Carlo Goldoni

La bottega del caffè

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta

in Mantova la Primavera dell'Anno 1750.

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I classici Mondadori Fondazione Borletti, vol. III, A. Mondadori editore, Milano 1939

 

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR CONTE

LODOVICO WIDIMAN

NOBILE PATRIZIO VENETO

 FRA i Protettori miei benignissimi posso annoverar per mia gloria il Nome grande di V. E., e siccome cresce in noi il godimento di un bene, allorché di possederlo pubblico vanto dar ci possiamo, aspirai da gran tempo a tale felicità, che reca a me sommo onore, e alle Opere mie un singolare vantaggio. Varie son le cagioni, onde pregevole al sommo riconoscere può ciascuno la protezione dell'E. V., o se riguardo si abbia all'antichità del nobilissimo suo Casato, alla ricchezza del patrimonio, agli onori, alle dignità, allo splendore della Famiglia, illustre non meno nella Germania che nell'Italia; ma ciò che maggiormente si ha in pregio dagli uomini di buon senso, consiste nelle virtù dell'animo e nel sapere, di cui l'E. V. cotanto abbonda; laonde dichiarandosi Ella in favore di qualche opera, o di qualche Autore, l'accredita col di Lei nome e dalle critiche lo difende. Le mie Commedie precisamente hanno questo di buono, mercè della grazia benignissima che loro l'E. V. comparte, che non possono essere disprezzate, quando Ella le approva. Fra gli studi più elevati e più seri, de' quali per ornamento suo si compiace, non esclude quelli della Commedia, amandola anzi talmente, che fra i sontuosi trattamenti della sua magnifica Villeggiatura, la rende il più caro oggetto del suo piacere e dell'altrui amenissimo divertimento. L'estemporana Commedia quella è che Italiana unicamente può dirsi, poiché da altre Nazioni non fu trattata; e questa, che sulle pubbliche scene sembra ormai declinata, brilla e risplende nel di Lei delizioso Bagnoli, dove i più nobili e i più valorosi Soggetti ad esaltarla s'impiegano.

Se l'E. V., perfettissimo conoscitore di cotal genere di Teatrali Rappresentazioni, delle Opere mie si compiace, niuno ardirà lacerarle, e le rispetteranno i maligni in grazia di un sì venerabile Nome e della sua validissima protezione, di cui supplicandola più che mai, con profondissimo ossequio mi rassegno

Di V. E.

Umiliss. Divotiss. e Obbligatiss. Serv.

CARLO GOLDONI

L'AUTORE A CHI LEGGE

Quando composi da prima la presente Commedia, lo feci col Brighella e coll'Arlecchino, ed ebbe, a dir vero, felicissimo incontro per ogni parte. Ciò non ostante, dandola io alle stampe, ho creduto meglio servire il Pubblico, rendendola più universale, cambiando in essa non solamente in toscano i due Personaggi suddetti, ma tre altri ancora, che col dialetto veneziano parlavano.

Corse in Firenze una Commedia con simil titolo e con vari accidenti a questa simili, perché da questa copiati. Un amico mio di talento e di spirito fece prova di sua memoria; ma avendola uno o due volte sole veduta rappresentare in Milano, molte cose da lui inventate dovette per necessità framischiarvi. Donata ho all'amicizia la burla, ed ho lodato l'ingegno; nulladimeno, né voglio arrogarmi il buono che non è mio, né voglio che passi per mia qualche cosa che mi dispiace.

Ho voluto pertanto informare il Pubblico di un simil fatto, perché confrontandosi la mia, che ora io stampo, con quella dell'amico suddetto, sia palese la verità, e ciascheduno profitti della sua porzione di lode, e della sua porzione di biasimo si contenti.

Questa Commedia ha caratteri tanto universali, che in ogni luogo ove fu ella rappresentata, credevasi fatta sul conio degli originali riconosciuti. Il Maldicente fra gli altri trovò il suo prototipo da per tutto, e mi convenne soffrir talora, benché innocente, la taccia d'averlo maliziosamente copiato. No certamente, non son capace di farlo.

I miei caratteri sono umani, sono verisimili, e forse veri, ma io li traggo dalla turba universale degli uomini, e vuole il caso che alcuno in essi si riconosca. Quando ciò accade, non è mia colpa che il carattere tristo a quel vizioso somigli; ma colpa è del vizioso, che dal carattere ch'io dipingo, trovasi per sua sventura attaccato.

Dalle Memorie

Carlo Goldoni, Commedie scelte, per Nicolò Zanon Bettoni, Padova 1811, vol. I, cap. LX

... Presi la La Bottega da caffè dalla classe della cittadinanza. Il luogo della scena, che mai non varia, merita qualche attenzione. Egli è una piazzetta della città di Venezia, in cui si vedono tre botteghe in faccia: Quella di mezzo è una bottega da caffè; quella che le sta a dritta è bottega da perrucchiere; e l'altra è d'un biscazziere. Da una parte evvi fra due strade una picciola casa abitata da una Ballerina, e dall'altra una Locanda.

Ecco un'unità di luogo esattissima. I rigoristi questa volta saranno di me contenti; ma lo saranno essi pure dell'azione? Non diranno essi forse che il soggetto di questa Commedia è complicato, e che l'interesse è diviso?

A quelli che facessero tali discorsi potrei rispondere, ch'io nel titolo di questa Commedia non presento un'istoria, una passione, un carattere, ma una bottega da caffè, in cui si fanno molte azioni ad un tempo, e laddove molte persone son portate da varj interessi; e se ho la fortuna di stabilire un rapporto essenziale fra questi differenti oggetti e di renderli necessarj l'uno all'altro, credo d'aver adempito ai miei doveri, sormontando ancora maggiori difficoltà.

Converrebbe leggere l'intiera Commedia per giudicarne: vi sono altrettanti caratteri, che personaggi.

Quelle che fanno maggior figura sono due persone unite in matrimonio, delle quali il marito è posto sulla cattiva strada, e la moglie è virtuosa e paziente.

Il padrone della bottega da caffè, uomo onesto, pronto a render servizio, ed officioso s'interessa per l'unione di questo matrimonio infelice, e perviene a corregger l'uno ed a rendere l'altra fortunata e contenta.

Evvi un maldicente parabolano, molto comico ed originale, che mostrasi appunto per uno di quei flagelli dell'umanità soliti ad inquietar tutti, e che annojando quanti venivano alla bottega da caffè, luogo della scena, inquietava soprattutto i due amici del caffettiere.

Il maligno è punito; poichè scoprendo per ischerzo i monopolj del tristo biscazziere  che teneva giuoco accanto al caffè, questo sciagurato è fatto prigioniere, ed il ciarlone maledico è vilipeso e scacciato dalla bottega qual delatore.

Questa Commedia ebbe un incontro fortunatissimo: l'unione ed il contrasto de' caratteri non poteva mancar di piacere; e quello del maldicente era applicato a molte persone già note. Una fra le altre se la prese molto contro di me, fui minacciato, e parlavasi di stoccate, di coltellate e di pistolettate; ma curiosi forse di veder sedici Commedie nuove in un anno, mi diedero il tempo di terminarle.

 

PERSONAGGI

 Ridolfo caffettiere

Don Marzio gentiluomo napolitano

Eugenio mercante

Flaminio sotto nome di Conte Leandro

Placida moglie di Flaminio, in abito di pellegrina

Vittoria moglie di Eugenio

Lisaura ballerina

Pandolfo biscazziere

Trappola garzone di Ridolfo

Un Garzone del parrucchiere, che parla

Altro Garzone del caffettiere, che parla

Un Cameriere di locanda, che parla

Capitano di birri, che parla

Birri, che non parlano

Altri camerieri di locanda, che non parlano

Altri garzoni della bottega di caffè, che non parlano

La scena stabile rappresenta una piazzetta in Venezia, ovvero una strada alquanto spaziosa con tre botteghe: quella di mezzo ad uso di caffè; quella alla diritta, di parrucchiere e barbiere; quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia biscazza; e sopra le tre botteghe suddette si vedono alcuni stanzini praticabili appartenenti alla bisca, colle finestre in veduta della strada medesima. Dalla parte del barbiere (con una strada in mezzo) evvi la casa della ballerina, e dalla parte della bisca vedesi la locanda con porte e finestre praticabili.

 ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

Ridolfo, Trappola e altri garzoni

Ridolfo: Animo, figliuoli, portatevi bene; siate lesti e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà: perché tante volte dipende il credito di una bottega dalla buona maniera di quei che servono.

Trappola: Caro signor padrone, per dirvi la verità, questo levarsi di buon ora, non è niente fatto per la mia complessione.

Ridolfo: Eppure bisogna levarsi presto. Bisogna servir tutti. A buon'ora vengono quelli che hanno da far viaggio, i lavoranti, i barcaruoli, i marinai, tutta gente che si alza di buon mattino.

Trappola: È veramente una cosa che fa crepar di ridere vedere anche i facchini venire a bevere il loro caffè.

Ridolfo: Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l'acquavite, adesso è in voga il caffè.

Trappola: E quella signora, dove porto il caffè tutte le mattine, quasi sempre mi prega che io le compri quattro soldi di legna, e pur vuole bere il suo caffé.

Ridolfo: La gola è un vizio che non finisce mai, ed è quel vizio che cresce sempre quanto più l'uomo invecchia.

Trappola: Non si vede venir nessuno a bottega; si poteva dormire un'altra oretta.

Ridolfo: Or ora verrà della gente; non è poi tanto di buon'ora. Non vedete? Il barbiere ha aperto: è in bottega lavorando parrucche. Guarda, anche il botteghino del giuoco è aperto.

Trappola: Oh! in quanto poi a questa biscazza, è aperta che è un pezzo. Hanno fatto nottata.

Ridolfo: Buono! A messer Pandolfo avrà fruttato bene.

Trappola: A quel cane frutta sempre bene: guadagna nelle carte, guadagna negli scrocchi, guadagna a far di balla [1] coi baratori. I denari di chi va là dentro sono tutti suoi.

Ridolfo: Non v'innamoraste mai di questo guadagno, perché la farina del diavolo va tutta in crusca.

Trappola: Quel povero signor Eugenio! Lo ha precipitato.

Ridolfo: Guardate anche quello, che poco giudizio! Ha moglie una giovane di garbo e di proposito, e corre dietro a tutte le donne, e poi di più giuoca da disperato.

Trappola: Piccole galanterie della gioventù moderna.

Ridolfo: Giuoca con quel conte Leandro, e li ha persi sicuri.

Trappola: Oh quel signor conte è un bel fior di virtù!

Ridolfo: Oh via, andate a tostare il caffè, per farne una caffettiera di fresco.

Trappola: Vi metto gli avanzi di ieri sera?

Ridolfo: No, fatelo buono.

Trappola: Signor padrone, ho poca memoria. Quant'è che avete aperto bottega?

Ridolfo: Lo sapete pure. Saranno incirca otto mesi.

Trappola: È tempo di mutar costume.

Ridolfo: Come sarebbe a dire?

Trappola: Quando si apre una bottega nuova, si fa il caffè perfetto. Dopo sei mesi al più, acqua calda e brodo lungo. (parte)

Ridolfo: È grazioso costui! spero che farà bene per la mia bottega, perché in quelle botteghe dove vi è qualcheduno che sappia fare il buffone, tutti corrono.

 

SCENA SECONDA

Ridolfo e Messer Pandolfo dalla bottega del giuoco, strofinandosi gli occhi come assonnato.

Ridolfo: Messer Pandolfo, volete il caffè?

Pandolfo: Sì, fatemi il piacere.

Ridolfo: Giovanni, date il caffè a messer Pandolfo. Sedete, accomodatevi.

Pandolfo: No, no, bisogna che io lo beva presto, e che ritorni al travaglio. (un giovane porta il caffè a Pandolfo)

Ridolfo: Giuocano ancora in bottega?

Pandolfo: Si lavora a due telai.

Ridolfo: Così presto?

Pandolfo: Giuocano da ieri in qua.

Ridolfo: A che giuoco?

Pandolfo: A un giuoco innocente: prima e seconda [2].

Ridolfo: E come va?

Pandolfo: Per me va bene.

Ridolfo: Vi siete divertito anche voi a giuocare?

Pandolfo: Sì, anch'io ho tagliato un poco.

Ridolfo: Compatite, amico, io non ho da entrare ne' vostri interessi; ma non istà bene che il padrone della bottega giuochi anche lui perché se perde, si fa burlare, e se guadagna, fa sospettare.

Pandolfo: A me basta che non mi burlino; del resto poi, che sospettino quanto vogliono, non ci penso.

Ridolfo: Caro amico, siamo vicini, e non vorrei, che vi accadessero delle disgrazie. Sapete che per il vostro giuoco siete stato dell'altre volte in cattura.

Pandolfo: Mi contento di poco. Ho buscati due zecchini, e non ho voluto altro.

Ridolfo: Bravo, pelar la quaglia senza farla gridare. A chi li avete vinti?

Pandolfo: Ad un garzone d'orefice.

Ridolfo: Male, malissimo: così si da mano ai giovani perché rubino ai loro padroni.

Pandolfo: Eh! non mi venite a moralizzare. Chi è gonzo stia a casa sua. Io tengo giuoco per chi vuole giocare.

Ridolfo: Tener giuoco stimo il meno; ma voi siete preso di mira per giuocator di vantaggio, e in questa sorta di cose si fa presto a precipitare.

Pandolfo: Io bricconate non ne fo. So giuocare. Son fortunato e per questo vinco.

Ridolfo: Bravo, tirate innanzi così. Il signor Eugenio ha giuocato questa notte?

Pandolfo: Giuoca anche adesso. Non ha cenato, non ha dormito e ha perso tutti i denari.

Ridolfo: (Povero giovine!) (da sé) Quanto avrà perduto?

Pandolfo: Cento zecchini in contanti, e ora perde sulla parola.

Ridolfo: Con chi giuoca?

Pandolfo: Col signor Conte.

Ridolfo: Con quello sì fatto?

Pandolfo: Appunto con quello.

Ridolfo: E con chi altri?

Pandolfo: Loro due soli: a testa a testa.

Ridolfo: Poveraccio! Sta fresco davvero!

Pandolfo: Che importa? A me basta che scozzino delle carte assai.

Ridolfo: Non terrei giuoco, se credessi di farmi ricco.

Pandolfo: No? Per quale ragione?

Ridolfo: Mi pare, che un galantuomo non debba soffrire di veder assassinar la gente.

Pandolfo: Eh, amico, se sarete così delicato di pelle, farete pochi quattrini.

Ridolfo: Non me ne importa niente. Finora sono stato a servire, e ho fatto il mio debito onoratamente. Mi sono avanzato quattro soldi, e coll'aiuto del mio padrone di allora, ch'era il padre, come sapete, del signor Eugenio, ho aperta questa bottega, e con questa voglio vivere onoratamente, e non voglio far torto alla mia professione.

Pandolfo: Oh! anche nella vostra professione vi sono de' bei capi d'opera!

Ridolfo: Ve ne sono in tutte le professioni. Ma da quelli non vanno le persone ragguardevoli che vengono alla mia bottega.

Pandolfo: Avete anche voi gli stanzini segreti.

Ridolfo: È vero; ma non si chiude la porta.

Pandolfo: Il caffè non potete negarlo a nessuno.

Ridolfo: Le chicchere non si macchiano.

Pandolfo: Eh via! si serra un occhio.

Ridolfo: Non si serra niente; in questa bottega non vien che gente onorata.

Pandolfo: Sì, sì, siete principiante.

Ridolfo: Che vorreste dire?  (Gente della bottega del giuoco chiama: Carte!)

Pandolfo: La servo. (verso la sua bottega)

Ridolfo: Per carità, levate dal tavolino quel povero signore Eugenio.

Pandolfo: Per me, che perda anche la camicia, non ci penso. (s'incammina verso la sua bottega)

Ridolfo: Amico, il caffé ho da notarlo?

Pandolfo: Niente, lo giuocheremo a primiera.

Ridolfo: Io non sono un gonzo, amico.

Pandolfo: Via, che serve? Sapete pure che i miei avventori si servono alla vostra bottega. Mi meraviglio che attendiate a queste piccole cose. (s'incammina)  (Tornano a chiamare)

Pandolfo: Eccomi. (entra nel giuoco)

Ridolfo: Bel mestiere! vivere sulle disgrazie, sulla rovina della gioventù! Per me non vi sarà mai pericolo che tenga giuoco. Si principia con i giuochetti, e poi si termina colla bassetta. No, no, caffè, caffè; giacché col caffè si guadagna il cinquanta per cento, che cosa vogliamo cercar di più?

 

SCENA TERZA

Don Marzio e Ridolfo

Ridolfo: (Ecco qui, quel che non tace mai, e che sempre vuole aver ragione.) (da sè)

Don Marzio: Caffè!

Ridolfo: Subito, sarà servita.

Don Marzio: Che vi è di nuovo, Ridolfo?

Ridolfo: Non saprei, signore.

Don Marzio: Non si è ancora veduto nessuno a questa vostra bottega.

Ridolfo: È per anco buon'ora.

Don Marzio: Buon'ora? Sono sedici ore sonate.

Ridolfo: Oh illustrissimo no, non sono ancora quattordici.

Don Marzio: Eh, via, buffone!

Ridolfo: Le assicuro io che le quattordici ore non sono sonate.

Don Marzio: Eh, via, asino.

Ridolfo: Ella mi strapazza senza ragione.

Don Marzio: Ho contato in questo punto le ore, e vi dico che sono sedici; e poi guardate il mio orologio (gli mostra l'orologio) ;questo non fallisce mai.

Ridolfo: Bene, se il suo orologio non fallisce, osservi; il suo orologio medesimo mostra tredici ore e tre quarti.

Don Marzio: Eh, non può essere. (cava l'occhialetto e guarda)

Ridolfo: Che dice?

Don Marzio: Il mio orologio va male. Sono sedici ore. Le ho sentite io.

Ridolfo: Dove l'ha comprato quell'orologio?

Don Marzio: L'ho fatto venir di Londra.

Ridolfo: L'hanno ingannata.

Don Marzio: Mi hanno ingannato? Perché?

Ridolfo: Le hanno mandato un orologio cattivo. (ironicamente)

Don Marzio: Come cattivo? È uno dei più perfetti, che abbia fatto il Quarè.

Ridolfo: Se fosse buono, non fallirebbe di due ore.

Don Marzio: Questo va sempre bene, non fallisce mai.

Ridolfo: Ma se fa quattordici ore meno un quarto, e dice che sono sedici.

Don Marzio: Il mio orologio va bene.

Ridolfo: Dunque saranno or ora quattordici, come dico io.

Don Marzio: Sei un temerario. Il mio orologio va bene, tu di' male, e guarda ch'io non ti dia qualche cosa nel capo. (un giovane porta il caffè)

Ridolfo: È servita del caffè. (con isdegno) (Oh che bestiaccia!) (da sè)

Don Marzio: Si è veduto il signor Eugenio?

Ridolfo: Illustrissimo signor no.

Don Marzio: Sarà in casa a carezzare la moglie. Che uomo effeminato! Sempre moglie! Non si lascia più vedere, si fa ridicolo. È un uomo di stucco. Non sa quel che si faccia. Sempre moglie! sempre moglie! (bevendo il caffè)

Ridolfo: Altro che moglie! È stato tutta la notte a giuocare qui da messer Pandolfo.

Don Marzio: Se lo dico io. Sempre giuoco. Sempre giuoco! (dà la chicchera e s'alza)

Ridolfo: (Sempre giuoco; sempre moglie; sempre il diavolo, che se lo porti!) (da sè)

Don Marzio: È venuto da me l'altro giorno con tutta segretezza a pregarmi che gli prestassi dieci zecchini sopra un paio di orecchini di sua moglie.

Ridolfo: Vede bene; tutti gli uomini sono soggetti ad avere qualche volta bisogno; ma non tutti hanno piacere poi che si sappia, e per questo sarà venuto da lei, sicuro che non dirà niente a nessuno.

Don Marzio: Oh io non parlo. Fo volentieri servizio a tutti, e non me ne vanto. (mostra gli orecchini in una custodia) Eccoli qui; questi sono gli orecchini di sua moglie. Gli ho prestato dieci zecchini; vi pare che io sia coperto?

Ridolfo: Io non me ne intendo, ma mi par di sì.

Don Marzio: Avete il vostro garzone?

Ridolfo: Ci sarà.

Don Marzio: Chiamatelo. Ehi, Trappola.

 

SCENA QUARTA

Trappola dall'interno della bottega, detti.

Trappola: Eccomi.

Don Marzio: Vieni qui. Va dal gioielliere qui vicino, fagli vedere questi orecchini, che sono della moglie del signor Eugenio, e dimandagli da parte mia, se io sono al coperto di dieci zecchini, che gli ho prestati.

Trappola: Sarà servita. Dunque questi orecchini sono della moglie del signor Eugenio?

Don Marzio: Sì, or ora non ha più niente; è morto di fame.

Ridolfo: (Meschino, in che mani è capitato!) (da sè)

Trappola: E al signor Eugenio non importa niente di far sapere i fatti suoi a tutti?

Don Marzio: Io sono una persona, alla quale si può confidare un segreto.

Trappola: Ed io sono una persona, alla quale non si può confidar niente.

Don Marzio: Perché?

Trappola: Perché ho un vizio, che ridico tutto con facilità.

Don Marzio: Male malissimo; se farai così perderai il credito, e nessuno si fiderà di te.

Trappola: Ma come ella l'ha detto a me, così io posso dirlo ad un altro.

Don Marzio: Va a vedere se il barbiere è a tempo per farmi la barba.

Trappola: La servo (da sè) (per dieci quattrini vuole bere il caffè, e vuole un servitore a suo comando.) (entra dal barbiere)

Don Marzio: Ditemi, Ridolfo: che cosa fa quella ballerina qui vicina?

Ridolfo: In verità non so niente.

Don Marzio: Mi è stato detto che il conte Leandro la tiene sotto la sua tutela.

Ridolfo: Con grazia, signore, il caffè vuol bollire. (Voglio badare a' fatti miei.) (da sè, entra in bottega)

 

SCENA QUINTA

Trappola e Don Marzio.

Trappola: Il barbiere ha uno sotto; subito che avrà finito di scorticar quello, servirà V. S. illustrissima.

Don Marzio: Dimmi: sai niente tu di quella ballerina che sta qui vicino?

Trappola: Della signora Lisaura?

Don Marzio: Sì.

Trappola: So, e non so.

Don Marzio: Raccontami qualche cosa.

Trappola: Se racconterò i fatti degli altri, perderò il credito, e nessun si fiderà più di me.

Don Marzio: A me lo puoi dire. Sai chi sono, io non parlo. Il conte Leandro la pratica?

Trappola: Alle sue ore la pratica.

Don Marzio: Che vuol dire alle sue ore?

Trappola: Vuol dire, quando non è in caso di dar soggezione.

Don Marzio: Bravo; ora capisco. È un amico di buon cuore, che non vuole recarle pregiudizio.

Trappola: Anzi desidera che la si profitti per far partecipe anche lui delle sue care grazie.

Don Marzio: Meglio! Oh che Trappola malizioso! Va via, va a far vedere gli orecchini.

Trappola: Al gioielliere lo posso dire che sono della moglie del signor Eugenio?

Don Marzio: Sì, diglielo pure.

Trappola: (Fra il signor Don Marzio, ed io, formiamo una bellissima segreteria.) (da sè, parte)

 

SCENA SESTA

Don Marzio, poi Ridolfo.

Don Marzio: Ridolfo.

Ridolfo: Signore.

Don Marzio: Se voi non sapete niente della ballerina, vi racconterò io.

Ridolfo: Io, per dirgliela, dei fatti degli altri non me ne curo molto.

Don Marzio: Ma sta bene saper qualche cosa per potersi regolare. Ella è protetta da quella buona lana del conte Leandro, ed egli, dai profitti della ballerina ricava il prezzo della sua protezione. Invece di spendere, mangia tutto a quella povera diavola; e per cagione di lui forse è costretta a fare quello che non farebbe. Oh che briccone!

Ridolfo: Ma, io son qui tutto il giorno, e posso attestare che in casa sua non vedo andare altri, che il conte Leandro.

Don Marzio: Ha la porta di dietro; pazzo, pazzo! Sempre flusso e riflusso. Ha la porta di dietro, pazzo!

Ridolfo: Io bado alla mia bottega, s'ella ha la porta di dietro, che importa a me? Io non vado a dar di naso a nessuno.

Don Marzio: Bestia! Così parli con un par mio? (s'alza)

Ridolfo: Le domando perdono, non si può dire una facezia?

Don Marzio: Dammi un bicchier di rosolio.

Ridolfo: (Questa barzelletta mi costerà due soldi.) (fa cenno ai giovani, che dieno il rosolio)

Don Marzio: (Oh questa poi della ballerina voglio che tutti la sappiano.) (da sè)

Ridolfo: Servita del rosolio.

Don Marzio: Flusso e riflusso per la porta di dietro. (bevendo il rosolio)

Ridolfo: Ella starà male quando ha il flusso e riflusso per la porta di dietro.

 

SCENA SETTIMA

Eugenio dalla bottega del giuoco, vestito da notte e stralunato,

guardando il cielo e battendo i piedi; e detti.

Don Marzio: Schiavo, signor Eugenio.

Eugenio: Che ora è?

Don Marzio: Sedici ore sonate.

Ridolfo: E il suo orologio va bene.

Eugenio: Caffè!

Ridolfo: La servo, subito. (va in bottega)

Don Marzio: Amico, com'è andata?

Eugenio: Caffè! (non abbadando a Don Marzio)

Ridolfo: Subito. (di lontano)

Don Marzio: Avete perso? (ad Eugenio)

Eugenio: Caffè. (gridando forte)

Don Marzio: (Ho inteso, gli ha persi tutti.) (da sè, va a sedere)

 

SCENA OTTAVA

Pandolfo dalla bottega del giuoco e detti.

Pandolfo: Signor Eugenio, una parola. (lo tira in disparte)

Eugenio: So quel che volete dirmi. Ho perso trenta zecchini sulla parola. Son galantuomo, li pagherò.

Pandolfo: Ma il signor Conte è là, che aspetta. Dice che ha esposto al pericolo i suoi denari, e vuol essere pagato.

Don Marzio: (Quanto pagherei a sentire che cosa dicono.) (da sé)

Ridolfo: Ecco il caffè. (ad Eugenio)

Eugenio: Andate via. (a Ridolfo) Ha vinti cento zecchini in contanti; mi pare che non abbia gettata via la notte. (a Pandolfo)

Pandolfo: Queste non sono parole da giuocatore; V. S. sa meglio di me come va l'ordine in materia di giuoco.

Ridolfo: Signore, il caffè si raffredda. (ad Eugenio)

Eugenio: Lasciatemi stare. (a Ridolfo)

Ridolfo: Se non lo voleva...

Eugenio: Andate via.

Ridolfo: Lo beverò io. (si ritira col caffè)

Don Marzio: (Che cosa dicono?) (a Ridolfo, che non gli risponde)

Eugenio: So ancor io, che quando si perde, si paga ma quando non ve n'è, non si può pagare. (a Pandolfo)

Pandolfo: Sentite, per salvare la vostra riputazione, son uomo capace di ritrovare trenta zecchini.

Eugenio: Oh bravo! Caffè! (chiama forte)

Ridolfo: Ora bisogna farlo. (ad Eugenio)

Eugenio: Sono tre ore che domando caffè, e ancora non l'avete fatto?

Ridolfo: L'ho portato, ed ella mi ha cacciato via.

Pandolfo: Gliel'ordini con premura, che lo farà da suo pari.

Eugenio: Ditemi, vi dà l'animo di darmi un caffè ma buono? Via, da bravo. (a Ridolfo)

Ridolfo: Quando mi dia tempo, la servo. (va in bottega)

Don Marzio: (Qualche grand'affare. Sono curioso di saperlo.) (da sé)

Eugenio: Animo, Pandolfo, trovatemi questi trenta zecchini.

Pandolfo: Io ho un amico, che gli darà; ma pegno, e regalo.

Eugenio: Non mi parlate di pegno, che non facciamo niente. Ho que' panni a Rialto, che voi sapete; obbligherò que' panni, e quando li venderò pagherò  

Don Marzio: (Pagherò. Ha detto pagherò. Ha perso sulla parola.) (da sé)

Pandolfo: Bene: che cosa vuol dar di regalo?

Eugenio: Fate voi quel che credete a proposito.

Pandolfo: Senta; non vi vorrà meno di un zecchino alla settimana.

Eugenio: Un zecchino di usura alla settimana?

Ridolfo: Servita del caffè. (col caffè, ad Eugenio)

Eugenio: Andate via. (a Ridolfo)

Ridolfo: La seconda di cambio.

Eugenio: Un zecchino alla settimana? (a Pandolfo)

Pandolfo: Per trenta zecchini è una cosa discreta.

Ridolfo: Lo vuole, o non lo vuole? (ad Eugenio)

Eugenio: Andate via, che ve lo getto in faccia. (a Ridolfo)

Ridolfo: (Poveraccio! Il giuoco l'ha ubbriacato.) (da sè, porta il caffè in bottega)

Don Marzio: (s'alza, e va vicino ad Eugenio) Signor Eugenio, vi è qualche differenza? Volete che l'aggiusti io?

Eugenio: Niente, signor Don Marzio: la prego lasciarmi stare.

Don Marzio: Se avete bisogno, comandate.

Eugenio: Le dico che non mi occorre niente.

Don Marzio: Messer Pandolfo, che avete voi col signor Eugenio?

Pandolfo: Un piccolo affare, che non abbiamo piacere di far sapere a tutto il mondo.

Don Marzio: Io sono amico del signor Eugenio, so tutti i fatti suoi, e sa che non parlo con nessuno. Gli ho prestati anche dieci zecchini sopra un paio d'orecchini; non è egli vero? e non l'ho detto a nessuno.

Eugenio: Si poteva anche risparmiare di dirlo adesso.

Don Marzio: Eh, qui con messer Pandolfo si può parlate con libertà. Avete perso sulla parola? Avete bisogno di nulla? Son qui.

Eugenio: Per dirgliela, ho perso sulla parola trenta zecchini.

Don Marzio: Trenta zecchini, e dieci, che ve ne ho dati, sono quaranta, gli orecchini non possono valer tanto,

Pandolfo: Trenta zecchini glieli troverò io.

Don Marzio: Bravo; trovateneglie quaranta; mi darete i miei dieci, e vi darò i suoi orecchini.

Eugenio: (Maledetto sia quando mi sono impicciato con costui.) (da sè)

Don Marzio: Perché non prendere il danaro che vi offerisce il signor Pandolfo? (ad Eugenio)

Eugenio: Perché vuole un zecchino alla settimana.

Pandolfo: Io per me non voglio niente; è l'amico che fa il servizio, che vuole così.

Eugenio: Fate una cosa: parlate col signor Conte, ditegli che mi dia tempo ventiquattr'ore; son galantuomo, lo pagherò.

Pandolfo: Ho paura ch'egli abbia da andar via, e che voglia il danaro subito.

Eugenio: Se potessi vendere una pezza o due di que' panni, mi spiccerei.

Pandolfo: Vuole che veda io di ritrovare il compratore?

Eugenio: Sì, caro amico, fatemi il piacere, che vi pagherò la vostra sensaria.

Pandolfo: Lasci che io dica una parola al signor Conte, e vado subito. (entra nella bottega del giuoco)

Don Marzio: (ad Eugenio) Avete perso molto?

Eugenio: Cento zecchini, che aveva riscossi ieri, e poi trenta sulla parola.

Don Marzio: Potevate portarmi i dieci, che vi ho prestati.

Eugenio: Via, non mi mortificate più; ve li darò i vostri dieci zecchini.

Pandolfo: (col tabarro e cappello, dalla sua bottega). Il signor Conte si è addormentato colla testa sul tavolino. Intanto vado a veder di far quel servizio. Se si risveglia, ho lasciato l'ordine al giovane, che gli dica il bisogno. V.S. non si parta di qui.

Eugenio: Vi aspetto in questo luogo medesimo.

Pandolfo: Questo tabarro è vecchio; ora è tempo di farmene uno nuovo a ufo. (da sè, parte)

 

SCENA NONA

Don Marzio ed Eugenio, poi Ridolfo.

Don Marzio: Venite qui, sedete, beviamo il caffè.

Eugenio: Caffè! (siedono)

Ridolfo: A che giuoco giuochiamo, signor Eugenio? Si prende spasso  de' fatti miei?

Eugenio: Caro amico, compatite, sono stordito.

Ridolfo: Eh, caro, signor Eugenio, se V.S. volesse badare a me la non si troverebbe in tal caso.

Eugenio: Non so che dire, avete ragione.

Ridolfo: Vado a farle un altro caffè, e poi la discorreremo. (si, ritira in bottega)

Don Marzio: Avete saputo della ballerina che pareva non volesse nessuno? Il Conte la mantiene.

Eugenio: Credo di sì, che possa mantenerla, vince i zecchini a centinaia.

Don Marzio: Io ho saputo tutto.

Eugenio: Come l'avete saputo, caro amico?

Don Marzio: Eh, io so tutto. Sono informato di tutto. So quando vi va, quando esce. So quel che spende, quel che mangia; so tutto.

Eugenio: Il Conte è poi solo?

Don Marzio: Oibò; vi è la porta di dietro.

Ridolfo: (col caffè) Ecco qui il terzo caffè. (ad Eugenio)

Don Marzio: Ah! che dite, Ridolfo? So tutto io della ballerina?

Ridolfo: Io le ho detto un'altra volta che non me ne intrico.

Don Marzio: Grand'uomo son io, per saper ogni cosa! Chi vuol sapere quel che passa in casa di tutte le virtuose, e di tutte le ballerine, ha da venir da me.

Eugenio: Dunque questa signora ballerina è un capo d'opera?

Don Marzio: L'ho veramente scoperta come va. È roba di tutto gusto. Ah, Ridolfo, lo so io?

Ridolfo: Quando V. S. mi chiama in testimonio, bisogna ch'io dica la verità. Tutta la contrada la tiene per una donna da bene.

Don Marzio: Una donna da bene? Una donna da bene?

Ridolfo: Io le dico che in casa sua non vi va nessuno.

Don Marzio: Per la porta di dietro, flusso e riflusso.

Eugenio: E sì ella pare una ragazza più tosto savia.

Don Marzio: Sì savia! Il conte Buonatesta la mantiene. Poi vi va chi vuole.

Eugenio: Io ho provato qualche volta a dirle delle paroline, e non ho fatto niente.

Don Marzio: Avete un filippo da scommettere? Andiamo.

Ridolfo: (Oh che lingua!) (da sè)

Eugenio: Vengo qui a bever il caffè ogni giorno; e, per dirla, non ho veduto andarvi nessuno.

Don Marzio: Non sapete che ha la porta segreta qui nella strada remota? Vanno per di là.

Eugenio: Sarà così.

Don Marzio: È senz'altro.

 

SCENA DECIMA

Il Garzone del barbiere e detti.

Garzone: Illustrissimo, se vuol farsi far la barba, il padrone l'aspetta. (a Don Marzio)

Don Marzio: Vengo. È cosi come vi dico. Vado a farmi la barba, e come torno vi dirò il resto. (entra dal barbiere, e poi a tempo ritorna)

Eugenio: Che dite, Ridolfo? La ballerina si è tratta fuori.

Ridolfo: Cred'ella al signor Don Marzio? Non sa la lingua ch'egli è?

Eugenio: Lo so, che ha una lingua che taglia e fende. Ma parla con tanta franchezza, che convien dire che ei sappia quel che dice.

Ridolfo: Osservi, quella è la porta della stradetta. A star qui la si vede; e giuro da uomo d'onore, che per di là in casa non va nessuno.

Eugenio: Ma il Conte la mantiene?

Ridolfo: Il Conte va per casa, ma si dice che la voglia sposare.

Eugenio: Se fosse cosi, non vi sarebbe male; ma dice il signor Don Marzio, che in casa vi va chi vuole.

Ridolfo: Ed io le dico che non vi va nessuno.

Don Marzio: (Esce dal barbiere col panno bianco al collo e la saponata sul viso) Vi dico che vanno per la porta di dietro.

Garzone: Illustrissimo, l'acqua si raffredda.

Don Marzio: Per la porta di dietro. (entra dal barbiere col garzone)

 

SCENA UNDICESIMA

Eugenio e Ridolfo.

Ridolfo: Vede? È un uomo di questa fatta. Colla saponata sul viso.

Eugenio: Sì, quando si è cacciata una cosa in testa vuole che sia in quel modo.

Ridolfo: E dice male di tutti.

Eugenio: Non so come faccia a parlar sempre de' fatti altrui.

Ridolfo: Le dirò: egli ha pochissime facoltà; ha poco da pensare a' fatti suoi, e per questo pensa sempre a quelli degli altri.

Eugenio: Veramente è fortuna il non conoscerlo.

Ridolfo: Caro signor Eugenio, come ha ella fatto a intricarsi con lui? Non aveva altri da domandare dieci zecchini in prestito?

Eugenio: Anche voi lo sapete?

Ridolfo: L'ha detto qui pubblicamente in bottega.

Eugenio: Caro amico, sapete come va: quando uno ha bisogno si attacca a tutto.

Ridolfo: Anche questa mattina, per quel che ho sentito, V. S. si è attaccata poco bene.

Eugenio: Credete che messer Pandolfo mi voglia gabbare?

Ridolfo: Vedrà che razza di negozio le verrà a proporre.

Eugenio: Ma che devo fare? Bisogna che io paghi trenta zecchini, che ho persi sulla parola. Mi vorrei liberare dal tormento di don Marzio. Ho qualche altra premura; se posso vendere due pezze di panno, fo' tutti i fatti miei.

Ridolfo: Che qualità di panno è quello che vorrebbe esitare?

Eugenio: Panno padovano, che vale quattordici lire il braccio.

Ridolfo: Vuol ella che veda io di farglielo vendere con riputazione?

Eugenio: Vi sarei bene obbligato.

Ridolfo: Mi dia un poco di tempo, e lasci operare a me.

Eugenio: Tempo? Volentieri. Ma quello aspetta i trenta zecchini.

Ridolfo: Venga qui, favorisca, mi faccia un ordine, che mi sieno consegnate due pezze di panno, ed io medesimo le presterò i trenta zecchini.

Eugenio: Sì, caro, vi sarò obbligato. Saprò le mie obbligazioni.

Ridolfo: Mi maraviglio, non pretendo nemmeno un soldo. Lo farò per le obbligazioni ch'io ho colla buona memoria del suo signor padre, che è stato mio buon padrone, e dal quale riconosco la mia fortuna. Non ho cuor di vederla assassinare da questi cani.

Eugenio: Voi siete un gran galantuomo.

Ridolfo: Favorisca di stender l'ordine in carta.

Eugenio: Son qui; dettatelo voi, ch'io scriverò.

Ridolfo: Che nome ha il primo giovane del suo negozio?

Eugenio: Pasquino de' Cavoli.

Ridolfo: Pasquino de' Cavoli... (detta, ed Eugenio scrive) consegnerete a Messer Ridolfo Gamboni... pezze due panno padovano... a sua elezione, acciò egli ne faccia esito per conto mio... avendomi prestato gratuitamente... zecchini trenta. Vi metta la data e si sottoscriva.

Eugenio: Ecco fatto.

Ridolfo: Si fida ella di me?

Eugenio: Capperi! Non volete?

Ridolfo: Ed io mi fido di lei. Tenga, questi sono trenta zecchini. (gli numera trenta zecchini)

Eugenio: Caro amico, vi sono obbligato.

Ridolfo: Signor Eugenio, glieli do, acciò possa comparire puntuale e onorato; le venderò il panno io, acciò non le venga mangiato, e vado subito senza perder tempo: ma la mi permetta che faccia con lei un piccolo sfogo d'amore, per l'antica servitù che le professo. Questa che V. S. tiene, è la vera strada di andare in rovina. Presto presto si perde il credito e si fallisce. Lasci andare il giuoco, lasci le male pratiche, attenda al suo negozio, alla sua famiglia, e si regoli con giudizio. Poche parole, ma buone, dette da un uomo ordinario, ma di buon cuore; se le ascolterà, sarà meglio per lei. (parte)

 

SCENA DODICESIMA

Eugenio solo, poi Lisaura alla finestra.

Eugenio: Non dice male; confesso che non dice male. Mia moglie, povera disgraziata, che mai dirà? Questa notte non mi ha veduto; quanti lunari avrà ella fatti? Già le donne, quando non vedono il marito in casa, pensano cento cose una peggio dell'altra. Avrà pensato, o che io fossi con altre donne, o che fossi caduto in qualche canale, o che per i debiti me ne fossi andato. So che l'amore, ch'ella ha per me, la fa sospirare; le voglio bene ancor io, ma mi piace la mia libertà. Vedo però, che da questa mia libertà ne ricavo più mal che bene, e che se facessi a modo di mia moglie, le faccende di casa mia andrebbero meglio. Bisognerà poi risolversi, e metter giudizio. Oh quante volte ho detto così! (vede Lisaura alla finestra) (Capperi! Grand'aria! Ho paura di sì io, che vi sia  la porticina col giuocolino) Padrona mia riverita!

Lisaura: Serva umilissima!

Eugenio: È molto, signora, che è alzata dal letto?

Lisaura: In questo punto.

Eugenio: Ha bevuto il caffè?

Lisaura: È ancora presto. Non l'ho bevuto.

Eugenio: Comanda che io la faccia servire?

Lisaura: Bene obbligata: non s'incomodi.

Eugenio: Niente, mi maraviglio. Giovani, portate a quella signora caffè, cioccolata; tutto quel ch'ella vuole, pago io.

Lisaura: La ringrazio, la ringrazio. Il caffè e la cioccolata li faccio in casa.

Eugenio: Avrà della cioccolata buona?

Lisaura: Per dirla, è perfetta.

Eugenio: La sa far bene?

Lisaura: La mia serva s'ingegna.

Eugenio: Vuole che venga io a darle una frullatina?

Lisaura: È superfluo che s'incomodi.

Eugenio: Verrò a beverla con lei, se mi permette.

Lisaura: Non è per lei, signore.

Eugenio: Io mi degno di tutto; apra, via, che staremo un'oretta insieme.

Lisaura: Mi perdoni, non apro con questa facilità.

Eugenio: Ehi, dica, vuole che io venga per la porta di dietro?

Lisaura: Le persone, che vengono da me, vengono pubblicamente.

Eugenio: Apra, via, non facciamo scene.

Lisaura: Dica in grazia, signor Eugenio: ha veduto ella il conte Leandro?

Eugenio: Così non lo avessi veduto.

Lisaura: Hanno forse giuocato insieme la scorsa notte?

Eugenio: Pur troppo; ma che serve, che stiamo qui a far sentire a tutti i fatti nostri? Apra, che le dirò ogni cosa.

Lisaura: Vi dico, signore, che io non apro a nessuno.

Eugenio: Ha forse bisogno che il signor Conte le dia licenza? Lo chiamerò.

Lisaura: Se cerco del signor Conte, ho ragione di farlo.

Eugenio: Ora la servo subito. È qui in bottega, che dorme.

Lisaura: Se dorme, lasciatelo dormire.

 

SCENA TREDICESIMA

Leandro dalla bottega del giuoco e detti.

Leandro: Non dormo, no, non dormo. Son qui che godo la bella disinvoltura del signor Eugenio.

Eugenio: Che ne dite dell'indiscretezza di questa signora? Non mi vuole aprire la porta.

Leandro: Chi vi credete ch'ella sia?

Eugenio: Per quel che dice Don Marzio, flusso e riflusso.

Leandro: Mente don Marzio, e chi lo crede.

Eugenio: Bene. Non sarà così; ma col vostro mezzo non potrei io aver la grazia di riverirla?

Leandro: Fareste meglio a darmi i miei trenta zecchini.

Eugenio: I trenta zecchini ve li darò. Quando si perde sulla parola, vi è tempo a pagare ventiquattr'ore.

Leandro: Vedete, signora Lisaura? Questi sono quei gran soggetti, che si piccano d'onoratezza. Non ha un soldo, e pretende di fare il grazioso.

Eugenio: I giovani della mia sorta, signor Conte caro, non sono capaci di mettersi in un impegno senza fondamento di comparir con onore. S'ella mi avesse aperto, non avrebbe perduto il suo tempo, e voi non sareste restato al di sotto coi vostri incerti. Questi sono danari, questi sono trenta zecchini, e queste faccie quando non ne hanno, ne trovano. Tenete i vostri trenta zecchini, e imparate a parlare coi galantuomini della mia sorta. (va a sedere in bottega del caffè)

Leandro: (Mi ha pagato, dica che che vuole, che non m'importa.) (da sè) Aprite! (a Lisaura)

Lisaura: Dove siete stato tutta questa notte?

Leandro: Aprite!

Lisaura: Andate al diavolo!

Leandro: Aprite! (versa gli zecchini nel Cappello, acciò Lisaura gli veda.)

Lisaura: Per questa volta vi apro. (si ritira ed apre)

Leandro: Mi fa grazia, mediante la raccomandazione di queste belle monete. (entra in casa)

Eugenio: Egli sì, ed io no? Non sono chi sono, se non gliela faccio vedere.

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Placida, da pellegrina, ed Eugenio.

Placida: Un poco di carità alla povera pellegrina.

Eugenio: (da sè) (Ecco qui; corre la moda delle pellegrine.)

Placida: (ad Eugenio) Signore, per amor del cielo, mi dia qualche cosa.

Eugenio: Che vuol dir questo, signora pellegrina? Si va cosi per divertimento o per pretesto?

Placida: Né per l'uno, né per l'altro.

Eugenio: Dunque per qual causa si gira il mondo?

Placida: Per bisogno.

Eugenio: Bisogno, di che?

Placida: Di tutto.

Eugenio: Anche di compagnia.

Placida: Di questa non avrei bisogno, se mio marito non mi avesse abbandonata.

Eugenio: La solita canzonetta. Mio marito mi ha abbandonata. Di che paese siete, signora?

Placida: Piemontese.

Eugenio: E vostro marito?

Placida: Piemontese egli pure.

Eugenio: Che facev'egli al suo paese?

Placida: Era scritturale d'un mercante.

Eugenio: E perché se n'è andato via?

Placida: Per poca volontà di far bene.

Eugenio: Questa è una malattia che l'ho provata anch'io, e non sono ancora guarito.

Placida: Signore, aiutatemi per carità. Sono arrivata in questo punto a Venezia. Non so dove andare, non conosco nessuno, non ho danari, son disperata.

Eugenio: Che cosa siete venuta a fare a Venezia?

Placida: A vedere se trovo quel disgraziato di mio marito.

Eugenio: Come si chiama?

Placida: Flaminio Ardenti.

Eugenio: Non ho mai sentito un tal nome.

Placida: Ho timore che il nome se lo sia cambiato.

Eugenio: Girando per la città, può darsi che, se vi è, lo troviate.

Placida: Se mi vedrà, fuggirà.

Eugenio: Dovreste far cosi. Siamo ora di carnovale, dovreste mascherarvi, e così più facilmente lo trovereste.

Placida: Ma come posso farlo, se non ho alcuno che mi assista? Non so nemmeno dove alloggiare.

Eugenio: (Ho inteso, or ora vado in pellegrinaggio ancor io). (da sé) Se volete, questa è una buona locanda.

Placida: Con che coraggio ho da presentarmi alla locanda, se non ho nemmeno da pagare il dormire?

Eugenio: Cara pellegrina, se volete un mezzo ducato, ve lo posso dare. (Tutto quello che mi è avanzato dal giuoco.) (da sè)

Placida: Ringrazio la vostra pietà. Ma più del mezzo ducato, più di qual si sia moneta, mi sarebbe cara la vostra protezione.

Eugenio: (Non vuole il mezzo ducato; vuole qualche cosa di più.) (da sè)

 

SCENA QUINDICESIMA

Don Marzio dal barbiere e detti.

Don Marzio: (Eugenio con una pellegrina! Sarà qualche cosa di buono!) (siede al caffè, guardando la pellegrina coll'occhialetto)

Placida: Fatemi la carità; introducetemi voi alla locanda. Raccomandatemi al padrone di essa, acciò, vedendomi così sola, non mi scacci, o non mi maltratti.

Eugenio: Volentieri. Andiamo, che vi accompagnerò. Il locandiere mi conosce, e a riguardo mio, spero che vi userà tutte le cortesie che potrà.

Don Marzio: (Mi pare d'averla veduta altre volte). (da sè, guarda di lontano coll'occhialetto)

Placida: Vi sarò eternamente obbligata.

Eugenio: Quando posso, faccio del bene a tutti. Se non ritroverete vostro marito, vi assisterò io. Son di buon cuore.

Don Marzio: (Pagherei qualche cosa di bello a sentir cosa dicono.) (da sè)

Placida: Caro signore, voi mi consolate colle vostre cortesissime esibizioni. Ma la carità d'un giovane, come voi, ad una donna, che non è ancor vecchia, non vorrei che venisse sinistramente interpretata.

Eugenio: Vi dirò, signora: se in tutti i casi si avesse questo riguardo, si verrebbe a levare agli uomini la libertà di fare delle opere di pietà. Se la mormorazione è fondata sopra un'apparenza di male, si minora la colpa del mormoratore; ma se la gente cattiva prende motivo di sospettare da un'azione buona o indifferente, tutta la colpa è sua, e non si leva il merito a chi opera bene. Confesso d'esser anch'io uomo di mondo; ma mi picco insieme d'esser un uomo civile, ed onorato.

Placida: Sentimenti d'animo onesto, nobile, e generoso.

Don Marzio: Amico, chi è questa bella pellegrina? (ad Eugenio)

Eugenio: (Eccolo qui; vuol dar di naso per tutto). (da sè) Andiamo in locanda. (a Placida)

Placida: Vi seguo. (entra in locanda con Eugenio)

 

SCENA SEDICESIMA

Don Marzio, poi Eugenio dalla locanda.

Don Marzio: Oh, che caro signor Eugenio! Egli applica a tutto, anche alla pellegrina. Colei mi pare certamente sia quella dell'anno passato. Scommetterei che è quella che veniva ogni sera al caffè a domandar l'elemosina. Ma io però non glie ne ho mai dati, veh! I miei danari, che sono pochi, li voglio spender bene. Ragazzi, non è ancora tornato Trappola? Non ha riportati gli orecchini, che mi ha dati in pegno per dieci zecchini il signor Eugenio?

Eugenio: Che cosa dice de' fatti miei?

Don Marzio: Bravo, colla pellegrina!

Eugenio: Non si può assistere una povera creatura, che si ritrova in bisogno?

Don Marzio: Sì, anzi fate bene. Povera diavola! Dall'anno passato in qua, non ha trovato nessuno che la ricoveri?

Eugenio: Come dall'anno passato! La conoscete quella pellegrina?

Don Marzio: Se la conosco? E come! È vero che ho corta vista, ma la memoria mi serve.

Eugenio: Caro amico, ditemi chi ella è.

Don Marzio: È una, che veniva l'anno passato a questo caffè ogni sera, a frecciare questo e quello.

Eugenio: Se ella dice che non è mai più stata in Venezia?

Don Marzio: E voi glielo credete? Povero gonzo!

Eugenio: Quella dell'anno passato di che paese era?

Don Marzio: Milanese.

Eugenio: E questa è piemontese.

Don Marzio: Oh sì, è vero; era di Piemonte.

Eugenio: È moglie d'un certo Flaminio Ardenti.

Don Marzio: Anche l'anno passato aveva con lei uno, che passava per suo marito.

Eugenio: Ora non ha nessuno.

Don Marzio: La vita di costoro; ne mutano uno al mese.

Eugenio: Ma come potete dire che sia quella?

Don Marzio: Se la riconosco!

Eugenio: L'avete ben veduta?

Don Marzio: Il mio occhialetto non isbaglia; e poi l'ho sentita parlare.

Eugenio: Che nome aveva quella dell'anno passato?

Don Marzio: Il nome poi non mi sovviene.

Eugenio: Questa ha nome Placida.

Don Marzio: Appunto; aveva nome Placida.

Eugenio: Se fossi sicuro di questo, vorrei ben dirle quello che ella si merita.

Don Marzio: Quando dico una cosa io, la potete credere. Colei è una pellegrina, che in vece d'essere alloggiata, cerca di alloggiare.

Eugenio: Aspettate, che ora torno. (Voglio sapere la verità.) (entra in locanda)

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Don Marzio, poi Vittoria mascherata.

Don Marzio: Non può essere altro, che quella assolutamente; l'aria, la statura, anche l'abito mi par quello. Non l'ho veduta bene nel viso, ma è quella senz'altro; e poi quando mi ha veduto, subito si è nascosta nella locanda.

Placida: Signor Don Marzio, la riverisco. (si smaschera)

Don Marzio: Oh signora mascheretta, vi sono schiavo.

Vittoria: A sorte, avreste voi veduto mio marito?

Don Marzio: Sì, signora, l'ho veduto.

Vittoria: Mi sapreste dire dove presentemente egli sia?

Don Marzio: Lo so benissimo.

Vittoria: Vi supplico dirmelo per cortesia.

Don Marzio: Sentite. (la tira in disparte) È qui in questa locanda con un pezzo di pellegrina, ma co' fiocchi.

Vittoria: Da quando in qua?

Don Marzio: Or ora, in questo punto, è capitata qui una pellegrina; l'ha veduta, gli è piaciuta, ed è entrato subitamente nella locanda.

Vittoria: Uomo senza giudizio! Vuol perdere affatto la riputazione.

Don Marzio: Questa notte l'avrete aspettato un bel pezzo.

Vittoria: Dubitava gli fosse accaduta qualche disgrazia.

Don Marzio: Chiamate poca disgrazia aver perso cento zecchini in contanti, e trenta sulla parola?

Vittoria: Ha perso tutti questi danari?

Don Marzio: Sì! Ha perso altro! Se giuoca tutto il giorno, e tutta la notte, come un traditore.

Vittoria: (Misera me! Mi sento o strappar il cuore.) (da sè)

Don Marzio: Ora gli converrà vendere a precipizio quel poco di panno, e poi ha finito.

Vittoria: Spero che non sia in istato di andar in rovina.

Don Marzio: Se ha impegnato tutto!

Vittoria: Mi perdoni; non è vero.

Don Marzio: Lo volete dire a me?

Vittoria: Io l'avrei a saper più di voi.

Don Marzio: Se ha impegnato a me... Basta. Son galantuomo, non voglio dir altro.

Vittoria: Vi prego dirmi che cosa ha impegnato. Può essere che io non lo sappia.

Don Marzio: Andate, che avete un bel marito.

Vittoria: Mi volete dire che cosa ha impegnato?

Don Marzio: Son galantuomo, non vi voglio dir nulla.

 

SCENA DICIOTTESIMA

Trappola colla scatola degli orecchini e detti.

Trappola: Oh, son qui; il gioielliere... (Uh! che vedo! La moglie del signor Eugenio; non voglio farmi sentire.) (da sè)

Don Marzio: Ebbene, cosa dice il gioielliere? (piano a Trappola)

TrappolaDice che saranno stati pagati più di dieci zecchini, ma che non glieli darebbe. : (piano a Don Marzio)

Don Marzio: Dunque non sono al coperto? (a Trappola)

Trappola: Ho paura di no. (a Don Marzio)

Don Marzio: Vedete le belle baronate che fa vostro marito? Egli mi di in pegno questi orecchini per dieci zecchini, e non vagliono nemmeno sei. (a Vittoria)

Vittoria: Questi sono i miei orecchini.

Don Marzio: Datemi dieci zecchini, e ve li do.

Vittoria: Ne vagliono più di trenta.

Don Marzio: Eh! trenta fichi! Siete d'accordo anche voi.

Vittoria: Teneteli fin a domani, ch'io troverò i dieci zecchini.

Don Marzio: Fin a domani? Oh non mi corbellate. Voglio andare a farli vedere da tutti i gioiellieri di Venezia.

Vittoria: Almeno non dite che sono miei, per la mia riputazione.

Don Marzio: Che importa a me della vostra riputazione! Chi non vuol che si sappia, non faccia pegni. (parte)

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Vittoria e Trappola.

Vittoria: Che uomo indiscreto, incivile! Trappola, dov'è il vostro padrone?

Trappola: Non lo so; vengo ora a bottega.

Vittoria: Mio marito dunque ha giuocato tutta la notte?

Trappola: Dove l'ho lasciato iersera, l'ho ritrovato questa mattina.

Vittoria: Maledettissimo vizio! E ha perso cento e trenta zecchini?

Trappola: Così dicono.

Vittoria: Indegnissimo gioco! E ora se ne sta con una forestiera in divertimenti?

Trappola: Signora sì, sarà con lei. L'ho veduto varie volte girarle d'intorno; sarà andato in casa.

Vittoria: Mi dicono che questa forestiera sia arrivata poco fa.

Trappola: No signora; sarà un mese che la c'è.

Vittoria: Non è una pellegrina?

Trappola: Oibò pellegrina; ha sbagliato perché finisce in ina ; è una ballerina.

Vittoria: E sta qui alla locanda!

Trappola: Signora no, sta qui in questa casa. (accennando la casa)

Vittoria: Qui? Se mi ha detto il signor Don Marzio, ch'egli ritrovasi in quella locanda con una pellegrina.

Trappola: Buono! Anche una pellegrina?

Vittoria: Oltre la pellegrina vi è anche la ballerina? Una di qua, e una di là?

Trappola: Sì, signora; farà per navigar col vento sempre in poppa. Orza, e poggia, secondo soffia la tramontana, o lo scirocco.

Vittoria: E sempre ha da far questa vita? Un uomo di quella sorta, di spirito, di talento, ha da perdere così miseramente il suo tempo, sacrificare le sue sostanze, rovinar la sua casa? Ed io l'ho da soffrire? Ed io mi ho da lasciar maltrattare senza risentirmi? Eh voglio esser buona, ma non balorda; non voglio che il mio tacere faciliti la sua mala condotta. Parlerò, dirò le mie ragioni; e se le parole non bastano, ricorrerò alla giustizia.

Trappola: È vero, è vero. Eccolo, che viene dalla locanda.

Vittoria: Caro amico, lasciatemi sola.

Trappola: Si serva pure, come più le piace. (entra nell'interno della bottega)

 

SCENA VENTESIMA

Vittoria, poi Eugenio dalla locanda.

Vittoria: Voglio accrescere la di lui sorpresa col mascherarmi. (si maschera)

Eugenio: Io non so quel ch'io m'abbia a dire; questa nega, e quei tien sodo. Don Marzio so che è una mala lingua. A queste donne che viaggiano non è da credere. Mascheretta? A buon'ora! Siete mutola? Volete caffè? Volete niente? Comandate.

Vittoria: Non ho bisogno di caffè, ma di pane. (si smaschera)

Eugenio: Come! Che cosa fate voi qui?

Vittoria: Eccomi qui strascinata dalla disperazione.

Eugenio: Che novità è questa? A quest'ora in maschera?

Vittoria: Cosa dite eh? Che bel divertimento! A quest'ora in maschera.

Eugenio: Andate subito a casa vostra!

Vittoria: Anderò a casa, e voi resterete al divertimento.

Eugenio: Voi andate a casa, ed io resterò dove mi piacerà di restare.

Vittoria: Bella vita, signor consorte!

Eugenio: Meno ciarle, signora: vada a casa, che farà meglio.

Vittoria: Sì, anderò a casa; ma anderò a casa mia, non a casa vostra.

Eugenio: Dove intendereste d'andare?

Vittoria: Da mio padre; il quale, nauseato dei mali trattamenti che voi mi fate, saprà farsi render ragione del vostro procedere e della mia dote.

Eugenio: Brava, signora, brava. Questo è il gran bene che mi volete; questa è la premura che avete di me e della mia riputazione.

Vittoria: Ho sempre sentito dire che crudeltà consuma amore. Ho tanto sofferto, ho tanto pianto, ma ora non posso più.

Eugenio: Finalmente, che cosa vi ho fatto?

Vittoria: Tutta la notte al giuoco!

Eugenio: Chi vi ha detto che io abbia giuocato?

Vittoria: Me l'ha detto il signor Don Marzio, e che avete perduto cento zecchini in contanti, e trenta sulla parola.

Eugenio: Non gli credete, non è vero.

Vittoria: E poi a’ divertimenti con la pellegrina.

Eugenio: Chi vi ha detto questo?

Vittoria: Il signor Don Marzio.

Eugenio: (Che tu sia maledetto!) (da sè) Credetemi, non è vero.

Vittoria: E di più impegnare la roba mia; prendermi un paio di orecchini, senza dirmi niente. Sono azioni di farsi ad una moglie amorosa, civile e onesta come sono io?

Eugenio: Come avete saputo degli orecchini?

Vittoria: Me l'ha detto il signor Don Marzio.

Eugenio: Ah lingua da tanaglie!

Vittoria: Già dice il signor Don Marzio, e lo diranno tutti, che uno di questi giorni sarete rovinato del tutto; ed io, prima che ciò succeda, voglio assicurarmi della mia dote.

Eugenio: Vittoria, se mi voleste bene, non parlereste così.

Vittoria: Vi voglio bene anche troppo, e se non vi avessi amato tanto, sarebbe stato meglio per me.

Eugenio: Volete andare da vostro padre?

Vittoria: Sì, certamente.

Eugenio: Non volete più star con me?

Vittoria: Vi sarò quando avrete messo giudizio.

Eugenio: Oh, signora dottoressa, non mi stia ora a seccare. (alterato)

Vittoria: Zitto; non facciamo scene per la strada.

Eugenio: Se aveste riputazione non verreste a cimentare vostro marito in una bottega da caffè.

Vittoria: Non dubitate, non ci verrò più.

Eugenio: Animo! via di qua.

Vittoria: Vado, vi obbedisco, perché una moglie onesta deve obbedire anche un marito indiscreto. Ma forse, forse sospirerete d'avermi quando non mi potrete vedere. Chiamerete forse per nome la vostra cara consorte, quando ella non sarà più in grado di rispondervi e di aiutarvi. Non vi potrete dolere dell'amor mio. Ho fatto quanto far poteva una moglie innamorata di suo marito. M'avete con ingratitudine corrisposto; pazienza. Piangerò da voi lontana, ma non saprò così spesso i torti che voi mi fate. V'amerò sempre, ma non mi vedrete mai più. (parte)

Eugenio: Povera donna! Mi ha intenerito. So che lo dice, ma non è capace di farlo; le andrò dietro alla lontana, e la piglierò con le buone. S'ella mi porta via la dote, son rovinato. Ma non avrà cuore di farlo. Quando la moglie è in collera, quattro carezze bastano per consolarla. (parte)

 ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Ridolfo dalla strada, poi Trappola dalla bottega interna.

Ridolfo: Ehi, giovani, dove siete?

Trappola: Son qui, padrone.

Ridolfo: Si lascia la bottega sola, eh?

Trappola: Ero lì coll'occhio attento, e coll'orecchio in veglia. E poi che volete voi che rubino? Dietro al banco non vien nessuno.

Ridolfo: Possono rubar le chicchere. So io, che vi è qualcheduno che si fa l'assortimento di chicchere, sgraffignandone una alla volta a danno dei poveri bottegai.

Trappola: Come quelli che vanno dove sono rinfreschi, per farsi provvisione di tazze, e di tondini.

Ridolfo: Il signor Eugenio è andato via?

Trappola: Oh se sapeste! È venuta sua moglie. Oh che pianti! Oh che lamenti! Barbaro, traditore, crudele! Un poco amorosa, un poco sdegnata. Ha fatto tanto che lo ha intenerito.

Ridolfo: E dove è andato?

Trappola: Che domande? Stanotte non è stato a casa. Sua moglie lo viene a ricercare; e domandate dove è andato?

Ridolfo: Ha lasciato nessun ordine?

Trappola: È tornato per la porticina di dietro a dirmi che a voi si raccomanda per il negozio de' panni, perché non ne ha uno.

Ridolfo: Le due pezze di panno le ho vendute a tredici lire il braccio, ed ho tirato il denaro, ma non voglio ch'egli lo sappia; non glieli voglio dar tutti, perché se gli ha nelle mani, gli farà saltare in un giorno.

Trappola: Quando sa che gli avete, gli vorrà subito.

Ridolfo: Non gli dirò d'averli avuti, gli darò il suo bisogno, e mi regolerò con prudenza.

Trappola: Eccolo che viene: Lupus est in fabula.

Ridolfo: Cosa vuol dire questo latino?

Trappola: Vuol dire: il lupo pesta la fava. (si ritira in bottega sorridendo)

Ridolfo: È curioso costui. Vuol parlar latino, e non sa nemmeno parlare italiano.

 

SCENA SECONDA

Ridolfo, ed Eugenio.

Eugenio: Ebbene, amico Ridolfo, avete fatto niente?

Ridolfo: Ho fatto qualche cosa.

Eugenio: So che avete avute le due pezze di panno, il giovane me lo ha detto. Le avete esitate?

Ridolfo: Le ho esitate.

Eugenio: A quanto?

Ridolfo: A tredici lire il braccio.

Eugenio: Mi contento: danari subito?

Ridolfo: Parte alla mano, e parte col respiro.

Eugenio: Oimè! Quanto alla mano?

Ridolfo: Quaranta zecchini.

Eugenio: Via non vi è male. Datemeli, che vengono a tempo.

Ridolfo: Ma piano, signor Eugenio: V. S. sa pure che le ho prestati trenta zecchini.

Eugenio: Bene, vi pagherete quando verrà il restante del panno.

Ridolfo: Questo, la mi perdoni, non è un sentimento onesto da par suo. Ella sa come l'ho servita, con prontezza, spontaneamente, senza interesse, e la mi vuol far aspettare? Anch'io, o signore, ho bisogno del mio.

Eugenio: Via, avete ragione. Compatitemi, avete ragione. Tenete li trenta zecchini, e date quei dieci a me.

Ridolfo: Con questi dieci zecchini non vuol pagare il signor Don Marzio? Non si vuol levar d'intorno codesto diavolo tormentatore?

Eugenio: Ha il pegno in mano, aspetterà.

Ridolfo: Così poco stima V. S. la sua riputazione? Si vuol lasciar malmenare dalla lingua d'un chiacchierone? Da uno che fa servizio a posta per vantarsi d'averlo fatto, e che non ha altro piacere, che mettere in discredito i galantuomini?

Eugenio: Dite bene, bisogna pagarlo. Ma ho io da restar senza danari? Quanto respiro avete accordato al compratore?

Ridolfo: Di quanto avrebbe bisogno?

Eugenio: Che so io? Dieci, o dodici zecchini.

Ridolfo: Servita subito; questi sono dieci zecchini, e quando viene il signor Don Marzio, io ricupererò gli orecchini.

Eugenio: Questi dieci zecchini che mi date, di qual ragione s'intende che sieno?

Ridolfo: Gli tenga, e non pensi altro. A suo tempo conteggeremo.

Eugenio: Ma quando tireremo il resto del panno?

Ridolfo: La non ci pensi. Spenda quelli, e poi qualche cosa sarà; ma badi bene di spenderli a dovere, di non gettarli.

Eugenio: Sì, amico, vi sono obbligato. Ricordatevi nel conto del panno tenervi la vostra senseria.

Ridolfo: Mi maraviglio; fo il caffettiere, e non fo il sensale. Se m'incomodo per un padrone, per un amico, non pretendo di farlo per interesse. Ogni uomo è in obbligo di aiutare l'altro quando può, ed io principalmente ho obbligo di farlo con V. S. per gratitudine del bene che ho ricevuto dal suo signor padre. Mi chiamerò bastantemente ricompensato, se di questi danari, che onoratamente le ho procurati, se ne servirà per profitto della sua casa, per risarcire il suo decoro e la sua estimazione.

Eugenio: Voi siete un uomo molto proprio e civile; è peccato che facciate questo mestiere; meritereste miglior stato e fortuna maggiore.

Ridolfo: Io mi contento di quello che il cielo mi concede, e non iscambierei il mio stato con tanti altri, che hanno più apparenza e meno sostanza. A me nel mio grado non manca niente. Fo un mestiere onorato, un mestiere nell'ordine degli artigiani pulito, decoroso e civile. Un mestiere che, esercitato con buona maniera e con riputazione, si rende grato a tutti gli ordini delle persone. Un mestiere reso necessario al decoro delle città, alla salute degli uomini e all'onesto divertimento di chi ha bisogno di respirare. (entra in bottega)

Eugenio: Costui è un uomo di garbo; non vorrei però che qualcheduno dicesse che è troppo dottore. Infatti per un caffettiere pare che dica troppo; ma in tutte le professioni ci sono degli uomini di talento e di probità. Finalmente non parla nè di filosofia, nè di matematica: parla da uomo di buon giudizio; e volesse il cielo che io ne avessi tanto, quanto egli ne ha.

SCENA TERZA

Conte Leandro di casa di Lisaura ed Eugenio.

Leandro: Signor Eugenio, questi sono i vostri denari; eccoli qui tutti in questa borsa; se volete che ve gli renda, andiamo.

Eugenio: Son troppo sfortunato, non giuoco più.

Leandro: Dice il proverbio: una volta corre il cane, e l'altra la lepre.

Eugenio: Ma io sono sempre la lepre, e voi sempre il cane.

Leandro: Ho un sonno che non ci vedo. Son sicuro di non poter tenere le carte in mano; eppure per questo maledetto vizio non m'importa di perdere, purché giuochi.

Eugenio: Anch'io ho sonno. Oggi non giuoco certo.

Leandro: Se non avete denari, non importa, io vi credo.

Eugenio: Credete, che sia senza denari? Questi sono zecchini; ma non voglio giuocare. (mostra la borsa con i dieci zecchini)

Leandro: Giuochiamo almeno una cioccolata.

Eugenio: Non ne ho volontà.

Leandro: Una cioccolata per servizio.

Eugenio: Ma se vi dico...

Leandro: Una cioccolata sola sola, e chi parla di giuocar di più perda un ducato.

Eugenio: Via, per una cioccolata, andiamo. (da sé) (Già. Ridolfo non mi vede.)

Leandro: (Il merlotto è nella rete.) (entra con Eugenio nella bottega del giuoco)

 

SCENA QUARTA

Don Marzio, poi Ridolfo dalla bottega.

Don Marzio: Tutti gli orefici gioiellieri mi dicono che non vagliono dieci zecchini. Tutti si maravigliano che Eugenio m'abbia gabbato. Non si può far servizio: non do più, più un soldo a nessuno, se lo vedessi crepare. Dove diavolo sarà costui? Si sarà nascosto per non pagarmi.

Ridolfo: Signore, ha ella gli orecchini del signor Eugenio?

Don Marzio: Eccoli qui; questi belli orecchini non vagliono un corno; mi ha trappolato. Briccone! si è ritirato per non pagarmi; è fallito, è fallito.

Ridolfo: Prenda, signore, e non faccia altro fracasso; questi sono dieci zecchini, favorisca darmi i pendenti.

Don Marzio: Sono di peso? (osserva coll'occhialetto)

Ridolfo: Glieli mantengo di peso e se calano son qua io.

Don Marzio: Li mettete fuori voi?

Ridolfo: Io non c'entro: questi sono denari del signor Eugenio.

Don Marzio: Come ha fatto a trovare questi denari?

Ridolfo: Io non so i fatti suoi.

Don Marzio: Li ha vinti al giuoco?

Ridolfo: Le dico che non lo so.

Don Marzio: Ah, ora che ci penso, avrà venduto il panno. Sì, sì, ha venduto il panno; gliel'ha fatto vender messer Pandolfo.

Ridolfo: Sia come esser si voglia, prenda i denari, e favorisca rendere a me gli orecchini.

Don Marzio: Ve Li ha dati da sè il signor Eugenio, o ve Li ha dati Pandolfo?

Ridolfo: Oh l'è lunga! Li vuole, o non Li vuole?

Don Marzio: Date qua, date qua. Povero panno! L'avrà precipitato.

Ridolfo: Mi dà gli orecchini?

Don Marzio: Li avete a portar a lui?

Ridolfo: A lui.

Don Marzio: A lui, o a sua moglie?

Ridolfo: O a lui, o a sua moglie. (con impazienza)

Don Marzio: Egli dov'è?

Ridolfo: Non lo so.

Don Marzio: Dunque Li porterete a sua moglie?

Ridolfo: Li porterò a sua moglie.

Don Marzio: Voglio venire anch'io.

Ridolfo: Li dia a me, e non pensi altro. Sono un galantuomo.

Don Marzio: Andiamo, andiamo, portiamoli a sua moglie. (s'incammina)

Ridolfo: So andarvi senza di lei.

Don Marzio: Voglio farle questa finezza. Andiamo, andiamo. (parte)

Ridolfo: Quando vuole una cosa, non vi è rimedio. Giovani badate alla bottega. (lo segue)

 

SCENA QUINTA

Garzoni in bottega, Eugenio dalla biscazza.

Eugenio: Maledetta fortuna! Li ho persi tutti. Per una cioccolata ho perso dieci zecchini. Ma l'azione che mi ha fatto mi dispiace più della perdita. Tirarmi sotto, vincermi tutti i denari, e poi non volermi credere sulla parola? Ora sì, che son punto; ora sì, che darei dentro a giuocare sino a domani. Dica Ridolfo quel che sa dire; bisogna che mi dia degli altri denari. Giovani, dov'è il padrone?

Garzoni: È andato via in questo punto.

Eugenio: Dov'è andato?

Garzoni: Non lo so, signore.

Eugenio: Maledetto Ridolfo! Dove diavolo sarà andato? (alla porta della bisca) Signor Conte, aspettatemi, che or ora torno. Voglio veder se trovo questo diavolo di Ridolfo. (in atto di partire)

 

Scena sesta

Pandolfo dalla strada e detto.

Pandolfo: Dove, dove, signor Eugenio, così riscaldato?

Eugenio: Avete veduto Ridolfo?

Pandolfo: Io no.

Eugenio: Avete fatto niente del panno?

Pandolfo: Signor sì, ho fatto.

Eugenio: Via bravo, che avete fatto?

Pandolfo: Ho ritrovato il compratore del panno; ma con che fatica! L'ho fatto vedere da più di dieci, e tutti lo stimano poco.

Eugenio: Questo compratore, quanto vuol dare?

Pandolfo: A forza di parole l'ho tirato a darmi otto lire al braccio.

Eugenio: Che diavolo dite? Otto lire il braccio? Ridolfo me ne ha fatto vendere due pezze a tredici lire.

Pandolfo: Denari subito?

Eugenio: Parte subito, e il resto con respiro.

Pandolfo: Oh che buon negozio! Col respiro! Io vi fo dare tutti i denari uno sopra l'altro. Tante braccia di panno, tanti bei ducati d'argento veneziani.

Eugenio: (Ridolfo non si vede! Vorrei denari; son punto.) (da sè)

Pandolfo: Se avessi voluto vendere il panno a credenza, l'avrei venduto anche sedici lire. Ma col denaro alla mano, al di d'oggi, quando si possono pigliare, si pigliano.

Eugenio: Ma se costa a me dieci lire.

Pandolfo: Cosa importa perder due lire al braccio nel panno, se avete i quattrini per fare i fatti vostri, e da potervi riscattare di quel che avete perduto?

Eugenio: Non si potrebbe migliorare il negozio? Darlo per il costo?

Pandolfo: Non vi è speranza di crescere un quattrinello.

Eugenio: (Bisogna farlo per necessità.) (da sè) Via, quel che s'ha da fare si faccia subito.

Pandolfo: Fatemi l'ordine per aver le due pezze di panno, e in mezz'ora vi porto qui il denaro.

Eugenio: Son qui subito. Giovani, datemi da scrivere. (I garzoni portano il tavolino col bisogno per scrivere)

Pandolfo: Scrivete al giovane che mi dia quelle due pezze di panno che ho segnate io.

Eugenio: Benissimo, per me è tutt'uno. (scrive)

Pandolfo: (Oh che bell'abito, che mi voglio fare.) (da sè)

 

SCENA SETTIMA

Ridolfo dalla strada e detti.

Ridolfo: (Il signor Eugenio scrive d'accordo con messer Pandolfo. Vi è qualche novità.) (da sè)

Pandolfo: (Non vorrei che costui mi venisse a interrompere sul più bello.) (da sè vedendo Ridolfo)

Ridolfo: Signor Eugenio, servitor suo.

Eugenio: Oh, vi saluto. (seguitando a scrivere)

Ridolfo: Negozi, negozi, signor Eugenio? negozi?

Eugenio: (scrivendo) Un piccolo negozietto.

Ridolfo: Posso esser degno di saper qualche cosa?

Eugenio: Vedete cosa vuol dire dar la roba a credenza? Non mi posso prevalere del mio, ho bisogno di denari, e conviene ch'io rompa il collo ad altre due pezze di panno.

Pandolfo: Non si dice che rompa il collo a due pezze di panno, ma che le vende come si può.

Ridolfo: Quanto le danno il braccio?

Eugenio: Mi vergogno a dirlo. Otto lire.

Pandolfo: Ma i suoi quattrini l'un sopra all'altro.

Ridolfo: E vossignoria vuol precipitar la roba così miseramente?

Eugenio: Ma se non posso far a meno. Ho bisogno di denari.

Pandolfo: Non è anche poco da un'ora all'altra trovar i denari che gli bisognano.

Ridolfo: Di quanto avrebbe bisogno? (ad Eugenio)

Eugenio: Che? avete da darmene?

Pandolfo: (Sta a vedere che costui mi rovina il negozio.) (da sè)

Ridolfo: Se bastassero sei o sette zecchini, li troverei.

Eugenio: Eh via! Freddure, freddure! Ho bisogno di denari. (scrive)

Pandolfo: (Manco male!) (da sè)

Ridolfo: Aspetti; quanto importeranno le due pezze di panno a otto lire il braccio?

Eugenio: Facciamo il conto. Le pezze tirano sessanta braccia l'una: e due via sessanta, cento e venti. Cento e venti ducati d'argento.

Pandolfo: Ma vi è poi la senseria da pagare.

Ridolfo: A chi si paga la senseria? (a Pandolfo)

Pandolfo: A me, signore, a me. (a Ridolfo)

Ridolfo: Benissimo. Cento e venti ducati d'argento, a lire otto l'uno, quanti zecchini fanno?

Eugenio: Ogni undici quattro zecchini. Dieci via undici cento e dieci; e undici, cento e vent'uno. Quattro via undici, quarantaquattro. Quarantaquattro zecchini meno un ducato. Quarantatré e quattordici lire, moneta veneziana.

Pandolfo: Dica pure quaranta zecchini. I rotti vanno per la senseria.

Eugenio: Anche i tre zecchini vanno ne' rotti?

Pandolfo: Certo; ma i denari subito.

Eugenio: Via, via, non importa. Ve li dono.

Ridolfo: (O che ladro!) Faccia ora il conto, signor Eugenio, quanto importano le due pezze di panno a tredici lire?

Eugenio: Oh, importano molto più.

Pandolfo: Ma col respiro; e non può fare i fatti suoi.

Ridolfo: Faccia il conto.

Eugenio: Ora il farò colla penna. Cento e venti braccia, a lire tredici il braccio. Tre via nulla; e due via tre sei; un via tre; un via nulla; un via due; un via uno. Somma: nulla; sei; due e tre cinque; uno. Mille cinquecento e sessanta lire.

Ridolfo: Quanti zecchini fanno?

Eugenio: Subito ve lo so dire. (conteggia) Settanta zecchini e venti lire.

Ridolfo: Senza la senseria?

Eugenio: Senza la senseria.

Pandolfo: Ma aspettarli chi sa quanto. Val più una pollastra oggi che un cappone domani.

Ridolfo: Ella ha avuto da me: prima trenta zecchini, e poi dieci, che fan quaranta; e dieci degli orecchini che ho ricuperati, che sono cinquanta; dunque ha avuto da me, a quest'ora dieci zecchini di più di quello che gli dà subito, alla mano, un sopra l'altro, questo onoratissimo signor sensale!

Pandolfo: (Che tu sia maledetto!) (da sè)

Eugenio: È, vero, avete ragione; ma adesso ho necessità di danari.

Ridolfo: Ha necessità di danari? ecco i danari: questi sono venti zecchini e venti lire che formano il resto di settanta zecchini e venti lire, prezzo delle cento e venti braccia di panno, a tredici lire il braccio, senza pagare un soldo di senseria; subito, alla mano, un sopra l'altro, senza ladronerie, senza scrocchi, senza bricconate da truffatori.

Eugenio: Quand'è cosi, Ridolfo caro, sempre più vi ringrazio; straccio quest'ordine, (a Pandolfo) e da voi, signor sensale, non mi occorre altro.

Pandolfo: (Il diavolo l'ha condotto qui. L'abito è andato in fumo.) Bene, non importa, avrò gettati via i miei passi.

Eugenio: Mi dispiace del vostro incomodo.

Pandolfo: Almeno da bevere l'acquavite.

Eugenio: Aspettate; tenete questo ducato (cava un ducato dalla borsa, che gli ha dato Ridolfo.)

Pandolfo: Obbligatissimo. (da sè) (Già vi cascherà un'altra volta.) (ad Eugenio) Mi comanda altro?

Eugenio: La grazia vostra.

Pandolfo: (Vuole?) (gli fa cenno se vuol giuocare, in maniera che Ridolfo non veda)

Eugenio: (di nascosto egli pure a Pandolfo) (Andate, che vengo.)

Pandolfo: (Già se gli giuoca prima del desinare.) (va nella sua bottega e poi torna fuori)

Eugenio: Come è andata, Ridolfo? Avete veduto il debitore cosi presto? Vi ha dati subito i danari?

Ridolfo: Per dirgli la verità, gli avevo in tasca sin dalla prima volta; ma io non glieli voleva dar tutti subito, acciò non gli mandasse a male sì presto.

Eugenio: Mi fate torto a dirmi così; non sono già un ragazzo. Basta... dove sono gli orecchini?

Ridolfo: Quel caro, signor Don Marzio, dopo aver avuti i dieci zecchini, ha voluto per forza portar gli orecchini colle sue mani alla signora Vittoria.

Eugenio: Avete parlato voi con mia moglie?

Ridolfo: Ho parlato certo; sono andato anch'io col signor Don Marzio.

Eugenio: Che dice?

Ridolfo: Non fa altro che piangere poverina! Fa compassione.

Eugenio: Se sapeste come era arrabbiala contro di me! Voleva andar da suo padre, voleva la sua dote, voleva far delle cose grandi.

Ridolfo: Come l'ha accomodata?

Eugenio: Con quattro carezze.

Ridolfo: Si vede che le vuol bene: è assai di buon cuore.

Eugenio: Ma quando va in collera, diventa una bestia.

Ridolfo: Non bisogna poi maltrattarla. È una signora nata bene, allevata bene. M'ha detto, che s'io lo vedo, gli dica che vada a pranzo a buon'ora.

Eugenio: Sì sì, ora vado.

Ridolfo: Caro signor Eugenio, la prego, badi al sodo, lasci andar il giuoco; non si perda dietro alle donne; giacchè V.S. ha una moglie giovine, bella, e che le vuol bene; che vuol cercare di più?

Eugenio: Dite bene, vi ringrazio davvero.

Pandolfo: (dalla sua bottega si spurga, acciò Eugenio lo senta e lo guardi. Eugenio si volta. Pandolfo fa cenno che Leandro l'aspetta a giuocare, Eugenio fa cenno che anderà. Pandolfo torna in bottega; Ridolfo non se ne avvede)

Ridolfo: Io lo consiglierei andar a casa adesso. Poco manca al mezzogiorno. Vada, consoli la sua cara sposa.

Eugenio: Sì, vado, subito. Oggi ci rivedremo.

Ridolfo: Dove posso servirla, la mi comandi.

Eugenio: Vi sono tanto obbligato. (vorrebbe andare al giuoco ma teme che Ridolfo lo veda)

Ridolfo: Comanda niente? Ha bisogno di niente?

Eugenio: Niente, niente. A rivedervi.

Ridolfo: Le son servitore. (si volta verso la sua bottega)

Eugenio: (vedendo che Ridolfo non l'osserva, entra nella bottega del giuoco)

 

SCENA OTTAVA

Ridolfo, poi Don Marzio.

Ridolfo: Spero un poco alla volta tirarlo in buona strada. Mi dirà qualcuno: perchè vuoi tu romperti il capo per un giovine, che non è tuo parente, che non è niente del tuo? E per questo? Non si può voler bene ad un amico? Non si può far del bene a una famiglia, verso la quale ho delle obbligazioni? Questo nostro mestiere ha dell'ozio assai. Il tempo, che avanza, molti l'impiegano o a giuocare, o a dir male del prossimo. Io l'impiego a far del bene se posso.

Don Marzio: Oh che bestia! Oh che bestia! Oh che asino!

Ridolfo: Con chi l'ha signor Don Marzio?

Don Marzio: Senti, senti, Ridolfo, se vuoi ridere. Un medico vuol sostenere che l'acqua calda sia più sana dell'acqua fredda.

Ridolfo: Ella non è di quest'opinione?

Don Marzio: L'acqua calda debilita lo stomaco.

Ridolfo: Certamente rilassa la fibra.

Don Marzio: Cos'è questa fibra?

Ridolfo: Ho sentito dire che nel nostro stomaco vi sono due fibre, quasi come due nervi, dalle quali si macina il cibo, e quando queste fibre si rallentano, si fa una cattiva digestione.

Don Marzio: Sì, signore; sì signore; l'acqua calda rilassa il ventricolo, e la sistole e la diastole non possono triturare il cibo.

Ridolfo: Come c'entra la sistole e la diastole?

Don Marzio: Che cosa sai tu, che sei un somaro? Sistole e diastole sono i nomi delle due fibre, che fanno la triturazione del cibo digestivo.

Ridolfo: (Oh che spropositi! altro che il mio Trappola!)

 

Scena nona

Lisaura alla finestra e detti.

Don Marzio: Ehi? L'amica della porta di dietro. (a Ridolfo)

Ridolfo: Con sua licenza, vado a badare al caffè. (va nell'interno della bottega)

Don Marzio: Costui è un asino, vuol serrar presto la bottega. (a Lisaura, guardandola di quando in quando col solito occhialetto) Servitor suo, padrona mia.

Lisaura: Serva umilissima.

Don Marzio: Sta bene?

Lisaura: Per servirla.

Don Marzio: Quant'è che non ha veduto il conte Leandro?

Lisaura: Un'ora in circa.

Don Marzio: È mio amico il conte.

Lisaura: Me ne rallegro.

Don Marzio: Che degno galantuomo!

Lisaura: È tutta sua bontà.

Don Marzio: Ehi! È vostro marito?

Lisaura: I fatti miei non li dico sulla finestra.

Don Marzio: Aprite, aprite, che parleremo.

Lisaura: Mi scusi, io non ricevo visite.

Don Marzio: Eh via!

Lisaura: No davvero.

Don Marzio: Verrò per la porta di dietro.

Lisaura: Anche ella si sogna della porta di dietro? Io non apro a nessuno.

Don Marzio: A me non avete a dir così. So benissimo che introducete la gente per di là.

Lisaura: Io sono una donna onorata.

Don Marzio: Volete che vi regali quattro castagne secche? (le cava dalla tasca)

Lisaura: La ringrazio infinitamente.

Don Marzio: Sono buone, sapete? Le fo seccare io ne' miei beni.

Lisaura: Si vede che ha buona mano a seccare.

Don Marzio: Perché?

Lisaura: Perchè ha seccato anche me.

Don Marzio: Brava! Spiritosa! Se siete cosi pronta a fare le capriole, sarete una brava ballerina.

Lisaura: A lei non deve premere che sia brava, o non brava.

Don Marzio: In verità non me ne importa un fico.

 

SCENA DECIMA

Placida, da pellegrina, alla finestra della locanda, e detti.

Placida: (Non vedo più il signor Eugenio.) (da sè)

Don Marzio: Ehi! Avete veduto la pellegrina? (a Lisaura dopo avere osservato Placida coll'occhialetto)

Lisaura: E chi è colei?

Don Marzio: Una di quelle del buon tempo.

Lisaura: E il locandiere riceve gente di quella sorta?

Don Marzio: È mantenuta.

Lisaura: Da chi?

Don Marzio: Dal signor Eugenio.

Lisaura: Da un uomo ammogliato? Meglio!

Don Marzio: L'anno passato ha fatto le sue.

Lisaura: Serva sua. (ritirandosi)

Don Marzio: Andate via?

Lisaura: Non voglio stare alla finestra, quando in faccia vi è una donna di quel carattere. (si ritira)

 

SCENA UNDICESIMA

Placida alla finestra, Don Marzio nella strada.

Don Marzio: Oh, oh, oh, questa è bella! La ballerina si ritira per paura di perdere il suo decoro! (coll'occhialetto) Signora pellegrina, la riverisco.

Placida: Serva devota.

Don Marzio: Dov'è il signor Eugenio?

Placida: Lo conosce ella il signor Eugenio?

Don Marzio: Oh, siamo amicissimi. Sono stato, poco fa, a ritrovare sua moglie.

Placida: Dunque il signor Eugenio ha moglie?

Don Marzio: Sicuro, che ha moglie; ma ciò non ostante gli piace divertirsi coi bei visetti: avete veduto quella signora che era a quella finestra?

Placida: L'ho veduta; mi ha fatto la finezza di chiudermi la finestra in faccia, senza fare alcun motto, dopo avermi ben bene guardata.

Don Marzio: Quella è una, che passa per ballerina, ma! m'intendete.

Placida: È una poco di buono?

Don Marzio: Sì; e il signor Eugenio è uno dei suoi protettori.

Placida: E ha moglie?

Don Marzio: E bella ancora.

Placida: Per tutto il mondo vi sono de' giovani scapestrati.

Don Marzio: Vi ha forse dato ad intendere che non era ammogliato?

Placida: A me poco preme che lo sia, o non lo sia.

Don Marzio: Voi siete indifferente. Lo ricevete com'è.

Placida: Per quello che ne ho da far io, mi è tutt'uno.

Don Marzio: Già si sa. Oggi uno, domani un altro.

Placida: Come sarebbe a dire? Si spieghi.

Don Marzio: Volete quattro castagne secche? (le cava di tasca)

Placida: Bene obbligata.

Don Marzio: Davvero se volete, ve le do.

Placida: È molto generoso, signore.

Don Marzio: Veramente al vostro merito quattro castagne sono poche. Se volete, aggiungerò alle castagne un paio di lire.

Placida: Asino senza creanza. (serra la finestra e parte)

Don Marzio: Non si degna di due lire, e l'anno passato si degnava di meno. (chiama forte) Ridolfo?

 

SCENA DODICESIMA

Ridolfo e detto.

Ridolfo: Signore?

Don Marzio: Carestia di donne. Non si degnano di due lire.

Ridolfo: Ma ella le mette tutte in un mazzo.

Don Marzio: Roba che gira il mondo? Me ne rido.

Ridolfo: Gira il mondo anche della gente onorata.

Don Marzio: Pellegrina! Ah, buffone!

Ridolfo: Non si può saper chi sia quella pellegrina.

Don Marzio: Lo so. È quella dell'anno passato.

Ridolfo: Io non l'ho più veduta.

Don Marzio: Perché sei un balordo.

Ridolfo: Grazie alla sua gentilezza. (Mi vien volontà di pettinargli quella parrucca.) (da sé)

 

SCENA TREDICESIMA

Eugenio dal giuoco e detti.

Eugenio: Schiavo, signori, padroni cari. (allegro e ridente)

Ridolfo: Come! Qui il signor Eugenio?

Eugenio: Certo; qui sono. (ridendo)

Don Marzio: Avete vinto?

Eugenio: Sì, signore, ho vinto, sì, signore.

Don Marzio: Oh! Che miracolo!

Eugenio: Che gran caso! Non posso vincere io? Chi sono io? Sono uno stordito?

Ridolfo: Signor Eugenio, è questo il proponimento di non giuocare?

Eugenio: State zitto. Ho vinto.

Ridolfo: E se perdeva?

Eugenio: Oggi non potevo perdere.

Ridolfo: No? Perché?

Eugenio: Quando ho da perdere me lo sento.

Ridolfo: E quando se lo sente, perché giuoca?

Eugenio: Perché ho da perdere.

Ridolfo: E a casa quando si va?

Eugenio: Via, mi principierete a seccare?

Ridolfo: Non dico altro. (Povere le mie parole) (da sé)

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Leandro dalla bottega del giuoco e detti.

Leandro: Bravo, bravo; mi ha guadagnati i miei denari; e s'io non lasciava stare, mi sbancava.

Eugenio: Ah? Son uomo io? In tre tagli ho fatto il servizio.

Leandro: Mette da disperato.

Eugenio: Metto da giuocatore.

Don Marzio: Quanto vi ha guadagnato? (a Leandro)

Leandro: Assai.

Don Marzio: Ma pure quanto avete vinto? (ad Eugenio)

Eugenio: Ehi, sei zecchini. (con allegria)

Ridolfo: (Oh pazzo maledetto! Da jeri in qua ne ha perduti cento e trenta, e gli pare aver vinto un tesoro, ad averne guadagnati sei.) (da sé)

Leandro: (Qualche volta bisogna lasciarsi vincere per allettare.) (da sé)

Don Marzio: Che volete voi fare di questi sei zecchini. (ad Eugenio)

Eugenio: Se volete che gli mangiamo, io ci sono.

Don Marzio: Mangiamoli pure.

Ridolfo: (O povere le mie fatiche!) (da sé)

Eugenio: Andiamo all'osteria? Ognuno pagherà la sua parte.

Ridolfo: (Non vi vada, la tireranno a giuocare.) (piano ad Eugenio)

Eugenio: (Lasciateli fare; oggi sono in fortuna.) (piano a Ridolfo)

Ridolfo: (Il male non ha rimedio.) (da sé)

Leandro: In vece di andare all'osteria, potremo far preparare qui sopra nei camerini di messer Pandolfo.

Eugenio: Sì, dove volete, ordineremo il pranzo qui alla locanda, e lo faremo portar là sopra.

Don Marzio: Io con voi altri, che siete galantuomini, vengo per tutto.

Ridolfo: (Povero gonzo! non se ne accorge.) (da sé)

Leandro: Ehi, messer, Pandolfo?

 

SCENA QUINDICESIMA

Pandolfo dal giuoco e detti.

Pandolfo: Sono qui a servirla.

Leandro: Volete farci il piacere di prestarci i vostri stanzini per desinare?

Pandolfo: Sono padroni; ma vede, anch'io... pago la pigione.

Leandro: Si sa, pagheremo l'incomodo.

Eugenio: Con chi credete aver che fare? Pagheremo tutto.

Pandolfo: Benissimo; che si servano. Vado a far ripulire. (va in bottega del giuoco)

Eugenio: Via, chi va a ordinate?

Leandro: Tocca a voi come il più pratico del paese. (ad Eugenio)

Don Marzio: Sì, fate voi. (ad Eugenio)

Eugenio: Che cosa ho da ordinare?

Leandro: Fate voi.

Eugenio: Ma dice la canzone: L'allegria non è perfetta, quando manca la donnetta.

Ridolfo: (Anche di più vuol la donna!) (da sè)

Don Marzio: Il signor Conte potrebbe far venire la ballerina.

Leandro: Perché no? In una compagnia d'amici non ho difficoltà di farla venire.

Don Marzio: È vero che la volete sposare? (a Leandro)

Leandro: Ora non è tempo di parlare di queste cose.

Eugenio: E io vedrò di far venire la pellegrina.

Leandro: Chi è questa pellegrina?

Eugenio: Una donna civile e onorata.

Don Marzio: (Sì, sì, l'informerò io di tutto.) (da sè)

Leandro: Via, andate a ordinate il pranzo?

Eugenio: Quanti siamo? Noi tre, due donne, che fanno cinque; signor Don Marzio, avete dama?

Don Marzio: Io no. Sono con voi.

Eugenio: Ridolfo, verrete anche voi a mangiare un boccone con noi?

Ridolfo: Le rendo grazie; io ho da badare alla mia bottega.

Eugenio: Eh via, non vi fate pregare.

Ridolfo: Mi pare assai, che abbia tanto cuore. (piano ad Eugenio)

Eugenio: Che volete voi fare? Giacché ho vinto, voglio godere.

Ridolfo: E poi?

Eugenio: E poi, buona notte; all'avvenire ci pensano gli astrologi. (entra nella locanda)

Ridolfo: (Pazienza. Ho gettato via la fatica.) (sa sé, si ritira)

 

SCENA SEDICESIMA

Don Marzio e il Conte Leandro.

Don Marzio: Via, andate a prendere la ballerina.

Leandro: Quando sarà preparato, la farò venire.

Don Marzio: Sediamo. Che cosa v'è di nuovo delle cose di mondo?

Leandro: Io di nuove non me ne diletto. (siedono)

Don Marzio: Avete saputo che le truppe moscovite sono andate a' quartieri d'inverno?

Leandro: Hanno fatto bene; la stagione lo richiedeva.

Don Marzio: Signor no, hanno fatto male; non dovevano abbandonare il posto che avevano occupato.

Leandro: È vero. Dovevano soffrire il freddo, per non perdere l'acquistato.

Don Marzio: Signor no; non avevano da arrischiarsi a star lì con il pericolo di morire nel ghiaccio.

Leandro: Dovevano dunque tirare avanti.

Don Marzio: Signor no. Oh che bravo intendente di guerra! Marciar nella stagione d'inverno!

Leandro: Dunque che cosa avevano da fare?

Don Marzio: Lasciate ch'io veda la carta geografica, e poi vi dirò per l'appunto dove avevano da andare.

Leandro: (Oh che bel pazzo!) (da sè)

Don Marzio: Siete stato all'Opera?

Leandro: Signor sì.

Don Marzio: Vi piace?

Leandro: Assai.

Don Marzio: Siete di cattivo gusto.

Leandro: Pazienza.

Don Marzio: Di che paese siete?

Leandro: Di Torino.

Don Marzio: Brutta città.

Leandro: Anzi passa per una delle belle d'Italia.

Don Marzio: Io son napolitano. Vedi Napoli e poi muori.

Leandro: Vi darei la risposta del Veneziano.

Don Marzio: Avete tabacco?

Leandro: Eccolo. (gli apre la scatola)

Don Marzio: Oh! che cattivo tabacco.

Leandro: A me piace così.

Don Marzio: Non ve n'intendete. Il vero tabacco è rapè.

Leandro: A me piace il tabacco di Spagna.

Don Marzio: Il tabacco di Spagna è una porcheria.

Leandro: Ed io dico che è il miglior tabacco che si possa prendere.

Don Marzio: Come! A me volete insegnare che cosa è tabacco? Io ne faccio, ne faccio fare, ne compro di qua, ne compro di là. So quel che è questo, so quel che è quello. (gridando forte) Rapè, rapè vuol essere, rapè.

Leandro: (forte ancor esso) Signor sì, rapè, rapè è vero; il miglior tabacco è il rapè.

Don Marzio: Signor no. Il miglior tabacco non è sempre il rapè. Bisogna distinguere, non sapete quel che vi dite.

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Eugenio ritorna dalla locanda e detti.

Eugenio: Che è questo strepito?

Don Marzio: Di tabacco non la cedo a nessuno.

Leandro: Come va il desinare? (ad Eugenio)

Eugenio: Sarà presto fatto.

Don Marzio: Viene la pellegrina?

Eugenio: Non vuol venire.

Don Marzio: Via, signor dilettante di tabacco, andate a prendere la vostra signora.

Leandro: Vado. (Se a tavola fa così gli tiro un tondo nel mostaccio.) (picchia dalla ballerina)

Don Marzio: Non avete le chiavi?

Leandro: Signor no. (gli aprono ed entra)

Don Marzio: Avrà quella della porta di dietro. (ad Eugenio)

Eugenio: Mi dispiace che la pellegrina non vuol venire.

Don Marzio: Farà per farsi pregare.

Eugenio: Dice che assolutamente non è più stata in Venezia.

Don Marzio: A me non lo direbbe.

Eugenio: Siete sicuro che sia quella?

Don Marzio: Sicurissimo; e poi, se, poco fa, ho parlato con lei, e mi voleva aprire... Basta, non sono andato, per non far torto all'amico.

Eugenio: Avete parlato con lei?

Don Marzio: E come!

Eugenio: Vi ha conosciuto?

Don Marzio: E chi non mi conosce? Sono conosciuto più della bettonica.

Eugenio: Dunque fate una cosa. Andate voi a farla venire.

Don Marzio: Se vi vado io, avrà soggezione. Fate così: aspettate che sia in tavola; andatela a prendere, e senza dir nulla conducetela su.

Eugenio: Ho fatto quanto ho potuto, e m'ha detto liberamente che non vuol venire.

 

SCENA DICIOTTESIMA

Camerieri di locanda che portano tovaglia, tovaglioli, tondini, posate,

vino, pane, bicchieri e pietanze in bottega di Pandolfo,

andando e tornando varie volte, poi Leandro, Lisaura e detti.

Cameriere: Signori, la minestra è in tavola. (va cogli altri in bottega del giuoco)

Eugenio: Il Conte dov'è? (a don Marzio)

Don Marzio: Animo, presto, la zuppa si fredda. (batte forte alla porta di Lisaura)

Leandro: Eccoci, eccoci. (dando mano a Lisaura)

Eugenio: Padrona mia riverita. (a Lisaura)

Don Marzio: Schiavo suo. (a Lisaura, guardandola con l'occhialetto)

Lisaura: Serva di lor signori.

Eugenio: Godo che siamo degni della sua compagnia. (a Lisaura)

Lisaura: Per compiacere il signor Conte.

Don Marzio: E per noi niente.

Lisaura: Per lei particolarmente, niente affatto.

Don Marzio: Siamo d'accordo (Di questa sorta di roba non mi degno.) (piano ad Eugenio)

Eugenio: Via, andiamo, che la minestra patisce; resti servita. (a Lisaura)

Lisaura: Con sua licenza. (entra con Leandro nella bottega del giuoco)

Don Marzio: Ehi! che roba! Non ho mai veduta la peggio. (ad Eugenio, col suo occhialetto, poi entra nella bisca)

Eugenio: Né anche la volpe non voleva le ciriege. Io per altro mi degnerei. (entra ancor esso)

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Ridolfo dalla bottega.

Ridolfo: Eccolo lì, pazzo più che mai. A tripudiare con donne, e sua moglie sospira, e sua moglie patisce. Povera donna! Quanto mi fa compassione.

 

SCENA VENTESIMA

Eugenio, Don Marzio, Leandro, e Lisaura negli stanzini della biscaccia, aprono le tre finestre

che sono sopra le tre botteghe, ove sta preparato il pranzo, e si fanno vedere dalle medesime.

Ridolfo in istrada, poi Trappola.

Eugenio: Oh che bell'aria! Oh che bel sole! Oggi non è niente freddo. (alla finestra)

Don Marzio: Pare propriamente di primavera. (ad altra finestra)

Leandro: Qui almeno si gode la gente, che passa. (ad altra finestra)

Lisaura: Dopo pranzo vedremo le maschere. (vicino a Leandro)

Eugenio: A tavola, a tavola. (siedono, restando Eugenio e Leandro vicini alla finestra)

Trappola: Signor padrone, che cos'è questo strepito? (a Ridolfo)

Ridolfo: Quel pazzo del signor Eugenio col signor Don Marzio, ed il Conte colla ballerina, che pranzano qui sopra nei camerini di messer Pandolfo.

Trappola: Oh bella! (vien fuori e guarda in alto) Buon pro a lor signori. (verso le finestre)

Eugenio: (dalla finestra) Trappola, evviva.

Trappola: Hanno bisogno d'aiuto?

Eugenio: Vuoi venire a dar da bere?

Trappola: Darò da bere, se mi daranno da mangiare.

Eugenio: Vieni, vieni che mangerai.

Trappola: (a Ridolfo) Signor padrone, con licenza. (va per entrare nella bisca, ed un cameriere lo trattiene)

Cameriere: Dove andate? (a Trappola)

Trappola: A dar da bere ai miei padroni.

Cameriere: Non hanno bisogno di voi; ci siamo noi altri.

Trappola: Mi è stato detto una volta, che oste in latino vuol dir nemico. Osti veramente nemici del pover uomo!

Eugenio: Trappola, vieni su.

Trappola: Vengo. (al Cameriere) A tuo dispetto. (entra)

Cameriere: Badate ai piatti, che non si attacchi su i nostri avanzi. (entra in locanda)

Ridolfo: Io non so come si possa dare al mondo gente di così poco giudizio! Il signor Eugenio vuole andare in rovina, si vuol precipitare per forza. A me, che ho fatto tanto per lui, che vede con che cuore, con che amore lo tratto, corrisponde così? Mi burla, mi fa degli scherzi? Basta: quel che ho fatto l'ho fatto per bene, e del bene non mi pentirò mai.

Eugenio: (forte) Signor don Marzio, evviva questa signora! (bevendo)

Tutti: Evviva! evviva!

 

Scena ventunesima

Vittoria mascherata e detti. 

Vittoria: (passeggia avanti la bottega del caffè, osservando se vi è suo marito)

Ridolfo: Che c'è, signora maschera? che domanda?

Eugenio: Vivano i buoni amici. (bevendo)

Vittoria: (sente la voce di suo marito, si avanza, guarda in alto, lo vede e smania).

Eugenio: (col bicchiere di vino fuor della finestra, fa un brindisi a Vittoria non conoscendola) Signora maschera, alla sua salute!

Vittoria: (freme, e dimena il capo)

Eugenio: (a Vittoria come sopra) Comanda restar servita? È padrona, qui siamo tutti galantuomini.

Lisaura: (dalla finestra) Chi è questa maschera, che volete invitare?

Vittoria: (smania)

 

SCENA VENTIDUESIMA

Camerieri con altra portata vengono dalla locanda, ed entrano nella solita bottega, e detti.

Ridolfo: E chi paga? Il gonzo.

Eugenio: Signora maschera, se non vuol venire, non importa. Qui abbiamo qualche cosa meglio di lei. (a Vittoria come sopra)

Vittoria: Oimè! Mi sento male. Non posso più!

Ridolfo: Signora maschera, si sente male? (a Vittoria)

Vittoria: Ah Ridolfo, ajutatemi per carità. (si leva la maschera)

Ridolfo: Ella è qui?

Vittoria: Son io pur troppo!

Ridolfo: Beva un poco di rosolio.

Vittoria: No, datemi dell'acqua.

Ridolfo: Eh no acqua; vuol esser rosolio. Quando gli spiriti sono oppressi, vi vuol qualche cosa che li metta in moto. Favorisca, venga dentro.

Vittoria: Voglio andar su da quel cane; voglio ammazzarmi sugli occhi suoi.

Ridolfo: Per amor del cielo, venga qui, s'acqueti.

Eugenio: E viva quella bella giovinotta. Cari quegli occhi. (bevendo)

Vittoria: Lo sentite il briccone? Lo sentite? Lasciatemi andare.

Ridolfo: Non sarà mai vero che io la lasci precipitare. (la trattiene)

Vittoria: Non posso più. Aiuto, ch'io muoro. (cade svenuta)

Ridolfo: Ora sto bene! (la va aiutando, e sostenendo alla meglio)

 

SCENA VENTITREESIMA

Placida sulla porta della locanda e detti.

Placida: Oh cielo! Dalla finestra mi parve sentire la voce di mio marito; se fosse qui, sarei giunta bene in tempo a svergognarlo. (esce il cameriere dalla biscaccia) Quel giovine, ditemi in grazia, chi vi è lassù in quei camerini? (al cameriere, che viene dalla biscaccia)

Cameriere: Tre galantuomini. Uno il signor Eugenio, l'altro il signor Don Marzio napolitano, ed il terzo il signor conte Leandro Ardenti.

Placida: (da sé) (Fra questi non vi è Flaminio, quando non si fosse cangiato nome.)

Leandro: E viva la bella fortuna del signor Eugenio!

Tutti: Evviva! (bevendo)

Placida: (Questo è il mio marito senz'altro.) (al cameriere) Caro galantuomo, fatemi un piacere, conducetemi su da questi signori, che voglio loro fare una burla.

Cameriere: Sarà servita. (Solita carica dei camerieri.) (l'introduce per la solita bottega del gioco)

Ridolfo: Animo, prenda coraggio, non sarà niente. (a Vittoria)

Vittoria: Io mi sento morire. (rinviene)

(dalle finestre dei camerini si vedono alzarsi tutti da tavola in confusione

per la sorpresa di Leandro vedendo Placida, e perché mostra di volerla uccidere)

Eugenio: No, fermatevi!

Don Marzio: Non fate!

Placida: Aiuto, Aiuto! (fugge via per la scala, Leandro vuol seguirla colla spada, Eugenio lo trattiene)

Trappola: (con un tondino di roba in un tovagliuolo salta da una finestra, e fugge in bottega del caffè)

Placida: (esce dalla bisca correndo, e fugge nella locanda)

Eugenio: (con arme alla mano in difesa di Placida, contro Leandro, che la insegue)

Don Marzio: (esce pian piano dalla biscaccia, e fugge via dicendo) Rumores fuge.

(I camerieri dalla bisca passano nella locanda, e serrano la porta)

Vittoria: (resta in bottega assistita da Ridolfo)

Leandro: (colla spada alla mano contro Eugenio) Liberate il passo. Voglio entrare in quella locanda.

Eugenio: No, non sarà mai vero. Siete un barbaro contro la vostra moglie, ed io la difenderò sino all'ultimo sangue.

Leandro: Giuro al cielo, ve ne pentirete. (incalza Eugenio colla spada)

Eugenio: Non ho paura di voi. (incalza Leandro, e l'obbliga a rinculare tanto, che trovando la casa della ballerina aperta, entra in quella e si salva)

 

SCENA VENTIQUATTRESIMA

Eugenio, Vittoria e Ridolfo.

Eugenio: (Bravando verso la porta della ballerina) Vile, codardo, fuggi? Ti nascondi? Vien fuori, se hai coraggio.

Vittoria: (si presenta ad Eugenio) Se volete sangue, spargete il mio.

Eugenio: Andate via di qui, donna pazza, donna senza cervello.

Vittoria: Non sarà mai vero ch'io mi stacchi viva da voi.

Eugenio: Corpo di bacco, andate via, che farò qualche sproposito. (minacciandola con la spada)

Ridolfo: (con arme alla mano corre in difesa di Vittoria e si presenta contro Eugenio) Che pretende di fare, padron mio? Che pretende? Crede per aver quella spada di atterrir tutto il mondo? Questa povera donna innocente non ha nessuno che la difenda, ma finché avrò sangue la difenderò io. Anche minacciarla? Dopo tanti strapazzi, che le ha fatti, anche minacciarla? Signora, venga con me, e non abbia timor di niente. (a Vittoria)

Vittoria: No, caro Ridolfo; se mio marito vuol la mia morte, lasciate che si soddisfaccia. Via, ammazzami, cane, assassino, traditore: ammazzami, disgraziato, uomo senza riputazione, senza cuore, senza coscienza.

Eugenio: (rimette la spada nel fodero senza parlare, mortificato)

Ridolfo: (ad Eugenio) Ah, signor Eugenio, vedo che già è pentito, ed io le domando perdono, se troppo temerariamente ho parlato. Vossignoria sa se le voglio bene, e sa cosa ho fatto per lei, onde anche questo mio trasporto lo prenda per un effetto d'amore. Questa povera signora mi fa pietà. È possibile, che le sue lagrime non inteneriscano il di lei cuore?

Eugenio: (si asciuga gli occhi, e non parla)

Ridolfo: (piano a Vittoria) Osservi, signora Vittoria, osservi il signor Eugenio; piange, è intenerito, si pentirà , muterà vita, stia sicura, che le vorrà bene.

Vittoria: Lacrime di coccodrillo! Quante volte mi ha promesso di mutar vita! Quante volte colle lagrime agli occhi mi ha incantata! Non gli credo più; è un traditore, non gli credo più.

Eugenio: (freme tra il rossore, e la rabbia. Getta il cappello in terra da disperato, e senza parlare va nella bottega interna del caffè)

 

Scena venticinquesima

Vittoria e Ridolfo.

Vittoria: (a Ridolfo) Che vuol dire che non parla?

Ridolfo: È confuso.

Vittoria: Che si sia in un momento cambiato?

Ridolfo: Credo di sì. Le dirò: se tanto ella, che io, non facevamo altro che piangere, e che pregare, si sarebbe sempre più imbestialito. Quel poco di muso duro, che abbiam fatto, quel poco di bravata, l'ha messo in suggezione, e l'ha fatto cambiare. Conosce il fallo, vorrebbe scusarsi, e non sa come fare.

Vittoria: Caro Ridolfo, andiamolo a consolare.

Ridolfo: Questa è una cosa che l'ha da fare V. S. senza di me.

Vittoria: Andate prima voi, sappiatemi dire come ho da contenermi.

Ridolfo: Volentieri. Vado a vedere; ma lo spero pentito. (entra in bottega)

 

SCENA VENTISEIESIMA

Vittoria e poi Ridolfo.

Vittoria: Questa è l'ultima volta che mi vede piangere. O si pente, e sarà il mio caro marito; o persiste, e non sarò più buona a soffrirlo.

Ridolfo: Signora Vittoria, cattive nuove; non vi è più. È andato via per la porticina.

Vittoria: Non ve l'ho detto ch'è perfido, ch'è ostinato?

Ridolfo: Ed io credo che sia andato via per vergogna, pieno di confusione, per non aver coraggio di chiederle scusa, di domandarle perdono.

Vittoria: Eh, che da una moglie tenera, come son io, sa egli quanto facilmente può ottenere il perdono.

Ridolfo: Osservi. È andato via senza cappello. (prende il cappello in terra)

Vittoria: Perché è un pazzo.

Ridolfo: Perché è un confuso; non sa quel che si faccia.

Vittoria: Ma se è pentito, perché non dirmelo?

Ridolfo: Non ha coraggio.

Vittoria: Ridolfo, voi mi lusingate.

Ridolfo: Faccia così: si ritiri nel mio camerino; lasci che io vada a ritrovarlo, e spero di condurglielo qui, come un cagnolino.

Vittoria: Quanto sarebbe meglio, che non ci pensassi più!

Ridolfo: Anche per questa volta faccia a modo mio, e spero ch'ella non si pentirà.

Vittoria: Sì, così farò. Vi aspetterò nel camerino. Voglio poter dire che ho fatto tutto per un marito. Ma se egli se ne abusa, giuro di cambiare in altrettanto sdegno d'amore. (entra nella bottega interna)

Ridolfo: Se fosse un mio figlio non avrei tanta pena. (parte)

ATTO TERZO

Scena prima

Leandro scacciato di casa da Lisaura.

Leandro: A me un simile trattamento?

Lisaura: Sì, a voi, falsario, impostore! (sulla porta)

Leandro: Di che vi potete dolere di me? D'aver abbandonata mia moglie per causa vostra?

Lisaura: Se avessi saputo, che eravate ammogliato, non vi avrei ricevuto in mia casa.

Leandro: Non sono stato io il primo a venirvi.

Lisaura: Siete però stato l'ultimo.

 

Scena seconda

Don Marzio che osserva coll'occhialetto, e ride fra sé, e detti.

Leandro: Non avete meco gittato il tempo.

Lisaura: Sì, sono stata anch'io a parte de' vostri indegni profitti. Arrossisco in pensarlo; andate al diavolo, e non vi accostate più a questa casa.

Leandro: Ci verrò a prendere la mia roba.

Don Marzio: (ride, e burla di nascosto Leandro)

Lisaura: La vostra roba vi sarà consegnata dalla mia serva. (entra, e chiude la porta)

Leandro: A me un insulto di questa sorta? Me la pagherai.

Don Marzio: (ride, e, voltandosi Leandro, si compone in serietà)

Leandro: Amico, avete veduto?

Don Marzio: Che cosa? Vengo in questo punto.

Leandro: Non avete veduto la ballerina sulla porta?

Don Marzio: No, certamente, non l'ho veduta.

Leandro: (da sé) (Manco male!)

Don Marzio: Venite qua, parlatemi da galantuomo, confidatevi con me, e state sicuro, che i fatti vostri non si sapranno da chi che sia. Voi siete forestiere, come sono io, ma io ho più pratica del paese di voi. Se vi occorre protezione, assistenza, consiglio, e sopra tutto segretezza, son qua io. Fate pur capitale di me. Di cuore, con premura, da buon amico; senza che nessuno sappia niente.

Leandro: Giacché con tanta bontà vi esibite di favorirmi, aprirò a voi tutto il mio cuore, ma per amor del cielo vi raccomando la segretezza.

Don Marzio: Andiamo avanti.

Leandro: Sappiate che la pellegrina è mia moglie.

Don Marzio: Buono!

Leandro: Che l'ho abbandonata in Torino.

Don Marzio: (Oh che briccone!) (da sé, guardandolo con l'occhialetto)

Leandro: Sappiate ch'io non sono altrimenti il conte Leandro.

Don Marzio: (Meglio.) (da sé, come sopra)

Leandro: I miei natali non sono nobili.

Don Marzio: Non sareste già figliuolo di qualche birro?

Leandro: Mi maraviglio, signore; son nato povero, ma di gente onorata.

Don Marzio: Via, via: tirate avanti.

Leandro: Il mio esercizio era di scritturale...

Don Marzio: Troppa fatica, non è egli vero?

Leandro: E desiderando vedere il mondo...

Don Marzio: Alle spalle de' gonzi.

Leandro: Son venuto a Venezia...

Don Marzio: A fare il birbante.

Leandro: Ma voi mi strapazzate. Questa non è la maniera di trattare.

Don Marzio: Sentite: io ho promesso proteggervi, e lo farò; ho promesso segretezza, e la osserverò; ma fra voi e me avete da permettermi che possa dirvi qualche cosa amorosamente.

Leandro: Vedete il caso in cui mi ritrovo; se mia moglie mi scopre, sono esposto a qualche disgrazia.

Don Marzio: Che pensereste di fare?

Leandro: Si potrebbe vedere di far cacciar via di Venezia colei?

Don Marzio: Via, via. Si vede che siete un briccone.

Leandro: Come parlate, signore?

Don Marzio: Fra voi e me, amorosamente.

Leandro: Dunque anderò via io; basta che colei non lo sappia.

Don Marzio: Da me non lo saprà certamente.

Leandro: Mi consigliate ch'io parta?

Don Marzio: Sì, questo è il miglior ripiego. Andate subito: prendete una gondola; fatevi condurre a Fusina, prendete le poste, e andatevene a Ferrara.

Leandro: Anderò questa sera; già poco manca alla notte. Voglio prima levar le mie poche robe, che sono qui in casa della ballerina.

Don Marzio: Fate presto, e andate via subito. Non vi fate vedere.

Leandro: Uscirò per la porta di dietro, per non esser veduto.

Don Marzio: (Lo diceva io; si serve per la porta di dietro.) (da sé)

Leandro: Sopra tutto vi raccomando la segretezza.

Don Marzio: Di questa siete sicuro.

Leandro: Vi prego d'una grazia, datele questi due zecchini (gli dà due zecchini) ; poi mandatela via. Scrivetemi, e torno subito.

Don Marzio: Le darò i due zecchini. Andate via.

Leandro: Ma assicuratevi che ella parta...

Don Marzio: Andate via, che siate maledetto!

Leandro: Mi scacciate?

Don Marzio: Ve lo dico amorosamente, per vostro bene; andate, che il diavolo vi porti.

Leandro: (Oh che razza d'uomo! Se strapazza gli amici, che farà poi coi nemici!) (va in casa di Lisaura)

Don Marzio: Il signor Conte! Briccone! Il signor Conte! Se non si fosse raccomandato a me, gli farei romper l'ossa di bastonate.

 

SCENA TERZA

Placida dalla locanda e detto.

Placida: Sì, nasca quel che può nascere, voglio ritrovare quell'indegno di mio marito.

Don Marzio: Pellegrina, come va?

Placida: Voi, se non m'inganno, siete uno di quelli che erano alla tavola con mio marito?

Don Marzio: Si, son quello delle castagne secche.

Placida: Per carità ditemi dove si trova quel traditore.

Don Marzio: Io non lo so, e quand'anche lo sapessi, non ve lo direi.

Placida: Per che causa?

Don Marzio: Perché se lo trovate, farete peggio. Vi ammazzerà.

Placida: Pazienza. Avrò terminato almen di penare.

Don Marzio: Eh, spropositi! Bestialità! Ritornate a Torino.

Placida: Senza mio marito?

Don Marzio: Sì; senza vostro marito. Ormai, che volete fare? È un briccone.

Placida: Pazienza! almeno vorrei vederlo.

Don Marzio: Oh, non lo vedete più.

Placida: Per carità, ditemi, se lo sapete; è egli forse partito?

Don Marzio: È partito, e non è partito.

Placida: Per quel che vedo, V. S. sa qualche cosa di mio marito?

Don Marzio: Io? So, e non so, ma non parlo.

Placida: Signore, muovetevi a compassione di me.

Don Marzio: Andate a Torino, e non pensate ad altro. Tenete, vi dono questi due zecchini.

Placida: Il Cielo vi rimeriti la vostra carità; ma non volete dirmi nulla di mio marito? Pazienza! me ne anderò disperata. (in atto di partire piangendo)

Don Marzio: (Povera donna!) (da sé) Ehi? (la chiama)

Placida: Signore!

Don Marzio: Vostro marito è qui in casa della ballerina, che prende la sua roba, e partirà per la porta di dietro. (parte)

Placida: È in Venezia! Non è partito! È in casa della ballerina! Se avessi qualcheduno che mi assistesse, vorrei di bel nuovo azzardarmi. Ma così sola temo di qualche insulto.

SCENA QUARTA

Ridolfo ed Eugenio e detta.

Ridolfo: Eh via, cosa sono queste difficoltà? Siamo tutti uomini, tutti soggetti ad errare. Quando l'uomo si pente, la virtù del pentimento cancella tutti il demerito dei mancamenti.

Eugenio: Tutto va bene, ma mia moglie non mi crederà più.

Ridolfo: Venga con me; lasci parlare a me. La signora Vittoria le vuol bene; tutto si aggiusterà.

Placida: Signor Eugenio?

Ridolfo: Il signor Eugenio si contenti di lasciarlo stare. Ha altro che fare, che badare a lei.

Placida: Io non pretendo di sviarli da' suoi interessi. Mi raccomando a tutti nello stato miserabile in cui mi ritrovo.

Eugenio: Credetemi, Ridolfo, che questa povera donna merita compassione; è onestissima, e suo marito è un briccone.

Placida: Egli mi ha abbandonata in Torino. Lo ritrovo in Venezia, tenta uccidermi, ed ora è sulle mosse per fuggirmi nuovamente di mano.

Ridolfo: Sa ella dove egli sia?

Placida: È qui in casa della ballerina; mette insieme le sue robe e fra poco se ne andrà.

Ridolfo: Se andrà via, lo vedrà.

Placida: Partirà per la porta di dietro, ed io non lo vedrò, o se sarò scoperta mi ucciderò.

Ridolfo: Chi ha detto che anderà via per la porta di dietro?

Placida: Quel signore che si chiama Don Marzio.

Ridolfo: La tromba della comunità. Faccia così: si ritiri in bottega qui del barbiere; stando lì si vede la porticina segreta. Subito che lo vede uscire, mi avvisi, e lasci operare me.

Placida: In quella bottega non mi vorranno.

Ridolfo: Ora... Ehi, messer Agabito? (chiama)

 

SCENA QUINTA

Il Garzone del barbiere dalla sua bottega e detti.

Garzone: Che volete messer Ridolfo?

Ridolfo: Dite al vostro padrone che mi faccia il piacere di tener questa pellegrina in bottega per un poco, fino che venga io a ripigliarla.

Garzone: Volentieri, venga, venga, padrona, che imparerà a fare la barba. Benché, per pelare, la ne saprà più di noi altri barbieri. (rientra in bottega)

Placida: Tutto mi convien soffrire per causa di quell'indegno. Povere donne! È meglio affogarsi, che maritarsi così. (entra dal barbiere)

 

Scena sesta

Ridolfo ed Eugenio.

Ridolfo: Se posso, voglio vedere di far del bene anche a questa povera diavola. E nello stesso tempo facendola partire con suo marito, la signora Vittoria non avrà più di lei gelosia. Già mi ha detto qualche cosa della pellegrina.

Eugenio: Voi siete un uomo di buon cuore. In caso di bisogno, troverete cento amici che s'impegneranno per voi.

Ridolfo: Prego il cielo di non aver bisogno di nessuno. In tal caso non so che cosa potessi sperare. Al mondo vi è dell'ingratitudine assai.

Eugenio: Di me potrete disporre finch'io viva.

Ridolfo: La ringrazio infinitamente. Ma badiamo a noi. Che pensa ella di fare? Vuol andar in camerino da sua moglie, o vuol farla venire in bottega? Vuol andar solo? Vuole che venga anch'io? Comandi.

Eugenio: In bottega non istà bene; se venite anche voi, avrà soggezione. Se vado solo, mi vorrà cavare gli occhi... Non importa; ch'ella si sfoghi; che poi la collera passerà. Anderò solo.

Ridolfo: Vada pure col nome del cielo.

Eugenio: Se bisogna, vi chiamerò.

Ridolfo: Si ricordi che io non servo per testimonio.

Eugenio: Oh, che caro Ridolfo! Vado. (in atto di incamminarsi)

Ridolfo: Vai bravo!

Eugenio: Che cosa credete che abbia da essere?

Ridolfo: Bene.

Eugenio: Pianti, o graffiature?

Ridolfo: Un poco di tutto.

Eugenio: E poi?

Ridolfo: Ognun dal canto suo cura si prenda.

Eugenio: Se non chiamo, non venite.

Ridolfo: Già ci s'intende.

Eugenio: Vi racconterò tutto.

Ridolfo: Via, andate.

Eugenio: (Grand'uomo è Ridolfo! Gran buon amico!) (entra nella bottega interna)

 

SCENA SETTIMA

Ridolfo, poi Trappola e Giovani.

Ridolfo: Marito e moglie? gli lascio stare quanto vogliono. Ehi, Trappola, giovani, dove siete?

Trappola: Son qui.

Ridolfo: Badate alla bottega, che io vado qui dal barbiere. Se il signor Eugenio mi vuole, chiamatemi, che vengo subito.

Trappola: Posso andar io a far compagnia al signor Eugenio?

Ridolfo: Signor no, non avete da andare, e badate bene che là dentro non vi vada nessuno.

Trappola: Ma perché?

Ridolfo: Perché no!

Trappola: Anderò a vedere se vuol niente.

Ridolfo: Non andar, se non chiama. (Voglio intendere un po' meglio dalla pellegrina, come va questo suo negozio, se posso, voglio vedere d'accomodarlo.) (entra dal barbiere)

 

SCENA OTTAVA

Trappola, poi Don Marzio.

Trappola: Appunto perché mi ha detto che non vi vada, son curioso d'andarvi.

Don Marzio: Trappola, hai avuto paura?

Trappola: Un poco.

Don Marzio: Si è più veduto il signor Eugenio?

Trappola: Sì, signore, si è veduto; anzi è lì dentro. Ma zitto.

Don Marzio: Dove?

Trappola: Zitto! nel camerino.

Don Marzio: Che vi fa? Giuoca?

Trappola: Signor sì, giuoca. (ridendo)

Don Marzio: Con chi?

Trappola: Con sua moglie. (sotto voce)

Don Marzio: Vi è sua moglie?

Trappola: Vi è; ma zitto!

Don Marzio: Voglio andare a ritrovarlo.

Trappola: Non si può.

Don Marzio: Perché?

Trappola: Il padrone non vuole.

Don Marzio: Eh, via, buffone! (vuole andare)

Trappola: Le dico che non si va! (lo ferma)

Don Marzio: Ti dico che voglio andare! (come sopra)

Trappola: Ed io dico che non anderà! (come sopra)

Don Marzio: Ti caricherò di bastonate!

 

SCENA NONA

Ridolfo dalla bottega del barbiere e detti.

Ridolfo: Che c'è?

Trappola: Vuol andare per forza a giuocar in terzo col matrimonio.

Ridolfo: Si contenti, signore, che là dentro non vi si va.

Don Marzio: Ed io ci voglio andare!

Ridolfo: In bottega mia comando io, e non vi anderà. Porti rispetto, se non vuol che ricorra. (a Trappola, ed altri garzoni) E voi, finché torno, là dentro non lasciate entrar chicchessia. (batte alla casa della ballerina ed entra)

 

SCENA DECIMA

Don Marzio, Trappola e garzoni, poi Pandolfo.

Trappola: Ha sentito? Al matrimonio si porta rispetto.

Don Marzio: (A un par mio? Non vi anderà?... Porti rispetto?... A un par mio? E sto cheto? E non parlo? E non lo bastono? Briccone! Villanaccio! A me? A me?) (sempre passeggiando) Caffé. (siede)

Trappola: Subito. (va a prendere il caffé, e glielo porta)

Pandolfo: Illustrissimo, ho bisogno della sua protezione.

Don Marzio: Che c'è, biscazziere?

Pandolfo: C'è del male.

Don Marzio: Che male c'è? Confidami, che t'ajuterò.

Pandolfo: Sappia, signore, che ci sono dei maligni invidiosi, che non vorrebbero veder bene ai pover uomini. Vedono che io m'ingegno onoratamente per mantener con decoro la mia famiglia, e questi bricconi mi hanno dato una querela di baro di carte.

Don Marzio: Bricconi! Un galantuomo della tua sorta! Come l'hai saputo? (ironico)

Pandolfo: Me l'ha detto un amico. Mi confido però, che non hanno prove, perché nella mia bottega praticano tutti galantuomini, e niuno può dir male di me.

Don Marzio: Oh s'io avessi da esaminarmi contro di te, ne so delle belle della tua abilita!

Pandolfo: Caro illustrissimo, per amor del cielo, la non mi rovini; mi raccomando alla sua carità, alla sua protezione, per le mie povere creature.

Don Marzio: Via, sì, t'assisterò, ti proteggerò. Lascia fare a me. Ma bada bene. Carte segnate ne hai in bottega?

Pandolfo: Io non le segno... Ma qualche giuocatore si diletta.

Don Marzio: Presto, abbruciatele subito. Io non parlo.

Pandolfo: Ho paura di non aver tempo per abbruciarle.

Don Marzio: Nascondile!

Pandolfo: Vado in bottega, le nascondo subito.

Don Marzio: Dove le vuoi nascondere?

Pandolfo: Ho un luogo segreto sotto le travature, che né anche il diavolo le ritrova. (entra in bottega del giuoco)

Don Marzio: Va, che sei un gran furbo!

 

SCENA UNDICESIMA

Don Marzio, poi un capo de' birri mascherato, ed altri birri nascosti, poi Trappola.

Don Marzio: Costui è alla vigilia della galera. Se trova alcuno che scopra la metà delle sue bricconate, lo pigliano prigione immediatamente.

Capo: (ai birri sulla cantonata della strada, i quali si ritirano) (Girate qui d'intorno, e quando chiamo venite.)

Don Marzio: (Carte segnate! Oh che ladri!) (da sè)

Capo: Caffè! (siede)

Trappola: La servo. (va per il caffè, e lo porta)

Capo: Abbiamo delle buone giornate.

Don Marzio: Il tempo non vuol durare.

Capo: Pazienza. Godiamolo finché è buono.

Don Marzio: Lo goderemo per poco.

Capo:  Quando è mal tempo, si va in un casino, e si giuoca.

Don Marzio: Basta andare in luoghi dove non rubino!

Capo: Qui, questa bottega vicina mi pare onorata.

Don Marzio: Onorata? È un ridotto di ladri.

Capo: Mi pare sia messer Pandolfo il padrone.

Don Marzio: Egli per l'appunto.

Capo: Per dir il vero, ho sentito dire che sia un giuocator di vantaggio.

Don Marzio: È un baro solennissimo.

Capo: Ha forse truffato ancora a lei?

Don Marzio: A me no, che non son gonzo. Ma quanti capitano, tutti li tira al trabocchetto.

Capo: Bisogna ch'egli abbia qualche timore, che non si vede.

Don Marzio: È dentro in bottega, che nasconde le carte.

Capo: Perché mai nasconde le carte?

Don Marzio: M'immagino, perché sieno fatturate.

Capo: Certamente. E dove le nasconderà?

Don Marzio: Volete ridere? Le nasconde in un ripostiglio sotto le travature.

Capo: (Ho rilevato tanto che basta.) (da sè)

Don Marzio: Voi, signore, vi dilettate di giuocare?

Capo: Qualche volta.

Don Marzio: Non mi par di conoscervi.

Capo: Or ora mi conoscerete. (s'alza)

Don Marzio: Andate via?

Capo: Ora torno.

Trappola: Eh? Signore; il caffè. (al Capo)

Capo: Or ora lo pagherò. (si accosta alla strada, e fischia. I birri entrano in bottega di Pandolfo)

 

SCENA DODICESIMA

Don Marzio e Trappola.

Don Marzio: (s'alza, e osserva attentamente senza parlare)

Trappola: (anch'egli osserva attentamente)

Don Marzio: Trappola...

Trappola: Signor Don Marzio...

Don Marzio: Chi son coloro?

Trappola: Mi pare l'onorata famiglia [3].

 

Scena tredicesima

Pandolfo legato, birri e detti.

Pandolfo: Signor Don Marzio, gli sono obbligato.

Don Marzio: A me? Non so nulla.

Pandolfo: Io andrò forse in galera, ma la sua lingua merita la berlina. (va via coi birri)

Capo: Sì, signore, l'ho trovato che nascondeva le carte. (a Don Marzio e parte)

Trappola: Voglio andargli dietro, per veder dove va. (parte)

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Don Marzio solo.

Don Marzio: Oh diavolo, diavolo! Che ho io fatto? Colui che io credeva un signore di conto, era un birro travestito. Mi ha tradito, mi ha ingannato. Io son di buon cuore; dico tutto con facilità.

 

SCENA QUINDICESIMA

Ridolfo e Leandro di casa della ballerina e detto.

Ridolfo: Bravo; così mi piace; chi intende la ragione fa conoscere che è un uomo di garbo; finalmente in questo mondo non abbiamo altro che il buon nome, la fama e la riputazione. (a Leandro)

Leandro: Ecco lì quello che mi ha consigliato a partire.

Ridolfo: Bravo, signor Don Marzio; ella dà di questi buoni consigli; invece di procurare di unirlo con la moglie lo persuade abbandonarla, e andar via?

Don Marzio: Unirsi con sua moglie? È impossibile, non la vuole con lui.

Ridolfo: Per me è stato possibile; io con quattro parole l'ho persuaso. Tornerà con la moglie.

Leandro: (Per forza, per non esser precipitato.) (da sè)

Ridolfo: Andiamo a ritrovare la signora Placida, che è qui dal barbiere.

Don Marzio: Andate a ritrovare quella buona razza di vostra moglie. (a Leandro)

Leandro: Signor Don Marzio, vi dico in confidenza tra voi e me che siete una gran lingua cattiva. (entra dal barbiere con Ridolfo)

 

SCENA SEDICESIMA

Don Marzio, poi Ridolfo.

Don Marzio: Si lamentano della mia lingua, e a me pare di parlare bene. È vero che qualche volta dico di questo e di quello; ma, credendo dire la verità, non me ne astengo. Dico facilmente quello che so; ma lo faccio, perché son di buon cuore.

Ridolfo: Anche questa è accomodata. Se dice davvero, è pentito, se finge, sarà peggio per lui. (dalla bottega del barbiere)

Don Marzio: Gran Ridolfo! Voi siete quello che unisce i matrimoni.

Ridolfo: E ella è quello che cerca di disunirli.

Don Marzio: Io ho fatto per far bene.

Ridolfo: Chi pensa male non può mai sperar di far bene. Non s'ha mai da lusingarsi, che da una cosa cattiva ne possa derivare una buona. Separare il marito dalla moglie, è un'opera contro tutte le leggi, e non si possono sperare che disordini e pregiudizi.

Don Marzio: Sei un gran dottore. (con disprezzo)

Ridolfo: Ella intende più di me; ma mi perdoni, la mia lingua si regola meglio della sua.

Don Marzio: Tu parli da temerario.

Ridolfo: Mi compatisca, se vuole; e se non vuole, mi levi la sua protezione.

Don Marzio:  Te la leverò, te la leverò. Non ci verrò più a questa tua bottega.

Ridolfo: (Oh il ciel lo volesse!) (da sè)

 

Scena diciassettesima

Un garzone della bottega del caffè e detti.

Garzone: Signor padrone, il signor Eugenio vi chiama. (si ritira)

Ridolfo: Vengo subito; con sua licenza. (a Don Marzio)

Don Marzio: Riverisco il signor politico. Che cosa guadagnate in questi vostri maneggi?

Ridolfo: Guadagno il merito di far del bene; guadagno l'amicizia delle persone; guadagno qualche marca d'onore, che stimo sopra tutte le cose del mondo. (entra in bottega)

Don Marzio: Che pazzo! Che idee da ministro, da uomo di conto! Un caffettiere fa l'uomo di maneggio! E quanto s'affatica! E quanto tempo vi mette! Tutte cose che io le avrei accomodate in un quarto d'ora.

 

SCENA DICIOTTESIMA

Ridolfo, Eugenio, Vittoria dal caffè e Don Marzio.

Don Marzio: (Ecco i tre pazzi. Il pazzo discolo, la pazza gelosa, e il pazzo glorioso.) (da sè)

Ridolfo: In verità provo una consolazione infinita. (a Vittoria)

Vittoria: Caro Ridolfo, riconosco da voi la pace, la quiete, e posso dire la vita.

Eugenio: Credete, amico, ch'io era stufo di far questa vita, ma non sapeva come fare a distaccarmi dai vizi. Voi siate benedetto, m'avete aperto gli occhi, e un poco coi vostri consigli, un poco coi vostri rimproveri, un poco colle buone grazie, e un poco coi benefizi mi avete illuminato, mi avete fatto arrossire: son un altro uomo, e spero che sia durabile il mio cambiamento, a nostra consolazione, a gloria vostra, e ad esempio degli uomini savi, onorati e dabbene, come voi siete.

Ridolfo: Dice troppo, signore: io non merito tanto.

Vittoria: Sino ch'io sarà viva mi ricorderò sempre del bene che mi avete fatto. Mi avete restituito il mio caro consorte, l'unica cosa, che ho di bene in questo mondo. Mi ha costato tante lagrime il prenderlo, tante me ne ha costato il perderlo, e molte me ne costa il riacquistarlo; ma queste sono lagrime di dolcezza, lagrime d'amore, e di tenerezza, che m'empiono l'anima di diletto, che mi fanno scordare ogni affanno passato, rendendo grazie al cielo, e lode alla vostra pietà.

Ridolfo: Mi fa piangere dalla consolazione.

Don Marzio: (Oh pazzi maledetti!) (da sè, guardando sempre con l'occhialetto)

Eugenio: Volete che andiamo a casa?

Vittoria: Mi dispiace, ch'io sono ancora tutta lagrime, arruffata e scomposta. Vi sarà mia madre, e qualche altra mia parente ad aspettarmi; non vorrei che mi vedessero col pianto agli occhi.

Eugenio: Via, acchetatevi; aspettiamo un poco.

Vittoria: Ridolfo non avete uno specchio? Vorrei un poco vedere come sto.

Don Marzio: (Suo marito le avrà guastato il tuppè.) (da sè coll'occhialetto)

Ridolfo: Se si vuol guardar nello specchio, andiamo qui sopra nei camerini del giuoco.

Eugenio: No, là dentro non vi metto più piede.

Ridolfo: Non sa la nuova? Pandolfo è ito prigione.

Eugenio: Sì? Se lo merita; briccone! Me ne ha mangiati tanti.

Vittoria: Andiamo, caro consorte.

Eugenio: Quando non vi è nessuno, andiamo.

Vittoria: Così arruffata non mi posso vedere. (entra nella bottega del giuoco con allegria)

Eugenio: Poverina! Giubila dalla consolazione! (entra come sopra)

Ridolfo: Vengo ancor io a servirli. (entra come sopra)

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Don Marzio, poi Leandro e Placida.

Don Marzio: Io so perché Eugenio è tornato in pace con sua moglie. Egli è fallito, e non ha più da vivere. La moglie è giovine, e bella... Non l'ha pensata male, e Ridolfo gli farà il mezzano.

Leandro: Andiamo dunque alla locanda a prendere il vostro piccolo bagaglio. (uscendo dal barbiere)

Placida: Caro marito, avete avuto tanto cuore di abbandonarmi?

Leandro: Via non ne parliamo più. Vi prometto di cambiare vita.

Placida: Lo voglia il cielo. (s'avvicina alla locanda)

Don Marzio: Servo di vosustrissima, signor Conte. (a Leandro burlandolo)

Leandro: Riverisco il signor protettore, il signor buona lingua.

Don Marzio: M'inchino alla signora contessa. (a Placida deridendola)

Placida: Serva, signor cavaliere delle castagne secche. (entra in locanda con Leandro)

Don Marzio: Anderanno tutti e due in pellegrinaggio a battere la birba. Tutta la loro entrata consiste in un mazzo di carte.

 

SCENA VENTESIMA

 Lisaura alla finestra e Don Marzio.

Lisaura: La pellegrina è tornata alla locanda con quel disgraziato di Leandro. S'ella ci sta troppo, me ne vado assolutamente di questa casa. Non posso tollerare la vista, né di lui, né di lei.

Don Marzio: Schiavo, signora ballerina. (coll'occhialetto)

Lisaura: La riverisco. (bruscamente)

Don Marzio: Che cosa avete? Mi parete alterata.

Lisaura: Mi maraviglio del locandiere, che tenga nella sua locanda simil sorta di gente.

Don Marzio: Di chi intende parlare?

Lisaura: Parlo di quella pellegrina, la quale è donna di mal affare, e in questi contorni non ci sono mai state di queste porcherie.

 

SCENA VENTUNESIMA

Placida dalla finestra della locanda e detti.

Placida: Eh, signorina, come parlate dei fatti miei? Io sono una donna onorata, non so se cosi si possa dir di voi.

Lisaura: Se foste una donna onorata, non andreste pel mondo birboneggiando.

Don Marzio: (ascolta, e osserva di qua e di la coll'occhialetto, e ride)

Placida: Son venuta in traccia di mio marito.

Lisaura: Sì, e l'anno passato in traccia di chi eravate?

Placida: Io a Venezia non ci sono più stata.

Lisaura: Siete una bugiarda. L'anno passato avete fatta una trista figura in questa città. (Don Marzio osserva, e ride come sopra)

Placida: Chi vi ha detto questo?

Lisaura: Eccolo lì; il signor Don Marzio me l'ha detto.

Don Marzio: Io non ho detto nulla.

Placida: Egli non può aver detto una tal bugia; ma di voi sì mi ha narrato la vita e i bei costumi. Mi ha egli informato dell'esser vostro, e che ricevete le genti di nascosto per la porta di dietro.

Don Marzio: Io non l'ho detto. (sempre coll'occhialetto di qua, e di là)

Placida: Sì che l'avete detto.

Lisaura: È possibile che il signor Don Marzio abbia detto di me una simile iniquità?

Don Marzio: Vi dico, non l'ho detto.

 

SCENA VENTIDUESIMA

Eugenio alla finestra de' camerini, poi Ridolfo da altra simile, poi Vittoria

dall'altra, aprendole di mano in mano, e detti a' loro luoghi.

Eugenio: Sì, che l'ha detto, e l'ha detto anche a me, e dell'una, e dell'altra. Della pellegrina, che è stata l'anno passato a Venezia a birboneggiare; e della signora ballerina, che riceve le visite per la porta di dietro.

Don Marzio: Io l'ho sentito dir da Ridolfo.

Ridolfo: Io non son capace di far queste cose. Abbiamo anzi altercato per questo. Io sosteneva l'onore della signora Lisaura, e V. S. voleva che fosse una donna cattiva.

Lisaura: Oh disgraziato!

Don Marzio: Sei un bugiardo.

Vittoria: A me ancora ha detto che mio marito teneva pratica colla ballerina, e colla pellegrina; e me le ha dipinte per due scelleratissime femmine.

Placida: Ah scellerato!

Lisaura: Ah maledetto!

 

SCENA VENTITREESIMA

Leandro sulla porta della locanda e detti.

Leandro: Signor sì, signor sì, V. S. ha fatto nascere mille disordini! ha levata la riputazione colla sua lingua a due donne onorate.

Don Marzio: Anche la ballerina onorata?

Lisaura: Tale mi vanto di essere. L'amicizia col signor Leandro non era che diretta a sposarlo, non sapendo che egli avesse altra moglie.

Placida: La moglie l'ha; e son io quella.

Leandro: E se avessi abbadato al signor Don Marzio, l'avrei nuovamente sfuggita.

Placida: Indegno!

Lisaura: Impostore!

Vittoria: Maldicente!

Eugenio: Ciarlone!

Don Marzio: A me questo? A me, che sono l'uomo il più onorato del mondo?

Ridolfo: Per essere onorato non basta non rubare, ma bisogna anche trattar bene.

Don Marzio: Io non ho mai commesso una mala azione.

 

SCENA VENTIQUATTRESIMA

Trappola e detti.

Trappola: Il signor Marzio l'ha fatta bella.

Ridolfo: Che ha fatto?

Trappola: Ha fatto la spia a Messer Pandolfo; l'hanno legato, e si dice che domani lo frusteranno.

Ridolfo: È uno spione! via dalla mia bottega. (parte dalla finestra)

 

SCENA VENTICINQUESIMA

Il Garzone del barbiere e detti.

Garzone: Signore spione, non venga più a farsi far la barba nella nostra bottega. (entra nella sua bottega)

 

SCENA ULTIMA

Il Cameriere della locanda e detti.

Cameriere: Signora spia, non venga più a far desinari alla nostra locanda. (entra nella locanda)

Leandro: Signor protettore, tra voi e me in confidenza, far la spia è azion da briccone. (entra nella locanda)

Placida: Altro che castagne secche! Signor soffione. (parte dalla finestra)

Lisaura: Alla berlina, alla berlina! (parte dalla finestra)

Vittoria: O che caro Don Marzio! Quei dieci zecchini che prestasti a mio marito, saranno stati una paga di esploratore. (parte dalla finestra)

Eugenio: Riverisco il signor confidente. (Parte dalla finestra)

Trappola: Io fo riverenza al signor referendario. (entra in bottega)

Don Marzio: Sono stordito, sono avvilito, non so in qual mondo mi sia. Spione a me? A me spione? Per avere svelato accidentalmente il reo costume di Pandolfo, sarò imputato di spione? Io non conosceva il birro, non prevedeva l'inganno, non sono reo di quest'infame delitto. Eppur tutti m'insultano, tutti mi vilipendono, niuno mi vuole, ognuno mi scaccia. Ah sì, hanno ragione, la mia lingua, o presto o tardi, mi doveva condurre a qualche gran precipizio. Ella mi ha acquistato l'infamia, che è il peggiore de' mali. Qui non serve il giustificarmi. Ho perduto il credito e non lo riacquisto mai più. Anderò via di questa città; partirò a mio dispetto; e per causa della mia trista lingua mi priverò d'un paese, in cui tutti vivono bene, tutti godono la libertà, la pace, il divertimento, quando sanno essere prudenti, cauti ed onorati.

Fine della Commedia

Note

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[1] Far di balla è un gergo lombardo, che significa intendersi fra gente accorta, partecipare all'utile, ecc.

[2] Intende al faraone

[3] Detto per ironia, si dice dei birri.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011