Carlo Goldoni

Arcifanfano re dei matti

Edizione di riferimento:

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, vol. X, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1955

Arcifanfano

Dramma comico per Musica di Polisseno Fegejo Pastor Arcade da rappresentarsi

nel Teatro Giustinian di S. Moisè il carnovale dell’anno 1750

PERSONAGGI

Arcifanfano re dei matti. Il Sig. Francesco Baglioni.

Sordidone pazzo avaro. Il Sig. Alessandro Renda.

Madama Gloriosa pazza superba. La Sig. Dionisia Lepri.

Madama Semplicina pazza ritrosa. La Sig. Costanza Rossignoli.

GMadama arbata pazza allegra. La Sig. Serafina Penni.

Furibondo pazzo collerico. Il Sig. Francesco Carrattoli.

Malgoverno pazzo prodigo. La Sig. Berenice Penni.

 

Li Balli sono d’invenzione e direzione del Sig. Minelli d’Addatti.

 

MUTAZIONI DI SCENE

ATTO PRIMO

Campagna deliziosa con collina amena in prospetto, adornata di vari alberetti; e da un lato veduta della Città, con porta che introduce nella medesima. Trono da un lato, e tavolino e sedie. Camera nel palazzo dell’Arcifanfano.

 

ATTO SECONDO

Camera suddetta. Sala reale con varie gabbie di ferro.

 

ATTO TERZO

Campagna remota in poca distanza dalla Città. Sala dell’Arcifanfano, con trono e sedie. Luogo capriccioso destinato per dar il nome alla reale Città.

 

Le Scene sono d’invenzione e direzione del Sig. Girolamo Mauro

 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Campagna deliziosa con collina amena in prospetto, adornata di vari alberetti; e da un lato veduta della Città, con porta che introduce nella medema.

Arcifanfano sotto un trono capriccioso. Due Pazzi, suoi ministri, al tavolino scrivendo; ed altri Pazzi serventi.

Tutti gli altri sei Pazzi, uomini e donne, stanno sedendo, sparsi per la collina sotto gli alberetti; e due Pazzi stanno a’ piedi della collina, ascoltando quello che loro dicono.

Li sei Pazzi cantano come segue:

Vogliamo l’Arcifanfano

Signor della città.

Veniam per esser sudditi

Noi pur di sua Maestà.

Andate, andate subito,                     Gloriosa e  Furibondo a due

E poi tornate qua.              "                         "

Vogliamo l’Arcifanfano                       Tutti

Signor della città.    "

I due Pazzi partono dalla collina, e vengono al trono dell’Arcifanfano; s’inchinano, e gli parlano piano.

 

Arcifanfano:           Dunque sono sei pazzi

Che voglion diventar sudditi nostri?

Vengano pur, ma acciò scoprir io possa

Come l’intenda la lor mente stolta,

Fateli a me venire uno alla volta.

(i due Servi s’avviano verso la collina

E voi, pazzi ministri,

Che i nomi registrate

Dei sudditi del mio famoso impero,

Provvedetevi pur di carta assai,

Perché crescono i pazzi più che mai.

Li sei Pazzi nel ricevere la risposta dei Servi cantano:

Evviva l’Arcifanfano,

Signor della città.

Saremo tutti sudditi

Noi pur di sua Maestà.

Andiamo, andiamo subito            Gloriosa e Furibondo a due

Che già ci accoglierà.                      "

Evviva l’Arcifanfano                      Tutti

Signor della città.                             "

Furibondo s’alza, e viene abbasso con i Servi, e si accosta al trono.

Arcifanfano:          Olà: chi siete voi?

Furibondo:            Mi chiamo Furibondo,

E fo col mio valor tremar il mondo.

Arcifanfano:          Qual è il vostro mestier?

Furibondo:                     Fo professione

Di farmi rispettar dalle persone.

Chi mi zappa sui piedi

Mortifico e strapazzo,

Sfido, bastono, ammazzo;

Son pieno di coraggio, e valoroso.

Arcifanfano:          Bravo, signor Furioso !

Anch’io, quando mi vien la mosca al naso,

Precipito, fracasso,

Meno, taglio, conquasso,

E non son di quei matti

Ch’hanno molte parole e pochi fatti.

V’accetto nel mio regno, e poiché siete

Un uom così bravone,

Vi fo del regno mio guardaportone.

Furibondo:            Accetto il grande impegno, e se qualcuno

Mi vorrà dar una guardata storta,

Fracasserò, se occorre, anco la porta.

Arcifanfano:          Ma, signor Furibondo,

Signor terror del mondo,

Perché siete venuto in questo regno?

Furibondo:            Qui m’ha fatto venir l’ira e lo sdegno.

Non potevo soffrire

Vedermi preferire

In cariche d’onore

Gente perfida e vil, senza rossore.

I torti e le ingiustizie

M’han fatto delirare, e son venuto

A pregar l’Arcifanfano signore

Dar gloria al mio valore,

Acciò il mondo non cada

Sotto la formidabile mia spada.

 

Con un colpo di terza e di quarta

Ho una spada che tronca, che squarta,

E fa tutti col lampo tremar.

Comandate, e vedrete chi sono:

Sarò turbine, fulmine e tuono;

Saprò farmi da tutti stimar.

(parte, ed entra nella porta della Città, accompagnato dai Servi che poi ritornano)

Arcifanfano:          Quest’è un pazzo infelice e sfortunato,

Perché è da tutti odiato.

Anch’io fingo bravura,

Ma son dell’opinione

Che sia meglio negozio esser poltrone.

Frattanto scende Madama Gloriosa, servita da due Servi, e va al trono.

Gloriosa:                Siete voi l’Arcifanfano?

Arcifanfano:                                                   Son io.

Inchinatevi tosto al trono mio.

Gloriosa:                Una donna mia pari non s’inchina.

Arcifanfano:          Siete qualche regina?

Gloriosa:                Sì, signore.

Arcifanfano:          Perdonate l’errore.     (scende)

  Ditemi: di qual trono?

Gloriosa:                Io delle belle la regina sono.

Arcifanfano:          Questo è un regno soggetto a molti danni,

E suol durar al più sin a trent’anni.

Gloriosa:                Le trentatré bellezze

In donna ricercate,

In me perfezionate

Son tutte ad una ad una:

Di trentatrè non me ne manca alcuna.

Arcifanfano:          In quanto a questo poi,

Son più bello di lei:

Sono le mie bellezze trentasei.

Gloriosa:                Come il mio viso è bello,

È vago il mio cervello.

In ogni mia struttura

Un miracolo son della natura.

Arcifanfano:          Or fortunato in vero

Renderassi de’ pazzi il vasto impero.

Ma per che causa mai,

Signora sostenuta,

Siete voi qui venuta?

Gloriosa:                                                    Perché il mondo

Non è degno di me, perché nessuno

Conosce il merto mio,

Perché non sono io

Dalla gente malnata

Quanto basta servita e rispettata.

Arcifanfano:          Eppure il mondo è pieno

Di gente pazza, per costume avvezza

A incensar delle donne la bellezza.

Gloriosa:                Ma io che di beltà m’appello il nume,

Voglio esser adorata oltre il costume.

Però a voi, Arcifanfano,

Vengo e mi raccomando

Acciò un vostro comando

Faccia che in questo regno,

Ripien di strani umori,

Tutti sian del mio viso adoratori.

Arcifanfano:          Andate, andate pure,

Che se non fosser pazzi

I miei sudditi eroi;

A farli pazzi bastereste voi.

Gloriosa:                Pazzo può dirsi quello

Che non conosce e non apprezza il bello.

 

Bel labbro, bel viso

Può dire, può far :

Col vezzo, col riso,

Vuò farmi adorar.

Qual sol che d’intorno

Fa splendido il giorno,

Faran questo regno

Mie luci brillar.

(parte per la porta della Città, servita ecc.)

Arcifanfano:          Se tutte qua venissero

Quelle donne che sono

Pazze per vanità, come costei,

Empirebbero presto i stati miei.

Sordidone scende dalla collina con un scrigno sotto il braccio, servito al solito.

Sordidone:             Andate, andate via;

Non voglio che sentite,

Non voglio che vedete,

Perché alla ciera due bricconi siete.       (alli due Servi che si ritirano)

Arcifanfano:          Chi siete, galantuomo?

Sordidone:             Io son un pover’uomo

Che ho sempre faticato,

Sempre poco ho mangiato,

Pochissimo ho bevuto e mal dormito,

E son andato sempre mal vestito.

Arcifanfano:          Poverino! perché?

Sordidone:                                            Per avanzarmi

Un poco di denaro.

Benedetto denar, mi sei pur caro!

Arcifanfano:          Ehi! ne avete voi molto?

Sordidone:                                                     Io non vorrei

Che alcuno mi sentisse. Eccolo qui,

Eccolo il mio tesoro:

Quattro mille filippi in doppie d’oro.

Arcifanfano:           Zitto, che non si sappia.

   Ditemi in confidenza: quel denaro

   L’avete guadagnato,

   O l’avete rubato?

Sordidone:                                          Vi dirò.

Ho fatto delle usure;

Ho prestato denar col pegno in mano.

Se ho trovato il baggiano,

Con la mia borsa ad aiutarlo intenta,

Ho principiato a numerar dal trenta;

E m’hanno sopratutto profittato

Sedici soldi al mese per ducato.

Arcifanfano:          Vossignoria perdoni:

Qui si accettano pazzi, e non bricconi.

Sordidone:             Purtroppo con strapazzo

Mi dice il mondo pazzo,

Perché in tasca il denaro m’ho tenuto,

E un momento di ben non ho goduto.

Ma il mio ben, il mio core,

È questo, è questo solo,     (accenna il cassettino)

E guardar il denaro io mi consolo.

Arcifanfano:          Ma che volete far di quell’intrico?

Io non ne sono amico.

Sapete pur che i pazzi

Hanno con le monete antipatia,

quand’hanno denar, lo gettan via.

Sordidone:             Per questo son venuto

A ricorrer da voi. Nel mio paese

Non mi posso salvar. Perché si sa

Che ho un poco di denaro,

Ciascun mi vien d’intorno,

Né mi lasciano star notte né giorno.

Questo un laccio mi tende,

Quello al varco m’attende,

Ognun mi va facendo il bello, il caro,

Per rubarmi di tasca il mio denaro.

Qui, dove di denar non si fa caso,

Sono almen persuaso

Che senza insidiatori

Potrò in pace goder i miei tesori

Arcifanfano:          Date a me quel denaro.

Io lo custodirò;

E quando lo vorrete,

Sempre nelle mie man voi lo vedrete.

Sordidone:             Ma signor...

Arcifanfano:                                Diffidate?

Di vivere fra noi non siete degno,

E vi farò cacciar fuor del mio regno.

Sordidone:            Ma sarà poi sicuro?

Arcifanfano:          Sicurissimo:

Giuro da re de’ pazzi arcipazzissimo.

Sordidone:             Quand’è così, tenete.   (gli dà il cassettino

Oimè, oimè!

Arcifanfano:                                 Che avete?

Sordidone:             Mi vien un gran sudore.

Ahi, che vi lascio nello scrigno il core!

Arcifanfano:          Andate, andate dentro

Della città felice. Io vi destino,

Per secondar il vostro bell’umore,

Economo de’ pazzi e spenditore.

Sordidone:             Anderò... Ma non so... Vi raccomando

Il mio povero cor.

Arcifanfano:                                         Il vostro core,

Ditemi, ov’è riposto?

Sordidone:             Dentro quel cassettino io l’ho nascosto.

 

Il mio core, poverino,

Che sta lì nel cassettino,

Mi trattiene, a sé mi chiama;

E il mio fegato che l’ama,

Senza il core non può star.

Anco l’ale dei polmoni

Voglion dir le sue ragioni;

E i budelli, poverelli,

Fanno in corpo del rumore,

Perché il core von cercar.      (parte coi Servi)

 

Arcifanfano:          Quello di tutti i pazzi è il maggior pazzo

Che fa di sé strapazzo.

L’avaro è un animale

Che a nessuno fa bene, e a sé fa male.

Io parlo qualche volta

Che pazzo non rassembro, ma è dovere

Che il re de’ pazzi nella mente stolta

Dei lucidi intervalli abbia talvolta.

Scende dalla collina Malgoverno, Pazzo prodigo.

Malgoverno:          Arcifanfano, io sono

Malgoverno chiamato

Perché il mio patrimonio ho consumato.

Io stavo allegramente

Senza pensare a niente;

Ora ho finito il tutto,

E se prima era bello, ora son brutto.

Arcifanfano:          Evviva, non importa.

Almeno avrete fatti degli amici

Che si ricorderan dei dì felici.

Malgoverno:          Gli amici son finiti,

Se finito è il denaro. Anco le donne,

Che facevan di me le innamorate,

Or che non ho denar si son cambiate.

Arcifanfano:          Ora sì, siete degno

Di venir nel mio regno.

Malgoverno:          A qual motivo?

Arcifanfano:          Perché, se voi credeste

Delle femmine al cor bugiardo e scaltro,

Siete pazzo, pazzissimo senz’altro.

Malgoverno:          Ora che ho terminato d’impazzire,

Tutti gli altri son savi, e non ritrovo

Chi si ricordi più, per cortesia,

Che ha fomentato un dì la mia pazzia.

Disperato ora sono:

Eccomi al vostro trono.

Spero si moverà

Qualche pazzo di me forse a pietà.

Arcifanfano:          Non sarei re de’ pazzi,

Se a pietate di voi non mi movessi.

Ecco denar: tenete,

Consumate, spendete.

Perché voi siete il capo dei balordi,

Vi fo mastro de’ chiassi e de’ bagordi.

Malgoverno:         Grazie a vostra Maestà.

                                       Tenete, amici,      (dà denari ai Servi)

Finché ve n’è, godete.

Quando poi non ne avremo,

Baroni come prima torneremo.

 

Il denaro è tondo tondo

Corre presto e se ne va.

Il piacer più bel del mondo

Il denaro ognor sarà.

(parte dando denari ai Servi, e va in Città con lo scrigno)

Arcifanfano:          Ecco il fin del denaro

Che accumula con stenti il pazzo avaro.

Scende dalla collina Madama Semplicina coi Servi.

Arcifanfano:          Che vaga pazzarella!

Com’è graziosa e bella!

Con questa, in fede mia,

Il regno spartirei della pazzia.

Semplicina:           Via, via con quelle mani;

Andatemi lontani.         (ai Servi)

Arcifanfano:                                          Cos’avete,

Pazzarella gentil, che irata siete?

Semplicina:           Fuggo dal mio paese

Perché non voglio che nessun mi tocchi;

E mi voglion toccar quei pazzi alocchi.

Arcifanfano:          Via di là! Poverina,

Chi siete voi?

Semplicina:.                                  Madama Semplicina.

Arcifanfano:          Fanciulla, o maritata?

Semplicina:                 Oibò, che dite?

Io maritata? Io? Come? Se mai

Un uomo nella faccia non mirai?

Arcifanfano:          Perché così ritrosa?

Semplicina:           Perché sono un tantino vergognosa.

Arcifanfano:          Voi siete fatta come il genio mio,

Perché son molto vergognoso anch’io.

Semplicina:           Eh, gli uomini son tutti

Furbacchioni e cattivi.

Arcifanfano:          Come il sapete voi?

Semplicina:                                             Già li ho provati.

Arcifanfano:          Se in faccia non li avete mai mirati!

Semplicina:           Le fanciulle modeste

Non alzano mai gli occhi.

Arcifanfano:                      Dite bene.

Guardarsi non sta bene.

Si può ben dire qualche parolina.

Semplicina:           Quando sia modestina.

Arcifanfano:          Si può toccar la man con pudicizia.

Semplicina:           Quando la cosa sia senza malizia.

Arcifanfano:          Ho imparato a trattare

Senza malizia alcuna,

Dopo aver visto il Mondo della Luna.

Semplicina:           Signor, io son venuta

A ricorrer da voi. Gli uomini arditi

Non lascian d’insultarmi,

E oramai non so più dove salvarmi.

Arcifanfano:          Avete padre e madre?

Semplicina:                Signor sì.

Arcifanfano:          Perché non vi maritano?

Semplicina:                     Dirò:

Perché non vonno i genitori miei

Dar per marito a me quel ch’io vorrei.

Arcifanfano:          Siete voi innamorata?

Semplicina:                Sì, signore.

Arcifanfano:          È bello il vostro amante?

Semplicina:                                                      Non lo so,

Perché in viso mirato mai non l’ho.

Arcifanfano:          Oh veramente degna

Di star fra queste pazze fortunate,

Poiché senza veder v’innamorate!

Semplicina:           Mi raccomando a vostra Maestà;

Arrossisco, signor, se sto più qua.

Arcifanfano:          Andate, e non temete,

Che toccata dai pazzi non sarete.

Ma prima, Semplicina,

Datemi un’occhiatina.

Semplicina:                Oh cosa dite!

Arcifanfano:          Non fate verun mal guardando me,

Perch’io son alla fin de’ pazzi il re.

Semplicina:           Nol farò mai, se non allora quando

M’obbligasse di farlo un suo comando.

Arcifanfano:          Olà, donna, ascoltatemi:

Alzate le pupille, e poi miratemi.

Semplicina:             Vi miro fiso fiso,

vedo in quel bel viso

Quell’occhio che sta lì,

Che mi ferisce qui;

E amor da quella bocca

Qua una saetta scocca.

Quel ciglio... ve lo dico?

Mi fate vergognar.

Non ho mirato mai

D’un uomo i vaghi rai,

non li vuò mirar.       (parte coi Servi in Città)

 

Arcifanfano:           Questa è quella pazzia

Chiamata ritrosia,

La quale a poco a poco

Col gel principia, e termina col foco.

Madama Garbata con i Servi, dalla collina.

Garbata:                 Animo, buona gente,

Che si stia allegramente.

Arcifanfano mio, signor dei pazzi,

Io vengo per goder spassi e sollazzi.

Arcifanfano:          Brava! così mi piace.

Evviva l’allegria;

Vada in malora la malinconia.

Garbata:                 Mi conoscete voi?

Arcifanfano:          Signora no.

Garbata:                 Chi son, ve lo dirò.

Son madama Garbata:

D’allegrezza impastata.

Non vuò parlar di guai:

Non ci ho pensato, e non ci penso mai.

Arcifanfano:          Oh che bizzarro umor!

Garbata:                                                        Sia guerra o pace,

Sia pioggia o sol, sia tempo triste o buono,

Sempre la stessa io sono.

Perisca tutto il mondo,

Caschi la casa anch’essa,

Sempre sarò la stessa.

Amanti o non amanti, non m’importa:

Drizzatemi la scuffia, che l’ho storta.

Arcifanfano:          Oh mille volte degna

Del gran regno de’ pazzi! In fede mia,

Il ristoro de’ pazzi è l’allegria.

Garbata:                 Io son fuggita dalla mia città,

Perché gli uomini là

Vogliono far i savi,

E con i grilli suoi

Sono pazzi tre volte più di noi.

Fan talora un festino, e sul più bello

Prendono gelosia,

E si cambia in dispetti l’allegria.

Saranno a qualche cena

Accanto alla sua bella,

E invece di mangiare

Si sente sospirare.

Giocano col penin sotto la tavola,

E s’ella non risponde,

L’amante si confonde,

D’amor, di gelosia, di rabbia pieno;

Spende il denaro, e poi mangia veleno.

Arcifanfano:          Oh che pazzi, oh che pazzi! Io di costoro

Esser re non vorrei.

Sono pazzi assai meno i pazzi miei.

Garbata:                 Io voglio star allegra

Senza sentir sospiri e battitori.

Però son qui venuta

Da vostra Maestà,

Che il cielo vi conservi in sanità.

Arcifanfano:          Andate, andate dentro, e ci vedremo;

In pace goderemo.

Faremo i nostri patti!

Staremo allegramente.

Garbata:                         Evviva i matti!

 

Vuò star allegramente;

Vuò prendermi sollazzo;

Fo bene a far così?

V’è chi mi dice sì,

V’è chi risponde no.

O l’uno o l’altro è pazzo,

O siamo pazzi in tre.

Il mondo è tanto bello

Perché di vari umori.

Vuò fare tutto quello

Che pare e piace a me.

(parte coi Servi verso la Città)

Arcifanfano:          Or sì posso chiamarmi

De’ pazzi il gran monarca,

Perché la monarchia de’ pazzi è carca.

Oggi ho fatto l’acquisto

Di sei varie persone

Con diversa opinione o fantasia,

Con diverso costume o sia pazzia.

 

Il pazzo furioso

Vuol tutti ammazzar.

La pazza superba

Vuol farsi adorar.

Il povero avaro

Ha il cor nel denaro.

Il prodigo in fretta

Lo spende, lo getta.

La semplice è pazza

Per finta bontà.

L’allegra svolazza,

Pensieri non ha.

E vivano i matti!

Lan la ra, la, la. (parte)

SCENA SECONDA

Camera.

Madama Gloriosa e Malgoverno

Gloriosa:                Olà, che ardir è il vostro?

Abbassate quegli occhi,

Non mi guardate in viso;

O con un mio sorriso,

O con un vezzo accorto,

Vi faccio adess’adesso cascar morto.

Malgoverno:          No, mia bella, non fate:

Lo sdegno trattenete.

Cara, non m’uccidete.

In segno della stima

In cui del vostro bel tengo il tesoro,

Vi faccio il sagrificio di quest’oro. (le dà alcune monete, e lei le prende)

Gloriosa:                D’oro non ha bisogno

Chi ha nel biondo crine

D’oro più bel ricchezze peregrine. (getta loro, e fugge via)

Malgoverno:          Fermate: se non basta

Di quest’oro il valore,

V’offerisco il mio sangue ed il mio core. (la segue)

SCENA TERZA

Sordidone vede loro in terra.

Oh fortuna, oh fortuna, oh me beato!

Quant’oro ho ritrovato!

Che bel paese è questo!

Se si trova così per tutto l’oro,

Si puol senza sudar far un tesoro.

Ma vien gente; non voglio

Che qualcun me lo veda. Andrò a riporlo

Nell’amato mio scrigno.

Quanto del mio tesor cresce il valore,

Tanto mi sento in sen crescer il core. (parte)

SCENA QUARTA

Furibondo con la spada incalzando alcuni Pazzi; poi Arcifanfano con un nerbo di bove.

Furibondo:            Canagliaccia, vuò ammazzarvi,

Voglio tutti trucidarvi.

Para, mena, tira, ah!

Arcifanfano:           Alto, alto, alto là.               (dà una nerbata a Furibondo)

Furibondo:             Grazie a vostra Maestà.

Arcifanfano:           Lo conoscete?                    (gli mostra il nerbo)

Furibondo:             Sì, signor, lo conosco.

Arcifanfano:           E ben, come si appella?

Furibondo:             Al mio paese

Questi nerbi gentili e sì ben fatti

Si sogliono chiamar castigamatti.      (parte)

Arcifanfano:           Per castigar i pazzi più bricconi,

Queste son le mie spade e i miei cannoni.

SCENA QUINTA

Madama Semplicina e detti; poi Madama Garbata

Semplicina:           Signor, posso venir?

Arcifanfano:          Sì, sì, venite; Voi siete la padrona

Della mia arcipazzissima corona.

Semplicina:           Oh quanto son pentita

D’esser venuta qui! Vuò tornar via.

Arcifanfano:          Non fate tal pazzia.

Perché siete pentita?

Semplicina:           Voi m’avete col guardo tramortita.

Arcifanfano:          Io vi medicherò.

Semplicina:           Non voglio, signor no.

Arcifanfano:          Se non volete,

Dunque me n’ anderò. (vuol partire)

Semplicina:           Ehi! dove andate?

Arcifanfano:         Cara, sono da voi.          (torna vicino a lei)

Semplicina:                                          Non mi toccate.

Arcifanfano:          Via, non vi toccherò;

In là mi volterò.

Semplicina:           Perché in là vi voltate?

Arcifanfano:          Dunque vi guarderò.

Semplicina:                 Non mi guardate.

Arcifanfano:                                  Che cosa ho da far?

                                  Andare o restar?

                                 Toccar, non toccar?

                                 Voltarmi o guardar?

Semplicina:            Restar, non toccar.

                                 Voltar, non guardar.

Arcifanfano:                                  Io son re de’ pazzi,

                                 Non posso più star. (l’incalza)

Semplicina: Andate, partite,

                                 Lasciatemi star. (va fuggendo)

Garbata:                                         (Pigliamoci spasso). (esce Madama Garbata)

                                 Cos’è questo chiasso?

Arcifanfano:                                  Non vuol che la miri.

Semplicina:                                   Mi guarda, mi tocca.

Garbata:                                         Che pazza, che gnocca!

                                 Lasciatelo far.

Arcifanfano:                                  Io son re de’ pazzi,

                                 Non posso più star.

Semplicina:                                   Andate, partite,

                                 Lasciatemi star.                 (parte)

Garbata:        Lasciate che vada,

                                 Godiamo fra noi.

Arcifanfano:                                  Almeno con voi

                                 Si puole scherzar.

Arcifanfano - Garbata:                      Evviva per sempre                    ( a due)

                                                               La bella allegria.                             "

                                                               La bella pazzia                               "

                                                               Ci fa giubilar.                                  "

Semplicina:                                        (Oh che gelosia                            (torna)

                                                              Mi fanno provar!)

Arcifanfano - Garbata:                     Per pura allegria                         (a due)

                                                               Vi voglio abbracciar.                      "

Semplicina:                                         E a me, poverina?

                                                               Mi fate penar.

Arcifanfano - Garbata:                     Venite ancor voi                           (a due)

                                                              Potete con noi                                    "

                                                              Giuliva restar.                                    "

Semplicina:                                        Mi sento nel petto

                                                              Il core balzar.

Arcifanfano - Garbata - Semplicina      Che bella allegria,                (a tre)

                                                             Che bella pazzia                                "

                                                             Che fa giubilar!                                  "

Ritorna la prima scena con collina, su cui stanno sedendo i Ballerini e le Ballerine,

rappresentanti altri Pazzi e Pazze che vengono per aver l’ingresso nella Città, e

dopo esser stati per ordine del Re de’ Pazzi accettati, scendono dal colle, e intrecciano le loro danze.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Camera.

Madama Gloriosa collo specchio in mano e Malgoverno collo scrigno.

Malgoverno:          Fermatevi un momento.

Gloriosa:                 Che brio, che portamento! (guardandosi nello specchio

Malgoverno:                                                     Deh, vi prego:

Udite due parole.

Gloriosa:                 Lo splendor de’ miei rai supera il sole.

Malgoverno:          Ma voi non mi abbadate?

Gloriosa:                                                            Non vi abbado,

Per sostener della beltà il decoro.

Malgoverno:          Un piccolo tesoro,

Mia bella, io vi presento:

Datemi un solo sguardo, e son contento.

Gloriosa:                L’offerta che mi fate,

A quanto ascenderà?

Malgoverno:                                              Saranno incirca

Due mille doppie d’oro.

Gloriosa:                Questo al merito mio non è un tesoro.

Malgoverno:          Non posso far di più.

Gloriosa:                 Le gemme del Perù

Sariano poche ancora,

Per la beltà che le mie guance infiora.

Malgoverno:          Oh preziosa beltà che non ha prezzo!

E pur con meno assai

Qualcun più fortunato

Troveria delle donne a buon mercato.

 

SCENA SECONDA

Madama GARBATA e detti.

Garbata:                 Riverisco, signori. E che si fa?

Malgoverno:          Sospiro invan pietà.

Garbata:                 Pazzo, se sospirate. (a Malgoverno)

Malgoverno:          Pazza voi, se pietade a me negate. (a Gloriosa)

Gloriosa:                Pazza colei che a tutti

Della propria beltà concede i frutti

Malgoverno:          Mirate, offro a colei

Tutti i denari miei, e li ricusa

Con tanta villania.

Garbata:                 Il denaro ricusa? Oh che pazzia!

Malgoverno:          Se l’offerissi a voi, l’accettereste?

Garbata:                 Sì signor, sì signor, l’accetterei,

E vi ringrazierei:

Sempre vi porterei scolpito in petto;

Vi farei, occorrendo, anche un balletto.

Gloriosa:                Come! Farete voi

Alla bellezza mia sì fiero torto? (a Malgoverno)

Malgoverno:          Se all’amor mio conforto, (a Garbata)

Bella, voi promettete,

Di tutto l’oro mia padrona siete.

Garbata:                 Giuro che se mi fate un tal onore,

Voi sarete padron di questo core.

Gloriosa:                (Che risolve? Che fa?)

Malgoverno:          Tenete, o cara.         (a Garbata)

Voi siete fra le belle la più bella;

Mi parete una stella.

Non curo una bellezza

Che ogni core disprezza.

Viva quella beltà

Che, a chi chiede pietà, pietà riserba.

Pera con suo rossor pietà superba.

Se bello il sol si chiama,

È perché ognun riscalda.

Nessuno apprezza ed ama

La inutile beltà.

Con tutti i suoi splendori

Che va spargendo intorno,

Non trova adoratori

La pazza vanità. (parte)

SCENA TERZA

Madama Gloriosa e Madama Garbata

Gloriosa:                 Uomo vile, mal nato,

Uomo che non apprezza

Il tesoro miglior della bellezza.

E voi, che senza merto

Mi usurpate i tributi

A mia beltà dovuti,

Vergognarvi dovreste

D’esser bella chiamata in faccia mia.

Garbata:                  È questa la pazzia

Che hanno le donne tutte,

Sian belle o siano brutte.

Se stessa ognuna apprezza,

crede non si trovi altra bellezza.

Gloriosa:                 Ma voi, o brutta o bella,

Accettar quel denaro non dovete.

Perché, se brutta siete,

A voi non si conviene,

avendo di beltà ricco tesoro,

Lo dovete tener con più decoro.

Garbata:                  Io non so se sia brutta o se sia bella:

Ma vi dico, sorella,

Che l’oro piace a tutte,

E che l’oro fa belle anco le brutte.

Ora non è più il tempo

Che vogliano gli amanti

Spender per la beltà sospiri e pianti.

Coi regali ciascun si fa la strada ;

E nulla può sperare

Bellezza ritrosetta,

Che se una ricusa, un’altra accetta.

Per me son fatta

Sempre così;

Chi mi vuol bene,

L’ha da mostrar.

Io nulla credo

Quando non vedo.

Con me s’inganna

Chi vuol burlar.

Non son avara,

Non son di quelle

Che degli amanti

Voglion la pelle;

Ma un regaletto,

Segno d’amore,

Presto il mio core

Fa innamorar. (parte)

SCENA QUARTA

Madama Gloriosa sola.

No, non sarà mai vero

Ch’io m’abbassi a tal segno

D’amar un uom di mia bellezza indegno.

Se Giove non discende in pioggia d’oro,

O trasformato in toro,

A farmi un dolce invito,

Io non voglio nel mondo alcun marito.

Donne belle, che vantate

Di beltà ricco tesoro,

Mantenete con decoro

Quel favor che il ciel vi dà.

Lusingar non vi lasciate

Dal virile sesso ingrato,

Perché quando è maneggiato,

Perde il fior la sua beltà. (parte)

SCENA QUINTA

Arcifanfano e Sordidone

Sordidone:             Il mio scrigno, il mio scrigno.

Arcifanfano:           Il scrigno è andato.

Sordidone:             M’avete assassinato.

Volete ch’io m’ammazzi?

Ah, che sanno rubare ancora i pazzi!

Arcifanfano:          Non vedi, Sordidone,

Che ti ho fatto servizio

A levarti d’attorno il precipizio?

Sordidone:             Il mio core, il mio core, ov’è il mio core?

Arcifanfano:          Povero pazzarello,

Non cercare il tuo cor, cerca il cervello.

Sordidone:             Se voi non mi rendete

Il cor che mi tenete,

Meschino io morirò;

Ma prima di morir v’ammazzerò. (impugna un coltello contro Arcifanfano)

Arcifanfano:          Ehi, ehi, non far la bestia.

Pazzi, pazzi, venite. (vengono due Servi con bastoni)

Costui dà in frenesia;

Moderategli un poco la pazzia. (i Servi alzano i bastoni)

Sordidone:             Fermatevi, per grazia.

Oltre la mia disgrazia,

Bastonar mi volete? (ridono)

Ancor mi deridete,

E ho perso il mio denaro?

Arcifanfano:          Questo è il degno piacer del pazzo avaro.

Sordidone:             Che cos’è quest’avaro?

Economo son stato.

M’ho il denar risparmiato,

E il diavolo me l’ha portato via.

Arcifanfano:           Frutto dell’avarissima pazzia.

Sordidone:             Oimè, non posso più.

Che fiamma è questa

Che mi viene alla testa?

Olà, chi siete voi?            (dà in furore contro Arcifanfano)

Chi sei tu, chi sei tu?

Gradasso o Orlando?

Io ti sfido a battaglia. Ecco il mio brando. (leva il bastone a un Pazzo)

Arcifanfano:          Tenetelo, tenetelo.

Sordidone:                                             Fermate,

O a tutti vi darò delle stoccate.

(bastona i Pazzi, e fuggono. Vuol fuggir Arcifanfano, e lo trattiene)

Fermati, non partir.

Arcifanfano:           Non mi conosci?

Sono de’ pazzi il re.

Sordidone:             Che cosa importa a me?

O dammi il mio denar che m’hai rubato,

O ti faccio morire bastonato.

Arcifanfano:          O caro signor pazzo,

Non mi fate strapazzo;

Lasciatemi partir e tornerò,

Ed il vostro denar vi porterò.

Sordidone:             Non mi fido.

Arcifanfano:                                   Lo giuro.

Sordidone:                       Non ti credo.

Arcifanfano:          (Se potessi fuggir da quest’imbroglio!)

Sordidone:             Vanne... resta... va pur... ferma, non voglio.

 

Arcifanfano:                             Sordidone, caro caro,

Deh lasciatemi partir.

Vado a prendere il denaro,

Vi prometto di venir.

Sì signore, torno presto.

Non volete? Resto, resto.

Io son vostro buon amico.

(Ah, se posso, gliela ficco).

Oh chi viene? Non mi movo.

(Or mi provo — di fuggir).    (parte correndo

SCENA SESTA

Sordidone, poi Madama Garbata

Sordidone:             Dove sta? dove sei? Ah m’è fuggito!

Anche il re m’ha ingannato.

Ah ch’io sono da tutti assassinato!

Ho perso le mie doppie,

Ho perso il mio tesoro.

Che smania! che dolore!

Io manco, io moro.

Ma che ho da far al mondo,

Senza il tesoro mio?

Morto è il mio cor, voglio morire anch’io. (si leva una corda con cui è cinto)

Sì, sì, con questa corda,

Per uscire d’impaccio,

Voglio formare un laccio.

Giacché niente più v’è che mi consola,

Io mi voglio appiccare per la gola. (attacca il laccio per appiccarsi)

Garbata:                  Olà, olà, che fate?

Sordidone:             Via, non mi disturbate.

Garbata:                 Si può saper cosa volete fare?

Sordidone:             Io mi voglio appiccare.

Garbata:                 E appiccar vi volete senza il boia?

Sordidone:             Se questo vi dà noia,

Signora dottoressa,

Venite dunque a far voi da boiessa.

Garbata:                 Son qui, datemi il laccio.

Sordidone:             Eccolo.

Garbata:                              Eh via, (getta via il laccio)

Questa de’ pazzi è l’ultima pazzia.

Dite, per qual cagione

Vi volete ammazzar?

Sordidone:                  Perché il mio scrigno,

Ahi, m’è stato rubato.

Garbata:                 Zitto, che il vostro scrigno io l’ho trovato.

Sordidone:             Datemel, per pietà.

Garbata:                  Ve lo darò;

Con un patto però,

Che vuò che stiate meco allegramente;

Vuò che facciamo il chiasso,

E che lasciate andar la morte a spasso.

Sordidone:             Se mi restituite il mio denaro,

Il viver mi sarà prezioso e caro.

Garbata:                 Aspettate un momento. (va a prender lo scrigno)

Sordidone:             Il mio scrigno, il mio scrigno. Oh che contento!

Garbata:                 Eccolo: che ne dite?

Siete ora consolato?

Sordidone:             Il mio core, il mio core. Oh me beato!

Garbata:                 Ora m’avete a mantenere il patto.

Sordidone:             Son pronto, comandate.

Garbata:                 Ora torno: aspettate.

Sordidone:             Povero scrigno! È aperto.

Mi par che scemo ei sia.

Garbata:                 Presto, presto, allegria; presto, allegria.

Sordidone:             E che ho da far?

Garbata:                                              Tenete

Il chitarrin. Io suono, e voi sonate.

Io vi voglio cantare, e voi cantate.

(toccano il chitarrino, e l’orchestra coi violini pizzicati l’accompagna)

Garbata:                                La bella pastorella

              Sen va col suo pastor,

              In questa parte e in quella

              Spiegando il proprio amor.

Sordidone:                            In questa parte e in quella,

              Andrò col mio tesor.

              Io son la pastorella,

                                                E questo è il mio pastor. (verso lo scrigno, senza chitarrino)

Garbata:                                Lasciate il denaro,

                                                Volgetevi a me.

Sordidone:                                  Oggetto più caro

                                                 Di questo non c’è.

Garbata:                                      Guardate, son quella

                                                 Che a voi porta amor.

Sordidone:                                  Voi siete assai bella,

                                                 Ma questo è il mio cor.

Garbata:                 Se non volete amarmi, non importa:

A me mi basta star in allegria.

Il giubilo del core mi trasporta

A dir cantando: Evviva la pazzia!

Sordidone:             Sì, cara, l’allegrezza mi conforta;

Ma il sol denaro è l’allegrezza mia.      a due

Pigliamoci ciascun nostri sollazzi:           "

Evviva l’allegrezza, evviva i pazzi!         "       (partono)

SCENA SETTIMA

Madama Semplicina, fuggendo da Furibondo

Semplicina:            Alla larga, alla larga.

Furibondo:             Non temete,

Non voglio farvi offesa,

Anzi sempre sarò vostra difesa.

Non mi curo di voi.

Furibondo:             Dunque sprezzate

Il mio valor, la protezione mia?

Non sapete chi sia?

Son un che fa terror a tutto il mondo,

E di nome mi chiamo Furibondo.

Semplicina:            Col nome e la figura

Voi mi fate tremar dalla paura.

Furibondo:             Baciatemi la mano.

Semplicina:           Guardate che villano!

Furibondo:            Come! Villano a me? Corpo del diavolo,

Io non so chi mi tenga,

Ragazza temeraria,

Ch’io non vi getti con un pugno in aria.

Vi vorrei stritolar, ridurvi in polvere,

Ma non mi so risolvere,

Perché dice l’arietta:

Non si sdegna il leon coll’agnelletta.

«Leon ch’errando vada

Per la natia contrada,

Se un agnellin rimira,

Non si commove all’ira

Nel generoso cor. » (parte)

SCENA OTTAVA

Madama Semplicina, poi Arcifanfano

Semplicina:             Grazie al ciel, se n’è andato.

Oh che pazzo egli è mai spropositato!

Ma viene l’Arcifanfano.

Vorrei... e non vorrei...

Andrei... e non andrei...

Mi piace, ma non so...

Sono fra il sì ed il no.

Per veder che sa far e che sa dire,

Fingerò di dormire. (siede, e finge di dormire)

Arcifanfano:           Che vale il regno mio,

Se goder non poss’io qualche contento

Con quella pazzarella un sol momento?

Ma eccola che dorme.

Quanto, quanto è bellina!

Oh che bella bocchina!

Che bel color di rosa!

Mi dispiace che sia tanto ritrosa.

Eppure il re dei pazzi

Non doverebbe aver tanti riguardi.

Ma amor con sue vicende

Ora leva il cervello, ora lo rende.

Voglio destarla... e poi

Se n’anderà quando sarà destata;

Dunque è meglio lasciarla addormentata.

Ma fino ch’ella dorme,

Non può dell’amor mio sentir pietà.

Dunque è meglio svegliarla... e che sarà?

Andrò così bel bello

Svegliandola, chiamandola pian piano,

Non starò né vicino, né lontano.

Semplicina bella, bella,

Su, svegliatevi, per pietà.

Semplicina:           Arcifanfano caro caro, (dormendo)

         Consolatemi per pietà.

Arcifanfano:          Vengo, vengo... dorme ancora.

Semplicina:           Caro, caro...

Arcifanfano:                                 Dorme ancora,

E dormendo si sogna di me.

Semplicina, mia bellina.

Semplicina:.          Chi mi chiama?          (si sveglia)

Arcifanfano:                                      Sì, son io.

Semplicina:           Dove siete, idolo mio? (mostra non vederlo)

Arcifanfano:          Cara, cara, eccomi qua.

Semplicina:.          Compatitemi, che ho sognato.

Arcifanfano:          Ecco il sogno verificato.

Semplicina:           Oh che sogno!

Arcifanfano:                                    Semplicina!

Semplicina:           Mi vergogno.

Arcifanfano:                                  Via, carina!

                        Giacché il sogno si è spiegato,          a due

Oh che sogno fortunato!             "

Oh che dolce e caro amor!          "

SCENA NONA

Salone stravagante, o altra scena capricciosa, con cinque gabbie di ferro.

In una vi è Madama Gloriosa, nella seconda Sordidone, nella terza Madama Garbata,

nella quarta Furibondo, e nella quinta Malgoverno. Altri Pazzi stanno osservando e ridono di loro.

Tutti:                       Venga la stizza,

Venga la rabbia

A chi m’ha fatto

Metter in gabbia.

Son tutto sdegno,

Tutto furor.

Furibondo, Gloriosa:          E voi ridete,               (a due)

               Pazzi che siete,               "

               E non avete                     "

               Di noi dolor.                    "

Tutti:             Venga la stizza,

                        Venga la rabbia

                        A chi m’ha fatto

                        Metter in gabbia.

                        Son tutto sdegno,

                        Tutto furor.

 

Arcifanfano:          Olà, pazzi arrabbiati,

Che strepito è cotesto?

O state zitti, o proverete il resto.

Gloriosa:                Signor, la mia bellezza

Rinchiusa non può stare.

Sordidone:             Deh lasciatemi andare.

Malgoverno:          Se voi mi liberate,

Signor, vi donerò

Dieci ducati quando li averò.

Furibondo:            Apritemi, villani,

O il ferro romperò con le mie mani.

Garbata:                 Aprite in cortesia,

Ch’io vi farò star tutti in allegria.

Arcifanfano:          Le vostre istanze, o gente pazza, ho udite.

Quello ch’io vi rispondo, ora sentite:

La superbia stia là

Finché scema la troppa vanità;

Stia là dentro l’avaro

Finché perde l’amor del suo denaro;

Là dentro stia il furioso

Finché divien pietoso;

E il prodigo non esca

Finché il meschino è asciutto come l’esca.

Ora che avete inteso

Come dovete uscir da questi guai,

Dite: quando uscirete?

Li quattro pazzi:   Mai, mai, mai.

Garbata:                 E di me che sarà? Se uscir io deggio

Quando amica io sarò d’affanni e guai,

Anch’io dico con gli altri: mai, mai, mai.

Arcifanfano:          Di madama Garbata

La pazzia fortunata

Giova de’ pazzi al trono:

Onde la libertade ora le dono.

(i Servi pazzi aprono la di lei gabbia, ed ella esce giuliva)

Garbata:                                               Evviva l’Arcifanfano,

                               Evviva il nostro re.

Semplicina:.                                        Evviva l’Arcifanfano,

                               Ma viva anco per me.

Arcifanfano:                                        Così mi date gusto:

                               Evviva il vostro re.

Garbata:               Signora Gloriosa,

                               Voi siete vezzosa,

                               Ma statene là.

Gloriosa:              Pietà, pietà, pietà.

Semplicina:         Oh sordido avaro,

                               Godete il denaro,

                               Ma state colà.

Sordidone:          Pietà, pietà, pietà.

Arcifanfano:        Il prodigo odioso,

                               Il pazzo furioso,

                               Giammai uscirà.

Furibondo, Malgoverno:                  Pietà, pietà, pietà.           ( a due)

Garbata, Semplicina:                        Pietà, pietà sentite;          (a due)

                              Pietà vi chiedo anch’io.

Arcifanfano:       A voi l’affetto mio

                               Pietà negar non sa.

Gloriosa Sordidone Furibondo: Malgoverno:    Pietà, pietà, pietà, a quattro

Garbata Semplicina Arcifanfano:  Pietà voi proverete,    (a tre)

                                                                E avrete libertà.             "

(S’aprono le gabbie, e tutti escono)

Tutti:                     Evviva l’Arcifanfano,

                               Signor della città.

Garbata Semplicina:                         Baciategli la mano        (a due)

                              In segno di umiltà.

Tutti:                    Evviva l’Arcifanfano

                               Signor della città.

                               Evviva l’allegria,

                               Evviva la pazzia

                               Che danno altrui non dà.

                               Evviva l’allegria,

                               Evviva la pazzia

                               Che lieto ognuno fa.

                               Evviva l’Arcifanfano,

                               Signor della città.

Il Re de’ Pazzi, per dar divertimento ai nuovi Sudditi, vuol introdurre il ballo,

onde un maestro di ballo, Persignac, disegnando e ricercando l’idea,

instruisce i Ballerini, li quali con vari caratteri eseguiscono quello che è stato loro ordinato.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Campagna corta.

Sordidone con lo scrigno e un badile, poi Malgoverno

 

Sordidone:             Terra, terra, madre terra,

Prendi, prendi, serra, serra

Il mio scrigno ed il mio cor.

(cantando scava una fossa, in cui seppellisce lo scrigno, poi copre con la terra. Malgoverno in disparte osserva)

Ora questi bricconi

Non mi ruberan più l’argento e l’oro.

Ho nascosto, ho nascosto il mio tesoro.    (parte)

Malgoverno:          Terra, terra, madre terra,

Lascia, lascia, a me disserra

Questo scrigno, ch’è il mio cor. (cava la terra, leva il tesoro e lo prende)

O povere monete,

Condannate in prigion, che avete fatto?

Seppellir il denaro? Oh che gran matto!

SCENA SECONDA

Madama Gloriosa e detto.

Gloriosa:                Ecco lo sprezzator di mia bellezza.

Malgoverno:          Madama, vi son schiavo.

Gloriosa:                In man che cosa avete?

Malgoverno:          Un tesor, se il volete;

Ma voi non vi degnate;

Ma voi l’oro e l’argento ricusate.

Gloriosa:                Lo prenderò, con patto

Che dite ch’io son bella fra le belle.

Malgoverno:          Splendete come il sol tra tante stelle.

Gloriosa:                Ora contenta io sono.

Malgoverno          Prendetelo, mia cara, io ve lo dono. (le dà lo scrigno, e parte)

SCENA TERZA

Madama Gloriosa, poi Furibondo

Gloriosa:                            La bellezza

                  Non s’apprezza

                  Se non prende,

                  Se non rende,

                  Se non chiede,

                  Se non dà.

Furibondo:                        Lascia, lascia,

                  Lascia qua. (le prende lo scrigno)

Gloriosa:                Oimè, che pel timore

Perderò delle guance il bel rossore. (parte)

 

SCENA QUARTA

F uribondo, poi Madama Garbata

Furibondo:              L’oro e la terra,

                                   Tutto è per me.

                                   Voglio far guerra

                                   Con tutti i re.

Garbata:                   Così furente?

                                   Dite, perché?

Furibondo:               Non voglio niente;

                                    Tutto è per te. (le dá lo scrigno, e parte)

Garbata:                 Oh questa è bella assai!

Chi nasce matto non guarisce mai.

Che ho da far, che ho da far di questo imbroglio?

L’ho donato una volta, e più nol voglio.

SCENA QUINTA

Arcifanfano e detta.

Arcifanfano:           Olà, donna rapace,

Restituisci a me

Quello che tuo non è.

Garbata:                  Tenete quest’intrico,

Che del denar non me n’importa un fico.

 

   Non sono interessata,

Per fiori rendo frutti;

Mi spoglierei per tutti;

Son tutta carità.            (parte)

 

 SCENA SESTA

Arcifanfano, poi Madama Semplicina

Arcifanfano:           Che diavolo ha quest’oro?

Pare che sia fatato:

Si vede ch’è denar mal acquistato.

Ma io che sono il re,

Io ne posso disporre a modo mio;

A Semplicina mia dar lo vogl’io.

Eccola che sen viene.

Presentarlo conviene

All’amorose piante,

Come s’io fossi un cavalier errante.

(Frattanto che si fa il ritornello dell’aria, viene Madama Semplicina

Idolo mio diletto,

Mi levo il cor dal petto,

E lo consegno a te.

Prendilo, o bella,

Prendilo, o cara,

Ch’io sono il re.

Unico mio tesoro,

Ahi, per te languo e moro.

Cosa sarà di me?

Prendilo, o bella,

Prendilo, o cara,

Sono il tuo re.       (le lascia lo scrigno, e parte)

 

SCENA SETTIMA

Semplicina, poi Sordidone

Semplicina:            M’ha detto la mia mamma

Che, quando si vuol bene, si regala.

Se mi regala il re,

Dunque l’affetto suo sarà per me.

Ma poi dell’amor suo

Che cosa ne vuò fare?

Non lo voglio guardare,

Non lo voglio toccare;

E non voglio più fare

La gente innamorare

Di queste luci chiare, rare, avare.

Sordidone:             Avare, o non avare,

Che cosa v’ha a importare?

Questo denaro è mio,

Ed a vostro dispetto lo vogl’io.

Sì lo voglio, lo voglio, lo voglio.

Maledetto! Che pena, che imbroglio!

Non so dove nasconderlo più.

Zitto, zitto, so quel che farò.

Liquefatto me lo beverò.    (parte)

 

SCENA OTTAVA

Semplicina sola.

Crede d’avermi fatto un dispiacere,

E m’ha fatto servizio:

L’oro delle fanciulle è il precipizio.

 

Mi diceva un dì mia nonna:

Il denaro tutto fa;

E la povera onestà

Per cagione del denaro

Qualche volta se ne va. (parte)

SCENA NONA

Camera con trono e tre sedie.

Arcifanfano con Guardie; poi Madama Gloriosa, Madama Garbata e Madama Semplicina

Arcifanfano:           Dunque il regno de’ pazzi (alle Guardie

Vuol che il suo re si unisca in matrimonio.

Cospetto del demonio,

L’hanno ben ritrovata fuor del mazzo,

Per farmi diventar sempre più pazzo.

Olà, giacché le belle

Novelle pazzarelle

Aspirano de’ pazzi alla corona,

Vengano tutte tre,

Che una di loro sceglierò per me...

(Parte una Guardia, e Arcifanfano va in soglio. Vengono le tre Donne)

Gloriosa:                 Monarca, per voi carca

                                  La rocca della Parca

Sia sempre, e stia da voi lungi la barca

Di Caronte, che l’alme a Stige varca.

Arcifanfano:          Viva la bella Laura del Petrarca.

Garbata:                 Sovrano, sempre sano

Il cielo vi mantenga, e stia lontano

Dal vostro corpo il morbo oltramontano.

Arcifanfano:          Elena siete voi del ciel troiano.

Semplicina:           Signore, con il core              (senza mirarlo)

M’inchino al bel splendore,

Perché ho un po’ di rossore, ed ho timore

Di perder, se vi miro, il mio pudore.

Arcifanfano:          Siete sorella del bambino Amore.

Orsù, quel che volete,

Chete, liete, discrete,

Esponete, e sedete se potete.

Gloriosa:                Brama la mia bellezza

Del trono la grandezza,

Se la vostra rozzezza non mi sprezza.

Arcifanfano:          A me troppo non piace la grassezza.

Garbata:                 Io vi voglio pregare

Volermi, se vi pare,

Fra queste pazze rare incoronare.

Arcifanfano:          Voi mi fareste in pochi dì crepare.

Semplicina:           Vorrei e non vorrei...

Spiegare i desir miei...

Oimei, che di vergogna morirei.

Arcifanfano:          Ho inteso, ho inteso, e tu mia sposa sei.

Gloriosa:                Io sdegno il vostro regno,

E siete voi di mia bellezza indegno. (parte)

Arcifanfano:          La bellezza superba è un grande impegno.

Garbata:                 Dell’allegria nemico,

Sapete che vi dico?

Che già di voi non me n’importa un fico. (parte)

Arcifanfano:          Il ciel m’ha liberato da un intrico.

Semplicina:           Ed io cosa dirò?

Davvero io non lo so.

Arcifanfano:          Venite.

Semplicina:                        Signor no.

Arcifanfano:          Per darvi confidenza scenderò. (scende dal trono, e va a sedere vicino a lei)

Semplicina:           Oibò, signore, oibò.

Arcifanfano:          Lo scettro vi darò.

Semplicina:           Lo scettro mi darete? Il prenderò.

Arcifanfano:          Brava, brava!

Semplicina:                                   Però

Che mantenete io vuò

Tutti, tutti quei patti ch’io farò.

Arcifanfano:          Cosa son questi patti?

Semplicina:                                                Or li dirò:

 

Se sposa sarò,

Io sempre farò

Quel mai che vorrò!

Né mai sentirò

Da voi dirmi no.

Arcifanfano:                   Non son sì cocò.

Semplicina:                    Io dunque men vo;

               Sposarmi non vuò.

Arcifanfano:                   Fermate; sarò,

               Mia cara, un cocò. (partono)

 

SCENA DECIMA

Sala.

Sordidone, Malgoverno, Furibondo, Madama Gloriosa, Madama Garbata, Servi pazzi.

Tutti:                                Saper vogliamo

               Da sua Maestà

               Il nome proprio

               Della città.

a due:                               Ce n’anderemo,

               Se nol dirà.

a due:                               Vogliamo il nome

               Della città.

Tutti:  Saper vogliamo

               Da sua Maestà

               Il proprio nome

               Della città.

 

SCENA ULTIMA

Arcifanfano, Semplicina e detti.

Arcifanfano:          Pazzi, sudditi miei,

Or contenti sarete.

                                                                 Tutti saper volete

Il nome della nostra gran città;

Ora, ve lo prometto, si saprà.

Vengano innanzi a noi

I sei pazzi novelli.

Io voglio che da quelli,

Uniti alla real persona mia,

Il nome alla cittade oggi si dia.

 

(vengono avanti sei Pazzi cantando)

Saper vogliamo

Da sua Maestà

Il proprio nome

Della città.

 

Arcifanfano:          Olà, diasi, o ministri,

Una lettera a ognun dell’alfabeto,

Che il nome abbia a compor chiaro e perfetto.

I servi pazzi danno a tutti una lettera dell’alfabeto, ed una anche all’Arcifanfano

Arcifanfano:          Su via, tutti schieratevi,

E in buona consonanza accomodatevi.

Or ora si vedrà

Il nome della nostra alma città.

(li va accomodando, ma non si vede nome perfetto)

No, così non va bene;

Tramutarvi conviene. (li dispone diversamente)

Così non viene ancora:

Eh, lo farò ben io venir or ora.

(Li dispone diversamente, e unendosi lui agli altri, si vede dalle lettere formare queste due parole: IL MONDO)

Arcifanfano:          Ecco il nome, ecco il nome.

Sarete soddisfatti.

Poco vi vuole a soddisfare i matti.

Nel mondo albergano

I savi e i matti;

E si confondono

Spesso fra lor.

Chi pazzo credesi,

Talor è saggio;

E saggio credesi,

Chi ha pazzo il cor.

Fine del Dramma.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 01 marzo 2011