Carlo Goldoni

 

PROLOGO APOLOGETICO ALLA COMMEDIA INTITOLATA

LA VEDOVA SCALTRA

Contro le Critiche contenute nella Commedia intitolata

LA SCUOLA DELLE VEDOVE

 

 

 

 PERSONAGGI

 

PRUDENZIO Riformator de’ Teatri.

POLISSENO Poeta.

 

 

Prudenzio: Signor Polisseno, ho inteso dire che vogliate nuovamente espor sulle scene la vostra Vedova Scaltra; ella è piena di difetti e d’improprietà, onde, prima di riprodurla, convien correggerla, se fia possibile.

Polisseno: Come, Signor Prudenzio! Ci avete pensato un anno, ed ora uscite con questa bellissima novità? Dovrò io avere de’ scrupoli a riprodurre la mia Vedova Scaltra, dopo esser ella stata rappresentata l’anno passato ventidue sere in Venezia, dopo esser ella stata sentita con tutto applauso e replicatamente a Modona, a Bologna, a Parma, a Verona; dopo esser ella stata portata in trionfo e recitata da quei medesimi che in oggi si fanno lecito di pronunciarle contro critiche e ingiurie; dopo tutto questo dovrò correggerla, dovrò pentirmi d’averla fatta? Non è facile indurmi a ciò, se voi non me ne date una vera e concludente ragione.

Prudenzio: La ragione vi sarà nota, senza che io mi affatichi a ripeterla. Avete vedutala Scuola delle Vedove?

Polisseno: Signor sì; l’ho veduta.

Prudenzio: Che ve ne pare? è una bella Commedia ?

Polisseno:   Bellissima, quando il popolo l’applaudisce.

Prudenzio: Ma che dite della critica che si fa alla vostra Vedova Scaltra?

Polisseno: Io dico che l’autore di quella si è diportato in guisa, come se fosse venuto a saziarsi alla mia tavola e poi avesse detto male delle mie vivande. Facile inventis addere. Ma inventare, creare: Hoc opus, hic labor.

Prudenzio: Tutto questo è vero, e se saprà inventare, lo vedremo. Intanto egli vi ha toccato sul vivo.

Polisseno: Almeno ha preteso di farlo, non ostanti le belle dichiarazioni fatte precorrere colla stampa del suo Argomento, in cui si protestava non voler prender di mira alcuna commedia di fresco prodotta; ma non è meraviglia, s’egli ha mancato in ciò di parola, mentre ha proposto la sua Vedova di un carattere, e poi è comparsa su la scena d’un altro.

Prudenzio: Lasciamo ciò da una parte, che adesso non è tempo di parlarne.

Polisseno: Sì, sì, lo faremo quando averà stampata la sua bella Commedia.

Prudenzio: Venite qua, difendetevi, se potete. Un Inglese, un Francese ed uno Spagnuolo parlano perfettamente italiano: ecco il primo Sproposito.

Polisseno: Sproposito sarebbe stato il farli parlare diversamente. Prima di tutto non è difficile che gli Oltramontani parlino perfettamente italiano, ed io, che in Livorno, in Genova ed in Venezia ho lungamente e familiarmente con tali nazioni trattato e conversato, vi assicuro che ve ne sono di quelli, che sembrano nati in Italia. Io nella mia Commedia non propongo tre Forastieri venuti di fresco da’ loro Paesi ed arrivati con una Nave sino alla riva della Locanda, coll’autorità di far fare il vento a modo loro, per arrivare appunto in quel giorno, in cui erano dall’amico aspettati.

Prudenzio: Questa è critica della critica. Signori Poeti, se farete così, la finirete male.

Polisseno: Credetemi che, se volessi, anch’io saprei rendere pan per focaccia. Ma torniamo al nostro proposito. Se avessi io voluto che i miei tre Oltramontani parlassero la loro lingua e balbettassero malamente la nostra, non mi sarebbe stato difficile; poiché, quand’io non fossi stato pratico dell’inglese, come lo sono della francese, avrei trovato un amico che in inglese mi averebbe l’italiano tradotto. Ma io non l’ho fatto, e non lo dovevo fare, per varie ragioni. Prima d’ogn’altra, perché sarebbe necessario trovar tre Personaggi, che sapessero così bene affettar la lingua oltramontana, mista coll’italiana, come sapeva egregiamente fare quel Comico italiano che chiamar si faceva Mons. della Petite. Un uomo che parli coi denti stretti, e poi dica tutte parole italiane, con frasi meramente italiane, non può dirsi che parli inglese. Né basta, per dar ad intendere che parli inglese, un pazzo d’un barcaruolo che finge di non capirlo, per cavar la risata alle spalle del Personaggio più serio, messo in ridicolo. Un Comico che malamente pronuncia dieci o dodeci parole francesi, e affetta con sgarbo e mala grazia il carattere di quella nazione, non può dirsi che sostenga il Francese, ma più tosto, come disse improvvisamente e con spirito il celebre Truffaldino, rassembra un venditore di candele di Cattaro. Se tutti parlassero come parla lo Spagnuolo nella Scuola delle Vedove, la cosa anderebbe bene; mentre avendo questo buon Personaggio la lingua spagnuola in pratica, la sa parlare e la sa, a tempo e a luogo, rendere intelligibile coll’innesto di qualche parola italiana; ma questo è merito dell’attore, non del Poeta. Pure questo medesimo attore ha recitata la stessa parte dello Spagnuolo nella mia Vedova Scaltra, ed io l’ho anzi pregato astenersi dalle parole spagnuole, per non fare una dissonanza cogli altri. Eh Signor Prudenzio, la lingua non fa la Commedia, ma il carattere. Li Francesi rappresentano tutte le commedie in francese. A Parigi sul Teatro Francese i Personaggi, di qualunque nazione siano, tutti si fanno parlar francese. Parlano francese il Pantalone, l’Arlichino, il Dottore, sendo persuasi i Francesi da questa stessa ragione, che la lingua non fa la Commedia. Il Francese in Londra, dato per esemplare dall’autor della critica, fa parlare egualmente i Francesi e gl’Inglesi tutti in francese, e tradotta questa Commedia in italiano, e rappresentata dagli Accademici Fiorentini, i Francesi e gl’Inglesi tutti parlano italiano, e gli uditori si figurano di sentirli parlare nelle loro materne lingue, come figurasi nella mia Commedia che tutti parlino nel proprio loro linguaggio, in italiano tradotto; e ciò per la più comoda intelligenza di chi l’ascolta, per non far scomparire il personaggio con parole stroppiate, e per non mettere soverchiamente in ridicolo le nazioni. Ciascuno si lusinga di parlar bene; niuno ha piacere di sentirsi burlare, siccome non v’è nissun Inglese, che abbia piacere sentirsi da un barcarolo chiamar col nome di Panimbruo. Questa parola vuol dir Eretico: sulla scena non si parla così. Evvi, oltre ciò, una ragione per la mia Commedia, che non s’adatta alla Scuola delle Vedove. Io introduco un Cameriere inglese ed una Cameriera francese, la quale non sostiene il carattere per tenere le mani in fianco come i manichi di pignatta, ma con sentimenti propri di quella nazione. Se avessi io introdotte le lingue straniere, l’Inglese doveva parlar col suo cameriere in una maniera che chi non sa quella lingua non l’averebbe capito; così incontrandosi con la donna, il Francese avrebbe dovuto servirsi del suo linguaggio, da tutti non perfettamente capito. Ma il bravo Critico ha conosciuto lo scoglio e lo ha bravamente schivato; anzi, per non mettere in impegno né l’Inglese, né gli altri due nazionali, di parlar nelle loro lingue, li ha fatti venir di Livorno in una nave, senza un servitore. Tre cavalieri senza un servitore? Ma saranno gente di basso rango e di poche monete, mentre persone nobili e ricche non fanno il viaggio di Livorno a Venezia per mare, in cui vi vogliono ordinariamente due mesi e talvolta più, dovendo far la nave il giro di quasi tutto lo stivale d’Italia, in tempo che in cinque o sei giorni si vien per terra da Livorno a Venezia. Il Critico ha poco viaggiato; il Critico non ha osservato la Carta Geografica.

Prudenzio: Questa vostre ragioni mi persuadono, e spero persuaderanno quelli che sono di savio discernimento. Ma un’altra critica vi è più forte, dalla quale non so come vi riuscirà difendervi. Voi fate fare una mascherata alla vostra Vedova, la fate vestire tre volte da oltramontana, e pretendete che sia presa per patriota dai Forastieri, tuttoché ella parli italiano. Pare a voi che l’abito basti a farla credere una straniera?

Polisseno:  Lo so ancor io che l’abito non fa il monaco, ma l’osservanza e i buoni costumi. Facilmente però mi difendo da questa critica. Voi dite che la mia Vedova parla italiano, ed io vi dico di no. Ella parla inglese, francese e spagnuolo, tradotto in italiano, come s’intende parlino i tre nazionali, e le ragioni che ho dette di loro, fanno per la Vedova istessamente. Che piacere averebbe il popolo sentir quella dama parlare e non intendere cosa dica? Quel che la fa distinguere in quelle tre diverse figure, per una donna che parla dei linguaggi tradotti, è la frase di cui distintamente si serve in un personaggio più che nell’altro; così il popolo intende cosa ella dice, capisce il fine per cui prende l’abito e l’aria delle nazioni, e gode nel vederla si ben condurre la sua scaltrezza, e giubila nel fine ottenuto da’ suoi onesti raggiri. Ella è una donna scaltra, ma onesta, che non insegna adescar gli uomini alle fanciulle semplici. Ella non è una pazza, che si mascheri senza ragione, voglia abboccarsi coi forastieri su un Caffè, colla sicurezza di non ottener cosa in favore de’ suoi disegni, come appunto la Vedova della Scuola, la quale si traveste unicamente per farsi vedere al popolo briosa e gaia, senza che i suoi vestimenti contribuischino all’intreccio della Commedia, mostrando ella di farlo per i consigli di una serva pettegola e di una scimunita cognata.

Prudenzio: Non eschiamo dal seminato, per carità. Voi dite bene: Se gli uomini parlano i linguaggi tradotti, ciò si deve intendere ancor della donna. Ma la voce, come la salverete? Come potete dar ad intendere, che i quattro rivali non la conoschino alla voce?

Polisseno: La maschera altera alquanto la voce.

Prudenzio: Non avete sentito esclamare a questo passo spropositi, spropositi?

Polisseno: Non me ne ricordo bene: chi l’ha eletto ?

Prudenzio: Angelica.

Polisseno: Angelica Ella detto, e poi va ella stessa al Caffè, parla con tutti quattro, e non è conosciuta alla voce? Né meno il Marchese Ottavio la conosce, che è il suo Cavaliere servente? Non la conosce forse, perché parla veneziano? Se ne’ personaggi stampati non si legge espressamente, non si presume che la nuora di Pantalone sia forastiera, onde sarà quello il suo parlar naturale, ma si fa dal Poeta nella Commedia parlar toscano, come anco la figlia semplice di Pantalone, unicamente per osservar il costume, e per quella stessa ragione per cui parlano italiano li tre stranieri nella Vedeva Scaltra. Il fatto si è che niuno di loro l’ha conosciuta, onde è vero che la maschera puol alterare la voce, e ch’io non ho detto spropositi, e che la critica non fa a proposito.

Prudenzio: Evviva, evviva; mi piacete da galantuomo. Non è però finito il vostro processo. Si pretende che voi non abbiate ben conosciuti i caratteri, e non li abbiate ben sostenuti.

Polisseno: Dirò come disse Cornelio, a cui veniva criticato il Cid nelle Spagne: M’appello al popolo. Sian giudici gli uditori, e al loro giudizio mi sottometto. So che per tutto l’anno passato non si facea per Venezia che decantare i caratteri della Vedova Scaltra a meraviglia dipinti, e non si facea che lodare i Comici che esattamente li sostenevano, li quali Comici, se sono da buon mercato, vagliono quanto gli altri, ed hanno fatto pianger, chi ora non si crede in istato di poter ridere. Circa all’Inglese, anco dall’autor della Scuola si caratterizza di poche parole, e poi nella stessa Commedia si fa parlar più degli altri. La generosità di quella nazione non è contesa; circa il modo e il tempo di donare, convien considerare gli impegni e le circostanze. Pretende il mio Inglese essere preferito agli altri dalla Vedova Scaltra, ed egli per mettersi in grazia le offerisce un anello, da essa al festino lodato molto, e mirato con qualche passione. Io ho rappresentato un Inglese viaggiatore, non un Inglese filosofo. Del Francese non so che dire, quello della Scuola non è tanto brillante quanto il mio. Ma il mio non è come quello furioso, bastante egli solo a porre a soqquadro una casa. Il mio è un Petit-maître che, pieno di galanteria e politezza, aspira a frisar le Dame, l’altro è un pazzo che si fa assettare dallo sciocco suo servitore, il quale corre a frisarlo collo stampo delli cialdoni; e collo staccio lo carica di farina. Lo Spagnuolo nella Commedia critica ha tanto poco che fare, che oltre l’idioma, non v’ha altra cosa che lo distingua. Ma il povero Italiano, strapazzato, vilipeso, trattato da impostor, da falsario, mi fa pietà. Misera Italia, se così ti trattano i tuoi Poeti! Bel concetto faranno di Te gli Oltramontani (se anderanno tant’oltre le loro Commedie. A fronte di tre stranieri un Italiano deriso? Bella gloria, bell’onore per noi! Pare che l’Italia non sappia produrre che i Cavalieri impostori e gli Avventurieri alla moda.

Prudenzio: Piano, piano, Signor Polisseno; vi siete ingolfato senza avvedervene. Voi criticate a rotta di collo.

Polisseno: Chi stuzzica il vespaio, non si dolga se sentesi puncicare. Sarei tondo come la luna, o per dir meglio come una pignatta, se stessi colle mani alla cintola e non mi scuotessi. Gli uomini che sanno, fanno col suo; non prendono il capitale dagli altri. Io sin ora ho fatto così. Facciano gli altri quello che sanno.

Pudenzio Dunque vi dichiarate voler criticare ancor voi la Commedia che pretende di criticarvi?

Polisseno: Non è tempo adesso di farlo. S’egli la stamperà, e vi farà un bel margine, vi scriverò sopra ad ogni pagina i suoi difetti, ma sarebbe necessario che il margine fosse più spazioso della pagina stessa.

Prudenzio: Eppure il popolo, qualor sentiva criticare, batteva le mani e rideva.

Polisseno: Il popolo, che allora rideva, non rideva di me, ma di sé medesimo; quando il Poeta diceva per bocca dell’Attore spropositi, spropositi, intendeva riprendere il popolo che li ha applauditi. Purtroppo è vero: piace sentir dir male, e vi sono di quelli che s’accordano co’ maldicenti a biasimar quelle stesse cose che hanno lodato.

Prudenzio: Dunque volete che si reciti la Vedova Scaltra?

Polisseno: Perché no? anzi si ha da recitare senza mutarvi una sillaba. Se mi fosse stata corretta prima di esporla, averei creduto ch’ella meritava la correzione; ora farei torto al pubblico, se la ritoccassi. Chi la critica? Intendetemi, senza ch’io parli. Se avessi io altrettanto veleno in corpo, v’assicuro che lo saprei vomitare a tempo. Ma il buon Poeta, temendo ch’io sia di veleno infettato, mi ha preparata una triaca, composta di soggetto rubato, caratteri copiati, frasi da altri rivedute e corrette, periodi di vario stile intrecciati, con una inorpellatura di novità, che può realmente dirsi Mumia travestita.

Prudenzio: Non so che dire; se volete che si reciti la vostra Commedia, fatelo, io non mi oppongo, ma avvertite non innestarvi critiche, o maldicenze.

Polisseno: Io non sono capace di mettere in ridicolo le persone sovra il Teatro, tuttocché avessi ragion di farlo. I miei Comici non hanno l’ardire di sparlar de’ Poeti, conoscendo il loro dovere; né mai mi sarei io aspettato un contegno tale, da chi si è nutrito per tanto tempo col latte della mia Musa, ed ha riportati gli evviva col merito delle povere mie fatiche. Signor Prudenzio, voi che siete il Reformator de’ Teatri, troncate per tempo questo pessimo abuso. Dir male in un Teatro dell’altro, maltrattarsi i Comici fra di loro, sono cose da ciarlatani, e se la cosa seguiterà di questo piede, i Teatri diventeranno berline. Signor Prudenzio, vi riverisco.

Prudenzio: Dove andate così di furia ?

Polisseno: Vado al mio tavolino a scrivere le mie Commedie.

Prudenzio: Non vi siete punto avvilito per questa critica?

Polisseno:  Non sono audace per insuperbirmi, né vile io sono per atterrirmi. Fo il mio dovere, e aspetto di piè fermo nell’arringo il nemico. Ma che! inimicizia fra due Poeti che scrivono non per la gloria, ma per il lucro? Frascherie, frascherie. Chi ha giudizio, riderà più di noi, che della Commedia. Critiche? Pane quotidiano, e non critiche. Chi ha volontà di vivere allegramente, e con poca fatica, scriva per i Teatri, ma scriva da uomo, non da ragazzo. (parte)

Prudenzio: Il Signor Polisseno è partito, ed io pure me ne anderò. Veramente, s’egli si scalda un poco, lo compatisco. Ha egli il merito d’aver introdotto il buon gusto delle Commedie, ed ora lo vorrebbono gettar a terra. Ma non sarà, non sarà; a Venezia gli vogliono bene; a Venezia si fa Giustizia. Critiche? Foco di paglia, foco di paglia.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 14 gennaio 2005