Carlo Goldoni

Il burbero benefico

o sia

Il bisbetico di buon cuore

Commedia in tre atti in prosa

Rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1771

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I classici Mondadori Fondazione Borletti, vol. VIII, A. Mondadori editore, Milano 1939, traduzione di Goldoni della commedia in francese Le bourru bienfaisant, scritta a Parigi e rappresentata   rappresentata a Parigi il 4_novembre 1771

Carlo Goldoni

 

LE MASSERE

 

La presente Commedia di cinque atti in versi, scritta col

vernacolo Veneziano, fu la prima volta rappresentata

in Venezia nel Carnovale dell'anno 1715.

 

 

 

A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR

FERDINANDO TODERINI

PATRIZIO VENETO

 

OGNI uomo onesto, Eccellentissimo Signore, dee cercare di pagare i suoi debiti, ed ogni creditore discreto dee contentarsi di quello che il debitore gli può offerire in isconto. Quattr'anni or sono, contratto ho un debito con V. E., e veggendo che fino ad ora non ho pensato a pagarlo, crederà Ella ch'io me ne sia villanamente scordato. Ma io per verità aspettara che da Lei mi venisse offerto il modo di soddisfare agli obblighi miei con qualche suo preciso comando, perché in tal caso, se non avessi intieramente pagato il debito, avrei soddisfatto almeno alla compiacenza del creditore. Il silenzio di V. E. mi fa maggiormente arrossire della picciolezza delle mie forze, e disperando poter corrispondere alla somma de' miei doveri, ho pensato di correggere almeno le mie mancanze con una pubblica confessione. Confesso adunque esser io debitore di V. E. per quella gloria ch'Ella ha voluto dare al mio nome, parlando non solo in favore delle opere mie, ma difendendole ancora colla sua penna. Deggio perciò ringraziare il Cavaliere di Lei amico, il quale mostrandosi, per bizzarria, mal contento del mio Filosofo Inglese, ha indirizzata a V. E. la critica, avendo egli con questo mezzo eccitata la di Lei Musa a scrivere in brievi giorni cinquecento settantadue versi talmente forti, eleganti, succosi, e talmente apologetici e convincenti, che non solamente persuasero l'autor della critica, ma tutti quelli che forse con maggiore animosità impegnati si erano a sostenerla. Ella ha seguitato nel metro lo stile dei Martelliani, per un formarsi non solo ai versi della Commedia da Lei difesa, ma a quelli ancora usati nella critica stessa, ed ha di questa parimenti imitato il linguaggio, scrivendo Ella pure nel nostro Veneto idioma; ma colla scelta delle parole, e colla robustezza dei sentimenti, ha fatto conoscere che la lingua nostra è capace di tutta la forza e di tutte le grazie dell'arte oratoria e poetica, e che usata anch'essa da mano maestra, non ha che invidiare alla più elegante Toscana. Ella aveva ciò dimostrato altre volte in varie pubbliche azioni, nelle quali vuole il sistema di questa ben regolata Repubblica che del proprio nativo idioma gli Oratori si valgano, e la di Lei naturale facondia, unita al chiarissimo suo talento, ed allo studio incessante di cui si compiace, rende l'E. V. ammirabile nell'età verde in cui si ritrova, e fa sperare in Lei coll'andar degli anni un benemerito cittadino di questa Patria gloriosa.

Giacché ho riferito finora a soddisfare le mie obbligazioni, e giacché ho che fare con un creditore umanissimo, che della mia tardanza non sa lagnarsi, procurerò di tirare innanzi, non per seguire il costume dei debitori ostinati, ma per imitare coloro che attendono l'opportunità di pagare. Aspetterò una favorevole congiontura, e allora quando sia l' E. V. per accrescere l'onore della Nobile sua Famiglia con titoli e dignità decorose, m'ingegnerò di adoperare tutta la forza del mio scarso talento per far eco alle pubbliche voci. Frattanto, facendo anch'io come quelli che, non potendo scontare il debito, cercano con qualche picciola offerta di cattivarsi l'animo del creditore, presento a V. E. il miserabile dono di una Commedia, sperando che appagandosi Ella dell'umile sincera mia ricordanza, vorrà prolungarmi benignamente l'adempimento de' miei doveri. So che questa Commedia ha avuto la fortuna di non dispiacerle sulle Scene rappresentata, e mi lusingo ch'Ella vorrà con eguale compiacimento accoglierla sotto i di Lei auspici stampata. Ella che ha ottimo discernimento, conoscerà lo studio che ho adoperato per farla, non essendo sì facile, come taluni credono, esporre al pubblico la verità dei caratteri popolari, mentre se degli Eroi possiamo figurare talora a piacer nostro le azioni, non si può, trattandosi di gente bassa, uscire dal suo preciso costume. Le serventi più grossolane, che da noi Massere si chiamano, sono assai conosciute; in quasi tutte le case se ne ritrovano, o nelle camere, o nelle cucine impiegate, e può ciascuno decidere, se abbia di esse il Poeta conservato il carattere generale. Dico il carattere generale, poiché in ogni ordine vi sono quelli che dal comune si devono eccettuare, e il Comico allora quando prende di mira un genere di persone, deve attaccarsi alla parte più universale. Lo stile è bassissimo, ma Ella conoscerà, che se tale non fosse, non parlerebbero i bassi attori nel loro naturale linguaggio. Ho procurato di adornare quest'operetta con di quei sali, de' quali abbonda la spiritosa nostra Patria comune, ma in questa parte avrò supplito malamente all'impresa, non avendo io quello spirito di vivacità, che sarebbe in ciò necessario; quello spirito di vivacità, per esempio, onde ha formato l'E. V. i brillantissimi versi per amor mio pubblicati. Ma che dico io pubblicati? Parerebbe, al mio dire, ch'Ella avesse voluto donarli al pubplico liberalmente, come l'onor mio ed i suoi amici avrebbero desiderato. Ma la di Lei modestia, che fra le tante Virtù che l'adornano, a tutte le altre sovrasta, contenta di aver convinto la critica, e di aver dato a me una prova di sua eccessiva bontà, voleva con ogni studio occultarli. Ma l'artificio altrui prevalse alle di Lei gelose cautele; i versi gli sono stati carpiti, e mille e mille penne li hanno avidamente copiati. Per me userò quel rispetto ch'io devo alle di Lei prescrizioni, ma non posso prometterle che un qualche giorno non se li vegga stampati. Pur troppo gli editori stanno cogli occhi aperti, e van facendo la caccia a quelle cose che possono loro recar profitto. Io per una parte sarei dolente ch'Ella di ciò si lagnasse, ma esulterei per l'altra di rendermi con questa pubblica testimonianza onorato. Vero è, che in faccia del Mondo comparirei ancora più ingrato, ma questo mio umilissimo foglio giustificherà in qualche parte il mio rimorso e la mia ossequiosa riconoscenza, protestandomi col più profondo rispetto

Di V. E.

Umiliss. Devotiss. Obblig. Servidore

CARLO GOLDONI

 

 

 

 

L'AUTORE A CHI LEGGE

 

Quasi tutti gli anni sull'ultimo del carnovale ho usato di dare al pubblico una Commedia per il paese nostro, di stile e di carattere veneziano. La Putta onorata, la Buona Moglie, i Pettegolezzi delle Donne, le Donne gelose ed altre ancora si ponno leggere nei dieci Tomi della mia edizione primiera. Pareva che nella Compagnia novella non ci fossero i personaggi adattabili a tal linguaggio, ma l'esperienza ha dimostrato il contrario, mentre in questa delle Massere ed in altre ancora, posteriormente composte, sono mirabilmente riusciti. Anzi questa, che ora pubblico colle stampe, è più veneziana delle altre finora esposte, e tanto particolare a questa Nazione, che difficilmente può essere altrove intesa, e nei suoi costumi, e nei suoi sali goduta. Chi mai può persuadersi fuori di qui, che l'acqua sia un capitale così prezioso, che comprisi a danaro contante, e vadasi mendicando da chi non ne ha alle case che per ventura ne sono più provvedute?

L'uso de' fornai che vanno per la città avvisando col loro fischio alle case l'ora di fare il pane, per infornarlo a suo tempo, è cosa specialissima del paese. Tale è parimenti la costumanza delle serventi ordinarie, dette comunemente Massere, di avere la giornata di libertà in occasione del carnovale; ed è un divertimento singolare de' giovanotti di questa città trattenersi in divertimento con questa sorta di gente. Moltissime altre cose sparse si veggono per la Commedia, le quali abbisognano di spiegazione per l'intelligenza de' forestieri, e i termini sono così fattamente ricercati nel vernacolo della plebe, che senza la spiegazione difficilmente potranno essere intesi dai Forestieri. Aveva pensato di facilitarne l'intelligenza colle annotazioni in piè di pagina, come in altre Commedie si è praticato, ma oltrecché riescirebbero le note voluminose, mi dispenso per ora da tal fatica, sperando in miglior modo soddisfare amplamente alla curiosità di quelli che non intendono perfettamente la nostra lingua. Sto facendo ora un Vocabolario colla spiegazione dei termini, delle frasi e dei proverbi della nostra lingua per uso delle mie Commedie, e questo servirà comodamente per tutte quelle che si sono stampate finora; e se altre se ne stamperanno dopo il Vocabolario, e in alcuna di esse qualche nuovo termine si ritrovasse, sarà in piè di pagina pontualmente spiegato.

Nella ristampa in Torino dei dieci Tomi della mia edizione fiorentina evvi una specie di vocabolario simile, nell'ultimo Tomo, stampato, ma questo non serve per uso delle mie Commedie, sendo stato fatto altre volte per la traduzione in lingua veneta del Bertoldo, onde io ne prometto uno completo, il quale uscirà, a Dio piacendo, in quest'anno.

 

 

 

Personaggi

 

La signora Costanza

Il signor Raimondo, suo marito

La signora Dorotea

Zanetta, serva della signora Dorotea

Donna[1] Rosega serva della signora Costanza

Il signor Biasio vecchio

Gnese, serva del signor Biasio

Meneghina

Anzoletto, giovine di mercante

Il signor Zulian

Titta, cameriere del signor Raimondo

Momolo, garzone di fornaio

Trottolo, putto

 

La Scena si rappresenta in Venezia.

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

 

Strada con due case, una della signora Costanza, l'altra della signora Dorotea.

Momolo forner, poi Zanetta, poi donna Rosega

 

 

Momolo:                 (dopo avere alcuna volta fischiato)

Ste massere le dorme, e le me fa subiar;

Vôi batter alla porta, vôi farle desmissiar. (Batte da Zanetta.)

Zanetta:                  Oe, forner, aspettè. (Di dentro)

Momolo:                                                  Cossa voleu da mi?

No xelo un quartariol, come el solito?

Zanetta:                                                                                    Sì.

Momolo:                 Felo subito.

Zanetta:                                       Adesso; v'ho da parlar, ve digo.

Momolo:                 Gh'ho pressa. Tardi xe.

Zanetta:                                                            Presto, presto ve sbrigo.

Momolo:                 Col vento e colla brosa no gh'ho gnente de gusto.

Zanetta:                  Aspettè, caro fio, fin che m'impiro el busto.

Momolo:                 Intanto batterò da st'altra vecchiarella.

Oe suso, donna Rosega. La xe in letto anca ella.

Gh'ho pazienza co queste, co le ha da far el pan,

Perché sempre qualcossa ghe cavo dalle man.

Da resto colle altre son rustego anca mi;

Quando ho subià una volta, no le me sente pi.

Zanetta:                  Momolo. (Dalla finestra.)

Momolo:                                   Ben levada.

Zanetta:                                                         Oh, che freddo che xe.

Momolo:                 Aveu impizzà el fogo?

Zanetta:                                                            No, gnancora. Disè,

Me faressi un servizio?

Momolo:                                                           Se posso, perché no?

Zanetta:                  Caro forner, ve prego, no me disè de no.

Momolo:                 Mo via, cossa voleu?

Zanetta:                                                      Mi me bisognerave...

Oe, la patrona chiama. Me fazzo dar le chiave.

La le tien sul scabello, no posso far un passo:

Dirò che xe el facchin, e vegnirò da basso. (Entra.)

Momolo:                 Cossa mai vol custìa? Vôi aspettarla qua.

Spero che da marenda fursi la me darà.

Ma de qua no se vede averzer i balconi.

  (Osservando le finestre dell'altra casa.)

Le usa ste massere dormir più dei paroni.

Tasè, tasè; me par... sì ben, la se cognosse.

La vecchia xe levada; la cognosso alla tosse.

Donna Rosega, presto. Tre volte ho comandà,

E po dirè, co vegno, el pan no xe levà.

Donna Rosega:      Chi me chiama?

Momolo:                                               El forner.

Donna Rosega:                                                      Seu vu, forner?

Momolo:                                                                                            Son mi.

Donna Rosega:      L'avemio da far subito?

Momolo:                                                           Subito, siora sì.

Donna Rosega:                                                                           Che ora xe?

Momolo:                 No vedeu? l'alba che sponta fuora.

Donna Rosega:      Oh malignazonazzo! perché vegniu a st'ora?

Me pareva caligo, vedendoghe pochetto.

Co xe cussì a bonora, voggio tornar in letto.

Momolo:                 Via, za che sè levada, da brava, destrigheve.

Donna Rosega:      Cossa voleu che fazza? sola me vien la freve.

Se vegnissi anca vu a agiutarme a domar...

Vegnì, caro forner.

Momolo:                                                  Cossa me voleu dar?

Donna Rosega:      Tutto quel che volè. Faremo una fugazza;

Gh'avemo del vin bon, ve ne darò una tazza.

Ne xe avanzà da gieri un cappon tanto fatto;

Ghe dirò alla parona che l'ha portà via el gatto.

La crierà un pochetto, e po no sarà gnente.

Caro forner, vien suso. Staremo allegramente.

Che te averza la porta?

Momolo:                                                           (Squasi, squasi anderia).

Donna Rosega:      Vustu che vegna?

Momolo:                                                  Sì.

Donna Rosega:                                             Vegno zo, vita mia. (Entra.)

Momolo:                 Intanto magneremo, e po cossa sarà?

Se no torno a bottega, el paron crierà.

Che el cria; cossa m'importa? sta mattina ho fenio.

Ho comandà per tutto.

Zanetta:                                                            Vegnì qua, caro fio. (Esce dalla porta.)

Dalla porta de casa no me vôi slontanar.

Momolo:                 Son qua, siora Zanetta.

Zanetta:                                                            Vu m'avè da agiutar.

Momolo:                 Comandè in quel che posso; oe, m'aveu portà gnente?

Zanetta:                  Tolè sto buzzolà, che ve curarè un dente.

Momolo:                 Grazie tanto.

Zanetta:                                          Sentì. Mia zermana gier sera

M'ha domandà del pan, e pan no ghe ne giera.

La gh'aveva con ela el fantolin. La dise:

Oe, no ti ghe dà gnente, zermana, a ste raise?

Mi che son de bon cuor, no ghe giera i paroni,

Vago all'albuol de posta, e fazzo i maccaroni.

Oe, ghe n'ho fatto tanti, che ha calà la farina;

Nol sarà gnanca mezzo el pan de sta mattina.

Savè che la parona la par una de quelle,

Che scortega el peocchio per avanzar la pelle.

E se la se ne accorze, sì per diana de dia,

Che la me dà dei schiaffi, e la me cazza via.

Momolo:                 Cossa v'oggio da far?

Zanetta:                                                         Vu solo, se volè,

In sto caso che son, agiutarme podè.

Vu podè presto presto trovarme sta mattina

Per metter in albuol sto poco de farina.

Momolo:                 Dove l'oi da trovar?

Zanetta:                                                      Qualcun ve la darà.

Troverè qualche serva, che ve la impresterà.

Oe, fe cussì: andè al forno; dove ghe n'è, tolela,

Tolè sto tovaggiol; se ghe ne xe, portela.

Za vualtri forneri fe el pan per le casae;

Podè slongarghe el collo con della broda assae;

El cusinè pochetto, perché el pesa de più.

Podè robar per mi, za che robè per vu.

Momolo:                 Ma mi, siora Zanetta, no fazzo miga el pan.

Mi comando.

Zanetta:                                          E per questo? vu no gh'avè le man?

Tior no podè in scondon un poco de farina?

Momolo:                 Per le casae l'è fatto el pan de stamattina.

Zanetta:                  E per questo? se varda. Co ghe n'è, se ne catta:

Se averze qualche sacco, se averze la buratta;

Co se vol far servizio, se fa quel che se vol.

Momolo:                 Cossa me donereu?

Zanetta:                                                      Ve dono el tovaggiol.

Momolo:                 E la parona?

Zanetta:                                          Oh bella! dirò che nol ghe giera;

Ghe dirò che l'ha perso un dì la lavandera.

Sta farina me preme.

Donna Rosega:      (apre la porta)

Momolo:                                                        Mi no so come far.

Zanetta:                  Donna Rosega. Ella ve la poderia dar.

                                 (Osservando che donna Rosega è sulla porta.)

Donna Rosega:      Momolo, dove seu?

Momolo:                                                     Son qua.

Donna Rosega:                                                         Bon pro ve fazza.

Cossa fevi, sior sporco, là con quella pettazza?

Momolo:                 Ve dirò; poveretta, la vorria sta mattina

Che ghe trovasse in préstio un poco de farina.

Donna Rosega:      L'ala magnada?

Momolo:                                               Sì, far el pan no la pol.

Donna Rosega:      Gh'ala bezzi?

Momolo:                                         In baratto la dà sto tovaggiol.

Donna Rosega:      Lassè véder.

Momolo:                                         Tolè.

Zanetta:                                                   (Debotto me vergogno). (Da sé.)

Momolo:                 Dèghela vu.

Donna Rosega:                           Sì ben, ghe darò el so bisogno.

Oe! tegniremo intanto el tovaggiol in pegno.

Ma sentì, sto servizio la 'l gh'ha per vu, m'impegno.

Momolo:                 Ve ringrazio.

Donna Rosega:                              Zanetta.

Zanetta:                                                         Cossa voleu?

Donna Rosega:                                                                     Sentì.

Se volè la farina, mandè de su da mi.

Momolo, vegnì via, che ghe la porterè.

Zanetta:                  A tórmela de suso vegnirò, se volè.

Donna Rosega:      No no, no femo strepito. Za ve la mando.

Zanetta:                                                                                          Aspetto.

Donna Rosega:      Voggio che andemo soli; vien con mi, Momoletto.

 

 

SCENA SECONDA

Zanetta, poi Gnese.

 

Zanetta:                  Donna Rosega, almanco, quel che la vol la fa;

La pol far sporco in letto, e dir che l'ha suà.

La pol far alto e basso, nissun ghe varda in becco;

Ma mi la mia parona la me fa star a stecco.

Gnanca un boccon de pan no gh'è, co ghe ne voggio;

Sotto el letto la tien fina el pavéro e l'oggio.

E po quando la zoga, la va zo col brenton.

Za chi tien per la spina, spande per el coccon.

Gnese:                     Oe, Zanetta.

Zanetta:                                          A bonora.

Gnese:                                                               Cossa diseu? son qua.

Cara fia, un secchio d'acqua.

Zanetta:                                                                     No ghe n'è gnanca un fià.

Xe tre dì che se pena; no ghe n'avemo un giozzo:

Mi, per far el levà, giersera ho sugà el pozzo.

E la parona cria co i vien con el bigolo;

Gieri de quattro secchi la gh'ha dà un soldo solo.

Gnese:                     Quando che ghe n'avemo nu, ghe ne demo a tutti;

E per darghene ai altri, adesso semo sutti.

Zanetta:                  Andè da donna Rosega. Ella che la ghe n'ha,

Che i ghe n'ha messo in pozzo, ella ve ne darà.

Gnese:                     Me proverò. O de casa. (Batte.)

 

 

SCENA TERZA

Donna Rosega alla finestra, e dette.

 

Donna Rosega:                                                Chi batte?

Gnese:                                                                                 Cara siora,

Deme un secchio de acqua.

Donna Rosega:                                                      Le scomenza a bonora.

No ghe ne xe.

Gnese:                                             Ve prego.

Donna Rosega:                                                No ghe n'avemo più.

Gnese:                     No ghe n'aveu comprà?

Donna Rosega:                                                Comprèghene anca vu. (Entra.)

Gnese:                     Co ghe ne compreremo... vardè là che bel sesto!

No la me vol dar acqua, e la me volta el cesto.

Zanetta:                  Bisogna compatirla. Perché avè da saver

Che la gh'ha zente in casa.

Gnese:                                                                     Chi mai gh'ala?

Zanetta:                                                                                             El forner.

Gnese:                     Cóntela el pan?

Zanetta:                                             Oibò. La xe con quel putello...

Gnese:                     Con Momolo forner?

Zanetta:                                                         Sì ben, giusto con quello.

Gnese:                     Ca de diana! una vecchia da metter in aseo

La sta con quel putello che no xe longo un deo?

Cossa diseu? sta vecchia! la fa la fantolina...

 

 

SCENA QUARTA

Momolo e dette.

 

Momolo:                 Son qua, siora Zanetta. V'ho portà la farina.

Zanetta:                  Bravo, vegnì con mi.

Gnese:                                                         Zanetta, dove andeu?

Zanetta:                  Vago a far un servizio.

Gnese:                                                               Sto secchio me lo deu?

Zanetta:                  No ghe n'ho, cara vecchia. Presto, andemo de suso.

Gnese:                     Frasconazza! la porta la me serra in tel muso?

Chi credistu che sia? se no ti sa chi son,

Te lo farò saver, ghe lo dirò al paron:

El paron che me tien come una so sorella,

Che in casa el m'ha arlevà, se pol dir da putella,

Che mai nol me rimprovera, che mai nol me strapazza.

Vôi che el sappia l'affronto che ho abuo da sta pettazza,

Oh, vien sior Anzoletto. L'è un putto che me piase;

Ma che el me trova qua col secchio, me despiase.

 

 

SCENA QUINTA

Anzoletto e Gnese

 

Anzoletto:              Cossa feu, siora Gnese?

Gnese:                                                               Son qua, no me vedè?

Anzoletto:              Comandè, cara fia.

Gnese:                                                      Grazie che gnanca che.

Anzoletto:              V'offèndio a domandar? Cossa gh'aveu con mi?

Aveu bisogno de acqua? ghe ne voleu?

Gnese:                                                                                          Sior sì.

Anzoletto:              Battemo a qualche porta. Son qua, ve agiuterò.

Cara Gnese, siè bona. Me voleu ben?

Gnese:                                                                                       Sior no.

Anzoletto:              Sto sior no, troppo presto l'avè lassà scampar;

Vedo che l'avè dito cussì senza pensar.

Ma se me varderè, se ghe pensè un pochetto,

No parlerè cussì.

Gnese:                                                   Oh che caro Anzoletto!

Qualche volta dasseno me fe rider de cuor.

Anzoletto:              Oe, cossa fa el paron? Dormelo sior dottor?

Gnese:                     L'ho lassà che el dormiva; credo che el dorma ancora.

Anzoletto:              Voleu vegnir con mi?

Gnese:                                                            Dove?

Anzoletto:                                                                 Za xe a bonora.

A bever un caffè.

Gnese:                                                   Son cussì, me vergogno.

Anzoletto:                                                                                         Eh, andemo.

Gnese:                     Ma! dell'acqua ghe n'ho tanto bisogno.

Se...

Anzoletto:                       Da quel dalle acque i ve impenirà el secchio.

Gnese:                     Vegnirave, ma po, se se desmissia el vecchio?

Anzoletto:              Presto se destrighemo.

Gnese:                                                               Fe cussì, aspettè qua.

Più tosto anderò a casa a metterme el zendà.

Se sior Biasio dorme, chiappo su e vegno via.

Se el sente, se el me chiama, dirò qualche busia.

Anzoletto:              Brava; andè, che v'aspetto.

Gnese:                                                                     Ma el secchio chi lo porta?

Anzoletto:              Aspettè, cara fia, battemo a quella porta.

Gnese:                     No, no, con donna Rosega no parlo, e no ghe batto.

La m'ha dito za un poco un de no tanto fatto.

Anzoletto:              Lassè che prova mi.

Gnese:                                                         Ben, se volè, provè.

Anzoletto:              Deme quel secchio.

Gnese:                                                         El secchio?

Anzoletto:                                                                       De mi no ve fidè?

Gnese:                     Per fidarme me fido, ma un putto co se diè

Andar col secchio in man...

Anzoletto:                                                              Qua nissun no ghe xe.

Deme quel secchio a mi, no gh'ho certi catarri.

Oh quanti contrabandi se sconde coi tabarri!

Se savessi! se porta, quando se gh'ha el morbin,

Sportele, tovaggioli, canevette de vin.

Vedeu ste macchie? un zorno sotto el tabarro ho sconto

Una polenta conza.

Gnese:                                                         Sè ben onto e bisonto!

Anzoletto:              Lassè véder sto secchio. Tireve da una banda.

Vardè co facilmente se batte e se domanda.

O de casa. (Batte.)

 

 

SCENA SESTA

Donna Rosega e detti.

 

Donna Rosega:                        Chi è?

Anzoletto:                                            Amici.

Donna Rosega:                                                Amici boni? (Viene alla finestra)

Anzoletto:              Bonissimi.

Donna Rosega:                           I xe in letto.

Anzoletto:                                                        No domando i paroni.

Ho bisogno de vu.

Donna Rosega:                                       De mi, sior Anzoletto?

Vegno da basso subito. (Entra.)

Anzoletto:                                                        Fe presto, che v'aspetto.

Gnese:                     Oe sentè, colla vecchia no stessi a far el matto;

Savè che donna Rosega se taccherave a un gatto.

Anzoletto:              Lassè pur che la fazza, a mi no la se tacca,

E po son tutto vostro.

Gnese:                                                            No credo una patacca.

Anzoletto:              Vela qua che la vien.

Gnese:                                                            Me scondo, me retiro.

No vôi che la me veda. Fazzo in sto mentre un ziro. (Parte.)

 

 

SCENA SETTIMA

Anzoletto e donna Rosega

 

Donna Rosega:      Son qua, cossa voleu?

Anzoletto:                                                     Me faressi un piaser?

Donna Rosega:      Basta che comandè, ve ne farò anca un per.

Anzoletto:              Vorave un secchio d'acqua.

Donna Rosega:                                                      Sè paron, caro vecchio,

Del pozzo, della casa, dell'acqua, e anca del secchio.

Anzoletto:              El secchio lo gh'ho qua.

Donna Rosega:                                                Oh, siestu malignazo!

Sotto el tabarro el secchio? Cossa vol dir sto lazo?

Bisogna ben, sior sporco, che la ve prema assae.

Anzoletto:              Son stà pregà.

Donna Rosega:                                 Se vede chi xe le fortunae.

Per mi no lo faressi, e sì... no digo gnente.

Anzoletto:              Qua no ghe xe nissun; parlè liberamente.

Donna Rosega:      De mi, sior Anzoletto, se fessi capital,

Fursi che el vostro tempo no traressi de mal.

Anzoletto:              Comandeme, provè.

Donna Rosega:                                          Cossa voleu che prova?

Disè, quella dell'acqua xela amicizia nova?

Anzoletto:              Dasseno, donna Rosega, la xe una mia parente.

Donna Rosega:      Tocco de baroncello, mi no te credo gnente.

Anzoletto:              La xe cussì, da putto.

Donna Rosega:                                             Basta, lo vederò.

Anzoletto:              Me deu sto secchio de acqua?

Donna Rosega:                                                            Sì ben, ve lo darò.

Anzoletto:              Via, da brava.

Donna Rosega:                                 Vel dago: ma con el cuor strazzà. (Prende il secchio.)

Anzoletto:              Per cossa?

Donna Rosega:                        Gh'ho paura... No sarave un peccà,

Che un putto come vu se perdesse cussì?

Quanto faressi meggio, se me tendessi a mi.

Sentì, son una donna che gh'ha i so boni annetti;

Ma gh'ho, ve lo confido, da banda dei bezzetti.

M'ho sempre sparagnà, no gh'ho certi malanni.

Basta... no ghe la cedo a una de vint'anni.

 

 

SCENA OTTAVA

Anzoletto, poi Zanetta e Momolo.

 

Anzoletto:              La xe ridicolosa. Oh che cara vecchietta!

Ancora la gh'ha voggia de far la morosetta.

La xe là spiritosa, franca, bizzarra, ardita.

Mi mo, co ste massere, mi ghe vago de vita.

No ghe ne spendo uno, e stago allegramente;

E po, che belle cosse che da custìe se sente!

Se sa i pettegolezzi de tutti i so paroni,

De questa e de quell'altra le dise i pettoloni.

Chi al zogo, chi al teatro spende le notte intiere;

El mio divertimento xe a star colle massere.

Zanetta:                  Momolo, la xe dita.

Momolo:                                                     Farò quel che volè.

Anzoletto:              Xe qua un'altra massera. (Vedendo venir Zanetta.)

Zanetta:                                                               A parecchiarve andè. (A Momolo.)

Momolo:                 Cossa dirà el paron, se stago tutto un zorno?

Zanetta:                  Se el ve licenzierà, troverè un altro forno.

Andeve a inmascherar; ma presto, se se pol.

Momolo:                 Vago un abito a nolo a tor dal strazzariol. (Parte.)

Anzoletto:              Putta, bondì sioria.

Zanetta:                                                   Patron, sior Anzoletto.

Anzoletto:              Steu ben?

Zanetta:                                    Cussì e cussì.

Anzoletto:                                                        Ve divertìu?

Zanetta:                                                                                 Un pochetto.

Anzoletto:              Chi xelo quel puttazzo che parlava con vu?

Zanetta:                  El putto del forner. No l'ave cognossù?

Anzoletto:              El se va a inmascherar?

Zanetta:                                                            Sì ben. L'aveu sentio?

Anzoletto:              L'ho sentio, ghe dirave de quei che l'ha nanio.

Zanetta:                  Perché?

Anzoletto:                             Perché ne tocca a nualtri Veneziani,

Véder el meggio e el bon in man de sti Furlani.

Un tocco de forner de vu sarà paron:

Se un Venezian vegnisse, diressi el xe un baron.

Basta, ghe vol fortuna.

Zanetta:                                                            Caro sior Anzoletto,

Se disessi dasseno, el forner me lo petto.

Ancuo gh'ho la zornada, e per non andar sola,

Xe capità el forner, gh'ho dito una parola.

Ma se vu ve degnessi vegnirme a compagnar,

Momolo lo licenzio, lo mando a far squartar.

Anzoletto:              Sì ben, ma descorremola un poco tra de nu.

Cossa dirà i paroni, se mi vegno con vu?

Zanetta:                  Mo ve dirò, compare, no son miga una matta;

Se va fora de casa, e dopo se se catta.

Ghe sarà una mia amiga; za nissun ne vien drio.

Ela troverà el soo, e mi troverò el mio.

Anzoletto:              Brava; se troveremo...

Zanetta:                                                         In dove che volè.

Anzoletto:              Zo del ponte del Lovo; da quello del caffè.

Zanetta:                  La xe dita.

Anzoletto:                                A che ora?

Zanetta:                                                         Avanti mezzodì.

Anzoletto:              In maschera, nevvero?

Zanetta:                                                            In maschera, sior sì.

Anzoletto:              Vardè ben.

Zanetta:                                       La xe dita. Me vago a destrigar.

Anzoletto:              Gh'aveu delle fazzende?

Zanetta:                                                               Oh, gh'ho tanto da far.

Ma quando ho fatto el pan, m'ho destrigà del più.

Anzoletto:              Vôi che se la godemo.

Zanetta:                                                         Oe, ghe penserè vu. (Entra in casa.)

 

 

SCENA NONA

Anzoletto, poi Donna Rosega

 

Anzoletto:              Voggio gòder, per diana. Me voggio sbabazar.

Oh se podesse in maschera sta vecchia strascinar!

E Gnese? No la puol vegnir con nu? Perché?

Son bon anca per diese, se no basta per tre.

Donna Rosega:      Presto, tolè sto secchio.

Anzoletto:                                                        Coss'è, che sè instizzada?

Donna Rosega:      Sì ben, ho visto tutto: no vôi esser burlada.

Anzoletto:              Con mi? Cossa v'oi fatto?

Donna Rosega:                                                   V'ho visto a chiaccolar.

Anzoletto:              Oh, ve conterò tutto.

Donna Rosega:                                          Andeve a far squartar.

Anzoletto:              Sentì, gh'intrè anca vu in quel che s'ha parlà.

Donna Rosega:      De mi cossa aveu dito?

Anzoletto:                                                  Aspettè, vegnì qua.

Far una mascherada s'ha dito tra de nu:

Zanetta con un altro; mi in compagnia con vu.

Voleu vegnir con mi?

Donna Rosega:                                             Mi sì, che vegnirò.

Anzoletto:              Ve darali licenzia?

Donna Rosega:                                       Ghe la domanderò.

E se de no i me dise, ca de diana de dia,

Impianto i mi paroni, chiappo su e vegno via.

Anzoletto:              Ve vegnirò a levar.

Donna Rosega:                                       Vardè ben, che ve aspetto.

Za el pan l'ho fatto, e presto scoo, e fazzo suso el letto.

Anzoletto:              Ve inmaschereu?

Donna Rosega:                                       Seguro, che me inmaschererò.

Fin che i paroni dorme, l'armer averzirò.

Me torrò una carpetta, torrò un abito bon,

E anderò a inmascherarme da mia nezza in scondon.

I abiti che gh'ho, da maschera, i xe brutti:

La roba de sto mondo la gh'ha da far a tutti.

Anzoletto:              Via da brava, fe presto. Me inmaschero e ve aspetto.

Donna Rosega:      Vôi che se la godemo. Oh che caro Anzoletto! (Parte.)

 

 

SCENA DECIMA

Anzolino, poi Trottolo.

 

Anzoletto:              E do. Voggio trovarghene qualchedun'altra ancora;

Vôi unir ste massere; vôi devertirme un'ora.

Ma Gnese no se vede. La m'ha impiantà cussì?

Coss'oi da far del secchio? ghe l'oi da portar mi?

Se passasse qualcun... Oe putto, vegnì a nu.

Trottolo:                 Son qua, cossa comandela?

Anzoletto:                                                              Gh'ho bisogno de vu.

Porteressi sto secchio?

Trottolo:                                                        Sior sì, lo porterò.

Anzoletto:              Andè zo per de là, che drio ve vegnirò. (Trottolo parte.)

Se i mi amici me vede andar col secchio arente,

I me vegnirà drio; no vôi che i sappia gnente.

Tutti se devertisse chi in questo e chi in quel modo,

E mi colle massere gh'ho spasso e me la godo.

El star in suggizion me par cossa da alochi.

Mi me deverto assae, ma ghe ne spendo pochi. (Parte.)

 

 

SCENA UNDICESIMA

Camera in casa di Dorotea.

Raimondo e Zanetta.

 

Zanetta:                  Sior sì, la xe levada. Ma no l'ha averto ancora;

Prima che la sia all'ordene, ghe vorrà più de un'ora.

Raimondo:             Ho un interesse in Piazza, che m'obbliga d'andar.

Zanetta:                  La vaga, se la vol, la poderà tornar.

Raimondo:             Ditemi il ver, Zanetta, la vostra padroncina

Ha per me qualche stima?

Zanetta:                                                                  La xe una testolina,

Che... no saveria dir; segondo che s'imbatte:

Ora la xe da uovi, ora la xe da latte.

Raimondo:             Per me le parlereste?

Zanetta:                                                         No vorla? Gh'ho parlà.

(No me l'insogno gnanca, gnanca no gh'ho pensà). (Da sé.)

Raimondo:             Delle parole vostre fate che senta il frutto.

Dite, che cosa ha detto?

Zanetta:                                                            No ghe voggio dir tutto.

Raimondo:             Ma pur come gradisce l'idea che ho di servirla?

Zanetta:                  No ghe xe so mario, bisogna compatirla.

Raimondo:             Non vi capisco bene. Vuole o non vuol per questo?

M'intendo di servirla da galantuomo onesto.

Zanetta:                  La senta, sior Raimondo, parlo col cuor in man,

La parona mi spero disponerla pian pian.

Ma... capìssela, sior?

Raimondo:                                                 Via, parlatemi schietto.

Zanetta:                  A tempo qualche volta fa colpo un regaletto.

Raimondo:             Se troppo ardir non fosse...

Zanetta:                                                                  Eh, che quando se dona,

El xe un ardir che tutte le femene perdona.

Raimondo:             Se il suo genio sapessi, lo farei volentieri.

Zanetta:                  La senta una desgrazia che xe successa gieri.

La parona al balcon giera sora canal,

L'ha ponta un vero rotto, e la s'ha fatto mal.

Scolando el sangue in acqua con el deo menuelo,

Per diana che in canal ghe xe cascà l'anelo.

Vôi mo dir... compatime se disesse un sproposito:

Un anello in sto caso saravelo a proposito?

Raimondo:             Di qual prezzo era quello che Dorotea ha perduto?

Zanetta:                  Mi credo che el valesse diese zecchini in tuto.

Raimondo:             Questo mi costa sedici.

Zanetta:                                                            Donèghelo a drettura.

Cussì col cavedal la gh'averà l'usura.

Raimondo:             Ma com'è mai possibile ch'ella da me l'accetti?

Zanetta:                  Oh, se la lo terrà!

Raimondo:                                           Voi fate che io sospetti.

S'ella da me il riceve, s'ella i regali apprezza,

A prenderne dagli altri questa signora è avvezza.

Zanetta:                  Questo po no, ghe zuro certo su l'onor mio;

Xe debotto sie mesi, che manca so mario.

Regali no l'ha abuo, nissun l'ha praticà;

E gnanca la tiorave sto anello che xe qua.

Ma avendo perso quello... no so se la m'intenda;

Pol esser, se ghe parlo...

Raimondo:                                                       Puol esser che lo prenda.

Zanetta:                  Mi po so el con e el ron, e so dove ghe diol.

Ve basta, sior Raimondo, intenderme la pol.

Raimondo:             Non so che dir: poss'io far questa prova ancora.

Io vi darò l'anello per darlo alla signora.

Ma sentite, Zanetta, di voi mi fido, è vero;

Mediante l'opra vostra, che l'aggradisca io spero;

Ma sapendo ch'io sono di tanta grazia indegno,

Del gradimento suo vorrei un certo segno.

Zanetta:                  Crédelo che lo toga per metterlo in aseo?

Ve basta, sior Raimondo, de véderghelo in deo?

Raimondo:             Questo mi basterebbe.

Zanetta:                                                         Donca cussì sarà.

La gradirà l'anello, e la lo porterà.

Raimondo:             Eccolo...; ma badate.

Zanetta:                                                      Ih, ih, tanto ghe vol?

In sta sorte de cosse, no occorre dir me diol.

Raimondo:             Mi raccomando a voi. Oprate da valente.

Zanetta:                  La lassa far a mi; per mi za no vôi gnente.

Raimondo:             Il mio dover lo so.

Zanetta:                                                   Ho sentio a dir cussì,

Una man lava l'altra, e tutte do el sior sì.

Raimondo:             Siete una gran ragazza! Eccovi un ducatello.

Zanetta:                  Grazie, grazie (za el resto caverò da l'anello).

Raimondo:             Verrò per la risposta.

Zanetta:                                                         La vegna a mezzodì.

Raimondo:             Ci verrò senza fallo.

Zanetta:                                                      (Ma no ghe sarò mi). (Da sé.)

Raimondo:             Ehi, nol dite alla Rósica. Nol sappia mia consorte,

Ch'io feci un passo tale, ch'io venni in queste porte.

Zanetta:                  Mi no parlo seguro. La gh'ha sta brutta usanza?

Donca la xe zelosa de lu siora Costanza?

Raimondo:             Una donna buonissima fu ognor la moglie mia,

Ma sempre ebbe il difetto di pazza gelosia.

Zanetta:                  E lu xelo zeloso?

Raimondo:                                           Io no, anzi vorrei

Ch'ella si divertisse.

Zanetta:                                                      No la gh'ha cicisbei?

Raimondo:             Non pratica nessuno. Procuro qualche amico

Condurre a divertirla; faccio per essa, e dico;

Servirla onestamente alcuno anche ha provato,

Ma al terzo o al quarto giorno si è ciascuno stancato.

Zanetta:                  Cossa vol dir? Perché?

Raimondo:                                                    Tutto l'è indifferente;

Non gusta alcun piacere, non ha voglia di niente.

Zanetta:                  Come sarave a dir... Oh, chiama la parona.

Raimondo:             Posso restar...

Zanetta:                                          Sior no; la vaga, la perdona;

La torna co gh'ho dito; la lassa far a mi.

Raimondo:             Innanzi mezzogiorno ci rivedrem.

Zanetta:                                                                                 Sior sì.

Raimondo:             Chi sa ch'io non la spunti? talor son le massere

Provvide mediatrici, provvide consigliere.

Zanetta:                  Che caro sior Raimondo! In verità el xe bello!

Ghe piase la parona; el ghe dona un anello!

El vol che mi ghe parla, che l'azzalin ghe bata.

Zanetta Pappasùgoli xe una putta onorata.

Sto mistier no so farlo. Nol voggio far per ello.

Ma me despiaseria se perdesse sto anello.

Qualche bella maniera trovar bisognerà

De vadagnar l'anello co un poco de onestà.

Ghe penseremo suso; co se vol, se se inzegna;

S'impara dalle altre, e la natura insegna. (Parte.)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA

Camera in casa di Dorotea.

Dorotea e Zanetta

 

Dorotea:                  Oe, Zanetta.

Zanetta:                                       Lustrissima.

Dorotea:                                                               Vien qua.

Zanetta:                                                                                 Son a servirla.

Dorotea:                  Chi ghe giera de là?

Zanetta:                                                      Uno per reverirla.

Dorotea:                  Gierelo sior Raimondo?

Zanetta:                                                            Giusto elo da bon.

Dorotea:                  Se el vien un'altra volta, dighe che no ghe son.

Zanetta:                  No la lo vol in casa?

Dorotea:                                                      No lo vôi praticar.

No vôi che so muggier s'abbia da lamentar.

Ma cossa t'alo dito?

Zanetta:                                                      El m'ha dito cussì,

Che el tornerà da ela avanti mezzodì.

Dorotea:                  Che nol staga a vegnir; no lo vôi praticar.

Se sa cossa che el voggia?

Zanetta:                                                               La se lo pol pensar.

El la vede al balcon, do volte el gh'ha parlà.

Gramazzo! se el podesse, el vorria vegnir qua.

No la lo vol?

Dorotea:                                          Bisogna, quando la xe cussì,

Che ghe daga in tel genio.

Zanetta:                                                                  L'ho pensada anca mi.

Dorotea:                  E sì, per quel che so, l'è un omo che ha cervello.

Zanetta:                  (Me par che saria tempo de parlar dell'anello!) (Da sé.)

Dorotea:                  De mi coss'alo dito?

Zanetta:                                                      L'ha dito tanto ben;

L'ha parlà veramente, come che se convien.

Se vede che per ela el gh'ha tutto el respetto.

Lustrissima, la varda mo sto bell'anelletto.

Dorotea:                  Un anello? Pettegola, cossa voressi dir?

De mandarmelo fursi alo avudo l'ardir?

Regali a una par mia? vorave véder questa!

Senti, desgraziadela, te romperò la testa.

Zanetta:                  Pian pian, no la se scalda, che la m'ha tiolto in falo.

Sto anello el xe da vender. Nol xe miga un regalo.

Xe vegnù stamattina da mi donna Verìgola,

Quella vecchia sì fatta, che fa la revendigola;

La gh'aveva sto anello, e la me l'ha lassà

Acciò che ghe lo mostra: i lo dà a bon marcà.

El val diese zecchini, dise chi se n'intende;

E adesso per bisogno a bon marcà i lo vende.

Per cinque o sie zecchini...

Dorotea:                                                                  Lo compreria per tre.

Zanetta:                  I bezzi la me daga; presto, so mi perché.

Dorotea:                  Sì ben, za che giersera ho vadagnà a Redutto...

Zanetta:                  Se la tornerà a perder, no la perderà tutto.

Dorotea:                  Daghe sti tre zecchini... E po, se no la i vol?

Zanetta:                  La me li daga pur. Sora de mi la i tol.

Dorotea:                  Se la i tol, me contento; i xe ben impiegai.

Zanetta:                  (Anca per la mia parte i xe ben vadagnai). (Da sé.)

Dorotea:                  Tolè. I xe un poco scarsi ma tanto i li torrà.

Zanetta:                  Eh lustrissima sì, senza difficoltà.

Dorotea:                  La me par impussibile, che i lo venda cussì.

Zanetta:                  La lo tegna, e la staga quieta sora de mi.

Dorotea:                  Dov'è donna Verìgola?

Zanetta:                                                            La sarà in sto contorno.

Vago, per contentarla, a darghe i bezzi, e torno.

(Ho fatto, posso dir, un viazo e tre servizi.

Saremo tre contenti, e resteremo amizi.

Mi goderò i zecchini, la parona l'anello;

Contento è per adesso sior Raimondo anca ello.

E se sarà scoverti un zorno i pettoloni,

A nualtre massere no ne manca paroni). (Da sé, e parte.)

 

 

SCENA SECONDA

Dorotea, poi Zanetta.

 

Dorotea:                  Finalmente giersera qualcossa ho vadagnà.

Diese volte segondo el cavallo ho trovà.

E se gh'aveva cuor, e se saveva far,

De tutte le mie perdite me podeva refar.

Averò vadagnà cento e diese ducati,

Averò chiappà in oro sedese zecchinati;

Ma tutti sti gran bezzi no i me basta, m'impegno,

Per scuoder la mità della roba che ho in pegno.

Se torna mio mario, cossa diralo mai,

Che tutte le mie zoggie e i abiti ho impegnai?

Avanti che fenissa sti dì de carneval,

Remetter vôi, se posso, tutto el mio capital.

Adesso son in ditta, ho anca imparà a zogar;

Adesso in poco tempo me poderia refar.

Zanetta:                  Lustrissima, l'anello la se lo goda in pase.

El paron ghe lo lassa.

Dorotea:                                                         Xelo contento?

Zanetta:                                                                                    El tase.

Dorotea:                  In caso de bisogno anca questo xe bon.

Zanetta:                  In verità, lustrissima, el xe bello, el par bon.

Oh, se la se contenta, me vago a parecchiar.

Dorotea:                  Prima de andar in maschera, fe quel che avè da far.

Zanetta:                  Ho scoà, ho fatto i letti; el pan xe anca levà.

Dorotea:                  Quanti panetti xeli?

Zanetta:                                                      Mi no l'ho mo contà.

Dorotea:                  Contèli; vôi saver quanti pani che i xe.

Zanetta:                                                      Malignazo! xe tardi.

Dorotea:                  Presto ve destrighè.

Zanetta:                  No se fenisse mai. (Parte e poi torna.)

Dorotea:                                                      Povera casa mia,

Se no gh'avesse in testa un po' d'economia.

Le donne no gh'ha cuor. No le se tol affanno,

So mi quel che sparagno, quel che avanzo in t'un anno.

Oh, se no fusse el zogo!

Zanetta:                                                            I ho contai.

Dorotea:                                                                                 Quanti xei?

Zanetta:                  I xe disdotto bianchi, e sie de semolei.

Dorotea:                  Cossa? disdotto bianchi? Cussì pochi? perché?

Savè che l'altra volta i xe stai vintitrè.

Zanetta:                  Mi no so cossa dir; no ghe ne vôi robar.

La pasta xe sul cóncolo, la la fazza pesar.

Dorotea:                  No ti averà robà, ma la sarà cussì:

I te pareva piccoli i to tre pani al dì;

Ti i averà fatti grandi, e la rason la so:

Uno se ghe ne vende, e se ne magna do.

Zanetta:                  Vardè cossa la dise; in verità mi resto.

Dorotea:                  Cinque pani de manco?

Zanetta:                                                            Ho fatto per far presto.

Dorotea:                  Donca, ben, a to danno; ti ghe starà de più.

Torna a desfar i pani, e torneli a far su.

Zanetta:                  Che li torna a desfar?

Dorotea:                                                         Le so manine care

Le se torrà st'incomodo.

Zanetta:                                                            No, la fia de mia mare.

Dorotea:                  Senti sa, frasconazza, mi te farò pentir.

Ti anderà via, e a Venezia no ti anderà a servir.

Cussì de no se dise, in fazza a una par mia?

Voi esser respettada, voi esser obbedia

Zanetta:                  (Ghe mancherave poco... No me vôi far nasar...) (Da sé.)

Vago a desfar el pan. (Ghe lo vôi strapazzar). (Da sé, e parte.)

Dorotea:                  Oh, che bel umoretto! za co mi no la voggio;

La m'ha fruà in t'un mese una lira de oggio.

Bisogneria, a far ben, muarghene una al dì.

Malignaze le meggio, le xe tutte cussì.

 

 

SCENA TERZA

Meneghina e Dorotea.

 

Meneghina:           O de casa? (Di dentro.)

Dorotea:                                    Chi è là?

Meneghina:                                            Se pol vegnir?

Dorotea:                                                                              Vegnì.

Meneghina:           Gh'è Zanetta?

Dorotea:                                          Chi seu?

Meneghina:                                               Lustrissima, son mi.

Dorotea:                  Cossa gh'è, Meneghina? Cossa voleu?

Meneghina:                                                                                Son qua,

Perché la mia parona in scondon m'ha mandà.

Dorotea:                  La v'ha mandà in scondon?

Meneghina:                                                           Zanetta dove xela?

Dorotea:                  Podè parlar con mi, se no la ghe xe ela.

Meneghina:           Mi ghel diria, ma po, se la parona el sa?

Dorotea:                  Dimmelo, Meneghina, no la lo saverà.

Meneghina:           M'ha dito la parona, che veda con bel modo

Farme dar da Zanetta sta pignatta de brodo.

Dorotea:                  (Brava, la vôi scavar). Diseme, Meneghina,

Da vu no se fa brodo? da vu no se cusina?

Meneghina:           Ze otto dì che el paron no manda gnente a casa;

Ze otto dì che se zuna: ma i m'ha dito che tasa.

Dorotea:                  Cossa vol dir? contème. Za mi no digo gnente.

Meneghina:           Mi dormo in t'un armer dei mi paroni arente;

Dal freddo e dalla fame me stento a indromenzar.

Tutta la notte i sento tra de lori a criar.

No so, ma la parona me par che la ghe diga:

Dove estu stà, baron? xestu stà dall'amiga?

Ti sarà andà con ela a spasso a tripudiar;

E a mi, povera grana, me tocca a suspirar.

Dorotea:                  E lu cossa respondelo?

Meneghina:                                                     Un pezzo el lassa dir,

El tase, nol responde, el finze de dormir;

Ma quando che el xe stufo, sala cossa che el fa?

El salta co è una bestia, el strapazza, el ghe dà.

Tasi, el ghe dise, tasi; e ela per despetto

La vol parlar, e elo buttela zo del letto.

La pianze, poveretta, ghe vien i occhi sgionfi,

La lo tormenta sempre, e lu ghe dà dei tonfi.

Dorotea:                  Povera desgraziada! la xe in t'un brutto intrigo.

Ma no la gh'ha nissun?

Meneghina:                                                     La gh'aveva un amigo.

Fina che el xe vegnù, le cosse andava ben.

I s'ha po desgustà; xe un pezzo che nol vien.

Dorotea:                  Mo per cossa no vienlo?

Meneghina:                                                     Per amor della zente.

Ma adesso che ghe penso: no i vol che diga gnente.

 

 

SCENA QUARTA

Zanetta e dette.

 

Zanetta:                  Vintitrè pani bianchi. Otto de semolei. (Sdegnosa.)

Dorotea:                  Poverazza! la diga, s'ala mo struppià i dei?

Zanetta:                  La me burla?

Dorotea:                                          Ste cosse soffrir no le se pol. (Ironica.)

Vardè là quella putta da vu cossa la vol.

Zanetta:                  Cossa gh'è, Meneghina, voleu gnente da mi?

Dorotea:                  Cara siora Zanetta, la dispone cussì?

Ela fa i so regali? ela dispensa el brodo?

Ela xe la parona. In verità la godo.

Zanetta:                  Parlela con mi, adesso?

Dorotea:                                                            Parlo giusto con ela.

Meneghina xe qua colla so pignatela.

Zanetta:                  Eh, no la varda el brodo, cara siora parona,

Ma la varda piuttosto el fante e la corona.

Dorotea:                  Tocco de desgraziada, con mi cussì ti parli?

Son parona i mi bezzi de spenderli e zogarli.

Zanetta:                  Diseva...

Dorotea:                                 Tasi là.

Zanetta:                                             Ma se...

Dorotea:                                                            Va via de qua.

Zanetta:                  Perché...

Dorotea:                                 Tasi.

Zanetta:                                          Se parlo...

Dorotea:                                                            Tasi per carità.

Zanetta:                  (Ih ih, furia franzese). (Da sé.)

Dorotea:                                                         (No la vôi sopportar) (Da sé.)

Zanetta:                  (Mi lasso che la cria: me vago a inmascherar). (Da sé, e parte.)

 

 

SCENA QUINTA

Dorotea e Meneghina

 

Dorotea:                  (Anca rimproverarme? Perdiana, la xe vaga!

No la tegno custìa gnanca se la me paga). (Da sé.)

Meneghina:           Lustrissima...

Dorotea:                                          (Ste serve le xe all'ultima moda).

Meneghina:           Oi da tornar a casa colla pignatta voda?

Dorotea:                  Diseme, Meneghina, steu ben dove che sè?

Meneghina:           Se sta ben co se magna; ma adesso no ghe n'è.

Dorotea:                  Almanco in casa mia le gh'ha quel che le vol.

Quando le vol magnar, le va, le se ne tol.

Bon pan, bon vin, de tutto ghe xe per ordenario.

Quanto la to parona te dala de salario?

Meneghina:           Otto ducati all'anno.

Dorotea:                                                      Otto? e da mi culia

Dodese la ghe n'ha, e sì li butto via.

Vustu vegnir con mi? diese te ne darò;

E ti magnerà ben.

Meneghina:                                            Mi sì che vegnirò.

Dorotea:                  Mi no te darò parte de pan, de vin, de gnente,

Acciò no te la magna l'amiga o la parente.

Magna fin che ti vol; disna, cena, marenda,

Ma no vôi che se dona, ma no vôi che se venda.

Meneghina:           Per mi no gh'ho nissun; no ghe xe sto pericolo,

Magno poco, e me piase de bever el vin piccolo.

De farme voler ben procuro dai paroni,

E no me piase star tutto el dì sui balconi.

Dorotea:                  Cussì fa chi ha giudizio. Cossa mo saveu far?

Meneghina:           So filar, so far calze, so un poco laorar.

Fazzo un poco de tutto.

Dorotea:                                                            Seu bona da cusina?

Meneghina:    So far un lesso, un rosto, giustar una gallina;

So cusinar i risi, e anca me comprometto

Saver far, se bisogna, qualche bon potacchietto.

Dorotea:                  Mi no fazzo cossazze. La so carne ogni dì,

Le feste un altro piatto, e me basta cussì.

Basta magnar per viver; perché saveu, fia mia?

Presto va in precipizio chi no gh'ha economia.

Meneghina:           Anca la mia parona sol dir, co la xe al fuogo,

Sia maledetto i vizi, sia maledetto el zogo.

Dorotea:                  Anca el zogo, xe vero, ne manda in precepizio,

Ma un dì se pol remetter chi ha un poco de giudizio.

Basta, lassemo andar ste cosse che xe qua.

Voleu vegnir da mi?

Meneghina:                                               Vegnirò in verità.

Anderò a licenziarme.

Dorotea:                                                         E se i dise de no?

Meneghina:           Torrò su le mie strazze, e via ghe vegnirò.

Dorotea:                  (Le fa cussì custìe. Basta, la vôi provar.

Se no la riuscirà, no manca a barattar). (Da sé.)

Meneghina:           El brodo me lo dala?

Dorotea:                                                      Aspettè un pochettin.

Se ghe ne xe da gieri, ve ne darò un tantin.

Ma vardè ben, savè, vardè ben quel che fe.

Quando sè in casa mia; no vôi che ghe ne dè.

Se ve porterè ben, con vu sarò cortese.

(Cussì averò scambià tre massere in t'un mese). (Da sé, e parte.)

 

 

SCENA SESTA

Meneghina, poi Zanetta.

 

Meneghina:           Me despiase un pochetto lassar la mia parona,

Ma a far sempre sta vita sarave una minchiona.

Do ducati de più all'anno i me darà,

E almanco poderò magnar quel che me fa.

Delle mettimassere me recordo el conseggio:

Anca qua ghe starò, fin che troverò meggio.

Zanetta:                  Xestu qua, Meneghina?

Meneghina:                                                     El brodo me lo dastu?

L'ha dito la lustrissima.

Zanetta:                                                            No ghe ne xe. No sastu?

Le fa le generose, quando no ghe n'è più;

E po le trà la colpa tutta sora de nu.

Meneghina:           Me despiase dasseno per quella poverazza,

Che ancuo no la gh'ha gnente, e anca per mi, gramazza.

Zanetta:                  Vustu vegnir con mi?

Meneghina:                                                  Dove?

Zanetta:                                                                     In maschera, a spasso.

Ho abuo la mia zornada, e faremo del chiasso.

Meneghina:           Vegnirave mi...

Zanetta:                                             Via; se ti vuol, mi te aspetto.

Meneghina:           Come oggio da vegnir?

Zanetta:                                                            Mettite un ninzioletto.

No, faremo cussì, mi te inmaschererò.

Della parona un abito, se ti vien, te darò,

E ti parerà bon.

Meneghina:                                         Ma no gh'ho la moretta.

Zanetta:                  Comprete un volto.

Meneghina:                                               Come, se no gh'ho una gazetta?

Gh'aveva trenta soldi, che mi i aveva sunai,

L'altro dì la parona la me li ha domandai.

Zanetta:                  E ti ghe sta?

Meneghina:                                Son stufa. Vôi vegnir via de là.

Zanetta:                  Anca mi, te lo zuro, voggio andar via de qua.

Ho fatto in pochi zorni una vita da can;

Più tossego se magna, che bocconi de pan.

Gnente xe fatto ben, la cria, la me manazza.

E co la perde al zogo, allora la strapazza.

Meneghina:           Distu dasseno?

Zanetta:                                             Credime. Za semo tra de nu.

No se ghe pol più viver.

Meneghina:                                                     (No la me cucca più). (Da sé.)

Zanetta:                  E cussì, cossa distu? Vustu vegnir co mi?

Femo una mascherada. Ti vegnirà anca ti.

Meneghina:           E po se la parona me cria?

Zanetta:                                                                  Cossa te importa?

Quand'una se ne serra, se averze un'altra porta.

Case a nu no ne manca: se semo forestiere,

El letto lo gh'avemo dalla mettimassere.

Se staremo de bando, qualcossa se farà.

Vien via, vien via con mi, che ancuo ti riderà.

Meneghina:           Xe un pezzo che gh'ho voggia da rider un pochetto.

Zanetta:                  Ti riderà dasseno, se vien sior Anzoletto.

Meneghina:           Chi xelo?

Zanetta:                                    Un certo putto. Ma senti, sta in cervello.

Varda ben che el xe mio. No me star...

Meneghina:                                                                                Xelo bello?

Zanetta:                  O bello o brutto, siora, nol gh'ha da far con vu.

Meneghina:           No digo...

Zanetta:                                    Adessadesso mi no te meno più.

Meneghina:           Cossa gh'aveu paura? No son miga...

Zanetta:                                                                                    Che soi mi?

Che no se femo in vissere.

Meneghina:                                                           Te vorlo ben a ti?

Zanetta:                  Certo che el me vol ben. El fa sta mascherada

Solamente per mi.

Meneghina:                                            Ti ti xe fortunada.

Zanetta:                  Tasi, tasi, mattazza, che un dì ti 'l troverà. (Parte.)

Meneghina:           Sarave squasi tempo, che l'avesse trovà. (Parte.)

 

 

SCENA SETTIMA

Camera in casa della signora Costanza

Costanza, e Raimondo in maschera

 

Costanza:               Bon viazo, sior consorte.

Raimondo:                                                          Padrona riverita.

Costanza:               In maschera a bonora! la xe una bella vita!

Raimondo:             È inutile, signora, che mi secchiate adesso.

Se in maschera io vado, fate anche voi lo stesso.

Costanza:               Che caro sior Raimondo! In maschera? a che far?

Voleu che vaga sola in Piazza a baucar?

Raimondo:             Ma pur tutte le donne han qualche compagnia.

Che abbiano i loro amici tutte fuor che la mia?

Costanza:               Anca mi, se volesse, me troverave el mio,

Ma no voggio nissun, fora de mio mario.

Raimondo:             Sempre non può il marito, siatene persuasa.

Costanza:               Ben; se el mario no pol, e mi resterò a casa.

Raimondo:             Sola in casa vedervi, cara consorte mia...

Costanza:               Donca, se ve despiase, steme a far compagnia.

Raimondo:             Convien ch'io me ne vada, non ci posso star più.

Costanza:               Andè dove ve piase, mi vegnirò con vu.

Raimondo:             Per or non vado a spasso; vado per un affar.

Costanza:               La muggier col mario per tutto pol andar.

Raimondo:             Dove che andar io deggio, non mi par convenienza.

Costanza:               Se andè in maschera, el logo sarà de confidenza.

Raimondo:             Vado con degli amici.

Costanza:                                                      Amighe ghe ne xe?

Raimondo:             Orsù, non principiate.

Costanza:                                                         Via, via, no ve scaldè.

Andeve a divertir.

Raimondo:                                              Voi, che pensate far?

Costanza:               A mi no ghe pensè. Mi resto a sospirar.

Raimondo:             Ecco. Sia maladetto! soffrir non posso più.

Costanza:               Se pianzo e se sospiro, cossa v'importa a vu?

Raimondo:             Se a me non importasse, non proverei tal duolo.

Costanza:               Certo staressi meggio assae, se fussi solo.

Ma cossa voleu far? El cielo vol cussì;

Sto mio temperamento me despiase anca a mi.

Se fusse una de quelle che ama el devertimento,

Me lasseressi far, saressi più contento.

Ma cossa voleu far? Sopportè, caro fio.

Mi no gh'ho altri spassi, che star con mio mario.

Raimondo:             L'affetto maritale è una perfetta cosa;

Ma sempre sempre in casa, è una vita noiosa.

Costanza:               No, sempre sempre in casa. Andemo, se volè.

Raimondo:             E non potete in maschera andar senza di me?

Costanza:               No posso; no gh'ho cuor, e mai no gh'anderò.

Raimondo:             Fate quel che volete; adesso me ne vo.

Costanza:               (Mo che can!) (Piangendo.)

Raimondo:                                     Cosa dite?

Costanza:                                                         Gnente. (Come sopra.)

Raimondo:                                                                      Eccola lì.

Non fa altro che piangere. Tutto il giorno così.

Costanza:               Mo via, lassème star, andè dove volè.

Se son matta, mio danno, e vu no me badè.

Raimondo:             Parerà presso il mondo, ch'io sia un uomo tiranno.

Costanza:               Lassè che el mondo diga. No ve tolè sto affanno.

Raimondo:             Costanza.

Costanza:                                 Cossa gh'è?

Raimondo:                                                    Via, se ben mi volete,

Sollevatevi un poco; vi prego, non piangete.

Costanza:               No, caro vu, no pianzo.

Raimondo:                                                       Diman con voi verrò.

Costanza:               Se vedemio a disnar?

Raimondo:                                                    Ho paura di no.

Costanza:               Mo za; me la pensava.

Raimondo:                                                    Voi non restate sola;

Invitate qualcuno.

Costanza:                                                Mi no parecchio tola.

Raimondo:             Perché?

Costanza:                              Perché in sta casa, co no ghe xe el paron,

La mia vita xe questa: sentada in t'un canton.

Raimondo:             Cospetto!

Costanza:                                 Via, stè zitto. Andè; bon pro ve fazza.

Raimondo:             Donna senza giudizio.

Costanza:                                                         Ancora el me strapazza. (Piangendo.)

Raimondo:             Non andrò in nessun loco. (Si cava la bauta.)

Costanza:                                                               Eh via no stè per mi.

Raimondo:             Or sarete contenta.

Costanza:                                                No ve scaldè cussì.

Raimondo:             Io mi scaldo, m'arrabbio, son fuor di me, lo veggio;

E voi con questa flemma mi fate ancora peggio.

Costanza:               Mo via, voleu che tasa? No parlerò.

Raimondo:                                                                               Parlate.

Costanza:               Caro mario, siè bon.

Raimondo:                                                 Basta, non mi seccate.

 

 

SCENA OTTAVA

Donna Rosega e detti

 

Donna Rosega:      Cara siora parona, mi la vorria pregar

D'una grazia, e la prego de no me la negar.

Costanza:               Disè, cossa voleu?

Donna Rosega:                                       Se fa una mascherada;

Vorria che la me dasse ancuo la mia zornada.

Costanza:               Vardè che vecchia matta!

Donna Rosega:                                                   Vecchia matta, per cossa?

Fazzio gnente de mal?

Costanza:                                                         Sè col piè in te la fossa.

Donna Rosega:      Cara siora parona, mi no so cossa dir;

Se la me dà licenza, me voggio divertir.

Raimondo:             Chiede la sua giornata; negarla non si può.

Costanza:               Ste cosse a mi me tocca... Mi ghe digo de no.

Donna Rosega:      Ben ben, co no la vol... co no la vol, pazienza.

Donca che la me daga la mia bona licenza.

Costanza:               Donna senza giudizio. Cussì le so parone

Se impianta in sta maniera?

Raimondo:                                                             Questa volta ha ragione.

Costanza:               Donca no parlo più. La serva gh'ha rason.

Fe pur quel che volè: sentìu? lu xe el paron.

Per mi no conto gnente. Per mi no parlerò.

Pezo de una massera mi son stimada, el so.

Raimondo:             Troppo rigor, signora...

Costanza:               Sì, sì, troppo rigor!

Lo so che de custìa vu sè el so protettor.

So qualcossa, credèlo, e aspetto de parlar

Quando con fondamento me possa assicurar.

Donna Rosega:      Se el paron me vol ben, el sa el merito mio.

Xela fursi zelosa de mi e de so mario?

Costanza:               Ghe mancheria anca questa. No fia, no son zelosa;

De vu no gh'ho paura, siora vecchia baosa.

Ma so... me xe stà dito... Basta, no vôi parlar.

Donna Rosega:      Ghe fazzio la mezzana?

Costanza:                                                         Se poderave dar.

Donna Rosega:      Certo! me maraveggio che la parla cussì.

Se tendesse a ste cosse, la farave per mi.

E se ghe ne volesse, oh ghe ne troverave.

Son un poco in ti anni; ma no fazzo le bave.

Raimondo:             Non avete motivo di sospettar di lei.

Costanza:               No, caro sior mario, no ve la fe sui dei.

So qualcossetta, e taso.

Raimondo:                                                       Eh via, siete una pazza.

Costanza:               Sarà de mi più savia quella che ne sta in fazza.

Raimondo:             Chi?

Donna Rosega:               Siora Dorotea?

Costanza:                                                   Vardè, la l'ha trovada.

Co presto, co pulito, che la l'ha indivinada.

Raimondo:             Io non so che vi dite.

Donna Rosega:                                          Gnanca mi no so gnente.

Costanza:               Che povero pupillo! che povera innocente!

Donna Rosega cara xe amiga de Zanetta;

Spesso le vedo insieme la vecchia e la fraschetta.

Anca sior Raimondo da qualche zorno in qua,

Lo vedo più del solito al balcon del mezzà.

Vedo anca mi che questi i xe sospetti in aria,

Ma le povere donne le pensa e le zavaria.

M'avè fatto parlar, parlar mi no voleva.

Se no me fevi dir, in verità taseva.

Ma za che l'occasion m'ha fatto dir cussì,

Caro mario, disemelo, se sè stuffo de mi.

V'anderò via dai piè; morirò, creperò,

Ma ve vôi troppo ben, cussì no soffrirò.

Compatì, se ve dago sto despiaser al cuor:

Parlo perché son tocca; parlo per troppo amor. (Parte piangendo.)

 

 

SCENA NONA

Raimondo e Donna Rosega

 

Raimondo:             Che dite? tutto il giorno mi tormenta così.

Donna Rosega:      Poverazza! me vien da pianzer anca a mi. (Piangendo.)

Raimondo:             Ora che d'un tal fatto la moglie mia sospetta,

Non vi fate vedere a parlar con Zanetta.

Donna Rosega:      Certo che a una muggier ste cosse no par bon.

Da qua avanti a Zanetta ghe parlerò in scondon. (Piangendo.)

Raimondo:             Ora perché piangete?

Donna Rosega:                                             Son tenera de cuor.

De lu e anca de ela compatisso l'amor.

La diga, sior paron, in maschera che vaga?

Raimondo:             Or, con questi sospetti, la cosa non mi appaga.

Donna Rosega:      La senta, vien con mi Zanetta, e alla barona

Pol esser che s'inmaschera anca la so parona.

Ancuo mo la sarave apponto l'occasion

Co siora Dorotea de far conversazion.

Raimondo:             Non dite mal davvero. Se creder lo potessi...

Donna Rosega:      Vegnì, so quel che digo.

Raimondo:                                                       Se timor non avessi...

Donna Rosega:      Timor? za la parona no la saverà gnente.

Raimondo:             Voglio provar.

Donna Rosega:                                 Ma zitto. Fe da omo prudente.

Raimondo:             Ci troveremo in Piazza, o sul tardi a Ridotto.

Donna Rosega:      Se la sarà con nu, mi ve farò de motto.

Raimondo:             Se potessi condurla a pranzo in qualche sito...

Donna Rosega:      Lassè operar a mi, che mi farò pulito.

Raimondo:             Io pagherò per tutti.

Donna Rosega:                                          No ve faressi mal

A darme da comprar un volto natural.

Raimondo:             Eccovi trenta soldi.

Donna Rosega:                                          Grasso quel dindio!

Raimondo:                                                                                     E poi,

Già sapete chi sono. Farò di più per voi.

Torno ad immascherarmi, e vado fuor di casa.

Ma che dirà mia moglie?

Donna Rosega:                                                   Bisogna che la tasa.

Me despiase dasseno; ma a dirla tra de nu,

Farave anca per ela quel che fazzo per vu.

Raimondo:             Ehi, non fate la pazza.

Donna Rosega:                                             Oh, no v'indubitè,

Che no ghe xe pericolo; za savè chi la xe.

Raimondo:             È ver, mia moglie è saggia a confusione mia,

Sol mi tormenta un poco con troppa gelosia.

Ma penso qualche volta... Basta, per or vogl'io

Pensare a divertirmi; ci siamo intesi, addio. (Parte.)

Donna Rosega:      Oh, la sarave bella, se se podesse far

Che el mio paron a tutti ne pagasse el disnar.

Za m'ha contà Zanetta la cossa dell'anello;

Anderemo d'accordo pelandolo bel bello.

Za l'è el nostro mistier far zo i nostri paroni,

E gòder el bon tempo a spalle dei minchioni.

Son un poco vecchietta, ma ghe ne so assae più

De quel che mi podeva saver in zoventù.

Certo che posso dir d'averme devertio,

E circa el far l'amor, no ho gnancora fenio.

 

 

 

ATTO TERZO

 

 

SCENA PRIMA

Strada.

Biasio vecchio in collaro; poi Zulian vecchio in giamberlucco, tabarro ecc.

 

Zulian:                    Bondì sioria, sior Biasio.

Biasio:                                                               Ve saludo anca mi.

Zulian:                    Cossa feu?

Biasio:                                       Stago ben, e vu?

Zulian:                                                                    Cussì e cussì.

Biasio:                     No sè in maschera?

Zulian:                                                        No; gh'ho un certo d'affar:

E in maschera in quel liogo no se ghe pol andar.

Biasio:                     E mi sarave in maschera, che saria più d'un'ora:

Ma Gnese no ha volesto. Giera troppo a bonora.

Zulian:                    Chi xela mo sta Gnese? qualche vostra parente?

Biasio:                     No, la xe la mia serva. Una donna valente,

Che per el so paron se farave desfar,

Amorosa, paziente, che de tutto sa far;

E no credessi miga che la fusse avanzada:

La xe zovene e bella. Cussì me l'ho trovada.

Zulian:                    Son vegnù tante volte da vu, no l'ho mai vista.

Biasio:                     Vedeu? la xe modesta. No la se mette in vista.

E po la gh'ha da far sempre, mattina e sera:

Ora la fa da cuoga, ora da cameriera,

Da donna de governo, da tutto la xe bona.

Cossa voleu de più? Ela xe la parona.

Zulian:                    Anca mi ghe n'ho una che, per diana de dia,

Se i me dasse un tesoro no la baratteria.

Ela scuode, ela paga, ela fa alto e basso.

Mi magno, bevo e dormo; vago, se voggio, a spasso;

Ela me fa da mare, la me fa da sorella.

Biasio:                     Xela mo vecchia assae?

Zulian:                                                              La xe zovene e bella.

Biasio:                     Anca la mia fa tutto. Lesta co fa una spada;

Quando che leva el sol, sempre la xe levada.

Presto la impizza el fogo, la vien dal so paron,

La varda, e se no dormo, la me averze el balcon.

La me scalda pulito le calze e la fanella,

La me porta el caffè, la lo beve anca ella.

Qualche volta magnemo el nostro panimbruo.

Oh, se ne trova poche de queste al dì d'ancuo!

Zulian:                    Sentì la mia. Ogni volta, quando che a casa torno,

Incontra la me vien, sia de notte o de zorno.

La me chiappa per man, e po la me despoggia,

E la me senta al fogo. Mo no xela una zoggia?

Biasio:                     Gnese, co la me vede un poco incocalio,

La me dise: stè aliegro. Mo parlè, caro fio.

Se gh'ho qualcossa in testa, che me fa travaggiar,

Mo la me conta cosse che me fa sganassar.

Zulian:                    Sentì la mia. La sera stemo nu soli al fogo,

Contemo delle fiabe, o femo qualche zogo.

La cusina i maroni ela co le so man,

Teneri co è el botirro, che i par de marzapan.

Biasio:                     Se sentissi le torte che fa la mia, m'impegno

No ghe xe le compagne. Mo che donna d'inzegno!

La le fa dolce dolce; de tutto la ghe mette,

E mi me devertisso a parecchiar le erbette.

Zulian:                    Sentì, la mia giersera un polpetton l'ha fatto,

Che ve zuro da amigo, s'averia magnà el piatto.

E ela, poverazza, a tola co fa i fioli,

La me zerniva fora l'ua passa e i pignoli.

Biasio:                     Mi i pignoli li schizzo; vu come li magneu?

Zulian:                    Mi li magno pulito.

Biasio:                                                         Quanti denti gh'aveu?

Zulian:                    Cinque, tra sotto e sora.

Biasio:                                                               E mi no ghe n'ho più.

Zulian:                    No gh'ho miga gnancora i anni che gh'avè vu.

Biasio:                     Quanti xeli, compare?

Zulian:                                                           Mi ghe n'ho sulla schena..

Squasi cinquantacinque.

Biasio:                                                                  Co quelli della nena.

Zulian:                    Mi no me ne vôi sconder.

Biasio:                                                                  Presto el conto ve fazzo.

Ve recordeu, compare, de quell'anno del giazzo?

Zulian:                    Sì ben, me l'arecordo.

Biasio:                                                            No gierimo puteli.

Zulian:                    Gierimo grandi e grossi.

Biasio:                                                                  Fe el conto, quanti xeli?

Zulian:                    Mi no vôi far sti conti. Stago ben, magno ben,

Me cavo qualche voggia, quando che la me vien.

Gh'ho dei anni, xe vero, ma tanto ben li porto,

Che no li sento gnanca. Xe vecchio chi xe morto.

Biasio:                     Anca mi son cussì. No sarà gnanca un mese,

Che i settanta ho fenio. No la lo crede Agnese;

La dise che ghe paro un omo de quaranta,

E sì la se n'intende, per quel che la se vanta.

Zulian:                    Sentì la mia. La dise: Mo caro sior paron

(Co me fazzo la barba), mo come che el par bon.

El ciel lo benediga, el xe là fresco e bello,

Rosso co fa una riosa, lesto co fa un putello.

Biasio:                     Ho paura, compare, che la ve burla un poco.

Zulian:                    Sì ben! che la me burla! No son miga un aloco.

Caro compare Biasio, chi xe meggio de nu?

Mi no paro una spisima, come che parè vu.

Biasio:                     Sì ben, un bel fagotto vu sè tra carne e roba;

Ma no so se el sia grasso, o pur se la sia boba.

Zulian:                    Sentì, savè, sior vecchio...

Biasio:                                                                  Schiavo, sior zovenotto.

Zulian:                    Se no fussimo in strada...

Biasio:                                                                  Se me secchè, debotto...

Zulian:                    Bondì sioria.

Biasio:                                             Bon viazo. Stassera a vostre spese,

Quando che ghe la conto, fazzo rider Agnese.

Zulian:                    Anca mi alla mia Chiara ghe la voggio contar.

Biasio:                     Semo vecchi, compare.

Zulian:                                                              Vu sè bon da brusar.

Biasio:                     (Porto rispetto ai anni. Meggio è che vaga via).

Zulian:                    (Vecchio senza giudizio).

                                                                              Schiavo.

Biasio:                                                                                 Bondì sioria.

                                 (Tutti e due vogliono partire.)

 

 

SCENA SECONDA

Donna Rosega mascherata, e detti.

 

Biasio:                     (Che bella mascheretta!) (Da sé.)

Zulian:                                                              (Chi mai xela custia?) (Da sé.)

Biasio:                     (La me par un bon cao).

Zulian:                                                              (Se Biasio andasse via!)

Donna Rosega:      (No se vede Anzoletto. L'aspetto ancora un poco).

Biasio:                     (Sior Zulian no va via).

Zulian:                                                              (Cossa fa quell'aloco?)

Donna Rosega:      (Sti do vecchi me varda. Gramazzi, no i pol più.

Oh che gran bella cossa che xe la zoventù!)

Biasio:                     Sior Zulian, cossa feu che no andè via de qua?

Sta maschera vardè? v'ala fursi incantà?

Zulian:                    No ve rendo sti conti; voggio star, voggio andar.

Vu tendè ai fatti vostri; no ve ne stè a impazzar.

Biasio:                     Bravo, bravo, compare. E no volè che diga.

Voggio andar in sto ponto a dirghelo all'amiga.

Zulian:                    Mi per mi vago via. Vu, paronzin, stè qua;

Ma da omo d'onor, che la lo saverà.

Biasio:                     Chi?

Zulian:                             Gnese.

Biasio:                                          No fe el matto, che per mi vago via.

(Gh'ho voggia de cognosserla). (Si ritira.)

Zulian:                                                                          (Mo chi mai xe custia?) (Si ritira.)

Donna Rosega:      Patroni riveriti; alla fin i xe andai.

Come che i me vardava sti vecchi inspiritai.

O che caro Anzoletto! Nol se vede a vegnir.

Se trovasse qualcun, me vorria devertir.

Biasio:                     (Sior Zulian no gh'è più). (Da sé.)

Donna Rosega:                                                   (Sto vecchio l'è tornà)

Biasio:                     Patrona, siora maschera: sola? cossa se fa?

No la parla? La diga: cussì sola? perché?

Vorla restar servida a bever un caffè?

No, no la vol? pazienza. La senta, gh'ho dei anni;

Ma son un galantomo, né gh'ho adosso malanni.

Se la se vuol degnar, la servo onestamente.

La vegna via con mi; da ela no vôi gnente.

Con civiltà me basta star con ela un pochetto.

Me fala sta finezza?... Oh, siestu maledetto! (Vedendo Zulian.)

Zulian:                    (Oh che furbo!) (Da sé.)

Biasio:                                                (No voggio che el me fazza nasar).

Mascara, un'altra volta me vegnirè a trovar.

Adesso no gh'ho tempo, trattegnirme no posso.

Vago a far un negozio. Mascara, ve cognosso. (Si ritira.)

Donna Rosega:      (Xelo matto costù?)

Zulian:                                                        (Donca el sa chi la xe.

La me par sotto el volto un bocconcin da re). (Da sé.)

Donna Rosega:      (Ve qua st'altro, per diana).

Zulian:                                                                    Sola sola cussì?

Vorla che mi la serva?

Donna Rosega:                                             (E tutti me vol mi).

Zulian:                    Mi no fazzo per dir, ma de Biasio Cavezzi

Gh'ho manco anni adosso, e in scarsela più bezzi.

La servo, se la vol, de caffè e cioccolata.

Vorla vegnir con mi?

Donna Rosega:                                             Ghe son ben obligata.

Zulian:                    (La par una foresta). La prego, cara ella.

Donna Rosega:      No da bon; la ringrazio.

Zulian:                                                              (La me par molto bella).

No la vol favorir? La prego in cortesia,

Xela amiga de Biasio?

Donna Rosega:                                             No so gnanca chi el sia.

Zulian:                    De cognosserla certo almanco l'ha mostrà.

Donna Rosega:      E sì nol me cognosse.

Zulian:                                                           Che vecchio desgrazià!

Me cognossela mi?

Donna Rosega:                                       Me par, e no me par.

Zulian:                    Vorla vegnir con mi?

Donna Rosega:                                             La prego a perdonar.

Zulian:                    La senta, la perdona se me togo sto ardir,

Se la gh'avesse genio de andarse a devertir.

Fin che dura sti bezzi, cara patrona bella, (le mostra dei denari.)

Farò quel che la vuol; i xe tutti per ella.

Donna Rosega:      (Questo me par più franco. Oh che caro vecchietto!

Squasi squasi anderia, se no vien Anzoletto). (Da sé.)

Zulian:                    Via, cara mascaretta, se ben son in età,

Son omo de bon gusto... (Pustu esser coppà). (Vedendo Biasio.)

Biasio:                     (El s'ha taccà, el baron).

Zulian:                                                              (Vaghio? restio? no so). (Da sé.)

Biasio:                     (No ghe la vôi lassar).

Donna Rosega:                                             (Veli qua tutti do).

Biasio:                     Sior Zulian, me rallegro.

Zulian:                                                                 Sior sì, anca mi con ella.

Biasio:                     Ve devertì, nevvero, co sta maschera bella?

Zulian:                    Sior sì, cossa ve diol?

Biasio:                                                            La cognosseu?

Zulian:                                                                                      Che scuro!

Biasio:                     Donca la cognossè.

Zulian:                                                        La cognosso seguro.

Biasio:                     Via, chi xela?

Zulian:                                            Lo so; v'ha da bastar cussì.

Biasio:                     No savè chi la sia. La cognosso ben mi.

Nevvero, mascheretta? (Donna Rosega fa cenno di no.)

Zulian:                                                              Vedeu? de no la dise.

Biasio:                     (Mo che grazia, che vezzo!)

Zulian:                                                                    (Mo che care raise!)

Biasio:                     Disè la verità, gh'aveu nome Anzoletta?

Zulian:                    No, nevvero? fia mia, gh'aveu nome Pasquetta?

Gnanca?

Biasio:                                    Siora Marietta, o siora Nicolina?

Zulian:                    Oibò! siora Lucietta?... zitto, siora Tonina?

Donna Rosega:      Nissun no me cognosse.

Biasio:                                                               Descoverzive a mi.

Donna Rosega:      O a tutti do, o a nissun.

Zulian:                                                              Ve contenteu cussì? (A Biasio.)

Biasio:                     Sì ben, da boni amici; nissun se n'abbia a mal.

Anderemo daccordo, za xe de carneval.

Zulian:                    Cara, descoverzive.

Biasio:                                                         Desmaschereve tutta.

Donna Rosega:      Sì ben, vôi contentarve. (Si smaschera.)

Zulian:                                                              Oh co vecchia!

Biasio:                                                                                          Oh co brutta!

Donna Rosega:      Son qua, do galantomeni za tutti do ve credo.

Biasio:                     Servive, sior Zulian.

Zulian:                                                        Sior Biasio, ve la cedo.

Donna Rosega:      Vegnì qua, uno per man. Andemo in compagnia:

Ve farò tutti uguali; non abbiè zelusia.

Biasio:                     Tornerò adessadesso, gh'ho un pochetto da far.

Zulian:                    In compagnia con donne, solo no voggio andar.

Donna Rosega:      E cussì, cossa femio? son qua, no ve refudo.

Biasio:                     Maschera, ve son servo. (Parte.)

Zulian:                                                              Maschera, ve saludo. (Parte.)

 

 

SCENA TERZA

Donna Rosega, poi Anzoletto.

 

Donna Rosega:      Sti vecchi i s'ha confuso, quando i m'ha visto in fazza.

Bisogna che i credesse, che fusse una vecchiazza.

Poveri sgangarai; i vol far da valenti,

Ma i vede che no son carne per i so denti.

No credo mai che i m'abbia piantà per esser vecchia.

Lori xe do antigagie, ma mi no son cotecchia.

E po vestia cussì paro più bella ancora;

Co son un poco rossa, gh'ho un viso che innamora.

Anzoletto:              Questa me par la vecchia.

Donna Rosega:                                                   Sento zente, me par...

Oh, velo qua dasseno: me voggio inmascherar.

Anzoletto:              Patrona, siora maschera.

Donna Rosega:                                                   (Nol me cognosse, oh bella!)

Anzoletto:              La diga. Favorissela? eh via, che la xe ella.

La cognosso dall'occhio, che bisega in tel cuor.

El vedo sotto el volto quell'occhio traditor.

Via, scoverzì le vostre bellezze sfondradone.

Donna Rosega:      Mo ti xe un gran baron da cognosser le done. (Si smaschera.)

Anzoletto:              Quando che se vol ben, se cognosse seguro.

Donna Rosega:      Me vustu ben dasseno? Zùrelo.

Anzoletto:                                                                       Ve lo zuro.

Donna Rosega:      Andemo.

Anzoletto:                                Semio soli? Zanetta no la vien?

Donna Rosega:      Su do scagni, sior sporco, el cesto no se tien.

Anzoletto:              No avemio stabilio d'andar in compagnia?

Donna Rosega:      Le troveremo in Piazza; vegnì qua, andemo via.

Anzoletto:              Dove voleu andar?

Donna Rosega:                                       A bever un caffè.

Anzoletto:              Anderemo coi altri. Xe a bonora, aspettè.

 

 

SCENA QUARTA

Momolo e detti.

 

Momolo:                 Mascare, m'ha mandà siora Zanetta a dirve

Che no la stè a aspettar, che no stè a trattegnirve.

In mascara la xe con un'altra puttazza,

E tutti adessadesso se troveremo in Piazza.

Donna Rosega:      Sì ben. Se troveremo. Sentìu? vegno con vu.

Anca ti, Momoletto, ti vegnirà con nu. (A Anzoletto.)

Momolo:                 Mi vago a inmascherarme: fin adesso ho laorà.

Anzoletto:              (Me despiase de Gnese, che la me aspetterà). (Da sé.)

Donna Rosega:      Deme man per un poco. Anca vu, sior baron.

In mezzo de do zoveni, come che paro bon!

Anzoletto:              Vago a far un servizio.

Momolo:                                                           Me vago a inmascherar.

Anzoletto:              Se troveremo in Piazza. (Parte.)

Momolo:                                                           Ve vegnirò a cattar. (Parte.)

Donna Rosega:      Vardè. Cussì i me impianta? i me lassa cussì?

Che vaga sola in Piazza? oh poveretta mi!

 

 

SCENA QUINTA

Sior Raimondo e donna Rosega.

 

Raimondo:             Rósica, siete voi?

Donna Rosega:                                    Sentì che bella usanza!

Quando che se xe in maschera, se parla con creanza.

Raimondo:             Dite, sapete nulla se Dorotea sia andata?

Donna Rosega:      No so gnente. (Con sdegno.)

Raimondo:                                     Ma via, non fate la sdegnata.

Donna Rosega:      Se xe vero... vardè! par che se sia villani.

Rósica! che parlar proprio da scalzacani!

Raimondo:             (Or or mi vien la rabbia). (Da sé.)

Donna Rosega:                                                   Malignazo!

Raimondo:                                                                               E cussì?

Donna Rosega:      L'ha mandà l'imbassada.

Raimondo:                                                          Quando?

Donna Rosega:                                                                     Vegnì con mi.

Raimondo:             Dove?

Donna Rosega:                  Vegnì con mi. Stè sulla mia parola.

Raimondo:             Eccomi, son con voi.

Donna Rosega:                                          (Cussì no vago sola).

Raimondo:             Lo sa che vengo anch'io?

Donna Rosega:                                                   Mo via, no me dè man?

Raimondo:             Potete andar innanzi; vi seguirò pian pian.

Donna Rosega:      No se degna el paron de vegnir via con mi?

Co le serve i paroni tutti no fa cussì.

Tanti ghe n'ho servio, e tutti in verità

Per mi, no sta a mi a dirlo, i ha abuo della bontà.

Tutti almanco i me dava delle parole bone;

Ho fatto tante volte suspirar le parone.

Raimondo:             Ma non perdiamo il tempo.

Donna Rosega:                                                      De diana! seu in tel fuogo?

No, se no me dè man, no andemo in nissun liogo.

Raimondo:             (Che sofferenza!) Andiamo. (Le dà la mano.)

Donna Rosega:                                                         No stemio ben cussì?

Col cavalier servente voggio andar anca mi. (Partono.)

 

 

SCENA SESTA

Gnese in maschera; poi Anzoletto.

 

Gnese:                     Cossa mai vorrà dir, che no vien Anzoletto?

Sola co fa una matta, xe un'ora che l'aspetto.

Figureve sior Biasio, quando che torno a casa!

Ghe farò do scamoffie, e farò ben che el tasa.

E po, basta che diga de volerlo lassar;

Subito, se el xe in collera, el fazzo pasentar.

Anzoletto:              Giusto vu ve cercava.

Gnese:                                                            Vardè là che bel sesto!

Farme aspettar un'ora. Gh'avè rason... da resto,

Gnanca no vegnirave.

Anzoletto:                                                     Ve dirò, cara fia,

Me piase devertirme, me piase l'allegria,

Ma prima no tralasso de far i fatti mi.

Gnese:                     Eh via, che colle donne no se tratta cussì.

Donca anca mi doveva, per sta istessa rason,

No vegnir via de casa senza dirlo al paron.

Ma perché ve vôi ben, perché m'avè invidà

Son vegnua via corando, e la casa ho impiantà.

Anzoletto:              Cossa dirà sior Biasio?

Gnese:                                                            Che el diga quel ch'el vol.

Za el xe vecchio, gramazzo. Poco viver el pol.

Per sie anni gh'ho fatto una servitù granda;

Ho fatto el fatto mio: gh'ho qualcossa da banda.

Sperava che el morisse, ma se nol vol morir,

Son stufa de sta vita, me voggio devertir.

Anzoletto:              Poverazzo! piuttosto domandeghe licenza.

Gnese:                     Mi no ghe la domando, fina che el gh'ha pazienza.

Ogni dì qualcossetta procuro pelucar.

Sentì, se capitasse, me vorria maridar.

Anzoletto:              Oh, ve capiterà.

Gnese:                                                   Gh'ho un bon capitaletto.

Vu no ve maridè? disè, sior Anzoletto?

Anzoletto:              Mi, fia mia, ve dirò, me vorria maridar;

Ma gh'ho paura assae, no vorave fallar.

Gnese:                     Sentì; nissun ne sente. No so se diga mal.

Basta, se devertimo; za xe de carneval.

Xe vero che ho servio; ma perché son restada

Sotto de una maregna, e giera maltrattada.

De resto siora mare m'avaria maridà

Con uno da par mio.

Anzoletto:                                                     Via, via, questo se sa.

No perdemo più tempo.

Gnese:                                                                  Sentì. Per quel che sia...

No so se me capì, mo per diana de dia,

No gh'è nissun che possa dir d'averme toccà

Gnanca un deo d'una man.

Anzoletto:                                                              Brava.

Gnese:                                                                                 No, in verità.

Anzoletto:              E sì mo se diseva, che col paron ghe giera...

Gnese:                     Ve dirò, qualche volta ghe fava bona ciera.

Voleu saver perché? col cuor in man ve parlo.

El xe vecchio, el xe matto; lo fava per pelarlo.

Adesso l'ho pelà; no ghe ne penso più.

E se volè, le penne le spartirò con vu.

Anzoletto:              Me piase, putta cara, sti vostri sentimenti;

No vorria colle penne spartir anca i tormenti.

Gnese:                     Ve chiamarè contento, se me tenderè a mi.

Anzoletto:              (Oh poveri paroni! le li serve cussì). (Da sé.)

 

 

SCENA SETTIMA

Zanetta e detti.

 

Zanetta:                  (Vôi ben véder se el trovo). (Da sé.)

Gnese:                                                                     Chi xe sta mascheretta?

Zanetta:                  (Per diana che el xe qua).

Anzoletto:                                                           Seu vu, siora Zanetta?

Zanetta:                  Sior sì, son mi, patron; cussì ve fe aspettar?

Anzoletto:              Vegniva in sto momento.

Zanetta:                                                                  Andeve a far squartar.

Gnese:                     Caspita, la ghe fuma!

Zanetta:                                                         Chi ela culìa? (A Anzoletto.)

Gnese:                                                                                    Adasio.

Cossa xe sta culìa?

Anzoletto:                                                  La serva de sior Biasio.

Gnese:                     Mi no son la so serva. Son la so cameriera.

Zanetta:                  No soggio chi la xe? un tocco de massera.

Gnese:                     E vu, siora, chi seu?

Zanetta:                                                      No me cognossè pi?

Mi servo una lustrissima.

Gnese:                                                                  Massera co fa mi.

Anzoletto:              Putte, quieteve un poco. Per carità, tasè.

Donzelle, cameriere, tutto quel che volè.

Andemo a devertirse, staremo in compagnia.

Gnese:                     Mi no vôi altre donne.

Zanetta:                                                         No vegno con culìa.

Anzoletto:              Giusteve tra vualtre; mi cossa far no so.

O andemo, o adessadesso ve impianto tutte do.

Gnese:                     No me n'importa un figo.

Zanetta:                                                               Gnanca mi una patacca.

Gnese:                     No ghe ne penso un ette.

Zanetta:                                                               No ghe ne penso un acca.

Anzoletto:              Voleu vegnir? (A Zanetta.)

Zanetta:                                          Sior no.

Anzoletto:                                                     E vu? (A Gnese.)

Gnese:                                                                        Grazie, patron.

Anzoletto:              Patrone riverite, ghe fazzo un repeton. (Parte.)

 

 

SCENA OTTAVA

Zanetta e Gnese

 

Zanetta:                  Sior sì, per causa soa el me tratta cussì.

Per causa soa el me impianta.

Gnese:                                                                           La va dita cussì.

Mi son stada la prima; con lu m'avè trovà.

Zanetta:                  Da lu giera invidada da stamattina in qua.

Gnese:                     Ben, anca mi l'istesso.

Zanetta:                                                         Co so bona licenza,

Da ela a mi, patrona, gh'è una gran differenza.

Mi servo una lustrissima.

Gnese:                                                                  Mi servo un omo solo,

E son parona mi.

Zanetta:                                                Dasseno! me consolo.

Anderemo pulito per via de sgraffignana.

Gnese:                     Certo, no ghe xe donne, no farò la mezzana.

Zanetta:                  No la farè per altri, perché la fe per vu.

Gnese:                     Via, via, no se scaldemo; faremo su e su.

Zanetta:                  Mi no crio co nissun; ste cosse no par bon:

Ma el boccon no dovevi torme zo dal piron.

Gnese:                     Cossa savevio mi? me vien da sganassar.

Un zovene me cerca, l'avevio da lassar?

Zanetta:                  Basta; ti gh'ha rason. Cossa faremio qua?

Gnese:                     Aspettemo qualcun; qualcun ne leverà.

Zanetta:                  Vien zente.

Gnese:                                          Da che banda?

Zanetta:                                                                  I vien da quel canton.

Gnese:                     Oh poveretta mi! Questo xe el mio paron.

Che m'inmaschera presto.

Zanetta:                                                                  Me inmaschero anca mi.

Gnese:                     Avemio fatto pase?

Zanetta:                                                      Oh, tra nualtre? sì.

 

 

SCENA NONA

Biasio, Zulian e dette.

 

Biasio:                     La xe una cossa granda. Mai più la me l'ha fatta.

Ho paura che Gnese sia deventada matta.

Zulian:                    La mia no gh'è pericolo che la fazza cussì.

No la va in nissun liogo, se no ghe 'l digo mi.

Biasio:                     Anca la mia xe stada...

Zulian:                                                              Vardè do mascarette.

Biasio:                     Quella me par Agnese.

Zulian:                                                              Giusto in te le scarpette. (Ironico.)

Gnese:                     (Credo che el me cognossa).

Zanetta:                                                                     (Mo se sè mascherada).

Gnese:                     (Zitto, se el me cognosse, ghe fazzo una bulada).

Biasio:                     Mi la me par...

Zulian:                                               Eh via.

Biasio:                                                            La xe, da galantomo.

Zulian:                    Oe, le xe do, compare: provemo una per omo.

Basta che no le sia vecchie co giera quella.

Biasio:                     Una la me par Gnese.

Zulian:                                                           L'altra la me par bella.

Biasio:                     Siora maschera cara, me par e no me par. (A Gnese.)

Gnese:                     Bravo, cussì me piase. V'ho volesto provar.

Le donne no se varda se le sia belle o brutte;

Se va drio delle maschere, se dà del naso a tutte.

Biasio:                     Ma se v'ho cognossù!

Gnese:                                                            No credo, sè un busiaro.

Andemo via de qua.

Zulian:                                                        Forti, sior Biasio caro.

Biasio:                     E vu fora de casa vegnir senza de mi?

Gnese:                     Son vegnua per trovarve.

Biasio:                                                                  Per amor mio?

Gnese:                                                                                             Sior sì.

Biasio:                     Sentìu? cossa diseu? (A Zulian.)

Zulian:                                                           Digo che la xe scaltra.

Biasio:                     No, no, la xe sincera.

Zulian:                                                        E chi xe mo quest'altra?

Zanetta:                  Mi son una so amiga, che sempre insieme andemo.

Gnese:                     (Brava, Zanetta, brava). (Piano a Zanetta.)

Zanetta:                                                               (Tra de nu se agiutemo). (Piano a Gnese.)

Biasio:                     Dove voleu andar? (A Gnese.)

Gnese:                                                         Mi de andar no me preme.

Zulian:                    Femo cussì, sior Biasio: andemo tutti insieme.

Biasio:                     Andemo, se volè. Gnese, cossa diseu?

Gnese:                     Mi son col mio paron.

Zulian:                                                                                      Maschera, ve degneu? (A Zanetta.)

Zanetta:                  Perché no? se la vol, le so finezze accetto.

(Se el xe vecchio, n'importa, lo fazzo per despetto).

Biasio:                     Dove voleu che andemo?

Gnese:                                                                  Disè vu, mascheretta. (A Zanetta.)

Zanetta:                  (Voggio menarli dove Meneghina m'aspetta). (Da sé.)

Vegnì con mi, patroni. Sarò la condottiera.

Zulian:                    Ma! no se poderave véderve un poco in ciera?

Zanetta:                  Cossa gh'alo paura, che sia una qualche arpia?

Che el varda; me cognosselo?

Zulian:                                                                          (Sior Biasio. Oh vita mia!)

Biasio:                     Me despiase che semo cussì senza bautta.

Gnese:                     N'importa, sior paron. (Se el la savesse tutta!)

Zanetta:                  Andemo. I galantomeni no i fa cosse in scondon.

(Quando no gh'è de meggio, anca un vecchio xe bon). (Parte.)

Zulian:                    Chi mai l'avesse dito! Mo cossa che ho trovà!

Co sto boccon de anni! Mo son ben fortunà. (Parte.)

Gnese:                     Andemo, sior paron, la xe la mia zornada.

(Co a tempo! co pulita che ghe l'ho ben piantada!)

Biasio:                     Se pol dormir seguri drento delle so porte,

Quando che se gh'ha in casa massere de sta sorte.

 

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA

Strada.

Dorotea in maschera, poi Servitore.

 

Dorotea:                  Adesso stago ben! Meggio no posso star.

Ho perso tutti i bezzi, no so più come far.

L'intrada ho consumà; ho impegnà el bon e el bello

Tutte le mie ricchezze le consiste in sto anello.

M'ha parso una gran bazza, quando che l'ho comprà,

E adesso el venderave anca a più bon marcà.

Ma venderlo perché? Meggio saria impegnarlo

Se zogo, e se me reffo, posso recuperarlo.

Se ghe fusse Zanetta, la troveria el bisogno;

Andar a domandar mi sola me vergogno.

Se la ghe fusse in casa! Ma quella desgraziada

Ancuo la xe in borezzo. No la sarà tornada. (Batte alla porta.)

Eh figureve, gnanca se i le liga ste donne;

Co le xe tra de ele, schiavo siore parone.

Gh'ho bisogno de bezzi; son scaldada dal zogo:

Per trovarghene adesso me butterave in fogo.

Ghe xe siora Costanza, che so che la ghe n'ha;

Per via de donna Rosega la me n'ha anca imprestà.

Ma xe andada Zanetta; de mi no la sa gnente.

Andar mi col mio muso no la xe da prudente.

Ma el bisogno xe grando, e no so quala far.

Bisogna farse anemo, voggio andar a provar.

O de casa.

Servitore:

Chi batte?

Dorotea:

Gh'è nissun?

Servitore:

La perdona:

Voravela el padron, o vorla la padrona?

Dorotea:

Che no me cognossè?

Servitore:

La scusa la domanda,

Perché per el padron se vien dall'altra banda.

El gh'ha per certi casi la so porta segreta:

Se va in ti so mezai su per una scaleta.

Dorotea:

Sior tocco de asenazzo, me cognosseu chi son?

Servitore:

Mo perché vala in collera? no la vol el padron?

Dorotea:

Sior no; ghe xelo in casa?

Servitore:

Nol gh'è; poco el pol star.

Se la comanda gnente, ghe l'anderò a trovar.

Dorotea:

(Bisogna che costù certo no me cognossa). (Da sé.)

Servitore:

La senta: donna Rosega la m'ha contà qualcossa:

Tra serva e servitor se pol passar de bala;

Cussì se fa pulito, se serve e no se fala.

Dorotea:

No so quel che disè, sè matto da ligar.

(Meggio è che vaga via. No vôi far mormorar). (Da sé.)

Servitore:

Se la vol la padrona...

Dorotea:

No, no me occorre più.

Servitore:

Oh za, me l'ho pensada, che l'al voleva lu.

Dorotea:

Ma diseme, bel fio! cossa ha dito de mi

La serva de sta casa?

Servitore:

La m'ha dito cussì...

 

 

SCENA SECONDA

Costanza alla finestra, e detti.

 

Costanza:               Titta, chi è quella maschera?

Servitore:                                                                   No so... La vaga via. (Piano a Dorotea.)

Dorotea:                  Son intrigada adesso.

Costanza:                                                      No se sa chi la sia?

Chi domandela?

Servitore:                Adesso. Cossa gh'oggio da dir? (Piano a Dorotea.)

Dorotea:                  Che la domando ela. (Al Servitore.)

Servitore:                                                       La la vol reverir. (A Costanza.)

Costanza:               Me domandela mi, o vorla mio mario?

Dorotea:                  No le domanda i omeni le donne da par mio.

Costanza:               Ela la xe?

Dorotea:                                    Son mi.

Costanza:                                                      Cara ela, la perdona.

Me domandela mi?

Dorotea:                                             Se pol vegnir?

Costanza:                                                                     Patrona.

Che la resta servida. Compagnèla de su.

(Cossa vol dir? da mi no la xe stada più). (Entra.)

Servitore:                Brava, m'ha piasso assae. El zergo l'ho capio.

Dorotea:                  Cossa vorressi dir?

Servitore:                                                 M'intendo mi. (Entra.)

Dorotea:                                                                              Che fio! (Entra.)

 

 

SCENA TERZA

Camera in casa di Costanza.

Costanza, poi Dorotea e Servitore

 

Costanza:               Cossa vorala mai? no ghe la so trovar.

Sentiremo. La voggio dolcemente trattar.

Chi sa che no scoverza qualcossa de recente,

E se pol anca dar che no sia vero gnente.

A bon conto se adesso la vien in casa mia,

Sior Raimondo con ela no se pol dir che el sia.

Dorotea:                  Se pol vegnir?

Costanza:                                          La vegna. Che bisogno ghe xe?

La se comoda. Titta, fe subito el caffè.

Servitore:                (La padrona fa adesso le vece del padron). (Parte.)

Costanza:               Che fortuna xe questa?

Dorotea:                                                            (Troverò un'invenzion). (Da sé.)

La dirà che m'ho tolto un ardir troppo grando;

Se vegno a incomodarla, scusa mi ghe domando.

In sti pochi de zorni che son vegnua a star qua,

No cognosso nissun, nissuna ho praticà.

Subito la m'ha piasso, co l'ho vista al balcon.

Sì dasseno.

Costanza:                                    La vol farme tegnir in bon.

Dorotea:                  Cento volte voleva vegnir, ma non ho ardìo.

Costanza:               (Chi sa se la vegnisse per mi, o per mio mario?) (Da sé.)

Dorotea:                  Sta volta son vegnua, perché ho bisogno d'ela.

Gh'ho quella mia massera, che xe una frasconzela.

La voggio licenziar, la voggio mandar via,

No ghe ne togo più, se no so chi le sia.

Xe vegnua a farse veder una che gh'ha del brio;

Subito ho domandà dove che l'ha servio,

E tra le altre case che la m'ha nominà,

La dise che za tempo la xe stada anca qua.

Costanza:               Da mi! chi mai sarala?

Dorotea:                                                         Una putta ben fatta.

Costanza:               Sarà tredese mesi che gh'ho sta vecchia matta.

Dorotea:                  Giusto sarà cussì; par che andemo d'accordo.

Costanza:               La me diga mo el nome?

Dorotea:                                                               Oh, no me l'arecordo.

Costanza:               Cattina?

Dorotea:                                 O sì, Cattina.

Costanza:                                                      Sarà tre anni e più,

Adesso che ghe penso, che no la sta con nu.

Dorotea:                  No, no la xe Cattina.

Costanza:                                                   Betta?

Dorotea:                                                                  Me par de sì!

Costanza:               Se la s'ha maridà, co l'è partìa da mi.

Dorotea:                  La diga, cara ela, chi gh'avevela in casa

Avanti de sta vecchia?

Costanza:                                                      Cara ela, la tasa.

Sarìela una foresta?

Dorotea:                                                      Giusto la xe foresta.

Costanza:               Una piuttosto grassa?

Dorotea:                                                         Siora sì, la xe questa.

Costanza:               Questa che digo mi, la gh'ha nome Francesca.

Dorotea:                  Siora sì, siora sì.

Costanza:                                             Caspita, la sta fresca.

No fazzo per dir mal, contra la carità,

Ma po semo obligai de dir la verità.

Dorotea:                  La veda, no vorave torme una bissa in sen.

(Manco mal che sta volta la me xe andada ben). (Da sé.)

Costanza:               Mi ghe conterò tutto, con patto che la tasa:

Ogni dì se vedeva dei omeni per casa;

Chi giera so fradello, chi giera so zerman.

El vin feniva presto, presto feniva el pan.

Ho scomenzà a serrar. Sala cossa la fava?

La me metteva l'acqua e el vin la me cavava.

E l'ho chiappada un zorno in caneva bel bello

Con una piva in bocca sora de un caratello.

Dorotea:                  Compagna de una mia che giera longa un deo,

E me svodava infina la bozza dell'aseo.

La me spiumava el brodo, e la se onzeva el pan

Col grasso de capon desfritto in t'un antian.

Costanza:               Eh! questo no xe gnente. No credo che se daga

Un'altra come quella. Sentì se la xe vaga.

Co la mandava in tola, de quel che se magnava,

A pizzego magnifico de tutto la robava.

L'andava drio dei zorni a far sta bella istoria,

E po le so cenette, e se fava baldoria.

Dorotea:                  La mia fava cussì: co gerimo a dormir,

In cusina la zente la se fava vegnir.

L'ho chiappada una sera sul fatto. L'indivina?

I giera quattro intorno a una gran polentina.

Gh'ho crià, gh'ho più dito de' quei che l'ha nania:

La me rideva in fazza.

Costanza:                                                      Giusto come la mia.

Quando l'ho licenziada, gh'ho visità la cassa,

Gh'ho trovà cento cosse, fina della ua passa.

Dorotea:                  E mi mo, che alla mia, quando gh'ho vardà drento,

Gh'ho trovà in te la cassa un cortello d'arzento?

E cento mille volte l'ha zurà e sperzurà,

Che zoso per el buso della scaffa el xe andà.

Costanza:               Siora, co ste massere no se sa quala far;

Adesso gh'ho una vecchia che me fa desperar.

No la sa, no l'è bona; se crio, la se confonde.

Dorotea:                  Se sentissi la mia come che la responde.

E colle man in fianco, e con tanto de bocca:

E no vôi che i me diga, e no vôi che i me tocca;

So una putta da ben, e per diana de dia,

E siora sì e ste cosse... Za la vôi mandar via.

Costanza:               Ghe dala parte?

Dorotea:                                                Oibò! Mi pratico cussì.

Ghe dago da magnar quello che magno mi.

Certo che no se sguazza, ma le gh'ha el so bisogno.

Perché... se la savesse... za mi no me vergogno,

No ghe xe mio mario; e chi vive d'intrada,

Se fa, co se sol dir, una vita stentada.

Costanza:               Eh, co gh'è el so bisogno.

Dorotea:                                                               Ma sempre nol ghe xe.

Dei dì, se la savesse? pianzerave.

Costanza:                                                                           Perché?

Dorotea:                  Perché, co no se scuode, bisogna farla magra.

Da sti dì, senza bezzi! Oh, la xe molto agra!

Costanza:               La senta, za che vedo che la gh'ha sta bontà

De confidarse in mi, parlo con libertà:

Se la posso servir, basta che la mel diga.

Dorotea:                  Cara siora Costanza, vedo che la xe amiga.

Certo, la prima volta che la me vede qua,

Pregarla... darghe incomodo... la xe temerità.

Ma! la me dà coraggio, e mi me lo torrò;

La me esibisce tanto, e mi la pregherò.

Costanza:               Far assae mi no posso. Gh'ho qualcossa del mio;

Ma voggio render conto de tutto a mio mario.

Per poco, se ghe basta.

Dorotea:                                                            Sie zecchini.

Costanza:                                                                              No so.

Ghel dirò a sior Raimondo.

Dorotea:                                                                  No, cara amiga no.

Che la me fazza ela sto servizio in secreto.

Piuttosto, se la vol, ghe lasso sto anelleto.

Costanza:               Sto anello? Lo cognosso. (S'alza.)

Dorotea:                                                               L'ho comprà che xe poco.

Costanza:               Lo cognosso sto anello.

Dorotea:                                                            L'ho comprà da un aloco,

Per pochissimi bezzi.

Costanza:                                                      Eh, che l'ho cognossù.

Dorotea:                  Ghe par?...

Costanza:                                    Eh, che me fazzo maraveggia de vu.

Dorotea:                  Come sarave a dir?

Costanza:                                                Xela poca prudenza

Vegnirmelo a mostrar, o xela un'insolenza?

Dorotea:                  Siora, vu ve scaldè, e no so la rason.

Sto anello che ve dago, credeu che nol sia bon?

Costanza:               El xe bon, lo cognosso, ve l'ha dà mio mario.

Dorotea:                  L'ho comprà.

Costanza:                                       No xe vero.

Dorotea:                                                               Dèmelo qua.

Costanza:               El xe mio.

Dorotea:                                    Come! anca de queste?

Costanza:                                                                           Cara siora, tasè.

Dorotea:                  Che tasa? tre zecchini...

Servitore:                                                          (Col caffè) Comàndele el caffè?

Dorotea:                  Tre zecchini gh'ho dà. L'ho tolto stamattina;

Domandeghe a Zanetta.

Costanza:                                                         Che cara paronzina!

L'al compra, e la lo impegna cussì presto? Perché?

Dorotea:                  Perché ghe n'ho bisogno.

Servitore:                                                             Comàndele el caffè?

Dorotea:                  Posso, quel che xe mio, e venderlo e impegnar.

Servitore:                Comàndele el caffè?

Dorotea:                                                      Andeve a far squartar. (Al Servitore)

Colle donne onorate no se parla cussì. (A Costanza.)

Servitore:                El caffè. (A Costanza.)

Costanza:                              No vôi altro.

Servitore:                                                       Me lo beverò mi. (Parte.)

Costanza:               (Una insolenza tal, par che dar no se possa.

Bisogna che la creda, che mi no lo cognossa).

Dorotea:                  Sentì, siora Costanza. Qua semo tra de nu.

Compatì, cara vecchia, se ve dago del vu.

Sull'onor mio ve zuro: sto anello l'ho comprà.

Zanetta è viva e sana; presto la tornerà.

L'ho abù dalle so man, ela dirà da chi.

Costanza:               Ben ben.

Dorotea:                                 E compatime, no se parla cussì.

Co vegnirà Zanetta, da vu la manderò.

Costanza:               Se lo gh'aveva in deo sior Raimondo!

Dorotea:                                                                                    No so.

Mi l'ho comprà, ve digo; e po, per dirve, tutto,

Ho perso tutti i bezzi stamattina a Redutto.

E per questo voleva...

Costanza:                                                      Aspettè, vegnì qua,

Sto anello a mio mario che i l'avesse robà?

Dorotea:                  Se poderave dar.

Costanza:                                             Se la fusse cossì...

Dorotea:                  Oh basta, in sta maniera no se parla con mi.

Favorime el mio anello, siora.

Costanza:                                                                     Oh, questo po no.

Che vegna mio mario, e po ve lo darò.

Dorotea:                  Cossa m'importa a mi, se è de so mario?

Che el se tegna l'anello, voggio i mi bezzi indrio.

Costanza:               Se parlerà su questo.

Dorotea:                                                         Anderò per Giustizia.

Costanza:               (Par, da quel che la dise, che no ghe sia malizia). (Da sé.)

Dorotea:                  El mio anello, patrona.

Costanza:                                                         L'anello è in bone man.

Dorotea:                  Quando me lo dareu?

Costanza:                                                      Ve lo darò doman.

Dorotea:                  Intanto no gh'ho un soldo, e no so come far.

Costanza:               Se volessi un zecchin, ve lo posso imprestar.

Dorotea:                  Dè qua.

Costanza:                              Credème, siora, che xe meggio per vu.

Dorotea:                  Roba da chi no so, no ghe ne compro più.

Costanza:               Servive, e compatime della mala creanza.

Se ho fallà, se ho eccedesto, domando perdonanza.

Compatì una muggier che vive suspirando.

Certo, se sè innocente, el sospetto xe grando.

Dorotea:                  Gh'avè rason; ma spero poderve sincerar.

Patrona.

Costanza:                              Ghe son serva.

Dorotea:                                                            (Voggio andarme a reffar). (Da sé, e parte.)

Costanza:               Perso fora de deo che l'abbia sior Raimondo?

Chi sa? se ne dà tante combinazion al mondo.

L'anello xe passà per man de una massera;

La patrona lo compra, no la sa de chi el giera.

No so cossa pensar: presto se saverà;

Ma ho dito el fatto mio, e l'anello xe qua. (Parte.)

 

 

SCENA QUARTA

Camera di quel del caffè.

Meneghina in maschera, e Momolo in maschera.

 

Meneghina:           Le m'ha lassà qua sola, co fa una mamalucca.

Momolo:                 No songio mi con vu?

Meneghina:                                                  Che stropolo de zucca!

Momolo:                 Vardè che bel suggetto! Ve liccaressi i dei.

Meneghina:           No son un bel soggetto; ma no voggio putei.

Momolo:                 Putelo come son, son ben visto da tante.

Me despiase dasseno, che no ghe sia el Zigante.

Meneghina:           Povero sporco!

Momolo:                                            Via, che bisogno ghe xe?

Son zovene capace de pagarve el caffè.

Meneghina:           Xe un'ora che sè qua, e aspettè adesso a dirlo?

Beverlo se podeva e anca digerirlo.

Momolo:                 Vardava se i vegniva. Oe, caffè, una fugazza.

Lassè che varda prima, se gh'ho bezzi che fazza.

Meneghina:           Oh che caro minchion! la sarave, ben bella,

Che in maschera vegnissi senza bezzi in scarsella!

Momolo:                 Basteralo un daotto?

Meneghina:                                               Eh! no i fa, no, no i fa.

Momolo:                 Donca li metto via.

Meneghina:                                            Lassè véder. Dè qua.

Momolo:                 Contèli, se i xe giusti.

Meneghina:                                                  Li togo per contai.

Questi li metto via, per tanti sparagnai.

Momolo:                 Dèmeli, siora.

Meneghina:                                      Oh caro! No i spendevi per mi?

Me li ho messi in scarsella. Gh'ho più gusto cussì.

Momolo:                 Che drettona che sè!

Meneghina:                                               Li voleu? aspetteli.

Momolo:                 Co se tratta de bezzi, ve piase anca i puteli.

Meneghina:           Eh via, che no ve bado.

Momolo:                                                           El mio daotto, siora.

Meneghina:           Oh, vien sior Anzoletto. I altri no i vien gnancora?

 

 

SCENA QUINTA

Anzoletto e detti.

 

Anzoletto:              Coss'è, i v'ha lassà sola?

Meneghina:                                                     Cossa diseu? sior sì.

Momolo:                 No la xe miga sola; la xe stada con mi.

Anzoletto:              Ti te metti in dozzena?

Meneghina:                                                     Nevvero? che pissotto!

Momolo:                 Vardè là che pettegola! la m'ha magnà un daotto.

Meneghina:           Oh sì, grasso quel dindio!

Momolo:                                                              Intanto...

Anzoletto:                                                                             Tasi là. (A Momolo.)

Voleu che andemo a spasso? voleu che stemo qua? (A Meneghina.)

Meneghina:           Fazzo quel che volè; anca un poco aspettemo.

E po, se no le vien...

Anzoletto:                                                  Se no le vien, andemo.

Momolo:                 Vôi vegnir anca mi.

Anzoletto:                                                  No voggio puttelezzi.

Sta da quel che ti xe.

Momolo:                                                     Vôi magnar i mi bezzi.

Meneghina:           Vele qua, vele qua.

Anzoletto:                                               Oe, chi gh'ale? chi xeli?

Meneghina:           Sior Biasio!

Anzoletto:                                   Sior Zulian! oh che vecchiazzi! oh beli!

 

 

SCENA SESTA

Gnese, Zanetta, sior Biasio, sior Zulian e detti.

 

Zanetta:                  Vegnì, vegnì, patroni, non abbiè suggizion.

Zulian:                    Ghe xe dell'altra zente.

Biasio:                                                               Qua no paremo bon.

Gnese:                     Eh, che l'è un galantomo, n'importa, vegnì via. (A Biasio.)

Biasio:                     Lo cognosseu quel zovene? (A Gnese.)

Gnese:                                                                     Oh, mi no so chi el sia.

Biasio:                     Vorave e no vorave...

Zulian:                                                           No so...

Anzoletto:                                                                    Patrone belle,

Che le resta servide; me rallegro con elle.

Gnese:                     Lo cognosseu? (A Zanetta.)

Zanetta:                                             Mi no. (Cossa diseu, che fusto?

Stè zitto, e secondène, che gh'averemo gusto). (Piano a Anzoletto.)

Anzoletto:              Bella da galantomo.

Gnese:                                                         Sta maschera chi xela?

Meneghina:           Oe! no me cognossè?

Zanetta:                                                         (Via, che ti xe putela). (Piano a Meneghina.)

Meneghina:           (Vorle far una burla?) (Piano a Anzoletto.)

Anzoletto:                                                     (Sì, per quel che se sente). (Piano a Meneghina.)

Momolo:                 Siore maschere, a mi no se me dise gnente?

Zanetta:                  Oh, patron riverito! (Burlando Momolo.)

Gnese:                                                         Anca el forner xe qua?

Zulian:                    (No stemo ben, amigo). (Piano a Biasio.)

Biasio:                                                               (No ghe xe proprietà). (Piano a Zulian.)

Andemo. (a Gnese.)

Gnese:                                       Mo perché?

Zulian:                                                           Maschera, andemo via? (a Zanetta.)

Anzoletto:              Siori, no le se degna della mia compagnia?

Son un putto civil. Son omo, e son secreto.

Dei omeni de età gh'ho stima e gh'ho respeto.

Za so el viver del mondo, semo omeni alfin.

Semo de carneval. Godemose un tantin.

Zulian:                    Cossa diseu? Restemio? (A Biasio.)

Biasio:                                                               Fazzo quel che fe vu. (A Zulian.)

Gnese:                     Via, no gh'è suggizion.

Zanetta:                                                            Saremo do de più.

Biasio:                     Fa portar el caffè. (A Momolo.)

Momolo:                                                  A mi?

Biasio:                                                                  A ti.

Momolo:                                                                       Debotto... (Con sdegno.)

Biasio:                     Xestu qualche signor?

Momolo:                                                        Ho speso el mio daotto.

Anzoletto:              Eh, lassè far a mi. Oe, caffè, buzzolai.

Putti, vegnì a servir. Bevemolo sentai.

(Vengono uomini del caffè, danno le sedie, e tutti siedono.)

Mi me senterò qua. (Siede in mezzo)

Gnese:                                                         E mi farò cussì. (Siede presso Anzoletto.)

Biasio:                     E mi arente de vu. (Siede presso a Gnese.)

Zanetta:                                                      Qua me senterò mi. (Siede presso Anzoletto.)

Zulian:                    E mi starò vesin alla mia mascheretta. (Siede presso Zanetta.)

Anca vu vegnì qua; senteve qua, caretta. (A Meneghina.)

Meneghina:           Sior sì. (Me tocca ben uno che no pol più). (Da sé.)

Zulian:                    Mi me piase, co posso, star tra la zoventù.

Momolo:                 E mi?

Zulian:                                Va via de qua.

Momolo:                                                        Vôi bever el caffè.

Ho speso el mio daotto, che bisogno ghe xe?

Biasio:                     Va via de qua, te digo. Con nu no ti par bon.

Momolo:                 Via, sior, cossa ve fazzio? stago qua in t'un canton.

                                 (Portano il caffè e buzzolai a tutti.)

Biasio:                     Tolè, cara Agnesina. (Le dà un buzzolà.)

Gnese:                                                         Grazie, sior paronzin.

Lo magno per amor del mio caro vesin. (Urtando Anzoletto.)

Biasio:                     (Mo che gran bona donna!)

Zulian:                                                                    Tolè anca questo, fia.

                                                         (Dà un buzzolà a Zanetta.)

Zanetta:                  La ringrazio; me piase tanto sta compagnia. (Urtando Anzoletto.)

Zulian:                    Tolè anca vu, caretta. (A Meneghina.) (Oh che fortuna granda!

Biasio ghe n'ha una sola, e mi una per banda). (Da sé.)

Meneghina:           (No ghe vegniva gnanca, se credeva cussì). (Da sé.)

Momolo:                 A mi no i me dà gnente? Oe, dèmelo anca a mi. (A quel del caffè.)

Anzoletto:              Sì, dèghelo anca a elo. Trattèlo come va.

Za semo in compagnia. Qualchedun pagherà.

Zanetta:                  Pagherà sior Zulian.

Gnese:                                                         No, pagherà sior Biasio.

Anzoletto:              Patroni, che i se serva, che i paga pur.

Zulian:                                                                                         Adasio.

Mi no gh'ho dito gnente.

Biasio:                                                                  No ho parlà gnanca mi.

Zanetta:                  Via, no ve fe nasar. (A Zulian.)

Gnese:                                                         No ve scansè cussì. (A Biasio.)

Biasio:                     Sior Zulian, vu ghe steu?

Zulian:                                                                 Per mi, son galantomo.

Podemo, se volè, pagar mezzo per omo.

Biasio:                     Pagar mezzo per omo? No la va ben. Sior no.

Mi gh'ho una donna sola, e vu ghe n'avè do.

 

 

SCENA SETTIMA

Donna Rosega e detti.

 

Donna Rosega:      Patroni reveriti; ghe fazzo un repeton.

Son anca mi con eli a far conversazion.

Biasio:                     Oe, l'amiga! (A Zulian.)

Zulian:                                         Sì ben. (A Biasio.)

Anzoletto:                                               Molto tardi, patrona.

Donna Rosega:      Tasi là, veh, baron.

Anzoletto:                                               Son qua, la me bastona.

Gnese:                     (Tutte vol Anzoletto). (Da sé.)

Zanetta:                                                         Seu sola? (A donna Rosega.)

Donna Rosega:                                                               No, fia mia.

Oh, o se ti savessi chi è con mi in compagnia!

Zanetta:                  Chi mai?

Donna Rosega:                     Un cao, fia cara!... no te lo posso dir.

Chi xela? (Accennando Meneghina.)

Zanetta:                                    Meneghina.

Donna Rosega:                                             Chi gh'ha dà da vestir?

Zanetta:                  L'ho vestia mi.

Donna Rosega:                                 Pulito.

Zanetta:                                                         Mo no pàrela bon?

Gh'ho dà della parona un abito in scondon.

Donna Rosega:      L'ho cognossù, per diana.

Zanetta:                                                               Oggio fatto un sproposito?

Donna Rosega:      Giusto! cussì se fa. Tasi, che el xe a proposito.

Zanetta:                  Per cossa?

Donna Rosega:                        Oh co pulito!

Zanetta:                                                            Perché?

Donna Rosega:                                                               Tasi, in malora.

Gh'è el mio paron con mi, che me aspetta de fora.

Gh'ho dito che ghe xe qua la to paroncina.

Oe, demoghe da intender che la xe Meneghina.

Zanetta:                  E po?

Donna Rosega:                  Che mamalucca! làsseme far a mi.

Zanetta:                  Se el se ne accorze?

Donna Rosega:                                          Gnente... Vôi che femo cussì.

Zanetta:                  Fémolo pur.

Donna Rosega:                              Chi sa? Qualcossa magneremo.

Zanetta:                  Oe, da bone sorelle.

Donna Rosega:                                          Sì, se spartiremo.

Maschera, andemo via. V'avemo da parlar.

Meneghina:           Cossa voleu da mi?

Donna Rosega:                                          Ve voggio maridar.

Meneghina:           Magari

Donna Rosega:                     Che golosa! Zanetta, andemo via.

Zanetta:                  Voleu che andemo tutti?

Donna Rosega:                                                   Sì, tutti all'ostaria.

Zanetta:                  Siori, za semo in ballo, avemo da ballar.

All'ostaria vorressimo, se sè contenti, andar.

Zulian:                    Cossa diseu, sior Biasio?

Biasio:                                                      No pareremo bon.

Zanetta:                  Gnese, vustu che andemo?

Gnese:                                                                     Sì, caro sior paron.

Biasio:                     Compare, andemo? (a Zulian.)

Zulian:                                                        Andemo.

Biasio:                                                                  Mi co ghe son, ghe stago.

Zulian:                    Co xe de carneval, credèmela, son vago.

E po co sti musetti mo chi non anderia?

Anzoletto:              Bravi, cussì me piase; che stemo in allegria.

Tutti co le so maschere.

Biasio:                                                               Mi la mia servirò. (Parte con Gnese.)

Zulian:                    Mi gh'ho forza in ti brazzi da servirghene do.

Cossa diseu? (A Anzoletto; poi parte con Zanetta e Meneghina)

Anzoletto:                                      Servive con tutta libertà.

Mi stago meggio solo, godo de qua e de là.

Donna Rosega:      Donca sior Anzoletto me darà man a mi.

Anzoletto:              Volentiera, de tutto digo sempre de sì.

Donna Rosega:      Oe Momolo.

Momolo:                                         Patrona.

Donna Rosega:                                             Vien qua, caro forner.

Dame man anca ti, che ghe ne voggio un per. (Partono.)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA

Camera d'osteria.

Zanetta, Meneghina, Gnese e donna Rosega.

 

Donna Rosega:      Putte, vegnì con mi, che riderè da bon.

Voggio certo che femo sta burla al mio paron.

Zanetta:                  Tocca a ti, Meneghina.

Meneghina:                                                  No vôi qualche desgrazia.

No ghe ne vôi saver.

Donna Rosega:      Tasi là, mala grazia.

Fa quel che digo mi, e no te indubitar.

Quando vien sior Raimondo, tornete a inmascherar.

Sta sulle toe un pochetto, e po cussì e cussì;

No te indubitar gnente, làsseme far a mi.

Meneghina:           Se parlo, el se ne accorze. Avémio da star muti?

Donna Rosega:      Làsseme far a mi, che parlerò per tuti.

Gnese:                     Donna Rosega certo xe donna da repieghi.

Donna Rosega:      Co s'ha da far qualcossa, no ghe vol tanti preghi.

Zanetta:                  Ma dov'è sior Raimondo? El ne xe vegnù drio

Un pezzetto alla larga, e po el ne xe spario.

Donna Rosega:      El s'ha tirà in bottega dal spicier da confetti.

Oe senti, Meneghina, se el te fa regaletti,

Avemo da spartir.

Meneghina:                                            Mi lasso che fe vu.

Zanetta:                  Sì, no te indubitar, che spartiremo nu.

Gnese:                     Salo che semo qua?

Donna Rosega:                                          Gh'ho dito le parole;

Gh'ho dito de avvisarlo, quando che semo sole.

Ho mandà el camerier, adesso el vegnirà.

Stemo qua tra nualtre, aspettemolo qua.

Zanetta:                  Cossa dirà quei altri?

Donna Rosega:                                             I do vecchi xe al fuogo.

Anzoletto è da basso, che descorre col cuogo.

Meneghina:           E el forner?

Donna Rosega:                           El forner l'ho visto dai balconi

Che el xe in mezzo alla strada, a zogar coi baroni.

Gnese:                     Adessadesso qua i do vecchi m'aspetto.

Donna Rosega:      No i vegnirà, gh'ho dito che femo un servizietto.

Meneghina:           E a casa quando andemo?

Donna Rosega:                                                      Anderemo stassera;

Che se godemo almanco una zornada intiera.

Zanetta:                  Disè, dopo disnar dove voleu che andemo?

Donna Rosega:      Voggio che stemo qua, e voggio che ballemo.

Gnese:                     Tutto el dì all'ostaria?

Meneghina:                                                  Voggio andar ai casotti.

Donna Rosega:      Mi no me piase i piavoli, me piase i zovenotti.

Zanetta:                  Co che son balleremio?

Donna Rosega:                                                I orbi vegnirà.

Gnese:                     Sior Biasio sa sonar; fursi el ne sonerà.

Donna Rosega:      Staremo allegramente; me voggio sbabazzar.

Putte, me sento in gringola. Che salti che vôi far!

Zanetta:                  E viva! Nu godemo, e le parone a casa.

Donna Rosega:      Per sta volta dasseno bisogna che le tasa.

Meneghina:           Perché son vegnua in maschera, la mia m'ha licenzià.

Donna Rosega:      Mi, mi, te troverò.

Meneghina:                                            Eh no no, che ho trovà.

Zanetta:                  Ti ha trovà cussì presto? Ti xe stada valente.

Meneghina:           Oh, a mi no me ne manca. (Zanetta no sa gnente).

Zanetta:                  Mi co la mia ghe stago st'inverno per le spese,

E po sta primavera vôi tornar al paese.

Gnese:                     E mi a servir quel vecchio me vien malinconia;

Se trovo da logarme, subito vago via.

Donna Rosega:      Mi scambio volentiera, sempre, per ordenario,

Se trovo che i me cressa sie soldi de salario.

Meneghina:           E pur gh'è delle case, che se ghe chiappa amor.

Zanetta:                  Co gh'è el nostro interesse, se fa con più bon cuor.

Quelle che gh'ha dei utili, se le ghe sta, le invidio;

Ma mi gh'ho una parona, che no me dà un sussidio.

Donna Rosega:      La mia la xe, per diana, suttila co fa l'oggio,

Ma l'ha da far co mi; co ghe n'è, ghe ne voggio.

E po co gh'ho bisogno, vago dal mio paron,

E a lu sempre ghe beccolo qualche tràiro in scondon.

Gnese:                     Mi no dirò de esser tanto desfortunada;

M'ho fatto della roba, ma me l'ho vadagnada.

Servir un vecchio matto! Saverlo contentar!

Mi no ve digo gnente, se ho avù el mio bel da far.

Meneghina:           A mi, dove che giera, m'ha toccà sta fortuna.

Anca de carneval squasi ogni dì se zuna.

Co la m'ha licenzià, ho alzà le man al cielo;

Me despiase per altro che el paron giera belo.

Donna Rosega:      Gnanca el mio no xe brutto, e po el xe ricconazzo.

El gh'ha quella muggier: che peccà, poverazzo

Sempre la lo tormenta; infina co i xe a tola.

La mor da zelusia. La vorave esser sola.

L'ha paura che tutti ghe magna so mario;

Quando che son con elo, sempre la me vien drio.

Zanetta:                  La mia mo, all'incontrario, del mario no ghe preme.

Quando el vien a Venezia, gnanca no i dorme insieme.

Tutti fa per le soe; no i se fa complimenti.

I xe, co se sol dir, più amici che parenti.

Donna Rosega:      Zitto, vien sior Raimondo. Presto, via, Meneghina.

Mettite el volto.

Meneghina:                                         E po?

Donna Rosega:                                             Mi te starò vesina.

Zanetta:                  T'agiuterò anca mi.

Donna Rosega:                                          Sta dretta colla schena.

Gnese:                     E mi starò da banda a gòderme la scena. (Indietro, e siede.)

 

 

SCENA SECONDA

Sior Raimondo e dette.

 

Raimondo:             Posso venir?

Donna Rosega:                              La vegna.

Raimondo:                                                       Servitor riverente. (A Meneghina.)

Donna Rosega:      Faghe una reverenza. (A Meneghina.)

                                       Oe, gh'aveu portà gnente? (A Raimondo.

Raimondo:             (Ho comprati dei dolci. Glieli ho da dar così?) (A Rosega.)

Donna Rosega:      Sì, senza cerimonie. Consegnemeli a mi. (A Raimondo.)

Raimondo:             Tenete.

Donna Rosega:                     Oh, oh, la varda, lustrissima patrona, (A Meneghina.)

Quante galantarie; el patron ghe le dona.

Raimondo:             Compatite, signora, s'ella in mio nome ardisce...

Donna Rosega:      La toga sti confetti. (A Meneghina.) Vedeu se la gradisce? (A Raimondo.)

Ne ne dala, lustrissima, un pochetti anca a nu? (A Meneghina.)

Tiò sti quattro, Zanetta. Gnese, tolè anca vu. (A Gnese che si alza.)

Sto resto i metto via. Oh che roba preziosa!

Zanetta:                  (Più de mezzi per ela). (A Gnese.)

Gnese:                                                            (Che vecchiazza golosa!) (Torna al suo posto.)

Donna Rosega:      (Magna). (Piano a Meneghina.)

Raimondo:                               (Non dice niente. Ella mi guarda appena). (A donna Rosega.)

Donna Rosega:      (Coss'ala da parlar? la gh'ha la bocca piena). (A Raimondo.)

Raimondo:             (L'anello non l'ha in dito?) (A Zanetta.)

Zanetta:                                                                  (El gh'è un poco larghetto;

La ghe l'ha dà all'orese, che el lo strenza un pochetto). (A Raimondo.)

Donna Rosega:      (Vaghe un pochetto arente). (Piano a Meneghina.)

Meneghina:                                                              (Mi no). (Piano a Rosegha.)

Donna Rosega:                                                                        (Ti xe pur gnocca)

Raimondo:             Non parlate, signora?

Donna Rosega:                                             I gh'ha cusìo la bocca.

Raimondo:             Sdegnate forse avermi in vostra compagnia?

Donna Rosega:      (Pàrleghe sotto ose). (Piano a Meneghina.)

Meneghina:                                               (Debotto scampo via).

Raimondo:             Che dice?

Donna Rosega:                        La vorave... via, no la se vergogna. (A Meneghina.)

La vaga in quella camera. Se va, quando bisogna.

Raimondo:             Parli, le occorre nulla?

Donna Rosega:                                             Che caro sior patron!

El vorria compagnarla. No la vol suggizion.

(Saludilo, e va via).

Meneghina:           (fa una riverenza a Raimondo.)

Raimondo:                                                 Quant'è graziosa e vaga! (Salutandola.)

Meneghina:           (No so quel che me fazza).

Donna Rosega:                                                      Se la vol, che la vaga.

Putte, via, compagnela; no la lassè andar sola;

Intanto al mio paron ghe dirò una parola.

Zanetta:                  Andemo pur, lustrissima. (A Meneghina.)

Donna Rosega:                                                      Andè, fin che i parecchia.

Zanetta:                  Mo la xe una gran furba! (Parte con Meneghina.)

Gnese:                                                                  Mo la xe una gran vecchia! (Parte.)

 

 

SCENA TERZA

Sior Raimondo e donna Rosega

 

Donna Rosega:      La gh'ha del spiritazzo, ma po la se confonde.

Raimondo:             Io non so che mi dire. Le parlo, e non risponde.

Quasi quasi direi...

Donna Rosega:                                       Cossa?

Raimondo:                                                          Non mi par quella.

Donna Rosega:      Co la vederè in viso, saverè se l'è ella.

E po, me maraveggio: songio capace mi

De burlar el paron?

Raimondo:                                                 No, non dico così;

Ma son poco contento.

Donna Rosega:                                                Compatirla bisogna.

Poverazza, la gh'ha un poco de vergogna.

Ghe despiase de esser trovada all'ostaria

Co nualtre; gh'ha piasso la nostra compagnia.

Dei vecchi, de Anzoletto, no la gh'ha suggizion;

Ghe despiase de vu; sì, da quella che son.

Raimondo:             Dunque me n'anderò.

Donna Rosega:                                             Mo sior no, restè qua.

Ma se vegnì a tola, ela no magnerà.

Sentì, fe a modo mio. Andè un poco a zirar.

Verso el fin della tola ne vegnirè a trovar.

La vederè scoverta; la troverè sentada.

Passà quel primo incontro, la sarà comodada.

Raimondo:             Bene, così farò. Vado, e ritorno or ora.

Donna Rosega:      No vegnì cussì presto. Aspettè almanco un'ora.

Raimondo:             Un'ora aspetterò.

Donna Rosega:                                    Ve chiamerè contento.

Raimondo:             Voglio, se posso almeno, dirle il mio sentimento.

Donna Rosega:      Oe, digo, sior patron; saveu che, un bianco e un brun,

All'ostaria se paga ancuo tanto per un?

Raimondo:             Io non mangio.

Donna Rosega:                                    Xe vero; ma se i me taggia in fete,

Bezzi mi no ghe n'ho.

Raimondo:                                                    Ho capito, tenete.

Donna Rosega:      Grazie. Ma no saràvela una finezza bella

A siora Dorotea, se paghessi per ella?

Raimondo:             Perché no? Lo sapete, quando sono impegnato,

A spendere non guardo. Ecco un altro ducato.

Donna Rosega:      Bravo, co se vol ben! bezzi no se sparagna.

(De sti do ducateli culìe no me ne magna). (Da sé.)

Raimondo:             Vado dunque, e frattanto a consolar le doglie

Andrò della patetica gelosissima moglie. (Parte.)

Donna Rosega:      Ho chiappà do ducati. Co tornerà el paron,

Per sconder Meneghina troverò un'invenzion.

No la sarà più quella, la sarà andada via.

Basta, no m'ho in ste cosse mai perso in vita mia.

No xe da dir che so quel che so per l'età,

Che el diavolo xe vecchio, per questo el ghe ne sa.

Me diseva mia mare: ti gh'ha una testolina!

Saveva quel che so, che giera fantolina. (Parte.)

 

 

SCENA QUARTA

Camera in casa di Costanza.

Costanza e Titta.

 

Costanza:               El patron no se vede. Via, parecchiè la tola;

Deme quel fià de tossego, che el magnerò mi sola.

Titta:                        El patron se la gode.

Costanza:                                                   Vu no gh'avè da intrar.

Titta:                        L'ho visto co una maschera...

Costanza:                                                                  Animo; a parecchiar.

Titta:                        (apparecchia un piccolo tavolino, e mette in tavola qualche cosa).

Costanza:               Ah! la me tocca a mi. Bisogna che sopporta;

Xe assae, che fina adesso da rabbia non sia morta.

Ma come fale mai quelle che no ghe pensa?

Bisogna che el so cuor a qualcun le despensa.

Mi mo, che son nemiga delle conversazion,

Stago qua, poveretta, ficcada in t'un canton.

Tanti e tanti me dise che stago da regina;

E mi mo esser vorave nassua una contadina,

Con una poveretta scambiar el stato mio,

Pur che gh'avesse sempre arente mio mario.

Titta:                        Co la comanda. È in tola.

Costanza:                                                            No gh'ho gnente de fame.

I marii se deverte, e nu? povere grame! (Siede a tavola.)

I batte. Andè a vardar. Chi sa che nol sia elo?

Titta:                        Sala chi xe?

Costanza:                                    Disè mo.

Titta:                                                            Xe quella dall'anelo.

Costanza:               Chi? siora Dorotea?

Titta:                                                            Giusto ela.

Costanza:                                                                        Tirèghe.

Vardè quel che la vuol. Son a tola, diseghe.

Fela vegnir de su. (Titta parte.) Son curiosa sentir,

Se qualche novità la m'averà da dir.

O l'averà trovà chi gh'ha vendù l'anello,

O qualcossa la vien a contarme de bello.

 

 

SCENA QUINTA

Dorotea e detti.

 

Dorotea:                  Oh, la xe a tola? A st'ora? me despiase dasseno.

Costanza:               no tardi, e la sera no ceno.

Che la resta servida. La se senta un tantin.

Dorotea:                  Son qua, siora Costanza, gh'ho portà el so zecchin;

La ringrazio, e se posso, anca ela la comanda.

Costanza:               Patrona; i complimenti lassémoli da banda.

No la se n'ha servìo?

Dorotea:                                                      Siora sì, in verità.

Oe, con quel so zecchin vinti ghe n'ho chiappà;

E se saveva far, ghe ne chiappava cento.

Costanza:               Bisogna contentarse.

Dorotea:                                                      Oh, mi no me contento.

Xe andà via el taggiador; per questo ho lassà star.

Se el seguitava el taggio, lo voleva sbancar.

Costanza:               Cara siora, col zogo bisogna andar bel bello...

Dorotea:                  No parlemo de questo. Parlemo dell'anello.

Mel dala sì o no?

Costanza:                                             Sala gnancora gnente,

Chi ghe l'abbia vendù?

Dorotea:                                                            Zanetta, sta insolente,

Xe ancora via; chi sa quando la torna a casa?

Costanza:               (No ti mel cucchi certo co sta to bella rasa). (Da sé.)

Dorotea:                  Doman lo saveremo. A mi no la me crede:

Credo de meritar un pochettin de fede.

No son donna capace de laorar d'inzegno.

Ghe lasso, se la vol, diese zecchini in pegno.

Costanza:               Mo da ancuo a domattina, che premura ghe xe?

Dorotea:                  Me premeria d'averlo, anca mi so el perché.

Costanza:               (La gh'ha troppa premura, me par de véder scuro). (Da sé.)

Dorotea:                  (Se se trova el patron, mi lo perdo seguro). (Da sé.)

Costanza:               Ala disnà?

Dorotea:                                       Mi no. Zanetta è andada via;

Gnanca cenere calda no credo che ghe sia.

Costanza:               Vorla restar servida?

Dorotea:                                                         De sto anello parlemo.

Costanza:               La magna un bocconcin, che po discorreremo.

Via, deghe una possada: portèghe un tovaggiol.

Dorotea:                  (Veramente gh'ho fame). (Da sé.)

Costanza:                                                            La magna, se la vol.

Dorotea:                  Via, per no refudar, magnerò un bocconcin.

Ma son de poco pasto. Gh'oggio dà el so zecchin?

Costanza:               Oh sì, la me l'ha dà.

Dorotea:                                                      O caro quel cavallo! (Mangiando.)

El me l'ha dà sie volte. Co lo metto, no fallo.

Oh che bona menestra!

Costanza:                                                         (La se porta pulito!) (Da sé.)

Dorotea:                  E ela no la magna? (Mangiando bene.)

Costanza:                                                No gh'ho troppo appetito.

Dorotea:                  Bon sto piatto, dasseno.

Costanza:                                                         Ho gusto che el ghe piasa.

Dorotea:                  Cussì torno a Redutto, senza tornar a casa.

Costanza:               (A véderla a magnar, me vien voggia anca mi.

Quanto che pagaria poder magnar cussì). (Da sé.)

Dorotea:                  Da béver.

Titta:                                          Vorla piccolo? o vorla...

Dorotea:                                                                              Grosso, grosso.

Voggio andar a Redutto con del calor adosso.

Costanza:               Sè aliegra, e no ghe xe vostro mario con vu?

Dorotea:                  Cossa m'importa a mi, se nol tornasse più?

Za ogni settimana gl'ho lettere alla Posta;

Quando che gh'ho dei bezzi, stago ben da mia posta.

Costanza:               No, siora Dorotea, no, la me creda a mi,

No l'è cossa ben fatta; no la va ben cussì.

Se per i so interessi qua el mario no pol star,

Ha la muggier per questo da farse criticar?

La perdona, se parlo cussì col cuor averto;

Chi stima so mario, cussì no vive certo.

E chi no stima el soo, pol dar da sospettar,

Che quelli delle altre ghe piasa praticar.

Dorotea:                  Cara siora Costanza, sempre tornemo qua.

La me fa revoltar quel poco che ho magnà.

Chi crédela che sia? Le femmene onorate

No se tratta cussì.

Costanza:                                                Titta, vardè che i bate.

Dorotea:                  Alfin son cognossuda.

Costanza:                                                      Via, no parlemo più.

Titta:                        Xe qua, siora patrona...

Dorotea:                                                            Da béver, caro vu.

Titta:                        Subito. Xe el patron. (Va a prendere da bevere.)

Costanza:               (Se saverà cussì...) (Da sé.)

                                 Séntela? mio mario.

Dorotea:                  Cossa m'importa a mi?

                                          Dè qua, dèmelo pien.

Costanza:               (Alfin le se sa tute). (Da sé.)

 

 

SCENA SESTA

Raimondo e dette.

 

Costanza:               Ben venuto.

Raimondo:                                  (Che vedo!) (Da sé, osservando Dorotea.)

Dorotea:                                                            Bevo alla so salute. (A Raimondo.)

Raimondo:             Voi qui? (A Dorotea.)

Dorotea:                                 Per grazia soa... (Accennando Costanza.)

Raimondo:                                                       (Credo ancor di sognar). (Da sé.)

Costanza:               (Coss'è ste maraveggie? Prencipio a sospettar). (Da sé.)

Raimondo:             (M'han schernito le indegne. Or mi vendicherò). (Da sé, in atto di partire.)

Costanza:               Dov'andeu cussì presto?

Raimondo:                                                          Deggio partir.

Costanza:                                                                                       Sior no,

Non avè d'andar via, se avè reputazion.

Qua se tratta de assae. La me diga, patron,

Senza scaldarse el sangue, dove xe quell'anelo,

Che la gh'aveva gieri in tel deo menuelo?

Raimondo:             L'ho perduto.

Dorotea:                                          Sentìu? (A Costanza.)

Costanza:                                                      Caro sior, la perdona.

L'averavelo forse regalà a sta patrona?

Raimondo:             Io?

Costanza:                     (El se confonde) (Da sé.)

Dorotea:                                                      La cossa è netta e schietta;

L'ho comprà sta mattina. Gh'ho dà i bezzi a Zanetta.

Raimondo:             A Zanetta? (A Dorotea.)

Dorotea:                                       Sior sì.

Costanza:                                                Chi voleu che vel creda?

Questo qua xe el so anello. (A Dorotea.)

Raimondo:                                                             Lasciate che io lo veda. (A Costanza.)

Costanza:               Xelo questo?

Raimondo:                                     È cotesto.

Dorotea:                                                            L'è quel che mi ho comprà

Dalle man de Zanetta. Tre zecchini gh'ho dà.

Raimondo:             Tre zecchini? (A Dorotea.)

Dorotea:                                          Sior sì.

Raimondo:                                                 Ne val dodici e più. (A Dorotea.)

Costanza:               La lo gh'aveva in deo, e mi l'ho cognossù. (A Raimondo.)

Dorotea:                  Basta, mi no so gnente. L'anello è mio de mi;

Colle donne onorate no se tratta cussì.

Raimondo:             Zitto. L'anello è suo. (A Costanza.)

Costanza:                                                   Ghe l'averè donà.

Dorotea:                  Mi no togo regali.

Raimondo:                                              (Che diavolo sarà?) (Da sé.)

Costanza:               Se sè un omo de onor, la verità disè.

Dorotea:                  Se sè un omo de garbo, in fazza soa parlè.

Raimondo:             Se per questa signora ho avuto qualche stima,

Moglie mia, compatite.

Costanza:                                                         Via; no la xe la prima.

Dorotea:                  E cussì? (A Raimondo.)

Raimondo:                            E così, della mia stima in segno,

Dandovi quell'anello...

Dorotea:                                                            Come! sè un omo indegno.

Colle donne onorate v'insegnerò a trattar.

Stamattina Zanetta me l'è vegnù a mostrar;

Tre zecchini gh'ho dà; l'ho dito, e el torno a dir:

Voggio l'anello indrio, se credo de morir.

Raimondo:             (Che confusione è questa?) (Da sé.)

Costanza:                                                               Ve perdeu de coraggio? (A Raimondo.)

Raimondo:             (Che la massera m'abbia...)

Costanza:                                                               Via, respondeghe.

Raimondo:             Adaggio. (A Costanza.)

                  Sapete ove si trovi la vostra serva? (A Dorotea.)

Dorotea:                  No.

Raimondo:                      Ah maladetta serva! Or la ritroverò.

Costanza:               Cossa v'importa a vu?...

Raimondo:                                                    Moltissimo mi preme

Signora Dorotea, ritroviamola insieme...

Costanza:               Come? voressi andar con ela in compagnia?

Raimondo:             Deh venite ancor voi, cara consorte mia.

Costanza:               Certo che vegnirò.

Raimondo:                                              Sentirete, m'impegno,

Un terribile caso.

Costanza:                                             Vago a vestirme, e vegno. (Parte.)

Raimondo:             Signora, perdonate... Non so che dir. Venite.

Dorotea:                  Se no i me dà l'anello, vôi che femo una lite.

 

 

SCENA SETTIMA

Camera d'osteria.

Zanetta, Gnese, Meneghina, donna Rosega, Anzoletto, sior Zulian,

sior Biasio,Momolo, un altro Giovane in maschera.

Tutti ballano. Fanno una contraddanza a piacere.

 

 

SCENA ULTIMA

Costanza, Dorotea, Raimondo mascherati, e detti.

 

Raimondo:             Alto, alto, signori, ci siamo ancora noi.

Donna Rosega:      Scondite, presto, presto. (A Meneghina, che si ritira.)

Raimondo:                                                          Vogliam ballar con voi.

Donna Rosega:      Tanto l'è stà a vegnir? Mo per diana de dia!

Tolè, la s'ha stufà, e la xe andada via.

Raimondo:             Chi?

Donna Rosega:               Siora Dorotea.

Raimondo:                                                 Bene, si aspetterà.

Spero che quanto prima con noi ritornerà.

Donna Rosega:      Oh, no la torna più.

Zanetta:                                                      No la vol più vegnir.

Raimondo:             Che sì, che s'io la voglio, la faccio comparir?

Zanetta:                  Ve stimerave assae.

Donna Rosega:                                          No ve stè a dar sti vanti.

Raimondo:             Signora Dorotea, presto, venite avanti.

Dorotea:                  Tocco de desgraziada! Tocco de masserazza!

Baroncella, frascona... (A Zanetta.)

Zanetta:                                                         Via, no la me strapazza.

Donna Rosega:      Vedeu, siora pettegola? vedeu, siora sfazzada?

La parona ha rason. (A Zanetta.)

Costanza:                                                   E vu, vecchia insensada,

Cussì fe col paron? Cussì trattè con mi?

Zanetta:                  A vu sto complimento. (A donna Rosega)

Donna Rosega:                                                No; la parla con ti. (A Zanetta.)

Raimondo:             Animo, in questo punto dite la verità. (A Zanetta.)

Dell'anello che fu?

Zanetta:                                                   La patrona lo gh'ha.

Dorotea:                  Ma t'ho dà tre zecchini.

Zanetta:                                                            Se la mi ha dai, i xe mii;

E po con donna Rosega se li avemo spartii.

Dorotea:                  Sentìu? (A Costanza.)

Costanza:                              Cussì se fa?

Raimondo:                                                 Chi è quella malandrina

Che Dorotea si finse?

Donna Rosega:                                             Mi no so.

Zanetta:                                                                           Meneghina.

Raimondo:             Cogli abiti di lei, dite, chi la vestì? (A Zanetta.)

Zanetta:                  Co s'ha da dir el vero, ghe li ho imprestadi mi.

Dorotea:                  Cussì la roba mia ti impresti a chi ti vol?

Costanza:               Le fa cussì custìe: co ghe ne xe, le tol.

Raimondo:             Tutto è scoperto alfine. Signora, perdonate;

Se troppo ardito io fui, all'error mio scusate. (A Dorotea, inchinandosi.)

Dorotea:                  Sì, sì, tutto va ben, ma co sti vostri inchini,

Perder mi no vorave l'anello e i tre zecchini.

Costanza:               L'anello el tegno mi.

Raimondo:                                                 Io il danar pagherò.

Costanza:               I tre zecchini a casa doman ve manderò. (A Dorotea.)

Caro mario, pussibile che voggiè far el mato?

Raimondo:             Certo che questo caso m'ha assai disingannato.

Vedo che una tal vita è piena di perigli;

Vo' seguir della moglie d'ora innanzi i consigli.

Costanza:               Prego el ciel che sia vero; e vu, madonna arpia, (a donna Rosega:)

Mai più né piè, né passo, no mettè in casa mia.

Ve manderò doman tutta la vostra roba.

Donna Rosega:      Cussì? gnanca per questo me vegnirà la goba.

Costanza:               Temeraria!

Dorotea:                                       Anca ti, tocco de desgraziada,

A casa no vegnir. Ti è bella e licenziada.

Zanetta:                  Cussì la me licenzia?

Dorotea:                                                         Te licenzio cussì.

Meneghina:           Se la l'ha licenziada, donca vegnirò mi.

Dorotea:                  Sporca, ti gh'ha i mi abiti? Despògiete, frascona,

Ma con mi no te voggio.

Meneghina:                                                        Tolè, no gh'ho parona;

Cossa faroggio adesso?

Raimondo:                                                       E voi altri vecchioni,

A così belle gioje fate conversazioni?

Zulian:                    Son qua per accidente.

Biasio:                                                               Ve zuro, in vita mia

Questa è la prima volta che vegno all'ostaria.

Costanza:               Vergogna! omeni antighi a perder el concetto.

Dorotea:                  No fa bona figura gnanca sior Anzoletto.

Anzoletto:              Siori, mi ve dirò; ogni anno in ste zornae,

Co le massere andando, mi me deverto assae.

St'anno per accidente con queste m'ho imbattù:

Le ho scoverte che basta; no le me cucca più.

Tante altre massere ho praticà ai mi dì;

Cattive come queste, no l'ho trovae mai pì.

Ghe n'ho trovà de brave, ghe n'ho trovà de bone,

Che sa con bon amor servir le so parone.

Bravissime da spender, brave da cusinar,

Che una ponta de ago no saveria robar,

Che mai pettegolezzi no fa per i balconi,

Che no conta alle amighe de casa i pettoloni,

Che con i servitori mai no le se n'impazza,

E che no le responde gnanca co i le strapazza.

Ghe n'ho trovà de quelle piene de cortesia,

Che per i so paroni in fogo le anderia.

E contra le massere quando i poeti scrive,

I critica, i scoverze le massere cattive.

Biasio:                     La mia no xe de quelle.

Anzoletto:                                                        Anca la vostra xe,

Credèmelo, sior Biasio, una roba da re.

Zanetta:                  La ve burla.

Meneghina:                                La roba.

Donna Rosega:                                          La se vol maridar;

Biasio:                     Come? diseu dasseno?

Anzoletto:                                                        Mi vel posso attestar.

Gnese:                     E ben, se me marido?

Biasio:                                                            Ma co la xe cussì,

Prima che m'impiantè, voggio impiantarve mi.

In casa mia sè stada fina adesso parona;

Andè, che sè cattiva. Trovèmene una bona.

Gnese:                     Sior Zulian, me voleu?

Zulian:                                                              Fia mia, mi ve ringrazio.

Ghe n'ho una anca mi, e son debotto sazio.

Sento che le finezze xe fatte per burlar;

Vago a casa, e in sto ponto la voggio licenziar.

Trovèmene una bona.

Donna Rosega:                                             Tutto per causa vostra.

Vu n'avè menà in maschera. Sè la rovina nostra.

Anzoletto:              Siè bone; scambiè usanza, e ve provvederò.

Meneghina:           Caro sior Anzoletto, bona deventerò.

Zanetta:                  Ve zuro, da qua avanti no voggio altri malanni.

Donna Rosega:      E mi farò giudizio, co vegnirò in ti anni.

Costanza:               Pensè, povere grame, a viver con decoro:

Una bona massera la val più d'un tesoro.

Nualtre se fidemo in te le vostre man,

E vu volè tradir quelli che ve dà el pan?

Volè per frascherie desgustar le parone?

Ma se vu sè cattive, ghe n'è tante de bone.

Le massere cattive mandémole lontan,

E alle Massere bone sbattémoghe le man.

 

Fine della commedia


 

[1] Il titolo di donna si dà a Venezia alle femmine ordinarie di età avanzata.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 27 febbraio 2011