Carlo Goldoni

Una delle ultime sere di Carnovale

Commedia veneziana di tre atti in prosa rappresentata

in Venezia per la prima volta nel Carnovale dell’anno 1762

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I classici Mondadori Fondazione Borletti, vol. VIII, A. Mondadori editore, Milano 1939

L’AUTORE A CHI LEGGE

In fondo di questa Commedia è un’allegoria, che ha bisogno di spiegazione. Essendo io in quell’anno chiamato in Francia, e avendo risolto di andarvi, per lo spazio almeno di due anni, immaginai di prender congedo dal Pubblico di Venezia col mezzo di una commedia; e come non mi pareva ben fatto di parlare sfacciatamente ed alla scoperta di me, e delle cose mie, ho fatto de’ Commedianti una società di Tessitori, o sia di fabbricanti di stoffe, e mi sono coperto col titolo di Disegnatore.

L’allegoria non è male adattata. I Comici eseguiscono le opere degli Autori, ed i Tessitori lavorano sul modello de’ loro Disegnatori.

La similitudine sarebbe più vera, se si trattasse di Commedie a soggetto, nelle quali i Comici ci mettono più del loro, ma può passare anche per le Commedie scritte; e l’allegoria fu ben compresa, e gustata. Vero è, che la Commedia non potea passare che in quella tale occasione, e credo, dopo quel tempo, non sia stata rappresentata; ma vi sono delle cose in essa, che anche senza l’allegoria possono recare qualche diletto, e credo non dispiacerà ai Leggitori d’averla. I caratteri sono veri, semplici e piacevoli, indipendentemente dal fondo della Commedia: un Marito e una Moglie che si amano, e taroccano sempre insieme. Una Donna, che sa essere ammalata, quando s’annoia; e diventa sanissima quando trova da divertirsi. Un giovane brillante, faceto, che diverte gli altri, divertendo se stesso: un buon uomo, capo di famiglia, che sa unire alla più esatta condotta l’allegria e l’onesto divertimento.

La caricatura di una vecchia, che vuol fare la spiritosa: due Amanti, infine, che alla vista di una società numerosa trovano i momenti per intendersi insieme, e procurarsi onestamente il fine dei loro amori. Tutto ciò, aggiunto alla pittura del sistema e del costume di quel ceto di persone, che ho introdotte in quest’opera, basta, mi pare, per dar materia ad una Commedia, anche senza il merito dell’allegoria.

Vi ho introdotto, per adornarla, il giuoco detto della Meneghella, giuoco di carte particolar di Venezia, che non giuocasi in altre parti, e serve di trattenimento alle Società che si trovano numerose e si compiacciono di giuocar tutti insieme, potendo giuocare fino in sedici, alla stessa tavola, e nella medesima compagnia. Come la scena, in cui giuocano i miei personaggi, è lunga, ed i termini di cui si servono non possono essere compresi da quelli che non conoscono un simil giuoco, m’ingegnerò di darne un’idea; e non credo fatica inutile, facendo conoscere il giuoco favorito delle belle giovani Veneziane.

Principiando dall’etimologia del nome, dirò che Menega in Veneziano vuol dire Domenica e Meneghella è il diminutivo, come chi dicesse Domenichella, o Domenichina. La carta che chiamasi la Meneghella, è il due di spade. Quei che conoscono le carte italiane, sapranno che i quattro semi che le compongono formano: Spade, Coppe, Bastoni e Danari. Le figure di questi semi variano secondo i paesi. Le Spade, per esempio, in varie parti sono  impresse diritte, ed in Venezia ritorte, a guisa di sciabole. Il due di Spade è composto di due di queste sciabole, che incrocicchiando le guardie e le punte, formano un ovale nel mezzo, nel cui vacuo è scritto il nome del fabbricatore, ed ordinariamente vi si legge: Messer Domenico Cartoler, all’Insegna della Perletta.

Io credo che il nome di Domenico abbia dato il nome di Domenichina, o Domenichella, e in Veneziano di Meneghella: almeno questa etimologia è molto più onesta di quella che alcuni libertini ritrar pretendono dalla figura. Questa dunque è la carta trionfante, la carta superiore di questo gioco; e dopo di essa gli Assi, i Cavalli, i Fanti, i Dieci, i Nove ecc. impiegandosi tutte le cinquantadue carte che formano il mazzo. I Giuocatori si distribuiscono a due per due, i quali devono esser vicini, veggendosi le carte fra di loro. E facendo banco comune di quel denaro che mettono sopra la tavola, metà per uno, e dividendo alla fine il resto, se perdono, o la vincita oltre il capital, se guadagnano, e rimettendone fuori di nuovo, se il primo capitale è perduto, prima che il giuoco finisca. Le coppie de' Giuocatori  sono per lo più composte di un uomo e di una donna, e la Padrona di casa ha la prudente attenzione di unire le persone che stanno volentieri insieme, cosa che rende oltremodo piacevole questo giuoco all'onesta ma tenera gioventù. Nel mezzo della tavola si mette un tondino, dove ciascheduno  dee porre quella moneta ch'è destinata per il fondo del giuoco; per esempio, un soldo. Se i Giuocatori sono dodici, come nella mia Commedia, ecco dodici soldi nel tondo. Come, e da chi si guadagnano, lo vedremo in appresso.

Per vedere chi è quegli, o quella, che dee dar le carte la prima volta, qualcheduno prende il mazzo, mescola, fa alzare, dà una carta scoperta a ciascheduno, e quegli a cui tocca la Meneghella, è il primo a dar le carte. Questi dunque mescola, fa alzare il suo vicino, e se questi alza, per ventura, e fa vedere la Meneghella, tira i dodici soldi del tondo; passano la mano, e tutti rimettono nel tondino un soldo per ciascheduno. Se non alzasi la Meneghella, quegli che fa le carte, ne dà tre a ciascheduno e ne prende sei per se stesso, delle quali sceglie le tre migliori; e questo chiamasi far lissia, cioè fare il bucato. Volta poi la quarantesima carta, s'ella è la Meneghella, tira il tondo, come quegli che l'alza, e passa avanti il mazzo. Colui che ha la mano, giuoca la carta che più gli torna conto, e come vede le carte del suo Compagno, o giuoca un Asso, s'egli ne ha, o giuoca nell'Asso del suo compagno.

Gli Assi, come abbiamo detto, sono le prime carte dopo la Meneghella. La Meneghella può prender l'Asso, e si chiama tagliare; e questo succede, se quegli, per esempio, che ha la Meneghella ha tre carte sicure, e teme di doverne perdere due, rispondendo a quei Semi ch'egli non ha, ma rade volte si fa, mentre per lo più l'ultima carta è la più interessante.

Chi prende dunque la prima mano, tira quattro soldi dal tondo, e giuoca poi la carta che vuole, la più utile al suo giuoco, o a quello del suo Compagno; e chi prende la seconda mano, tira ancor quattro soldi. I quattro che restano, dopo le due mani suddette, si dice che restano per l'invito; ed ecco come si fa l'invito. La persona che ha guadagnato la seconda mano, se resta con una terza carta, giudicata buona, o perché sia un Asso, o un Re, o perché sia di un Seme, del quale se ne vedono molte sulla tavola, invita, e si dice un soldo, o due soldi, o tre ecc. chi vuol veder la mia carta», e mette la somma nel tondino. Quelli che hanno carte buone, e sperano che siano dello stesso Seme, e superiori in valore alla carta coperta dell'invito, tengono l'invito, e  mettono la somma invitata.

Quegli che ha la Meneghella, tiene sicuramente, ed è certo di vincere; per questa ragione rade volte si tagliano gli Assi colla Meneghella, sperando di far miglior giuoco alla fine. Il giuoco è più bello, quando la Meneghella è stata forzata; cioè quando qualcheduno, per necessità o per elezione, giuocando Spade, trova la Meneghella in mando di qualcheduno senz'altre Spade, e la fa cadere: allora chi l'ha, e la giuoca forzata, si fa dare un soldo da ciascheduno, e tira i quattro soldi dal tondo; ma questo premio qualche volta non vale quello che si può guadagnare nell'invito. Quando l'invito è fatto, e tenuto, quegli che ha invitato, scopre, e fa veder la sua carta. Allora quei che han tenuto l'invito, se si trovano aver la carta in mano di quel Seme, e che sia superiore, dicono: io ci fo su quella carta, per esempio, dieci, quindici, o venti soldi. Qualche volta saranno in due o in tre a far lo stesso, perché la carta scoperta sarà, mettiamo, il Fante o il Cavallo di Bastoni, ed uno avrà il Re, e l'altro avrà l'Asso; e quegli che ha la Meneghella, tiene sempre, perché è sicuro di vincere; se gli altri si piccano, tanto meglio per lui, anzi non solo tiene tutto quello che invitano, ma aumenta quando può davantaggio, e l'ultimo a scoprire è sempre l'ultimo ad aumentare. Sovente accade, che un Giuocatore non avrà carta buona, o non l'avrà del Seme della carta scoperta, e non ostante rinforza, ed aumenta l'invito. Questa si chiama Cazzada, una bravata per far ritirare gli altri, e guadagnare il resto del tondo, e la somma del primo o del secondo invito; e chi ha la Meneghella ride, e profitta delle Cazzade.

Ecco a poco presso tutto il famoso giuoco della Meneghella. Dirà qualcheduno, ch'esso non meritava una sì esatta descrizione. Spero che questo tale me la perdonerà, poiché non gli costa gran cosa. Altri aspettano forse, ch'io faccia parola sull'articolo della promessa del Disegnatore, con cui si era impegnato a mandar di Moscovia de' suoi Disegni ai fabbricatori di stoffe in Venezia. Levate il velo dell'allegoria, e preso me in impegno di mandar Commedie in Italia durante il mio soggiorno in Francia, pretendono forse ch'io qui renda conto di quel che ho fatto, o ch'io mi abbia a giustificare di quello ch'io non ho fatto. Ma questo non è il luogo, né il tempo. Mi riserbo di farlo in altra occasione, allora quando col racconto della mia vita, arriverò a parlare della mia andata e del mio soggiorno in Francia.

Personaggi

Sior Zamaria testor, cioè fabbricatore di stoffe

Siora Domenica, figlia di Zamaria

disegnatore di stoffe

Sior Bastian, mercante di seta

Siora Marta, moglie di Bastian

Sior Lazaro, fabbricatore di stoffe

Sior'Alba, moglie di Lazaro

Sior Agustin, fabbricatore di stoffe

Siora Elenetta, moglie di Agustin

Siora Polonia, che fila oro

Sior Momolo, manganaro

Madama Gatteau, vecchia francese ricamatrice

Cosmo, garzone lavorante di Zamaria

Baldissera, garzone lavorante di Zamaria

Martin, garzone lavorante di Zamaria

La scena si rappresenta in venezia in casa di Zamaria

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera e lumi sul tavolino

Zamaria, Baldissera, Cosmo e Martin

Zamaria:  Putti, vegnì qua. Stassera ve dago festa. Semo in ti ultimi zorni de carneval. Dago da cena ai mi amici; dopo cena se balerà quatro menueti; vualtri darè una man, se bisogna, e po magnerè, goderè, ve devertirè.

Baldissera:  Sior sì, sior patron; grazie al so bon amor.

Martin:  Semo qua a servirla, e goderemo anca nu le so grazie.

Cosmo:  Oe, stassera no sentiremo la realtina al teler.(agli altri giovani)

Zamaria:  Ah! baron, veh! lo so, che ti gh'ha manco voggia dei altri de laorar. Peccà, peccà, che no ti applichi, che no ti voggi tender al sodo. Se ti vol, ti xè un bon laorante; e se ti volessi, ti deventeressi el più bravo testor de sto paese. Ma, sia dito a to onor e gloria, no ti gh'ha volontà de far ben.

Cosmo:  No so cossa dir. Pol esser anca, che la diga la verità.

Zamaria:  Oh! via, per stassera no disemo altro. Devertìmose, e che tutti goda. Doman po, sior Cosmo carissimo, dè drio a quel drapeto. Vu, sior Baldissera, domattina a bon'ora andè dal manganer, a véder se i ha dà l'onda a quel amuer, e vu, sior Martin, scomenzerè a ordir quel camelotto color de gazìa

Martin:  Benissimo; e adesso cossa vorla, che femo?

Zamaria:  Adesso, andè de là; vardè, se a mia fia ghe bisogna gnente; fè qualcossa, se ghe n'avè voggia; e se no savè cossa far, tolè el trottolo, e devertive.

Martin:  Oh, che caro sior patron! Almanco el xè sempre aliegro.(parte)

Baldissera:  La diga. Balerémio anca nu un per de balloni?

Zamaria:  Sior sì. No se sàlo? Ha da balar tutti; balerò anca mi.

Baldissera:  Grazie; e viva; oh che gusto! (El xè un vecchietto, che propriamente el fa voggia).

Cosmo:  La diga, sior patron: me dàla licenza, che alla festa fazza vegnir una putta?

Zamaria:  Una putta?

Cosmo:  La vegnirà co so madre.

Zamaria:  Chi èla?

Cosmo:  Tognina, fia de siora Gnese, che incana sea.

Zamaria:  Coss'è? Com'èla? Gh'è pericolo, che sta putta perda el giudizio?

Cosmo:  Per cossa?

Zamaria:  Gh'è pericolo, che la te creda?

Cosmo:  Cossa songio?

Zamaria:  Un furbazzo, un galiotto, che ghe n'ha burlà cinque.

Cosmo:  E una sie. Patron, grazie. La farò vegnir. A bon reverirla. (parte)

SCENA SECONDA

Zamaria, poi Domenica

Zamaria:  Peccà de costù! el gh'ha un'abilitadazza terribile; ma nol ghe tende. I fa cussì costori. I laora co i gh'ha bisogno; e co i gh'ha un ducato, a revéderse fina che l'è fenìo. M'ha piasso anca a mi a divertirme, e me piase ancora; ma per diana de dia! ai mii interessi ghe tendo; e son quel, che son a forza de tenderghe, e de laorar. Sior sì, sfadigarse co se ghe xè, e gòder i amici ai so tempi, alle so stagion.

Domenica:  Oh! son qua, sior padre. Òggio fatto presto a vestirme?

Zamaria:  Brava! chi t'ha conzà

Domenica:  Mi; da mia posta.

Zamaria:  Mo va là, che ti par conzada dal Veronese.

Domenica:  E sì, tra conzarme e vestirme, a un'ora e un quarto no ghe son arivada.

Zamaria:  Brava! Ti xè una putta de garbo.

Domenica:  E avanti de prencipiar, son andada in cusina; ho dà i mi ordeni; ho agiutà a far suso i raffioi; ho fatto metter el stuffà in pignatta, e ho volesto metterghe mi la so conza; ho fatto, che i torna a lavar el polame; ho fatto el pien alla dindietta, ho volesto véder a impastar le polpette; ho dà fora el vin; ho messo fora la biancaria. No me manca altro che tirar fora le possae, le sottocoppe, e quelle quatro bottiglie de vin de Cipro.

Zamaria:  Mo via; mo se lo so; mo se ti xè una donetta de garbo.

Domenica:  A cena, in quanti sarémio, sior padre?

Zamaria:  Aspetta. No m'arecordo. Mio compare Lazaro co so muggier.

Domenica:  Credémio,che la vegna sior'Alba?

Zamaria:  La m'ha dito de sì. Per cossa no averàvela da vegnir?

Domenica:  No sàlo, che cossa lessa, che la xè? La gh'ha sempre mal. No la magna, no la parla, no la sa zogar: ora ghe diol la testa, ora ghe diol el stomego, ora ghe vien le fumane.

Zamaria:  Cossa vustu far? Sior Lazaro el xè mio compare. El xè anca elo de la mia profession; gh'avemo insieme de' negozieti. Qualcossa bisogna ben soportar.

Domenica:  E chi altri ghe sarà?

Zamaria:  Ho invidà sior Bastian.

Domenica:  Sior Bastian Caparetti?

Zamaria:  Siora sì. Anca elo; perché el xè mercante da sea, ch'el me dà tutto l'anno da laorar.

Domenica:  E so muggier?

Zamaria:  Anca siora Marta.

Domenica:  Siora Marta se degnerala mo de vegnir?

Zamaria:  Per cossa no s'averàvela da degnar?

Domenica:  So che la sta sull'aria, che la pratica tutte le prime signore de Marzaria; che la va in te le prime conversazion.

Zamaria:  E per questo? Nu cossa sémio? No podemo star al pari de chi se sia? Sóngio qualche laorante? Son paron anca mi. Negozio col mio; non ho da dar gnente a nissun. E po, cossa serve? Siora Marta xè la più bona creatura de sto mondo. Credeu, perché la sta ben, perché la gh'ha dei bezzi, che la sia superba? Gnanca per insonio; vederè, vederè, co allegramente che la ne farà star.

Domenica:  E chi altri vien, sior padre? Vienla sior'Elenetta?

Zamaria:  Siora sì. No voleu, che abbia invidà mia fiozza Elenetta?

Domenica:  E so mario?

Zamaria:  S'intende. Anca mio fiozzo Agustin.

Domenica:  Mo, co a bon'ora che quel putto s'ha maridà!

Zamaria:  El s'ha maridà, perché bisognava, ch'el se maridasse. Sto matrimonio l'ho fatto mi. El xè restà fio solo, senza padre, e senza madre. L'ho fatto passar capo mistro testor. L'ha tolto in casa sta putta; la gh'ha dà dei bezzetti; la gh'ha una madre, che per el teler xè un oracolo; la sta con lori...

Domenica:  So madona sarà un oracolo; ma Agustin xè el più bel pampalugo del mondo.

Zamaria:  Cossa saveu?

Domenica:  No se védelo!

Zamaria:  El xè ben altrettanto bon.

Domenica:  Bon el xè? E mi ho sentio a dir, che tutto el dì mario e muggier no i fa altro che rosegarse.

Zamaria:  Saveu perché? Perché i se vol ben. I xè tutti do zelosi; e per questo ogni men de che i ha qualcossa da tarocar; da resto, quel putto el xè l'istessa bontà. Cussì te ne capitasse uno a ti.

Domenica:  Mi? de diana! Un mario alocco, no lo torave, se el me cargasse de oro.

Zamaria:  Cossa voréssistu? Un spuzzetta? Un scartozzetto? Che te magnasse tutto? Che te fasse patir la fame?

Domenica:  No ghe n'è dei putti, che gh'ha del spirito, e che xè boni?

Zamaria:  Mi ho paura de no.

Domenica:  Eh! sior sì, che ghe n'è. (modestamente, ma con artifizio, mostrando ch’ella ne ha qualcheduno in veduta)

Zamaria:  Molto pochi, fia mia.

Domenica:  E cussì? I àlo minzonai tutti queli, che ha da vegnir?

Zamaria:  Aspettè. Chi òggio dito?

Domenica:  No me par, che l'aveva dito de invidar sior Anzoletto dessegnador?

Zamaria:  Ah! sì ben. Anca elo.

Domenica:  (Questo giera quello, che me premeva).

Zamaria:  Tornemo a dir: mio compare...

Domenica:  Eh! sior sì; m'arecordo tutti. I xè sette, e nu do, che fa nove.

Zamaria:  E la mistra, che fa diese.

Domenica:  Quala mistra?

Zamaria:  La filaoro.

Domenica:  Oh! gh'ho gusto, che vegna siora Polonia. El doveva invidar anca sior Momolo manganer.

Zamaria:  L'ho invidà, l'ho pregà; ho fatto de tutto per obligarlo a vegnir, e no gh'è stà caso. El dise, ch'el gh'ha un impegno, che nol pol vegnir.

Domenica:  Me despiase; perché el xè unico per tegnir in viva una conversazion. Donca co la mistra saremo diese.

Zamaria:  Siora sì, a tola saremo diese; e fè parechiar de là per i putti.

Domenica:  Sior sì.

Zamaria:  E dèghe anca a lori le so possade d'arzento, e la so bozzetta de vin de Cipro.

Domenica:  Eh! a lori podemo dar del moscato.

Zamaria:  Siora no; vòi, che i magna, e che i beva de tutto quel che magnemo e bevemo anca nu.

Domenica:  Oh! xè qua sior'Elena, e sior Agustin.

Zamaria:  Oh! via, bravi; i ha fatto ben a vegnir. Scomenzemo a aver un pocheto de compagnia.

Domenica:  (Mi vorave, che vegnisse sior Anzoletto).

SCENA TERZA

Augustin, Elenetta e i suddetti

Zamaria:  Oe, fiozza!

Elenetta:  Sior santolo, patron

Zamaria:  Bondì, fiozzo.

Elenetta:  Patrona, siora Domenica.

Domenica:  Sior'Elena, patrona.

Agustin:  Patrona.(a Domenica)

Domenica:  Patron. (ad Agustin)

Elenetta:  Semo qua a incomodarli.

Domenica:  Cossa dìsela? La ne fa finezza.

Zamaria:  Oh! via. A monte le cerimonie. Mettè zoso el tabaro, e 'l capelo. (a Agustin)

Agustin: (vuol metter il tabarro sul tavolino)

Zamaria:  De là, de là, in quell'altra camera.

Agustin: (va a mettere giù ecc. e poi torna)

Domenica:  La vegna qua; la resta servida. (fa sedere Elenetta)

Zamaria:  Fiozza, senza gnente in testa sè? No gh'avè paura de sfredirve?

Elenetta:  Cossa volévelo, che me mettesse el zendà?

Zamaria:  No gh'avè una prigioniera?

Elenetta:  La gh'ho, ma no me l'ho messa.

Domenica:  Mo, che caro sior padre! L'ha da balar, e el vol, che la se desconza la testa!

Zamaria:  In verità, che vualtre done sè bele; sè bele, da galantomo. Ora ve mettè in testa un stramazzo, ora andè colla testa nua.

Domenica:  Eh! via, caro elo; cossa sàlo elo?

Elenetta:  Voleva metterme qualcossa in testa, e Agustin no ha volesto.

Zamaria:  Per cossa no àlo volesto?

Elenetta:  Perché el m'ha conzà elo.

Zamaria:  Oh bella! el v'ha conzà elo? Per cossa?

Elenetta:  Perché mio mario no vol perucchieri per casa.

Zamaria:  El v'ha conzà elo? Bravo, pulito. Oe, fiozzo, vegnì qua. L'avè conzada da frìzer vostra muggier.

Agustin:  Per cossa?

Zamaria:  No seu stà vu, che l'ha infarinada?

Agustin:  Oh! che caro sior santolo!

Domenica:  La diga, sior'Elenetta: cossa fa so siora madre? (a Elenetta)

Elenetta:  Eh! cussì, cussì. La m'ha dito, che la reverissa. (con un poco di sussiego)

Domenica:  Grazie.

Zamaria:  Perché no xèla vegnua anca ela vostra madona? (a Agustin)

Agustin:  No so... No la xè vegnua; ma la xè stada a casa malvolentiera.

Zamaria:  Oh bela! Perché no vegnir?

Elenetta:  Caro sior santolo, perché volévelo, che la vegnisse? No la xè miga invidada.

Zamaria:  E per questo? Mi no son andà drio a quelo. No gièrela patrona, se la voleva?

Elenetta:  Oh! no sàlo:

Che chi va, e no xè invidai,

Xè mal visti, o descazzai.

Zamaria:  Andè là, fiozzo, andèla a levar

Elenetta:  No, no, no stè a andar, che za no la vegnirà. (a Agustin)

Zamaria:  Se no la vol vegnir, che la lassa star.

Domenica:  (Vardè dove, che se cazza l'ira! Le gh'ha bisogno, e le gh'ha tanta superbia!)

Agustin:  Elena, voleu, che vaga?

Elenetta:  Sior no; no voggio, che andè.

Agustin:  Mo per cossa?

Elenetta:  Perché no voggio.

Agustin:  Vardè, che sesti; no la vol, che vaga!

Elenetta:  Sior no: no me fè inrabiar.

Zamaria:  Animo, buttè a monte. No crie; che la xè una vergogna. Stè in pase. Voggiève ben.

Agustin:  Mi? De diana! che la 'l diga ela, se ghe voggio ben.

Elenetta:  E mi, sior? Podeu dir, che no ve ne voggia?

Agustin:  Mi no digo ste cosse.

Zamaria:  V'avè tolto con tanto amor.

Elenetta:  E se no l'avesse fatto, la torneria a far.

Zamaria:  Sentìu, come che la parla? (a Agustin)

Agustin:  In quanto a questo, anca mi, se no l'avesse sposada, la sposeria.

Zamaria:  Via, sièu benedetti! Me consolo de cuor.

Agustin:  Ma quela so ustinazion, mi no la posso soffrir.

Elenetta:  Cossa ve fazzio?

Agustin:  Tutto el dì la me brontola.

Elenetta:  Perché gh'ho rason.

Agustin:  Per cossa gh'aveu rason?

Elenetta:  Perché gh'ho rason.

Zamaria:  Oe! volémio fenirla? Fiozzo, vegnì con mi, che ve vòi mostrar un drapeto, che gh'ho sul teler, che no ve despiaserà.

Agustin:  Sior sì. Lo vederò volentiera.

Zamaria:  Sentì, fioi; mi ve parlo schietto. Sta sera gh'ho voggia de devertirme; v'ho invidà con tanto de cuor; ma musoni no ghe ne voggio; e criori no ghe ne voggio sentir. Se ve piase, paroni; se no ve piase, aìda. M'aveu capìo? Andémo. (parte, conducendo via Agustin)

SCENA QUARTA

Elenetta, e poi Domenica

Elenetta:  In verità dasseno, per non darghe desturbo, squasi, squasi anderave via.

Domenica:  Eh! via, cara ela, la lassa andar.

Elenetta:  Mo, no séntela?

Domenica:  Ghe vorla veramente bene a sior Agustin?

Elenetta:  Se ghe voggio ben? De diana! Se stago un'ora senza de elo, me par de esser persa.

Domenica:  No dìseli, ch'el xè tanto un bon putto?

Elenetta:  Siora sì, dasseno.

Domenica:  E i cria donca?

Elenetta:  Cossa dìsela? Se volemo ben, e tutto el dì se magnemo i occhi.

Domenica:  A mi mo, védela, sto ben nol me comoderia gnente affatto.

Elenetta:  E mi son contenta, che no scambierave el mio stato con chi se sia.

Domenica:  La gh'ha gusto a criar?

Elenetta:  Crio, ma ghe voggio ben.

Domenica:  E lu?

Elenetta:  E lu el cria, e el me vol ben.

Domenica:  Oh! cari.

Elenetta:  Cussì la xè.

Domenica:  Chi contenta gode.

Elenetta:  Mi son contenta, e godo.

Domenica:  (Oh siestu! e po te pustu!) Oh! xè qua siora Marta co so mario.

Elenetta:  Chi xèli?

Domenica:  No la li cognosse?

Elenetta:  Oh! mi no cognosso nissun.

Domenica:  I xè marcanti da sea; ma de queli, sàla? che ghe piove la roba in casa da tutte le bande.

Elenetta:  Sia malignazo! Gh'ho suggizion. Me vergogno.

Domenica:  Eh! via, cara ela; la lassa, che la vaga a incontrar. (s'alza e va incontro a Marta)

SCENA QUINTA

Marta, Bastian e dette

Elenetta:  (Anderave più volentiera dessuso con mio mario).

Domenica:  Patrona riverita.

Marta:  Patrona, siora Domenica.

Domenica:  Che grazie, che favori xè questi?

Marta:  Cossa dìsela? Semo qua a darghe incomodo.

Domenica:  Anzi el xè un onor, che nol meritemo.

Bastian:  Patrona; son qua anca mi a ricever le so care grazie.

Domenica:  Patron, sior Bastian. La se comoda; la me daga a mi el tabarin.(a Marta)

Marta:  Quel, che la comanda. (si cava il tabarin, e lo dà a Domenica)

Domenica:  Anca elo, sior Bastian, el me daga el tabaro, e 'l capelo.

Bastian:  Eh! anderò mi...

Domenica:  Sior no, sior no; cossa serve? Che el daga qua. Za ho d'andar de là a far un servizieto!

Bastian:  Me despiase de incomodarla. (si cava ecc. e dà tutto a Domenica, ed ella parte)

SCENA SESTA

Marta, Bastian ed Elenetta

Marta:  Patrona mia riverita. (ad Elenetta, sedendo)

Elenetta:  Serva.

Marta:  (La cognosseu?) (a Bastian)

Bastian:  (Mi no).(a Marta)

Marta:  Cossa dìsela de sto fredo? (a Elenetta)

Elenetta:  Cossa vorla? Semo in tel cuor de l'inverno. (a Marta)

Bastian:  (Son ben curioso de saver chi la xè). (andando dall'altra parte)

Marta:  La xè zovene assae. La lo sentirà poco el fredo.

Elenetta:  Oh! cossa dìsela? No son tanto zovene. Xè un ano, che son maridada.

Marta:  Maridada la xè!

Elenetta:  Servirla.

Marta:  Vardè, vedè! Mi no credeva.

Bastian:  Perméttela? (siede presso di Elena)

Elenetta:  (Oh caro! Perché no se séntela arente de so muggier?) (guardando verso la scena, e scostandosi)

Bastian:  Coss'è? No la vol, che me senta arente de ela? (accostandosi)

Elenetta:  La se comoda pur. Con grazia. (s'alza, e va a sedere dall'altra parte)

Marta:  (Mo, la godo ben dasseno).

Bastian:  Coss'è, signora? Cossa gh'àla paura? Cossa crédela, che mi sia? (a Elena)

Elenetta:  Caro elo, el compatissa. So, che fazzo una mala creanza; ma se vien mio mario, poveretta mi.

Bastian:  Xèlo qualche vecchio sto so mario?

Elenetta:  Oh! sior no; el xè zovene più de mi.

Bastian:  E patisse sto boccon de malinconia?

Marta:  Chi xèlo so consorte?

Elenetta:  Sior Agustin Menueli.

Marta:  (Oh! lo cognosso. No me dago gnente de maraveggia).

Bastian:  (L'ho dito, che nol podeva esser altro, che un pampalugo).

Marta:  Cossa vol dir, che nol xè qua anca elo, sior Agustin?

Elenetta:  Siora sì, che 'l ghe xè. El xè andà de suso co sior santolo Zamaria. De diana! la vorave, che fosse vegnua senza mio mario?

Marta:  Saràvelo un gran delitto? In casa de persone oneste, e civil, no se pol andar qualche volta senza so mario?

Elenetta:  Oh! mi no vago fora della porta senza de elo.

Bastian:  E sior Agustin lo làssela andar? Lo làssela praticar?

Elenetta:  De dia! che sgrafferave i occhi.

Bastian:  Oh! se fusse mi so mario...

Elenetta:  Cossa faràvelo?

Bastian:  Ghe taggierave le ongie.

Elenetta:  Che 'l se consola, che so muggier no lo sgrafferà.

Marta:  Dasseno! cossa voràvela dir?

Bastian:  (Eh! no ghe badè. No vedeu cossa, che la xè?) (a Marta)

SCENA SETTIMA

Domenica, e detti

Domenica:  Oh! son qua; che i compatissa, se son stada un pocheto tropo. I m'ha chiamà in cusina; son andada a dar un'occhiada. Perché, sàla? se no fusse mi in sta casa, no se farave mai gnente.

Marta:  Eh! savemo, che puta, che la xè.

Bastian:  Quando magnémio sti confetti, siora Domenica?

Domenica:  Oh! per mi? l'ha ancora da nasser.

Elenetta:  (Sarave ora, che 'l fusse nato).

Bastian:  La diga: quanto xè, che no la vede sior Anzoletto?

Domenica:  Qualo sior Anzoletto?

Bastian:  Qualo? Quelo...

Domenica:  Chi quelo?

Marta:  Mo via con quela bocca, che no pol tàser. (a Bastian)

Bastian:  Mi no digo gnente.

Domenica:  (Come l'àli savesto, che tra Anzoletto, e mi ghe xè qualche prencipio? Non l'ho dito a nissun; no lo sa gnanca mio padre).

Elenetta:  (Mo che zente, che se ne vol impazzar, dove che no ghe tocca!)

Domenica:  Oh! vardè chi xè qua!

Bastian:  Chi? sior Anzoletto?

Domenica:  (Magari!) Sior Momolo, el manganer.

Marta:  Gh'ho ben gusto dasseno. El xè el più caro matto del mondo.

Domenica:  El belo xè, che sior padre l'aveva invidà, e 'l gh'ha dito, che nol podeva vegnir.

Bastian:  No sàla? Lu gh'ha l'abilità de zirar in t'un zorno sette, o otto conversazion.

Marta:  Cossa fàlo, che nol vien avanti?

Domenica:  L'è capace d'averse fermà coi zoveni, a dirghe cento mile minchionerie.

Marta:  Fermo de tutto, che 'l staga qua stassera.

Domenica:  Oh! mi no lo lasso andar via seguro.

Elenetta:  (Cossa mai fàlo sto mio marìo, che nol vien? El me fa pensar cento cosse).

Domenica:  Vèlo qua, vèlo qua sior Momolo.

SCENA OTTAVA

Momolo, e detti

Momolo:  Patrone riverite.

Marta:  Bravo, sior Momolo.

Bastian:  Bondì, Momolo.

Momolo:  Paron benedetto. (a Bastian)

Domenica:  Cossa feu qua? Meriteressi giusto, che ve mandassimo via.

Momolo:  Saldi; le se ferma, che ghe conterò, come che la xè stada.

Domenica:  Mo che panchiana!

Momolo:  Gnente. L'ascolta un omo, col parla. Giera impegnà d'andar a cena in t'un logo. Son andà; m'ho informà chi ghe giera; i m'ha dito, che ghe giera un muso, che no me piase; una certa signora, che 'l so sangue no se confà col mio; e mi ho fatto dir alla parona de casa, che me xè vegnù la freve; e ho chiappà suso, e son vegnù via.

Marta:  Bravo; avè fatto ben.

Domenica:  Panchiane! panchiane!

Momolo:  Sì, anca da putto, che la xè cussì. (si volta) Patrona reverita, ghe domando umilmente perdon, se gh'ho voltà, co riverenza, el tabaro; perché giera sora pensier. Me premeva, no so se la me capissa...

Elenetta:  Eh! sior sì, l'ho capio. (voltandosi con disprezzo)

Momolo:  Chi èla sta signora?

Marta:  No la cognossé? Sior'Elena, muggier de sior Agustin Menueli.

Momolo:  La me permetta, che fazza el mio debito. (a Elena)

Bastian:  Momolo, abbiè giudizio.

Momolo:  Fermève. (a Bastian) Ho tutta la sodisfazion de aver l'onor de conoscerla. Sior Agustin xè mio amigo, e mio bon paron; e la prego anca ela degnarse...

Elenetta:  Grazie, grazie.

Momolo:  Se la gh'avesse qualcossa da manganar.

Elenetta:  Oh! mi in ste cosse no me n'impazzo.

Momolo:  Se la me permette, la vegnirò a reverir.

Elenetta:  Mi no ricevo visite; da mi no vien nissun.

Momolo:  La se ferma. Sàla chi son mi?

Elenetta:  A mi no m'importa de saver.

Momolo:  Mo via, no la me fazza inspasemar.

Elenetta:  Son stuffa.

Momolo:  De cossa?

Elenetta:  Siora Domenica, co so bona grazia. (s'alza)

Domenica:  Che la se comoda.

Elenetta:  (Anderò a véder, dove che s'ha ficcà mio mario). (in atto di partire)

Momolo:  Patrona.

Elenetta:  Patron. (andando via)

Momolo:  Gnanca?

Elenetta:  Oh! mi non son de quelle da sbuffonar. (parte. Tutti ridono)

SCENA NONA

Domenica, Marta, Bastian, Momolo

Momolo:  In fatti: gh'aveva bisogno di sentarme; senza che nissun s'incomoda, i m'ha favorio la carega.

Domenica:  Cavève el tabaro.

Momolo:  La se fermi. Me lo caverò adessadesso.

Domenica:  Cavèvelo, co volè; per mi no me movo.

Momolo:  Dove xèlo sior Zamaria?

Domenica:  El xè dessuso co sior Agustin.

Momolo:  Cossa diralo, col me vederà?

Domenica:  Meriteressi, che 'l ve disesse...

Momolo:  Va' via, che no te voggio. E mi ghe dirave: fermève, che ghe son, e ghe voggio star.

Marta:  L'è, che se volessi andar via, siora Domenica no ve lasserave andar.

Momolo:  Per so grazia, e non per mio merito.

Domenica:  Manco mal, che ve cognossè!

Momolo:  Mi almanco, in bon ponto lo possa dir, tutti me vol ben.

Domenica:  Per cossa mo credeu, che i ve voggia ben?

Momolo:  Perché son belo.

Domenica:  Va' via, malagrazia.

Marta:  E mi cossa sóngio?

Momolo:  Sìela benedetta; la xè la mia parona anca ela; ma no me n'impazzo. Lasso fari onori de la casa a mio compare Bastian.

Bastian:  Momolo, quanto xè, che no andè a la comedia? (a Momolo)

Momolo:  Xè un pezzo. In sti ultimi zorni mi no ghe vago. Me piase più cussì, quatro amici, un gotto de vin, una fersora de maroni.

Domenica:  Stassera cenerè con nu.

Momolo:  No la posso servir.

Domenica:  Per cossa? Averessi ardir de impiantarne?

Momolo:  Mi no; stago qua fin doman, fin doman l'altro; fin sta quaresema, fin che la vol.

Domenica:  Cossa donca disèu de no voler cenar?

Momolo:  Digo cussì, perché gh'averave voggia de servirla ben, e xè otto dì che desordeno, e gh'ho paura de no farme onor.

Domenica:  Eh! no v'indubitè, che qua da nu no ghe sarà da desordenar.

Momolo:  Ghe n'è più de quel vin da galantomeni?

Domenica:  Ghe ne xè ancora.

Momolo:  Co gh'è de quelo, gnente paura.

Domenica:  Via, andè de là, andève a cavar el tabaro.

Momolo:  Con so bona grazia. (in atto d'andare)

Domenica:  Saveu chi vien stassera da nu? (a Momolo)

Momolo:  Chi, cara ela?

Domenica:  Siora Polonia.

Momolo:  Cara culìa; ghe vòi proprio ben; ma semo in baruffa. Me raccomando a ele; le diga do parolete, cussì senza malizia; le fazza del ben a sto povero pupillo. (parte)

Marta:  L'assicuro, che in t'una compagnia el xè un oracolo.

Bastian:  Stimo, che 'l xè sempre de sto bon umor.

Domenica:  Sempre cussì; el xè nato cussì, e 'l morirà cussì.

Marta:  Xè vero, che tra lu e Polonia ghe sia qualcossa?

Domenica:  Oh! la se fegura. El dise. Ma in quela testa crédela, che ghe sia fondamento? Ela sì piutosto, credo, che la ghe tenderia se 'l disesse dasseno.

Bastian:  Ghe dirò: el xè cussì alegro, maturlo; ma ai so interessi el ghe tende.

Domenica:  Sior sì, sior sì; el xè onorato, co fa una perla. Oh! vien zente.

Marta:  Chi xèli?

Domenica:  Sior'Alba co so mario. Con grazia. (s'alza, e va incontro)

Bastian:  Xèla quela, che gh'ha sempre mal? (a Marta)

Marta:  Sì, chi la sente ela, la xè sempre amalada: ma no la starave a casa una sera, chi la copasse. (a Bastian)

SCENA DECIMA

Alba, Lazaro e detti

Domenica:  Patrona, sior'Alba.

Alba:  Patrona. (si baciano) Patrona.(a Marta)

Marta:  Patrona. (si baciano)

Bastian:  Compare Lazaro.

Lazaro:  Patron sior Bastian. (si baciano Bastian e Lazaro fra di loro)

Domenica:  Cossa fàla? Stàla ben? (ad Alba)

Alba:  Gh'ho un dolorazzo de testa, che no ghe vedo.

Domenica:  La se senta. La me daga qua el tabarin.

Alba:  No, no, la lassa; che gh'ho piuttosto fredo. Gh'ho un tremazzo intorno...

Domenica:  Vorla un poco de fogo?

Alba:  La me farà grazia.

Domenica:  Adesso gh'anderò a tiòr el scaldapiè. E ela ghe ne vorla?

Marta:  Oh! mi no, la veda, stago benissimo.

Domenica:  Le compatissa, vago mi, perché la donna no pol. (La podeva far de manco de vegnir sta giazzèra). (parte)

Lazaro:  Co gh'avevi mal, dovevi star a casa, cara fia.

Alba:  Eh! me passerà.

Bastian:  (Bisogna, che ghe sia vegnù mal per strada. Se la s'avesse sentio qualcossa a casa, no la sarave vegnua).

Marta:  (Ghe credeu vu, che la gh'abbia mal?) (a Bastian)

Lazaro:  Cossa ve sentìu? (ad Alba)

Alba:  Gnente.

Marta:  Mo via, la staga alegra, la se diverta.

Alba:  Gh'ho una mancanza de respiro, che no posso tirar el fià.

Lazaro:  Voleu gnente? Voleu andarve a molar el busto?

Alba:  Eh! sior no; n'importa.

Bastian:  (El gh'ha una gran pazzenzia. Mi no sarave bon).

Domenica:  Son qua col fogo. La resta servida. (vuol mettere lo scaldapiè ecc.)

Alba:  No la s'incomoda. Gh'ho sto busto cussì stretto, che non me posso gnanca sbassar. (vuol mettere lo scaldapiè, e non può)

Domenica:  La servirò mi. (mette lo scaldapiè)

Lazaro:  Ma no voleu star mal con quel busto cussì serà? Andè là, cara fia, andève a molar.

Alba:  Eh! (con disprezzo)

Lazaro:  Fè a vostro modo, che viverè dies'anni de più.

Alba:  Gh'àla un garòfolo? (a Domenica)

Domenica:  Anderò de là a tòrghelo.

Marta:  Mi, mi se la vol. (vuol tirar fuori un garofano ecc.)

Bastian:  Vorla un diavolon? (apre una scatoletta ecc.)

Alba:  Sior sì.

Domenica:  Cossa se séntela?

Alba:  No so gnanca mi. Gh'ho un affanno!...

SCENA UNDICESIMA

Momolo e detti

Momolo:  Oh! son qua.

Alba:  Oh! sior Momolo, sior Momolo. (rallegrandosi)

Momolo:  Sior'Alba, ghe son servitor.

Alba:  Anca elo xè qua?

Momolo:  No sàla? Mi penetro per tutto, co fa la luse del sol.

Alba:  Ah! ah! (ride moderatamente)

Domenica:  Ghe xè passà? (ad Alba)

Alba:  Un pochetto.

Momolo:  Gh'àla mal? Vorla, che mi ghe daga un recipe  per varir?

Alba:  Via mo; che recipe?

Momolo:  Recipe, no ghe pensar. Recipe, devertirse. Recipe, sior sì, e ste cosse.

Alba:  Oh! che matto: ah ah ah ah, oh che matto! (ridendo forte)

Domenica:  Oh! via via, me consolo: la xè varìa.

Marta:  No ghe voleva altri, che sior Momolo a farla varir.

Momolo:  Vorle, che ghe ne conta una bela? Son stà de su da sior Zamaria. Ho trovà i do novizzi, uno in t'un canton, l'altro in t'un altro. I ha crià, i s'ha dito roba, i pianzeva. Sior Zamaria giera desperà. Mi ho procurà de giustarli. Ho chiapà Agustin per un brazzo. L'ho menà da la novizza. Le indivina mo? Vien qua, va' via; sentì, làsseme star: i m'ha strazzà un manegheto.(mostra il manichetto rotto)

Alba:  Oh bela! oh bela! Oh che gusto! oh bela! (ridendo)

Momolo:  Grazie del so bon amor. (ad Alba)

Domenica:  Via, via; ve darò mi una camisa.

Momolo:  N'importa; lo ficco sotto.

Domenica:  Bisogna ben, che ve muè, s'avè da balar.

Momolo:  Se bala anca?

Domenica:  I dise. Balerala anca ela, sior'Alba?

Alba:  Siora sì; no vorla?

Domenica:  Oh! via, me consolo.

Marta:  (La gh'ha tanto mal ela, quanto che ghe n'ho mi).

Momolo:  Ghe digo ben, che ho visto desuso in teler un drapo, che no ho visto el più belo. Un dessegno de sior Anzoletto, che xè una cossa d'incanto, che no gh'ha invidia a uno dei più beli de Franza.

Bastian:  Cossa serve? I nostri drapi, co se vol, che i riessa, i riesse. Gh'avemo omeni, che xè capaci; gh'avemo sede; gh'avemo colori; gh'avemo tutto.

Lazaro:  Cossa disèu, sior Bastian, de quei drapi, che st'anno xè vegnui fora dai mii teleri?

Bastian:  Stupendi: i me li ha magnai da le man. V'arecordeu quel raso con quei finti màrtori? Tutti lo credeva de Franza. I voleva fina scometter; ma per grazia del Cielo, roba forestiera in te la mia bottega no ghe ne vien.

Lazaro:  I me fa da rider! Che i ordena, e che i paga, e i vederà, se savemo far.

Alba: (butta via lo scaldapiedi e il tabarrin)

Domenica:  Coss'è?

Marta:  Cossa gh'àla?

Alba:  Me vien una fumana.

Momolo:  Com'èla? Saldi, sior'Alba; saldi, sior'Alba.

Alba:  Eh! andè via de qua; no me rompè la testa.

Momolo:  Me cavo: fogo in camin; me cavo.

Alba:  Son tutta in t'un'acqua.

Domenica:  Vorla despogiarse?

Alba:  Siora no.

Marta:  Vorla, che ghe metta un fazzoleto in te le spalle?

Alba:  Oh! giusto.

Lazaro:  Voleu gnente, fia?

Alba:  No voggio gnente.

Lazaro:  Voleu, che andemo a casa?

Alba:  La me favorissa el mio tabarin.

Domenica:  La toga.

Lazaro:  Andémo; le compatissa.

Alba:  Se la me dà licenza, voggio andar dessuso a véder sto drapo. (a Domenica)

Domenica:  Ghe xè passà?

Alba:  Me xè passà. Sior Momolo, la favorissa.

Momolo:  La comandi.

Alba:  El me compagna dessuso.

Momolo:  Volentiera.

Lazaro:  Ve compagnerò mi. (ad Alba)

Momolo:  Fermève. (a Lazaro) So qua a servirla. Benedeta la mia parona! Saldi, sior'Alba.

Alba:  Coss'è sto saldi?

Momolo:  Gnente. Saldi. Perché son debole de zonture.(parte con Alba)

SCENA DODICESIMA

Domenica, Marta, Bastian e Lazaro

Bastian:  (Se vede, che tutto el so mal la lo gh'ha in te la testa).

Domenica:  Via, che i vaga anca lori.

Bastian:  Eh! mi l'ho visto; so, che drapo, ch'el xè.

Domenica:  Che i vaga; che i vaga a trovar sior padre.

Bastian:  Coss'è? Vorle restar sole?

Domenica:  Sior sì; volemo restar sole.

Lazaro:  Andemo, sior Bastian. Se savessi! gh'ho sempre paura, che a mia muggier no ghe vegna mal!

Bastian:  Gh'avè una gran pazzenzia, compare!

Lazaro:  Cossa voleu far? La xè mia muggier.

Bastian:  Voleu, che mi v'insegna a varirla?

Lazaro:  Come?

Bastian:  Se ghe dise: Àstu mal? sta in casa. Anca sì, che ghe passa el dolor de stomego?

Lazaro:  No son bon; no gh'ho cuor; no me basta l'anemo. (parte)

Bastian:  To danno; gòditela donca, che bon pro te fazza. (parte)

SCENA TREDICESIMA

Domenica e Marta

Domenica:  Manco mal, che semo un pocheto sole. Gh'ho voggia de parlar con ela.

Marta:  Son qua, siora Domenica; cossa gh'àla da comandarme?

Domenica:  La diga: cossa intendévelo de dir sior Bastian, col parlava de sior Anzoletto?

Marta:  Mi no so in verità.

Domenica:  Eh! via, cara ela. La gh'ha pur dito, ch'el tasa.

Marta:  Ghe dirò, co la vol, che ghe diga la verità: ne xè stà dito, che sior Anzoleto gh'ha de la stima per ela; e che anca ela no lo vede mal volentiera.

Domenica:  Ghe xè mal per questo?

Marta:  Gnente; anzi in verità dasseno, ho dito co mio mario; el sarave un negozio a proposito per tutti do.

Domenica:  Anca mi, per parlarghe col cuor in man, ghe dirò, che sior Anzoletto, co l'occasion, ch'el vien qua da sior padre a portar i dessegni...

Marta:  Via. Cossa serve? Nualtri marcanti gh'avemo bisogno de' testori; i testori ha bisogno del dessegnador...

Domenica:  Siora sì. Co l'occasion, che 'l vien qua...

Marta:  Ho capio; i xè zoveni tutti do...

Domenica:  Ma gnente, sàla? No averemo dito trenta parole.

Marta:  Via!

Domenica:  El m'ha domandà, se gh'ho morosi.

Marta:  Bon!

Domenica:  El m'ha tratto un moto, se ghe tenderave.

Marta:  Gh'àla dito de sì?

Domenica:  Mai.

Marta:  Mo per cossa?

Domenica:  Oh! la vede ben. (con modestia)

Marta:  No so cossa dir.

Domenica:  La mistra Polonia, la tiraoro, la conóssela?

Marta:  La conosso.

Domenica:  Ela, védela, ela m'ha dito qualcossa.

Marta:  E ela gh'àla fatto dir gnente?

Domenica:  Gnente. S'avemo scritto una polizeta.

Marta:  Sì ben, sì ben. La gh'àla sta polizeta?

Domenica:  Siora sì. La vorla véder?

Marta:  Magari!

Domenica:  Adesso ghe la mostro.(si guarda in tasca)

Marta:  (Eh, sì ben. Trenta parole, e una polizeta xè quel, che basta).

Domenica:  Oh! xè qua la mistra Polonia. (ripone la carta)

Marta:  Gh'àla suggizion?

Domenica:  No vorave, che la disesse... Ghe la mostrerò un'altra volta.

SCENA QUATTORDICESIMA

Polonia col zendale sulle spalle, e dette

Polonia:  Patrone riverite.

Domenica:  Siora Polonia!

Marta:  Patrona, siora Polonia.

Domenica:  Sola sè?

Polonia:  M'ho fato compagnar da un zovene.

Domenica:  Coss'è, che me parè scalmanada?

Polonia:  Gnente, gnente. La lassa, che me cava el zendà.

Domenica:  Saveu, chi ghe xè dessuso?

Polonia:  Chi?

Domenica:  Sior Momolo.

Polonia:  El manganer?

Domenica:  Siora sì dasseno.

Polonia:  Uh! sìelo malignazo anca elo. Asti omeni no gh'è da creder; no gh'è da fidarse: i xè tutti compagni.

Domenica:  Disè: cossa xè stà?

Polonia:  La lassa, che me cava el zendà.(va a porre il zendale sul tavolino)

Marta:  Bisogna, che ghe sia nato qualcossa.

Domenica:  Sentiremo. Son curiosa anca mi.

Polonia:  Gh'ho da parlar. (a Domenica)

Domenica:  A mi?

Polonia:  A ela.

Domenica:  De cossa?

Polonia:  De un no so che.

Domenica:  Parlè, parlè liberamente. De siora Marta (la xè tanto bona) mi no gh'ho suggizion.

Marta:  Se le vol parlar in secreto, le se comoda pur.

Domenica:  Oh! giusto. Cossa gh'è? (a Polonia)

Polonia:  Gh'ho da parlar dell'amigo.

Domenica:  De sior Anzoletto?

Polonia:  Giusto de elo.

Domenica:  Mo via, parlè.

Polonia:  Sàla gnente, siora Marta? (a Domenica)

Domenica:  Parlè, ve digo; no abbiè suggizion.

Marta:  Per so grazia, la m'ha dito qualcossa.

Polonia:  Co l'è cussì donca, ghe conterò una bella novità.

Domenica:  Che xè mo?

Polonia:  Che xè? Che ho savesto de certo, e de seguro, che sior Anzoletto ha avù una lettera da Moscovia; che ghe xè dei testori italiani, che vol, che 'l vaga là a far el dessegnador.

Domenica:  Poveretta mi!

Marta:  E elo, cossa dìselo?

Polonia:  El va.

Marta:  El va?

Polonia:  Ma siora sì, lu, che 'l va.

Domenica:  Lo saveu de seguro?

Polonia:  Segurissimo.

Marta:  Come l'aveu savesto?

Polonia:  Che dirò... No vorave, che 'l me sentisse.

Domenica:  Eh! no v'indubitè, che nol ghe xè, no. E chi sa gnanca, se 'l vien.

Polonia:  Eh! el vien, el vien; e 'l pol esser poco lontan. Co ho passà el ponte de Canareggio, l'ho visto su la fondamenta in bottega de quel dal tabaco.

Domenica:  Disè, contème. (mortificata)

Polonia:  Ghe xè a Venezia una recamadora franzese, che vien da nu a tòr de l'oro per recamar, che la va in Moscovia anca ela, e la m'ha contà tutto, e la m'ha mostrà la lettera, dove che i ghe scrive de sior Anzoletto, e la m'ha anca dito, che la va in Moscovia con elo.

Domenica:  Come! Anca con una donna el va via?

Polonia:  Oh! la xè vecchia, sàla? La xè vecchia; la gh'averà più de sessant'anni. La xè madama Gatteau. La conóssela?

Domenica:  Sì, la conosso. Ho parlà con ela; la xè stada anca in casa mia.

Marta:  Mo ve digo mo ben la verità, che 'l me despiase assae, ma assae.

Domenica:  Eh! cara ela, la me 'l lassa dir a mi, che me despiase.

Marta:  Dasseno me despiase anca a mi; perché in materia de drapi, la sa, che ogni ano ghe vol de le novità; e lu, per dir quel che xè, per la nostra bottega, l'ha sempre trovà qualcossa che ha dà in tel genio all'universal.

Polonia:  Zito, zito; el xè qua.

Domenica:  Me vien voggia da darghe una strapazzada...

Polonia:  No, cara ela, no la fazza scene. No la diga gnente, che ghe l'abia dito mi.

Domenica:  Taserò fin che poderò.

Marta:  La me lassa parlar a mi. (siedono)

Polonia:  La prego de no me minzonar, per amor de quella vecchia recamadora; che se la savesse, che raccola, che la xè!

SCENA QUINDICESIMA

Anzoletto e dette; poi Cosmo

Anzoletto:  Patrone mie riverite.

Marta:  Patron.

Domenica:  (E co allegro, che 'l xè!)

Anzoletto:  Son qua anca mi a recever le grazie de siora Domenica, e de sior Zamaria.

Domenica:  Le mie no, la veda. Mi no despenso grazie a nissun.

Polonia:  (Xè impossibile, che la tasa).

Anzoletto:  Cossa gh'àla, siora Domenica?

Domenica:  Me dol la testa.

Anzoletto:  Me despiase ben.

Marta:  La mastega del reobarbaro, che 'l ghe farà ben. La manda alla spezieria; la procura de farse dar de quel de Moscovia. (a Domenica, con caricatura)

Anzoletto:  De Moscovia?

Marta:  Sior sì. No xè vero, che 'l meggio reobarbaro xè de quelo, che vien de Moscovia?

Anzoletto:  Mi no so. Mi no me n'intendo.

Polonia:  Che bon tabaco àlo tolto, sior Anzoleto?

Anzoletto:  Padoan. M'àla visto a comprarlo?

Polonia:  Sior sì. Che 'l me ne daga una presa.

Anzoletto:  M'ha parso anca a mi de véderla a trapassar. (dà il tabacco ecc.)

Polonia:  (Me pento adesso de aver parlà).

Anzoletto:  Comàndela? (offre tabacco a Domenica)

Domenica:  Grazie. No ghe ne togo. (con disprezzo)

Anzoletto:  Pazzenzia. E ela, comàndela? (a Marta)

Marta:  Ch'el diga: ghe n'àlo comprà assae de sto tabaco? (prendendo tabacco)

Anzoletto:  No la vede? Mez'onza.

Marta:  Credeva, che 'l ghe n'avesse comprà do, o tre lire.

Anzoletto:  Perché tanto?

Marta:  Credeva, che 'l s'avesse fatto la provision per el viazo.

Anzoletto:  Per el viazo?

Polonia:  Che 'l diga, sior Anzoleto...

Anzoletto:  La prego: de che viazo pàrlela? (a Marta)

Marta:  Eh! gnente; ho falà. Diseva de quel de la recamadora franzese.

Polonia:  (Porla tàser, in so tanta malora?)

Anzoletto:  Siora, capisso benissimo...

Domenica:  Eh! via, cara siora Marta, la tasa. I omeni xè paroni de la so libertà. Vorlo andar? che 'l vaga.

Anzoletto:  La me permetta...

Marta:  Ben, che 'l vaga. Nissun ghe lo pol impedir. Ma perché no dirlo almanco?

Anzoletto:  La prego...

Domenica:  Oh! questo po sì. Sperava anca mi, che 'l gh'avesse almanco tanta proprietà de farme sta confidenza.

Anzoletto:  Perméttele?...

Marta:  Bisogna véder...

Domenica:  La lassa, ch'el parla.

Marta:  Che 'l diga pur.

Polonia:  (Podeva pur anca mi aspettar a doman).

Anzoletto:  Ghe dirò. Xè vero, che ho una lettera de Moscovia, che là i me chiama a esercitarme in tel mio mestier. Xè vero, che la proposizion me convien; xè vero anca, che l'ho accettada. Ma xè vero altresì...

Marta:  Belo quel «altresì»; el scomenza a parlar forestier.

Anzoletto:  Tutto quelo, che la comanda. Parlerò venezian. Ma xè anca vero, che ancuo solamente ho risolto; e che prima de adesso no ghe lo podeva comunicar.

Marta:  Tutte chiaccole, che no val un bezzo.

Domenica:  Basta. Se per elo ha da esser ben, me consolo.

Anzoletto:  No so cossa dir. Sarà quel, che piaserà al Cielo.

Marta:  Sentì, fio caro; lassemo le burle da banda. Mi vorave, che fessi del ben. Ma finalmente, qua sè ben visto; e in Moscovia, no savè come che la ve possa andar.

Polonia:  De dia! No digo, che sior Anzoleto sia un cativo dessegnador. Ma che ghe sia in Moscovia sta carestia de dessegnadori, che i abbia de grazia de vegnirghene a cercar uno a Venezia?

Anzoletto:  Ghe dirò, patrona...

Cosmo:  Sior Anzoletto, che 'l vegna dessù dal patron, che 'l ghe vol parlar.

Anzoletto:  Vegno. Andè; disèghe, che vegno subito. (a Cosmo, che parte) Ghe dirò, se le me permette. Xè un pezzo, che i dessegni de sto paese piase, e incontra per tutto. Sia merito dei dessegnadori, o sia merito dei testori, i nostri drapi ha chiapà concetto. Xè andà via dei laoranti, e i xè stai ben accolti. Se gh'ha mandà dei dessegni, i ha avù del compatimento; ma no basta gnancora. Se vol provar, se una man italiana, dessegnando sul fatto, sul gusto dei Moscoviti, possa formar un misto, capace de piaser a le do nazion. La cossa no xè facile, ma no la xè gnanca impussibile. El mal grando xè questo, che i ha falà in te la scielta, che mi son l'infimo dessegnador, e che 'l progetto bellissimo xè in pericolo per causa mia. Ciò non ostante ho risolto d'andar. Chi sa? Son stà compatìo, senza merito, al mio paese; posso aver sta fortuna anca via de qua. Farò el mio dover. De questo me comprometto; l'ho sempre fatto, e procurerò sempre de farlo; e se la mia insuficienza no permetterà che sia applaudido in Moscovia le mie operazion; almanco cercherò d'imparar; tornerò qua con delle nove cognizion, con dei novi lumi, e provederò i mii testori, e servirò la mia patria, che ha sempre avudo per mi tanta clemenza e tanta benignità.(parte)

SCENA SEDICESIMA

Domenica, Marta e Polonia

Marta:  Respondèghe, se ve basta l'anemo.

Domenica:  El xè andà via, perché no ghe responda; ma ghe ne dirò tante, che spero, che no l'anderà.

Polonia:  Vorla, che ghe insegna, mi cossa che l'ha da far? La parla con quela vecchia recamadora; altri che ela no poderave trovar la strada de farlo restar.

Domenica:  Ghe parleria volentiera; ma la parla tanto poco italian, che stento a intenderla, che mai più.

Polonia:  Se stenta, ma se capisse. La fazza a mio modo, la parla con madama Gatteau.

Domenica:  Come poderàvio far a parlarghe?

Polonia:  Oe! la sta qua ai «do Ponti». Vago a véder, se de là ghe xè el putto, che m'ha compagnà; e se no, ghel digo a un dei so zoveni, e la mando a chiamar. Poverazza! la me fa peccà. I ghe dà speranza, e po, tolè suso. Omeni! Omeni! Son squasi in tel caso anca mi. Se la savesse! Basta, no digo altro. E po i dise de nu. Uh! che gh'avemo un cuor nu, che no fazzo per dir, ma semo proprio da imbalsamar.(parte)

SCENA DICIASSETTESIMA

Marta e Domenica

Marta:  Siora Domenica, cossa gh'àla intenzion de far?

Domenica:  No so gnanca mi.

Marta:  Ma pur?

Domenica:  Vorla, che andémo dessuso anca nu?

Marta:  Quel che la comanda.

Domenica:  La resta servida, che adessadesso vegno anca mi.

Marta:  Vorla restar qua?

Domenica:  Un pochetto. Se la me permette?

Marta:  La se comoda. (Ho capio; la se vol conseggiar da so posta. Che la varda de no far pezo. Ho sempre sentio a dir, che amor xè orbo; e chi se lassa menar da un orbo, va a pericolo de cascar in t'un fosso). (parte)

SCENA DICIOTTESIMA

Domenica sola

No so quala far. No voria, che l'andasse; ma no vorave gnanca esser causa mi, che 'l perdesse la so fortuna. Certo, za che se vede, che sta recamadora gh'ha corrispondenza in Moscovia, se poderia farghe parlar per qualchedun, e obligarla a scriver de là, che nol sa, che no l'è bon, che ghe n'è de meggio... E mi, che a Anzoleto ghe voggio ben; mi saria capace de farghe perder el so conceto? No, no sarà mai vero. Che 'l vaga, se l'ha d'andar; patirò, me despiaserà; ma pazzenzia. No faria sto torto né a lu, né a nissun, se credesse de deventar principessa. No, no certo; patir, crepar; ma rassegnarse al Cielo, e perder tutto, più tosto che far una mala azion. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Zamaria e Anzoletto

Zamaria:  Vegnì qua mo, sior Anzoleto.

Anzoletto:  Son qua a servirla, sior Zamaria.

Zamaria:  Com'èla, compare? Xè vero quel, che i dise? Xèla la verità, che andè via?

Anzoletto:  Sior sì, xè verissimo. Son chiamà in Moscovia.

Zamaria:  Seu mo veramente chiamà, o seu vu che ha brogià per andar?

Anzoletto:  V'assicuro, da omo d'onor, che mi a sta cossa no ghe pensava; ve posso mostrar le lettere. Le ha viste i mii patroni, i mii amici; e i fatti mii li sa tutto el mondo. E po, caro sior Zamaria, me crederessi cussì minchion, che, stando ben dove son, dove no me manca da laorar, volesse lassar el certo per l'incerto, e rischiar de precipitarme? Considerè un'altra cossa. I me paga i viazi. Co se cerca, co se prega, co se fa brogio, ve par a vu, che se possa sperar i viazi d'andar, e tornar?

Zamaria:  Fè conto de tornar donca.

Anzoletto:  Se el Cielo me lassa in vita, lo spero, lo desidero, e lo farò.

Zamaria:  No so cossa dir; andè che 'l Cielo ve benediga. Me despiase, che fin che stè via, no gh'averemo dei vostri dessegni.

Anzoletto:  E per questo? Manca in sto paese dei ottimi dessegnadori? Venezia no xè scarsa de bei talenti. In tutte le arte, in tutte le scienze la xè stada sempre felice; e adesso più che mai in ste lagune fiorisse i bei spiriti, e 'l bon gusto, e le novità. Per mi ho fatto troppo. Son stà più sofferto de quel, che merito.

Zamaria:  Mi no so gnente. Savè, che nualtri testori no semo boni da altro, che da eseguir; e no tocca a nu a giudicar. Ma gièrimo usai con vu. I mii teleri principalmente i giera provisti da vu, e la nostra roba incontrava, e i nostri aventori giera contenti.

Anzoletto:  Caro sior Zamaria, vu parlè con tropa bontà. De cento, e più dessegni, che ho fatto, qualchedun ghe n'è andà mal, e qualche volta avè butà la seda, l'oro, e l'arzento per causa mia.

Zamaria:  Mi no digo cussì. So, che i mii drapi laorai sui vostri dessegni, se no i ho smaltii a Venezia, i ho smaltii in terraferma; e se in qualcun ho descapità, m'ho reffatto sora la brocca con quelli, che xè andai ben.

Anzoletto:  Sièu benedeto! Vu sè un omo onesto. Vu sè un omo da ben. Ma ghe xè dei altri testori, che no parla cussì.

Zamaria:  Vegnì qua, sentì. No poderessi, fin che stè via, mandarme dei dessegni da dove che sè?

Anzoletto:  Perché no? Se ve compiasessi de comandarme, e se ve fidessi de mi, ve servirave con tutto el cuor.

Zamaria:  Sior sì; mandèghene, e non ve dubitè.

Anzoletto:  Ghe ne manderò.

Zamaria:  V'impegneu?

Anzoletto:  M'impegno.

Zamaria:  Me prometteu?

Anzoletto:  Ve prometto.

Zamaria:  Vardè ben, che su la vostra parola torò l'impegno coi mii aventori.

Anzoletto:  Gh'ho tanto respetto, e tante obligazion coi aventori de sta bottega, che sarave un ingrato, se trascurasse de corisponder a le finezze, che i m'ha praticà. Se vu disè dasseno; se volè, se ve preme, anca mi v'assicuro, no mancherò.

Zamaria:  Bravo, son contento; me fido de vu. No parlemo altro. Devertìmose, godémose in bona pase. Oe, zente, dove seu? Animo, vegnì de qua.

SCENA SECONDA

Tutti

Momolo:  Son qua, paron, comandè.

Zamaria:  E vu prima de tutti.

Momolo:  Son qua mi; capo de ballo mi.

Zamaria:  Adesso no se bala. Se balerà dopo cena. Che ora xè?

Momolo:  No so; ho lassà el reloggio dal reloggier.

Marta:  Xè tre ore, sior Zamaria.

Marta:  Tre, e do cinque. A cinqu'ore anderemo a cena. Via intanto, che i fazza qualcossa, che i se deverta. Presto, carte, luse, taolini.

Domenica:  (Gh'ho altra voggia mi, che zogar).

Zamaria:  Zoghemo a un zogo, che zoga tutti.

Alba:  Per mi, che i me lassa fora.

Zamaria:  Siora no; l'ha da zogar anca ela. (ad Alba)

Alba:  Mi no so zogar.

Lazaro:  Eh! sì, cara fia, che savè zogar. (ad Alba)

Alba:  No so, me stuffo, vago via co la testa; fazzo dei spropositi, e i cria, e mi co i cria, butto le carte in tola.

Marta:  Oh! via, a cossa se zoga? (a Domenica)

Domenica:  A quel, che i comanda lori. Mi za no zogo.

Marta:  Gnanca ela no zoga? Oh! bella. Donca lassemo star de zogar. (Ho capio; el reobarbaro gh'ha fatto mal).

Zamaria:  Oe, Domenica, xèstu matta? Coss'è ste scene?

Domenica:  Via, via; per no desgustar la compagnia, zogherò anca mi.

Marta:  A cossa podémio zogar?

Momolo:  La se ferma. Mi gh'ho in scarsela la facoltà de cinquanta soldi; se le vol, che li taggia, le servo.

Zamaria:  No, compare, in casa mia no se zoga a la basseta.

Bastian:  Zoghemo al mecante in fiera.

Marta:  Sior no, sior no. Mi me piase zogar co le carte in man.

Zamaria:  Dixè vu, compare Lazaro. Trovè un zogo, che piasa anca a vostra muggier.

Alba:  Mo se mi no zogo.

Zamaria:  Mo se mi vòi, che la zoga.

Lazaro:  Zoghemo a barba Valerio.

Polonia:  Oh! che zogo sempio che 'l trova fora. Più tosto po a la tondina.

Marta:  Ih! un zogo, che no fenisse mai. Vorli, che diga mi?

Zamaria:  Sì, la diga ela.

Marta:  Zoghemo a la meneghela.

Zamaria:  Sì, per diana. A la meneghela.

Marta:  In quanti sémio? Chi zoga?

Momolo:  Mi, per no me perder.

Alba:  Mi no seguro.

Zamaria:  Giusto mo vu, comare, avè da zogar per la prima. Zogherè con mi.

Alba:  Mo se mi no so.

Marta:  E elo, sior Zamaria, ghe ne sàlo?

Zamaria:  Mi sarà vint'ani che no ho zogà.

Marta:  Bisogna compagnar un che sa, e un che no sa. Via, la fazza ela, siora Domenica; la unissa ela i zogadori; da brava.

Domenica:  Mi no so, no gh'ho pratica; la fazza ela.

Marta:  Vorla, che fazza mi?

Domenica:  Sì, la me fa finezza.

Marta:  Sior'Alba...

Alba:  La me metta con uno, che ghe ne sappia, perché, prima mi no ghe ne so, e po me diol la testa, che la me va in pezzi.

Marta:  La zogherà con mio mario, che 'l xè bravo.

Bastian:  (Cospetto! M'àla fatto un bel regalo mia muggier!)

Marta:  Sior Momolo zogherà co siora Eleneta.

Elenetta:  Siora?

Marta:  La zogherà co sior Momolo.

Elenetta:  Mi no, la veda.

Momolo:  La me refuda

Marta:  Via, via, ho inteso. La zogherà co so mario.

Momolo:  La se ferma. Son qua; chi me vol? Son reffudà. I bocconi reffudai xè meggio dei altri.

Marta:  Vu zogherè con siora Polonia.

Polonia:  No lo voggio.

Momolo:  Chi no me vol, no me merita.

Polonia:  Varè, che fusto!

Marta:  Via, via, destrighémose, che vien tardi. L'è dita. Siora Polonia, e sior Momolo. Mi zogherò co sior Lazaro, e siora Domenica co sior Anzoleto.

Anzoletto:  (Sì ben; sto incontro lo desiderava). (si accosta)

Domenica:  No, cara siora Marta, mi la me lassa fora.

Zamaria:  Coss'è? Farastu anca ti de le putelae?

Domenica:  Mi ho da tender de là.

Zamaria:  Ghe tenderò mi.

Marta:  Aponto. Nol gh'ha compagno, sior Zamaria?

Zamaria:  Mi no m'importa; che i zoghi loro. Za mi no so, e po anca ghe vedo poco. Animo, la taolada xè fatta. Putti, portè de qua quela tola longa, e delle carieghe. Portè un mazzo de carte, e un piatelo.(i giovani portano tutto) Gh'àli soldoni? Gh'àli bisogno de soldoni?

Agustin:  (Sior santolo, caro elo, el me impresta un da vinti).

Zamaria:  (Coss'è, fiozzo? No gh'avè bezzi?)

Agustin:  (Sior no; mia muggier no voi, che porta bezzi in scarsella).

Zamaria:  Oe, fiozza. (ad Elena)

Elenetta:  Sior. (a Zamaria)

Zamaria:  (Che diavolo de vergogna! Gnanca vinti soldi in scarsella no volè, che gh'abbia vostro mario?) (ad Elena)

Elenetta:  (Eh! caro sior; coi omeni gh'ha dei bezzi in scarsela, no se sa, che occasion, che ghe possa vegnir). (a Zamaria)

Zamaria:  (Da una banda no la gh'ha gnanca torto. Digo ben, che xè assae, che Agustin ghe staga). (Tolè, fiozzo, queste xè tre lire).

Agustin:  (Cossa vorlo, che fazza de tanti bezzi?)

Zamaria:  (Podè perder anca de più).

Agustin:  (Oh! mi no perdo più de un da vinti).

Marta:  Animo, patroni. Tutti ai so posti.

(Si dispongono tutti a sedere. Domenica in principio della tavola; poi Anzoletto, poi Marta, poi Lazaro, poi Alba, poi Bastian, poi Elena, poi Agostino, poi Polonia, poi Momolo)

Anzoletto:  (Gh'ho ben piacer de aver l'onor de zogar con ela. La fortuna m'ha volesto beneficar). (a Domenica)

Domenica:  (Eh! via, caro sior, ch'el vaga a burlar in qualche altro logo). (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (La me permetta, che me possa giustificar).

Domenica:  (Zitto, zitto; za che mio padre no ha savesto gnente fin adesso, no voggio, che 'l se n'incorza, e che 'l m'abbia da criar senza sugo).(siedono ai loro posti)

Marta:  Mettemo suso do soldi per omo. Semo in diese; do fia diese vinti. La prima carta tira sette. La segonda sie, perché se lassa el soldo dell'invido; e in ultima resta sette. (tutti pongono il loro soldo nel tondino)

Anzoletto:  (Ghe vòi più ben de quelo, che la se imagina).(a Domenica)

Domenica:  (Eh! caro sior, s'el me volesse ben, no l'anderave in Moscovia).(ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Ma la prego de considerar...)

Domenica:  (Zitto, zitto, ch'el tasa).

Polonia:  La diga, siora Domenica. M'imagino, che faremo l'invido ligà.

Domenica:  Per mi, quel, che la comanda.

Polonia:  Che no se passa un traero.

Marta:  Oh! per un traero no se pol far cazzade! Cossa dìsela ela?

Alba:  Che i fazza pur quel, che i vol. (a Marta) Me casca i occhi da sonno.(a Bastian)

Bastian:  (Stago fresco! M'ha toccà una bona compagna).

Marta:  (dando le carte per veder a chi tocca) Mi diria, che se podesse invidar almanco do traeri.

Agustin:  Mi no voggio che se invida più de do soldi.

Marta:  Tanto fa, che lassemo star.

Zamaria:  Via, fiozzo, no siè cussì spilorza. Co se ghe xè, se ghe sta.

Elenetta:  Ben; co avemo perso un da vinti, no zoghemo altro.

Zamaria:  Gh'aveu paura? Zoghè per mi.

Elenetta:  Eh! sior no; zogheremo per nu.

Marta:  Oh! tocca a far le carte a siora Polonia. (passano il mazzo a Polonia)

Zamaria: (va girando dietro le sedie, e guarda coll'occhialetto)

Momolo:  Vorla, che le fazza mi per ela? (a Polonia)

Polonia:  Eh! sior no, le so far anca mi. (a Momolo) Se fa lissìa? (mescolando le carte)

Marta:  Siora sì. No vorla?

Zamaria:  Via, da bravi, e fè de le bele cazzade.

Bastian:  Sior'Alba gh'ha sonno. La me darà licenza, che parla qualche volta con ela.(a Elena)

Elenetta:  (Eh! sior no; che 'l tenda a la so compagna). (a Bastian)

Bastian:  (Mo via, no la sia cussì cattiva). (a Elena)

Agustin:  (Cossa te dìselo?) (a Elena)

Elenetta:  (Se ti savessi! el me fa una rabia!...) (a Agostino)

Agustin:  (Vien qua da mi, che mi vegnirò là). (Agostino ed Elena si mutano di posto)

Bastian:  (Mo che razza de zente).

Zamaria:  Coss'è? Coss'è ste muanze? (ad Agostino e ad Elena)

Agustin:  Oh! védelo? Mi bisogna, che regola el zogo; de là no podeva, e qua son a bona man.

Marta:  (Mo che scempiezzi!)

Zamaria:  Putto, fè a modo mio. Stè a casa, no andè in nissun logo, perché al tempo d'ancuo, i ve tacherà i moccoli drio. (ad Agostino, e parte)

SCENA TERZA

Tutti, fuori di Zamaria

Polonia:  Alzè.

Momolo:  Se almanco alzasse la meneghela. (alzando)Dèmele bone, che son bon anca mi. (a Polonia)

Polonia:  (Sì, sì, sior baron). (dando fuori le carte, che si fanno passare di mano in mano)

Momolo:  (Mo via, che sè la mia cara colona). (a Polonia)

Polonia:  (No ve credo una maledetta). (a Momolo)

Momolo:  (Mettème a la prova, e vederè, se digo la verità). (a Polonia)

Polonia:  (Ben, ben. Vederemo). (a Momolo, facendo lissìa)

Elenetta:  Mo che carte, che la n'ha dà; se pol far pezo?

Domenica:  (Mi no gh'ho gnente; tanto fa, che le butta a monte).(ad Anzoletto)

Anzoletto:  (No, no; la tegna le carte in man. Vardando le carte, se pol dir qualche paroleta).(a Domenica)

Domenica:  (Cossa serve parlar? Le xè parole buttade via). (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Me preme de dirghe le mie rason). (a Domenica)

Elenetta:  El re de bastoni. (giuocando) Buttè zo quela. (ad Agostino)

Agustin:  Sior no; questa.

Elenetta:  E mi voggio questa. (leva una carte delle tre di Agostino e la butta in tavola)

Bastian:  (dà giù la sua carta) Via, la responda. (ad Alba)

Alba:  Cossa òggio da responder?

Bastian:  No la vede? Bastoni.

Alba:  Quala òggio da dar?

Bastian:  Mo via. L'asso. (le fa dar giù l'asso di bastoni)

Elenetta:  Sia malignazo! Subito l'asso. (tutti gettano la loro carta in tavola)

Marta:  (Che 'l tegna su le so carte. Vorlo, che i ghe veda la meneghela?) (a Lazaro, piano)

Lazaro:  (Eh no gh'è pericolo, che nissun me la veda). (piano a Maria)

Bastian:  Via, la zoga.

Alba:  Cossa òi da zogar? (ad Alba)

Bastian:  Quel fante.

Alba:  Qual fante?

Bastian:  Mo quelo, quelo. No la ghe vede? (con impazienza)

Alba:  Mi deboto buto le carte in tola.

Bastian:  Mo no la vaga in colera. El fante de danari. (giuocando la carta di sior'Alba)

Lazaro:  Ve sentìu gnente? (ad Alba, giuocando, e si lascia veder le carte)

Alba:  Gnente. (a Lazaro) (Oe, mio mario gh'ha la meneghela). (piano a Bastian, ridendo)

Marta:  Vorlo tegnir su le so carte? (a Lazaro)

Polonia:  Coss'è, patroni, gh'àli la meneghela? (a Marta e a Lazaro)

Marta:  Eh! gh'avemo dei totani.(rispondendo per sé e per Lazaro)

Anzoletto:  Danari no ghe n'avemo.(rispondendo)

Domenica:  (Sti maledetti danari xè queli, che lo fa andar via). (ad Anzoletto, rispondendo colla carta)

Anzoletto:  (No solamente i danari, ma anca un pocheto de onor). (a Domenica)

Momolo:  El cavalo, saràvelo bon? (giuocando)

Elenetta:  Sior no; gh'avemo el re. (giuocando)

Bastian:  E mi l'asso.

Elenetta:  Sì! i gh'ha tutti i assi del mondo.

Bastian:  Tiremo tredese soldi; e quel soldo chi vol véder la mia carta. (tira i soldi dal piatto)

Marta:  Nualtri un soldeto per omo. (mettono due soldi in piatto)

Anzoletto:  Nu no volemo gnente.

Momolo:  Un soldeto mi.

Polonia:  Eh! no, caro vu, che i gh'ha la meneghela.(a Momolo)

Momolo:  Vedémola.

Polonia:  Mi no voggio.

Momolo:  Co no volè, sè parona. Co una donna dise no voggio, me rendo subito.

Marta:  Gh'è altri, che voggia gnente?

Agustin:  Mi un soldo.

Elenetta:  Sior no.

Agustin:  Un soldo!

Elenetta:  Sparagnémolo.

Marta:  E lori, vorli gnente? (a Bastian e ad Alba)

Bastian:  Gnente a sto mondo.

Marta:  Vostro danno. Vedeu? V'avè fatto cognosser che la gh'avè. (a Lazaro, tirando il piatto)

Lazaro:  Mi? Come? (tutti mettono di nuovo i loro due soldi nel tondo, fuori di Domenica e Anzoletto, perché parlano e non badano)

Marta:  Eh! sì, sì, careto; no stè ben a rente vostra muggier.

Alba:  Poverazzo! el xè de bon cuor mio mario.(ridendo)

Marta:  Tocca a far le carte a sior'Elenetta. (dà le carte ad Elena) Via, chi manca a metter su?

Anzoletto:  Mancheremo nualtri. (prende i quattro soldi)

Marta:  (Mo i compatisso, poverazzi!)

Anzoletto:  (Se la savesse, quanto che me despiase).(a Domenica)

Domenica:  (De cossa?)

Anzoletto:  (De doverla lassar). (mettendo i soldi nel piatto)

Domenica:  (Busiaro!) (ad Anzoletto)

Elenetta:  Che la leva. (a Polonia, dandole le carte perché alzi)

Marta:  (Siora Domenica, come vàla?) (a Domenica)

Domenica:  (Qua no se sente altro, che de le busie). (a Marta)

Marta:  (Se sè un putto civil, tratè almanco con sincerità). (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Per farghe véder, che no son busiaro, ghe farà una proposizion). (a Domenica, che senta anche Marta)

Domenica:  (Che xè?)

Anzoletto:  (Vorla vegnir in Moscovia con mi?) (come sopra)

Marta:  (Sì ben, che l'accetta. Nol dise mal). (a Domenica)

Domenica:  (Come?) (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Col consenso de so sior padre). (come sopra)

Marta:  (Se gh'intende). (a Domenica)

Domenica:  (Sposai?) (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (No vorla?) (come sopra)

Marta:  (Bravo, bravo dasseno). (ad Anzoletto, rimettendosi al giuoco)

Agustin:  Spade, che la vegna. (giuocando)

Domenica:  Spade? Chi zoga spade? (con allegria)

Agustin:  Mi; el cinque de spade.

Domenica:  E mi el cavalo. (allegra butta giù la carta)

Marta:  L'aspetta, che no tocca a ela. (a Domenica) (Adesso la se confonde per l'allegrezza). Via a lori. (a Bastian e ad Alba)

Bastian:  El re. (dando giù la carta) A ela, la responda. (ad Alba)

Alba:  Son stuffa. (rispondendo con disprezzo)

Bastian:  (Anca mi).

Marta:  Mi ghe metto l'asso; ma ghe scometto, che vien fora la meneghella. (dà giù la carta)

Domenica:  Via, che 'l responda. (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Me preme, che la me responda ela). (a Domenica, giuocando)

Domenica:  (Ghe responderò). (ad Anzoletto)

Elenetta:  Presto, che i se destriga. (a Momolo e Polonia)

Polonia:  Cossa serve? (risponde)

Momolo:  Vienla? (ad Elena, rispondendo)

Elenetta:  Vèla qua. (dà giù la meneghella con allegrezza)

Momolo:  Cara culìa!

Agustin:  Che i la paga. (con allegria)

Marta:  Xèla sforzada?

Elenetta:  Siora sì. (raccoglie i soldi) Tirè sette soldi. (ad Agostino che li tira dal piatto) Coppe, el sette. (giuoca)

Agustin:  El re. (giuoca)

Bastian:  No tiremo mai. (giuoca)

Alba:  Me vien l'accidia. (giuoca, e si tocca la testa)

Marta:  No ghe n'ho coppe. (giuoca) Via el traga zo quel baston. (a Lazaro)

Domenica:  (Se mio padre volesse...) (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Se podemo provar). (a Domenica)

Marta:  Via, che i responda. (a Domenica e ad Anzoletto)

Domenica:  Cossa zógheli?

Marta:  Coppe.

Domenica:  Cossa gh'è de coppe?

Elenetta:  El re. No la vede?

Domenica:  Ghe n'avémio nu coppe? Ah! sì, l'asso. (giuoca, e poi parla piano ad Anzoletto)

Elenetta:  Malignazzo! e tanto la sta?

Marta:  (Mi la compatisso).

Momolo:  Bon pro ve fazza, compare Anzoleto. (forte ad Anzoletto)

Anzoletto:  De cossa?

Momolo:  Eh! gnente; de quel asso de coppe, che avè zogà.

Domenica:  Xela nostra?

Polonia:  No vorla? El xè l'asso, e xè zoso la meneghela.

Domenica:  La meneghela  xè zo? Aspettè. Tutti quei bezzi chi vol véder la mia carta.

Polonia:  Ih! ih! (meravigliandosi)

Elenetta:  Sior no, sior no.

Domenica:  Ben. Chi no vol, vaga via.

Polonia:  A monte, a monte. (a Momolo)

Momolo:  Mi mo la vederia volentiera.

Polonia:  E mi no.

Momolo:  Ghe scometto, che la xè una bulada in credenza.

Polonia:  Voleu véderla? Soddisfève.

Momolo:  Cossa dìsela ela colla so prudenza? (ad Elenetta)

Elenetta:  Mi? che 'l fazza el so zogo. (a Momolo, ruvidamente)

Momolo:  Mo via, no la me tratta mal, che son una persona civil.

Agustin:  La fenìmio, sior Momolo?

Momolo:  Fermève. Quanto àli dito su la so carta?

Domenica:  Sette soldi, seu sordo?

Momolo:  Mora l'avarizia, e crepa la gnagnera: sette soldi. (mette i soldi in piatto)

Domenica:  Che xè altri?

Agustin:  Ghe semo nu.

Marta:  E nu gnente. (getta via le carte)

Elenetta:  Oh! figurève, se vòi buttar via sette soldi. Dè qua, dè qua.(prende le carte di Agostino e le butta a monte)

Agustin:  Mo via, siora, seu patrona vu? (a Elena)

Elenetta:  Mi la voggio cussì. (ad Agostino)

Agustin:  Debotto, debotto...

Elenetta:  Coss'è sto debotto?

Agustin:  Insolente.

Elenetta:  Musso.

Momolo:  Le se ferma.

Marta:  Mo no fali stomego? (a Lazaro, parlando di Agostino e di Elena)

Domenica:  Via, ghe xè altri?

Bastian:  Vorla, che i mettemo? (ad Alba)

Alba:  Cossa?

Bastian:  Sti sette soldi?

Alba:  Per mi, che 'l ghe ne metta anca trenta, cossa m'importa?

Bastian:  Mo la zoga molto de gusto! Ecco qua sette soldi. (li mette)

Domenica:  Questo xè el fante de danari. (scopre la carta)

Agustin:  Vedeu, siora? (ad Elena)

Elenetta:  E cussì?

Agustin:  Col re la m'ha fatto andar via.

Elenetta:  Chi se podeva imaginar, che co una strazza de carta la andasse a invidar sette soldi? Se vede, che la gh'ha dei bezzi da buttar via.

Domenica:  Cara siora, se zoga; se fa per tegnir el zogo in viva. No gh'avemo bezzi da buttar via; ma no semo gnanca spilorzi.

Momolo:  La se ferma. Su quel fante altri diese soldetti

Bastian:  Vorla, che ghe tegnimo? (ad Alba)

Alba:  A mi el me domanda? Co sto sussuro me va atorno la testa che no ghe vedo.

Bastian:  Son qua mi con diese soldetti.

Momolo:  Cossa dìsela ela? (a Domenica)

Domenica:  Per mi, no vòi altro.

Momolo:  Questo qua xè el lustrissimo sior cavalo.

Bastian:  Altri diese soldetti su quel lustrissimo sior cavalo. (li mette in piatto)

Momolo:  El re xè a monte; la meneghela  xè zoso; no gh'è altro, che l'asso. O l'asso, o una cazzada. A Momolo manganer cazzae no se ghe ne fa. Son qua, diese soldi, compare Bastian.

Bastian:  Aspettè; avanti che i mettè suso, voleu, che spartimo?

Momolo:  No, compare, o tutti vostri, o tutti mii. (li mette)

Bastian:  Co l'è cussì, tirèveli.

Momolo:  Grazie. (vuol tirare il piatto)

Bastian:  Fermève. Questo xè l'asso, compare.

Momolo:  Tegnìme la testa, tegnìme la testa.

Elenetta:  Védistu? (ad Agostino)

Agustin:  Ti gh'ha rason. (ad Elena)

Bastian:  Tiremo sto piatelo. (tira il piatto)

Alba:  Xèli tutti nostri?

Bastian:  Tutti nostri.

Alba:  Tutti nostri?

Bastian:  Tutti nostri.

Alba:  Oh! bravo sior Bastian, bravo sior Bastian, bravo sior Bastian. (ridendo)

Marta:  Vedeu? Questo xè un bel incontro. Nu de ste fortune no ghe n'avemo. (a Lazaro)

Lazaro:  Gh'ho gusto, che mia muggier se diverta. Àla sentio, come che l'ha ridesto?

Marta:  Vardè, vedè! Fè sbarar i mascoli per sta bela cossa. Oh! via, che i metta suso, patroni. Tocca a far le carte a sior Agustin. (Agostino mescola le carte, e tutti mettono)

Domenica:  (Caro sior Anzoleto, saria troppo felice, se succedesse sta cossa!)

Anzoletto:  (Se sior Zamaria se contenta, mi la gh'ho per fatibile).

Domenica:  Mettemo suso.

Anzoletto:  Son qua mi. (Se la vol, mi ghe parlerò). (a Domenica)

Domenica:  (Magari!)

Agustin:  Alza, via, da brava, alza la meneghela. (ad Elena)

Elenetta:  Vèla qua, vèla qua. (alza la meneghella)

Agustin:  El piato, el piato. (tira il piatto, e passa le carte a Bastian)

Momolo:  Brava, me consolo con ela. (ad Elena)

Polonia:  (Ghe scometto, che so mario ha fatto qualche fufigna per far alzar la meneghela). (a Momolo)

Momolo:  (Sì, ho visto tutto; la meneghela giera fora del mazzo). (a Polonia)

Marta:  Animo, patroni. Bisogna tornar a metter suso.

Anzoletto:  (Subito, che s'ha fenio de zogar, mi ghe parlo).

Domenica:  (Se savesse, come far a fenir). (mettono i denari nel tondo)

Bastian:  Via, da bravo, alzèla anca vu. (ad Agostino, dandogli da alzare)

Agustin:  Eh! sior no. (Basta una volta). (alza)

Bastian: (dà fuori le carte)

SCENA QUARTA

Zamaria e detti

Zamaria:  Come vàla? (a Domenica)

Domenica:  Eh! la va ben.(con allegria)

Zamaria:  Vadagneu? (a Domenica)

Domenica:  Ho speranza de vadagnar. (guardando Anzoletto)

Anzoletto:  Cussì spero anca mi. (guardando Domenica)

Zamaria:  E qua, come vàla? (a Lazaro e Marta)

Lazaro:  Ben, sior compare.

Marta:  Ben disè? Se perdemo.

Lazaro:  Oe, mia muggier xè de bona voggia.(a Zamaria)

Zamaria:  Sì? Me consolo. Come vàla, siora comare? (ad Alba)

Alba:  Oimei; che odor gh'àlo intorno, sior compare?

Zamaria:  Pol esser, che me sapia le man da nosa muschiada.

Alba:  Oh! che 'l vaga via, che no posso soffrir sta spuzza.

Zamaria:  Spuzza, ghe disè?

Alba:  Che 'l vaga via, che debotto me vien mal.

Lazaro:  Mo, andè via, caro sior compare. (alzandosi un poco)

Zamaria:  Ih! ih! cossa gh'òggio intorno? El contagio? E qua come xèla? (a Momolo)

Momolo:  Mi son el tipo del delirio. Sfortunà al zogo; sfortunà in amor. Chi me scazza, chi me brontola, chi me cria; all'ultima de le ultime, fazzo conto, che anderò in Moscovia anca mi.

Polonia:  Cossa andereu a far in Moscovia?

Momolo:  A impastar el caviaro.

Zamaria:  Oh! che caro matto.(va del bello girando dietro le sedie)

Marta:  Oh! via, a chi tocca a zogar?

Bastian:  Aspettè, che fazza la mia lissìa.(fa la scelta delle carte)

Domenica:  (Se 'l savesse! gh'ho una paura, che 'l diga de no mio padre, che tremo).(ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Crédela, che a mi nol me la voggia dar?)

Domenica:  (Se 'l stasse a Venezia, no gh'averia nissun dubbio; ma andando via, nol gh'ha altro, che mi; e so che l'ha dito cento volte, che lontana da elo, nol vol assolutamente, che vaga).

Anzoletto:  (Questa la me despiaserave infinitamente).

Zamaria: (arriva sopra la sedia di Domenica, senza ch'ella se ne accorga)

Domenica:  (E per questo s'avemio da abandonar?) (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Mi no me perdo de coragio cussì per poco). (a Domenica)

Zamaria:  (Che interessi gh'àli sti siori?)

Bastian:  Via, che la zoga quel asso. (ad Alba)

Alba:  L'asso de coppe. (giuocando)

Domenica:  Oh! qua el xè? (a Zamaria scoprendolo, mortificata)

Zamaria:  De cossa se descorre, patroni?

Domenica:  Consegiévimo le nostre carte.

Zamaria:  E cossa parlèvi de abandonar?

Domenica:  De abandonar?

Anzoletto:  Sior sì; ghe par a elo, che queste sia carte da abandonar? Ghe par a elo, che qua no se possa chiapar? La voleva buttar via le so carte; no, digo mi, tegnìmole suso. Mi no me perdo de coragio per cussì poco.

Zamaria:  Sì ben; se i zoga qua, se ghe dà questa, e co st'altra se pol far zogo.

Bastian:  A proposito de abandonar, aveu savesto sior Zamaria, che sior Anzoleto ne abandona?

Zamaria:  Sior sì, l'ho savesto; ma el m'ha anca promesso, che 'l me manderà dei dessegni; n'è vero, fio mio?

Anzoletto:  Sior sì, ho promesso, e li manderè.

Bastian:  Caro sior Anzoleto, co andè via vu, cossa serve, che mandè i dessegni? Co no sè vu assistente al teler, credeu che i testori possa redur i drappi segondo la vostra intenzion?

Anzoletto:  Caro sior Bastian, la perdona. La fa torto, a dir cussì, a persone che gh'ha la pratica, che gh'ha esperienza, e che gh'ha abilità. Xè tanti anni, che i laora sui mii dessegni, che oramai i gh'ha poco bisogno de mi. Per maggior cautela, farò i dessegni più sminuzzadi, con tutti quei chiari, e scuri, e con tutti quei ombrizamenti, che sarà necessari. Minierò le carte; ghe sarà su i colori. No la s'indubita; gh'ho tanta speranza, che i aventori sarà contenti; e che 'l so servitor Anzoleto no ghe sarà desutile gnanca lontan.

Bastian:  Cossa disèu, sior Lazaro? Seu persuaso?

Lazaro:  Mi sì, che 'l manda pur, e che nol se dubita gnente.

Zamaria:  E po, cossa serve? No dìselo, che 'l tornerà?

Bastian:  Oh! mi mo credo, che nol torna altro,

Anzoletto:  Per cossa crédelo, che non abbia più da tornar?

Zamaria:  Che i zoga, che i zoga, che co i averà fenio de zogar, parleremo. Gh'ho una cossa in mente. Chi sa? Co se vol, che 'l torna, so mi quel, che ghe vol per farlo tornar. Via, che i se destriga, che debotto xè ora da andar a cena.

Bastian:  Nu gh'avemo in tola l'asso de coppe. (tutti rispondono) La zoga quel, che la vol. Quel diese de bastoni. (Ad Alba. Tira i sette soldi)

SCENA QUINTA

Cosmo  e detti

Cosmo:  Siora Polonia, xè qua una franzese, che la domanda ela.

Polonia:  Dasseno? (Me despiase, che semo qua).

Zamaria:  Chi èla sta franzese, che ve domanda? (a Polonia)

Polonia:  La sarà madama Gatteau, la recamadora.

Zamaria:  Sì, la cognosso. Se volè, fela vegnir avanti.

Anzoletto:  (Madama Gatteau!) (a Domenica)

Domenica:  (Sior sì, ghe conterò tutto). (ad Anzoletto)

Polonia:  Via; za che sior Zamaria se contenta, disèghe, che la resta servida.(a Cosmo)

Cosmo:  Benissimo. (La par la marantega vestia da festa). (parte)

SCENA SESTA

Madama Gatteau e detti

Madama:  Messieurs, mesdames. J'ai l'honneur de vous saluer. (fa riverenza a tutti)

Zamaria:  Madama, la reverisso.

Madama:  Votre servante, monsieur.

Anzoletto:  Servo, madama Gatteau.

Madama:  Bon soir, mon cher Anjoletto.(riverenza amorosa)

Polonia:  Madama Gatteau.(chiamandola)

Madama:  Me voici, madamoiselle. (fa riverenza a tutti, e passa vicino a Polonia)

Alba: (si agita, fa dei contorcimenti)

Momolo:  Forti. Com'èla? (verso sior'Alba, alzandosi)

Marta:  Coss'è? Cossa gh'àla? (ad Alba)

Bastian:  Ghe vien le fumane? (ad Alba)

Lazaro:  Cossa gh'aveu, fia mia?

Alba:  Ho sentio un odor, che me fa morir. (come sopra)

Marta:  Anca mi ho sentio qualcossa, ma no capisso.

Momolo:  Lavanda, sampareglie, odori che consola el cuor.

Bastian:  Odori de madama Gatteau.

Lazaro:  Sia maledìo sti odori.

Alba:  Me vien mal.

Momolo:  Fermève, che so qua mi. (s'alza)

Zamaria:  Presto, va là, agiùtila. No ti vedi? (a Domenica)

Domenica:  (Cossa vorlo? Che impianta qua madama Gatteau? Le xè tante). (a Zamaria)

Marta:  La vegna qua, sior'Elena, la me daga una man.

Elenetta:  Son qua. Poveretta! la me fa peccà.

Domenica:  Siora Polonia, cara fia, menèla in te la mia camera. (a Polonia)

Polonia:  Siora sì, volentiera. (Sia malignazo sti muri de meza piera). (Polonia e Marta conducono via sior'Alba)

Momolo:  Aséo, bulgaro, assa fetida, pezza brusada; presto, miedego, chirurgo, spizier. Mi vago intanto a darme una scaldadina. (parte)

Lazaro:  Caro sior Zamaria, che 'l vegna de là con mi.

Zamaria:  No ghe xè tre done?

Lazaro:  Se bisognasse mandar a chiamar qualchedun.

Zamaria:  Podè andar anca va, se bisogna.

Lazaro:  Mi no gh'ho cuor de abandonar mia muggier. (parte)

Zamaria:  Anca mi gh'ho qualcossa da far.

Bastian:  Anderò mi, sior Zamaria, anderò mi. Cara madama, con quei vostri odori...

Madama:  Pardonnez-moi, monsieur. Je n'ai pas de mauvaises odeurs.

Bastian:  Pardonnez-moi, madame; vous avez des odeurs détestables. (parte)

Madama:  Fy donc, fy donc.

Agustin:  (Dove che xè mia muggier, ghe posso andar anca mi). (in atto di partire)

Zamaria:  Dove andeu, fiozzo?

Agustin:  Vago de là un pocheto.

Zamaria:  Aveu paura, che i ve magna vostra muggier?

Agustin:  Oh! giusto; vago cussì, per véder se bisognasse qualcossa. (va via correndo)

Zamaria:  Mo el xè ridicolo quel, che sta ben.

Anzoletto:  (Sior Zamaria; za che gh'avemo sto poco de tempo, se me dè licenza, ve vorave parlar).

Zamaria:  Sior sì, volentiera; vegnì de là con mi. (parte)

Anzoletto:  Prego el Cielo, che nol me diga de no. Quella povera putta me despiaserave tropo a lassarla. (parte)

SCENA SETTIMA

Domenica e Madama Gatteau

Domenica:  Ve prego de compatir, madama, se siora Polonia, per causa mia, v'ha mandà a incomodar.

Madama:  C'est un honneur pour moi. (riverenza)

Domenica:  Mo fème el servizio de parlar italian.

Madama:  Io so poco parlare, poco.

Domenica:  Eh! che parlè benissimo.

Madama:  Vous êtes bien bonne, mademoiselle. (riverenza)

Domenica:  Disème, cara madama; sior Anzoleto dessegnador xèlo veramente impegnà d'andar in Moscovia?

Madama:  Oui, mademoiselle, il est engagé, très engagé.

Domenica:  E gh'avè d'andar anca vu?

Madama:  Oui, mademoiselle. Nous irons ensemble. Il y aura une voiture à nous deux.

Domenica:  Mo fème el servizio de parlar italian.

Madama:  Alons toujours italiano; parlare sempre italiano.

Domenica:  Disème, cara madama; se 'l menasse con elo una zovene, no l'anderave in sedia con vu? (scherzando)

Madama:  Ah fy, mademoiselle! Me connoissez-vous bien? Je suis honnête femme, et en outre... e oltre questo, come potrebbe esser possibile, ch'io vedessi altra femmina con Anjoletto, qui est mon cher ami, mon cher amour, mon mignon?

Domenica:  Come! sè innamorada de sior Anzoleto? (con maraviglia)

Madama:  Hélas! mademoiselle, je ne vous le cacherai pas.

Domenica:  (Oh! vecchia del diavolo. Squasi squasi me l'ho imaginada. Ma, grazie al Cielo, no la me dà zelosia). Lo sàlo elo, che ghe sè inamorada?

Madama:  Mademoiselle; pas encore tout affait.

Domenica:  Perché no ghe l'aveu dito?

Madama:  Ah! la pudeur... Come voi dite? Il rossore me lo ha impedito.

Domenica:  Seu ancora da maridar?

Madama:  Non, mademoiselle. Io ho avuto trois mariti.

Domenica:  E ve xè restà ancora la pudeur?

Madama:  Oui, per la grazia du Ciel.

Domenica:  E andar con elo da sola a solo da Venezia fin a Moscovia, no patiria gnente la pudeur?

Madama:  Io son sicura della mia virtù.

Domenica:  Sì, per la vostra virtù, e anca un pocheto per la vostra età.

Madama:  Pour mon âge? Pour mon âge, vous dites, mademoiselle? Quanti anni mi donate voi?

Domenica:  Mi no saveria; no vorave dir un sproposito. Sessanta? (per farghe grazia).

Madama:  Beaucoup moins, beaucoup moins.

Domenica:  Come? Cossa disèu?

Madama:  Molto meno, molto meno.

Domenica:  Cinquanta?

Madama:  Molto meno.

Domenica:  Quaranta?

Madama:  Un poco meno.

Domenica:  Bisogna dir, madama, che le donne al vostro paese, de tre mesi le parla, de tre ani le se marida, de vinti ani le sia vecchie, e de quaranta decrepite.

Madama:  Vous vous moquez de moi, mademoiselle. (sdegnosa)

Domenica:  Mi no moco gnente. Digo cussì per modo de dir.

Madama:  Io amo molto monsieur Anjoletto; e il Cielo lo ha fatto nascere per la mia consolassione. Lui faira suoi dissegni; je fairai miei ricami, e guadagneremo beaucoup d'argento, e viveremo ensemble in perfecta pace, in perfecto amore; je l'adorerai, il m'adorera.

Domenica:  Ho paura, madama, che 'l v'adorerà poco.

Madama:  Pourquoi donc, s'il vous plaît?

Domenica:  Purquè, purquà  el xè inamorà de una zovene.

Madama:  Est-il possible?

Domenica:  La xè cussì, come che ve digo mi; e ve dirò mo anca de più: che pol esser, che sta zovene el la voggia sposar, che 'l la voggia menar in Moscovia con elo.

Madama:  Je ne puis pas croire; mais si tout è vero quel, che voi dite; si monsieur Anjoletto è amoroso di un'altra giovine, je fairai le diable à quatre; et monsieur Anjoletto non anderà più in Moscovia. Je n'irai pas, mais il n'ira pas; oui: je n'irai pas, mais il n'ira pas.

Domenica:  Poveretta! me despiase de averve dà sto travaggio.

Madama:  E chi è questa femmina, che mi vuol rapire mon petit coeur?

Domenica:  No so; no so ben chi la sia.

Madama:  Si vous ne la connoissez-pas, je me flate, mademoiselle...

Domenica:  Cossa? Ve vien el flato?

Madama:  Point de plesanteries; je dico, ch'io mi lusingo, che monsieur Anjoletto non sarà amoroso di altra, che de moi.

Domenica:  E mi ve digo de certo, che 'l xè amoroso de un'altra, e che son squasi segura, che 'l la sposerà.

Madama:  Non, non; je ne le crois pas.

Domenica:  Se volè crepar, mi no so cossa farve.

Madama:  Je dis, non lo credo, non lo credo. Il faut que je lui parle; bisogna, che io gli parli, che io lo veda. Il faut, que je lui découvre ma flamme, et je suis sure, qu'il saura me préférer à toute autre. D'ailleurs, s'il est cruel, s'il est barbare contre moi, je jure, parole d'honnête femme: je n'irai pas en Russie, mais il n'ira pas; je n'irai pas, mais il n'ira pas. (parte)

Domenica:  Mo va là, fia mia, che ti xè un capo d'opera. Pàrleghe quanto, che ti vol, che per grazia del Cielo no ti xè in stato de metterme in zelosia. Me despiase, che la dise, per quel che posso capir: mi non anderò, ma non l'anderà gnanca lu. No so, perché la lo diga; no so, che man, che la gh'abbia; e se possa depender da ela el farlo andar, o no farlo andar. Pol esser anca, che la se lusinga, senza rason, come che la se lusingava, che 'l gh'avesse da voler ben; e che la creda, che, scrivendo ai so amici, ghe possa bastar l'anemo de farlo restar, per astio, per vendetta, o per speranza col tempo de farlo zo. Mi no so cossa dir; se no l'andasse per causa mia, me despiaserave, e per dir la verità, gh'averave gusto de andar anca mi; ma finalmente, se 'l restasse a Venezia, che mal sarave per elo? Za nol ghe n'ha bisogno; el sta ben dove che 'l xè, e qua no ghe manca da laorar. El va via, più per capricio, che per interesse. Bezzi no credo, che 'l ghe ne voggia avanzar. Lo conosso, el xè un galantomo: vadagna poco, vadagna assae, in fin dell'anno sarà l'istesso. El dise, che 'l va via per l'onor. Cossa vorlo de più de quel, che l'ha avudo qua? No s'ha visto fina quatro, o cinque teleri in t'una volta laorar sui so dessegni? No xè piene le boteghe de roba dessegnada da lu? Vorlo statue? Vorlo trombe? Vorlo tamburi? Sarave forsi meggio per elo, e per mi, che 'l restasse qua: che se a diese ghe despiaseria, che 'l restasse; ghe sarà cento, che gh'averà da caro, che 'l resta.(parte)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Domenica e Polonia

Domenica:  La xè cussì, fia mia, come che ve conto.

Polonia:  Tutto averave credesto, ma no mai, che quela vecchia s'avesse incapricià de quel putto.

Domenica:  Poverazza! La vorave el quarto mario.

Polonia:  E se vede, che la 'l vol zovene.

Domenica:  No crederave mai, che Anzoleto fasse sta bestialità.

Polonia:  No lo credo cussì minchion; e po no m'àla dito, che 'l s'ha dichiarà de volerla sposar?

Domenica:  Sì, cussì l'ha dito; ma bisogna sentir cossa che dirà mio sior padre.

Polonia:  Sentiremo. No pàrleli insieme adesso?

Domenica:  I parla; ma i va drio molto un pezzo. Se savessi co curiosa che son!

Polonia:  Mi la compatisso.

Domenica:  Ho paura, che sior padre no me voggia lassar andar.

Polonia:  No se xè gnancora seguri, che sior Anzoleto abbia d'andar. Per quel, che ha dito la vecchia, no xèlo ancora in forsi d'andar?

Domenica:  Basta; sia quel, ch'esser se voggia; che 'l vaga, o che 'l staga, me basta, che 'l sia mio mario.

Polonia:  El Cielo ghe conceda la grazia.

Domenica:  E vu, fia, co sior Momolo, come vàla?

Polonia:  No védela, che corlo che 'l xè? Come pòssio fidarme?

Domenica:  Mettèlo alle strette, e che 'l ve resolva; o un bel sì, o un bel no.

Polonia:  Certo, che cussì mi no voggio più star.

Domenica:  Oh! xè qua siora Marta. Sentimo, cossa che fa sior'Alba.

SCENA SECONDA

Marta e dette

Marta:  Mo quante scene! mo quante smorfie! mo quante scene!

Domenica:  De chi, siora Marta?

Marta:  De quela cara sior'Alba.

Polonia:  Causa so mario. Se so mario no la segondasse, no la le farave.

Domenica:  Ghe xè passà? (a Marta)

Marta:  Ghe xè passà, ghe xè tornà; ghe xè tornà a passar. Ora la pianze, ora la ride; la xè una cossa, che se i la mettesse in comedia, no i lo crederia.

Domenica:  Debotto xè ora de andar a cena. Vegnirala a tola sior'Alba?

Marta:  Rèstela qua la recamadora franzese?

Domenica:  Sior padre l'ha invidada; no so, pol esser de sì, che la resta; ma per certe scenette, che xè nate, pol esser anca de no.

Marta:  Oh! se la ghe xè ela, sior'Alba no vien a tola seguro.

Polonia:  Per i odori forsi?

Marta:  Per i odori.

Polonia:  Adesso, adesso anderò mi de là; e sentirò dove diavolo, che la gh'ha sti odori; e vederò, se ghe li posso levar.

Domenica:  Sì, cara fia, andè de là; parlèghe, e vedè de scavar circa quel negozio, che vu savè.

Polonia:  Siora sì; la lassa far a mi. Mi con madama gh'ho confidenza; posso parlarghe con libertà.

Domenica:  Fè per mi, che anca mi farò qualcossa per vu.

Polonia:  Ghe raccomando; se la pol dirghe do parole a Momolo, la senta, che intenzion, che 'l gh'ha.

Domenica:  Siora sì; lo farò volentiera.

Marta:  Brave! Da bone amighe: ve aggiutè una con l'altra.

Polonia:  Cossa vorla far? Una man lava l'altra.

Marta:  E tutte do, cossa làvele?

Polonia:  Tutto quel, che la vol. (parte)

SCENA TERZA

Domenica e Marta

Marta:  Ghe xè gnente da novo de sior Anzoleto?

Domenica:  No so; el xè de là co sior padre.

Marta:  Sperémio ben?

Domenica:  Chi sa?

Marta:  Vèlo qua; vèlo qua sior Anzoleto.

Domenica:  Oimè! propriamente me trema el cuor.

SCENA QUARTA

Anzoletto  e dette

Marta:  Com'èla, sior Anzoleto?

Anzoletto:  Mal.

Domenica:  Come mal?

Anzoletto:  No gh'è caso; ho dito tutto quel, che podeva dir: e nol se vol persuàder, e no gh'è remedio che 'l se voggia piegar.

Domenica:  Poveretta mi!

Marta:  Mo, per cossa?

Anzoletto:  Per dir la verità, el m'ha parlà con tanto amor, e con tanta bontà, che 'l m'ha intenerio. El dise, e 'l protesta, che se stasse qua, el me la daria la so putta con tutto el cuor; ma andando via, e andando cussì lontan, nol gh'ha cuor de lassarla andar. Nol gh'ha altri, che ela; el ghe vol ben; el xè vecchio; el gh'ha paura de no véderla più; nol vol restar solo, senza nissun dal cuor. No so cossa dir, el m'ha fato pianzer; me diol in te l'anema, me sento a morir; ma co no gh'è remedio, bisogna rassegnarse al destin.

Domenica:  Ah! pazzenzia.

Anzoletto:  Cara siora Domenica, el Cielo sa, se ghe voggio ben. Ghe prometto alla presenza de sta signora, sull'onor mio, in fede de galantomo, de omo onesto, e da ben: altre che ela no sposerò. La lassa, che vaga; tornerò presto; vegnirò a sposarla; ghe lo zuro con tutto el cuor.

Marta:  (Propriamente me intenerisso anca mi). Via, siora Domenica, cossa vorla far? No séntela? El ghe promette de vegnirla a sposar.

Domenica:  Eh! cara ela, col sarà via de qua, nol s'arecorderà più de mi.

Anzoletto:  No son capace de usar ingratitudine con chi che sia, molto manco con ela, verso la qual gh'ho tanta stima, tanto debito, e tanto amor.

Marta:  Mo, caro sior Anzoleto, za che professè a siora Domenica tanto amor; perché no ve resolveu de restar?

Anzoletto:  No posso; son in impegno. Ho dà parola; bisogna andar.

Domenica:  Ma seu seguro veramente de andar?

Anzoletto:  Se vivo, son segurissimo.

Domenica:  Aveu parlà con madama Gatteau?

Anzoletto:  Mi no. Cosa dìsela? Apponto; cossa xèla vegnua a far qua?

Domenica:  No savè, che la ve vol ben? Che la xè inamorada de vu?

Anzoletto:  De mi?

Marta:  Disèu dasseno, siora Domenica?

Domenica:  Pur tropo digo la verità.

Anzoletto:  Pur tropo, la dise? Cossa xè sto pur tropo? Me crederàvela cussì matto?

Domenica:  Eh! caro sior; la xè vecchia, xè vero; ma soli, in t'un calesse, in t'un viazo cussì lontan, no se sa quel, che possa nasser.

Marta:  Cossa diavolo voleu, che nassa?

Anzoletto:  Se credesse, che sta cossa ghe fasse ombra, anderò solo, no m'importa de compagnia. Intanto ho accettà d'andar con madama, in quanto m'ha parso, che la so età me podesse assicurar da ogni critica, e da ogni mormorazion. Da resto, no m'importa d'andar con ela, e no gh'anderò.

Domenica:  Sì; ma la se protesta, che se ghe negherè corespondenza al so amor, no l'anderà ela, e no anderè gnanca vu.

Anzoletto:  Cossa gh'ìntrela in t'i fatti mii? Xèla ela forsi, che me fa andar?

Domenica:  Mi no so altro; ve digo, che a mi colla so bocca la m'ha dito cussì.

Marta:  Sior sì; la xè capace de scriver de le lettere contra de vu; de farve perder el credito, e de farve del mal.

Anzoletto:  Mi no so cossa dir. Se la gh'ha sto cuor, che la 'l fazza, che gnanca per questo mi no me saverò vendicar. Mi stimo madama Gatteau. La xè una brava recamadora, e dei so recami mi non ho mai dito mal. Perché me vorla insolentar mi? Perché vorla dir mal de mi? Lassemo star da una banda sto so ridicolo amor, che 'l xè un pettegolezzo, che no val gnente. In cossa se vorla taccar per descreditarme? Forsi, perché i mii dessegni xè d'un gusto diverso dai so recami? Mi venero i sói, e ela no poderà mai arivar a destruzer i mii. El Cielo benedissa le so fatture, e a mi me daga grazia de no pezorar ne le mie. Fazza madama quel, che ghe par; mi anderò in Moscovia, e sarà de mi quel che 'l Cielo destinerà.

Marta:  Sior sì; parla, parla. La conclusion xè questa: anderò in Moscovia.

Domenica:  E mi poverazza resterò qua.

Anzoletto:  La veda ela, se ghe basta l'anemo co so sior padre... (a Domenica)

Marta:  Vorla, che ghe parlemo? Vorla, che andémo insieme a parlarghe? (a Domenica)

Domenica:  Sì, cara ela. La me fazza sto ben. La vegna de là con mi. Da mia posta no gh'averia coraggio de parlar.

Marta:  Andémo.

Anzoletto:  Prego el Cielo, che le gh'abia più fortuna de mi.

Domenica:  Lo disèu de cuor?

Anzoletto:  El Cielo me fulmina, se no digo la verità.

Marta:  Andémo, siora Domenica, andémo, che gh'ho bona speranza. Mi, co me metto in te le cosse, ghe riesso. (parte)

Domenica:  Caro Anzoleto, e averessi cuor de lassarme?

Anzoletto:  No so cossa dir... La vede, in che stato, che son...

Domenica:  Mo andè là, che saressi un gran can. (parte)

SCENA QUINTA

Anzoletto, poi Madama Gatteau

Anzoletto:  Veramente a sta putta xè qualche tempo, che ghe voggio ben; ma la so modestia no ha mai fatto, che conossa el so amor. Adesso, che son per partir, la me fa saver quel che no saveva e s'ha aumentà estremamente la mia passion. Con tutto questo, nassa quel che sa nasser, ho rissolto, ho promesso, e bisogna andar. Se non andasse, no se dirave miga: nol va, perché el s'ha pentio; ma se dirave piutosto: nol va, perché no i lo vol. L'ha parlà senza fondamento; no i giera altro i sói che casteli in aria; coss'hai da far in Moscovia de un cattivo dessegnador?  A ste cosse ghe son avezzo. No le me fa certo specie; ma la prudenza insegna de schivarle, co le se pol schivar.

Madama:  Ah! mon cher Anjoletto...

Anzoletto:  Coss'è, madama, cossa me voressi dir? (alterato)

Madama:  Doucement, mon ami, doucement, s'il vous plaît.

Anzoletto:  Scusème. Son un poco alterà.

Madama:  J'ai quelque chose à vous dire.

Anzoletto:  Avè da dirme qualcossa?

Madama:  Oui, mon cher ami.

Anzoletto:  E ben; cossa voleu dirme?

Madama:  J'ai de la peine à me déclarer; mais il le faut pour ma tranquillité. Hélas! je meurs pour vous.

Anzoletto:  Permettème madama, che ve diga con pienissima libertà, che ve ringrazio de l'amor che gh'avè per mi; ma che 'l mio stato presente, e l'impegno, che gh'ho co siora Domenica, che amo, quanto mi stesso, me rende incapace d'ogni altro amor. Sta vostra dichiarazion me mette in necessità de abandonar l'idea de vegnir in Moscovia con vu; ma in Moscovia spero de andarghe, e se 'l Cielo vol, ghe anderò. So, che ve sè protestada de voler scriver contro de mi; sfoghève pur, se volè; ma sappiè, che no gh'ho paura de vu. Ve digo per ultimo, per via de amichevole amonizion, tra vu e mi, che nissun ne sente: pensè ai vostri anni, e vergognève d'una passion, che xè indegna dela vostra età, e che ve pol render oggetto de derision. (parte)

SCENA SESTA

Madama Gatteau

Oh Ciel! quel coup de foudre! Suis-je moi-même? ou ne suis-je plus qu'une ombre, un fantôme? Ai-je tout d'un coup perdu ces grâces, ces charmes?... (tira fuori uno specchio, e si guarda) Hélas! suis-je donc si vieille, si laide, si affreuse? Ah! malheureuse Gatteau.

SCENA SETTIMA

Zamaria e la suddetta, poi Cosmo

Zamaria:  Coss'è, madama? cossa xè stà?

Madama:  Ce n'est rien, ce n'est rien, monsieur; c'est une fleur, que je ne sçaurois placer, qui me met en colère. (mostra accomodarsi un fiore della cuffia)

Zamaria:  Parlè italian, se volè, che ve intenda.

Madama:  Je dis, ch'io sono arrabbiata con un fiore della mia cuffia.

Zamaria:  Mo via, cara madama, no ve desperè per sta sorte de cosse. (Oh! povereto mi! Xèla questa per mi una sera de carneval, o xèla la sera dei desperai?)

Madama:  Dite, monsieur Jamaria: pare a voi, ch'io sia vecchia, ch'io sia brutta, ch'io sia detestabile?

Zamaria:  No, madama; chi v'ha dito sta cossa? Vu brutta? No xè vero gnente. Sè in bona età, sè pulita, fè la vostra fegura.

Madama:  Ah! l'honnêt homme, que vous êtes, monsieur Jamaria!

Zamaria:  (Per dir la verità, la gh'ha i so anetti, ma la i porta ben, e la xè una dona de sesto).

Madama:  Monsieur Anjoletto ha avuto la témérité de me dire des sottises, des impertinences.

Zamaria:  Cara fia, i xè cussì i zoveni; no i gh'ha giudizio. No i pensa, che i ha da vegnir vecchi anca lori.

Madama:  Est-il vrai, monsieur Jamaria, che vostra figlia ira in Moscovia avec monsieur Anjoletto?

Zamaria:  Cara vu, tasè. No so gnente. M'ha parlà el putto, e gh'ho dito de no; m'ha parlà la putta, m'ha parlà siora Marta, e no gh'ho dito né sì, né no. Le ho voleste tegnir in speranza, per non desturbar la conversazion. Se volè andar in Moscovia con Anzoleto, comodève, che mia fia no gh'ho intenzion, che la vaga.

Madama:  Non, monsieur Jamaria; monsieur Anjoletto non è pas digne de moi. Il a avuto la témérité di sprezzarmi. Je mourerois piuttosto, che andar con lui. Il è vrai, che sola non posso andare. Che non sono ancora sì vecchia, e che ho con me molto argento, e avrei bisogno de la compagnie di un onest'uomo; mais je aborrisco questi giovani impertinenti, e je voudrois accompagnarmi con un uomo avanzato.

Zamaria:  Sì ben, ve lodo, e sarà meggio per vu.

Madama:  Est-il vrai, monsieur Jamaria, que vous êtes veuf?

Zamaria:  Come? Se mi son vovi?

Madama:  Voglio dire: è vero che voi siete vedovo?

Zamaria: Siora sì; son veduo.

Madama:  Oh! la miserabile vita, ch'è quella di noi poveri vedovelli! Pourquoi non vi maritate, monsieur Jamaria?

Zamaria:  Oh! che cara madama. Ve par, che mi sia in stato de maridarme?

Madama:  Comment, monsieur? Un homme, come voi siete, potrebbe svegliare le fiamme de Cupidon dans le coeur d'une jolie dame.

Zamaria:  Oh! che cara madama.

Madama:  Voi siete fresco, robusto, adorabile.

Zamaria:  Disèu dasseno?

Cosmo:  Sior padron, la vegna de là in cusina a dar un'occhiada, e ordenar cossa che s'ha da metter in tola.

Zamaria:  Dove xè mia fia?

Cosmo:  La xè de là con quelle altre signore.

Zamaria:  Vegno mi donca. (Cosmo parte) Con grazia, madama, vago de là, perché i vol metter in tola. Se volè andar in camera da mia fia, comodève.

Madama:  Non, monsieur, je resterai ici, se voi mi donate la permission.

Zamaria:  Comodève, come volè. A revéderse a tola.

Madama:  Ricordatevi, ch'io voglio a table sedere appresso di voi.

Zamaria:  Arente de mi?

Madama:  Oui, monsieur, si vous plaît. (riverenza)

Zamaria:  (Oh! che cara madama. La xè godibile, da galantomo). (parte)

SCENA OTTAVA

Madama Gatteau, poi Momolo

Madama:  Oui, monsieur Jamaria seroit mieux mon fait. Il n'est plus jeune, mais il est encore frais. Il est libre sur tout. Il trouve, que je ne suis pas vieille ni laide, et il a raison. Voyons un peu. (tira fuori lo specchietto) Oui, mes yeux sont toujours frippons. La colère m'a fait changer. Mettons du rouge. (tira fuori una scatoletta, e si dà il belletto col pennello)

Momolo:  Madama, vostro servitor tre tombole.

Madama:  Monsieur, votre servante. (fa la riverenza, e seguita a bellettarsi)

Momolo:  Brava! pulito, cussì me piase; senza suggizion.

Madama:  Monsieur, so bene, che questo si fa in Italia segretamente; mais nous en France ci diamo il rosso pubblicamente, et parmi nous ce n'est pas un inganno, mais un usage, une galanterie. (ripone il tutto)

Momolo:  Siora sì; la xè un'usanza, che no me despiase. Piutosto una riosa de so man, che un cogumero de so piè. La favorissa de vegnir al supè.

Madama:  Pardonnez-moi, monsieur. Je n'ai pas l'honneur de vous connoître.

Momolo:  No la me conosse? Mi son el complimentario de la maison.

Madama:  Êtes vous de ces messieurs? De ces ouvriers en soie?

Momolo:  Coman, madama? Io non intender.

Madama:  Siete voi di questi signori... Come si dice? Che fanno: tri, tra, tri, tra, tri, tra? (fa il moto di quei che tessono)

Momolo:  No, madama. Io sono di queli che fano: i, u, i, u, i, u. (fa il moto della ruota del mangano)

Madama:  Êtes vous gondoliere? (fa il cenno di vogare)

Momolo:  No, diable, no star barcariolo. Star patron de mangano.

Madama:  Che cosa vuol dir mangano?

Momolo:  Vuol dir gran pietra, gran pietra, e metter sopra tutto quel, che voler; e dar onda, e manganar, sea, lana, tela, e anca vecchia, se bisognar.

Madama:  Oui, oui, la calandre, la calandre.

Momolo:  La calandra, la calandra.

Madama:  Eh bien, monsieur, ne m'avez vous pas dit, qu'on a servi?

Momolo:  Comuòdo?

Madama:  Non m'avete voi detto, che hanno servito la soupe?

Momolo:  I ha servio la sopa? (con maraviglia, non intendendo)

Madama:  Oui, che hanno messo in tavola?

Momolo:  Uì, uì, hanno messo in tavola.

Madama:  Alons donc, si vous plaît.

Momolo:  Comàndela, che la serva? (le offerisce la mano)

Madama:  Bien obligée, monsieur Manganò.

Momolo:  M'àla tolto mi per el mangano?

Madama:  Êtes vous marié?

Momolo:  Siora no, son putto.

Madama:  Et pourquoi no vi maritate?

Momolo:  No me marido, perché nessuna me vol.

Madama:  Cependant, vous meritez beaucoup.

Momolo:  Grazie a la so bontà.

Madama:  Je ne puis pas dire d'avantage.

Momolo:  Chi l'impedisce, che non la parla?

Madama:  C'est la pudeur.

Momolo:  Mo cara quela pudor! Mo cara! mo benedetta!

Madama:  Frippon, coquin, badin! (vezzosamente)

Momolo:  Me vorla ben?

Madama:  (Mais non; il est trop babillard). Alons, monsieur, si vous plaît.(sostenuta)

Momolo:  Son qua a servirla.(le dà la mano)

Madama:  Bien obligée, monsieur Manganò.(gli dà la mano con una riverenza)

Momolo:  Andémo. (Che pùssistu esser manganada!) (partono)

SCENA NONA

Tinello, con tavola lunga apparecchiata per dodici persone, con tondi, posate, sedie ecc.

con quattro lumi in tavola, e varie pietanze in mezzo, fra le quali dei ravioli, un cappone, delle paste sfogliate ecc.

Una credenziera in fondo, con lumi, tondi, bicchieri, boccie, bottiglie, ecc. Si tira avanti la tavola. —

Tutti, fuorché Madama e Momolo.

Zamaria:  Animo; presto, che i raffioi se giazza.

Domenica:  (El m'ha dà speranza. Nol m'ha dito de no). (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (Mo via; gh'ho un poco più de consolazion). (a Domenica)

Zamaria:  (No i voggio miga arente quei putti). Siora Marta, la se senta qua. (quasi in mezzo)

Marta:  Sior sì, dove che 'l comanda.(siede)

Zamaria:  Sior Anzoleto, vegnì qua arente de siora Marta.

Anzoletto:  (Oh! questa no me l'aspettava). (s’incammina mortificato, spiacendogli non dover sedere vicino a Domenica)

Domenica:  (Poveretta mi! Sta cossa me mette in agitazion). (per la stessa causa)

Marta:  Perché no se sentémio, come che gièrimo sentai ala meneghela? (a Zamaria)

Zamaria:  Per stavolta la se contenta cussì; gh'ho gusto de disponer mi. Sior Anzoleto qua. (gli assegna la sedia vicino a Marta)

Anzoletto:  Son qua. (siede melanconico)

Marta:  (Coss'è, putto? I ve l'ha fatta, ah!) (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (La tasa, cara ela, che son fora de mi). (a Marta)

Zamaria:  Siora comare, qua. (ad Alba)

Marta:  Do done arente? (a Zamaria)

Zamaria:  Eh! siora no, qua in mezzo vegnirà sior Momolo, che 'l sa trinzar. Dov'èlo sior Momolo? Vardè, chiamèlo, che 'l vegna; che vegna anca madama Gatteau. Qua, siora comare. (ad Alba)

Alba:  Che 'l varda ben, che madama no gh'abbia odori, che se la gh'ha odori, mi scampo via. (siede)

Polonia:  No la s'indubita, sior'Alba, che gh'ho fatto la visita mi, e odori no la ghe n'ha più.

Zamaria:  Qua, Sior Bastian.

Bastian:  (Per dia, che anca a tola m'ha da toccar sto sorbetto impetrìo!) (siede presso sior’Alba)

Zamaria:  Vegnì qua, siora Polonia, sentève qua.

Polonia:  Volentiera, dove che 'l vol. (siede presso a Bastian)

Zamaria:  E qua, sior compare.(a Lazaro)

Lazaro:  Mo caro, sior compare...

Zamaria:  Coss'è, no stè ben? Ve metto arente mia fia. Domenica se senterà qua. (nell’ultimo luogo)

Domenica:  (Pazzenzia! Me toccherà a magnar del velen). (siede)

Zamaria:  Via, no ve sentè, sior compare? (a Lazaro)

Lazaro:  Son tropo lontan da mia mugier.

Zamaria:  Com'èla? Seu deventà zeloso anca vu?

Lazaro:  Eh! giusto. Xè, che mi so el so natural, e a tola son avezzo a governarmela mi.

Alba:  Eh! per quel, che magno mi, no gh'è pericolo che me fazza mal.

Bastian:  E po, son qua mi; no ve dubitè gnente. La governerò mi.

Lazaro:  Caro sior Bastian ve la raccomando. (siede)

Zamaria:  Qua mia fiozza. (a Elena, presso Bastian) E qua mio fiozzo.(ad Agostino, presso a Elena)

Agustin:  Mi qua? (Agostino va presso Bastian)

Zamaria:  No, no, qua ela, e vu qua. (a Agostino)

Elenetta:  Eh! sior no, mi stago ben qua. (presso Agostino)

Zamaria:  Sior no, ve digo omo, e donna. Che diavolo! No ve basta a esser arente a vostra muggier? Cossa gh'aveu paura? Sior Anzoleto savè, che putto, che 'l xè.

Agustin:  Caro sior santolo, se el me vol ben, che el me lassa star qua.(a Zamaria)

Zamaria:  Stè, dove, diavolo, che volè. (a Agostino)

Agustin:  (Magnerò de più gusto). (a Elena, sedendo)

Elenetta:  (Anca mi starò con più libertà). (a Agostino, sedendo)

SCENA DECIMA

Momolo e detti

Momolo:  La se fermi, che so qua anca mi.

Zamaria:  Via, destrighève. Dove xè madama?

Momolo:  Madama gh'ha riguardo a vegnir, per amor de la pudeur.

Zamaria:  Eh! andè là; disèghe, che la vegna.

Momolo:  No, dasseno, sul sodo. La gh'ha riguardo a vegnir per amor de sior Anzoleto.

Anzoletto:  Per mi disèghe, che no la se toga nissun pensier. Quel che xè stà, xè stà. Se l'ha parlà per rabia, la merita qualche compatimento. Ghe sarò bon amigo; basta che la me lassa star.

Momolo:  Co l'è cussì, la vago donca a levar. Sàle, chi son mi? Monsieur Manganò per servirle. (parte)

Marta:  Mo, che caro matto, che 'l xè!

Polonia:  (Gh'àla po dito gnente, siora Domenica?) (a Domenica)

Domenica:  (Cara fia, ve prego, lassème star). (a Polonia)

Polonia:  (Poveretta! la compatisso). No se pol miga dir:

La lontananza ogni gran piaga sana.

Bisogna dir in sto caso:

La lontananza fa mazor la piaga. (accennando la distanza in cui si trovano Domenica e Anzoletto)

SCENA UNDICESIMA

Madama Gatteau, Momolo e detti

Momolo:  Largo, largo al complimentario. (dando braccio a Madama, e la conduce presso a Zamaria)

Zamaria:  Oh! via, manco mal; ghe semo tutti.

Madama:  J'ai l'honneur de présenter mon très-humble respect à toute la compagnie. (facendo la riverenza, ed è risalutata)

Zamaria:  Son qua, madama; avè dito de voler restar arente de mi, e v'ho salvà el posto.

Momolo:  Fermève, che madama ha da star in mezzo. (a Zamaria)

Zamaria:  Sior no, che in mezzo avè da star vu per taggiar.

Momolo:  Mi, compare, fazzo conto de sentarme qua.(presso Elena)

Elenetta:  Sior no.

Agustin:  Sior no.

Zamaria:  Andè là, ve digo; andève a sentar in mezzo.

Momolo:  Sior sì; gh'avè rason. Son el più belo, ho da star in mezzo. (va a sedere)

Zamaria:  Sentève qua, madama. (le assegna l’ultimo posto)

Madama:  Bien obligée à votre politesse. Je vous remercie. (fa una riverenza a Zamaria, e siede)

Zamaria:  Fiozza, ve contenteu, che me senta qua? (ad Elena, sedendo)

Elenetta:  Oh sior sì; no xèlo patron? (a Zamaria)

Agustin:  (No ghe star tanto d'arente). (ad Elena)

Elenetta:  (Oh! no lo tocco, no t'indubitar). (ad Agostino)

Momolo: (Dà i ravioli a tutti. Tutti si mettono la salvietta)

Madama:  Faites-moi l'honneur, monsieur. (a Zamaria, facendosi puntare la salvietta)

Zamaria:  Saveroggio far? (si mette gli occhiali per puntare la salvietta)

Madama:  Très-parfaitement; obligée, monsieur.

Momolo:  Siora Marta. Sior Anzoletto. (dando i ravioli) Siora... Com'èla? Xè falà el scacco. Una pedina fora de logo. (vedendo che Agostino è presso Anzoletto, e non una donna)

Agustin:  Dè qua, dè qua, destrighève. (a Momolo)

Momolo:  Tolè, compare; e questi... tolè: drio man.(fa passar i tondi)

Agustin:  A mia muggier.

Momolo:  Vedeu? Non ardisso gnanca de nominarla. (ad Agostino, burlandosi di lui) Questi a sior Zamaria; e questi a madama.

Madama:  Bien obligée, monsieur. (si mette a mangiare col cucchiaro e forchetta)

Elenetta:  (Cossa distu? Co pochi, che 'l me n'ha dà?) (ad Agostino)

Agustin:  (E a mi? Varda. El lo fa per despetto).(a Elena)

Lazaro:  Muggier? (a sior’Alba)

Alba:  Cossa gh'è?

Lazaro:  Ve piàseli?

Alba:  Oh! mi, savè, che de sta roba no ghe ne magno.

Lazaro:  Poverazza! Mi no so de cossa, che la viva. (a Polonia)

Polonia:  (No voleu, che no la gh'abbia fame? Avanti de vegnir de qua, la xè andada in cusina, e la s'ha fatto far tanto de zàina de pan in brodo). (a Lazaro)

Lazaro:  (Sì, ah! poverazza. Bisogna, che no la podesse più). (a Polonia)

Marta:  Forti, siora Domenica. Coss'è? No la magna?

Domenica:  Siora sì, magno. (Me sento, che no posso più).

Marta:  (Poverazza! la compatisso). (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (No so, chi staga pezo da ela a mi). (a Marta)

Zamaria:  Ve piàseli sti rafioletti? (a Madama)

Madama:  Ils sont délicieux, sur ma parole. (a Zamaria)

Zamaria:  Fème servizio de parlar italian. (a Madama)

Madama:  (Oui, monsieur. Non so per voi, che cosa non facessi). (a Zamaria)

Zamaria:  (Per mi?) (a Madama)

Madama:  (Per voi, mon cher). (a Zamaria)

Zamaria:  (Cossa xè sto ser?) (a Madama)

Madama:  (Vuol dire, mio caro). (a Zamaria)

Zamaria:  (Caro, a mi me disè?) (a Madama)

Momolo:  Patroni: chi vol del figà, se ne toga.

Polonia:  Dè qua, dèmene una fetta a mi.

Momolo:  A vu, fia mia? No solamente el figà, ma el cuor ve darave, el cuor. (a Polonia, dandole il fegato)

Madama:  Ah! le bon morceau qu'est le coeur. (a Zamaria)

Zamaria:  Cossa, fia? (a Madama)

Madama:  Il cuore è il miglior boccone del mondo. (a Zamaria)

Zamaria:  Ve piàselo? (a Madama)

Madama:  Oui, molto mi piace il cuore; ma tutti i cuori non farebbero il mio piacere. Il vostro, monsieur Jamaria, il vostro cuore mi potrebbe fare contenta. (a Zamaria)

Zamaria:  Disèu dasseno? (a Madama)

Marta:  Sior Zamaria, com'èla?

Polonia:  Oe, me consolo, sior Zamaria.

Momolo:  Le se ferma.(alle donne) Seguitè, compare, che mi intanto taggierò sto capon. (a Zamaria. Taglia un cappone, poi lo presenta)

Zamaria:  Coss'è, male lengue? Cossa voressi dir? No se pol discorer gnanca?

Bastian:  Lassè che i diga, sior Zamaria; co capita de ste fortune, no le se lassa scampar. (ridendo)

Marta:  Mo vardèli, se no i par do sposini! Se no i fa invidia a la zoventù!

Polonia:  Eh! co gh'è la salute, i ani no i stimo gnente.

Bastian:  I xè tutti do prosperosi; el Ciel li benediga, che i consola el cuor.

Zamaria:  Disè quel che volè, che mi no ve bado. (Tendémo a nu). (a Madama)

Madama:  (On parle per rabbia, per rabbia). (a Zamaria)

Momolo:  Che i se serva de capon; co i s'averà po servio, taggieremo st'altro, se bisognerà.

Marta:  Patroni: a la salute de chi se vol ben. (beve)

Madama:  Je vous fais raison, madame, et que vive l'amour. (guardando Zamaria, e beve)

Zamaria:  Evviva l'amor. (beve)

Bastian:  E viva sior Zamaria. (beve)

Polonia:  Evviva madama Gatteau. (beve)

Madama:  Vous me faites bien de l'honneur.

Momolo:  Fermève. A la salute del più belo de tutti; e viva mi; grazie a la so bontà. (beve)

Elenetta:  Oh! a la salute de tutta sta compagnia. (beve)

Agustin:  A la confermazion del detto. (beve)

Lazaro:  A la salute de mia muggier. (beve)

Alba:  Grazie. A la salute de mio mario. (beve acqua, ridendo)

Lazaro:  Co l'acqua me lo fè el prindese?

Alba:  Con cossa? No saveu, che no bevo vin?

Polonia:  (In cusina la ghe n'ha bevù tanto de gotto). (a Lazaro)

Lazaro:  (Sì ben; per qualche volta el miedego ghe l'ha ordenà). (a Polonia)

Marta:  Via, nol beve, sior Anzoleto? Portèghe un gotto de vin, che 'l fazza un prindese almanco.

Polonia:  E ela, siora Domenica, no la beve? Via, portèghe da bever a la padroncina.

Domenica:  No, no; no ve incomodè, che no bevo.(ai servitori)

Zamaria:  Cossa fastu? No ti magni, no ti bevi, ti pianzi el morto. (a Domenica)

Domenica:  Eh! caro sior padre, mi lasso, che 'l se diverta elo.

Zamaria:  Coss'è? Cossa voréssistu dir?

Domenica:  Mi? Gnente.

Marta:  Caro sior Zamaria, no vorlo, che quella povera putta sia malinconica? El xè causa elo.

Zamaria:  Mo per cossa?

Marta:  El parla in t'una maniera, e po el se contien in t'un'altra. El ghe dà de le bone speranze, e po, e po... no digo altro.

Zamaria:  Co gh'ho dà speranza, che la gh'abbia pazzenzia.

Marta:  E per cossa méttelo sti putti uno a Mestre, e l'altro a Malghera?

Zamaria:  Mo, cara siora Marta...

Marta:  Mo, caro sior Zamaria... (con calore)

Momolo:  Fermève.

Bastian:  Tasè, quietève, no interompè. (a Momolo)

Momolo:  Lassè parlar i omeni.

Bastian:  Lassè parlar mia muggier.

Marta:  Gh'ho parlà mi a sior Zamaria; so quel, che 'l m'ha dito a mi.(verso Bastian)

Momolo:  La se fermi.

Bastian:  Tasè.

Alba:  (s’alza con impeto)

Marta:  Coss'è? Ghe vien mal?

Lazaro:  Coss'è stà?

Alba:  Ghe domando scusa; che i compatissa. Gh'ho tanto de testa. Mi in mezzo a ste ose no ghe posso star.

Lazaro:  Voleu, che andémo a casa?

Zamaria:  Mo via, compare, mo via, siora comare, quietève per carità.

Marta:  La vaga là in tel posto de siora Domenica, che so mario no la stordirà.

Lazaro:  Sì ben, vegnì qua. Se conténtela? (a Domenica)

Domenica:  Per mi, che la se comoda pur. (s’alza)

Alba:  Mi son cussì; le me compatissa. Gh'ho una testa cussì debole, che la se me scalda per gnente. (parte dal suo posto)

Lazaro:  Poverazza la xè delicata. (a Polonia)

Marta:  Anca mi voggio star arente de mio mario.(va a sedere presso Bastian)

Bastian:  Per cossa sta novità? (a Marta)

Marta:  (Eh! tasé vu, che no savè gnente). (a Bastian, piano)

Domenica:  Perché no vala al so posto? (a Marta)

Marta:  Perché stago ben qua.

Domenica:  E mi, dove vorla, che vaga?

Marta:  No ghe xè una carega voda? (accenna dov’ella era prima, presso Anzoletto)

Domenica:  Vorlo vegnir qua elo, sior padre? (a Zamaria)

Madama:  Pardonnez-moi, mademoiselle, monsieur votre père, ne me faira pas cette incivilité. (a Domenica)

Domenica:  Me senterò mi donca. (siede)

Zamaria:  (Cossa òggio da far? Bisogna, che gh'abbia pazzenzia). (vedendo Domenica presso Anzoletto)

Anzoletto:  (Sia ringrazià el Cielo!) (a Domenica)

Domenica:  (Ghe son po arivada). (ad Anzoletto)

Anzoletto:  (No podeva più).

Marta:  Siora Domenica?

Domenica:  Siora.

Marta:  (Òggio fatto pulito?) (alzandosi davanti a Momolo)

Domenica:  (Pulitissimo). (alzandosi davanti a Momolo)

Momolo:  Vorle, che ghe diga, patrone? che sto vegnir davanti dei galantomeni in sta maniera no la sta ben, e no la par bon. Voggio ben esser tutto quel, che le vol; ma gnanca per el so zogattolo no le m'ha da tòr. (con faccia soda)

Marta:  Coss'è? Seu matto? (a Momolo)

Domenica:  Che grilo ve xè saltà? (a Momolo)

Zamaria:  Momolo. Cossa xè stà? Cossa v'àli fatto?

Momolo:  Caro sior Bastian, la me fazza la finezza de vegnir qua, perché ste signore le me tol un pochetto troppo per man. (s’alza)

Bastian:  Son qua, compare. No ve scaldè, perché qua no ghe vedo rason de scaldarse. (s’alza dal suo posto, e va nell’altro)

Marta:  No me par d'averve struppià. (a Momolo)

Momolo:  Le se ferma, che me xè passà. (sedendo presso Polonia, e ridendo)

Marta:  Spieghèmola mo. (a Momolo)

Momolo:  Adesso ghe la spiego in volgar. Tutti xè arente a la so colona, e anca mi me son rampegà. Cossa disèu, vita mia? Òggio fatto ben? (a Polonia)

Polonia:  Mo quando, quando fareu giudizio?

Momolo:  El mese de mai, quando vienlo?

Marta:  Andè là, che m'avevi fatto vegnir suso el mio caldo. Ma stimo, con che muso duro! (a Momolo)

Agustin:  (Nu almanco no se scambiemo). (a Elena)

Elenetta:  (Oh! nu stemo ben). (a Agostino)

Agustin:  (Oh! che magnada, che ho dà). (a Elena)

Elenetta:  (No xè miga gnancora fenio). (a Agostino)

Marta:  E cussì, gh'è altri prindesi?

Momolo:  Son qua mi. Al bon viazo de compare Anzoleto.(beve)

Marta:  Petèvelo el vostro prindese.

Momolo:  Per cossa me l'òi da petar?

Marta:  Co no va via anca siora Domenica, petèvelo.

Momolo:  Dème da bever. Al bon viazo de sior Anzoleto, e siora Domenica. (beve)

Marta:  Petèvelo. (a Momolo)

Momolo:  Anca questo m'ho da petar? (a Marta)

Marta:  Co sior Zamaria no dise de sì, petèvelo. (a Momolo)

Momolo:  Dème da bever. (forte ai servitori)

Bastian:  Compare, ve ne peterè  de quei pochi.

Momolo:  Fermève, dème da bever.

Alla salute de sior Zamaria,

Che la so putta lasserà andar via. (beve)

Marta:  Petèvelo. (a Momolo)

Momolo:  Dème da bever. (forte ai servitori)

Polonia:  Oe, seu matto? (gli leva il bicchiere)

Momolo:  La se fermi. (a Polonia)

Polonia:  No vòi, che bevè altro, ve digo.

Madama:  Alons, monsieur, alons, facciamo la partita in quattro. Monsieur Anjoletto, e mademoiselle Dominique. Monsieur Jamaria, et moi.

Marta:  Animo, da bravo, sior Zamaria.

Lazaro:  Sior compare? (a Zamaria)

Zamaria:  Cossa gh'è?

Lazaro:  Badème a mi. Un poco de muggier la xè una gran bela cossa.

Zamaria:  Disèu dasseno?

Momolo:  Fermève. Ascoltè un omo, che parla. Chi sóngio mi? Sior Momolo manganer. Un bon putto, un putto civil, che laora, che fa el so dover; ma che no gh'ha mai un ducato in scarsela. Per cossa no gh'òggio mai un ducato in scarsela? Perché no son maridà. No gh'ho regola, no gh'ho governo. Vago a tórzio co fa le barche rotte. Marìdete. Me mariderò. Quando? Quando? Co sta zoggia vorrà. (accennando Polonia)

Polonia:  Fè giudizio, e ve sposerò. (a Momolo)

Momolo:  Sposème, e farò giudizio. (a Polonia)

Polonia:  No me fido. (a Momolo)

Momolo:  Provè. (a Polonia)

Marta:  Orsù, sior Momolo, fenìla. Maridève, se volè: se no volè, lassé star; ma a nu ne preme, che se marida siora Domenica, e sior Anzoleto.

Zamaria:  Patrona, in sta cossa gh'ho da intrar anca mi?

Marta:  Sior sì; ma che dificoltà ghe xè?

Zamaria:  Ghe xè, che no gh'ho altri a sto mondo, che ela, e che no gh'ho cuor de lassarla andar.

Marta:  E per el ben, che ghe volè, voleu véderla desperada? Voleu, che la se ve inferma in t'un letto?(a Zamaria)

Zamaria:  In sto stato ti xè? (a Domenica, pateticamente)

Domenica:  Caro sior padre, mi so so cossa dir. Ghe confesso la verità; la mia passion xè granda; e no so cossa che sarà de mi.

Zamaria:  E ti gh'averà cuor de lassarme? In sta età, senza nissun dal cuor, te darà l'anemo de abandonarme?

Marta:  Per cossa non andeu con ela, sior Zamaria?

Bastian:  Perché no ve marideu?

Polonia:  Perché non andeu con madama?

Momolo:  Tolè esempio da un omo. Maridève, compare.

Marta:  E andè via co la vostra creatura.

Zamaria:  E i mii interessi? E i mii teleri? E la mia bottega?

Domenica:  Caro sior padre, co tornerà sior Anzoleto, torneremo anca nu.

Zamaria:  Ma intanto, averàvio da spiantar qua el mio negozio? Da perder el mio inviamento? Da abandonar i mii teleri?

Momolo:  Fermève, compare. Se avè bisogno de un agente, de un direttor, pontual, onorato; me conossè, savè chi son. Son qua mi.

Bastian:  E mi ve prometto, che per el mio negozio no lasserò che servirme dei vostri omeni, e dei vostri teleri; basta che s'impegna sior Anzoleto, anca che vu no ghe siè, de mandar i dessegni, che l'ha promesso.

Anzoletto:  Sior sì; quel che ho dito a sior Zamaria, lo ratifico a sior Lazaro, e a sior Agustin. Manderò i mii dessegni, e no ghe ne lasserò mai mancar.

Marta:  E cussì, cossa resòlvelo, sior Zamaria?

Zamaria:  No so gnente. No le xè cosse da resolver cussì in t'un fià.

Madama:  Ascoltate, monsieur Jamaria. Voi avete del bene, e qui non lo perderete. Io poi ho tanto in mio pouvoir, che potreste essere très-contento di passare avec moi vostra vita.

Zamaria:  Madama, fème una finezza, vegnì un pocheto de là con mi. (s’alza)

Madama:  Très-volontiers, monsieur. (s’alza)

Zamaria:  Domenica, vien de là anca ti.

Domenica:  Sior sì, sior pare, vegno anca mi. (Stè alliegro, Anzoleto, che spero ben). (s’alza)

Zamaria:  (Voggio véder prima in quanti piè de acqua, che son). Patroni, con so bona grazia. (parte)

Madama:  Messieurs, avec votre permission. (parte)

Domenica:  Prego el Cielo, che la vaga ben. (parte)

SCENA DODICESIMA

Tutti, fuorché i tre suddetti. Tutti s’alzano, vengono avanti.

I servitori sparecchiano. Agostino ed Elena restano indietro.

Marta:  Sior Anzoleto, me ne consolo.

Anzoletto:  Spèrela ben?

Marta:  Oh! mi sì; mi ve la dago per fatta.

Bastian:  El xè un omo cauto sior Zamaria. El vorrà segurarse del stato de madama.

Polonia:  Eh! madama gh'ha dei bezzi, gh'ha delle zoggie; la sta ben, ben; ma tre volte ben.

Momolo:  No àla avù tre marii? Un poco de pele de uno, un poco de pele de un altro, la s'averà fatto el borson.

Marta:  Ne scriveralo, sior Anzoleto?

Anzoletto:  No vorla? Scriverò ai mii cari amici; scriverò ai mii patroni; se saverà frequentemente de mi; e se saverà sempre la verità. Perché mi no gh'ho altro de bon a sto mondo, che la schiettezza de cuor, la verità in bocca, e la sincerità su la penna.(Agostino ed Elena parlano piano fra di loro, e partono)

Momolo:  Oe! i do zelosi se l'ha moccada.

Anzoletto:  Lassè, che i fazza. Bisogna soffrir tutti col so difetto. Specialmente co i xè de quei, che no dà molestia a nissun. Credème, compare, che 'l più bel studio xè quelo de conoscer i caratteri de le persone, e prevalerse del bon esempio, e correger se stessi, vedendo in altri quele cosse, che no par bon.

Marta:  Scrivène spesso, sior Anzoleto.

Anzoletto:  Scriverò; ma che i scriva anca lori.

Momolo:  Mi ve scriverò le novità.

Anzoletto:  Me farè un piaser grandissimo.

Momolo:  E se vien fora critiche, voleu che ve le manda?

Anzoletto:  Ve dirò; se le xè critiche, sior sì; se le xè satire, sior no. Ma al dì d'ancuo, par che sia dificile el criticar senza satirizar; onde no ve incomodè de mandarmele. No le me piase, né per mi, né per altri. Se vegnirà fora de le cosse contra de mi, pazzenzia: za el responder no serve a gnente; perché se gh'avè torto, fè pezo a parlar; e se gh'avè rason, o presto, o tardi, el mondo ve la farà

Cosmo:  Patroni, dise sior Zamaria, che i se contenta de andar tutti de là.

Marta:  Dove?

Cosmo:  In portego, che xè parechià per balar.

Marta:  Andémo, sior Anzoleto; bon augurio, andémo.(prende Anzoletto per mano)

Anzoletto:  E pur ancora me trema el cuor.

Marta:  Mario, vegnì anca va, andémo. (prende anch’ella Bastian per mano)

Bastian:  Mia muggier almanco xè de bon cuor.(parte con Marta e Anzoletto)

Momolo:  Comàndela, che la serva?

Polonia:  Magari, che sior Zamaria ve lassasse vu diretor del so negozio de testor.

Momolo:  Ve par, che saria capace de portarme ben?

Polonia:  Sè un poco matturlo; ma gh'avè de l'abilità, e sè un zovene pontual.

Momolo:  Oh! sia benedeto, chi me vol ben. (a Polonia)

Polonia:  Animo, animo, andémo.(lo prende per un braccio)

Momolo:  Con so portazion. (a Lazaro e Alba, e parte)

Lazaro:  Via, muggier, andémo. Andémose a devertir.

Alba:  Mi anderave in letto più volentiera.

Lazaro:  Voleu, che andémo a casa?

Alba:  Cossa voleu? Che i se n'abbia per mal?

Lazaro:  Voleu andarve a buttar sul letto un tantin?

Alba:  Andémo de là, che voggio balar. (s’alza, e parte)

Lazaro:  (Brava! Mo che cara cossa, che xè sta mia muggier!) (parte)

SCENA TREDICESIMA

Sala illuminata per il ballo.

Domenica, Zamaria, Madama, Agustin, Elena, con altre persone, tutte a sedere.

Poi Marta, Anzoletto e Bastian, poi Polonia e Momolo, poi Alba, poi Lazaro

Marta:  Semo qua, sior Zamaria.

Zamaria:  (s’alza dal suo posto, e corre incontro a Anzoletto)Vegnì qua, sior Anzoleto, vegnì qua, fio mio. Ho risolto, ho stabilio: ve darò mia fia, vegnirò con vu. Sieu benedetto; sè mio zenero, sè mio fio.

Marta:  Evviva, evviva siora Domenica, me ne consolo.

Domenica:  Grazie, grazie.(alzandosi)

Anzoletto:  Caro sior Zamaria, no gh'ho termini che basta per ringraziarlo; l'allegrezza me impedisce el parlar.

Bastian:  Me consolo co sior Anzoleto, e co siora Domenica.

Momolo:  Compare Anzoleto, anca mi co tanto de cuor.

Polonia:  Anca mi, con tutti, dasseno.

Lazaro:  Bravi, bravi; anca mi gh'ho consolazion. Muggier, vegnì qua anca va, sentì.(ad Alba)

Alba:  Eh! ho sentio; me ne consolo.(colla solita flemma)

Lazaro:  Poverazza! la xè debole; no la pol star in piè. (a tutti)

Elenetta:  Sior santolo, siora Domenica, me ne consolo.

Agustin: (prende Elena per mano, e la conduce a sedere dov’erano prima)

Zamaria:  Scampè, vedè, che no i ve la sorba. (a Agostino) Sior Momolo, vegnì qua.

Momolo:  Comandè, paron.

Zamaria:  Za che v'avè esebìo de favorirme; fazzo conto de lassarve a vu el manizo dei mii interessi.

Momolo:  E mi pontualmente ve servirò.

Zamaria:  Ve darò un tanto a l'anno, e un terzo dei utili, acciò che v'interessè con amor.

Momolo:  Tutto quello, che comandè.

Zamaria:  Ma fè da omo.

Momolo:  Se ho da far da omo, bisogna, che me marida.

Zamaria:  Maridève.

Momolo:  Me mariderò, se sta cara zoggia me vol. (a Polonia)

Polonia:  Sior sì: adesso, co sto poco de fondamento, ve sposerò!

Marta:  Oh! via, le candele se brusa. Prencipiemo a balar.

Zamaria:  Siora sì, subito; ma avanti de prencipiar: putti, destrighève, dève la man. (a Anzoletto e Domenica)

Anzoletto:  Son qua, con tutta la consolazion.

Domenica:  Son fora de mi da la contentezza.

Anzoletto:  Mario, e muggier. (si danno la mano)

Bastian:  Sior Anzoleto, novamente me ne consolo. Andè a bon viazo, e no ve desmenteghè de nu.

Anzoletto:  Cossa dìsela mai, caro sior Bastian? Mi scordarme de sto paese? De la mia adoratissima patria? Dei mii patroni? Dei mii cari amici? No xè questa la prima volta, che vago; e sempre, dove son stà, ha portà el nome de Venezia scolpìo nel cuor; m'ho recordà delle grazie, dei benefizi, che ho recevesto; ho sempre desiderà de tornar; co son tornà, me xè stà sempre de consolazion. Ogni confronto, che ho avù occasion de far, m'ha sempre fatto comparir più belo, più magnifico, più respetabile el mio paese; ogni volta, che son tornà, ho scoverto de le belezze maggior; e cussì sarà anca sta volta, se 'l Cielo me concederà de tornar. Confesso, e zuro su l'onor mio, che parto col cuor strazzà; che nissun allettamento, che nissuna fortuna, se ghe n'avesse, compenserà el despiaser de star lontan da chi me vol ben. Conservème el vostro amor, cari amici, el Cielo ve benedissa, e ve lo diga de cuor.

Marta:  Via, no parlemo altro. No disè altro, che debotto me fè contaminar. Sior Zamaria, prencipiemo a balar.

Zamaria:  Un momento de tempo. La lassa, che destriga un'altra picola facendetta, e po son con ela. Madama. (chiamandola)

Madama:  Que voulez-vous, monsieur? (s’alza)

Zamaria:  Favorì de vegnir qua.

Madama:  Me voici à vos ordres.(s’accosta)

Zamaria:  Mia fia xè maridada.

Madama:  Madame, monsieur.(a Domenica e Anzoletto) Je vous fais mon compliment.

Zamaria:  Se volè, se podemo sposar anca nu.

Madama:  Quel bonheur! quel plaisir! que je suis heureuse, mon cher ami!

Zamaria:  Voleu, o no voleu, in bon italian?

Madama:  Voici la main, mon petit coeur. (gli dà la mano)

Zamaria:  Mario, e muggier.

Madama:  Ah mon mignon! (a Zamaria)

Momolo:  Fermève. Con un ambo se vadagna poco. Siora Polonia, ghe vol el terno.

Polonia:  Ho capio. Me voressi sposar co sto sugo?

Momolo:  Sti altri con che sugo s'àli sposà?

Zamaria:  Via, siora Polonia, fè anca vu quel, che avemo fatto nu.

Polonia:  Me conséggielo, che la fazza?

Zamaria:  Sì, ve conseggio, e me sarà de consolazion.

Polonia:  Co l'è cussì, son qua co volè. (a Momolo)

Momolo:  Mia muggier.

Polonia:  Mio mario.

Marta:  Bravi.

Lazaro:  Pulito.

Anzoletto:  Me ne consolo.

Momolo:  Fermève. Che ho prencipià a far giudizio.(serio)

Zamaria:  Oh! adesso andémo a balar.

Domenica:  Andémo, che anca mi balerò de cuor. Mi circa l'andar via no serve, che diga gnente: ha dito tanto che basta sior Anzoleto. Digo ben, che anca mi son piena de obligazion con chi m'ha fatto del ben, e che se degna de volerme ben. Andémo, fenimo de gòder una de ste ultime sere de carneval. Signori con tanta bontà n'avè favorio; vualtri, che sè avezzi a gòder de le belissime sere de carneval, ve parla muffa la nostra? Compatìla, ve supplico, compatìla almanco in grazia del vostro povero dessegnador.

Fine della Commedia

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Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011