Carlo Goldoni

 

LA VEDOVA SCALTRA

 

Commedia di tre atti in prosa rappresentata per la prima volta in Modena

nell'Estate dell'anno 1748. (Ma la datazione che figura nel l'edizione Paperini

non ha conferme documentabili, mentre è certo che a Venezia la commedia

andò trionfalmente in scena la sera di Santo Stefano dello stesso anno 1748.)

 

Edizione di riferimento

Tutte le opere di Carlo Goldoni, a cura di Giuseppe Ortolani, I Classici Mondadori Fondazione Borletti, Milano 1939, secondo l'edizione Pasquali.

 

 

 

 

PERSONAGGI

 

Rosaura vedova di Stefanello de' Bisognosi e figlia del Dottore Lombardi.

Eleonora sua sorella.

Pantalone de' Bisognosi cognato di Rosaura, amante di Eleonora.

Il Dottore Lombardi bolognese, padre delle suddette due sorelle.

Milord  Runebif inglese.

Monsieur  Le Blau francese.

Don Alvaro  De Castiglia spagnolo.

Il Conte  di Bosco Nero italiano.

Marionette francese, cameriera di Rosaura.

Arlecchino cameriere di locanda.

Birif cameriere di Milord.

Foletto lacchè del Conte.

Servi di Pantalone. Un caffettiere e i suoi garzoni.

 

La Scena si rappresenta in Venezia.

 

 

 

A SUA ECCELLENZA IL SIGNOR

NICCOLÒ BALBI FU DI S. E. TOMMASO

NOBILE PATRIZIO VENETO

 

 

COME le obbligazioni che professo all'E. V. sono pressoché innumerabili, e derivano da tutti que' generi di beneficenza, co' quali un ragguardevole e liberal Protettore può vincolar la divozione d'un umilissimo Servidore; così per contrassegnarle, nel modo che per me si poteva, una piena riconoscenza, avrei dovuto non di una sola, ma di tutte le mie povere fatiche teatrali fare al vostro veneratissimo nome riverentissima offerta e tributo.

Ma tra i moltissimi debiti contratti da me colla generosa bontà di V. E., la quale nel lungo corso di circa sedici anni, dacché ho fatto il prezioso acquisto del di Lei stimatissimo patrocinio, non mi ha giammai mancato o di consiglio, o di assistenza, o di favore, secondo le mie varie occorrenze, principalmente rimarcar dovendo a singolar benefizio la servitù che per grazia vostra ebbi l'onor d'incontrare con molti de' vostri degnissimi Amici, Soggetti tutti pari a Voi, non men nell'illustre Patrizio carattere, che nella virtù e nel merito: penso che malamente avrei corrisposto a sì gran benefizio, defraudando di una pubblica testimonianza di rispetto e di riconoscimento quei medesimi benefici Protettori e Padroni, che mi ha procurati l'amorosisissimo vostro favore.

Eccomi pertanto ridotto dalla forza delle stesse vostre beneficenze alla necessità di umiliarvi una delle mie Commedie soltanto. Questa è quella povera Scaltra Vedova, che sin dalla sua prima comparsa sulle Venete Scene ebbe la fortuna d'incontrare la protezion vostra, col mezzo, cred'io, certamente della sua pura innocenza, giacché accostumata ne' supremi giudiciari consessi della Repubblica la mente e l'animo vostro a' giusti e retti giudizi, e alla tutela degl'innocenti, egualmente che al gastigo de' rei, non avete potuto non favorevolmente accogliere la causa di questa povera perseguitata Vedova.

E ben Voi siete poi tale, e per la distinta condizion de' talenti, e per la cultura di tutte le buone Lettere, e per isquisitezza di gusto nelle cose Poetiche, da perfettamente conoscere il merito d'ogni fatta di Composizioni, e da formarne irreprensibil giudizio; cosicché ricorrendo essa povera Vedova nuovamente all'ombra del favor vostro, può promettersi ogni maggior sicurezza anche nel mettersi in pubblica vista col mezzo de' torchi. Né la nobiltà antichissima del vostro Casato, che ha dati tanti ottimi Senatori alla Patria, può non accrescerle gran confidenza: mentre si sa che l'autorità de' Padroni conciliar suole universalmente rispetto, anche per chi gode l'onore della lor dipendenza.

Fate dunque, Eccellentissimo Signore, a questa mia quarta Commedia quel buon volto che solete far sempre con tanta benignità al di lei Autore, e vi so dire, che rallegrandosi tutta di così buona fortuna, comparirà ella più brillante e avvenente agli occhi del Mondo, il che aggiungerà nuova partita all'infinito numero di quelle obbligazioni, che mi faran essere perpetuamente con distintissirno profondo ossequio

Di V. E.

Urniliss. Divotiss. e Obbligatiss. Serv.

CARLO GOLDONI

 

 

 

L’AUTORE A CHI LEGGE

 

Avendo io divisato e promesso in questa mia novella edizione di correggere e riformare le mie Commedie per renderle meno indegne del pubblico gradimento, dovrei nella Vedova Scaltra impiegarvi maggiore studio che in molte altre, avendone essa maggior bisogno, per essere a buone regole e a miglior lettura ridotta. Ella è la seconda Commedia di carattere che io ho composto, sendo La donna di garbo la prima, e tutte e due sentono ancora non poco del cattivo Teatro, con cui confinavano, ed hanno quel sorprendente e maraviglioso che ho poi col tempo a verità e natura condotto. Ciò non ostante io non ardisco alterare l'intreccio ed il sistema qualunque siasi di questa Commedia, poiché, imperfetta come ella è, ha avuto la buona sorte di piacere al Pubblico estremamente, e dura tuttavia dopo quindici anni la sua fortuna, onde crederei far un torto alla pubblica approvazione, cangiandola essenzialmente, e arrischierei di sfigurarla, e di farle perdere l'acquistato concetto. Così parimenti si è regolato Cornelio rispetto al Cid delle Spagne, così Molière intorno alle sue Preziose ridicole. Furono queste due opere criticate in particolare, ma piacevano al Pubblico estremamente, e non ardirono di migliorarle.

Schiamazzino pure i Critici a loro posta, perché nella Vedova Scaltra un Inglese, un Francese, uno Spagnuolo parlano ben l'Italiano; che gran maraviglia? come se il nostro linguaggio non fosse coltivato in tutte le piú polite Corti di Europa da tutte quasi le persone di conto, e non fosse costume di parlar il linguaggio della nazione, tra la quale un si trova, quando adeguatamente favellar quello sappia; o come s'io fossi il primo Autor di azioni teatrali, che introducendo nelle sue Favole Attori forestieri, parlar gli faccia nella lingua del Paese, e non nella nativa, o vogliasi creder tradotta la Favola stessa, o vogliansi supporre gli Attori periti dell'idioma che parlano. L'Arlecchino, il Dottore parlano francese, per queste ragioni, a Parigi: Plauto, Terenzio, han le loro Commedie la maggior parte di personaggi Greci composte, e per questo li fan essi parlar greco o latino? E nelle Tragedie sarebbe una delizia per gl'Italiani il sentir parlar turco od arabo un Orbecche, un Solimano; parlare scita un Oronte, caldeo una Semiramide, persiano un Ciro? Si dee supporre che gli uditori si figurino di sentir parlare gli Attori la loro lingua nativa, benché di fatto parlino la paesana; tosto che al carattere ne conoscano la nazione, e ciò con ragione, e per una spezie di necessità; perciocché le lingue straniere non sarebbono intese dalla maggior parte dell'Uditorio, di esse ignorante; e sarebbe facile che i Comici le storpiassero parlandole, onde gl'imperiti non goderebbono la Commedia, per non intenderne il linguaggio, ed i periti si sdegnerebbono in sentir maltrattati gl'idiomi.

Ma è vano ch'io cerchi su questa ed altre imputazioni giustificarmi. La Commedia è piaciuta al Pubblico, il Pubblico la difende, e su tal difesa m'acquieto. Si acchetino i Critici ancora, se loro piace; quando no, si assicurino ch'io faccio il sordo.

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

Notte. Camera di locanda con tavola rotonda apparecchiata, sopra cui varie bottiglie

di liquori con sottocoppa e bicchie retti, o due tondi con salviette, candellieri con candele.

Milord,  Runebif, Monsieur  Le Blau, Don Alvaro, il Conte  di Bosco Nero.

Tutti a sedere alla tavola rotonda, con bicchieri in mano pieni di vino,

cantando una canzone alla francese, intuonata da Monsieur Le Blau, e secondata dagli altri, dopo la quale

 

Monsieur:  Evviva la bottiglia, evviva l'allegria.

Tutti:  Evviva.

Conte:  Questo nostro locandiere ci ha veramente dato una buona cena.

Monsieur:  È stata passabile; ma voi altri italiani non avete nel mangiare il buon gusto di Francia.

Conte:  Abbiamo anche noi de' cuochi francesi.

Monsieur:  Eh sì, ma quando vengono in Italia, perdono la buona maniera di cuocere. Oh se sentiste come si mangia a Parigi! Là è, dove si raffinan le cose.

Milord:  Voi altri francesi avete questa malinconia in capo, che non vi sia altro mondo, che Parigi. Io sono un buono inglese, ma di Londra non parlo mai.

Alvaro:  Io rido, quando sento esaltar Parigi. Madrid è la reggia del mondo.

Conte:  Signori miei, io vi parlerò da vero italiano. Tutto il mondo è paese, e per tutto si sta bene, quando s'ha dei quattrini in tasca, e dell'allegria in cuore.

Monsieur:  Bravo camerata, viva l'allegria. Dopo una buona cena, ci vorrebbe a conversazione una bella giovane. Siamo vicini al levar del sole, potremo risparmiare d'andare a letto. Ma che dite di quella bella vedova, che abbiamo avuto l'onore di servire alla festa di ballo la scorsa notte?

Milord: Molto propria e civile.

Alvaro:  Aveva una gravità che rapiva.

Monsieur:  Pareva una francese; aveva tutto il brio delle mademoiselles di Francia.

Conte:  Certo la signora Rosaura è donna di molto garbo, riverita e rispettata da tutti (e adorata da questo cuore).

Monsieur: Alon: [1] viva madama Rosaura. (versa del vino a tutti)

Alvaro:  Viva donna Rosaura.

Milord  e Conte:  Viva.

(Monsieur Le Blau intona nuovamente la medesima canzone francese, e dopo, tutti replicano la strofa.)

 

 

SCENA SECONDA

Arlecchino  e detti

Arlecchino si ferma con ammirazione ad ascoltar la canzone.

Terminata che l'hanno, s'accosta alla tavola, si empie un bicchiere di vino,

 canta anch'egli la canzone stessa, beve, poi col bicchiere se ne va.

 

Conte:  Bravo cameriere! Lodo il suo Spirito.

Alvaro:  Voi altri ridete di simili scioccherie? In Ispagna un cameriere per tale impertinenza si sarebbe guadagnato cinquanta bastonate.

Monsieur:  E in Francia costui farebbe la sua fortuna. I begli spiriti vi sono applauditi.

Milord:  Voi altri stimate gli uomini di spirito, e noi quelli di giudizio.

Monsieur:  Ma torniamo al nostro proposito. Quella vedova mi sta nel cuore.

Alvaro:  Io già sospiro per lei.

Conte:  Vi consiglio a non fissarvi in questo pensiero.

Monsieur:  Perché?

Conte:  Perché la signora Rosaura è una donna nemica d'amore, sprezzante degli uomini, e incapace di tenerezza. (Meco solo grata e pietosa). (da sé)

Monsieur:  Eh, sia pur ella selvaggia piú d'una belva, se un vero francese, come sono io, arriva a dirle alcuni di que' nostri concetti fatti apposta per incantare le donne, vi giuro che la vedrete sospirare, e domandarmi pietà.

Alvaro:  Sarebbe la prima donna che negasse corrispondenza a don Alvaro di Castiglia. Gli uomini della mia nascita hanno il privilegio di farsi correr dietro le femmine.

Conte:  Eppure con questa, né la disinvoltura francese, né la gravità spagnuola, potrà ottenere cosa alcuna. So quel che dico; la conosco, credetelo a un vostro amico.

Monsieur:  Stanotte la vidi guardarmi sì attentamente, che ben m'accorsi dell'impressione che fatta avevano i miei occhi nel di lei cuore. Ah, nel darle la mano nell'ultimo minuè, mi parlò sì dolcemente, che fu miracolo non le cadessi prostrato a' piedi!

Alvaro:  Io non soglio vantarmi delle finezze delle belle donne; per altro avrei molto da dir per confondervi.

Conte:  (Ardo di gelosia). (da sé)

Monsieur:  Monsieur Pantalone, di lei cognato, è mio buon amico. Non lascerà d'introdurmi.

Alvaro:  Il Dottore suo padre è mio dipendente. Mi sarà egli di scorta.

Conte:  (Sarà mia cura di prevenirla). (da sé)

Milord:  Ehi? (chiama, e s'alza da sedere)

 

 

SCENA TERZA

Arlecchino e detti, poi altri camerieri di locanda

 

Arlecchino:  Lustrissimo, cossa comandela?

Milord:  Vieni qui. (lo tira in disparte; gli altri tre restano a tavola mostrando parlar fra di loro)

Arlecchino:  Son qui.

Milord:  Conosci madama Rosaura, cognata di Pantalone de' Bisognosi?

Arlecchino:  La vedova? La cognosso.

Milord:  Tieni questo anello, portalo a madama Rosaura. Dille che lo manda a lei milord Runebif. Dille che è quell'anello, che nella passata notte ella stessa mi ha lodato; e dille che questa mattina sarò da lei a bere la cioccolata.

Arlecchino:  Ma, signor, la vede ben...

Milord: Tieni, sei zecchini per te.

Arlecchino:  Obbligatissimo; no diseva per questo, ma no vorave che el sior Pantalon...

Milord:  Vanne, o ti farò provare il bastone.

Arlecchino:  Co l'è cussì, no la s'incomoda. Anderò a servirla, e farò anca mi quel che se sol far da quasi tutti i camerieri delle locande. (parte)

Milord:  Ehi? (vengono tre servitori di locanda) Prendi il lume. (ad uno dei servitori, il quale porta un candelliere per servire il Milord) Amici, un poco di riposo. (parte, servito dal cameriere, come sopra)

Monsieur:  Addio, Milord. Andiamo a dormire per un momento, anche noi. Credo non vi sarà bisogno di lume. (tutti s'alzano)

Conte: Se non ci vedremo nell'albergo, ci troveremo al caffè.

Monsieur: Questa mattina forse non mi vedrete.

Conte: Siete impegnato?

Monsieur: Spero di esser da madama Rosaura.

Conte: Questo è impossibile. Ella non riceve veruno. (parte, servito da un servitore col lume)

Monsieur: Sentite come si riscalda il Conte? Egli è innamorato piú di noi, e forse gode quella corrispondenza, che noi andiamo cercando.

Alvaro: Se fosse così, sarebbe molto geloso.

Monsieur: È italiano, e tanto basta. (parte, servito da un altro, come sopra)

Alvaro:  Sia pur geloso quanto vuole, sia pur Rosaura fedele, i dobloni di Spagna sanno fare de' gran prodigi. (parte anch'egli, servito da un altro)

 

 

SCENA QUARTA

Giorno. Camera di Rosaura con sedie.

Rosaura  e Marionette , vestita all'uso delle cameriere francesi

 

Rosaura: Cara Marionette, dimmi tu, che sei nata francese e sei stata allevata a Parigi, che figura farei io, se fossi colà fra quelle madame?

Marionette:  Voi avete dello spirito, e chi ha dello spirito in Francia fa la sua figura.

Rosaura: Eppure io non sono delle piú disinvolte; in Italia ne troverai moltissime di me piú briose, pronte di lingua, e sciolte nel costume.

Marionette:  Volete dire di quelle che in Italia si chiamano spiritose, e noi le diremmo spiritate. A Parigi piace il brio composto; una disinvoltura manierosa, una prontezza corretta, ed un costume ben regolato.

Rosaura: Dunque colà le donne saranno molto modeste.

Marionette:  Eh, non si piccano poi di tanta modestia. Tutto passa per galanteria, quando è fatto con garbo.

Rosaura: Ma dimmi, per essere stata tutta la notte al ballo, sono io di cattivo colore?

Marionette:  Siete rossa naturalmente, ma questo in Francia non basterebbe. Colà le donne per comparire hanno d'adoperare il belletto?[2]

Rosaura: Questo poi non l'approverei. Non vi so vedere una giusta ragione.

Marionette:  Parliamoci qui tra noi. Qual è quella delle mode di noi altre donne, che sia regolata dalla ragione? Forse il tagliarci i capelli, ne' quali una volta consisteva un pregio singolare delle donne? Il guardinfante, che ci rende deformi? Il tormento che diamo alla nostra fronte per sradicare i piccoli peli? Tremar di freddo l'inverno, per la vanità di mostrare quello che dovremmo tener nascosto? Eh, tutte pazzie, signora padrona, tutte pazzie.

Rosaura: Basta, io non mi voglio fare riformatrice del secolo.

Marionette:  Fate bene; si va dietro agli altri. Se vi rendeste singolare, forse non sareste considerata.

Rosaura:  Anzi da qui avanti voglio sfoggiar le mode con un poco piú d'attenzione. Sinora fui nelle mani d'un vecchio tisico; ma giacché la sorte me ne ha liberata colla sua morte, non vo' perdere miseramente la mia gioventú.

Marionette:  Sì, trovatevi un giovinotto, e rifatevi del tempo perduto.

Rosaura:  Converrà ch'io faccia speditamente. È vero che il signor Pantalone mio cognato mi tratta con civiltà, ma finalmente non posso piú dire di essere in casa mia, e vivo con della soggezione.

Marionette:  Ma non vi mancheranno partiti: siete giovane, siete bella, e quello che piú importa, avete una buona dote.

Rosaura: In grazia di quel povero vecchio, che l'ha aumentata.

Marionette:  Ditemi la verità, avete niente per le mani?

Rosaura: Così presto? Sono vedova di pochi mesi.

Marionette:  Eh, le mogli giovani dei mariti vecchi sogliono pensar per tempo a sceglier quello che deve loro rasciugare le lagrime. Mi ricordo aver fatto lo stesso anch'io col primo marito, che ne aveva settanta.

Rosaura: Mi fai ridere. Il Conte non mi dispiace.

Marionette:  Non sarebbe cattivo partito, ma è troppo geloso.

Rosaura: Segno che ama davvero.

Marionette:  Io vi consiglierei star a vedere, se vi capita qualche cosa di meglio. Oh se poteste avere un francese! Beata voi!

Rosaura: Che vantaggio avrei a sposar un francese?

Marionette:  Godereste tutta la vostra libertà, senza timore di dargli una minima gelosia; anzi con sicurezza, che quanto piú foste disinvolta, tanto piú gli dareste nel genio.

Rosaura: Questa è una bella prerogativa.

Marionette:  I mariti francesi sono troppo comodi per le donne. Credetelo a me che lo dico per prova.

Rosaura: Mia sorella ancor non si vede.

Marionette:  Sarà alla tavoletta.

Rosaura: Non la finisce mai.

Marionette:  Poverina. Anch'ella cerca marito.

Rosaura: Bisognerà che lo provediamo anche a lei.

Marionette:  Se non ci pensaste voi, vostro padre la lascerebbe invecchiare fanciulla.

Rosaura: Per questo la tengo meco.

Marionette:  È poi una buona ragazza.

Rosaura: Mi pare che mio cognato la miri di buon occhio.

Marionette:  S'ella sperasse ch'egli morisse tanto presto, quanto ha fatto il vostro, forse lo piglierebbe. Per altro mi pare abbia cera di volerlo giovane, bello e di buona complessione.

Rosaura: Chi è costui, che viene alla volta della mia camera?

Marionette:  Un cameriere della locanda dello Scudo di Francia [3] Lo conosco, perché vi sono stata alloggiata. È molto faceto.

Rosaura: Viene avanti con gran libertà. Domandategli che cosa vuole.

Marionette:  Lasciatelo venire, che n'avrete piacere.

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino e dette

 

Arlecchino:  Con grazia, se poi entrar? Resti servida. Obbligatissimo alle sue grazie.

Rosaura:  Bel complimento!

Marionette:  Se ve lo dico; è graziosissimo.

Arlecchino:  Se la se contenta, gh'ho da far un'ambassada.

Rosaura:  Dite pure, che io vi ascolto.

Arlecchino:  Milord Runebif la reverisse.

Rosaura:  Questi è un cavaliere inglese, che ho veduto la scorsa notte alla festa di ballo. (a Marionette)

Marionette:  Lo conosco. È un cavalier generoso.

Arlecchino:  E dopo averla reverida, el dis [4] che stamattina el vegnirà a bever la cioccolata; e per segno della verità, el ghe manda sto anello.

Rosaura:  Mi maraviglio di te, e di chi ti manda con simili ambasciate. Se Milord vuol venire da me a bere la cioccolata, è padrone, ma quell'anello mi offende. Egli non mi conosce. Digli che venga, e imparerà meglio a conoscermi.

Arlecchino:  Come! La ricusa un anello? Da chi ala imparà sta brutta usanza? Al dì d'ancuo [5] a donne che recusa regali ghe ne son poche.

Rosaura:  Orsú, non piú repliche, riportalo a chi te l'ha dato, e digli che Rosaura non ha bisogno de' suoi anelli.

Arlecchino:  Mi rest attonito, stupefatto, maraveià! El me par un insonio. Una donna recusa un anello? L'è un miracolo contro natura.

Marionette:  Galantuomo, lasciatemi vedere codest'anello.

Arlecchino:  Vardèlo pur. Anca Marionette se farà maraveia, perché gnanca in Franza no se farà sti spropositi.

Marionette:  Ma come è bello! Varrà almeno trecento doppie. E voi lo volete lasciar andare?

Rosaura:  Ti pare che una donna civile abbia da ricevere un regalo così alla prima, senza un poco di complimento?

Marionette:  Sì sì, dite bene. Riportatelo a Milord, e ditegli che venga a bere la cioccolata. (La padrona ne sa piú di me).

Arlecchino:  Anderò, che lo dirò, raconterò a tutta Venezia che una donna ha ricusà un anello, ma son siguro che tutti la crederà una favola. (parte)

Rosaura:  Alcuni forestieri hanno di noi altre italiane una pessima prevenzione. Credono che l'oro e le gioje che portano dai loro paesi, abbiano a dirittura a renderci loro schiave. In quanto a me, se ho da ricever qualche regalo, voglio prima farmi pregare per accettarlo; e voglio che l'averlo accettato sia tutta la mercede di chi lo porge.

Marionette:  Brava, signora padrona! Questo è un bellissimo sentimento, non così familiare a tutti, e non così facile da porsi in esecuzione. Ma torna il cameriere.

Rosaura:  E seco vi è il Milord. Egli al certo non perde tempo.

Marionette:  Gl'inglesi hanno poche parole, e molti fatti.

Rosaura:  La loro troppa serietà non mi piace.

Marionette:  Sì: Ogni quarto d'ora dicono dieci parole.

Rosaura:  Introduci l'inglese, e poi va a frullare la cioccolata.

Marionette:  Intanto passerò il tempo con Arlecchino.

Rosaura:  Non gli dar confidenza.

Marionette:  Eh, so vivere anch'io. Sono francese, e tanto basta. (parte)

 

 

SCENA SESTA

Rosaura, poi Milord

 

Rosaura:  Se Milord avrà per me de' sentimenti convenevoli al mio carattere, non ricuserò d'ammetterlo alla mia conversazione. E forse, forse, col tempo... Ma eccolo che viene.

Milord:  Madama.

Rosaura:  Milord, vi son serva.

Milord:  Perché non vi siete compiaciuta di ricever questo picciolo anello? Mi diceste iersera che vi piaceva.

Rosaura:  Tutto quello che piace, non è lecito di conseguire.

Milord:  Anzi si desidera quello che piace.

Rosaura:  Desiderare e prendere non è il medesimo.

Milord:  Madama, non replicherò per rispettare le vostre proposizioni.

Rosaura:  Accomodatevi.

Milord:  Tocca a voi.

Rosaura:  Favorite.

Milord:  Non mi tormentate con cerimonie. (siedono)

Rosaura:  Come avete riposato bene il resto della notte?

Milord:  Poco.

Rosaura:  Vi piacque il festino di iersera?

Milord:  Molto.

Rosaura:  Vi erano delle belle donne?

Milord:  Sì, belle.

Rosaura:  Milord, qual piú vi piace fra quelle che si potevan dir belle?

Milord:  Voi, madama.

Rosaura:  Oh, volete scherzare.

Milord:  Credete, lo dico di cuore.

Rosaura:  Io non merito una distinzione Sì generosa.

Milord:  Meritate molto, e non vi degnate di accettar poco.

Rosaura:  Non accetto, per non essere obbligata a concedere.

Milord:  Io non pretendo nulla da voi. Se prendete l'anello, mi fate piacere; se l'aggradite, son soddisfatto.

Rosaura:  Quando è così, non voglio usare atto villano con ricusare le vostre grazie.

Milord:  Prendete. (si cava l'anello, e lo dà a Rosaura)

Rosaura:  Vi ringrazierei, se non temessi di dispiacervi.

Milord:  Se parlate, mi fate torto.

 

 

SCENA SETTIMA

Marionette, con due chicchere di cioccolata sulla guantiera, e detti

 

Rosaura:  Ecco la cioccolata.

Milord:  Madama. (prende una tazza e la dà a Rosaura)

Rosaura:  (Che stile laconico!) (beve)

Milord:  Marionette, tu sei francese? (bevendo)

Marionette:  Sl, signore. (la una riverenza)

Milord:  Madama dee servirsi con attenzione.

Marionette:  Fo quel ch'io posso. (Milord rimette la tazza sulla guantiera, e sotto vi pone una moneta)

Marionette:  (Questa è per me. Una doppia!) [6] (guardandola)

Rosaura: Prendi. (rimette la tazza, e Marionette vede l'anello)

Marionette:  Mi rallegro dell'anello. (piano a Rosaura)

Rosaura:  Sta cheta. (piano a Marionette)

Marionette:  Non parlo. (porta via la guantiera)

Milord: Voi siete vedova, non è così?

Rosaura: LO Sono, e se trovassi un buon partito, tornerei forse...

Milord: Io non ho intenzione di prender moglie.

Rosaura: Perché?

Milord: Mi piace la libertà.

Rosaura:  E amore non vi molesta?

Milord:  Amo, quando vedo una donna amabile.

Rosaura:  Ma il vostro è un amor passeggiero.

Milord:  Che? si deve amar sempre?

Rosaura:  La costanza è il pregio del vero amante.

Milord:  Costante finché dura l'amore, e amante finché è vicino l'oggetto.

Rosaura:  Non vi capisco.

Milord:  Mi spiegherò. Io amo voi, vi sarò fedele finché vi amo, e vi amerò fino che mi sarete vicina.

Rosaura:  Dunque, partito che sarete di Venezia, non vi ricorderete di me?

Milord:  Che importa a voi, ch'io vi ami in Londra, ch'io vi ami a Parigi? Il mio amore vi sarebbe inutile, ed io penerei senza frutto.

Rosaura:  Qual frutto sperate finché mi siete vicino?

Milord:  Vedervi, ed essere ben veduto.

Rosaura:  Siete un cavaliere discreto.

Milord:  Una dama d'onore non fa sperare di piú.

Rosaura:  Siete adorabile.

Milord:  Son tutto vostro.

Rosaura:  Ma finché state a Venezia.

Milord:  Così penso.

Rosaura:  (Che bell'umore!) (da sé)

Milord:  (Quanto mi piace!) (da sé)

Marionette:  (torna) Signora, il signor Conte vorrebbe farvi una visita.

Rosaura:  Il conte di Bosco Nero?

Marionette:  Per l'appunto.

Rosaura:  Porta un'altra sedia, e fallo venire.

Marionette:  Obbedisco. (A questo geloso non casca mai nulla di mano.) (porta la sedia, e parte)

Milord:  Madama, il Conte è vostro amante?

Rosaura:  Vorrebbe esserlo.

 

 

SCENA OTTAVA

Il Conte  e detti

 

Conte:  Riverisco la signora Rosaura. (sostenuto)

Rosaura:  Addio, Conte. Sedete.

Conte:  Mi rallegro della bella conversazione.

Milord:  Amico, avete fatto bene a venire. Io faceva morir di malinconia questa bella signora.

Conte:  Anzi l'avrete molto ben divertita.

Milord:  Sapete il mio naturale.

Rosaura:  Marionette, con vostra permissione (s'alza e tira Marionette in disparte, e le parla piano): (Dirai ad Eleonora mia sorella che venga qui; e fa che si ponga a sedere presso a Milord. Vorrei che la cosa finisse bene.) (parte Marionette)

Conte:  Non mi credevo così di buon'ora trovarvi in conversazione; si vede che siete di buon gusto.

Rosaura:  Milord ha voluto favorirmi di venire a bere la cioccolata da me.

Conte:  Eh Sì, siete generosa con tutti.

Rosaura:  Conte, voi mi offendete.

Milord:  (Costui è geloso come una bestia.) (da sé)

Conte:  Veramente non si può negare, che Milord non abbia tutte le amabili qualità, desiderabili in un cavaliere. (ironico)

Milord:  (Sono annoiato.) (da sé)

 

 

SCENA NONA

Eleonora  e detti

 

Eleonora:  È permesso il godere di sì gentile conversazione?

Rosaura:  Venite, Eleonora, venite.

Milord:  Chi è questa signora? (a Rosaura)

Rosaura:  Mia sorella.

Eleonora:  E sua devotissima serva. (Milord la saluta senza parlare)

 Rosaura:  Sedete presso a Milord. (ad Eleonora)

Eleonora:  Se me lo permette.

Milord:  Mi fate onore. (senza mirarla)

Eleonora:  Ella è inglese, non è vero?

Milord:  Sì, signora. (come sopra)

Eleonora:  È molto tempo che è in Venezia?

Milord:  Tre mesi. (come sopra)

Eleonora:  Gli piace questa città?

Milord:  Certamente. (come sopra)

Eleonora:  Ma, signore, perché mi favorisce con tanta asprezza? Sono sorella di Rosaura.

Milord:  Compatitemi, ho la mente un poco distratta. (Costei non mi va a genio.)

Eleonora:  Non vorrei sturbare i vostri pensieri...

Milord:  Vi sono schiavo. (s'alza)

Rosaura:  Dove, dove, Milord?

Milord:  Alla Piazza.

Rosaura:  Siete disgustato?

Milord:  Eh, pensate. Oggi ci rivedremo. Madama, addio. Conte, a rivederci.

Rosaura:  Permettete ch'io almeno... (vuol alzarsi)

Milord:  No no, non voglio. Restate a consolare il povero Conte. Vedo ch'egli muore per voi. Vi amo anch'io, ma appunto perché vi amo, godo in vedervi circondata da piú adoratori, che facciano giustizia al vostro merito, e applaudiscano alla mia scelta. (parte)

 

 

SCENA DECIMA

Rosaura, Eleonora e il Conte

 

Eleonora:  Sorella, bella conversazione che mi avete fatta godere; vi son tenuta davvero!

Rosaura:  Compatite. Quegli è un uomo dl buonissimo cuore, ma ha le sue stravaganze.

Eleonora:  Per me non lo tratterò piú certamente.

Conte:  Milord ha il bellissimo cuore, ma io l'ho amareggiato dal dolor di vedermi mal corrisposto.

Rosaura:  Di che vi lagnate?

Conte:  Di vedervi far parte delle vostre grazie ad un forestiero.

Rosaura:  Ma che! Sono io cosa vostra? Mi avete forse comperata? Sono vostra moglie? Pretendete di comandarmi? Dichiaratevi, con qual autorità? Con qual fondamento? Conte, io vi amo, e vi amo piú di quello che voi pensate, ma non voglio per questo sagrificarvi la mia libertà. La conversazione, quand'è onesta, è degna delle persone civili. La donna di spirito tratta con tutti, ma con indifferenza. Così ho fatto sinora, e se alcuno ho distinto, voi siete quegli, ma se ve ne abusate, io vi rimetterò nella massa degli altri, e forse vi sbandirò affatto dalla mia casa. (parte)

 

 

SCENA UNDICESIMA

Eleonora ed il Conte

 

Eleonora:  Signor Conte, siete rimasto molto sconsolato. Ma, vostro danno; la maladetta gelosia è il flagello delle povere donne. Fa bene mia sorella a levarvi questa pazzia dal capo. In quanto a me, se mi toccasse un marito geloso, lo vorrei far morir disperato. (parte)

Conte:  Come si può fare a non esser geloso? Amo una bella donna, e la trovo a sedere accanto d'un altro. Oh! la conversazione è onesta e civile. Sarà, non lo nego. Ma si comincia colla civiltà, e si termina colla tenerezza. Anch'io mi sono innamorato poco alla volta. Sia maladetto chi ha introdotto il costume di questo modo di conversare. (parte)

 

 

SCENA DODICESIMA

Strada con la casa di Rosaura.

Il Dottore e Pantalone

 

Pantalone:  La xe cussì, el mio caro amigo e parente. Mio fradelo Stefanelo xe morto senza fioi, e aciò no perissa la nostra casa senza eredi, me son resolto de maridarme mi.

Dottore:  La massima non è cattiva. Tutto sta che vi riesca d'aver figliuoli.

Pantalone:  Ve dirò, son avanzà in età; ma siccome m'ho sparagnà in zoventú, cussì spero de valer qualcossa in vecchiezza.

Dottore:  Avete stabilito e fissato con chi accompagnarvi?

Pantalone:  Mio fradelo ha tiolto per mugier sfiora Rosaura, e mi inclinerave a sfiora Eleonora, e cussì tute do le vostre putte le saria in casa mia, quando che vu, colla solita vostra cortesia, no me dixè de no.

Dottore:  Io per me sarei contentissimo; e vi ringrazio della stima che fate di me e delle mie figlie. Basta che Eleonora sia contenta, prendetela, ch'io ve l'accordo.

Pantalone:  Ve dirò, la xe avezza a star in casa mia, in compagnia de so sorela, onde spereria che no la disesse de no, e me par che no la me veda de mal occhio.

Dottore:  Io, se vi contentate, ne parlerò con Eleonora; voi ditene una parola a Rosaura, e fra voi e me, col consiglio della sorella, spero la cosa riuscirà in bene. Amico, vo per un affar di premura, e avanti sera ci rivedremo. (parte)

 

 

SCENA TREDICESIMA

Pantalone, poi Monsieur Le Blau

 

Pantalone:  Eppur è vero, se mi no gh'aveva quela putta in casa, mi no me insuniava de maridarme. G'ho chiapà [7] a voler ben, e no posso viver senza de ela.

Monsieur:  Monsieur Pantalone, vostro servitor di buon cuore.

Pantalone:  Servitor obbligatissimo, monsú le Blò.

Monsieur:  Voi tenete in molto prezzo la vostra persona.

Pantalone:  Perché disela cussì?

Monsieur:  Perché vi lasciate poco godere da' vostri amici.

Pantalone:  Oh, la vede: son vecchio. No posso piú far nottolae; [8] el goto me piase, ma bisogna che vaga lizier, e colle donne ho battuo la retirada.

Monsieur:  Eppure io non mi batterei con voi a far all'amore con una bella donna. Siete vecchio, ma li portate bene i vostri anni.

Pantalone:  Certo che schinele [9] mi no ghe n'ho.

Monsieur:  Evviva monsieur Pantalone de' Bisognosi. Io ho una bottiglia di Borgogna di dodici anni, che potrebbe dar la vita ad un morto. Voglio che ce la beviamo insieme.

Pantalone:  Perché no? Per una botiglia ghe stago. [10]

Monsieur: E voi come state di vino di Cipro? Una volta ne ho bevuto del buono alla vostra casa.

Pantalone:  Gh'ho una barila preziosa, con una mare [11] cussì perfetta, che farave deventar bone anca le lavaure dei fiaschi.

Monsieur: Buono, buono. Lo sentiremo.

Pantalone:  Quando volè.

Monsieur:  Alon; chi ha tempo, non aspetti tempo.

Pantalone:  Adesso no xe tempo. In casa ghe xe della suggezion. Lassemo che le donne le vaga fuora de casa, e po staremo colla nostra libertae.

Monsieur:  Le donne non mi mettono in soggezione. Andiamo, andiamo.

Pantalone:  Bisogna averghe sta poca de convenienza.

Monsieur:  Eh, madama Rosaura avrà piacere che le andiamo a far un poco di conversazione. È una donna di grande spirito, avete una gran cognata, signor Pantalone.

Pantalone:  (Adesso ho capìo, che sorte de vin ch'el vorave bever; ghe xe anca in casa quela putta. No vorave... No, no, alla larga.) Certo, la xe una vedoa propria, civil, e modesta. (a Monsieur)

Monsieur:  Amico, fatemi il piacere, conducetemi a darle il buon giorno.

Pantalone:  Oh la fala, [12] mi gh'ho nome Pantalon, no gh'ho nome condusi. [13]

Monsieur: Voi che siete il padrone di casa, potete farlo.

Pantalone:  Posso farlo, ma no devo farlo.

Monsieur:  Perché?

Pantalone:  Perché? Ghe par a ela, ch'el cugnà [14] abbia da bater el canafio [15] alla cugnada?

Monsieur: Eh, lasciate questi pregiudizi. Siate amico, siate galantuomo. Farò io lo stesso per voi.

Pantalone:  Mi la ringrazio infinitamente, no gh'ho bisogno de sti servizi, e no son in stato de farghene.

Monsieur:  O io son pazzo, o non mi capite. Mi piace la signora Rosaura, vorrei vederla da vicino; vi prego che mi facciate l'introduzione, e pare a voi che vi chieda una gran cosa?

Pantalone:  Eh, una bagatela. A chi non patisce le gatorigole, [16] no vol dir gnente.

Monsieur: Ma io poi vi anderò senza di voi.

Pantalone:  La se comoda.

Monsieur:  Ella è vedova. Voi non le comandate.

Pantalone:  La dixe ben.

Monsieur:  Volevo aver a voi quest'obbligazione.

Pantalone:  No m'importa gnente.

Monsieur:  Un altro si pregerebbe di potermi usare una tal finezza.

Pantalone:  E mi son tutto el contrario.

Monsieur:  Non è galantuomo chi non sa servire all'amico.

Pantalone:  In tele cosse lecite e oneste.

Monsieur:  Io sono un onest'uomo.

Pantalone:  Lo credo.

Monsieur:  Volete una dozzina di bottiglie? ve le manderò.

Pantalone:  Me maraveggio dei fatti vostri. No gh'ho bisogno dele vostre botiglie, che in ti liquori ve posso sofegar [17] vu e cinquanta della vostra sorte. Ste esibizion le se ghe fa ai omeni de altro carattere, no a Pantalon dei Bisognosi. M'avè inteso. Ve serva de regola; per vu in casa no ghe xe né Cipro, né Candia. [18] (parte)

 

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Monsieur Le Blau, poi Marionette

 

Monsieur:  Ah, ah, ah. Costui mi fa rider di cuore. È un buon uomo, ma è troppo italiano. Ma che m'importa, s'ei non mi vuole introdurre? Che bisogno ho io di questo mezzo? Non ho franchezza bastante per battere, e farmi aprire? O di casa. (batte)

Marionette:  Chi batte? (alla finestra)

Monsieur:  Vi è madama... Oh! Marionette!

Marionette:  Monsieur le Blau!

Monsieur:  Tu qui?

Marionette:  Voi in Venezia?

Monsieur:  Sì. Madama Rosaura è in casa?

Marionette:  Salite, salite, che parleremo con comodo. (chiude la finestra ed apre la porta)

Monsieur:  Oh, questo è il vero vivere. (entra in casa)

 

 

SCENA QUINDICESIMA

Rosaura a sedere, leggendo un libro, poi Marionette

 

Rosaura: Bella erudizione che è questa! Chi ha scritto questo libro l'ha fatto con animo di farsi ben volere dalle donne. (legge): Il padre deve provvedere alla figlia il marito, ed ella deve provvedersi del cicisbeo. Questo sarà l'intimo segretario della signora, e di esso avrà piú soggezione che del marito. La persona piú utile ad un buon marito suol essere il cicisbeo, perché questo lo solleva di molti pesi, e modera lo spirito inquieto di una moglie bizzarra. Questo autore incognito non ha scritto per me. In fin che fui maritata, non ho voluto d'intorno questi ganimedi, che pretendono comandare piú del marito. Chi non ha cicisbei è soggetta ad un solo, chi ne ha, moltiplica le sue catene.

Marionette:  Non vorrei disturbare la vostra lezione.

Rosaura:  Prendi questo tuo libro, non fa per me.

Marionette:  Che non piaccia a voi, mi rimetto; ma credetemi che in oggi è la grammatica delle donne. Ma lasciamo ciò che meno ci deve importare. Signora mia, la sorte vi offre una felicissima congiuntura di profittare del vostro merito.

Rosaura:  Ed in che modo?

Marionette:  Vi è un cavalier francese che arde per le vostre bellezze, e sospira la vostra corrispondenza.

Rosaura:  Come si chiama questo cavaliere?

Marionette:  Monsieur le Blau.

Rosaura:  Ah, lo conosco. Iersera ballava de' minuè al festino con una grande affettazione; quando mi dava la mano, pareva mi volesse storpiare.

Marionette:  Ciò non importa, è un cavaliere molto ricco, e nobile, giovine, bello e spiritoso, niente geloso, niente sofistico, e poi basta dire che sia francese.

Rosaura:  Tu non vuoi lasciar questo vizio di esaltare in ogni minima cosa la tua nazione.

Marionette:  Ma se dico la verità. In somma egli è nell'anticamera che aspetta la permissione di entrare.

Rosaura:  E tu l'hai introdotto in casa con tanta facilità?

Marionette:  È mio paesano.

Rosaura:  Che importa a me, che sia tuo paesano? Devo saperlo anch'io.

Marionette:  Eh via, non mi fate la scrupolosa. Anch'egli avrà degli anelli.

Rosaura:  Eh, non mi fare l'impertinente, che poi poi...

Marionette:  Burlo, burlo, signora padrona. Se non volete ch'ei passi...

 

 

SCENA SEDICESIMA

Monsieur Le Blau e dette

 

Monsieur:  Marionette, dorme madama?

Marionette:  No, signore, ma per ora non può...

Monsieur:  Eh, se non dorme, dunque permetterà ch'io m'avanzi. (entra nella camera)

Marionette:  Che avete fatto? (a Monsieur)

Rosaura:  Signore, qui non si costuma sì francamente ....

Monsieur:  Eccomi a' vostri piedi a domandarvi perdono, della mia impertinenza. Se avete bello il cuore, come bello è il vostro volto, spero non me lo saprete negare. (s'inginocchia)

Marionette:  (Bravo, monsieur le Blau!) (da sé)

Rosaura:  Alzatevi: l'error vostro non è sì grave, che v'abbiate a gettar ai piedi di chi non merita sì tenere umiliazioni.

Monsieur:  Oh cielo! Le vostre parole mi hanno ricolmo il cuore di dolcezza.

Rosaura:  (Ancorché vi sia un poco di caricatura, questa maniera obbliga infinitamente.) (da sé)

Monsieur:  (Marionette, di te non ho piú bisogno; puoi andartene a far gli affari di camera.) (piano a Marionette)

Marionette:  Mi comanda, signora padrona?

Rosaura:  Avanza due sedie.

Marionette:  Eccole. (Ricordatevi, monsieur, del costume del nostro paese.) (a Monsieur)

Monsieur:  Sì, i guanti [19] per la cameriera. Vi saranno.

Marionette:  (In quanto a questo poi mi piace l'usanza inglese. Quel subito è la bella cosa.) (parte)

 

 

SCENA DICIASSETTESIMA

Rosaura e Monsieur Le Blau

 

Monsieur:  Ah madama! il cielo, che fa tutto bene, non può aver fatta voi sì bella per tormentare gli amanti; onde dalla vostra bellezza argomento la vostra pietà.

Rosaura:  Siccome so di non esser bella, così non mi vanto di esser pietosa.

Monsieur:  La bassa stima, che volete aver di voi medesima, proviene dalla vostra gran modestia. Ma viva il cielo! Se Apelle dovesse ora dipinger Venere, non potrebbe fare che il vostro ritratto.

Rosaura:  La troppa lode, monsieur, degenera in adulazione.

Monsieur:  Io vi parlo col cuore sincero, del miglior senno ch'io m'abbia, da cavaliere, da vero francese, voi siete bella sopra tutte le belle di questa terra.

Rosaura:  (E seguita di questo passo). (da sé)

Monsieur:  Alla bellezza naturale avete poi aggiunta la bell'arte di perfettamente assettarvi il capo, che mi sembrate una Flora. Chi vi ha frisato, [20] madama? La nostra Marionette?

Rosaura:  Ella per l'appunto.

Monsieur:  Conosco la maniera di Parigi. Ma, vi domando perdono, un capello insolente vorrebbe desertare dal vostro tuppè. [21]

Rosaura: Non sarebbe gran cosa.

Monsieur: Oh perdonatemi, sta male. Lo leverò, se vi contentate.

Rosaura: Chiamerò la cameriera.

Monsieur: No, voglio io aver l'onore di servirvi: aspettate. (tira fuori di tasca un astuccio, da cui cava le forbici, e taglia il capello a Rosaura; poi dal medesimo astuccio cava uno spillone, e le accomoda i capelli. Trovando che non va bene, da un'altra tasca tira fuori un piccolo pettine nella sua custodia, e accomoda il tuppè. Da una scatola d'argento tira fuori un buffettino con polvere di Cipro, e le dà la polvere dove manca; poi dall'astuccio cava il coltellino per levar la polvere dalla fronte. Con un fazzoletto la ripulisce, dopo tira fuori uno specchio, perché si guardi; e finalmente tira fuori una boccetta con acqua odorosa, e se la getta sulle mani per lavarsele, e se le asciuga col fazzoletto, dicendo qualche parola frattanto che fa tutte queste funzioni, e Rosaura si va maravigliando, e lascia fare; dopo, sedendo, seguita.) In verità ora state perfettamente.

Rosaura:  Non si può negare che in voi non regni tutto il buon gusto, e non siate il ritratto della galanteria.

Monsieur:  Circa al buon gusto, non fo per dire, ma Parigi facea di me qualche stima. I sarti francesi tutti tengono meco corrispondenza per comunicarmi le loro idee, e non mandano fuori una nuova moda, senza la mia approvazione.

Rosaura:  Veramente si vede che il vostro modo di vestire non è ordinario.

Monsieur:  Ah! mirate questo taglio di vita! (s'alza, e passeggia) Vedete quanto adornano la persona questi due fianchi! Appunto l'equilibrio, in cui son eglino situati, è la ragione per cui mi avete veduto riuscire mirabilmente nel ballo.

Rosaura:  (Non si potea far peggio.) (da sé)

Monsieur:  Ma io perdo il tempo in cose inutili, e mi scordava di dirvi che mi piacete eccessivamente; che v'amo quanto la luce degli occhi miei, e desidero la vostra corrispondenza, per unico refrigerio delle mie pene.

Rosaura:  Signore, che io vi piaccia è mia fortuna, che voi mi amiate è vostra bontà; ma il corrispondervi non è in mio arbitrio.

Monsieur:  Da chi dipendete? Non siete padrona di voi medesima?

Rosaura:  La vedova è soggetta alla critica piú d'altra donna. Se mi dichiarassi per voi, non si farebbe che parlare di me.

Monsieur:  Ma voi non avete da far caso di questa gente. Dovete vivere secondo il buon sistema delle donne prudenti.

Rosaura:  La donna prudente, o deve vivere a sé, o deve accompagnarsi con uno sposo.

Monsieur:  Questa proposizione potrebbe non esser vera, ma se così volete, io vi esibisco uno sposo.

Rosaura:  E chi è questi, o signore?

Monsieur:  Le Blau, che v'adora. Io, mia cara, vi donerò la mia mano, come vi ho donato il mio cuore.

Rosaura:  Datemi qualche tempo a risolvere.

Monsieur:  Sì, mio bene, prendete quanto tempo vi piace; ma intanto non mi lasciate morire. (s'accosta per prenderla per la mano)

Rosaura:  Eh, monsieur, un poco piú di modestia.

Monsieur:  Non si permette alcuna piccola cosa ad uno, che deve essere il vostro sposo?

Rosaura:  È ancor troppo presto.

Monsieur:  Ma io ardo, e non posso vivere. (torna come sopra)

Rosaura:  (Convien finirla.) (s'alza)

Monsieur:  Non mi fuggite. Abbiate pietà. (le va dietro)

Rosaura:  Modestia, vi dico. Siete troppo importuno.

Monsieur:  (s'inginocchia) Vi domando perdono.

Rosaura:  (E siamo da capo.) (da sé) Deh alzatevi, e non mi date in simili debolezze.

Monsieur:  Madama, un affanno di cuore m'impedisce levar da terra senza il soccorso della vostra mano.

Rosaura:  Via, v'aiuterò a sollevarvi. (gli dà la mano, ed egli la bacia)

Monsieur:  Non è buon amante chi non sa commetter de' furti.

Rosaura:  Ah! Monsieur, siete troppo accorto.

Monsieur:  E voi troppo bella.

Rosaura:  Orsú, non mi è permesso goder piú a lungo le vostre grazie.

Monsieur:  Sarei indiscreto, se pretendessi di prolungarvi l'incomodo. Partirò per lasciarvi in tutta la vostra libertà.

Rosaura:  Mi riserbo ad altro tempo di rispondere alla vostra proposizione.

Monsieur:  Questa mano è impegnata per voi.

Rosaura:  Ed io non son lontana dall'accettarla. (Ci penserò molto bene prima di farlo.) (da sé)

Monsieur:  Addio, mia regina, governatrice del mio cuore e de' miei pensieri. Che bellezza! Che grazia! Peccato, che non siate nata a Parigi! (parte)

 

 

SCENA DICIOTTESIMA

Rosaura Sola

 

Certo! se fossi nata a Parigi varrei qualche cosa di piú! Io mi pregio essere di un paese ove regna il buon gusto quanto in qualunque altro. Italia in oggi dà regola nella maniera di vivere. Unisce tutto il buono delle nazioni straniere, e lascia loro tutto il cattivo. Questo è che la rende ammirabile, e che fa innamorare del suo soggiorno tutte le nazioni del mondo. Questo francese non mi dispiacerebbe, se non fosse così affettato. Dubito che le sue parole sieno tutte studiate, che non sia veramente sincero, e che abbia a riuscire piú volubile dell'inglese; onde se quegli non promette d'amarmi fuori di questa città, temo che questi cominci anche in essa a nausearsi dell'amor mio.

 

Note

__________________________________

 

[1] Alon: idiotismo per « Allons », ossia « Andiamo », « Suvvia ».

[2] Adoperare il belletto: l'uso del belletto non era così semplice come oggi lo intendiamo. Nelle edizioni Bettinelli e Paperini, Marionette spiega a Rosaura: «[Le francesi] sogliono a forza d'acque e di cavate di sangue togliere dal loro viso il rosso naturale per sostituirvi il carminio ».

[3] Scudo di Francia: uno dei piú famosi alberghi veneziani del Settecento, a Rialto.

[4] El dis: anziché el dise, sottolinea l'origine bergamasca di Arlecchino, come subito dopo Mi rest.

[5] Al giorno d'oggi.

[6] Doppia: moneta d'oro, spagnola o genovese, del valore di due scudi e quindi mancia molto generosa.

[7] Chiapà: preso. N.d.A.

[8] Nottolae: nottate.

[9] Schinele: acciacchi.

[10] Che stago: ci sto. N.d.A.

[11] Mare: la feccia del vino, che nel moscato si conserva e lo rende migliore. N.d.A.

[12] Oh la fala: oh, si sbaglia.

[13] Condusi, dal verbo condurre, s'intende per mezzano. N.d.A.

[14] Cugnà: cognato. N.d.A.

[15] Battere il canafio, per metafora far il mezzano. N.d.A.

[16] Gatorigole: il solletico. N.d.A.

[17] Sofegar: affogare.

[18] Cipro e Candia: due qualità di vino allora molto pregiate e spesso ricorrenti nelle commedie goldoniane.

[19] guanti: in questo caso sta per bonamano, ossia per mancia.

[20] Frisato: da a friseur » e quindipelli naturali rinforzato, talvolta sta per acconciato.

[21] Tuppè (o topè): ciuffo di capelli naturali rinforzato, talvolta spropositatamente, da capelli finti.

 

 

 

Indice Biblioteca Indice dell'opera

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 16 febbraio 2005