Carlo Goldoni

I Rusteghi

Commedia in lingua veneziana di tre atti in prosa rappresentata

per la prima volta in Venezia nel Carnovale dell'anno 1760

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, vol. VII, a cura di Giuseppe Ortolani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1946

 

NB: le note al testo sono dell'autore

A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR CONTE DE' BASCHI

CAVALIERE DELL' INSIGNE ORDINE DELLO SPIRITO SANTO,

O DEL CORDON BLEU, DEL CONSIGLIO DI GUERRA

DI SUA MAESTÀ CRISTIANISSIMA, E SUO AMBASCIATORE

PRESSO LA SERENISS. REPUBBLICA DI VENEZIA ECC.

Non parrà cosa strana, ch'io dedichi una mia Commedia a V. E.; poiché noi Poeti siamo in ciò arditissimi, e non misuriamo, nel dedicare le cose nostre, né la picciolezza dell'opera, né la grandezza del Mecenate. Sembrerà a taluno piuttosto, ch'io abbia assai stranamente pensato nella scelta della Commedia, presentando a un Cavaliere Francese un'opera Italiana non solo, ma scritta in rigoroso venacolo Veneziano. V E. ha molto letto del mio; sa ch'io soglio dir sempre la verità, e mi concederà, che anche questa volta la possa dire. So ch'Ella ha veduto questa mia Commedia rappresentare; so che n'è rimasta contenta, ed io per ciò l'ho preferita ad ogn'altra. Se quest'opera è cosa buona, sarà maraviglia ch'io l'abbia fatta, ma è bene ancor più maraviglioso, che V. E. l'abbia potuta così perfettamente capire. In ogni Nazione hanno le Città tutte i loro Dialetti particolari, ma in nessuna parte più che in Italia parlano diversamento i Popoli delle varie Provincie, talché molti e molti fra di loro non si capiscono. La Veneta nostra lingua non è la più dffcile da capirsi, anzi è quella che di tant'altre si scosta meno dalla Toscana, meno cioè della Genovese, della Lombarda, della Piemontese, della Friulana, pure ha tali termini particolari, e ha certe frasi, e cotal pronuncia, che forestiera la rende anche agl'Italiani medesimi, e non sì facilmente si gusta da chi non l'ha in pratica perfettamente. Pure V. E. l'intende bene, e convien dire che felicemente l'intenda, se arriva ad assaporar la Commedia, scritta coi modi e coi vernacoli più rigorosi della nazione. Questo non può essere che un effetto di mente pronta e felice, che in poco più di due anni ha saputo impossessarsi del costume, delle grazie, e della proprietà del Paese. L'ultima è questa delle ammirabili prerogative di V. E., ma pure è quella che è necessaria in un Ministro, che trattar deve in un Paese straniero gli affari del suo Sovrano. Questo picciol dono della natura, picciolo in confronto di tanti grandiosi pregi, che adornano la di Lei persona e il di Lei talento, la rendono vie più cara dovunque Ella soggiorna, ed utile agl'interessi della Monarchia, alla quale ha l'onor di servire. Io credo che l'impegno più malagevole di un uomo grande sia quello di adempiere le commissioni del suo Sovrano, e sostenere il decoro della propria nazione in un Dominio straniero, e credo sia necessario per ben riuscirne conoscer l'indole del Paese, e il rendersi grato e stimabile dov'ei dimora. V. E. ha tutti i mezzi per conseguire un tal fine. Ella prima di tutto è in possesso di un'antichissima Nobiltà di sangue, di cui niuno meglio di noi Italiani può farne certa testimonianza, sendo l'illustre di Lei Famiglia una delle più cospicue d'Italia, originaria d'Orvieto, ov'ebbe ne' Secoli oltrepassati e titoli, e signorie, ed ampie doviziose tenute; e questa Repubblica Veneziana rammemora tuttavia fra gl'illustri Generali, che ressero un tempo le sue Armate, uno dei valorosi di Lei Antenati. Passata in Francia l'eccelsa di Lei Prosapia, vi recò seco tutto lo splendore nativo, e l'aumentò in ogni tempo con cariche, dignità, e Ministerii, ed ecco l'E. V. arricchita dei primi onori del Regno, insignita dell'Ordine del Cordon Bleu, di quell'Ordine riserbato dai Re di Francia a' riguardevoli Personaggi, in cui si unisca chiarezza di sangue, e distinzione di merito personale. Se parliamo di merito personale, che è il vero merito, non ereditato dalla fortuna, ma acquistato cogli abiti virtuosi, Ella ne è talmente fornita, che meglio non ponno essere collocati i favori del Suo Monarca, e in ogni parte ov'Ella si trova, dovute le sono le ammirazioni e gli ossequi. Quale stima e venerazione non riscosse Ella in Baviera, dove ha sostenuto sì egregiamente il carattere di Ministro Plenipotenziario presso quell'Elettore? Quai memorie di sé onorevoli, eterne, non lasciò Ella alla Regia Corte di Portogallo, dove risiedé Ambasciatore di Sua Maestà Cristianissima? E qual uso colà non fece della virile Sua intrepidezza nell'orribile scuotimento di quel terreno, che rovesciò di quella Capitale la maggior parte, e serba tuttavia i dolorosi vestigi delle sue fatali ruine? Qual gloria finalmente non si va Ella tutto dì procacciando in quest'Adriaca Metropoli colla comendevole Sua condotta, e co' saggi Suoi rispettabili inizi? Tutto ciò dipende da due cagioni, cioè dal cuor ben fatto, e dai migliori studi, a' quai si è sempre applicata. Effetti sono del bellissimo di Lei cuore quel tratto amabile con cui è solita di conversare: quella sincerità, con cui condisce ed anima i ragionamenti e i consigli: quella generosità e cortesia, con cui favorisce ed accoglie gli amici e i servidori Suoi rispettosi: l'inimicizia giurata alla vanità, alla superbia: la Pietà: la Religione: il costume: l'uso finalmente delle Virtù morali, da Lei conosciute e coltivate, e coll'esempio e colle parole insegnate. Effetti sono delle serie Sue applicazioni: l'intelligenza intorno alle scienze e alle belle arti: l'istruzione vastissima nelle Storie antiche e moderne: il possedimento delle lingue: la cognizion degli Autori: l'esercizio delle lettere umane: l'amor dei libri: il trattenimento degli uomini: il criterio: la critica: l'erudizione. Ecco ciò che ha saputo rendere V. E. amabile agli occhi del maggior Re della Terra; ecco la ragione per cui il Sovrano felicissimo delle Gallie l'ha voluta quasi sempre in compagnia ne' suoi viaggi; ecco il perché da tutti i Principi, da tutti i Popoli, Ella è apprezzata; ecco finalmente l'origine dell'ottima educazione de' Suoi Figliuoli, che sono lo specchio della esemplarità, del buon costume, e della più esatta morigeratezza. Iddio ha secondato le di Lei savissime inclinazioni, dandole per compagna Madama la Contessa di Lei degnissima Sposa, Dama illustre, ricolma di merito, di talento e di gentilezza.

Fra i benefizi ch'io ho conseguito dalla Fortuna, reputo per me il maggiore l'onor concessomi della protezione di Loro, e la tolleranza che hanno di me benignamente, ammettendomi spesso al sommo bene della Loro amabilissima conversazione, da cui non si può che apprendere massime di prudenza, ed insegnamenti di retto vivere. Fra le infinite cognizioni, cui l'E. V. possiede, avvi quella della Poesia Teatrale. Ella conosce perfettamente il Teatro, e non solo il Francese, ma l'Italiano ancora. Non è picciola la differenza che corre in tal proposito fra il genio e il sistema delle due Nazioni; ed Ella, che n'è egualmente in possesso, sa gustare una Commedia in Italia, di cui non sarebbe contenta in Francia. Io sono vicinissimo al gran passaggio. Dopo di aver composte cento e venti Commedie pel mio Paese, deggio andare a provarmi nella gran Città di Parigi, nella Città della colta letteratura, degl'ingegni felici, e del purgato Teatro. Confesso il vero, nulla ardisco di compromettermi in avvantaggio di quest'impresa, che sempre più sembrami pericolosa, e quasi direi temeraria. È vero che la Natura da per tutto è la stessa ma da per tutto non è egualmente modificata. È vero che io ho la sorte di essere in qualche buona opinione in Francia, ma le cose si mirano in lontananza con una vista, e con un'altra si osservano da vicino; quindi è ch'io spero pochissimo, e quanto più si avvicina la mia partenza, si aumenta sempre più il mio timore. Ciò non ostante io vado in Francia col maggior piacere del mondo. Son prevenuto del godimento estremo che mi si appressa in una Città magnifica, in mezzo ad una Nazione colta, erudita, gentile, sicuro, se non di essere colà sofferto, di partire almeno istruito.

Bella consolazione è per me l'andarvi dalla di Lei protezione decorato e munito. Ecco il grande interesse, che mi ha condotto a dedicare all'E. V. quest'operetta, e porre il venerabile di Lei nome tra' miei Fogli stampati. Il credito ch' Ella ha in Francia, può avvantaggiare moltissimo la riputazione di un uomo da Lei protetto; e le illustri di Lei parentele, e le amicizie Sue decorose ponno molto contribuire al mio desiderato compatimento. Non dirò già, come dir sogliono alcuni, che il nome del Mecenate vaglia a difender le opere dalle critiche e sia bastante per farle stimabili e rispettate; so che il Pubblico vuol giudicarne liberamente, e non crede di far verun torto al merito del Protettore, trattando come più gli piace l'Autore. Mi lusingo bensì ragionevolmente, che reggendo i Francesi le opere mie dall'E. V. aggradite, diranno: Costui, che non è niente in Francia, sarà qualche cosa in Italia. Chi sa che ciò non mi giovi per essere anche colà in miglior opinione? Una sì onorevole scorta mi fa essere un poco più coraggioso. Molte cose ch'io non sapeva, ho imparate dalle salutevoli benigne istruzioni di V. E., e s'io avessi talento bastante per porre le di Lei insinuazioni a profitto, tanto è grande la benignità ch'Ella ha usato meco, ch'io partirei di buoni lumi e di utilissime cognizioni arricchito. Ma tardi è per me arrivata sì buona sorte. Ho consumata l'età migliore tra le fatiche. Torno scolare allor ch'io dovrei aver finito di scrivere. Lo studio e la fatica non mi rincresce; vorrei saper profittare, e crederei bene sparsi i sudori, e ben vegliate le notti. Ma ora mi accorgo quanto soverchiamente ho abusato della di Lei tolleranza, formando un sì lungo foglio niente per altro che per presentarle una mia Commedia. Veda V. E. da ciò, quant'io vo lungi dallo stil de' Francesi. Non s'usano fra di loro queste sì lunghe dedicatorie. Hanno il dono di restringere il molto in poco; e sono migliori economi del tempo, e più discreti colle persone. Vorrei pure difendermi. Vorrei dir le ragioni, perché mi sono lasciato trasportare dall'animo a dir quanto ho detto, ma tutto ciò si può dalla lettera stessa conoscere e rilevare; sarebbe un maggior difetto il ripeterlo e chiuderò il presente umilissimo foglio, protestandomi ossequiosamente di Vostra Eccellenza

Umiliss. Devotiss. e OlIligatiss. Serv.

CARLO GOLDONI

L'AUTORE A CHI LEGGE

I Rusteghi in lingua Veneziana  non è lo stesso che i Rustici in lingua Toscana. Noi intendiamo in Venezia per uomo Rustego un uomo aspro, zotico, nemico della civiltà, della cultura, del conversare. Si scorge dal titolo della Commedia non essere un solo il Protagonista, ma varii insieme, e in fatti sono eglino quattro, tutti dello stesso carattere, ma con varie tinte delineati, cosa per dire il vero difficilissima, sembrando che più caratteri eguali in una stessa Commedia possano più annoiare che dilettare.

Questa volta mi è riuscito tutto al contrario: il Pubblico si è moltissimo divertito, e posso dire quest'opera una delle mie più fortunate; perché non solo in Venezia riuscì gradita, ma da per tutto, dove finora fu dai comici rappresentata. Ciò vuol dire, che il costume ridicolo delle Persone è conosciuto da tutti, e poco scapita la Commedia per il linguaggio particolare. Quantunque per altro sia stata fuor di qui recitata con buona sorte, son sicurissimo che tutti i termini, e tutte le frasi nostre non possono esser capite, però con quanto studio ho potuto, ne ho posta in piè di pagina la spiegazione.

Molti bramerebbero un Dizionario Veneziano per intendere questa lingua, ed io stesso ho pensato di farlo; ma credo sieno meglio i Leggitori serviti dando loro la spiegazione sul fatto, anzicché distrarli dalla lettura, per ricorrere al Dizionario, il quale non si può aver sempre vicino quando bisogna.

Io non credea veramente dover sì presto annicchiare ne' primi Tomi di quest'edizione Commedie in Veneziana favella. L'ho fatto per la ragione accennata nella precedente epistola dedicatoria, e non mi pento d'averlo fatto, dacché parmi colle annotazioni più necessarie aver chiarito il più difficile da capirsi. Ho data la spiegazione a tutti quei termini, e a quelle frasi, che non possono dagli stranieri rinvenirsi nei Vocabolari Italiani; ma quelle voci, che hanno in qualche modo dell'analogia colle dizioni Toscane, le ho lasciate com'erano, potendo chi ha un po' di talento conoscerne la derivazione, e superare la picciola diferenza. Per esempio, le coniugazioni de' verbi sono alquanto diverse, ma si capiscono facilmente: farave per farei; son andà per sono andato; Se savessi in luogo di se sapeste, non sono modi sì strani, che abbino bisogno di spiegazione, né basterebbe il Dizionario a spiegarli, ma vi vorrebbe ancor la Grammatica.

Anche l'ortografia Veneziana altera talvolta il significato, ma chi vi abbada l'intende, ed è l'ortografia regolata secondo il suono della pronuncia. Noi, per esempio, non diciamo bello, ma belo, non perfetto, ma perfeto; e per regola generale quasi tutte le consonanti doppie da noi si pronunciano semplici. Però in alcune voci le lettere semplici da noi si raddoppiano, come in luogo di cosa noi diciamo cossa, ma queste sono pochissime.

I pronomi hanno qualche diversità dai Toscani: i più osservabili sono Io, che si dice Mi, Tu, che si dice Ti, Egli, che dicesi Elo. Così è osservabile nella espressione dei verbi, che tanto nel singolare, che nel plurale, si dice nella stessa maniera. Per esempio: Io andava: Mi andava; Quelli andavano: Queli andava. Molto vi vorrebbe per dir tutto su tal proposito. Per ora basti così. Può essere che in altra occasione dirò qualche cosa di più.

 Personaggi

Canciano, cittadino

Felice, moglie di Canciano

Il conte R iccardo

Lunardo, mercante

Margarita, moglie di Lunardo in seconde nozze

Lucietta, figliuola di Lunardo del primo letto

Simon, mercante Marina, moglie di Simon

Maurizio, cognato di Marina

Filippetto, figliuolo di Maurizio

La scena si rappresenta in Venezia

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Lunardo

Margarita che fila. Lucietta che fa le calze. Ambe a sedere.

 

Lucietta: Siora madre.

Margarita: Fia (1) mia.

Lucietta: Deboto (2) xè fenìo  (3) carneval.

Margarita: Cossa diseu, che bei spassi, che avemo abuo (4)?

Lucietta: De diana! gnanca una strazza de commedia no avemo visto.

Margarita: Ve feu maraveggia per questo? Mi gnente affato. Xè deboto sedese mesi, che son maridada, m'alo mai menà in nissun liogo vostro sior padre?

Lucietta: E sì, sala? no vedeva l'ora, che el se tornasse a maridar. Co giera (5) sola, in casa, diseva tra de mi: lo compatisso sior padre; élo no me vol menar, nol gh'ha nissun da mandarme; se el se marida, anderò co siora maregna. El s'ha tornà a maridar, ma per quel, che vedo, no ghe xè gnente né per mi, né per éla.

Margarita:El xè un orso, fia mia; nol se diverte élo, e nol vol che se divertimo gnanca nu. E sì, savè? co giera da maridar, dei spassi no me ne mancava. Son stada arlevada ben. Mia mare (6) giera una donna sutila, e se qualcossa no ghe piaseva la saveva criar, e la saveva menar le man. Ma ai so tempi la ne dava i nostri divertimenti. Figurarse, l'autuno se andava do o tre volte al teatro; el carneval cinque o sie. (7) Se qualchedun ghe dava una chiave de palco la ne menava all'opera, se no, alla comedia, e la comprava la so bona chiave, e la spendeva i so boni bezzeti. La procurava de andar dove la saveva, che se fava (8) delle comedie bone, da poderghe menar de le fie, e la vegniva con nu, e se divertivimo. Andévimo, figurarse, qualche volta a Reduto; un pochetin sul Liston, (9) un pochetin in Piazzeta da le stròleghe, dai buratini, e un pèr de volte ai casoti. Co stevimo po in casa, gh'avevimo sempre la nostra conversazion. Vegniva i parenti, vegniva i amici, anca qualche zovene; ma no ghe giera pericolo, figurarse.

Lucietta: («Figurarse, figurarse»; la l'ha dito fin adesso sie volte).

Margarita: No digo; che no son de quele, che ghe piasa tutto el zorno andar a torziando (10) . Ma, sior sì. Qualche volta me piaserave anca a mi.

Lucietta: E mi, poverazza, che no vago mai fora della porta? E nol vol mo gnanca (11) che vaga un fià (12) al balcon? L'altro zorno me son butada cusì, un pocheto in scampar; m'ha visto quella petazza (13) della lasagnera (14) , la ghe l'ha dito, e ho credesto, che el me bastona.

Margarita: E a mi quante no me n'àlo dito per causa vostra?

Lucietta: De diana! cossa ghe fazzio?

Margarita: Vu almanco, fia mia, ve mariderè; ma mi gh'ho da star fin, che vivo.

Lucietta: La diga, siora madre, me marideròggio?

Margarita: Mi crederave de sì.

Lucietta: La diga, siora madre, e quando me marideròggio?

Margarita: Ve mariderè, figurarse, quando, che el Cielo vorà.

Lucietta: El Cielo me marideràlo, senza che mi lo sappia?

Margarita: Che spropositi! l'avè da saver anca vu.

Lucietta: Nissun gnancora m'ha dito gnente.

Margarita: Se no i ve l'ha dito, i ve lo dirà.

Lucietta: Ghe xè gnente in cantier? (15)

Margarita: Ghe xè, e no ghe xè; mio mario no vol che ve diga gnente.

Lucietta: Cara éla, la diga.

Margarita: No dasseno, fia mia.

Lucietta: Cara éla, qualcossa.

Margarita: Se ve digo gnente, el me salta ai occhi co fa (16) un basilisco.

Lucietta: Noi lo saverà miga sior padre, se la me lo dise.

Margarita: Oh figurarse, se no lo dirè!

Lucietta: No dasseno, figurarse, che no lo digo.

Margarita: Cossa gh'intra sto «figurarse»?

Lucietta: No so gnanca mi, gh'ho sto uso, el digo, che no me n'incorzo.

Margarita: (Gh'ho in testa, che la me burla mi sta frascona).

Lucietta: La diga, siora madre.

Margarita: Animo laorè, (17) l'aveu gnancora fenìa quella calza!

Lucietta: Deboto.

Margarita: Se el vien a casa élo (18) , e che la calza no sia fenìa, el dirà che sè stada su per i balconi, e mi no vôi figurarse... (sia maledeto sto vizio!)

Lucietta: La varda co spessego (19) . La me diga qualcossa de sto novizzo. (20)

Margarita: De qual novizzo?

Lucietta: No dìxela, che me mariderò?

Margarita: Pol esser.

Lucietta: Cara éla, se la sa qualcossa.

Margarita: No so gnente. (con un poco di collera)

Lucietta: Gnanca mo gnente, mo, gnanca mo. (21)

Margarita: Son stuffa.

Lucietta: Sia malignazo (22) .(con rabbia)

Margarita: Coss'è sti sesti? (23)

Lucietta: No gh'ho nissun a sto mondo, che me voggia ben.

Margarita: Ve ne voggio anca troppo, frascona.

Lucietta: Ben da maregna (24) . (a mezza voce)

Margarita: Cossa aveu dito?

Lucietta: Gnente.

Margarita: Sentì, savè, no me stè a seccar, che deboto, deboto... (con isdegno) Davantazo (25) ghe ne soporto assae in sta casa. Gh'ho un mario che me rosega (26) tutto el zorno, no ghe mancarave altro, figurarse, che m'avesse da inrabiar anca per la fiastra. (27)

Lucietta: Mo cara siora madre la va in colera molto presto!

Margarita: (La gh'ha squasi rason. No giera cusì una volta, son deventada una bestia. No gh'è remedio; chi sta col lovo (28) impara a urlar).

SCENA SECONDA

Lunardo e dette

Lunardo: (entra e viene bel bello, senza parlare)

Margarita: (Vèlo qua per diana). (s'alza)

Lucietta: (El vien co fa i gatti). (s'alza) Sior padre, patron.

Margarita: Sioria. No se saludemo gnanca? (a Lunardo)

Lunardo: Laorè, laorè. Per farme un complimento tralassè de laorar?

Lucietta: Ho laorà fin adesso. Ho deboto fenìo la calza.

Margarita: Stago a véder, figurarse, che siémo pagae a zornada. (29)

Lunardo: Vu sempre, vegnimo a dir el merito (30) , me dè sempre de ste risposte.

Lucietta: Mo via, caro sior padre; almanco in sti ultimi zorni de carneval, che nol staga a criar. Se no andemo in nissun logo, pazenzia; stemo in pase (31) almanco.

Margarita: Oh, élo no pol star un zorno senza criar.

Lunardo: Sentì che strambazza? Cossa songio? un tartaro? una bestia? De cossa ve podeu lamentar? Le cosse oneste le me piase anca a mi.

Lucietta: Via donca, che el ne mena un pocheto in maschera.

Lunardo: In maschera? In maschera?

Margarita: (Adesso, el va zoso). (32)

Lunardo: E avè tanto muso (33) de dirme, che ve mena in maschera? M'aveu mai visto mi, vegnimo a dir el merito, a meterme el volto sul muso? (34) Coss'èla sta maschera? Per cossa se va in maschera? No me fe parlar; le putte (35) no ha da andar in maschera.

Margarita: E le maridae?

Lunardo: Gnanca le maridae, siora no, gnanca le maridae.

Margarita: E per cossa donca le altre, figurarse, ghe vàle?

Lunardo: «Figurarse, figurarse». Mi penso a casa mia, e no penso ai altri. (la burla del suo intercalare)

Margarita: Perché, «vegnimo a dir el merito», perché sè un orso. (fa lo stesso)

Lunardo: Siora Margarita, la gh'abia giudizio.

Margarita: Sior Lunardo, no la me stuzzega.

Lucietta: Mo via, sia malignazo! sempre cusì. No m'importa d'andar in maschera. Starò a casa, ma stemo in bona.

Lunardo: No sentìu? Vegnimo... no sentìu? La xè éla che sempre...

Margarita: (ride)

Lunardo: Ridè, patrona?

Margarita: Ve n'aveu per mal, perché rido?

Lunardo: Via, vegnì qua tutte do (36) , sentì. Delle volte anca mi gh'ho qualcossa per la testa, e par, che sia fastidioso, ma ancuo (37) son de voggia. Semo de carneval, e vôi, che se tolemo la nostra zornada. (38)

Lucietta: Oh magari. (39)

Margarita: Via mo, sentimo.

Lunardo: Sentì; voggio, che ancuo disnemo in compagnia.

Lucietta: Dove, dove, sior padre? (con allegria)

Lunardo: In casa.

Lucietta: In casa? (malinconica)

Lunardo: Siora sì, in casa. Dove voressi che andessimo? all'osteria?

Lucietta: Sior no all'osteria.

Lunardo: In casa de nissun mi no vago (40) , mi no vago, vegnimo a dir el merito, a magnar le coste a nissun.

Margarita: Via, via, no ghe tendè. Parlè con mi, figuremose, voleu invidar qualchedun?

Lunardo: Siora sì. Ho invidà della zente, e i vegnirà qua, e se goderemo, e staremo ben.

Margarita: Chi aveu invidà?

Lunardo: Una compagnia de galantomeni, tra i quali ghe ne xè do de maridai, e i vegnirà co le so parone, (41) e staremo alliegri.

Lucietta: (Via, via gh'ho a caro). (allegra) Caro élo, chi xèli? (a Lunardo)

Lunardo: Siora curiosa!

Margarita: Via, caro vecchio (42) , no volè che sappiemo chi ha da vegnir?

Lunardo: No voleu, che vel diga? Se sa. Vegnirà sior Canzian Tartuffola, sior Maurizio dalle Strope, e sior Simon Maroele.

Margarita: Cospeto de diana! tre cai su la giusta! I avè ben trovai fora del mazzo.

Lunardo: Cossa voressi dir? No i xè tre omeni co se diè? (43)

Margarita: Sior sì. Tre salvadeghi come vu.

Lunardo: Eh, patrona, al tempo d'ancuo, vegnimo a dir el merito, a un omo, che gh'ha giudizio se ghe dise un omo salvadego. Saveu perché? Perché vualtre donne xè tropo desmesteghe. No ve contentè dell'onesto; ve piaserave i chiasseti, i pacchieti, le mode, le buffonerie, i putelezzi. (44) A star in casa, ve par de star in preson (45) . Co i abiti no costa assae, no i xè beli; co no se pratica, ve vien la malinconia, e no pensè al fin; e no gh'avè un fià de giudizio, e ascoltè chi ve mette su, e no ve fa specie sentir quel che se dise (46) de tante case, de tante fameggie precipitae; chi ve dà drio (47) se fa menar per lengua, (48) se fa meter sui ventoli, (49) e chi vol viver in casa soa con riguardo, con serietà, con reputazion, se ghe dise, vegnimo a dir el merito, seccaggine, omo rustego, omo salvadego. Pàrlio ben? Ve par che diga la verità?

Margarita: Mi no vôi contender; tutto quel, che volè. Vegnirà donca a disnar con nu siora Felice, e siora Marina.

Lunardo: Siora sì. Cusì, vedeu? me piase anca mi praticar. Tutti col so matrimonio. Cusì no ghe xè sporchezzi, (50) no ghe xè, vegnimo a dir el merito... Cosa steu a ascoltar? Adesso no se parla con vu. (a Lucietta)

Lucietta: Xèle cosse, che mi no possa sentir? (a Lunardo)

Lunardo: (No vedo l'ora de destrigarmela).(piano a Margherita)

Margarita: (Come va quel negozio?) (piano a Lunardo)

Lunardo: (Ve conterò). (piano a Margherita) Andè via de qua. (a Lucietta)

Lucietta: Cossa ghe fazzio?

Lunardo: Andè via de qua.

Lucietta: De diana! el xè impastà de velen.

Lunardo: Andè via, che ve dago una schiaffazza in tel muso.

Lucietta: Séntela, siora madre?

Margarita: Via, col v'ha dito, che andè, obedì. (con caldezza)

Lucietta: (Oh, se ghe fusse mia mare bona! Pazzenzia, se me vegnisse un scoazzer (51) , lo torìa). (parte)

SCENA TERZA

Lunardo  e Margarita

Margarita: Caro sior Lunardo, sul so viso, no ghe dago rason, ma in verità sè troppo rustego con quela puta.

Lunardo: Vedeu? vu no savè gnente. Ghe voggio ben, ma la tegno in timor.

Margarita: E mai che ghe dessi un devertimento.

Lunardo: Le pute le ha da star a casa, e no le se mena a torziando.

Margarita: Almanco una sera alla comedia.

Lunardo: Siora no. Vôi poder dir, co la marido; tolè, sior, ve la dago, vegnimo a dir el merito, che no la s'ha mai messo maschera sul viso, che no la xè mai stada a un teatro.

Margarita: E cusì, vàlo avanti sto maridozzo? (52)

Lunardo: Gh'aveu dito gnente a la puta?

Margarita: Mi? Gnente.

Lunardo: Vardè ben, vedè.

Margarita: No in verità, ve digo.

Lunardo: Mi credo, vedè, mi credo d'averla maridada.

Margarita: Con chi? se porlo saver?

Lunardo: Zito, che gnanca l'aria lo sapia. (guarda intorno) Col fio de sior Maurizio.

Margarita: Co sior Filipetto?

Lunardo: Sì, zito, no parlè.

Margarita: Zito, zito, de diana! xèlo qualche contrabando?

Lunardo: No voggio, che nissun sapia i fati mi.

Margarita: Se faralo presto?

Lunardo: Presto.

Margarita: L'alo fata domandar?

Lunardo: No pensè altro. Che l'ho promessa.

Margarita: Anca promessa ghe l'avè? (con ammirazione)

Lunardo: Siora sì, ve feu maraveggia?

Margarita: Senza dir gnente?

Lunardo: Son paron mi.

Margarita: Cossa ghe deu de dota?

Lunardo: Quelo, che voggio mi.

Margarita: Mi son una statua, donca. A mi, figurarse, no se me dise gnente.

Lunardo: Figurarse, figurarse, no ve lo dìghio adesso?

Margarita: Sior sì, e la puta quando lo saverala?

Lunardo: Co la se sposerà.

Margarita: E no i s'ha da véder avanti?

Lunardo: Siora no.

Margarita: Seu seguro, che el gh'abia da piàser?

Lunardo: Son paron mi.

Margarita: Ben ben; la xè vostra fia. Mi no me n'impazzo (53) ; fè pur quel che volè vu.

Lunardo: Mia fia no vôi che nissun possa dir d'averla vista, e quel che la vede, l'ha da sposar.

Margarita: E se col la vede nol la volesse?

Lunardo: So pare m'ha dà parola.

Margarita: Oh che bel matrimonio!

Lunardo: Cossa voressi? che i fasse prima l'amor?

Margarita: I bate, i bate; vago a véder chi è.

Lunardo: No ghe xè la serva?

Margarita: La xè a far i leti, anderò a véder mi.

Lunardo: Siora no. No vôi, che andè sul balcon.

Margarita: Vardè che casi!

Lunardo: No vôi, che gh'andè, gh'anderò mi. Comando mi, vegnimo a dir el merito, comando mi. (parte)

SCENA QUARTA

Margarita, poi Lunardo

Margarita: Mo che omo, che m'ha toccà! no gh'è el compagno sotto la capa del cielo. (54) E po el me stuffa con quel so «vegnimo a dir el merito»; deboto, figurarse, no lo posso più soportar.

Lunardo: Saveu chi xè?

Margarita: Chi?

Lunardo: Sior Maurizio.

Margarita: El pare del novizzo?

Lunardo: Tasè. Giusto élo.

Margarita: Viènlo per stabilir?

Lunardo: Andè de là.

Margarita: Me mandè via?

Lunardo: Siora sì; andè via de qua.

Margarita: No volè, che senta?

Lunardo: Siora no.

Margarita: Vardè vedè! cossa songio mi? (55)

Lunardo: Son paron mi.

Margarita: No son vostra muggier? (56)

Lunardo: Andè via de qua, ve digo.

Margarita: Mo che orso che sè!

Lunardo: Destrighève (57)

Margarita: Mo che satiro! (incaminandosi a piano)

Lunardo: La fenìmio? (58) (con isdegno)

Margarita: Mo che bestia de omo! (parte)

SCENA QUINTA

Lunardo, poi Maurizio

Lunardo: La xè andada. Co le bone no se fa gnente. Bisogna criar. Ghe voggio ben assae, ghe ne voggio assae; ma in casa mia no gh'è altri paroni, che mi.

Maurizio: Sior Lunardo, patron.

Lunardo: Bondì siorìa, sior Maurizio.

Maurizio: Ho parlà con mio fio.

Lunardo: Gh'aveu dito, che el volè maridar?

Maurizio: Ghe l'ho dito.

Lunardo: Cossa dìselo?

Maurizio: El dise, che el xè contento, ma el gh'averave gusto de véderla.

Lunardo: Sior no, questi no xè i nostri pati. (con isdegno)

Maurizio: Via, via, no andè in colera, che el puto farà tuto quelo che voggio mi.

Lunardo: Co volè, vegnimo a dir el merito, la dota xè parecchiada. V'ho promesso sie mile ducati, e sie mile ducati ve dago. Li voleu in tanti zecchini, in tanti ducati d'arzento, o voleu, che ve li scriva in banco? comandè.

Maurizio: I bezzi mi no li voggio. O zirème un capital de zecca, o investimoli meggio che se pol.

Lunardo: Sì ben; faremo tutto quel che volè.

Maurizio: No stè a spender in abiti, che no voggio.

Lunardo: Mi ve la dago, come che la xè.

Maurizio: Gh'àla roba de séa? (59)

Lunardo: La gh'ha qualche strazzeto.

Maurizio: In casa mia no voggio séa. Fin che son vivo mi, l'ha da andar co la vesta de lana, e no vôi né tabarini, né scuffie, né cerchi, (60) né toppè, né cartoline sul fronte. (61)

Lunardo: Bravo, sieu benedeto. Cusì me piase anca mi. Zoggie (62) ghe ne feu?

Maurizio: Ghe farò i so boni manini (63) d'oro, e la festa ghe darò un zoggielo, che giera de mia muggier, e un per de recchineti de perle.

Lunardo: Sì ben, sì ben, e no stessi a far la minchioneria, de far ligar sta roba a la moda.

Maurizio: Credeu, che sia mato? Coss'è sta moda? Le zoggie le xè sempre a la moda. Cossa se stima? i diamanti, o la ligadura?

Lunardo: E pur al dì d'ancuo (64) , vegnimo a dir el merito, se buta via tanti bezzi in ste ligadure.

Maurizio: Sior sì; fè ligar ogni dies'anni le zoggie, in cao de cent'anni (65) l'avè comprae do volte.

Lunardo: Ghe xè pochi, che pensa come che pensemo nu.

Maurizio: E ghe xè pochi, che gh'abbia dei bezzi, come che gh'avemo nu.

Lunardo: I dise mo, che nu no savemo gòder.

Maurizio: Poverazzi! ghe vèdeli drento del nostro cuor? Crédeli, che no ghe sia altro mondo, che quelo, che i gode lori? Oh compare, (66) el xè un bel gusto el poder dir: gh'ho el mio bisogno, no me manca gnente, e in t'una ocorenza posso meter le man su cento zecchini!

Lunardo: Sior sì, e magnar ben, dei boni caponi, delle bone polastre, e dei boni straculi de vedèlo. (67)

Maurizio: E tutto bon, e a bon marcà, perché se paga de volta in volta.

Lunardo: E a casa soa; senza strepiti, senza sussuri.

Maurizio: E senza nissun, che v'intriga i bisi. (68)

Lunardo: E nissun sa i fati nostri.

Maurizio: E semo paroni nu.

Lunardo: E la muggier no comanda.

Maurizio: E i fioi sta da fioi. (69)

Lunardo: E mia fia xè arlevada cusì.

Maurizio: Anca mio fio xè una perla. No gh'è pericolo che el buta via un bagatin. (70)

Lunardo: La mia puta sa far de tuto. In casa ho volesto, che la faza de tuto. Fina lavar i piati.

Maurizio: E a mio fio, perché no voggio, che co le serve el se ne impazza, gh'ho insegnà a tirar suso i busi delle calze, e metter i fondèli alle braghesse. (71)

Lunardo: Bravo. (ridendo)

Maurizio: Sì dasseno. (ridendo)

Lunardo: Via fémolo sto sposalizio; destrighemose. (fregandosi le mani, e ridendo)

Maurizio: Co volè, compare.

Lunardo: Ancuo v'aspetto a disnar con mi. Za savè, che ve l'ho dito. Gh'ho quatro latesini, (72) vegnimo a dir el merito, ma tanto fati.

Maurizio: I magneremo.

Lunardo: Se goderemo.

Maurizio: Staremo aliegri.

Lunardo: E po i dirà, che semo salvadeghi!

Maurizio: Puffe!

Lunardo: Martuffi! (partono)

SCENA SESTA

Camera in casa del signor Simon

Marina e Filippetto

Marina: Coss'è, nevodo (73) ? Che miracolo, che me vegnì a trovar?

Filippetto: Son vegnù via de mezà (74) , e avanti de andar a casa son vegnù un pochetin a saludarla.

Marina: Bravo, Filipeto; avè fato ben. Sentève (75) , voleu marendar? (76)

Filippetto: Grazie, sior'àmia. (77) Bisogna che vaga a casa, ché se sior padre no me trova, povereto mi.

Marina: Disèghe, che sè stà da vostra àmia Marina, cossa diràlo?

Filippetto: Se la savesse! nol tase mai, nol me lassa mai un momento de libertà.

Marina: El fa ben, da una banda. Ma da vostr'àmia el ve doverave lassar vegnir.

Filippetto: Ghe l'ho dito; nol vol che ghe vegna.

Marina: Mo el xè ben un satiro compagno de mio mario.

Filippetto: Sior barba (78) Simon, ghe xèlo in casa?

Marina: Nol ghe xè, ma no pol far che el vegna.

Filippetto: Anca élo, co el me vede, co vegno qua, el me cria.

Marina: Lassè, che el diga. La sarave bela. Sè mio nevodo. Sè fio de una mia sorela; quela poverazza xè morta, e posso dir, che no gh'ho altri a sto mondo, che vu.

Filippetto: No vorave, che, per causa mia, el ghe criasse anca a éla.

Marina: Oh per mi, fio mio, no vo tolè sto travaggio. Se el me dise tantin, mi ghe respondo tanton. Povereta mi, se no fasse cusì! Su tuto el cateria da criar. No credo, che ghe sia a sto mondo un omo più rustego de mio mario.

Filippetto: Più de sior padre?

Marina: No so, vedè, la bate là.

Filippetto: Mai, mai, dopo che son a sto mondo, nol m'ha mai dà un minimo spasso. El dì da laorar (79) a mezà, e a casa. La festa a far quel che va fatto, e po subito a casa. El me fa compagnar dal servitor, e ghe n'ha volesto a persuader el servitor a menarme qua stamatina. Mai una volta alla Zueca (80) , mai a Castelo (81) , mi no credo de esser passà in vita mia tre o quattro volte per Piazza (82) , quel, che el fa élo, el vol che fazza anca mi. La sera fina do ore se sta in mezà, se cena, se va in leto, e bondì siorìa.

Marina: Povero puto; dasseno me fè peccà. Xè vero; la zoventù, bisogna tegnirla in fren, ma el tropo xè tropo.

Filippetto: Basta; no so, se da qua avanti l'anderà cusì.

Marina: Sè in ti ani de la discrezion, el ve doverave dar un pocheto de libertà.

Filippetto: Sàla gnente, sior'àmia?

Marina: De cossa?

Filippetto: Nol gh'ha dito gnente sior padre?

Marina: Oh xè un pezzo, che no lo vedo.

Filippetto: No la sa gnente donca.

Marina: No so gnente. Cossa ghe xè de niovo?

Filippetto: Se ghe lo digo, ghe lo diràla a sior padre?

Marina: No, non v'indubitè.

Filippetto: La varda ben, la veda.

Marina: Ve digo de no, ve digo.

Filippetto: La senta, el me vuol maridar.

Marina: Dasseno?

Filippetto: El me l'ha dito élo.

Marina:  Àlo trovà la novizza?

Filippetto: Siora sì.

Marina: Chi xèla?

Filippetto: Ghe lo dirò, ma, cara éla, la tasa.

Marina: Mo via, deboto me fè rabia. Cossa credeu, che sia?

Filippetto: La xè fia de sior Lunardo Cròzzola.

Marina: Sì, sì, la cognosso. Cioè, no la cognosso éla, ma cognosso so maregna, siora Margarita Salicola, che ha sposà sior Lunardo, e el xè amigo de mio mario, un salvadego co fa élo. Mo i s'ha ben catà (83) , vedè, el padre del novizzo col padre de la novizza. L'aveu vista la puta?

Filippetto: Siora no.

Marina: Avanti de serar el contrato i ve la farà véder.

Filippetto: Mi ho paura de no.

Marina: Oh bela! e se no la ve piase?

Filippetto: Se no la me piase, mi no la togo per diana.

Marina: Sarave meggio, che la vedessi avanti.

Filippetto: Come vorla, che fazza?

Marina: Disèghelo a vostro sior padre.

Filippetto: Ghe l'ho dito, e el m'ha dà su la ose. (84)

Marina: Se savesse come far, vorave farvelo mi sto servizio.

Filippetto: Oh magari!

Marina: Ma anca quel orso de sior Lunardo nol la lassa véder da nissun so fia.

Filippetto: Se se podesse, una festa...,

Marina: Zito, zito che xè qua mio mario.

Filippetto: Vorla, che vaga via?

Marina: Fermève.

SCENA SETTIMA

Simon e detti

Simon: (Cossa falo qua sto frascon?)

Filippetto: Patron, sior barba.

Simon: Sioria. (bruscamente)

Marina: Un bel acèto, che ghe fè a mio nevodo!

Simon: Mi v'ho tolto co sto pato, che in casa mia parenti no ghe ne voggio.

Marina: Varè! (85) ve viènli a bater a la porta, e a domandarve qualcossa i mi parenti? No i gh'ha bisogno de vu, sior; in cao de tanto, (86) vien mio nevodo a trovarme, e ancora me brontolè? (87) Gnanca se fussimo taggialegni, (88) gnanca se fussimo dalle valade. Vu sè un omo civil? Sè un tangaro, compatìme.

Simon: Aveu gnancora fenìo? Stamatin no gh'ho voggia de criar.

Marina: No lo podè véder mio nevodo? Cossa v'àlo fato?

Simon: Nol m'ha fato gnente; ghe voggio ben; ma savè che in casa mia no gh'ho gusto, che ghe vegna nissun.

Filippetto: Che nol se indubita, che no ghe vegnirò più.

Simon: Me farè servizio.

Marina: E mi vôi che el ghe vegna.

Simon: E mi no vôi, che el ghe vegna.

Marina: Sta sorte de cosse no me le avè da impedir.

Simon: Tuto quelo, che no me piase, ve lo posso, e ve lo voggio impedir.

Filippetto: Patron. (in atto di partire)

Marina: Aspetè. (a Filippetto) Cossa gh'aveu co sto puto?

Simon: No lo voggio.

Marina: Mo per cossa?

Simon: Per cossa, o per gamba (89) , no vôi nissun.

Filippetto: Sior'àmia, la me lassa andar via.

Marina: Andè, andè, nevodo. Vegnirò mi da vostro sior padre.

Filippetto: Patrona; patron, sior barba.

Simon: Sioria.

Filippetto: (Oh, el ghe pol a mio padre, el xè più rustego diese volte). (parte)

SCENA OTTAVA

Marina e Simon

Marina: Vardè che sesti! cossa voleu, che el diga quel putto!

Simon: Lo savè pur el mio temperamento. In casa mia voggio la mia libertà.

Marina: Che intrigo ve dàvelo mio nevodo?

Simon: Gnente. Ma no voggio nissun.

Marina: Perché no andeu in te la vostra camera?

Simon: Perché voggio star qua.

Marina: In verità, che sè caro. Aveu mandà la spesa? (90)

Simon: Siora no.

Marina: No se disna ancuo? (91)

Simon: Siora no. (più forte)

Marina: No se disna?

Simon: Siora no.

Marina: Ghe mancarave anca questa, che andessi in collera anca col disnar.

Simon: Za, chi ve sente vu, mi son un strambo, un alocco.

Marina: Ma ancuo perché no se disna?

Simon: Perché avemo da andar a disnar fora de casa.

Marina: E mel disè co sta bona grazia?

Simon: Me fè vegnir suso el mio mal.

Marina: Caro mario, compatìme, gh'avè un natural, che de le volte fè rabia.

Simon: No lo cognosseu el mio natural? Co lo cognossè, cossa feu ste scene?

Marina: (Ghe vol una gran pazienzia). Dove andémio a disnar?

Simon: Vegnirè con mi.

Marina: Ma dove?

Simon: Dove, che ve menerò mi.

Marina: Per cossa no voleu, che lo sappia?

Simon: Cossa importa, che lo sappiè? Co sè co vostro mario, no stè a cercar altro.

Marina: In verità, me parè matto. Bisogna ben che sappia dove che s'ha da andar, come che m'ho da vestir, che zente ghe xè. Se ghe xè suggizion, no voggio miga andar a farme smatar.

Simon: Dove, che vago mi sè segura, che no ghe xè suggizion.

Marina: Ma con chi andémio?

Simon: Vegnirè con mi.

Marina: Mo la xè mo curiosa lu! (92)

Simon: Mo la xè curiosa seguro.

Marina: Ho da vegnir senza saver dove?

Simon: Patrona sì.

Marina: Muème el nome (93) se ghe vegno.

Simon: E vu resterè a casa senza disnar.

Marina: Anderò da mio cugnà (94) Maurizio.

Simon: Sior Maurizio vostro cugnà anderà a disnar dove che anderemo nu.

Marina: Ma dove?

Simon: Vegnì con mi, che lo saverè. (parte)

SCENA NONA

Marina, poi Felice, Canciano ed il conte Riccardo

Marina: Mo caro! mo siestu benedetto! mo che bona grazia, che el gh'ha! I batte. (95) Oe, vardè che i batte. (alla scena) La xè una cossa da far rider i capponi. Ho d'andar a disnar fora de casa senza saver dove? Gh'averave anca voggia de andarme a devertir un pocheto, ma senza saver dove, no vago. Se savesse come far a saverlo. Oh chi xè qua? Siora Felice! Chi xè con éla? Uno xè quel scempio (96) de so mario. E quell'altro chi mai xèlo? Eh éla la gh'ha sempre qualchedun, che la serve. So mario xè de la taggia del mio (97) ; ma Felice no se tol suggizion; la la vol a so modo, e quel poverazzo ghe va drio, (98) come un can barbin. Me despiase de mio mario. Cossa diralo, se el vede tuta sta zente? Oe! che el diga quel che el vol; mi no li ho fari vegnir. Malegrazie no ghe ne vôi far.

Felice: Patrona, siora Marina.

Marina: Patrona, siora Felice. Patroni riveriti.

Canciano: Patrona. (malinconico)

Riccardo: Servitore umilissimo della signora. (a Marina)

Marina: Serva sua. Chi xèlo sto signor? (a Felice)

Felice: Un conte, un cavalier forestier, un amigo de mio mario; n'è vero, (99) sior Cancian?

Canciano: Mi no so gnente.

Riccardo: Buon amico, e buon servitore di tutti.

Marina: Col xè amigo de sior Cancian, nol pol esser che una persona de merito.

Canciano: Mi ve digo, che no so gnente.

Marina: Come no saveu gnente, se el vien con vu in casa mia?

Canciano: Con mi?

Felice: Mo con chi donca? Caro sior Conte, la compatissa. Semo de carneval, sàla; mio mario se deverte un pocheto. El vol far taroccar siora Marina; n'è vero, sior Cancian?

Canciano: (Bisogna che ingiotta).

Marina: (Oh co furba, che xè custìa!) Vorle sentarse? Le se comoda.

Felice: Sì, sentémose un pochetin. (siede) La se comoda qua, sior Conte.

Riccardo: La fortuna meglio non mi potea collocare.

Canciano: E mi dove m'òi da sentar?

Felice: Andè là, arente (100) siora Marina. (a Canciano)

Marina: No, cara fia, (101) che se vien mio mario, povereta mi. (piano a Felice)

Felice: Vardè là; no ghe xè de le careghe? (102) (a Canciano)

Canciano: Eh siora sì, la ringrazio. (siede in disparte)

Riccardo: Amico, se volete seder qui, siete padrone; non facciamo cerimonie. Io andrò dall'altra parte presso della signora Marina. (a Canciano)

Marina: Sior no, sior no, no la s'incomoda. (a Riccardo)

Felice: Per cossa dìsela ste fredure? Crédela fursi, che mio mario sia zeloso? Oe, sior Cancian, defendève. (103) Sentì, i ve crede zeloso. Me maraveggio de éla, sior Conte. Mio mario xè un galantomo, el sa che muggier che el gh'ha, nol patisse sti mali, e se el li patisse, ghe li farave passar. La saria bela, che una donna civil no podesse tratar onestamente un signor, una persona pulita, che vien a Venezia, per sti quatro zorni de carneval, che me xè stada raccomandada da un mio fradelo che xè a Milan! Cossa diseu, Marina, no saràvela una inciviltà? no saràvela un'asenaria? Mio mario no xè de sto cuor, el gh'ha ambizion de farse merito, de farse onor, el gh'ha gusto che so muggier se deverta, che la fazza bona figura, che la staga in bona conversazion. N'è vero, sior Cancian?

Canciano: Siora sì. (masticando)

Riccardo: Per dire la verità, io ne avea qualche dubbio; ma poiché voi mi disingannate, ed il signor Canciano il conferma, vivrò quietissimo, e mi approfitterò dell'onor di servirvi.

Canciano: (Son stà mi una bestia, a receverlo in casa la prima volta).

Marina: Stàla un pezzo, sior Conte, a Venezia?

Riccardo: Aveva intenzione di starci poco; ma sono tanto contento di questa bella città, che prolungherò il mio soggiorno.

Canciano: (Pussibile, che el diavolo no lo porta via?)

Felice: E cusì, siora Marina, ancuo disneremo insieme.

Marina: Dove?

Felice: Dove? no lo savè dove?

Marina: Mio mario m'ha dito qualcossa de sto disnar, ma el logo nol me l'ha dito.

Felice: Da siora Margarita.

Marina: Da sior Lunardo?

Felice: Sì ben. (104)

Marina: Adesso ho capìo. Fài nozze? (105)

Felice: Che nozze?

Marina: No savè gnente?

Felice: Mi no. Contème. (106)

Marina: Oh, novità grande.

Felice: De chi? De Lucietta?

Marina: Sì ben; ma, zito.

Felice: Cara vu, contème. (si tira appresso a Marina)

Marina: Sénteli? (107) (accennando Riccardo e Canciano)

Felice: Sior Riccardo, la ghe diga qualcossa a mio mario, la ghe vaga a rente; la fazza un poco de conversazion anca con élo, el gh'ha gusto che i parla con so muggier, ma nol vol mo gnanca élo esser lassà in t'un canton. N'è vero sior Cancian?

Canciano: Eh nol s'incomoda, che no me n'importa. (a Riccardo)

Riccardo: Anzi avrò piacere di discorrere col signor Canciano. Lo pregherò informarmi di alcune cose. (si accosta a Canciano)

Canciano: (El sta fresco).

Felice: E cusì? (a Marina)

Marina: Andè là, che sè una gran diavola. (a Felice)

Felice: Se no fosse cusì, morirave etica con quel mio mario.

Marina: E mi?...

Felice: Disème, disème. Cossa gh'è de Lucieta?

Marina: Ve dirò tuto; ma appian, che nissun ne senta.

Riccardo: Signore, parmi che voi mi badiate poco. (a Canciano)

Canciano: La compatissa, gh'ho tanti intrighi per mi, che no posso tòrmene per i altri.

Riccardo: Bene dunque, non v'incomoderò più. Ma quelle signore parlano segretamente fra di loro, diciamo qualche cosa; facciamo conversazion fra di noi.

Canciano: Cossa vorla, che diga? Mi son omo de poche parole; no stago su le novità, e no amo troppo la conversazion.

Riccardo: (È un bel satiro costui).

Felice: Nol l'ha vista? (a Marina)

Marina: No, e no i vol, che el la veda.

Felice: Mo questo el xè un gran codogno. (108)

Marina: Se savessi? pagheria qualcossa de belo che el la vedesse, avanti de serar el contrato. (109)

Felice: In casa nol ghe pol andar?

Marina: Oh gnanca per insonio. (110)

Felice: No se poderia co l'occasion de le maschere?...

Marina: Disè appian, che i ne sente.

Felice: Via, che i tenda (111) ai fati soi. Che no i staga a spionar; che i parla, che parlemo anca nu. (a Riccardo) Sentì cossa, che me vien in testa. (a Marina, e si parlano piano)

Riccardo: Dove si va questa sera?

Canciano: A casa.

Riccardo: E la signora?

Canciano: A casa.

Riccardo: Fate conversazione?

Canciano: Sior sì. In letto.

Riccardo: In letto? A che ora?

Canciano: A do ore. (112)

Riccardo: Eh, mi burlate.

Canciano: Sì anca da so servitor.

Riccardo: (Sono male impicciato, per quel, ch'io vedo).

Felice: Cossa diseu? ve piàsela? (a Marina)

Marina: Sì ben; cusì andarave pulito. Ma no so come far a parlar con mio nevodo. Se el mando a chiamar, mio mario va in bestia.

Felice: Mandèghe a dir, che el vegna da mi.

Marina: E so pare?

Felice: No valo anca élo a disnar da sior Lunardo? Col xè fora de casa, che el vegna; lassème el travaggio a mi. (113)

Marina: E po? (114) ...

Felice: E po, e po! dopo el Po vien l'Adese (115) . Lassème far a mi, ve digo.

Marina: Adessadesso lo mando a avisar.

Felice: Coss'è, seu mutti? (a Riccardo e Canciano)

Riccardo: Il signor Canciano non ha volontà di parlare.

Felice: Gramazzo! el gh'averà qualcossa per la testa. El xè pien d'interessi: el xè un omo de garbo, sàla, mio mario.

Riccardo: Dubito stia poco bene.

Felice: Dasseno? Oh povereta mi; me despiaserave assae. Cossa gh'aveu, sior Cancian?

Canciano: Niente.

Felice: Per cossa dìselo, che el gh'ha mal? (a Riccardo)

Riccardo: Perché ha detto, che vuol andar a dormire a due ore di notte.

Felice: Dasseno? Fè ben a governarve, fio mio. (a Canciano)

Canciano: Ma ghe vegnirè anca vu.

Felice: Oh, aponto, no v'arecordè, che avemo da andar a l'opera?

Canciano: A l'opera mi no ghe vago.

Felice: Come? Questa è la chiave del palco; me l'avè pur comprada vu. (a Canciano)

Canciano: L'ho comprada... l'ho comprada, perché m'avè incinganà; ma a l'opera mi no ghe vago, e no gh'avè d'andar gnanca vu.

Felice: Oh caro! el burla sàla? El burla, savè, Marina? El mio caro mario me vol tanto ben, el m'ha comprà el palco, e el vegnirà a l'opera con mi: n'è vero fio? (Senti sa, no me far el mato, che povereto ti). (piano a Canciano)

Marina: (O che gaìna (116) !)

Felice: Vorla restar servida con mi? Ghe xè logo in tel palco: n'è vero, sior Cancian? (a Riccardo)

Canciano: (Siestu maledeta! La me fa far tuto quel che la vol).

SCENA DECIMA

Simon  e detti

Simon: Marina. (bruscamente)

Marina: Sior.

Simon: (Cossa xè sto baccan? Cossa vorli qua? Chi xèlo colù?) (accenna a Riccardo)

Felice: Oh, sior Simon, la reverisso.

Simon: Patrona. (a Felice) Ah? (a Marina)

Felice: Semo vegnui a farve una visita.

Simon: A chi?

Felice: A vu. N'è vero, sior Cancian?

Canciano: Siora sì. (a mezza bocca)

Simon: Andè via de qua, vu. (a Marina)

Marina: Volè, che usa una mala creanza?

Simon: Lassème el pensier a mi; andè via de qua.

Felice: Via, Marina, obedìlo vostro mario: anca mi, vedè, co sior Cancian me dise una cossa, la fazzo subito.

Marina: Brava, brava, ho capìo. Patroni.

Riccardo: Umilissima riverenza. (a Marina)

Simon: Patron. (ironico al Conte)

Marina: Serva sua. (fa la riverenza al Conte)

Simon: Patrona. (contrafà la riverenza)

Marina: (Taso, perché, perché: ma sta vita no la voggio far). (parte)

Simon: Chi èlo sto sior? (a Felice)

Felice: Domandèghelo a mio mario.

Riccardo: Se volete saper chi sono, ve lo dirò io, senza, che fatichiate, per domandarlo. Io sono il conte Riccardo degli Arcolai, cavaliere d'Abruzzo; son amico del signor Canciano, e buon servidore della signora Felice.

Simon: E vu lassè praticar vostra muggier co sta sorte de cai? (117) (a Canciano)

Canciano: Cossa voleu, che fazza?

Simon: Puffeta! (118) (parte)

Felice: Vedeu, che bella creanza, che el gh'ha? El n'ha impiantà qua senza dir sioria bestia. Védela, sior Conte la differenza? Mio mario xè un omo civil; nol xè capace de un'azion de sta sorte. Me despiase, che a disnar con nu ancuo no la podemo menar. Ma ghe dirò po mi un no so che per dopo disnar, e sta sera anderemo a l'opera insieme. N'è vero, sior Cancian?

Canciano: Ma mi ve digo...

Felice: Eh via vegnì qua, sior pampalugo (119) . (prende per un braccio Canciano, per l'altro Riccardo, e partono)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera in casa di Lunardo

Margarita vestita con proprietà, e Lucietta

Lucietta: Brava, siora madre. Mo co pulito, che la s'ha vestìo.

Margarita: Cossa voleu, cara fia? Se vien sta zente ancuo, voleu, che staga, figurarse, co fa una massèra?

Lucietta: E mi, che figura vorla che fazza?

Margarita: Vu da puta stè ben.

Lucietta: Eh sì sì, stago ben! Co no son amalada, stago ben.

Margarita: Mi no so cossa dir, cara fia. Se podesse, me piaserave anca a mi che gh'avessi el vostro bisogno; ma savè chi xè vostro pare. Con élo no se pol parlar. Se ghe digo de farve qualcossa, el me salta a i occhi. El dise, che le pute le ha da andar desmesse (1) ; el me sa dir, che ve meto su (2) ; e mi, per no sentir a criar, no me n'impazzo; lasso, che el fazza élo. Finalmente no sè mia fia, no me posso tòr certe boniman. (3)

Lucietta: Eh lo so, lo so, che no son so fia. (mortificata)

Margarita: Cossa voressi dir? No ve voggio ben fursi? (4)

Lucietta: Siora sì, la me ne vol; ma no la se scalda gnente per mi. Se fusse so fia, co (5) vien zente de suggizion, no la lasserave miga che stasse co la traversa (6) davanti.

Margarita: Via, cavèvela la traversa.

Lucietta: E po, co me l'averò cavada?

Margarita: Co ve l'averà cavada, figurarse, no la gh'averè più.

Lucietta: Eh za! crédela, che no sappia, che la me burla?

Margarita: Me fè da rider. Cossa voressi?

Lucietta: Vorave anca mi comparir cofà (7) le altre.

Margarita: Disèghelo a vostro padre. Voleu, che manda a chiamar un sartor in scondon (8) , e che ve fazza un abito? E po? xèlo orbo sior Lunardo? Credeu, figurarse, che nol ve l'abia da véder?

Lucietta: Mi no digo un abito; ma qualcossa almanco. La varda; no gh'ho gnanca un fià de cascate (9) . Gh'ho sto strazzo de goliè da colo, che me vergogno. E xè antigo cofà mia nona. Per casa co sto abito no stago mal; ma ghe voria, cusì, qualcossa, che paresse bon. Son zovene, e no son mo gnanca una pitocca, me par che qualche bagatela no la me desdiga. (10)

Margarita: Aspetè. Se volè un pèr de cascate, ve le darò mi de le mie. Voleu una colana de perle?

Lucietta: Magari.

Margarita: Adesso ve la vago a tòr. (Poverazza! la compatisso. Nu altre donne, figurarse, semo tute cusì). (parte)

SCENA SECONDA

Lucietta e detta.

Lucietta: Vardè! la dise, che mio sior padre no vol. Credo, che la sia éla mi, che no voggia. Xè vero, che sior padre xè un omo rustego, e che in casa nol vol certe bele cosse, ma éla però la s'ha savesto vestir, e co la vol un abito, la se lo fa, e la lassa che el diga. Ma per mi, poverazza, no se ghe pensa. Maregna (11), basta cussì. E po la cognosso, la gh'ha rabbia con mi, perché son più zovene, e più bela de éla. In casa ghe fazzo fastidio. La me dise fia co la boca streta; co ghe digo siora madre, la gh'ha paura che ghe fazza crescer i ani.

Margarita: Via, cavève quela traversa.

Lucietta: Siora sì, subito. (si cava il grembiale)

Margarita: Vegnì qua, che ve meterò le cascate.

Lucietta: Cara éla, la lassa véder.

Margarita: Vardè; le xè squasi nòve.

Lucietta: Cossa vorla, che fazza de sti scovoli (12) da lavar i piati?

Margarita: Scovoli ghe disè? Un pèr de cascate de cambrada, che no le ho doperae quatro volte?

Lucietta: No la vede co fiappe (13) che le xè?

Margarita: Vardè, che desgrazia! certo, che i ve vegnirà a vardar le cascate, se le xè de lissìa. (14)

Lucietta: Le soe però le xè nete.

Margarita: Che cara siora! vo voressi meter co mi? Queste xè le cascate: se le volè, metèvele; se ghe ne volè de meggio, catèvene.

Lucietta: Via, no la vaga in colera, che me le meterò.

Margarita: Vegnì qua. Za, co ste spuzzete (15) , più che se fa, se fa pezo. (mettendole le cascate)

Lucietta: Certo! la fa assae per mi. (accomodandosi le cascate)

Margarita: Fazzo più de quel che me tocca. (come sopra)

Lucietta: Cara éla, che no la se struppia. (come sopra)

Margarita: Sè ben insolente sta matina. (come sopra, tirandola)

Lucietta: Mo via, no la me staga a strascinar, che no son miga una bestia.

Margarita: No, no, no v'indubitè, che no ve vegnirò più intorno. Sè tropo delicata, siora. Fève servir da la serva, che con vu no me ne voggio impazzar.

Lucietta: Gh'àla le perle?

Margarita: No so gnente: no voggio più mustazzae. (16)

Lucietta: Via mo; cara éla.

Margarita: Mata inspiritada, che son, a deventar mata co sta frascona.

Lucietta: (piange, e si asciuga col fazzoletto)

Margarita: Coss'è stà? cossa gh'aveu?

Lucietta: (piange)

Margarita: Pianzè? cossa v'òggio fato?

Lucietta: La m'ha dito... de darme... una colana de perle... e no la me la vol... più dar. (piangendo)

Margarita: Mo se me fè andar in colera.

Lucietta: Me la dàla?

Margarita: Via, vegnì qua. (le vuol mettere la collana)

Lucietta: La lassa véder.

Margarita: Trovereu da dir anca in questo? Lassè, lassè, che ve la zola. (17)

Lucietta: La sarà qualche antigaggia. (18) (piano, brontolando)

Margarita: Cossa diseu? (allacciando la collana)

Lucietta: Gnente.

Margarita: Sempre brontolè. (come sopra)

Lucietta: La varda; una perla rota. (si trova una perla rotta in seno)

Margarita: E cusì? cossa importa? Slarghèle un pochetin. (19)

Lucietta: Xèle tute rote?

Margarita: Deboto me faressi dir...

Lucietta: Quanti ani gh'àla sta colana?

Margarita: Voleu zogar (20) , che ve la cavo, e la porto via?

Lucietta: De diana! sempre la cria.

Margarita: Mo se no ve contentè mai.

Lucietta: Staghio ben?

Margarita: Stè benissimo.

Lucietta: Me fàla ben al viso?

Margarita: Pulito, ve digo, pulito. (La gh'ha un'ambizion maledetonazza (21) ).

Lucietta: (No ghe credo gnente, me vôi vardar (22) ). (tira fuori di tasca uno specchietto)

Margarita: El specchio gh'avè in scarsela (23) ?

Lucietta: Oh el xè un strazzetto (24) .

Margarita: Se vostro sior padre ve lo vede!

Lucietta: Via, no la ghe lo staga a dir.

Margarita: Vèlo qua, vedè, che el vien.

Lucietta: Sia malignazo! No m'ho gnanca podesto véder ben. (mette via lo specchio)

SCENA TERZA

Lunardo  e dette

Lunardo: Coss'è, siora? andeu al festin? (a Margarita)

Margarita: Tolè. Vèlo qua. Me vesto una volta a l'anno, e el brontola. Aveu paura, figurarse, che ve manda in mal'ora?

Lunardo: Mi no m'importa, che fruessi (25) , vegnimo a dir el merito, anca un abito a la setimana. Grazie al Cielo, no son de quei omeni che patissa la spienza (26) . Cento ducati li posso spender. Ma no in ste buffonarie; cossa voleu che diga quei galantomeni, che vien da mi? Che sè la piavola de Franza (27) . No me vôi far smatar.

Lucietta: (Gh'ho gusto in verità, che el ghe diga roba (28) ).

Margarita: Come credeu, che vegnirà vestìe quelle altre? Co una scarpa, e un zoccolo?

Lunardo: Lassè, che le vegna come che le vol. In casa mia no s'ha mai praticà de ste cargadure, e no vôi scomenzar, e no me vôi far meter sui ventoli. M'aveu capìo?

Lucietta: Dasseno, sior padre, ghe l'ho dito anca mi.

Lunardo: Senti sa, no tòr esempio da éla... Coss'è quela roba? Cossa xè quei diavolezzi, che ti gh'ha al colo? (a Lucietta)

Lucietta: Eh gnente, sior padre. Una strazzaria, un'antigaggia.

Lunardo: Càvete quele perle.

Margarita: Dasseno, sior Lunardo, che ghe l'ho dito anca mi.

Lucietta: Via, caro élo, semo de carneval.

Lunardo: Cossa s'intende? che siè in maschera? No voggio sti putelezzi. Ancuo vien zente; se i ve vede, no voggio, che i diga, che la fia xè mata, e che el pare no gh'ha giudizio. Dà qua quele perle. (va per levarle, ella si difende) Cossa xè quei sbrindoli (29) . Cascate, patrona? cascate? Chi v'ha dà quei sporchezzi? (30)

Lucietta: Me l'ha dae siora madre.

Lunardo: Dona mata! cusì pulito arlevè mia fia? (a Margarita)

Margarita: Se no la contento, la dise che la odio, che no ghe vôi ben.

Lunardo: Da quando in qua ve xè vegnù in testa sti grili?

Lucietta: L'ho vista éla vestìa, me xè vegnù voggia anca a mi. (a Margarita)

Lunardo: Sentìu? Questa xè la rason del cativo esempio.

Margarita: Ela xè pura, e mi son maridada.

Lunardo: Le maridae ha da dar bon esempio a le pute.

Margarita: Mi no m'ho maridà, figurarse, per vegnir a deventar mata co i vostri fioi.

Lunardo: Né mi v'ho tolto, vegnimo a dir el merito, acciò, che vegnì a discreditar la mia casa.

Margarita: Ve fazzo onor più de quelo, che meritè.

Lunardo: Anemo, andève subito a despoggiar. (a Margherita)

Margarita: No ve dago sto gusto gnanca se me copè.

Lunardo: E vu no vegnirè a tola.

Margarita: No ghe penso né bezzo, né bagatin.

Lucietta: E mi, sior padre, vegniroggio a tola?

Lunardo: Càvete quelle strazzarie.

Lucietta: Sior sì, co nol vol altro che el toga. Mi son ubidiente. La varda che roba: gnanca vergogna che me le meta. (si cava le perle e cascate)

Lunardo: Vedeu? Se cognosse che la xè ben arlevada. Eh la mia prima muggier povereta! quela giera una donna de sesto (31) . No la se meteva un galan (22) senza dirmelo; e co mi no voleva, giera fenìo, no ghe giera altre risposte. Siestu benedeta dove che ti xè (23) . Mato inspirità, che son stà mi a tornarme a maridar.

Margarita: Mi mi ho fato un bon negozio a tòr un satiro per mario.

Lunardo: Povera grama! ve manca el vostro bisogno? no gh'avè da magnar?

Margarita: Certo! una dona co la gh'ha da magnar, no ghe manca altro!

Lunardo: Cossa ve manca?

Margarita: Caro vu, no me fè parlar.

Lucietta: Sior padre.

Lunardo: Cossa gh'è?

Lucietta: No me meterò più gnente, senza dirghelo sàlo?

Lunardo: Ti farà ben.

Lucietta: Gnanca se me lo dirà siora madre.

Margarita: Eh mozzina! se cognossemo. Sul so viso, figurarse, tegnì da élo, e po da drio le spale tirè zoso a campane doppie.

Lucietta: Mi, siora?

Lunardo: Tasè là. (a Lucietta)

Lucietta: La dise delle busie (24) . (a Lunardo)

Margarita: Sentìu come che la parla? (a Lunardo)

Lunardo: Tasè là ve digo. Co la maregna no se parla cusì. Gh'avè da portar respeto; l'avè da tegnir in conto de mare.

Lucietta: De mi no la se pol lamentar. (a Lunardo)

Margarita: E mi... (a Lunardo)

Lunardo: E vu, vegnimo a dir el merito, despoggiève, che farè meggio.

Margarita: Diseu dasseno?

Lunardo: Digo dasseno.

Lucietta: (Oh magari!)

Margarita: Son capace de strazzarlo sto abito in cento tocchi.

Lunardo: Animo scomenzè, che ve aggiuterò.

Lucietta: Sior padre, vien zente.

Lunardo: Aseni! i averze senza dir gnente? Andè via de qua.

Lucietta: Mo per cossa?

Lunardo: Andève a despoggiar. (a Margarita)

Margarita: Cossa voleu, che i diga?

Lunardo: Cospeto, e tacca via! (25)

SCENA QUARTA

Simon , Marina e detti.

Marina: Patrona, siora Margarita.

Margarita: Patrona, siora Marina. (26)

Lucietta: Patrona.

Marina: Patrona, fia, patrona.

Margarita: Sior Simon, patron.

Simon: Patrona. (ruvido)

Marina: Sior Lunardo, gnanca? Pazenzia.

Lunardo: La reverisso. (Cavève (27) ). (a Lucietta)

Lucietta: (Gnanca se i me coppa no vago via).

Simon: Semo qua, sior Lunardo, a ricever le vostre grazie.

Lunardo: (Quela mata de mia muggier, ancuo la me vol far magnar tanto velen).

Simon: Mio cugnà Maurizio nol xè gnancora vegnù. (a Lunardo)

Lunardo: (Figurève cossa che el dirà sior Simon in tel so cuor, a véder sta cargadura (28) de mia muggier).

Marina: (Vardè che bel sesto! nol ve bada gnanca). (a Simon)

Simon: Tasè là, va; cossa gh'intreu? (a Marina)

Marina: Cara quela grazieta! (a Simon)

Margarita: Via, siora Marina, la se cava zoso.

Marina: Volentiera. (vuole spuntarsi il zendale)

Lunardo: Andè de là, siora, a cavarghe la vesta, e el zendà.  (con rabbia a Margarita)

Margarita: Via, via, figurarse, no me magnè. Andemo, siora Marina.

Lunardo: E despoggiève anca vu. (a Margarita)

Margarita: Anca mi m'ho da despoggiar? Cosa dìsela, siora Marina? El vol, che me despoggia. Xèlo belo mio mario? (ridendo)

Marina: De mi no la gh'ha d'aver suggizion. (a Margarita)

Lunardo: Sentìu? che bisogno ghe giera, vegnimo a dir el merito, che ve vestissi in andriè? (a Margarita)

Margarita: Che caro sior Lunardo! e éla, figurarse, come xèla vestìa?

Lunardo: Éla xè fora de casa, e vu sè in casa.

Simon: Anca mi ho combatù do ore co sta mata. La s'ha volesto vestir a so modo. (a Lunardo) Mandè a casa a tòr el vostro cotuss. (29) (a Marina)

Marina: Figurève se mando!

Margarita: Andémo, andémo, siora Marina.

Marina: Vardè! gnanca se fussimo vestìe de ganzo (30) !

Margarita: I xè cusì. Se gh'ha la roba, e no i vol che la se dopera.

Marina: I vederà siora Felice, come che la xè vestìa.

Margarita: L'aveu vista?

Marina: La xè stada da mi.

Margarita: Come gièrela, cara va?

Marina: Oe, in tabarin. (con esclamazione)

Margarita: In tabarin?

Marina: E co pulito!

Margarita: Sentìu, sior Lunardo? Siora Felice, figurarse, la xè in tabarin.

Lunardo: Mi no intro in ti fati dei altri. Ve digo a vu, vegnimo a dir el merito, che la xè una vergogna.

Margarita: Che abito gh'avévela? (a Marina)

Marina: Arzento a sguazzo. (31)

Margarita: Sentìu? Siora Felice gh'ha l'abito co l'arzento, e vu criè perché gh'ho sto strazzeto de séa (64)? (a Lunardo)

Lunardo: Cavèvelo, ve digo.

Margarita: Sè ben minchion, se el credè. Andémo, andémo siora Marina. Se ghe tendessimo a lori (65) , i ne meterave i moccoli drio (66) . Se poderessimo ficcar in canèo (67) . Della roba ghe n'ho, e fin che son zovene me la voggio gòder. (a Marina) Ma no gh'è altro; cusì la xè. (a Lunardo, e parte)

Lunardo: Custìa la me vol tirar a cimento

Marina: Caro sior Lunardo, bisogna compatirla. La xè ambiziosa; certo che no ghe giera bisogno, che per casa la mostrasse sta affetazion, ma la xè zovene: no la gh'ha gnancora el so bon intendacchio. (68)

Simon: Tasè là. Vardève vu, siora petegola.

Marina: Se no portasse respeto dove che son...

Simon: Cossa diressi?

Marina: Ve diria di chi v'ha nanìo (67) . (Orso del diavolo). (parte)

SCENA QUINTA

Lunardo  e Simon

Simon: Marideve, che gh'averè de sti gusti.

Lunardo: Ve recordeu de la prima muggier? Quella giera una bona creatura; ma questa la xè un muschieto! (a Simon)

Simon: Ma mi, mato bestia, che le donne no le ho mai podeste soffrir, e po son andà a ingambararme co sto diavolo descaenà.

Lunardo: Al dì d'ancuo no se se pol più maridar.

Simon: Se se vol tegnir la muggier in dover, se xè salvadeghi; se la se lassa far, se xè alocchi.

Lunardo: Se no giera per quella puta che gh'ho, ve protesto da galantomo, vegnimo a dir el merito, che no m'intrigava con altre donne.

Simon: Me xè stà dito, che la maridè; xe vero?

Lunardo: Chi ve l'ha dito? (con isdegno)

Simon: Mia muggier.

Lunardo: Come l'ala savesto? (con isdegno)

Simon: Credo, che ghe l'abia dito so nevodo.

Lunardo: Felipeto?

Simon: Sì, Felipeto.

Lunardo: Frascon, petegolo; babuin! So pare ghe l'ha confidà, e lu subito el lo xè andà a squaquarar? Conosso, che nol xè quel puto, che credeva, che el fusse. Son squasi pentìo d'averla promessa, e ghe mancherave poco, vegnimo a dir el merito, che no strazzasse el contrato.

Simon: Ve n'aveu per mal, perché el ghe l'ha dito a so àmia?

Lunardo: Sior sì; chi no sa tàser, no gh'ha prudenza, e chi no gh'ha prudenza, no xè omo da maridar.

Simon: Gh'avè rason, caro vecchio; ma al dì d'ancuo no ghe ne xè più de quei zoveni del nostro tempo. V'arecordeu? No se fava né più, né manco de quel che voleva nostro sior pare.

Lunardo: Mi gh'aveva do sorele maridae: no credo averle viste diese (68) volte in tempo de vita mia.

Simon: Mi no parlava squasi mai gnanca co mia siora mare.

Lunardo: Mi al dì d'ancuo no so cossa che sia un'opera, una comedia.

Simon: Mi i m'ha menà una sera per forza all'opera, e ho sempre dormìo.

Lunardo: Mio pare, co giera zovene, el me diseva: Vustu véder el Mondo niovo (69) ? o vusto, che te daga do soldi? Mi me taccava ai do soldi.

Simon: E mi? sunava le boneman (70) , e qualche soldeto, che ghe bruscava (71) , e ho fato cento ducati, e i ho investii al quatro per cento, e gh'ho quattro ducati de più d'intrada; e co i scuodo (72) gh'ho un gusto cusì grando, che no ve posso fenir de dir. No miga per l'avarizia dei quatro ducati, ma gh'ho gusto de poder dir: tolè; questi me li ho vadagnai da putelo.

Lunardo: Trovèghene uno ancuo, che fazza cusì. I li buta via, vegnimo a dir el merito, a palae (73)

Simon: E pazenzia i bezzi, che i buta via. Xè che i se precipita in cento maniere.

Lunardo: E tuto xè causa la libertà.

Simon: Sior sì, co i se sa meter le braghesse (72) da so posta, subito i scomenza a praticar.

Lunardo: E saveu chi ghe insegna? So mare.

Simon: No me disè altro: ho sentìo cosse, che me fa drezzar i cavei.

Lunardo: Sior sì; cusì le dise: Povero putelo! che el se deverta, povereto! voleu, che el mora da malinconia? Co vien zente, le lo chiama: Vien qua, fio mio; la varda, siora Lugrezia, ste care raìse (73) , no fàlo vogia? (74) Se la savesse co spiritoso, che el xè! Cànteghe quella canzoneta: dighe quela bela scena de Trufaldin. No digo per dir, ma el sa far de tuto; el bala, el zoga a le carte, el fa dei soneti; el gh'ha la morosa, sàla? El dise, che el se vol maridar. El xè un poco insolente, ma pazenzia, el xè ancora putelo, el farà giudizio. Caro colù; vien qua vita mia; dàghe un baso a siora Lugrezia... Via; sporchezzi; vergogna; donne senza giudizio.

Simon: Cossa che pagherave, che ghe fusse qua a sentirve sete o oto de quele donne, che cognosso mi.

Lunardo: Cospeto de diana! le me sgrafarave i occhi.

Simon: Ho paura de sì; e cussì, disème: aveu serà el contrato co sior Maurizio?

Lunardo: Vegnì in mezà (75) da mi, che ve conterò tuto.

Simon: Mia muggier sarà de là co la vostra.

Lunardo: No voleu?

Simon: No ghe sarà nissun m'imagino.

Lunardo: In casa mia? no vien nissun senza che mi lo sappia.

Simon: Se savessi! da mi stamatina... basta, no digo altro.

Lunardo: Contème... cossa xè stà?

Simon: Andémo, andémo; ve conterò. Donne, donne, e po donne.

Lunardo: Chi dise donna, vegnimo a dir el merito, dise danno.

Simon: Bravo da galantomo. (ridendo ed abbracciando Lunardo)

Lunardo: E pur, se ho da dir la verità, no le m'ha despiasso.

Simon: Gnanca a mi veramente.

Lunardo: Ma in casa.

Simon: E soli.

Lunardo: E co le porte serae.

Simon: E co i balboni inchiodai.

Lunardo: E tegnirle basse.

Simon: E farle far a nostro modo.

Lunardo: E chi xè omeni, ha da far cusì. (parte)

Simon: E chi no fa cusì no xè omeni. (parte)

SCENA SESTA

Altra camera

Margarita e Marina

Marina: Fème a mi sto servizio. Chiamè Lucieta, e disémoghe qualcossa de sto so novizzo. Consolémola, e sentimo cossa, che la sa dir.

Margarita: Credème, siora Marina, che no la lo merita.

Marina: Mo perché?

Margarita: Perché la xè una frascona. Procuro per tuti i versi de contentarla, e la xè con mi, figurarse, ingrata, altiera, e sofistica al mazor segno.

Marina: Cara fia, bisogna compatir la zoventù.

Margarita: Cossa credeu? che la sia una putela?

Marina: Quanti anni gh'averàla?

Margarita: Mo la gh'averà i so disdot'ani fenii lu.

Marina: Eh via! (76)

Margarita: Sì! da quella che son.

Marina: E mio nevodo ghe n'ha vinti deboto.

Margarita: Per età i va pulito.

Marina: Disè mo anca, che el xè un bon puto.

Margarita: Se ho da dir la verità, gnanca Lucieta no xè cativa; ma cusì; la va a lune. De le volte la me strucola de carezze, (77) e de le volte la me fa inrabiar.

Marina: I xè i so anni, fia mia. Credèmelo, che me recordo giusto come se fusse adesso: anca mi fava cusì con mia siora madre.

Margarita: Ma gh'è diferenza, vedeu? Una mare pol soportar, ma a mi no la me xè gnente.

Marina: La xè de vostro mario.

Margarita: Giusto élo me fa passar la vogia de torme qualche pensier; perché se la contento, el cria; se no la contento, el brontola. In verità no so più quala far.

Marina: Fè de tuto, che la se destriga.

Margarita: Magari doman.

Marina: No xèli in contrato?

Margarita: No gh'è miga fondamento in sti omeni: i se pente da un momento a l'altro.

Marina: E pur mi ghe scometeria qualcossa, che ancuo se stabilisse ste nozze.

Margarita: Ancuo? per cossa?

Marina: So che sior Lunardo ha invidà a disnar anca mio cugnà Maurizio. No i xè soliti a far sti invidi; vederè quel che digo mi.

Margarita: Pol esser; ma me par impussibile, che no i diga gnente a la puta.

Marina: No saveu, che zente, che i xè? I è capaci de dirghe dal dito al fato. Tocchève la man, e bondì sioria.

Margarita: E se la puta disesse de no?

Marina: Per questo xè megio che l'avisemo.

Margarita: Voleu, che la vaga a chiamar?

Marina: Se ve par che sia ben, chiamémola.

Margarita: Cara fia, me reporto a vu.

Marina: Eh cara siora Margarita; in materia de prudenza no ghe xè una par vostro.

Margarita: Vago, e vegno. (parte)

Marina: Povera puta! lassarghe vegnir l'acqua adosso cusì! sta so maregna no la gh'ha un fià (78) de giudizio.

SCENA SETTIMA

Margarita, Lucietta e Marina

Margarita: Vegnì qua, fia, che siora Marina ve vol parlar.

Lucietta: La compatissa, sàla, se no son vegnua avanti, perché, se la savesse, ho sempre paura de falar. In sta casa i cata da dir sun tuto.

Marina: Xè vero; vostro sior padre xè un poco tropo sutilo; ma consolève, che gh'avè una maregna, che ve vol ben.

Lucietta: Siora sì. (le fa cenno col gomito, che non è vero)

Marina: (Figurarse. Se gh'avesse una fiastra, anca mi farave l'istesso).

Margarita: (Ghe voggio ben, ma no vedo l'ora, che la me vaga fora dai occhi).

Lucietta: E cusì, siora Marina, cossa gh'àla da dirme?

Marina: Siora Margarita.

Margarita: Fia mia.

Marina: Disèghe vu qualcossa.

Margarita: Mi ve lasso parlar a vu.

Lucietta: Povereta mi! de ben, o de mal?

Marina: Oh de ben, de ben.

Lucietta: Mo via donca, che no la me fazza più sgangolir (79)

Marina: Me consolo con vu, Lucieta.

Lucietta: De cossa?

Marina: Che ghe lo diga? (a Margarita)

Margarita: Via, tanto fa, (80) disèghelo. (a Marina)

Marina: Me consolo, che sè novizza. (a Lucietta)

Lucietta: Oh giusto! (mortificandosi)

Marina: Vardè! no lo credè?

Lucietta: Mi no, la veda. (come sopra)

Marina: Domandèghelo. (accennando Margarita)

Lucietta: Xèla la verità, siora madre?

Margarita: Per quel che i dise.

Lucietta: Oh! no ghe xè gnente de seguro? (81)

Marina: Mi credo, che sia sicurissimo.

Lucietta: Oh, la burla, siora Marina.

Marina: Burlo? so anca chi xè el vostro novizzo.

Lucietta: Dasseno? Chi xèlo?

Marina: No savè gnente vu?

Lucietta: Mi no la veda. El me par un insonio. (82)

Marina: Lo spiegheressi volentiera sto insonio? (83)

Lucietta: No vorla? (84)

Margarita: Pol esser, che ve tocca la grazia.

Lucietta: Magari. Xèlo zovene? (a Marina)

Marina: Figurève, in circa della vostra età.

Lucietta: Xèlo belo?

Marina: Più tosto.

Lucietta: (Siestu benedetto!)

Margarita: La s'ha mo messo, figurarse, in t'un boccon de gringola. (85)

Lucietta: Mo via no la me mortifica. Par, che ghe despiasa. (a Margarita)

Margarita: Oh v'inganè. Per mi piutosto stassera, che doman.

Lucietta: Eh lo so el perché.

Margarita: Disè mo.

Lucietta: Lo so, lo so, che no la me pol più véder.

Margarita: Sentìu, che bella maniera de parlar? (a Marina)

Marina: Via, via, care creature, butè a monte. (86)

Lucietta: La diga: cossa gh'àlo nome? (a Marina)

Marina: Filipetto.

Lucietta: Oh che bel nome! xèlo civil?

Marina: El xè mio nevodo.

Lucietta: Oh sior'àmia! (87) gh'ho tanto a caro, sior'àmia, sia benedeto, sior'àmia. (con allegria bacia Marina)

Margarita: Vardè, che stomeghezzi. (88)

Lucietta: Cara siora, la tasa, che l'averà fato pezo de mi.

Margarita: Certo, per quela bela zoggia, che m'ha toccà. (89)

Marina: Dixè, fia mia. L'aveu mai visto? (a Lucietta)

Lucietta: Oh povereta mi! quando? dove? Se qua no ghe vien mai un can, se no vago mai in nissun liogo.

Marina: Se lo vederè el ve piaserà.

Lucietta: Dasseno? Quando lo vederoggio?

Marina: Mi no so; siora Margarita saverà qualcossa.

Lucietta: Siora madre, quando lo vederoggio?

Margarita: Sì, sì: «siora madre, quando lo vederoggio»! Co ghe preme, la se raccomanda. E po gnente gnente, la ranzigna la schizza (90)

Lucietta: La sa, che ghe vôi tanto ben.

Margarita: Va' là, va' là mozzina.

Marina: (Caspita! la gh'ha de la malizia tanta, che fa paura).

Lucietta: La diga, siora Marina. Xèlo fio de sior Maurizio?

Marina: Sì, fia mia, e el xè fio solo.

Lucietta: Gh'ho tanto da caro. La diga: saràlo rustego co fa so sior padre?

Marina: Oh che el xè tanto bon!

Lucietta: Mo quando lo vederoggio?

Marina: Per dir la verità, gh'averave gusto, che ve vedessi, perché se pol anca dar, che élo no ve piasa a vu, o che vu no ghe piasè a élo?

Lucietta: Pussibile, che no ghe piasa?

Margarita: Cossa credeu de esser, figurarse, la dea Venere?

Lucietta: No credo de esser la dea Venere, ma no credo mo gnanca de esser l'orco.

Margarita: (Eh, la gh'ha i so catari).

Marina: Sentì, siora Margarita, bisogna, che ve confida una cossa.

Lucietta: Mi possio sentir?

Marina: Sì, sentì anca vo. Parlando de sto negozio co siora Felice, la s'ha fato de maraveggia, che avanti de serar el contrato sti puti no s'abbia da véder. La s'ha tolto éla l'impegno de farlo. Ancuo, come savè, la vien qua a disnar, e sentiremo cossa, che la dirà.

Lucietta: Pulito, pulito dasseno.

Margarita: Se fa presto a dir «pulito pulito»! e se mio mario se n'incorze? Chi tol de mezzo, figurarse, altri che mi?

Lucietta: Oh, per cossa vorla, che el se n'incorza?

Margarita: Àlo da vegnir in casa per el luminal (91) ?

Lucietta: Mi no so gnente. Cossa dìsela, siora Marina?

Marina: Sentì, ve parlo schieto. Mi no ghe posso dar torto gnanca a siora Margarita. Sentiremo quel, che dixe siora Felice. Se gh'è pericolo, gnanca mi no me ne voggio intrigar.

Lucietta: Vardè; le me mette in saor (92) , e po, tolè suso.

Margarita: Zito, me par de sentir...

Marina: Vien zente.

Lucietta: Uh, se xè sior padre, vago via.

Marina: Cossa gh'aveu paura? Omeni no ghe ne xè.

Margarita: Oh, saveu chi xè?

Marina: Chi?

Margarita: Siora Felice in maschera. In t'un'aria malignazonazza. (93)

Lucietta: Xèla sola?

Margarita: Sola. Chi voressi, che ghe fusse, patrona? (a Lucietta)

Lucietta: Via, siora madre, che la sia bona, che ghe vôi tanto ben. (allegra)

Marina: Sentiremo qualcossa.

Lucietta: Sentiremo qualcossa. (allegra)

SCENA OTTAVA

Felice in maschera in bautta, e dette.

Felice: Patrone. (tutte rispondono patrona, secondo il solito)

Margarita: Molto tardi, siora Felice; v'avè fato desiderar.

Lucietta: De diana (94) se l'avemo desiderada.

Felice: Se savessi! Ve conterò.

Marina: Sola sè? No gh'è gnanca vostro mario?

Felice: Oh, el ghe xè quel torso de verza. (95)

Margarita: Dove xèlo?

Felice: L'ho mandà in mezà da vostro mario. No ho volesto, che el vegna de qua, perché v'ho da parlar.

Lucietta: (Oh se la gh'avesse qualche bona niova da darme!)

Felice: Saveu chi ghe xè in mezzà con lori?

Marina: Mio mario?

Felice: Eh sì ben, ma ghe xè un altro.

Marina: Chi?

Felice: Sior Maurizio.

Lucietta: (El padre del puto!) (con allegria)

Marina: Come l'aveu savesto?

Felice: Mio mario, che anca élo xè un tangaro, avanti de andar in mezà, l'ha volesto saver chi ghe giera, e la serva gh'ha dito, che ghe giera sior Simon, e sior Maurizio.

Marina: Cossa mai fàli?

Felice: Mi credo, vedè, mi credo, che i stabilissa quel certo negozio...

Marina: Eh sì, sì, ho capìo.

Margarita: Gh'arivo anca mi.

Lucietta: (Anca mi gh'arivo).

Marina: E de quel altro interesse gh'avémio gnente da novo?

Felice: De quel amigo?

Marina: Sì, de quel amigo.

Lucietta: (Le parla in zergo (96) ; le crede, che no capissa).

Felice: Podémio parlar liberamente?

Margarita: Sì, cossa serve? Za Lucieta sa tutto.

Lucietta: Oh cara siora Felice, se la savesse quanto che ghe son obbligada.

Felice: Mo andè là, fia mia, che sè fortunada. (a Lucietta)

Lucietta: Per cossa?

Felice: Mi no l'aveva mai visto quel puto. V'assicuro che el xè una zoggia.

Lucietta: (si pavoneggia da sé)

Margarita: Tegnìve in bon, patrona. (97) (a Lucietta)

Marina: No fazzo per dir, che el sia mio nevodo; ma el xè un puto de sesto. (98)

Margarita: Ma ghe vol giudizio, figurarse, e bisogna farse voler ben.

Lucietta: Co saremo a quela (99) , farè el mio debito.

Marina: E cusì? se vederàli sti puti? (a Felice)

Felice: Mi ho speranza de sì.

Lucietta: Come? quando, siora Felice? quando, come?

Felice: Puta benedeta, gh'avè più pressa de mi.

Lucietta: No vorla?

Felice: Sentì. Adessadesso el vegnirà qua. (piano a tutti tre)

Margarita: Qua! (con maraviglia)

Felice: Siora sì, qua.

Lucietta: Perché no porlo vegnir qua? (a Margarita)

Margarita: Tasè là, vu, siora, che no savè quel che ve disè. Cara siora Felice, lo cognossè mio mario, vardè ben, che no femo pezo. (100)

Felice: No v'indubitè gnente. El vegnirà in maschera, vestìo da donna; vostro mario nol cognosserà.

Marina: Sì ben, sì ben: l'avè pensada pulito.

Margarita: Eh cara siora, mio mario xè sutilo (101) ; se el se ne incorze, figurarse, povereta mi.

Lucietta: No séntela? el vegnirà in maschera. (allegra a Margarita)

Margarita: Eh via, frasconazza. (a Lucietta)

Lucietta: El vegnirà vestìo da donna. (mortificata, a Margarita)

Felice: Credème, siora Margarita, che me fè torto. Stè sora de mi, no abbiè paura. No pol far che el vegna (102) . Se el vien, che semo qua sole, come che semo adesso, podemo un pochetin chiaccolar; se el vien, che siémo a tola (103) , o che ghe sia vostro mario, lassème far a mi. So mi quel che gh'ho da dir. I se vederà come che i poderà. Un'occhiadina in sbrisson no ve basta?

Lucietta: In sbrisson (104) ? (a Felice, pateticamente)

Margarita: Vegniràlo solo?

Felice: No, cara fia; solo nol pol vegnir. Vedè ben, in maschera, vestìo da donna...

Margarita: Con chi vegniràlo donca (104) ? (a Felice)

Felice: Con un forestier. (a Margarita) Oe con quelo de stamatina. (a Marina)

Marina: Ho capìo.

Margarita: Figurarse, se mio mario vuol zente in casa, che nol cognosse!

Felice: El vegnirà in maschera anca élo.

Margarita: Pezo: no, no assolutamente.

Lucietta: Mo via, cara siora madre, la trova dificoltà in tuto. (La xè proprio una caga dubi).

Margarita: So quel che digo; e mio mario, figurarse, nissun lo cognosse meggio de mi.

Felice: Sentì, fia mia, dal vostro al mio, semo là. I xè tuti do taggiai in t'una luna. Mi mo, vedeu? no me lasso far tanta paura.

Margarita: Brava, sarè più spiritosa de mi.

Lucietta: I bate.

Margarita: Eh che no i bate, no.

Marina: Poverazza, la gh'ha el bataor in tel cuor.

Felice: Vedè, cara siora Margarita, che mi in sto negozio no gh'ho né intrar, né insir (105) . L'ho fato per siora Marina, e anca per sta puta, che ghe voggio ben. Ma se vu po ve n'avè per mal...

Lucietta: Eh giusto! cossa dìsela?

Marina: Eh via za, che ghe semo. (a Margarita)

Margarita: Ben ben; se nasserà qualcossa sarà pezo per vu. (a Lucietta)

Lucietta: No la sente? I bate ghe digo. (a Margarita)

Margarita: Adesso sì, ch'i ha batù.

Lucietta: Bisogna che la dorma culìa. Anderò mi.

Margarita: Siora no, siora no, anderò mi. (parte)

SCENA NONA

Felice, Marina e Lucietta

Lucietta: Cara éla, me racomando. (a Felice)

Felice: No vorave desgustar siora Margarita.

Marina: No ghe badè. Se stasse a éla, sta puta no se mariderave mai.

Lucietta: Se la savesse!

Felice: Cossa vol dir? cossa gh'àla co sta creatura? (a Marina)

Marina: No saveu? invidia. Gh'ha toccà un mario vecchio, la gh'averà rabbia, che a so fiastra ghe tocca un zovene.

Lucietta: Ho paura de sì mi, che la diga la verità.

Felice: Ora la dise una cossa, ora la ghe ne dise un'altra.

Marina: Se ve digo; no gh'è né sesto, né modelo. (106)

Lucietta: No la sa dir altro, che «figurarse, figurarse».

SCENA DECIMA

Margarita, e dette

Margarita: A vu, siora Felice.

Felice: A mi? cossa?

Margarita: Maschere, che ve domanda.

Lucietta: Mascare, che la domanda! (allegra a Felice)

Marina: Saràlo l'amigo? (a Felice)

Felice: Pol darse. (a Marina) Fèlo vegnir avanti. (a Margarita)

Margarita: E se vien mio mario?

Felice: Se vien vostro mario, no ghe saverò dar da intender qualche panchiana? No ghe posso dir, che la xè mia sorela maridada a Milan? Giusto l'aspetava in sti zorni, e la pol capitar de momento in momento.

Margarita: E la maschera omo?

Felice: Oh bela! no ghe posso dir, che el xè mio cugnà (107) ?

Margarita: E vostro mario cossa diralo?

Felice: Mio mario, co voggio, che el diga de sì, basta, che lo varda; con un'occhiada el me intende.

Lucietta: Siora madre, ghe n'àla più?

Margarita: Cossa?

Lucietta: Delle dificoltà?

Margarita: Me faressi dir, deboto... orsù tanto fa, che le staga de là quele maschere come, che le vegna de qua. A l'ultima de le ultime, gh'averè da pensar vu più de mi. (a Lucietta) Siore maschere, le favorissa, le vegna avanti. (alla scena)

Lucietta: (Oh come, che me bate el cuor!)

SCENA UNDICESIMA

Filippetto in maschera da donna, il conte Riccardo e dette.

Riccardo: Servitor umilissimo di lor signore.

Felice: Patrone, siore maschere.

Margarita: Serva. (sostenuta)

Marina: Siora maschera donna, la reverisso. (a Filippetto)

Filippetto: (fa la riverenza da donna)

Lucietta: (Vardè che bon sesto!). (108)

Felice: Maschere, andeu a spasseti?

Riccardo: Il carnovale desta l'animo ai divertimenti. (a Marina)

Marina: Siora Lucieta, cossa diseu de ste maschere?

Lucietta: Cossa vorla, che diga? (mostrando di vergognarsi)

Filippetto: (Oh cara! oh che pometo da riosa!) (109)

Margarita: Siore maschere, le perdona la mala creanza; àle disnà ele?

Riccardo: Io no.

Margarita: In verità, voressimo andar a disnar.

Riccardo: Vi leveremo l'incomodo.

Filippetto: (De diana! no l'ho malistente (110) vardada!)

Riccardo: Andiamo, signora maschera. (a Filippetto)

Filippetto: (Sia malignazo!)

Marina: Eh aspetè un pochetin. (a Riccardo e Filippetto)

Margarita: (Me lo sento in te le recchie quel satiro de mio mario).

Felice: Maschera, sentì una parola. (a Filippetto)

Filippetto: (si accosta a Felice)

Felice: Ve piàsela? (piano a Filippetto)

Filippetto: Siora sì. (piano a Felice)

Felice: Xèla bela? (come sopra)

Filippetto: De diana! (come sopra)

Lucietta: (Siora madre).

Margarita: (Cossa gh'è?)

Lucietta: (Almanco, che lo podesse véder un pochetin).

Margarita: (Adessadesso, ve chiapo per un brazzo, e ve meno via).

Lucietta: (Pazzenzia).

Marina: Maschera. (a Filippetto)

Filippetto: (s'accosta a Marina)

Marina: Ve piàsela?

Filippetto: Assae.

Marina: Toleu tabacco, maschera?

Filippetto: Siora sì.

Marina: Se comandè, servìve.

Filippetto: (prende il tabacco colle dita, e vuol pigliarlo colla maschera al volto)

Felice: Co se tol tabacco, se se cava el volto. (gli leva la maschera)

Lucietta: (Oh co belo!) (guardandolo furtivamente)

Marina: Mo che bela puta! (verso Filippetto)

Felice: La xè mia sorela.

Lucietta: (I me fa da rider).(ridendo)

Filippetto: (Oh co la ride pulito!)

Felice: Vegnì qua, tirève la bauta soto la gola. (gli cala la bauta)

Lucietta: (El consola el cuor).

Marina: Chi xè più bela de ste do pute? (gi Filippetto e Lucietta)

Filippetto: (si vergogna, e guarda furtivamente Lucietta)

Lucietta: (fa lo stesso)

Riccardo: (Sono obbligato alla signora Felice, che oggi mi ha fatto godere la più bella commedia di questo mondo).

Margarita: Oh via, fenìmola, figurarse, che xè ora. No parlemo più in equivoco. Ringraziè ste signore, che ha fato sto contrabando, e racomandève al Cielo, che se sarè destinai, ve torè. (111) (a Lucietta e Filippetto)

Felice: Via andè, maschere; contentève cusì per adesso.

Filippetto: (Mi no me so destaccar).

Lucietta: (El me porta via el cuor).

Margarita: Manco mal, che la xè andada ben.

Marina: Tirève su la bauta. (a Filippetto)

Filippetto: Come se fa? No gh'ho pratica.

Felice: Vegnì qua da mi. (gl accomoda la bauta)

Lucietta: (Poverazzo! nol se sa giustar la bauta). (ridendo forte)

Filippetto: Me bùrlela? (a Lucietta)

Lucietta: Mi no. (ridendo)

Filippetto: Furba!

Lucietta: (Caro colù). (112)

Margarita: Oh povereta mi! oh povereta mi!

Felice: Coss'è stà.

Margarita: Ve' qua mio mario.

Marina: Sì per diana: anca el mio.

Felice: No xèla mia sorela?

Margarita: Eh cara ela, se el me trova in busia, povereta mi. Presto, presto, scondève, andè in quela camera. (a Filippetto, spingendolo) Caro sior la vaga là drento. (a Riccardo)

Riccardo: Che imbroglio è questo?

Felice: La vaga, la vaga, sior Ricardo. La ne fazza sta grazia.

Riccardo: Farò anche questo per compiacervi. (entra in una camera)

Filippetto: (Spionerò intanto). (entra in una camera)

Lucietta: (Me trema le gambe, che no posso più).

Margarita: Ve l'òggio dito? (a Felice e Marina)

Marina: Via via, no xè gnente. (a Margarita)

Felice: Co anderemo a disnar i se la baterà. (113)

Margarita: Son stada tropo minchiona.

SCENA DODICESIMA

Lunardo, Simon, Canciano e dette.

Lunardo: Oh patrone, xèle stuffe d'aspetar? Adessadesso anderemo a disnar. Aspetemo sior Maurizio, e subito che el vien, andemo a disnar.

Margarita: No ghe gièrelo sior Maurizio?

Lunardo: El ghe giera. El xè andà in t'un servizio, e el tornerà adessadesso. Cossa gh'àstu ti, che ti me par sbattueta (114) ? (a Lucietta)

Lucietta: Gnente. Vorlo che vaga via?

Lunardo: No no, sta qua, fia mia, che anca per ti xè vegnù la to zornada: n'è vero, sior Simon?

Simon: Poverazza! gh'ho a caro.

Lunardo: Ah! cossa diseu? (a Cancian)

Canciano: Sì, in verità, la lo merita.

Lucietta: (No me vol andar via sto tremazzo (115) ).

Felice: Gh'è qualche novità, sior Lunardo?

Lunardo: Siora sì.

Marina: Via, che sapiemo anca nu.

Margarita: Za mi sarò l'ultima a saverlo. (a Lunardo)

Lunardo: Sentì, fia, ancuo disè quel che volè, che no gh'ho voggia de criar. Son contento, e voggio che se godemo. Lucieta vien qua.

Lucietta: (si accosta tremando)

Lunardo: Cossa gh'àstu?

Lucietta: No so gnanca mi. (tremando)

Lunardo: Gh'àstu la freve (116) ? Ascolta, che la te passerà. In presenza de mia muggier, che te fa da mare; in presenza de sti do galantomeni, e delle so parone, te dago la niova, che ti xè novizza.

Lucietta: (trema, piange e quasi casca)

Lunardo: Olà, olà, cossa fastu? Te despiase, che t'abbia fato novizza?

Lucietta: Sior no.

Lunardo: Sastu chi xè el to novizzo?

Lucietta: Sior sì.

Lunardo: Ti lo sa? come lo sastu? chi te l'ha dito? (sdegnato)

Lucietta: Sior no, no so gnente. La compatissa, che no so gnanca cossa che diga.

Lunardo: Ah! povera inocente! così la xè arlevada, vedeu? (a Simon e Cancian)

Felice: (Se el savesse tuto). (piano a Margarita)

Margarita: (M'inspirito (117) che el lo sapia). (a Felice)

Marina: (No gh'è pericolo). (a Margarita)

Lunardo: Orsù sapiè che el so novizzo xè el fio de sior Maurizio, nevodo de siora Marina.

Marina: Dasseno? mio nevodo?

Felice: Oh cossa che ne contè!

Marina: Mo gh'ho ben a caro, dasseno.

Felice: De meggio no podevi trovar.

Marina: Quando se faràle ste nozze?

Lunardo: Ancuo.

Margarita: Ancuo?

Lunardo: Sior sì, ancuo, adessadesso. Sior Maurizio xè andà a casa; el xè andà a levar (118) so fio, el lo mena qua, disnemo insieme, e po subito i se dà la man. (119)

Margarita: (Oh povereta mi!)

Felice: Cusì a la presta?

Lunardo: Mi no voggio brui longhi. (120)

Lucietta: (Adesso me trema anca le buele (121) ).

Lunardo: Cossa gh'àstu? (a Lucietta)

Lucietta: Gnente.

SCENA TREDICESIMA

Maurizio e detti

Lunardo: Oh via; seu qua? (a Maurizio)

Maurizio: Son qua. (turbato)

Lunardo: Cossa gh'aveu?

Maurizio: Son fora de mi.

Lunardo: Coss'è stà?

Maurizio: Son andà a casa, ho cercà el puto. No l'ho trovà in nissun liogo. Ho domandà, me son informà, me xè stà dito, che l'è stà visto in compagnia de un certo sior Riccardo, che pratica siora Felice. Chi èlo sto sior Riccardo? Chi èlo sto forestier? cossa gh'ìntrelo con mio fio? (a Felice)

Felice: Mi de vostro fio no so gnente. Ma circa al forestier el xè un cavalier onorato. N'è vero, sior Cancian?

Canciano: Mi no so gnente chi el sia, e no so chi diavolo l'abia mandà. Ho tasesto fin adesso, ho mandà zo dei boconi amari, per contentarve, per no criar; ma adesso mo ve digo, che per casa mia no lo voggio più. Siora sì, el sarà un fa pele. (122)

SCENA QUATTORDICESIMA

Riccardo e detti; poi Filippetto

Riccardo: Parlate meglio dei cavalieri d'onore.(a Canciano)

Lunardo: In casa mia? (a Riccardo)

Maurizio: Dove xè mio fio? (a Riccardo)

Riccardo: Vostro figlio è là dentro. (a Maurizio)

Lunardo: Sconto in camera?

Maurizio: Dov'èstu, desgrazià?

Filippetto: Ah sior padre, per carità. (s'inginocchia)

Lucietta: Ah sior padre, per misericordia. (s'inginocchia)

Margarita: Mario, no so gnente, mario. (raccomandandosi)

Lunardo: Ti, ti me la pagherà, desgraziada. (vuol dare a Margarita)

Margarita: Agiuto.

Marina: Tegnìlo.

Filippetto: Fermèlo.

Simon: Stè saldo.

Canciano: No fè. (Simon e Canciano strascinano dentro Lunardo e partono in tre)

Maurizio: Vien qua, vien qua, furbazzo. (piglia per un braccio Filippetto)

Margarita: Vegnì qua, frasconazza. (piglia per un braccio Lucietta)

Maurizio: Andemo. (lo tira)

Margarita: Vegnì via con mi. (la tira)

Maurizio: A casa la giustaremo. (a Filippetto)

Margarita: Per causa vostra. (a Lucietta)

Filippetto: (andando via, saluta Lucietta)

Lucietta: (andando via, si dà de' pugni)

Filippetto: Povereta!

Lucietta: Son desperada.

Maurizio: Va' via de qua. (lo caccia via, e partono)

Margarita: Sia maledeto co son vegnua in sta casa. (parte spingendo Lucietta)

Marina: Oh che sussuro, o che diavolezzo! Povera puta, povero mio nevodo! (parte)

Riccardo: In che impiccio mi avete messo, signora?

Felice: Xèlo cavalier?

Riccardo: Perché mi fate questa dimanda?

Felice: Xèlo cavalier?

Riccardo: Tale esser mi vanto.

Felice: Donca, che el vegna con mi.

Riccardo: A qual fine?

Felice: Son una donna onorata. Ho falà, e ghe vôi remediar.

Riccardo: Ma come?

Felice: Come, come! se ghe digo el come, xè fenìa la commedia. Andemo. (partono)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera di Lunardo

Lunardo, Canciano e Simon

Lunardo: Se trata de onor, se trata, vegnimo a dir el merito, de reputazion de casa mia. Un omo della mia sorte. Cossa dirài de mi? cossa dirài de Lunardo Cròzzola?

Simon: Quietève, caro compare. Vu no ghe n'avè colpa. Xè causa le donne; castighèle (1) , e tuto el mondo ve loderà.

Canciano: Sì ben, bisogna dar un esempio. Bisogna umiliar la superbia de ste muggier cusì altiere, e insegnar ai omei a castigarle.

Simon: E che i diga pur, che semo rusteghi.

Canciano: E che i diga pur, che semo salvadeghi.

Lunardo: Mia muggier xè causa de tuto.

Simon: Castighèla.

Lunardo: E quela frasconazza, la ghe tien drio.

Canciano: Mortifichèla.

Lunardo: E vostra muggier ghe tien terzo. (a Cancian)

Canciano: La castigherò.

Lunardo: E la vostra sarà d'accordo. (a Simon)

Simon: Anca la mia me la pagherà.

Lunardo: Cari amici, parlemo, consegiemose. Con custìe (2) , vegnimo a dir el merito, cossa avémio da far? Per la puta xè facile, e gh'ho pensà, e ho stabilio. Prima de tuto, a monte el matrimonio (3) . Mai più, che no la parla de maridarse. La manderò a serar in t'un liogo (4) , lontana dal mondo, tra quatro muri, e la xè fenìa. Ma le muggier come le avémio da castigar? Disè la vostra opinion.

Canciano: Veramente, confesso el vero; son un pochetin intrigà.

Simon: Se poderave ficcarle (5) anca ele in t'un retiro tra quatro muri, e destrigarse cussì.

Lunardo: Questo, vegnimo a dir el merito, sarave un castigo più per nu, che per ele. Bisogna spender; pagar le spese, mandarle vestìe con un pocheto de pulizia, e per retirae che le staga, le gh'averà sempre là drento più spasso, e più libertà, che no le gh'ha in casa nostra. Pàrlio ben (6) ? (a Simon)

Simon: Disè benissimo. Specialmente da vu, e da mi, che no ghe lassemo la brena (7) sul colo come mio compare Cancian.

Canciano: Cossa voleu, che diga? gh'avè rason. Poderessimo tegnirle in casa, serae in t'una camera; menarle un pochetin a la festa con nu, e po tornarle a serar, e che no le vedesse nissun, e che no le parlasse a nissun.

Simon: Le donne serae? senza parlar con nissun? Questo xè un castigo, che le fa crepar in tre dì.

Canciano: Tanto meggio.

Lunardo: Ma chi è quel omo, che voggia far l'aguzin? e po se i parenti lo sa, i fa el diavolo, i mete soto mezzo mondo, i ve la fa tirar fora, e po ancora i ve dise, che sè un orso, che sè un tangaro, che sè un can.

Simon: E co avè molà (8) , o per amor, o per impegno, le ve tol la man, e no sé più paron de criarghe.

Canciano: Giusto cusì ha fato con mi mia muggier.

Lunardo: La vera saria, vegnimo a dir el merito, doperar un pezzo de legno.

Simon: Sì, da galantomo, e lassar, che la zente diga. (9)

Canciano: E se le se revolta contra de nu?

Simon: Se poderave dar savè (10)

Canciano: Mi so quel che digo.

Lunardo: In sto caso, se troveressimo in t'un bruto cimento.

Simon: E po? no saveu? Ghe ne xè dei omeni, che bastona le so muggier, ma credeu, che gnanca per questo i le possa domar? Oibò (11) ; le fa pezo (12) , che mai; le lo fa per despeto; se no i le copa, no gh'è remedio.

Lunardo: Coparle po no.

Canciano: Mo no, certo; perché po, vòltela, ménela (13) , senza donne no se pol star.

Simon: Mo no saràvela una contentezza, aver una muggier bona, quieta, ubidiente? No saràvela una consolazion?

Lunardo: Mi l'ho provada una volta. La mia prima, povereta, la giera un agnelo. Questa? la xè un basilisco.

Canciano: E la mia? Tuto a so modo la vol.

Simon: E mi crio, strepito, e no fazzo gnente.

Lunardo: Tuto xè mal, ma un mal, che se pol soportar; ma in tel caso, che son mi adesso, vegnimo a dir el merito, se trata de assae. Voria ressolver, e no so quala far.

Simon: Mandèla dai so parenti.

Lunardo: Certo! acciò, che la me fazza smatar. (14)

Canciano: Mandèla fora (15) . Fèla star in campagna.

Lunardo: Pezo! la me consuma le intrae (16) in quatro zorni.

Simon: Fèghe parlar; trovè qualchedun che la meta in dover.

Lunardo: Eh! no l'ascolta nissun.

Canciano: Provè a serarghe i abiti, a serarghe le zoggie, tegnìla bassa; mortifichèla.

Lunardo: Ho provà; se fa pezo, che mai.

Simon: Ho capìo; fè cusì, compare.

Lunardo: Come?

Simon: Godèvela, come che la xè.

Canciano: Ho pensier anca mi, che no ghe sia altro remedio, che questo.

Lunardo: Sì, l'ho capìa che xè un pezzo. Vedo anca mi, che, co l'è fata no ghe xè più remedio. M'aveva comodà el mio stomego de soportarla; ma questa, che la m'ha fato, la xè tropo granda. Ruvinarme una puta de quela sorte? farghe vegnir el moroso in casa? Xè vero, che mi ghe l'aveva destinà per mario, ma cossa savévela, vegnimo a dir el merito, la mia intenzion? Gh'ho dà qualche motivo (17) de maridarla. Ma no me podévio pentir? No se podeva dar, che no se giustessimo? No podeva portar avanti dei mesi, e dei anni? E la me lo introduse in casa? in maschera? da scondon (18) ? La fa che i se veda? la fa che i se parla? Una mia puta? una colomba inocente? No me tegno; la vôi castigar, la vôi mortificar, se credesse, vegnimo a dir el merito, de precipitar.

Simon: Causa siora Felice.

Lunardo: Sì, causa quella mata de vostra muggier. (a Cancian)

Canciano: Gh'avè rason. Mia muggier me la pagherà.

SCENA SECONDA

Felice e detti

Felice: Patroni reveriti, grazie del so bon amor.

Canciano: Cossa feu qua?

Lunardo: Cossa vorla in casa mia?

Simon: Xèla qua, per far che nassa qualche altra bela scena?

Felice: I se stupisse perché son qua? Voléveli che fusse andada via? Credévelo sior Cancian, che fusse andada col forestier?

Canciano: Se anderè più con colù, ve farò véder chi son.

Felice: Disème, caro vecchio, ghe songio mai andada senza de vu?

Canciano: La sarave bela!

Felice: Senza de vu, l'òggio (19) mai recevesto in casa?

Canciano: Ghe mancarave anca questa!

Felice: E perché donca credevi, che fusse andada con élo?

Canciano: Perché sè una mata.

Felice: (El fa el bravo, perché el xè in compagnia).

Simon: (Oe la gh'ha filo (20) ). (piano a Lunardo)

Lunardo: (El fa ben a mostrarghe el muso). (piano a Simon)

Canciano: Andémo, siora, vegnì a casa con mi.

Felice: Abiè un pocheto de flema.

Canciano: Me maraveggio, che gh'abiè tanto muso de vegnir qua.

Felice: Per cossa? cossa òggio fato?

Canciano: No me fè parlar.

Felice: Parlè.

Canciano: Andémo via.

Felice: Sior no.

Canciano: Andémo, che cospeto de diana... (minacciandola)

Felice: Cospeto, cospeto... so cospetizar anca mi. Coss'è, sior? M'aveu trovà in t'un gatolo (21) ? Songio la vostra massèra? Cusì se parla con una donna civil? Son vostra muggier; me podè comandar, ma no me vôi (22) lassar strapazzar. Mi no ve perdo el respetto a vu, e vu no me l'avè da perder a mi. E dopo che sè mio mario, no m'avè mai più parlà in sta maniera. Coss'è sto manazzar? coss'è sto cospeto? cossa xè sto alzar le man? A mi manazzar? a una donna della mia sorte? Disè, sior Cancian, v'àli messo su sti patroni? v'àli conseggià, che me tratè in sta maniera? Ste asenarie l'aveu imparade da lori? Se sè un galantomo, tratè da quelo, che sè, se ho falà, corezème (23) ; ma no se strapazza, e no se manazza, e no se dise cospetto, e no se tratta cusì. M'aveu capìo, sior Cancian? Abiè giudizio vu, se volè, che ghe n'abbia anca mi.

Canciano:  (resta ammutolito)

Simon: (Aveu sentìo che ràcola (24) ?) (a Lunardo)

Lunardo: (Adessadesso me vien voggia, de chiaparla mi per el colo. E quel martuffo (25) sta zito). (a Simon)

Simon: (Cossa voleu, che el fazza? Voleu che el precipita?)

Felice: Via, sior Cancian, no la dise gnente?

Canciano: Chi ha più giudizio el dopera. (24)

Felice: Sentenza de Ciceron! Cossa dìsele ele, patroni?

Lunardo: Cara siora, no me fè parlar.

Felice: Perché? son vegnua a posta, acciò, che parlè; so che ve lamentè de mi, e gh'ho gusto de sentir le vostre lamentazion. Sfoghève con mi, sior Lunardo, ma no stè a meter su mio mario. Perché se me dirè le vostre rason, son donna giusta, e se gh'ho torto sarò pronta a darve sodisfazion; ma arecordève ben, che el meter disunion tra mario e muggier el xè un de quei mali che no se giusta cusì facilmente, e quel che no voressi che i altri fasse con vu, gnanca vu coi altri no l'avè da far, e parlo anca co sior Simon, che con tuta la so prudenza el sa far la parte da diavolo co (25) bisogna. Parlo con tutti do (26) , e ve parlo schieto, perché me capì. Son una donna d'onor, e se gh'avè qualcossa, parlè.

Lunardo: Disème, cara siora, chi è stà, che ha fato vegnir quel puto in casa mia?

Felice: Son stada mi. Mi son stada, che l'ha fato vegnir.

Lunardo: Brava, siora!

Simon: Pulito!

Canciano: Lodève, che avè fato una bel'azion!

Felice: Mi no me lodo; so che giera meggio che no l'avesse fato; ma no la xè una cativa azion.

Lunardo: Chi v'ha dà licenza, che lo fè vegnir?

Felice: Vostra muggier.

Lunardo: Mia muggier? v'àla parlà? v'àla pregà? xèla vegnua éla a dirvelo, che lo menè (27) ?

Felice: Sior no; me l'ha dito siora Marina.

Simon: Mia muggier?

Felice: Vostra muggier.

Simon: Ala pregà éla el forestier, che tegnisse terzo (28) a quela pura?

Felice: Sior no, el forestier l'ho pregà mi.

Canciano: Vu l'avè pregà? (con isdegno)

Felice: Sior sì, mi. (a Canciano, con isdegno)

Canciano: (Oh che bestia! no se pol parlar!)

Lunardo: Mo perché far sta cossa? mo perché menarlo? mo perché siora Marina se n'àla intrigà? mo perché mia muggier s'àla contentà?

Felice: Mo perché questo, mo perché st'altro! Ascoltème; sentì l'istoria come che la xè. Lassème dir; no me interrompè. Se gh'ho torto, me darè torto; e se gh'ho rason, me darè rason. Prima de tuto, lassè, patroni, che ve diga una cossa. No andè in colera, e no ve n'abiè per mal. Sè tropo rusteghi; sè tropo salvadeghi. La maniera che tegnì co le donne, co le muggier, co la fia, la xè cusì stravagante fora de l'ordinario, che mai in eterno le ve poderà voler ben; le ve obedisse per forza, le se mortifica con rason, e le ve considera, no marii, no padri, ma tartari, orsi e aguzini. Vegnimo al fato. (No «vegnimo a dir el merito», vegnimo al fato). Sior Lunardo vol maridar la so pura, nol ghe lo dise, nol vol che la lo sapia; no la lo ha fa véder; piasa, o no piasa, la lo ha da tòr. Accordo anca mi, che le pute no sta ben, che le fazza l'amor, che el mario ghe l'ha da trovar so sior padre, e che le ha da obedir, ma no xè mo gnanca giusto de meter alle fie un lazzo al colo, e dirghe: ti l'ha da tiòr. Gh'avè una fia sola, e gh'avè cuor de sacrificarla? (a Lunardo) Mo el puto xè un puto de sesto, el xè bon, el xè zovene, nol xè bruto, el ghe piaserà. Seu seguro, «vegnimo a dir el merito», che el gh'abia da piàser? E se nol ghe piasesse? Una puta arlevada a la casalina con un mario fio d'un pare selvadego, sul vostro andar (29) , che vita doveràvela far? Sior sì, avemo fato ben a far che i se veda. Vostra muggier lo desiderava, ma no la gh'aveva coraggio. Siora Marina a mi s'ha racomandà. Mi ho trovà l'invenzion de la maschera, mi ho pregà el forestier. I s'ha visto, i s'ha piasso (30) , i xè contenti. Vu doveressi esser più quieto, più consolà. Xè compatibile vostra muggier, merita lode siora Marina. Mi ho operà per bon cuor. Se sè omeni, persuadève, se sè tangheri, sodisfève. La puta xè onesta, el puto no ha falà; nualtre semo donne d'onor. Ho fenito la renga; laudè el matrimonio, e compatì l'avocato. (31)

(Lunardo, Simon e Cancian si guardano l'un l'altro, senza parlare)

Felice: (I ho messi in sacco, ma con rason).

Lunardo: Cossa diseu, sior Simon?

Simon: Mi, se stasse a mi, lauderave. (32)

Canciano: Gnanca mi no ghe vago in tel verde. (33)

Lunardo: E pur ho paura, che bisognerà che taggiemo. (34)

Felice: Per cossa?

Lunardo: Perché el padre del puto, vegnimo a dir el merito...

Felice: «Vegnimo a dir el merito», al padre del puto xè andà a parlarghe sior Conte, el xè in impegno, che se fazza sto matrimonio, perché el dise, che inocentemente el xè stà causa élo de sti sussuri, e el se chiama affrontà, e el vol sta sodisfazion; el xè un omo de garbo; el xè un omo che parla ben, e son segura, che sior Maurizio no saverà dir de no.

Lunardo: Cossa avémio da far?

Simon: Caro amigo, de tante, che ghe ne avemo pensà, no ghe xè la meggio de questa. Tòr le cosse come che le vien.

Lunardo: E l'affronto?

Felice: Che affronto? co el xè mario (35) xè fenìo l'affronto.

Canciano: Sentì, sior Lunardo; siora Felice gh'ha anca éla le so debolezze, ma per dir la verità, qualche volta la xè una donna de garbo.

Felice: N'è vero sior Cancian?

Lunardo: Mo via, cossa avémio da far?

Simon: Prima de tuto, mi dirave de andar a disnar.

Canciano: Per dirla, pareva, che el disnar s'avesse desmentegà. (36)

Felice: Eh chi l'ha ordenà no xè alocco. (37) El l'ha sospeso, ma nol xè andà in fumo. Fè cusì, sior Lunardo, se volè, che magnemo in pase: mandè a chiamar vostra muggier, vostra fia, disèghe qualche cossa, brontolè al solito un pochetin, ma po fenìmola; aspetemo che vegna sior Riccardo, e se vien el puto, fenìmola.

Lunardo: Se vien qua mia muggier, e mia fia, ho paura de no poderme tegnir.

Felice: Via, sfoghève, gh'avè rason. Seu contento cussì?

Canciano: Chiamémole.

Simon: Anca mia muggier.

Felice: Mi, mi: aspettè mi. (parte correndo)

SCENA TERZA

Lunardo, Canciano e Simon

Lunardo: Una gran chiaccola gh'ha quela vostra muggier. (a Cancian)

Canciano: Vedeu! no me disè donca, che son un martuffo, se qualche volta me lasso menar per el naso. Se digo qualcossa, la me fa una renga , e mi laudo. (38)

Simon: Gran donne! o per un verso, o per l'altro le la vol a so modo seguro.

Lunardo: Co le lassè parlar, no le gh'ha mai torto.

SCENA QUARTA

Felice, Marina, Margarita, Lucietta e detti.

Felice: Vèle qua, velè qua. Pentie, contrite, e le ve domanda perdon. (a Lunardo)

Lunardo: Se me fa anca de queste? (a Margarita)

Felice: No la ghe n'ha colpa, son causa mi. (a Lunardo)

Lunardo: Cossa meriteressistu, frasconcela! (a Lucietta)

Felice: Parlè con mi, ve responderò mi. (a Lunardo)

Lunardo: I omeni in casa? i morosi sconti? (a Margarita e Lucietta)

Felice: Criè co mi, che son causa mi. (a Lunardo)

Lunardo: Andève a far squartar anca vu. (a Felice)

Felice: «Vegnimo a dir el merito...» (a Lunardo, deridendolo)

Canciano: Come parleu co mia muggier? (a Lunardo)

Lunardo: Caro vu, compatìme. Son fora de mi.(a Cancian)

Margarita: (mortificata)

Lucietta: (piange)

Margarita: Siora Felice. Cossa n'aveu dito? Cusì pulito la xè giustada?

Simon: Anca vu siora meriteressi la vostra parte. (a Marina)

Marina: Mi chiapo (39) su, e vago via.

Felice: No, no, fermève. Al povero sior Lunardo ghe giera restà in corpo un poco de còlera: l'ha volesto butarla fora (40) . Da resto el ve scusa, el ve perdona; e se vien el puto, el se contenterà, che i se sposa; n'è vero, sior Lunardo?

Lunardo: Siora sì, siora sì. (ruvido)

Margarita: Caro mario, se savessi quanta passion, che ho provà! Credèmelo no saveva gnente. Co xè vegnù quele maschere, no voleva lassarle vegnir. Xè stà... xè stà...

Felice: Via son stada mi, cossa ocore?

Marina: (Disèghe anca vu qualcossa). (piano a Lucietta)

Lucietta: Caro sior padre, ghe domando perdonanza. Mi no ghe n'ho colpa...

Felice: Son stada mi, ve digo, son stada mi.

Marina: Per dir la verità, gh'ho anca mi la mia parte de merito.

Simon: Eh savemo, che sè una signora de spirito. (a Marina, con ironia)

Marina: Più de vu, certo.

Felice: Chi xè? (osservando fra le scene)

Margarita: Oe, i xè lori. (41) (a Felice)

Lucietta: (El mio novizzo). (allegra)

Lunardo: Coss'è? chi xè? chi vien? Omeni? Andè via de qua. (alle donne)

Felice: Vardè! cossa femio? Aveu paura, che i omeni ne magna? No semio in quarto? no ghe seu vu? Lassè, che i vegna.

Lunardo: Comandeu vu, patrona?

Felice: Comando mi.

Lunardo: Quel forestier no lo voggio. Se el vegnirà élo, anderò via mi.

Felice: Mo perché nol voleu? El xè un signor onorato.

Lunardo: Che el sia quel, che el vol, no lo voggio. Mia muggier, e mia fia no le xè use a véder nissun.

Felice: Eh per sta volta le gh'averà pazenzia, n'è vero fie?

Margarita: Oh mi sì.

Lucietta: Oh anca mi.

Lunardo: Mi sì, anca mi. (burlandole) Ve digo, che no lo voggio. (a Felice)

Felice: (Mo che orso, mo che satiro!) Aspettè aspettè che lo farò star in drio. (42) (si accosta alla scena)

Lucietta: (Eh no m'importa. Me basta uno che vegna).

SCENA ULTIMA

Maurizio, Filippetto e detti

Maurizio: Patroni. (sostenuto)

Lunardo: Sioria. (brusco)

Filippetto: (saluta furtivamente Lucietta. Maurizio lo guarda. Filippetto finge che non sia niente)

Felice: Sior Maurizio, aveu savesto come che la xè stada?

Maurizio: Mi adesso no penso a quel che xè stà, penso a quel, che ha da esser per l'avegnir. Cossa dise sior Lunardo?

Lunardo: Mi digo cusì, vegnimo a dir el merito, che i fioi, co i xè ben arlevai no i va in maschera, e no i va in casa, vegnimo a dir el merito, delle pute civil.

Maurizio: Gh'avè rason: andémo via de qua. (a Filippetto)

Lucietta: (piange forte)

Lunardo: Desgraziada! cosa xè sto fifar (43) ?

Felice: Mo ve digo ben la verità, sior Lunardo, «vegnimo a dir el merito», che la xè una vergogna. Seu omo, o seu putelo? Disè, desdisè, ve muè (44) co fa le zirandole. (45)

Marina: Vardè che sesti! No ghe l'aveu promessa? no aveu serà el contrato? Cossa xè stà? cossa xè successo? Ve l'àlo menada via? v'àlo fato disonor a la casa? Coss'è sti purelezzi? cossa xè ste smorfie? cossa xè sti musoni? (a Lunardo)

Margarita: Ghe voggio mo intrar anca mi in sto negozio. Sior sì, m'ha despiasso, che el vegna: l'ha fato mal a vegnir; ma col gh'ha dà la man no xè fenìo tuto? Fina a un certo segno me l'ho lassada passar, ma adesso mo ve digo, sior sì, el l'ha da tòr, el l'ha da sposar. (a Lunardo)

Lunardo: Che el la toga, che el la sposa, che el se destriga: son stuffo; no posso più.

Lucietta e Filippetto:  (saltano per allegrezza)

Maurizio: Co sta rabbia i s'ha da sposar? (a Lunardo)

Felice: Se el xè inrabià, so danno. Nol l'ha miga da sposar élo.

Margarita: Via, sior Lunardo, voleu, che i se daga la man?

Lunardo: Aspetè un pochetin. Lassè, che me daga zoso la còlera.

Margarita: Via, caro mario, ve compatisso. Conosso el vostro temperamento; sè un galantomo, sè amoroso, sè de bon cuor; ma, figurarse, sè un pocheto sutilo. (46) Sta volta gh'avè anca rason; ma finalmente tanto vostra fia, quanto mi, v'avemo domandà perdonanza. Credème, che a redur una donna a sto passo ghe vol assae. Ma lo fazzo, perché ve voggio ben, perché voggio ben a sta puta, benché no la 'l conossa, o no la lo voggia conosser. Per éla per vu, me caverave tuto quelo che gh'ho; sparzerave el sangue per la pase de sta fameggia; contentè sta puta, quietève vu, salvè la reputazion della casa, e se mi no merito el vostro amor, pazenzia, sarà de mi quel che destinerà mio mario, la mia sorte, o la mia cativa desgrazia.

Lucietta: Cara siora madre, sìela benedeta, ghe domando perdon anca a éla de quel, che gh'ho dito, e de quel che gh'ho fato.

Filippetto: (La me fa da pianzer anca mi).

Lunardo: (si asciuga gli occhi)

Canciano: Vedeu, sior Lunardo? Co le fa cusì no se se pol tegnir. (a Lunardo)

Simon: In suma (47) , co le bone, o co le cative, le fa tuto quel che le vol.

Felice: E cusì, sior Lunardo?...

Lunardo: Aspetè. (con isdegno)

Felice: (Mo che zoggia!)

Lunardo: Lucieta. (amorosamente)

Lucietta: Sior.

Lunardo: Vien qua.

Lucietta: Vegno. (si accosta bel bello)

Lunardo: Te vustu maridar?

Lucietta: (si vergogna, e non risponde)

Lunardo: Via, respondi, te vustu maridar? (con isdegno)

Lucietta: Sior sì, sior sì.(forte, tremando)

Lunardo: Ti l'ha visto ah, el novizzo?

Lucietta: Sior sì.

Lunardo: Sior Maurizio.

Maurizio: Cossa gh'è? (ruvido)

Lunardo: Via, caro vecchio, no me respondè, vegnimo a dir el merito, cusì rustego.

Maurizio: Disè pur su quel che volevi dir.

Lunardo: Se no gh'avè gnente in contrario, mia fia xè per vostro fio. (i due sposi si rallegrano)

Maurizio: Sto baron no lo merita.

Filippetto: Sior padre... (in aria di raccomandarsi)

Maurizio: Farme un'azion de sta sorte? (senza guardar Filippetto)

Filippetto: Sior padre... (come sopra)

Maurizio: No lo vôi maridar.

Filippetto: Oh povereto mi.(traballando mezzo svenuto)

Lucietta: Tegnìlo, tegnìlo. (48)

Felice: Mo via, che cuor gh'aveu (49) ? (a Maurizio)

Lunardo: El fa ben a mortificarlo.

Maurizio: Vien qua. (a Filippetto)

Filippetto: Son qua.

Maurizio: Xèstu pentìo de quel che ti ha fato?

Filippetto: Sior sì, dasseno, sior padre.

Maurizio: Varda ben, che anca se ti te maridi, voggio che ti me usi l'istessa ubbidienza, e che ti dipendi da mi.

Filippetto: Sior sì, ghe lo prometo.

Maurizio: Varda qua, siora Lucieta, ve acceto per fia; e ti, el Cielo te benedissa; dàghe la man.

Filippetto: Come sa fa? (a Simon)

Felice: Via, dèghe la man; cusì.

Margarita: (Poverazzo!)

Lunardo: (si asciuga gli occhi)

Margarita: Sior Simon, sior Cancian, sarè vu i compari. (50)

Canciano: Siora sì semo qua, semo testimoni.

Simon: E co la gh'averà un putelo?

Filippetto: (ride e salta)

Lucietta: (si vergogna)

Lunardo: O via, puti, stè aliegri. Xè ora, che andémo a disnar.

Felice: Disè; caro sior Lunardo, quel forestier che per amor mio xè de là che aspeta, ve par convenienza de mandarlo via? El xè stà a parlar co sior Maurizio, el l'ha fato vegnir qua élo. La civiltà non insegna a tratar cusì.

Lunardo: Adesso andémo a disnar.

Felice: Invidèlo anca élo.

Lunardo: Siora no.

Felice: Vedeu? sta rusteghezza, sto salvadegume che gh'avè intorno xè stà causa de tuti i desordeni, che xè nati ancuo (51) , e ve farà esser... Tuti tre, saveu? parlo con tuti tre; ve farà esser rabbiosi, odiosi, malcontenti, e universalmente burlai. Siè un poco più civili, tratabili, umani. Esaminè le azion de le vostre muggier, e co le xè oneste, donè qualcossa, soportè qualcossa. Quel Conte forestier xè una persona propria, onesta, civil; a tratarlo no fazzo gnente de mal; lo sa mio mario, el vien con élo; la xè una pura, e mera conversazion. Circa al vestir, co no se va drio a tute le mode, co no se ruvina la casa, la pulizia sta ben, la par bon. In soma, se volè viver quieti, se volè star in bona co le muggier, fè da omeni, ma no da salvadeghi, comandè, no tiraneggiè, e amè, se volè esser amai.

Canciano: Bisogna po dirla; gran mia muggier!

Simon: Seu persuaso, sior Lunardo?

Lunardo: E vu?

Simon: Mi sì.

Lunardo: Disèghe a quel sior forestier, che el resta a disnar con nu. (a Margarita)

Margarita: Manco mal. Vogia el Cielo, che sta lizion abia profità.

Marina: E vu, nevodo, come la tratereu la vostra novizza? (a Filippetto)

Filippetto: Cusì; su l'ordene, che ha dito siora Felice.

Lucietta: Oh, mi me contento de tuto.

Margarita: Ghe despiase solamente co le cascate xè fiape.

Lucietta: Mo via no la m'ha gnancora perdonà?

Felice: A monte tuto. Andemo a disnar, che xè ora. E se el cuogo de sior Lunardo non ha provisto salvadeghi, a tola (52) no ghe n'ha da esser, e no ghe ne sarà. Semo tuti desmesteghi (53) , tuti boni amici, con tanto de cuor. Stemo aliegri, magnemo, bevemo, e femo un prindese alla salute de tuti queli, che con tanta bontà, e cortesia n'ha ascoltà, n'ha sofferto, e n'ha compatio.

Fine della Commedia

Note

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LE NOTE SONO A CURA DELL'AUTORE

 

ATTO PRIMO

 

(1) Figlia.

(2) Or'ora.

(3) È finito; servendo per sempre, che il in veneziano vuol dire «è». «est».

(4) Avuto.

(5) Quando io era.

(6) Madre.

(7) Sei.

(8) Si faceva.

(9) Situazione stabilita dall'uso nella gran Piazza di San Marco, ove si fa il passeggio delle maschere.

(10) Andar gironi.

(11) Nemmeno.

(12) Un poco.

(13) Sguaiata.

(14) Che vende le paste.

(15) C'è niente per aria?

(16) Come

(17) Via lavorate.

(18) Egli, cioè s'intende il padrone di casa.

(19) Come io mi sollecito.

(20) Sposo.

(21) Quel mo repplicato è un certo modo caricato di lamentarsi, conveniente all'età di Lucietta.

(22) Lo stesso che maledetto, ma con più modestia.

(23) Che malegrazie son queste?

(24) Matrigna

(25) Di vantaggio.

(26) Mi rode, mi tormenta

(27) Figliastra

(28) Lupo

(29) Pagate a giornata.

(30) Un intercalare vizioso.

(31) In pace.

(32) Va giù, dà fuori.

(33) E avete tanta faccia?

(34) La maschera sulla faccia?

(35) Le fanciulle.

(36) Tutte due

(37)  Oggi.

(38) Che ci prendiamo la nostra giornata. I capi di casa all'antica concedevano una giornata di carnovale alla famiglia. Ora tutti i giorni sono compagni.

(39) Il Ciel volesse.

(40) Non vado

(41) Padrone, cioè mogli

(42) Parola detta per amore

(43) Co se diè: è un detto di baso volgo, che spiega essere quei' taliuomini di proposito, cioè come devono essere.

(44) Ragazzate.

(45) Prigione

(46) Quello che si dice.

(47) Chi vi seconda.

(48) Fa mormorare

(49) Farsi mettere sui ventagli, è lo stesso che farsi ridicoli.

(50) Porcherie.

(51) Uno di quelli che raccolgono le immondizie

(52) Trattato di matrimonio, in modo di dire bassissimo.

(53) Non m'impiccio.

(54) Modo di dire, che è lo stesso, come se si dicesse sotto il cielo, semplicemente.

(55) Cosa sono io?

(56) Moglie

(57) Spicciatevi

(58) La vogliamo finire?

(59) Di seta?

(60) Guardinfanti.

(61) Papigliotti.

(62) Gioje

(63) Smanigli

(64) Al giorno d'oggi

(65) In capo a cent'anni.

(66) Termine d'amicizia.

(67) La coscia del vitello.

(68) Vhe venga a infastidirvi.

(69) E i figliuoli stanno da figliuoli.

(70) La duodecima parte d'un soldo.

(71) Le pezze ai calzoni.

(72) Animelle.

(73) Nipote.

(74) Studio, scrittoio.

(75) Sedete.

(76) Far colazione.

(77) Zia.

(78) Zio.

(79) I giorni da lavoro.

(80) La Giudecca, isola deliziosa dirimpetto a Venezia, e poco distante

(81) Uno de' sentieri di Venezia, che ha delle passeggiate piacevoli.

(82) Intendesi in Venezia, quando si dice la Piazza, quella di San Marco; le altre piazze si chiamano campi.

(83) Si sono per l'appunto trovati.

(84) Mi ha dato su la voce.

(85) Guardate.

(86) Dopo tanto tempo.

(87) Borbottate?

(88) Se fossimo taglialegni, gente villana, nata nelle valli più incolte.

(89) In veneziano «cosa» si dice «cossa», e «coscia» si dice «cossa», dunque succede l'equivoco scherzoso di cossa e gamba.

(90) S'intende il bisognevole per il pranzo.

(91) Non si pranza oggi?

(92) Questo lu dà una certa forza all'espressione, che non si può tradurre.

(93) Cambiatemi il nome.

(94) Cognato.

(95) Picchiano.

(96) Stolido.

(97) Suo marito è del fare del mio.

(98) Le va dietro.

(99) Non è egli vero?

(100) Appresso

(101) Cara fia, cara figlia, dicesi per amicizia.

(102) Seggiole.

(103) Difendetevi.

(104) Lo stesso che sì.

(105) Fanno nozze in casa?

(106) Raccontatemi.

(107) Sentono?

(108)  Codogno vuol dire melcotogno, ma qui s'intende per uno sproposito, per una cosa malfatta.

(109) Vuol dire sottoscriver la scritta.

(110) Nemen per sogno.

(111) Che badino.

(112) A due ore di notte, cioè due ore dopo il tramontar del sole.

(113) Lasciate la cura a me.

(114) E poi?

(115) Scherzo di parole fra il Po fiume, e po proposizione, che vuol dire «poi». Dopo il Po vien l'Adese vuol dire, che dopo il Po si trova il fiume Adige, onde da cosa nasce cosa.

(116) Finta, accorta, maliziosa.

(117) Con questa sorte di gente?

(118) Espressione che spiega assaissimo la maraviglia e il dispregio.

(119) Babbeo, scioccone.

 

ATTO SECONDO

 

(1) Senza adornamenti.

(2) Che vi do io de' consigli.

(3) Arbitrî.

(4) Forse?

(5) Quando.

(6) Grembiale.

(7) Come

(8) Di nascosto

(9) Manicotti.

(10) Non mi discovenga.

(11) Matrigna.

(12) Scovolo in veneziano è uno spazzolino di sarmenti di biade minute, con cui si ripuliscono i tondi in cucina.

(13) Appassite.

(14) Di bucato.

(15) Begli umoretti.

(16) Rimbrotti.

(17) Che io v'allacci.

(18) Anticaglia.

(19) Allargatele un poco.

(20) Volete giuocare.

(21) Maledettissima

(22) Guardare.

(23) Saccoccia.

(24) Straccietto.

(25) Che logoraste.

(26) Spienza vuol dire la milza, ma in proverbio patire la spienza s'intende per uomo avaro.

(27) Bamboccia che si espone in Venezia dai professori di mode.

(28) Che le gridi.

(29) Ciondoli.

(30) Chi vi ha dato quelle porcherie?

(31) Una donna di garbo.

(22) Un nastro.

(23) Che tu sia benedetta dove tu sei.

(24) Bugie.

(25) Cospetto e tacca via, esclamazione bassa, collerica, per non bestemmiare.

(26) Questo saluto: patron, patrona è l'ordinario, e quasi indispensabile di questo ordine di persone.

(27) Andate via.

(28) Caricatura.

(29) Abito assai succinto, che si usava molti anni prima.

(30) Di broccato.

(31) Argento in quantità.

(64) Di seta?

(65) Se badassimo a loro.

(66) «Mettere i moccoli dietro a qualcheduno» vuol dire svergognarlo, deriderlo.

(67) Andarsi a nascondere.

(68) Giudizio, detto burlescamente.

(67) Vi direi delle villanie.

(68) Dieci

(69) Quelle macchinette che si mostrano in Piazza ai curiosi per poco prezzo.

(70) Raccoglieva le mance.

(71) Ch'io gli cavava di mano.

(72) E quando li riscuoto.

(73) Li gettano con la pala.

(72) I calzoni.

(73) Espressione tenera, amorosa, lo stesso che «viscere».

(74) Non muove a baciarlo, a vezzeggiarlo? Ecc.

(75) Mezzà in Venezia dicesi a quella stanza, in cui si fanno le maggiori faccende: mezzà è lo studio degli avvocati, sei ministri, dei legali, dei mercadanti; dicesi anche mezzà ad una o più stanze, che sono ad un primo piano al di sotto del piano nobile, ed alcuni ve ne sono anche a terreno.

(76) Espressione di meraviglia.

(77) Mi carica di carezze.

(78) Niente.

(79) Penare.

(80) È tutt'uno.

(81) Non vi è niente di certo.

(82) Mi pare un sogno.

(83) Spiegare il sogno, s'intende verificarlo.

(84) C'è dubbio?

(85) Allegrezza con desiderio.

(86) Non parlate altro.

(87) Si repplica, che àmia vuol dire zia

(88) Che sguaiataggini.

(89) Intende ironicamente del suo cattivo marito.

(90) Aggrinza il naso.

(91) Finestra a tetto per dar lume al soffitto.

(92) Mi mettono in sapore, cioè in lusinga.

(93) Grandissima.

(94) Lo stesso come se si dicesse: Per Bacco!

(95) Tronco di cavolo.

(96) Parlano in gergo.

(97) Insuperbite.

(98) Un giovine di garbo.

(99) Quando sarò nel caso.

(100) Peggio.

(101) Delicato.

(102) Può star poco a venire

(103) A tavola.

(104) Un'occhiata alla sfuggita.

(104) Dunque.

(105) Né entrata, né uscita, cioè non ci ho interesse veruno.

(106) Lo stesso che dire né dritto, né rovescio

(107) Cognato.

(108) Che bel garbo!

(109) Mela rosa.

(110) Appena.

(111) Se sarete destinati, vi sposarete.

(112) Colui.

(113) Se ne andranno

(114) Di malavoglia.

(115) Tremore.

(116) Febbre.

(117) Tremo, ho paura.

(118) A prendere.

(119) Si sposano.

(120) Brodi lunghi.

(121) Le budella.

(122) Un ingaggiator di soldati.

 

ATTO TERZO

 

(1) Castigatele

(2) Costoro.

(3) Non si parli più del matrimonio.

(4) Loco.

(5) Metterle per forza.

(6) Parlo bene?

(7) La briglia.

(8) E quando avete ceduto.

(9) Lasciar che la gente dica quel che sa dire.

(10) Sapete.

(11) Messer no.

(12) Peggio.

(13) Volta, rivolta.

(14) Svergognare, deridere.

(15) S'intende in villa.

(16) Le entrate.

(17) Qualche cenno.

(18) Di nascosto.

(19) L'ho

(20) Ha timore.

(21) Quasi tutte le strade di Venezia hanno de' piccioli canaletti lateralmente, dove si uniscono le immondizie, e per dove scorre e si perde l'acqua piovana, e si chiamano gattoli.

(22) Non mi voglio.

(23) Correggetemi

(24) Che bagatella?

(25) Sciocco.

(24) Lo adoperi.

(25) Quando

(26) Due

(27) Che lo conduciate.

(28) Che tenesse mano.

(29) Fatto alla vostra maniera.

(30) Si son piaciuti

(31) Ho terminato l'aringa, approvate il matrimonio, e compatite l'avvocato. Scherza sulla maniera con cui si terminavano ordinariamente le aringhe degli avvocati in Venezia.

(32) Approverei.

(33) L'urna verde è quella de' voti contrari

(34) Temo che si dovrà revocare.

(35) Marito.

(36) Si fosse scordato.

(37) Qui l'autore parla di se stesso, che non si scorda ciò di cui ha parlato.

(38) Mi fa un'aringa, ed io approvo.

(39) Chiapo vuol dire prendo: qui s'intende risolvo sul momento, e vado via.

(40) Gettarla fuori.

(41) Ehi, son dessi.

(42) Indietro.

(43) Pianger, detto bassamente.

(44) Vi cambiate.

(45) Ruotelle di fuochi artificiali, ed anco gioccolini da bambini, che girano coll'agitazione dell'aria.

(46) Sottile, delicato.

(47) Insomma.

(48) Tenetelo, sostenetelo.

(49) Che core avete?

(50) In Venezia quelli che servono da testimonio nei matrimoni, si chiamano «compari dall'anello».

(51) Oggi.

(52) Tavola.

(53) Domestici, cioè umani, trattabili.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011