Carlo Goldoni

La casa nova

Commedia in tre atti in prosa rappresentata

per la prima volta in Venezia il Carnovale dell’anno 1761

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, vol. VII, a cura di Giuseppe Ortolani, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1946

Edizione consultata

Carlo Goldoni, Commedie scelte con i giudizi degli autori intorno alle commedie stesse, Classici italiani, Novissima Biblioteca diretta

da Ferdinando Martini, serie I, volume XIV, Istituto editoriale italiano, Milano s.d. ma dei primi anni del Novecento.

AL MIO CARISSIMO AMICO

N. N.

VOI non volete che io vi dedichi una Commedia, ed io voglio dedicarvela ad ogni modo. Impeditelo, se potete. Non vi nomino, non vi prevengo, non potete dire che sia per Voi, e quando ne concepiste qualche sospetto, quella modestia che vi fa ricusare la Dedica, non vi permetterà forse di attribuirvela. Dirà più d’uno, e Voi lo direte cogli altri: Quale soddisfazione può aver un Autore a dedicare l’opera sua ad una persona, che non è consapevole di quel presente, buono o cattivo, che tu le fai? Le dediche si fanno per tre ragioni: o per affetto, o per rispetto, o per interesse: agindo con tale estra ordinaria cautela, non otterrai alcuno di questi detti. L’amico non ti ringrazia, il protettore non si obbliga, il liberal non ti ricompensa. L’obbietto è ragionevole, ma io rispondo che la mia soddisfazione è nel cuore, che rendendo giustizia ad un amico, non ho bisogno che mi ringrazi, e che la buona amicizia val più d’ogni protezione e d’ogni liberal ricompensa. Avrei certamente maggior piacere, se potessi parlare liberamente, ma farlo non potrei senza offendere la vostra moderazione, o senza tradire la verità. Non si può parlare di Voi senza formar elogi al vostro talento, al vostro cuore, ed al vostro costume; e facendolo anche con parsimonia, sarei sicuro di dispiacervi. Potrei parlare delle vostre virtù senza nominarvi, ma non sono elleno sì comuni, che confonder vi possano con molti altri, onde per poco ch’io mi diffondessi a narrarle, sareste subito riconosciuto, e malgrado la bassa opinione che avete di Voi medesimo, vi riconoscereste Voi stesso, e mi sapreste mal grado di avervi fatto virtuosamente arrossire. Voglio per altro soddisfar Voi e me medesimo nello stesso tempo. Tacerò il vostro nome, ma farò in modo che qualcheduno potrà indovinarlo. Voi conoscete i Logogrifi. Se ne trovano in tutti i Mercurî di Francia, e sono anch’essi una specie d’indovinelli. Differiscono però dagli enigmi, poiché questi sotto il velame delle parole nascondono la cosa da indovinarsi, e il Logogrifo conduce con diversi anagrami a rivelar la parola, per la quale è formato.

Nell’ottava che leggerete a piedi di questa lettera, evvi il vostro nome ed il vostro cognome, composti da quadro parole, ogni una delle quali ha il proprio significato. Non dico quali sieno queste parole; ma invito le persone di spirito ad indovinarle. Se siete per questa via conosciuto, deh soffritelo in pace, in grazia almeno di véder per la prima volta comparir in pubblico un Logogrifo Italiano. Non credo che la nostra lingua sia meno delle altre felice per esercitarla in simili tratti di spirito, così comuni ai Francesi. Ho veduto in Parigi nelle più serie e più erudite conversazioni prendere con avidità il Mercurio, che esce di mese in mese; e correre ai Logogrifi per il piacere d’indovinarli, e farvi sopra delle quistioni e delle scommesse, ed attendere, qualche volta, il Mercurio dell’altro mese che seguita, per véderne la spiegazion dell’autore, o per compiacersi di aver dato nel vero, o per cedere, se ha mal pensato. Voi che siete uomo di spirito, e di acuta e facile penetrazione, interpreterete forse prima d’ogni altro il Logogrifo che vi riguarda. Ira tal caso scoprirete l’arbitrio che mi son preso, malgrado la vostra proibizione, ma sarete almeno contento, che la maniera con cui vi dedico la mia Commedia, m’impedisca di darvi quelle lodi che meritate. Sono e sarò sempre con vera stima e sincero affetto

Il vostro fedele Amico e Servitore

GOLDONI

LOGOGRIFO

Lettor, se il nome risaper ti cale

Di quello a cui queste mie righe io scrivo,

Parte ne addita una città papale,

Parte il lusso comune in tempo estivo;

Cocco, noce, pistacchio, o frutto eguale

Altra parte ne trae dal succo attivo;

E se un’elle tu aggiugni a quel che avanza,

Il resto trovi del cognome in Franza.

L’AUTORE A CHI LEGGE

S’io non avessi composto che questa sola Commedia, credo che essa bastato avrebbe a procurarmi quella riputazione che acquistata mi sono con tante altre. Leggendola e rileggendola, mi pare di non avere in essa niente a rimproverarmi, ed oserei proporla altrui per modello, se lusingar mi potessi che le opere mie fossero degne d’imitazione.

L’esposizione è facile, la condotta è semplice, la critica è vera, l’interesse è vivo, e la morale è ragionevole, e non pedantesca. I caratteri sono tutti presi dalla natura. Il dialogo pure non lo può essere d’avantaggio. La favola è verisimile in tutte le parti, e quantunque vi appaia un doppio interesse, l’azione è una sola, poiché una sola persona, cioè Cristofolo, ne forma lo scioglimento. Non istupire, Lettor carissimo, s’io faccio l’elogio della mia Commedia. Io non la metto in paragone con quelle degli altri Autori, ma colle mie, e credo mi sia lecito di preferirla a molt’altre, e di collocarla nel numero delle mie dilette. Il pubblico mi rese questa giustizia, allora quando fu sulle Scene rappresentata, e fu, in Venezia non solo, ma per tutto, con egual fortuna applaudita.

PERSONAGGI

Anzoletto, cittadino

Cecilia, moglie d’Anzoletto

Meneghina, sorella d’Anzoletto

Checca, cittadina maritata

Rosina, sorella nubile di Checca

Lorenzino, cittadino, cugino di Checca

Cristofolo, zio di Anzoletto

Il Conte, forestiere servente di Cecilia

Fabrizio, forestiere amico di Anzoletto

Lucietta,c ameriera di Rosina

Sgualdo, tapezziere

Prosdocimo, agente

Fabbri

Falegnami

Pittori

Facchini

Servitori

La scena si rappresenta in Venezia in casa di Anzoletto

 e in casa di Checca, che abita al secondo piano

ATTO  PRIMO

SCENA  PRIMA

Camera d’udienza nella Casa nova.

Sgualdo Tapezziere, Pittori, Fabbri, Falegnami

che lavorano intorno alla camera, poi Lucietta

Sgualdo: Fenimo sta camera za che ghe semo. Questa ha da esser la camera da recever; e el paron el vol che la sia all’ordene avanti sera. Intanto, che i fenisse de far la massaria [1], el vol sta camera destrigada [2]. Da bravo, sior Onofrio fenì de dar i chiari scuri a quei sfrisi. Vu, mistro Prospero, mettè quei caenazzetti [3] a quela porta; e vu, mistro Lauro, insoazè [4] quella erta, e destrighemose, se se pol. (i lavoratori eseguiscono)

Lucietta: Diseme, sior tapezzier, no avè gnancora fenio de marangonar [5]? Xe debotto do mesi che se drio a sta gran fabbrica e no la xe gnancora fenia? Gnanca se avessi tirà suso la casa dai fondamenti! Tanto ghe vol a spegazzar i travi, a insporcar i muri, e a metter suso quattro strazzi de fornimenti? (a Sgualdo)

Sgualdo: Cara siora Lucietta, per cossa ve scaldeu el figà in sta maniera?

Lucietta: Caro sior Sgualdo, me scaldo co la mia rason. Ancuo [6] ha da vegnir in casa la novizza del patron; e el patron m’ha dà ordene, che netta [7] el portego [8], el tinelo [9], e un per de camere almanco. Xe do zorni che no fazzo altro che scoar [10], che forbir [11]; e costori, siei maledetti, no i fa mai altro che far polvere, e far scoazze [12].

Sgualdo: Ve compatisso, gh’avè rason. Ma gnanca i me omeni no i gh’ha torto. Averessimo fenio, che sarave un pezzo; ma sior Anzoletto, el vostro patron, ogni zorno, el se mua [13] de opinion. L’ascolta tutti. Chi ghe dise una cossa, chi ghe ne dise un’altra. Ancuo se fa, e doman besogna desfar. Ghe giera tre camere col camin; perchè uno gh’ha ditto che i camini in te le camere no i sta ben, el li ha fatti stropar [14]. Dopo xe vegnù un altro a dirghe che una camera senza un camin da scaldarse xe una minchioneria, e lu: presto, averzì sto camin; e po: no più questo, st’altro; e po: femo el tinelo arente la cusina, e po: sior no. La cusina fa fumo, portemo el tinelo da un’altra banda. Tramezzemo [15] el portego, perchè el xe longo. Desfemo [16] la tramezura perchè la fa scuro. Fatture sora fatture, spese sora spese: e po co ghe domando bezzi el strepita, el cria, el pesta i pìe per terra, el maledise la casa, e anca chi ghe l’ha fatta tor.

Lucietta: Chi glie l’ha fatta tor xe stada la so novizza. La xe un boccòn de spuzzetta de ventiquattro carati [17]. No la s’ha degnà de la casa dove che stevimo, perchè no ghe giera la riva [18] in casa, perchè el portego giera piccolo, perchè no la gh’aveva l’appartamento co le tre camere in fila; e perchè ghe pareva che la fusse fornia all’antiga; la gh’ha fatto cresser sessanta ducati de fitto, la gh’ha fatto buttar via un mondo de bezzi in massarìa, in fatture, in mobili da niovo, e po no la xe gnancora contenta.

Sgualdo: La gh’averà dà della bona dota?

Lucietta: Eh, caro vu, no me fè parlar La gh’ha dà dei totani [19], della spuzza [20] tanta, che fa paura. Nol gh’ha un fià [21] de giudizio el mio paron. El s’ha incapricià mi no so de cossa. La xe una putta civil, ma arlevada con un aria spaventosonazza; e per mantegnirla in quell’aria, ghe voria tre o quattro mile ducati d’intrada. E sì, savè, sior Anzoletto, dopo che xe morto so pare, el ghe n’ha buttà via tanti, che el xe al giazzo [22]; poveretto, el gh’ha una sorella da maridar, e adesso sto boccon de peso da mantegnir. Credo de sì, che el sbaterà i pìe, e el maledirà, co [23] ghe domanderè bezzi. Oe, voleu che ve la conta? Ma no disè gnente a nissun, vedè, che no vorave mai, che i disesse che conto i fatti de casa. De là [24] dove stevimo el vien via, e l’ha da dar ancora un anno de fitto; e qua in casa nova, no l’ha gnancora paga i siei mesi anticipai [25], e ogni zorno vien el fattor dela casa nova e dela casa vecchia, e el dà ordene, che se ghe diga che nol ghe xe, e no so dove l’anderà a fenir; e anca mi ho d’aver el salario de sette mesi. Sì, anca da putta da ben, che la xe cussì.

Sgualdo: Cospetto de diana! m’avè ben dà una botta al cuor. Gh’ho fora dei bezzi de mia scarsèla, e gh’ho sti omeni sora de mi; no vorave, che el me avesse da far sospirar.

Lucietta: Caro sior Sgualdo, ve prego no disè gnente a nissun. Savè che no fazzo pettegolezzi, ma gh’ho tanta rabbia de sta maledetta casa, che son propriamente ingossada [26] e se nome sfogo, crepo.

Sgualdo: Xe el mal, che sior Anzoletto spende più de quello che el pol; per altro no se pol negar, che no la sia una bella casa.

Lucietta: Bela ghe disè? Sia pur benedetta quell’altra. No vedè che malinconia? La xe una casa sepolta, no se vede passar un can. Almanco in quell’altra se me buttava un fiatin [27] al balcon, me consolava el cuor. E po gh’aveva tre o quattro amighe da devertirme. Co aveva destrigà la mia casa, andava in terrazza, o in altana, o, sul luminal. Co le altre serve me sentiva, le saltava fora anca ele, se chiaccolava, se rideva, se contevimo le nostre passion, se sfoghevimo un pochetin. Le me contava tutti i pettegolezzi delle so parone, e godevimo mille mondi, e fevimo un tibidoi [28] da no dir. Qua mi no so, in ste case darente, che zente rustega che ghe staga. Me son buttada tante volte al balcon, e nissun gnancora m’ha saludà. E tocca a ele a saludarme. Oe, sta mattina un’asena de una furlana [29] la m’ha vardà, e po la m’ha serà el balcon in tel muso.

Sgualdo: Eh, no v’indubitè. Col tempo farè anca qua delle amicizie. Co no ve preme altro, che massère da chiaccolar, per tutto ghe ne troverè.

Lucietta: Eh quel, che gh’aveva là, xe difficile che qua lo gh’abbia.

Sgualdo: Disè la verità, Lucietta, ve dispiase per le serve, o per qualche bel servitor?

Lucietta: Un poco per uno, un poco per l’altro.

Sgualdo: I omeni i ve pol vegnir a trovar.

Lucietta: Sì, sì, ma mi no son de quelle che fa vegnir i omeni in casa. Qualche volta, se pol dar, cusì de sbrisson [30], co vago a trar el vin; ma do parole, e via: no voggio che i possa dir, se me capì...

Sgualdo: Eh siora sì, ve capisso.

Lucietta: Credème, sior Sgualdo, che no me despiase tanto per mi d’esser vegnua via de quella casa, quanto per la mia povera paronzina.

Sgualdo: Perchè? No la xe contenta siora Meneghina? No la ghe piase gnanca a ela sta casa?

Lucietta: Ve dirò, ma vardè ben, vedè, no disè gnente a nissun; e po so, che omo che sè. De là, vedeu, la gh’aveva el moroso in fazza, e la lo vedeva da tutte le ore; e la notte la vegneva dessuso in te la mia camera, e stevimo le ore e le ore a parlar, ella col patron, e mi col servitor, e se divertivimo, e se consolevimo un pochetin. Tolè suso, semo qua tute do muffe [31], muffe, senza un can che ne varda.

Sgualdo: Perchè no la maridelo so fradelo?

Lucietta: Eh debotto me la faressi dir. Con cossa voleu, che el la marida?

Sgualdo: Hala sempre da star cussì?

Lucietta: Poverazza! se un so barba [32] no l’agiuta, la vedo mal intrigada [33].

Sgualdo: Siben, se sior barba Cristofalo el xe ricco, e se el vol, el la pol agiutar.

Lucietta: El xe instizzà [34] co sto so nevodo, che ha volesto sempre far de so testa, e el s’ha maridà senza dirghelo, e la povera putta torà de mezo.

Sgualdo: Oe, xe qua sior Anzoletto.

Lucietta: El paron? Vardè ben, vedè, no ghe disè gnente.

Sgualdo: Cossa serve? No son miga...

Lucietta: Me dispiase che qua no ho podesto gnanca nettar [35].

Sgualdo: E mi me despiase, che m’avè fatto chiaccolar, e ho perso el tempo senza far gnente.

Lucietta: Oh un poco più, un poco manco… (si mette a pulire)

SCENA II

Anzoletto, e detti

Anzoletto: E cusì, andemio ben? Sta camera xela gnancora fenìa?

Sgualdo: Doman sarà tutto fenìo.

Anzoletto: Xe vinti zorni, che sento a dir: doman sarà tutto fenìo.

Sgualdo: Mo, cara ela, se faremo cusì, no finiremo in do anni. La m’ha fatto far e desfar diese volte. L’ascolta tutti, la vol far a modo de tutti.

Anzoletto: Gh’avè rason; ma adesso quel che xe dito, xe dito. Destrighemose, caro vecchio [36]. Ancuo ha da vegnir la novizza. Sta notte gh’avemo da prencipiar a dormir.

Sgualdo: La camera da letto per stasera la sarà all’ordene.

Anzoletto: Cospetto de diana! me despiase che no sia all’ordene sta camera da recever. Cossa voleu, che diga la zente?

Sgualdo: Mi no posso far più de quel che posso.

Anzoletto: Trovè dei omeni, e destrigheve.

Sgualdo: Bisogna, che la me daga dei bezzi.

Anzoletto: Semo qua nu; bezzi, sempre bezzi. Taselo mai? sempre bezzi.

Sgualdo: Senza bezzi l’orbo no canta [37].

Anzoletto: Sieu maledetto! se no ghe n’ho!

Sgualdo: E mi come vorla, che fazza?

Anzoletto: Doman ghe ne troverò.

Sgualdo: I omeni bisogna pagarli. I xe tutta zente, che vive de fresco in fresco [38].

Anzoletto: Doman i sarà pagai, doman gh’averè dei bezzi quanti che vorè. Gh’aveu paura che no ve paga? Da un zorno all’altro no se assedia i galantomeni in sta maniera.

Sgualdo: Se l’imbattesse da un zorno all’altro.

Anzoletto: Co ghe digo cusì, no se parla gnanca. Fè el vostro debito, avè da far con un galantomo.

Sgualdo: Benissimo; aspetteremo doman.

Anzoletto: Ma destrigheve.

Sgualdo: Subito; la varda, se me preme a servirla. Oe, Toni [39]. Va subito a casa da mi, dighe a quei tre omeni, che i lassa star tutto, e che i vegna qua. (da sè) (No so cossa dir; ghe son, bisogna che ghe staga. Se nol me pagherà, troverò la maniera de farme pagar.)

Anzoletto: Lucietta.

Lucietta: Lustrissimo.

Anzoletto: Andè in cusina, andè a dar una man al cuogo, se el gh’ha bisogno de gnente.

Lucietta: Disnelo a casa ancuo, lustrissimo?

Anzoletto: Sì, disno a casa cola novizza, e con tre o quattro amici.

Lucietta: (da sè) (Via, che la vaga [40].)

Anzoletto: Disèghe a mia sorella, che la se metta qualcossa intorno [41], che vien so cugnada e dell’altra zente.

Lucietta: Mi no so, se la gh’abbia de qua [42] tutta la so roba.

Anzoletto: Se no la la gh’ha, adess’adesso anderò de là [43] a far portar el resto della masseria.

Lucietta: Anca la biancheria da tola xe in casa vecchia.

Anzoletto: Farò portar tutto.

Lucietta: Per quanti avemio da parecchiar?

Anzoletto: Parecchiè per diese.

Lucietta: La sarà servida. (da sè) (Oh za el proverbio no fala; el pan dei mati xe el primo magnà.) (parte)

SCENA III

Anzoletto, Sgualdo, uomini che vanno e vengono, come sopra

Sgualdo: (da sè) (Per mi nol gh’ha bezzi, e el fa sto boccon de disnar; doman la descorreremo.)

Anzoletto: Quei do quadri in sta camera no i me piase.

Sgualdo: No i sta ben, ghe l’ho dito anca mi; ma l’ha volesto far a modo de quel pittor. El ghe li ha fatti comprar per forza. L’ha buttà via i bezzi, e no i ghe sta ben.

Anzoletto: Tiremoli via.

Sgualdo: E po cossa gh’avemio da metter? S’ha da far dei altri travasi? No feniremo più per sta sera.

Anzoletto: Via, donca, per adesso lassemoli star.

Sgualdo: Co la voleva far una cossa ben fatta, qua ghe voleva el so specchio, e bisognava contornar la tappezzeria colle so soazette d’oro [44].

Anzoletto: Appunto, me l’ha dito dei altri. Mettemoghele le soazette d’oro.

Sgualdo: Ghe vol del tempo.

Anzoletto: Do omeni de più fa el servizio.

Sgualdo: Che vol cento brazzi de soazette; a un trairo [45] al brazzo, ghe vol venticinque lire.

Anzoletto: Comprémole.

Sgualdo: La me daga i bezzi.

Anzoletto: Comprèle vu, che doman se giusteremo.

Sgualdo: Mi no ghe n’ho, lustrissimo.

Anzoletto: Orsù xe tardi, lassemo cussì, e femo de manco de le soazette.

Sgualdo: (Semo al giazzo [46] come che va!) (va a badar ai lavori)

SCENA IV

Fabrizio e detti.

Fabrizio: Si può entrare?

Anzoletto: Vegnì avanti, sior Fabrizio.

Fabrizio: E così, amico, è finita ancora questa casa?

Anzoletto: Ghe semo drio. Cossa disèu? Ve piase?

Fabrizio: Se devo dirvi la verità, non mi piace niente.

Anzoletto: No? per cossa?

Fabrizio: Prima di tutto, voi avete fatto una bestialità a mettere il letto nell’altra camera a tramontana. Questa, che è a mezzogiorno, questa era la camera da dormire. Se dormirete a tramontana, voi creperete.

Anzoletto: Sentìu, sior Sgualdo?

Sgualdo: Adesso, cossa voràvela dir?

Anzoletto: Volèu che dorma a tramontana? Volèu farme crepar? (a Sgualdo)

Sgualdo: Bisognava pensarghe avanti.

Anzoletto: Semo ancora a tempo, e gh’avemo da remediar.

Sgualdo: Cossa vorla che femo?

Fabrizio: Ci vuol tanto a portare il letto in questa camera?

Sgualdo: E i fornimenti?

Fabrizio: Uomini e denari fanno tutto.

Anzoletto: Sior sì, omeni e bezzi remedia a tutto. (a Sgualdo)

Sgualdo: Mi penserò per i omeni, e ela la pensa ai bezzi. (scaldandosi)

Anzoletto: Cussì se parla? V’oggio mai negà bezzi? V’ha mai mancà bezzi?

Sgualdo: (Ghe mancherave poco, che no lo svergognasse in fazza de quel galantomo.)

Anzoletto: Sentìu? cussì i parla. Gh’averò dà a st’ora più de mille ducati e perché sta mattina no gh’ho bezzi adosso, che m’ho desmentegà de farmene dar dal fattor, par che no se ghe voggia dar quel che el vol. Caro sior Fabrizio, gh’averessi diese o dodese ducati da imprestarme, che doman ve li restituirò?

Fabrizio: No davvero. Se li avessi, ve li darei volentieri. (Non gli presterei dieci lire).

Anzoletto: Che spesa ghe vol a trasportar la roba da una camera all’altra? (a Sgualdo)

Fabrizio: Queste sono cose da niente. Via, signor tapezziere. Sapete che avete che fare con un galantuomo.

Sgualdo: (Sia maledetto co me son intrigà.) Anemo, fioi, vegnì qua tutti, e femo sto bel travaso. [47] Andemo a desfar de là, e po desferemo de qua. (gli uomini partono) E sarà fenìo, co sarà fenìo. (ad Anzoletto)

Anzoletto: Sarà fenìo, co sarà fenìo.

Sgualdo: (E la descorreremo doman.) (parte)

SCENA V

Anzoletto e Fabrizio.

Fabrizio: Non sanno niente costoro.

Anzoletto: Credème che i me fa deventar matto. Se spende, se spende, e no se fa gnente.

Fabrizio: Sono passato dalla cucina, e ho veduto che si lavora.

Anzoletto: Sior sì, disno qua ancuo.

Fabrizio: Colla sposa?

Anzoletto: Colla sposa.

Fabrizio: Farete il desinare ai parenti.

Anzoletto: Sior sì, a qualche parente, a qualche amigo.

Fabrizio: Io non sono nel numero dei vostri amici.

Anzoletto: Anzi, se volè favorir, sè patron.

Fabrizio: Sì. Ho piacere di trovarmi in compagnia della vostra signora. È una giovane che ha un grande spirito.

Anzoletto: Sior sì, qualche volta un pochetto troppo.

Fabrizio: Vi dolete, ch’ella sia spiritosa?

Anzoletto: Lassémo andar sto discorso. Ve ringrazio, che m’abbiè suggerio la cossa della tramontana.

Fabrizio: Caro amico, mi preme tanto la vostra salute; e poi la vostra sposa ci avrebbe anch’essa patito.

Anzoletto: In quanto po a mia muggier, la xe tanto difficile da contentar, che no so come che l’abbia da esser.

Fabrizio: Chi è questa signora?

Anzoletto: No la cognossè? Mia sorela.

Fabrizio: Ah sì, la signora Meneghina. Capperi, la s’ha fatto granda.

Anzoletto: Anca troppo.

Fabrizio: Converrà che pensiate a maritarla.

Anzoletto: Caro vecchio, no me parlè de ste malinconie, che me fè vegnir mal.

SCENA VI

Meneghina, e detti

Meneghina: Se pol vegnir? (di dentro)

Anzoletto: Vegnì, vegnì, Meneghina.

Fabrizio: Servo umilissimo della signora Meneghina.

Meneghina: Patron riverito. (ad Anzoletto con ironia) Grazie, sior fradelo, della bella camera, che la m’ha favorido.

Anzoletto: Coss’è? No la ve piase? No sè contenta?

Meneghina: No credeva in sta età de averme da andar a sepelir.

Anzoletto: A sepellirve? Per cossa?

Meneghina: Xela una bela discrezion, cazzarme in t’una camera sora una corte morta, che no se vede a passar un can?

Fabrizio: Ha ragione la signora Meneghina.

Anzoletto: Dove vorressi, che ve mettesse?

Meneghina: Ficchème [48] sotto una scala, sotto le nattole [49], dove che volè; ma in quella camera no ghe voggio star.

Anzoletto: Cara sorela, la casa xe ristretta.

Meneghina: Ristretta ghe disè a sta casa? No ghe xe quattro camere da sta banda?

Anzoletto: Ma vedè ben, cara fia. Questo xe l’appartamento per mi e per mia muggier.

Meneghina: Eh za, tutto per la novizza. A ela tutto l’appartamnto. Quattro camere in fila; e mi, poverazza, in t’un camerotto [50].

Anzoletto: Coss’è sto camerotto? Gh’avè una camera bela, e bona, grande, lucida, con do balconi, e no ve podè lamentar.

Meneghina: Sior sì; e se me butto al balcon, no ho da véder altro che gatti, sorzi, luserte e un leamer [51] che fa stomego.

Fabrizio: Vorrebbe védere a passar qualcheduno la signora Meneghina, non è egli vero? (a Meneghina)

Meneghina: Caro sior, no la se impazza dove che no ghe tocca.

Anzoletto: Se volè star al balcon, cussì, qualche ora, qualche dopo disnar, no podeu vegnir de qua?

Meneghina: Non v’indubitè, che in te le vostre camere no ghe vegnirò.

Anzoletto: Mo za, per farve voler ben sè fatta a posta. Come voleu che mia muggier ve tratta con amor, se sè cussì rustega, cussì malagrazià?

Meneghina: No, no, che no la se sforza a farme de le finezze, che ghe n’indormo [52]; za so, che no la me pol véder. Ma semo del pari; gnanca mi no la posso véder ela.

Anzoletto: E gh’avè tanto muso de dirmelo?

Meneghina: Mi parlo schietto, fradelo, e ve lo digo, e no ve lo mando a dir.

Fabrizio: È una bella virtù la sincerità.

Anzoletto: Ma cossa v’ala fatto mia muggier? Cossa gh’aveu con ela, cossa gh’aveu con mi?

Meneghina: Credeu che gh’abbia gusto de véderme una cugnada in casa? Finchè ha vivesto la mia povera madre, giera patrona mi. Un anno, che son stada con vu, posso dir de esser stada patrona mi; e adesso vegnirà in casa la lustrissima siora Cecilia, la vorà comandar ela, la sarà patrona ela; e mi, se vorrò un par de scarpe, bisognerà che dipenda da ela.

Fabrizio: La signora Cecilia è una signora discreta; ma certamente una fanciulla ha da cedere alla maritata.

Meneghina: Eh, caro sior, che el tasa. El me fa un velen che lo coperìa.

Anzoletto: Avevio da lassar star de maridarme per causa vostra ?

Meneghina: Dovevi pensar avanti a maridarme mi.

Fabrizio: In questo non dice male.

Meneghina: O mal o ben, mi l’intendo cusì.

Anzoletto: Se ve fusse capità una bona occasion, l’averave fatto.

Meneghina: No me gierela capitada?

Anzoletto: Chi? Lorenzin?

Meneghina: Sior sì, Lorenzin; e vu avè dito de no.

Anzoletto: Ho dito de no, perchè no me degno.

Meneghina: Vardè che catarri! [53] Chi voleu che me toga? Un Conte, un Cavalier? Che dota gh’aveu da darme? Quela che v’ha portà la lustrissima siora Cecilia? Aria, fumo e miseria?

Anzoletto: Mi posso far quel che voggio io. Son paron de casa; nissun me comanda.

Meneghina: E mi con vu, e mi sotto de la cugnada no ghe voggio star.

Anzoletto: Che intenzion gh’averessi, patrona?

Meneghina: Anderò a star con mio barba.

Anzoletto: Se andè gnanca a trovarlo, gnanca a saludarlo, se lo vardè gnanca, ve depeno de sorela; fè conto che sia morto per vu.

Fabrizio: Questa poi, compatitemi, è troppa  austerità. (ad Anzoletto)

Meneghina: Eh, la tasa, caro sior, che mio fradelo sa quel che el dise. Se vago da mio barba, vago in casa de un so nemigo, perchè mio barba xe un omo de sesto, un omo de reputazion, e nol pol soffrir, che so nevodo butta via el so malamente, e che el se fazza burlar. E adesso specialmente co sto matrimonio...

Anzoletto: Fenimola, ve digo. Tegnì la lengua drento dei denti, e no me fè andar in colera, che sarà meggio per vu.

Fabrizio: Eh via, accomodiamo questa faccenda. Date alla signora Meneghina una stanza sopra la strada, che possa védere a passare qualcheduno, che qualche volta possa consolar gli occhi, e vedrete, che non sarà più tanto sdegnata.

Meneghina: La fazza de manco de far ste scene, mi no ghe dago sta confidenza. (a Fabrizio)

Fabrizio:  Parlo per voi. M’interesso per voi.

Meneghina: Mi no gh’ho bisogno né de avvocati, né de protettori. Le mie rason le so dir da mia posta, le ho dite, e le digo, e le dirò; e in quella camera no ghe voggio star; e sia maledetto quando che avè tolto sta casa. (parte)

SCENA VII

Fabrizio e Anzoletto

Fabrizio: È un bel talento vostra sorella.

Anzoletto: Cossa diseu? Xela un capeto d’opera?

Fabrizio: Se la cognata ha giudizio, può essere che si moderi, e che prenda esempio da lei.

Anzoletto: Amigo, per dirvela in confidenza, ho paura che mia muggier voggia esser pezo de mia sorela.

Fabrizio: Buono! Perchè dunque l’avete presa?

Anzoletto: No so gnanca mi. Per un impegno.

Fabrizio: State fresco con due donne in casa di questa taglia. Liberatevi almeno della sorella.

Anzoletto: Se savesse come far.

Fabrizio: Quanto le volete dar di dote?

Anzoletto: Adesso no ghe posso dar gnente.

Fabrizio: E se questo suo zio vi volesse aiutare?

Anzoletto: No me parlè de mio barba. El m’ha dito roba, el m’ha strapazzà, e se credesse de aver bisogno de un pan, a lu no ghe lo vorìa domandar.

Fabrizio: A un uomo vecchio, del sangue, che parlerà per bene, convien donar qualche cosa, e non è prudenza il piccarsi contro il proprio interesse.

Anzoletto: Se mia muggier savesse, che me umiliasse a mio barba, poveretto mi. La xe stada offesa anca ela e se voggio la pase in casa, bisogna che me contegna cusì.

Fabrizio: Non so che dire. Siete uomo, regolatevi come vi pare. (È un bel pazzo a disgustare uno zio ricco, per una moglie bisbetica.)

Anzoletto: Caro amigo, fème un servizio. Fin tanto che vago in casa de là a far portar el resto de la mia roba, tendè a sti omeni, che i se destriga a giustar ste do camere avanti sera.

Fabrizio: Vi servirò volentieri.

Anzoletto: Za co vien la mia novizza, e che no la vede le cosse fenìe, m’aspetto che la ghe diga ben mio [54].

Fabrizio: Per quel ch’io sento, in quindici giorni che è vostra moglie, vi siete lasciato prender la mano.

Anzoletto: Veramente no se pol dir, che la me abbia tolto la man, e mi no so un alocco per lassarmela tor; anzi, andemo d’accordo, e semo tutti do de un umor, ma semo tutti do puntigliosi. Una volta, co gerimo da maridar, e che fevimo l’amor, per una parola, semo stai do mesi senza parlarse. Nissun voleva esser el primo, e finalmente m’ha toccà a mi. Per questo, per no vegnir a sti termini, procuro de schivar le occasion, cerco de contentarla, e fazzo quel che posso, e anca qualche volta più de quel che posso. Basta, la sarà co la sarà. (Me confido in do cosse, o che mora mio barba, o che me tocca un terno.) (parte)

SCENA VIII

Fabrizio, poi Sgualdo

Fabrizio: Questo è un giovine, Che finora si è andato rovinando di trotto, ed ora con questo suo matrimonio vi vuol andar di galoppo. Ehi, signor tapezziere?

Sgualdo: La comandi.

Fabrizio: Il signor Angioletto mi ha raccomandato ch’io invigili alla sollecitudine dell’allestimento di queste stanze, ma voi siete un uomo di garbo, che non ha bisogno di essere né diretto, ne stimolato. Fate dunque il debito vostro, portatevi bene, e ci rivedremo all’ora del pranzo. (parte)

SCENA IX

Sgualdo, poi uomini, poi Lucietta

Sgualdo: Sior sì, a ora de disnar, xe l’ora, che sta sorte de amici no manca. El podeva anca far de manco de farme far sta fattura. Pazienza! Bisogna starghe. Anemo, putti, vegnì de qua, principiemo a desfar sta camera. (vengono gli uomini e vogliono sfornire)

Lucietta: Coss’è? Tornemo da capo?

Sgualdo: Vegniu anca vu a metterghe la vostra pezzetta? [55]

Lucietta: Uh... squasi, squasi v’ho dito la rima che ghe va drio. (battendosi la bocca)

Sgualdo: Una bela bota no se perde mai.

Lucietta: Oh, disè sul sodo [56], anca sì, che el paron mette qua a dormir la sorela?

Sgualdo: Oh giusto! El ghe vol dormir elo.

Lucietta: Cossa xe ste muanze? [57]

Sgualdo: Causa quel sior Fabrizio, che gh’ha fatto vegnir i scrupoli de la tramontana.

Lucietta: Poverazzo! Oh m’ha parso che i batta. Malignazzo sta porta, no la cognosso ben gnancora. Oh siestu benedetta la casa dove che gierai almanco, co andava a véder chi è, me consolava l’occhio un tantin. (parte, poi torna)

Sgualdo: Za, questi xe tutti i pensieri, che gh’ha le serve. Per tutto dove che vago, sento che i se lamenta; se le xe vecchie, no le xe bone da gnente; se le xe zovene, le fa l’amor. E no occorre, che i diga: tolemola de mezza età; le fa da zovene fina mai che le pol; e poi le dà zoso, e le deventa vecchie tutto in t’una volta.

Lucietta: Oe, saveu, chi xe?

Sgualdo: Chi xe?

Lucietta: La novizza.

Sgualdo: Eh via! gh’ho ben caro de véderla.

Lucietta: In t’un boccon de aria, che gnente che rido.

Sgualdo: Xela sola?

Lucietta: Oh sola! figurève. La lo gh’ha el cavalier serpente [58].

Sgualdo: Cussì presto?

Lucietta: Oh no se perde tempo.

Sgualdo: Se no gh’è el paron, la riceverà la putta.

Lucietta: Figurève; ghe l’ho ditto, e la s’ha serà in camera.

Sgualdo: La riceverè vu donca.

Lucietta: Mi no, vedè. Se no so come che sbazzega [59], mi no ghe n’intrigo.

Sgualdo: No gh’avè più parlà?

Lucietta: Mi no.

Sgualdo: La xe novizza del vostro paron, e no gh’avè mai parlà?

Lucietta: Xe quindese zorni, che el l’ha sposada. Fin adesso el xe stà in casa della muggier. La xe vegnua una volta in casa de là, ma mi no m’ho lassà véder.

Sgualdo: Zitto. Vela qua, che la vien.

Lucietta: Ghe anderò un pochetto incontra, cussì per cerimonia. (s’avvia verso la porta)

Sgualdo: Via, putti, destrighève.

SCENA X

Cecilia, il Conte, e detti

Lucietta: Serva, lustrissima.

Cecilia: Bondì, fia, chi seu?

Lucietta: La cameriera de casa, per servirla.

Cecilia: V’alo tolto per mi sior Anzoletto?

Lucietta: Lustrissima no; xe un pezzo, che son in casa.

Cecilia: Ghe tegnivelo la cameriera a so sorela?

Lucietta: Lustrissima sì.

Cecilia: Quante done seu in casa?

Lucietta: No ghe ne xe altre che mi, per adesso.

Cecilia: E disè, che sè cameriera?

Lucietta: Cossa vorla che, diga? La serva? La vede ben, lustrissima, me tegno un pochetto in reputazion; fazzo onor a la casa.

Cecilia: E ben bene; me menerò con mi la mia cameriera. Che camera xela questa?

Lucietta: Questa i l’aveva destinada per camera d’udienza, ma po i ha pensà de portar qua el letto, e far camera d’udienza in quella de là.

Cecilia: Chi è stà quell’ignorante, che ha fatto sta bella cossa? Xelo stà el tapezzier?

Sgualdo: Mi no certo, lustrissima.

Cecilia: La camera più granda ha da esser la camera della conversazion. Cossa dìsela, sior Conte?

Conte: Dice benissimo la signora Cecilia. Questa deve essere la camera della conversazione.

Lucietta: (Eh, za, se gh’intende. Sti siori i va a seconda co fa i scovoli [60] per canal.)

Cecilia: Per cossa mo a sior Anzoletto ghe xe vegnù in testa de far sta muanza spropositada?

Lucietta: Per no dormir in t’una camera dalla banda de tramontana.

Cecilia: Cossa m’importa a mi de la tramontana? Chi ghe l’ha dà sto bel suggerimento? Quell’alocco del tapezzier?

Sgualdo: Cara lustrissima, mi no gh’ho dà sto suggerimento, e mi no son un alocco. (con calore)

Cecilia: Oe, sior, coss’è sto alzar la ose? [61]

Conte: Eh parlate con più rispetto. (a Sgualdo)

Lucietta: (Stemo freschi. La patrona altiera, el cavalier spaccamonti.)

Cecilia: Tornè a metter le cosse come che le giera. Questa ha da esser la camera de la conversazion. (a Sgualdo)

Conte: Questa ha da esser la camera de la conversazione.

Sgualdo: La sarà servida. (El stà fresco sior Anzoletto.) (parte)

Cecilia: Deme una carega. (a Lucietta)

Lucietta: La servo, lustrissima. (prende una sedia e la porta a Cecilia)

Cecilia: E sto cavalier alo da star in pìe? Cara fia, se volè che i ve diga, che sè cameriera, ste cosse no ve le avè da far dir. Véderè, véderè, la mia.

Lucietta: Credela, che no sappia?

Cecilia: Via, via, basta cusì, no se responde.

Lucietta: (Ih, ih! Lontan diese soldi de azze. [62]) (porta la sedia e s’ingrugna)

Cecilia: La se senta, sior Conte. Cossa dìsela? Che careghe dure!

Conte: Durissime, non si può sedere.

Cecilia: Eh, mi me farà far de le poltroncine. (a Lucietta) Coss’è siora, anca vu ve n’avè per mal? Oh che zente delicata! Me par, che meggio de cusì no ve possa parlar. Ve insegno. No farè gnente. Se vede che fin adesso in sta casa no ghe xe stà civiltà. (al Conte) Cossa dìsela, sior Conte? Parlio ben?

Conte: Benissimo, non può dir meglio.

Cecilia: Mi almanco son cussì, de tutto quello che digo e de quel che fazzo, ho gusto, che la gente me diga se fazzo ben o se fazzo mal.

Lucietta: (E la xe segura, che el cavalier ghe dise la verità.) (con ironia)

Cecilia: Disè, fia, cossa gh’aveu nome?

Lucietta: Lucietta, per obbedirla.

Cecilia: Cossa fa siora cugnada?

Lucietta: La stà ben, lustrissima.

Cecilia: Saludèla, savè.

Lucietta: Lustrissima sì, la sarà servida.

Cecilia: Xela gnancora stada a véder la casa nova?

Lucietta: No vorla?

Cecilia: Quando xela stada?

Lucietta: Stamattina.

Cecilia: Xela tornada a la casa vecchia?

Lucietta: Lustrissima no.

Cecilia: Ma dove xela?

Lucietta: De là in te la so camera.

Cecilia: (a Lucietta) Come la xe qua, e no la se degna de saludarme? E vu no me disè gnente?

Lucietta: Cossa vorla che ghe diga?

Cecilia: Védela, sior Conte, che bel trattamento che me fa mia cugnada?

Conte: Veramente si porta male.

Cecilia: Sentìu? Chi sa el trattar, dise, che la se porta mal. (a Lucietta)

Lucietta: (Sì, sì, el ghe soffia sotto pulito. [63])

Cecilia: Andè là, andeghe a dir che se la comanda, anderò mi a reverirla in te la so camera. (a Lucietta)

Lucietta: Lustrissima sì, la servo. (In sta casa da qua avanti gh’ha da esser el più bel divertimento del mondo; ma mi ho speranza, che no me ne tocca. Se posso aver el mio salario, aìda, aìda [64], me la batto. [65]) (parte)

SCENA XI

Cecilia ed il Conte

Cecilia: In fatti, el m’ha burlà sior Anzoletto. Se saveva che gh’aveva da esser in casa sta so sorela, da quela che son, che non lo toleva [66].

Conte: Non sapevate che aveva una sorella?

Cecilia: Lo saveva; ma el m’ha dà da intender che l’andava a star con so barba.

Conte: Può essere, ch’ella ci vada.

Cecilia: Ho paura de no, perchè so, che con so barba i xe desgustai.

Conte: Fa male il signor Angioletto a non essere amico di suo zio, che è un uomo ricco; e lo conosco, so ch’è un uomo di garbo.

Cecilia: Un omo de garbo ghe disè? Un omo de garbo? El xe un tangaro [67], un vilanazzo senza creanza. So, che l’ha parlà de mi con poco respetto. L’ha abù da dir, che so nevodo ha fatto mal a sposarme, e l’ha fatto de tuto perchè nol me toga. Sto aseno d’oro el xe pien de bezzi, e nol se contenta. El se lamenta, che a so nevodo gh’ho dà poca dota. Che meriti gh’alo per pretender una gran dota? No s’arecorda co l’andava co la falda davanti? Finalmente son una persona civil, e in casa mia, se vive d’intrada, e son stada arlevada come una zentildonna e nol xe degno d’aver per nezza una dona de la mia sorte; e me maraveggio, che vu disè che el xe un omo de garbo.

Conte: Signora mia, io non sapeva tutte queste ragioni. Ritratto la mia parola, e dico, ch’è uno zotico, intrattabile e intrattabilissimo.

Cecilia: Un tangaro, un contadin.

Conte: E tutto quel peggio, che dir si possa.

Cecilia: Ve par che una dona de la mia sorte abbia da esser desprezzada cussì?

Conte: Per bacco! Voi meritate di essere una regina. Ah volesse il cielo che vi avessi conosciuta prima che foste impegnata col signor Angioletto.

Cecilia: Ma! el mio destin ha volesto cussì.

Conte: Vi potete voi dolere del signor Angioletto?

Cecilia: No, de mio mario no me posso doler. Se disesse diversamente, sarave una dona ingrata. Gh’ho volesto ben, e ghe voggio ben, e sempre ghe ne vorò; ma de so barba no ghe ne voi sentir a parlar.

Conte: Ma suo zio gli potrebbe fare dei benefizi.

Cecilia: Che el se li petta. [68] Nu no gh’avemo bisogno de elo. Mio mario gh’ha el modo de mantegnirme. Me basta che el me destriga de casa [69] sta so sorela, e po son contenta.

Conte: (Ed io so che il povero galantuomo sta male assai di quattrini.)

SCENA XII

Lucietta, e detti

Lucietta: Lustrissima, m’ha ditto la putta, che ghe fazza tanta reverenza che adessadesso la sarà qua ela a far el so debiti che no la staga a incomodarse a andar de là, perchè la so camera no la xe camera da recever.

Cecilia: Cussì la v’ha ditto?

Lucietta: Cussì la m’ha ditto, e cussì ghe digo.

Cecilia: Sè ben brava de portar le imbassiate. Intèndela, sior Conte, sto discorso?

Conte: Per dirvi la verità, non capisco niente.

Cecilia: La vol dir sta signora, che la so camera no xe bela come la mia, e che no la se degna de recever in t’una camera, che no xe da par suo. Ala capio, sior Conte?

Conte: Ho capito benissimo.

Cecilia: Ghe dìsela superbia a questa?

Conte: Certo non si può negare, che non vi sia della pretensione.

Lucietta: (O voggio dirghelo al patron che el se varda de sto sior Conte. El xe un adulator spaccato. [70])

Cecilia: Coss’è sto strepito qua dessora?

Lucietta: No so lustrissima. La sa, ghe xe un’altra fittanza [71].

Cecilia: Mi no vôi sentir strepito. No voggio, che i me fazza balar la camera sora la testa. Chi èle ste carogne, che stà de sora de nu?

Lucietta: Oh lustrissima, cossa dìsela? Ghe sta delle persone civil, sàla, ghe sta delle lustrissime; anzi stamattina lustrissima siora Checca m’ha domandà, quando vien la novizza. No so, digo; pol esser che la vegna ancuo; co la vien, la dise, aviseme, che voggio vegnir a far el mio debito.

Cecilia: Xela stada da mia cugnada?

Lucietta: Lustrissima no. Eh la xe una, che sa el trattar. Caspita! la vedrà. Eh no la sarave vegnua da la putta, avanti de vegnir da la maridada.

Cecilia: Co la vedè, disèghe, che se la vol favorir la xe patrona. Dìghio ben, sior Conte?

Conte: Benissimo.

Lucietta: No la vol, che diga... che se no la se vol incomodar...

Cecilia: Disèghe quel che v’ho dito. No gh’ho bisogno de dottorezzi. Cossa dìsela, sior Conte, de ste massère, che vol intrar dove no ghe tocca?

Lucietta: Massère?

Cecilia: Ho falà, ste cameriere.

Conte: Proviene ciò, perchè sono male educate.

Lucietta: Vegniremo a scuola da elo. (al Conte con dispetto)

Cecilia: Senti sa, te cazzerò via in sto momento. (s’alza)

Lucietta: E mi gh’anderò, lustrissima.

SCENA XIII

Meneghina, e detti

Meneghina: Dove andereu, Lucietta?

Lucietta: La me vol mandar via, e mi digo, che ghe anderò.

Meneghina: Cusì presto, siora cugnada, la vien a far dei sussuri in casa?

Cecilia: Xelo questo el complimento, che me vien a far siora Meneghina?

Conte: (Cospetto! è una bella ragazza!)

Meneghina: Cossa gh’ala fatto sta putta?

Cecilia: L’ha perso el respetto a sto cavalier.

Conte: Per me, signora, non vi mettete in pena. Non abbado a queste picciole cose. Per amor del cielo, non vorrei, che per causa mia v’inquietaste. (a Cecilia) Sono servitor vostro. (a Meneghina) Sono umilissimo servitore della signorina. Lucietta è una buona ragazza. (Io vorrei esser amico di tutte.)

Meneghina: M’imagino, che ela gh’averà la so cameriera, o che mio fradelo ghe la provederà. Questa xe più de un ano che la xe con mi, e la me comoda assae; e se la se contenta, no vorave privarmene per adesso.

Cecilia: La se tegna pur quella cara zoggia. Basta, che no la me vegna in ti pìe.

Lucietta: No la se indubita, che no ghe vegnirò...

Meneghina: Animo, andè de là.

Lucietta: (Chi diavolo xe vegnù in casa? Un basilisco?) (parte)

SCENA XIV

Cecilia, Meneghina, ed il Conte.

Meneghina: La compatissa, se no son vegnua prima a far el mio debito, perchè giera despoggià.

Cecilia: Oh, per mi no ghe giera bisogno che la se mettesse in bellezze.

Conte: È bella in tutte le maniere la signora Meneghina.

Cecilia: Bravo, sior Conte! (con ironia)

Conte: Veramente non si potevano accoppiare due cognate di maggior merito e di maggior gentilezza.

Meneghina: (Tra le altre so virtù la gh’ha anca quela dell’invidia.)

Cecilia: Vorla comodarse, siora cugnada?

Meneghina: In verità no son stracca.

Cecilia: E po la xe in casa soa.

Meneghina: O no, la veda, casa mia xe la mia camera.

Cecilia: Oh la xe patrona de tutta la casa.

Meneghina: Oh grazie.

Conte: Bellissima gara di compitezze, d’amorevolezze, di affetti!

Meneghina: E come che i vien dal cuor!

Cecilia: Dove xelo sior Anzoletto?

Meneghina: Mi no so, la veda. Mi no so mai quando che el vaga, quando che el staga. A mi nol me dise mai gnente.

Cecilia: Dasseno? Nol ghe li conta a ela i fatti sói?

Meneghina: Oh mai. Non ho gnanca mai savesto, che el s’aveva da maridar, se no tre zorni avanti che el se sposasse.

Cecilia: Ala avù da caro co l’ha savesto?

Meneghina: No vorla?

Conte: È sempre bene avere in casa della compagnia.

Meneghina: Eh, per mi za stago in te la mia camera, no dago incomodo a nissun. Dopo che xe morta mia madre sono avezzada cusì.

Conte: Ecco qui, la signora Cecilia le sarà in luogo di madre.

Cecilia: Mi in luogo di madre? Ghe pare a elo, che una novizza de quindese zorni abbia da far da madre?

Conte: Dico così per modo di dire, riguardo al grado di maritata.

Meneghina: Cossa credela, che el voggia dir?

Cecilia: La diga, cara ela, chi la conza cussì pulito?

Meneghina: La mia serva.

Cecilia: Lucietta?

Meneghina: Lucietta.

Cecilia: No credeva, che la savesse far tanto. Gh’ho gusto dasseno, la me conzerà anca mi.

Meneghina: Oh ela la gh’averà de meggio.

Cecilia: No, no, per dir la verità, la fa meggio de la mia. La me conzerà ela.

Meneghina: Cara siora cugnada, la me compatissa. Lucietta xe una povera putta, ma no la xe mai stada avezza a esser strapazzada. La me fazza sta finezza. La fazza conto che in sta casa no la ghe sia.

Cecilia: Come! A mi la dise cussì? Questo el xe un affronto, che la me fa. La xe in casa, mio mario la paga e me ne vôi servir anca mi.

Conte: Signore mie, non si riscaldino per una serva. Troveremo il modo di convenire.

Cecilia: Per un tocco de massèra no la varderà a desgustar so cugnada?

Meneghina: Vorla che la manda via? La manderò via.

Cecilia: Questo xe un pontiglio, e con mi no la doverave usar sti pontigli.

Conte: No, per amor del cielo. Accomodiamola.

Meneghina: No credo, che la sia vegnua in sta casa con intenzion de metterme sotto i pìe.

Cecilia: Me maraveggio che la diga ste stramberie [72].

Conte: (Povero me!) Signore mie...

Meneghina: No me xe mai stà ditto tanto gnanca da mia madre.

Conte: Compatitela. (a Meneghina)

Cecilia: Coss’è sto compatitela? Mi no gh’ho bisogno, che nissun me compatissa.

SCENA XV

Anzoletto, Meneghina, Cecilia, e il Conte

Anzoletto: (Oh poveretto mi!)

Meneghina: Vegnì qua mo, sior fradelo.

Cecilia: Sentì mo, sior mario.

Anzoletto: Sior Conte, cara ela, una parola.

Conte: Sono a servirvi. (s’accosta)

Meneghina: Vorave, che me disessi...

Anzoletto: Tasè adesso; lassème star.

Cecilia: Respondème a mi.

Anzoletto: Cara muggier, abbiè pazienza. Adessadesso sarò con vu.

Conte: Che cosa c’è, che vi vedo così agitato? È forse per qualche parola, che abbiate sentito fra le due cognate? (piano ad Anzoletto)

Anzoletto: (Oh altro che parole; ghe xe dei fatti, e fatti per mi dolorosi. Caro sior Conte, ghe lo confido con segretezza, che no lo sappia né mia sorela, né mia muggier, e, se la pol, la me assista, la me soccorra.)

Conte: (Dite pure: della segretezza siete sicuro. Del resto, vi servirò dove posso.)

Anzoletto: (La sappia, che son andà a la casa de là, per far portar via la roba, per tor el resto de la massarìa; e el paron de la casa, per un anno de fitto che ghe son debitor, el me l’ha fatta bolar [73], e son desperà.)

Conte: (Male.)

Anzoletto: (El so anca mi, el xe mal. Bisogna remediarghe. Bisogna, che la me fazza ela la grazia de farme sigurtà.)

Conte: (Penseremo, vedremo...)

Anzoletto: (No gh’è tempo da perder. Tra le altre cosse ghe xe tutta la biancheria da tola; e ancuo ho da dar da disnar, e no so come far.)

Conte: (Basta. Vedremo, penseremo.) Signore mie, vi sono umilissimo servitore.

Cecilia: Vala via, sior Conte?

Conte: Vado per un interesse.

Cecilia: La vegnirà a disnar con mi?

Conte: Può essere.

Anzoletto: (Sior Conte, me lo fala sto servizio?)

Conte: (Penseremo, vedremo.) Servitore umilissimo. (parte)

Anzoletto: (Alle curte, nol vol far gnente. Bisognerà che m’inzegna da qualche altra banda.) (in atto di partire)

Meneghina: Dove andeu?

Anzoletto: Dove che voggio.

Cecilia: Sior Anzoletto...

Anzoletto: Cara vecchia, compatime... Se vedremo adessadesso, se vedremo. (parte)

Cecilia: Védela, patrona? Per causa soa mio mario scomenza a farme de le malegrazie.

Meneghina: La malagrazia el me l’ha fatta a mi, e no a ela. L’averà sentìo qualcossa, e sior Conte l’averà informà in favor de la sposa.

Cecilia: Oh anzi sior Conte se vede che el gh’ha tutte le parzialità per la putta.

Meneghina: Mi no ghe penso gnente de nissun.

Cecilia: E a mi no m’importa d’altri, che de mio mario.

SCENA XVI

Lucietta, e dette

Lucietta: Quelle lustrissime qua desuso ghe vorave far visita.

Meneghina: A chi?

Lucietta: A tutte do.

Cecilia: O da ela, o da mi. (parte)

Meneghina: Nè da mi, né da ela. (parte)

Lucietta: Che le resta servide, che le riceverà mi. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera nella casa della signora Checca.

Checca e Rosina

Checca: Cossa diseu della malagrazia, che le n’ha fatto? Se pol far pezo? Le ne fa dir che andemo; e po, co ghe semo alla porta, la serva ne dise, che no le pol, che no le sa... mi no l’ho gnanca capia.

Rosina: Bisogna certo, che sia nata qualcossa, perchè la serva con tanta allegria la n’ha dito, che andemo, e po co semo stae per andar l’ha dito, l’ha mutegà [74], e pareva che no la savesse gnanca parlar.

Checca: O che le xe orsi, o che le xe superbe.

Rosina: Rusteghe no me par che le ghe sia, perchè se vede che le pratica.

Checca: Se le pratica? E come! Vardè: la novizza xe quindese zorni, che la xe maridada, e oramai la gh’ha el cavalier che la serve.

Rosina: E la putta? No ala fatto l’amor tutto el tempo de vita soa?

Checca: Per quel che dise nostro zerman [75] Lorenzin, fora de casa la va col zendà fina alla centura [76] ma in casa e su i balconi no la se schiva da nissun [77].

Rosina: No n'alo contà, che i fava l’amor insieme tutto el zorno e tutta la notte?

Checca: Vardè, che putte! Senti, savè, sorela, no tolè esempio da ste frascone [78]. Mi posso dir che mio mario xe sta el primo zovene, che m’ha parlà. Savè, che n’ha arlevà nostra madre e adesso che sè con mi...

Rosina: Cara sorela, no gh’è bisogno, che me fè sti sermoni. Savè, che putta che son.

Checca: Per cossa credemio, che ste patrone da basso no le n’abbia volesto recever?

Rosina: Ve lo dirò: pol esser, come che ancuo solamente le xe vegnude in casa nova, che la casa no sia destrigada, che no sia gnancora fornìa, e che per questo no le voggia nissun per i pìe.

Checca: Saveu, che no disè mal? Bisogna che le sia superbe la so bona parte. Veramente confesso la verità avemo avù troppa pressa [79] d’andar; se podeva aspettar doman; ma gh’ho tanta curiosità de véder sta novizza darente [80], che no m’ho podesto tegnir.

Rosina: Mi l’ho vista co la xe vegnua. No me par che ghe sia sti miracoli. [81]

Checca: I dise, che la gh’ha un gran spirito.

Rosina: Ho visto certo dell’aria tanta.

Checca: Come faralo sior Anzoletto a mantegnirla in quell’aria?

Rosina: Co la dota, che la gh’ha portà, no certo.

Checca: Aveu sentìo Lorenzin? No la gh’ha dà squasi gnente: e quel pandòlo [82] de so mario el spende a rotta de colo.

Rosina: Vardè cossa che i averà speso in sta casa! Xe do mesi che i ghe xe drio.

Checca: E sì, savè, la prima peata [83], che xe vegnua a la riva, no ghe giera altro che de le strazze [84].

Rosina: Peata, ghe disè! No parevelo un battelo da fassi [85]?

Checca: Sì, sì, xe vero, el giera un bateloto. Aveu visto quel specchio co la soaza negra [86]?

Rosina: Anticaggie.

Checca: E quei caregoni de bulgaro [87]?

Rosina: I mobili de so bisnono.

Checca: I butterà via un mondo de bezzi in pittori, in favri, in marangoni, e po no i gh’avarà una camera de bon gusto.

Rosina: Possibile, che no l’abbiémo da véder?

Checca: De dia! la vôi véder, se credesse d’andarghe una festa, co no le ghe xe.

Rosina: E Lorenzin, poverazzo, che s’ha raccomandà che parlemo a la putta?

Checca: Povero putto, l’ha preso el bagoletto de véderla tutto el dì sul balcon.

Rosina: Ghe parlereu a siora Meneghina?

Checca: Per contentarlo ghe parlerò; ma nol xe negozio per elo.

Rosina: Per cossa?

Checca: Perchè i dise che so fradelo no ghe pol dar gnente de dota.

Rosina: E sì el ghe vol ben assae Lorenzin.

Checca: Lassè pur, che el ghe voggia ben. Anca lu xe un povero gioppo [88]. L’amor no fa boggier la pignata [89], sorela cara.

Rosina: I batte.

Checca: Anca sì, che nissun risponde.

Rosina: Anderò a véder mi.

Checca: No ve fè véder su i balconi.

Rosina: Uh semo tanto alti chi voleu, che me veda? (parte)

SCENA II

Checca, poi Rosina

Checca: No vedo l’ora che vegna a Venezia mio mario. Vôi certo che el fazza de tutto per maridar sta putta. Poverazza, la xe proprio un paston.

Rosina: Saveu chi xe?

Checca: Chi xe?

Rosina: La serva de ste signore da basso.

Checca: Gh’aveu tirà?

Rosina: Siora sì.

Checca: Gh’ho ben a caro, che la vegna. Sentiremo qualcossa.

Rosina: Oh, la serva ne dirà tutto.

Checca: Lasseme parlar a mi. La caverò ben fora [90] pulito mi.

Rosina: Vela qua, vela qua.

Checca: Vegnì avanti, fia.

SCENA III

Lucietta, e dette

Lucietta: Strissime.

Checca: Bella putta! coss’è, fia? Ve manda le vostre patrone?

Lucietta: Me manda la putta, lustrissima.

Rosina: Siora Meneghina?

Lucietta: Lustrissima sì. No so, se la sappia che mi no servo la novizza, servo la putta. Xe un pezzo, che stago con ela, e gh’ho ciapà amor, e pol esser che ghe staga; ma se avesse da servir quell’altra, ghe zuro da povera fiola, no ghe starave un’ora.

Checca: Contème. Cossa xela sta novizza?

Lucietta: No so cossa dir. Mi, lustrissima, no son de quelle che parla. Co no posso dir ben, no digo gnanca mal; e po malistente [91] l’ho vista; ma da quel poco che ho visto, che ho sentìo, no credo, che sotto la capa del cielo se possa trovar de pezo.

Rosina: (Se po la fusse de quelle che dise!)

Checca: Cossa xela? Superba, rustega; cossa xela?

Lucietta: Co la servitù, co so cugnada la xe rustega. Ma no la xe miga rustega con tutti ... Bisogna che le sappia che un certo sior Conte ...

Checca: Via, via, no dixe altro. (le fa cenno che taccia per sua sorella)

Lucietta: Ho capio.

Checca: Disème, cara vu; per cossa n’ale fatto quel bel complimento?

Lucietta: La paroncina no ghe n’ha colpa, xe stada causa quell’altra.

Rosina: No la ne vol la novizza?

Lucietta: Ghe dirà... cosse in verità da crepar da rider. Co la credeva, che la visita fosse soa, l’ha ditto de sì; co l’ha sentìo, che la giera de tutte do, la xe andada in collera, e no l’ha volesto.

Rosina: Oh co bela!

Checca: Oh che scamoffe! [92]

Lucietta: E la padroncina anca ela s’ha pontiglià.

Checca: Oh care!

Rosina: Oh vita mia, co te godo!

Lucietta: M’ha mandà mo, védele, la paroncina a farghe tanto reverenza, a domandarghe compatimento, e a dirghe, se la se contenta, che la vegnirà ela a far el so debito.

Checca: Oh non occorre che la s’incomoda...

Rosina: (Sì, sì, lassè che la vegna.) (piano a Checca)

Lucietta: In verità, lustrissima, gh’ha tanto despiasso...

Checca: Basta, se la lo fa per cerimonia, disèghe che no gh’è sto bisogno, che nu no vardemo ste cosse. Se po la vol vegnir per favorirne, disèghe che la xe patrona, co la comanda.

Lucietta: Grazie, lustrissima. In verità le vederà una putta che, no fazzo per dir, ma la gh’ha del merito.

Checca: Se vede, che anca vu sè una zovene de bon cuor, che volè ben a la vostra patrona.

Lucietta: Oh mi sì, la veda, ghe voggio ben come se la fusse una mia sorela.

Rosina: Xe anca assae trovar una serva, che diga ben de la so patrona. Tutte, o poco o assae, le gh’ha sempre qualcossa da tarizar [93].

Lucietta: Oh mi no gh’è pericolo. Da la mia bocca no la sentirà mai altro.

Checca: Brava dasseno.

Rosina: Quanti anni gh’ala la vostra patrona?

Lucietta: Oh la xe zovene, lustrissima; no credo, che la ghe n’abbia disisette.

Rosina: Che voggiè [94] mo anca calarghe i ani, xe un poco troppo.

Lucietta: Crédela, che la ghe n’abbia de più?

Checca: No se vede, che la ghe n’ha più che vinti?

Lucietta: Mi no so, mi stago a quel che la dise ela; se la se  ne sconde, mi no so cossa dir.

Rosina: Fala l’amor?

Lucietta: Un pochetto.

Checca: Lo cognosseu mio zerman?

Lucietta: Chi xelo, lustrissima?

Checca: Sior Lorenzin Bigoletti.

Lucietta: Caspita se lo cognosso.

Rosina: No voleu che l’al cognossa?

Lucietta: Oh bon!

Checca: Gh’averà despiasso a vegnir via de quela casa?

Lucietta: Me par de sì, che gh’ha despiasso.

Checca: Ghe parlavela spesso?

Lucietta: De diana, tutta la notte.

Rosina: La giera po anca una vergogna.

Lucietta: N’è vero, lustrissima? In verità che gnanca mi sti stomeghezzi [95] no i podeva soffrir.

Checca: Adesso mo come sarala?

Lucietta: El xe so zerman lustrissimo sior Lorenzin?

Checca: Siguro. El xe fio de una nostra amia.

Lucietta: Cara lustrissima benedeta, no ghe sarìa altri che ela, che podesse consolar sta povera putta.

Checca: Me maraveggio gnanca, che abbiè ardir de dirme sto tanto. Ve par a vu, che una donna de la mia sorte s’abbia da intrigar in sta sorta de pettegolezzi? Che fondamento gh’ala de maridarse?

Lucietta: La dise ben, lustrissima, in verità dasseno la dise ben. Fondamento no credo che ghe ne sia. Dota, poverazza, no la ghe n’ha. La xe zovene, ma no po tanto quanto che i dise. Nobiltà, no ghe ne xe da trar via; so pare giera salumier [96], so barba vendeva el butiro. I ghe dà dei lustrissimi, perchè i vive d’intrada, ma dise el proverbio: vita d’intrada, vita stentada. Strissime, le compatissa, se le ho stordìe colle mie chiacole. Ghe dirò alla parona, che la vegna a trovarle. Serva, lustrissime. (parte)

SCENA IV

Checca e Rosina

Checca: Cossa diseu? che boccon de pettegola?

Rosina: E stimo, che la ghe vol ben a la so parona.

Checca: Ben da massère.

Rosina: Per cossa gh’aveu dito, che no volè impazzarvene per nostro zerman?

Checca: Siora sì; ghe dirò de volerlo far: acciò che custìa lo vaga spantegando [97] per la contrada.

Rosina: Siben, siben gh’avè rason.

Checca: Oh mi, fia mia, son una, che le pensa tutte.

SCENA V

Lorenzino, e dette

Lorenzino: O de casa? (di dentro)

Rosina: Oh velo qua, per diana.

Checca: Vegnì, vegnì. Semo qua, Lorenzin.

Lorenzino: Siore zermane, lustrissime [98].

Rosina: Oh lustrissimo [99].

Checca: Feu cerimonie, fio? [100]

Lorenzino: Fazzo el mio debito.

Rosina: Aveu dormìo ben sta notte?

Lorenzino: Poco.

Rosina: Dormirè meggio doman, che no gh’averè disturbo.

Lorenzino: Eh sia maledetta sta casa.

Checca: Per cossa malediu sta casa?

Lorenzino: Maledisso quella de sotto.

Rosina: E sì mo ghe xe le vostre viscere [101].

Lorenzino: Dove diavolo gh’ala i balconi? Xe tre ore che ziro co fa un matto; son debotto inrocchìo dal tosser e dal spuar, e no gh’è sta caso che la possa véder.

Checca: So anca mi, che no la véderè. La so camera la xe sora una corte, che no passa nissun.

Lorenzino: E no le vol che maledissa sta casa, e che diga roba de quel strambo de so fradelo, che ha cressù sessanta ducati de fitto per cazzar in t’un gattolo so sorela? Ma za, che fin faralo in sta casa? Con cossa lo pagheralo el fitto? Co la dota de la muggier?

Checca: Credeu, che el sia in sto stato el sior Anzoletto?

Lorenzino: Mi no so niente. So, che xe do mesi che l’ha tolto sta casa, e no l’ha gnancora pagà el fitto dei primi siè mesi.

Rosina: E vu se cusì bon de impazzarve con so sorela?

Lorenzino: La me dise, che la gh’ha un barba, che ghe darà la dota.

Checca: Lo so anca mi, che la gh’ha sto barba, e che el xe ricco; ma i dise, che el sia in collera con so nevodo.

Lorenzino: Nol sarà miga in collera colla nezza.

Checca: Caro zerman, avanti de intrigarve, pensèghe ben. Gnanca vu no gh’havè gnente da buttar via.

Lorenzino: Se trovasse do o tre mille ducati de dota, me comprerave una carica, e con quel pochetto che gh’ho la poderave sticcar.

Rosina: Basta, che no mette la novizza in quell’aria, che l’ha messa sior Anzoletto.

Lorenzino: Come xela?

Rosina: Se vedessi!

Checca: Un cerchio [102], fio caro, che chiappa da qua a colà.

Rosina: Un abito superbonazzo.

Checca: El m’ha parso de drappo d’oro. (a Rosina)

Rosina: Siora sì, oro e sguazzo, e che péroli!

Checca: La testa, po, no ve digo gnente, conzada all’ultimo biondo [103].

Rosina: Oe coi diamanti.

Checca: Da Muran, saveu [104].

Rosina: Mi no so gnente. Vedo, che i luse [105].

Checca: O per luser, lusa anca i occhi del gatto.

Lorenzino: E la putta, l’ale vista?

Checca: Oh l’avemo vista.

Lorenzino: Cossa ghe par?

Checca: Eh, cussì e cussì.

Rosina: No ghe xe ste belezze.

Checca: La xe granda.

Rosina: Ma no la xe gnente ben fatta.

Checca: Qua, qua; no la xe troppo ben fatta.

Lorenzino: Oh no le l’ha vista ben donca.

Rosina: No semo miga orbe.

Lorenzino: Dove l’ale vista?

Rosina: Al balcon.

Lorenzino: Se védela pulito al balcon?

Checca: El nostro tinelo el varda giusto sora la corte in fazza a i balconi de la so camera.

Lorenzino: Cara siora zermana, la me lassa andar in tinelo.

Checca: Oh no principiemo a far scene.

Lorenzino: Come, siora Checca! la m’ha pur promesso de parlarghe a siora Meneghina, la s’ha pur impegnà de interessarse per mi; e adesso la gh’ha difficoltà de lassarme andar al balcon?

Checca: Mo vedèu, caro fio, compatime; intendè le cosse a strapè [106], altro xe che mi ghe parla, e altro xe che ve andè a far véder su i mi balconi a far el licardin [107].

Lorenzino: No me lasserò véder da nissun. Ghe prometto che non me lasserò véder da nissun.

Checca: Se andè sul balcon, bisogna che i ve veda per forza.

Lorenzino: Starà dentro, no i me vederà.

Checca: Ve vederà queli, che sta in fazza.

Lorenzino: Sererò i scuri in sfesa.

Rosina: Via, cara sorela, poverazzo, lassè che el vaga.

Lorenzino: Cara ela, un pochettin.

Checca: Oh putto caro, ti ghe xe ben dentro fina in ti occhi. Andè là, andè là, ma abbiè giudizio, no ve fè smattar [108].

Lorenzino: Benedetta siora zermana. (parte salutando)

SCENA VI

Checca e Rosina, poi il Servitore

Rosina: Disè, siora Checca; me lasseu andar anca mi un pochettin?

Checca: A cossa far?

Rosina: A spionar.

Checca: Certo; una bella cossa! pareressi bona veramente!

Rosina: Via, se no volè che vaga, lasserò star. Gh’aveva voggia de sentir, se siora Meneghina parla pulito.

Checca: No la sentireu co la vegnirà da nu?

Rosina: Oh, vattela a cerca co la vegnirà [109].

Checca: Vardè mo, che ghe xe zente in portego.

Rosina: Me par anca mi de sentir. (si accosta alla porta) Oe saveu chi credo che sia? Per diana de dia, che credo, che sia siora Meneghina.

Checca: Eh via.

Rosina: Ho visto zente su la scala, che parla col servitor, no ho volesto farme védere per no parer...

Checca: Avè fatto ben.

Rosina: Velo qua Toni. Sentiremo.

Servitore: Lustrissima, sta signora che xe vegnua a star da novo qua de sotto, la vorave reverir.

Checca: Xela la putta, o la maridada?

Servitore: Mi no so, lustrissima, mi no le cognosso.

Rosina: Gh’ala i cerchi? [110]

Servitore: Lustrissima no.

Rosina: La sarà la putta.

Checca: Disèghe che la resta servida.

Servitore: Lustrissima sì.

Rosina: Lorenzin la poderà ben aspettar al balcon.

Checca: Zitto, no ghe disémo gnente. El tinelo xe lontan, no la sentirà. Fèmoghe una burla, no ghe disémo gnente.

Rosina: E se el vien qua?

Checca: Che el vegna. (parte)

SCENA VII

Meneghina, e dette, poi il Servitore

Meneghina: Strissime [111].

Checca: Strissima.

Rosina: Strissima.

Meneghina: La compatissa de la libertà che m’ho tolto.

Checca: Anzi la ne fa una finezza.

Rosina: Gh’avevimo tanta voggia de la so amicizia.

Meneghina: Semo tanto taccae, che, se la permette, vegnirà qualche volta a darghe incomodo.

Checca: Oh cossa dìsela! la xe sempre patrona.

Rosina: Anca nu vegniremo da ela.

Meneghina: Oh care zentildonne, da mi, se le savesse!... Basta, col tempo ghe conterò.

Checca: Vorla comodarse?

Meneghina: Quel che la comanda.

Checca: Oe, tirè avanti de le careghe.

Servitore: (porta le sedie)

Rosina: Xela contenta de la casa nova?

Meneghina: Poco dasseno.

Checca: No la ghe piase?

Meneghina: La casa, se volemo, no xe cattiva. Ma ghe xe de le cosse, che me desgusta.

Rosina: Per esempio, la desgustarà i balconi de la so camera.

Meneghina: No vorla? Védela che vista che gh’ho? Una corte sporca, che fa stomego.

Checca: E pur, qualchevolta se poderìa dar, che quella vista no ghe dispiasesse.

Meneghina: Oh xe impossibile, cara ela.

Rosina: Come adesso, védela, se la ghe fusse, pol esser che la ghe piasesse.

Meneghina: La vorrà dir, perchè sul mezzo zorno ghe dà el sol; ma mi no l’ho gnancora visto.

Checca: Adesso, védela, el sol batte giusto in fazza de i so balconi.

Meneghina: Oh, el riflesso no lo posso soffrir.

Rosina: Qualche volta ghe xe dei riflessi che piase.

Meneghina: Oh cara ela, la gh’ha bon tempo ela.

Checca: In te l’altra casa, gh’avevela nissun riflesso, che ghe dasse in tel genio?

Meneghina: La me fa ridere, siben che no ghe n’ho voggia.

Rosina: La diga, siora Meneghina, gh’ala dito gnente Lucietta?

Meneghina: Su che proposito?

Rosina: D’un certo nostro zerman.

Meneghina: Gnente dasseno.

Checca: Lo cognossela nostro zerman?

Meneghina: Mi no, chi xelo?

Checca: Un certo Lorenzin.

Meneghina: Bigoletti?

Checca: Bigoletti.

Meneghina: Oh cossa che la me conta! So zerman el xe?

Rosina: El xe nostro zerman.

Meneghina: Sàle gnente?

Checca: Savemo tutto.

Meneghina: (sospira) Ma!

Rosina: Gran brutta casa questa qua de sotto!

Meneghina: Malignazza!

Checca: Gran brutti balconi!

Meneghina: La xe la corte dell’orco.

Rosina: Qua no se vede mai sol.

Checca: Oh de là el se vedeva anca a mezza notte.

Meneghina: La senta, adesso scomenzo a aver un poco de speranza de véderlo qualche volta anca qua.

Checca: Dasseno?

Meneghina: Chi mai m’avesse ditto, che aveva d’aver la fortuna de cognosser do signore cussì compite?

Rosina: Zermane de sior Lorenzin.

Meneghina: Mo in verità la xe una cossa granda.

Checca: Saràvela una bella cossa, che adesso el ne vegnisse a trovar?

Meneghina: Magari.

Rosina: Mi ho in testa, che el sia poco lontan.

Meneghina: Credémio?

Checca: El cuor no ghe dise gnente?

Meneghina: El cuor me dise, che se el vegnissel la véderia volentiera.

Rosina: E pur se la fusse a casa, adesso la lo véderìa.

Meneghina: Dove?

Rosina: Ai balconi della so camera.

Meneghina: Se in quella corte no ghe passa nissun. La xe inchiavada, e no gh’è altro che magazzeni.

Checca: Credo, che el voggia tor un magazzen a fitto.

Meneghina: La me burla, che la gh’ha rason.

Rosina: Lo véderavela volentiera?

Meneghina: De diana! me casca el cuor.

Checca: Siora Rosina, vardè de là, se ghe fusse nissun che l’andasse a chiamar.

Meneghina: Oh magari!

Rosina: Véderemo, se a caso mai i lo trovasse. (si alza per andare)

Servitore: Lustrissima, ha mandà quell’altra signora qua da basso, la novizza, a dir, che se le ghe permette, la vol vegnir anca ela a far el so debito.

Checca: Patrona, che la resta servida. (il servitore parte)

Meneghina: Sia malignazzo!

Rosina: Ghe despiase, che vegna so siora cugnada?

Meneghina: Se la savesse! el nostro sangue proprio nol se confà. Che scometto la testa, che la vien a posta per farme rabbia.

Checca: Mo per cossa?

Meneghina: Adesso no ghe posso dir tutto, ma ghe conterà. (a Rosina) Cara ela, no la se desmentega de mandar a véder de sto sior Lorenzin.

Rosina: Ma adesso vien so siora cugnada.

Meneghina: Se savessi come far a schivarla. La me fazza una finezza?

Checca: La comandi.

Meneghina: Fin che sta qua mia cugnada, la lassa, che vaga de là.

Checca: Dove vorìa andar?

Meneghina: In qualche altro logo.

Checca: Le camere le gh’avemo qua tutte in fila.

Meneghina: Anderò in tinelo.

Checca: Dasseno?

Rosina: Poveretta! in tinelo?

Meneghina: Staroggio mal in tinelo?

Rosina: Anzi la starave benissimo.

Meneghina: La me lassa andar donca.

Checca: No, no, la me compatissa. No vôi che femo scondagne; l’abbia pazienza per sta volta.

Meneghina: No la manda a véder de sior Lorenzin? (a Rosina)

Rosina: Manderò adessadesso.

Checca: Eh aspettè, che manderò mi. Oe, chi è de là?

Servitore: Strissima!

Checca: Vienla sta signora?

Servitore: La vien adesso.

Checca: Sentì. (piano al servitore) (Andè de là in tinelo, disèghe a sior Lorenzin, che el vaga via subito; se nol sa, che ghe sia siora Meneghina, no ghe disè gnente; e se el lo sa, disèghe, che el vaga via, che adessadesso vien so cugnada, e no vorave, che l’al cognossesse, e che nassesse qualche desordine. Aveu inteso? Fè pulito.)

Servitore: La lassa far a mi. (parte)

Meneghina: L’ela mandà a chiamar?

Checca:. Siora sì.

Meneghina: E se ghe xe mia cugnada?

Checca: Fin che ghe sarà so cugnada nol vegnirà.

Rosina: (Eh mia sorella gh’ha giudizio; la l’averà mandà via.)

Checca: Sàla gnente so siora cugnada de sto negozio de Lorenzin? (a Meneghina)

Meneghina: Mi no credo. Co mio fradelo no ghe l’ha ditto.

SCENA VIII

Lorenzino, e dette

Lorenzino: Grazie, siora zermana. (sdegnato)

Checca: Andè via de qua.

Lorenzino: Farme star a giazzar, e a tirar el collo, e suspirar fin adesso.

Checca: Andè via de qua, ve digo.

Rosina: Voleu che fassa dei precipizj?

Meneghina: Dove seu sta a tirar el collo?

Lorenzino: De là in tinelo, per véderve al balcon, e vu gieri qua.

Meneghina: Grazie, siora Checca, de la finezza, che la m’ha fatto.

Checca: Cara ela, ho preteso de farghe una burla.

Rosina: Se no vegniva so cugnada, la burla sarave andada pulito.

Lorenzino: Mi no vago via certo.

Checca: Andè via, ve digo.

Lorenzino: No posso.

Meneghina: Poverazzo, nol pol.

Rosina: Se el va zo de la scala, el la incontra.

Checca: Mi so stada una matta. Ma de sti casi no me ne succederà più. Andè de là dove che sè stà fin’adesso.

Lorenzino: Siora sì; cara ela, la prego, per carità, no la lassa andar via, se no ghe digo do parole. Cara Meneghina, se me volè ben, aspettème. (a Rosina) Cara zermanetta, me raccomando anca a vu, fia mia. (a Meneghina) Cara zoggia!

Meneghina: Poverazzo! (si asciuga gli occhi)

Checca: Andeu via, ve digo.

Lorenzino: Vago, vago. Siestu benedetta. (parte)

Meneghina: (Caro colù. Oh no vago via adesso. Mia cugnada vien sola, l’anderà via anca sola. Son proprio consolada.)

Rosina: Caspita, ve volè ben, patroni! ( a Meneghina)

Checca: Son tanto pentìa, se savessi... Vèla qua per diana.

Meneghina: Vèla qua la principessa.

Rosina: Principessa la ghe dise?

Meneghina: No la vede, che boccon de presopopea! [112]

Rosina: Oh che cara siora Meneghina!

SCENA IX

Cecilia, e dette, poi il Servitore

Cecilia: Serva umilissima.

Checca: Strissima.

Rosina: Strissima.

Cecilia: Bondì sustrissime. Serva, siora cugnada.

Meneghina: Strissima.

Checca: Che grazie, che favori xe questi?

Cecilia: Son vegnua a far el mio debito, per aver l’onor de cognosserle, per ringraziarle dell’onor che le voleva farme, incomodandose a vegnir da mi, e a domandarghe scusa, se ho dovesto privarme de le so finezze.

Meneghina: (Sentela? In ponto e virgola.) (Piano a Rosina)

Checca: Cara ela, la prego, no la me confonda de cerimonie. Mi son usa a andar a la bona, de bon cuor certo, e se posso servirla, la m’ha da comandar liberamente, senza suggizion. Semo vesine, e avemo da esser bone amighe, e per parte mia bona serva.

Cecilia: Anzi mia patrona. (inchinandosi)

Meneghina: (E col so bel repeton [113].)(piano a Rosina)

Rosina: (Eh sì, la xe affettada un pochetto.) (piano a Meneghina)

Checca: La se comodi. (a Cecilia)

Cecilia: E ele?

Checca: Se senteremo anca nu. Oe, un’altra carega.

Meneghina: (Vorave che la se destrigasse.) (da sè)

Servitore: (porta la sedia e parte)

Cecilia: Cara siora cugnada; co la gh’aveva intenzion de far el so debito co ste zentildonne, la podeva ben avisarme, che sarave vegnuda anca mi. Volevela farme comparir una senza creanza?

Meneghina: Cara ela, la compatissa, no gh’ho volesto sentirme a dir un’altra volta: o ela, o mi.

Cecilia: Se femo de le burle, sàla de quando in quando con mia cugnada. Scherzemo cussì per devertimento. (a Checca)

Checca: Se vorle ben?

Meneghina: Assae.

Rosina: Me ne incorzo anca mi.

Cecilia: (Se la savesse quanto ben che ghe voggio!)

Checca: Stàla volentiera in casa nova? (a Cecilia)

Cecilia: Ghe dirò; no la me despiase, ma no me posso desmentegar la mia.

Meneghina: Gnanca mi la mia.

Cecilia: Oh la soa alla fin de’ fini la giera una bicocca. Ma mi per diana, son nata e arlevada in t’una casa che no gh’è altrettanto. No digo per dir, ma ghe podeva vegnir un prencipe in casa mia. Gerimo quattro tra fradei e sorele, e tutti gh’avevimo el nostro appartamento, le nostre done, la nostra zente, le nostre barche. Eh stago ben, stago ben che no digo; ma quando se xe use, se la m’intende... no so se la me capissa...

Checca: Eh capisso benissimo.

Meneghina: (Delle sbarae la ghe ne sentirà de quelle poche.) (a Rosina)

Rosina: (Me la godo un mondo.) (piano a Meneghina)

Checca: Un gran bell’abito, de bon gusto!

Cecilia: Oh cossa dìsela. El xe un strazzetto, che gh’aveva da putta.

Rosina: L’andava vestìa cussì da putta?

Cecilia: No vorla? La sa ben, che adesso certe antigaggie no le se usa più. La sa, che al dì d’ancuo in tel vestir no se distingue più le putte da le maridae.

Rosina: In casa nostra per altro la ghe xe sta distinzion.

Meneghina: Me par, che la ghe sia anca tra siora cugnada e mi.

Cecilia: Cara siora Meneghina, chi vol aver dei bei abiti, bisogna aver el modo de farseli.

Meneghina: Mi mo, védela, sto poder no lo gh’ho, e se anca el gh’avesse, in vece de buttar via in abiti, in barche, in apartamenti, vorave metter da banda per aver qualcossa de dota, acciò che no i disesse che m’ho maridà senza gnente a sto mondo. (Tiò suso.) [114]

Cecilia: (Frasconazza! ti me le pagherà tutte.) Se devèrtele? Vale ai teatri? Fale conversazion?

Checca: Ghe dirò; co mio mario xe a Venezia andemo una volta o do alla settimana all’opera, o alla commedia; ma adesso che nol ghe xe, stemo a casa.

Cecilia: Se la comanda che le serva de qualche chiave, le xe patrone. Gh’ho palco per tutti i teatri, sàla? E le servirò de la gondola, se le vol.

Checca: Grazie, grazie. Dasseno, co no ghe xe mio mario, no vago in nissun luogo.

Cecilia: E co ghe xe so mario, la vol che el vegna sempre con ela?

Checca: Se ghe piase.

Cecilia: E la ghe vol dar sto boccon d’incomodo? Sto boccon de suggizion? Poverazzo! bisogna aver carità de so mario. Lassar, che el fazza i so interessi, che el vaga dove che el vol. No se pol andar alla commedia senza de so mario?

Checca: Oh, mi no m’importa. Co mio mario no pol vegnir, stago a casa.

Cecilia: (Oh che martuffa! [115])

Meneghina: (Intèndela sto zergo?) (a Rosina)

Rosina: (Oh lo capisso!) ( piano a Meneghina)

Meneghina: (Mio fradelo xe de quei che no bada.) (come sopra)

Rosina: (Col mario se contenta, la gh’ha rason.) (come sopra)

Cecilia: E in casa mo cossa fale? Zoghele?

Checca: Qualche volta se divertimo.

Cecilia: A cossa zoghele?

Checca: A tresette, cotecchio, al mercante in fiera.

Cecilia: Oh mi a sti zoghi no gh’ho pazienza. Me piase el faraoncin. Ma de poco, sàla. Se fa banco de otto o diese zecchini, gnente de più. Le vegna qualche sera da basso, le se divertirà. Le vederà una conversazion no fazzo per dir ma de persone tutte distinte. No semo mai in manco de quatordese, de sedese; e squasi ogni sera se magna qualcossa, o quattro galinazze, o un pèr de lingue salade, o delle tartùfole, o qualche bel pesce; e po’ gh’ho un canevin de bottiglie, che le vederà, qualcossa de particolar.

Rosina: (Battemoghe el terzo.) (a Meneghina)

Meneghina: (Sì, anca el quinto.) (a Rosina)

Checca: Cussì se se diverte pulito.

Cecilia: Cossa vorla far? Son arlevada cussì.

Rosina: Adesso che la xe in casa de so mario, siora Meneghina se divertirà pulito anca ela.

Meneghina: Oh mi me diverto in te la mia camera.

Cecilia: Me despiase che in te la so camera no la gh’averà quei divertimenti, che la gh’aveva in quell’altra casa.

Meneghina: Cossa vorevela dir?

Cecilia: Gnente. Crèdela che no sappia tutto? Crèdela, che mio mario no me conta tutto?

Meneghina: Finalmente cossa ghe porlo aver dito? Son una putta da maridar, e cerco de logarme [116] onoratamente.

Checca: Cara siora Cecilia, se la fa l’amor bisogna compatirla. La l’ha fatto anca ela, l’ho fatto anca mi.

Cecilia: No digo, che no la fazza l’amor; ma almanco lo fassela con qualcossa de bon. M’ha contà mio mario, che s’aveva taccá con un sporco, che no gh’ha né arte né parte [117]. Con un certo Lorenzin Bigoletti, un scagazzer [118], un spuzzetta, senza roba, senza civiltà; la s’immagina, se mi, che son quela che son, voggio soffrir un parentà de sta sorte.

Meneghina: (Sentela come che la parla?) (a Rosina)

Rosina: (Se Lorenzin sente, poverette nu.) (a Meneghina)

Checca: La diga, siora Cecilia, lo cognossela sto sior Lorenzin Bigoletti?

Cecilia: De vista no lo cognosso. Ma per quel che i dise, nol xe degno de una sorela de mio mario.

Checca: Mi no ghe digo, che el sia ricco; ma el xe un galantomo, e in tel so parentà no ghe xe sporchezzi, e nissun dei sói ha portà la falda.

Cecilia: Come parlela, siora Checca? Credo, che la mia casa sia cognossua in sto paese.

Checca: Mi no digo de ela.

Cecilia: Mo de chi donca?

Checca: No desmissiémo cani che dorme.

Cecilia: Perchè se scaldela tanto el figà per quel sporco?

Checca: Coss’è sto sporco? Me scaldo perchè el xe un putto civil quanto ela, e el xe mio zerman.

Cecilia: (s’alza) So zerman el xe?

Rosina: Siora sì, el xe nostro zerman, e el xe un putto nato per ben, e ben arlevà; e no volemo che nissun lo strapazza.

Meneghina: (Brava per diana!)

Cecilia: Adesso intendo la razon de le so finezze, e la premura de vegnirme a favorir de una visita. L’ha trovà un bel traghetto [119], siora cugnada!

Checca: Come pàrlela, patrona? Con chi crédela de parlar?

Cecilia: Questa xe la prima volta, che ho l’incontro de reverirle, le credo persone civil, ma, le me compatissa, no son persuasa del so trattar. Strissime, a bon riverirle. A ela no ghe digo che la vegna a casa, perchè no ghe posso comandar. Ghe lo farò dir da chi ghe lo podarà dir. E no la se staga a metter suso de tior colù, che no voggio, e posso dirghe: no voggio. Cecilia Calendrini in sto paese xe qualcossa, e la pol qualcossa. M’ala capio? Patrone. (parte)

SCENA X

Checca, Meneghina, Rosina, poi Lorenzino

Meneghina: Ale sentio che ràccola [120]?

Rosina: Mo la xe ben palicaria [121].

Checca:. Mi no so come che m’abbia tegnù. Se no la giera in casa mia no la passava cussì.

Lorenzino: Siora zermana, ho tasesto e ho sofferto per causa soa; ma cospetto de diana, no vôi, che nissun me strapazza...

Rosina: Aveu sentìo?

Lorenzino: No sonmiga sordo.

Meneghina: Mi no ne ho colpa, fio mio.

Checca: Orsù, siora Meneghina, la favorissa de andar a casa soa, che in casa mia de ste scene ghe ne xe mai stà, e no ghe ne voggio.

Lorenzino:  Ela no ghe n’ha colpa.

Checca: E vu, sior, andè via de qua.

Lorenzino: E mi anderò giusto adesso a trovar sior Anzoletto; e cospetto e tacca via, ghe metterò le man attorno, e se mazzeremo.

Meneghina: (gridando) Oh poveretta mi!

Rosina: Seu matto?

Checca: Via sior strambazzo!

Lorenzino: (passeggiando con isdegno) A mi sporco? A mi spuzzetta? A mi spiantà, miserabile, incivil? Sporca ela, spuzzetta ela. Miserabile so mario, vilanazzo, salumier, el gh’ha ancora le man de butiro.

Meneghina: Oh un poco de acqua per carità.

Rosina: Adesso, adesso, fia, che la vago a tôr. (La me fa da pianzer anca mi.) (asciuga gli occhi e parte)

Lorenzino: (in atto di partire) Sì, vôi andar sul balcon, e se la vedo, ghe ne vôi dir tante...

Meneghina: Fermeve.

Checca: Vegni qua.

Meneghina: Sentì.

Checca: Ascoltème mi.

Lorenzino: Cara siora zermana, la me lassa star. La vede in che stato che son, e la me vol metter al ponto de precipitar.

Meneghina: Mo no, cara siora Checca. La gh’abbia un pochetto de compassion.

Checca: Ma mi, cossa voleu, che fazza? Voleu, che me soggetta a recever delle malegrazie? E che co vien mio mario el trova una lite impizzada?

Meneghina: Ela xe una signora de proposito. La gh’ha giudizio, la gh’ha bon cuor. La veda de trovar qualche mezo.

Rosina: Son qua se la vol l’acqua. (coll’acqua)

Meneghina: Grazie.

Checca: Sto putto senza dote ve porlo tor?

Rosina: Vorla l’acqua?

Meneghina: Adesso. Se podesse parlar a mio barba, ho speranza, che nol me disesse de no. (a Rosina)

Lorenzino: Perchè no l’andeu a trovar? (a Meneghina)

Rosina: Vorla l’acqua?

Meneghina: Adesso. No ghe posso andar per paura de mio fradelo. (a Rosina)

Checca: La diga, cara siora Meneghina; sior Cristofolo mi lo cognosso. Vorla che mi lo manda a chiamar?

Meneghina: Oh magari!

Rosina: La vorla o no la vorla?

Meneghina: Eh! (con sprezzo) Oh la compatissa, no so dove che gh’abbia la testa. (prende il bicchiere in mano) Cara siora Checca, questa sarìa la meggio cossa che no la podesse far a sto mondo. (parlando versa l’acqua dal bicchiere) La lo manda a chiamar, la ghe parla, e po la me manda a chiamar anca mi...

Checca: Cara ela, no la me spanda l’acqua adosso.

Meneghina: (beve a sorsi e parla) Oh poveretta mi! No so quel che fazza.

Rosina: (De diana, la xe ben incocalìa! [122])

Meneghina: La senta... el stà de casa... de là dell’acqua... al Gaffaro... ai tre ponti... su la fondamenta delle Maraveggie.

Checca: So benissimo dove che el sta; el xe amigo de mio mario, e lo manderò a chiamar.

Meneghina: La manda subito.

Checca: Manderò subito. Ma la me fazza sto servizio adesso: la vaga da basso.

Meneghina: Siora sì, subito, a bon riverirla. Siora Rosina, me raccomando anca a ela. Bondì, Lorenzin. La senta, la lo metta al ponto... La ghe diga, che son desperada... no la fazza fallo de mandarme a chiamar. Strissime. Bondì, fio mio. (parte)

Rosina: Zerman, l’avè cusinada come va.

Lorenzino: Cara siora zermana

Checca: Doveressi far vu sto servizio d’andar a chiamar sior Cristofolo.

Lorenzino: Sangue de diana! a corando [123].

Checca: Saveu dove che el staga?

Lorenzino: E co polito che el so.

Checca: Andè donca.

Lorenzino: Subito.

Rosina: Oh che putti!

Checca: Oh che intrighi!

Rosina: Oh quanti mattezzi che se fa per amor! (parte)

Checca: Oh quanti desordini co no gh’è giudizio!

SCENA XI

Camera come nell’Atto primo.

Anzoletto, poi Sgualdo cogli uomini

Anzoletto: Cospetto del diavolo, no ghe xe caso de poder liberar sti boli. No trovo un can, che me varda, nissun me vol dar bezzi, nissun me vol far sigurtà. Son pien de debiti, che no so da che banda voltarme: e gh’ho la casa piena de omeni che laora, e gh’ho una muggier al fianco, che destruzzerìa mezzo mondo. Ah se no fusse desgustà con mio barba, no sarave in sto stato. Figurarse, adesso che son maridà, nol me dà un sorso d’acqua se el me vede a sgangolir da la sé [124]. Oh matto, bestia che son stà a maridarme! No credeva mai d’averme da pentir cussì presto. Quindese zorni...

Sgualdo: Oh lustrissimo, son qua per bezzi.

Anzoletto: No avémio dito doman?

Sgualdo: Mi ho dito doman, ma sti omeni dise ancuo. (Eh so el negozio del bolo, no vôi che tiremo avanti cusì.)

Anzoletto: In sta camera no avè fatto gnente. La xe come che la giera. El letto no l’avè portà.

Sgualdo: No l’ho portà, perchè i m’ha ditto che no lo porta.

Anzoletto: Chi v’ha ditto sta bestialità? (in collera)

Sgualdo: La lustrissima so siora consorte.

Anzoletto: Co l’ha dito ela, no parlo altro.

Sgualdo: Bisogna, che la me salda sti conti.

Anzoletto: Doman ve li salderò.

Sgualdo: Sti omeni no vol aspettar.

Anzoletto: Cospetto, li bastonerò.

Sgualdo: No la vaga in collera, perchè sta zente ha fatto el so debito; e le mercede ai operai no le se paga co le bastonae.

Anzoletto: Avanti sera ve pagherò. Voleu altro?

Sgualdo: Benissimo: me dàla parola?

Anzoletto: Ve dago parola.

Sgualdo: La guarda ben, che sta sera no se va via se no la me paga, Andemo. (parte cogli operai)

SCENA XII

Anzoletto, e Prosdocimo

Anzoletto: Se no i anderà via lori, bisognerà, che vaga via mi. Se almanco gh’avesse la mia roba, poderìa far un pegno.

Prosdocimo: Chi è qua?

Anzoletto: Coss’è, sior? Chi domandeu?

Prosdocimo: Domando el lustrissimo sior Anzoletto Semolini.

Anzoletto: Son mi; cossa volèu?

Prosdocimo: Fazzo umilissima riverenza a vussustrissimo per parte del lustrissimo sior conte Argagni mio patron, e el m’ha ditto de dir a vussustrissima, che xe do mesi che el gh’ha fittà sta casa, che l’ha mandà sie volte, e questa che fa sette, pel semestre anticipà, che gh’aveva da pagar vussustrissima, e lo prega de pagarlo subito, illico et immediate, aliter, che vussustrissima no se n’abbia per mal, se el farà quei passi che xe de giustizia, e che sarà noti benissimo anca a vussustrissima.

Anzoletto: Sior vussustrissima, m’avè dà una bella seccada.

Prosdocimo: Grazie alla bontà de vussustrissima.

Anzoletto: Disèghe al vostro patron, che doman el sarà servido.

Prosdocimo: Caro lustrissimo, la perdoni. Sto doman ai quanti vienlo del mese?

Anzoletto: No gh’è bisogno de cargadure. Vegnì doman, e ve pagherò.

Prosdocimo: Caro lustrissimo, la perdoni, s’arecòrdela quante volte che l’ha ma ditto doman?

Anzoletto: Ve dago parola che el sarà pagà.

Prosdocimo: Caro lustrissimo .....

Anzoletto: Caro lustrissimo, la vaga a farse ziradonar.

Prosdocimo: Servitor umilissimo de vussustrissima. (partendo)

Anzoletto: La reverisso.

Prosdocimo: Lustrissimo patron. (come sopra)

Anzoletto: Ghe fazzo reverenza.

Prosdocimo: Servitor umilissimo de vussustrissima. (parte)

Anzoletto: Co sto balin in testa, e sto boccon de seccada, el xe el più bel divertimento del mondo. Cossa xe de mia muggier e de mia sorela, che no le se vede? Eh le vegnirà, le vegnirà. Cussì no vegnìssele!

SCENA XIII

Lucietta, e detto

Lucietta: Oh de diana! El xe po vegnù!

Anzoletto: Cossa volèu?

Lucietta: Quando fenisseli sta massarìa? Quando vienla sta roba?

Anzoletto: La vegnirà. Abbiè pazienza, che la vegnirà.

Lucietta: Debotto xe ora de disnar.

Anzoletto: E cussì cossa importa?

Lucietta: Come vorìa, che parecchiemo la tola, se no ghe xe biancheria?

Anzoletto: (Oh poveretto mi!) No se poderessimo inzegnar per ancuo?

Lucietta: Se no ghe metto dei fazioli da man.

Anzoletto: No ghe xe dei fazioli tovaggiai?

Lucietta: I xe strazzetti; ma ghe ne xe.

Anzoletto: No se poderave taggiarli, e far dei tovagioli?

Lucietta: Orsù, vedo, che anca elo, lustrissimo, el se tol spasso de mi; el farà per dar in tel genio alla so novizza. Me despiase della putta, ma no so cossa farghe; la me daga sette mesi de salario, che la m’ha da dar e ghe leverò l’incomodo. Serva de vussustrissima. (parte)

Anzoletto: Tolè anca questa, per averghe dito dei tovagioli, la va in colera, e la vol el so salario. Mo che zente puntigliosa! i sopporto tanto, e i altri no vol sopportar gnente.

SCENA XIV

Cecilia, e detto, poi Meneghina, poi Fabrizio

Cecilia: Sior Anzoletto, gh’avemo delle novità.

Anzoletto: Coss’è stà?

Cecilia: Vostra sorela xe una bella pettegola.

Meneghina: Sior Anzoletto, vostra muggier xe una gran superba.

Cecilia: O ela o mi fora de sta casa.(parte)

Meneghina: Ghe anderò mi quando manco ve l’aspetterè. (parte)

Anzoletto: O che bestie!

Fabrizio: Eccomi a pranzo con voi.

Anzoletto: Sieu maledetto anca vu. (parte)

Fabrizio: Obbligato della carrozza. (parte)

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Camera in casa della signora Checca.

Checca, poi Rosina

Checca: Vardè, quando che i dise, che una faliva pol brusar una casa [125]. Certo da una cossa da gnente se vede a partorir delle cosse grande. La curiosità de véder sta casa, de véder sta novizza ha fatto nasser sto boccon de sussurro. No me ne doverìa più intrigar; ma dall’altra banda me fa peccà mio zerman, me fa peccà quella povera putta...

Rosina: Oè, sorela?

Checca: Cossa gh’è?

Rosina: Lucietta, la serva da basso, la m’ha fatto moto al balcon che la m’ha da parlar.

Checca: E cussì?

Rosina: E cussì gh’ho tirà, e gh’ho ditto, che la vegna.

Checca: Avè fatto mal. Con quela zente no se n’avemo più da impazzar.

Rosina: Avè pur ditto de mandar a chiamar siora Meneghina.

Checca: Se vegnirà so barba, per una volta lasserò che la vegna; ma mai più, vedè, mai più, no se n’impazzemo, mai più.

Rosina: A mi me la contè? Cossa m’importa a mi?

Checca: E co la serva no voggio altri domesteghezzi [126].

Rosina: No so cossa dir, per sta volta gh’ho averto. Un’altra volta no ghe averzirò. Voleu che la manda via?

Checca: No, no, sentimo cossa che la vol.

Rosina: Ho sentìo dei strepiti, son curiosa de saver qualcossa.

Checca: Sorela cara, moderèla sta curiosità. Cossa v’ha da premer a saver i fatti de i altri? Se Lucietta vien qua per far i pettegolezzi, dèmoghele curte, e no la stemo gnanca a ascoltar.

Rosina: Ben, ben; mi fazzo tutto quello, che volè vu.

SCENA II

Lucietta, e dette, poi Toni

Lucietta: Lustrissime.

Checca: Siorìa..

Rosina: Siorìa, fia.

Lucietta: Son scampada de suso, che nissun sa gnente; gh’ho da contar; ghe xe dele cosse grande.

Rosina: Cara vu, conteme.

Checca: Via, scomenzemio? (a Rosina)

Rosina: Ih! Cossa hoggio ditto? (a Checca)

Lucietta: La gh’ala con mi, lustrissima? Cossa gh’hoggio fatto?

Checca: In casa mia no voggio pettegolezzi.

Lucietta: La compatissa, giera vegnua per contarghe... Se no la vol, no so cossa dir, lustrissima... (in atto di partire)

Checca: Vegnì qua, cossa volevi contarme?

Rosina: (No lo soggio, che mia sorela xe più curiosa de mi?)

Lucietta: Voleva confidarghe de le novità; ma no vôi che la diga che vegno a far dei pettegolezzi.9

Checca: Via, se gh’avè qualcosa da confidarme...

Lucietta: La sappia, che in casa de nu ghe xe delle cosse grande.

Checca:  Che xe mo?

Lucietta: El patron xe in te l’ultima disperazion. Nol pol far massarìa. In casa de là i gh’ha bolà la roba, qua no l’ha gnancora pagà el fitto. I omeni, che laora vol bezzi. Mi no posso aver el mio salario da sette mesi, che el m’ha da dar. Cosse grande, lustrissima, cosse grande.

Checca: Mo le xe grande dasseno.

Rosina: Me fè strasecolar.

Checca: E cossa dise quella spuzzetta de so muggier?

Rosina: E cossa dise quella povera putta de so sorela?

Lucietta: La putta pianze, e la novizza xe in tutte le furie.

Checca: Contème; come alo fatto tutti sti debiti?

Lucietta: Colla boria, col malgoverno, per segondar quella cara zoggia de so muggier.

Checca: Xe quindese zorni che el xe maridà...

Lucietta: Oh cara ela, cossa crédela? Xe do ani, che el ghe fa l’amor, e che el ghe pratica per casa, e che el spende, e che el spande, e che se precipita.

Rosina: Gh’ala dà gnente de dota?

Lucietta: Gnente a sto mondo.

Checca: Xela mo quela gran signora, che i dise?

Lucietta: Oh giusto i m’ha contà a mi una dona che xe stada in casa soa quindes’ani, che tante volte, se i paroni voleva magnar, bisognava, che la ghe imprestasse i manini [127].

Rosina: Xe assae, che sta serva dopo quindes’ani l’abbia avuto cuor de andar via.

Lucietta: La xe andada via, perchè no i ghe dava el salario. Eh lustrissima benedetta! Le donne no le xe miga tutte co fa mi, la veda. Sette mesi xe che i no me dà gnente, e taso, e per i mi paroni me farave squartar.

Ros . (Eh sì sì, anca ti ti xe una bela zoggia!)

Toni: Lustrissima, la xe domandada.

Checca: Chi xe?

Toni: Xe el lustrissimo sior Lorenzin con un vecchio.

Rosina: El sarà sior Cristofolo.

Lucietta: El barba de la mia patrona?

Checca: Sì, giusto elo. Fè una cossa, fia, andè da basso, tirè da banda siora Meneghina, e disèghe, che la vegna da mi.

Lucietta: Lustrissima sì, subito.

Checca: Ma vardè ben, che nessun ve senta.

Lucietta: La lassa far a mi. (in atto di partire)

Rosina: No lo stèssi a dir a nissun, vedè!

Lucietta: Oh cossa dìsela! Gnanca l’aria lo saverà. (come sopra)

Checca: Vardè ben, che se tratta de assae.

Lucietta: In verità, lustrissima, che la me fa torto. Songio qualche pettegola? Co bisogna, so taser, e a mi no i me cava celegati de bocca [128]. Strissime. (parte)

Checca: (a Toni) Disèghe a quel signor, che el vegna; e disèghe a sior Lorenzin, che el vaga, e che el torna, o che l’aspetta de là.

Toni: Lustrissima sì. (parte)

SCENA III

Checca, Rosina, poi Cristofolo

Checca: E vu, vedeu? Fin che parlo co sior Cristofolo, andè de là, che no xe ben che ghe siè.

Rosina: Quanto che pagherave a sentir!

Checca: Mo za, vu sè la mare della curiosità.

Rosina: E vu gnente?

Checca: Mi ascolto quel che xe da ascoltar.

Rosina: E mi no sento quel che no xe da sentir. (parte)

Cristofolo: Patrona riverita.

Checca: Strissima, sior Cristofolo.

Cristofolo: No, cara ela, no la me staga a lustrar.

Checca: No la vol che fazza el mio debito?

Cristofolo: mi no gh’ho bisogno d’esser lustrà; no ho mai ambio sta sorte de affettazion. Son un galantomo. Per grazia del cielo no gh’ho bisogno de nissun, ma sti titoli ghe li dono.

Checca: Via, quel che la comanda. (El xe ben all’antiga dasseno.) La prego de perdonarme, se l’ho incomodada.

Cristofolo: Son qua, son a servirla; dove che posso la me comanda.

Checca: La se senta.

Cristofolo: Volentiera. Cossa fa sior Fortunato? Quando l’aspèttela?

Checca: Ho avù lettera giusto gieri. El doverave esser qua al fin de la settimana.

Cristofolo: Sior sì, pol esser, che el vegna venere col corrier de Bologna.

Checca: Se la savesse! No vedo l’ora.

Cristofolo: Ma co se gh’ha un bon mario, el se vorave sempre darente, n’è vero?

Checca: Co son senza de elo me par de esser persa. No gh’ho voggia de gnente. Mi no teatri; mi no maschere; mi no... gnente, co ghe digo, gnente.

Cristofolo: Cussì fa le donne de garbo.

Checca: (No so da che cao principiar. [129])

Cristofolo: E cussì, siora Checca, cossa gh’ala da comandarme?

Checca: Cara ela, la compatissa, se m’ho tolto sta libertà.

Cristofolo: Mo con mi no l’ha da far cerimonie. Son bon amigo de so mario, e la me comanda con libertà.

Checca: Me dala licenza, che ghe parla de una persona?

Cristofolo: De chi?

Checca: De una persona.

Cristofolo: Basta, che no la me parla de me nevodo, la me parla de chi la vol.

Checca: Oh mi no me n’impazzo con so nevodo.

Cristofolo: Che soggio mi? So, che sto furbazzo el xe vegnù a star de sotto de ela; e squasi squasi me son intaggià [130] che la me voggia parlar de elo, e gh’ha mancá poco, che no cometta un’inciviltà, e che no vegna.

Checca: Oh sior Cristofolo, el xe un signor tanto compito!

Cristofolo: Se la savesse; gh’ho el figà troppo marzo [131] con quel desgrazià.

Checca: E so sorela, poverazza?

Cristofolo: So sorela la xe una matta anca ela. Co xe morta so mare, la voleva tor in casa co mi, e no la gh’ha volesto vegnir. L’ha volesto star con so fradelo, per aver un poco de libertà, perchè da so barba se va in letto a bon’ora, perchè no se va in maschera, perchè no se va alla commedia. Frasconazza, che la toga suso; che la varda cossa l’ha avanzà.

Checca: Se la savesse, poverazza! in che desgrazie che la se trova!

Cristofolo: So tutto. Crédela, che no sappia tutto? So tutto. So che el xe pien de debiti, so che in do ani l’averà buttà via diesemila ducati, tra zogai, dizzipai e messi intorno a quella cara zoggia de so muggier. La xe stada el so precipizio. Dopo che l’ha scomenzà a praticar in quella maledetta casa, nol xe stà più elo. No l’ha più fatto conto de mi; nol se degnava gnanca de vegnirme a trovar. Se el me incontrava per strada, el procurava de schivarme, perchè no gh’ho i abiti galonai, perchè no gh’ho i maneghetti. So, che l’ha abuo da dir quella lustrissima de favetta, che ghe fazzo stomego, che ghe fazzo vergogna, che no la me dirà mai barba ai so zorni. Aspetta, che mi te diga nezza, temeraria, sporca, pezzente.

Checca: (Mi debotto no ghe digo gnente.)

Cristofolo: La compatissa, cara ela. La còlera me fa parlar. E cussì cossa me volevala dir?

Checca: Caro sior Cristofolo, de tutte ste cosse che colpa ghe n’ha quella povera putta?

Cristofolo: La diga, cara siora Checca. Parlemose schietto. Per cossa m’ala mandà a chiamar?

Checca: Per un interesse.

Cristofolo: Xelo soo sto interesse?

Checca: Anca mio, se la vol. Se tratta de un mio zerman.

Cristofolo: Oh co se tratta de ela, o del so parentà son qua a servirla in tutto e per tutto; basta che no la me parla de mio nevodo.

Checca: E de so sorela?

Cristofolo: Gnanca de ela. (forte, con isdegno)

Checca: (Uh poveretta mi!) Cussì, come che ghe diseva, gh’ho da parlar per sto mio zerman.

Cristofolo: Chi xelo?

Checca: El xe quel putto, che xe vegnù a chiamarlo da parte mia.

Cristofolo: Sì, sì, vedo.

Checca: Lo cognóssela?

Cristofolo: Mi no l’ho più visto.

Checca: Xe poco, che el xe vegnù fora de collegio.

Cristofolo: Bisogna che mi el me cognossa, perchè el m’ha trovà a Rialto, e el m’ha fermà, e el m’ha compagnà qua da ela.

Checca: Oh el lo cognosse certo.

Cristofolo: E cussì, cossa voravelo? Cossa ghe bisogna?

Checca: Cossa ghe par de quel putto?

Cristofolo: El me par un putto de sesto.

Checca: In verità, el xe una copa d’oro.

Cristofolo: Se vede; el gh’ha bona indole. Cossa falo? Gh’alo nissun impiego?

Checca: El se vorave impiegar.

Cristofolo: Gh’ho dei patroni, gh’ho di amici, se poderave dar, che ghe podesse giovar.

Checca: Magari.

Cristofolo: M’ala mandà a chiamar per questo?

Checca: Sior sì, anca per questo.

Cristofolo: E per coss’altro?

Checca: La sappia, che sto putto se voria maridar.

Cristofolo: Bravo! pulito! no l’ha anca fenìo de crescer, e el se vol maridar. Nol gh’ha impiego e el vol una fameggia de mantegnir! Ghe perdo el concetto, e no lo stimo più né bezzo né bagatin.

Checca: (Adesso stemo ben.) E se el trovasse una bona dota?

Cristofolo: Se po el trovasse una bona dota...

Checca: E che el se podesse comprar una carica?

Cristofolo: In quel caso...

Checca: In quel caso nol farave mal.

Cristofolo: in quel caso nol gh’ha bisogno de mi.

Checca: Mo el gh’ha giusto bisogno de elo, lu.

Cristofolo: De mi? Mi no la capisso.

Checca: (Adessadesso ghe la squaquero.) [132]

Cristofolo: (La me fa certi discorsi confusi, che no so dove che i voggia andar a fenir.)

Checca: Crédela, sior Cristofolo, che mio zerman possa sperar de trovar una putta civil con un poco de dota?

Cristofolo: Gh’alo intrade?

Checca: El gh’ha qualcosetta; e po se el gh’avesse una carica...

Cristofolo: Siora sì, el putto xe de bon sesto, e el la troverà.

Checca: El diga, caro elo. Se el gh’avesse una so fia, ghe la daràvelo?

Cristofolo: Mi no son maridà. Putte mi no ghe n’ho, e xe superfluo che ghe diga né sì, né no.

Checca: El diga, caro elo. E so nezza ghe la daràvelo?

Cristofolo: Orsù, siora Checca, no l’ha da far né co un sordo, né co un orbo. Capisso benissimo dove che la vol tirar el discorso, e me maraveggio de ela, che la me vegna co ste dretture. Gh’ho ditto, che no ghe ne vôi sentir a parlar. E se no la vol altro da mi, patrona. (s’alza)

Checca: La senta...

Cristofolo: No vôi sentir altro.

Checca: No intendo miga...

Cristofolo: De quella zente no ghe ne vôi sentir a parlar.

Checca: Gnanca de so nezza?

Cristofolo: Mi no gh’ho nezze.

SCENA IV

Meneghina, e detti

Meneghina: Oh sior barba!

Cristofolo: (a Meneghina) Coss’è st’insolenza? (a Checca) coss’è, sto ingannar i galantomeni in sta maniera?

Checca: Coss’è sti inganni? Coss’è sto parlar? Che vòrli tor la borsa fora de scarsella? Se l’ho fatto, l’ho fatto per un’opera di pietà. Voggia, o no voggia, quella xe so nezza, e la xe tradida da so fradelo, e la xe in miseria; e una putta desperada no se sa quel che la possa far. Se la gh’ha occasion de logarse, l’onor, la carità, el sangue e la reputazion ha da mover un barba a soccorrerla, a darghe stato da par soo, e coi debiti modi. E se no ghe piase, che el lassa star. Mi ho fatto da bona amiga; e lu che el fazza da quel che el vol.

Cristofolo: Ala fenìo, patrona?

Checca: Ho fenìo perchè ho volesto fenir; del resto ghe ne dirave de bele.

Cristofolo: No la se incomoda, che ho inteso tanto che basta. (a Meneghina) E vu siora, cossa pretendeu da mi?

Meneghina: Caro sior barba, mi no pretendo gnente. Cossa vòrlo, che mi pretenda? Sono una povera putta desfortunada. I desordini de mio fradelo xe cascai addosso de mi.

Cristofolo: Perchè no seu vegnù a star con mi?

Meneghina: Perchè son stada una senza giudizio, perchè m’ho lassà lusingar da mio fradelo. Caro sior barba, ghe domando perdon.

Checca: De diana! la farave pianzer i sassi.

Cristofolo: Eh cara siora! la compassion xe bela e bona; ma bisogna usarla con chi la merita, e no co quelli che se ne abusa. (a Checca)

Meneghina: Poveretta mi! Se elo no me agiuta, un de sti zorni no gh’averè più né casa né tetto. No saverò gnanca dove andar a dormir.

Cristofolo: Cossa diseu? Seu matta? Vostro fradelo no alo tolto un palazzo? No alo cressù sessanta ducati de fitto?

Meneghina: Eh caro sior, el me mortifica, che el gh’ha rason. El palazzo xe cussì, che no l’ha gnancora pagà el fitto, e ancuo o doman i ne butta la roba in mezzo alla strada.

Cristofolo: A sto stato el xe ridotto quel desgrazià?

Meneghina: E i gh’ha bolà la roba in quell’altra casa; e no gh’ho gnanca vesta e zendà d’andar fora della porta.

Checca: Mi no so, se se possa dar al mondo un caso più doloroso de questo.

Cristofolo: E cosa dìsela quella cara novizza?

Meneghina: Mi no so gnente, sior; so, che per zonta delle mie desgrazie, me tocca anca de soffrir da ela dei strapazzi e dele mortificazioni.

Cristofolo: La gh’ha tanto coraggio de mortificarve?

Checca: Oh sì po; ve so dir mi, che la la tratta pezo de una maregna.

Cristofolo: (El sangue no xe acqua, la me fa compassion.) E cussì, patrona, cossa intenderessi de far?

Meneghina: Tutto quelo che el vol, sior barba. Son qua, m’inzenocchio davanti de elo; son in te le so man.

Cristofolo: (si asciuga gli occhi)

Checca: (Via, via, debotto semo a segno.)

Cristofolo: Leveve suso. No lo meritè, ma véderò de agiutarve. Quala sarave la vostra intenzion?

Meneghina: Ah sìelo benedetto! El m’ha ela da comandar.

Checca: Caro sior Cristofolo, la xe in ti anni; a elo no ghe convien tegnir una putta in casa; za che la gh’ha occasion de maridarse, perchè no la destrighela?

Cristofolo: Dov’ela sta occasion?

Checca: Mio zerman.

Cristofolo: Che modo gh’alo de mantegnirla?

Checca: El gh’ha un pochetto d’intrada. Che el ghe compra una carica...

Cristofolo: Voggio sentir, voggio véder, voggio parlar con elo.

Checca: Vorla che lo chiamemo?

Cristofolo: Dov’elo?

Checca: El sarà de là.

Cristofolo: Ah sì, adesso intendo. El sarà de là. El xe quelo, che me xe vegnù a cercar. El sarà de là, el sarà sconto. L’aspettarà che el se chiama. Accordi fatti, ingani premeditai per torme in mezzo mi, per farme el latin a cavallo. No so gnente, no vôi far gnente, no vôi far gnente, no ghe ne voggio saver. (parte)

Checca: Eh no lo lasso andar via, se nol dise de sì. (parte)

SCENA V

Meneghina, poi Rosina

Meneghina: Oh poveretta mi!

Rosina: Siora Meneghina, no la se perda de anemo.

Meneghina: Cossa vorla che fazza?

Rosina: Ho visto tutto da drio quela porta. Bravo, pulito; la torna a far quello che l’ha fatto. La se butta in zenocchion, la pianza, la se despiera, la fazza finta de tirarse i cavei. Lorenzin, poverazzo, se raccomanda, el mòr, nol pol più.

Meneghina: Povero putto! Cossa no faravio per elo? Ghe baserò la man a mio barba, ghe baserò i pìe, me butterò colla bocca per terra. (parte)

Rosina: Eh per diana! nu altre co volemo, volemo; val più le nostre lagreme, che no val le spade e i spontoni. (parte)

SCENA VI

Camera nella Casa nova.

Cecilia, il Conte e Fabrizio

Conte: Eh via, signora, non si abbandoni ad una sì fatta melanconia.

Cecilia: Eh, sior Conte, chi no ghe xe drento, facilmente po far l’omo de garbo, e dir delle bele parole per consolar. Pazienzia, la m’ha toccà a mi sta volta. (si getta sopra una sedia)

Fabrizio: Dice il proverbio: a tutto si rimedia, fuor che all’osso del collo.

Cecilia: Matta, bestia, che mi son stada. Gh’aveva tante occasion de maridarme co i primi soggettoni de qua, e de via de qua, che sarave coverta de oro, da cao a pìe, e son andada a intrigarme con uno, che me vol far suspirar.

Conte: Vedrà, che il male non sarà poi sì grande, come si dice.

Fabrizio: Io spero, che le cose si accomoderanno.

Conte: Per un po’ di debiti una famiglia non si ha da mettere in disperazione.

Cecilia: (s’alza) Gran destin per altro del povero mio mario! che el se fa magnar el sòo da tanti, e in t’un caso de bisogno nol trova un amigo, che ghe voggia far un servizio. (passeggia)

Fabrizio: (Dice a voi.) (piano al Conte)

Conte: (Eh, io credo, che parli con voi.) (piano a Fabrizio)

Cecilia: Ma! una dona de la mia sorte, arlevada in tel bombaso [133]! avvezza a nuar [134] in te l’abbondanza! servida co fa una prencipessa! respettada co fa una regina! (si getta sopra un'altra sedia)

Conte: Sarà sempre servita e rispettata la signora Cecilia.

Cecilia: (s’alza) Eh caro sior Conte, co no se xe più in istado de dar da disnar, pochi se incomoda a favorir. (passeggia)

Conte: (Ora ha parlato con voi.) (a Fabrizio)

Fabrizio: (Avrà parlato con tutti due.) (al Conte)

Cecilia: Dove diavolo xelo sto sior Anzoletto? S’alo sconto? S’alo retirà? M’alo lassà mi in te le pèttole [135]? Per diana de dia la mia roba i la lasserà star. (passeggia)

Conte: Signora, io la consiglierei di fare un’assicurazione di dote.

Cecilia: Come se fala?

Fabrizio: La serviremo noi, se comanda.

Conte: Andremo noi dove spetta, e faremo quel che va fatto.

Cecilia: Via donca; la me fazza almanco sto piccolo servizietto.

Fabrizio: Ci lasci védere il suo istrumento dotale.

Cecilia: Che xe bisogno dell’istrumento?

Conte: Sì, certo, vi vuole il contratto o pubblico o privato, com’è.

Cecilia: Orsù, no voggio, che i diga che fazzo fallir mio mario; de ste cosse nissun de i mii ghe n’ha fatto, e no voggio farghene gnanca mi (passeggia)

Fabrizio: (Ehi, nol sapete, che non ha niente di dote?) (al Conte)

Conte: (Lo so meglio di voi.) (a Fabrizio)

Cecilia:. E dove xe mia cugnada? Xela andada via? M’ala impiantà anca ela? No vedo nissun? Nissun me vien in ti versi? Vorli che me daga alla desperazion? (siede)

Conte: Signora, ci siamo noi.

Fabrizio:  Eccoci qui. Nasca quel che ha da nascere, noi non l’abbandoniamo.

Conte: Per amor del cielo, signora, si dia coraggio.

Fabrizio: Sono tre ore, che è suonato il mezzogiorno, io la consiglierei di prendere un poco di cibo.

Cecilia: Gh’ho altro in testa, che magnar. Magnarave tanto velen.

Conte: Bene, mangierà più tardi, quando ne avrà più voglia.

Fabrizio: Noi siamo qui, non partiamo. Quegli altri, che erano venuti per pranzare, hanno sentiti i disordini, e se ne sono andati; noi siamo i più fedeli, i più costanti; terremo compagnia alla signora Cecilia.

Conte: Ma, signora mia, il di lei stomaco patirà: preme la di lei salute.

Fabrizio: Vuole ch’io dica al cuoco, che le sbatta una cioccolata?

Cecilia: (alzandosi con isdegno) No voggio gnente. No credeva mai che sior Anzoletto me usasse sto tradimento! No dirme gnente? No confidarme mai i fatti soi? Darme ad intendere dele grandezze? Farme creder quel che no giera? Con mi nol doveva trattar cusì. El m’ha tradio, el m’ha sassinà. (si getta a sedere)

Conte: Signora, ella è troppo agitata.

Fabrizio: Non vorrei, che la nostra presenza l’inquietasse d’avvantaggio.

SCENA VII

Anzoletto, e detti

Anzoletto: (Povera mia muggier.)

Cecilia: (s’alza con impeto contro Anzoletto) Andème via de qua, no me vegnì per i pìe.

Anzoletto: Tolè, tolè sto cortelo, e mazzème...

Cecilia: Sior omo senza giudizio, senza reputazion. (prende il coltello e lo getta via)

Anzoletto: Cara muggier, vedè in che stato che son. Se tutti me strapazza, almanco abbième vu carità. Se ho fatto dei debiti, savè, che per sodisfarve...

Cecilia: Cossa? Ardiressi dir, che avè fatto dei debiti per causa mia? Cossa aveu speso per mi? Dov’ele ste zoggie, che m’avè fatto? Aveu fatto altro per mi, che quattro strazzi de abiti, e tor sta maledetta casa, che gnanca no avè pagà el fitto? Ah! cossa aveu speso per mi? Cossa aveu buttà via? Che debiti v’hoggio fatto far?

Anzoletto: Gnente, fia mia; gh’avè rason. Non ho fatto gnente. Ho tolto i ducati, e ho fatto dei passarini in canal [136].

Cecilia: Se ve sento mai più a dir ste cosse, poveretto vu.

Anzoletto: No. fia, no ve dirò più gnente. (Zà xe tutt’un.)

Conte: (Povero paziente.) (a Fabrizio)

Fabrizio: (Se lo merita, sapeva chi era.) (al Conte)

Anzoletto: Dove xela mia sorela?

Cecilia: Cossa soggio mi? Xe do ore, che no la vedo.

Anzoletto: No vorave che la fosse andada...

Cecilia: Dove?

Anzoletto: Da mio barba.

Cecilia: In sto caso, non so cossa dir. Se la fusse andada, l’averia fatto ben, e ghe doveressi andar anca vu.

Anzoletto: Mi? No vago a umiliarme a mio barba, se credo de andar in preson.

Cecilia: Eh fio caro, co se xe in sta sorte de casi, bisogna spuar dolce, e inghiottir amaro. [137]

Conte: Dice bene la signora Cecilia.

Cecilia: (al Conte) Che el tasa, e in ti fatti nostri nol se ne staga a impazzar.

Fabrizio: Signori, noi siamo buoni servitori ed amici.

Cecilia: I boni amici i se cognosse in te le occasion. In tel stato che semo, no gh’avemo bisogno de ciaccole, ma de fatti.

Conte: Quando la mia persona l’inquieta, servitor umilissimo di lor signori. (parte)

Fabrizio: Li riverisco divotamente. (parte)

SCENA VIII

Cecilia, ed Anzoletto

Cecilia: Vedeu che sorte de amici?

Anzoletto: A mi me lo disè? Questa xe zente, che ho cognossuo per causa vostra.

Cecilia: Oh via, no parlemo altro. Da vostro barba no volè ricorrer?

Anzoletto: Mi no; e po no gh’ho coraggio d’andarghe; e po son certo, che se ghe vago, el me scazza da elo co fa un baron.

Cecilia: Se podesse parlarghe mi....

Anzoletto: No faressi gnente.

Cecilia: Perchè no faravio gnente?

Anzoletto: Perchè giusto con vu el la gh’ha suso più che con mi.

Cecilia: Credème, che me darave l’ànemo de placarlo.

Anzoletto: Vu placarlo? Con quel boccon de caldo che gh’avè, vorressi placarlo?

Cecilia: Eh conosso, che adesso no xe più tempo de caldo.

Anzoletto: Con mi per altro el ve dura.

Cecilia: E gh’avè cuor de mortificarme in sto boccon de travaggio che son? Mo andè là, che sè un gran can!

Anzoletto: Via, no digo altro; andè là, fè quel che volè, montè in barca, e andelo a trovar; regolève come ve par.

Cecilia: Vegnì anca vu.

Anzoletto: Oh, mi no certo.

Cecilia: Sè un gran omo de poco spirito. Fè, che vegna con mi vostra sorela.

Anzoletto: Se la vorà vegnir.

Cecilia: Bisognerà ben che la vegna.

Anzoletto: Adesso saveremo dove che la xe. Lucietta.

SCENA IX

Lucietta, e detti

Lucietta: Lustrissimo! (di dentro)

Anzoletto: Vegnì qua mo.

Lucietta: La servo. (di dentro)

Cecilia: Xe ben che vegna vostra sorela con mi; prima perchè sior Cristofolo no me cognosse, nol m’ha visto; e po anca ela farà la so parte. Lassè pur far a mi, ghe insegnerò ben in barca quel che l’ha da dir.

Anzoletto: Dove xe mia sorela?

Lucietta: No so. (confondendosi)

Cecilia: Come no so?

Lucietta: No dasseno. (Come sopra)

Anzoletto: Anemo, vôi saver dove che la xe.

Lucietta: Ghe lo dirò, lustrissimo; ma no la diga gnente, che ghe l’abbia ditto mi.

Anzoletto: No, no, no dirà gnente.

Cecilia: Sentimo sta bella novità.

Lucietta: La xe da ste lustrissime sora de nu.

Cecilia: Cossa xela andada a far?

Anzoletto: Xela andada fursi a contarghe tutto?

Lucietta: Ghe dirò mi; ma, cara ela, no la diga gnente.

Anzoletto: Via, non parlo.

Lucietta: Sala chi ghe xe qua de sora?

Cecilia: Ghe sarà quel sporco de Lorenzin.

Lucietta: E se gh’intende. Ma ghe xe un altro.

Anzoletto: Chi xelo?

Lucietta: Sior Cristofolo.

Anzoletto: Mio barba?

Cecilia: Qua de suso ghe xe so barba?

Lucietta: Lustrissima sì; ma zitto.

Cecilia: Anemo, vegnì con mi. (ad Anzoletto)

Anzoletto: Dove?

Cecilia: Vegnì con mi, ve digo.

Anzoletto: Mi no ghe voggio vegnir.

Cecilia: Vegnì, sior pampalugo [138], e véderè chi xe vostra muggier. (lo prende per un braccio e lo conduce via)

Lucietta: Za che l’ho fatta, me la voggio goder. Voggio andar anca mi. (parte.)

SCENA X

Camera della signora Checca.

Checca, Meneghina, Cristofolo e Lorenzino

Checca: E viva sior Cristofolo. Viva el so buon cuor, el so bon amor, la so carità, el cielo ghe daga del ben, per el ben, che l’ha fatto a sta povera putta.

Meneghina: Certo che per grazia soa son tornada da morte a vita.

Lorenzino: Anca mi de tutto el ben, che gh’averà a sto mondo, gh’averò sempre l’obbligazion a sior barba.

Cristofolo: Adasio, sior. No v’infuriè tanto a dirme barba, che no son gnancora vostro barba. (a Lorenzin)

Checca: Oh via, se nol l’ha sposada, el la sposerà. Se nol xe so barba ancuo, el sarà so barba doman

Meneghina: Mo via, che nol me fazza tremar el cuor.

Lorenzino: A mi me basta quel che el m’ha ditto. Un omo de la so sorte no xe capace de tirarse indrìo.

Checca: No sarave ben, che fessimo do righe de scritturetta?

Cristofolo: Quel che ho ditto, ho ditto; e quel che ho ditto mantegno. La putta ghe la darò. La carica ghe la comprerò; ma avanti de serar el contratto, vôi saver dove che xe andada la roba de so padre. I fidecomissi no se pol magnar; l’ha d’aver la so parte; se so fradelo ghe l’ha ipotecada, per giustizia l’avemo da liberar. Vôi far quel che posso, vôi darghe del mio, se bisogna; ma no vôi passar per minchion.

Checca: No so cossa dir: in questo no ghe posso dar torto.

Meneghina: Ih, ih, chi sa quanto ghe vorrà donca!

Lorenzino: Ste cosse no le se pol far anca dopo?

Cristofolo: Sè zoveni, no savè gnente. Lassème operar a mi.

SCENA XI

Rosina, e detti.

Rosina: Siora Checca, una parola.

Checca: Vegno, fia, con grazia. (si accosta a Rosina, e parlano piano fra di loro, e Checca si fa delle maraviglie)

Meneghina: Intanto dove staroggio, sior barba?

Cristofolo: Vegnirè da mi.

Lorenzino: Poderoggio vegnirla a trovar?

Cristofolo: Co ghe sarà mi, sior sì.

Meneghina: (Oh che boccon de suggizion che gh’averò.)

Checca: (Cossa se pol far? Za che ghe semo, bisogna far anca questa. La me fa tanto peccà, che no posso dirghe de no.) Siora Meneghina, la me fazza una finezza, la vaga un pochetto de là con mia sorela, che gh’ho un interessetto co sior Cristofolo.

Meneghina: Volentiera. (a Checca) (La varda de farlo resolver subito.) (da sè) (Oh son segura che la lo farà!) (parte con Rosina)

Checca: Sior Lorenzin, me faressi un servizio?

Lorenzino: Son qua, la comandi.

Checca: Caro vu, andè alla posta a véder se ghe xe lettere de mio mario

Lorenzino: Adesso la vol che vaga?

Checca: Andè, i xe do passi. Andè, e tornè subito.

Lorenzino: Sior barba, andaralo via?

Checca: Finchè tornè no l’andarà via.

Lorenzino: Vago e torno donca. (corre via)

SCENA XII

Checca, e Cristofolo

Cristofolo: Ma mi bisogna che vaga via. Son vecchio. Son avvezzo a magnar a le mie ore; e ancuo per sti negozj non ho gnancora disnà.

Checca: Caro sior Cristofolo, za che el xe tanto bon, el gh’abbia pazienza un altro poco. El me fazza una grazia, una finezza, l’ascolta do parole da un’altra persona.

Cristofolo: Cospetto de diana! Se el xe mio nevodo, no lo voggio ascoltar.

Checca: Nol xe so nevodo.

Cristofolo: Chi xe donca?

Checca: Caro elo, nol vaga in collera. La xe la novizza de so nevodo.

Cristofolo: (con isdegno) Cossa vorla da mi?

Checca: Mi no so dasseno.

Cristofolo: Cospetto de diana! Sto incontro, fursi, fursi el desiderava, ma no ghe prometto de contegnirme. Gh’ho el gosso [139] pien; e se me sfogo, no la diga, che ghe perdo el respetto alla casa.

Checca: Oh in questo po che el se comoda, e che el ghe diga tutto quelo che el vol. (parte)

SCENA XIII

Cristofolo, poi Cecilia

Cristofolo: Sta signora, che la dise, che ghe fazzo stomego, la se degnarave de mi, se ghe dasse un pochetto dei miei bezzi da buttar via. Ma no la farà gnente. Gh’ho gusto de véderla per dirghe l’anemo mio. (siede)

Cecilia: (Oh l’è duro sto passo, ma bisogna farlo.)

Cristofolo: (Ih, ih, una nave da guerra.)

Cecilia: Serva umilissima.

Cristofolo: Patrona.

Cecilia: Me permettela, che gh’abbia l’onor de riverirla?

Cristofolo: Patrona.

Cecilia: Se contentela, che gh’abbia l’onor de sentarmeghe arente?

Cristofolo: La se senta pur. (Si ritira colla sua sedia)

Cecilia: Perchè se tirelo in là?

Cristofolo: Acciò che non la senta l’odor de persuto.

Cecilia: Mo via, caro elo, nol me mortifica davantazo, che son mortificada abbastanza. Me falo la finezza de voltarse da mi?

Cristofolo: No, la veda, no voria farghe stomego.

Cecilia: Caro sior barba....

Cristofolo: (si volta con impeto) Coss’è sto barba?

Cecilia: No l’alza la vose, no se femo nasar [140]. Mi no son vegnua qua per criar; no ghe vegno a domandar gnente: vegno per usarghe un atto de umiltà, un atto de respetto; e se el suponesse anca, che sto atto fusse interessà, e con tutte le rason, che el pol aver de esser malcontento de mi, quando una dona civil se umilia, prega, e domanda perdon, ogni galantomo s’ha da calmar, e el s’ha da degnar de ascoltarla. Mi no vôi altro, se no che el m’ascolta. No ghe domando gnente, no merito gnente, no voggio gnente. Saràlo così scortese de no volerme ascoltar?

Cristofolo: La parla pur, signora, la diga, che po dirò anca mi (Lassa pur che la diga, me voggio dar una sfogada come che va.)

Cecilia: Mi no anderò per le longhe, perchè poco ghe manca a sera, e per le mie disgrazie tutti i momenti xe preziosi. Mi son muggier de so nevodo. So nevodo xe fio de un so fradelo, onde più parenti de cussì no podemo esser. So, che el xe desgustà de mi e de mio mario, e ghe dago rason, e el gh’ha mille rason. Ma la me varda, son zovene, e no me vergogno a dirlo, che fino adesso ho avù la testa da zovene e per disgrazia no ho avudo nissun, che me avvertissa e che me coreza. In casa mia, dirà cussì, i m’ha volesto troppo ben, ma de quel ben, che a cao viazo fa mal [141]. Mio mario, la ’l cognosse meggio de mi, poverazzo, el xe de bon cuor, e per el troppo bon cuor el s’ha rovinà. Mi, senza saver quel che fasse, domandava più de quel che doveva; e lu, per no disgustarme, el fava più de quel che el podeva. Ho parlà mal del sior barba, xe vero, ho parlà malissimo. Ma la varda in che figura che son. Chi m’ha messo in sta pompa, chi m’ha tolerà con sta gala, m’ha insinuà dele massime contrarie al so sistema, ala so prudenza, ala so direzion; e se mio padre fusse andà vestìo co fa elo, averave ditto mal de mio padre istesso. Tutt’effetto dell’educazion, tutto effetto della tenerezza de mio mario dell’ambizion delle done, e del poco giudizio de la zoventù. Cossa ghe ne xe derivà da sti cattivi principii? Oimè, bisognerave, che pianzesse a lagreme de sangue, pensando in che stato che mi e el povero mio mario se trovemo. Oh quanti debiti! oh quante desgrazie! oh quante miserie! I stabili ipotecai, i mobili bolai, citazion, sequestri, cartoline fora [142], sior barba, cartoline fora. El mio povero mario no xe seguro de caminar. Co vago a casa, e co me cavo sto abito, aspetto de védermelo a portar via. No gh’ho altro a sto mondo. Doman semo senza casa. No gh’averemo un pan da metterse ala bocca. Tutti ne burla, tutti ne desprezza: mio mario xe deventà el ludibrio de sto paese. E chi xelo ala fin mio mario? El xe Anzoletto Argagni, el xe de quel sangue de quei onorati galantomeni, che xe stai, e che xe el specchio della pontualità, della onoratezza. El xe nevodo de sior Cristofolo, e mi son so nezza; do poveri sfortunai, che s’ha precipità per mala condotta: ma che illuminai da le so desgrazie, desidera de muar vita, e per poterlo far, domanda a un barba pietoso perdon, carità, soccorso col cuor in bocca, colle lagreme ai occhi, e colla più perfetta sincerità.

Cristofolo: (No ghe posso miga responder gnente.)

Cecilia: Adesso, che con tanta bontà l’ha sofferto, che parla mi, el parla elo, el se sfoga, el se vendica che el gh’ha rason.

Cristofolo: Bisognerave che disesse assae... Savè, che gh’ho rason... manco mal che savè, che gh’ho rason.

Cecilia: (El me dà del vu; xe bon segno.)

Cristofolo: Se fusse vero tutto quel che avè ditto...

Cecilia: Nol crede, che siémo in te le afflizion, in te le miserie?...

Cristofolo: No digo de questo; digo se fusse vero, che vu e vostro mario fussi pentii, e che scambiessi modo de viver; siben che mi no gh’ho obligazion, che quel che gh’ho me l’ho fatto col mio, son de bon cuor, e sarave fursi in stato de farve del ben.

Cecilia: La senta. A mi no voggio, che la me creda. Son dona, son zovene. Ancuo penso cussì, me poderave un zorno scambiar. La senta mio mario. La se fazza dar parola da elo. Co ’l mario vol la muggier gh’ha da star; e sarave una dona indegna, se cercasse una segonda volta de ruvinarlo.

Cristofolo: (La gh’ha un discorso che incanta.) Dov’elo quel poco de bon?

Cecilia: Vegnì, vegnì, mario, che la provvidenza no manca mai.

Cristofolo: (El xe qua anca elo. Questa xe la casa de la compassion.)

SCENA XIV

Anzoletto, e detti

Anzoletto: Sior barba, no gh’ho coraggio de comparirghe davanti.

Cristofolo: Ale curte. Una nota dei vostri debiti. Una cession a mi dei vostri beni. Una ressoluzion de far ben; e vostro barba, sior omo ingrato, gh’averà per vu quelle viscere de pietà, che no meritè, ma che me suggerisse el mio cuor.

Anzoletto: Ghe prometto, ghe zuro, no me slontanerò dai so conseggi, dai so voleri.

Cristofolo: Pagherò mi el fitto de la casa nova, che avevi tolto; ma licenziela, che no la xe casa per vu.

Cecilia: Caro sior barba, el ne daga una cameretta in casa con elo.

Cristofolo: Mi no gh’ho logo.

Cecilia: Caro elo, almanco fin che se provedemo.

Cristofolo: Eh galiota, la savè longa. Vegnì in casa, ma de quei abiti no ghe ne voggio. Civiltà, pulizia, sior sì, ma con modestia: e arecordève ben, sora tutto, serventi in casa mia no ghe n’ha da vegnir.

Cecilia: Oh, che protesto, che i m’ha tanto stomegà quei che vegniva da mi, che no gh’è pericolo che me lassa più burlar da nissun.

SCENA ULTIMA

Checca, e detti, Meneghina, Rosina, Lorenzino, poi Lucietta

Checca: E cussì xela giustada?

Anzoletto: Per grazia del cielo e del mio caro barba, xe giustà tutto.

Meneghina: E mi, sior barba, vegnirà a star con elo.

Cecilia: E anca mi vegnirà a star co sior barba.

Meneghina: (mortificata) Anca ela?

Cristofolo: (Ho capìo. No vorave, che do done in casa me fasse deventar matto. Xe meggio, che me destriga de una.) Siora Checca, se ho fatto qualcossa per ela, me faravela una grazia anca a mi?

Checca: De diana! la me pol comandar.

Cristofolo: Soffriravela l’incomodo, che se fassa in casa soa le nozze de mia nezza Meneghina co sior Lorenzin?

Checca: Magari.

Lorenzino: (saltando) Nozze, nozze.

Meneghina: (saltando) Per mi nozze?

Checca: Fémole adesso.

Cristofolo: Anca adesso.

Checca: Putti, deve la man.

Meneghina: Se contentelo, sior barba?

Cristofolo: Mi son contento. Domandeghelo anca a vostro fradelo.

Meneghina: (ad Anzoletto) Seu contento?

Anzoletto: Sior sì, quel che fa sior barba, ha da esser ben fatto.

Cecilia: (ad Anzoletto) (Donca nol xe quel spiantà che disevi?)

Anzoletto: (a Cecilia) Cara fia, diseva cussì, perchè no saveva come far a darghe la dota.)

Checca: Via, deve la man. (si danno la mano)

Lorenzino: Questa xe mia muggier.

Meneghina: Questo xe mio mario.

Rosina: Me consolo, siora Meneghina.

Meneghina: Grazie, siora Rosina.

Cristofolo: (a Cecilia e Anzoletto) E vu altri vegnì con mi, e se gh’avarè giudizio, sarà meggio per vu.

Anzoletto: Cara muggier, sta fortuna la reconosso da vu.

Cecilia: Se son stada causa mi de qualche desordene, xe ben, che gh’abbia savesto remediar. Tra i altri spropositi fatti per causa mia, uno xe sta quelo de sta casa nova; ma anca de sto mal per accidente ghe ne avemo recavà un ben. Senza sta casa no fevimo sta amicizia de ste signore, no nasseva quel che xe nato. Lodemo donca la casa nova; ma no, no la lodemo nu, lassemo, che la loda, e che la biasima chi pol, chi sa, e chi xe pieni per nu de bontà, de gentilezza e de amor.

Fine della Commedia

Appendice

Carlo Goldoni: dalla Parte Seconda, Cap. XLI delle « Memorie »

Una commedia che ebbe una riuscita migliore di quella che io mi aspettava, fu la Casa nova, commedia veneziana. Avevo mutato casa, e siccome andava sempre in cerca di argomenti comici per ogni parte, ne trovai uno negli impicci della sgomberatura. Non trassi il soggetto della mia commedia da me stesso in particolare, ma l’occasione mi somministrò il titolo, e la fantasia fece il resto.

Si apre pertanto la scena con alcuni tapezzieri, pittori e legnaiuoli, che tutti lavorano nell’appartamento. Una donna di servizio dei nuovi locatari sgrida, per ordine de’ suoi padroni, gli operai perchè ritardano il loro lavoro, e tien con loro un discorso come appunto avrei tenuto io stesso ai medesimi, le cui cattive ragioni sono a un dipresso quelle stesse che avevano stancato la mia pazienza per due continui mesi. Lucietta, ch’era una ciarliera quanto mai dir si possa, dopo di aver adempiuto la sua commissione, sta divertendosi col tapezziere, facendo al vivo il ritratto del suo principale e delle sue padrone; in tal guisa resta il pubblico piacevolmente informato dell’argomento della commedia, come dei caratteri dei personaggi. Anzoletto, ch’è il nuovo casigliano, è un giovane di buonissima famiglia, senza padre e madre, che ha una sorella ragazza che sta con lui, ha beni, ma trovasi in gran disordine, avendo sposato di recente una ragazza senza fortuna con molta pretensione e civetteria. Meneghina, sorella di Anzoletto, ha un amante chiamato Lorenzin. Questi abita appunto dirimpetto alla casa ch’ella è per lasciare, onde sono ambedue nel dispiacere di dover allontanarsi. Lorenzin però per esser cugino germano di due sorelle dalle quali è occupato il secondo piano, non perde la speranza di rivédere la sua bella. Intanto la signora Cecilia, ch’è la maritata, e che aveva scelto il primo appartamento, ci comparisce con un conte forestiere che sostiene con lei l’onorevole carica di cicisbeo. Meneghina l’aveva preceduta, ed era molto malcontenta della camera che le era stata destinata. In Italia gli ultimi che arrivano sono i primi a ricever visita; per tal ragione adunque le due sorelle del secondo piano domandano il permesso di far visita a quelle del primo, ed ecco queste nel maggior imbroglio; vorrebbe ognuna ricever la visita particolarmente, ed oltre a ciò, siccome l’appartamento che abitano non è per anche in ordine, fanno dire che non v’è nessuno, e la visita passa per fatta.

La signorina però di sotto non ha altra premura maggiore che di far visita alle sue parenti di sopra, onde ci va senza farne parola alcuna alla cognata. Ella dunque vien benissimo accolta, seguono molte cerimonie sì da una parte che dall’altra, tutte sono illustrissime, né vi è miseria di titoli. Le due sorelle del secondo piano, la prima delle quali era maritata, conoscevano già chiaramente l’inclinazione del loro cugino per Meneghina. Quando essa fecesi annunziare, Lorenzin appunto era da loro, onde lo nascosero in uno stanzino per procurarsi il piacere di una gradevole sorpresa. Nel momento ch’elleno sono decise a far venire il giovine, si dà avviso che la signora Cecilia sale: Lorenzin adunque resta sempre nel suo nascondiglio; e Meneghina seguita a non saperlo. Qui Cecilia sgrida la sua cognata perchè è salita da quelle signore senza avvertirla: ma Meneghina, che ha già fatto la sua visita, in quell’atto stesso se ne va.

La conversazione pertanto delle tre signore che rimangono, riesce molto comica. Vi si trova infatti un miscuglio di superbia e di picciolezza, un’infinità di pretensioni e di ciarle, e sopratutto dell’indiscretezza per parte di Cecilia riguardo alla sua cognata. Le due sorelle se ne prendono giuoco, e domandano a lei la ragione per la quale Anzoletto non dia marito a Meneghina. Cecilia, sempre pronta a dirne più male che bene, risponde ch’essa aveva un amante dirimpetto alle finestre della casa da lei ultimamente lasciata, e che questi era un cattivo soggetto, dicendone financo il nome. Le due sorelle allora prendono le difese del cugino: la conversazione termina male, ecco tutti in iscompiglio; Lorenzin, poichè aveva ascoltato tutto, vuole assolutamente sfogare la sua collera col marito di Cecilia. Vi è però per Anzoletto di peggio. Il proprietario della casa vecchia ha messo il sequestro ai mobili di lui per motivo di pigioni insoddisfatte, e i provveditori della nuova minacciano di far lo stesso. Anzoletto pertanto si ritrova nel maggior impiccio, e ricorre al conte da cui vorrebbe in prestito del danaro; ma il cicisbeo della moglie non è troppo cortese verso il marito. Mentre tutto è scompiglio nel primo appartamento, si tratta con ogni premura nel secondo dell’accomodamento delle cose. Anzoletto ha uno zio molto ricco, ma disgustatissimo della condotta di suo nipote. Questo zio, che si chiama il signor Cristoforo, è un vecchio amico del marito della sorella maggiore che abita il secondo dell’appartamento; ella dunque lo manda a cercare, e gli partecipa l’inclinazione di Lorenzin verso la signora Meneghina. Cristoforo è un poco selvatico, ma di buon cuore, ama la sua nipote e acconsente benissimo a maritarla; onde alle istanze della moglie del suo amico si piega in favore di Anzoletto. Paga i debiti di lui, si rappacifica col nipote, ma a condizione che tanto egli quanto sua moglie cambino modo di vivere. Ecco il germe del Burbero benefico. La Casa nova fu ricevuta con l’estremo piacere; chiuse le rappresentazioni autunnali, si è sempre sostenuta nella classe di quelle composizioni che hanno un costante incontro, che sul teatro compariscono sempre nuove.

Note

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[1] Lo sgombero, o sia il trasporto dei mobili da una casa all’altra.

[2] Sbarazzata.

[3] piccioli chiavistelli

[4] Incorniciate.

[5] Per lavorare: da marangon: falegname

[6] Oggi.

[7] Che ripulisca.

[8] La sala.

[9] La camera dove si mangia.

[10] Spazzar.

[11] Levar la polvere

[12] Lordure

[13] Si cangia.

[14] Turare.

[15] Dividiamo la sala.

[16] Disfacciamo la divisione.

[17] Superba al maggior segno

[18] La riva in Venezia è quella porta delle case, che dà sul canale

[19] Totani sono piccoli pesci niun valore, e in questo senso vuol dire che non ha dato dote.

[20] Vuol dire in quest'occasione dell'albagia.

[21] Niente.

[22] Ridotto al verde

[23] Quando.

[24] Nell'altra casa, ove si abitava prima.

[25] Le pigioni in Venezia si pagano anticipate di sei mesi in sei mesi

[26] Ho pieno il gozzo.

[27] Un pocolino.

[28] Lo strepito di molte voci.

[29] Qui significa una villanaccia di serva.

[30] Alla sfuggita.

[31] Sole, sole.

[32] Zio.

[33] Mal impicciata.

[34] In collera con suo nipote.

[35] Ripulir.

[36] Termine d'amicizia, come se dicesse: caro amico.

[37] Proverbio.

[38] Di giorno in giorno.

[39] Chiama uno di quei che lavorano.

[40] Esclamazione, che significa  allegramente! per ironia.

[41] Vuol dire, che si vesta propriamente.

[42] Cioè nella casa dove aono ora.

[43] Cioè nell'altra casa.

[44] Cornicette d'oro.

[45] Un tràiro vale cinque soldi veneziani, che sono due baiocchi e mezzo romani in circa.

[46] Semo al giazzo:  è spiantato.

[47] Trasporto, per allegoria.

[48] Cacciatemi.

[49] Sotto il tetto.

[50] In una prigione oscura.

[51] Un deposito di spazzature che fa rivoltare lo stomaco.

[52] Cioè la ringrazio, non me ne curo.

[53] Che pretensioni ridicole!

[54] Che gridi, che dica delle ingiurie.

[55] Venite anche voi a dottorare?

[56] Senza scherzi.

[57] Cosa significano questi cambiamenti?

[58] Maliziosamente in luogo di servente

[59] Di che temperamento sia.

[60] Scóvolo è una picciola granata, o sia scopa, con cui usasi in Venezia lavare i piatti, i tondi e le pentole, e quando sono vecchi, e consumati in parte, si gettano in canale, e come stanno a galla dell'acqua, vanno colla corrente, da che è nato il proverbio.

[61] La voce.

[62] Vorrei esser da lei lontana la lunghezza di dieci soldi di refe.

[63] La seconda, la fomenta bene.

[64] Alò, alò.

[65] Me ne vado.

[66] Giuro da quella donna che sono, non l'avrei sposato.

[67] Un satiro.

[68] La spiegazione di questa frase sarebbe lunga, e di mal odore; vuol dire, che si tenga per sé i suoi benefizi.

[69] Che mi levi di casa.

[70] Un adulator solennissimo.

[71] Un'altra casa affittata ad altre persone.

[72] Tali sciocchezze.

[73] Sequestrar i mobili.

[74] Ha borbottato.

[75] Cugino.

[76] Coperta dal manto, o sia tafetà nero, sino alla cintola, che vuol dire modestamente.

[77] Non ha difficoltà di lasciarsi vedere.

[78] Giovani scostumate, senza giudizio.

[79] Premura.

[80] Da vicino.

[81] Che vi siano meraviglie di bellezze.

[82] Sciocco

[83] Peata è una barcaccia che serve al trasporto di masserizie, legna e cose simili.

[84] Cenci, cioè cose di poco prezzo.

[85] Riflette che la peata era picciola e che conteneva pochi mobili.

[86] Cornice nera.

[87] Di cuoio.

[88] Un povero spiantato.

[89] Bollire la pentola.

[90] La tirerò giù, la farò parlare.

[91] Appena

[92] Che cose ridicole!

[93] Da criticare.

[94] Che vogliate.

[95] Ragazzate.

[96] Pizzicagnolo.

[97] Spargendo, raccontando.

[98] In Venezia anche i parenti più stretti si danno i titoli di cerimonia, costume un poco ridicolo.

[99] Si burla un poco di Lorenzino, perché le ha dato il titolo.

[100] Termine d'amicizia.

[101] Cioè il vostro cuore.

[102] guardinfante.

[103] Alla gran moda.

[104] Diamanti di Murano, cioè cristalli, pietre false, manifatture dell'isola di Murano, poco distante da Venezia.

[105] Che risplendono.

[106] A rovescio.

[107] Lo spasimato.

[108] Non vi fate scorgere

[109] Sa il cielo quando verrà.

[110] Se ha il guardinfante.

[111] Abbreviazione d'illustrissima.

[112] Pare un termine studiato, ma è familiare in Venezia

[113] Inchino, burlescamente.

[114] Prendi questa.

[115] Sciocca.

[116] Collocarmi.

[117] Che non ha né impiego, né facoltà.

[118] Un ragazzaccio.

[119] Un bel comodino.

[120] Che cicala.

[121] Per dir singolare: termine  stravagante, ma che qualche volta si usa.

[122] Irnbecillita.

[123] Subito, correndo.

[124] Morir di sete

[125] Che una favilla può incenerir la casa.

[126] Confidenze.

[127] Smaniglie (Braccialetti, ndr) d’oro.

[128] Celegati vuol dire passerotti: la frase è comune  e significa, non mi faranno parlare.

[129] Da dove cominciare.

[130] Ho dubitato.

[131] Il fegato guasto.

[132] Dico tutto.

[133] Nel cotone.

[134] A nuotare.

[135] Negl'impicci

[136] Si dice far passerini, quando si gettano con arte dei sassi piatti e sottili in acqua e si fanno rimbalzare a tre o quattro riprese. Dice Angioletto per ironia, aver fatto così dei ducati.

[137] Sputar dolce, ed ingoiar l'amaro, metafora.

[138] Sciocco, scimunito.

[139] Il gozzo.

[140] Non ci facciamo scorgere.

[141] Al fin dei conti.

[142] Ordini di carcerazione.

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Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011