Carlo Goldoni

 

LA VEDOVA SCALTRA

 

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Modena

nell'Estate dell'anno 1748. (Ma la datazione che figura nel l'edizione Paperini

non ha conferme documentabili, mentre è certo che a Venezia la commedia

andò trionfalmente in scena la sera di Santo Stefano dello stesso anno 1748.)

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I Classici Mondadori Fondazione Borletti, Milano 1939, secondo l'edizione Pasquali.

 

 

 

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA

Camera di Rosaura.

Rosaura e Marionette

 

Rosaura:  Odi, Marionette, ti voglio confidare una mia invenzione, che forse non ti sembrerà meno spiritosa di quelle, che soglino porre in uso le tue madame.

Marionette:  Eh, quanto a questo ve l'ho sempre detto. Voi avete uno spirito superiore alle altre italiane.

Rosaura:  Voglio fare una sperienza dell'amore e della fede dei miei quattro amanti. Coll'occasione del carnovale e delle maschere, vo' travestirmi, e trovandomi separatamente, voglio fingermi con ciascheduno un'incognita amante, e vedere, se in grazia mia sanno disprezzare un'avventura amorosa; anzi perché la prova sia piú efficace, mi fingerò della nazione di ciascheduno di essi, e coll'aiuto di un abito bene assettato, della maschera, delle lingue che già .sufficientemente io possiedo, e di qualche caricatura all'usanza di quei paesi, cercherò di farmi credere sua paesana. Mi lusingo di riuscirvi, che per imitare io valeva un Milano sin da ragazza. Chi saprà resistere a questa tentazione, sarà da me prediletto.

Marionette:  Non mi dispiace il pensiero; ma preveggo bene probabilmente che non ne sposerete nessuno.

Rosaura: Perché?

Marionette:  Perché è difficile che un uomo resista, solleticato da una tentazione sì forte.

Rosaura:  L'effetto deciderà. Per sostenere i vari caratteri, ho bisogno però di qualche istruzione. Tu puoi giovarmi nel personaggio francese.

Marionette:  E anco nell'inglese, sendo stata in Londra tre anni, e tutto consiste in saper unire l'amoroso al serio, e in certe riverenze curiose, che sono particolari alle donne di quella nazione.

Rosaura:  M'ingegnerò di riuscirvi.

Marionette:  Mala voce vi darà a conoscere.

Rosaura: La maschera altera facilmente la voce.

 

 

SCENA SECONDA

Pantalone e dette

 

Pantalone:  Con grazia, se pol intrar? (di dentro)

Rosaura:  Passi, signor cognato, è padrone.

Pantalone:  Cara siora cugnada, son vegnú a domandarghe scusa, se stamattina gh'ho parlà con un pochetto de caldo; i omeni bisogna compatirli co i gh'ha delle debolezze, che li predomina, e spero che gnanca per questo no la me varderà de mal occhio.

Rosaura:  Voi fate meco una parte, che toccherebbe a me piuttosto praticare con voi. Dovrei io chiedervi scusa, se con qualche asprezza mi sono opposta alle nozze di mia sorella. Caro signor cognato, se ella non vi acconsente, volete voi sagrificare a un capriccio la vostra quiete, e la di lei gioventú?

Pantalone:  Co ela no vol, pazenzia. Ma se poderave con qualche bona maniera veder de metterla a segno. Basta, pressindendo da sto negozio, sappiè, fia mia, che se v'ho dà qualche motivo de andar via de sta casa, l'ho dito in atto de collera, son pentio d'averlo dito, e ve prego de starghe, perché, se andessi via, me porteressi via el cuor.

Rosaura:  Signor Pantalone, vi ringrazio infinitamente delle vostre generose espressioni, e giacché dimostrate tanta bontà per me, ardisco pregarvi d'una grazia.

Pantalone:  Comandè, fia, farò tutto quel che volè.

Rosaura:  Sono stata favorita da alcune dame di varie conversazioni, vorrei questa sera, se ve ne contentate, trattarle anch'io con qualche piccolo divertimento nelle mie camere.

Pantalone:  Sè parona, me maravegio. Comandè pur, anzi ve manderò mi le cere, [1] el rinfresco, e tutto quel che bisogna.

Rosaura:  Sempre piú s'accrescono le mie obbligazioni.

Pantalone:  Vardè, se qualche volta ve vegnisse una bona congiuntura de lassar correr a siora Leonora qualche parola in mia favor. Insinueghe che no la pensa a frascherie, che la pensa a far el so stato.

Rosaura:  Farò il possibile, lo farò di cuore, e spero ne vedrete gli effetti.

Pantalone:  Sì, cara cugnada, me consolè. Nu altri poveri vecchi semo giusto co fa i putelli, gh'avemo gusto de vederse a coccolar. [2] (parte)

 

 

SCENA TERZA

Rosaura e Marionette

 

Marionette:  Vostro cognato vuol morire, dando in simile generosità.

Rosaura:  Amore fa fare delle gran cose.

Marionette:  Ma volete davvero persuadere vostra sorella?

Rosaura:  Pensa tu, se voglio fare simile pazzia! L'ho detto per lusingarlo.

Marionette:  E la conversazione delle dame, che cosa è?

Rosaura:  Un pretesto per invitare i quattro rivali.

Marionette:  Siete pronta davvero nelle vostre invenzioni.

Rosaura:  Così convien essere. Ma andiamo, che avanti sera voglio far la scena che già t'ho detto. Gli abiti li ho di già preparati.

Marionette:  Dove troverete i vostri quattro adoratori?

Rosaura:  Al caffè. Verso sera non mancano mai.

Marionette:  Il cielo ve la mandi buona.

Rosaura:  Chi non ha coraggio di procurare la sua fortuna, mostra espressamente di non meritarla. (parte)

Marionette:  Io vedo che in Francia, in Inghilterra, in Italia e per tutto il mondo, le donne sanno molto bene dove il diavolo tiene la coda. (parte)

 

 

SCENA QUARTA

Strada con casa di Rosaura.

Monsieur le Blau da una parte e don Alvaro dall'altra,

tutti due con i viglietti di Rosaura in mano, osservandoli

 

Monsieur:  (Io dunque sono l'albero di una casa? Questa frase non mi pare adattata.) (da sé)

Alvaro:  (Il mio albero è lo stesso che il mio ritratto? Ciò mi sembra manifesto sproposito.) (da sé)

Monsieur:  (La mia origine da principi e da monarchi? Sarebbe una ironica derisione.) (da sé)

Alvaro:  (Lo stipite dell'albero non può chiamarsi l'originale.) (da sé)

Monsieur:  (Sarebbe una bella figura rettorica, chiamar suo padre col titolo d'albero della sua casa!) (da sé)

Alvaro:  (Un quadro attaccato al petto? Non si può credere.) (da sé)

Monsieur:  (Arlecchino l'intende male.) (da sé)

Alvaro:  (Il servo non l'interpreta bene.) (da sé)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino e detti

Arlecchino osserva, vede li due che leggono. Si avanza fra loro pian piano,

e vedendo che hanno i due viglietti in mano, dati ad essi per errore, dice loro:

 

Arlecchino:  Con buona grazia (prende li due viglietti ad essi di mano, e li cambia, dando ad ognuno il suo, poi, con una riverenza, alla mutola parte. Li due restano, e leggono.)

Monsieur:  (Accetto con sommo aggradimento il ritratto, che vi siete degnato mandarmi, per la stima che io fo dell'originale.) Oh, ora parla di me. (da sé)

Alvaro:  (Ammiro sommamente il magnifico albero della vostra casa.) Questa è l'espressione che si conviene. (da sé)

Monsieur:  (Il mio non ve lo posso mandare, perché non l'ho.) Pazienza. (da sé)

Alvaro:  (Ho veduto, che voi traete l'origine da principi e da monarchi.) Bene, così è. (da sé)

Monsieur:  (Tanto stimo questa gioia preziosa, che la voglio far legare in un cerchio d'oro, e portarla attaccata al petto.) Oh espressioni adorabili! Oh carta per me felice! (la bacia)

Alvaro:  (Se avrò l'onore di esser ammessa fra tante eroine, sarà nobilitato anche l'albero della mia casa.) Non sarà per lei poca gloria. (da sé)

Monsieur:  (Colui eseguì male la commissione.) (da sé)

Alvaro:  (Arlecchino falsificò il viglietto.) (da sé)

Monsieur:  (Scommetto che l'ha cambiato con quello di don Alvaro.) (da sé)

Alvaro:  (Potrebbe avere equivocato col francese.) (da sé)

Monsieur:  Amico, avete voi inviato qualche albero a madama Rosaura?

Alvaro:  Ditemi prima, se voi le avete spedito il vostro ritratto.

Monsieur:  Io non lo nego.

Alvaro:  Ed io lo confesso.

Monsieur:  Mi consolo con voi della stima in cui tiene la vostra casa.

Alvaro:  Ed io mi rallegro con voi del conto che fa della vostra avvenenza.

Monsieur:  Voi siete al possesso della sua grazia.

Alvaro:  E voi siete l'arbitro del di lei cuore.

Monsieur:  Dunque noi siamo rivali.

Alvaro:  E per conseguenza nemici.

Monsieur:  La grazia di madama Rosaura non è sì scarsa, che non possa supplire all'affetto di due amanti.

Alvaro:  Don Alvaro di Castiglia non soffre che gli si usurpi la metà del cuore della sua bella.

Monsieur:  Che intendete di fare?

Alvaro:  Intendo che a me la cediate.

Monsieur:  Questo non sarà mai.

Alvaro:  La contendano le nostre spade.

Monsieur:  E volete morire per una donna?

Alvaro:  Eleggete: o rinunziare, o combattere.

Monsieur:  Non ricuso il cimento.

Alvaro:  Andiamo in luogo opportuno.

Monsieur:  Vi seguo dove vi aggrada.

Alvaro:  (Eppure mi converrà avvilir la mia spada.) (da sé e parte)

Monsieur:  Viva amore; viva la beltà di Rosaura; vado a combattere già sicuro di vincere... (vuol partire)

 

 

SCENA SESTA

Monsieur  Le Blau e Marionette, di casa

 

Marionette:  Eh, monsieur le Blau?

Monsieur:  Marionette!

Marionette:  Volete vedere mademoiselle Eleonora?

Monsieur:  Volesse il cielo, ch'io avessi questa fortuna.

Marionette:  Ora la faccio venir alla finestra. (entra)

 

 

SCENA SETTIMA

Monsieur Le Blau, poi Eleonora alla finestra

 

Monsieur:  L'attenderò con impazienza... Ma don Alvaro mi aspetta al duello... E che? Dovrei lasciar di veder una bella donna per battermi con un pazzo?

Eleonora:  (viene alla finestra.)

Monsieur:  Ma ecco il nuovo sole, che spunta dall'oriente di quel balcone. È bella molto. Bella quanto Rosaura. Merita non inferiore la stima. Mademoiselle, non isdegnate che un cuore sorpreso dalla vostra bellezza vi consacri tutte le sue adorazioni.

Eleonora:  Signore, io non ho l'onor di conoscervi.

Monsieur:  Sono un vostro fedelissimo amante.

Eleonora:  Amante di quanto tempo?

Monsieur:  Dal momento in cui ora vi vidi.

Eleonora:  E così presto v'innamorate?

Monsieur:  La bellezza ha la virtù d'obbligar il cuore ad amarla.

Eleonora:  Mi pare che vi vogliate prendere spasso di me.

Monsieur:  Vi giuro sul carattere di vero francese, che v'amo con tutta la tenerezza.

Eleonora:  Ed io con vostra grazia non vi credo.

Monsieur:  Se non mi credete, mi vedrete morire sotto la vostra finestra.

Eleonora:  Bellissime espressioni da Calloandro. [3]

Monsieur:  Voi deridete la mia passione, ed io piango amaramente per voi. (finge di piangere)

Eleonora:  Sapete anche piangere? Vi stimo infinitamente.

Monsieur:  Possibile che il calore dei miei infocati sospiri non arrivi colassú a intiepidire il gelo della vostra crudeltà?

Eleonora:  Non ci sono ancora arrivati.

Monsieur:  Deh, mia bella, fatemi aprir questa porta, e permettetemi che io possa sospirare piú da vicino.

Eleonora:  No no, sospirate all'aria, che meglio tempererete i vostri calori.

Monsieur:  Voi siete bella, ma siete troppo tiranna.

Eleonora:  (Ecco mio padre. È meglio che mi ritiri.) (da sé, entra)

 

 

SCENA OTTAVA

Monsieur Le Blau, poi il Dottore

 

Monsieur:  Oh cielo, così mi lasciate? Senza dirmi addio da me vi partite? Ah spietata, ah crudele!

Dottore:  Signore, con chi l'avete?

Monsieur:  Voi che all'abito mi parete un dottore, sentite la mia ragione. Questa barbara ragazza chiamata Eleonora, sorda a' miei prieghi, ingrata a' miei pianti, non vuole accordarmi corrispondenza, mi nega pietà.

Dottore:  Vossignoria dunque è innamorato di quella ragazza?

Monsieur:  L'amo quanto me stesso. Non vedo per altri occhi, che per i suoi.

Dottore:  Quant'è che è innamorato di lei?

Monsieur:  Sono pochi momenti. Or ora l'ho veduta per la prima volta a quella finestra.

Dottore:  È una maraviglia, che così presto si sia innamorato.

Monsieur:  Noi altri francesi abbiamo lo spirito pronto, ed il cuore tenero. Uno sguardo è capace di farci morire.

Dottore:  Quanto dura poi questo loro affetto?

Monsieur:  Finché comanda amore, ch'è il sovrano de' nostri cuori.

Dottore:  E se amore comandasse che domani non se ne ricordasse piú, le converrebbe obbedirlo?

Monsieur:  Senza dubbio.

Dottore:  Dunque può principiare adesso a dimenticarsi di Eleonora.

Monsieur:  Perché dite questo?

Dottore:  Perché io non voglio che Eleonora soggiaccia a questo pericolo.

Monsieur:  Ma voi che parte avete negli affetti di mademoiselle Eleonora?

Dottore:  Per levarla da ogni dubbio, sappia che io sono suo padre.

Monsieur:  Ah monsieur, ah mio eccellente Dottore, ah caro amico, venerato mio suocero, fatemi il piacere di non impedirmi ch'io possa amare le vostre figliuole.

Dottore:  Tutte due?

Monsieur:  Sì, caro, sono egualmente amabili.

Dottore:  Questa sorta d'amore chi è che lo comanda?

Monsieur:  La cognizione del merito.

Dottore:  Come si può mai amare piú d'un oggetto?

Monsieur:  Un francese ha fiamme bastanti per amarne anche cento.

Dottore:  Vossignoria vada in Francia a dar pascolo alle sue fiamme.

Monsieur:  Ah sì, conosco dalla vostra bella fronte serena, da' vostri occhi pietosi, che avete compassione di me. Su via, comandate che aprano quella porta.

Dottore:  Questa non è casa mia, ma ciò non ostante la farò aprire.

Monsieur:  Evviva la virtú, evviva il padre felice di due peregrine bellezze.

Dottore:  (batte, e si fa aprire.)

Monsieur:  Siatemi di scorta.

Dottore:  In questi paesi il padre non fa la scorta agli amanti delle figliuole, con sua licenza. (entra, e serra la porta)

Monsieur:  Monsieur, monsieur. Basta, basta, se il padre ha chiusa la porta, non la terranno sempre serrata le figlie. ( parte)

 

 

SCENA NONA

Strada con bottega di caffè con sedili, e quanto occorre per servizio della bottega medesima.

Caffettiere e garzoni, Milord ed il Conte

 

Conte:  Dammi il caffè. (portano il caffè al Conte ed a Milord)

Conte:  Eh, non date il caffè a Milord; egli è avvezzo a bere la cioccolata dalle dame; non gli piaceranno le bevande delle botteghe.

Milord:  (scuote il capo, e beve.)

Conte:  Ma di quelle cioccolate ne vogliamo bere piú poche, Milord mio caro.

Milord:  (fa lo stesso.)

Conte:  Con questo vostro non rispondere sembrate allevato piú fra le bestie che fra gli uomini.

Milord:  (lo guarda bruscamente.)

Conte:  La signora Rosaura avrà conosciuto il vostro selvatico temperamento.

Milord:  (s'alza da sedere, ed esce fuori dalla bottega.)

Conte:  Sì, fate bene a prendere un poco d'aria.

Milord:  Conte, venite fuori.

Conte:  Con qual autorità mi comandate?

Milord:  Se siete cavaliere, dovete battervi meco.

Conte:  Son pronto a soddisfarvi. (s'alza, ed esce di bottega)

Milord:  Imparate a parlare poco, e bene.

Conte:  Non ho bisogno d'imparar a viver da voi.

Milord:  A noi. (mette mano, e fa lo stesso il Conte)

Conte:  Come volete combattere?

Milord:  A primo sangue.

Conte:  Benissimo. (quelli della bottega tentano di separarli)

Milord:  Non vi movete, o vi taglio la faccia.

Conte:  Lasciateci combattere. La disfida è al primo sangue. (si battono, e il Conte resta ferito in un braccio)

Conte:  Ecco il sangue. Siete soddisfatto?

Milord:  Sì. (ripone la spada)

Conte:  Vado a farmi visitar la ferita. (parte)

 

 

SCENA DECIMA

Milord, poi Rosaura mascherata all'inglese

 

Milord:  Se un'altra volta mi offende, la ferita non sarà sanabile al certo. Questo motteggiar italiano non mi piace. Gli uomini ben nati si debbono rispettar l'un l'altro; se la confidenza s'avanza troppo, degenera in disprezzo. Ma chi è questa maschera vestita all'inglese?

Rosaura:  (s'avanza, e fa una riverenza all'uso delle donne inglesi.)

Milord:  (Questa non è italiana. Quell'inchino grazioso fa conoscere ch'è d'Inghilterra.) (da sé)

Rosaura:  (s'accosta a Milord, e gli fa un altro inchino.)

Milord:  Madama molto compita, volete caffè?

Rosaura:  (fa cenno di no.)

Milord:  Cioccolata?

Rosaura:  (fa cenno di no.)

Milord:  Volete ponce?

Rosaura:  (fa cenno di sì.)

Milord:  (Oh, è inglese.) (da sé) Portate ponce. (ai caffettieri) Chi vi ha condotta in questo paese?

Rosaura:  Mio padre.

Milord:  Che mestiere fa?

Rosaura:  Il mestiere che fate voi.

Milord:  Siete dama?

Rosaura:  Sì, Milord.

Milord:  Oh sedete, sedete. (avanza una sedia, e le dà la mandritta) Mi conoscete?

Rosaura:  Pur troppo.

Milord:  Che! mi amate?

Rosaura:  Con tutto il cuore.

Milord:  Dove mi avete veduto?

Rosaura:  In Londra. (le portano il ponce, ed essa beve)

Milord:  Chi siete?

Rosaura:  Non posso dirlo.

Milord:  Io vi conosco?

Rosaura:  Credo che sì.

Milord:  Vi amai?

Rosaura:  Non lo so.

Milord:  Vi amerò adesso.

Rosaura:  Siete impegnato.

Milord:  Con chi?

Rosaura:  Con madama Rosaura.

Milord:  Nulla ho promesso.

Rosaura:  Siete in libertà?

Milord:  Lo sono.

Rosaura:  Posso sperare?

Milord:  Sì, madama.

Rosaura:  Mi amerete?

Milord:  Ve lo prometto.

Rosaura:  Sarete mio.

Milord:  Ma chi siete?

Rosaura:  Non posso dirlo.

Milord:  Alla cieca non m'impegno.

Rosaura:  Stasera mi vederete.

Milord:  Dove?

Rosaura:  Ad una conversazione.

Milord:  Ma dove?

Rosaura:  Lo saprete.

Milord:  Avrò l'onor di servirvi.

Rosaura:  E madama Rosaura?

Milord:  Cederà il luogo ad una mia paesana.

Rosaura:  Sarò in altr'abito.

Milord:  Non vi conoscerò.

Rosaura:  Datemi un segno, per farmi conoscere.

Milord:  Mostratemi questo astuccio. (le dà un astuccio d'oro)

Rosaura:  Tanto mi basta. (s'alza)

Milord:  Volete partire? (s'alza)

Rosaura:  Sì.

Milord:  Vi servirò.

Rosaura:  Se siete cavaliere, non mi seguite.

Milord:  Vi obbedisco.

Rosaura:  Milord, addio. (gli fa il solito inchino, e parte)

 

 

SCENA UNDICESIMA

Milord solo

 

Che piacere trovar una patriota fuor di paese! Quanta grazia si trova in quegl'inchini! Che dolce maniera di parlare senza superfluità! Questa dama mi conosce, mi ama, e mi desidera; se è bella, quanto è gentile, è molto amabile, e merita ch'io le dia nel mio cuore la preferenza. Rosaura esige molto di stima, ma questa è dama, ed è mia paesana, due condizioni che mi costringono a preferirla. (parte)

 

 

SCENA DODICESIMA

Don Alvaro, poi Arlecchino

 

Alvaro:  Monsieur le Blau m'è fuggito; trasportato dall'ira non mi voltai per vedere se mi seguiva. Non è azione da cavaliere; chi fugge i colpi della mia spada, proverà quelli del mio bastone. Lo cercherò, lo troverò. Porta il caffè. (i garzoni del caffettiere portano a don Alvaro il caffè con alquanti biscottini)

Arlecchino:  (avanzandosi verso la bottega, osserva l'apparecchio del caffè per don Alvaro) (Adess l'è tempo de refarme con el spagnol.) Cavaliero, il cielo vi guardi per molti anni.

Alvaro:  Buon giorno, Arlecchino.

Arlecchino:  Ho da parlar con Vossignoria circa, se la me intende.

Alvaro:  Circa a che? Non ti capisco.

Arlecchino:  Per parte di donna Rosaura.

Alvaro:  Caro Arlecchino, consolami con qualche sicurezza dell'amore della mia dama.

Arlecchino:  La m'ha mandà a chiamar, l'era a tavola, come l'è ela a sto tavolin, che la magnava, e tra pianti e sospiri confondeva coi piú delicati bocconi el nome venerabile don Alvaro di Castiglia.

Alvaro:  Cara Rosaura, preziosa parte di questo mio cuore. Dimmi, fedelissimo araldo de' miei contenti, dimmi che ha ella detto di me?

Arlecchino:  Me dala licenza, che nell'atto che ghe rappresento le so parole, possa anca gestir come la fava ela?

Alvaro:  Tutto ti accordo, tutto, purché nulla mi occulti del suo amoroso ragionamento.

Arlecchino:  Essendo al deser, la prese un biscottin, giusto sul desegno de questo, e bagnandol in un liquor alquanto tetro, come sto caffè, e magnandol delicatamente in sta graziosa maniera (mangia il biscottino), la dise: Va, trova don Alvaro, e digli che di lui non me ne importa un fico. (ridendo fugge)

 

 

SCENA TREDICESIMA

Don Alvaro, poi Monsieur Le Blau

 

Alvaro:  Ah villano, briccone! Fermatelo, ammazzatelo, portatemi la di lui testa. Donna Rosaura non è capace di questo, ella mi ama, ella mi stima; quell'indegno ha provocato i fulmini dell'ira mia.

Monsieur:  Non mi ascrivete a mancanza...

Alvaro:  A tempo giungeste. Ponete mano alla spada. (pone mano)

Monsieur:  Mia bella Rosaura, consacro a te questa vittima. (fa lo stesso)

Alvaro:  Fuggire è atto da uomo vile.

Monsieur:  Ora mi proverete, s'io so fuggire. (si battono)

 

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Rosaura in maschera alla francese, e detti

 

Rosaura:  (entra in mezzo ai due, li fa fermare, e dice al francese): Monsieur, che fate voi?

Monsieur:  Bella maschera, mi batto per la mia dama.

Rosaura:  E voi volete arrischiar la vita per un'italiana, mentre tante francesi penano, languiscono, muoiono per gli occhi vostri?

Monsieur:  Ma se il rivale mi sfida, non posso ricusare il cimento.

Rosaura:  Il rivale cesserà di volere la vostra morte, se voi non gli contenderete il suo bene.

Monsieur:  E dovrei così vilmente?...

Rosaura:  Se temete di cederla per viltà, cedetela per una dama di Francia, che sospira per voi.

Monsieur:  E chi è questa?

Rosaura:  Eccola a' vostri piedi. (s'inginocchia) Abbiate pietà di chi vive sol per amarvi.

Monsieur:  Alzatevi, mio tesoro, che voi mi fate morire.

Rosaura:  Non fia vero ch'io m'alzi, se non mi assicurate dell'amor vostro.

Monsieur:  (s'inginocchia anch'egli) Sì, mia cara, giuro di amarvi, prometto a voi la mia fede.

Rosaura:  Ah, che non posso credervi.

Monsieur:  Credetelo, mia speranza, ch'io sarò tutto vostro.

Rosaura:  Come? Se combattete per un'altra bellezza?

Monsieur:  Lascerò quella per voi.

Rosaura:  Rinunziatela al vostro rivale.

Monsieur:  Attendete: or ora sono da voi. (parte da Rosaura, e s'accosta a don Alvaro) Amico, questa dama francese sospira per me, e desidera l'amor mio. S'ella si dà a conoscere, s'ella mi piace, Rosaura è vostra. Piacciavi per un momento sospendere il nostro duello.

Alvaro:  In vano sperate fuggirmi nuovamente di mano.

Monsieur:  Son cavaliere. O vi cedo Rosaura, o di qui non parto senza combattere. È lecito a' cavalieri il patteggiar col nemico.

Alvaro:  Le regole di cavalleria da noi si studiano prima dell'alfabeto. Servitevi, che ve l'accordo. (ripone la spada, e si ritira nella bottega)

Monsieur:  Madama. Eccomi a voi. Cedo Rosaura, se 'l comandate. Fatemi il piacere almeno, ch'io possa bearmi nel vostro volto.

Rosaura:  Per ora non posso farlo.

Monsieur:  Ma quando avrò il contento di vagheggiarvi?

Rosaura:  Fra poche ore.

Monsieur:  Mi conoscete, mi amate, sospirate per me?

Rosaura:  Sì, e per voi lasciai Parigi, per voi abbandonai le delizie di Francia, e venni peregrina in Italia.

Monsieur:  (Grand'amore delle dame francesi! Gran fedeltà delle mie paesane! Gran forza delle mie attrattive!) (da sé) Ma io non posso vivere, se non mi date il contento di vedervi per un momento.

Rosaura:  Questo è impossibile.

Monsieur:  Chi ve lo vieta?

Rosaura:  Il mio decoro. Non conviene che una dama d'onore si faccia vedere in una bottega senza la maschera, che la difenda dal guardo altrui.

Monsieur:  Eh, in Francia non si osservano questi riguardi.

Rosaura:  Siamo in Italia, conviene uniformarsi al paese.

Monsieur:  Andiamo in un luogo piú ritirato. Non mi lasciate morire.

Rosaura:  No, restate, ed io parto.

Monsieur:  Vi seguirò assolutamente.

Rosaura:  Se ardirete di farlo, non mi vedrete mai piú.

Monsieur:  Siete venuta per tormentarmi?

Rosaura:  Stasera mi vedrete, e per meglio conoscermi, favoritemi qualche segno da potervi mostrare.

Monsieur:  Eccovi una piccola bottiglia di sans‑pareille. [4] (le dà una bottiglietta)

Rosaura:  Con questa mi darò a conoscere.

Monsieur:  Dove, mia cara, potrò vedervi?

Rosaura:  Sarete avvisato.

Monsieur:  Oh cielo! fa volar presto queste ore importune.

Rosaura:  Oh stelle! fate che il cuor sia contento.

Monsieur:  Ah madama, siete troppo crudele.

Rosaura:  Ah monsieur, mi avete mal conosciuta. (parte)

 

 

SCENA QUINDICESIMA

Monsieur Le Blau e Don Alvaro

 

Monsieur:  E non posso seguirla? E mi è vietato vederla? Chi mai può esser costei? Una francese venuta per me a Venezia? Non è che io non lo meriti, ma duro fatica a crederlo. Non potrebbe darsi che fosse una di queste maschere del bel tempo, che si fosse presa divertimento di me? Ed io così francamente ho creduto, e mi sono sentito ardere d'amore per lei? Gran virtú del bel sesso! Gran calamita de' cuori! Ma io, sull'incertezza di un incognito oggetto, cederò Rosaura al rivale? Ah sarebbe troppo precipitosa la corsa, e inconsiderato l'impegno. Sono in libertà di pretender Rosaura, né voglio perderla, senza assicurarmi di un acquisto migliore. Don Alvaro.

Alvaro:  Che chiedete? (s'alza e si fa avanti)

Monsieur:  La dama francese negò di farsi conoscere, né sono in grado di preferirla a Rosaura così ciecamente.

Alvaro:  La cederete, vostro malgrado.

Monsieur:  Saprà difenderla il mio valore.

Alvaro:  Amore e la Vittoria sono due Numi, che servono al merito di don Alvaro.

Monsieur:  Questa volta li avrete nemici. (si battono)

 

 

SCENA SEDICESIMA

Rosaura, mascherata alla spagnuola, e detti

 

Rosaura:  Cavalieri, trattenete i colpi.

Alvaro:  (Una dama spagnuola!) (da sé)

Monsieur:  Madama, il vostro cenno disarma il mio braccio, e i vostri begli occhi accendono d'amor il mio cuore.

Rosaura:  Non vi conosco. Parlo a don Alvaro di Castiglia.

Alvaro:  Che richiedete da un vostro servo?

Rosaura:  Fate partire il francese. Voglio parlarvi con libertà.

Alvaro:  In grazia, ritiratevi per qualche momento. (a Monsieur)

Monsieur:  Volentieri. (Ecco terminato il secondo duello.) (da sé e parte)

 

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Rosaura e Don Alvaro

 

Rosaura:  Don Alvaro, mi maraviglio di voi, e meco dovrà maravigliarsi la Spagna tutta, che posta in non cale l'illustre nobiltà della vostra prosapia, vogliate abbassarvi a sposare la figlia d'un vil mercante. A voi, che siete nato in Ispagna, non fa orrore questo nome di mercante? Ah, se la duchessa vostra madre ne fosse intesa, morirebbe dalla disperazione. Don Alvaro, il vostro sangue, la vostra patria, la vostra nazione v'intimano il pentimento; e se tutto ciò non avesse forza per dissuadervi, ve lo comanda una incognita dama, la quale, avendovi concesso segretamente l'onore della sua grazia, ha acquistato il diritto di comandarvi. (tutto questo discorso molto grave e sostenuto)

Alvaro:  (Oimè! Son pieno di confusione. La voce di questa dama fa in me l'effetto, che fece l'incantato scudo nell'animo di Rinaldo. Conosco l'errore, detesto la mia viltà. Rosaura è bella, ma non è nobile; merita affetto, ma non castigliano.) (da sé) Nobilissima dama, che tale vi dimostra la maniera, con cui mi avete parlato; dal rossor del mio volto comprenderete la confusion del mio cuore, e se la vostra bontà mi offerisce l'occasion d'emendarmi...

Rosaura:  Troppo presto pretendete d'aver purgata una macchia, che vi rendeva il ridicolo delle Spagne. Si richiedono segni maggiori di pentimento.

Alvaro:  Don Alvaro, che non conosce altro sovrano che il Re suo signore, è pronto a sottomettersi all'impero d'una eroina.

Rosaura:  Per primo castigo del vostro vile e vergognoso affetto, dovete amarmi senza vedermi, ed obbedirmi senza conoscermi.

Alvaro:  Ah! questo è troppo...

Rosaura:  È poco al vostro delitto. Amar la figlia d'un mercadante!

Alvaro:  Avete ragione. Sì, lo farò.

Rosaura:  Dovete serbarmi fede, coll'incertezza del premio.

Alvaro:  Oimè; voi mi fate tremare.

Rosaura:  Dovete dipendere da' miei cenni, senza chiedermi la ragion del comando.

Alvaro:  Sì, lo farò. Ah! che di sentimenti sì gravi e nobili non sono capaci se non le dame spagnuole.

Rosaura:  Vi seguirò da per tutto, in modo da non esser conosciuta se non quando vorrò approvare o disapprovare la vostra condotta. Datemi un segno per poter ciò eseguire senza parlarvi.

Alvaro:  Tenete questa mia tabacchiera. (le dà quella ch'ebbe da Rosaura)

Rosaura:  È forse regalo di qualche bella?

Alvaro:  È un cambio di Rosaura; appunto me ne privo, perché la sprezzo.

Rosaura:  Or cominciate a piacermi.

Alvaro:  Lode al cielo.

Rosaura:  Don Alvaro, ricordatevi del vostro decoro, e dell'amor mio.

Alvaro:  Sarò fedele osservatore di mia parola.

Rosaura:  Ci rivedremo.

Alvaro:  Potessi almeno sapere chi siete!

Rosaura:  Quando voi lo saprete, vi prometto che stupirete. (parte)

Alvaro:  Ah! certamente questa è una delle prime dame di Spagna. Questa è una principessa di me invaghita, zelante dell'onor mio. Amore, amore, tu mi volevi avvilito, ma il nume tutelare della mia nobiltà mandò la bella incognita a salvare l'onore della mia illustre famiglia. (parte)

 

 

SCENA DICIOTTESIMA

Strada remota.

Il Conte ed Arlecchino

 

Conte:  Che cosa mi vai dicendo, che non t'intendo?

Arlecchino:  Digh cussì, che la signora Rosaura ha mandà a invidar la locanda per la conversazion de stassera.

Conte:  Che diavolo dici! Ha mandata ad invitar la locanda?

Arlecchino:  Voggio dir... Sia maladetto! Una burla che ho fatto a un spagnolo m'ha fatto tanto ridere, che rido ancora, e no so cossa che me diga.

Conte:  Hai forse fatto qualche scherzo a don Alvaro?

Arlecchino:  Giusto a elo.

Conte:  E in che consiste?

Arlecchino:  Finzendo portarghe una ambassada della signora Rosaura...

Conte:  Dunque don Alvaro ha l'accesso della signora Rosaura?

Arlecchino:  Signor sì, l'accesso, el secesso. E stassera l'è invidà anca lu alla conversazion della vedoa.

Conte:  Anch'egli? ed io non sono del numero degl'invitati?

Arlecchino:  Padron sì; questo è quello che voleva dir dell'ambassada fatta alla locanda.

Conte:  Ora ho capito. La signora Rosaura questa sera darà una conversazione in sua casa?

Arlecchino:  Signor sì.

Conte:  L'invito suo mi consola, ma temo di ritrovare ne' convitati altrettanti rivali.

Arlecchino:  No ne dubitè gnente. Una donna de garbo sa soddisfar tutti senza difficoltà.

 

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Rosaura mascherata con zendale alla veneziana, e detti

Rosaura viene passeggiando con qualche caricatura,

guardando vezzosamente il Conte senza parlare.

 

Conte:  Osserva, Arlecchino, come quella maschera mi guarda con attenzione.

Arlecchino:  Guardevene, sior, perché delle volte se crede de trovar el sol d'agosto, e se trova la luna de marzo. (parte)

Conte:  E così, signora maschera, che cosa comanda?

Rosaura:  (Sospira.)

Conte:  Questi sospiri con me sono inutili: alle finzioni donnesche una volta credevo. Ora è passato il tempo. Ho aperti gli occhi. Se vi era qui monsieur le Blau era la vostra fortuna.

Rosaura:  Voi offendete una dama che non conoscete.

Conte:  Perdonate, signora, ma con quella maschera, in quell'abito, e sola, avevo ragion di credervi, anziché una dama, una ordinaria pedina.

Rosaura:  Amore fa simili stravaganze.

Conte:  Siete innamorata di me?

Rosaura:  Pur troppo.

Conte:  Ed io niente di voi.

Rosaura:  Se mi conosceste, non direste così.

Conte:  Foste anche la dea Venere, non vi sarebbe pericolo che vi amassi.

Rosaura:  Perché?

Conte:  Perché il mio cuore è già impegnato per altro oggetto.

Rosaura:  E per chi? se è lecito di saperlo.

Conte:  In questo posso soddisfarvi. Quella che adoro è la signora Rosaura Balanzoni.

Rosaura:  La vedova?

Conte:  Per l'appunto.

Rosaura:  Quanto siete di cattivo gusto! Che ha di bello colei?

Conte:  Tutto; e poi piace a me, e tanto basta.

Rosaura:  Ella non è nobile.

Conte:  È tanto savia e civile, che supplisce al difetto della nobiltà; ma ella nasce di casa nobile bolognese, e la famiglia de' Bisognosi è delle antiche di questa città.

Rosaura:  Rosaura credo sia impegnata con altri.

Conte:  Se lo credete voi, non lo cred'io; e quando ciò fosse, saprei morire, ma non mancarle di fede.

Rosaura:  Siete troppo costante.

Conte:  Fo il mio dovere.

Rosaura:  Ma io, che sospiro per voi, non posso sperar pietà?

Conte:  Vi dissi che nulla potete sperare.

Rosaura:  Se mi darò a conoscere, forse sarete obbligato ad amarmi.

Conte:  Voi pensate male, e non vi consiglio a scoprirvi, per minorarvi il rossore della ripulsa.

Rosaura:  Dunque partirò.

Conte:  Andate pure.

Rosaura:  Vorrei almeno una memoria della vostra persona.

Conte:  Perché volete ricordarvi d'uno che non vi ama?

Rosaura:  Fatemi questo piacere, datemi qualche ricordo.

Conte:  (Ho capito.) (da sé) Se volete un mezzo ducato, ve lo posso dare.

Rosaura:  Non ho bisogno del vostro denaro.

Conte:  Dunque che pretendete?

Rosaura:  Questo fazzoletto mi serve. (gli leva il fazzoletto di mano, e parte)

Conte:  Manco male. Me lo poteva dire alla prima, che faceva all'amore col mio fazzoletto. Che razza di gente si trova in questo mondo! Così, a quest'ora, verso la sera, la piazza è piena di queste bellezze incognite. Questa è delle piú discrete, che si è contentata di un fazzoletto: vi sono quelle che tirano alla borsa. Io non saprei adattarmi a trattarle. La donna venale è una cosa troppo orrida agli occhi miei. (parte)

 

 

SCENA VENTESIMA

Camera di Rosaura accomodata per la conversazione, con tavolini, e sedie, e vari lumi.

Eleonora e Marionette

 

Marionette:  Che ne dite, eh? Il signor Pantalone come sfoggia a cera? Tutto fa per voi.

Eleonora:  Eppure io, avendoci meglio pensato, non lo voglio assolutamente.

Marionette:  Ditemi, come vi è piaciuto il francese?

Eleonora:  Ti dirò la verità. Il suo volto mi piace, il suo brio mi va a genio, la sua disinvoltura mi rapisce, ma non mi fido delle sue parole.

Marionette:  Perché?

Eleonora:  Perché fa troppo l'innamorato a prima vista, e dice cose che non sono da credere.

Marionette:  Ma ai fatti credereste?

Eleonora:  Quel che è di fatto, non si può non credere.

Marionette:  Dunque se vi desse la mano di sposo, non vi sarebbe che dire.

Eleonora:  Ma non lo farà.

Marionette:  E se lo facesse, sareste contenta?

Eleonora:  Certo, che sarei contenta; è un uomo assai ben fatto.

Marionette:  Che mi date di mancia, se vi fo avere questa fortuna?

Eleonora:  Senti, un buon regalo davvero.

Marionette:  Ma promettere e attendere non sono amici, è egli vero?

Eleonora:  Anzi attenderò piú di quel che prometto.

Marionette:  Orsú, lasciate fare a me, che spero sarete contenta.

Eleonora:  E mia sorella che dirà? So pure ch'ella ancora vi pretendeva.

Marionette:  Ella ne ha quattro da scegliere; ma per quello che io vedo, questo non è il suo piú caro.

Eleonora:  Basta, mi fido di te.

Marionette:  Ed io son donna di parola. Ho fatti piú matrimoni in questo mondo, che non ho capelli in capo. Ecco vostra sorella; per ora non le dite nulla.

Eleonora:  Mi lascio condurre dalla mia maestra.

 

 

SCENA VENTUNESIMA

Rosaura e dette

 

Rosaura:  Sorella, siete sollecita a prender posto.

Eleonora:  Per l'appunto venivo ora da voi.

Rosaura:  Sentite, se mi riesce, stassera voglio stabilire il mio nuovo accasamento; e voi, che farete senza di me?

Eleonora:  Spero che non partirete di questa casa senza avere stabilito anche il mio.

Rosaura:  Volete il signor Pantalone?

Eleonora:  Il cielo me ne liberi.

Rosaura:  Dunque, che posso fare?

Marionette:  Diamine! che in tanta gente non vi sia uno sposo per lei?

Rosaura:  Che! si fa un matrimonio come una partita a tresette? Ecco gente.

 

 

SCENA VENTIDUESIMA

Il Conte e dette

 

Conte:  Eccomi, o signora, a ricevere l'onore delle vostre grazie.

Rosaura:  Sono io l'onorata, se vi degnate di favorirmi.

Marionette:  (Il signor Conte geloso è venuto il primo.) (da sé)

Rosaura:  Sedete. (siede Rosaura appresso il Conte, ed Eleonora in altra parte)

Conte:  Obbedisco. Signora, vi ringrazio delle cortesi espressioni della vostra lettera.

Rosaura:  Assicuratevi che sono dettate dal cuore.

Marionette:  (Egli se l'ha tirata da vicino per non la perdere.) (da sé)

 

 

SCENA VENTITREESIMA

Don Alvaro e detta

 

Alvaro:  Riverisco donna Rosaura.

Rosaura:  Serva di don Alvaro. (s'alza)

Alvaro:  La buona notte a tutti.

Rosaura:  Favorite. (accenna che sieda)

Alvaro:  (Non vorrei che vi fosse la dama incognita.) (guarda qua e là, poi siede presso Rosaura)

Marionette:  (Anche questo sta bene.) (da sé)

Alvaro:  Dove avete posto il mio albero?

Rosaura:  Nella mia camera,

Alvaro:  Dovevate esporlo qui in sala, acciò fosse ammirato da tutta la conversazione.

Marionette:  Anzi lo metteremo su la porta di strada, acciò sia meglio veduto.

Alvaro:  (Francese impertinente.) (da sé)

 

 

SCENA VENTIQUATTRESIMA

Milord e detti

 

Milord:  Madama, mademoiselle. (a Eleonora) Messieurs (alli due cavalieri)

Rosaura:  Milord, umilissima. (s'alzano, e tutti lo salutano) Compiacetevi d'accomodarvi. (a Milord)

Milord:  Madama. (siede appresso il Conte)

Marionette:  (Madama! Madama! Non sa dir altro che madama. Nella sua bocca stanno male anco le parole francesi.) (da sé)

Rosaura:  Milord s'è accomodato a favorirmi.

Milord:  Io sono il favorito.

Marionette:  (Oh, non ha detto poco.) (da sé)

 

 

SCENA VENTICINQUESIMA

Monsieur Le Blau e detta

 

Monsieur:  Madama Rosaura, vostro umilissimo servitore. Mademoiselle Eleonora, m'inchino alle vostre bellezze. (bacia la mano per forza anche ad essa, che la ritira) Amici, son vostro schiavo. Marionette, buona sera. (tutti s'alzano, e lo salutano)

Marionette:  (Questo almeno rallegra la conversazione.) (da sé)

Rosaura:  Monsieur, prendete posto.

Monsieur:  Il posto è preso, per quel ch'io vedo; ma non importa. Sederò vicino a questa bella ragazza. (siede fra don Alvaro ed Eleonora) Madama Rosaura, io resto maravigliato.

Rosaura:  Di che?

Monsieur:  Credevo di vedervi una gioia al petto, e non la vedo.

Rosaura:  Volete dire il ritratto?

Monsieur:  Parlo di quello.

Rosaura:  Or ora ne sarete meglio informato.

Marionette:  (In quanto a questo poi, la mia padrona fa poca giustizia al merito.) (da sé)

Rosaura:  Signori miei, giacché vi siete degnati di favorirmi, ed io sono qui, sedendo in mezzo di tutti quattro, prima che si moltiplichi la conversazione, intendo di farvi un breve discorsetto. Io sono stata, benché senza merito, favorita, ed ho da tutti riportato varie dimostrazioni di stima e di affetto. Don Alvaro coll'offerta del grand'albero della sua casa m'insuperbisce. Monsieur le Blau col suo ritratto m'incanta. Milord con ricche gioie mi sorprende. Il Conte con espressioni di tenerezza, di rispetto e di amore mi obbliga e mi convince. Vorrei esser grata a tutti, ma dividermi non è possibile; onde converrà che ad un solo mi doni. La scelta ch'io farò non sarà capricciosa, né sconsigliata, ma figlia di buoni riflessi, giusta e doverosa. Milord non vuol prender moglie, ma tuttavia, se mai nel vedersi in confronto cogli altri, gli nascesse in mente qualche pretensione sopra di me, una dama inglese m'impone dirgli che si ricordi che a madama Rosaura nulla ha promesso, che con essa è in libertà, ma che all'incontro innamorato da' begl'inchini della sua paesana, a quella ha promesso amore e fedeltà; e perché al mio discorso prestiate fede, vi manda questo astuccio, e vi dice che chi ve lo rende, è quella stessa che lo ha ricevuto (rende l'astuccio a Milord). Monsieur le Blau con generose espressioni, con amorose tenerezze e dolci sospiri, mi lusingava dell'amor suo, ed egli potea sperar la mia mano; ma una certa francese incognita mi ha data la commissione di ricordargli, che siccome ha ceduto Rosaura al suo rivale, così non la può piú pretendere, e quest'acqua Samparelie gli farà risovvenire il suo impegno, e gli dirà che l'incognita è quella che lo rimprovera (gli dà la bottiglietta di Samparelie). Don Alvaro parimente si era guadagnata la mia stima, e forse ancora la mia predilezione, ed abbagliata dagli splendori della sua nobiltà, quasi quasi mi era dichiarata per lui; ma gli sovvenga che la dama spagnuola non conosciuta, mettendogli in orrore le nozze di una mercantessa, gli ha comandato d'abbandonarla, e di amar lei, benché incognita, e senza speranza; e per segno della sua rassegnazione, e del suo pentimento, ecco la tabacchiera della vedova da lui disprezzata (gli rende la tabacchiera). Al Conte poi, che con tanta inciviltà tratta le maschere, e con tanta asprezza le donne civili, e nega un leggiero favore ad una che sospira per lui, rincrescendogli sino la perdita sì vile di un fazzoletto di seta; fo a sapere che quella maschera che gliel'ha involato, alla presenza de' suoi rivali gli dà la mano, e lo dichiara suo sposo. (porge la mano al Conte, il quale con tenerezza d'affetto l'accoglie)

Conte:  Oh me beato! Oh momento felice! Oh mano che mi consola!

Milord:  Viva il Conte, vi sarò buon amico.

Marionette:  (L'ho detto, che avrebbe fatto come la mosca d'oro.) [5] (da sé)

Alvaro:  Non credeva che le donne italiane fossero così maliziose (s'alza) né che arrivassero con una finzione a profanare il carattere delle spagnuole. Questo delitto vi rende orribile a gli occhi miei; parto per non piú rimirarvi, e per castigo del vostro avanzato ardimento, vi privo dell'onore della mia protezione. (parte)

Monsieur:  Madama Rosaura, la perdita della vostra persona mi costerebbe qualche sospiro, se vi maritaste nell'Indie, ma siccome vi siete maritata al nostro Conte, e resterete con lui in Italia, la facilità di vedervi mi scema il dolore d'essere escluso dalle vostre nozze. Vi sarò il medesimo onesto amante, se il Conte non vorrà essere nemico della gran moda, avrò l'onore di essere il vostro servente. [6]

Conte:  No, monsieur, vi ringrazio. La signora Rosaura non ha bisogno di voi.

Monsieur:  Fate un viaggio a Parigi, e vi sanerete di questa malinconia.

Marionette:  Monsieur le Blau, mi dispiace di vedervi fare una cattiva figura, e per il zelo della mia nazione, e del vostro merito, bramo di fare qualche cosa per voi. La signora Rosaura è già impegnata; se voi non voleste digiunare, quand'altri cenano, vi sarebbe la bella occasione.

Monsieur:  Sì, cara Marionette; fammi questo piacere. Maritami tu alla francese. Così senza pensarvi.

Marionette:  Ecco la vostra sposa.

Monsieur:  Mademoiselle? Volesse il cielo! Ma ella non mi crede, e non ha amore per me.

Marionette:  La conoscete poco. Anzi arde per voi.

Monsieur:  Ditelo, mio tesoro, è vero quanto Marionette mi dice?

Eleonora:  È verissimo.

Monsieur:  Volete esser mia sposa?

Eleonora:  Se vi degnate.

Monsieur:  Viva amore, viva Imeneo. Signora cognata, io sono doppiamente contento. Conte, ora non sarete di me geloso.

Conte:  Ciò non ostante mi farete piacere a prendervi un alloggio separato dal mio.

Marionette:  Povera signora Rosaura, quanto vi compiango!

Rosaura:  Pazza! tu non conosci la mia felicità.

 

 

SCENA ULTIMA

Pantalone, il Dottore e detti

 

Pantalone:  Come va la conversazion, patroni?

Dottore:  Che mai avete fatto a don Alvaro, che va dicendo imprecazioni contro tutte le donne d'Italia?

Monsieur:  Signor Pantalone, signor Dottore, mio amatissimo suocero, mio venerabile cognato, lasciate che con un tenero abbraccio vi partecipi aver io avuta la fede di sposa da questa bella ragazza.

Pantalone:  Come! Che novità xe questa?

Dottore:  Senza dirlo a me, che sono suo padre?

Rosaura:  Avevasi destinato di farlo prima di concludere le loro nozze. Ecco in una conversazione stabiliti due matrimoni, il mio col conte di Bosco Nero, e quello di mia sorella con monsieur le Blau: avete voi niente in contrario?

Dottore:  Ho sempre lasciato fare a voi; se lo credete ben fatto, io non mi oppongo.

Pantalone:  (Bisogna parer bon, e far de necessità virtú.) (da sé) Mi ho desiderà le nozze de siora Eleonora, ma colla speranza che la lo fasse de cuor. Co no la aveva per mi inclinazion, no gh'ho perso gnente a lassar una putta che me podeva far morir desperà.

Monsieur:  Evviva il signor Pantalone.

Milord:  Egli pensa con ragione veramente inglese.

Rosaura:  Ecco dunque condotto felicemente a fine ogni mio disegno. Ecco assicurato lo stato di una vedova e di una fanciulla, stati egualmente pericolosi. Confesso d'aver operato nelle mie direzioni da scaltra, ma siccome la mia scaltrezza non è mai stata abbandonata dalle massime d'onore e dalle leggi della civil società, così spero che sarò, se non applaudita, compatita almeno, e forse forse invidiata.

 

Fine della Commedia

 

Note

__________________________________

 

[1] Cere: candele di cera, e non di sego, per l'illuminazione straordinaria.

[2] Accarezzare. N.d.A.

[3] Calloandro: riferimento al protagonista dell'allora popolare romanzo Calloandro sconosciuto del genovese Giovanni Ambrogio Marini, pubblicato in due parti nel 1640 e 1641.

[4] Sans‑pareille: sanparelie, un tipo di stoffa di provenienza francese, ma anche uno speciale vino liquoroso e, soprattutto, un raffinato profumo di Parigi.

[5] Mosca d'oro: Marionette aveva capito « da sempre » che Rosaura, scegliendo il Conte, avrebbe fatto come la « mosca d'oro ».

[6] Servente: servitore, ma in questo caso Cicisbeo.

 

 

Indice Biblioteca Indice dell'opera

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2005