul carattere di vero francese, che v'amo con tutta la tenerezza.

Ele. Ed io con vostra buona grazia non vi credo.

Mon. Se non mi credete, mi vedrete morire sotto la vostra finestra.

Ele. Bellissime espressioni da Calloandro.

Mon. Voi deridete la mia passione, ed io piango amaramente per voi. (finge di piangere).

Ele. Sapete anche piangere? Vi stimo infinitamente.

Mon. Possibile che il calore dei miei infocati sospiri non arrivi colassù, a intiepidire il gelo della vostra crudeltà?

Ele. Non ci sono ancora arrivati.

Mon. Deh, mia bella, fatemi aprir questa porta, e permettetemi che io possa sospirare più da vicino.

Ele. No no, sospirate all'aria che meglio tempererete i vostri calori.

Mon. Voi siete bella, ma siete troppo tiranna.

Ele. (Ecco mio padre. É meglio che io mi ritiri.) (entra)

SCENA VIII

Monsieur Le Blau , poi il Dottore.

Mon. Oh cielo, così mi lasciate? Senza dirmi addio così vi partite? Ah spietata, ah crudele!

Dott. Signore, con chi l'avete?

Mon. Voi che all'abito mi parete un dottore, sentite la mia ragione. Questa barbara ragazza, chiamata Eleonora, sorda a' miei prieghi, ingrata a' miei pianti, non vuole accordarmi corrispondenza, mi nega pietà.

Dott. Vossignoria dunque è innamorato di quella ragazza?

Mon. L'amo quanto me stesso. Non vedo per altri occhi che per i suoi.

Dott. Quant'è che è innamorato di lei?

Mon. Sono pochi momenti. Or ora L'ho veduta per la prima volta a quella finestra.

Dott. É una maraviglia, che così presto si sia innamorato.

Mon. Noi altri Francesi abbiamo lo spirito pronto ed il cuore tenero. Uno sguardo è capace di farci morire.

Dott. Quanto dura poi questo loro affetto?

Mon. Finché comanda amore, ch'è il sovrano dei nostri cuori.

Dott. E se amore comandasse che domani non se ne ricordasse più, le converrebbe obbedirlo?

Mon. Senza dubbio.

Dott. Dunque può principiare adesso a dimenticarsi di Eleonora.

Mon. Perché dite questo?

Dott. Perché io non voglio che Eleonora soggiaccia a questo pericolo.

Mon. Ma voi che parte avete negli affetti di mademoiselle Eleonora?

Dott. Per levarla da ogni dubbio, sappia che io sono suo padre.

Mon. Ah monsieur, ah mio eccellente dottore, ah caro amico, venerato mio suocero, fatemi il piacere di non impedirmi ch'io possa amare le vostre figliuole.

Dott. Tutte e due?

Mon. Sì, caro, sono egualmente amabili.

Dott. Questa sorta d'amore chi è che la comanda?

Mon. La cognizione del merito.

Dott. Come si può mai amare più d'un oggetto?

Mon. Un Francese ha fiamme bastanti per amarne anche cento.

Dott. Vossignoria vada in Francia a dar pascolo alle sue fiamme.

Mon. Ah sì, conosco dalla bella vostra fronte serena, dai vostri occhi pietosi, che avete compassione di me. Su via, comandate che aprano quella porta.

Dott. Questa non è casa mia, ma ciò non ostante la farò aprire.

Mon. Evviva la virtù, evviva il padre felice di due peregrine bellezze.

Dott. (batte e si fa aprire).

Mon. Siatemi di scorta.

Dott. In questi paesi il padre non fa la scorta agli amanti delle figliuole con sua licenza.

Mon. Monsieur, monsieur. Basta, basta, se il padre ha chiusa la porta, non la terranno sempre serrata le figlie. (parte).

SCENA IX

Strada con bottega di caffè con sedili, e quanto occorre per servizio della bottega medesima

Caffettiere e Garzoni, Milord ed il Conte.

Con. Dammi il caffè. (portano il caffè al conte ed a Milord) Eh, non date il caffè a Milord; egli è avvezzo a bere la cioccolata dalle dame; non gli piaceranno le bevande delle botteghe.

Mil. (scuote il capo e beve)

Con. Ma di quelle cioccolate ne vogliamo bere più poche, Milord mio caro.

Mil. (fa lo stesso)

Con. Con questo vostro non rispondere sembrate allevato più fra le bestie che non fra gli uomini.

Mil. (lo guarda bruscamente)

Con. La signora Rosaura avrà conosciuto il vostro selvatico temperamento.

Mil. (s'alza da sedere ed esce fuori dalla bottega)

Con. Sì, fate bene a prendere un poco d'aria.

Mil. Monsieur venite fuori.

Con. Con qual autorità mi comandate?

Mil. Se siete cavaliere, dovete battervi meco.

Con. Son pronto a soddisfarvi. (s'alza, ed esce di bottega)

Mil. Imparate a parlar poco e bene.

Con. Non ho bisogno d'imparar a viver da voi.

Mil. A noi. (mette mano alla spada e fa lo stesso il Conte)

Con. Come volete combattere?

Mil. A primo sangue.

Con. Benissimo. (quelli di bottega tentano di separarli)

Mil. Non vi movete, o vi taglio la faccia.

Con. Lasciateci combattere. La disfida è al primo sangue. (si battono, e il Conte resta ferito in un braccio)

Con. Ecco il sangue. Siete soddisfatto?

Mil. Sì (ripone la spada)

Con. Vado a farmi visitar la ferita. (parte)

SCENA X

Milord, poi Rosaura mascherata all'inglese.

Mil. Se un'altra volta mi offende, la ferita non sarà sanabile al certo. Questo motteggiar italiano non mi piace. Gli uomini ben nati si debbono rispettare l'un l'altro; se la confidenza si avanza troppo, degenera in disprezzo. Ma chi è questa maschera vestita all'inglese ?

Ros. (s'avanza, e fa una riverenza all'uso delle donne inglesi)

Mil. ( Questa non è italiana. Quell'inchino grazioso fa conoscere ch'è d'Inghilterra.)

Ros. (s'accosta a Milord e gli fa un altro inchino)

Mil. Madama molto compita, volete caffè?

Ros. (fa cenno di no)

Mil. Cioccolata?

Ros. (fa cenno di no)

Mil. Volete ponce?

Ros.(fa cenno di sì)

Mil. (Oh, è inglese.) (ai caffettieri) Portate ponce. Chi vi ha condotta in questo paese?

Ros. Mio padre.

Mil. Che mestiere fa?

Ros. Il mestiere che fate voi.

Mil. Siete dama?

Ros. Sì, Milord.

Mil. Oh sedete, sedete. (avanza una sedia e le dà la man dritta) Mi conoscete?

Ros. Pur troppo.

Mil. Che! Mi amate?

Ros. Con tutto il cuore.

Mil. Dove mi avete veduto?

Ros. In Londra. (le portano il ponce, ed essa beve)

Mil. Chi siete?

Ros. Non posso dirlo.

Mil. Io vi conosco?

Ros. Credo che sì.

Mil. Vi amai?

Ros. Non lo so.

Mil. Vi amerò adesso.

Ros. Siete impegnato?.

Mil. Con chi?

Ros. Con Madama Rosaura?

Mil. Nulla ho promesso.

Ros. Siete in libertà?

Mil. Lo sono.

Ros. Posso sperare?

Mil. Sì, madama.

Ros. Mi amerete?

Mil. Ve lo prometto.

Ros. Sarete mio?

Mil. Ma chi siete?

Ros. Non posso dirlo.

Mil. Alla cieca non m'impegno.

Ros. Stasera mi vedrete .

Mil. Dove?

Ros. Ad una conversazione.

Mil. Ma dove?

Ros. Lo saprete.

Mil. Avrò l'onore di servirvi.

Ros. E madama Rosaura?

Mil. Cederà il luogo ad una mia paesana.

Ros. Sarò in altr'abito.

Mil. Non vi conoscerò.

Ros. Datemi un segno per farmi conoscere.

Mil. Mostratemi quest'astuccio. (le dà un astuccio d'oro)

Ros. Tanto mi basta. (s'alza)

Mil. Volete partire?

Ros. Sì.

Mil. Vi servirò.

Ros. Se siete cavaliere, non mi seguite.

Mil. Vi obbedisco.

Ros. Milord, addio. (gli fa il solito inchino e parte)

SCENA XI

Milord solo.

Che piacere trovar una patriota fuor di paese! Quanta grazia si trova in quegli'inchini! Che dolce maniera di parlare senza superfluità! Questa dama mi conosce, mi ama e mi desidera; se è bella, quanto è gentile, è molto amabile; e merita ch'io le dia nel mio cuore la preferenza. Rosaura esige molto di stima; ma questa è dama ed è mia paesana, due condizioni che mi costringono a preferirla. (parte)

SCENA XII

Don Alvaro, poi Arlecchino.

Alv. Monsieur Le Blau m'è fuggito; trasportato dall'ira non mi voltai per veder se mi seguiva. Non è azione da cavaliere; chi fugge i colpi della mia spada, proverà quelli del mio bastone. Lo cercherò, lo troverò. Porta il caffè! (i garzoni del caffettiere portano a Don Alvaro il caffè con alquanti biscottini)

Arl. (avanzandosi verso la bottega, osserva l'apparecchio del caffè per Don Alvaro) (Adess l'è tempo de refarme con el Spagnol.) Cavalier, il cielo vi guardi per molti anni.

Alv. Buon giorno, Arlecchino.

Arl. Ho da parlar con Vostra Signoria circa, se la me intende.

Alv. Circa a che? Non ti capisco.

Arl. Per parte di donna Rosaura.

Alv. Caro Arlecchino, consolami con qualche sicurezza dell'amore della mia dama.

Arl. La m'ha mandà a chiamar; l'era a tavola, com l'è ela a sto tavolin, che la magnava, e tra pianti e sospiri la confondeva coi più delicati bocconi el nome venerabile di Don Alvaro di Castiglia.

Alv. Cara Rosaura, preziosa parte di questo mio cuore. Dimmi, fedelissimo araldo dei miei contenti, dimmi che ha ella detto di me?

Arl. Me dala licenza, che nell'atto che ghe rappresento le so parole, possa anca gestir come la fava ela?

Alv. Tutto ti accordo, tutto purché nulla mi occulti del suo amoroso ragionamento.

Arl. Essendo al deser, la prese un biscottin, giusto sul desegno de questo, e bagnandol in un liquor alquanto tetro, come sto caffè, e magnandol delicatamente in sta graziosa maniera, (mangia il biscottino) la diss: va', trova don Alvaro, e digli che di lui non me ne importa un fico. (ridendo fugge)

SCENA XIII

Don Alvaro, poi Monsieur Le Blau.

Alv. Ah villano, briccone! Fermatelo , ammazzatelo, portatemi la di lui testa. Donna Rosaura non è capace di questo, ella mi ama, ella mi stima; quell'indegno ha provocato i fulmini dell'ira mia.

Mon. Non mi ascrivete a mancanza....

Alv. A tempo giungeste. Ponete mano alla spada. (pone a mano)

Mon. Mia bella Rosaura, consacro a te questa vittima (fa lo stesso)

Alv. Fuggire è atto da uomo vile.

Alv. Ora mi proverete, s'io so fuggire. (si battono)

SCENA XIV

Rosaura in maschera alla francese, e detti.

Ros. (entra in mezzo ai due, li fa fermare, e dice al Francese) Monsieur, che fate voi?

Mon. Bella maschera, mi batto per la mia dama.

Ros. E voi volete arrischiar la vita per un'Italiana, mentre tante Francesi penano, languiscono, muoiono per gli occhi vostri?

Mon. Ma se il rivale mi sfida, non posso ricusare il cimento.

Ros. Il rivale cesserà di volere la vostra morte, se voi non gli contenderete il suo bene.

Mon. E dovrei così vilmente?…

Ros. Se temete di cederla per viltà, cedetela per una dama di Francia che sospira per voi.

Mon. E chi è questa?

Ros. Eccola ai vostri piedi. (s'inginocchia) Abbiate pietà di chi vive sol per amarvi.

Mon. Alzatevi, mio tesoro, ché voi mi fate morire.

Ros. Non fia vero ch'io mi alzi, se non mi assicurate dell'amor vostro.

Mon. (s'inginocchia anch'egli) Sì mia cara, giuro di amarvi, prometto a voi la mia fede.

Ros. Ah, che non posso credervi.

Mon. Credetelo mia speranza, ch'io sarò tutto vostro.

Ros. Come? Se combattete per un'altra bellezza?

Mon. Lascerò quella per voi.

Ros. Rinunziatela al vostro rivale.

Mon. Attendete: or ora sono da voi. (parte da Rosaura e si accosta a Don Alvaro) Amico, questa dama francese sospira per me e desidera l'amor mio. S'ella si dà a conoscere, s'ella mi piace, Rosaura è vostra. Piacciavi per un momento sospendere il nostro duello.

Alv. Invano sperate fuggirmi nuovamente di mano.

Mon. Son Cavaliere. O vi cedo Rosaura, o di qui non parto senza combattere. É lecito a' cavalieri il patteggiar col nemico.

Alv. Le regole di cavalleria da noi si studiano prima dell'alfabeto. Servitevi, che ve l'accordo (ripone la spada, e si ritira nella bottega)

Mon. Madama. Eccomi a voi. Cedo Rosaura, se' l comandate. Fatemi il piacere almeno, ch'io possa bearmi nel vostro volto.

Ros. Per ora non posso farlo.

Mon. Ma quando avrò il contento di vagheggiarvi?

Ros. Fra poche ore.

Mon. Mi conoscete, mi amate , sospirate per me?

Ros. Sì, e per voi lasciai Parigi, per voi abbandonai le delizie di Francia e venni peregrina in Italia.

Mon. (Grand'amore delle dame francesi! Gran fedeltà delle mie paesane! Gran forza delle mie attrattive!) Ma io non posso vivere, se non mi date il contento di vedervi per un momento.

Ros. Questo è impossibile.

Mon. Chi ve lo vieta?

Ros. Il mio decoro. Non conviene che una Dama d'onore si faccia vedere in una bottega senza la maschera che la difenda dal guardo altrui.

Mon. Eh, in Francia non si osservano questi riguardi.

Ros. Siamo in Italia, convien uniformarsi al paese.

Mon. Andiamo in luogo più ritirato. Non mi lasciate morire.

Ros. No, restate, ed io parto.

Mon. Vi seguirò assolutamente.

Ros. Se ardirete di farlo , non mi vedrete mai più.

Mon. Siete venuta per tormentarmi?

Ros. Stasera mi vedrete, e per meglio conoscermi, favoritemi qualche segno da potervi mostrare.

Mon. Eccovi una piccola bottiglia di sans - pareille.(le dà una bottiglietta)

Ros. Con questa mi darò a conoscere.

Mon. Dove, mia cara, potrò vedervi?

Ros. Sarete avvisato.

Mon. Oh cielo! fa' volar presto queste ore importune.

Ros. Oh stelle! fate che il cuor sia contento.

Mon. Ah, madama, siete troppo crudele!

Ros. Ah monsieur, mi avete mal conosciuta!

SCENA XV

Monsieur Le Blau  e Don Alvaro

Mon. E non posso seguirla? E mi è vietato vederla? Chi mai può esser costei? Una Francese venuta per me a Venezia? Non è ch'io non lo meriti, ma duro fatica a crederlo. Non potrebbe darsi che fosse una di queste maschere del bel tempo, che si fosse presa divertimento di me? Ed io così francamente ho creduto, e mi sono sentito ardere d'amore per lei? Gran virtù del bel sesso! Gran calamita dei cuori! Ma io, sull'incertezza di un incognito oggetto, cederò Rosaura al rivale? Ah sarebbe troppo precipitosa la corsa, e inconsiderato impegno. Sono in libertà di pretender Rosaura, né voglio perderla, senza assicurarmi di un acquisto migliore. ... Don Alvaro!

Alv. (s'alza e si fa avanti) Che chiedete?

Mon. La dama francese negò di farsi conoscere, né sono in grado di preferirla a Rosaura così ciecamente.

Alv. La cederete vostro malgrado.

Mon. Saprà difenderla il mio valore.

Alv. Amore e la Vittoria sono due numi che servono al merito di don Alvaro.

Mon. Questa volta li avrete nemici. (si battono)

SCENA XVI

Rosaura mascherata alla spagnuola, e detti.

Ros. Cavalieri, trattenete i colpi.

Alv. (Una dama spagnuola!)

Mon. Madama, il vostro cenno disarma il mio braccio, e i vostri begli occhi accendono d'amor il mio cuore.

Ros. Non vi conosco. Parlo a don Alvaro di Castiglia.

Alv. Che richiedete da un vostro servo?

Ros. Fate partire il Francese. Voglio parlarvi con libertà.

Alv. (a Monsieur) In grazia, ritiratevi per qualche momento.

Mon. Volentieri. (Ecco terminato il secondo duello.) (parte)

SCENA XVII

Rosaura e Don Alvaro.

Ros. Don Alvaro, mi maraviglio di voi, e meco dovrà maravigliarsi la Spagna tutta, che, posta in non cale l'illustre nobiltà della vostra prosapia, vogliate abbassarvi a sposare la figlia d'un vil mercante. A voi, che siete nato in Ispagna, non fa orrore questo nome di mercante? Ah, se la Duchessa vostra madre ne fosse intesa, morirebbe dalla disperazione. Don Alvaro, il vostro sangue, la vostra patria, la vostra nazione v'intimano il pentimento; e se tutto ciò non avesse forza per dissuadervi, ve lo comanda una incognita dama, la quale, avendovi concesso segretamente l'onore della sua grazia, ha acquistato il diritto di comandarvi. (tutto questo discorso molto grave e sostenuto)

Alv. ( Oimè! Son pieno di confusione. La voce di questa dama fa in me l'effetto che fece l'incantato scudo nell'animo di Rinaldo. Conosco l'errore, detesto la mia viltà. Rosaura è bella, ma non è nobile; merita affetto, ma non un castigliano.) Nobilissima dama, che tale vi dimostra la maniera con cui mi avete parlato, dal rossor del mio volto comprenderete la confusion del mio cuore, e se la vostra bontà mi offerisce l'occasione d'emendarmi...

Ros. Troppo presto pretendete d'aver purgata una macchia, che vi renderà il ridicolo delle Spagne. Si richiedono segni maggiori di pentimento.

Alv. Don Alvaro che non conosce altro sovrano che il Re suo signore, è pronto a sottomettersi all'impero di una eroina.

Ros. Per primo castigo del vostro vile e vergognoso affetto, dovete amarmi senza vedermi ed obbedirmi senza conoscermi.

Alv. Ah! Questo è troppo…

Ros. E' poco al vostro delitto Amar la figlia di un mercadante.

Alv. Avete ragione. Sì lo farò.

Ros. Dovete serbarmi fede coll'incertezza del premio.

Alv. Oimè voi mi fate tremare.

Ros. Dovete dipendere dai miei cenni, senza chiedermi la ragion del comando.

Alv. Sì, lo farò. (Ah! Che di sentimenti sì gravi e nobili non son capaci se non le dame spagnuole.)

Ros. Vi seguirò dappertutto, in modo da non esser conosciuta se non quando vorrò approvare o disapprovare la vostra condotta. Datemi un segno per poter ciò eseguire senza parlarvi.

Alv. Tenete questa mia tabacchiera. (le dà quella che ebbe da Rosaura)

Ros. É forse regalo di qualche bella?

Alv. É un cambio di Rosaura; appunto me ne privo, perché la sprezzo.

Ros. Or cominciate a piacermi.

Alv. Lode al cielo.

Ros. Don Alvaro, ricordatevi del vostro decoro e dell'amor mio.

Alv. Sarò fedele osservatore di mia parola.

Ros. Ci rivedremo.

Alv. Potessi almeno saper chi siete!

Ros. Quando voi lo saprete, vi prometto che stupirete.

Alv. Ah! certamente questa è una delle prime dame di Spagna. Questa è una principessa di me invaghita, zelante dell'onor mio. Amore. Amore, tu mi volevi avvilito, ma il nume tutelare della mia nobiltà mandò la bella incognita a salvare l'onore della mia illustre famiglia.

SCENA XVIII

Strada remota.

Il Conte ed Arlecchino.

Con. Che cosa mi vai dicendo, che non t'intendo?

Arl. Digh cussì che la signora Rosaura ha mandà a invidar la locanda per la conversazion de stassera.

Con. Che diavolo dici! Ha mandata ad invitar la locanda?

Arl. Vogio dir...Sia maledetto! Una burla che ho fatto a uno Spagnuolo, m'ha fatto tanto ridere, che rido ancora e non so cossa che me diga.

Con. Hai forse fatto qualche scherzo a Don Alvaro?

Arl. Giusto a elo.

Con. E in che consiste?

Arl. Finzendo de portarghe un'ambassada della signora Rosaura...

Con. Dunque don Alvaro ha l'accesso della signora Rosaura?

Arl. Signor sì l'accesso, el secesso. E stassera l'è invidà anca lu alla conversazion della vedoa.

Con. Anch'egli? Ed io non son del numero degli invitati?

Arl. Padron sì; questo è quello che voleva dir dell'ambassada fatta alla locanda.

Con. Ora ho capito. La signora Rosaura questa sera darà una conversazione in sua casa ?

Arl. Signor sì.

Con. L'invito suo mi consola, ma temo di ritrovare nei convitati altrettanti rivali.

Arl. No ve dubitè gnente. Una donna de garbo sa soddisfar tutti senza difficoltà.

SCENA XIX.

Rosaura mascherata con zendale alla veneziana, e detti.

Ros. (viene passeggiando con qualche caricatura, guardando vezzosamente il Conte, senza parlare.)

Con. Osserva, Arlecchino, come quella maschera mi guarda con attenzione.

Arl. Guardevene, sior, perché delle volte se crede de trovar el sol d'Agosto, e se trova la luna de Marzo.

Con. E così signora maschera, che cosa comanda?

Ros. (sospira)

Con. Questi sospiri con me sono inutili: alle finzioni donnesche una volta credevo. Ora è passato il tempo. Ho aperto gli occhi. Se vi era qui monsieur Le Blau, era la vostra fortuna.

Ros. Voi offendete una dama che non conoscete.

Con. Perdonate, signora, ma con quella maschera, in quell'abito, e sola, avevo ragion di credervi, anziché una dama, un'ordinaria pedina.

Ros. Amore fa simili stravaganze.

Con. Siete innamorata di me?

Ros. Pur troppo.

Con. Ed io niente di voi.

Ros. Se mi conosceste, non direste così.

Con. Foste anche la dea Venere, non vi sarebbe pericolo che vi amassi.

Ros. Perché?

Con. Perché il mio cuore è già impegnato per altro oggetto.

Ros. E per chi, se è lecito di saperlo?

Con. In questo posso soddisfarvi. Quella che adoro, è la signora Rosaura Balanzoni.

Ros. La vedova?

Con. Per l'appunto.

Ros. Quanto siete di cattivo gusto! Che ha di bello colei?

Con. Tutto; e poi piace a me, e tanto basta.

Ros. Ella non è nobile.

Con. É tanto savia e civile, che supplisce al difetto della nobiltà; ma ella nasce di casa nobile bolognese, e la famiglia de' Bisognosi è delle antiche di questa città.

Ros. Rosaura credo sia impegnata con altri.

Con. Se lo credete voi, non lo credo io; e quando ciò fosse, saprei morire, ma non mancarle di fede.

Ros. Siete troppo costante.

Con. Fo il mio dovere.

Ros. Ma io che sospiro per voi non posso sperare pietà?

Con. Vi dissi che nulla potete sperare.

Ros. Se mi darò a conoscere, forse sarete obbligato ad amarmi.

Con. Voi pensate male, e non vi consiglio a scoprirvi, per minorarvi il rossore della ripulsa.

Ros. Dunque partirò.

Con. Andate pure.

Ros. Vorrei almeno una memoria della vostra persona.

Con. Perché volete ricordarvi d'uno che non vi ama?

Ros. Fatemi questo piacere, datemi qualche ricordo.

Con. (Ho capito.) Se volete un mezzo ducato, ve lo posso dare.

Ros. Non ho bisogno del vostro danaro.

Con. Dunque che pretendete?

Ros. Questo fazzoletto mi serve.

(gli leva il fazzoletto di mano e parte )

Con. Manco male. Me lo poteva dire alla prima, che faceva all'amore con il mio fazzoletto. Che razza di gente si trova in questo mondo! Così, a quest'ora, verso la sera, la Piazza è piena di queste bellezze incognite. Questa è delle più discrete, che si è contentata di un fazzoletto: vi sono quelle che tirano alla borsa. Io non saprei adattarmi a trattarle. La donna venale la donna venale è una cosa troppo, orrida agli occhi miei. (parte)

SCENA XX

Camera di Rosaura accomodata per la conversazione, con tavolini e sedie, e vari lumi.

Mar. Che ne dite, eh? Il signor Pantalone come sfoggia a cera? Tutto fa per voi.

Ele. Eppure io, avendoci meglio pensato, non lo voglio assolutamente.

Mar. Ditemi, come vi è piaciuto il Francese?

Ele. Ti dirò la verità. Il suo volto mi piace, il suo brio mi va a genio, la sua disinvoltura mi rapisce, ma non mi fido delle sue parole.

Mar. Perché?

Ele. Perché fa troppo l'innamorato a prima vista, e dice cose che non sono da credere.

Mar. Ma ai fatti credereste?

Ele. Quel che è di fatto, non si può non credere.

Mar. Dunque, se vi desse la mano di sposo, non vi sarebbe che dire.

Ele. Ma non lo farà.

Mar. E se lo facesse, sareste contenta?

Ele. Certo che sarei contenta; è un uomo assai ben fatto.

Mar. Che mi date di mancia , se vi fo avere questa fortuna?

Ele. Senti, un buon regalo davvero.

Mar. Ma promettere e attendere non sono amici, è egli vero?

Ele. Anzi attenderò più di quel che prometto.

Mar. Orsù, lasciate fare a me, ché spero sarete contenta

Ele. E mia sorella che dirà? So pure ch'ella ancora vi pretendeva.

Mar. Ella ne ha quattro da scegliere: ma per quello che io vedo, questo non è il suo più caro.

Ele. Basta, mi fido di te.

Mar. Ed io son donna di parola. Ho fatto più matrimoni in questo mondo, che non ho capelli in testa. Ecco vostra sorella; per ora non le dite nulla.

Ele. Mi lascio condurre dalla mia maestra.

SCENA XXI

Rosaura e dette.

Ros. Sorella, siete sollecita a prender posto.

Ele. Per l'appunto venivo ora da voi.

Ros. Sentite se mi riesce, stasera voglio stabilire il mio nuovo accasamento; e voi che farete senza di me?

Ele. Spero che non partirete di questa casa senza avere stabilito anche il mio.

Ros. Volete il signor Pantalone?

Ele. Il cielo me ne liberi.

Ros. Dunque, che posso fare?

Mar. Diamine! Che in tanta gente non vi sia uno sposo per lei?

Ros. Che! Si fa un matrimonio come una partita a tressette? Ecco gente.

SCENA XXII

Il Conte e dette.

Con. Eccomi, o signora, a ricever l'onore delle vostre grazie.

Ros. Sono io l'onorata, se vi degnate di favorirmi.

Mar. (Il signor Conte geloso è venuto il primo.)

Ros. Sedete. (Rosaura siede appresso il Conte, ed Eleonora in altra parte)

Con. Obbedisco. Signora, vi ringrazio delle cortesi espressioni della vostra lettera.

Ros. Assicuratevi che sono dettate dal cuore.

Mar. (Egli se l'ha tirata da vicino per non la perdere.)

SCENA XXIII

Don Alvaro e detti.

Alv. Riverisco donna Rosaura.

Ros. (s'alza) Serva di don Alvaro.

Alv. La buona notte a tutti.

Ros. Favorite (accenna che sieda)

Alv. (Non vorrei che vi fosse la dama incognita.) (guarda qua e là, poi siede presso Rosaura)

Mar.(Anche questo sta bene.)

Alv. Dove avete posto il mio albero?

Ros. Nella mia camera.

Alv. Dovevate esporlo qui in sala, acciò fosse ammirato da tutta la conversazione.

Mar. Anzi lo metteremo sulla porta di strada, acciò sia meglio veduto.

Alv. (da sé ) (Francese impertinente.)

SCENA XXIV

Milord e detti.

Mil. (a Eleonora) Madama, mademoiselle. (alli due cavalieri) Messieurs

Ros. (a Milord) Milord, umilissima. (s'alzano e tutti lo salutano) Compiacete d'accomodarvi.

Mil. Madama (siede appresso il Conte)

Mar.(Madama! Madama! Non sa dir altro che Madama. Nella sua bocca stanno male anco le parole francesi).

Ros. Milord s'è incomodato a favorirmi.

Mil. Io sono il favorito.

Mar. (Oh, non ha detto poco.)

SCENA XXV.

Monsieur Le Blau  e detti.

Mon. Madama Rosaura, vostro umilissimo servitore. (le bacia la mano), Mademoiselle Eleonora, m'inchino alle vostre bellezze. (bacia la mano per forza ad essa, che la ritira) Amici, son vostro schiavo, Marionette buona sera. (tutti s'alzano e lo salutano)

Mar. (Questo almeno rallegra la conversazione).

Ros. Monsieur, prendete posto.

Mon. Il posto è preso per quel ch'io vedo; ma non importa. Sederò vicino a questa bella ragazza.(siede fra Don Alvaro ed Eleonora) Madama Rosaura, io resto maravigliato.

Ros. Di che?

Mon. Credevo di vedervi una gioja al petto, e non la vedo.

Ros. Volete dire il ritratto?

Mon. Parlo di quello.

Ros. Or ora ne sarete meglio informato.

Mar. (In quanto a questo, poi, la mia padrona fa poca giustizia al merito)

Ros. Signori miei, giacché vi siete degnati di favorirmi, ed io sono qui sedendo in mezzo di tutti quattro, prima che si moltiplichi la conversazione, intendo di farvi un breve discorsetto. Io sono stata, benché senza merito, favorita ed ho da tutti riportato varie dimostrazioni di stima e di affetto. Don Alvaro coll'offerta del grand'albero della sua casa m'insuperbisce. Monsieur Le Blau col suo ritratto m'incanta. Milord con ricche gioie mi sorprende. Il Conte con espressioni di tenerezza, di rispetto e di amore mi obbliga e mi convince. Vorrei esser grata a tutti, ma dividermi non è possibile; onde converrà che ad un solo mi doni. La scelta ch'io farò non sarà capricciosa, né sconsigliata, ma figlia di buoni riflessi, giusta e doverosa. Milord non vuol prender moglie, ma tuttavia, se mai nel vedersi in confronto cogli altri, gli nascesse in mente qualche pretensione sopra di me, una dama inglese m'impone dirgli che si ricordi che a madama Rosaura nulla ha promesso, che con essa è in libertà, ma che all'incontro, innamorato dai begli inchini della sua paesana, a quella ha promesso amore e fedeltà; e perché al mio discorso prestiate fede, vi manda questo astuccio, e vi dice che chi ve lo rende, è quella stessa che lo ha ricevuto. (Rende l'astuccio a Milord). Monsieur Le Blau con generose espressioni, con amorose tenerezze e dolci sospiri, mi lusingava dell'amor suo; ed egli potea sperar la mia mano, ma una certa Francese incognita mi ha data la commissione di ricordargli, che siccome ha ceduto Rosaura al suo rivale, così non la può più pretendere e quest'acqua " sans-pareille" gli farà risovvenire il suo impegno, e gli dirà che l'incognita è quella che lo rimprovera. (gli dà la bottiglietta di "sans- pareille"). Don Alvaro parimente si era guadagnata la mia stima e forse ancora la mia predilezione, ed abbagliata dagli splendori della sua nobiltà, quasi quasi mi ero dichiarata per lui; ma gli sovvenga che la dama spagnuola non conosciuta, mettendogli in orrore le nozze di una mercantessa, gli ha comandato d'abbandonarla e di amar lei, benché incognita e senza speranza; e per segno della sua rassegnazione e del suo pentimento, ecco la tabacchiera della vedova da lui disprezzata. (gli rende la tabacchiera). Al Conte poi, che con tanta inciviltà tratta le maschere e con tanta asprezza le donne civili, e nega un leggiero favore ad una che sospira per lui rincrescendogli sino la perdita sì vile d'un fazzoletto di seta, fo a sapere che quella maschera che gliel'ha involato, alla presenza dei suoi rivali gli dà la mano e lo dichiara suo sposo. (porge la mano al Conte, il quale con tenerezza d'affetto l'accoglie).

Con. Oh me beato! Oh momento felice! Oh mano che mi consola!

Mil. Viva il Conte, vi sarò buon amico.

Mar. (L'ho detto che avrebbe fatto come la mosca d'oro)

Alv. (s'alza) Non credevo che le donne italiane fossero così maliziose, né che arrivassero con una finzione a profanare il carattere delle Spagnuole. Questo delitto vi rende orribile agli occhi miei; parto per non più rimirarvi; e, per castigo del vostro avanzato ardimento, vi privo della mia protezione.

Mon. Madama Rosaura, la perdita della vostra persona mi costerebbe qualche sospiro, se vi maritaste nell'Indie, ma siccome vi siete maritata al nostro Conte, e resterete con lui in Italia, la facilità di vedervi mi scema il dolore d'essere escluso dalle vostre nozze. Vi sarò il medesimo onesto amante, e se il Conte non vorrà essere nemico della gran moda, avrò l'onore di essere il vostro servente.

Con. No, Monsieur vi ringrazio. La signora Rosaura non ha bisogno di voi.

Mon. Fate un viaggio a Parigi e vi sanerete di questa malinconia.

Mar. Monsieur Le Blau, mi dispiace di vedervi fare una cattiva figura, e per il zelo della mia nazione e del vostro merito, bramo di far qualche cosa per voi. La signora Rosaura , è già impegnata; se voi non voleste digiunare, quand'altri cenano, vi sarebbe la bella occasione.

Mon. Sì, cara Marionette, fammi questo piacere: maritami tu alla francese. Così senza pensarvi.

Mar. Ecco la vostra sposa.

Mon. Mademoiselle? Volesse il cielo! Ma ella non mi crede e non ha amore per me.

Mar. La conoscete poco. Anzi arde per voi.

Mon. Ditelo, mio tesoro, è vero quanto Marionette mi dice?

Ele. É verissimo.

Ele. Se vi degnate...

Mon. Viva Amore, viva Imeneo. Signora cognata , io sono doppiamente contento. Conte, ora non sarete di me geloso.

Con. Ciò non ostante mi farete piacere a prendervi un alloggio separato dal mio.

Mar. Povera signora Rosaura, quanto vi conpiango!

Ros. Pazza! Tu non conosci la mia felicità.

SCENA ULTIMA

Pantalone, il Dottore e detti.

Pan. Come va la conversazion, patroni?

Dott. Che mai avete fatto a Don Alvaro, che va dicendo imprecazioni contro tutte le donne d'Italia?

Mon. Signor Pantalone, signor Dottore, mio amatissimo suocero, mio venerabile cognato, lasciate che con un tenero abbraccio vi partecipi aver io avuta la fede di sposa da questa bella ragazza.

Pan. Come? Che novità xe questa?

Dott. Senza dirlo a me che son suo padre?

Ros. Avevasi destinato di farlo prima di concludere le loro nozze. Ecco in una conversazione stabiliti due matrimoni, il mio col conte di Bosco Nero e quello di mia sorella con monsieur Le Blau: avete voi niente in contrario?

Dott. Ho sempre lasciato a fare voi; se lo credete ben fatto, io non mi oppongo.

Pan. (Bisogna parer bon, e far de necessità virtù.) Mi ho desiderà le nozze de siora Eleonora, ma colla speranza che la lo fasse de cuor. Co no la aveva per mi inclinazion, no gh'ho perso gnente a lassar una putta che me podeva far morir desperà.

Mon. Evviva il signor Pantalone!

Mil. Egli pensa con ragione veramente inglese.

Ros. Ecco dunque condotto felicemente a fine ogni mio disegno. Ecco assicurato lo stato di una vedova e di una fanciulla, stati egualmente pericolosi. Confesso di aver operato nelle mie direzioni da scaltra ma siccome la mia scaltrezza non è mai stata abbandonata dalle massime d'onore e dalle leggi della civil società, così spero che sarò, se non applaudita, compatita almeno, e forse forse invidiata.

Fine

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011