Carlo Goldoni

 

 

La famiglia dell'antiquario

O SIA

LA SUOCERA E LA NUORA

 Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta

in Venezia il Carnovale dell'anno 1749.

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I classici Mondadori Fondazione Borletti, vol. II, A. Mondadori editore, Milano 1939

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE

FEDERIGO BORROMEO

CONTE D'AVONA, GRANDE DI SPAGNA DI PRIMA CLASSE,

CAVALIERE DELL'INSIGNE ORDINE DELL'AQUILA BIANCA

 DI S. M. IL RE DI POLONIA ecc. ecc.

PER un Cavaliere pieno di spirito e di sapere, d'ottimo gusto e di fino discernimento, una Commedia è troppo picciola cosa, e molto meno una Commedia mia. Tuttavolta chi è versato in tutto, siccome lo è l'E. V. sa dilettarsi anche di questo genere di piacevole letteratura, ed egualmente applaudisce a quelli che sanno, ed anima gli altri che desiderano di sapere.

Io sono fra questi ultimi: innamorato della Virtù, a guisa di colui che non potendo aspirare all'acquisto di una bellezza, si contenta di vagheggiarla dalla finestra. Fra quelli che mi hanno incoraggito a seguitare la mia carriera sulle scene d'Italia, conto a mia gloria l'Eccellenza Vostra, e ciò vuol dire ch'io posso lusingarmi di non essere uomo inutile affatto, poiché Voi siete quanto dotto, altrettanto sincero, e vi sta a cuore il nome italiano e l'onore di questa nostra Nazione, che ad altra certamente non cede.

La virtù si venera da per tutto egualmente; e i Letterati d'ogni paese formano una Repubblica fra di loro, e sono, per ragion di sì bella madre, concittadini e fratelli. La distanza del luogo, la varietà del clima, la diversità del linguaggio non fa che sia diverso il cuore e lo spirito delle persone, e gli uomini dotti sparsi per le Città, per le Provincie, per le Nazioni varie del Mondo, si trattano fra di loro come gli abitanti di un sol paese in varie case distribuiti.

Quindi è che mal pensa chi le altrui Nazioni disprezza, la propria sola estimando; ma egualmente s'inganna chi gli Esteri esalta e i propri Nazionali disprezza. Si possono lor dare gl'ingegni felici dell'Inghilterra, senza far torto a quelli di Francia; e possiamo noi medesimi agli uni e agli altri dar lode, senza avere in dispregio i nostri buoni Italiani. Misera Italia! I tuoi Nemici sono i tuoi medesimi Figliuoli, li quali per un certo spirito di novità amano tutto ciò che suol venire di lontano; e danno quel vanto alle opere degli stranieri, che forse nel loro Paese conseguir non potevano.

V. E. Me parla ed intende le varie lingue d'Europa, e i buoni libri sa conoscere e giudicare, non ha mai creduto che gl'Italiani avessero a cedere ad altri il luogo nelle Arti e nelle Scienze; ma che al Paese nostro, ferace di sottilissimi ingegni, e coraggiosi, e franchi, altro non manchi che l'eccitamento, l'emulazione ed il premio.

Ecco ciò che fa risplendere l'Accademia di Londra e quella di Parigi. Per altro abbiamo noi ingegni tali sparsi qua e là per l'Italia, che se uniti fossero in una società sola, vedrebbonsi uscire memorie, operazioni, scoperte, che attirerebbonsi l'applauso e l'ammirazione del Mondo, e si tradurrebbono i nostri volumi, come ora si traducono quelli degli Esteri nel nostro idioma.

Dove manca per dir vero la nostra Italia, è nel Teatro Comico, poiché la Francia, l'Inghilterra e la Spagna lo superano di gran lunga. S'io avessi lo spirito di Molière, farei nel Paese nostro quello ch'egli ha fatto nel suo. Ma troppo debole io sono per reggere a tanto peso; e può bene Vostra Eccellenza incoraggirmi e tutta impiegare la sua eloquenza, per farmi sperare che dalle mie fatiche la cara mia Nazione qualche ristoro questa parte ricever possa, poiché oltre il conoscer me stesso, che poco vaglio, convien riflettere che l'Italia non è il Paese che abbia una sola Metropoli, un sol genio ed un popolo solo. Per piacere in Francia, basta piacere a Parigi: per avere gli applausi dell'Inghilterra, basta ottenerli da Londra; così almeno fra noi risuona, e da quelle Dominanti soltanto veggiamo uscire le opere rinomate.

In Italia non è così: sovente quello che piace ad un Paese, non piace all'altro, e per una prova di ciò, addurrò sol quest'esempio. Il Cavaliere e la Dama e la Pamela sono fra le Commedie mie certamente le men cattive: Milano, Venezia, Bologna, Mantova, Verona, le han giudicate tali, eppure a Turino non piacquero, e piacque poscia colà ciò che in altri luoghi è spiaciuto.

Trovandomi favorito dall'E. V. parecchie volte in città ed in villa, trovai nei Vostri ragionamenti occasione d'apprendere ed ammirare; e ho preso animo certamente da' Vostri preludi a lusingarmi di qualche cosa di più dell'esito delle opere mie.

Esse in oggi sono ancor deboli e bisognose d'aiuto. Le vo appoggiando alla protezione de' benignissimi Padroni miei; e questa all'Eccellenza Vostra umilmente io raccomando. Fortunata Commedia, a cui tocca un Protettore magnanimo, dotto ed illustre! Nell'Italia e fuori di essa ancora è conosciuta talmente la Vostra Casa, che sarebbe il discorrerne far torto agli uomini illuminati, li quali fra le memorie delle Famiglie più illustri trovate avranno più d'una fiata le glorie, gli splendori, le imprese degli antichissimi Borromei, ai quali basterebbe nei secoli trasandati il nome del Gloriosissimo Santo, e nei presenti giorni non è minor fregio di sì gran sangue la vostra persona medesima, piena di virtù e di moderazione, e fornita del più bel cuore del Mondo.

Il vostro bel cuore apppunto è quello che mi anima a presentarvi questa povera Commedia mia ed a supplicarvi proteggere l'infelice Autore di essa, il quale a Voi pieno di ossequio e di venerazione s'inchina.

Di V. E.

Ferrara, li 4 Maggio 1752

Umiliss., Devotiss., Obbligatiss.‚ Serv.

CARLO GOLDONI

L'AUTORE A CHI LEGGE

In questa commedia non ho fatto che scrivere la parte del Brighella e dell'Arlecchino, li quali furono da me prima lasciati in libertà, acciocché si sfogassero questi due personaggi, malcontenti forse di me, siccome io non di essi, ma delle loro maschere, non son contento.

Osservate però che dopo il primo e secondo anno non ho  lasciato le Maschere in libertà, ma dove ho creduto doverle introdurre, le ho legate a parte studiata, mentre ho veduto per esperienza che il personaggio talora pensa più a se medesimo che alla commedia; e pur che gli riesca di far ridere, non esamina se quanto dice convenga al suo carattere e alle sue circostanze; e sovente, senza avvedersene, imbroglia la Scena e precipita la Commedia.

Io sono costantissimo a non voler dir nulla sopra le mie Commedie; e molto meno a volerle difendere dalle critiche, che hanno con ragione o senza ragione sofferte. Ho letto il libro ultimamente uscito alla luce, e con una risata ho terminato di leggerlo. Può bene parlar degli altri chi non la perdona a se stesso, ed io sono molto contento di trovarmi colà in un fascio con Plauto, con Terenzio, con Aristofane e con cent'altri ch'io non ho letto, siccome letti non li averà né tampoco quel medesimo che li ha citati.

Circa il titolo della Commedia, io l'ho intitolata in due maniere, cioè: La famiglia dell'antiquario, o sia  La Suocera e la Nuora, lo stesso trovandosi in quasi tutte le Commedie di Molier e in altre d'antichi Autori. I due titoli mi pare che convengano perfettamente. La Suocera e la Nuora sono le due persone che formano l'azione principale della Commedia; e l'Antiquario, capo di casa, per ragione del suo fanatismo per le antichità, non badano agl'interessi della famiglia, non accorgendosi de' disordini, e non prendendosi cura di correggere a tempo la Moglie e la Nuora, dà adito alle loro pazzie e alle loro dissensioni perpetue, onde e nell'una e nell'altra maniera la Commedia può essere intitolata.

Aggiungerò soltanto aver io rilevato che alcuni giudicano la presente Commedia terminar male, perché non seguendo alcuna pacificazione fra Suocera e Nuora, manca, secondo loro, il fine della morale istruttiva, che dovrebbe essere, nel caso nostro, d'insegnar agli uomini a pacificare queste due persone, per ordinario nemiche. Ma io rispondo, che quanto facile mi sarebbe stato il renderle sulla scena pacificate, altrettanto sarebbe impossibile dar ad intendere agli Uditori che fosse per essere la loro pacificazione durevole; e desiderando io di preferire la verità disaggradevole ad una deliziosa immaginazione, ho voluto dar un esempio della costanza femminile nell'odio. Ciò però non sarà senza profitto di chi si trovasse nel caso. I Capi di famiglia si specchieranno nell'Antiquario, e trovandosi disattenti alle case loro, se non per ragione della Galleria, per qualche altra, o di conversazione, o di giuoco, potranno rimediare per tempo alle discordie domestiche, alle pretensioni delle donne, e soprattutto ai rapporti maligni della servitù.

PERSONAGGI:

Il conte ANSELMO TERRAZANI antiquario

La contessa ISABELLA sua moglie

Il conte GIACINTO loro figliuolo

DORALICE sposata al conte Giacinto, figlia di Pantalone

PANTALONE de' BISOGNOSI mercante, ricco veneziano

Il CAVALIERE del BOSCO

Il DOTTOR ANSELMI uomo d'età avanzata, e confidente della contessa Isabella

COLOMBINA cameriera della contessa Isabella

BRIGHELLA servitore del conte Anselmo

ARLECCHINO amico e paesano di Brighella

PANCRAZIO intendente di antichità

Servitori del conte Anselmo

La scena si rappresenta in Palermo.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera del conte Anselmo, con vari tavolini, statue, busti e altre cose antiche.

Il conte Anselmo ad un tavolino, seduto sopra una poltrona,

esaminando alcune medaglie, con uno scrigno sul tavolino medesimo; poi Brighella.

Anselmo: Gran bella medaglia! questo è un Pescennio originale. Quattro zecchini? L'ho avuto per un pezzo di pane.

Brighella: Lustrissimo (con vari fogli in mano).

Anselmo: Guarda, Brighella, se hai veduto mai una medaglia piú bella di questa.

Brighella: Bellissima. De medaggie no me ne intendo troppo, ma la sarà bella.

Anselmo: I Pescenni sono rarissimi; e questa pare coniata ora.

Brighella: Gh'è qua ste do polizze...

Anselmo: Ho fatto un bell'acquisto.

Brighella: Comandela che vada via?

Anselmo: Hai da dirmi qualche cosa?

Brighella: Gh'ho qua ste do polizie. Una del mercante da vin, e l'altra de quello della farina.

Anselmo: Gran bella testa! Gran bella testa! (osservando la medaglia).

Brighella: I xe qua de fora, i voleva intrar, ma gh'ho dito che la dorme.

Anselmo: Hai fatto bene. Non voglio essere disturbato. Quanto avanzano?

Brighella: Uno sessanta scudi, e l'altro cento e trenta.

Anselmo: Tieni questa borsa, pagali, e mandali al diavolo (leva una borsa dallo scrigno).

Brighella: La sarà servida (parte).

Anselmo: Ora posso sperare di fare la collana perfetta degl'imperatori romani. Il mio museo a poco a poco si renderà famoso in Europa.

Brighella: Lustrissimo (torna con altri fogli).

Anselmo: Che cosa c'è? Se venisse quell'Armeno con i cammei, fallo passare immediatamente.

Brighella: Benissimo; ma son capitadi altri tre creditori: el mercante de' panni, quel della tela, e el padron de casa che vuol l'affitto.

Anselmo: E ben, pagali e mandali al diavolo.

Brighella: Da qua avanti no la sarà tormentada dai creditori.

Anselmo: Certo che no. Ho liberate tutte le mie entrate. Sono padrone del mio.

Brighella: Per la confidenza che vossustrissima se degna de donarme, ardisso dir che l'ha fatto un bon negozio a maridar l'illustrissimo signor contin, suo degnissimo fiol, con la fia del sior Pantalon.

Anselmo: Certo che i ventimila scudi di dote, che mi ha portato in casa in tanti bei denari contanti, è stato il mio risorgimento Io aveva ipotecate, come sai, tutte le mie rendite.

Brighella: Za che la xe in pagar debiti, la sappia che, co vago fora de casa, no me posso salvar: quattro ducati qua, tre là; a chi diese lire, a chi otto, a chi sie; s'ha da dar a un mondo de botteghieri.

Anselmo: E bene, che si paghino, che si paghino. Se quella borsa non basta, vi è ancor questa, e poi è finito (mostra un'altra borsa, che e nello scrigno).

Brighella: De ventimile scudi no la ghe n'ha altri?

Anselmo: Per dir tutto a te, che sei il mio servitor fedele, ho riposto duemila scudi per il mio museo, per investirli in tante statue, in tante medaglie.

Brighella: La me perdona; ma buttar via tanti bezzi in ste cosse...

Anselmo: Buttar via? Buttar via? Ignorantaccio! Senti se vuoi avere la mia protezione, non mi parlar mai contro il buon gusto delle antichità, altrimenti ti licenzierò di casa mia.

Brighella: Diseva cussí, per quello che sento a dir in casa; per altro accordo anca mi, che el studio delle medaggie l'è da omeni letterati; che sto diletto è da cavalier nobile e de bon gusto; e che son sempre ben spesi quei denari che contribuisce all'onor della casa e della città. (El vol esser adulà? bisogna adularlo) (da sé, parte).

 

SCENA SECONDA

Il conte Anselmo solo.

Anselmo: Bravo. Brighella è un servitore di merito. Ecco un bell'anello etrusco. Con questi anelli gli antichi Toscani sposavano le loro donne. Quanto pagherei avere un lume eterno, di quelli che ponevano i Gentili nelle sepolture de' morti! Ma a forza d'oro, l'avrò senz'altro.

 

SCENA TERZA

La contessa Isabella e detto.

Isabella: (Ecco qui la solita pazzia delle medaglie!) (da sé)

Anselmo: Oh, contessa mia, ho fatto il bell'acquisto! Ho ritrovato un Pescennio.

Isabella: Voi colla vostra gran mente fate sempre de' buoni acquisti.

Anselmo: Direste forse che non è vero?

Isabella: Si, è verissimo. Avete fatto anche l'acquisto di una nobilissima nuora.

Anselmo: Che! sono stati cattivi ventimila scudi?

Isabella: Per il vilissimo prezzo di ventimila scudi avete sagrificato il tesoro della nobiltà.

Anselmo: Eh via, che l'oro non prende macchia. Siam nati nobili, siamo nobili, e una donna venuta in casa per accomodare i nostri interessi, non guasta il sangue delle nostre vene.

Isabella: Una mercantessa mia nuora? Non lo soffrirò mai.

Anselmo: Orsú, non mi rompete il capo. Andate via, che ho da mettere in ordine le mie medaglie.

Isabella: E il mio gioiello quando me lo riscuotete?

Anselmo: Subito. Anche adesso, se volete.

Isabella: L'ebreo lo ha portato, ed è in sala che aspetta.

Anselmo: Quanto vi vuole?

Isabella: Cento zecchini coll'usura.

Anselmo: Eccovi cento zecchini. Ehi! sono di quelli della mercantessa.

Isabella: Non mi nominate colei.

Anselmo: Se temete che vi sporchino le mani nobili, lasciateli stare.

Isabella: Date qua, date qua (li prende).

Anselmo: Volesse il cielo che avessi un altro figliuolo.

Isabella: E che vorreste fare?

Anselmo: Un'altra intorbidata alla purezza del sangue con altri ventimila scudi.

Isabella: Animo vile! Vi lasciate contaminar dal denaro? Mi vergogno di essere vostra moglie.

Anselmo: Quanto sarebbe stato meglio, che voi ancora mi aveste portato in casa meno grandezze e piú denari.

Isabella: Orsú, non entriamo in ragazzate. Ho bisogno di un abito

Anselmo: Benissimo. Farlo.

Isabella: Per la casa abbisognano cento cose.

Anselmo: Orsú, tenete. Questi, con i cento zecchini che vi ho dato, sono quattrocento zecchini. Fate quel che bisogna per voi, per la casa, per la sposa. Io non me ne voglio impacciare. Lasciatemi in pace, se potete. Ma ehi! questi denari sono della mercantessa.

Isabella: Lo fate apposta per farmi arrabbiare.

Anselmo: Senza di lei la faremmo magra.

Isabella: In grazia delle vostre medaglie.

Anselmo: In grazia della vostra albagia.

Isabella: Io son chi sono.

Anselmo: Ma senza questi non si fa niente (accenna i denari).

Isabella: Avvertite bene, che Doralice non venga nelle mie camere

Anselmo: Chi? vostra nuora?

Isabella: Mia nuora, mia nuora, giacché il diavolo vuol cosí (parte).

 

SCENA QUARTA

Il conte Anselmo solo.

Anselmo: È pazza, e pazza la poverina. Prevedo che fra suocera e nuora vi voglia essere il solito divertimento. Ma io non ci voglio pensare. Voglio attendere alle mie medaglie, e se si vogliono rompere il capo, lo facciano, che non m'importa. Non posso saziarmi di rimirare questo Pescennio! E questa tazza di diaspro orientale non è un tesoro? Io credo senz'altro sia quella in cui Cleopatra stemprò la perla alla famosa cena di Marcantonio.

 

SCENA QUINTA

Doralice e detto.

Doralice: Serva, signor suocero.

Anselmo: Schiavo, nuora, schiavo. Ditemi, v'intendete voi di anticaglie?

Doralice: Sí, signore, me n'intendo.

Anselmo: Brava! me ne rallegro; e come ve n'intendete?

Doralice: Me n'intendo, perché tutte le mie gioje, tutti i miei vestiti sono anticaglie.

Anselmo: Brava! spiritosa! Vostro padre prima di maritarvi doveva vestirvi alla moda.

Doralice: Lo avrebbe fatto, se voi non aveste preteso i ventimila scudi in denari contanti, e non aveste promesso di farmi il mio bisogno per comparire.

Anselmo: Orsú, lasciatemi un po' stare; non ho tempo da perdere in simili frascherie.

Doralice: Vi pare una bella cosa, che io non abbia nemmeno un vestito da sposa?

Anselmo: Mi pare che siate decentemente vestita.

Doralice: Questo è l'abito ch'io aveva ancor da fanciulla.

Anselmo: E perché siete maritata, non vi sta bene? Anzi sta benissimo, e quando occorrerà, si allargherà.

Doralice: Non è vostro decoro, ch'io vada vestita come una serva.

Anselmo: (Non darei questa medaglia per cento scudi)

Doralice: Finalmente ho portato in casa ventimila scudi.

Anselmo: (A compir la collana mi mancano ancora sette medaglie) (da sé).

Doralice: Avete voluto fare il matrimonio in privato, ed io non ho detto niente.

Anselmo: (Queste sette medaglie le troverò) (da sé).

Doralice: Non avete invitato nessuno de' miei parenti; pazienza.

Anselmo: (Vi sono ancora duemila scudi, le troverò) (da sé).

Doralice: Ma ch'io debba stare confinata in casa, perché non ho vestiti da comparire, è una indiscretezza.

Anselmo: (Oh, son pure annoiato!) (da sé). Andate da vostra suocera, ditele il vostro bisogno; a lei ho dato l'incombenza: ella farà quello che sarà giusto.

Doralice: Con la signora suocera non voglio parlare di queste cose; ella non mi vede di buon occhio. Vi prego, datemi voi il denaro per un abito, che io penserò a provvederlo.

Anselmo: Denaro io non ne ho.

Doralice: Non ne avete? I ventimila scudi dove sono andati? (parla sempre flemmaticamente).

Anselmo: A voi non devo rendere questi conti.

Doralice: Li renderete a mio marito. La dote è sua, voi non gliel'avete a mangiare.

Anselmo: E lo dite con questa flemma?

Doralice: Per dir la sua ragione, non vi è bisogno di scaldarsi il sangue.

Anselmo: Orsú, fatemi il piacere, andate via di qua; che se il sangue non si scalda a voi, or ora si scalda a me.

Doralice: Mi maraviglio di mio marito. E un uomo ammogliato, e si lascia strapazzare cosi.

Anselmo: Per carità, andate via.

 

SCENA SESTA

Il conte Giacinto e detti.

Giacinto: Ha ragione mia moglie, ha ragione; una sposa non va trattata cosí.

Anselmo: (Uh, povere le mie medaglie!) (da sé).

Giacinto: Nemmeno un abito?

Anselmo: Andate da vostra madre, le ho dato quattrocento zecchini.

Giacinto: Voi, signor padre, siete il capo di casa.

Anselmo: Io non posso abbadare a tutto.

Giacinto: Maledette quelle anticaglie!

Doralice: Dei ventimila scudi dice che non ne ha più.

Giacinto: Non ne ha piú? Dove sono andati?

Doralice: Per me non si è speso un soldo.

Giacinto: Io non ho avuto un quattrino.

Doralice: Signor suocero, come va questa faccenda?

Giacinto: Signor padre, ho moglie, sono obbligato a prevedere il futuro.

Anselmo: (Non posso piú, non posso piú; ho tanto di testa; non posso piú) (da sé, prende le medaglie, le mette nello scrigno, e le porta via).

 

SCENA SETTIMA

Il conte Giacinto e Doralice.

Doralice: Che ne dite, eh? Ci ha data questa bella risposta.

Giacinto: Che volete ch'io dica? Le medaglie lo hanno incantato.

Doralice: Se egli è incantato, non siate incantato voi.

Giacinto: Cosa mi consigliereste di fare?

Doralice: Dir le vostre e le mie ragioni.

Giacinto: Finalmente è mio padre; non posso e non deggio mancare al dovuto rispetto.

Doralice: Avete sentito? Vostra madre ha quattrocento zecchini da spendere. Fate che ne spenda ancora per me.

Giacinto: Sarà difficile cavarglieli dalle mani.

Doralice: Se non vuol colle buone, obbligatela colle cattive.

Giacinto: È mia madre.

Doralice: E io son vostra moglie.

Giacinto: Vi vorrei pur vedere in pace.

Doralice: È difficile.

Giacinto: Ma perché?

Doralice: Perché ella è troppo superba.

Giacinto: E voi convincetela coll'umiltà. Sentite, Doralice mia, due donne che gridano, sono come due porte aperte, dalle quali entra furiosamente il vento; basta chiuderne una, perché il vento si moderi.

Doralice: La mia collera è un vento, che in casa non fa rumore.

Giacinto: S'è vero; è un vento leggiero; ma tanto fino ed acuto, che penetra nelle midolle dell'ossa.

Doralice: Vuol atterrar tutti colla sua furia.

Giacinto: E voi non vi perdete colla vostra flemma.

Doralice: Sempre mette in campo la sua nobiltà.

Giacinto: E voi la vostra dote.

Doralice: La mia dote è vera.

Giacinto: E la sua nobiltà non è una cosa ideale.

Doralice: Dunque date ragione a vostra madre, e date torto a me ?

Giacinto: Vi do ragione, quando l'avete.

Doralice: Ho forse torto a pretendere d'esser vestita decentemente?

Giacinto: No, ma per mia madre desidero che abbiate un poco più di rispetto.

Doralice: Orsú, sapete che farò? Per rispettarla, per non inquietarla, anderò a star con mio padre.

Giacinto: Vedete? Ecco il vento leggiero leggiero, ma fino ed acuto. Con tutta placidezza vorreste fare la peggior cosa del mondo.

Doralice: Farei si gran male a tornar con mio padre?

Giacinto: Fareste malissimo a lasciare il marito.

Doralice: Potete venire ancor voi.

Giacinto: Ed io farei peggio ad uscire di casa mia.

Doralice: Dunque stiamo qui, e tiriamo avanti cosi.

Giacinto: È poco che siete in casa.

Doralice: Dal buon mattino si conosce qual esser debba essere la buona sera.

Giacinto: Mia madre vi prenderà amore.

Doralice: Non lo credo.

Giacinto: Procurate di farvi ben volere.

Doralice: È impossibile con quella bestia.

Giacinto: Bestia a mia madre?

Doralice: Si, bestia; è una bestia.

Giacinto: E lo dite con quella flemma?

Doralice: Io non mi voglio scaldare il sangue.

Giacinto: Cara Doralice, abbiate giudizio.

Doralice: Ne ho anche troppo.

Giacinto: Via, se mi volete bene, regolatevi con prudenza

Doralice: Fate che io abbia quello che mi si conviene, e sarò pazientissima.

Giacinto: Il merito della virtú consiste nel soffrire.

Doralice: Sí, soffrirò, ma voglio un abito.

Giacinto: L'avrete, l'avrete.

Doralice: Lo voglio, se credessi che me ne andasse la testa. Sono impuntata, lo voglio.

Giacinto: Vi dico che lo avrete.

Doralice: E presto lo voglio, presto.

Giacinto: Or ora vado per il mercante. (Bisogna in qualche maniera acquietarla) (da sé).

Doralice: Dite: che abito avete intenzione di farmi?

Giacinto: Vi farò un abito buono.

Doralice: M'immagino vi sarà dell'oro o dell'argento.

Giacinto: E se fosse di seta schietta, non sarebbe a proposito?

Doralice: Mi pare che ventimila scudi di dote possano meritare un abito con un poco d'oro.

Giacinto: Via, vi sarà dell'oro.

Doralice: Mandatemi la cameriera, che le voglio ordinare una cuffia.

Giacinto: Sentite: anche con Colombina siate tollerante. È cameriera antica di casa; mia madre le vuol bene, e può mettere qualche buona parola.

Doralice: Che! Dovrò aver soggezione anche della cameriera? Mandatela, mandatela, che ne ho bisogno.

Giacinto: La mando subito. (Sto fresco. Madre collerica, moglie puntigliosa: due venti contrari. Voglia il cielo che non facciano naufragare la casa) (da sé, parte).

 

SCENA OTTAVA

Doralice e poi Colombina.

Doralice: Oh, in quanto a questo poi non mi voglio lasciar soverchiare. La mia ragione la voglio dir certamente. Mio marito si maraviglia, perché dico l'animo mio senza alterarmi. Mi pare di far meglio cosí. Chi va pazzamente in collera, pregiudica alla sua salute e fa rider i suoi nemici.

Colombina: Il signor contino mi ha detto che la padrona mi domanda, ma non la vedo. È forse andata via?

Doralice: Io sono la padrona che ti domanda.

Colombina: Oh! mi perdoni, la mia padrona è l'illustrissima signora contessa.

Doralice: Io in questa casa non son padrona ?

Colombina: Io servo la signora contessa.

Doralice: Per domani mi farai una cuffia.

Colombina: Davvero che non posso servirla.

Doralice: Perché ?

Colombina: Perché ho da fare per la padrona.

Doralice: Padrona sono anch'io, e voglio essere servita, o ti farò cacciar via.

Colombina: Sono dieci anni ch'io sono in questa casa.

Doralice: E che vuoi dire per questo?

Colombina: Voglio dire che forse non le riuscirà di farmi andar via.

Doralice: Villana! Malcreata!

Colombina: Io villana? La non mi conosce bene, signora.

Doralice: Oh, chi è vossignoria? Me lo dica, acciò non manchi al mio debito.

Colombina: Mio padre vendeva nastri e spille per le strade. Siamo tutti mercanti.

Doralice: Siamo tutti mercanti! Non vi è differenza da uno che va per le strade, a un mercante di piazza?

Colombina: La differenza consiste in un poco piú di danari.

Doralice: Sai, Colombina, che sei una bella impertinente?

Colombina: A me, signora, impertinente? A me che sono dieci anni che sono in questa casa? Che sono piú padrona della padrona medesima?

Doralice: A te, si, a te; e se non mi porterai rispetto, vedrai quello che farò.

Colombina: Che cosa farete?

Doralice: Ti darò uno schiaffo (glielo dà, e parte).

 

SCENA NONA

Colombina sola.

Colombina: A me uno schiaffo? Me lo dà, e poi dice: te lo darò? Così a sangue freddo, senza scaldarsi? Non me l'aspettavo mai. Ma giuro al cielo, mi vendicherò. La padrona lo saprà. Toccherà a lei vendicarmi. Sono dieci anni che sto in casa sua. Senza di me non può fare; e non mi vorrà perdere assolutamente. Maladetta! uno schiaffo? Se me l'avesse dato la padrona, che è nobile, lo soffrirei. Ma da una mercante non lo posso soffrire (parte).

 

SCENA DECIMA

Camera della contessa Isabella.

La contessa Isabella, poi il conte Giacinto.

Isabella: Questa signora nuora è un'acqua morta, che a poco a poco si va dilatando; e s'io non vi riparo per tempo, ci affogherà quanti siamo. Ho osservato che ella tratta volentieri con tutti quelli che praticano in questa casa; e mi pare che vada acquistando credito. Non è già che sia bella, ma la gioventú, la novità, l'opinione, può tirar gente dal suo partito. In casa mia non voglio essere soverchiata. Non sono ancora in età da cedere l'armi al tempio.

Giacinto: Riverisco la signora madre.

Isabella: Buon giorno.

Giacinto: Che avete, signora, che mi parete turbata?

Isabella: Povero figlio! tu sei sagrificato.

Giacinto: Io sagrificato ? Perché ?

Isabella: Tuo padre, tuo padre ti ha assassinato.

Giacinto: Mio padre? Che cosa mi ha fatto?

Isabella: Ti ha dato una moglie che non è degna di te.

Giacinto: In quanto a mia moglie, ne sono contentissimo; l'amo teneramente, e ringrazio il cielo d'averla avuta.

Isabella: E la tua nobiltà?

Giacinto: La nostra nobiltà era in pericolo, senza la dote di Doralice.

Isabella: Si poteva trovare una ricca che fosse nobile.

Giacinto: Era difficile, nel disordine in cui si ritrovava la nostra casa.

Isabella: Con questi sentimenti non mi comparir piú davanti.

Giacinto: Signora, sono venuto da voi per un affar di rilievo.

Isabella: Come sarebbe a dire?

Giacinto: A una sposa, che ha portato in casa ventimila scudi, mi pare che sia giusto di far un abito.

Isabella: Per la comparsa che deve fare, è vestita anche troppo bene.

Giacinto: Se non le si fa un abito buono, io non la posso condurre in veruna conversazione.

Isabella: Che? La vorresti condurre nelle conversazioni? Un bell'onore che faresti alla nostra famiglia. Se le faranno un affronto, la nostra casa vi andrà di mezzo.

Giacinto: Dovrà dunque star sempre in casa?

Isabella: Signor sì, signor sì, sempre in casa. Ritirata, senza farsi vedere da chi che sia.

Giacinto: Ma tutti sanno che Doralice è mia moglie; gli amici verranno a visitarla; alcune dame me l'hanno fatto sapere.

Isabella: Chi vuol venire in questa casa, ha da mandare a me l'ambasciata. Io sono la padrona; e chiunque ardirà venirci senza la mia intelligenza, ritroverà la porta serrata.

Giacinto: Via, si farà tutto quello che voi volete. Ma anche ella, poverina, bisogna contentarla. Bisogna farle un abito.

Isabella: Per contentar lei, niente affatto; ma per te, perché ti voglio bene, lo faremo. Di che cosa lo vuoi? Di baracane o di cambellotto ?

Giacinto: Diavolo! vi pare che questa sia roba da dama?

Isabella: Colei non è nata dama.

Giacinto: È mia moglie.

Isabella: Ebbene, di che vorresti che si facesse?

Giacinto: D'un drappo moderno con oro o con argento.

Isabella: Sei pazzo? Non si gettano i denari in questa maniera.

Giacinto: Ma finalmente mi pare di poterlo pretendere.

Isabella: Che cos'è questo pretendere? Questa parola non l'hai piú detta a tua madre. Ecco i frutti delle belle lezioni della tua sposa. Fraschetta, fraschetta!

Giacinto: Ma che ha da fare quella povera donna in questa casa?

Isabella: Mangiare, bere, lavorare e allevare i figliuoli, quando ne avrà.

Giacinto: Cosí non può durare.

Isabella: O cosí, o peggio.

Giacinto: Signora madre, un poco piú di carità.

Isabella: Signor figliuolo, un poco piú di giudizio.

Giacinto: Fatele quest'abito, se mi volete bene.

Isabella: Prendi, ecco sei zecchini, pensa tu a farglielo.

Giacinto: Sei zecchini? Fatelo alla vostra serva (parte).

SCENA UNDICESIMA

La contessa Isabella, poi il Dottore.

Isabella: È diventato un bell'umorino costui. Causa quell'impertinente di Doralice.

Dottore: Con permissione; posso venire? (di dentro).

Isabella: Venite, dottore, venite.

Dottore: Faccio riverenza alla signora contessa.

Isabella: E qualche tempo che non vi lasciate vedere.

Dottore: Ho avuto in questi giorni di molti affari.

Isabella: Eh! le amicizie vecchie si raffreddano un poco per volta.

Dottore: Oh signora, mi perdoni. La non può dire cosi. Dal primo giorno che ella mi ha onorato della sua buona grazia, non può dire che io abbia mancato di servirla in tutto quello che ho potuto.

Isabella: Datemi quella sedia.

Dottore: Subito la servo (le porta una sedia).

Isabella: Avete tabacco? (sedendo).

Dottore: Per dirla, mi sono scordato della tabacchiera.

Isabella: Guardate in quel cassettino, che vi è una tabacchiera; portatela qui.

Dottore: Sí signora (va a prendere la tabacchiera).

Isabella: (Mi piace il dottore, perché conosce i suoi doveri; non fa come quelli che, quando hanno un poco di confidenza, se ne prendono di soverchio) (da sé).

Dottore: Eccola (presenta la tabacchiera alla Contessa).

Isabella: Sentite questo tabacco (gli offerisce il tabacco).

Dottore: Buono per verità.

Isabella: Tenete, ve lo dono.

Dottore: Anche la tabacchiera?

Isabella: Si, anche la tabacchiera.

Dottore: Oh, le sono bene obbligato.

Isabella: Oggi starete a pranzo con me.

Dottore: Mi fa troppo onore. Ho piacere, cosi vedrò la signora Doralice, che non ho mai veduta.

Isabella: Non mi parlate di colei.

Dottore: Perché, signora? E pure la moglie del signor contino di lei figliuolo.

Isabella: Se l'ha presa, che se la goda.

Dottore: È vero che la non è nobile; ma gli ha portato una bella dote.

Isabella: Oh! anche voi mi rompete il capo con questa dote.

Dottore: La non vada in collera, non parlo più.

Isabella: Che cos'ha portato?

Dottore: Oh! che cos'ha portato? Quattro stracci.

Isabella: Non era degna di venire in questa casa.

Dottore: Dice bene, la non era degna. Io mi sono maravigliato, quando ho sentito concludere un tal matrimonio.

Isabella: Mi vengono i rossori sul viso.

Dottore: La compatisco. Non lo doveva mai accordare.

Isabella: Ma voi pure avete consigliato a farlo.

Dottore: Io? non me ne ricordo.

Isabella: M'avete detto che la nostra casa era in disordine, e che bisognava pensare a rimediarvi.

Dottore: Può essere ch'io l'abbia detto.

Isabella: Mi avete fatto vedere che i ventimila scudi di dote potevano rimetterla in piedi.

Dottore: L'avrò detto, e infatti il signor conte ha ricuperato tutti i suoi beni, ed io ho fatto l'istrumento.

Isabella: L'entrate dunque sono libere?

Dottore: Liberissime

Isabella: Non si penerà piú di giorno in giorno. Non avremo piú occasione d'incomodare gli amici. Anche voi, caro dottore, mi avete piú volte favorita. Non me ne scordo.

Dottore: Non parliamo di questo. Dove posso, la mi comandi.

 

SCENA DODICESIMA

Colombina e detti.

Colombina: Signora padrona, è qui il signor cavaliere del Bosco (mesta, quasi piangendo).

Isabella: Andate, andate, che viene il signor cavaliere (al Dottore).

Dottore: Perdoni, non ha detto ch'io resti?...

Isabella: Chi v'ha insegnato la creanza? Quando vi dico che andiate, dovete andare.

Dottore: Pazienza. Anderò. Le son servitore (partendo).

Isabella: Ehi! A pranzo vi aspetto.

Dottore: Ma se ella va in collera cosí presto...

Isabella: Manco ciarle. Andate, e venite a pranzo.

Dottore: (Sono tanti anni che pratico in questa casa, e non ho ancora imparato a conoscere il suo temperamento) (da sé, parte).

 

SCENA TREDICESIMA

La contessa Isabella e Colombina.

Isabella: È il signor cavaliere?

Colombina: Signora sì (mesta come sopra).

Isabella: Da Doralice vi è stato nessuno?

Colombina: Signora no (come sopra).

Isabella: Che hai che piangi?

Colombina: La signora Doralice mi ha dato uno schiaffo.

Isabella: Come? Che dici? Colei ti ha dato uno schiaffo? Uno schiaffo alla mia cameriera? Perché? Contami: com'è stato?

Colombina: Perché mi diceva che ella è la padrona, che vussustrissima non conta piú niente, che è vecchia. Io mi sono riscaldata per difendere la mia padrona, ed ella mi ha dato uno schiaffo (piangendo).

Isabella: Ah indegna, petulante, sfacciata. Me la pagherà, me la pagherà. Giuro al cielo, me la pagherà.

 

SCENA OUATTORDICESIMA

Il Cavaliere Del Bosco e dette.

Cavaliere: Permette la signora contessa?

Isabella: Cavaliere, siete venuto a tempo. Ho bisogno

Cavaliere: Comandate, signora. Disponete di me.

Isabella: Se mi siete veramente amico, ora è tempo di dimostrarlo.

Cavaliere: Farò tutto per obbedirvi.

Isabella: Doralice, che per mia disgrazia è sposa di mio figliuolo, mi ha gravemente offesa; pretendo le mie soddisfazioni, e le voglio. Se lo dico a mio marito, egli è uno stolido che non sa altro che di medaglie. Se lo dico a mio figlio, è innamorato della moglie e non mi abbaderà. Voi siete cavaliere, voi siete il mio più confidente,... tocca a voi sostenere le mie ragioni.

Cavaliere: In che consiste l'offesa?

Colombina: Ha dato uno schiaffo a me.

Cavaliere: Non vi è altro male?

Isabella: Vi par poco dare uno schiaffo alla mia cameriera?

Colombina: Sono dieci anni ch'io servo in questa casa.

Cavaliere: Non mi pare motivo per accendere un sí gran fuoco.

Isabella: Ma bisogna sapere perché l'ha fatto.

Colombina: Oh! qui sta il punto.

Cavaliere: Via, perché l'ha fatto?

Isabella: Tremo solamente in pensarlo. Non posso dirlo. Colombina, diglielo tu.

Colombina: Ha detto che la mia padrona non comanda piú.

Isabella: Che vi pare? (al Cavaliere).

Colombina: Ha detto che è vecchia...

Isabella: Zitto, bugiarda; non ha detto cosí. Pretende voler ella comandare. Pretende essere a me preferita, e perché la mia cameriera tiene da me, le dà uno schiaffo?

Cavaliere: Signora contessa, non facciamo tanto rumore.

Isabella: Come? dovrò dissimulare un'offesa di questa sorta? E voi me lo consigliereste? Andate, andate, che siete un mal cavaliere; e se non volete voi abbracciare l'impegno, ritroverò chi avrà piú spirito, chi avrà piú convenienza di voi.

Cavaliere: (Bisogna secondarla) (da sé). Cara contessa, non andate in collera; ho detto cosí per acquietarvi un poco; per altro l'offesa è gravissima, e merita risarcimento.

Isabella: Dare uno schiaffo alla mia cameriera?

Cavaliere: È una temerità intollerabile.

Isabella: Dir ch'io non comando piú?

Cavaliere: È una petulanza. E poi dire che siete vecchia?

Isabella: Questo vi dico che non l'ha detto; non lo poteva dire, e non l'ha detto.

Colombina: L'ha detto, in coscienza mia.

Isabella: Va via di qua.

Colombina: E ha detto di piú, che avete da stare accanto al fuoco.

Isabella: Va via di qua; sei una bugiarda.

Colombina: Se non è vero, mi caschi il naso.

Isabella: Va via, o ti bastono.

Colombina: Se non l'ha detto, possa crepare (parte).

 

SCENA QUINDICESIMA

La contessa Isabella e il Cavaliere Del Bosco.

Isabella: Non le credete: Colombina dice delle bugie.

Cavaliere: Dunque non sarà vero nemmeno dello schiaffo.

Isabella: Oh! lo schiaffo poi gliel'ha dato.

Cavaliere: Lo sapete di certo ?

Isabella: Lo so di certo. E qui bisogna pensare a farmi avere le mie soddisfazioni.

Cavaliere: Ci penserò. Studierò l'articolo, e vedrò qual compenso si può trovare, perché siate soddisfatta.

Isabella: Ricordatevi ch'io son dama, ed ella no.

Cavaliere: Benissimo.

Isabella: Ch'io sono la padrona di casa.

Cavaliere: Dite bene. E che anche per ragione d'età vi si deve maggior rispetto.

Isabella: Come c'entra l'età? Per questo capo non pretendo ragione alcuna.

Cavaliere: Voglio dire...

Isabella: M'avete inteso. Ditelo al conte mio marito, ditelo al contino mio figlio, ch'io voglio le mie soddisfazioni, altrimenti so io quel che farò. Cavaliere, vi attendo colla risposta (parte).

Cavaliere: Poco mi costa secondar l'umore di questa pazza, tanto piú che con questa occasione spero introdurmi dalla signora Doralice, la quale è piú giovine ed è piú bella (parte).

 

SCENA SEDICESIMA

Salotto nell'appartamento del conte Anselmo.

Brighella ed Arlecchino vestito all'armena, con barba finta.

Brighella: Cussì, come ve diseva, el me padron l'è impazzido per le antichità; el tol tutto, el crede tutto; el butta via i so denari in cosse ridicole, in cosse che no val niente.

Arlecchino: Cossa avi intenzion? Che el me toga mi per un'antigaia?

Brighella: V'ho vestido con sti abiti, e v'ho fatto metter sta barba, per condurve dal me padron, dargh da intender che sí un antiquario, e farghe comprar tutte quelle strazzaríe che v'ho dà. E po i denari li spartirem metà per uno.

Arlecchino: Ma se el sior cont me scovre, e inveze de denari el me favorisce delle bastonade, le spartiremo metà per un?

Brighella: Nol v'ha mai visto; nol ve conosce. E po, costa barba e costi abiti parí un armeno d'Armenia.

Arlecchino: Ma se d'Armenia no so parlar!

Brighella: Ghe vol tanto a finzer de esser armeno? Gnanca lu nol l'intende quel linguagio; basta terminar le parole in ira, in ara, e el ve crede un armeno italianà.

Arlecchino: Volira, vedira, comprara; dighia ben?

Brighella: Benissimo. Arecordev i nomi che v'ho dito per vendergh le rarità, e faremo polito.

Arlecchino: Un gran ben che ghe volí al voster padron!

Brighella: Ve dirò. Ho procurà de illuminarlo, de disingannarlo, ma nol vol. El butta via i so denari con questo e con quello; za che la ca' se brusa, me voi scaldar anca mi.

Arlecchino: Bravissim. Tutt sta che me recorda tutto.

Brighella: Vardè no fallar... Oh! eccolo che el vien.

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Il conte Anselmo e detti

Brighella: Signor padron, l'è qua l'armeno dalle antigaggie.

Anselmo: Oh bravo! Ha delle cose buone?

Brighella: Cose belle! cose stupende!

Anselmo: Amico, vi saluto (ad Arlecchino).

Arlecchino: Saludara, patrugna cara. (Dighia ben?) (a Brighella).

Brighella: Pulito.

Anselmo: Che avete di bello da mostrarmi?

Arlecchino: (fa vedere un lume da olio, ad uso di cucina) Questo stara... stara. (cossa stara?) (piano a Brighella).

Brighella: (Lume eterno) (piano ad Arlecchino).

Arlecchino: Stara luma lanterna, trovata in palamida de getto, in sepolcro Bartolomeo.

Anselmo: Cosa diavolo dice? Io non l'intendo.

Brighella: L'aspetta; mi intendo un pochetto l'armeno. Aracapi, nicoscopi, ramarcatà (finge parlare armeno).

Arlecchino: La racaracà, taratapatà, baracacà, curocú, caracà (finge risponder armeno a Brighella).

Brighella: Vedela? Ho inteso tutto. El dis che l'è un lume eterno trovà nelle piramidi d'Egitto, nel sepolcro de Tolomeo.

Arlecchino: Stara, stara.

Anselmo: Ho inteso, ho inteso. (Oh che cosa rara! Se lo posso avere, non mi scappa dalle mani) (da sé). Quanto ne volete?

Arlecchino: Vinta zecchina.

Anselmo: Oh! è troppo. Se me lo deste per dieci, ancor ancora lo prenderei.

Arlecchino: No podira, no podira.

Anselmo: Finalmente... non è una gran rarità. (Oh! lo voglio assolutamente) (da sé).

Brighella: Volela che l'aggiusta mi?

Anselmo: Si, vedi se lo desse con dodici (gli fa cenno con le mani che gli offerisca dodici zecchini).

Brighella: Lamacà, volenich, calabà.

Arlecchino: Salamin, salamun, salamà.

Brighella: Curich, maradas, chiribara.

Arlecchino: Sarich, micon, tiribio.

Anselmo: (Che linguaggio curioso! E Brighella l'intende!) (da sé).

Brighella: Sior padron, l'è aggiustada.

Anselmo: Sí, quanto?

Brighella: Quattordese zecchini

Anselmo: Non vi è male. Son contento. Galantuomo, quattordici zecchini?

Arlecchino: Stara, stara.

Anselmo: Sí, stara, stara. Ecco i vostri denari (glieli conta).

Arlecchino: Obbligara, obbligara.

Anselmo: E se avera altra... altra... rara, portara.

Arlecchino: Sí, portara, vegnira, cuccara.

Anselmo: Che cosa vuol dir cuccara? (a Brighella).

Brighella: Vuol dir distinguer da un altro.

Anselmo: Benissimo: se cuccara mi, mi cuccara ti (ad Arlecchino).

Arlecchino: Mi cuccara ti, ma ti no cuccara mi.

Anselmo: Sí, promettera.

Brighella: Andara, andara.

Arlecchino: Saludara. Patrugna (parte).

Brighella: Aspettara, aspettara (vuol seguirlo).

Anselmo: Senti (a Brighella).

Brighella: La lassa che lo compagna... (in atto di andarsene).

Anselmo: Ma senti (lo vuol trattenere).

Brighella: Vegnira, vegnira. Pol esser che el gh'abbia qualcossa altro. (Maladetto! I mi sette zecchini) (parte correndo).

 

SCENA DICIOTTESIMA

Il conte Anselmo, poi Pantalone.

Anselmo: Gran fortuna è stata la mia! Questa sorta d'antichità non si trova cosí facilmente. Gran Brighella per trovare i mercanti d'antichità! Questo lume eterno l'ho tanto desiderato, e poi trovarlo sí raro! Di quei d'Egitto? Quello di Tolomeo? Voglio farlo legare in oro, come una gemma.

Pantalone: Con grazia, se pol vegnir? (di dentro).

Anselmo: È il signor Pantalone? Venga, venga.

Pantalone: Servitor umilissimo, sior conte.

Anselmo: Buon giorno, il mio caro amico. Voi che siete mercante, uomo di mondo, e intendente di cose rare, stimatemi questa bella antichità.

Pantalone: La me ha ben in concetto de un bravo mercante a farme stimar una luse da oggio!

Anselmo: Povero signor Pantalone, non sapete niente. Questo è il lume eterno del sepolcro di Tolomeo. (Pantalone ride). Sí, di Tolomeo, ritrovato in una delle piramidi d'Egitto. (Pantalone ride). Ridete, perché non ve n'intendete.

Pantalone: Benissimo, mi son ignorante, ella xe vertuoso, e non voi catar bega su questo. Ghe digo ben che tutta la città se fa maraveggia, che un cavalier della so sorte perda el so tempo, e sacrifica i so bezzi, in sta sorte de minchionerie.

Anselmo: L'invidia fa parlare i malevoli; e quei stessi che mi condannano in pubblico, mi applaudiscono in privato.

Pantalone: No gh'è nissun che gh'abbia invidia della so galleria, che consiste in t'un capital de strazze. No gh'è nissun che ghe pensa un bezzo de vederlo un'altra volta andar in malora, ma mi che gh'ho in sta casa mia fia, mi che gh'ho dà el mio sangue, non posso far de manco da no sentir con della passion le pasquinade che se fa della so mala condotta.

Anselmo: Ognuno a questo mondo ha qualche divertimento. Chi gioca, chi va all'osteria; io ho il divertimento delle antichità.

Pantalone: Me dispiase de mia fia, daresto no ghe penso un figo.

Anselmo: Vostra figlia sta bene, e non le manca niente.

Pantalone: No ghe manca gnente: ma no la gh'ha gnanca un strazzo de abito d'andar fora de casa.

Anselmo: Sentite, amico; io in queste cose non me ne voglio impicciare.

Pantalone: Ma qua bisogna trovarghe remedio assolutamente.

Anselmo: Andate da mia moglie, parlate con lei, intendetevi con lei, non mi rompete il capo.

Pantalone: E se no la ghe remedierà ella, ghe remedierò mi.

Anselmo: Lasciatemi in pace; ho da badare alle mie medaglie, al mio museo, al mio museo.

Pantalone: Perché mia fia la xe fia de un galantomo, e la pol star al pari de chi se sia.

Anselmo: Io non so che cosa vi dite. So che questo lume eterno è una gioja. Signor Pantalone, vi riverisco (parte).

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Pantalone, poi Doralice.

Pantalone: Cussí el me ascolta? A so tempo se parleremo. Ma vien mia fia; bisogna regolarse con prudenza.

Doralice: Caro signor padre, venite molto poco a vedermi.

Pantalone: Cara fia; savè che gh'ho i mi interessi. E po no vegno tanto spesso, per no sentir pettegolezzi.

Doralice: Quello che vi ho scritto in quel biglietto, è purtroppo la verità.

Pantalone: Mo za, vualtre donne disè sempre la verità.

Doralice: Dopo ch'io sono in questa casa, non ho avuto un'ora di bene.

Pantalone: Vostro mario come ve trattelo?

Doralice: Di lui non mi posso dolere. È buono, mi vuol bene e non mi dà mai un disgusto.

Pantalone: Cossa voleu de più? No ve basta?

Doralice: Mia suocera non mi può vedere.

Pantalone: Andè colle bone, procurè de segondarla, dissimulè qualcossa; fe finta de no saver; fe finta de no sentir. Col tempo anca ella la ve vorrà ben.

Doralice: In casa tutti si vestono, tutti spendono, tutti godono, ed io niente.

Pantalone: Abbiè pazienzia; vegnirà el zorno che starè ben anca vu. Sè ancora novella in casa; gnancora no podè comandar.

Doralice: Sino la cameriera mi maltratta, e non mi vuol obbedire.

Pantalone: La xe cameriera vecchia de casa.

Doralice: Però le ho dato uno schiaffo.

Pantalone: Gh'avè dà un schiaffo?

Doralice: E come che gliel'ho dato! E buono!

Pantalone: E me lo contè a mi? e me lo disè co sta bella disinvoltura? Quattro zorni che sè in sta casa, scomenzè subito a menar le man, e po pretendè che i ve voggia ben, che i ve tratta ben e che i ve sodisfa? Me maraveggio dei fatti vostri; se saveva sta cossa, no ve vegniva gnanca a trovar. Se el fumo della nobiltà che avè acquistà in sta casa, ve va alla testa, considerè un poco meggio quel che sè, quel che sè stada, e quel che poderessi esser, se mi no ve avesse volesto ben. Sè muggier de un conte, sè deventada contessa, ma el titolo no basta per farve portar respetto, quando no ve acquistè l'amor della zente colla dolcezza e colla umiltà. Sè stada una povera putta perché, co sè nassua, no gh'aveva i capitali che gh'ho in ancuo, e col tempo e coll'industria i ho multiplicai più per vu, che per mi. Considerè che poderessi esser ancora una miserabile, se vostro pare no avesse fatto quel che l'ha fatto per vu. Ringraziè el cielo del ben che gh'avè. Portè respetto ai vostri maggiori; siè umile, siè paziente, siè bona, e allora sarè nobile, sarè ricca, sarè respettada.

Doralice: Signor padre, vi ringrazio dell'amorosa correzione che mi fate.

Pantalone: Vostra madonna sarà in tutte le furie, e con rason.

Doralice: Non so ancora se lo abbia saputo.

Pantalone: Procurè che no la lo sappia. E se mai la lo avesse savesto, recordeve de far el vostro debito.

Doralice: Qual è questo mio debito?

Pantalone: Andè da vostra madonna, e domandeghe scusa.

Doralice: Domandarle scusa poi non mi par cosa da mia pari.

Pantalone: No la ve par cossa da par vostro? Cossa seu vu? Chi seu? Seu qualche principessa? Povera sporca! Via, via; sè matta la vostra parte.

Doralice: Non andate in collera. Le domanderò scusa. Ma voglio assolutamente che mi faccia quest'abito.

Pantalone: Adesso, dopo la strambaria che avè fatto, no xe tempo da domandarghelo.

Doralice: Dunque starò senza? Dunque non anderò in nessun luogo? Sia maladetto quando sono venuta in questa casa.

Pantalone: Via, vipera, via, subito maledir.

Doralice: Ma se mi veggio trattata peggio di una serva.

Pantalone: Orsù, vegnì qua; per sta volta voi remediar mi sti desordini. Tolè sti cinquanta zecchini; feve el vostro bisogno; ma recordeve ben che no senta mai più rechiami dei fatti vostri.

Doralice: Vi ringrazio, signor padre, vi ringrazio. Vi assicuro che non avrete a dolervi di me. Un'altra cosa mi avreste a regalare, e poi non vi disturbo mai più.

Pantalone: Cossa vorressi, via, cossa vorressi?

Doralice: Quell'orologio. Voi ne avete altri due.

Pantalone: Voi contentarve anca in questo. Tiolè. (No gh'ho altro che sta putta) (da sé). Ma ve torno a dir, abbiè giudizio e feve voler ben (le dà il suo orologio d'oro).

Doralice: Non dubitate; sentirete come mi conterrò.

Pantalone: Via, cara fia, dame un puoco de consolazion. No gh'ho altri a sto mondo che ti. Dopo la mia morte, ti sarà parona de tutto. Tutte le mie strussie, tutte le mie fadighe le ho fatte per ti. Co te vedo, me consolo. Co so che ti sta ben, vegno tanto fatto, e co sento criori, pettegolezzi, me casca el cuor, me vien la morte, pianzo co fa un putello (piangendo parte).

 

SCENA VENTESIMA

Doralice, poi Brighella.

Doralice: Povero padre, è molto buono. Non somiglia a queste bestie, che sono qui in casa. Se non fosse per mio marito, non ci starei un momento.

Brighella: Signora, gh'è qua un cavalier che ghe vorave far visita.

Doralice: Un cavaliere? Chi è?

Brighella: II signor cavalier del Bosco.

Doralice: Mi dispiace che sono cosí in confidenza. Venga, non so che dire. Ehi, sentite.

Brighella: La comandi.

Doralice: Andate subito da un mercante, e ditegli che mi porti tre o quattro pezze di drappo con oro o argento, per farmi un abito.

Brighella: La sarà servida. Ma la perdona, lo salo el padron?

Doralice: Che impertinenza! Fate quello che vi ordino, e non pensate altro.

Brighella: (Eh, la se farà, la se farà) (da sé, parte).

 

SCENA VENTUNESIMA

Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.

Doralice: In questa casa hanno molto avvezzata male la servitú; ma io col tempo vi porrò la riforma. Oh, non ha d'andare cosí. Un poco colle buone, un poco colle cattive, ha da venire il tempo che ho da essere io la padrona.

Cavaliere: Madama, vi sono schiavo.

Doralice: Vi son serva.

Cavaliere: Perdonate se mi son preso l'ardire di venirvi a fare una visita.

Doralice: È molto che il signor cavaliere si sia degnato di venire da me. Favorisce tutti i giorni questa casa, ma la mia camera mai.

Cavaliere: Non ardivo di farlo, per non darvi incomodo.

Doralice: Dite, per non dispiacere alla signora contessa Isabella.

Cavaliere: A proposito, madama, avrei da discorrervi qualche poco di un affare che interessa tutte due egualmente.

Doralice: V'ascolterò volentieri. Elà, da sedere (viene un servitore che porta le sedie).

Cavaliere: So che voi, o signora, siete piena di bontà, onde spero riceverete in buon grado un ufficio amichevole ch'io sono per farvi.

Doralice: Quando saprò di che, vi risponderò.

Cavaliere: Ditemi, signora contessa, cosa avete fatto voi alla cameriera di vostra suocera?

Doralice: Le ho dato uno schiaffo. E per questo? Se è cameriera sua, è cameriera anche mia. Voglio esser servita, e non mi si ha da perdere il rispetto; e se questa volta le ho dato uno schiaffo, un'altra volta le romperò la testa.

Cavaliere: Signora, io credo che voi scherziate.

Doralice: Perché lo credete?

Cavaliere: Perché mi dite queste cose con placidezza, e si vede che non siete in collera.

Doralice: Questo è il mio naturale. Io vado in collera sempre cosí.

Cavaliere: La signora contessa Isabella si chiama offesa.

Doralice: Mi dispiace.

Cavaliere: E sarebbe bene vedere di aggiustar la cosa, prima che gli animi s'intorbidassero soverchiamente.

Doralice: Io non ci penso più.

Cavaliere: Lo credo che non ci penserete più; ma ci pensa la signora suocera, che è restata offesa.

Doralice: E cosí, che cosa pretenderebbe?

Cavaliere: Troveremo il modo dell'aggiustamento.

Doralice: Il modo è facile, ve l'insegnerò io. Cacciar di casa la cameriera.

Cavaliere: In questa maniera la parte offesa pagherebbe la pena.

Doralice: Orsú, signor cavaliere, mutiamo discorso.

Cavaliere: Signora mia, quando il discorso vi offende, lo tralascio subito. (Non la vo' disgustare) (da sé).

Doralice: Mi pareva impossibile che foste venuto a visitarmi per farmi una finezza.

Cavaliere: Perché, signora, perché?

Doralice: La signora suocera mi tien lontana dalle conversazioni; dubito sia perché tema ch'io le usurpi gli adoratori.

Cavaliere: (è furba quanto il diavolo) (da sé).

Doralice: Ma non dubiti, non dubiti. Io prima non sono né bella, né avvenente; e poi abbado a mio marito, e non altro.

Cavaliere: Sdegnereste dunque l'offerta d'un cavaliere, che senza offesa della vostra modestia aspirasse a servirvi?

Doralice: E chi volete che si perda con me?

Cavaliere: Io mi chiamerei fortunato, se vi compiaceste ricevermi per vostro servo.

Doralice: Signor cavaliere, siete impegnato colla contessa Isabella.

Cavaliere: Io sono amico di casa; ma per essa non ho alcuna parzialità. Ella ha il suo dottore, quello è il suo cicisbeo antico.

Doralice: È antica ancor ella.

Cavaliere: Sí, ma non vuol esserlo.

Doralice: Non si vergogna mettersi colla gioventú. Ella fa le grazie con tutti, vuol saper di tutto, vuol entrare in tutto Mi fa una rabbia che non la posso soffrire.

Cavaliere: È avvezzata cosí.

Doralice: Bene, ma è passato il suo tempo: adesso deve cedere il luogo.

Cavaliere: Deve cedere il luogo a voi.

Doralice: Mi parrebbe di sí.

Cavaliere: Eppure ancora ha i suoi grilli in capo.

Doralice: Causa quel pazzo di suo marito.

Cavaliere: Signora, direte ch'io sono un temerario a supplicarvi di una grazia, il primo giorno che ho l'onore di offerirvi la mia servitú.

Doralice: Comandate; dove posso, vi servirò.

Cavaliere: Vorrei che mi faceste comparir bene colla signora contessa Isabella.

Doralice: Se lo dico, avete paura di lei.

Cavaliere: Ma se possiamo coltivare la nostra amicizia con pace e quiete, non è meglio?

Doralice: Con quella bestiaccia sarà impossibile.

Cavaliere: (Vorrei vedere se potessi essere amico di tutte due) (da sé).

Doralice: Lo sapete pure: mia suocera è una pazza.

Cavaliere: Sí, è vero, è una pazza.

Doralice: Come pensereste di accomodare questa gran cosa? Non credo mai vi verrà in capo di consigliarmi a cedere.

Cavaliere: Anzi avete a star sulle vostre.

Doralice: Scusa non mi pare che tocchi a me domandarla.

Cavaliere: No certamente, non tocca a voi.

Doralice: (E mio padre mi diceva che toccava a me) (da sé).

Cavaliere: (Sono imbrogliato piú che mai) (da sé).

Doralice: La servitú mi ha da portar rispetto.

Cavaliere: Senz'altro.

Doralice: E a chi mi perde il rispetto, non devo perdonare.

Cavaliere: No certamente.

Doralice: (Oh guardate! Mio padre che mi vorrebbe umile!) (da sé).

Cavaliere: Ma pure qualche maniera bisogna ritrovare per accomodare questa differenza.

Doralice: Purché io non resti pregiudicata, qualche cosa farò.

Cavaliere: Faremo cosí. Procurerò che vi troviate a caso in un medesimo luogo. Dirò io qualche cosa per l'una e per l'altra. Mi basta che voi vi contentiate di salutar prima la vostra suocera.

Doralice: Salutarla prima? Perché?

Cavaliere: Perché è suocera.

Doralice: Oh! questo non fa il caso.

Cavaliere: Perché è piú vecchia di voi.

Doralice: Oh! perché è più vecchia, lo farò.

Cavaliere: Eccola che viene.

Doralice: Mi si rimescola tutto il sangue, quando la vedo. S'alzano.

 

SCENA VENTIDUESIMA

La contessa Isabella e detti.

Isabella: Signor cavaliere, vi siete divertito bene? Me ne rallegro.

Cavaliere: (la tira in disparte) Signora contessa, ho fatto tutto. La signora Doralice è pentita del suo trascorso. È pronta a domandarvi scusa; ma voi, savia e prudente, non l'avete a permettere. Vi avete a contentare della sua disposizione; e per prova di questa basta ch'ella sia la prima a salutarvi.

Isabella: Salutarmi, e non altro? (piano al Cavaliere).

Cavaliere: (Adesso, adesso, aspettate) (da sé). Signora contessina, a voi. Compiacetemi di fare quello che avete detto (piano a Doralice).

Doralice: Signora, perché siete piú vecchia di me, vi riverisco (alla contessa Isabella, e parte).

Isabella: Temeraria! Me la pagherai (parte).

Cavaliere: Ecco fatto l'aggiustamento (parte).

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera di Doralice

Doralice ed il conte Giacinto.

Giacinto: Gran disgrazia! Gran disgrazia! In questa nostra casa non si può vivere un giorno in pace.

Doralice: Lo dite a me? Io non do fastidio a nessuno.

Giacinto: Eh, Doralice mia, se mi voleste bene, non vi regolereste cosí.

Doralice: Ma di che mai vi potete dolere?

Giacinto: Voi non volete rispettare mia madre.

Doralice: Che cosa pretendete ch'io faccia, per darle un segno del mio rispetto? Volete che vada a darle l'acqua da lavare le mani? Che vada a tirarle le calze, quando va a letto?

Giacinto: Oh! non la vogliamo finir bene.

Doralice: Dite, non lo sapete ch'io sono stata stamattina la prima a salutarla?

Giacinto: Sí e nel salutarla l'avete strapazzata.

Doralice: L'ho strapazzata? Non è vero.

Giacinto: Le avete detto vecchia.

Doralice: Oh, oh, oh! Mi fate ridere. Perché le ho detto vecchia, s'intende ch'io l'abbia strapazzata? Pretende forse di essere giovane?

Giacinto: Non è una giovanetta, ma non le si può dire ancor vecchia.

Doralice: È vostra madre.

Giacinto: Quando sarete voi di quell'età, avrete piacere che vi dicano vecchia?

Doralice: Quando sarò di quell'età, vi risponderò.

Giacinto: Fate con gli altri quello che vorreste che fosse fatto con voi.

Doralice: Se a mia suocera le dicessi che è giovane, mi parrebbe in verità di burlarla.

Giacinto: Che bisogno c'è che le diciate giovane o vecchia? Questo è il discorso piú odioso che possa farsi a voi altre donne. Non vi è nessuna, per vecchia che sia, che se lo voglia sentir dire. Sino ai trent'anni ve li nascondete a tre o quattro per volta; dai trenta in su, si nascondono a diecine e dozzine. Voi adesso avete ventitré anni; scommetto qualche cosa di bello, che da qui a dieci anni ne avrete ventiquattro.

Doralice: Via, bravo. Se volete che vostra madre sia piú giovane di me, lo sarà.

Giacinto: Queste sono freddure. Vorrei, vi torno a dire, che consideraste che ella è mia madre, che le portaste un poco piú di rispetto.

Doralice: Sí, le farò carezze, le ballerò anche una furlanetta alla veneziana.

Giacinto: Orsú, vedo che non posso sperar niente; e converrà pensare al rimedio.

Doralice: Se foste un uomo, a quest'ora ci avreste pensato. Ma, compatitemi, siete ancora ragazzo.

Giacinto: Io? Perché?

Doralice: Perché se foste un uomo di senno, non avreste permesso che vostro padre e vostra madre consumassero miseramente ventimila scudi, senza nemmeno fare un abito alla vostra moglie.

Giacinto: A proposito, l'abito mi ha detto mia madre che si farà...

Doralice: Non ho bisogno di lei. Lo farò senza di lei; questi sono denari, e or ora verrà il mercante (gli fa vedere una borsa).

Giacinto: Chi ve li ha dati?

Doralice: Mio padre mi ha regalato cinquanta zecchini e questo orologio.

Giacinto: Ho rossore che vostro padre abbia ad incomodarsi per voi. Ma gli sono obbligato e voglio andare io medesimo a ringraziarlo.

Doralice: Fatemi un piacere, mandatemi Colombina.

Giacinto: Non vorrà venire.

Doralice: Mandatela con qualche pretesto; mi preme di parlarle.

Giacinto: Per amor del cielo, non fate peggio.

Doralice: Non dubitate.

Giacinto: Avrei piacere che vedeste mia madre.

Doralice: Se mi vuol vedere, questa è la mia camera.

Giacinto: Non so che dire, vi vuol pazienza (parte).

 

SCENA SECONDA

Doralice sola.

Doralice: Giacinto facilmente si fa piegare dove e come si vuole. Mi preme tenerlo forte e costante dal mio partito, perché a suo tempo spero ridurlo a far quello che non ha coraggio di fare.

 

SCENA TERZA

Colombina e detta.

Colombina: Oh, questa è bella! Tutti mi comandano. Anche il signor contino si vuol far servire da me.

Doralice: Colombina.

Colombina: Signora.

Doralice: Poverina! ti ho dato quello schiaffo, me ne dispiace infinitamente.

Colombina: Ancora sento il bruciore.

Doralice: Vieni qua, voglio che facciamo la pace.

Colombina: La mia padrona, in tant'anni ch'io la servo, non mi ha mai toccato.

Doralice: La tua padrona ?

Colombina: Signora sí, signora sí, la mia padrona.

Doralice: Dimmi un poco, quanto ti dà di salario la tua padrona?

Colombina: Mi dà uno scudo il mese.

Doralice: Povera ragazza! non ti dà altro che uno scudo il mese? Ti dà molto poco.

Colombina: Certo, per dirla, mi dà poco, perché a servirla come la servo io...

Doralice: Quando io era a casa mia, la mia cameriera aveva da mio padre uno zecchino il mese.

Colombina: Uno zecchino?

Doralice: Sí, uno zecchino, e gl'incerti arrivavano fino a una doppia.

Colombina: Oh, se capitasse a me una fortuna simile!

Doralice: Lascieresti la tua padrona?

Colombina: Per raddoppiare il salario, sarei ben pazza se non la lasciassi.

Doralice: Senti, Colombina, se vuoi, l'occasione è pronta.

Colombina: Oh, il cielo lo volesse! E con chi?

Doralice: Con me, se non isdegni di venirmi a servire.

Colombina: Con voi, signora ?

Doralice: Sí, con me. Vedi bene che senza una cameriera non posso stare, e mio padre supplirà al salario. Io, benché abbia un poco gridato con te, finalmente capisco che sei una giovane di abilità, fedele ed attenta, onde, se non ricusi l'offerta, eccoti due zecchini per il salario anticipato dei due primi mesi.

Colombina: Vossignoria illustrissima mi obbliga in una maniera, che non posso dire di no.

Doralice: Dunque starai al mio servizio?

Colombina: Illustrissima sí.

Doralice: Ma mia suocera che dirà ?

Colombina: Questo è il punto. Che dirà?

Doralice: Troveremo la maniera di farglielo sapere. Per oggi non le diciamo nulla.

Colombina: Benissimo, farò quello che comanda vossignoria illustrissima. Ma se la signora Isabella mi chiama, se mi ordina qualche cosa, l'ho da servire?

Doralice: Sí, l'hai da servire. Anzi non hai da mostrare di essere per me, prima che di ciò le sia parlato.

Colombina: Ma io sono la cameriera di vossignoria illustrissima.

Doralice: Per ora mi basta che tu non mi sia nemica, e che fedelmente mi riporti tutto quello che mia suocera dice di me.

Colombina: Oh! circa alla fedeltà, potete di me star sicura. Vi dirò tutto; anzi, per farvi vedere che sono al vostro servizio, principierò fin da ora a dirvi alcune coserelle che ha dette di voi la mia padrona vecchia.

Doralice: Dimmele, dimmele, che ti sarò grata.

Colombina: Ha detto... Ma per amor del cielo, non le dite nulla.

Doralice: Non dubitate, non parlerò.

Colombina: Ha detto che siete una donna ordinaria, che non si degna di voi, e che vi tiene come la sua serva.

Doralice: Ha detto questo?

Colombina: L'ha detto in coscienza mia. Ha detto che vostro marito fa male a volervi bene, e che vuol far di tutto perché vi prenda odio.

Doralice: Ha detto?

Colombina: Ve lo giuro sull'onor mio.

Doralice: Ha detto altro?

Colombina: Non me ne ricordo; ma starò attenta, e tutto quello che saprò, ve lo dirò.

Doralice: Non occorr'altro, ci siamo intese.

Colombina: Vado, per non dar sospetto. (Per uno zecchino il mese, non solo riporterò quello che si dice di lei, ma vi aggiungerò anche qualche cosa del mio) (da sé, parte).

 

SCENA QUARTA

Doralice, poi Colombina.

Doralice: Io sono una donna ordinaria? una donna ordinaria? Ardita! Non si degna di me? Io non mi degno di lei, che se non era io, si morirebbe di fame. Mio marito fa male a volermi bene? Fa male mio marito a rompermi il capo, perché io porti rispetto a questa gran dama. Vuol farmi odiare da suo figliuolo? È difficile, poiché ho io delle maniere da farmi amar da chi voglio, e da mettere in disperazione chi non mi va a genio.

Colombina: Illustrissima

Doralice: Che c'è?

Colombina: Il signor cavaliere del Bosco vorrebbe riverirla.

Doralice: Digli che passi.

Colombina: La servo subito. A vossignoria illustrissima sta bene un poco di cavalier servente, ma la signora Isabella dovrebbe aver finito (parte).

 

SCENA QUINTA

Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.

Doralice: Questi due zecchini li ho spesi bene.

Cavaliere: Madama, compatite s'io torno a darvi il secondo incomodo.

Doralice: Signor cavaliere, conosco di non meritare le vostre grazie, e perciò permettetemi che, prima d'ogni altra cosa, vi faccia un'interrogazione.

Cavaliere: V'ascolterò colla maggior premura del mondo.

Doralice: Ditemi in grazia, ma non mi adulate, perché vi riuscirà di farlo per poco.

Cavaliere: Vi giuro la piú rigorosa sincerità.

Doralice: Ditemi se siete venuto a favorirmi per qualche bontà che abbiate concepita per me, oppure perché unicamente vi prema di riconciliarmi colla contessa Isabella.

Cavaliere: Se ciò mi riuscisse di fare, sarei contento; ma in ogni modo vi accerto, o signora, che unicamente mi preme l'onore della vostra grazia.

Doralice: Siete disposto a preferirmi a mia suocera?

Cavaliere: Lo esige il vostro merito, e una rispettosissima inclinazione mi obbliga a desiderarlo.

Doralice: Non avrete dunque difficoltà a dichiararvi in faccia della medesima.

Cavaliere: Mi basta non mancare alla civiltà, per non offendere il mio carattere.

Doralice: Non sono capace di chiedervi una mala azione.

Cavaliere: Comandate, e farò tutto per obbedirvi.

Doralice: Sappiate ch'io sono da mia suocera gravemente offesa.

Cavaliere: Ma come? anzi mi pare, perdonatemi, che voi l'abbiate molto bene beffata.

Doralice: Eh, queste sono bagattelle. Le offese che ella mi ha fatte, sono di maggior rilievo.

Cavaliere: Sono passate poche ore, dacché ho avuto l'onore di vedervi. È accaduto qualche cosa di nuovo?

Doralice: È accaduto tanto, che mia suocera vuol vedere la rovina di casa sua.

Cavaliere: Per amor del cielo, non dite cosí.

Doralice: Che non dica cosí? che non dica cosí? Dunque avete ancora della parzialità per lei.

Cavaliere: Ma, contessina mia, la rovina di questa casa viene a comprendere vostro marito e voi medesima.

Doralice: Vada tutto, ma la cosa non ha da passare cosí.

Cavaliere: Son curiosissimo di sapere che cosa è stato.

Doralice: Colei ha avuto la temerità di dire che mio marito fa male a volermi bene, e che vuol fare il possibile perché mi odii.

Cavaliere: Signora mia, l'avete sentita voi dir queste cose?

Doralice: Non l'ho sentita, ma lo so di certo.

Cavaliere: Duro fatica a crederlo; non mi pare ragionevole.

Doralice: Mi credete capace di rappresentarvi una falsità?

Cavaliere: Non ardisco ciò pensare di voi. Ma chi vi ha riportate queste ciarle, può aver errato, o per malizia, o per ignoranza.

Doralice: Bene. Colombina! (chiama).

 

SCENA SESTA

Colombina e detti.

Colombina: Illustrissima.

Doralice: Dimmi un poco, che cosa ha detto mia suocera di me?

Colombina: Signora... mi perdoni.

Doralice: No, non aver riguardo. Già il signor cavaliere non parla.

Cavaliere: Oh non parlo, non dubitate.

Doralice: Via, di' su, che ha detto quella cara signorina di me?

Colombina: Ha detto che siete una donna ordinaria...

Doralice: Non dico di questo. Che cosa ha detto di mio marito ?

Colombina: Che fa male a volervi bene.

Doralice: Sentite? e poi?

Colombina: Che vi vuol far odiare da lui.

Doralice: Avete inteso?

Colombina: Perché siete una donna ordinaria.

Doralice: Va via di qui. Queste pettegole vi aggiungono sempre qualche cosa del loro.

Colombina: E poi ha detto che non si degna...

Doralice: Va via, non voglio altro.

Colombina: Per amor del cielo, non mi assassinate (al Cavaliere).

Cavaliere: Per me non dubitare, che non parlerò.

Colombina: Ha detto anche qualche cosa di voi... (al Cavaliere).

Cavaliere: E che cosa ha detto di me?

Colombina: Che siete un cavaliere che pratica per le case, e non dona mai niente alla servitú (parte).

 

SCENA SETTIMA

Doralice ed il Cavaliere Del Bosco.

Cavaliere: Cara signora contessa, volete credere a questa sorta di gente?

Doralice: Me lo ha detto in una maniera, che mi assicura essere la verità.

Cavaliere: Sapete pure che ella è cameriera antica della contessa Isabella.

Doralice: Appunto per questo; se non fosse la verità, non mi avrebbe detto cosa che potesse pregiudicare alla sua padrona.

Cavaliere: Le avrà gridato; sarà disgustata.

Doralice: Signor cavaliere, la riverisco (vuol partire).

Cavaliere: Perché privarmi delle vostre grazie?

Doralice: Perché siete parziale della signora suocera.

Cavaliere: Io son servitore vostro. Ma vorrei vedervi quieta e contenta

Doralice: Una delle due: o siete per me, o siete per lei.

Cavaliere: Da cavaliere, ch'io sono per voi.

Doralice: Se siete con me, non mi avete da contraddire.

Cavaliere: Dirò tutto quello che dite voi.

Doralice: Fra mia suocera e me, chi ha ragione?

Cavaliere: Voi.

Doralice: Chi è l'offesa?

Cavaliere: Voi.

Doralice: Chi ha da pretendere risarcimento?

Cavaliere: Voi.

Doralice: Chi ha da cedere?

Cavaliere: Voi...

Doralice: Io?

Cavaliere: Voi no, volevo dire

Doralice: Ella ha da cedere

Cavaliere: Certamente.

Doralice: Se c'incontriamo, chi ha da essere la prima a parlare?

Cavaliere: Direi...

Doralice: Come piú vecchia non la posso nemmeno salutare.

Cavaliere: Si potrebbe vedere...

Doralice: Alle corte. Ella ha da essere la prima a parlarmi.

Cavaliere: Sí, lo dicevo. Tocca a lei.

Doralice: L'accordate anche voi?

Cavaliere: Non posso contraddirlo.

Doralice: Quando l'accordate voi, che siete un cavaliere di garbo, son sicura di non fallare.

Cavaliere: Ma io, perdonatemi...

Doralice: Se mi parlerà con amore, io le risponderò con rispetto.

Cavaliere: Brava, bravissima. Lodo la vostra rassegnazione.

Doralice: E mi diranno poi ch'io son cattiva.

Cavaliere: Siete la piú buona damina del mondo.

Doralice: Credetemi, che altro non desidero che farmi voler bene da tutti.

Cavaliere: Si vede in effetto.

Doralice: La servitù mi adora.

Cavaliere: Anco Colombina ?

Doralice: Colombina è tutta mia. Starà con me, e le ho dato due zecchini.

Cavaliere: Se farete cosí, sarete adorabile.

Doralice: Mia suocera, che ha avuto ventimila scudi, non mi può vedere.

Cavaliere: Perché, perché...

Doralice: Perché è una donna cattiva.

Cavaliere: Sarà cosí.

Doralice: È cosí senz'altro.

Cavaliere: Sí, senz'altro.

 

SCENA OTTAVA

Colombina e detti.

Colombina: Illustrissima, vi è l'illustrissimo suo signor padre che vorrebbe dirle una parola.

Doralice: Digli che venga.

Colombina: Non vuol venire; l'aspetta nella camera dell'arcova.

Doralice: Vorrà farmi fare qualche figura ridicola con mia suocera.

Cavaliere: Se il padre comanda...

Doralice: Eh, ora ha finito di comandare. Son maritata.

Cavaliere: Sí, ma da lui potete sempre sperare qualche cosa.

Doralice: Oh, per questo lo ascolto. Basta, se vorrà ch'io parli alla contessa Isabella, quando ella sia la prima, lo farò. Cavaliere, quando è partito mio padre, vi aspetto (parte).

Cavaliere: Che vuol dire, Colombina, cosí attenta a servire la contessina?

Colombina: Io sono una ragazza di buon cuore. Fo servizio volentieri a chi è generoso con me.

Cavaliere: Orsú, sentite; acciò la vostra padrona non dica ch'io non do mai nulla alla servitú, tenete questo mezzo ducato.

Colombina: Grazie. Sapete ora che cosa dirà?

Cavaliere: E che dirà?

Colombina: Che avete fatto una gran cascata (parte).

Cavaliere: Che maladettissima cameriera! Costei è causa principale degli scandali di questa casa. Ella riporta a questa, riporta a quella; le donne ascoltano volentieri tutte le ciarle che sentono riportare; quando odono dir male, credono tutto con facilità, e si rendono nemiche senza ragione. Se posso, voglio vedere che Colombina, scoperta dall'una e dall'altra, paghi la pena delle sue imposture. Pur troppo è vero, tante e tante volte dipende la quiete d'una famiglia dalla lingua di una serva o di un servitore (parte).

 

SCENA NONA

Salotto

Il conte Anselmo con un libro grosso manoscritto e Brighella.

Anselmo: Quanto mi dispiace non intendere la lingua greca! Questo manoscritto è un tesoro, ma non l'intendo. Brighella.

Brighella: Illustrissimo.

Anselmo: Ho trovato un manoscritto greco, antichissimo, che vale cento zecchini, e l'ho avuto per dieci.

Brighella: (De questi a mi non me ne tocca) (da sé).

Anselmo: Questo è un codice originale.

Brighella: Una bagattella! Un codice original? Cara ella, cossa contienlo?

Anselmo: Sono i trattati di pace fra la repubblica di Sparta e quella d'Atene.

Brighella: Oh che bella cossa!

Anselmo: Questo posso dir che è una gioja, perché è l'unica copia che vi sia al mondo. E poi senti, e stupisci. È scritto di propria mano di Demostene.

Brighella: Cospetto del diavolo! Cossa me tocca a sentir? Che la sia po cussí?

Anselmo: Sarei un bell'antiquario, se non conoscessi i caratteri degli antichi.

Brighella: Cara ella, la prego. La me leza almanco el titolo.

Anselmo: Ti ho pur detto tante volte, che non intendo il greco.

Brighella: Ma come conossela el carattere, se no la ntende la lingua?

Anselmo: Oh bella! Come uno che conosce le pitture e non sa dipingere.

Brighella: (Sa el cielo chi gh'ha magnà sti diese zecchini. Za che el vol andar in malora, l'è meggio che me profitta mi che un altro) (da sé).

Anselmo: Gran bel libro, gran bel codice! Pare scritto ora.

Brighella: La diga, sior padron, conossela el signor capitanio Saracca?

Anselmo: Lo conosco, lo conosco. Egli pretende avere una sontuosa galleria, ma non ha niente di buono.

Brighella: Eppur l'ha speso dei denari assai.

Anselmo: Avrà speso in vent'anni più di diecimila scudi. Ma non ha niente di buono.

Brighella: La sappia che l'ha avudo una desgrazia. L'ha bisogno de quattrini, e el vol vender la galleria.

Anselmo: La vuol vendere? Oh, la vi sarebbe da fare de' buoni acquisti.

Brighella: Se la vol, adesso xe el tempo.

Anselmo: Le cose migliori le prenderò io.

Brighella: El vuol vender tutto in una volta.

Anselmo: Ma vorrà delle migliaia di zecchini.

Brighella: Manco de quello che la se pensa. Con tremille scudi se porta via tutta quella gran roba.

Anselmo: Con tremila scudi? Questo è un negozio da impegnarvi la camicia per farlo. Se l'avessi saputo quattro giorni prima, non avrei consumato il denaro con quegl'impertinenti de' creditori.

Brighella: La senta, se no la gh'ha tutti i denari, no importa; m'impegno de farghe dar la roba, parte col denaro contante, e parte con un biglietto.

Anselmo: Oh il cielo volesse! Caro Brighella, sarebbe la mia fortuna. Quanto denaro credi tu che vi vorrà alla mano?

Brighella: Almanco domille scudi.

Anselmo: Io non ne ho altri che mille cinquecento, gli altri li ho spesi tutti.

Brighella: Vederò che el se contenta de questi.

Anselmo: Brighella mio, non bisogna perder tempo; va subito a serrar il contratto.

Brighella: Bisognerà darghe la caparra.

Anselmo: Sì tieni questi venti zecchini. Daglieli per caparra.

Brighella: Vado subito.

Anselmo: Ma avverti di farti dare l'inventario, riscontra cosa per cosa, poi viemmi ad avvisare, che verrò a vedere ancor io.

Brighella: Vado, perché, se se perde tempo, el negozio pol andar in qualch'altra man.

Anselmo: No, per amor del cielo. Mi appiccherei dalla disperazione.

Brighella: (È vero che el signor capitanio vol vender la galleria, ma con questi venti zecchini comprerò i so scarti, ghe porterò qualch'altra freddura, e el gonzo che non sa gnente, li pagherà a caro prezzo) (da sé, parte).

 

SCENA DECIMA

Il conte Anselmo, poi Pantalone.

Anselmo: Non mi sarei mai creduto un incontro simile. Ma la fortuna capita, quando men si crede.

Pantalone: Se puol vegnir? (di dentro).

Anselmo: Ecco qui quel buon uomo di Pantalone. Non sa niente, non sa niente. Venite, venite, signor Pantalone.

Pantalone: Fazzo reverenza al sior conte.

Anselmo: Ditemi, voi che avete delle corrispondenze per il mondo, sapete la lingua greca?

Pantalone: La so perfettamente. Son stà dies'anni a Corfú. Ho scomenzà là a far el marcante, e tutto el mio devertimento giera a imparar quel linguaggio.

Anselmo: Dunque saprete leggere le scritture greche.

Pantalone: Ghe dirò; altro xe el greco litteral, altro xe el greco volgar. Me n'intendo però un pochetto e dell'un e dell'altro.

Anselmo: Quand'è cosí, vi voglio far vedere una bella cosa.

Pantalone: La vederò volentiera.

Anselmo: Un codice greco.

Pantalone: Bon, ghe n'ho visto dei altri.

Anselmo: Scritto di propria mano di Demostene.

Pantalone: El sarà una bella cossa.

Anselmo: Osservate, e se sapete leggere, leggete.

Pantalone: (osserva) Questo xe scritto da Demostene?

Anselmo: Sí, e sono i trattati di pace tra Sparta e Atene.

Pantalone: I trattati di pace tra Sparta e Atene? Sala cossa che contien sto libro?

Anselmo: Via, che cosa contiene?

Pantalone: Questo xe un libro de canzonette alla grega, che canta i putelli a Corfù.

Anselmo: Già lo sapeva. Voi non sapete leggere il greco.

Pantalone: La senta: mattiamu, mattachiamú, callispera, mattiamú.

Anselmo: Ebbene, questi saranno i nomi propri degli Spartani o de Tebani.

Pantalone: Vuol dir: vita mia, dolce vita mia, bonassera, vita mia.

Anselmo: Non sapete leggere. Questo è un codice greco che mi costa dieci zecchini, e ne vale più di cento.

Pantalone: El formaggier nol ghe dà tre soldi.

Anselmo: Andate a intendervi di panni e di sete, e non di scritture antiche.

Pantalone: Me despiase, sior conte, che per quel che vedo, andemo de mal in pezo.

Anselmo: Come sarebbe a dire?

Pantalone: Ella se perde in ste freddure, e la so casa va in precipizio.

Anselmo: Io mi diverto senza incomodare la casa. L'entrate le maneggia mia moglie, né io pregiudico agl'interessi della famiglia.

Pantalone: E alla pase e alla quiete de casa no la ghe pensa?

Anselmo: Io penso a me e non penso agli altri.

Pantalone: Mo no sala, che quando el capo de casa no gh'abada, tutto va alla roversa?

Anselmo: Quando tacciono, sono capo; quando gridano, sono coda.

Pantalone: Dise mia fia che l'è stada offesa dalla siora contessa Isabella.

Anselmo: E dice mia moglie che è stata offesa da vostra figlia; ora guardate con che razza di matti abbiamo da fare.

Pantalone: Eppur bisogna remediarghe.

Anselmo: Io vi consiglierei a fare quello che fo io.

Pantalone: Che vuol dir?

Anselmo: Lasciarle friggere nel proprio grasso.

Pantalone: Ma se ste cosse le va avanti, no so cossa che possa succeder.

Anselmo: Che cosa volete che succeda?

Pantalone: Siora contessa xe un poco troppo altiera.

Anselmo: E vostra figlia è troppo fastidiosa.

Pantalone: Volemio veder de far sta pase tra niora e madonna?

Anselmo: Che cosa vi vuole per far questa pace?

Pantalone: Mi ho parlà con mia fia; e so che la farà a mio modo.

Anselmo: È inutile ch'io parli a mia moglie.

Pantalone: Perché?

Anselmo: Perché mai abbiamo fatto né ella a mio modo, né io al suo.

Pantalone: Ma questa l'averia da esser una pase general de tutta la fameggia.

Anselmo: Io non sono in collera con nessuno.

Pantalone: Mo no l'è gnanca so decoro, voler comparir un omo de stucco.

Anselmo: Che cosa volete ch'io faccia?

Pantalone: Avemo da procurar che ste do creature se unissa. Avemo da far che le se parla, che le se giustifica, che le se pacifica, e xe ben che la ghe sia anca ella.

Anselmo: Via, vi sarò.

Pantalone: Bisogna metter qualche bona parola.

Anselmo: La metterò.

Pantalone: Ho parlà anca colla siora contessa, e la m'ha promesso de vegnir in camera d'udienza, dove ghe sarà anca mia fia.

Anselmo: Buono, avete fatto assai.

Pantalone: Saremo nualtri soli; ella, mi, so consorte, mia fia e mio zenero.

Anselmo: E non altri?

Pantalone: No gh'ha da esser altri.

Anselmo: Sarà difficile.

Pantalone: Perché? Chi gh'ha da esser?

Anselmo: Le donne hanno sempre i loro consiglieri.

Pantalone: Mia fia no credo che la gh'abbia nissun.

Anselmo: Eh, l'avrà, l'avrà.

Pantalone: Siora contessa lo gh'ala?

Anselmo: Oh, se l'ha? E come!

Pantalone: E ella lo comporta?

Anselmo: Io abbado alle mie medaglie.

Pantalone: Mio zenero non farà cussí.

Anselmo: «Ognun dal canto suo cura si prenda».

Pantalone: Questa no xe la regola che ha da tegnir un capo de casa.

Anselmo: Ditemi, quant'anni avete!

Pantalone: Sessanta, per servirla.

Anselmo: Volete vivere sino a cento?

Pantalone: Magari, ch'el ciel volesse!

Anselmo: Se volete vivere sino a cent'anni, prendetevi quei fastidi che mi prendo io (parte).

 

SCENA UNDICESIMA

Pantalone solo.

Pantalone: Vardè che bell'omo! Vardè in che bella casa che ho messo la mia povera fia! Un de sti dí, co ste so medaggie, nol gh'ha piú un soldo, e quel che xe pezo, el lassa che vaga in desordene la casa, senza abbadarghe. Ma se nol ghe bada lu, ghe baderò mi. No gh'ho altro a sto mondo che sta unica fia; se posso, no voi morir col rammarico de vederla malamente sagrificada. Oh quanto meggio che giera, che l'avesse maridada con uno da par mio! Anca a mi me xe vegnù el catarro della nobiltà. Ho speso vintimille scudi. Ma cossa oggio fatto? Ho buttà i bezzi in canal, e ho negà la putta.

 

SCENA DODICESIMA

Arlecchino, travestito con altr'abito, e detto.

Arlecchino: (Oh, se trovass sto sior conte, ghe vorria piantar dell'altre belle antichità, senza spartir l'utile con Brighella) (da sé).

Pantalone: (Chi diavolo xe costù?) (da sé).

Arlecchino: (Sto barbetta mi nol conoss) (da sé).

Pantalone: Galantomo, chi seu? Chi domandeu?

Arlecchino: Innanz che mi responda, l'am favorissa de dirme chi l'è vussioria.

Pantalone: Son un amigo del sior conte Anselmo.

Arlecchino: Se dilettela de antichità?

Pantalone: Oh assae! (Stè a veder che l'è un de quei che lo tira in trappola) (da sé).

Arlecchino: Za che vussioria se diletta de antichità, la sappia che mi son un antiquari. Son vegnú per far la fortuna del sior conte Anselmo.

Pantalone: (voi torme spasso e scoverzer terren) (da sé). Caro amigo, se me farè a mi sto piaser, oltre al pagamento, ve servirò in quel che poderò, in quel che ve occorrerà.

Arlecchino: Za che ved che l'è un galantomo, l'osserva che roba! L'osserva che antichità! che rarità! che preziosità! Vedel questa? (mostra una pantofola vecchia).

Pantalone: Questa la par una pantofola vecchia.

Arlecchino: Questa l'era la pantofola de Neron, colla qual l'ha dà quel terribil calzo a Poppea, quand el l'ha scazzada dal trono.

Pantalone: Bravo! Oh che rarità! Gh'aveu altro? (Oh che ladro!) (da sé).

Arlecchino: Vedel questa? (mostra una treccia di capelli). Questa l'è la drezza de cavelli de Lugrezia romana, restada in man a Sesto Tarquini, quando el la voleva sforzar.

Pantalone: Bellissima! (Ah tocco de furbazzo!) (da sé).

Arlecchino: La vederà...

Pantalone: No voggio veder altro. Baron, ladro, desgrazià! Credistu che sia un mamalucco? A mi ti me dà da intender ste fandonie? Furbazzo, te farò andar in galía.

Arlecchino: Ah signor, per amor del cielo, ghe domand pietà.

Pantalone: Chi t'ha introdotto in sta casa?

Arlecchino: L'è stà Brighella, signor.

Pantalone: Come! Brighella?

Arlecchino: Sior sì, avem spartì l'altra volta metà per un.

Pantalone: Donca Brighella sassina el so patron?

Arlecchino: El fa anca lu, come che fan tanti alter.

Pantalone: Orsú, vegnì con mi. (Voggio co sto mezzo disingannar sto sior conte) (da sé). Vegnì con mi.

Arlecchino: Dove ?

Pantalone: No ve dubitè. Vegnì con mi, e non abbiè paura.

Arlecchino: Abbiè carità de un poveromo.

Pantalone: Meriteressi de andar in preson; ma no son capace de farlo. Me basta che disè a sior conte quel che avè dito a mi, e no voi altro.

Arlecchino: Sior sí, dirò tutt quel che voll.

Pantalone: Andemo.

Arlecchino: Son qua. (Tolí, anca a robar ghe vol grazia e ghe ghe vol fortuna) (s'incammina).

Pantalone: Femo sta pase, e po con costú farò veder al conte che tutti lo burla, che tutti lo sassina. (Partono).

 

SCENA TREDICESIMA

Camera della contessa Isabella

La contessa Isabella e il Dottore.

Isabella: Anche voi mi rompete la testa?

Dottore: Io non parlo; ma ha ella sentito che cosa ha detto il signor Pantalone?

Isabella: Come c'entra quel vecchio in casa mia? Qui comando io, e poi mio marito.

Dottore: Benissimo, non pretende già voler far da padrone; egli mostra dell'amore per questa casa, e desidera di vedere in tutti la concordia e la pace.

Isabella: Se vuol che vi sia la pace, faccia che sua figlia abbia giudizio.

Dottore: Egli protesta ch'ella è innocente.

Isabella: È innocente? È innocente? E voi ancora lo dite? Sia maladetto quando il diavolo vi porta qui!

Dottore: È il signor Pantalone che dice ch'ella è innocente. Io non lo dico.

Isabella: Basta, se vi sentite di dirlo, andate fuori di questa camera.

Dottore: Questa è una bellissima cosa. Ora mi vuole, ora mi scaccia.

Isabella: Se mi fate rabbia. Andatemi a prender da bere.

Dottore: Vado (si parte per prendere da bere).

Isabella: Maladettissima! A me vecchia?

Dottore: Eccola servita (le porta un bicchier di vino colla sottocoppa).

Isabella: Non voglio vino.

Dottore: Anderò a pigliar dell'acqua (si parte, come sopra).

Isabella: Vi saluto, perché siete piú vecchia di me?

Dottore: Ecco l'acqua (porta un bicchier d'acqua).

Isabella: Maladetto! Fredda me la portate?

Dottore: Ma la calda dov'è?

Isabella: Al fuoco, al fuoco.

Dottore: La prenderò calda (si parte, come sopra).

Isabella: Questa parola non me l'ha ancora detta nessuno. Ma che faceva il signor cavaliere in compagnia di colei? Sarebbe bella che avesse lasciata me, per servir Doralice!

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Colombina e detta.

Colombina: Signora, il padrone la prega di passare nel suo appartamento.

Isabella: Che cosa vuole da me?

Colombina: Non lo so, signora; so che vi è il signor Pantalone.

Isabella: Bene, bene, sentiremo le novità. Dimmi un poco, hai veduto quando il cavaliere è andato nelle camere di Doralice?

Colombina: L'ho veduto benissimo.

Isabella: Quanto vi è stato?

Colombina: Più di due ore; e poi poco fa vi è tornato.

Isabella: Vi è tornato?

Colombina: Sí, signora, vi è tornato.

Isabella: Sei punto stata in camera? Hai sentito nulla?

Colombina: Oh! io in quella camera non ci vado. Servo la mia padrona e non servo altri.

Isabella: Che balorda! né anche andar in camera a sentir qualche cosa, per sapermelo dire; va, che sei una scimunita.

Colombina: Balorda! scimunita! Non voleva dirvelo; ma ci sono stata.

Isabella: Si? contami, che cosa facevano?

Colombina: Parlavano segretamente.

Isabella: Discorrevano forse di me?

Colombina: Sicuro.

Isabella: Che cosa dicevano?

Colombina: Che siete fastidiosa, sofistica, e che so io.

Isabella: Cavaliere malnato!

 

SCENA QUINDICESIMA

Il Dottore con l'acqua calda, e dette.

Dottore: Ecco l'acqua calda.

Isabella: Andate al diavolo; non sentite che scotta? (la prende, le pare bollente, e gettandola via, coglie il Dottore).

Dottore: Obbligatissimo alle sue grazie.

Isabella: Di grazia, che vi avrò stroppiato!

Dottore: Io non parlo.

Isabella: E cosí, che altro hanno detto di me? (a Colombina).

Colombina: Non ho potuto sentir altro. Ma se sentirò, dirò tutto.

Isabella: Sta attenta; ascolta e osserva, che mi preme infinitamente.

Colombina: Signora padrona, vi ricordate quant'è che mi avete promesso un paio di scarpe?

Isabella: Tieni, comprale a tuo modo (le dà un ducato).

Colombina: Che siate benedetta! (cosí si macina a due mulini) (da sé, parte).

Isabella: (Il cavaliere mi tratta cosi?) (da sé).

Dottore: Vuole ch'io le vada a prendere dell'acqua un poco tiepida?

Isabella: (In casa mia? sugli occhi miei?) (da sé).

Dottore: Signora, è in collera? Non l'ho fatto apposta.

Isabella: (Bell'azione!) (da sé).

Dottore: Dica, signora contessa...

Isabella: Non mi rompete la testa.

Dottore: Ma che cosa le ho fatto? Sempre la mi strapazza; sempre la mi mortifica.

Isabella: Venite con me nell'appartamento di mio marito (parte).

 

SCENA SEDICESIMA

Il Dottore solo.

Dottore: Ecco il bell'onor che si acquista a servire una signora di rango! Per un poco di vanità mi convien soffrir cento villanie. Ma non so che fare. Ci sono avvezzo, e non so distaccarmi (parte).

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Camera del conte Anselmo

Il conte Anselmo e Pantalone.

Anselmo: Eccomi qui, eccomi qui. Ma quanto ci dovrò stare?

Pantalone: Aspettemo che le vegna. Disemo quattro parole; femo sto aggiustamento, e l'anderà dove che la vuol.

Anselmo: (Brighella non si vede colla risposta della galleria) (da sé).

Pantalone: Vien zente. Chi ela questa, che no ghe vedo troppo?

Anselmo: È mia moglie.

Pantalone: E con ella chi gh'è?

Anselmo: Non ve l'ho detto? Il suo consigliere.

Pantalone: L'è el dottor Balanzoni!

Anselmo: Cose vecchie, cose vecchie.

Pantalone: Ma cossa gh'intrelo ? Averia gusto che fussimo soli.

Anselmo: Eh, lasciatelo venire; che v'importa?

Pantalone: (Che bel carattere che xe sto sior conte!) (da sé).

 

SCENA DICIOTTESIMA

La contessa Isabella col Dottore, che le dà mano, e detti.

Anselmo: Benvenuti, benvenuti.

Dottore: Fo riverenza al signor conte.

Pantalone: Siora contessa, ghe son umilissimo servitor.

Isabella: La riverisco.

Pantalone: (La ghe diga qualcossa. Femo pulito) (piano al Conte).

Anselmo: (Orsú, giacché ci siamo, bisogna fare uno sforzo) (da sé). Contessa mia, vi ho fatto qui venire per un affar d'importanza; in poche parole mi sbrigo. In casa mia voglio la pace. Se qualche cosa è passata fra voi e vostra nuora, s'ha da obliare il tutto. Voglio che ora vi pacifichiate, e che alla mia presenza torniate come il primo giorno che Doralice è venuta in casa. Avete inteso? Voglio che si faccia cosí (alterato).

Isabella: Voglio?

Anselmo: Signora sí, voglio. Questa parola la dico una volta l'anno; ma quando la dico, la sostengo (come sopra).

Isabella: E volete dunque...

Anselmo: Quello ch'io voglio, l'avete inteso. Non vi è bisogno di repliche.

Isabella: Io dubito sia diventato pazzo: non ha mai piú parlato cosí.

Anselmo: (Che dite? Mi sono portato bene?) (a Pantalone).

Pantalone: Benissimo.

Anselmo: (Ho fatto una fatica terribile).

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Doralice, il Cavaliere Del Bosco, Giacinto e detti.

Pantalone: (Cossa gh'intra quel sior co mia fia?) (ad Anselmo).

Anselmo: (Non ve l'ho detto? Il suo consigliere).

Cavaliere: Padroni miei, con tutto il rispetto.

Doralice: Serva di lor signori.

Anselmo: E voi, signora, non dite niente? (ad Isabella).

Isabella: Divotissima, divotissima (sostenuta).

Anselmo: Sediamo un poco, e quello che abbiamo a fare, facciamolo presto. (Brighella non si vede) (da sé). Che ora è? Signor cavaliere, che ora è? Tutti siedono.

Cavaliere: Non lo so davvero. Ho dato il mio orologio ad accomodare.

Doralice: Guarderò io: è mezzogiorno vicino (guarda sull'orologio).

Anselmo: Avete un bell'orologio. Lasciatemelo un poco vedere.

Doralice: Eccolo.

Isabella: Mi rallegro con lei, signora (a Doralice).

Doralice: È necessario un orologio, dove ognora si scandagliano i quarti della nobiltà.

Isabella: (L'impertinente!) (da sé).

Anselmo: Mi piace questo cammeo; sarà antico: da chi l'avete avuto?

Doralice: Me l'ha dato mio padre.

Isabella: Oh, oh, oh, suo padre! (ridendo forte).

Pantalone: Siora sí, ghe l'ho dà mi, siora sí.

Anselmo: Questo cammeo è bellissimo.

Pantalone: (Orsù, vorla che scomenzemo a parlar? Vorla dir ella?) (piano ad Anselmo).

Anselmo: La chioma di quella sirena non può esser più bella. La voglio veder colla lente (tira fuori una lente, osserva il cammeo, e non bada a chi parla).

Pantalone: (El tempo passa) (come sopra).

Anselmo: Principiate voi, poi dirò io. Intanto lasciatemi prender gusto in questo cammeo.

Pantalone: Signore, se le me permette, qua per ordine del sior conte mio patron, del qual ho l'onor de esser anca parente...

Doralice: Per mia disgrazia.

Pantalone: Tasè là, siora, e fin che parlo, no m'interrompè. Come diseva, se le me permette, farò un piccolo discorsetto. Pur troppo xe vero che tra la madonna e la niora poche volte se va d'accordo.

Isabella: Quando la nuora non ha giudizio.

Pantalone: Cara ella, per carità, la prego, la me lassa parlar; la sentirà con che rispetto, con che venerazion, con che giustizia parlerò de ella (ad Isabella).

Isabella: Io non apro bocca.

Pantalone: E vu tasè (a Doralice).

Doralice: Non parlo.

Pantalone: Credo che per ordinario le dissension che nasce tra ste do persone, le dipenda da chiaccole e pettegolezzi.

Isabella: Questa volta son cose vere.

Doralice: Vere, verissime.

Pantalone: Oh poveretto mi! me lassele dir?

Isabella: Avete finito? Vorrei parlare anch'io.

Doralice: Una volta per uno, toccherà ancora a me.

Pantalone: Mo se non ho gnancora principià. Sior conte, la parla ella, che mi no posso piú (ad Anselmo).

Anselmo: Avete finito? Si sono aggiustate? È fatta la pace?

Pantalone: Dov'elo stà fina adesso? Non l'ha sentio ste do campane che no tase mai?

Anselmo: Con un cammeo di questa sorta davanti agli occhi, non si sentirebbero le cannonate.

Pantalone: Cossa avemio da far?

Anselmo: Parlate voi, che poi parlerò io (torna ad osservare il cammeo).

Pantalone: Me proverò un'altra volta. Siora contessa, voria pregarla de dir i motivi dei so desgusti contro mia fia (ad Isabella).

Isabella: Oh, sono assai.

Doralice: I miei sono molto piú.

Pantalone: Tasè là, siora; lassè che la parla ella, e po parlerè vu.

Doralice: Ah si, deve ella parlare la prima, perché... (Ho quasi detto, perché è più vecchia) (al Cavaliere).

Cavaliere: (Avreste fatto una bella scena).

Pantalone: La favorissa de dirghene qualchedun (ad Isabella).

Isabella: Non so da qual parte principiare.

Giacinto: Signor suocero, se aspettiamo che esse dicano tutto con regola e quiete, è impossibile. Io, che so le doglianze dell'una e dell'altra, parlerò io per tutte due. Signora madre, vi contentate ch'io parli?

Isabella: Parlate pure. (Già m'aspetto che tenga dalla consorte) (da sé).

Giacinto: E voi, Doralice, vi contentate che parli per voi?

Doralice: Sí, sí, quel che volete. (Già terrà dalla madre) (da sé).

Giacinto: Prima di tutto mia madre si lamenta che Doralice le abbia detto vecchia.

Isabella: Via di qua, temerario (a Giacinto).

Giacinto: Dicevo...

Isabella: Va via, che ti do una mano nel viso.

Giacinto: Perdonatemi.

Isabella: Va, ti dico, impertinente.

Giacinto: (Anderò per non irritarla. Eh! lo vedo, lo vedo; qui non si può piú vivere) (da sé, e parte).

Doralice: (Mi ha dato piú gusto, che se avessi guadagnato cento zecchini) (al Cavaliere).

Cavaliere: (Quella parola le fa paura).

Pantalone: Cossa disela, sior conte? No se pol miga andar avanti.

Anselmo: Orsú, la finirò io. Signore mie... Ma prima che mi scordi, questo cammeo si potrebbe avere?

Pantalone: El xe de mia fia, la ghe domanda a ella.

Anselmo: Mi volete vendere questo cammeo? (a Doralice).

Doralice: Venderlo? mi maraviglio. Se ne serva, è padrone.

Anselmo: Me lo donate?

Doralice: Se si degna.

Anselmo: Vi ringrazio, la mia cara nuora, vi ringrazio. Lo staccherò, e vi renderò l'orologio.

Isabella: Via, ora che la vostra dilettissima signora nuora vi ha fatto quel bel regalo, pronunziate la sentenza in di lei favore.

Anselmo: A proposito. Ora, già che ci siamo, bisogna terminare questa faccenda. Signore mie, in casa mia non vi è la pace, e mancando questa, manca la miglior cosa del mondo. Sinora ho mostrato di non curarmene, per stare a vedere sin dove giungevano i vostri opposti capricci; ora non posso piú, e pensandovi seriamente, ho deliberato di porvi rimedio. Ho piacere che si trovino presenti questi signori, i quali saranno giudici delle vostre ragioni e delle mie deliberazioni. Principiamo dunque...

 

SCENA VENTESIMA

Brighella e detti.

Brighella: Sior padron (al conte Anselmo).

Anselmo: Che c'è?

Brighella: El negozio è fatto, la galleria è nostra, e gh'ho qua l'inventario.

Anselmo: Con licenza di lor signori (s'alza).

Pantalone: Tornela presto?

Anselmo: Per oggi non torno piú (parte con Brighella).

Pantalone: Bella da galantomo!

Doralice: Possiamo andarcene ancora noi.

Pantalone: Senza el sior conte gh'è remedio che vegnimo in chiaro del motivo de ste discordie?

Isabella: Ecco qui il signor dottore; è qualche anno che mi conosce. Mi ha tenuta in braccio da bambina, e sa chi sono. Dica egli, se io vado in collera senza ragione.

Dottore: Oh, è vero. Ella non parla mai senza fondamento.

Doralice: Il signor cavaliere è buon testimonio di quello che ha detto di me la signora suocera, e sa egli se con ragione mi lamento.

Cavaliere: Signore, lasciamo queste leggerezze da parte. Stiamo allegramente in buona pace, con buona armonia.

Doralice: Leggerezze le chiamate? leggerezze? Mi avete pure accordato anche voi che io ho ragione, che io sono l'offesa, che non tocca a me cedere.

Isabella: Bravo, signor cavaliere! Vossignoria è quello che consiglia la signora Doralice.

Cavaliere: Io non consiglio nessuno, parlo come l'intendo. Servitor umilissimo di lor signori (parte).

Pantalone: Voleu che ve la diga? Sè una chebba de matti. Destrighevela tra de vualtri, e chi ha la rogna, se la gratta (parte).

Isabella: Son offesa, saprò vendicarmi, e la mia vendetta sarà da dama qual sono. Dottore, andiamo (parte col Dottore).

Doralice: M'impegno colla mia placidezza di confondere e superare tutte le piú furiose del mondo (parte).

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera del conte Anselmo con tavolini

Il conte Anselmo e Brighella

Brighella: Ecco qua. Per tremila scudi la varda quanta gran roba.

Anselmo: Caro Brighella, son fuor di me dall'allegrezza. Qual è la cassa dei crostacei?

Brighella: El numero primo l'è la cassa dei crostacei, dove ghe sarà drento tremila capi de frutti marini, cioè ostreghe, cappe e cose simili, trovade su le cime dei monti.

Anselmo: Questi soli vagliono i tremila scudi.

Brighella: El numero secondo l'è una cassa de pesci petrificadi de tutte le sorte.

Anselmo: Questo sarebbe per la galleria d'un monarca.

Brighella: El numero terzo l'è una cassa con una raccolta de mummie d'Aleppo: tutte de animali uno differente dall'altro, fra i quali gh'è un basilisco.

Anselmo: V'è anche il basilisco?

Brighella: E come! L'è grando come un quaggiotto .

Anselmo: Si sa da dove l'abbiano portato?

Brighella: Se sa tutto. L'è nato da un uovo de gallo.

Anselmo: Sí, sí, ho inteso dire che i galli dopo tanti anni fanno un uovo, da cui nasce poi il basilisco. L'ho sempre creduta una favola.

Brighella: No l'è favola, e là drento gh'è la prova della verità.

Anselmo: Brighella, ti sono obbligato. M'hai fatto fare dei preziosi acquisti.

Brighella: Son un omo fatto a posta per sti negozi; gnancora no la me cognosse intieramente; fra poco la me cognosserà meggio. (Ma el me cognosserà in tempo che m'averò messo in salvo mi e sti bezzi che gh'ho cuccà) (da sé, parte).

 

SCENA SECONDA

Il conte Anselmo, poi Pantalone.

Anselmo: Io ho qui da divertirmi per due o tre mesi. Fino che non ho posto in ordine tutta questa roba, non vado in campagna, non vado in conversazioni, non vado nemmeno fuori di casa. Mi farò portar qui da mangiare. Mi voglio far portar qui un lettino da campagna e dormir qui; cosí non avrò lo stordimento di quella fastidiosissima mia consorte. Non voglio nessuno, non voglio nessuno.

Pantalone: Sior conte, se pol vegnir? (di dentro).

Anselmo: Non voglio nessuno.

Pantalone: La senta, ghe xe sior Pancrazio, quel famoso antiquario (di dentro).

Anselmo: Oh! venga, venga, è padrone. Capperi! Ha saputo che ho fatta questa bella spesa e subito corre.

 

SCENA TERZA

Pantalone, Pancrazio e detto.

Pantalone: Caro sior conte, la sa che ghe son bon amigo.

Anselmo: Compatitemi, ero imbarazzato. Signor Pancrazio, che fortuna è la mia che siate venuto a favorirmi?

Pancrazio: Ho saputo che vossignoria ha fatto una bella compra d'antichità, e sono venuto, se mi permette, a vedere le sue belle cose.

Pantalone: L'ho menà mi, sior conte, l'ho menà mi, perché anca mi ho savesto che l'ha fatto una bella spesa (Credo che l'abbia buttà i bezzi in canal, e pol esser che me riessa d'illuminarlo) (da sé).

Anselmo: Sentite, signor Pancrazio, ora posso dire che in questa città niuno possa arrivare alla mia galleria. Ho delle cose preziose.

Pancrazio: Le vedrò volentieri. Vossignoria sa ch'io ne ho cognizione.

Anselmo: È vero; voi siete il piú pratico e il piú intendente antiquario di Palermo. Date un'occhiata a quelle casse e vedete se son piene di piccoli tesoretti.

Pancrazio: Con sua licenza (va a vedere nelle casse).

Anselmo: Caro signor Pantalone, compatite se vi ho piantato, quando eravamo in camera colle due pazze. Moriva di voglia di veder queste belle cose.

Pantalone: Sior conte, possibile che alla so casa no la ghe voggia pensar gnente?

Anselmo: Se ci penso? E come! Ditemi, come è andata la cosa? Come si è terminato il congresso?

Pantalone: Ghe dirò; dopo che la xe andada via ella...

Anselmo: Ebbene, signor Pancrazio, che dite? Sono cose stupende, cose rare, non più vedute?

Pantalone: (Vardè come che el m'ascolta) (da sé).

Pancrazio: Signor conte, mi permette ch'io parli con libertà?

Anselmo: Sí, dite liberamente il vostro parere.

Pancrazio: Prima di tutto, crede ella ch'io sia un uomo d'onore?

Anselmo: Vi tengo per un uomo illibatissimo, come siete e come vi decanta tutta Palermo.

Pancrazio: Crede ch'io abbia cognizione di queste cose?

Anselmo: Dopo di me, non vi è nessuno meglio di voi.

Pancrazio: Quanto ha pagato tutta questa roba?

Anselmo: Sentite, ma in confidenza, che nessuno lo sappia; l'ho avuta a un prezzo bassissimo. Per tremila scudi.

Pancrazio: Signor conte, in confidenza, che nessuno ci senta: questa è roba che non vale tremila soldi.

Anselmo: Come non vale tremila soldi?

Pantalone: (Bella da galantomo!) (da sé).

Anselmo: L'avete bene osservata?

Pancrazio: Ho veduto quanto basta per assicurarmi di ciò.

Anselmo: Ma i crostacei?

Pancrazio: Sono ostriche trovate nell'immondizie, o gettate dal mare quando è in burrasca.

Pantalone: Trovae sui monti del poco giudizio.

Anselmo: E i pesci petrificati?

Pancrazio: Sono sassi un poco lavorati collo scarpello, per ingannare chi crede.

Pantalone: Ghe sarà anca petrificà e indurio el cervello de qualche antiquario.

Anselmo: E le mummie?

Pancrazio: Sono cadaveri di piccoli cani, e di gatti, e di sorci sventrati e seccati.

Anselmo: Ma il basilisco?

Pancrazio: È un pesce marino che i ciarlatani sogliono accomodare in figura di basilisco, e se ne servono per trattenere i contadini in piazza, quando vogliono vendere il loro balsamo.

Anselmo: Signor Pancrazio, voi m'uccidete, voi mi cavate il cuore. E i quadri, le pitture, le miniature?

Pancrazio: Per quel poco che ho veduto, sono cose che possono valere cento scudi, se vi arrivano.

Anselmo: Dubito, o che vi vogliate prendere spasso di me, o che lo facciate per indurmi a vendervi queste robe a buon mercato; ma v'ingannate, se lo credete.

Pancrazio: Io sono un uomo d'onore. Non son capace d'ingannarvi; ma vi dico bensì che siete stato tradito.

Pantalone: E chi l'ha tradio xe quel baron de Brighella.

Anselmo: Brighella è onorato.

Pantalone: Brighella xe un furbazzo, e ghe lo proverò.

Anselmo: Come lo potete dire! Come lo potete provare?

Pantalone: Se recordela dell'armeno che gh'ha vendú el lume eterno delle piramidi d'Egitto e tutte quell'altre belle cosse?

Anselmo: Me ne ricordo sicuro; e quella pure è stata un'ottima spesa.

Pantalone: Con so bona grazia, l'aspetta un momento: el xe qua, ghel fazzo vegnir (parte).

Anselmo: Avrà qualche altra cosa rara da vendere.

Pancrazio: Caro signor conte, mi dispiace sentire ch'ella getti malamente i suoi denari.

Anselmo: Compatitemi, non ne sono ancor persuaso. Brighella mi ha fatto fare questo negozio. Brighella se ne intende quanto voi, e non è capace d'ingannarmi.

Pancrazio: Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell'onore. Signor conte, io sono venuto per illuminarla, mosso dall'onestà di galantuomo ed eccitato a farlo dal signor Pantalone. Vossignoria è attorniato da bricconi che l'ingannano e le fanno comprare delle porcherie, e però...

Anselmo: Mi maraviglio, me n'intendo; non sono uno sciocco (alterato).

Pancrazio: Servitore umilissimo (parte).

Anselmo: Che caro signor Pancrazio! Parla per invidia. Vorrebbe discreditare la mia galleria, per accreditare la sua. Me n'intendo; conosco; non mi lascio gabbare.

 

SCENA QUARTA

Pantalone, Arlecchino e detto.

Pantalone: (conducendo per mano Arlecchino) Vegní qua, sior, no ve vergognè, no ve tirè indrio; confessè a sior conte la bella vendita che gh'avè fatto, e chi ve l'ha fatta far.

Arlecchino: Siori, ve domando perdon...

Anselmo: (Questi è l'armeno) (da sé). Siete voi l'armeno?

Arlecchino: Sior sí; son un armeno da Bergamo.

Anselmo: Come!

Pantalone: Chi v'ha introdotto in sta casa? Parlè (ad Arlecchino).

Arlecchino: Brighella (sempre timoroso).

Pantalone: A cossa far?

Arlecchino: A vender le strazze al sior antiquario.

Pantalone: Sentela, patron? (ad Anselmo).

Anselmo: Come, stracci? Il lume eterno...

Arlecchino: L'è una luse da oggio che val do soldi.

Anselmo: Oimè! non è il lume eterno trovato nelle piramidi d'Egitto?

Arlecchino: Stara, stara, e mi cuccara.

Anselmo: Ah son tradito, sono assassinato! Ladro infame, anderai prigione.

Pantalone: El ladro, el baron xe Brighella che l'ha menà in casa, e s'ha servido de sto martuffo per tor in mezzo el patron.

Arlecchino: E mi che aveva imparà da quel bon maestro, son po vegnù colle drezze de Lucrezia romana.

Anselmo: Dove sono le treccie di Lucrezia romana?

Pantalone: Eh, no vedela che le xe furbarie? Mi l'ho scoverto, e gh'ho tolto de man tutte quelle cargadure che el vegniva a venderghe a ella.

Anselmo: Ah scellerato! Signor Pantalone, mandiamo a chiamare gli sbirri. Facciamolo cacciar prigione.

Pantalone: Mi no voggio altri impegni; l'ho tegnú qua per disingannarla, e me basta cussí. Va là, tocco de furbazzo. Va lontan de sta casa, e ringrazia el cielo che la te passa cussí.

Arlecchino: Grazie della so carità... (in atto di partire).

Anselmo: Maladetto! ti accopperò (vuol seguirlo).

Arlecchino: No me cuccara, no me cuccara (correndo parte).

 

SCENA QUINTA

Il conte Anselmo e Pantalone.

Pantalone: Cossa disela, sior conte? Brighella xelo un galantomo?

Anselmo: È un briccone, è un traditore.

Pantalone: Cossa vorla far de sti mobili ?

Anselmo: Non saprei... lasciamoli qui, serviranno per accrescere la galleria.

Pantalone: Ah, donca la vol seguitar a tegnir galleria?

Anselmo: Ma che cosa vorreste ch'io facessi, senza questo divertimento?

Pantalone: Vorria che l'abbadasse alla so fameggia. Vorria che se giustasse ste differenze tra niora e madonna.

Anselmo: Bene, aggiustiamole.

Pantalone: Se ghe vorla metter de cuor?

Anselmo: Mi ci metterò con tutto lo spirito.

Pantalone: Se la farà cussí, no mancherò de assisterla dove che poderò. Me preme mia fia, no gh'ho altri al mondo che ella. La vorave veder quieta e contenta; se se pol, ben; se no, sala cossa che farò? La torrò suso e la menerò a casa mia.

Anselmo: Signor Pantalone, preme anche a me la mia pace Voglio che ci mettiamo in quest'affare con tutto lo spirito.

Pantalone: La me consola; me vien tanto de cuor.

Anselmo: Caro amico, giacché avete dell'amore per me, fatemi una finezza.

Pantalone: Comandela qualcossa? Son a servirla.

Anselmo: Prestatemi otto o dieci zecchini, che poi, ricuperando quei di Brighella, ve li renderò.

Pantalone: La toga, e la se serva.

Anselmo: Ve li renderò.

Pantalone: Me maraveggio. Vago da mia fia. La vaga ella dalla siora contessa, e vedemo de pacificarle.

Anselmo: Operate voi, e opererò ancor io.

Pantalone: Vorave aver da giustar un fallimento in piazza, piuttosto che trattar una pase tra niora e madonna (parte).

Anselmo: Giacché ho questi dieci zecchini, non voglio tralasciare di comprare quei due ritratti del Petrarca e madonna Laura. In questi son sicuro che spendo bene il denaro. Non mi lascerò più ingannare. Imparerò a mie spese. Imparerò a mie spese (parte).

 

SCENA SESTA

Camera con tre porte, due laterali ed una in prospetto

Il Cavaliere da una parte laterale, il Dottore dall'altra;

poi tutti i personaggi vanno e vengono in questa scena,

e tutte le loro entrate e tutte le loro sortite non fanno che una scena sola.

Dottore: Caro signor cavaliere, giacché siamo qui soli, e che nessuno ci sente, mi permette ch'io le dica quattro parole, da suo servitore e da buon amico?

Cavaliere: Dite pure, v'ascolto.

Dottore: Non sarebbe meglio che vossignoria per la parte della nuora, ed io per la parte della suocera, procurassimo di far questa pace?

Cavaliere: Io non ho questa autorità sopra la signora Doralice.

Dottore: Nemmeno io sopra la signora Isabella, ma spero che, se le parlerò, si rimetterà in me.

Cavaliere: Cosí spererei anch'io della contessina.

Dottore: Facciamo una cosa, proviamo, e se ci riesce di far questo bene, avremo il merito di mettere in quiete, in concordia, tutta questa famiglia.

Cavaliere: Benissimo, vado a ricevere le commissioni dalla signora Doralice.

Dottore: Ed io nello stesso tempo dalla signora Isabella.

Cavaliere: Attendetemi, che ora torno (entra nell'appartamento di Doralice).

Isabella: (esce) Signor dottore, che discorsi avete avuti col cavaliere?

Dottore: Tanto egli che io desideriamo di procurare la sua quiete, la sua pace, la sua tranquillità.

Isabella: Fino che colei sta in questa casa, non l'avrò mai. Ditemi, il cavaliere continua a dichiararsi per Doralice?

Dottore: Egli è un galantuomo, che fa per l'una e per l'altra parte. Mi creda. Si fidi di me, si rimetta in me, e le prometto che ella sarà contenta.

Isabella: Benissimo, io mi rimetto in voi.

Dottore: Quello che farò io, sarà ben fatto?

Isabella: Sarà ben fatto.

Dottore: Lo approverà?

Isabella: L'approverò.

Dottore: Dunque stia quieta, e non pensi altro.

Isabella: Avvertite però di non risolver niente, senza ch'io lo sappia.

Dottore: In questa maniera ella non si rimette in me.

Isabella: Vi lascio la libertà di trattare.

Dottore: Ma non di concludere?

Isabella: Signor no, di concludere no.

Dottore: Dunque tratteremo.

Isabella: Il primo patto, che Doralice vada fuori di questa casa.

Dottore: E la dote?

Isabella: Prima la mia, e poi la sua.

Dottore: S'ha da rovinare la casa?

Isabella: Rovinar la casa, ma via Doralice.

Dottore: Eccola.

Isabella: Temeraria! Ha tanto ardire di venirmi davanti gli occhi? Il sangue mi bolle. Non la voglio vedere. Venite con me (entra nel suo appartamento).

Dottore: Vengo. Ho paura che non facciamo niente (entra).

Doralice: (esce, e il Cavaliere corre dal suo appartamento) Vedete! Io vengo per parlare con lei, ed ella mi fugge.

Cavaliere: Giacché siete tanto discreta e ragionevole, mi date licenza che, salve tutte le vostre convenienze, tratti l'aggiustamento con vostra suocera?

Doralice: Sí mi farete piacere.

Cavaliere: Volete rimettervi in me?

Doralice: Vi do ampia facoltà di far tutto.

Cavaliere: Mi date parola?

Doralice: Ve la do, con patto però che l'aggiustamento sia fatto a modo mio.

Cavaliere: Prescrivetemi le condizioni.

Doralice: Una delle due, o che io debba essere la padrona in questa casa, senza che la suocera se ne abbia da ingerire punto, né poco; o ch'io voglio la mia dote, e tornarmene in casa di mio padre.

Cavaliere: Troveremo qualche temperamento.

Doralice: Sí, via, trovate de' mezzi termini, de' buoni temperamenti; ma ricordatevi che non voglio restare al disotto una punta di spilla (va nel suo appartamento).

Cavaliere: Oh, questo è un grande imbarazzo! Ma ecco il dottore. Sentiamo che cosa dice della contessa Isabella.

Dottore: (esce dall'appartamento d'Isabella) Signor cavaliere, ha parlato colla signora Doralice?

Cavaliere: Signor sí, ho parlato ed ho facoltà di trattare.

Dottore: Io pure ho l'istessa facoltà da quest'altra.

Cavaliere: Dunque trattiamo. Vi faccio a prima giunta un progetto alternativo. O la signora Doralice vuol esser anch'ella padrona in questa casa, o vuole la sua dote e se n'anderà con suo padre.

Dottore: Rispondo per la signora contessa. Se vuole andare, se ne vada; ma prima s'ha da levare la dote della suocera, e poi quella della nuora.

Cavaliere: Facciamo così: che la signora Isabella dia il maneggio alla nuora di quattrocento scudi l'anno, e penserà ella alle spese per sé e per la cameriera.

Dottore: Con licenza, ora torno (va da Isabella, poi torna).

Cavaliere: Non può risolvere. Anch'egli ha lo stesso arbitrio che ho io. Questa sarebbe la meglio. Ognun pensar per sé.

Dottore: (ritorna dall'appartamento d'Isabella) Quattrocento scudi non si possono accordare. Se n'accorderanno trecento.

Cavaliere: Attendetemi, che ora vengo (va da Doralice).

Dottore: È plenipotenziario anch'egli, come sono io.

Pantalone: (esce dalla porta di mezzo) Sior dottor, la riverisco (incamminandosi verso l'appartamento di Doralice).

Dottore: Dove, signor Pantalone?

Pantalone: Da mia fia.

Dottore: Ora si tratta l'aggiustamento fra lei e la suocera.

Pantalone: E chi lo tratta sto aggiustamento?

Dottore: Per la sua parte il cavaliere del Bosco.

Pantalone: Come gh'intrelo sto sior cavalier?

Cavaliere: (ritorna dall'appartamento di Doralice) L'aggiustamento è fatto.

Pantalone: Sí? come, cara ella? (Anselmo esce dalla porta di mezzo).

Dottore: Signor conte, l'aggiustamento è fatto.

Anselmo: Ne godo, ne godo; e come?

Cavaliere: La signora Doralice si contenta di trecento scudi l'anno.

Dottore: E la signora contessa Isabella glieli accorda.

Pantalone: Xela matta mia fia? Adesso mo. (va da Doralice, poi torna).

Anselmo: È spiritata mia moglie; ora mi sentirà (va da Isabella).

Cavaliere: Questi vecchi vogliono guastare il nostro maneggio (al Dottore).

Dottore: Questa era una convenzione onesta, perché, per dirla, la signora Doralice è troppo inquieta.

Cavaliere: Ha ragione se vede di mal occhio la suocera, per tutto quello che ha saputo dire di lei.

Dottore: Anzi la nuora ha strapazzata la suocera fieramente.

Cavaliere: Siete male informato.

Dottore: Ehi, Colombina.

Colombina: (esce dalla camera d'Isabella) Signore.

Dottore: Dimmi un poco, che cosa ha detto la signora Doralice della contessa Isabella?

Colombina: Oh! io non so nulla.

Cavaliere: Non crediate a costei, mentre ella alla signora Doralice ha detto tutto il male della sua padrona.

Colombina: Io non ho detto nulla.

Cavaliere: Credetemelo, da cavaliere.

Dottore: Dunque la ciarliera di Colombina ha messo male fra queste due signore.

Cavaliere: Senz'altro.

Dottore: Vado dalla contessa Isabella (va da Isabella).

Colombina: Avete fatto una bella cosa! (al Cavaliere).

Cavaliere: Bricconcella, tu sei stata quella che ha detto male della nuora alla suocera? Ora vado dalla signora Doralice a scuoprire le tue iniquità (va da Doralice).

Colombina: Oh, questa è bella! Se mi pagano acciò dica male, non l'ho da fare?

Anselmo: (ritorna dall'appartamento d'Isabella) Tu, disgraziata, sei cagione di tutto (va da Doralice).

Colombina: Anche questo stolido l'ha con me.

Dottore: (dall'appartamento d'Isabella) Or ora si scoprirà ogni cosa (va nell'appartamento di Doralice).

Colombina: Mi vogliono tutti mangiare.

Pantalone: (dall'appartamento di Doralice) Xe vero, desgraziada, che ti ha dito mal de mia fia alla to parona?

Colombina: Io non so niente.

Pantalone: Aspetta, aspetta (va da Isabella).

Colombina: Credono di farmi paura.

Anselmo: (dall'appartamento di Doralice) Or ora ho scoperto tutto. Te n'accorgerai (va da Isabella).

Colombina: Principio ad avere un poco di paura.

Dottore: (dall'appartamento di Doralice) Non me lo sarei mai creduto: oh che lingua! (va da Isabella).

Colombina: Sono in cattura davvero.

Cavaliere: (dall'appartamento di Doralice) Colombina, sei scoperta. Tu sei quella che hai riportato le ciarle da una parte e dall'altra. Ora tutte sono contro di te, e vogliono che tu ne paghi la pena. Ti consiglio andartene.

Colombina: Ma dove? povera me! Dove?

Cavaliere: Presto, va nella tua camera e chiuditi dentro. Vedrò io d'aiutarti.

Colombina: Per amor del cielo, non mi abbandonate.

Cavaliere: Presto, che vien gente.

Colombina: Maladetta fortuna! E stato quel zecchino al mese che m'ha acciecata (parte per la porta di mezzo).

Cavaliere: Ora che si è scoperta la malizia di costei, è piú facile l'accomodamento.

Giacinto: (esce dalla porta di mezzo) Cavaliere, che ha Colombina che piange e pare spaventata?

Cavaliere: È stata scoperta essere quella che ha seminato discordie fra suocera e nuora; ed ora fra esse trattasi l 'aggiustamento.

Giacinto: Voglia il cielo che segua!

Dottore: (dall'appartamento d'Isabella) La signora Isabella è persuasa di tutto, e se la signora Doralice verrà nella sua camera a riverirla, l'abbraccerà con amore e con tenerezza.

Cavaliere: Vado a dirlo alla signora Doralice (va da Doralice).

Giacinto: Dunque mia madre è placata?

Dottore: Placatissima; tutto è accomodato.

Giacinto: Sia ringraziato il cielo!

Cavaliere: (dall'appartamento di Doralice) La signora Doralice è prontissima a ricevere l'abbraccio della signora Isabella. Ma che venga ella nella sua camera.

Dottore: Glielo dirò, ma dubito non si farà nulla (va da Isabella).

Giacinto: Mi pare veramente che tocchi a mia moglie.

Cavaliere: Pretende ella d'essere l'offesa.

Pantalone: (dall'appartamento d'Isabella) Mia fia no vol vegnir da so madonna? Aspettè, aspettè, che anderò mi a farla vegnir, e la vegnirà (va da Doralice).

Giacinto: Vedete? Anche suo padre le dà il torto.

Cavaliere: Il buon vecchio fa per metter bene.

Anselmo: (dall'appartamento d'Isabella) Oh questa sì ch'è bella! La suocera anderà ad umiliarsi alla nuora?

Pantalone: (dall'appartamento di Doralice) La xe giustada. Mia fia vegnirà da siora contessa; basta che la ghe vegna incontra co la la vede, per darghe coraggio.

Anselmo: Bene, bene, lo farà. Vado a dirlo a mia moglie (va da Isabella).

Pantalone: Vardè cossa che ghe vol a unir ste do donne!

Cavaliere: Voi l'avete ridotta a fare un bel passo (a Pantalone).

Giacinto: Lodo la vostra prudenza (a Pantalone).

Dottore: (dall'appartamento d'Isabella) Signor Pantalone, dite pure a vostra figlia che non s'incomodi altrimenti.

Pantalone: Perché ?

Dottore: Perché la signora contessa dice così che, essendo dama, non si deve muovere dalla sedia per venire a riceverla.

Cavaliere: Ora vado io a dirlo alla signora Doralice (va da Doralice).

Pantalone: Vardè che catarri, vardè che freddure!

Giacinto: Anderò io da mia madre, e vedrò di persuaderla.

Pantalone: Sí, caro fio, fe sto ben.

Giacinto: Mia madre a me non dirà di no (va da Isabella).

Pantalone: E a vu mo la ve par una bella cossa? (al Dottore).

Dottore: La pretensione non è stravagante.

Pantalone: Mia fia no la gh'ha tante pretension.

Cavaliere: (dall'appartamento di Doralice) Dice la signora Doralice, che non è dama, ma ha portato ventimila scudi di dote, e non vuol essere strapazzata.

Dottore: Vado subito a dirlo alla signora contessa.

Pantalone: Vegní qua, fermeve.

Dottore: Viene o non viene?

Doralice: (sulla porta; la contessa Isabella dal suo appartamento) Signor no, non vengo. Dite alla vecchia, che se vuol, venga lei.

Isabella: Sfacciatella, a me vecchia?

Doralice: Signora giovinetta, la riverisco (parte).

Isabella: O via lei, o via io (parte).

Pantalone: Oh poveretto mi! Coss'è sta cossa?

Cavaliere: La signora Doralice ha ragione.

Dottore: Avete sentito vostra figlia? (a Pantalone).

Pantalone: Oh che donne! Oh che donne!

Anselmo: (dall'appartamento d'Isabella) Le mie medaglie, le mie medaglie. Mai piú non m'intrico con queste pazze. Dite quel che volete, voglio spendere il mio tempo nelle mie medaglie (parte per la porta di mezzo).

Pantalone: Oh che matti! Oh che casa da matti!

Giacinto: (dalla camera d'Isabella) Signor suocero, son disperato.

Pantalone: Coss è stà?

Giacinto: Avete sentito? Mia moglie ha detto vecchia a mia madre, mia madre ha detto sfacciatella a mia moglie. Vi è il diavolo in questa casa, vi è il diavolo (parte per la porta di mezzo).

Pantalone: Se ghe xe el diavolo, che el ghe staga. No so cossa farghe, gh'ho tanto de testa. No so in che mondo che sia.

Cavaliere: Anderò io a placare la signora Doralice.

Dottore: E io anderò a calmare la signora Isabella.

Pantalone: E mi credo che vualtri siè quelli che le fazza deventar sempre pezo.

Cavaliere: Io sono un cavaliere onorato.

Dottore: Io non sono un ragazzo.

Cavaliere: Saprà la signora Doralice il torto che voi mi fate (va da Doralice).

Dottore: Voglio dire alla signora contessa in qual concetto mi tiene il signor Pantalone (va da Isabella).

Pantalone: Oh che bestie! Ma stimo quel vecchio matto. Se pol dar! Come che el se mette anca ello in riga de protettor! E mia fia col cavalier che la serve? E quel matto de mio zenero lo comporta? Questi xe i motivi delle discordie de sta fameggia. Donne capricciose; marii senza cervello, serventi per casa. Bisogna per forza che tutto vaga a roverso (parte).

 

SCENA SETTIMA

Altra camera del conte Anselmo

Il conte Anselmo, poi il contino Giacinto.

Anselmo: Se avessi atteso solamente alle medaglie e ai cammei, non mi sarebbe successo quello che mi è successo. Maladetto Brighella! Mi ha rovinato.

Giacinto: Brighella non si trova piú; egli è partito di Palermo, e non si sa per qual parte.

Anselmo: Pazienza! Mi ha rovinato.

Giacinto: Ah signor padre, siamo rovinati tutti. Dei ventimila scudi non ve ne sono piú. Alla raccolta vi è tempo. E per mangiare ci converrà far dei debiti.

Anselmo: Se lo dico: Brighella mi ha rovinato.

Giacinto: E per condimento delle nostre felicità, abbiamo una moglie per uno, che formano una bella pariglia.

Anselmo: Io non ci penso piú.

Giacinto: E chi ci ha da pensare?

Anselmo: Oh! non ci penso piú. M'hanno fatto impazzire tanto che basta.

 

SCENA OTTAVA

Pantalone e detti.

Pantalone: Con so bona grazia.

Anselmo: (Eccolo qui il mio tormento) (da sé).

Pantalone: Sior conte, sior zenero, i me compatissa, se vegno avanti arditamente. Se tratta de assae, se tratta de tutto, e qua bisogna trovarghe qualche remedio.

Anselmo: Io lascio fare a voi.

Pantalone: Ella vol tender alle so medaggie.

Anselmo: Fin che posso, non le voglio lasciare.

Pantalone: E vu, sior zenero, cossa diseu? Ve par che se possa tirar avanti cussí? Ve par che vaga ben i affari della vostra casa?

Giacinto: Io dico che in poco tempo ci ridurremo miserabili piú di prima.

Pantalone: Sior conte, sentela cossa che dise so fio?

Anselmo: Lo sento, ma non so come rimediarvi.

Pantalone: Se vorla redur a non aver da magnar?

Anselmo: Ci sono l'entrate.

Pantalone: Co le se magna in erba, no le frutta el terzo. E de ste care niora e madonna, cossa disela?

Anselmo: Io dico che non si può far peggio.

Pantalone: No la pensa a remediarghe?

Anselmo: Io non ci vedo rimedio.

Pantalone: Ghe lo vederave ben mi, se gh'avesse un poco d'autorità in sta casa.

Anselmo: Caro signor Pantalone, io vi do tutta l'autorità che volete.

Giacinto: Sí, caro signor suocero, prendete voi l'economia della nostra casa; assisteteci per amor del cielo; fatelo per vostra figlia, per il vostro sangue.

Pantalone: Me despiase che anca ella xe mezza matta. Ma in casa mia no la giera cussí; la s'ha fatto dopo che la xe qua, onde spereria con facilità redurla in tel stato de prima.

Anselmo: Anche mia moglie una volta era una buona donna, ora è diventata un serpente.

Pantalone: Credeme, patroni, che ste donne le xe messe suso da sti so conseggieri.

Anselmo: Credo anch'io ch'ella sia cosí.

Giacinto: Ne dubito ancora io.

Pantalone: Qua ghe vol resoluzion. Vorla che mi ghe fazza da fattor, da spendidor, da mistro de casa, senza vadagnar un soldo, e solamente per l'amor che porto a mia fia, a mio zenero e a tutta sta casa?

Giacinto: Lo volesse il cielo!

Anselmo: Non mi levate le mie medaglie, e per il resto vi do amplissima facoltà di far tutto.

Pantalone: Do righe de scrittura, che me fazza arbitro del manizo e dell'economia della casa, e m'impegno che in pochi anni la se vederà qualche centener de zecchini; e criori ghe ne sarà pochi.

Anselmo: Fate la carta, ed io la sottoscriverò.

Pantalone: La carta non ho aspettà adesso a farla; xe un pezzo che vedo el bisogno che ghe ne giera. Gh'ho da zontar do o tre capitoletti, e credo che l'anderà ben. Andemola a lezer in tel so mezzà.

Anselmo: Non vi è bisogno di leggerla. La sottoscrivo senz'altro.

Pantalone: Sior no. Voi che la la senta, e che la la sottoscriva alla presenza de testimoni, e cussí anca el sior zenero.

Giacinto: Lo farò con tutto il cuore.

Anselmo: Andiamo, ma ci siamo intesi: il primo patto che non mi tocchiate le mie medaglie (parte).

Pantalone: Poverazzo! Anche questa xe una malattia: chi vol varirlo, no bisogna farlo violentemente, ma un pochetto alla volta.

Giacinto: Caro signor suocero, vi raccomando la quiete della nostra famiglia. Mio padre non è atto per questa briga; fate voi da capo di casa, e son certo che, se il capo avrà giudizio, tutte le cose anderanno bene (parte).

Pantalone: Questa xe la verità. El capo de casa xe quello che fa bona e cattiva la fameggia. Vôi veder se me riesse de far sto ben, de drezzar sta barca, e za che co ste donne no se pol sperar gnente colle bone, vôi provarme colle cattive (parte).

 

SCENA NONA

La contessa Isabella ed il Dottore.

Isabella: Non mi parlate piú di riconciliarmi con Doralice, perché è impossibile.

Dottore: Ella ha ragione, signora contessa.

Isabella: Può darsi una impertinente maggiore di questa?

Dottore: È una petulante.

Isabella: Assolutamente, assolutamente, la voglio fuori di questa casa.

Dottore: Savissima risoluzione.

Isabella: Io sono la padrona.

Dottore: È verissimo.

Isabella: E non è degna di stare in casa con me.

Dottore: Non è degna.

Isabella: Dottore, se mio marito non la manda via, voglio che le facciate fare un precetto.

Dottore: Ma! vuole accendere una lite?

Isabella: Non siete capace di sostenerla?

Dottore: Per me la sosterrò; ma s'ella anderà via, vorrà la dote.

Isabella: La dote, la dote! Sempre si mette in mezzo la dote. V'ho detto un'altra volta, che prima vi è la mia.

Dottore: È verissimo, ma la dote della signora Doralice ascende a ventimila scudi, e la sua non è che di due mila.

Isabella: Siete un ignorante, non sapete niente.

Dottore: (Già, quando non si dice a modo suo, si comparisce ignorante) (da sé).

 

SCENA DECIMA

Pantalone, il conte Anselmo e detti.

Isabella: Che cosa c'è, signori miei? qualche altra bella novità al solito?

Anselmo: La novità la sentirete or ora.

Pantalone: La compatissa se vegno a darghe un poco d'incomodo.

Isabella: Vostra figlia ha poco giudizio.

Pantalone: Adessadesso la sarà qua anca ella.

Isabella: Ella qui? Come c'entra nelle mie camere?

Anselmo: Deve venire per un affar d'importanza.

Isabella: E non vi è altro luogo che questo?

Pantalone: Avemo fatto per no incomodarla ella fora della so camera.

Isabella: La riceverò come merita.

Pantalone: La la riceva come che la vol, che n'importa.

 

SCENA ULTIMA

Doralice, Giacinto, il Cavaliere Del Bosco e detti.

Cavaliere: Servitor umilissimo di lor signori.

Anselmo: Sediamo, sediamo. (Tutti siedono)

Doralice: Si può sapere per che cosa mi avete condotta qui? (a Giacinto).

Giacinto: Or ora lo saprete.

Anselmo: Moglie mia carissima, nuora mia dilettissima, sappiate ch'io non sono piú capo di casa.

Isabella: Già si sa, quest'impiccio ha da toccare a me.

Anselmo: Non dubitate, l'impiccio non tocca a voi. Il signor Pantalone ha assunto l'impegno di regolare la nostra casa. Mio figlio ed io abbiamo ceduto a lui tutte le nostre azioni e ragioni, e abbiamo sottoscritto alcuni capitoli, che ora anche voi sentirete.

Isabella: Questo è un torto che fate a me.

Doralice: In quanto a questo poi, in mancanza del capo di casa, tocca a me.

Isabella: Io sono la padrona principale.

Dottore: Brava!

Pantalone: Orsù, un poco de silenzio. Mi lezerò i capitoli della convenzion fermada e sottoscritta, e che i l'ascolta, perché ghe xe qualcossa per tutti.

Capitoli convenzionali. Primo.

Anselmo: Che io possa divertirmi colle medaglie.

Pantalone: Primo, che Pantalon dei Bisognosi abbia da riscuotere tutte l'entrate appartenenti alla casa del conte Anselmo Terrazzani, tanto di città che di campagna.

Isabella: E consegnar il denaro o a mio marito, o a me.

Doralice: (La signora economa!) (da sé).

Pantalone: Secondo, che Pantalon abbia da provveder la casa di detto conte Anselmo di vitto e vestito a tutti della casa medesima.

Doralice: Ho bisogno di tutto, che non ho niente di buono.

Pantalone: Terzo, che sia in arbitrio di detto Pantalon di procurar i mezzi per la quiete della famiglia, e sopra tutto per far che stiano in pace la suocera e la nuora di detta casa.

Isabella: È impossibile, è impossibile.

Doralice: È un demonio, è un demonio.

Pantalone: Quarto, che né l'una né l'altra di dette due signore abbiano d'avere amicizie continue e fisse, e quella che ne volesse avere, possa essere obbligata andar ad abitare in campagna.

Isabella: Oh, questo è troppo!

Doralice: Questo capitolo offende la civiltà.

Cavaliere: Questo capitolo offende me. L'intendo, signori miei, l'intendo; e giacché vedo che la mia servitú colla signora Doralice si rende a voi molesta, parto in questo punto, mentre un cavalier ben nato non deve in verun modo contribuire all'inquietudine delle famiglie. (Mai piú vado in veruna casa, ove vi siano suocera e nuora) (da sé, parte).

Doralice: Se è andato via il cavaliere, non resterà nemmeno il dottore.

Pantalone: Cossa disela, sior dottor, ala visto con che prudenza ha operà el sior cavalier?

Isabella: Il signor dottore non ha da partire di casa mia

Dottore: La nostra è amicizia vecchia.

Pantalone: Giusto per questo la s'averia da fenir.

Dottore: La finirò; anderò via e non ci tornerò piú; ma vorrei sapere per che causa con una sí bella frase si licenzia di casa un galantuomo della mia sorta.

Pantalone: Co nol savè, ve lo dirò mi, sior. Perché vualtri che volè far i ganimedi, no sè boni da altro che da segondar i mattezzi.

Dottore: Ho secondato la signora contessa Isabella, perché, quando si ha della stima per una persona, non le si può contraddire. Vado via, signora contessa.

Isabella: L'ho sempre detto che siete un dottore senza spirito e senza dottrina.

Dottore: Sentono, miei signori? Dopo che ho l'onore di servirla, queste sono le finezze che ho sempre avute (parte).

Pantalone: Andemo avanti coi capitoli. Quinto, che ste due signore suocera e nuora, per maggiormente conservar la pace fra loro, abbiano d'abitare in due diversi appartamenti, una di sopra ed una di sotto.

Isabella: Quello di sopra lo voglio io.

Doralice: Io prenderò quello di sotto, che farò meno scale.

Pantalone: Sentiu? Le se scomenza a accordar. Sesto che si licenzi di casa Colombina.

Isabella: Sí, sí, licenziarla.

Doralice: Sí, mandarla via.

Pantalone: Anca qua le xe d'accordo. Via, me consolo; da brave, alla presenza dei so maridi, che le se abbrazza, che le se basa in segno de pase.

Isabella: Oh! questo poi no.

Doralice: Non sarà mai vero.

Pantalone: Via, quella che sarà la prima a abbrazzar e basar quell'altra, la gh'averà sto anello de diamanti (mostra un anello).

Tutte due s'alzano un poco in atto di andar ad abbracciar l'altra, poi si pentono e tornano a sedere.

Isabella: (Piuttosto crepare!) (da sé).

Doralice: (Piuttosto senza anelli tutto il tempo di vita mia!) (da sé).

Pantalone: Gnanca per un anello de diamanti?

Anselmo: Se è antico, lo prenderò io.

Pantalone: Orsú, vedo che xe impossibile de far che le se abbrazza, che le se basa, che le se pacifica, e se le lo fasse le lo farave per forza, e doman se tornerave da capo. Avè sentio i capitoli; mi son el direttor de sta casa, e mi penserò a provveder tutto, e no lasserò mancar el bisogno. Sior conte, che el tenda pur alle so medaggie, e ghe fazzo un assegnamento de cento scudi all'anno per soddisfarse. Sior zenero m'agiuterà a tegnir l'economia della casa, e cussí l'imparerà. Vualtre do sè stae nemighe per causa de una serva pettegola e de do conseggieri adulatori e cattivi; remosse le cause, sarà remossi i effetti. Siora contessa Isabella, che la vaga in tel so appartamento de sora, mia fia in quel de sotto. Ghe darò una cameriera per una, ghe farò per un poco tola separada, e no vedendose e no trattandose, pol esser che le se quieta; e questo xe l'unico remedio per far star in pase la Niora e la Madonna.

Fine della Commedia

Biblioteca

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011